La commedia del buon cuore

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LA COMMEDIA DEL BUON CUORE

Commedia in tre atti

di FERENC MOLNAR

(Traduzione di Stefano Rokk)

PERSONAGGI

PIETRO JUHASZ

ADELE

PAOLA

OSCAR

FILIPPO

ADOLFO

IL CONTE

MATE’

SANTHA

DOMOKOS

L’ECCELLENZA

LA SIGNORA MODESTA

LA SIGNORA PRECISA

LA SIGNORA MALCONTENTA

LA SIGNORA PAZIENTE

IL GIOVANE SIGNORE

IL VECCHIO SIGNORE

IL SIGNORE NERVOSO

COCCHIERE

SERVA

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

 Piccolo ed elegante negozio di articoli di moda e confezioni nel centro di Budapest. A sinistra nel proscenio la vetrina. A sinistra nel fondo porta grande vetrata che conduce sulla strada. Lungo la parete del fondo e alla parete di destra due banchi larghi per servire i clienti. Nel mezzo della parete di sinistra tra la porta e vetrina « Cassa » con sedile e macchina con­tatrice. Dietro i due banchi ci sono due scaf­fali pieni di pezze di stoffa e scatole. Vicino alla vetrina una tavola con scialli, cravatte, profumi; vicino a questo un recipiente con den­tro vari bastoni.

Alle sette di sera. Adele è seduta alla cassa. Oscar sta dietro il banco del fondo e parla a mezza voce colla « modesta » seduta su una seggiolina davanti il banco. Sul banco pezze di stoffa. Juhàsz è dietro il banco di destra e serve l'Eccellenza seduta su una seggiolina. Sulla tavola del banco stoffe da blouses estive.

Signora Eccellenza        - Se mi ricordo bene, caro Juhàsz, questa stoffa qui l'ho già vista indosso alla Contessa Andrassy, a Trouville.

Juhàsz                           - E' possibile. Ma dovrei esaminare i registri (Ad Adele). Dimmi cara... (solleva la stoffa) questo zefir « Agrèable » è lo stesso che abbiamo fornito alla Contessa Andrassy due mesi fa?

Adele                            - Può essere, caro, ma non lo so con certezza.

Oscar                             - (Alla signora Modesta) Scusi signora. (Verso Juhàsz a voce alta). Scusi, sì, la con­tessa Andrassy si è servita di quel zefir.

Sig. Eccellenza              - Vero?

Oscar                             - Sì, Eccellenza! Questo zefir Chatterton ha dodici tinte e la contessa ne ha com­prato cinque.

Sic Eccellenza               - Allora, caro Juhàsz, di questo zefir non ne parliamo più. Mi dispiace che ha perso tanto tempo con me!

Juhàsz                           - Ma Eccellenza...!

Sig. Eccellenza              - Lei è una bravissima per­sona! Caro Juhàsz, lei sembra fatto apposta per sopportare con pazienza i capricci delle signore. Il suo cuore d'oro...

Juhàsz                           - (Riordinando le stoffe) Ma Eccel­lenza, siamo qui per servirla.

Sig. Eccellenza              - (Fruga tra le stoffe) Sono proprio imbarazzata. Questa è una buona qualità ma non mi sta bene, è per signore più forti... questa qui per una magra... que­sta per una giovane... questa poi per una vecchia. Questa è troppo vistosa. Questa è troppo monotona. Ci sarebbe forse questa, ma la Contessa l'ha già, e allora non m'inte­ressa.

Juhàsz                           - Mettiamo forse da parte gli « Agrèables » e guardiamo un po' le tele di seta. Per dire la verità le conviene di più prendere una buona qualità....

Sig. Eccellenza              - (Guarda il monte di stoffa) Guardare? dopo che mi ha esposto mezzo il negozio?

Juhàsz                           - Oh, non fa nulla... siamo qui per servirla. Ma le tele di seta sono in fondo nel salottino. Se volesse incomodarsi e andare a vedere... o forse, gliele porto qui?

Eccellenza                     - Anche portarle qui! Oh questo poi è troppo! (Verso Adele) La sua mogliettina vorrebbe già andare a casa.

Adele                            - Oh no, Eccellenza, faccia pure i suoi comodi.

Eccellenza                     - Sono le sette passate, loro chiu­dono a quest'ora.

Adele                            - Non si disturbi, signora. (Indica ver­so Oscar) Ci sono ancora... Poi nel salottino vi è ancora un signore.

Oscar                             - (Attraversa la scena e s'accosta a Juhàsz) Senti a quella signora là, fa gola il zefir perché ha sentito che la Contessa ne ha ordi­nato...

Eccellenza                     - Non m'interessa il zefir.

Oscar                             - Oh no, Eccellenza... (a voce bassa) La signora, lì, ha sentito quello che Ella ha detto prima...

Juhàsz                           - (è andato alla signora Modesta).

Oscar                             - ... e vorrebbe sapere qual'è quel ze­fir comitale.

Eccellenza                     - (indica una pezza di zefir, con sdegno) E' questo qui.

Oscar                             - Grazie tanto. (Riferendosi alla Mo­desta). Sa, Eccellenza, ella è di un'altra clas­se sociale. (Porta il zefir alla Modesta).

Eccellenza                     - (Verso Adele) Si trovano sem­pre delle scimmie!

Juhàsz                           - (alla porticina) Finiremo subito, cara, abbia un po' di pazienza, (a Juhàsz). Vengo, (esce dalla porticina, all'angolo di destra del fondo).

Juhàsz                           - (La segue).

Modesta                        - Allora questo qui, sarà il sesto.

Oscar                             - (Mettendo i zefir uno sopra l'altro) Uno, due, tre, quattro, cinque e il zefir della contessa, sei.

Modesta                        - E non si dovrà aspettare molto?

Oscar                             - Oh no, signora mia, sappiamo bene che al venti del mese si recherà a Lelle e dilà a Pusta-Bàan, indirizzo Presburgo per Pu-sta-Ban. (Modesta si alza). Posso servirla con qualche altra cosa? Abbiamo ricevuto delle magnifiche cinture. (Prende una sca­tola).

Modesta                       - Grazie, no, è già tardi...

Oscar                            - Ma signora mia, siamo qui per ser­virla. (Gliene mostra). Delle cuffie da auto­mobile... sono arrivate or ora. Proprio l'ul­timissima novità in questo articolo.

Modesta                       - (Le prende in mano) Verrò ancora alla fine di questa settimana... Che prezzo ha?

Oscar                            - Permetta (Guarda il cartellino). Set­tanta corone.

Modesta                       - Questa cosa da nulla?

Oscar                            - Ma il modello, signora mia, è l'ulti­ma moda. Poi ci sono delle qualità più leg­gere tra le quaranta e cinquanta corone.

Modesta                       - Grazie, ritornerò poi. Hanno il mio indirizzo, vero?

Oscar                            - (Presto) La porta di sinistra l'ufficio, la porta di destra l'alloggio.

Modesta                       - Perfettamente. Allora bene, mi fornisca tutto a suo tempo. Arrivederci.

Oscar                            - (Le apre la porta d'uscita) Stia pur tranquilla, signora, tutto sarà eseguito per il meglio. Ossequi      (Modesta esce. Oscar ritorna al suo posto mette in ordine la merce, mette da parte le pezze di « zefir » venduti e scrive qualcosa su una carta che poi mette sui a zefir »). Queste due sono delle farfalle notturne... queste due qui... vengono sempre al momento della chiusura... non si riesce a scuoterle di dosso.

Adele                           - Anche con Filippo c'è un cliente.

Oscar                            - (Guarda per la porticina) Il giovane Levi. E tuo marito s'arrampica sulla scala. (Guarda il suo orologio). Stiamo freschi.

Adele                           - (tira fuori da una cassetta della « Cas­sa » il suo cappello).

Oscar                            - (nervoso) Che c'è?

Adele                           - Mi metto il cappello.

Oscar                            - (Agitato) Ma dove gli vuoi parlare?

Adele                           - Dio! parla piano... e te l'ho già det­to: non darmi del tu nel negozio.

Oscar                            - (Guarda verso la porticina) Lui non lo sentirà, è in cima alla scala, e poi, ora già fa lo stesso... Vuoi andare a casa con lui?

Adele                           - Macché! Ho tirato il cappello.

Oscar                            - Devi finire quicon lui, qui.

Adele                           - Bene, bene.

Oscar                            - (Nervoso) Non ti permetto di accom­pagnarlo a casa.

Adele                           - Non essere cosi nervoso. Gli parleremo qui, ma bisogna aspettare che i clienti siano andati via.

Oscar                            - Bene, bene, bene. (Ordina la merce nervoso)Scusami tesoro, ma sono terribilmente agitato.  Per forza!

Adele                           - Non sono tranquilla nemmen'io, ma so dominarmi.

Oscar                            - Rimarrò vicino e mi presenterò quando occorre. Sii prudente, sii molto prudente adesso.

Adele                           - Stai pur certo. Se credessi d'aver bisogno di te ti chiamerò.

Oscar                            - Bene, bene, bene. Ti chiedo solo una cosa: niente scandali!

Adele                           - Non è possibile con lui.

Oscar                            - E tu di qui non puoi « recarti » più in casa sua. Tu di qui puoi « recarti » solo da tua madre.

Adele                           - Non eccitarti troppo, bellezza mia.

Oscar                            - (nervoso) Scusami, bestiolina mia, ma io sono ormai così. Sono al momento decisivo della mia vita. Non posso star tranquillo. Ho subito il batticuore. Nella mia famiglia ci sono parecchi casi cardiaci. Io devo stare attento. Dio mio….. (smette il lavoro) se penso, che in questa comune serata di primavera, che in questo giovedì qualunque, stasera… tu sarai mia, finalmente…. E per sempre; il tuo corpo, la tua anima e anche…. Vieni qui!

Adele                           - Dio! Stai attento!

Oscar                            - (Nervoso) Vieni qui, vieni qui!

Adele                           - (S'avvicina) Stai bravo, pazzo, sei di nuovo così appassionato...

Oscar                            - La tua manina, la tua manina., per un momento!...

Adele                           - Ma Oscar!

Oscar                            - La tua manina! Non eccitarmi le val­vole del cuore.

Adele                           - (Gliela tende).

Oscar                            - (L'afferra, guarda verso la porticina, con voce piana, ma appassionato) Sarai mia, davanti al mondo, davanti alla gente... la tua anima, il tuo corpo... sarai mia mo­glie... e noi, noi due ce ne andremo a comin­ciare una vita nuova, ardente, ti porterò via da questa prigione... non togliermi la mano, sai che non mi piace se mi togli la mano.

Adele                           - (Ritorna alla Cassa) Stai tranquillo, Oscar, è così ardente la tua mano, fai ner­vosa anche me.

Oscar                            - La tua manina. La tua bocca!

Adele                            - Vai, bamboccio... ho bisogno del cer­vello lucido io. Metti via i «zefir ». Metter via, metter via, adesso che esplodo quasi, che metta via?! Eh bene... quanto tempo ancora! (la guarda) Se penso che la tua bianca, vellutata... (Guarda verso la porticina e s'accorge di qualche cosa. Con voce cambiata). Piazza della Libertà, (Scri­vendo) primo piano, interno due comm. avv. dott. Aurelio Kis.

(Filippo e il Giovane Levi entrano dalla por­ticina).

Filippo                           - Per di qui, signore (corre avanti).

Giovane                        - Manderà domani o manda già oggi?

Filippo                           - (Alla Cassa) Se desidera, già oggi.

Giovane                        - (alla Cassa) Può anche subito.

Filippo                           - (Ad Adele) In tutto 480.

Giovane                        - (Paga con un biglietto da 500)

Adele                            - (Scampanella colla macchina contatore della Cassa, e rida) Ottantacinque, quat­trocentonovanta e dieci, sono cinquecento.

Oscar                             - (Corre ad aprirgli) Ossequi, signor Levi.

Giovane                        - (Contemporaneamente) Buona se­ra (Esce).

Filippo                           - (Contemporaneamente) Ossequi e buona notte signor Levi. (Pausa breve).

Oscar                             - Ora soltanto quella terribile Eccel­lenza! Poi... (A Filippo) . Signor Filippo, metta a posto quegli stracci.

Adele                            - Per quanto sappia il signor Filippo ha il biglietto per il Lohengrin.

Oscar                             - (Va verso la porticina) Dove?

Adele                            - All'Opera!

Filippo                           - (Mentre lavora) Non fa nulla, prego.

Adele                            - Comincia alle sette e mezza (Esce alla porticina). (Pausa breve).

Filippo                           - E’ già cominciato alle sette, ma non fa nulla.

Adele                            - Lasci stare quegli scampoli, signor Filippo e se ne vada all'Opera.

Filippo                           - Fa lo stesso, la prego. Sono stato sedici volte al Lohengrin e sono arrivato in ritardo, sempre. Ritardo oggi per la diciasset­tesima volta.

Adele                            - Allora lasci stare tutto e se ne vada.

Filippo                           - A quest'ora oramai quando si arriva si arriva. So a memoria tutto il Lohengrin. Mi compro i biglietti perché non sono riu­scito ancora a sentir l'inizio. Si dice che com­paia anche all'inizio il cigno, portando Lohengrin con se. Ma oggi l'ho mancato dinuovo. Il cigno è già andato a cenare. (Or­dina i panni).

Adele                            - Lo farà mio marito. Se ne vada all'opera.

Filippo                           - Come? La signora mi spinge ad an­darmene! Sembra un po' nervosa, stasera.

Adele                            - Perché?

Filippo                           - Perché lo sento.

Adele                            - Sente male.

Filippo                           - Allora faccio meglio a tacere.

Adele                            - Farà meglio. Se sapesse...

Filippo                           - Non voglio sapere nulla, io. Faccia il favore signora di non confidarmi nulla.

Adele                            - Confidarle che cosa?

Filippo                           - Quello che stanno preparando, lo sono un uomo vecchio e solo.

Adele                            - Pieno di rancori (Con fuoco). Lei odia Oscar perché lui è l'anima dell'azienda, perché è giovane,agile, furbo e geniale, perché s'intende meglio del commercio che lei, perché i clienti gli vogliono bene, tutto questo le fa invidia.

Filippo                           - Il signor Oscar è un uomo comune.

Adele                            - Mi piacciono i commessi distinti.

Filippo                           - Devono esistere anche quelli.

(Juhàsz e l’Eccellenza compaiono dalla por­ticina).

L'Eccellenza                  - Crépe-marocain stampata non è il mio caso. E' per le ebree della City.

Juhàsz                           - Sia gentile di ritornare la settimana ventura. C'è già l'avviso di una nuova bel­lissima collezione. Spero che troveremo final­mente qualcosa di conveniente.

L'Eccellenza                  - (va alla cassa) La sua pazien­za è infinita, caro signor Juhàsz.

Juhàsz                           - La pazienza è la cortesia del com­merciante, Eccellenza.

L'Eccellenza                  - Lei è una colomba, un an­gelo! (verso Adele) Non se la prenderà che faccio tanti complimenti al suo maritino?

Adele                            - Oh, si figuri, Eccellenza.

L'Eccellenza                  - E' già abituata a sentire le sue lodi, vero? Perché tutti adorano il signo Juhàsz.

Juhàsz                           - Ma, Eccellenza!

L'Eccellenza                  - Felice donna che ha uno sposo così.

Juhàsz                          - Sono io a sentirmi felice, Eccel­lenza, d'aver una donnina che tanto si sacrifica. E' seduta alla cassa dal mattino alla sera.

L'Eccellenza                  - Il conte quando è stato qui?

Juhàsz                           - Ieri l'altro.

L'Eccellenza                  - Ebbene cosa fa, come sta?!

Adele                            - Adora mio marito.

L'Eccellenza               - Non si burli, sposina che tutti vogliono tanto bene al signor Juhàsz. Tutti gli vogliono bene ma il suo cuore ri­marrà il suo. Arrivederci, cara... verrò a guardare alla luce del giorno questi crepes-marocains e anche questi... come si chia­mano pure?...

Filippo                         - (velenoso e dolce) Agréables.

L'Eccellenza               - Agréables. Bene. Allora arri­vederci.

Adele e Juhàsz           - (unisono) La riverisco, ec­cellenza.

L'Eccellenza               - (esce dalla porta).

Juhàsz                          - (chiude la porta) Perché non sa­luta, signor Filippo?

Filippo                         - (rabbioso) La riverisco, signora.

Juhàsz                          - Perbacco! (ad Adele) Che bella si­gnora!

Filippo                         - E' bella già da troppi decenni. E poi ci deve già pagare molto più di quanto è bella. Lei, signor Juhàsz è l'unico a Buda­pest che le dà roba a credito. E lei ci porta via la merce come se fosse regalata.

Juhàsz                          - Che devo fare, poverina? E' una tragedia se uno è povero malgrado sia ec­cellenza. Lei deve salvare le apparenze.

Filippo                         - Sì, ma non coi soldi del signor Juhàcz.

Juhàsz                          - Io non posso guardare la miseria... nemmeno la miseria profumata... piuttosto mi porti via tutto.

Adele                           - Il signor Filippo brontola perché ha mancato di nuovo il cigno.

Juhàsz                          - (guarda il suo orologio) Si è com­prato il biglietto per stasera? Perché non me l'ha detto? Sa bene, che alle sei e mezza lo avrei lasciato andar via. Mi dispiace molto.

Filippo                         - Io non abuso del buon cuore.

Juhàsz                          - Di nuovo il mio cuore. Lasciatelo stare. Parlano del mio cuore come di una prima donna.

Adele                           - Tutti adorano il signor Juhàsz.

Juhàsz                          - (a Filippo) Se ne vada almeno adesso.

Filippo                         - Grazie, stasera non ei andrò       - (via per la porticina). (Pausa breve).

Juhàsz                          - Che ha il signor Filippo?

Adele                           - Non m'interessano i conflitti d'anima dei commessi.

Juhàsz                          - Sei troppo severa, angelo mio.

Adele                           - (viene fuori dalla cassa) No, Pietro... non prendertela... sono un po' nervosa. Quest'oggi ho preso una grande decisione.,, e lo sento... che devo dirti oggi tutto.

Juhàsz                           - Come è esatta! Come è ordinata!

Adele                            - Non lo fa gratis. Tu vedi in tutti solo le buone qualità.

Juhàsz                           - Se mi mostrano soltanto le buone, perché dovrei cercare le cattive? (Adolfo entra dalla porticina).

Adolfo                          - (il facchino del negozio viene colla stanga a gancio).

Juhàsz                           - Chiudiamo, chiudiamo, sono le sette e mezza.

Adolfo                          - (esce sulla strada).

Juhàsz                           - Siediti, adorata, (ad Adolfo) Tira pur giù, noi usciremo da dietro, (ad Adele) Sei un po' nervosa?

Adolfo                          - (tira già prima la serranda della ve­trina poi a metà quella della porta, quando:)

Il Conte                         - (dalla strada) Ehi! Si fermi! (gli impedisce di abbassare la serranda e passa chinato attraverso la porta) Aspetti un po'!

Juhàsz                           - (rallegrato) Oh, eccellenza il conte!

Conte                            - Buon giorno, buon giorno.

Adele                            - (con profondo inchino) Buona sera eccellenza..

Conte                            - Come? Chiudono le serrande sul naso del cliente.

Juhàsz                           - Oh, se avessimo saputo che veni­va sua eccellenza! (ad Adolfo) Spingila su!

Adolfo                          - (spinge su la serranda e scompare per la porticina).

Conte                            - Sono venuto per la livrea dei fantini.

Juhàsz                           - Eccellenza, siamo rimasti d'accordo che spedirò domani per posta.

Conte                            - Lo so, Juhàsz, ma stasera partirò per le tenute coll'auto... e vorrei portare con me una di queste livree, perché anche mio cognato desidera vederle prima delle corse viennesi.

Juhàsz                           - Le livree stesse sono già pronte, ma per i berretti bisognerebbe telefonare al cap­pellaio. Un momento di pazienza, eccellenza (via per la porticina).

Adele                            - S'accomodi, eccellenza.

Conte                            - Grazie, me ne vado già. Che c'è di nuovo?

Adele                            - Va... bene tutto, eccellenza.

Conte                            - Come vanno gli affari?

Adele                            - Ma...

Conte                            - Che ma!? male?

Adele                            - Non è lecito... ma l'eccellenza è il no­stro benefattore paterno e perciò... non se la prenda... ma gli affari vanno male.

Conte                            - Ma perché?

Adele                            - Non vanno avanti, eccellenza. Sono andati bene due anni, ma ora, il terzo, non vanno più.

Conte                            - Per quanto io sappia, tutta la mia fa-biglia si serve qui... e tutti i miei amici, i conoscenti...

Adele                            - Oh, lo sappiamo, che dobbiamo rin­graziare di tutto l'eccellenza... perché non solo ci ha arredato questo bel negozio, ma ci ha procurato la clientela.

Conte                            - Scommetto che Juhàsz condona a tutti i debiti. (Adele annuisce di sì) Il buon Juhàsz vende le cravatte gratis, perciò non si va avanti.

Adele                            - Se dipendesse da lui, darebbe tutto gratis.

Conte                            - Quando era il mio segretario aveva lo stesso difetto. Con lui tutti fanno ciò che a loro piace.

Conte                            - E la gentile signorina Paola... una bravissima lavoratrice...

Adele                            - La favorita di sua eccellenza.

Conte                            - Sono incantato di lei. (Paola entra)

Paola                             - (dalla porticina con delle lettere) Buona sera, signor conte, (fa un inchino).

Conte                            - Buona sera. Stiamo spettegolando sul conto suo.

Paola                             - Molto gentile, grazie tanto. Scusi. (ad Adele) Mi ricordavo bene, la Ditta Cohen ci ha offerto anche venti impermeabili, dob­biamo risponderle al riguardo, (le dà la lettera).

Adele                            - (impaziente) Vada dal signor Oscar.

Paola                             - Il signor Oscar m'ha mandata dalla signora.

Adele                            - (c. s.) Non ci occorrono gli imper­meabili.

Conte                            - Ma perché non li prendono? Sono praticissimi contro la pioggia.

Adele                            - Se sua eccellenza ne desiderasse uno?

Conte                            - Per carità! Odio gli impermeabili come dei nemici personali (guarda Paola). La bella signorina sorride, perché gli imper­meabili le piacciono. Vero?

Paola                             - Mi scusi, eccellenza.

Conte                            - Perché ride della vecchia eccellenza?

Paola                             - Oh... vecchio!?

Conte                            - Ebbene... non completamente!

Paola                             - Anzi, al contrario. Ha parlato con tanto odio giovanile degli impermeabili...

Adele                            - Prego, signorina Paola, può andar­sene.

Paola                             - (s'inchina profondamente verso il conte, e via per la porticina).

Conte                            - (la guarda) Perché è così severa con quella meravigliosa creatura?

Adele                            - E' un po' sfacciata.

Conte                            - Macché; una ragazzina seria!

Adele                            - Una creatura insidiosa, non posso sof­frirla. Fa sempre la seria e la pedante, ma quando vostra eccellenza viene nel negozio sgambetta, sorride; è tutta cambiata.

Conte                            - Se è così, non ne sono che orgoglioso.

Juhasz                           - (viene dalla porticina, sul braccio una livrea di colore vivo) Non riesco a telefo­nare al cappellaio. Ma la livrea è già qui... favorisca...

Conte                            - (mette gli occhiali) Per questo devo già mettere gli occhiali (esamina) Sì, va bene; allora faccia il pacco, caro Juhasz (gli rida la livrea).

Oscar                             - (dalla porticina molto presto) Osse­qui, eccellenza, la riverisco, i berretti sono pronti, voleva mandarli domani mattina, ma dice che se li desidera, li manderà subito.

Conte                            - (meravigliato con tono di rimprovero) Buona sera.

Oscar                             - Umilissimo servo, eccellenza.

Conte                            - (lo fissa).

Juhasz                           - Avrà la gentilezza di dirci dove dob­biamo mandarli.

Conte                            - (fissa Oscar) Sì, sì. Questo si può.

Paola                             - (si sofferma alla porticina).

Conte                            - Entri, entri!

Paola                             - Scusi, non voglio disturbare...

Oscar                             - Vada avanti se sua eccellenza la chiama.

Paola                             - (va avanti) Voglio annunziare che il cappellaio ha telefonato di nuovo, che il suo facchino è già partito. Tra dieci minuti i berretti ci saranno. Gli ho detto di venire col tram.

Conte                            - Ha fatto bene. La ringrazio.

Paola                             - Nulla da ringraziare, eccellenza. (esce).

Conte                            - (la guarda dietro) Volevo dirle qual­cosa.

Juhasz                           - Dove dobbiamo mandarli?

Conte                            - In nessun luogo. Io ora vado al Ca­sino...; di là a Buda...; partirò coll'auto di là... e ripasserò qui.

Oscar                             - (frettoloso) Come desidera, Eccel­lenza, facciamo subito il pacco di questo campione, i miei ossequi, eccellenza, (via per la porticina).

Conte                            - (lo guarda, quando Oscar è già fuori) Buona sera.

Juhasz                           - (sorride calmo) Ha sempre granfretta.

Conte                            - (s'accosta a Juhasz) Il negozionon va?

Juhasz                           - (Guarda Adele).

Conte                            - Sì, me l'ha detto lei.

Adele                            - Credo che a sua eccellenza non si può...

Juhasz                           - All'eccellenza non nascondiamo nulla. Solo non vorrei si fosse lagnata.

Conte                            - Non si è lagnata. Io le ho chiesto no­tizie ed ella mi ha risposto.

Juhasz                           - C'è un po' di crisi, ma... passerà poi. Non faremo fallimento.

Conte                            - Non ci mancherebbe altro!

Juhasz                           - Abbiamo sempre onestamente lavo­rato. Ora sono giorni gravi... verranno poi i belli.

Conte                            - (con simpatia) Mi dispiace che l'ami­co Juhasz sia triste. Su! Mi dica le sue scia­gure!

Juhasz                           - Non c'è gran che. E poi l'importan­te è che c'è la salute, c'è la mogliettina... (le prende la mano) che mi ama...

Conte                            - (ad Adele) Bravi, bravissimi!

Juhasz                           - Poi, ho gli amici, quel bravo, fedele Oscar è l'anima della mia bottega...

Conte                            - Si affretta un po'...

Juhasz                           - E' vero. Poi c'è qui la severa Pao­la. Possibile che mi vada troppo male?

Conte                            - Allora, caro Juhasz... (s'avvia) si rammenti che le è andato male anche ades­so... lei, alle tenute Pusta-Gè è stato seduto quindici anni ad uno scrittorio ed io né pri­ma né dopo non ebbi mai un impiegato così onesto e leale. Si occupava un po' troppo dei colombi, sì, e non era abbastanza energico...

Juhasz                           - Di questo male ci si può curare.

Conte                            - Mai, ma per me importa di più la onestà. A quello scrittoio da allora non ho fatto sedere nessuno. A lei, nella vita, non può andar male seriamente, perché a quello scrittoio si potrà sempre sedere fino a che Pusta-Gè è mia o della mia famiglia.

Juhasz                           - Oh, eccellenza...

Conte                            - Magari se sapesse indicarmi qualcuno che sia metà onesto di quanto è lei. Ora stiamo organizzando una esportazione di for­maggio, specialmente per l'Inghilterra.

Juhasz                           - Il formaggio di Pusta-Gè?

Conte                            - Sì... quello ha fatto una bella car­riera. I londinesi si sono invaghiti di quel formaggio. Ma anch'io. Ho guadagnato unpremio e apremio a Londra e uno a Edimburgo. Mi creda, ne sono orgogliosissimo!

JuhÀsz                          - Io mi rammento ancora dei primi tentativi.

Conte                            - Quanta evoluzione da allora, (con fuoco) Sono riuscito ad incrociare i due tipi. La Camembert, questa bellezza matura, ed il Roquefort, questo mordace e beffardo vec­chio signore. E questo nuovo formaggio orni sta tanto a cuore, l'ho educato io e assisto felice ai suoi crescenti successi... Ma ora me ne vado! Dunque: testa in alto e non sco­raggiarsi. Se andasse tutto in malora: scrit­toio, Pusta-Gè, esportazione di formaggio. Buona sera. (esce).

Adele                            - Buona sera, eccellenza.

JuhÀsz                          - (gli apre la porta) Arrivederla, ec­cellenza, (chiude la porta) Non mi piace, cara, che ti sia lagnata!

Adele                            - Non mi sono lagnata, me l'ha chiesto.

JuhÀsz                          - Non voglio fare una brutta figura. Lui ha già fatto tanto per me...

Adele                            - Ora, finalmente... mi ascolterai?!

JuhÀsz                          - Anzi, cara... sono molto curioso (af­ferra la testa di Adele) di sapere cosa mai può essere che fa soffrire tanto questa testo­lina... (la guarda negli occhi) ma guarda... ha le lagrime negli occhiucci... Perdinci, spe­ro non sia una cosa seria...

Adele                            - Ma sì, Pietro, seria. Molto seria.

JuhÀsz                          - Eh!

Adele                            - (porta una sedia) Siediti qui, Pietro.

JuhÀsz                          - Devo anche sedermi? E' così seria?! (si siede).

Adele                            - Si tratta qui di due affari differenti, ma uno è più grave dell'altro.

JuhÀsz                          - Perbacco! Dunque dimmi prima il più grave.

Adele                            - E' grave, perché tu sei così benedet­tamente buono. Confessare delle cose simili a un cuor d'oro... (asciuga le lacrime).

JuhÀsz                          - Su, avanti! Tu di sicuro non hai fatto nulla da doverne piangere.

Adele                            - Non piango per questo. Piango per te.

JuhÀsz                          - Per me?

Adele                            - Pietro... (si asciuga le lagrime e si riprende) Tu, in questi tre anni mi hai dato delle somme piccole e somme grandi... cioè... sono stata io a chiedertele... perché da te la gente te le avrebbe tirate fuori, perché tu aiuti tutti e da te si può prendere il danaro come da un bambino... e io t'ho detto di metterlo alla cassa di risparmio... ho fatto così e sai che col tempo sono arrivata a novantaduemila corone.

JuhÀsz                          - Lo so.

Adele                            - Poi, m'ha detto il signor Oscar, che i creditori hanno tenuto la loro assemblea e ti hanno mandato l'avvocato Singer... e questo non me l'hai detto.

JuhÀsz                          - No, adorata!

Adele                            - Lo so, ragazzo mio, me l'hai nascosto per delicatezza, lo so. E tu hai offerto ai creditori queste novantaduemila... e loro ti han­no risposto a mezzo del signor Singer che si accontentavano di questa somma e così si eviterà il fallimento... perché anche quelli ti amano e si fidano molto di te... (piagnuco­lante) perché tu sei la persona più buona e più onesta della città.

JuhÀsz                          - E' stato così, sì. Ma ho pregato Oscar di non dirti nulla.

Adele                            - Me l'ha detto, e ha fatto bene. Ora, adorato mio, mi sarà ancora più terribile dir­ti in faccia, così alla semplice...

JuhÀsz                          - Hai speso qualche cosetta del de­naro? Non fa nulla, cara. Non inquietarti.

Adele                            - Oh Dio, oh Dio!

JuhÀsz                          - Tutt'il denaro non vale la pena che tu t'inquieti tanto, adorata. Sii buona e dim­mi subito quanto è che bisogna aggiungervi, ed io busserò qui e là un po', e avremo pre­sto ciò che ci manca.

Adele                            - Moltissimo... moltissimo ci manca.

JuhÀsz                          - Fa lo stesso, cara. Ciò che hai speso, l'hai speso poiché ti occorreva.

Adele                            - Pietro... scusami... oh Dio! Manca... tutto!!

JuhÀsz                          - Tutto?

Adele                            - Tutto. Delle novantaduemila corone non c'è nemmeno un soldo.

Pietro                            - (piange) uccidimi! Tutti i tuoi denari guadagnati con tanta fatica li ho spesi tutti, tutti, (pausa breve).

JuhÀsz                          - Adorata... Per dir la verità... io credevo Dio sa che disgrazia ti fosse capitata, ma se è soltanto questo, allora...

Adele                            - No, Pietro, io so bene, che l'avvocato Singer ti ha detto l'ultima parola dei credi­tori. Soltanto, quando io venni a sapere ciò, era già troppo tardi. Il denaro non c'era più.

JuhÀsz                          - L'unica cosa importante è che tu non pianga e che tu sia felice. Sei una bam­bina... a prendertela così a cuore. Sarà come sarà. E anche l'avvocato Singer non è di pietra.

Adele                            - (piangendo) Tutti gli avvocati Singer sono di pietra.

Juhàsz                           - Riparlerò con lui. Il mio denaro è anche il tuo, ho meritato di perderlo, perché non badavo al denaro. Hai fatto bene a spen­derlo. Baciami, adorata, e dimmi anche l'al­tro affare grave.

Adele                            - (lo bacia) Si legge solo, si trova solo nei libri quanto buono tu sei.

Juhàsz                           - Su, dimmi l'altra disgrazia!

Adele                            - Questo è più grave... Sai che sono tua moglie da tre anni... non abbiamo figli... non è stato un matrimonio d'amore, ma tutto il mio affetto è stato il tuo.

Juhàsz                           - (le prende la mano).

Adele                            - Io non ho mai guardato e mai pensato ad un altro uomo, e perciò la mia posi­zione è insostenibile, se non fossi una si­gnora per bene, mi aiuterei facilmente, ma mentire a un uomo come te... non si può... (pausa breve).

Juhàsz                           - Ami un altro?

Adele                            - (annuisce col capo che sì).

Juhàsz                           - (piano impensierito) Sì. (pausa).

Adele                            - La mia onestà non mi permette di ingannare, sia anche per un giorno, un uomo come te... (pausa).

Juhàsz                           - Non mi vuoi più bene.

Adele                            - Ti voglio bene... ma...

Juhàsz                           - Sei innamorata di un altro.

Adele                            - Ti voglio bene come a un fratello... Sai bene che non ho voluto bene mai alla tua carne, ma ho stimato tanto la tua anima. Ho avuta un'aspra lotta con me stessa, ma come fare, il mio cuore è di un altro... io non posso ne voglio ingannarti...

Juhàsz                           - Questo è... è venuto troppo inat­teso... sono un semplice lavoratore... e non so in un tal caso cosa rispondono i signori... non ho imparato la psicologia...

Adele                            - (scoppia in singhiozzi).

Juhàsz                           - So soltanto che tu lealmente mi con­fessi tutto... cara... Questo è come una malat­tia... passerà... Tutte le donne hanno a sof­frire di tali crisi... ed io con molta delica­tezza, con molta tenerezza ti aiuterò a gua­rire... ti riprenderai poco a poco... ti cal­merai... Sarai di nuovo l'Adele lieta di un tempo... la mia fedele buona sposina... Non so se i signori rispondono così, ma io penso così... Che c'è... Piangi di nuovo?

Adele                            - Non si può dire con parole umane quanto tu sei buono e generoso, Pietro. Io non posso continuare.

Juhàsz                           - O forse... non avrei dovuto parlarecosi

Adele                            - Pietro... non è una passioncella fug­gevole la mia. Non sono soltanto innamorata di quell'altro.

Juhàsz                           - Ma?

Adele                            - Pietro... voglio essere sua. (pausa).

Juhàsz                           - Questo è... è già più grave (cam­mina, poi si siede, e china la testa appog­giandola tra le mani) Rimanere solo... con questa mia vita aspra e stentata...

Un facchino estraneo    - (entra dalla strada) Buona sera, signori (porta tre grandi scatole e un cavalluccio a dondolo) Il signor Pietro Juhàsz?

Juhàsz                           - (s’accosta a lui) Sì, sì. Dal magaz­zino dei giocattoli... Bene, vecchio, lo posi pure (gli dà una mancia). Adolfo!

Facchino                       - Grazie tante e buona sera (esce).

Adolfo                          - (compare alla porticina).

Juhàsz                           - Questo l'ho comprato per il tuo fi­gliuolo, per domani... per il compleanno. Un cavallino, un'automobile e un battellino con fumaioli... E anche questo qui... per la bambina, che non pianga che l'altro ha rice­vuto dei regali. Adolfo       - (cerca di baciargli la mano) Grazietante, signore mio.

Juhàsz                           - Bene, bene, ora metti da parte tut­to... ma lascia qui il battellino perché devo spiegarti il funzionamento... è facile da cari­care l'automobile, ma il meccanismo del bat­tellino è complicato... ti spiegherò come si carica prima di andarmene.

Adolfo                          - (mette il battellino sul banco di destraed esce cogli altri pacchi per la porticina).

Juhàsz                           - Scusami... è il mio figlioccio... (pau­sa) Sì.

Adele                            - (che finora ha piagnucolato) Pietro... se tu sapessi quanto ciò mi riesce difficile...

Juhàsz                           - Mi fa male la testa, cara... non pren­dertela... se non reagisco subito... Tutto que­sto mi è venuto addosso troppo inatteso... Tu sei stata un po' crudele...

Adele                            - Uccidimi, Pietro.

Juhàsz                           - ... ma eri sincera. Non potevi agirediversamente... e anche tu soffri.

Adele                            - Pietro, io non sono capace di ingan­narti. Ti voglio tanto bene che non posso farlo, (piange) Non costringermi.

Juhàsz                           - Che vuoi che faccia? Se vuoi esser di un altro?... Io sono un povero bottegaio... Un uomo. Va. Quello è di certo uno supe­riore a me.

Adele                            - No, no!

Juhàsz                           - Se mi lasci per lui!

Adele                            - Non sono capace di spiegartelo, Pie­tro... Il superiore tra voi due sei tu, e pure... ma non riesco a spiegartelo...

Juhàsz                           - E' più giovane, più bello?

Adele                            - Tu non sai chi è...

Juhàsz                           - Enon voglio saperlo? cara!

Adele                            - Sento di dover darti... un nuovo do­lore, ma tu verresti a saperlo presto anche da solo.

Juhàsz                           - Verrei a saperlo presto? (pausa).

Adele                            - E' Oscar.

Juhàsz                           - Oscar... il nostro Oscar?

Adele                            - Sì. (pausa).

Juhàsz                           - Ma questo è... questo è...

Adele                            - (con ardore) L'amo, Pietro e lui mi adora. Ce ne andremo da Budapest e non ci vedrai mai più.

Juhàsz                           - Oscar...

Adele                            - Vedi, avremmo potuto ingannarti. Poiché vivevamo uniti come una famiglia. E tu non saresti venuto a sapere nulla. Ma a un uomo come te... e anche Oscar non ne era capace. Anch'egli ti vuol bene da fratello.

Juhàsz                           - Lo so. Voi mi volete bene.

Adele                            - Andremo a stare a Berlino, là ci aspetta una nuova vita, tu non puoi capire ciò... tu non hai lo spirito avventuroso... la voglia di evadere da questa gabbia... da que­sta « Cassa »... in una nuova vita sconosciu­ta... divenire ricchi, dominare gli altri... via di qui... Permettimi che lo chiami...

Juhàsz                           - Se lo vuoi, tanto...

Adele                            - Lui ti vuol bene... è tanto addo­lorato... (va verso la porticina) Oscar! (ri­torna).

Oscar                             - (entra adagio e addolorato. Si sofferma) Sa tutto?

Adele                            - Sì.

Oscar                             - Doveva venire quest'ora.

Juhàsz                           - Non parliamone, ragazzo mio.

Oscar                             - (declamando) il nostro contegno...

Juhàsz                           - Non ci penso. Penso al miocon­tegno.

Oscar                             - Io vedo già che tu agirai con no­biltà.

Juhàsz                           - Con nobiltà.

Oscar                             - Se vuoi, sei libero di ammazzarci.

Juhàsz                           - No. Non voglio sbarrarvi la strada.Non so se un cavaliere corretto parli così.

Adele e Oscar               - (unisono) Sì, così.

Juhàsz                           - Il mio sentimento mi detta di par­lare così.

Oscar                             - Fra tutti quelli che ho conosciuto, tusei il più... il più. (bacia repentinamente gli la mano).Sei pazzo?

Juhàsz                           - Oscar Scusa. Voglio prometterti una cosa prima che ci separiamo per sempre. E te lo giuro sulla mia vita... Il denaro te lo man­derò il primo giorno che abbia a mia dispo­sizione mia somma.

Juhàsz                           - Che denaro?

Oscar                             - (guarda Adele).

Adele                            - (imbarazzata, presto) Prima non potevo dirtelo... perché si può capirlo solo così, tutto insieme. Queste novantaduemila corono, io non le ho spese... ma le ho date a Oscar...

Oscar                             - (presto) Cioè non a me ma all'azien­da a Berlino di cui io sono divenuto socio, un magazzino Stoger e Compagni. Stoger è Stoger, ce Compagni » sono io, cioè prima era stabilito che sarei stato «compagno », ma pensando che il danaro era anchedi Adele... abbiamo fatto « Compagni » perché voglio la maggior correttezza...

Juhàsz                           - Ti ha dato il denaro?

Oscar                             - Io non volevo. Io vivo anche di pane e acqua. Ma non posso portar via Adele... in una miseria di commesso... scusami! Dovevo pensare al suo avvenire!

Juhàsz                           - Se te l'ha dato lei, è il tuo.

Oscar                             - Tu avresti tutte le ragioni di maledir­mi se te la portassi via in una vita incerta. E' stato per un riguardo anche verso di te.

Juhàsz                           - Devo riconoscere che hai agito pru­dentemente.

Oscar                             - Io posso andare a testa alta. Puoi pensare quello che vuoi, ma noi due ci sia­mo amati come due bambini. Con purezza! Ci tengo a dichiararlo!

Juhàsz                           - Ma senti!... lei ora è ancora mia moglie... e in nome di lei rifiuto questo tono. La sua purezza è fuori dubbio.

Oscar                             - (aggressivo) Me l'aspettavo da te quest'opinione. (Filippo compare alla porticina).

Filippo                           - Il signor Juhàsz al telefono!

Juhàsz                           - Sì. (via per la porticina. Filippo lo segue ma squadra prima con freddezza Adele ed Oscar).

Adele                            - (d'un tratto) Perché gridi con lui?

Oscar                             - Fidati della mia psicologia. Tu pian­gi e io grido. Prendi il tuo cappello; il suo contegno è troppo commovente, è meglio che tu prenda il tuo cappello...

Adele                            - Ma congedarsi...

Oscar                             - Mettiti il cappello, te l'ho già detto, so bene quello che dico, non farmi venire il batticuore. (Juhàsz entra).

Juhàsz                           - Tua sorella ha telefonato se cenia­mo a casa. Le ho detto che... che non lo so.

Oscar                             - Adele va da sua madre.

Juhàsz                           - Subito?

Oscar                             - Subito (pausa).

Juhàsz                           - Già... stasera... non verrai a casa?

Oscar                             - Abbiamo deciso che dopo averti con­fessato tutto... lei non ha più nulla da fare nella sua casa di prima. E per te sarebbe un dolore... ed è il nostro dovere d'aver riguar­do colla tua... come si dice... colla tua anima ferita.

Adele                            - Abbiamo deciso così per delicatezza.

Juhàsz                           - Avete ragione. E' meglio così.

Adele                            - Io andrò da mia madre, Oscar par­tirà domani per Berlino, e fino a che il pro­cesso di divorzio non sia finito non lo vedrò.

Oscar                             - Colla maggior correttezza. Tutto col­la maggior correttezza, come siamo obbli­gati col tuo nobile cuor d'oro. E prendi la mia parola d'onore che ti manderò il denaro non dal primo guadagno netto, ma già dal primo incasso lordo che avrò, te lo manderò nell'ora che l'abbia incassato (gli dà la mano).

Juhàsz                           - (ad Adele che nel frattempo si è ve­stita) Allora non ti vedrò... per molto tem­po... forse mai più!...

Oscar                             - (nervoso) Ti prego di non parlare così. E di non pensare così. Io voglio, che se tu una volta venissi a Berlino sii nostro ospite e ti senta come in casa tua.

Juhàsz                           - Te ne ringrazio.

Oscar                             - E non tirar in lungo questi minuti del congedo. Perché bisogna aver riguardo al mio vizio cardiaco. Sai che mi nuoce l'ec­citamento... E non posso guardarti nella tua sofferenza...

Adele                            - Addio, Pietro, baciami.

Juhàsz                           - (bacia Adele) Non piangere, Adele. Questa è la più grave ora della mia vita, ma tu hai agito come poche tra le donne avreb­bero agito. Eh, su colla testa, e sorridimi. Sei stata una buona moglie... e mi sarai, una buona amica. (Adele annuisce di sì) Vuoi che t'accompagni da tua madre?

Adele                            - No, no... Prenderò una vettura. Ad­dio, Pietro.(Annuisce col capo ed esce con passi lesti sulla strada. Pausa breve).

Oscar                             - Una parola ancora degli affari, Pie­tro. Poi anche noi ci saluteremo. Io ho par­lato coli'avvocato Singer...

Juhàsz                           - Vero?

Oscar                             - Ero obbligato anche di pensare a che tu non fallissi, (gli dà uno scritto) Ecco lo scritto. Conservalo, leggilo a casa. Vi è che i creditori, conoscendo la tua onestà pro­verbiale, non hanno chiesto il fallimento contro di te, ma aspetteranno un mezzo an­no per queste novantaduemila corone che m'hai imprestato tu.

Juhàsz                           - Imprestato... io? Ah sì! Sì.

Oscar                             - Io queste novantadue mila te le man­derò... forse fra due settimane, forse fra due o tre mesi, ma entro un mezzo anno di certo.

Juhàsz                           - (guardando lo scritto) Sì.

Oscar                             - Ma i creditori hanno un'unica condi­zione. Il negozio sarà diretto non più da te ma da un perito che manderanno loro.

Juhàsz                           - Un perito?

Oscar                             - Loro sai... come devo dirti... giudi­cano male la tua personalità... Loro sono commercianti e non poeti come te... e in molte cose hanno ragione... Tu non sei ener­gico coi debitori... e col personale... quando dovresti esser duro ti intenerisci... quando dovresti schiaffeggiare, perdoni... qui oc­corre il pugno forte che assesti un po' questa bottega sgangherata. Prima l'hanno chiesto a me, ma io no... Loro non devono sapere che cosa sia successo fra noi, ho risposto che andrò all'estero. La cosa principale è che ap­pena tu abbia depositate le novantaduemila corone, il negozio sarà di nuovo tuo.

Juhàsz                           - E il perito... quando verrà?

Oscar                             - Dopo che io sia partito.

Juhàsz                           - Mi dicevi prima... che partirai do­mani.

Oscar                             - Sì.

Juhàsz                           - E allora?

Oscar                             - Domani mattina alle otto il nuovo ge­rente sarà qui.

Juhàsz                           - Cioè... questo negozio non è più il mio... Non devo più venire da domani mat­tina.

Oscar                             - Oh, Dio, come sei crudele! Se vuoi, puoi venirci!

Juhàsz                           - Come un commesso nel proprio ne­gozio?

Oscar                             - Non parlarmi così, ti prego. Non stra­ziarmi. Scusami ti prego. Perdonami. Non ho meritato questo tono da parte tua. Io ho fatto tutto che mi era possibile... Ho corso, ho bussato, ho negoziato... (sempre più indignato) Perdonami, ti dico. E il denaro, sulla mia parola d'onore...

Juhàsz                           - Lo so.

Oscar                             - (gli prende la mano) Allora, addio. (indica la porticina) Andrò per qui, perché non voglio neppur mettere il piede nella strada dove va Adele prima che la sentenza di divorzio sia pronunziata, (davanti la por­ticina) Ti prego di non guardarmi così... Non volevo trascinarla in una vita di stenti e non sono un mascalzone, (esce).

Juhàsz                           - (rimane solo. Guarda la lettera poi la mette in tasca. Guarda attorno, nel negozio. Poi si siede stando a destra e fissa davanti a se).

Paola                             - (dalla porticina con delle lettere).

Juhàsz                           - Che c'è, Paola: lei è ancora qui?

Paola                             - Prego, signor principale, per gli im­permeabili. Il signor Oscar m'ha mandata dalla signora (s'accorge dell'assenza di Ade­le, pausa)... La signora era un po' nervosa, non stava ad ascoltarmi... d'altra parte mi pare molto opportuno di ordinarne alcuni... (aspetta la risposta).

Juhàsz                           - (assorto, fissa davanti a se) Sì. (pausa).

Paola                             - Signor principale: dice di ordinarli?

Juhàsz                           - (la guarda) Come? Ah, sì.

Paola                             - Che ne ordini una diecina? (pausa).

Juhàsz                           - Allora, cara Paola, per essere breve, l'affare è così... Questo negozio, da domani mattina, non è più mio.

Paola                             - Non è più del signor Juhàsz?

Juhàsz                           - Non perdiamo troppe parole, Paola. Mia moglie m'ha piantato e se ne va a Ber­lino, col signor Oscar... ed io sono fallito, Paola... perché domani mattina vi starà il procuratore dei creditori... e sarà lui il principale, il principale di Filippo... e di lei, si­gnorina Paola... e che si rompa lui la testa se ci occorrono impermeabili o no (pausa).

Paola                             - No... non trovo parole.

Juhàsz                           - Non dica nulla. Anch'io non ho detto nulla. Nemmeno una parola. E lasci il lavoro, non rovini i suoi occhi.

Paola                             - Il signor principale è così sventurato... e pensa ai miei occhi?

Juhàsz                           - Non ho... nulla, io!

Paola                             - Ma ciò che deve provare...

Juhàsz                           - Fa male. Sono rimasto qui come un albero nel giardino pubblico... che serviva solo a dar occasione agli amanti... ad incon­trarcisi sotto...

Paola                             - ... e a lasciarlo...

Juhàsz                           - M... ma incidendo prima col tempe­rino affilato i loro nomi...

Adolfo                          - (viene dalla porticina col bastone).

Juhàsz                           - Che cosa c'è?

Adolfo                          - Sono le otto, signor principale.

Juhàsz                           - (ancora stordito) Sì. Adesso chiudi sul serio,

Adolfo                          - (Adolfo esce ed abbassa a metà la serranda).

Conte                            - (la voce dalla strada) Ehi, si fermi! (passa chinato sotto la serranda. Indossa pel­liccia e cuffia d'automobile).

Adolfo                          - (lo segue col bastone, ghignando).

Conte                            - (ad Adolfo) Mi pare ce l'abbiate pro­prio con me.

Adolfo                          - Ossequi all'eccellenza il conte!

Conte                            - Mi viene sempre incontro colla lunga stanga. Non mi vuole tanto bene, eh?

Adolfo                          - (ghigna).

Conte                            - Cambiate sistema, vi prego. Ecco, per voi... (gli dà qualche moneta). Eccovi due lire... ma vogliatemi più bene.

Adolfo                          - (vuol baciargli la mano).

Conte                            - Lasciate, lasciate.

Adolfo                          - (via dalla porticina).

Conte                            - (viene nel proscenio) Mi vuole sempre chiudere sul naso la serranda, (lo fissa) Ma dica, che c'è? Juhàsz, è così solenne!

Juhàsz                           - Eccellenza... non so nemmeno come dire ali 'eccellenza...

Paola                             - (si avvia).

Juhàsz                           - Rimanga pure signorina Paola.

Paola                             - Devo guardare se il berretto per il costume è arrivato.

Conte                            - Grazie tanto, piccola Paola.

Paola                             - S'immagini, signor conte(via dalla porticina).

Conte                            - Allora? Che c'è di male?

Juhàsz                           - Nulla di male, eccellenza. Ma poco prima è stato così gentile a ripetere... quello che m'ha detto sempre... (gli porta una sedia) S'accomodi...

Conte                            - Ebbene? (si siede).

Juhàsz                           - Che a Pusta-Gè c'è uno scrittoio... ove io... per bontà paterna di sua eccellenza... mi potrò sedere.

Conte                            - Sì, sì. Ebbene?

Juhàsz                           - Da allora... questo scrittoio è dive­nuto già attuale...

Conte                            - Come? In un quarto d'ora?

Juhàsz                           - In un quarto d'ora.

Conte                            - Strano, (guarda attorno) Dov'è sua moglie?

Juhàsz                           - Ci siamo, eccellenza.

Conte                            - Non la capisco Juhàsz.

Juhàsz                           - Mia moglie si divorzierà da me e sposerà il signor Oscar. Domani mattina un perito verrà nella bottega, e l'occuperà in no­me dei creditori ed io in questo momento sono libero come un uccello, come...

Conte                            - (con gioia) Caro Juhàsz, lei non è un uccello, lei in questo momento è già il diret­tore dell'azienda per l'esportazione del formaggio di Pusta-Gè, anzi il direttore generale.

Juhàsz                           - La bontà di sua eccellenza è infi­nita...

Conte                            - La bontà del formaggio di Pusta-Gè è infinita e la mia fortuna è infinita di esser riuscito a poterla prendere con me. Questo formaggio non l'avrei affidato nemmeno a mio fratello... solo a lei, Juhàsz.

Juhàsz                           - Sono contento...

Conte                            - ... io! Quando verrà? Venga stasera, con me.

Juhàsz                           - Ma eccellenza, le mie cose, il mio alloggio...

Conte                            - Alla breve: quando?

Juhàsz                           - Oh... Dio... verso la fine della setti­mana.

Conte                            - Appena sia possibile. Se ci fosse già da ieri, mi piacerebbe di più. (si alza in pie­di. Paola entra per la porticina) Organizze­remo l'azienda. Ne faremo una Ditta mon­diale! « Cheese of Pusta-Gè, Lted Co » e la finiremo col signor Goldberger, mio vicino, che mi fa la concorrenza... Ma scusi, povero amico, come sono egoista, nella mia gioia mi sono completamente dimenticato la sua scia­gura...

Juhàsz                           - Ed io i berretti di sua eccellenza... (s'avvia) mi scuserà.

Paola                             - I berretti sono giunti in questo mo­mento.

Juhàsz                           - Uno di essi bisogna impachettarlo colla livrea (via per la porticina. Pausa).

Conte                            - Ebbene, signorina Paola? Che ne dice lei?

Paola                             - E' di un bel velluto rosso.

Conte                            - Che?

Paola                             - Il berretto.

Conte                            - Non penso a questo, bambina. Che ne dice di questa tragedia famigliare?

Paola                             - Che posso dirne, eccellenza, (s'avvi­cina) Ho perduto il mio posto.

Conte                            - Come? Juhàsz non la consegna ai suoi successori ?

Paola                             - Oh, il signor Juhàsz lo farebbe, ma la mia mamma sta troppo in pensiero perme... e non mi lascerà lavorare sotto un al­tro principale... Si fida soltanto del signor Juhàsz... m'ha affidata a lui come ad un se­condo padre... ed io non oso contraddire la mamma...

Conte                            - (che la fissava fino ad ora) Pec­cato. Mi dispiace molto che non potrò vederla d'ora in poi.

Paola                             - Oh, prego...

Conte                            - Anche se rimanesse col nuovo procu­ratore... Io non ci verrò più. Venivo soltanto per Juhàsz. Mi ha fatto, però, sempre un grande piacere... quando sono venuto qui ve­dere la piccola Paola... La signorina Paolo così graziosa e gustosa...

Paola                             - Mi... mette in imbarazzo...

Conte                            - Perché il mio cuore non ha vent'anni e nemmeno diciannove... ma diciotto, se bi­sogna... e diciassette quando la gentile signo­rina Paola mi guarda coi suoi begli occhi.

Paola                             - Ma, eccellenza...

Conte                            - Lasciamo quell'eccellenza.

Filippo                           - (entra per la porticina. I due non se ne accorgono).

Paola                             - Oh Dio, se almeno sua eccellenza non dicesse che io la considero come un uomo vecchio...

Conte                            - Bene, bene! Cattiva lei.

Paola                             - I suoi capelli bianchi... sono belli., e se sapesse quanto io sia nauseata di questi giovani di oggi... e se vedo un vecchio così nobile... Dio mio, mi scusi, devo andare a prendere il pacco... (s'avvia).

Conte                            - Bene, bene, lo porterà Juhàsz. Non mi derubi di questo ultimo minuto...

Paola                             - (con civetteria) Ultimò?

Conte                            - Lei tornerà dalla mamma, io a Pu­sta-Gè... lei è intelligente, non sono stupido nemmeno io... Si potrebbe incontrarci qui a Pest... Ma un vecchio deve badare a sé come una ragazzina... ed io vorrei essere un bra­vo vecchio, così... mi scosterò silenzioso da lei... piccola Paola... questo povero Juhàsz mi è fallito proprio nel tempo propizio... (Juhàsz entra).

Juhàsz                           - (viene con due pacchi per la porti­cina) Ecco, eccellenza, i due pacchi, (va verso la porta) Li darò allo chauffeur. (via dalla porta).

Filippo                           - Abbiamo fatto un pacco di una li­vrea col relativo berretto.

Conte                            - (volgendosi) Ah, il caro signor Fi­lippo è anche qui?

Filippo                           - Sono qui, eccellenza.

Conte                            - Dunque, (rivolto a Paola) addio, si­gnorina Paola.

Paola                             - (si china profondamente) Eccellenza!

Conte                            - Non mi dà la manina?

Paola                             - Oh scusi... (una stretta di mano).

Conte                            - (verso Filippo) Buona sera.

Filippo                           - Deferenti ossequi, signor conte.

Conte                            - (alla porta) Ora può venire l'uomodalla stanga (esce).

Juhàsz                           - (voce di fuori) Buon viaggio e buo­na notte eccellenza. (L'automobile parte).

Juhàsz                           - (entrando) Allora bambini... è ora di andare (tira fuori il cassetto dalla macchi­na contatore portandolo via per la porticina).

Paola                             - Allora... ci salutiamo anche noi, si­gnor Filippo. Lei rimarrà.

Filippo                           - Rimarrò. E' una furba ragazza, lei,Paola.

Paola                             - Io? Perché?

Filippo                           - Vada, vada! Ho sentito tutto, io!

Paola                             - Qualcosa di male, forse?

Filippo                           - Di male: nulla. Di furbo: molto.

Paola                             - Che modo di parlare!

Filippo                           - Sa bene lei come parlare colla gen­te. Ma ora è tardi coli'intelligenza. Non c'è più Juhàsz né il conte né appuntamento.

Paola                             - Lo crede?!

Filippo                           - Lo credo. Il conte l'ha rifiutata.

Paola                             - (seccata) Se ne rallegra presto, Fi­lippo.

Filippo                           - Ha pigliato una doccia fredda.

Paola                             - E' così sicuro che non vedrò più ilconte?!!

Filippo                           - Oh bella!

Paola                             - (sempre più seccata) Qui, stasera, sisono cambiate molte cose, signor Filippo.

Filippo                           - Con me, nulla è cambiato.

Paola                             - (eccitata) Ma con me: sì! Andrò aPusta-Gè, dall'eccellenza.

Filippo                           - Santo cielo! (batte le mani l’unacontro l'altra).

Paola                             - Viene qui da tre anni con me e non mi conosce?

Filippo                           - E questo... quando l'ha deciso?

Paola                             - Ora... in questo momento... (molto eccitata) Mi torturava qui da un anno, la signora... l'ha visto anche lei... mi trattava come un cane... che crede, perché l'ho sop­portato?

Filippo                           - Signorina Paola!

Paola                             - (ancora più eccitata) Perché l'ho tol­lerato? (mostra alla porta) Per il mio avve­nire, caro Filippo... per il mio avvenire cheè uscito or ora che è partito or ora coll'automobile. Ma io lo seguirò, signor Filippo! Qui tasserà, molte speranze sono fallite... ma nessuno ha perduto più di me. Già da un anno... mi mangia cogli occhi... ed io... ada­gio e con prudenza... spingevo innanzi le cose... non per un'avventura meschina, Filip­po.... ma io vivo qui, sospiro e spasimo tra le coperte d'automobile foderate con cuoio... che viaggiano poi fino a Parigi... ad Ostenda... e tra i bei veli d'automobile... a Lon­dra... a Montecarlo... al gran mondo, alla vita felice e splendente... Io voglio vivere, signor Filippo, vivere, vivere... ed ora d'un tratto... perché questa bottega è fallita... devo finirla? No, caro Filippo, non mi lascio scap­pare questa bell'eccellenza!

Filippo                           - Non la lascia scappare?

Paola                             - La seguirò a Pusta-Gè. Il resto...farò io!

Filippo                           - E a sua madre... che cosa dirà?

Paola                             - Che m'ha portata il signor Juhàsz consé. Con lui mi lascierà.

Filippo                           - E che dirà al signor Juhàsz?

Paola                             - Che... che non voglio abbandonarlo nella sua sciagura. Che non posso lasciarlo.

Filippo                           - Anche lei l'inganna? Anche lei?

Paola                             - Sì!

Filippo                           - Ne abusa... per questi fini?

Paola                             - Odio la miseria, signor Filippo.

Filippo                           - Inaudito!

Paola                             - Ogni ribellione è inaudita e questa è la mia. Non invecchierò alla macchina da scrivere. Lo giuro. E non sfiorirò in un ufficio buio.

Filippo                           - Bene... ma che lo faccia proprio a Juhàsz...

Paola                             - Me ne infischio di tutti! Solo, io, chi mi sbarra la strada lo mando al diavolo, chi mi porta sulle spalle mi gli siedo a cavalluccio sulla schiena. E da Juhàsz mi faccio portare.

Filippo                           - Questa non è più perfidia. Questo è l'egoismo di una bambina. E come le fulgono gli occhi!

Paola                             - Questo è il giorno decisivo della miavita.

Filippo                           - E se io ne informassi il signor Ju­hàsz?

Paola                             - M'ha seccata tanto... fino che le ho detto tutto... sono stata stupida... Ma è sicu­rissimo che lei non gli dirà nulla. Una per­sona che tutti amano non saprà mai delle cose simili...

Juhàsz                           - (viene dalla porticina col bastone e cappello nella mano) Allora... cara si­gnorina Paola... ho ancora quest'ultimo dove­re doloroso. Io l'ho presa dalla sua mamma per esserle padre in luogo di suo padre... ora devo restituirgliela... Io... mi deve scusare per il tono burocratico... la licenzio... ma già domani stesso farò di tutto perché il nuo­vo proprietario la riconfermi.

Paola                             - (decisa) Non occorre signor princi­pale.

Juhàsz                           - Non vuole conservare il suo posto?

Paola                             - No. .

Juhàsz                           - Ma perché?

Paola                             - Perché io... io verrò con lei, signor principale.

Juhàsz                           - Con me?

Paola                             - Con lei... Dovunque andrà. Se in esi­lio, allora là. Se nella miseria, allora nella miseria.

Juhàsz                           - Ma io... andrò in un piccolo impie­go... in un sobborgo... a casa del diavolo...

Paola                             - Dovunque... io rimarrò con lei.

Juhàsz                           - (depone cappello e bastone) Con me... Signorina Paola?

Paola                             - Con lei!

Juhàsz                           - Oh Dio, come ho meritato tanto?...

Paola                             - Qualche lavoro da scribacchina lo troverò...

Juhàsz                           - Ma tanta bontà... Una vita in lorosignorina Paola... vuole Lasciare Budapest... queste grandi possibilità, ora, che tante nuove aziende... col suo talento e col suo zelo...

Paola                             - Signor principale. Io me ne verrò con lei.

Juhàsz                           - Ha sentito, signor Filippo?

Filippo                           - Ho sentito.

Juhàsz                           - Che devo risponderle?

Paola                             - Mi dica che mi porterà con sé. Che continua a considerarmi come la sua figliuo­la... come la sua unica...

Juhàsz                           - Signorina Paola... io sono ora ricom­pensato di tutto il dolore di stasera... il buon Dio mi ama ancora...

Paola                             - L'amo io, signor principale e ciò è per me in questo momento la sola cosa impor­tante. Mi scuserà, ma vado a mettermi il cap­pello... (s'avvia) Il signor Filippo avrà di certo da dirle qualcosa (esce per la porticina).

Juhàsz                           - (profondamente commosso) In una piccola dattilografa... tanta grandezza d'ani­mo... vengano qui, i preti... a cercare i santi e i martiri... qui nelle piccole botteghe buie... ove s'affannano i tanti eroi ignoti... Dunque... Dunque?Dunque... per esser sinceri... Anche lei è commosso... non faccia il cinico, vecchio orso, lei... so bene io, che dietro il suo silenzio e la sua sgarbatezza...

Filippo                           - Lasciamo questo!

Juhàsz                           - E' buono come un bambino. Io co­nosco il suo cuore fedele, Filippo. Non faccia storie... lei è molto commosso.

Filippo                           - (abbassa gli occhi) Ha ragione.

Juhàsz                           - E voleva dirmi qualcosa altro?

Filippo                           - (dopo una esitazione) No... no, nien­te altro (pausa). Allora. Dio la benedica, signor principale.

Juhàsz                           - Tenga in ordine tutto fino a quando io potrò ritornare...

(Paola entra vestita. Dietro lei Adolfo colla stanga).

Filippo                           - Buona notte.

Juhàsz                           - Non accompagna a casa la signoria Paola? Lo fa sempre.

Filippo                           - Grazie... stasera... andrò in un'altra direzione. Buona notte (esce). Buona notte.

Paola                             - Buona notte.

Juhàsz                           - Che ha il signor Filippo?

Paola                             - Si capisce... non è di ferro... nemme­no lui... anche lui è rattristato perché k vuol bene... (pausa).

Adolfo                          - Scusi, posso chiudere?

Juhàsz                           - Fai pure. (Adolfo esce. Pausa) Eb­bene, che c'è? Perché non tiri giù?

Adolfo                          - (di fuori, mette la testa alla porta) Guardo se non viene di nuovo l'eccellenza.! (scompare. Si ode la serranda abbassarsi).

Juhàsz                           - Allora, Paola, se mi permette la ac­compagnerò io a casa.

Paola                             - Non si disturbi, abito qui vicino.

Juhàsz                           - Fa lo stesso. Oggi, mi creda... non ho fretta.

Adolfo                          - (viene dalla porticina) La cameriera Ha telefonato che, se non vengono i signori, la cena andrà in malora.

Juhàsz                           - Dille che non andrò. Cenerò al ri­storante.

Adolfo                          - (via).

Paola                             - Ha ragione... la casa vuota, e il secon­do coperto sulla tavola...

Juhàsz                           - (di qui fino alla fine dell'atto con pianto soppresso nella gola) Non per que­sto ma... sa... mia moglie ama molto gli asparagi... gli adora... e adesso sono ancora una rara primizia... Questa mattina, ho tro­vato proprio i prima asparagi, che esistono a Budapest e di nascosto li ho mandati a casa ... E adesso che rientro... che devo dire? Se­dermi e vergognarmi di fronte agli asparagi? (pausa breve) 0 forse mangiarli tutti?

Adolfo                          - (entra e si sofferma).

Juhàsz                           - (c. s.) Aspetta, figlio mio... ti spie­gherò ancora il meccanismo del battellino... (prende il battellino, mette il cappello sulla testa, si siede dietro il banco di destra. Adolfo sta in piedi dall'altra parte del banco) Dun­que, bada bene. Perché il bambino possa ca­ricarlo bisogna sollevare questo coperchio.Lo vedi?

Adolfo                          - Sì.

Juhàsz                           - (c. s.) Allora qui sotto ci stanno due chiavi. Colla prima si caricano le ruote e allora il battellino corre sul pavimento. Col­la seconda si carica l'elica e allora il battel­lino nuota nell'acqua, se ce n'è. Ma bisogna badare molto di non caricare la chiave in senso opposto, perché la molla si strappa su­bito. E anche girandola in senso giusto, bi­sogna girarla molto adagio, come si carica un orologio, (incomincia a caricarlo) attenta­mente... così... Adagio... (gira la chiave}, mentre Adolfo l'ascolta con attenzione. Non si sente altro che lo stridere del meccanismo mentre adagio e quasi impercettibilmente cala la tela).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Il grande studio del conte sulla sua tenuta di Pusta-Gè nell'edificio dell’amministrazione centrale della tenuta. Nel mezzo della parete di fondo grande portone vetrato. A destra e a si­nistra del portone due finestre. Dietro il porto-ne una terrazza. Dietro la terrazza vasto ed an­tico giardino. Nell'angolo di destra il grande scrittoio del conte. Al proscenio a destra tavo­lino con macchina da scrivere ed incartamenti. ÀI proscenio, a sinistra un canapè, vicino alla parete, nella parete di destra e dì sinistra delle porte che conducono agli uffici. Mattina d'esta­te di sole. Il conte è seduto allo scrittoio, Do­mokos, un impiegato già vecchio, sta davantiallo scrittoio e legge i suoi rapporti da vari in­cartamenti.

Domokos                      - ... ecco quell'affare del Mate. Il signor Mate è un pessimo impiegato, la ver­gogna dell'azienda del formaggio.

Conte                            - Il favorito e protetto del sìg. Juhàsz.

Domokos                      - E' così, eccellenza! Innumerevoli volte ho cercato di metterlo alla porta, ma il signor Juhàsz non lo permette perché ne ha compassione.

Conte                            - Di questo mascalzone?!

Domokos                      - Il Mate sa parlare e lo commuove sempre. Quest'ultima volta è semplicemente scappato a Budapest, il signor Mate! Ha gozzovigliato tre giorni, ed è tornato oggi, sfi­nito. Ma ora l'ho acciuffato. Ho questa let­tera nelle mani... (tira fuori una lettera) da cui si può capire che Mate è la spia del nostro concorrente, del signor barone Goldberger.

Conte                            - Del Goldberger?

Domokos                      - Se anche dopo questo non lo met­terà alla porta!...

Conte                            - Me ne incarico io. Dov'è quel Mate?

Domokos                      - L'ho fatto chiamare. E' lì (mostra alla porta di sinistra).

Conte                            - Mi dia questa lettera. (Domokos gli dà la lettera; il conte suona).

Santha                           - (entra da sinistra. Un uomo a metà in­serviente e metà impiegato).

Conte                            - Fai entrare il Mate.

Santha                           - Sì, eccellenza! (esce da sinistra).

Domakos                       - Il signor Juhàsz col suo buon cuo­re rovina tutto il nostro personale.

Mate'                             - (viene da sinistra. E' giovane; indossa una giacca di tela bianca un po' stracciata).

Conte                            - Lei è scappato dall'ufficio. Ha gozzo­vigliato per tre giorni a Budapest.

Mate'                             - Sono andato per affari  familiari eccellenza. E il signor Juhasz…..

Domokos                      - L'anno visto tre volte al MoulinRouge.

Conte                            - La sua attività qui è finita, Mate! Stia ad aspettare fuori. Poi lo farò chiamare. Il resto lo farà il suo protettore, il signor Juhàsz. Vada, ora!

Mate'                             - Eccellenza, sulla mia parola d'onore...

Conte                            - Vada, ora! (Mate esce a sinistra).

Conte                            - (si alza) Grazie, signor Domokos, continueremo poi nel pomeriggio. Lasci qui questa lettera, (suona) Dov'è Juhàsz?

Domokos                      - L'ho visto nel cortile. Dà da man­giare ai colombi.

Conte                            - Naturalmente! (Santha entra) Faccia pregare la signorina Paola di venire.

Domokos                      - Ossequio (esce dal fondo. Santha esce a destra torna poi con Paola, per uscire poi a sinistra).

Paola                             - Buon giorno.

Conte                            - Buon giorno, raggio di sole. Presto, presto. Ora si può dire qualche parola, il guardiano è lontano... Dà da mangiare lai colombi.

Paola                             - Non sa parlare di Juhàsz se non con parole di rancore (si siede alla macchina).

Conte                            - Benché l'abbia amato come un mio figliuolo (bacia la mano di Paola). Ora pos­siamo stare tranquilli per qualche tempo. E' lontano.

Paola                             - Fa lo stesso. I suoi nervi hanno la sen­sibilità delle antenne radiotelegrafiche. Sente subito quando sto con lei. Mi trova anche ad occhi chiusi, (batte qualche poco sulla macchina) Devo fingere di lavorare. Non vorrei che sapesse che non lavoro.

Conte                            - E' un affare tremendo, cara Paola, l'ho fatta chiamare per ciò: per dirle che oggi voglio liberarmi finalmente del signorJuhàsz.

Paola                             - Oh Dio! come mi dispiace!

Conte                            - Lui ha un impiegato pelandrone, che non vuole mandar via. Questa sarà un'ottima occasione. Non si va più avanti con lui. A lei fa la guardia come un cane feroce. Colla sua bontà rovina tutto e tutti... Anche il mio formaggio, il mio bell'orgoglio è stato rovi­nato da lui! E in più devo far la commedia nel mio proprio dominio. Per poter stare in­sieme con lei devo dettare. Per poter dettare, devo fare un discorso al Senato. La patria non sa come è salva.

Paola                             - E perché attacca il Governo colle sue orazioni ?

Conte                            - Per me sarebbe lo stesso... ma se uno è dell'opposizione sembra di dieci anni più giovane.

Paola                             - (origlia) Ho sentito chiudere una por­ta, cammina nella stanza attigua. Mi dica a voce alta, per favore, una frase politica.

Conte                            - C'è da disperarsi! (a voce alta) « E il ministro dell'agricoltura crede... (Paola scri­ve alla macchina)... crede che si possa andare avanti dato questo stato di cose? ». Lo mette­rò alla porta! (a Paola) Non scriva, questo. Non si riferisce al Ministro...

Paola                             - (mentre scrive) Ma lo faccia con deli­catezza, il suo contegno è così commovente. Povero, bravo Juhàsz...

Conte______________ - (a voce alta) « Perché, illustri Sena­ tori, la nostra politica feudale ».

Paola                             - (mentre scrive) Per gratitudine, perché io l'ho seguito difende disperatamente la mia moralità.

Conte                            - Sono qui da quattro mesi, da quattro mesi ho da soffrire per questa sua gratitudine.

Paola                             - Aspettiamo che se ne vada da sé! Se ne andrà appena avrà ricevute le novantadue mila corone da Berlino.

Conte                            - Questo denaro non lo vedrà mai. Glie­lo garantisco io. Ed io devo aspettare all'in­finito questa mia felicità tardiva, sa quanto sono innamorato colla mia testa di cinquan­tenne... l'amo come uno studente... t'amo...

                                      - (s'accosta a lei) Bellezza tu! (Juhàsz entra da sinistra).

Juhàsz                           - (da sinistra con un grande libro) Scusi, devo registrarvi anche la contingenza dei maiali?

Conte                            - (furioso) La registri! (a Paola) « La politica deplorevole del Ministero d'Agricol­tura... ». (Paola picchia) A proposito, signo­rina ha copiato già il bilancio dettagliato?

Paola                             - Eccellenza, mi faceva molto male agli occhi, ma il bilancio riassuntivo è già fatto. (gli dà diversi fogli).

Conte                            - (con severità finta) Questo è trascura­tezza, signorina.

Juhàsz                           - (esce a sinistra).

Paola                             - Mi ha fatto la corte a voce alta, vede che è venuto subito?!

Conte                            - Fa lo stesso. Non posso più aspettare. Io non ho più tanto tempo nella vita. Biso­gnerebbe restituirgli le sue novantaduemila corone perché possa tornare al suo negozio.

Paola                             - Non l’accetterà mai. Piuttosto patirà la fame.

Conte                            - E' strano che gli amici non hanno mai del carattere ma sempre solo i nemici.

Paola                             - Ha visto che cattiva cera ha? E' per le inquietudini che si prende per me.

Conte                            - Lo so. Cammina tutta la notte sotto la mia finestra. Mi crede capace dell'indeli­catezza che io la seduca qui in casa mia quando è ancora la mia impiegata. Ma vero... raggio di sole... per il nostro amore occorre una cornice degna... l'auto a 120 cavalli... deve volare con noi a Parigi... di là al mare... e sosteremo sotto il cielo spagnuolo, sulla ri­va incantata, che Dio ha creato per l'amore... (s'accosta a lei).

Juhàsz                           - (entra da sinistra) Questi incarta­menti sono per la signorina.

Conte                            - (furioso) Faccia pure.

Juhàsz                           - (dà a Paola gli incartamenti) Ecco il bilancio dettagliato che sua eccellenza ha chiesto. Il signor Santha è stato così gentile da farlo lui.

Conte                            - (guarda la scrittura) L'ha scritto il signor Santha?

Paola                             - Devo confessarle, eccellenza, l'ha scritto il signor Juhàsz.

Juhàsz                           - Sì, eccellenza, non posso mentire, l'ho scritto io. (esce).

Conte                            - Dica... non è innamorato di lei que­sto Juhàsz?

Paola                             - (sincera) Che dice?! Tutto ciò è bon­tà, è pura gratitudine alla sua maniera, unpo' esagerata. Crede dì dover difendermi, perché l'ho seguito in esilio.

Conte                            - Ed io lo manderò in un altro esilio. Vedrà, vedrà!

Paola                             - Sì... ma la prego... con delicatezza...

Conte                            - Stia tranquilla. Gli dirò le lagnanze contro di lui. E poi lo metterò alle corte: o lui o quel Mate. E poiché lui non è capace di mandar via nessuno capirà che deve an­darsene lui. (amoroso) Che gioia.... far di lei la mia regina... coprirla col prodigio dell'ultimo amore (s'accosta a lei con avidità. Juhàsz entra).

Juhàsz                           - Scusi, non trovo le pecore nel re­gistro.

Conte                            - Uff... ogni cosa ha i suoi limiti!!! (cor­re alla porta di sinistra ed aprendo parla fu­rioso) Signor Santha le ho già detto mille volte che nessuno deve disturbarmi quando detto le mie orazioni politiche. Dov'è il se­gretario?! (esce. La porta rimane aperta).

Juhàsz                           - (d'un tratto, a Paola) Povera bam­bina. La perseguita col suo amore di nuovo, sto attento io...

Paola                             - Lei è allucinato, caro Juhàsz.

Juhàsz                           - Oh, perché l'ho portata a questo mostro?! Le offre del denaro! Viaggi, benes­sere! Sono disperatissimo. Io... io gli par­lerò.

Paola                             - Per l'amor di Dio! Che le viene in mente!

Juhàsz                           - Vuol cacciarmi... lo so. Gli sbarro la strada. Ma non abbia paura, bambina mia. So il mio dovere. Vi rimarrò, vigile, anche se mi volesse cacciare col bastone.

Conte                            - (entra, a Juhàsz) Ora mi lasci in pace, colle pecore. Per piacere venga più tardi. (Juhàsz esce) E' insopportabile.

Paola                             - Pare che abbia sentito qualcosa.

Conte                            - Perché?

Paola                             - Ha fatto delle allusioni ed ora mi vigi­lerà ancora di più.

Conte                            - Perché lo tollera? Deve protestare.

Paola                             - Ho già provato. Ma se mi guarda... coi suoi occhi miti...

Conte                            - Proprio questo. Ha gli occhi di un cavallo amabile. Anche me, intenerisce. Ma oggi la finirò con lui. Se entrasse di nuovo, vada fuori, cara, e mi lasci solo con lui.

Paola                             - Ora non verrà. Gli ha fatto troppo ca­pire che non deve venire.

Conte                            - Lo conosce male, (a voce alta) Ado­rata, piccola Paola... mio raggio di sole... (Juhàsz compare).

Juhàsz                           - Posso venire per le pecore?

Conte                            - Può. (a Paola con finta severità) Si­gnorina, tutto quello che ho dettato lo deve copiare in sei esemplari. E senza errori.

Paola                             - Sì, eccellenza (esce).

Juhàsz                           - Queste pecore, eccellenza...

Conte                            - Lasciamole in santa pace, Juhàsz. Qui si tratta di ben altra cosa. La sua posizione qui è insostenibile!

Juhàsz                           - Lo sento.

Conte                            - Ci sono delle lagnanze contro di lei. Troppe lagnanze.

Juhàsz                           - Se ho mancato in qualcosa, la prego di dirmelo.

Conte                            - Hanno mangiato bene i colombi?

Juhàsz                           - Se è solo per questo...

Conte                            - Gli dà troppo da mangiare. Sono grossi da non poter più volare. E se voglio farne ammazzare uno, lei interviene.

Juhàsz                           - Scusi... se...

Conte                            - Qualche giorno fa ero un po' soffe­rente, volevo mangiare un arrosto di colom­bo, ma il signor Juhàsz non l'ha lasciato am­mazzare. Il signor Juhàsz ha detto che am­mazzino piuttosto lui.

Juhàsz                           - Compiango i dolci e miti colombi.

Conte                            - E i dolci e miti bovi non li com­piange?

Juhàsz                           - Quelli non li conosco personalmente.

Conte                            - Benissimo.

Juhàsz                           - Perché io non sono capace di man­giare un mio conoscente personale.

Conte                            - (con significato) Ma io sì!

Juhàsz                           - Se fosse solo questa la mia colpa...

Conte                            - Non soltanto questa. C'è dell'altro. (furioso) Sì, c'è dell'altro. Noi due ci lasce­remo. Ma ogni volta che incomincio a parla­re di' ciò, lei mi guarda con quegli occhi... Avevo un cavallo... Trafalgar... aveva uno sguardo così...

Juhàsz                           - Grazie tante!

Conte                            - (legge da un foglio) Qui sono notate tutte le sue colpe. A Isacco Levi, mercante di formaggio, che ci deve 17.000 lire, ha con­cesso una moratoria di un anno. Perché?

Juhàsz                           - Per il formaggio, eccellenza.

Conte                            - Lo so. Ma... poi?

Juhàsz                           - ... poi questo Isacco è un commer­ciante eroico.

Conte                            - Cosa è: eroico?

Juhàsz                           - Si dibatte tra molte difficoltà. Ma credo, eccellenza, ella vuol dirmi un'altra cosa.

Conte                            - Un'altra cosa (guarda il foglio) Lei, ad un caffè notturno deve 630 lire.

Juhàsz                           - Ma non per me, eccellenza.

Conte                            - Lo so. Si è impegnato per il debito del suo favorito Mate. E quello continua ad ubriacarsi perché ha di nuovo del credito.

Juhàsz                           - Oh, eccellenza mia, lui non è in t debito per aver bevuto!

Conte                            - Ma...

Juhàsz                           - ... per delle uova sode.

Conte                            - Questo gliel'ha fatto credere il Mate. Sarebbe una consumazione di 630 uova sode in un mese. Il signor Mate le ha fatto credere d'aver consumato ventun uova sode al giorno.

Juhàsz                           - Ne ha mangiato ventidue, ma il caffettiere si è accordato su ventuno.

Conte                            - Si lascia depredare in questo modo! Scommetto che non ha nulla nella saccoccia.

Juhàsz                           - Per il momento...

Conte                            - Basta. Conosco questa parola. Signi­fica: niente.

Juhàsz                           - Non credo che sia questa l'obbie­zione vera e sincera di sua eccellenza.

Conte                            - Aspetti. Ora vengono le cose gravi. Ecco una lettera del mio amico il Lord di Devonshire, da Londra (legge). « Credo di poter farti un servizio » eccoci ce II tuo formaggio è in decadenza. Molte personalità... ed amici credono che il successo del formaggio sia stato per il suo gusto piccante ed amaruccio, ma questo gusto nell'ultimo tempo si è cambiato in un carattere dolciastro e mite che per noi inglesi ha qualcosa di antipatico ». Ha ca­pito ciò?

Juhàsz                           - Sì.

Conte                            - Prima era un formaggio con un gusto tanto pungente ed amaro che i signori inglesi ne hanno lagrimato come per il rafano. E viene il signor Juhàsz e raddolcisce col suo cuore mite il formaggio.

Juhàsz                           - Oh! non mi sono accorto che si sia raddolcito.

Conte                            - Glielo credo! Questo formaggio era prima un insulto e lei ne ha fatto una do­manda di perdono. Ne ha fatto una triste pomata...

Juhàsz                           - Che ne posso io se il mio gusto è così mite?

Conte                            - Ebbene, ragazzo mio, non tormen­tiamoci più; così non va avanti. Ora c'è qui l'affare più importante. Siamo venuti a sapere che quel farabutto vizioso di Mate... suo protetto è la spia pagata del concorrente Goldberger.

Juhàsz                           - Incolpano senza motivo questo pove­rino, eccellenza.

Conte                            - (tira fuori la lettera) Il suo protetto tradisce a pagamento gli indirizzi della nostra clientela alla concorrenza (legge) « Quietan­za per corone 300 e sono sempre a loro disposizione ». Questo uomo di Domokos lo voleva cacciare ma lei non ha lasciato. E' un traditore o no?!

Juhàsz                           - Lo è, lo è, eccellenza, io non sa­pevo dell'esistenza di questa lettera.

Conte                            - L'accetto come scusa... Ma lo si dovrà cacciare, vero?!

Juhàsz                           - Bene... allora acconsento... ma che lo cacci via Domokos.

Conte                            - Oh oh! questo poi no! Mate è della sua sezione. Mate lo caccerà via lei!

Juhàsz                           - (spaventato) Io! ?!

Conte                            - Questa sarà la mia ultima prova con lei. Ecco la lettera (gliela dà). Mate aspetta là fuori. Io ora me ne vado per cinque mi­nuti. Se entro questo tempo lei avrà licenzia­to questo galantuomo mi avrà provato che la sua debolezza non è irrimediabile. Ma se no, ci daremo l'addio per sempre, caro figliuolo. (Suona).

Santha                           - (entra).

Conte                            - Fate entrare il Mate.

Santha                           - (via a sinistra).

Conte                            - Cinque minuti!

Juhàsz                           - Eccellenza ho una sola preghiera.

Conte                            - Ebbene?

Juhàsz                           - Che siano non cinque ma dieci i mi­nuti. Per me queste cose non vanno così alla svelta.

Conte                            - Ebbene. Dieci minuti, (tira fuori l'orologio) Che ora fa?

Juhàsz                           - (tira fuori il suo) Sono le dieci e trenta.

Conte                            - Alle dieci e quaranta o Mate sarà defenestrato o lei lascerà questa casa    - (esce). (Juhàsz rimane solo per qualche attimo. Si gratta il capo. Mate entra da sinistra).

Juhàsz                           - (gli urla) E' qui, lei?!!!

Mate'                             - Porto un saluto al mio caro Direttore da Budapest, (mostra la sua cravatta) Sono stato nel suo negozio.

Juhàsz                           - Lasciamo questo!

Mate'                             - Vi ho comprata questa cravatta. La ri­conoscerà forse. Anche il vecchio commesso la saluta tanto.

Juhàsz                           - Lasciamo da parte questo! (palpa la cravatta) Grazie, molto gentile, ma la­sciamo ora queste cose.

 Mate'                            - (vivace) Il negozio lavora bene, m'ha interessato molto, se lo può immaginare. E l'aspettano con impazienza.

Juhàsz                           - Non declami adesso, caro Mate, ci sono dei grandi guai, (colla lettera) Ho avuto molti dispiaceri per colpa sua.

Mate'                             - (con falsa enfasi) Non mi parli così, signor direttore, a questo non sopravviverei. Che io muoia piuttosto.

Juhàsz                           - (tormentato) Oh, Dio, non mi dicaqueste cose feroci!

Mate’                            - Ma se...

Juhàsz                           - (energico) Poi, taccia! Ora parlo io!

Mate’                            - (indignato) Come vuole.

Juhàsz                           - O... o desiderava dire qualcosa?

Mate’                            - (indignato) Scusi, non ho fatto motto.

Juhàsz                           - Non se la prenda, sono un po' ner­voso (mostra la lettera). Oggi mi hanno dato una lettera... (la guarda) in cui lei riconosce d'aver ricevuto dal signor Goldberger 300 co­rone, (gliela mostra) E' la sua scrittura?

Mate’                            - (indignato) Scusi, se lo dice anche lei.

Juhàsz                           - La prego, non mi tormenti, signor Mate, non ho tempo da perdere. E' la sua scrittura o no?

Mate’                            - Allora... sì, è la mia.

Juhàsz                           - Sì! (pausa breve. Guarda il suoorologio).

Mate’                            - La finisca con me, per favore, so beneche vogliono questo.

Juhàsz                           - Lei è un traditore, ciò è provato.

Mate’                            - Me ne posso andare...

Juhàsz                           - Non mi tormenti, signor Mate. E' terribile il compito che devo eseguire. Si di­fenda! Perché ha accettato del danaro? Si difenda!

Mate’                            - Anche se glielo dicessi, non mi cre­derebbe.

Juhàsz                           - Non sia così testardo! ha forse... la famiglia?

Mate’                            - Ho un povero padre storpiato.

Juhàsz                           - Vede, vede! Perché non ha confi­denza con me?

Mate’                            - La gente è molto cattiva: mi volevanosoppiantare e vi sono riusciti.

Juhàsz                           - (con convinzione) Non ancora. Non si disperi, (come per incoraggiarsi) Lei ha un padre storpiato...

Mate’                            - Sì. Povero babbo storpiato!...

Juhàsz                           - Qui si sa che lei è un orfano!

Mate’                            - Calunnia! Mio babbo vive in Presburgo. Se la si può chiamare vita, questa. (con slancio) Se lo vuole sapere, ho mandato a lui le 300 corone!

Juhàsz                           - (avido) Può provarmelo?

Mate’                            - Sì.

Juhàsz                           - In che modo?

Mate’                            - Con questo (tira fuori una fotografia).

Juhàsz                           - (la guarda) Con questo? E' una fo­tografia.

Mate’                            - Sì. La fotografia del babbo. La foto­grafia del mio povero babbo.

Juhàsz                           - Ma questo è Kossuth!

Mate’                            - Gli rassomiglia soltanto. L'hanno det­to già parecchi...

Juhàsz                           - E che cosa mi prova con questo?

Mate’                            - Che... che è lui... a cui ho mandato questi maledetti soldi.

Juhàsz                           - (deluso) No, signor Mate, comincio a comprendere, che i signori non hanno torto (gli restituisce la fotografia) Questi sono af­fari tremendi ed io non mi lascio intenerire... ed io devo obbedire alla giustizia (guarda l'orologio) Lei è licenziato, signor Mate, e vada, vada, (lo spinge verso la porta sinistra)

Mate’                            - (baciando la fotografia) Povero bab­bo, non avrai più qualcuno che ti mandi un po' di quattrini i primi del mese!...

Juhàsz                           - (in gran pena) Lasciamo questo, non mi tormenti e se ne vada ora.

Mate’                            - E la mia povera bambina bionda... povera creatura illegittima... non avrà nean­che un po' di latte...

Juhàsz                           - Ha anche una figliuola illegittima? Non voglio ascoltare queste cose!

Mate’                            - Scusi. Non ho detto nulla (s'avvia)... povera piccola malata...

Juhàsz                           - (in gran pena) E' malata?

Mate’                            - L'interessa questo?

Juhàsz                           - Quanti anni ha?

Mate’                            - (si asciuga le lacrime) Due. La madre è morta. Crede che ci sia un fiore sulla sua tomba ?

Juhàsz                           - E' terribile... quello che lei sta fa­cendo con me!... E' sicuro che dice una bugia, ma non posso resistere... (guarda l'orologio).

Mate’                            - Ha una testolina con capelli d'oro.

Juhàsz                           - Le dieci e trentasei. Lei è licenziato! (si chiude gli orecchi).

Mate’                            - Ma sa dire già: « babbo ». Mi dice: ce babbo mandaci denari ».

Juhàsz                           - Non sento nulla.

Mate’                            - Un piccolo angolino esile e debole. Come potrei mantenere io un povero vecchio e un bambino malato con 400 mensili?

Juhàsz                           - (colle mani sulle orecchie) Io non sento nulla, io non l'ascolto, io sono il suo capo ufficio!

 

Mate’                            - (gridando) Ch'io li lasci perire!? Solo per la farmacia ci occorre un patrimonio!

Juhàsz                           - Non sento quello che mi dice e la licenzio!

Mate’                            - Il dottore le ha ordinato del fosforo... e del latte.

Juhàsz                           - Non sento nulla.

Mate’                            - Un povero bambino agonizza per la via della fame... sospira «babbo babbo »... E' possibile di non sentirlo?

Juhàsz                           - (erompe) Sì, non è possibile. Ha ragione, non è possibile... non si è bestie fe­roci., e piuttosto... Oh Dio che tormento... No! Io la licenzio! (si corregge) Non la li­cenzio! Posso io sapere se dice delle bugie o la verità? Che mi lascino, in pace! Sono un povero disgraziato come lei! Prego, s'acco­modi! Vuole fumare? C'è qui una sigaretta!

Mate’                            - (si asciuga le lacrime) Grazie! Fumo soltanto sigari!

Juhàsz                           - Si serva pure! Non questo. Un ava­na! Non pianga! Mi dica piuttosto che ha mentito.

Mate’                            - Scusi, con quattrocento mensili...

Juhàsz                           - Ha ragione...

Mate’                            - Duecento lire le mando al babbo, centocinquanta al ragazzino... (su un gesto di Juhàsz si corregge) alla ragazzina, che viva con cinquanta lire, se si può!

Juhàsz                           - Terribile! (tormentato) Come si può trattare, diamine!

Mate’                            - Se avessi ancora qualcosa da portare al monte. Non ho più nulla.

Juhàsz                           - (giocherella colla catena dell'orologio) Se avessi soldi... ma per il momento... me ne vergogno molto...

Mate’                            - (fissa la catena di Juhàsz) Se avessi un orologio o una catenella!?

Juhàsz                           - (tira fuori l'orologio) E che malat­tia ha la bambina?

Mate’                            - Anemia. Rachitica.

Juhàsz                           - Poverina (stacca l'orologio dalla ca­tena).

Mate’                            - (fissa l'orologio) Perché non sono in condizioni di nutrirla.

Juhàsz                           - (gli consegna l'orologio) Bisogna darle latte, molto latte.

Mate’                            - (l'orologio nella mano) Che cosa è?

Juhàsz                           - Un orologio d'oro!

Mate’                            - Ma scusi      - (vuol restituirglielo).

Juhàsz                           - La prego di non offendersi! (lottan­do con Mate) Prego, lo prenda, lo prenda!, Le daranno duecento corone e lo disimpegne­rà quando potrà.

Mate’                            - (lo mette in tasca. Con voce commossa) Uomini come lei ci ridanno la fede.

Juhàsz                           - Non pianga. Proverò a parlare con sua eccellenza...

Mate’                            - Sua eccellenza è buona, sarei andato a parlargli... ma vede (mostra la sua giacca) così non posso presentarmi! Questa giacca me l'ha imprestata il barbiere perché la mia unica giacca l'ho venduta al capo cameriere. Così non posso presentarmi.

Juhàsz                           - (afferrando la propria giacca con ghi­gno tormentato) Mi toglie la giacca da dosso!

Mate’                            - (gli balza accanto) Ma, per Dio... non vuole forse...

Juhàsz                           - No, no. Ma non continui, se no me la toglierò. Mi conosce già troppo, lei! Oh Dio... quanta miseria c'è in questo mondo!

Mate’                            - Lei mi ha salvato, signor Juhàsz. Mi ha ricondotto sulla    - (strada retta   - (piange).

Juhàsz                           - Caro, buon amico... non ne posso più... non posso permettere che perisca! Si fidi di me, caro ragazzo! Sia buono! (l'ab­braccia, con voce commossa) Io l'assisterò, lo aiuterò! (il conte compare nella porta del fondo) Sarà come sarà, io le ho perdonato... e le aumento la paga!

Conte                            - (entra).

Juhàsz                           - (s'accorge del conte, si stacca da Mate)      - (Pausa breve).

Conte                            - Lo ha buttato fuori a perfezione, si­gnor Juhàsz!

Juhàsz                           - (sconcertato) Eccellenza...

Conte                            - Le ho dato dieci minuti per licenziar­lo. Che ora è?

Juhàsz                           - (fruga nelle tasche) Non glielo so dire, eccellenza.

Conte                            - Dov'è il suo orologio.

Juhàsz                           - (c. s.) Non so, eccellenza.

Conte                            - Poco fa l'aveva ancora (a Mate) Si tolga via di qui. (Mate esce a sinistra) L'ha dato a lui.

Juhàsz                           - (tace).

Conte                            - L'ha perdonato e gli ha aumentata la paga.

Juhàsz                           - (tace).

Conte                            - In più gli ha dato l'orologio d'oro che le ho regalato dieci anni fa!

Juhàsz                           - Anche se mi tagliasse in quattro pez­zi io non posso guardare la sofferenza.

Conte                            - Ma non bisogna guardarla.

Juhàsz                           - Come fare se me la mostra?

Conte                            - No, Juhàsz! Lei è come una macchinaautomatica. Basta introdurre qualche lagrimae ne esce subito il perdono. Soltanto una macchina automatica guasta, perché anche a metterci un bottone da calzoni, manda fuori la cioccolata.

Juhàsz                           - Chi ha da portare un peso così gra­ve nella sua vita come è un cuore ipersensi­bile, non è atto per il commercio e l'agricol­tura.

Conte                            - (grida) Senta, non mi guardi così. E' terribile! Sono entrato colla ferma deci­sione di licenziarla entro due minuti, (più arrabbiato) E' terribile! Ora sono io il Juhàsz! (urla) La devo defenestrare perché abbrac­cia i miserabili!

Juhàsz                           - Si capisce! Un uomo così è peggio di cento impiegati fannulloni. E' da buttar fuo­ri, ma così presto che i suoi tacchi non toc­chino la terra.

Conte                            - Come mi parla! La mia famiglia è cristiana da novecento anni. C'erano venti arcivescovi nella mia famiglia: io avrei do­vuto essere il ventunesimo. E come mi guarda!

Juhàsz                           - Dai miei occhi non deve lasciarsi in­fluenzare. Scusi... (gli volge le spalle).

Conte                            - Questa fiducia! Questo ottimismo! (siaccosta a lui) Lei emana tutta la ingenuità dei fanciulli... Mi può già guardare... (Juhàsz lo guarda) Lei... vecchia pecora... non si può farle altro... che abbracciarla come un bam­bino... (l'abbraccia).

Paola                             - (entra da destra).

Conte                            - (si stacca da Juhàsz) Vada, bambino, ai colombi, e dica loro che neanche la vecchia eccellenza poteva ammazzare la sua cono­scenza personale.

Juhàsz                           - (va da Paola, le stringe la mano ed esce orgoglioso a sinistra).

Paola                             - Se fossi entrata un momento più tardi l'avrebbe anche baciato.

Conte                            - Possibile. Non avrei creduto, raggio di sole, che dovrò ancora lottare tanto per la mia felicità.

Paola                             - Mentre lei lottava, mi è venuta un'ot­tima idea.

Conte                            - Che sarebbe?

Paola                             - Un sistema per mandarlo via con deli­catezza. Per non fargli del male. Lui se ne andrà... con felicità.

Conte                            - Oh Dio, è possibile?

Paola                             - Sì. Ma costa. Molto denaro.

Conte                            - Fa lo stesso. Sono disposto ad arrivare fino al milione.

Paola                             - Non occorre. Juhàsz può riavere ilnegozio per novantaduemila corone. E que­sto denaro non lo darà lei.

Conte                            - Ma chi ?

Paola                             - Quello da cui lo aspetta: l'Oscar. Di­remo che gliel'ha mandato da Berlino.

Conte                            - Comincio a capire. Non è mica male.

Paola                             - Il cassiere gli pagherà le 92.000 co­rone accludendo una lettera che il denaro gli fu inviato per mezzo di una banca berlinese da Oscar. E lui tornerà a Budapest... nel suo

negozio...

Conte                            - (felice) Ottimo... una vera trovata femminile... E subito...

Paola                             - In dieci minuti, per fabbricare una lettera così.

Conte                            - In dieci minuti avrà i soldi. In con­tanti. Ma la vera gioia è mia perché vedo che anche lei...

Paola                             - No, non ancora... solo mi sconcerta questa brava persona... colla sua lotta eroica... ho scrupoli di coscienza... e se deve già an­darsene... che se ne vada contento anche lui.

Conte                            - Vado dal cassiere... E le bacio le ma­nine... e la fronte... questa bella fronte in­telligente...

Paola                             - Non sarà troppo tutto in una volta?

Conte                            - Adorata! (vuole eseguire. Juhàsz en­tra da sinistra).

Juhàsz                           - Tutti i colombi sono volati via...

Conte                            - (gaio) Non fa nulla, Juhàsz. Ritorneranno  (via da sinistra. Pausa).

Juhàsz                           - L'ha toccata. La tocca colle mani.

Paola                             - E m'ha baciata la mano.

Juhàsz                           - Piccola Paola, così non va più. Lei è nel massimo pericolo, cara bambina. Que­sto tiranno... sì, glielo dico in faccia,... vuol farla sua amante.

Paola                             - Questo dipende anche da me, Juhàsz. Poi mi parla da signore.

Juhàsz                           - Sono terribili queste buone maniere da signore. Come un filo di seta s'avvoltolano sempre più fitte attorno alla povera ragazza che non s'accorge che ad un dato momento è tutta vestita di seta. Non posso lasciare che questo avvenga, Il conte capirà che io gli sono un ostacolo e mi butterà fuori.

Paola                             - Macché: le vuol un bene da padre.

Juhàsz                           - E se penso quanto inesperta ed in­nocente è lei... Il signor Filippo ha telegrafato che verrà a trovarmi quest'oggi. Ripartirò con lui. No, no: andrò prima che mi mettano al­la porta. E,lei verrà con me.

Paola                             - Io?

Juhàsz                           - Sì. Cara figliuola, io la porterò via di qui.

Paola                             - Caro Juhàsz, lei è un po' esagerato nella sua bontà. Poi, di portarmi via non ha il diritto, le pare?

Juhàsz                           - Non ho il diritto? Io che così stu­pidamente l'ho trascinata qui, in mezzo al pericolo.

Paola                             - Da dove crede che m'ha trascinata lei... E se fossi venuta... da me?

Juhàsz                           - Santo cielo... piccola Paola... comin­cio a non capire nulla... Mi pare d'essere ve­nuto un po' in ritardo... mi pare che l'abbia già avvelenata con quel veleno zuccherato... Lei non mi ha visto mai energico... ma questa volta, Paola... (prende grandi decisioni) sento il mio dovere sacro... le comunico che deve subito, ma subito lasciare questa casa, e ve­nire con me... Se si rifiutasse la porterò via con forza...

Paola                             - Le ripeto che non ne ha il diritto...

Juhàsz                           - L'ho!

Paola                             - Chi è lei Mio padre? Mia madre? Mio tutore?

Juhàsz                           - Io... io...

Paola                             - E' stato il mio principale... un uomo di cuor d'oro... ma poi?!

Juhàsz                           - Lo voglio bene, piccola Paola.

Paola                             - E in nome del voler bene?...

Juhàsz                           - No, Paola. Non in nome del voler bene... (pausa) Io sono innamorato di lei, piccola

Paola                             - (pausa). Perciò sono stato così energico, (pausa).

Paola                             - Caro, buono, signor Juhàsz.

Juhàsz                           - Cioè... per essere franco... io sono un truffatore. Ma prima non lo ero, perché l'ho tutelata onestamente... e con disinteresse. E' stata la mia coscienza troppo scrupolosa che mi ha fatto fare le passeggiate notturne sotto la finestra del conte... Ma adagio mi accorsi, che ci andavo volentieri a vegliare... e non ero più ne assonnato né stanco... la cosa è cambiata ed io sono divenuto un povero truf­fatore che recita la morale... Adesso può mandarmi via...

Paola                             - Ma signor Juhàsz... non so... non so cosa dirle...

Juhàsz                           - La custodivo, lo sorvegliavo... ma sorvegliare una donna... e difenderla da un uomo.... senza divenire per forza, col tempo geloso, bisogna essere o padre o eunuco. Ora comincio a capire i turchi. E' un popolo in­telligente.

Paola                             - Com'è strano questo, signor Juhàsz. Le pare?

Juhàsz                           - E lei non ha capito, che...

Paola                             - Forse l'ho capito, ma non ci credevo.

Juhàsz                           - Non volevo confessarlo... ma poiché m'ha detto che non ho diritto...

Paola                             - Com'è strano che parli a voce così bassa.

Juhàsz                           - Fino a che sono stato un truffatore gridavo. Ma la gente onesta parla a mezza voce. E perciò a mezza voce le dico, pìccola Paola... venga con me... se vuole... come mia moglie, (pausa).

Juhàsz                           - Non risponde nemmeno?

Paola                             - Anch'io sono stata una truffatrice, si­gnor Juhàsz.

Juhàsz                           - Lei?

Paola                             - Non posso più... continuare ad ingan­narlo... Sono qui... voglio rimanere qui... per­che sono cattiva e corrotta... mi disgusta la povertà, signor Juhàsz, io voglio vivere, voglio vivere... non voglio più affannarmi in fondo a piccole botteghe buie... Sono piena di vita, caro Juhàsz... sono giovane e nella... e vo­glio vivere tra splendori... indossare sete ca­rezzanti... viaggiare lontano... sentire belle musiche... stare al mare... Vi ho pensato tan­to nel negozio che a poco a poco sono divenu­ta così corrotta, signor Juhàsz... non credevo che mi avrebbe fatto tanto male quando avrei dovuto confessarglielo.

Juhàsz                           - Ama... l'eccellenza?...

Paola                             - No.

Juhàsz                           - Me lo può dire... adesso lo può... ormai... .

Paola                             - Lui, per me non è ancora l'uomo: mi è la porta per la vita magnifica. E' fine, de­licato e ricco, caro Juhàsz, ricco, ricchissi­mo... (si appoggia contro le spalle di Juhàsz, come una bambina vergognosa).

Juhàsz <                        - Io... lavorerò... anche la povertà può essere bella se anche non è decorosa... E se Paola venisse con me potrei divenire molto ricco. Lavorare, affannarsi, per lei, piccola Paola... I vecchi cavalieri sono morti per la donna che amavano... ed io metterò alla cassa di risparmio...

Paola                             - E anche se facessimo un po' di patri­monio... che cosa sarebbe allora di me... (picchiano).

Juhàsz                           - Avanti.

Santha                           - (entra da sinistra con una busta e un foglio in mano) Scusi, signor Juhàsz. Ledevo consegnare questo e lei sottoscriverà qui...

Juhàsz                           - (li prende) Ma scusi, non è uno sba­glio?

Santha                           - La legga prima.

Juhàsz                           - (legge)... per mezzo della Banca di Commercio di Berlino... alla Banca di Credito Ungherese, Budapest, a conto di Pietro Juhàsz... da Oscar Mebei... » (lascia cadere la lettera). Devo sedermi, signor Santha (si siede, con voce stanca) «  ... da Oscar Mezei novantaduemila corone » (guarda il contenuto della busta). Ho avuto della fede sempre. Mi avete deriso. Ma io l'ho preve­duto.

Santha                           - Favorisca sottoscriverla, qui.

Juhàsz                           - (intontito) Subito     - (sottoscrive sul foglio).

Santha                           - (s'avvia col foglio).

Juhàsz                           - Aspetti... Non mi lasci così nella mia grande gioia... (fruga nella busta) Prenda duecento corone...

Santha                           - Ma signore mio!

Juhàsz                           - (fruga) Queste cinquecento!

Santha                           - Che pensa, signor mio! (esce. Pau­sa. Juhàsz sta a sinistra, Paola a destra, ad una certa distanza da lui).

Juhàsz                           - Che ne dice... signorina Paola

Paola                             - L'Oscar... non l'avrei creduto... e che proprio adesso...

Juhàsz                           - Ma, cara Paola, in che altro momen­to sarebbe stato più propizio che adesso? (si accosta a lei) Mi faccia felice, Paola... Ho adesso qui nella mano tutto ciò che può desi­derare: seta, viaggi, mare... Adesso sono anch'io un uomo ricco: prenda questo da me.

Paola                             - Signor Juhàsz... i creditori... il suo negozio!

Juhàsz                           - A che mi serve il negozio! Io voglio che lei possa vivere come ha sognato... Ecco: tutto è suo!... Se lei è così intelligente da non voler essere bottegaia, se vuole soltanto questo: ecco, tutto è suo. E ora mi dica in che cosa è l'eccellenza differente da me.

Paola                             - Non faccia questo... il denaro è il suo avvenire, la sua esistenza...

Juhàsz                           - Che mi prendano pure il negozio i creditori... solo che lei sia mia. (le forza tra le mani il denaro) Eccolo... ora non le oc­corre il denaro di nessuno... ora lei è ricca... e anch'io...

Paola                             - (meravigliata e profondamente commos­sa, col denaro nelle mani) Ma... come si immagina...

Juhàsz                           - M'immagino che adesso partiremo immediatamente.

Paola                             - (gli tende il denaro senza parlare).

JuhsÀzs                         - Non staremo qui nemmeno un mo­mento. Partiremo col treno di mezzogiorno. Cara bambina... comprendo che l'ho salvata... comprendo dai suoi occhi, dalle sue lacri­me... e mi permetta di baciar via questa prima lacrima della redenzione dai suoi begli occhi, (s'accosta a lei. Il conte entra).

Conte                            - Finalmente anch'io!

Juhàsz                           - Eccellenza, le darò una buona no­tizia. Partirò per sempre... col treno di mez­zogiorno... e... e il resto lo dirà la signori­na Paola... (esce dal fondo felice ed orgo­glioso). (Pausa).

Conte                            - Che c'è?! Che c'è con Juhàsz?!

Paola                             - (mostro il denaro).

Conte                            - Non capisco nulla.

Paola                             - Il denaro... che gli ha mandato... è qui! L'ha dato a me.

Conte                            - Non capisco.

Paola                             - Me l'ha regalato.

Conte                            - Gliel'ho detto che è innamorato di lei!

Paola                             - Oh Dio... (porge il denaro al conte).

Conte                            - Che c'è? Che vuole?

Paola                             - E'... il suo...

Conte                            - Scusi... E' di Juhàsz... e se lei l'ha accettato...

Paola                             - Macché... non l'ho accettato... Questo denaro significa per lui l'onore, l'esistenza... e me l'ha dato come un soldo... Io non avrei creduto... che si potesse amare così... così tanto...

Conte                            - Gliel'ho detto che è innamorato... ma non si può restituirglielo... Ma lo mande­remo all'avvocato dei creditori. Bisogna ri­dargli con forza il suo negozio, altrimenti non se ne andrà.

Paola                             - Ha ragione. Faremo così. Lo porterò subito al cassiere...

Conte                            - (la guarda) Ha pianto, raggio di sole?

Paola                             - Questa sorpresa... la generosità di lui... la mia cattiveria... e che l'abbiamo in­gannato...

Juhàsz                           - (viene dal fondo, il cappello nella mano) Eccellenza, forse... saprà già tutto. (Paola esce da destra).

Conte                            - No, Juhàsz. So soltanto che il suo de­naro è arrivato da Berlino.

Juhàsz                           - Grazie a Dio che è arrivato. Nel mo­mento propizio per salvare una povera crea­tura innocente dal molto danaro di sua eccellenza. E ora oso respirare e parlare libera­mente perché ora la ragazza non è più quella qualunque che si può comprare, perché ora il mio denaro è qui, il mio denaro guadagnato con aspra fatica e, da questo, per Paola, la Spagna, il mare, ma non col denaro di sua eccellenza.

Conte                            - (beffardo) Se è così, benissimo!

Juhàsz                           - Ed io la ringrazio per la sua grande bontà e me ne vado di qui, subito, e porterò anche la giovinetta.

Conte                            - La piccola Paola verrà con lei?

Juhàsz                           - Sì, eccellenza.

Conte                            - E lei ha dato a Paola il suo denaro?

Juhàsz                           - Col mio denaro faccio quello che vo­glio io. Un cavaliere come sua eccellenza lo sono anch'io, ma fino ad ora non avevo l'oc­casione di dimostrarlo.

Conte                            - Caro Juhàsz, lei usa un tono un po' forte. E poi da dove sa, che la piccola Paola ha accettato il suo sacrificio?

Juhàsz                           - Gliel'ho dato... lo ha...

Conte                            - Se lo abbia anche in questo momento non saprei dirle con certezza... (Paola entra).

Juhàsz                           - Scusi, non capisco...

Conte                            - Sarà meglio domandarle...

Paola                             - Caro Juhàsz... deve capire... io non potevo agire diversamente... nel primo mo­mento la cosa mi ha sorpreso... ma ora devo riparare la sua sventatezza.

Juhàsz                           - Che cosa ha fatto?

Paola                             - Ho mandato il suo denaro... telegra­ficamente... all'avv. Singer... per i suoi cre­ditori... (pausa. Il conte, in punta di piedi esce dal fondo).

Paola                             - Prima... non mi ha lasciato parlare... Io non posso accettare così... tutta la sua vita... non posso rovinarla perché mi ama.

Juhàsz                           - (intuisce) E così! (picchiano).

Satha                             - (da sinistra, dietro lui Filippo) Ec­colo (esce).

Filippo                           - Buon giorno, signor principale. Ha ricevuto il mio telegramma? (s'inchina verso Paola).

Juhàsz                           - L'ho ricevuto. E sia il benvenuto,, Filippo.

Paola                             - Ce l'ha ancora con me, Filippo?

Filippo                           - Sì, prego (a Juhàsz). Sono venuto per portarla a Budapest, per un giorno o due.

Paola                             - Come va il negozio?

Filippo                           - (non la guarda neppure. A Juhàsz) Spero che non le dispiacerà... si lavora mol­to... il nuovo procuratore...

Juhàsz                           - Il signor Geiringer...

Filippo                           - Sì... Il signor Geiringer incassa spie­tatamente tutti i crediti, ma tiene dell'ordine. Sono venuto per incarico suo. Il signor Geiringer ha sorvegliata la bottega tanto fino a che un bel giorno ne è divenuto innamorato...

Juhàsz                           - Capita sempre così.

Filippo                           - Vuole averla per se. Quando venne a sapere che Oscar si è rovinato a Berlino...

Juhàsz                           - Scusi, che cosa venne a sapere?... Che Oscar...

Filippo                           - Che Oscar si è completamente ro­vinato a Berlino... Ma com'è! lei non ne sa nulla?!

Juhàsz                           - (guarda Paola) No.

Filippo                           - Allora... mi dispiace che debba dir­glielo io... ma a Pest lo sanno già tutti.

Juhàsz                           - Mi dica... questo è... sicuro?!

Filippo                           - La signora è già da due settimane a Budapest, sta presso sua madre ed io vedo Oscar ogni giorno.

Juhàsz                           - Si sono lasciati?

Filippo                           - No. Ma sono così in miseria da dover abitare dalla madre.

Juhàsz                           - Signor Filippo, se è veramente così siamo in mezzo ad un bel pasticcio! Non mi ci raccappezzo più. (guarda Paola, tira fuori la busta dandola a Filippo) Legga!

Paola                             - Io, posso lasciarli soli.

Juhàsz                           - (l'afferra al polso) No, cara, questa volta rimarrà qui.

Filippo                           - (sorvola l’indirizzo) Oscar Mezei... per mezzo della Banca di Credito Unghere­se... novantaduemila corone... (guarda istu­pidito) Non capisco nulla. Il fatto è che la loro Ditta è fallita e ci mancava poco che mettessero in guardina anche il signor Oscar, che adesso, in vestiti assai malandati, va in giro per piccoli prestiti. Anch'io gli ho dato cinque corone, ieri l'altro (pausa). Non ca­pisco nulla.

Juhàsz                           - (guarda Paola) Nemmeno io.

Paola                             - Signor Juhàsz... io l'avrei detto... se il signor Filippo non fosse venuto con questa notizia... Io le avrei detto che... questo de­naro non è di Oscar... non viene da Berlino...

Juhàsz                           - Ma...

Paola                             - Sua eccellenza voleva aiutarla... le vuol bene come ad un figlio... è stato lui a mandarle queste novantaduemila corone... e perciò io non potevo accettarle da lei...

Juhàsz                           - E lei sapeva tutto, Paola?

Paola                             - Ero felice perché avrebbe riavuto il suo negozio.

Juhàsz                           - Lei sapeva... che il conte lo facevaper poter liberarsi di me... per pagarmi e mandarmi via e deridermi.

Paola                             - Ha voluto farle del bene.

Juhàsz                           - E quando mi hanno consegnato il denaro... ed io mi rallegravo tanto... lei sa­peva già che era un inganno... che non era il mio denaro.

Paola                             - Lo sapevo, sì...

Juhàsz                           - E quando l'ho regalato a lei, Paola, quando mi sono drizzato con orgoglio... e vo­levo essere, per la prima volta nella mia vita... un eroe, non ero che un fantoccio che grida, che fa il magnanimo, che si sacrifica col denaro di un altro... Perché non mi ha riso sul naso?

Paola                             - Io piangevo, signor Juhàsz.

Juhàsz                           - Ogni volta che si ride si potrebbe invece piangere. Mi compiangeva perché le facevo pietà... hanno escogitato di tutto, per mandarmi via.

                                      - (Dal fondo compare una serva, con una vali­gia e col soprabito di Juhàsz).

Juhàsz                           - Venga, signor Filippo, venga. An­diamo via, da questa casa, vecchio, Filippo. Abbiamo di nuovo la piccola bottega, ma ci hanno beffati... (s'avviano).

Paola                             - Signor Juhàsz... una parola... la sua mano...

Juhàsz                           - Dio la benedica, signorina Paola.

Paola                             - Signor Juhàsz... non si ricorda più di quello che m'ha detto prima? Io adesso... rimarrò sola qui... nella tentazione... colla mia debolezza... mi lascerà sola? (Juhàsz si sofferma) M'ha portata qui... e ora mi lascerà sola? (Juhàsz esita, volgendosi verso Paola). Senza lei non sarei mai venuta qui. (Pausa)

Juhàsz                           - (grida disperato a Filippo meravigliato) Cosa spalanca gli occhi! Mi porti via! Non vede che sono tentato di rimanere?! (Filippo lo trascina ed escono colla serva dal fondo).

Paola                             - (li segue collo sguardo. Il conte compa­re sulla terrazza e guarda verso i partenti).

Conte                            - (alla porta) Vedo bene, piccola Paola? Juhàsz che corre verso la stazione?!

Paola                             - (non risponde).

Conte                            - (entra, volgendosi ancora un po' sulla soglia) Ebbene, raggio di sole?

Paola                             - (lo guarda con tristezza, poi abbassa gli occhi).

Conte                            - Finalmente soli!

Paola                             - Soli...

Conte                            - Riesco difficilmente a convincermi che quest'uomo non è più qui, non davantialla finestra e non nella stanza attigua ad origliare... non oso credere... che sono final­mente libero... che siamo liberi...

Paola                             - (triste) Liberi...

Conte                            - Evviva la bella libertà e il mio bell'ul­timo amore! e non dovrò più dettare per ve­derla e non dovrò più pronunciare dei di­scorsi... Povera Patria l'ha scampata bella! Ora si daranno gli ordini di preparare l'auto­mobile... si telegraferà a Vienna, a Salisbur­go, a Parigi! per le più belle camere, per le più belle toelette, per le più lussuose cabi­ne... (s'avvicina amoroso a Paola. Si sente un lungo sibilo del treno).

Paola                             - (trasale, guarda verso la porta).

Conte                            - E' il treno di Juhàsz! Viene a distur­barci anche di là!

Paola                             - (s'avvia verso la porta di destra).

Conte                            - Che c'è, piccola Paola... non rimane con me...

Paola                             - (si sofferma alla macchina) Solo se sua eccellenza mi detterà...

Conte                            - Dettare? Sul serio: dettare?

Paola                             - Sì.

Conte                            - Ma come?!... mi dica, è successo qualcosa qui, tra loro?

Paola                             - (con voce piana) Non è successo nulla. (si avvia).

Conte                            - No... no... rimanga... piuttosto det­terò...

Paola                             - (si siede alla macchina).

Conte                            - (ripete macchinalmente fissando, inda­gando, Paola) ... piuttosto detterò (tira fuori delle annotazioni).

Paola                             - (con voce imbarazzata) Siamo rimasti alla politica feudale...

Conte                            - Sì. (guarda le annotazioni) Allora, sebisogna... scriva, bambina   - (sospira) « Perché, illustri Senatori...

Paola                             - (picchia) ... Senatori...

Conte                            - «... il ministro vuol bene al possi­dente, ma il possidente non al ministro ».

Paola                             - ... non al ministro...

Conte                            - « Ma per quanto io conosca sua eccel­lenza il ministro... egli è di quei patrizii ma­giari di vecchio stampo, che non abusano... ».

Paola                             - ... abusano...

Conte                            - ... di quelli che si affidano al loro sentire cavalleresco... ».

Paola                             - ... cavalleresco...

Conte                            - «...egli vuole solo una simpatia che si svegli da sé. Egli spera di poter conquistare il possidente. Ma si può sperarlo? ».

Paola                             - (sincera, triste) Non si può sperarlo, eccellenza.

Conte                            - No, piccola Paola... lo scriva pure... questo è nel discorso. E vi aggiunga anche che anch'io credo che non si può sperarlo.

Paola                             - (si china sopra la macchina).

Conte                            - Che c'è, bambina mia? Si sente male?

Paola                             - (si alza) Mi deve scusare, eccellenza... mi sento così stranamente... da quando qual­cuno... se n'è andato via... non so come dir­le... non che mi manchi... ma qualcosa di più... Io, da allora mi esamino... e sono me­ravigliata... molto... di me stessa... e non so che cosa si stia preparando in me... prima lo sapevo sempre con esattezza... tutto, di me stessa... oh mi pare ora di non sapere... che cosa è in me... (con voce molto imbarazzata) io sinceramente, molto, le chiedo scusa, eccellenza, ma mi pare... di essere innamorata pazza di questo Juhàsz! (esce verso destra). (Pausa. Il conte la segue con lo sguardo).

ATTO TERZO

Il negozio dell’atto primo. Mattina soleggiata di autunno. Quando il sipario si alza. Filippo sta chiudendo la porta dietro una cliente, tra inchini. Juhàsz al banco di destra riordina le pezze di stoffa.

Juhàsz                           - E lei mi dice ancora che non debbo es­sere furioso?

Filippo                           - Lei non sa fare il furioso. Sì rodein segreto. Invece d'essere felice!

Juhàsz                           - Non sono felice. Ha capito?! Nonsono felice!

Filippo                           - Se le dispiace tanto che il conte a sua insaputa le abbia fatto del bene...

 Juhàsz                          - Sì che mi dispiace: non dormo da due settimane.

Filippo                           - Ripaghi, allora, a poco a poco la somma.

Juhàsz                           - Lo farò! Lo farò! Stia pur certo!

Filippo                           - E lei sia contento che da due setti­mane la bottega è di nuovo sua e che in que­ste due settimane lei ha fatto più smercio che l'anno scorso in due mesi. Lei è l'uo­mo del giorno. Tutti corrono ad aiutarla. E' di moda andare a far commissioni da Juhàsz. Lei è la prima donna della città.

Juhàsz                           - E pensare che il signor Oscar stacolla mia ex-moglie e si ride di me... e il conte colla Paola... e siridono di me...

Oscar                             - (entra dalla porta. Aspetto logoro. Ma parla vivacemente) Buon giorno! (pausa).

Juhàsz                           - Buon giorno.

Oscar                             - Buon giorno, signor Filippo.

Filippo                           - Riverisco, (esce con ostentazione dalla porticina. Pausa).

Oscar                             - Costui ce l'ha con me (pausa). Spe­ro... tu no.

Juhàsz                           - Io no (fa ordine sul banco).

Oscar                             - Dovevo venire per molte cose. Prima di tutto è il mio dovere...

Juhàsz                           - (nervoso) Scusa... verso di me non hai nessun dovere.

Oscar                             - L'ho!

Juhàsz                           - Bene, bene! So già tutto. Sei fal­lito.

Oscar                             - Completamente! Perciò le tue novan­taduemila corone, per il momento, non sono in grado... Poi, al signor Filippo devo cinque corone... (fruga nelle tasche) voglio restituir­gliele... perché preferisco regolare i miei im­pegni minori... E finalmente, conoscendo il tuo benedetto buon cuore...

Juhàsz                           - (impaziente) Dimmi subito quello che vuoi, non ho tempo da perdere.

Oscar                             - Non mi pare (indica il negozio vuoto).

Juhàsz                           - Questo è un caso... (con molta en­fasi) Gli affari vanno benone! In due setti­mane ho fatto una vendita come l'anno scor­so in due mesi! Sì! Se lo vuoi sapere!

Oscar                             - Scusa... scusa... io, di questo, mi ral­legro tanto...

Juhàsz                           - (impaziente) Dimmi allora subito quello che vuoi.

Oscar                             - Subito? Bene. Voglio un impiego.

Juhàsz                           - Dove?

Oscar                             - Qui.

Juhàsz                           - Qui? Nella mia bottega

Oscar                             - Sì.

Juhàsz                           - Ma scusa, caro... (pausa).

Oscar                             - Se tu sapessi, in che miseria siamo...

Juhàsz                           - Ma scusami... questo è poi!... Scu­sami! Pare che io abbia la fama di essere un imbecille.

Oscar                             - Sono stato dappertutto. Sono stato da Cohen, da Levi, dai Fratelli Levi, da Isacco Weiss, dappertutto... e questi sanno che sono un lavoratore di prim'ordine in questo ramo... ma tutti mi hanno rifiutato... per causa tua.

Juhàsz                           - (furioso) Per causa mia?!

Oscar                             - Sì. Tutti mi rispondevano che non vo­gliono uno che ha abusato talmente della fiducia di un uomo buono come te. Io sono la tua vittima!

Juhàsz                           - Tu... la mia vittima?!

Oscar                             - Sì. Sono proprio sotto un boicotaggio. Perché io devo soffrire per la tua stupida bontà? Io mi sarei innamorato di tua moglie anche se tu non fossi stato un così benedetto buon uomo! Ed io ho agito con correttezza verso di te.

Juhàsz                           - Diciamo così!

Oscar                             - Ma Adele di certo.

Juhàsz                           - Quello che è vero, è vero!

Oscar                             - E sto qui così, e se lo vuoi sapere, ieri non abbiamo cenato ne io ne tua moglie.

Juhàsz                           - Quando non puoi procurarle la cena allora è mia moglie. Non è vero?

Oscar                             - Mi beffi? Siamo andati a letto senza cenare.

Juhàsz                           - Sì... ma nel letto era... tua moglie.

Oscar                             - Puoi beffare, il responsabile sei tu.

Juhàsz                           - Responsabile di che cosa?

Oscar                             - Che non mangiamo. Che sono strac­ciato... (tira in alto i calzoni) che cammino con le calze bucate... che sono boicottato! e se ti è uguale che la tua ex-moglie non abbia da mangiare...:

Juhàsz                           - (si fruga nelle tasche).

Oscar                             - No, caro! L'elemosina non l'accetto. Puoi credermi che sei l'ultimo a cui mi rivol­go per un impiego. E se anche tu mi rifiu­terai...

Juhàsz                           - (in pena) Mi toglie già la giacca di dosso... Oh Dio, sarà sempre così... (va dietro il banco di destra).

Filippo                           - (entra dalla porticina).

Oscar                             - Allora... posso sperare?

Juhàsz                           - Non chiedermi questo. Non posso... mi dispiace, caro ragazzo... non tormen­tarmi.

Oscar                             - Allora dammi una mezza dozzina di calze nere, (solleva il calzone) Sono tutto stracciato.

Juhàsz                           - (tira giù dallo scaffale una scatola) Eccole. Sono ottime.

Oscar                             - Lo dici a me?! Questi stracci?! (le palpa colle dita).

Juhàsz                           - Non sono stracci! (le palpa anche lui).

Oscar                             - (palpa) Questa tela di ragno? Se me le metto per andare a casa si bucano per la strada.

Juhàsz                           - Di rete metallica non si fanno calze!

Signora precisa              - (entra per la porta) Buon giorno.

Juhàsz e Filippo            - Buon giorno, signora.

Oscar                             - (s'inchina profondamente) Buon gior­no, signora (sorride).

Signora precisa              - (a Oscar) Desidererei qualche dozzina di finissimi fazzoletti da uomo.

Oscar                             - (indica a Filippo) Favorisca da quel signore.

Signora precisa              - Grazie (va da Filippo).

Oscar                             - Mi si spacca il cuore! (li guarda addo­lorato, colle calze nella mano).

Signora precisa              - (a Filippo) Ma mi dia una qualità che non perda la tinta al bucato.

Filippo                           - (le mette davanti molte scatole) I nostri fazzoletti sono ottimi.

Signora malcontenta     - (entra per la porta) Buon giorno, signor Juhàsz. Domani è l'onomastico di mio marito, ed io voglio fargli la sorpresa di un regalino. Delle cravatte.

Juhàsz                           - Disponga di me, signora mia.

Signora malcontenta     - Mio marito mi ha spiegato esattamente la qualità che desidera e m'ha dato cento corone.

Juhàsz                           - Cioè si tratta di una sorpresa!

Signora malcontenta     - Sì.

Juhàsz                           - Sarebbe meglio farle fare apposta...

Signora malcontenta     - Crede?

Juhàsz                           - Abbiamo dei disegni speciali.

Signora precisa              - Mi piacciono le tinte tenui: color pastello.

Filippo                           - Le mostrerò un assortimento...

Juhàsz                           - Tessuti speciali per cravatte; per ogni cravatta esiste un unico esemplare. Se desidera vederle... (indica la porticina).

Signore nervoso            - (entra).

Filippo                           - Buon giorno, signore.

Juhàsz                           - (al signore nervoso) Subito signore! S'accomodi! (esce con la signora Malcontenta per la porticina).

Signore nervoso            - Grazie (rimane in piedi).

Filippo                           - Verde pastello, blu pastello, giallo pastello.

Signora precisa              - Non so completamente che cosa vuol dire pastello.

Filippo                           - Pastello è lire 8,50 al pezzo.

Signora precisa              - Mezzo pastello non c'è?

Filippo                           - C'è(al signore nervoso). S'accomo­di, signore. Subito!

Signore nervoso            - Faccia pure.

Filippo                           - Queste sono più chiare, di tre co­rone più chiare.

Signore nervoso            - (passeggia verso il banco di destra ove sta Oscar in piedi, triste, nella mano una calza).

Oscar                             - (modesto) Queste sono calze.

Signore nervoso            - Lo vedo (guarda nervoso al suo orologio).

Oscar                             - (c. s.) Il signore cerca delle calze?

Signore nervoso            - Sì.

Oscar                             - (gli mostra quelle che ha nella mano) « Filo di Scozia » nero.

Filippo                           - Un po' di pazienza, signore, il no­stro principale verrà subito.

Signore nervoso            - (palpa una calza).

Oscar                             - E' un'ottima qualità... e il principale verrà subito... (mostra la calza).

Signore nervoso            - E' filo di Scozia?

Oscar                             - Di prim'ordine.

Signore nervoso            - (guarda impaziente il suo oro­logio. Poi) Lei... è del negozio?

Oscar                             - Sì, e anche no... (una pausa) Se de­sidera...

Signore nervoso            - (indica la scatola di calze sul banco) Sono buone?

Oscar                             - Ottime, signore...

Signore nervoso            - Perché a guardarle sem­brano buone.

Oscar                             - (già dietro il banco) Posso raccoman­dargliele molto, signore.

Filippo                           - (lo guarda furioso) Un po' di pa­zienza, signore, vengo subito.

Signore nervoso            - (guarda prima Filippo poi Oscar) Ma lei... è del negozio?

Oscar                             - Come devo dirle... sono parente... pa­rente...

Signore nervoso            - Perché io non ho tempo da perdere.

Oscar                             - Disponga pure di me, fino a che ver­rà il principale. Questo è un buon materia­le... fatto come di una rete metallica  (dà de­gli strappi alla calza). Filo di Scozia.

Signore nervoso            - L'importante è la materia.

Filippo                           - (esce).

Oscar                             - La nostra merce è sempre materiale di prim'ordine... Queste qui le riceve diret­tamente dall'Inghilterra, il mio... cognato.

Signore nervoso            - Poi mi occorre qualche paio di calze lunghe.

Oscar                             - Di queste non ne desidera?

Signore nervoso            - Se sono così buone, me ne può riservare una mezza dozzina.

Oscar                             - Una dozzina, sissignore, (ordina le scatole con zelo).

Filippo                           - (rientra).

Signora precisa              - (a Filippo) Ora ricomin­ciamo da capo.

Juhàsz                           - (entra parlando colla signora malcon­tenta) Ed eccoci alle cravatte «popillon». Queste sono proprio le ultime novità e diogni disegno non vendiamo più di due o tre pezzi, so bene che ai signori dispiace di ve­derne uguali su altri... (la sua voce si ince­spica, e la mano con una cravatta nell'aria s'irrigidisce, poiché si è accorto di Oscar),

Oscar                             - (che ordinava con zelo le scatole, imba­razzato e rapido) Se il signore ha tanta fretta, non posso lasciarlo andar via, le mo­strerò gli ultimi arrivi. Devo sapere la gran­dezza. Mi mostri, per favore la mano.

Signore nervoso            - (tende la mano).

Oscar                             - (accorgendosi di Juhàsz, nel suo imba-razzo stringe la mano del nervoso) Buon giorno (guarda con fissità Juhàsz).

Signore nervoso            - Che c'è!

Oscar                             - Oh scusi! Chiuda il pugno, per fa­vore.

Signore nervoso            - (chiude il pugno, ma guarda Juhàsz).

Oscar                             - (gli misura sul pugno un paio di calze)

Filippo                           - Posso raccomandarle molto, questa qualità.

Signora precisa              - La questione è se sono ab­bastanza solide.

Juhàsz                           - (con voce tremante, alla signora mal­contenta) ... Ai signori dispiace di veder­le su altri(fissa Oscar).

Oscar                             - Due e mezza, la grandezza? Allora di questa (mostra a Juhàsz) qualità il signore ne tiene una dozzina... e ora (si volge verso lo scaffale) calze lunghe. Filo di Scozia due e mezzo... ecco! (tira fuori una scatola e la getta sul banco) Queste sono meravigliose. (le mostra febbricitante) Questa merce in tut­ta Budapest l'abbiamo soltanto noi, a questa non nuoce il lavare più grossolano. Favo­risca il pugno.

Signora malcontenta     - (fruga nelle scatole) Questo disegno non c'è male.

Signore nervoso            - (porgendo il pugno) Come se fossi in un torneo di boxe.

Oscar                             - Ahahah! Spiritosissimo, signor mio! (misura) E' giusto.

Signore nervoso            - Mi pare un po' stretto.

Oscar                             - Allora un mezzo numero più grande...

Filippo                           - Se non la mettono in bucato, terrà il colore.

Signora precisa              - Crede?

Signora malcontenta     - Non è quella che vor­rei, ma la compro. Qual'è il prezzo?

Juhàsz                           - (con voce tremante) Diciotto e cin­quanta e queste qui dieci e cinquanta.

Filippo                           - (continua a servire la signora precisa;ora, porta una seconda mole di scatole che vengono esaminate).

Oscar                             - (cerca sugli scaffali, sudando) Se sa­pessi dov'è la misura più grande... se sa­pessi dov'è la grandezza tre... (con voce più alta) prima erano qui... (indica) al terzo terzo piano...

Juhàsz                           - (agitato) Ora è lì... al quarto piano... di destra...

Filippo                           - (batte furioso una scatola contro il banco).

Oscar                             - (felice) Oh Dio... grazie... cuor d'oro... grazie (quasi piangendo). Quarto piano... di destra... (vi mette la mano, cer­ca, trova, mette la scatola davanti al signore nervoso).

Signore nervoso            - Questo, pare, è meglio.

Oscar                             - (erompe con enfasi) Si capisce che è meglio! Quarto piano! A destra! La qualità migliore!

Signore nervoso            - Lei se ne rallegra più di me!

Filippo                           - (esce).

Signora malcontenta     - (con un fascio di cra­vatte che ha scelte) Allora queste cinque... Quanto fa in tutto?

Juhàsz                           - Cinque volte diciotto e cinquanta... novantadue corone e cinquanta. Le mande­remo a casa.

Signora malcontenta     - (paga con. un biglietto da cento) Ecco.

Juhàsz                           - (apre la ce cassa ») Novantadue e cinquanta e sette e cinquanta sono cento. Grazie tanto, signora (rida il resto).

Signora malcontenta     - Me le manderanno a casa, per stasera!

Oscar                             - (solleva la testa) Corso Lungo Riva, 1, interno tre.

Signora malcontenta     - Sì, buon giorno.

Juhàsz                           - (dopo averla accompagnata e salutata ritorna verso Oscar).

Filippo                           - (entra con accappatoi di spiaggia).

Oscar                             - (s'accorge di Juhàsz, spaventato) Prendiamo anche due di queste qui colle frecce... due coll'ajour... queste due...

Signore nervoso            - Oh, oh! Basteranno que­ste tre.

Signora precisa              - Questo è il pigiama dell'im­peratore della Cina.

Signore nervoso            - (si alza in piedi) E ora, molto presto, un berretto di tela bianca per lo sport.

Oscar                             - (a Juhàsz) Berretto di tela bianca.

Signore nervoso            - Tinta unita.

Oscar                             - Tinta unita. Non so quest'estate dove li abbiamo messi (si rosicchia le unghie).

Juhàsz                           - Glieli porto subito, signore (via per la porticina).

Oscar                             - Glieli porterà subito il signor principe.

Signore nervoso            - (si siede, guarda il suo oro­logio).

Oscar                             - Abbiamo bellissime cravatte di crespo.

Signore nervoso            - Grazie, no.

Oscar                             - Scarpe da tennis.

Signore nervoso            - No, grazie.

Oscar                             - Camicie da tennis.

Signore nervoso            - (nervoso) L'ho già detto, non mi occorre nulla (pausa).

Oscar                             - Un bel bastone!

Signore nervoso            - (villano) Grazie, nulla. Le ho chiesto un berretto bianco.

Oscar                             - (offeso) Come vuole (va al vaso dei bastoni. Ne tira fuori uno, lo squadra). Que­sto è un bel bastone leggero.

Signore nervoso            - Gliel'ho già detto: non lo voglio.

Oscar                             - Scusi. Pardon (misura il bastone). Quanto è leggero!

Signore nervoso            - (guarda furioso).

Oscar                             - (gioca col bastone, lo piega).

Signore nervoso            - Mi mostri...

Oscar                             - (glielo dà) Come una piuma...

Signore nervoso            - (l’esamina) Non lo vo­glio (lo restituisce) Ho tanti bastoni a casa, io!

Oscar                             - Come vuole - (lo mette, non tra gli al­tri, ma sul banco).

Juhàsz                           - (viene coi berretti) Favorisca... i berretti bianchi...

Signore nervoso            - Questo va bene... (lo pro­va) Allora una dozzina di calze, tre paia di calze lunghe, tre di queste colla freccia ed il berretto.

Juhàsz                           - Le sarà tutto mandato a casa.

Signore nervoso            - Viale Sas, 4, Lissatier.Colla fattura (s'avvia). E questo bastone, quanto ?

Oscar                             - Trent'otto corone.

Signore nervoso            - (furioso) Mettano sulla fattura anche questo (esce col bastone).

Signora precisa              - Non un monogramma, solo .. due maiuscole.

Filippo                           - Quali?

Signora precisa              - K. S.

Filippo                           - K. S. (scrive).

Oscar                             - (nello stesso tempo, corre dietro il banco, solleva tra le braccia la massa di berretti bianchi e via per la porticina a passo di corsa).

Juhàsz                           - (nota l'indirizzo e comincia a rimet­tere le scatole colle calze).

Paola                             - (molto ben vestita) Buon giorno, (si sofferma in mezzo al negozio).

Filippo                           - (la guarda con occhi sbarrati).

Juhàsz                           - (con una grande scatola nella mano) Buon... giorno! (pausa).

Signora precisa              - E ora contiamo quanti pez­zi sono?

Filippo                           - (smarrito) Desidera?

Signora precisa              - Quanti pezzi sonò?

Filippo                           - Ah sì! (cominciano a contarli).

Paola                             - (va verso Juhàsz) Buon giorno, si­gnor Juhàsz (gli porge la mano).

Juhàsz                           - La saluto, signorina Paola   (depone la scatola e le stringe la mano).

Paola                             - (si siede sulla seggiolina davanti al banco).

Juhàsz                           - (dopo che si è seduta) S'accomodi.

Paola                             - Sono già due settimane che non ci siamo visti.

Juhàsz                           - E' stato lungo.

Paola                             - Lungo (guarda Juhàsz). Io sono ve­nuta... per delle commissioni.

Juhàsz                           - (sconcertato) Com'è strano...

Paola                             - Che cosa?

Juhàsz                           - Che qui dove, una volta... con noi., ora come cliente...

Paola                             - Sì, come cliente (pausa).

Juhàsz                           - Sarò felice, se anche come cliente... la potrò accontentare... cercherò... a più buon mercato...

Paola                             - Non occorre... più a buon mercato. Ma perché mi guarda così?

Juhàsz                           - Perché è venuta così all'improvviso?

Paola                             - Oh, no, non sono più a Pusta-Gè, io. Sono qui, a Pest. Anche il conte è stato qui. Ora è giù, a Montecarlo.

Juhàsz                           - Montecarlo? Sulla riviera francese. Casino dei forestieri.

Paola                             - E' andato al tiro ai piccioni.

Juhàsz                           - Prima non gli piaceva.

Paola                             - Ora sì. Da quando lei ha dato tanto da mangiare ai colombi... coglie ogni occa­sione per ammazzarli. M'ha chiamata, ma io non vi sono andata;

Juhàsz                           - Non vi è andata?

Paola                             - No. Io, a casa, ho troppo da lavorare coll'arredamento. (si toglie i guanti e prende un foglio dalla borsa) Ci sono lavori speciali da finire e a Budapest uno trova diffi­cilmente gli operai specializzati.

Juhàsz                           - (pausa) E che cosa le occorre, si­gnorina Paola?

Paola                             - (guarda il foglio) Lei ha quei finissi­mi pigiama di crepe-georgette per donna? Quelli di Parigi. Quanto li ho guardati, io! Mi pare costava uno completo cinquecento-cinquanta.

Juhàsz                           - Sì.

Paola                             - Quanti ce ne sono ancora?

Juhàsz                           - Ci sono tutti. Otto completi.

Paola                             - (presto) Me li mandi tutti.

Juhàsz                           - (spaventato) Tutti?!

Paola                             - Sì. Tutti. Sarebbe meglio prendere un lapis ed annotare tutto ciò che le dico io. Per qualche giorno sono ancora a Buda­pest e la prego di presentarmi anche la fat­tura. Vialone Andrassy, 128.

Juhàsz                           - (scrive) Piano?

Paola                             - Tutto il piano nobile.

Juhàsz                           - (scrive) Otto pigiama. Tutto il piano nobile.

Paola                             - (dal foglio) Cravatte bianche, venti­quattro.

Juhàsz                           - Per lei?

Paola                             - No. Per il mio vecchio lacchè. Mi piace che la porti pulita.

Juhàsz                           - (con voce tremante) Ventiquattro cravatte bianche per lacchè.

Paola                             - Ventiquattro guanti di filo bianco.

Juhàsz                           - Per il vecchio lacchè (scrive),

Paola                             - No. Per il groom.

Juhàsz                           - Per il groom (scrive).

Paola                             - E un paio di guanti per me. Un paio fortissimo, per guidar l'auto, alla... alla...

Juhàsz                           - Moschettiera.

Paola                             - Sì, sì.

Juhàsz                           - (scrive. Addolorato) Moschettiera.

Paola                             - (sospirando) Moschettiera...

Juhàsz                           - Ma scusi, un paio così... solo gli uomini...

Paola                             - Sa, guiderò io stessa.

Juhàsz                           - (porta una sedia) Una grande mac­china?

Paola                             - Sta davanti alla porta. Ottanta ca­valli.

Juhàsz                           - Moschettiera... (scrive) Moschet­tiera? Quanti? Basteranno ottanta paia?

Paola                             - Fino a Parigi mi basterà una mezza dozzina. Là comprerò tutto il necessario.

Juhàsz                           - A Parigi... tutto...

Paola                             - Solo sarà un po' lungo... coll'auto...

Juhàsz                           - Ma non tedioso... Non andrò da sola...

Paola                             - No... no...

Juhàsz                           - Colla mamma?

Paola                             - No. La mamma ci aspetta a Vienna. Ritornando la prenderemo, (pausa) Poi deve procurarmi un berretto per il portiere.

Juhàsz                           - Quale portiere?

Paola                             - E' una faccenda complicata, con que­sto berretto. Lui ne ha portato uno, ma il nastro d'oro era largo come per i portieri d'albergo. L'ho buttato dalla finestra. Lei certo potrà procurarci un berretto conve­niente... distinto, per il portiere di una pa­lazzina privata.

Juhàsz                           - Di una palazzina privata?

Paola                             - Ove sta una signora sola.

Juhàsz                           - (scrive tremando) Portiere - ber­retto. Parlerò col cappellaio.

Paola                             - Grazie tanto. Molto gentile - (pausa. Si alza in piedi).

Juhàsz                           - Tutto sarà eseguito per il meglio.

Paola                             - (fissa Juhàsz) Perché mi guarda così stranamente?

Juhàsz                           - (guarda le sue annotazioni) Sono contento... Paola, che così prudentemente... Lacchè, automobile, palazzina. Non lo sa­pevo io.

Paola                             - Non lo sapeva?!

Juhàsz                           - No.

Paola                             - Ma tutta la città...

Juhàsz                           - L'eccellenza sta bene?

Paola                             - (nervosa) E' un vero signore.

Juhàsz                           - Molto.

Paola                             - Dopo avermi comprata quella piccola palazzina... sa, quella del conte Bethlen, quella in stile barocco...

Juhàsz                           - Lo so, lo so...

Paola                             - Me l'ha arredata completamente... E siccome io, in questo tempo, ero di malumo­re, lui, per delicatezza, è partito per Monte­carlo e di là m'ha mandato un telegramma di mille parole.

Juhàsz                           - Mille?

Paola                             - Dicendomi che è partito, perché mi vuole solo colla mia libera decisione. La pa­lazzina è mia... E se un giorno... decidessi liberamente del mio destino... potrei andare a starci... Sul mio scrittoio c'è un telegram­ma scritto con una parola: ce venga ». Se lo spedisco, in quarantotto ore lui picchierà alla porta della palazzina.

Juhàsz                           - Signorile.

Paola                             - Sono passati dieci giorni.

Juhàsz                           - E...

Paola                             - Non l'ho spedito ancora      - (pausa).

Juhàsz                           - M'immagino quanto egli lo aspetti.

Paola                             - Aspetta per due settimane. Ho ancora

quattro giorni.

Juhàsz                           - Come vedo che queste ordinazioni...

Paola                             - (tagliente) Non l'ho spedito ancora.Ma oggi... (più mite) E lei, che è stato cosìbuono con me... che ne dice?

Juhàsz                           - Ha fatto bene.

Paola                             - Mi induce a farlo?

Juhàsz                           - No. Mi arrendo solo.

Paola                             - (nervosa) Lei... non mi disprezzerà?

Juhàsz                           - No. Mi arrendo solo.

Paola                             - Come può pensarlo!

Paola                             - Oggi... spedisco il telegramma.

Juhàsz                           - Stasera il conte lo riceverà.

Paola                             - Lo riceverà.

Juhàsz                           - M'immagino la sua felicità.

Paola                             - Sì. Mi ama molto. Molto, molto.

Juhàsz                           - Lo so (pausa).

Signora paziente           - (entra) Buon giorno.

Filippo                           - Buon giorno, signora. Vengo subito!

Paola                             - (irritata) Addio, signor Juhàsz.

Juhàsz                           - (le dà la mano) Addio!

                                      - (Oscar entra per la porticina e va alla si­gnora paziente).

Paola                             - Mi sono dimenticata di qualche cosa.

Juhàsz                           - Dica.

Paola                             - Lei aveva dei profumi speciali.

Juhàsz                           - Sì.

Paola                             - Uno magnifico « Pour Troubler ».Quello turbante, eccitante, voluttuoso, perdonne poco per bene.

Juhàsz                           - Oh, sì!...

Paola                             - Lei m'ha detto che questo profumoè per donne poco per bene da usare... incerti momenti...

Juhàsz                           - (sconcertato) Sì, ce n'è ancora.

Paola                             - Me ne dia una boccetta. Due boccette.

Juhàsz                           - E' un po' crudele, Paola. L'avrebbepotuto trovare anche in altri posti.

Paola                             - Ma io lo voglio qui.

Juhàsz                           - Sì! (a Oscar) La signorina desideradei profumi    - (Oscar prende il suo posto).« Pour troubler ». Quel pasticcio voluttuoso.(alla signora paziente) Desidera baronessa?

Signora paziente           - Vorrei degli scialli, divelo o di...

Juhàsz                           - Dei scialli? Favorisca, accomodarsiper di qui. (Signora paziente e Juhàsz viaper la porticina).

Paola                             - (collo sguardo smarrito).

Oscar                             - « Pour Troubler »?

 

Paola                             - (trasale) Oh, santo cielo!... ma guar­di, è lei... signor Oscar.

Oscar                             - Sono io... ma non « signor Oscar »... soltanto

Oscar                             - (va alla tavola vicino alla ve­trina, prende una bottiglietta e la porta aPaola).

Paola                             - (colla bottiglietta in mano) Ma lei, come è venuto qui?

Oscar                             - (allegro) Siamo un po' falliti...

Paola                             - E la signora?

Oscar                             - E' già mia moglie.

Paola                             - E malgrado ciò lei è qui?

Oscar                             - Qui.

Paola                             - Chissà quanto avrà pregato Juhàsz!

Oscar                             - Allora non ci sarei. Con lui bisogna agire. Quando c'erano troppi clienti nel ne­gozio, io mi sono messo a servirli. Bisogna conoscere Juhàsz... lui non è capace di but­tar fuori questa è la sua psicologia. Deside­ra altro?

Paola                             - (depone il profumo, si alza) Gra­zie, no. (Un vecchio signore entra).

Vecchio signore            - Buon giorno.

Oscar                             - Buon giorno, signor professore. De­sidera, signor professore?

Vecchio signore            - Un paio di guanti a buon mercato.

Oscar                             - A buon mercato, ma di che qualità?

Vecchio signore            - Svedesi. Otto e mezzo. Gri­gi scuri, (si siede al banco di destra).

Oscar                             - (gli mette davanti una scatola) Ecco, professore: svedesi grigi scuri, otto e mezzo, ne allargo uno? (allarga con l'allarga guanti)

Vecchio signore            - E' svedese?

Oscar                             - Svedesissimo. Nemmeno il vecchio Ibsen è stato così svedese.

Vecchio signore            - Ibsen era norvegese.

Oscar                             - Appunto, dico che non è stato così svedese. Favorisca (gli dà il paio). (Juhàsz e la signora paziente entrano).

Signora paziente           - E gli scialli di seta?

Juhàsz                           - (va alla tavola) Sono qui, baro­nessa.

Signora paziente           - Li ho visti a Vienna, da Braun.

Oscar                             - Che muoia subito, se Braun ha questa qualità, (preme i guanti sulla mano del vecchio).

Juhàsz                           - Ci sono poi le qualità stampate... (vanno colla signora paziente al banco di destra) S'accomodi! (prende qualche scatola dallo scaffale).

Paola                             - (che nel frattempo è andata già finoalla porta, ritorna e fissa caparbia, provocante, Juhàsz).

Oscar                             - Favorisca premere di più, professore(lo aiuta).

Vecchio signore            - Se lo premo di più, sispacca.

Paola                             - (Si strappa dalla testa il cappello e lobutta a terra. Tutti la guardano).

Oscar                             - (molto presto e quasi gridante) Allorapigliamo piuttosto un mezzo numero piùgrande, signor professore.

Filippo                           - (con voce alta) Non dica, «ignora, che è caro, è un'ottima qualità...

Oscar                             - Troveremo un paio numero nove, non fa nulla se sarà un po' largo... (Queste tre battute sono state pronunciate all'unisono, a voce alta e nello stesso momento).

Filippo                           - Se non fosse merce autentica, coste­rebbe meno. Abbiamo avuto un cliente, un vecchio signore molto gentile, che ci ha sempre detto: «che è a buon mercato ciò che è caro, e che è caro ciò che è a buon mercatoco. Ed aveva ragione... Anch'io cre­do che...

Oscar                             - ... o forse rimaniamo all'otto e mez­zo... io preferisco i guanti che sono un po' stretti nel primo tempo, perché i guanti così divengono aderenti che fa piacere portarli...

Juhàsz                           - (incomincia prima che questi abbia finito) Anche questo è di purissima lana e tiene a perfezione il caldo ed è di ultima moda. La materia è la stessa, ma ci sono del­le tinte unite, con quadretti a due tinte, tutti con disegni molto distinti.

Paola                             - (durante questo tempo è entrata nellacassa, batte il piede con dispetto).

Filippo                           - Sempre la merce cara perché la più durevole e perciò...

Oscar                             - Stringe solo i primi giorni, ma poi si allargano secondo la forma della mano...

Juhàsz                           - E' pratico per l'inverno, anche per il pattinaggio, tutti i signori... (Queste ultime tre battute sono state pronun­ciate all'unisono).

I tre                               - (tacciono sgomentati perché vedono Paola sedersi cocciutamente sul sedile della « Cassa »).

Juhàsz                           - (continua a parlare molto imbarazza­to) ... lo acquisti, signora baronessa, pos­so raccomandarglielo caldamente. (Pausa. Paola alla «cassa »).

Signora paziente           - Allora questi tre. Il prezzo ?

Juhàsz                           - (con voce tremante) Sessanta coro­ne, baronessa.

Signora paziente           - Allora tre volte sessanta sono centottanta corone (cerca nella sua borsetta).

Signora precisa              - (si alza) Tutto?

Filippo                           - Trecentodieci.

Signora precisa              - (s'avvia per la cassa) Tre­centodieci.

Filippo                           - No, no, no. Mille scuse, signora...(la signora precisa si volge) Si paga qui,a me.

Signora precisa              - Non alla cassa?

Filippo                           - (con enfasi) No.

Signora precisa              - (paga).

Signora paziente           - Ecco, centottanta...

Juhàsz                           - (eccitato) Centottanta...

Signora paziente           - (guarda Paola) Alla cassa?

Juhàsz                           - (molto eccitato) Scusi... forse ame... è completamente la stessa cosa...

Signora paziente           - (paga).

Signora precisa              - Se mi ricordassi di qualchecosa ripasserò domani mattina.

Filippo                           - Siamo a sua disposizione, (apre laporta) Ossequi, signora.

Paola                             - (a voce meno alta) Ossequi, signora!

Juhàsz                           - (alla signora paziente) Grazie tanto, signora (mette il denaro nella tasca). Nel po­meriggio tra le sei e le sette sarà tutto fornito.

Filippo                           - (gli apre la porta) Ossequi, si­gnora.

Paola                             - (c. s.) Ossequi, signora!!

Signora paziente           - (esce) (Filippo e Juhàsz ri­mettono la merce, muti).

Signora Eccellenza        - Buon giorno (entra, si sofferma e guarda inferocita Paola).

Paola                             - Ossequi, signora.

L'Eccellenza                  - (a Filippo) Il mio impermea­bile?

Filippo                           - L'aspettiamo da un momento all'altro da Vienna.

Vecchio signore            - (prende il pacchettino di Oscar) Quanto pago?

Oscar                             - Ventiquattro corone.

Vecchio signore            - (tira fuori il denaro) Non ci rimettono?

Oscar                             - No, professore. Ma quasi.

Vecchio signore            - (guarda Paola) Pago alla « Cassa » ?

Oscar                             - Signor principale...

Paola                             - (al vecchio signore) Desidera?

Juhàsz                           - (molto imbarazzato) Quanto ri­mane?

Oscar                             - Ventiquattro.

Vecchio signore            - (s'avvia verso la « cassa »)

Juhàsz                           - Rimane ventiquattro.

Vecchio signore            - (paga a Paola),

Paola                             - (con gioia tempestosa) Cassa. Venti­quattro! (strappa, sbattacchia la macchina contatrice, scampanella, tira fuori il cassetto) Ventiquattro e sei sono trenta. Tante grazie.

Vecchio signore            - (s'avvia) Buon giorno.

Paola                             - Ci favorisca un'altra volta.

Vecchio signore            - (guarda il denaro) Scusi... lei mi ha dato sedici in luogo di sei... (lo restituisce).

Paola                             - Mille scuse, signor professore.

Vecchio signore            - Io non me la prendo se mi ridanno troppo  (esce).

Oscar                             - (via per la porticina).

L'Eccellenza                  - Dica, scusi, se non mi sba­glio, quel signori lì... è il signor Oscar?

Juhàsz                           - Sì.

L'Eccellenza                  - E' di nuovo qui?

Juhàsz                           - Fa il supplente.

L'Eccellenza                  - (guarda Paola) Supplente... e la signorina Paola... è la Paola di una volta, se non erro.

Juhàsz                           - Sì, la Paola di una volta.

L'Eccellenza                  - Allora vengo, signor Filippo, agli impermeabili, mi racconterà tutto ciò minutamente (via con Filippo per la porticina).

Juhàsz                           - (sta ammutolito).

Cocchiere                      - (entra colla frusta in mano, per la porta) Scusi, signorina, ha dimenticato la carrozza? Ha detto che non dovrò aspettare...

Juhàsz                           - (mette la mano in tasca) Quanto?

Cocchiere                      - Quattro corone.

Juhàsz                           - Eccovi otto corone.

Paola                             - Ma nemmen per sogno (tira fuori il cassetto). Basteranno quattro e cinquanta (gliele dà). Potete andarvene!

Cocchiere                      - (guarda il denaro, poi Paola e Ju­hàsz).

Paola                             - Potete andarvene, non sentite?

Cocchiere                      - Va bene, me ne vado e senza salutare (sbatte la porta, via). (Pausa).

Juhàsz                           - E l'automobile?

Paola                             - Era quello.

Juhàsz                           - Ottanta cavalli?!

Paola                             - Soltanto... un cavallo.

Juhàsz                           - (va alla cassa) L'auto è... nel ga­rage?

Paola                             - Nella luna.

Juhàsz                           - Molto lontano.

Paola                             - Sì, molto lontano.

Juhàsz                           - Vado a telefonare per il berretto del portiere.

Paola                             - Lasci pure, il portiere l'ha già.

Juhàsz                           - L'ha già?

Paola                             - Sì. Solo l'impiego non l'ha ancora.

Juhàsz                           - Come?

Paola                             - Non c'è palazzina per il portiere... Quando sedetti lì (indica la seggiolina sulla quale era seduta) l'avevo ancora...

Juhàsz                           - Da allora si è smarrita?

Paola                             - Sì... su questa lunga strada.

Juhàsz                           - Lunga... di là fino a qui?

Paola                             - E' stata lunga.

Juhàsz                           - E i guanti alla moschettiera per guidare?

Paola                             - Non occorrono.

Juhàsz                           - Ventiquattro paia di guanti di filo bianco?

Paola                             - Ventitre non occorrono. Un paio solo.

Juhàsz                           - Un paio?

Paola                             - Per me.

Juhàsz                           - Otto piyama di crepe georgette?

Paola                             - Come crede lei.

Juhàsz                           - Occorrono... profumi voluttosi Pour Troubler?...

Paola                             - Per l'amor di Dio!

Juhàsz                           - Occorrono. Due bottigliette? No? Tre?

Paola                             - Mi disgusta.

Juhàsz                           - Io l'adoro. Quattro!

Paola                             - Se le piace tanto: un barile  (breve pausa).

Juhàsz                           - E... il telegramma?...

Paola                             - Perché uno che ha un cuore così te­nero ha una testa così dura? (si alza dalla «  cassa »).

Juhàsz                           - (dopo breve pausa l'afferra al capo. La bacia). (Filippo e l'Eccellenza entrano).

Filippo                           - Cassa duecentottanta.

Juhàsz e Paola               - (si staccano. Juhàsz si aggira verso il proscenio di destra).

L'Eccellenza                  - (con un pacchetto) Interes­sante!

Paola                             - Eccellenza, paga?

L'Eccellenza                  - Oggi no. Passerò presto.

Paola                             - Manderò domani la fattura, eccellenza e la prego vivamente di saldarla perché altrimenti saremo costretti di ricorrere al nostro legale.

L'Eccellenza                  - A chi, scusi?

Paola                             - Al nostro avvocato. Con oggi i erediti concessi alla leggera sono finiti, eccellenza.

L'Eccellenza                  - (sdegnata) Signor Juliàsz, che ne dice!?

Juhàsz                           - (vuol rispondere).

Paola                             - (imperativa) Il signor Juhàsz non apre bocca.

Juhàsz                           - (abbassa la testa).

L'Eccellenza                  - (con voce offesa) Buon giorno. (esce).

Tutti                              - La riverisco.

Filippo                           - (chiude la porta, va dietro il banco del fondo).

Paola                             - Qui si cambierà sistema (pausa).

Oscar                             - (dalla porticina, con una lettera) Scu­si signora, vedo adesso che questi impermea­bili non sono stati ordinati ancora. Disporrò subito se desidera... (mette la lettera sulla Cassa).

Paola                             - Signor Oscar... spero abbia capito!

Oscar                             - (ghigna) Ho capito. Posso andar­mene (tira fuori un cappello dalla tasca).

Paola                             - L'ha capito. Qui si cambia sistema.

Oscar                             - La riverisco, signora e signori (si in­china con eleganza).

Juhàsz                           - Portati via almeno una dozzina di calze.

Oscar                             - Me lo sono già permesso.

Juhàsz                           - Due dozzine!

Oscar                             - Mi sono permesso di prenderne tre dozzine! Riverisco (via per la porta).

Juhàsz                           - Oh Dio... piccola Paola... che fa?

Paola                             - Dell'ordine (tagliente) Signor Fi­lippo!

Filippo                           - (senza rispondere prende il suo cappello e bastone)

Paola                             - No, Filippo, lei resta, (tira fuori qual­cosa dalla borsa) Che cosa danno stasera all'Opero?

Filippo                           - Lohengrin.

Paola                             - Lei è libero alle sei. E accetti da me questo biglietto.

Filippo                           - (lo guarda) Poltrona... sesta fila...

Paola                             - Non ne ho trovata una migliore.

Filippo                           - (commosso) Grazie, signorina Pao­la, grazie! Finalmente potrò vedere il cigno.

FINE

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