La commedia delle vanità

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Personaggi

LA COMMEDIA

DELLA VANITA’

di

Elias Canetti

Personaggi in ordine di entrata in scena

Il Banditore Wenzel Wondrak         

La Signorina Mai   

La Vedova Weihrauch,          Tre Intime Amiche

Sorella Luise,Infermiera

Barloch, Imballatore

Anna Barloch, sua Moglie

Francois Fant, il Figlio

Franzl Nada, un Vecchio Facchino

Franzi Nada, sua Sorella

Hansi                    

Puppi                     Sei Ragazzine

Gretl

Hedi                     

Lori                      

Lizzi

Fritz Schakerl, Insegnante

Emilie Fant, La Madre

Heinrich Fòhn

Leda Frisch

Egon Kaldaun        Una Coppia

Lya, Sua Moglie

Marie, La Domestica Tuttofare

il Figlio Unico Dei Kaldaun  

Il Predicatore Brosam           

Therese Kreiss, Proprietaria di un Emporio

Milli kreiss, Sua Figlia

Fritz Held, Barbiere

Josef Garaus, Direttore

S. Bleiss

Parte prima

Il banditore           - Wenzel Wondrak (in mezzo al palcoscenico completamente vuoto) E noi, signore e signori, e noi e noi e noi, signore e signori, e noi e noi, noi abbiamo in mente una cosa. Cos’è che abbiamo in mente? Qualcosa di colossale abbiamo in mente qualcosa di straordinariamente colossale, di straordinariamente arcicolossale, e noi, signore e signori, noi siamo arcicolossali, abbiamo in mente una cosa. Che cosa abbiamo in mente, signore e signori? E noi e noi e noi signore e signori pensiamo che adesso ci siamo, oggi oggi sì che ci siamo, ma domani non ci saremo, domani senz'altro non ci saremo persuadetevene voi stessi, venite a vedere, compiacetevi di dare un’occhiata all'ottava, alla nona, alla decima meraviglia del mondo! Dico undici, non dico dodici ma se volete posso dire anche tredici. Mica ci sarà qualcuno che è superstizioso, signore e signori, mica, mica, mica ci sarà qualcuno che è superstizioso! Fatevi avanti, vi invito con la massima cortesia e col dovuto rispetto. Potrete anche ridere, se vorrete, ridere non è proibito, il riso è ancora permesso, anzi dovrete ridere ridere esattamente come quel pagliaccio nelle cui funzioni ho l'intenzione di presentarmi devotamente a questo inclito pubblico e noi, signore e signori, e noi e noi: qui potrete, signore e signori, prendere di mira le vostre rispettabili immagini. Riceverete in consegna cinque palle. Riceverete in consegna cinque palle rotonde, cinque palle rotonde e ben dure in perfetto stato e nuove di zecca. Se posso prendermi la libertà riceverete in mano queste palle gratis e franco di porto. Metterò nelle vostre mani, signore e signori, cinque palle. Chi paga? Voi no di certo! Non avrete niente da pagare. Anche se voleste, non vi sarà consentito pagare un bel niente. Perchè noi, signore e signori, e noi e noi e noi, noi prendiamo in mano le palle e che ci facciamo con queste palle? Che cosa prenderanno di mira le vostre rispettabili mani? Le vostre stesse immagini! Davanti a voi ci saranno le vostre immagini, le vostre rispettabilissime immagini. Voi prenderete di mira queste immagini e le farete a pezzi. Colpite quanto vi pare e piace! A vostra disposizione c'è un'inesauribile riserva di specchi. Qua dietro i signori porteranno i loro specchi. Qua davanti li faranno a pezzi. Questa sì che è vera virtù. Questa sì che è nobiltà di cuore. E noi e noi e noi, signore e signori, e noi, noi scompariremo e lasceremo libero il campo. Chi vuole provare? Chi vuoi cimentarsi? Farete a pezzi la vostra immagine. Signore, Lei è vanitoso? Allora si faccia avanti! E noi e noi e noi, signore e signori: tentate la fortuna, avanti, avanti, avanti, non sempre l’uomo è un porco, l’uomo può anche essere un angioletto, un angioletto del cielo. E noi e noi e noi, signore e signori...

Il palcoscenico gira portando via il banditore. La sua voce si perde lentamente in lontananza.

Entrano in scena la signorina Mai, la vedova Weihrauch e sorella Luise, tre intime amiche. Ciascuna di loro stringe sotto il braccio un pacchetto avvolto in carta di giornale.

Mai                        - Tu le tue le hai contate?

Weihrauch             - Io no. Saranno pure troppe.

Luise                     - Mi pare che stai esagerando.

Weihrauch             - - Se te lo dico io.

Mai                        - Io le mie le ho contate.

Weihrauch             - Be', e quante ce n'hai?

Luise                     - Mi piacerebbe pure a me di saperlo.

Weihrauch             - E tu che c'entri, sorella Luise?

Mai                        - Io posso dirvelo benissimo.

Weihrauch             - Be'? E quante ce n'hai?

Mai                        - A te che ti pare?

Weihrauch             - Fa' vedere un po'!

Luise                     - Tutto qua!

Mai                        - Già, tu però non ce n'hai manco una.

Luise                     - Scusa un po', io ne ho tante, ma tante di più. (Risata stridula della signorina Mai, risata fragorosa della vedova Weihrauch). Io le ho contate.

Weihrauch             - Sorella Luise le sue le ha contate. Non si vergogna mica, lei.

Luise                     - Staremo a vedere chi è che ne ha di più.

Weihrauch             - E che, signorina Mai, sapresti pure contare?

Mai                        - Hai tre anni più di me. Giusto?

Luise                     - Piuttosto, fa' vedere un po' il tuo pacchetto.

Weihrauch             - Quante ne potrai avere tu, signorina Mai? Al più ne potrai avere trenta miserabili pezzi!

Luise                     - Ma scusate un po', mica ci arriva. Dove le va a prendere trenta? Mica ci ha famiglia lei.

Weihrauch             - Io basta soltanto che conto tutti assieme fratelli e sorelle e siamo già a nove. Be', per ognuno di loro ce ne ho una dozzina abbondante. Fa' pure tutti i conti che vuoi. 9 per 12 fa 84, no, 108. E bisogna metterci ancora la buonanima!

Mai                        - La famiglia non c'entra.

Weihrauch             - Be' e allora da dove te le sei prese le tue, visto che tu famiglia non ce l'hai?

Luise                     - Lo so io. La signorina MAIle ha avute dagli attori del cinema. La signorina MAI se ne va al cinema tutte le sere. E ogni spettacolo se lo guarda tre volte.

Mai                        - Cinque, se non ti dispiace.

Weihrauch             - Be', tanto adesso non se ne parla più di andarsi a divertire al cinema.

Luise                     - (legge come una filastrocca un grande manifesto in cui finora si distinguevano solo i contorni) Avviso. Primo. No. Secondo. No. Terzo. No. Quarto. Scusate. Tutti i cinematografi senza eccezione saranno chiusi. Tutte le pellicole cinematografiche senza eccezione, tanto gli originali quanto le copie, saranno distrutte. La produzione di qualsiasi tipo di film deve essere sospesa. Le proiezioni all'interno di circoli privati saranno punite con otto anni di carcere come minimo della pena.

Mai                        - A voi vi pare che riuscirete a farmi arrabbiare.

Luise                     - Certo, se uno l'orgoglio non sa nemmeno dove stia di casa.

Weihrauch             - Tieni pure il broncio quanto vuoi, tanto non serve a niente.

Mai                        - A me piace tenere il broncio, ma ora per prima cosa contate. Esigo che si conti.

Luise                     - Ma scusate, io me lo posso pure permettere. È tanto tempo che metto da parte. L'ho sempre saputo che andava a finire così.

Weihrauch             - Allora sapete che vi dico? Chi ne ha di meno potrà tenere il broncio per più tempo.

Mai                        - Ma li è sporco.

Luise                     - Dove? Su quello schifo di pavimento?

Weihrauch             - E che ricominciamo con tutte queste storie sulla pulizia? Non mi va mica di star sempre a lavare. Tanto i pacchetti vanno a finire tutti nel fuoco.

Luise                     - Ma scusate, io posso permettermelo.

Mai                        - Per terra? (Esita) E va bene.

Tutte e tre si inginocchiano, posano davanti a sé i loro pacchetti, li aprono, sciogliendo i numerosi spaghi che li avvolgono ben stretti, e cominciano a contarne il contenuto. Contano molto in fretta per arrivare subito a una cifra alta. Contano molto lentamente perché sono attaccate a ogni ritratto. Si sorvegliano l'un l'altra con grande attenzione. In sostanza ciascuna conta contemporaneamente il contenuto di tutti e tre i pacchetti. Frammezzo al loro disuguale borbottio si avvertono di tanto in tanto un forte tintinnio, delle grida e un fracasso come di una gran folla di persone.

Luise                     - (alla Weihrauch) Ti sbagli, sei solo a 33.

Weihrauch             - Ma se è proprio quello che ho detto: 33.

Luise                     - No, tu hai detto 35, ma sei solo a 33.

Weihrauch             - 34 mio cognato Otto. (Le porge un ritratto) Non l'hai conosciuto. Lui si che era un uomo scicche. Si è tagliato le vene. Lo aveva detto sempre: se un giorno si taglia le vene, sarà per colpa mia. Mi amava ardentemente. L’uomo     più scicche che abbiamo Mai avuto in famiglia. 35, 3 6, 37.

Mai                        - 46 Non quanto Rodolfo Valentino, però. Guardatelo un po' qua. Non c'è che dire: figura aitante e occhi pieni di fuoco 47,48,49 ,  ,. , , .

Luise                     - 50 Ma scusate, per forza se è un divo del cinema. -51, 52, .53 

Weihrauch             - 50 Sennò potrebbe farlo il primo che passa. -51, 52,53.

Luise                     - 57 Scusate, questo è il capitano pilota Von Rònnetal, con dedica autografa. L'ho curato io. Si buttava sempre sul tenero. Una persona così distinta. L'ho fatto guarire io. 58, 59,6o.

Weihrauch             - 60 Be', e adesso dove è andato a finire? 61, 62.

Luise                     - 65 Appena guarito è cascato. Si buttava sempre sul tenero. 66,67,68.

Mai                        - 80 Mariano Bello, prima che gli capitasse l'incidente con l'auto. Allora aveva ancora una figura aitante e gli occhi pieni di fuoco. Dopo hanno dovuto rattopparlo alla meglio. E da allora non sa più di niente. 81, 82, 83.

Weihrauch             - 78 Mio marito buonanima che mi tiene sulle ginocchia. Allora lui aveva venticinque anni e io cinque. Non andavo ancora a scuola quando mi ha conosciuto. Un giorno mi ha visto dal fotografo e ha deciso in fondo al cuore: o lei o nessun'altra. Be', e poi è rimasto ad aspettarmi per quindici anni. E a me che me ne è venuto? Un bel niente me ne è venuto, perché è andato a morire due mesi dopo la prima notte di nozze. Un uomo scicche, un uomo molto scicche, ma malandato di cuore. Be', e ce l'intendevamo benissimo. MAI         - che tenesse il broncio. Gesù 79, 8o, 81.

Luise                     - 100 «Le dedica questo ricordo il Suo grato e riconoscente Theodor Buch». Un gentiluomo. L'ho curato io. Non si era MAI buttato sul tenero con una donna. Era così per natura. Aveva ventinove anni. A me ha confessato tutto. Una volta vorrei confessarLe una cosa, sorella Luise, mi ha detto. 101, 102, 103.

Una forte voce maschile che viene dal fondo distoglie le donne dal loro lavoro.

Barloch                  - E beccati anche questa! Cammini ora? Non cammini ancora? Allora beccati subito quest'altra, ciac-ciac. Eh si, cara mia, sei nelle mie mani, con me non la spunti. Bum bum. Te ne sei accorta, no, vero che te ne sei accorta? E che ora mi diventi pure sfacciata? Non mi ci mancava che questa! E allora beccati anche questa e poi quest'altra e poi quest'altra ancora!

L'imballatore Barloch è arrivato nel frattempo sulla scena. Spinge davanti a sé con i suoi grossi pugni una balla enorme, legata accuratamente con della corda. Sua moglie Anna, una donna macilenta, gli corre dietro piagnucolando e tira invano la corda come per trattenere la balla.

Anna                     - Questo non puoi farlo. Non sta bene.

Barloch                  - Cos'è che non sta bene? Per me sta bene tutto! Basta che me ne venga la voglia e ti butto all'aria tutta quanta la città.Questo si che per me sta bene: tutta quanta la città! (Dopo ogni frase tira un colpo).

Anna                     - Succederà un disastro.

Barloch                  - Ma che disastro e disastro! Disastri non ce ne saranno. Questa qui deve andare a finire nel fuoco e ci andrà a finire nel fuoco.

Anna                     - Ma non è roba tua.

Barloch                  - E chi è che la butta nel fuoco? Io!

Anna                     - Già, ma questo vuoi dire rubare, rubare la roba degli altri.

Barloch                  - Roba degli altri? Roba degli altri? Bella questa, roba degli altri. Questa non è roba degli altri. Questo è un delitto.

Anna                     - Li sento venire tutti. Ci ho una paura addosso.

Barloch                  - Sta' attenta quando arrivano. Io sono il grande eroe. Sta' attenta. Si sentono molti passi che si avvicinano e in mezzo allo strepito si sente sussurrare qualcosa come «Barloch, Barloch».

Anna                     - Vedi, lo sapevo. Ci ho una paura addosso.

Barloch                  - Va' là, balorda che sei! Sai che gli dico quando arrivano? Dire non gli dico un bel niente. Ma terrò un bel discorso. Signori miei, questo non lo sopporto! Mi sto trascinando nel sudore della mia fronte. Sarebbe toccato a voi e invece lo sto facendo io. Le fotografie le ho messe assieme io personalmente, andando di casa in casa. Roba proibita è. Che si brucino prima o poi non fa differenza. Roba proibita è. E i frutti proibiti non stanno mica bene. Questo pacco è frutto del sudore della mia fronte e sem

Mai                        - è anche troppo piccolo perché mi è mancato il tempo di andare nelle altre case. Ora, ditemi voi se non ho raIl rumore si è allontanato. Frattando le tre donne hanno passato il tempo più a seguire stupite la scena che non a contare. All'improvviso la vedova

Weihrauch             - ficca le mani nel mucchio di ritratti che stanno per terra, ne raduna quanti più può e li porta a braccia tese verso Barloch. Mentre si avvicina, esclama ad alta voce: «Che uomo scicche! » Posa i ritratti sulla balla di Barloch.

Weihrauch             - Ci sono anche queste. Ha proprio ragione! Anch'io la penso come Lei! Avremmo voluto portarle prima anche noi, io e quelle due lì che sono amiche mie.

Sorella Luise e la signorina Mai trasaliscono intimidite.

Barloch                  - Mi piaci.

Weihrauch             - Che uomo scicche!

Barloch                  - Mi piaci. Hai un certo non so che. (L'afferra per le spalle e per la schiena) Non come quella là. (Indica con disprezzo la moglie che sta alle sue spalle).

Anna                     - Vedi, lo sapevo! Adesso trascinati appresso anche lei.

Luise                     - (con gli occhi umidi) Scusate, si sta buttando sul tenero.

Mai                        - (incespicando sulle parole) Ma non ha una figura aitante e gli occhi pieni di fuoco non ce l'ha.

Luise                     - Già, però si sta buttando sul tenero. (Entrambe portano dall'altra parte il resto dei loro ritratti). Scusate un po'. Possiamo permettercelo. Ce ne sono 174 mie e 166 della signorina Mai. La vedova  Weihrauch ne ha anche lei quasi 150.

Weihrauch             - Be', ma allora sono proprio io che ce ne ho di meno.

Barloch                  - Va a finire tutto nel fuoco. Va a finire tutto nel fuoco. Date una mano, gentuccia. Non che abbia bisogno di voi. Le mie braccia mi bastano. Potrei portare un pacco grosso tre volte tanto. Ma non sono invidioso, io. Date tutti una mano! (Alla vedova Weihrauch) Ehi, gazza, potresti dare una mano anche tu. (Le da una pacca sulla schiena).

Luise                     - (dando una mano anche lei) Scusate, anch'io.

Anna                     - Ecco che adesso danno tutti una mano. Mi sai dire a cosa è servito che ti strapazzassi tanto?

Mai (che è rimasta indietro vicino ad Anna Barloch, soggiogata) Figura aitante e occhi pieni di fuoco.

Anna                     - Vedi, lo sapevo. Si sente in lontananza la voce del banditore: «E noi e noi e noi e noi, signore e signori! »

Francois Fant, giovane ed elegante, arriva saltellando. Dietro a lui Franz! Nada, un vecchio facchino, che ansima sotto un pesante carico di specchi.

Nada                     - Pesa, pesa, signorino.

Fant                       - Avanti e vedrai che ce la fai.

Nada                     - Se l'avessi saputo che ne aveva tanti di specchi! Ah come pesano!

Fant                       - Amico caro, o bere o affogare.

Nada                     - Dicevo tanto per dire.

Fant                       - (si ferma) Del resto, se non vuole andare avanti, troverò qualcun altro.

Nada                     - (spaventato) Ma per carità, signorino, non volevo mica dire questo. Con i miei capelli grigi. Perché si arrabbia subito?

Fant                       - Allora, via.

Nada                     - Oh signore! Oh signore!

Fant                       - E adesso che altro c'è?

Nada                     - Niente.

Fant                       - Ma dove si è cacciato? Non può fare un po' in fretta?

Nada                     - Credo proprio di no.

Fant                       - Se continua ancora a fare tutte queste storie va a finire che qualcosa me lo porto io da solo.

Nada                     - Per amor del cielo, signorino, non mi faccia questa offesa! Con i miei capelli grigi! Se lo venisse a sapere mia sorella! Sono cinquantasei anni che faccio il facchino.

Fant                       - Allora, via.

Nada                     - È solo colpa della vecchiaia.

Fant                       - A ciascuno la sua parte.

Nada                     - Ha proprio ragione, signorino. Quando avevo ancora mia sorella...

Fant                       - Ancora solo pochi passi.

Nada                     - Subito! Subito! Mia sorella si chiamava Franzi, io invece mi chiamo FRANZL.

Fant                       - Allora, via, manca poco. Arriveremo in ritardo.

Nada                     - Andiamo avanti.

Fant                       - Così si che va bene, andiamo avanti. A ciascuno la sua parte. Ciascuno sacrifica qualcosa. Io sacrifico tutti i miei specchi, son la bellezza di 14 specchi. Lei mi aiuta a portare gli specchi perché altrimenti non avrebbe niente da sacrificare. Non tutti possono fare sacrifici così grandi. Lei che ne pensa che possano valere gli specchi?

Nada                     - Be', debbono valere un bel po'! La Franzi, che poi era mia sorella...

Fant                       - Ma che valore crede che abbiano?

Nada                     - Be', enorme! La Franzi...

Fant                       - Lo credo bene. Dire enorme è ancora troppo poco. E ora li rompo tutti con una sola mano, cioè con le palle, volevo dire. Che finezza. (Nada respira affannosamente). Stia attento, lì c'è una pietra! Badi a non rompermi niente! Stia attento, Le dico Non ha proprio nessun riguardo per gli specchi! (Nada respira sempre più affannosamente. Fani, urlando) Mancano solo tre minuti. Forza' Forza! Tre minuti! Dopo potrà poltrire quanto vuole. (Nada stramazza al suolo, gli specchi tintinnano). (Fant, furibondo) Non ci mancava che questa! Lo sbaglio è di impietosirsi Avrei potuto rivolgermi a qualcun altro e non mi sarebbe venuto a costar nulla. (Spinge da parte il vecchio con una pedata) Non saranno mica andati tutti in malora?1, 2 3, 4, 5, 6, 7, 8. 8 sono ancora interi. Avrebbe potuto andare a finire anche peggio. E ora chi me la porta fin li, questa roba?

Franzi Nada, una vecchia domestica, si avvicina strisciando.

Fant                       - Be', dove te ne vai, nonnina?

Franzi                    - Vorrei andare alla festa. Solo che non ci ho niente. Mi basterebbe stare a guardare, visto che non ci ho proprio niente.

Fant                       - Be', aspetta, vediamo un po'. Puoi prenderti gli specchi, 8 specchi, così avrai anche tu qualcosa da portare.

Franzi                    - Ma guarda un po' che roba. Che roba! E adesso davvero davvero mi danno questi 8 specchi! Ma guarda un pò che roba! Che roba!

Fant                       - (le carica addosso gli specchi) Peccato soltanto dei cocci.

Franzi                    - Ci starò attenta, signorino, ci starò attenta. Non deve aver paura. Mio fratello faceva il facchino.

Fant                       - Sono imballati per bene, no?

Franzi                    - Grazie mille, signore. Mio fratello, quello che faceva il facchino, l'ho perduto trent'anni fa. Grazie mille signore. Lui si chiamava Franzi, io invece mi chiamo Franzi. Ma guarda un po' che roba! Ossequi, signore. Proprio ora stavo pensando: vuoi vedere che te l'incontro alla festa, in un posto così un tacchino deve averci per forza da fare.

Fant                       - Interessante. Ma adesso forza! Quei bel cocci.

Franzi                    - Grazie mille, signore, ah che roba! Grazie mille, ossequi, signore, ossequi, signore, tanti ossequi.

Fant                       - Quei bel cocci. Avrei potuto portarne 14 di specchi.

Franzi                    - Ossequi, signore. Che signore distinto, che caro, che bravo.

Mentre si allontanano si sente la voce del Banditore «E noi e noi e noi, signore e signori, e noi...» Il vecchio Nada si tira su a fatica e si tasta le ossa: «Con i miei capelli grigi! Che vergogna! Se l'avesse visto la Franzi!»

Sei ragazzine arrivano saltando.

Hansi                     - Io si che posso venire.

Puppi                     - Anch'io posso venire.

Gretl                      - Lei no che non può venire!

Puppi                     - Certo che posso.

Gretl                      - No, lei non può venire!

Hansi                     - Io sì che posso venire.

Lizzi                      - Guardate un po' qui tutte quante, ci ho una cosa!

Hansi, Puppi, Gretl     - Fa'vedere!

Lizzi                      - No, non la faccio vedere.

Hedi                      - E dai, falla vedere, se ce la fai vedere ti faccio dare una leccata. (Le porge un confetto).

Lizzi                      - Prima voglio dare la leccata.

Hedi                      - E va bene!

Lizzi lecca con aria solenne.

Lizzi                      - Allora adesso la faccio vedere. Ma solo a te. Le altre non la debbono vedere.

Gretl                      - E dai, quella è tanto invidiosa.

Lori                       - (che finora se ne è rimasta tranquilla in disparte) Ma se non ci ha un bel niente.

Lizzi                      - (si gira rapida come un fulmine) Sta' sicura che a te non te la faccio vedere.

Hansi, Puppi, Gretl     - Non ci ha un bel niente, fa solo finta di averla.

Lizzi                      - Venite tutte qua, a voi ve la faccio vedere. Solo alla spilungona no, a lei niente.

Hansi, Puppi, Greti attraversano di corsa la scena. Lori si scosta ancora di più, con aria sprezzante. Hansi, Puppi, Greti corrono eccitate verso Lori  parlando tutte assieme ad alta voce.

Gretl                      - Ha una fotografia di suo padre.

Hansi                     - E può bruciarla.

Puppi                     - E ne ha anche una di sua madre.

Hedi                      - E del fratello maggiore.

Gretl                      - Gliele hanno date a casa sua.

Puppi                     - A me non me ne hanno data nemmeno una.

Gretl                      - Ecco qua, lo vedi, tu non puoi proprio venire

Puppi                     - (si mette a piangere) Sì che posso venire anchio

Lizzi                      - Lasciatela in pace! Può venire. La porto io. Me la porto con me. (Le altre tacciono imbarazzate. Puppi ricomincia a ridere Lizzi a Lori) Be', ce l'avevo o no qualche cosa? Ora non ci hai più niente da dire. Che ci avresti qualcosa da dire? Un bel niente ecco quello che ci hai da dire. Questa è del mio papà. Questa è della mia mamma. Questa è del mio fratello più grande.

Lori                       - Le avrai rubate.  

Lizzi                      - (le da uno schiaffo) Quanto sei volgare! Essere volgari, e va bene, dice mio padre, ma volgari fino a questo punto!

Lori                       - (ride beffardamente) Quante ne hai? Tre? (Tira fuori un pacchetto dalla camicetta) Io ne ho ventitre. (Gliele mette sotto gli occhi) E non le ho mica rubate, io. Mia madre e malata e io vado alla festa al posto suo. Le ragazze passano tutte dalla parte di Lori.

Lizzi                      - (a Puppi) Vai anche tu con quella là?

Puppi                     - Ma lei ne ha ventitre.

Lori                       - Vieni, ti porto con me, tu puoi venire con me.

Lizzi                      - E io ti regalo la foto di mio fratello.

Puppi                     - esita.

Lori                       - E ce la butti tu nel fuoco, d'accordo?

Puppi                     - Tuo fratello ce lo posso buttare proprio io nel fuoco?

Lizzi                      - Mio fratello no, ma la mia mamma, quella sì che ce la puoi buttare tu nel fuoco.

Hansi                     - La prendo io.

Gretl                      - Anch'io.

Hedi                      - Anch'io.

Puppi                     - Allora me la prendo io! 

Lori                       - E dai, resta qui, ti regalo due foto. (Tira fuori dalla camicetta il pacchetto, ne toglie due fotografie e le da a Puppi).

Puppi                     - (mette sotto il naso delle altre i cartoncini) Adesso ce ne ho due!

Hansi                     - Le voglio anch'io!

Gretl                      - Anch'io!

Hedi                      - Anch'io!

LizziT                    - La mamma puoi averla, però in cambio mi fai dare un'altra leccata.

Hedi                      - E va bene.

Lori                       - E dai, resta qui, ne do due anche a te. (Ritira fuori il pacchetto dalla camicetta e porge anche a Hedi due fotografie).

Hedi                      - (da una gomitata a Puppi) Adesso anch'io ce n'ho due!

Hansi e Greti storcono il viso come se stessero per mettersi a piangere.

Lizzi                      - (va verso di loro) E io vi do la mia mamma. A tutte e due assieme.

Hansi e Greti storcono il naso ma allungano entrambe la mano.

Lori                       - (si intromette) Ve ne do due per ciascuna. (Si ripete la stessa procedura di prima. Hansi e Greti voltano le spalle a Lizzi). Adesso dovete venire tutte con me. Chi ha i miei ritrattini deve venire con me.

Hansi                     - Con quella là?

Puppi                     - Con te non ci viene nessuno!

Gretl                      - Lei e la sua mamma!

Hedi                      - Se la tenga pure.

Lizzi                      - La mia mamma è bella.

Gretl                      - Ma se ha gli occhi storti.

Lizzi                      - (le da uno schiaffo) Quanto sei volgare!

Gretl                      - (glielo restituisce) Ha gli occhi storti ed è schifosa, e ha il naso lungo e zoppica e ha la gobba e puzza! Mia madre dice sempre che nella stessa stanza con quella li non ci si resiste mica. E ha gli occhi storti e un naso schifoso!

Hansi                     - L'ho visto anch'io.

Hedi                      - Sulla foto.

Puppi                     - Anch'io.

Lizzi piange e tira botte, Greti piange e lancia improperi, Lori ride e le altre stanno a guardare.   Entra in scena Fritz Schakerl, insegnante ma non nella classe di queste bambine.

Schakerl                - Non è p-p-posto da b-b-bambini qu-qu-questo. I b-b-bambini d-d-debbono andare a casa. (Tutte e set le ragazze restano sbalordite). Andate a casa, vi d-d-dico, d-d-debbo torse f-f-farvi filare? Non è p-p-posto da b-b-bambini qu-qu-questo.

Lori                       - (fa un passo avanti) Mia madre è malata e ha mandato me con 23 fotografie. Vanno a finire tutte nel gran fuoco.

Le altre sollevano timidamente i loro ritratti.

Schakerl                - Qu-qu-quante?

Lori                       - Ventitre. (Ritoglie a Hansi, Puppi, Greti e Hedi che non osano difendersi, tutte le fotografie che aveva regalato) Lo ha detto mia madre.  

Schakerl                - P-p-per v-v-ventitre v-v-vale anche la pena. D-d-da qua, che le b-b-butto io. (Strappa di mano a Lori il pacchetto) Anche t-t-tu hai qu-qu-qualcosa. (A Lizzi) D-d-da qua! (Toglie a Lizzi i suoi tre ritrattini. Lei li tiene stretti spasmodicamente. Le restano in mano solo tre minuscoli brandelli. Di colpo tutte e sei le ragazze si mettono a strillare in maniera straziante e senza interruzioni). Ora però f-f-filare. M-m-manca p-p-poco! F-f-filare, vi d-d-dico! (Caccia via le ragazze che si sono strette l'una all'altra e le percuote con colpi duri e secchi).

Dal fondo fracasso tipo mercato: le grida delle ragazze vi si mescolano e vengono poi sopraffatte dalle urla di una donna.

Emilie Fant, una donna estremamente grassa, vistosamente truccata e sovraccarica di gioielli, attraversa di corsa la scena, gesticolando con foga.

La Fant                  - Mio figlio! Dov'è mio figlio? Mio figlio è scappato. Dove posso trovare mio figlio? Qualcuno ha visto mio figlio? Mio figlio! Una sgobba, tribola, sputa l'anima, si va avanti così giorno e notte, giorno e notte, giorno e notte, ci sarebbe da credere che si accumulino dei tesori. E a che scopo? Questo non è più lavo-gg  ro! Me lo sono forse meritato? Mio figlio! Dov'è mio figlio? Mio figlio è scappato! Dove posso trovare mio figlio? Qualcuno ha visto mio figlio?

Fritz Schakerl        - (che finora è rimasto in disparte, tutto a un tratto si dirige impettito verso la donna e balbetta) Oggi è un gr-gr-gran g-g-giorno. Non gr-gr-gridi!

La Fant                  - (che solo ora si accorge della sua presenza, gli si butta addosso urlando) Lei ha visto mio figlio! Dov'è mio figlio? Lei lo sa! Io lo so che Lei lo sa!

Schakerl                - Non gr-gr-gridi ! N-n-no!

La Fant                  - E come faccio a non gridare? Il mondo intero lo deve sapere! Il mio unico figlio! E tutto il mio lavoro a chi serve? Mi dica dov'è mio figlio! Lei lo sa! Io lo so che Lei lo sa!

Schakerl                - I-i-io le f-f-fotografie non le ho prese.

La Fant                  - Le mie fotografie? Non se le è mica prese, lui. E chi sta parlando delle fotografie? Ma i miei specchi, quelli si che se li è portati via tutti da casa. Quattordici specchi! I miei quattordici specchi! Come fanno a lavorare le mie ragazze senza gli specchi? Questo non è più lavoro. Così è impossibile lavorare. Le mie ragazze sono disperate!

Schakerl                - (mentre la donna pronuncia le ultime parole si è eretto in tutta la sua statura. Tira fuori di tasca una carta e la legge con voce alta e sonora sema incespicare neanche una volta) «AVVISO. Il governo ha deliberato. Primo: È vietato il possesso e l'uso di specchi. Tutti gli specchi esistenti, senza eccezione, saranno distrutti. La fabbricazione di qualsiasi tipo di specchi dovrà essere sospesa. Trascorso il termine di trenta giorni, chiunque venga trovato reo di possedere o usare uno specchio verrà punito con una pena da dodici a vent'anni di carcere. Per chi fabbrichi specchi è prevista la pena di morte».

La Fant                  - Ah, è così, la pena di morte. Sei dei miei specchi li avrei pure consegnati volontariamente, senza chiedere neppure un indennizzo. Ma tutti e quattordici! Questo non va. Questo non è più lavoro. Così è impossibile lavorare. Lo chieda alle mie ragazze!

Schakerl                - T-t-taccia Lei! «Secondo: È vietato fotografare uomini o esseri antropomorfi. Tutte le fotografie esistenti di uomini o di esseri antropomorfi saranno distrutte senza eccezione. Fino a nuovo ordine le macchine fotografiche di qualsiasi tipo dovranno essere depositate presso le autorità. A partire da oggi la fabbricazione di macchine fotografiche dovrà essere sospesa. Trascorso il termine di trenta giorni, chiunque venga sorpreso in possesso di fotografie di uomini o di esseri antropomorfi verrà punito con una pena da tre a cinque anni di carcere. Per chiunque fotografi uomini o esseri antropomorfi è prevista la pena di morte».

La Fant                  - Ah, è così, la pena di morte. I miei ritratti non li posso consegnare. Alle mie ragazze i ritratti servono per i loro clienti. Senza ritratti, i clienti ammodo non mi ci vengono più. Questo non è più lavoro. Senza ritratti è impossibile lavorare. E ci sarebbe da credere che si accumulino dei tesori!

Schakerl                - T-t-taccia Lei! «Terzo: È vietato eseguire ritratti e autoritratti a carboncino, sanguigna, acquarello, colori a olio o in qualsiasi altro modo. Fino a nuovo ordine tutti i ritratti e autoritratti esistenti, senza eccezione, dovranno essere depositati presso le autorità. La maggior parte di essi è destinata alla distruzione. Una commissione di esperti procederà a una ristretta selezione per il progettato museo della vanità. Trascorso il termine di trenta giorni, chiunque venga trovato in possesso di un ritratto o di un autoritratto verrà punito con una pena da otto a dodici anni di carcere. Per chiunque esegua ritratti o autoritratti è prevista la pena di morte».

La Fant                  - Ah, è così, un'altra volta la pena di morte! Ehi, Lei, ora mi sono stufata! Io il mio tempo non l'ho mica rubato. L'ha visto il mio Francois oppure no? Con i miei quattordici specchi, tutti grandi così li, deve averlo visto per forza!

Schakerl                - T-t-taccia Lei! «Quarto: »

La Fant                  - Ma mi lasci in pace, ha capito? Io il mio tempo non l'ho mica rubato. Con tutte queste sciocchezze. Che me ne viene a me? Le mie ragazze dovrei forse buttarle in mezzo a una strada o che cosa? Secondo me Lei è un uomo senza cuore! I miei specchi io debbo riaverli. Lavoro, io. Si può forse lavorare così? Dico a Lei, uomo senza cuore!

Schakerl                - (con voce alta e stridula) «Qu-qu-quarto! » (La Fant non lo lascia continuare). St-st-stia attenta L-l-lei! Io L-l-la d-d-denuncio!

La Fant                  - (allontanandosi) Che uomo senza cuore! Ci sarebbe da credere che si accumulino dei tesori. Mio figlio! Dov'è mio figlio! Mio figlio è scappato! Qualcuno ha forse visto mio figlio? Mio figlio!

Schakerl, da quando ha ricominciato a balbettare, si è di nuovo come ripiegato su se stesso e si rimette in un canto come prima. Heinrich Fòhn e Leda Frisch arrivano camminando adagio adagio, immersi nella conversazione.

Fòhn                      - Perdoni, signorina, ma non è questo il punto. Non si tratta di provvedimenti di poco momento, presi tanto per andare avanti alla giornata. Non vogliamo continuare a fare le cose a metà. È vero che alle cose fatte a metà ci abbiamo ormai  fatto l'abitudine come al giorno e alla notte, ma tutto ciò deve cambiare.

Leda                      - (molto fredda) Sì certo, in effetti l'ho letto anche ieri. Lei deve aver ragione, in effetti.

Fòhn                      - Ma non perché Lei l'ha già letto, signorina. Non so dove Lei l'abbia letto. Non è mia abitudine ripetere ciò che ho letto e d'altronde non ho certo bisogno di andare accattando le idee dagli altri perché, come Lei dovrebbe sapere, ce ne ho di mie. No, si tratta di un fatto unitario in un senso molto più elevato. Consideri un po' da vicino la vita che si era soliti condurre finora. Che cosa facevano le persone al mattino appena si alzavano? Si lavavano. E dove? Davanti a uno specchio. Si pettinavano i capelli. E dove? Davanti a uno specchio. Si facevano la barba. E dove? Davanti a uno specchio.

Leda                      - Si truccavano. E dove? Davanti a uno specchio. Si incipriavano. E dove? Davanti a uno specchio.

Fòhn                      - Sono lieto che la Sua ironia mi aiuti a portare avanti il discorso. Senza nemmeno rendersene conto Lei è passata subito ad esempi tratti dalla vita femminile. Con il che proprio Lei mi ha messo in mano l'arma cui intendevo far ricorso. Noi siamo effeminati. Questa è la nostra disgrazia. Lo specchio, un aggeggio che fa parte della vita professionale della donna, ormai ha preso possesso di noi nel senso più letterale del termine,^ di tutti noi, anche di noi uomini. Noi non ci precipitiamo più all'assalto come in passato; gran parte del nostro tempo lo passiamo a contemplare noi stessi, così minuziosamente come se dovessimo farci il ritratto e con tanto affetto come se avessimo intenzione di contrarre matrimonio con noi stessi. È proprio così, si arriva a un punto tale che presto o tardi veramente siamo sposati con noi stessi. Ciascuno di noi vive in stato coniugale con la propria immagine riflessa nello specchio. Quando mangiamo, è la nostra immagine che nutriamo; quando ci vestiamo, è la nostra immagine che vestiamo e anche quando siamo malati, infelici, ridotti a mal partito l'immagine ce la conserviamo sana. altrimenti la vita non ci riserverebbe più alcuna gioìa

Leda                      - Mi piace starLa a sentire, quando parla così. In questi mo menti ha, in effetti, un che di virile. 

Fòhn                      - NoNo! Qui si tratta di qualcosa che va oltre la mia persona. Nondimeno l'osservazione che ha fatto può servire a metterLa sulla buona strada. Quando parlo di una questione così importante e di interesse generale come la lotta contro gli specchi l'impressione che suscito è, a sentir Lei, più virile.

Leda                      - Si, in effetti proprio bellicosa. Da vincitore.

Fòhn                      - Lei trova? Da vincitore? .

Leda                      - Un sorriso aleggia anche nella morte sulle sue forti labbra.

Fòhn                      - Forti labbra? Sicuro. Se lo dice Lei: sicuro. Ma di che stavamo parlando?

Leda                      - In effetti stavamo parlando della vanità femminile cui attualmente indulgono anche gli uomini. 

Fòhn                      - Giusto. Già, vede, e con le fotografie non è forse la stessa cosa? Ci collochiamo senza pudore davanti al foro di un qualche obiettivo, contorciamo la faccia, che di per sè non sarebbe poi forse tanto male, in una maschera che oltretutto il più delle volte ci viene imposta dal fotografo. Le fotografie sono un compromesso tra la vanità di chi fotografa e di chi si fa fotografare. Forse se le amiamo tanto è proprio perché in esse possiamo contemplarci ogni volta che vogliamo. Questi puerili paramenti in cui ci esibiamo agli altri magari trecento volte, dalla culla alla tomba, non sono forse una delle più turpi invenzioni del diavolo della vanità?

Leda                      - In effetti, non lo so. A me i ritratti dei bambini piacciono molto. Lei, in effetti, non ha mica dei ritratti di quand'era bambino? 

Fòhn                      - O si, naturalmente. Perchè me lo chiede?

Leda                      - Mi sarebbe piaciuto tanto vederli. Già da bambino Lei doveva essere un vero demonietto.

Fòhn                      - Lo dicono tutti in famiglia. Ero straordinariamente sveglio e a quattro anni sapevo già leggere Raccontano le storie più stupefacenti riguardo a quegli anni. Una volta, a quel che dicono e non avevo ancora cinque anni mentre mio padre mi leggeva ad alta voce il giornale e io stavo a cavalcioni sulle sue spalle, corressi un suo errore di lettura.

Leda                      - Delizioso! In effetti è la storia più deliziosa che abbia ma sentito Che caro demonietto! Corregge gli errori del padre, lui! Delizioso! (Riesce a infilarglisi tra le braccio).

Fòhn                      - (lasciandola fare) Trova anche Lei che è così delizioso?

Fritz Schakerl        - (in tutto questo tempo ha boccheggiato faticosamente, ha deglutito più volte, mosso le labbra, tirato fuori una carta e si è esercitato a leggerla a bassa voce tra sé. Proprio nell'istante in cui i due si stanno abbracciando, si sente finalmente sicuro. Si dirige impettito verso la coppia e grida con voce stridula) L-l-lei ha p-p-perfettamente ragione! (Heinrich Fòhn e Leda Frisch si staccano sussultando). L-l-lo conosce qu-qu-questo? (Tiene sollevato il foglio e legge con voce alta e stridula senza balbettare) «Lo spaventoso dilagare della vanità in tutti i settori della vita pubblica e privata non è più a lungo tollerabile. L'impostura, il ballo, l'eleganza guadagnano terreno di giorno in giorno. Non esiste più nessuno il cui scopo supremo non sia il vestirsi con eleganza e avere l'aspetto di un principe in incognito ».

Fòhn                      - Grazie. Lo conosco.

Schakerl                - L-l-la s-s-signora però n-n-non lo conosce. «Le vetrine rigurgitano di falsi idoli. Tutta la sofferenza del mondo è soffocata dall'eleganza. Sembra che nessuno abbia più il coraggio e la tenacia necessari per essere semplici ».

Fòhn                      - Grazie. La signora conosce anche questo. Davvero.

Leda                      - In effetti, lo conosco.

Schakerl                - E qu-qu-questo lo c-c-conosce? «Un'orda di babbuini ululanti, con le natiche color rosso fuoco, piume sul capo e anelli al naso si aggira per le strade e appesta l'aria».

Fòhn                      - Conosco anche questo. E ne conosco anche altri.

Leda                      - In effetti, il mio fidanzato conosce tutto. I due affrettano il passo.

Schakerl                - (va di pari passo con loro) Ma qu-qu-questo non lo c-c-conosce. «Il popolo è ormai maturo per la catastrofe».

Fòhn                      - Conosco tutto. Conosco tutto.

Leda                      - II mio fidanzato conosce tutto.

Schakerl          - « Chi potrebbe arrischiarsi a giurare che in tasca non si porta uno specchio? »

La famiglia Kaldaun è composta da quattro persone. Egon Kaldaun è sprofondato nei suoi pensieri. Lya, sua moglie, traffica con la borsetta. Marie, la domestica tuttofare, non più giovanissima, viene per ultima spingendo la carrozzina in cui è adagiato l'unico figlio dei Kaldaun.

Lya                        - Che cosa debbo sacrificare oggi, Egon?

Egon                      - E anche oggi non mi hanno stirato i pantaloni.

Lya                        - Egon, che cosa debbo sacrificare oggi?

Egon                      - Sto parlando dei pantaloni. Anche oggi non mi hanno stirato i pantaloni. Tutto qui.

Lya                        - Oggi debbo sacrificare lo specchietto tascabile, Egon?

Egon                      - Non c'è nessun motivo che io debba sopportare una cosa simile. Anche oggi non mi hanno stirato i pantaloni.

Lya                        - Marie, Lei ricomincia a non stare a sentire. Non ha stirato i pantaloni. Non c'è nessun motivo che mio marito, il signore, debbano sopportare una cosa simile.

Egon                      - Quand'è così, basta che consegni per l'appunto lo specchio, se ne hai voglia. Tutto qui.

Lya                        - Debbo proprio farlo? Sono indecisa.

Egon                      - Ma è mai possibile che si debba camminare in questo modo?

Lya                        - Marie, mio marito, il signore, si vergognano a camminare in questo modo. Ha sentito, il signore.

Egon                      - Per me prenderei tranquillamente lo specchio. Farà una buona impressione. È una vergogna.

Lya                        - Ma che si crede Lei, che mio marito, il signore, vadano alla festa per divertimento? Ma che Le passa per la testa, Marie?

Egon                      - Devi tirarlo fuori di scatto. Decisione repentina. Tutto qui. E io posso pure vergognarmi. Io non sono affatto disposto.

Lya                        - Vede, Marie, è la centesima volta che glielo dico. Mio marito, il signore, sono stufi e non sono affatto disposti. Ma che debbo farci con lo specchio, Egon?

Egon                      - Lo prendi e lo butti nel fuoco. Farà una buona impressione. Tutto qui. Devi gettarlo quando tutti stanno a guardare. Direttamente nel fuoco. Non lascio più che mi amareggino la vita. Da' un po' un'occhiata a questa piega dei pantaloni. Direttamente nel fuoco.

Il figlio unico        - (grida tutto a un tratto) Fo-co! Fo-co!

Il bagliore rossastro del fuoco, che ormai non è più molto distante, aumenta a poco a poco di intensità. Le voci che giungono all'orecchio risuonano più vicine e più eccitate.

Lya                        - Allora lo prendo direttamente e lo butto nel fuoco. Marie.  Quando è stata l'ultima volta che ha stirato i pantaloni del signore?

Il figlio unico        - Fo-co! Fo-co!  

Marie                     - Poco male! Stamattina, prima che signore indossa. Stirati stamattina pantaloni e pantaloni vanno più che benissimo. Me ne vado. Tanto perché lo sappiano! Pantaloni (abbandona la carrozzina in mezzo alla strada. Appena toglie la mano dalla carrozzina il figlio unico si mette a urlare a squarciagola).

Il figlio unico        - Fo-co! Fo-co!  

Lya                        - Il bambino dovrei farlo star zitto io, Marie? Adesso non ho tempo. Debbo buttare lo specchio direttamente nel fuoco, io. Che cosa debbo dirle, Egon? Occupatene un pò tu. Sei disposto?

Egon                      - Marie, è la centesima volta che glielo dico: Lei resta. Tutto qui. 

Il figlio unico        - Fo-co-co-co! Fo-co-co-co!

Marie si avvicina alla carrozzina e ricomincia a spingerla.

Lya                        - Lo specchio debbo tirarlo già fuori, Egon?

Egon                      - Aspetta che siamo più vicini, farà un'impressione migliore.

Il figlio unico        - (urlando dalla gioia) Fo-co! Fo-co! Fo-co!

Sulla piazza cui ora è arrivata la famiglia Kaldaun arde sulla destra un fuoco che di minuto in minuto diventa sempre più grande. Sul fondo, a sinistra, c'è la baracca del banditore. Non la si noterebbe neanche se non fosse per il continuo tintinnio di specchi un rumore cui è più difficile abituarsi che non alla voce del bandire. Tra il fuoco e la baracca degli specchi si aggira una moltitudine di persone, tra cui sono presenti, a eccezione delle sei bambine, tutti i personaggi già comparsi nelle scene precedenti Accanto al fuoco, in piedi su una cassetta, c’è un tarchiato predicatore, con la faccia paffuta, attorno a cui si accalca la maggior parte della gente.

Il predicatore Brosam- Ma noi non vogliamo dibattere ciò che vogliamo è combattere! Cari fratelli, lasciateci combattere contro la rozza scostumatezza della vanità. Satana ci tiene stretti nelle sue verdi grinfie. Ci tiene stretti e ci addenta come un    tozzo di pan secco. Ed ecco che si strozza e sputa e non riesce a mandarci giù. Notate bene, cari fratelli noi siamo troppo velenosi per Satana! Si strozza, si strozza e il suo rosso ceffo diventa verde come le sue grinfie. Ed ecco che sbuffa, digrigna i denti, ma non c’è diavolo che gli venga in soccorso, perchè il diavolo è lui ed è lui che deve inghiottirci. E così noi per il diavolo siamo il cibo più velenoso che esista. A questo punto vi domanderete: e perché mai? Perché siamo per il diavolo il cibo più puzzolente che esista? Non è forse lui il diavolo? Non è forse molto più scellerato di noi? Ve lo dirò, povera gente. Il diavolo è scellerato, il diavolo è malvagio, ma in tasca non si porta nessuno specchietto, non ha ritrattini lui e neppure ritratti. Io sono stato a lungo al suo fianco, potete credermi. Ho frugato in tutte le sue tasche infuocate, ho rovistato in tutti i suoi bauli pieni di malvagità, ho perlustrato a fatica tutti i suoi bugigattoli pieni di marciume, le sue stanze di tortura nere come la pece tutto quanto il torrido inferno l'inferno è grande c’è moltissimo spazio, diventa di ora in ora più grande, ma in nessun posto ho trovato uno specchio, in nessun posto, in nessun posto ho trovato uno specchio, neanche uno piccolo così. Nell’inferno di specchi non ce n’è. Soltanto noi abbiamo specchi e ritratti e fotografie e chi si colloca davanti all'occhio di una macchina fotografica è peggiore del diavolo, nemmeno all'inferno ci sarà posto per lui. Dov’è che sarà arrostito? Dove mai andrà a finire la sua anima? Questo non sono in grado di dirvelo Ma noi non vogliamo dibattere, ciò che vogliamo e combattere! Cari fratelli, lasciateci combattere contro la...

Nel fracasso generale si leva una voce stridula: «Ora questa e ora questa c'ora questa e ora questa!» Il palcoscenico gira di poco, il chiarore del fuoco rimane ancora vivo, ma qui la ressa non è tanto fitta.

Therese Kreiss (proprietario di un emporio, lacera, torcendosi le mani, alcune fotografie e ne getta i frammenti in direzione del fuoco) Ora questa e ora questa e ora questa e ora questa.

Milli                       - (sua figlia) Ehi mamma, che fai?

Therese                  - Ora questa e ora questa e ora questa e ora questa.

Fritz Held              - (barbiere che sta li accanto) Sempre-da-brava-una-per-volta. 

Milli                       - Mamma, tra quelle c'è anche la mia foto?

Therese                  - Verrà il suo turno. Viene per tutte. Ora questa e ora questa! 

Milli                       - Ma le mie foto non c'è nessun bisogno che le prendi proprio oggi, mammina. 

Therese                  - E invece proprio le tue. Proprio le tue. Perche la superbia si annida in te come il tarlo nel tronco,

Milli                       - Ma se me le son fatte fare solo per Fritzl, quelle belle foto.

Therese                  - II Friztl ti conosce anche senza.

Milli                       - Lui però ha detto che è per le mie foto che mi ama. Che fai mamma? Che fai?

Therese                  - II mondo va avanti anche senza Fntzl.

Milli                       - E ora me lo fa a pezzi! Mi fa a pezzi pure il Fntzl! Io questo non lo sopporto!

Held                      - Io mi chiamo Fritz, signorina.

Milli                       - Questo non lo sopporto, mamma!

Held                      - Ma signorina, io mi chiamo Fntz!

Milli                       - Mamma, che fai? Mamma, che fai? E ora mi ha tatto a pezzi il Fritzl. Il Fritzl mi ha fatto a pezzi!

Held                      - Signorina, di Fritz ce n'è più d'uno. Anch'io per esemplo, mi chiamo Fritz, signorina.

Milli                       - II Fritzl non verrà

Mai                        - più. (Singhiozzando amaramente) Se non trova la sua foto, non verrà mai più.

Held                      - È bello che ito, come suoi dire il popolino. Scusi, ma non sono anch'io un bel Fritz?

Milli                       - Ma si può sapere cosa vuole Lei, che non fa che presen tarsi? E chi La conosce a Lei?

Held                      - Mi prendo la libertà di offrirLe nel più gran segreto una foto di Fritz.

Milli                       - Su, me la faccia vedere! Dove 1 ha presa?

Held                      - La prego di mantenere il segreto. Ci guardano.

Milli                       - Ci guardano. Anche Fritzl diceva sempre così.

Held                      - Non potremmo appartarci un pochino?

Milli                       - Prima mi mostri la foto!

Held                      - La prego.

Milli                       - Ma questo non è Fritzl.  . .

Held                      - Eppure il signore di cui Lei tiene la foto nella Sua riverita mano si chiama proprio Fritz.

Milli                       - Ma questo è Lei.

Held                      - E, come ho già detto, io mi chiamo Fritz.

Milli                       - Già e chi se ne importa?

Held                      - Mi prendo la libertà di chiederLe di tenersi la foto.

Milli                       - Ma che dice? Questa foto è mia?

Held                      - La prego.

Milli                       - È proprio solo mia? Non sta mica scherzando?

Held                      - Solo tua. Come il mio cuore. Non vogliamo appartarci?

Milli                       - Certo, se la foto è mia, con piacere!

Held                      - Gliel'ho già detto.

Milli                       - È davvero una bella foto. Fritzl!

Therese                  - Ora questa e ora questa e ora questa e ora questa!

Il predicat.             - Molti animali ci sono sulla terra, quadrupedi, uccelli e serpenti e nessuna lingua umana arriva a dire il nome di tutti gli animali che ci sono sulla terra. Ma io conosco un animale che è il più lurido di tutti. Ogni giorno il suo nome è sulla vostra bocca e ogni giorno vi fa venire l'acquolina in bocca. Voi stessi dovete dirmi il nome di questo animale, voi stessi dovete dirmelo e io vi chiedo alto e forte: vanità, qual è il tuo vero nome?

In un angolo più tranquillo, ma non lontano dal fuoco, sta il signor Josef Garaus, il direttore, che sorride e lancia occhiate benevole in tutte le direzioni. È solo.

Garaus                   - Ma guarda un po' li, un fuoco. Un fuoco così è quello che ci vuole per me. A me piace molto, un fuoco. Il rinesso rosso. La gente, be' quella ha perso proprio la testa. Basta che vedano un trambusto e tutti accorrono e fanno baldoria. E già, perché no? In fondo sono esseri umani pure loro. Quel fuoco è fatto soltanto di fotografie. Le fiamme divampano alte. Quanto ai ritrattini là dentro, non è poi un gran male. I tuoi ritrattini tu te li tieni in serbo per bene. (Tira fuori di tasca uno specchietto e vi si guarda a lungo e minuziosamente) Tutto questo va bene per la gente del popolo. Quella è gente che si spende tutti i suoi sudati guadagni e non ha il senso della misura. (Rimette lentamente in tasca lo specchio) A me quanto sudore mi costa! Dunque, è stato tre settimane fa, questo è certo. Passo davanti a un fotografo ed ecco che ti vedo davanti al suo negozio un'automobile ferma. Io ormai ci ho fatto l'abitudine e mi ci metto a riflettere sopra: perché quello là tiene l'automobile ferma lì davanti? Mi siedo su una panchina e aspetto; ed ecco che ti arriva una coppietta abbracciata stretta stretta, lei non ha niente, lui non ha niente e si fanno fotografare davanti all'auto. Come se fosse una coppia di sposini, capitale sociale , un auto Ora io che sono direttore, l'auto non ce l'ho E quelli dai che .i fanno subito fotografare con l'auto, tanto l'amore e gratis. Non che me la prenda. Direi. Ed ecco che poi quei due ti fanno la conoscenza di un tizio che gli chiede: qual e la vostra professione? Be', a questo punto loro ti dicono: propnetari d auto e possono anche provarlo perché la fotografia in tasca ce l’hanno. Questa si che mi piace. Ora però basta, stimatissimi signori sposi proprietari di auto. Adesso, chi ha un'auto ce l’ha sul serio e chi non ce l'ha, non ce l'ha. Ora, io che sono direttore non ce l’ho e voi i vostri bel ritrattini potete anche buttarli nel fuoco perché sennò sono guai. Ma dove li ho ficcati i miei? (Tira fuori dal portafoglio un pacchetto di fotografie e le contempla con affetto e con grande attenzione) C'è una cosa pero che vorrei proprio sapere il mio naso è così? (Punta il dito su una fotografia) Oppure così? (Lo punta su un'altra) Lo vedremo subito. Tira fuori lo specchio e lo tiene a mezza strada tra due due nasi in questione) Un momento, prego. Ma va'. Allora e così. E chi l'avrebbe detto. Direi. Meno male che sono uno che non se la prende. E già, forse è colpa del fuoco, forse e colpa del bagliore del fuoco, be', si capisce. Ma guarda un pò li quel fuoco, che appetito, be', grazie tante. (Volge le spalle al fuoco con ano meno amichevole e rìavvolge i ritratti con delicatezza)Questa si che mi piace, invadenza. Eh già, caro mio. La gente del popolo quella si che si spende tutti i suoi sudati guadagni e non ha i senso della misura. (Si guarda un'altra volta nello specchio) Adesso sono già tutto rosso per colpa del fuoco. Che invadenza.

Bleiss                     - (alle sue spalle) Ne ha altre?

Garaus                   - (si volta stupito e irritato) Che cosa?

Bleiss                     - Ne ha altre? Se ne ha, me le dia!

Garaus                   - Ehi e che cos'è che dovrei avere?

Bleiss                     - Me le dia! Io pratico i prezzi migliori di tutta la piazza.

Garaus                   - A questo punto vorrei proprio sapere che cosa desidera esattamente da me, signore!

Bleiss                     - Niente. Niente. Stavo soltanto chiedendo se ne ha altre. Compro tutto. Se ne ha, me le dia!

Garaus                   - Qui non si compra e non si vende mente signore !

Bleiss                     - Forse qualcuna di sua moglie, dei figli, della famiglia, a dozzine le pago di più. , , . . . .

Garaus                   - (strilla) Ah già, perché Lei crede che io sia sposato, signore! Un uomo come me sposato! Non sono mica scemo!  

Bleiss                     - E va bene questo no, ma il signore avrà certo un'amica anzi due, una bionda e una bruna. E allora che facciamo?

Garaus                   - Io amiche non ne ho. Questa si che mi piace. I miei soldi preferisco spenderli solo per me.

Bleiss                     - Ma Lei è un uomo di classe, non è mica uno qualunque, di foto deve averne a mucchi, voglio dire di Sue, a centinaia le paeo di più. , ,  J. •

Garaus                   - Gli ideali Lei non sa neanche dove stanno di casa, sienor mio, o mi sbaglio? Qui non si sta a mercanteggiare, qui si butta nel fuoco. Il popolo ne ha abbastanza di voi sanguisughe. Io lo so che mestiere faceva Lei prima, signor mio, il fotografo, ecco cosa faceva, io La riconosco, ora me ne ricordo, Lei e quello dell'automobile, il fotografo! (Bleiss se la squaglia in tutta fretta). Questa si che mi piace, uno che faceva il fotograto e ha ancora il coraggio di andarsene in mezzo alla gente!

Il predicat.             - Una troia, ecco cos'è la vanità, una rozza, fetida troia! Si adorni pure quanto vuole con fronzoli e lustrini. Luccichi pure come rugiada e inceda pure tronfia come un pavone A che le serve? La si riconosce ugualmente dal gnto rosso e imbellettato che ricopre di rossetto e che tende e che allunga verso chiunque. E infatti dove credete voi che più si trovi a suo agio? In mezzo al letame, è li che più si trova a suo agio, m mezzo al letame. Strappatele dal corpo i suoi fronzoli, strappa tele la sua lustra pelle dal corpo, strappatele la pellaccia e guar datela, cari fratelli! Sotto la pelle è una rozza, fetida troia! Una troia, ecco cos'è la vanità...

Franzi                    - Nada, molto piccola e curva, attraversa la piazza in fret ta e quatta quatta. È appena scomparsa che subito ritorna in dietro, rifacendo esattamente lo stesso percorso, come se aves se perduto qualcosa e lo stesse cercando.

Fritz Schakerl        - (con voce alta e stridula) Alt! Ch-ch-che st-st sta facendo? (Franzi trema tutta con piccoli sobbalzi pieni di umiltà). Ch-ch-che st-st-sta facendo? (Franzi trema). Ch-ch-che st-st-sta facendo, Le ch-ch-chiedo.

Franzi                    - Pepepepercarità, signorino.

Schakerl                - L-1-l'hanno v-v-vista. Lei stava c-c-cercando.

Franzi                    - Pepepepercarità, signorino.

Schakerl                - V-v-vuole negarlo?

Franzi                    - Percarità, signorino.

Schakerl                - È m-m-mezz'ora che st-st-sta cercando. Ch-ch-che cos'è che stava cercando?

Franzi                    - Per carità, signorino, mio fratello.

Schakerl                - Suo fr-fr-f rateilo. M-m-molto bene. Lo d-d-dia qua!

Franzi                    - Ma io non ce l'ho, signorino, percarità, non ce l'ho.

Schakerl                - Molto bene. O con le b-b-buone o con le c-c-cattive! Lo d-d-dia qua!

Franzi                    - Ma che cosa vuole da mio fratello, signorino? Forse ha bisogno di un facchino?

Schakerl                - II fr-fr-f rateilo bisogna buttarlo nel f-f-fuoco. Lo d-ddia qua!  

Franzi                    - (si mette a strillare ma non trema più) Mìo fratello io non lo do, mio fratello no, mio fratello no, capito!

Schakerl                - (con voce alta e stridula) L-l-lei è in arresto! (L'afferra).

Franzi                    - Mio fratello no, mio fratello no!

Schakerl                - Lei è in arresto! V-v-venga con me!

Franzi                    - Mio fratello no, capito, mio fratello no... (La sua voce si perde in lontananza).

Heinrich                - FòhnQuello che le manca è il senso della gravita di quest'ora. Io...

LedaFrisch            - In effetti lei è troppo vecchia per questo. Io...

FranzlNada           - Certo che quella strilla manco la stessero scorticando. Ma che gli succede a quella donnetta, signorino?

Fòhn                      - (in tono benevolo al vecchio) È stata arrestata. (A Leda Frisch) Per me...

Leda                      - (imitando Heinrich, al vecchio) Per foto proibite. (A Hemneh) Per me...

Franzl                    - Ben le sta. Portarsi appresso le foto! Ma che senso ha! Ben le sta! La  FRANZ, che poi era mia sorella, diceva sempre...

Fòhn                      - (voltandosi per andar via) Comunque lui ha capito di che cosa si tratta. Io...

Leda                      - In effetti non ci voleva poi tanto a capirlo, con un fuoco simile. È una cosa che salta subito agli occhi. Per me...

Francois Fant        - (davanti alla baracca degli specchi) Che finezza, Lei che ne dice?

Il Banditore           - Colossale, signore e signori, colossale, straordinariamente arcicolossale! Ogni palla un colpo azzeccato. Ogni palla, ogni palla un colpo sulla propria faccia!

Francois                 - Che succede là davanti? Dove sono gli specchi? Gli specchi stanno finendo. Io trovo che è un'indecenza. Che significa? Su, tiri fuori altri specchi. Mica dovrò mirare in aria? Che schifo! Ah, ecco che arrivano i miei. Grandioso!

Emilie Fant            - (da dietro le spalle di Fanf) Figlio mio, ti supplico, non farlo, figlio mio!

Francois                 - Ci manca solo che quella vecchiaccia venga a darmi fastidio anche qui. (Prende la mira).

Emilie                    - Figlio mio, è proprio lui, il mio caro, unico figlio, ti supplico non farlo, figlio mio!

Francois                 - Ma si può sapere che vuole? Qui Lei disturba.

Emilie                    - Figlio mio, che stai facendo; questo non è più lavoro, credimi, credimi, figlio mio, come posso lavorare, giorno e notte, giorno e notte, giorno e notte!

Francois                 - Attenzione! Io tiro.

Emilie                    - No. I miei specchi! I miei specchi! Non puoi farlo! (Lo afferra per il braccio).

Francois                 - (si libera con uno strattone) Ma come osa? Non mi tocchi! Lei è proprio...!

Emilie                    - (si butta tra il figlio e gli specchi) Passerai sul mio cadavere!

Francois                 - (scaglia le palle contro la madre) Mi liberi da quella persona! Altrimenti come faccio a vedermi? Mi disturba!

Banditore              - Via, via, via, fuori dai piedi, signore e signori, e noi e noi e noi, qui si tira, qui si prende la mira, qui si prende la mira, qui si tira e chi non si leva dai piedi cascherà a terra morto due volte. E noi e noi e noi, signore e signori, e noi...

Garaus                   - C'è qualcuno che ha visto il fotografo? Direi! Sto cercando il fotografo. Ehi, Lei, badi che qui intorno si aggira un fotografo. In mezzo alla gente. Ha il coraggio di farsi vedere in pubblico. Bisogna porre fine ai maneggi di quel mestierante. Bel mestiere, poi. Lei lo conosce, il fotografo? È quello dell'automobile.

Schakerl                - Qu-qu-quello non è un fotografo, qu-qu-quello è una fotografa. L'ho arrestata pr-pr-proprio i-i-io.

Garaus                   - Ah sì, ma questo è il colmo. Anche travestito era, quello. Ossia quella. Una persona pericolosissima. La voce era quella di un uomo. Ci avrei giurato che era un uomo.

Schakerl                - P-p-portava una parrucca gr-gr-grigia e continuava a cercare per t-t-terra.

Garaus                   - È esatto. È proprio lei.

Schakerl                - Colta sul f-f-fatto.

Garaus                   - Una donna. Eh già, per questo diceva sempre che voleva sposarmi.

Schakerl                - Se lo t-t-tenga b-b-bene a mente, per quando dovrà t-t-testimoniare!

Garaus                   - Be', avrà poco da stare allegra ora quella li! Vedrà che bella testimonianza che le faccio! Direi.

Una Voce in lontananza: Sono una troia! Sono una troia!

Barloch                  - (accanto al fuoco) Che razza di caldo! Ehi, dico a voi, che razza di caldo! Quasi quasi potrei montare su tutte le furie, con questa razza di caldo!

Anna Barloch        - Adesso non monterai mica su tutte le furie per questa razza di caldo!

Barloch                  - E invece ci monterò si, su tutte le furie, perché a me piace montare su tutte le furie.

Anna                     - Tanto ormai non hai più niente da buttare dentro.

Barloch                  - (indica una carrozzina che sta li vicino) Quella li ci ha ancora qualcosa nella carrozzina. Deve venire qui!

Anna                     - Adesso non vorrai mica metter le mani su una carrozzina che non ti appartiene! Non puoi mica!

Barloch                  - Va' là, balorda che sei! Nella carrozzina bambini non ce n'è di sicuro, così vicino al fuoco. Ci sono solo pacchetti da bruciare, li dentro. È tutto da bruciare. E chi li brucia? Io! Su, mi senti?

Weihrauch             - Non ci vuole niente a prenderli! Vado subito!

Una Voce in lontananza: Sono una troia! Sono una troia!

Il figlio unico        - DEI Kaldaun     - Fo-co! Fo-co! Fo-co!

Mai                        - Ma se sta strillando!

Luise                     - Ma no, secondo me viene da tutt'altra direzione.

Weihrauch             - Non ci sono bambini che strillano! La signorina  Mai è fissata coi bambini.

Luise                     - Eh già, lei se lo può permettere, la signorina.

Mai                        - Eppure io l'ho sentito.

Voce lont.             - Sono una troia! Sono una troia!

Weihrauch             - Non ci sono bambini che strillano. Quell’uomo ha sempre ragione. (Si avvicina alla carrozzina,

Marie                     - le sbarra la strada). Dia qua! (Marie      - tace). Ehi, dia un po' qua! Lui sta aspettando. (Marie tace). Ehi, dia un po' qua! Lui sta laggiù. (Marie tace). Non lo piglio mica per me. Non lo vede là?

Lya Kaldaun         - (li accanto) Egon, debbo già buttarlo?

Egon Kaldaun       - Aspetta ancora. Tutto qui.

Weihrauch             - Lei continua a guardare dalla parte sbagliata. Quello di cui parlo è quell’uomo scicche. E ora dia qua!

Lya                        - Egon, ce l'ho in mano. Tu che ne dici?

Egon                      - Buttalo direttamente dentro. Ma lentamente tutto qui.

Weihrauch             - Gesù mio, che scimunita! Ce ne vuole perche capisca! È da quella parte che deve guardare! Ora dia qua! (Spinse da parte Marie).

Marie                     - (sbuffando) Un bel niente Le do, tanto perche lo sappia, un bel niente! 

Il figlio unico dei Kaldaun (con voce straziante) fo-co-co-co ! Fo-co-co-co! La Weihrauch fa un salto indietro.

Lya                        - Egon, io lo butto!

Egon                      - E va bene, buttalo.

Lya                        - butta.

Weihrauch             - (sputa) Che diavolo! Tenere un bambino così vicino a un fuoco scoperto, un lattante! Che diavolo! Vorrei proprio vederli i genitori di questo bambino!

Voce lont.             - Sono una troia! Sono una troia!

Anna                     - Adesso non vorrai mica spogliarti perché hai caldo, ci manca solo che ti metti a spogliarti. 

Barloch                  - Certo che mi spoglio! Il mio vestito nuovo ce l’ho già tutto inzuppato di sudore! 

Anna                     - Vedi, lo sapevo, ti saresti dovuto mettere quello vecchio. 

Mai                        - Guarda un po' quanta roba riesce a mangiarsi uno come lui. 

Luise                     - Anche il capitano pilota von Rònnetal aveva sempre fa me Ogni volta che si buttava sul tenero gli veniva fame. 

Mai                        - Bisogna per forza che mangi qualcosa, altrimenti non sa di  niente. 

Luise                     - Si sta spogliando! 

Mai                        - Si sta spogliando! 

Luise                     - Un uomo se lo può permettere. Scusate. 

Mai                        - Come Mariano Bello prima dell'incidente d auto. 

Anna                     - Vedi, lo sapevo, fanno tutte tanto d'occhi per un uomo svestito!  

Weihrauch             - (a mani vuote) Io non posso farci niente. Che dia volo! Lasciare un lattante vicino a un fuoco scoperto! Che  diavolo!

Therese Kreiss (corre balzelloni verso il fuoco urlando a perdifiato. Correndo si strappa di dosso le vesti) Sono una troia! Sono una troia!

Milli                       - (correndole dietro) La mamma! Per amor del cielo! La mamma si butta nel fuoco!

Therese                  - Sono una troia! Sono una troia!

Milli                       - Fritzl! Corri! La mamma si butta nel fuoco! Che fai li impalato? Corri!

Fritz Held              - Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.

Weihrauch             - Anima santa, quella nel fuoco ci si butta sul serio.

Luise                     - Vuoi buttarsi nel fuoco! Signore Iddio, abbi pietà di noi!

Therese                  - Sono una troia! Sono una troia!

Mai                        - Un'anima nobile, un cuore a buon prezzo.

Milli                       - Fritzl! La mamma! La mamma! Fritzl!

Barloch                  - Fate largo al salvatore di vite, fate largo!

Therese                  - Sono una troia! Sono una troia! Accorre gente da tutte le parti. In mezzo al terribile fracasso si distinguono solo le urla di Therese Kreiss. Si è fatto buio e il fuoco divampa. Mentre cala la tela si sente, ora più forte ora più piano, la voce del banditore. «E noi e noi e noi, signore e signori, e noi!»

Parte seconda

Un lato di una strada. A destra e a sinistra alcune case basse. Al centro sbocca un'altra strada che viene da lontano. Ogni casa è di un colore diverso. Sia dall'una che dall'altra strada proviene un miscuglio di mille canzoni che, confluendo all'incrocio, da origine a un duplice, ininterrotto fracasso. Per strada non c'è anima viva. Non si riesce a capire chi sia a cantare. All'improvviso in tutte le case tutte le finestre si spalancano di colpo. A ognuna si affaccia una testa e tutte insieme gridano: «Silenzio!» Le finestre si richiudono di colpo. Appena le teste sono scomparse ricominciano i canti, ancora più alti di prima. Evidentemente ciascuna di queste persone ha una sua canzone particolare e si esercita cantandola a squarciagola. A quanto pare qui gli strumenti musicali non sono popolari, infatti non si sentono altro che voci. Dopo un po' le finestre si spalancano un'altra volta, ma con più vio-lenza e alcuni vetri tintinnano. Le teste non sono più tutte della stessa opinione.

Silenzio! Stona! Stona! È Lei che stona! Silenzio! Chiuda la finestra! Stia zitto! Lei disturba! È Lei che mi disturba! Stia zitto! Silenzio!

Alcuni hanno già ricominciato a cantare mentre altri continua-no a lanciare improperi. Le finestre vengono riaperte e richiusea intervalli sempre più brevi e irregolari. Ben presto tutti litigano e cantano contemporaneamente in maniera caotica.

Soggiorno in casa Barloch.

La vedova Weihrauch, la signorina MAI e sorella Luise.

Weihrauch             - Quanto al cuore è sano. Da dieci anni che sto con lui, al cuore non ha avuto mai  niente di niente. Mica gli succede niente. Quello vive ancora un pezzo. Non come mio marito buonanima. Mio marito buonanima c'è restato subito. Due mesi come tortorelle e poi bello che morto.

Mai                        - Ho come un presentimento che fra poco si ammazza.

Weihrauch             - Chi? Barloch? Ma va', tu sei proprio picchiata in testa. Finché mi ama resterà in vita. L'ha detto lui.

Luise                     - Scusate, non che ci trovi niente da ridire, ma uno se lo può permettere di tenersi in casa la prima moglie?

Weihrauch             - Gli serve per litigarci, così ha detto lui. Io anzi sono proprio contenta che c'è. Se non ci fosse lei, con chi se la prenderebbe? Con me.

Mai                        - Gli uomini sono così eccitabili. Be' voglio dire prima.

Luise                     - Scusate, il mio Josef sarebbe pure un uomo molto fine. A casa lo debbo chiamare sempre signor direttore.

Weihrauch             - Barloch, lui si che è capace di montare su tutte le furie. Basta che io gli dica: «Barloch, fa' un po' vedere di che sei capace». Be', lui si leva i vestiti e tempesta di pugni le pareti. È un miracolo se non è ancora crollata la casa. (Con orgoglio) Ieri ci hanno dato lo sfratto.

Mai                        - Anche da li? E adesso dove avete intenzione di andarvene?

Weihrauch             - Lui ha una forza tale. Una di noi non ce la fa mica.

Mai                        - (si guarda attorno con aria cauta e ridacchia) II sesso debole.

Weihrauch             - Ricominci, eh!

Luise                     - Scusate, il mio Josef ha quattrini a palate. E allora si capisce che uno il titolo di direttore se lo può pure permettere. E anche per le cure non posso proprio lagnarmi. Non ho mai avuto tante cure da prestare. Gli vengono delle idee incredibili. Un'intera corsia piena zeppa di ammalati non da tanto da fare quanto lui. Un uomo molto fine. Scusate. Fare l'amore gli ripugna. Non si è mica sposato per fare l'amore, dice lui.

Mai                        - Certo voi due non siete felici (ridacchiando) come nella Canzone della felicità.

Weihrauch             - La signorina Mai non avrà pace finché non ci avrà mandato tutti quanti in galera.

Bleiss                     - (un venditore ambulante, si affaccia sulla soglia con la sua cesta appesa al braccio) Le signore vogliano scusare il disturbo. Occorre niente alle signore? Bel saponi. Belle calze. Bel nastri per bei busti.

Weihrauch             - Ehi, come ha fatto a entrare, Lei?

Bleiss                     - Dalla porta, signore mie. Diano un'occhiata, signore mie, senza impegno, le signore non sono obbligate a comprare niente.

Weihrauch             - Non si può proprio dire che Lei abbia molta fortuna, signore, in questa casa non c'è MAI il becco di un quattrino, proprio mai.

Luise                     - Oh ma si, qualcosa potrei pure permettermelo.

Mai                        - Ma guarda un po' quanta roba è capace di portarsi appresso un tipo simile!

Bleiss                     - Afiondino pure tranquillamente le mani qua dentro, signore. Fino in fondo nella fortuna, signore. Non troppo in fondo, signore. Un momento, prego, signore. Che cosa c'è quaggiù? (Nella sua mano luccica qualcosa). Le tre donne si mettono a strillare forte.

Weihrauch             - Che diavolo!

Mai                        - Un dolce segreto!

Luise                     - Signore Iddio, abbi pietà di noi!

Bleiss                     - Non è il caso di spaventarsi, signore. Va tutto bene, signore. Due minuti, signore, ed è tutto finito. È un prezzo da ridere: cinque scellini a testa. Una cosa simile non si era  MAI vista, ditemi voi dove si è MAI vista una cosa simile, signore. Le donne cominciano ad agitarsi. La signorina MAI si tasta la camicetta. Sorella Luise scuote la testa. All'improvviso la vedova Wehirauch allunga la mano verso il minuscolo specchio rotondo che S. Bleiss tende verso le donne con aria invitante, ma tenendolo rovesciato.

Weihrauch             - Dia qua!

Mai                        - (continuando a tastare) Un dolce segreto.

Luise                     - Così tutto a un tratto. Come un apostolo.

Bleiss                     - Prego, potrei passare all'incasso? La

Weihrauch             - ricerca il denaro con goffa precipitazione. Sorella Luise va a prendere la sua borsetta. La signorina MAI tiene i soldi nella camicetta.

Weihrauch             - Ma dove si sono cacciati i miei soldi? Eppure ce ne avevo ancora di soldi! Ma dove si sono cacciati i soldi che mi erano rimasti’

Bleiss                     - Li troverà, signora mia. Quando arrivo io le signore un ùltimo soldo in casa lo trovano sempre. E assolutamente impossibile che a una signora non avanzi qualcosa per me.

Luise                     - Io lo so benissimo dove li tengo i soldi. Ma così ali improvviso!

Mai                        - Son pronta. Son pronta.

Bleiss                     - (riceve da lei una banconota) Grazie, signora. Permetta che dia un'occhiata all'orologio. Alle 4 e 24 l'immagine verrà solennemente scoperta.

Luise                     - Scusate, dopo tocca a me. Ecco i soldi.

Bleiss                     - Grazie, signora mia. Un momento, prego, attenzione Sono le 4 e 24 minuti. (Mette lo specchietto davanti alla faccia della signorina Mai).  

Weihrauch             - (infuriata) Non li trovo. Non li trovo. Se li deve essere rubati un'altra volta. Gliela faccio vedere io! Me li puoi prestare, Luisina?

Luise                     - Pst. Silenzio. Non disturbare. Si sta guardando. C'è qualche istante di assoluto silenzio. All'improvviso si sentono da fuori delle voci.

Barloch                  - Io? Io? E che io non conto niente?

Anna                     - Adesso non vorrai mica sostenere che conti qualcosa/

Barloch                  - Sono un uomo libero, io. Posso fare quello che voglio. Di me posso fare quello che voglio. Proprio così. Si può sapere perché mi corri sempre appresso?

Anna                     - Adesso non vorrai mica sostenere che ti corro sempre appresso?

Barloch                  - Ma se oggi è già la seconda volta che mi stai correndo appresso. 

Anna                     - Se fossi rimasto a casa, io non ti sarei corsa appresso. Vedi, lo sapevo.

Barloch                  - Dove vado io a te non ti passa neanche per la testa. Non ci arrivi proprio. Una scema come te.

Anna                     - Prima però hai detto che di soldi non ce ne avevi.

Barloch                  - Non sono affari tuoi sapere che ne faccio dei miei soldi.

Anna                     - Adesso non vorrai mica sostenere che di botto i soldi ce li hai?

Weihrauch             - Li ha rubati un'altra volta, ecco cosa ha fatto. Me li ha rubati a me un'altra volta.

Luise                     - (supplichevole) Pst! Finisce subito!

La vedova Weihrauch abbandona la stanza.

Bleiss                     - Attenzione! Sono le 4 e 26 minuti.

Mai                        - Finisco subito. Finisco subito.

Luise                     - Scusate, è già tanto che aspetto. Il mio Josef aspetta. Non me lo posso permettere, di aspettare tanto tempo.

Bleiss                     - (alla signorina Mai) Mi dispiace, signora mia. Anche l'altra signora ha già versato la quota.

Mai                        - A me basta solo togliermi per un attimo la camicetta. (In tono piagnucoloso) Finisco subito. Mezzo minuto! Un quarto di minuto!

Bleiss                     - Mi dispiace, signora mia.

Mai                        - Pago un'altra volta. Coi soldi ce la faccio. Io pago. Ecco i soldi.

Luise                     - Scusate, allora rivoglio indietro i miei soldi. A questo mondo ci sono anch'io.

Bleiss                     - La signora numero uno intanto può togliersi la camicetta. Quando la signora numero due avrà finito di guardarsi, toccherà di nuovo alla signora numero uno. Un giudizio salomonico, signore mie.

Mai                        - (singhiozzando) Ma io vorrei farlo subito. Non mi va di interrompermi. Io...

Luise                     - (sibilando) Ma di chi è lo sp-spec...? Il signore se lo può permettere di dare giudizi salomonici. Il proprietario è lui.

Bleiss                     - Attenzione, signore mie! Sono le 4 e 27 minuti. (Mette fulmineamente lo specchio davanti a sorella Luise).

Weihrauch             - (trascina dentro a forza Barloch. Anna li segue piagnucolando) Rapinatore, miserabile! Hai di nuovo rubato! Rubato! Li tenevo nel cestino da lavoro!

Anna                     - Vedi che li hai rubati!

Barloch                  - Questo non si chiama rubare. La Weihrauch è la mia donna. Non ho fatto altro che prendermeli.

Luise                     - (senza distogliere gli occhi dallo specchietto, come se stesse pregando) Scusate silenzio! Scusate silenzio! Così io non posso. Scusate. Così io non...

La Mai sta in un canto e lotta con la camicetta ribelle. L'ingresso di Barloch non la turba minimamente.

Barloch                  - Ah, è così! Quel furfante se ne va in giro di casa in casa con un pezzetto di specchio! È per questo che la Weihrauch ha bisogno dei soldi! Per voi va tutto bene, no? Dormacele! Ma che vi siete messe in testa? Qui da me, a casa mia! Io vi denuncio, ecco che faccio! Vi denuncio tutti quanti! (Strappa via a S. Bleiss lo specchietto. Con l'altra mano gli appioppa un terrìbile ceffone).

Luise                     - (come ubriaca) Io io non non ho ancora finito.

Barloch                  - Non hai ancora finito, eh, miserabile di una troia! Qui da me, a casa mia! Tutti vi denuncio! Vi denuncio tutti quanti! Quanto a quel furfante, ci lascerà la pelle, quello là!

Anna                     - Io ero fuori di casa. Non sono stata io a farlo entrare. Se tu non fossi uscito, non sarei uscita nemmeno io. L'avrei buttato fuori subito, io. Non gli avrei permesso di passare la soglia. (Prende la mano di Barloch).

Barloch                  - E che, vorresti pure squagliartela! (Afferra S. Bleiss per il colletto) Mentre io in casa ci ho ancora le due ragazzette!

Anna                     - Vedi, io le ho cacciate via. Se non ci fossi stata io a cacciarle via!

Bleiss                     - Abbia pietà, signor mio. A casa ho otto bambini, signor mio. Riempire bocche, bocche affamate e la moglie che è da ttent'anni sul letto di morte, la moglie da trent'anni in punto di morte, signor mio. Pensi a sua moglie e a suo figlio, signor mio!

Barloch                  - Sporcaccione, miserabile e perché non te ne vai a lavorare, allora? Persino io debbo lavorare, io! Sono un uomo speciale eppure debbo lavorare. E due mogli e due figli ce l'ho anch'io. Cosa credi che non costi niente, sporcaccione?

Bleiss                     - Ma io lavoro, signor mio. Se Lei sapesse quanto lavoro, giorno e notte, signor mio, e botte da tutte le parti e perché? Perché faccio un piacere alla gente, ma io che piacere ne ho^, proprio nessuno ne ho, io povero venditore ambulante nella più nera miseria, signor mio! Freddo cane a casa, neanche un tozzo di pane in casa e tutte le botte che mi rimedio, ma denunciarmi, questo non l'ha fatto

Mai                        - nessuno, signor mio! Come si può fare una cosa simile? dice la gente. La pena di morte, un padre di otto figli, con la moglie in punto di morte, signor mio! (Si inginocchia e giunge le mani).

Barloch                  - (lo lascia andare) II pezzetto di specchio, però, quello te lo fracasso, figlio di un cane! Te lo riduco in schegge piccole così! E poi voglio proprio vedere dove te ne vai a prenderne un altro! (Solleva la mano m cui tiene lo specchio). Le quattro donne lanciano un urlo.

Anna                     - Per amor del cielo! Quel pezzetto di specchio vale un sacco di soldi!

Weihrauch             - Che diavolo! Come si può essere così deficienti!

Luise                     - Signore Iddio, abbi pietà di noi!

Mai                        - Pazzo! Pazzo! Fanno ressa intorno a

Barloch                  - strillando e gemendo.

S. Bleiss scompare in tutta fretta.

Barloch                  - Vi piace proprio tanto questo pezzetto di specchio, vero? Ma io lo fracasso lo stesso. Eh già, i frutti proibiti! Le donne son fatte così! E magari vi piacerebbe pure che lo trovassero a casa mia, lo specchio, e mi cond

Anna                     - ssero a morte!

Weihrauch             - Una volta almeno potresti lasciarmici guardare, però.

Anna                     - Adesso si che lo puoi vendere. Ti ci fai cinquemila scellini!

Luise                     - Scusate, a distruggerlo c'è sempre tempo.

Mai                        - Ero già prontissima io!  

Barloch                  - E invece io lo fracasso lo stesso. Voglio proprio che vi pigliate una bella paura, stupide che non siete altro! (Butta per terra con tutte le sue fune il pezzetto di specchio. Le donne vi si precipitano sopra. Egli disperde il fitto groviglio formato dalle donne e tira su il pezzetta di specchio. È ancora intatto.

Barloch                  - scoppia in una risata fragorosa) Questa non ve l'aspettavate, eh donnicciole! È infrangibile. È di metallo. Di metallo è. Domani deve essere fuori di questa casa. A questo punto sono stufo di averci tante donne in giro per casa. Filare! Fuori dai piedi le donne! (Ad Anna) Tu vai a cucinare. (Alla vedova Weihrauch) E tu vattene con le tue amiche, è così che si fa. Bi sogna accompagnarle a casa, le amiche. Avrebbero troppa pau ra ad andare per strada da sole. Io resto qui. Per oggi non esco più.

Anna                     - Lo vedi, se a casa ci fossi rimasto subito. (Se ne va a cucinare).

Weihrauch             - Torno subito.

Luise                     - Scusate, dobbiamo andarcene davvero? Una mezz'ora uno potrebbe pure permettersela.

Barloch                  - Ora voglio starmene in pace. Sono stufo di donne.

MAI                      - Di quante cose ha bisogno un uomo come lui! Una di noi potrebbe pure morire di fame.

Per la strada.

Sull'angolo sinistro della strada c'è Franz! Nada, invecchiato di dieci anni e ancora più curvo, come se negli ultimi anni della sua vita avesse trasportato pesi più grandi che non nei settant'anni precedenti. Da sinistra arriva lemme lemme Francois Fant. Nada si precipita verso di lui, ma in realtà non si muove dal suo posto.

Nada                     - Gesù, il bel signorino! (Fant non lo degna di uno sguardo). Il bel signorino! È un sacco di tempo che non La vedevo! ( Fant          - sfiora il vecchio con una breve occhiata sprezzante). Non mi riconosce più, bel signorino? Eh già, quando uno è così vecchio e schifoso e scimunito come me! È per questo che non mi riconosce più. Ma io a Lei l'ho riconosciuto subito. Il bel signorino!

Fant                       - Be', che c'è? Come dice?

Nada                     - Io a Lei l'ho riconosciuto subito. Ancora più bello s'è fatto. Gesù, quanto è bello! Più belli di così si muore!

Fant                       - Che dice! Come sarebbe a dire?

Nada                     - Dicevo tanto per dire. Il signorino lo conosco già da tanto tempo. E mi dico sempre: ora la sua bellezza sarà finita, più belli di così non si può e in cuore mi viene una tristezza tale.

Fant                       - Che sfacciataggine! Che vecchio somaro!

Nada                     - Eh già, eh già, eh già, signorino. Ma cerchi di capirmi. Un somaro vecchio e schifoso e scimunito come me. Perché ogni volta che lo rivedo, il signorino s'è fatto ancora più bello. Eh già, possibile che sia proprio lui? Mi chiedo ogni volta fra me e me. Come è possibile una cosa simile? È umanamente possibile? Be', per forza, dico io. È proprio lui perché una cosa così bella (cantando) «Può esistere una volta sola e giammai non tornerà!»

Fant                       - Ma si può sapere che vuole?

Nada                     - Per amor del cielo, niente, bel signorino. Proprio niente voglio! Però si che sono contento, perché io me ne sto qui così scimunito e vecchio e schifoso e poi ti vedo il bel signorino. A uno gli si allarga il cuore, una gioia tale da mettersi a ballare e saltare tanto uno si sente contento, evviva!

Fant                       - Ma che fa?

Nada                     - Ha ragione, bel signorino, ha ragione, mi sgridi pure. Un vecchio storpio come me che se ne sta tra i piedi ed è un buono a nulla, e per giunta è schifoso e scimunito.

Fant                       - È il Suo posto questo?

Nada                     - Se Lei non ha niente in contrario, bel signorino. È un sacco di tempo che non La vedevo. Mi sentivo in cuore uno struggimento tale, una nostalgia così ardente. Vuoi vedere che muori, mi dicevo, e il bel signorino non lo vedi più?

Fant                       - Quando è stata l'ultima volta che sono passato di qui?

Nada                     - È passato un sacco di tempo, bel signorino. Sono passati esattamente otto terribili giorni.

Fant                       - Tenga! (Gli porge una moneta) Ma non ci si provi più a venirmi ad adulare, capito? (Riprende a camminare lemme lemme).

 Da destra arriva Lya Kaldaun, carica di pacchetti. Dietro di lei Fritz  Held che in continuazione solleva il cappello con gesto elegante.

Fritz Held              - I miei più vivi e sentiti ringraziamenti, gentile signora.

Lya Kaldaun         - Che cosa Le salta in mente?

Held                      - II mondo maschile Le deve gratitudine eterna. Sono io il solo? Come vede non lo sono. Tutti considerano un onore venirLe dietro.

Lya                        - La prego, mi lasci in pace!

Held                      - Non posso, gentile signora, vorrei proprio riuscirci, per tutto l'oro del mondo, vorrei proprio poterLa lasciare in pace! Ma non mi riesce.

Lya                        - Così, in mezzo alla strada. Lei mi fa paura.

Held                      - La prego, gentile signora, non so che c'entri la paura. Depongo il mio cuore ai piedi di una bella donna.

Lya                        - Ma io sono sposata.

Held                      - Se ha la compiacenza di permettermelo, per me non fa differenza. Una bella donna è come il sole. E il sole non risplende forse per chiunque?

Lya                        - Per chiunque, Lei crede? Io non sono affatto disposta. 

Held                      - Dico chiunque, ma penso a me solo. Io non sono chiunque. Un capo quadrumvirato come me.

Da sinistra arriva Wenzel Wondrak che passa in gran fretta davanti a Nada.

Nada                     - Gesù, il bel signorino!

Wondrak               - A cuccia! (Svolta alla prima traversa).

Nada                     - È di cattivo umore. Non deve avere mangiato ancora niente, stasera.

Lya                        - Me l'ero immaginato.

Held                      - Non che io sia uno sprecone. Anche un capo quadrumv rato come me il valore del denaro lo conosce. Ma nella vita bisogna saper distinguere, signora bella. Per una vera signora sono disposto a svenarmi. Ho già amato molte vere signore, per principio amo solo signore della buona società.

Lya                        - Dice sul serio?   

Held                      - Non potrei essere più serio di così. Posso proporLe un indovinello, signora bella?

Lya                        - Si, ma presto, sono quasi arrivata.

Held                      - Chi è che ha gli occhi come stelle, una bocca di rosa e capelli neri come la notte d'Oriente? Indovini, signora bella, e farà felice un uomo.

Lya                        - È troppo difficile per me.

Held                      - La risposta esatta è una canzone: «Tu, tu, soltanto tu! »

Lya                        - Capisco, capisco. . . .

Held                      - Mi è concesso chiederLe una grazia, signora bella?

Lya                        - Se posso.

Held                      - Questa canzone non l'ho fatta io, signora bella. Io la canto soltanto perché fa parte dell'indovinello.

Lya                        - E la sua canzone qual è?

Held                      - Questo non posso dirglielo. Me lo riservo per il momento del commiato. 

Lya                        - Purtroppo non è possibile. Se La vedesse mio marito!

Held                      - Niente paura, signora bella. Tutto va, tutto viene, come ho già detto anche la mia ora. E ora Le darò, be', cosa pensa Lei che Le darò?

Lya                        - Mah, vorrei...

Held                      - Le darò il mio ritratto.

Lya                        - (getta un grido) Non è  possibile!

Held                      - Con me, signora mia, non c'è niente di impossibile. Lei forse non mi crede. Come si comportano di solito i signori uomini? Promettono mari e monti e poi non mantengono. Ma Lei potrà accertarsene con i suoi occhi stellanti. Prego, signora! (Le porge un ritratto) Prudenza, ci guardano!

Lya                        - Ma no! Ma questo è Lei. Una vera rarità!

Held                      - Io in persona.

Lya                        - Verrebbe voglia di guardarselo a non finire.

Held                      - Come ho già detto, per una vera signora io sono disposto a svenarmi. Le dispiace? 

Lya                        - Peccato. Davvero. È proprio un peccato. (Gli restituisce il ritratto).  

Held                      - Un giorno questo ritratto sarà Suo, signora bella.

Lya                        - Lei è delizioso. Sono quasi arrivata. Allora a domani.

Held                      - Alla stessa ora, davanti allo stesso negozio. Sono già sulle spine.

Lya                        - Lo riporti con sé, il ritratto.

Held                      - I Suoi desideri per me sono ordini, signora bella.

Lya                        - Arnvederci!

Held                      - (canta, sollevando il cappello) Le bacio la mano, madama.

Nada                     - Gesù, la bella giovane signora, la bella giovane signora, e un sacco di tempo che non La vedevo.

Lya gli passa davanti senza degnarlo di uno sguardo.

Da sinistra arriva Garaus      - pieno di decoro e vestito di tutto punto.

Nada                     - Gesù, il bel signorino. È un sacco di tempo che non La vedevo. Il bel signorino...

Garaus                   - (si volta verso Nada e lo esamina da capo a piedi) Aspetta, ragazzino! (Continua a camminare).

È arrivato all'estremità destra della scena quando sulla sinistracompare sorella Luise. Porta sul braccio un cappotto da uomoe una sciarpa e in mano cappello e bastone. Garaus si ferma, sorella Luise fa altrettanto. Ella resta in attesa. Pigramente egli le fa un cenno con la mano. Ella corre verso di lui.

Luise                     - Vogliamo cambiarci?

Garaus                   - Nessuno me lo può proibire!

Luise                     - Scusa, ma senza prenderci il raffreddore. Prenderci il raffreddore è una cosa che non possiamo permetterci. (Lo aiuta a cambiarsi).

Garaus                   - Se si fa come si deve, non succede un bel niente. Bisogna solo appunto farlo come si deve. Direi.

Luise                     - Ma io sto attenta.

Garaus                   - Ehi! Ehi! Così mi fai male! Non sono mica un burattino! Sono un essere umano, io!

Luise                     - Scusa, perdonami, Josef. Non succederà mai più.

Garaus                   - Questa è mancanza di rispetto, direi.

Luise                     - Ma io sto attenta. Non succederà mai più. Scusa, perdonami, Josef.

Garaus                   - Vorrei vedere che qualcuno me lo proibisse!

Luise                     - Scusa e ora dove andiamo?

Garaus                   - Be', torniamo indietro, si capisce. Sempre queste stupide domande!

Luise                     - Perdonami, oggi non ne ero del tutto sicura.

Garaus                   - Questa sì che mi piace. E bada di non dimenticare niente! Allora, io vado.

Sorella  Luise resta lì ferma con il cappotto, la sciarpa e il cappello che Garaus indossava in precedenza. Egli ritorna verso Nada, gira lentamente intorno a se stesso.

Nada                     - Gesù, il bel signorino! Ancora più bello s'è fatto, ancora più giovane s'è fatto, proprio come un incantesimo. Quasi da non riconoscerlo. Ancora più bello, ancora più giovane, proprio come un incantesimo.

Garaus fa un cenno di assenso e se ne va.

Luise                     - (lo segue. Mette in mano a Nada una moneta) Scusate, da parte di mio marito.

Tinello in casa della signorina Mai.

A tavola Wenzel Wondrak, davanti ai fornelli la signorina Mai.

Wondrak               - Be', a che punto siamo col mangiare? Ho fretta.

Mai                        - Subito, subito.

Wondrak               - Subito, signore e signori, subito, colossalmente subito, sennò qualcuno le buscherà e un piacere non sarà.

Mai                        - C'è roba buona. Uh, che roba buona che c'è!

Wondrak               - Be'?

Mai                        - Eccomi. Eccomi.

Wondrak               - (controlla quello che lei porta in tavola) E c'era bisogno di fare tante storie per una porcheria simile. E il vino dov'è, dov'è, dov'è?

Mai                        - Debbo correre a prenderne un quarto? Corro a prenderne un quarto. Torno subito. (Esce cantarellando) «Per te mio tesoro...»

Wondrak               - Ma sbrigati, sbrigati! E sta' bene attenta, ti dico, a non romperti quelle tue vecchie zampacce, sennò dovrai tirar su colla lingua il vino dal pavimento. Perché io, io, io dal pavimento non ci bevo! Solo dal vetro, signore e signori, solo dal vetro, dal proibito vetro, e questo qui di sicuro non è fatto di vetro. (Solleva il boccale, un recipiente di terracotta non smaltato) — Che cosa, che cosa, che cosa è mai questo? Questo è la terracotta, questo è l'argilla, questo è la merda (scaglia con tutte le sue forze il boccale sul pavimento) con cui Domineddio ha fatto  L’uomo          - (Canta) Attenzione che arrivo io, io, io. (Mangia e sbraita tra un boccone e l'altro) Io! Io! Io!

Mai                        - (senza fiato) Eccomi! Eccomi!

Wondrak               - Da' qua il vino!

Mai                        - (canta) «Per te, mio tesoro, mi sono fatta bella».

Wondrak               - II mangiare è tutto freddo. E io ti freddo a te. Attenta che arrivo.

Mai                        - Gli somigli. Specialmente quando canti. Figura aitante e occhi pieni di fuoco.

Wondrak               - Qui non ci si da del tu, qui ci si da del Lei, del Lei, del Lei ci si da qui e non del tu! Basta.

Mai                        - Devi ancora mangiare qualcosa. Un uomo deve mangiarne di roba, sennò non sa di niente.

Wondrak               - Be', da' qui. Finché c'è da mangiare, io resto.

Mai                        - Ce n'è ancora. Subito. Subito. (Si avvicina ai fornelli canterellando) «Per te mio tesoro...»

Wondrak               - Troia, pazza, con i suoi centocinquant'anni.

Mai                        - Eccomi. Eccomi.

Wondrak               - Allora, questo finisco di mangiarmelo. Ma se ti sei messa qualcos'altro per la testa, ti sei sbagliata di grosso, di grosso, di grosso in maniera colossale, signore e signori.

Mai                        - Ma perché pensare subito a una cosa simile, signor Wondrak! Mi son permessa di invitarLa perché so che è Lei in persona. (Ridacchia e gli bisbiglia qualcosa all'orecchio).

Wondrak               - Lo so, lo so. Sono in incognito. Io lo so chi sono io in incognito. E come mi sono ridotto? A fare il portiere, mi sono ridotto. Un portiere pieno di mistero.

Mai                        - Ma anche con mansioni ufficiali, non lo dimentichi, anche con mansioni ufficiali.

Wondrak               - Giusto. Giusto. Giusto.

Mai                        - II fatto si è che al piano di sopra, da Barloch, quello con cui è andata a stare per sua disgrazia la mia amica, la vedova Welht-auch, li si che c'è una certa cosa. Ero presente. Ed è arrivato un farabutto che ci voleva buggerare. Noialtre amiche ci siamo messe tutte quante a strillare: arrestatelo! Ma in quel momento è tornato a casa

Barloch                  - e quella cosa se l'è tenuta lui.

Wondrak               - (salta su urlando) Cosa? Li sopra c'è un pezzetto di specchio? E me lo dici solo adesso? Be', ora vedrai. (Esce a precipizio).  

Mai                        - E adesso la Weihrauch e quel suo Barloch finiranno in galera Impiccati tutti e due, in gattabuia tutti e due. Ben le sta! Ha distrutto la felicità coniugale di un'altra donna. «Per te mio tesoro...»

Camera da letto in casa  Kaldaun.

Lya                        - Che cosa debbo mettermi oggi, Egon?

Egon                      - Lo sparato della camicia è di nuovo troppo rigido, tutto qui. È la centesima volta che lo dico!

Lya                        - Che cosa debbo mettermi oggi, Egon?

Egon                      - Tutto qui. Non c'è nessun motivo che io debba sopportare una cosa simile. Di uno sparato così non so che farmene. Non so che farmene, tutto qui, e non esco. Ecco.

Lya                        - Cosa pensi che debba mettermi oggi, Egon? Mi potrei mettere il vestito marrone, ma le maniche non mi piacciono. Quando ce l'ho addosso sembro, com'è che dici tu ehi, Egon?

Egon                      - Non sono mica un puro spirito, io. Mi fa male. Mi da fastidio. Rigido va bene, ma così rigido no. Questo passa il segno, tutto qui.

Lya                        - Ecco, quella tizia sul vestito marrone mi ci ha fatto una macchia. Che debbo fare? Sul marrone c'è una macchia. Egon, quello marrone non posso mettermelo.

Egon                      - Tutto qui, ecco. La camicia la rimettiamo a posto. Ma qual è il posto della camicia? Non interessa a nessuno. Be', scusate. Semplicemente la rimettiamo a posto, tutto qui, e io non esco. Ecco.

Lya                        - E adesso che debbo mettermi? Deve solo provarcisi quella tizia a comparirmi davanti! Le cavo gli occhi io, a quella. Non ho parole. Egon, quello marrone ha una macchia. Che cosa debbo mettermi oggi?

Egon                      - (si siede su una sedia, poggia le mani sulle ginocchio e, mentre la moglie parla, guarda fisso davanti a sé. Appena ella finisce di parlare, balza in piedi) Lo dico per l'ultima volta. Io non esco, tutto qui. Ecco.

Lya                        - Debbo mettermelo lo stesso quello marrone, Egon? Da' un po' un'occhiata a questa macchia. Se ti decidessi a dare un'occhiata a questa macchia! Debbo mettermelo? Forse non è poi neanche tanto male!

Egon                      - (canticchia) «Bambina, sai ballare — bene come mia moglie». Queste vecchie canzonette mi piacciono più di tutte. Tutto qui. Si scivolava così, sul parquet lucido come uno specchio. (Si arresta spaventato e gira gli occhi intorno) Chi è che sta di nuovo origliando alla porta?

Marie                     - (entra. Pronuncia le sue battute girandosi alternativamente verso destra e verso sinistra) Macchie io non ne ho fatte. Lo sparato esattamente come voleva signore. Macchie non ce ne possono essere. Signore toccato lui stesso sparato e andava bene. Signora provato prima abito e macchia dov'era? Permettete signore, ora io tocco sparato! Signora resterà meravigliata. Uno, due, tre e macchia sparisce. Mie due orecchie sono molto bene attaccate alla testa. Prima sì che me ne stavo in pace, quando c'erano ancora specchi.

Lya                        - Marie, non ho parole! Che cosa Le ho detto? Parolacce non deve dirne. Se La sentissero i bambini! Non sono affatto disposta.   

Egon                      - Così non va, tutto qui! Glielo dico per l'ultima volta Marie, io non lo permetto.

Lya                        - Che altro Le debbo dire? L'ultima parola l'ha detta mio marito. I bambini parolacce non debbono sentirne. 

Marie                     - Che roba! Prima specchi c'erano e nessuno ci trovava i niente da ridire.  

Lya                        - Marie, mio marito glielo dice per l'ultima volta. Tutto qui, lui non lo permette.  

Egon                      - Che cosa debbo dirLe, Marie? Non ho parole. Non sono affatto disposto.

Marie                     - Forse che c'è macchia? Macchie non ce ne sono. E sparato più che benissimo. Basta con rimproveri. Sempre origliare con mia vergogna. Ma io me ne vado! Scusate, tanto perché i signori lo sappiano. (Gridando con voce stridula) Specchio, specchio, specchio! (Esce di corsa dalla camera).

Egon e Lya            - E dobbiamo sopportare una cosa simile?

Egon                      - Sempre con quella tua macchia! Io non ti sto proprio a sentire. Credi che la tua macchia mi interessi? Lo so bene, di macchie non ce n'è, tutto qui. Quando dici bugie per me è come se non esistessi.

Lya                        - E io allora che cosa debbo dire Egon? Lo sparato è perfetto. Lo sparato della camicia non è

Mai                        - stato così perfetto come oggi. Potrei mettermela persino io. E ammetterai che il mio è un petto di donna. Non ho forse ragione, Egon?

Egon                      - Certo, quando parli così! Era qui che ti volevo. Bisogna che te ne occupi tu. Trovi che lo sparato va bene? Toccalo un'altra volta, tutto qui. Se tu credi — io me lo metto così com'è.

Lya                        - Non ho parole. Non è mai stato inamidato così bene. Da quando siamo sposati non è mai stato inamidato così bene. Ti da proprio l'aria di una persona importante. Io però sarei piuttosto per il marrone, che ne dici?

Egon                      - Allora me lo metto. A quello che pensi tu do il suo peso. Perché sei tu a dirlo, tutto qui. Allora a te sembra che oggi vada proprio bene! Dici che mi da l'aria di una persona importante, non è vero? Di' qualche altra cosa.

Lya                        - Che cosa debbo dire, Egon? Ora è meglio che mi prepari, Arriveremo di nuovo in ritardo. Allora mi metto il marrone, sei d'accordo?

Egon                      - E tu trovi che va tanto bene proprio oggi! Non che io abbia

Mai                        - pensato che andasse proprio male, ma trovare addirittura che va benissimo! Sei una donna imprevedibile. Tutto qui, imprevedibile, sempre sorprese, uno non ci si raccapezza più e si innervosisce.

Lya                        - Egon, Egon, come puoi dirmi una cosa simile? Come sono io? Imprevedibile? Egon, Egon, imprevedibile io. E tu ti innervosisci. Io non ho parole. Ti innervosisci per colpa mia? Egon, Egon. Tesorino mio, cocco mio, io mi metto quello marrone.

Egon                      - Tutto qui, certo.

LA SECONDOGENITA DEI Kaldaun       - (una bambina bruttissima, entra di corsa) Papà, mamma, mamma, papà, per favore che cos'è: specchio? Per favore, per favore, che cos'è: specchio? Io voglio specchio. La Marie dice specchio. Anch'io voglio specchio. Papà, mamma, è bello, specchio? Che cos'è specchio? Per favore, per favore! Che cos'è specchio? Per favore, per favore!

I genitori               - (interrompono la loro toletta e strillano a squarciagola) Puah cacca! Puah cacca! Puah cacca! (Danno alla bambina un bel ceffone sulla bocca).

Per la strada.

Hansi, Puppi, Greti, Lizzi, Hedi e Lori sei ragazze sui diciotto anni — vengono giù allegramente per la strada ridacchiando forte e con frequenza.

Lori                       - Puppi, vieni da me!

Puppi                     - Tu per me sei troppo alta.

Lori                       - Sali su questa pietra.

Puppi                     - Già, così poi casco.

Lori                       - Ti reggo io.

Puppi                     - Ah si, e per quanto tempo?

Lori                       - Per tutta l'eternità.

Puppi                     - Già e poi di botto mi lasci cadere.

Lori                       - Ma no!

Puppi                     - Dici sempre così.

Lori                       - Te lo giuro solennemente.

Lizzi                      - (a  Puppi che sta dall'altra parte) Non credere alla Lori. Quella te la da a bere un'altra volta.

Lori                       - Puppi, vieni!

Puppi                     - Tu sei la più alta e io sono la più bassa. Non siamo proprio fatte l'una per l'altra.

Lori                       - Non importa. I tuoi sono così grigi.

Lizzi                      - (a Lori) Lasciala in pace, se non vuole.

Lori                       - (a  Lizzi) Tu non mi piaci con quegli occhi neri come il carbone.

Lizzi                      - Tanto neanche io te lo permetterei! Non pensarci neppure.

Lori                       - Puppi, allora vieni! Dopo ti racconto una cosa. Solo a te.

Puppi                     - E va bene, ma alla svelta. (Sale sulla pietra).

Lori le si avvicina e la tiene saldamente per tutte e due le braccia.

Lori                       - Ti reggi bene?

Puppi                     - Sì, ma tienimi.

Si guardano a lungo negli occhi.

Lizzi                      - Ehi tu, Hansi, a  Lori il suo vestito nuovo le piace assai.

Hansi                     - Ha un bel colore.

Lizzi                      - Ehi, ma quanto sta a rimirarsi quella là!

Hansi                     - La Puppi ha proprio gli occhi adatti. Tutti grigi.

Lizzi                      - II vestito però col grigio non ci sta bene. Marrone con grigio! Non ha proprio gusto, la Lori.

Hansi                     - Però, tu non puoi proprio soffrirla. Siete andati di nuovo a pescare ieri?

Lizzi                      - Si, ma per l'ultima volta, ha detto mio padre.

Hansi                     - E perché mai? Eppure tuo padre era così entusiasta della pesca!?

Gretl                      - Come, non lo sapete? I pesci sono morti tutti! Risate.

Lizzi                      - II guardiano è uno sfacciato. Non ci si può nemmeno più muovere. Dovreste vedere come sta attento quello! Ieri ha fatto rapporto a mio padre.

Hansi                     - E si può sapere perché?

Lizzi                      - Ha aperto gli occhi troppo presto. E quando li ha aperti, pesci non ce n'erano. Questo è quello che dice il guardiano. Ma mio padre lo ha sentito benissimo che un pesce aveva abbocca to, sennò gli occhi non li avrebbe mica aperti. Il pesce doveva essersi liberato allora allora, sono cose che capitano, dice mio padre, lui non è mica così pazzo da aprire gli occhi senza che un pesce abbia abboccato. Lui di reati non ne commette. È una persona per bene e lo ha dimostrato. Una volta che ha sottoscritto un documento, lui lo rispetta. Il guardiano però non l'ha lasciato in pace. Che uomo schifoso!

Gretl                      - Ehi, ma perché mai ci vuole un documento per pescare?

Hansi                     - È quello che vorrei sapere anch'io.

Lizzi                      - Ma come, non lo sapete? Eh già, voi a pescare non ci siete andate mai. Senza il documento non si viene ammessi al club della pesca. E costa pure un sacco di soldi. Andare a pesca mi viene a costare un patrimonio, dice mio padre.

Gretl                      - Ma si può sapere che ci sta scritto nel documento?

Lizzi                      - Nel documento ci sta scritto come ci si deve comportare quando si pesca. Gli occhi bisogna tenerli chiusi. Uno può aprirli soltanto quando sente che il pesce ha abboccato. Però è anche permesso pescare con le spalle rivolte all'acqua. Chi preferisce questo sistema, gli occhi può tenerli pure aperti. Il pesce è permesso guardarlo soltanto da lontano. Il club ha un suo guardiano addetto alla sorveglianza e quello è molto gentile. Ma oltre a lui ce n'è uno del governo che ha l'incarico di badare che non si commettano abusi. E quello è uno schifoso.

Gretl                      - Sai che ti dico, io a pescare non ci vado mica, visto che non c'è nessun gusto.

Lizzi                      - Anche noi non ci andremo più. È stata l'ultima volta, ha detto mio padre...

Hansi                     - Credevo che pescare fosse una cosa più divertente. Pensavo che uno si sedesse li e se ne stesse a guardare nell'acqua.

Lizzi                      - Ma neanche per idea! Si vede che a pescare non ci siete andate mai.

Hedi                      - Un pesce è proprio bello liscio. Come una volta erano i metalli. Una volta c'erano soltanto metalli lisci.

Gretl                      - Be', una volta la gente poteva anche andare a fare i bagni. Eh già, una volta!

Hansi                     - Ma guardate un po' li la Lori, non ha ancora smesso di guardarsi.

Lizzi                      - Dio mio, quanto si ammira!

Hedi                      - Io vado a prenderla, la Puppi. (Torna indietro di corsa).

Gretl                      - Ma si può sapere che ci avete voialtre con la Puppi! Io vado da Hansi. (Prende a braccetto Hansi).

Hansi                     - Io aspetto la Puppi.

Lizzi                      - Anch'io aspetto la Puppi.

Gretl                      - Hansi, tu stai con me.

Hansi                     - Non c'è proprio gusto a stare sempre con te.

Gretl                      - Non c'è gusto! Lo vedi come sei!

Hansi                     - Non mi va di stare sempre con te.

Gretl                      - Ma se hai detto che ho gli occhi azzurri!

Hansi                     - Be' e con questo? Di occhi azzurri ce ne sono tanti,

Gretl                      - Ma se hai detto che con me ti vedi più bella che con tutte le altre?

Hansi                     - Lo sono per conto mio.

Gretl                      - Ma se hai detto che con la Puppi ti vedi tutta grigia?

Hansi                     - L'ho detto tanto per dire. Non volevo offenderti.

Gretl                      - Offendermi? E che ti pare di potermi offendere?

Hansi                     - Non vorrei offenderti. Ma se vuoi proprio saperlo...

Gretl                      - Ora sì che voglio saperlo. Ora si che voglio saperlo. Ho bisogno di sapere perché sei così volgare con me.

Hansi                     - Volgare? Tu sei volgare! E i tuoi occhi sono piccolissimi, se vuoi proprio saperlo. Credi che riesca a vederci qualcosa, con te? Un fico secco, ecco quello che riesco a vederci con te!

Gretl                      - E vattene, e chi ti vuole. Preferisco andar dalla Puppi. I suoi occhi sono molto più belli dei tuoi. (Trattiene a stento le lagrime).

Hansi                     - Mettiti pure a piangere adesso, così non ci manca più niente.

Gretl                      - Ma io non sto mica piangendo! È lui che piange.

Un Ragazzo attraversa piangendo la strada.

Hansi                     - Ma che gli succede, a quello?

Lori                       - (avvicinandosi) È il Ragazzo Kaldaun.

Hansi                     - La Puppi è libera! (Corre dalla Puppi).

Gretl                      - (grida dietro a Hansi) E vattene! Lori, io resto con te.

Hedi    - ha preso a braccetto Puppi e comincia a chiacchierare con lei. Lizzi  e Hansi litigano vivacemente contendendosi Puppi. Alla fine si mettono d'accordo e si guardano a turno nei suoi occhi, mentre Hedi  - si rimette paziente ad aspettare.

Lori                       - Perché piange il Ragazzo Kaldaun?

Gretl                      - Ehi Ragazzo, vattene a casa!

Ragazzo                - Non voglio.

Lori                       - Ma perché piangi, Ragazzo mio?

Ragazzo                - Perché non posso farne a meno.

Lori                       - Ma che c'è da piangere? Non sta bene.

Ragazzo                - Se vi dico che debbo piangere!

Lori                       - Un  Ragazzo grande e grosso come te!

Gretl                      - Quanti anni hai?

Ragazzo                - Non lo so. (Continua a piangere disperatamente).

Lori                       - Devi pure saperlo quanti anni hai.

Gretl                      - Un  Ragazzo grande e grosso come te!

Ragazzo                - Non lo so. È proprio per questo che piango.

Lori                       - Chiedilo a tua madre!

Gretl                      - E magari anche a tuo padre! Tanto per essere più sicuro.

Ragazzo                - Non me lo dicono. È proprio per questo che piango.

Lori e Gretl           - (si scambiano un'occhiata eloquente) Ah, è così!

Ragazzo                - Ce li avrò già dodici anni?

Lori                       - Noi non possiamo saperlo.

Ragazzo                - Voglio dire, li dimostro dodici anni?

Lori                       - Oh certo, dodici ce li hai di sicuro. Dodici compiuti.

Ragazzo                - (a Gretl) E Lei che ne pensa?

Gretl                      - Io per me avrei detto quattordici.

Lori                       - A ogni modo non è un motivo per piangere.

Ragazzo                - Ma io non sto affatto piangendo.

Gretl                      - Già, ma prima piangevi.

Ragazzo                - (sghignazzando) Volevo solo sapere quanti anni dimostro. (Corre via continuando a sghignazzare).

Gretl                      - Certo che la sa proprio lunga, quello.

Lori                       - Vorrei proprio sapere da chi ha imparato a saperla così lunga!

Il Ragazzo, dopo essersi allontanato un po', si volta e urla rivolto alle ragazze «specchio». Poi se la svigna in tutta fretta.

Gretl                      - Ne combina di tutti i colori, quello!

Lori                       - Quanto la sa lunga!

Puppi e Hedi         - arrivano a braccetto. Al loro fianco stanno Hansi e Lizzi.

Puppi                     - Francois è il più bell’uomo del mondo.

Hedi                      - Fritzl porta sempre gli occhiali neri.

Puppi                     - Anche Francois gli occhiali neri ce li ha, ma preferisce tenerseli in tasca.

Hedi                      - Ah si, e allora a che gli servono?  

Puppi                     - Gli servono per la seduta! Oggi posso accompagnarlo alla seduta.

Gretl                      - Alla seduta? Ma va', non è vero! 

Hedi                      - A me Fritzl non me lo permette. Non so mai dove il Fritzl ha le sue sedute. Segretissimo, dice lui.

Puppi                     - Ma  Francois il tuo Fritz alle sedute l'incontra, quindi vuoi dire che sono proprio le stesse sedute.

Hedi                      - Può darsi. Però la parte di Fritzl in quelle sedute è tutta speciale. Non è uno qualsiasi lui. Fritzl gli occhiali deve portarli sempre. Altrimenti sarebbe anche lui uno qualsiasi.

Puppi                     - Ma si può sapere allora perché avrebbero scelto proprio Fritzl? Francois è molto più bello.

Hedi                      - Be', sai com'è, dipende dal carattere. Il Fritzl ha un carattere particolare. Quando lo chiamo Fritzl sta m collera per tre giorni. Adesso non posso chiamarlo nemmeno Fritz, il suo nome è Friedrich.

Puppi                     - Già, però in compenso tu puoi abitare con lui.

Hedi                      - Si certo. Però capita che non dica una sola parola per otto giorni di fila. E nessuno riesce a capire il perché. Non permette che si chiami il dottore. Ritorna da scuola e si mette a guardare fisso davanti a sé. Ha mal di testa, dice lui. Allora non puoi dire neanche una parola. Basta che gli rivolga la parola e lui monta su tutte le furie. Oh se ci ha carattere, lui. Se solo non si arrabbiasse tanto, alle volte!

Puppi                     - Ma lo sai che sei strana. In compenso puoi stare sempre con lui. Io invece debbo tornare sempre a casa. Francois dice... Ma eccolo là che arriva. Adieu. Adieu. Adieu. Adieu. Adieu; (A voce alta a Francois) Di' un po', oggi posso accompagnarti alla seduta, vero?  

Francois                 - (ad alta voce di rimando) Purtroppo oggi debbo andare alla seduta. Eh già. (Le cinque ragazze si allontanano mol to lentamente. Nel frattempo si è fatto buio. Puppt corre verso Francois e cerca di baciarlo sulla bocca. Lui si fruga in tasca) Aspetta un po'. Aspetta, ti dico!

Puppi                     - Ma insomma, dove ce l'hai?

Francois                 - Aspetta un momento. Deve essere scivolata nella fodera. Che sfacciataggine.

Puppi                     - Su vieni! Lo sai che sei strano.

Francois                 - Strano? Io strano? Mai. Son cose che capitano.

Puppi                     - Sai che ti dico? Avresti pure potuto cercarla prima.

Francois                 - Le altre volte lo faccio sempre. Che sfacciataggine. Ma oggi stavo pensando alla seduta.

Puppi                     - Avresti dovuto cercarla prima lo stesso.

Francois                 - Ora piantala, capito? Da non credersi Impossibile che l'abbia dimenticata. Non mi è mai successo. (I suoi movimenti si fanno più nervosi). 

Puppi                     - Ehi tu, sai che ti dico? Ancora non ci siamo baciati mai al buio. Eppure deve essere strano.

Francois                 - Deve essere noioso. A che scopo? Non ha senso.

Puppi                     - Ma se la lampadina non la trovi?

Francois                 - Non dire stupidaggini! Maligna.

Puppi                     - (sul punto di scoppiare in lacrime) Se non vuoi darmi nemmeno un bacio. 

Francois                 - Ma certo che voglio. Da non credersi. Eccola!

Puppi                     - Si?

Egli tira fuori una lampadina tascabile. Preme il pulsante.La lampadina si accende. Puppi lo afferra e lo bacia sulla bocca. Egli dirige la luce sui suoi occhi.

Francois                 - Non con tanta furia! Così non vedo niente.

Puppi                     - Aspetta, Riproviamo.

Francois                 - Vacilla. Maledizione. Adesso ne ho abbastanza! (S libera con uno strattone, scaglia per terra la lampadina e la calpesta con rabbia) Questa è sfacciataggine!

Puppi                     - Ma che stai facendo?

Francois                 - Questa lampadina non vale niente. Sono stufo di star mi sempre a tormentare.   

Puppi                     - Ma l'involucro. Con una batteria nuova si sarebbe potuto….

Francois                 - Io questa sfacciata di lampadina non posso proprio più sopponarla. È già la seconda volta che mi capita. Mi da proprio al nervi. Che arroganza. Me ne faccio regalare una nuova da mamma. Più sportiva...

Puppi                     - Peccato. Proprio ora che volevo...

Francois                 - Adesso non ci possiamo proprio baciare. Peccato. (Nota la presenza di Fritz Schakerl che sta all'angolo della strada e osserva attentamente il negozio di Therese KreissIt di fronte) Comunque ora debbo andare alla seduta. Adieu. (Entra di corsa nel negozio).

L'emporio di Therese Kreiss.

È piccolo, basso e oscuro. Alle pareti sono appesi grandi cartel li bianchi su cui ci sono delle scritte, illuminate dall'alto da lam pade appositamente collocate; essi costituiscono i punti più luminosi nello stretto negozio. 

L'ADULATORE 

SI SCAVA LA FOSSA CON LE SUE STESSE MANI. 

UOMO, NON ADULARE! CESSA! CESSA! 

IL LAVORO PROCURA PANE 

L'ADULAZIONE MORTE.

L'ADULATORE RISPLENDE DI LUCE FALSA.

OH, NON PRESTARGLI FEDE!

NON PRESTARGLI FEDE!

L'ADULATORE NON MI DA PACE. 

AIUTAMI, PADRE, DIMMI COSA DEBBO FARE!

Dietro il bancone c'è Therese Kreiss. Entra  Francois Fant.

Therese                  - Oh, chi si vede, il signor Francois! Quale onore! Eh già, la seduta!

Francois                 - Bonsoir.

Therese                  - Lei è il primo, signor Francois. Gli altri signori non sono ancora arrivati.

Francois                 - Per Lei non sono il signor Francois, buona donna. Non lo sa come mi chiamo?

Therese                  - Si, certo che lo so. Il signor  Francois è il figlio della signora Fant, Emilie Fant. Un tempo la signora abitava in questa strada. Veniva a far compere da me, la signora. Ma come sta la Sua signora mamma? Non si fa più vedere, la signora.

Francois                 - Molto lavoro. Tanto da non credersi.

Therese                  - Eh già, quanto lavora quella donna!

Francois                 - Quella signora. Per Lei io sono quindi il signor Fant, intesi?

Therese                  - Ma io il signorino l'ho conosciuto che era ancora in fasce.

Francois                 - Io in fasce non ci sono stato mai.

Therese                  - Volevo dire da bambino. Non che voglia adularLa, è una cosa che non farei mai, proprio MAI (indica le scritte tutto in giro), ma il signorino Fant anche allora era già così bello. Tutte le donne per la strada facevano tanto d'occhi. Se lo strappavano di mano, il signorino. Proprio come adesso. Ma dove sarà mai la mia Milli?

Francois                 - Sua figlia. Conosco anche lei. Carina. Molto carina, anzi. Potrebbe essere una vera beauté, solo che si vestisse bene. Con eleganza. Roba scelta da me.

Therese                  - Per amor del cielo! Signorino, non commetta peccato di adulazione. Soprattutto niente adulazione.

Francois                 - Che cosa? Tanto lei non c'è. Non glielo andrà mica a ridire? Mi sarà lecito aggiungere che Sua figlia è un tipo tutto speciale.

Therese                  - Speciale. Eh già, lo dicono tutti. (Si avvicina di soppiatto a una porta, la spalanca di colpo e lancia un'occhiata nel retrobottega) Be'. Non c'è. Perché qualche volta capita che entri di nascosto e si metta a origliare per sentire cosa dice la gente di lei. Quella ragazza è la mia croce. Per il resto è una ragazza ammodo. Ma bisogna starci attenti. Per lei non va mica bene uno qualunque.

Fritz Schakerl attraversa impettito il negozio. Porta gli occhiali neri e non saluta. Francois  e Therese ammutoliscono e rimangono immobili. Solo dopo che ha chiuso la porta del retrobottega Therese riprende a parlare.

Therese                  - Ora è dentro.

Francois                 - Un uomo fantastico. Non c'è che dire. Imponente.

Therese                  - Ogni volta io mi sento onorata. Basta che mi passi davanti e già mi sento onorata. Ha un'aria così distinta con quegli occhiali neri. Passa e non ti saluta nemmeno.

Francois                 - Ora debbo entrare anch'io. Mi ha visto. (Va nel retrobottega).

Therese                  - Un uomo fantastico.

Wenzel Wondrak (entra a precipizio nel negozio) La Milli! (Therese lo guarda, spalanca la bocca e non risponde). Dov'è la Milli?

Therese                  - E chi lo sa?

Wondrak               - (in tono minaccioso) Dov'è la Milli, ho detto?

Therese                  - Ti costa tanto essere un pochettino più gentile, Wondrak?

Wondrak               - Ho fretta.

Therese                  - Eccola che arriva.

Milli Kreiss            - (entra) Oh chi si vede, Wenzei! Che cosa mi hai portato oggi?

Wondrak               - Su, non dire stupidaggini. Non ti ho portato niente. Vieni fuori!

Therese                  - Ci avete un'altra volta dei segreti, voi due?

Wondrak               - (davanti al negozio, alla Milli) Custodiscilo per bene. Vengo a prenderlo domani.

Milli                       - Ma dove l'hai preso?

Wondrak               - Non te ne frega un cavolo! Razzia in casa Barloch.

Milli                       - Da Barloch? Proprio lui?

Wondrak               - Si è messo a piangere quello là. Il signor Josef Barloch           - mi verserà ogni settimana metà del suo salario. Per un anno. In cambio gli ho condonato la pena di morte.

Milli                       - Ah sì, ma lui come l'ha avuto? È proprio un povero diavolo quel Barloch! Lui dove l'ha preso?

Wondrak               - Non me ne frega un cavolo e anche a te non te ne frega un cavolo. Conservalo per bene! Mi hai sentito? (Vuole rientrare).

Milli                       - (lo trattiene) Ehi tu, posso guardarmici?

Wondrak               - Un paio di sberle, ecco che cosa ti becchi se ti provi a guardartici. Così poi ti sorprende la vecchia.

Milli                       - Me ne vado in cantina.

Wondrak               - Li non ci si vede.

Milli                       - Mi porto la lampada.

Wondrak               - Già e così lo perdi.

Milli                       - Ma va', non lo perdo mica! Lo ritroverei anche in una cantina grande il doppio di questa. Che ci vuole? Non devi avere paura.

Wondrak               - Te lo proibisco e basta! In una cantina c'è tanta robaccia.

Milli                       - E allora me ne vado in solaio.

Wondrak               - Già e così lo fai cadere. Per tutte quelle scale.

Milli                       - (nel frattempo ha estratto lo specchio da una piccola fodera) Ma va', se è di metallo!

Wondrak               - (le strappa di mano specchio e fodera) E allora si sciupa, ecco! Lo rimetto nella fodera. Lo so bene io come ce l'ho infilato dentro.

Milli                       - Ma va', che tipaccio che sei. Il Fritzl non è mica fatto così. Il Fritzl una volta (abbassando la voce) mi ha regalato un suo ritratto

Wondrak               - Non dire stupidaggini! È successo dieci anni fa e l'ha anche rivoluto indietro.

Milli                       - (sul punto di scoppiare in lagrime) Ma va', lasciamelo fa re per una volta, una volta sola!

Wondrak               - Se ti ci guardi anche una volta sola, tra noi è tutto fini to! E bada che se ti ci guardi me ne accorgo subito! (Va nel re trobottega attraversando il negozio, mentre la

Milli                       - se la svigna quatta quatta piangendo).

Fritz Schakerl        - (apre la porta sul retro con uno spintone e si di rige con aria di rimprovero verso Therese    - Kreiss) Ma che cosa si immaginava, signora Kreiss?

Therese                  - (balbettando) Ma signor signor Schakerl. Manca forse qualcosa?

Schakerl                - La cosa più importante.

Therese                  - Ah si potrei andare a prenderla di corsa se Lei permette oppure la Milli.

Schakerl                - Io la seduta non posso presiederla. Mi servono due casse di grandezza diversa. Una più piccola e una più grande.

Therese                  - Ma il signor il signor Schakerl può averle subito. Di casse ne ho a sufficienza. (Trascina due casse).

Schakerl                - Sono abbastanza diverse?

Therese                  - Guardi Lei stesso.

Schakerl                - Vanno bene. E un panno nero ce l'ha?

Therese                  - Anche il panno nero ce l'ho. (Tira fuori da un cassetto uno scialle nero).

Fritz Held compare sulla porta e si ferma in atteggiamento rispettoso.

Schakerl                - Dia qua. Va bene. Wondrak!

Wondrak viene fuori dal retrobottega, afferra le due casse e le trascina via. Schakerl porta lo scialle. Non ringrazia. La porta si richiude alle sue spalle.

Therese                  - (a qualcuno che non si vede) Agli ordini. Sembra un feldmaresciallo con quegli occhiali neri. Io l'ho conosciuto che balbettava ancora. Dieci anni sono passati. Di fronte a lui siamo tutti quanti indegni. (Scorge Fritz  Held e con tutt'altro tono) La Milli       - non è tornata ancora.

Held                      - Posso chiederLe, di grazia, quando torna, per cortesia?

Therese                  - Glielo chieda Lei stesso.

Held                      - Si potrebbe fare, gentilissima signora suocera. Ma come posso farlo se non c'è?

Therese                  - Io domande non gliene faccio più.

Held                      - Un po' di smorfie qua, un po' di smorfie là e tutto si aggiusterà.

Therese                  - Non si aggiusterà un bel niente!

Held                      - E perché non si aggiusterà un bel niente, se è lecito chiederlo?

Therese                  - Perché quella ragazza ha perduto la testa.

Held                      - Io sono in grado di farle una bellissima parrucca nuova.

Therese                  - Ci manca solo che quella ragazza mi diventi ancora più stramba! Quella ragazza è proprio (con voce supplichevole) vanitosa!

Held                      - Già mi secca abbastanza perché le porti un be', Lei sa che cosa. Dovrei staccarne un pezzo e portarglielo. Le sembra possibile? Ci rimetterei subito il posto.

Milli                       - (compare tutta eccitata) Niente può fare lui. Ma starsi a guardare, quello si che può farlo tutto il santo giorno.

Held                      - Scusa, permetti, col mio mestiere non è poi una cosa eccezionale.

Milli                       - Bel mestiere che può farti finire in galera da un giorno all'altro.

Held                      - L'invidia dei nullatenenti.

Milli                       - Su Fritzl, possibile che in tutta la casa non ce n'abbiate neanche un pezzettino?

Held                      - Ogni pezzo vale un patrimonio. Con una clientela così distinta! I nostri prezzi sono salati. Già solo per il rischio che si corre!

Milli                       - Ma non potresti almeno portarmi con te?

Held                      - Bambina mia, ci rimetterei la testa.

Milli                       - Non sarebbe poi questo gran danno.

Held                      - Prego, s'immagini, chi si contenta gode. (Se ne va nel retrobottega) .

Therese                  - Ci si deve solo provare a venirmi un'altra volta in negozio quella scimmia!

Il predicat.Brosam      - (compare sulla soglia) Non imprecare, buona donna!

Therese                  - (rossa come un peperone) Gesù mio, il signor predicatore, quale onore, lui in persona nella mia umile bottega!

Brosam                  - Non imprecare, buona donna, anche il tuo prossimo è un essere umano.

Therese                  - Prima se la guardi bene quella scimmia!

Milli                       - Mamma! (Si da da fare dietro il bancone).

Therese                  - Prima ci si litiga e poi gli piglia la paura che quello non si faccia più vedere. Ma Lei crede che quello si faccia sloggiare? Uno gli può dire quel che vuole, tanto quello li a farsi sloggiare non ci pensa neppure. Quell’uomo è un delinquente! Non passa giorno che non venga!

Brosam                  - Non è forse un essere umano come tutti noi? Non ha forse due occhi? Un naso? Una bocca? E anche due orecchie di carne!

Il negozio si oscura.

Nel retrobottega.

Fritz Schakerl siede su una grande cassa collocata davanti a una più piccola, ricoperta da un panno nero. Davanti a lui, su tre casse ancora più piccole, siedono allineati Wenzel Wondrak, Francois Fant e Fritz  Held. Tutti e quattro portano occhiali neri.

Schakerl                - II malcostume continua a dilagare. In qualità di guardiani e custodi che volontariamente si sono assunti il compito di lottare contro il crimine, ci incombe l'obbligo di fare anche noi la nostra parte.

I tre                       - Bravo!

Schakerl                - Grazie. Ma non va. Ponete inoltre mente a quali sciagure la miseria ha già cagionato e ditemi se il cuore di chi non si senta profondamente scosso e non scoppi m singhiozzi e forse degno di continuare a battere sia pure per un solo istante?

Fant                       - Bravo! Espresso con finezza! Chiedo la parola.

Schakerl                - Ha la parola il signor tesoriere del quadrumvirato, signor Francois Fant.

Fant                       - Ritengo che si debbano sorvegliare più attentamente le raga2ze. Se ne vanno in giro apertamente di qua e di la e non tanno che guardarsi negli occhi. Chiunque sia dotato di un retto sentire sente il sangue montargli alla testa. Che cosa si può tare contro gli occhi? Chiedo che si discuta su questa questione e si trasmettano al sedecimvirato le decisioni adottate.

Wondrak               - Cavare gli occhi, signore e signori, cavare gli occhi! L'unico rimedio efficace, il migliore che ci sia.

Schakerl                - Mi vedo costretto a pregare il signor vicepresidente del quadrumvirato di chiedere la parola!

Held                      - Mi pregio di chiedere la parola.

Schakerl                - Do la parola al signor conciliatore del quadrumvirato.

Held                      - Signori miei, io non sono favorevole al cavare gli occhi. Cavare gli occhi non è poi una cosa eccezionale; se mi è, di grazia, concesso di esprimermi in questi termini, miei signori, in fin dei conti è una cosa che può fare chiunque. Molto più ragionevole è che noi spieghiamo la situazione alle ragazze una per una. Non debbono guardarsi così a lungo negli occhi. Anche facendolo, non è che ne ricavino molto. Propongo di fare la prova. Che cosa si riesce a vedere in un occhio? Signori miei, ve lo dico chiaro e tondo: un bel niente. Quindi facciamo pure la prova.

Wondrak               - Cavare gli occhi, signore e signori! Io insisto sul cavare gli occhi!

Schakerl                - II signor vicepresidente del quadrumvirato viene per la seconda volta ammonito e invitato a chiedere la parola. In caso contrario mi vedrei costretto ad applicare la punizione fissata a norma di statuto.

Fant                       - Grandioso. Allora, io chiedo la parola.

Schakerl                - Do la parola al signor tesoriere del quadrumvirato.

Fant                       - Facciamo una cosa. Mettere ai voti. È la soluzione più elegante.

Schakerl                - Faccio mia la proposta e passo alla votazione. Signor vicepresidente del quadrumvirato?

Wondrak               - Cavare gli occhi, signore e signori! Io insisto sul cavare gli occhi! È l'unico rimedio efficace, altri non ce n'è, credetemi, signore e signori, cavare gli occhi!

Schakerl                - Signor conciliatore del quadrumvirato?

Held                      - Di grazia, io sono contrario. Cavare gli occhi non è cosa che stia bene.

Schakerl                - Uno a uno. Posso chiedere al signor tesoriere del quadrumvirato la sua opinione in proposito?

Fant                       - Per conto mio, perché no? È un'idea originale. Mi piacerebbe provare per una volta questa paura! Grandioso.

Wondrak               - Colossale, dico io! Straordinariamente arcicolossale!

Schakerl                - II signor vicepresidente del quadrumvirato viene ammonito per l'ultima volta. I voti sono due contro uno. Io, nella mia qualità di presidente del quadrumvirato, do il mio voto - per - il cavare gli occhi. Il risultato della votazione e il seguen tetre contro uno. La proposta verrà trasmessa al sedecimvirato e rispettivamente al relativo presidente E con ciò, signori miei la seduta odierna sarebbe conclusa e io la dichiaro ufficial mente tolta. Potete andarvene tutti a casa. Riesaminate atten tamente la faccenda. La prossima seduta avrà luogodomani alle  nove nella mia scuola. (I tre si mettono in tasca gli occhiali neri) Alt! Signori miei, ancora una cosa. Vi prego di scusarmi,  ma stavo dimenticando una cosa importante. (I tre si rimettono  gli occhiali neri). Revoco ufficialmente la chiusura della seduta  e la dichiaro ufficialmente riaperta.

 Il retrobottega si oscura di nuovo.

Negozio.

Puppi                     - (entra) Buona sera, signora Kreiss.

Therese                  - Riverisco, signorina. È successo qualcosa? Come mai così tardi?

Puppi                     - Ho visto che c'era ancora luce da Lei. Mi è capitato un guaio. Ho perduto la mia lampadina tascabile e i negozi sono eia tutti chiusi. 

Milli                       - (irrequieta) Noi lampadine tascabii non ne vendiamo

Therese                  - Ma che stai dicendo? Non sa niente lei e vuoi metterci becco! Io ho anche lampadine tascabili, signorina. Ce ne deve essere rimasta ancora proprio una.

Milli                       - Ma da quando in qua tieni lampadine tascabili, mamma?

Therese                  - Da oggi. Che sciocca!

Milli                       - L'unica che c'è serve a noi.

Therese                  - Con te i conti li facciamo dopo. (Apre un cassetto) Prego, signorina, una lampadina tascabile molto elegante, 1 ultima Mi sembra che ce ne sia anche un'altra. No. Ma questo cos e? (Tira fuori dal cassetto una piccola fodera e la illumina con la lampadina. Si mette a tremare da capo a piedi. Dalla fodera sguscia fuori come un serpente uno specchio su cui cade in pieno la luce della lampadina. Therese vi si scorge e getta un grido acuto) II diavolo! Il diavolo! (Stringe spasmodicamente specchio e lampada senza staccarne gli occhi un momento) II diavolo! Il diavolo! (Si mette a girare intorno ballando con specchio e lampada come se tenesse in mano dei carboni ardenti) II diavolo! Il diavolo!

Milli e Il predicat.le si precipitano addosso. Puppi   - indietreggia verso la porta e osserva l'ossessa con occhi spalancati e pieni di terrore.

Milli                       - Per amor del cielo, mamma, statti quieta!

Brosam                  - (le strappa di mano la lampadina e se la mette sema farci caso nella tasca dei pantaloni) Che Le succede, buona donna? Si calmi! Che Le succede? Buona donna, il diavolo in questo negozio dabbene non ci mette piede.

Therese, nell'attimo stesso in cui le è stata strappata la lampadina, crolla a terra come svenuta.  Il predicat.la sostiene fra le sue braccia. Milli le tiene chiusa la bocca.  Puppi scompare senza fare rumore.

Milli                       - Dentro la mano deve averci ancora qualcosa. La mano non l'apre.

Brosam                  - Su, apra la mano, buona donna, la apra!

Therese                  - (con voce soffocata) A lei non gliela do! A lei no! È un'ossessa, quella!

Brosam                  - A me, a me, buona donna, lo dia a me. Lo faccio per il Suo bene, io, si calmi, ecco, così! (Therese     - apre la mano. Egli vede lo specchio e fa un salto indietro. Non le lascia però andare la mano) Lo prendo io. Per amor Suo lo prendo io. Lei è un'anima buona. Se lo trovano da Lei è bella che morta. Io lo distruggerò. (Con un movimento molto impacciato del braccio si ficca lo specchio nella stessa tasca dei pantaloni in cui c'è già la lampadina).

Milli                       - lascia andare la madre e singhiozza da spezzare il cuore.

Therese                  - (gemendo piano) II diavolo! Il diavolo!

La strada di notte.

Il predicat.Brosam attraversa la strada. È buio pesto e la tasca destra dei suoi pantaloni brilla. Dentro ci sono infatti lo specchio e la lampadina accesa che egli, nella fretta, si è dimenticato di spegnere. Ogni tanto si piega dal lato opposto, come per ristabilire l'equilibrio. A più riprese la sua mano si avvicina alla tasca ma se ne allontana ogni volta di scatto. «Brucia. Brucia. Dio mio quanto brucia! » Con la sua tasca si tira appresso tutta quanta la strada. Essa è scarsamente illuminta. I rari lampioni sono collocati così in alto che la loro luce non è molto più forte di quella che proviene dai suoi pantaloni. Il lugubre silenzio che regna nell'aria è interrotto tutto a un tratto da un gemito. Brosam si ferma. Non lontano da lui, ma molto più in basso, probabilmente a terra, brilla una luce simile alla sua. Titubante egli vi si avvicina e il gemito diventa più forte. Dopo pochi passi più decisi egli si ferma accanto alla luce.

Brosam                  - Che Le succede? È ferito? (Gemito). Voglio aiutarLa. Cos'ha? (Gemito). Poveretto! Quanto soffre! Venga, voglio aiutarLa. (Gemito in cui si intrasente la parola «Luce! Luce!») Vuole che faccia luce? Subito, buon uomo, subito! (Si inginocchia, tira fuori una lampadina dalla tasca dell’uomo steso a terra e lo illumina con quella) Insanguinato non è. Sangue non ne vedo da nessuna parte. (Gemito). Lei deve essere ferito gravemente, lesioni interne probabilmente. Venga, buon uomo. (Gemito: «Luce! Luce!» Brosam si ficca frettolosamente nella tasca sinistra la lampadina dell’uomo       - steso a terra e lo solleva a fatica. Poi, più che sostenerlo, lo trascina fin sotto il più vicino lampione, contro cui lo appoggia con cautela. A questo punto tira fuori la lampadina del L’uomo e alla sua luce ne esamina, questa volta più accuratamente, la faccia. L’uomo però barcolla). Bene, ora vediamo un po', buon uomo. Starò molto attento. Non abbia paura, non Le farò male. Venga, si calmi. Non è poi così grave. Non è nemmeno pallido! Un giovanotto come Lei! Un uomo robusto come Lei! Nel fiore degli anni! Quanti anni potrà avere? Trent'anni al massimo. Basta guardare quelle guance rosse! Una faccia come una mela! Passerà, mi creda buon uomo, tutto passa. Ma che cosa Le hanno fatto? Allora, adesso apra da bravo la bocca! Che denti! Una delizia, una vera delizia! Per quanto pregassi Domineddio di darmi dei denti come questi, non servirebbe a niente, per me non se ne parla più. Ma Lei! Che denti! Uno più bello dell'altro e non ne manca neanche uno. Uno splendore! Una delizia! Nel fiore degli anni! Dov'è che Le fa male? Dove? (L’uomo non si lamenta più e tace). Fa fatica a parlare, si capisce. Ora rimanga qui. Vado a chiedere aiuto. Torno subito, subito.

L’uomo                 - (molto asciutto) La mia lampadina!

Brosam                  - Ah, vuole la Sua lampadina. Eccola! (L’uomo spegne la lampadina, dice «Grazie» e se ne va con l'aria di uno che gode perfetta salute. Brosam, lo segue con lo sguardo) Ehi, ma allora di che si trattava? Quello li non aveva un bel niente! Povero peccatore bugiardo! (Mentre pronuncia la parola «peccatore», si ficca rapidamente la mano in tasca. Poi riprende a camminare, ma a passi molto più lenti di prima, come se sperasse ancora nel ritorno dell’uomo, della sua luce e del suo gemito).

Invece di un'unica luce ne compaiono però ora parecchie, in numero sempre maggiore, la strada si popola di luci mentre la notte si riempie di gemiti. Quanto più numerosi diventano, tanto più risultano comprensibili. Le voci minacciose gareggiano a superarsi l'una con l'altra.

Aiuto! Soffoco! Muoio di sete! Acqua! Muoio! Muoio dissanguato! Ooooo!

Brosam                  - Che cosa volete? Che cosa volete? Sono solo. Non posso aiutarvi. (All'improvviso accanto a luì balia su un qualcosa che grida «Che cosa ha in tasca? » Brosam sobbalza. Allunga il passo. Sospira. Dopo un po' dice ad alta voce) Dio mio. Dio mio, è davvero così terribile non potersi vedere?

Nello stesso istante un uomo gli compare davanti.

Bleiss                     - Vuole vedersi?

Brosam                  - Che che cosa?

Bleiss                     - Le sto chiedendo se vuole vedersi!

Brosam                  - Ma co-come?

Bleiss                     - Non viene a costar molto. Non se ne pentirà.

Brosam                  - Buon uomo... 

Bleiss                     - Poche storie! Non Le mancano certo i soldi che ci vogliono!

Brosam                  - Ma io….

Bleiss                     - Dieci scellini per due minuti. Illuminazione compresa. 

Si accende di scatto una piccola lampadina. Si riconosce S.Bleiss.

Brosam                  - Uomo, uomo!

Bleiss                     - Venga sotto il portone, non abbia paura!

Brosam                  - Ma si rende conto di quel che sta facendo?

Bleiss                     - È affar mio. Vuole vedersi oppure no?

Brosam                  - Si guardi attorno! Non ha cuore Lei? Guardi tutte quelle luci.

BLEISS                - Canaglie. Quelli non hanno soldi. Cosa crede.Questa è tutta gente che non si vede da anni. Sono in attesa di qualche buona parola. Canaglie.

Brosam                  - Ma Lei non ha paura, uomo?

Bleiss                     - Ah, è così. Lei se ne va per i fatti suoi. Allora perche mi fa perdere tempo? Lei è pazzo! Ce l'ha nella tasca del pantaloni! Sua lampadina è accesa. Lo si vede attraverso la tasca. Stia attento. Lei è pazzo! (Scompare).

Brosam si mette a correre. Qualcuno gli si fa incontro Egli balza da un lato. Cade e manda un gemito. Quando si alza, la sua lampadina è ancora accesa. La copre con tutte e due le mani e tenta di allungare il passo, anche se i suoi movimenti risultano molto impacciati. A questo punto gli si fa di nuovo incontro qualcuno. Cerca scampo sotto un balcone fortemente illuminato. Congiunge le mani sulla sua luce che ora sembra molto più fioca, per cui la sua presenza passa quasi inosservata. Sopra in un salone le cui finestre sono spalancate, passeggia avanti e indietro un signore. La persona davanti a cui Brosam era fuggito entra nella casa e varca poco dopo la soglia del salone. Si tratta di una signora.

Leda Fòhn Frisch Che cosa terribile! Non ce la faccio più! Così non si va avanti, Heinrich! 

Heinrich Fòhn       - Si può sapere che altro ti succede, Leda? 

Leda                      - Ho paura. Quelle persone! Se ne stanno sdraiate tutto in torno e si lamentano. Orribile! Ed è tutto così privo di senso.

Heinrich                - Calmati, non è poi così grave.

Leda                      - Che dici? Tu non lo sai. Ma io si che lo so. Ogni notte è la stessa storia. Sto tutto il giorno a tremare, pensando al ritorno a casa. Ho tanta paura. Quando gli vado a finire sopra, sono così spaventata che mi viene da urlare!

Heinrich                - E allora sta' attenta!

Leda                      - Ma sono tanti. E i più non sono nemmeno illuminati. Si limitano a sdraiarsi di traverso sulla strada e non si riesce ad andare avanti. Quando ci si accorge in anticipo che ce n'è uno, allora ce ne vuole di tempo a furia di pregarlo e lusingarlo, perché alla fine si decida a scansarsi. Se poi non ci si accorge di lui e lo si calpesta, allora si scatena l'inferno. Quel mascalzone si mette a strillare manco lo stessero scorticando. Devi tirarlo su, esaminarlo ben bene, devi consolarlo e adularlo. Quella gente sta letteralmente in agguato, in attesa che qualcuno gli dica qualcosa sul suo conto. Non si conoscono affatto. Non si vedono. Ignorano tutto di sé. Nessun essere umano che sia in grado di parlare, parla con loro. Da quando sono nati nessuno gli ha mai badato. Per questo la notte si sdraiano di traverso sulla strada, perché qualcuno ci inciampi sopra. In questo modo costringono qualcuno a interessarsi di loro. Una vera e propria estorsione. Sono morti di fame, quegli uomini, è incredibile! Ho tanta paura! Una volta o l'altra uno di quei mascalzoni mi darà una botta in testa e per me sarà finita.

Heinrich                - Non lo farà di sicuro, Leda. Sarebbe un bello stupido a farlo. Una volta che tu non potessi più parlare, non potresti dargli più niente: al contrario, saranno sempre particolarmente gentili con te.

Leda                      - Tu questa gente non la conosci. Le cose non vanno mica in maniera così ragionevole. Non so proprio che fare, mi fanno terribilmente paura!

Heinrich                - Una dottoressa dovrebbe avere dei nervi più saldi, Leda.

Leda                      - Tu ti fai un'idea sbagliata dei miei pazienti, Heinrich. Nel nostro sanatorio casi simili non ne abbiamo. Grazie a Dio non ne abbiamo. Io so molte cose, forse so tutto, sono molto brava, ma in che modo si dovrebbe curare un caso simile, questo non lo so davvero.

Heinrich                - E infatti non si può. La cura non può essere che a largo raggio. E per questo c'è la politica.

Leda                      - E io ti dico, Heinrich, stammi bene a sentire, che se continua così ancora un pezzo, quando torno a casa la sera — io ti muoio qui da un momento all'altro!

Heinrich                - Questo non lo farai. Lo sai che ho bisogno di te.

Leda                      - Starami bene a sentire, Heinrich! Per te io lavoro volentieri. Non ti ho mai rinfacciato il fatto che non guadagni un soldo. Io lo so che sei un tipo speciale. Dentro di te sta maturando qualcosa di grande. So tutto io. Ma in questo paese non ci resisto più. Qui noi siamo le uniche persone civili. Credi a me, a parte noi qui non ci sono che canaglie. Tu vivi così al di fuori del mondo. Non te ne accorgi neanche. Lo so. Ti scongiuro, Heinrich, andiamocene via di qui!

Heinrich                - Mi dispiace molto, Leda. Ma su questo argomento non posso che ripeterti quello che ti ho già detto ieri, l'altro ieri e il giorno avanti: non è possibile. Chiuso.

Leda                      - Tu non mi ami.

Heinrich                - Ti amo, ma ho bisogno di questa atmosfera. È vero che queste persone non sanno chi abita qui. Ma lo intuiscono. Io sono il loro sole. Risplendo. Da me emana uno splendore. Ogni giorno io lavoro intorno alla mia persona. Mi sono trovato. Di notte lascio le finestre aperte e sento che loro tendono l'orecchio per cogliere ogni mia parola. Non è forse stupendo questo modo di vivere, Leda? Quando ne ho abbastanza, richiudo la finestra e tiro le tende. Davanti alla finestra si è radunata della gentaglia. Uomini ricoperti di cenci fanno ressa, in punta di piedi, davanti al balcone. La luce che proviene dal salone in cui si svolge il colloquio cade su molte teste che tendono estasiate le orecchie.

Leda                      - Si, è stupendo, ma io...

Heinrich                - Mi dispiace molto, Leda. Non c'è niente che si possa cambiare. È una legge di natura. Ma ho un regalo per te.

Leda                      - Per me? Sai che per me non può esserci che un solo regalo, ma quello non riuscirò mai ad averlo.

Heinrich                - Ci ho riflettuto, Leda. Oggigiorno ogni uomo ha una sua canzone, che appartiene a lui solo e che nessuno gli può portar via. Questa è una cosa che posso capire. Dal momento che non ci si può vedere, ci si vuole almeno sentire, sentirsi in un modo tutto speciale.

Leda                      - Certo. Certo.

Heinrich                - Tu avrai una tua canzone, Leda. Finora non ho potuto concedertela, mi avrebbe disturbato troppo. Ora però sono divenuto così saldo che niente può farmi deviare dalla mia strada tranne un sole che fosse più possente di me e un sole così prima di tutto bisognerebbe cominciare col trovarlo.

Leda                      - Come? Posso avere una mia canzone? Una canzone tutta mia? Tutta per me? E posso anche cantarla?

Heinrich                - Certo, mia cara, io a te ci penso spesso, anche se tu non te ne accorgi.

Leda                      - Ti ringrazio, Heinrich, tu mi ami davvero.

Heinrich                - Lo vedi, ti amo. Ma in cambio avrei un piccolo favore da chiederti. Vorrei pregarti di non rivolgerti più a me con il tu. Mi disturba nella mia evoluzione. Io non sono un uomo qualsiasi per cui una cosa simile possa riuscire indifferente. Ogni volta che mi dai del «tu» io provo una fitta. E per rimettermi mi ci vuole poi tempo e consumo di nervi. Spesso ciò mi ributta indietro di settimane e di mesi. Non è forse assurdo? Effettivamente il «tu» è un'insolenzà, voglio dire nei casi eccezionali come il mio. Non è detto però che tu debba rivolgerti a me con il Lei. È sempre possibile ricorrere a delle perifrasi. D'accordo? (Si avvicina alla finestra e la chiude. Tira le tende).

Ora la parete si presenta come lo schermo vuoto di un cinema. Le teste all'esterno si girano dall'altra parte. La luce si spegne. La gente scompare. Da tutte le parti si ricominciano a sentire dei gemiti a livello del suolo. Brosam si allontana furtivamente, curvo come se strisciasse e gemendo anche lui.

La cucina di Marie.

Occupa la parte destra della scena. L'ambiente è sfavillante, pulito e ordinato, tutto per merito di Marie. Ella è occupata con delle stoviglie che ripone in un armadio. Accanto alla finestra, non lontano da lei, c'è Il predicat.Brosam. La parte sinistra della scena è per il momento al buio.

Brosam                  - Ma guarda un po' come va il mondo! Ma guarda un po' come va il mondo! Uno è vivo. E poi tutto a un tratto è bello che morto.

Marie                     - Io manco per niente.

Brosam                  - E chi lo sa? Chi lo sa? Forse tra cinque minuti.

Marie                     - Io manco per niente fra cinque minuti.

Brosam                  - Prego il Signore che Lei abbia ragione, figliola mia. Ma non ne sia troppo sicura! Al Signore questo non piace.

Marie                     - Signore ce l'ho già. E di un secondo non so che fare.

Brosam                  - Perché va subito in collera, figliola mia? Chi mai Le ha fatto del male? Non è forse ancora viva? Non si gode forse ancora la calda luce del sole?

Marie                     - Sole? Sole se lo gode chiunque. Sole!

Brosam                  - Ma si può sapere che cosa Le manca per essere felice, figliola mia? Io conosco una brava ragazza che fa onestamente il suo lavoro. Un tetto sopra la testa e il pane quotidiano ce li ha assicurati. Un tempo il suo lavoro era più gravoso. Allora c'erano ancora finestre da pulire. La gente aveva quegli orribili vetri trasparenti. Ora invece il vetro è opaco come il latte e ben di rado occorre pulirlo.

Marie                     - Pulire finestre? Era bello! Signori per strada guardavano su, tutti signori che passavano si fermavano e guardavano su, guardavano me. E ora? Niente più pulire finestre!

Brosam                  - Molti anni fa in questa città viveva una ragazza cara e virtuosa. Pulendo le finestre cadde giù e morì.

Marie                     - Be', così in cielo ci è arrivata prima.

Brosam                  - Ammesso che non si fosse guardata troppo spesso allo specchio. Nella sua stanzetta non ci sono stato mai. Cosa succedesse quando era sola nella sua stanzetta, io non posso dirlo. Può darsi che in segreto fosse la più turpe delle peccatrici.

Marie                     - Io in mia stanzetta non ci ho niente. Quello che vorrei avere!

Brosam                  - Però le cose potrebbero pure andare diversamente, vero, Marie? Un brav'uomo La sposerà.

Marie                     - Io di marito non so che fare, non so proprio che fare.

Brosam                  - Pensa veramente quello che dice, Marie? Uno quando è solo erra orribilmente nelle tenebre della notte. Uno quando è solo è vanitoso. Anche Lei, mia buona Marie. E poi ecco che ti arriva un onest'uomo e afferra questa mano laboriosa.

Marie                     - gli manda avanti la casa. E lui? Lui procura il pane quotidiano. E così vivono assieme in pace e con semplicità. Forse quest'uomo non è lontano, Marie!

Marie                     - Lo so. Ma io di marito non so che fare. Tanto, per star sempre a litigare.  

Brosam                  - Mia buona Marie, non ritroverà mai la retta via del suo cuore?

Marie                     - Con questi padroni che ho mai e poi mai! Prima andavano d'accordo. Adesso litigano tutto santo giorno. Sempre storia del cantare. Nessuno lascia cantare altro. Ognuno vuole cantare. Già, e tutte quelle chiacchiere. Sempre chiacchiere. E quando smettono, ricominciano subito da capo. E subito litigare. Debbo correre io. Se non corro, picchiarsi. Di marito non so che fare. Qualcos'altro abbisogno io! Tutt'altro abbisogno io!

Brosam                  - Buona figliola, ciò di cui Lei ha bisogno è peccato.

Marie                     - Ah si? Prima era peccato? Prima non era manco per niente peccato.

Brosam                  - Anche prima era peccato. Solo che gli uomini non lo sapevano. Oggi invece lo sanno.

Marie                     - Possibile che sapere viene di botto? Non mi entra in testa.

Brosam                  - Mi creda, figliola mia, è stato sempre un grosso peccato. Anzi il più grosso di tutti i peccati e se Lei continuerà ad esserne schiava la Sua sarà una sorte ben dura. Col Signore non si scherza.

Marie                     - Di botto.

Brosam                  - Sempre! Sempre! Solo che prima gli uomini erano accecati. Si fidi di me, Marie!

Marie                     - Vattene, stupido, sempre vecchie storie, ogni giorno! Di marito non so che fare! Tutt'altro abbisogno io! Mio specchio abbisogno io, quello che avevo in stanzetta! L'hanno portato via. Specchio abbisogno io! Ora sono in disordine! Dieci anni che sono in disordine! Un uomo che mi prende così, non lo voglio! Tanto perché lo sappia! Uomo che mi prende così, posto suo in letamaio! Adesso sono in disordine! Mio specchio abbisogno io! Lei finirà in letamaio, tanto perché lo sappia, se prende moglie in disordine! Tutt'altro abbisogno io: specchio! Specchio! Specchio!

Brosam                  - (in tono molto solenne) Facciamo pure a Suo modo, figliola mia. Le ho portato una medicina, una medicina molto pericolosa. Questa medicina La guarirà da tutti i Suoi desideri peccaminosi. Ecco qui uno specchio. Lo prenda! E se domani non Le brucerà le mani come il fuoco dell'inferno allora darò per persa la Sua anima, Marie! (Abbandona la cucina).

Marie                     - Va bene. (Si da da fare con lo specchio).

La parte sinistra della scena si illumina e si vede la sala da pranzo della famiglia Kaldaun. Qualcuno sta andandosene, passando attraverso l'oscuro corridoio che separa la cucina dalla stanza da pranzo.

Lya Kaldaun      – (è sola in piedi accanto al tavolo) Una persona disgustosa. Farebbe meglio ad andare a pulire le latrine. E una tizia simile vorrebbe entrare al servizio di una signora! (bussano) Avanti!

Milli Kreiss         - (entra) Permette, gentile signora?

LYA                   - Lei oggi è la quinta. Si presentano certe ragazze, che posso dire? Mi deluderà anche Lei?

Milli                       - II tempo glielo dirà, gentile signora.

Lya                        - Benissimo, il tempo. Ma come si chiama Lei?

Milli                       - Milli, se permette.

Lya                        - Un altro nome così; Milli. Che schifo di nome. Oggi giorno una domestica su due si chiama Milli. A me serve una cameriera.

Milli                       - E’ quello che ho detto gentile signora.

Lya                        - Ma dove sono andati a pescarlo un nome simile?

Milli                       - Me l’ha messo una buona fata nella culla.

Lya                        - Mi sarebbe proprio piaciuto vederla, quella buona fata. Probabilmente era una lavandaia e portava biancheria di tela.

Milli                       - Ho la stella impressione anch’io, gentile signora.

Lya                        - Una buona fata! Ma lei come pensa che sia una buona fata?

Milli                       - Se permette, come la gentile signora.

Lya                        - Come me?

Milli                       - Proprio come la gentile signora. Una bella donna è come il sole e splende per chiunque.

Lya                        - Chiunque? Ma come le è venuta in mente questa idea?

Milli                       - È così che si dice. 

Lya                        - Dica un po’, perché sarei come una fata?

Milli                       - La gentile signora ha gli occhi come stelle, una bocca di rose….

Lya                        - E i capelli?

Milli                       - I capelli neri come la notte d’Oriente.

Lya                        - Dica un po' che cosa pensa di me un uomo come lui?

Milli                       - II mondo maschile Le deve gratitudine eterna, gentile signora.

Lya                        - Ma diciamo pure un tipo eccezionale. Un tipo come un capitano d'industria?

Milli                       - Tutti considerano un onore venirLe dietro.

Lya                        - Allora anche un capitano d’industria?

Milli                       - È quello che ho detto, signora bella. 

Lya                        - È già stata a servizio, Lei?

Milli                       - È la prima volta, se permette?

Lya                        - Meglio. Infatti io vorrei addestrarmi qualcuno. Per me personalmente. Quanti anni ha? 

Milli                       - Sono ancora giovane, ma non certo così giovane come la gentile signora.

Lya                        - Quanti anni mi da?

Milli                       - Al massimo ventitre. Potrebbe darsi ventuno. Potrebbe darsi ventidue. Ventitre lo ritiro. Ventitre non è possibile. Mi sono sbagliata. La prego, di grazia, di scusarmi.

Lya                        - Che sta dicendo? Parla sul serio?

Milli                       - È quello che ho detto, scusi tanto.

Lya                        - Dunque, Lei a servizio non c'è stata mai. Ha forse combinato qualche pasticcio a casa Sua? Voglio dire dato che vuole andarsene. Spero proprio che non aspetti un bambino!

Milli                       - Escluso, gentile signora, assolutamente escluso.

Lya                        - E allora perché?

Milli                       - Per farla breve, non mi ci ritrovo.

Lya                     - Me l'ero immaginato. Ha molte pretese, Lei?

Milli                    - No, se lei permette.

Lya                     - Lei fa proprio al caso mio. È la prima. Solo quel nome. Milli non lo sopporto proprio.

Milli                    - Posso proporLe un indovinello, signora bella?

Lya                     - Che cosa Le salta in mente?

Milli                       - Soltanto un nuovo nome per me.

Lya                        - Lei a quale pensa?

Milli                       - La risposta esatta è: Leonie.

Lya                        - Leonie. È troppo difficile per me.

Milli                       - È proprio troppo difficile. La prego, di grazia, di scusarmi.

Lya                        - Quale altro propone?

Milli                       - Mary, se Lei permette.  . .

Lya                        - Mary per me può andare. Allora va bene. Lei è impertinente?

Milli                       - II tempo glielo dirà, gentile signora.

Lya                        - Lei è addetta alla mia persona, Mary, ma questo significa che Lei deve essere sveglia. La nostra Marie, la cuoca, fra poco la manderemo via. Per noi sta diventando troppo vecchia. Sono tredici anni che ce l'abbiamo per casa. Io trovo che per lei abbiamo fatto già abbastanza. Mio marito non ha parole. Non si può mica andare avanti così in eterno. Noi non siamo affatto disposti. Tempo che mandiamo via la Mane, si occuperà Lei anche della cucina. Tanto finestre da pulire non ne avrà. Certo che per le domestiche una volta il lavoro era più pesante, che ne pensa! 

Milli                       - Mi è concesso chiederLe una grazia, signora bella?

Lya                        - Cos’altro vuole ancora?

Milli                       - C’è una canzoche che dice: «Le bacio la mano, madama».

Lya                        - Capisco, capisco.

Milli si precipita sulla mano di Lya e la bacia.

 Marie è occupata con il suo specchio. Dopo una prima, lunga occhiata  scuote la testa. Va a prendere uno strofinaccio, prende  in mano il minuscolo specchietto e lo pulisce a fondo come se si trattasse di un arnese pesante e voluminoso. La seconda occhiata accentua la sua insoddisfazione. Si rimette a pulirlo con più forza e con gesti nervosi che denotano a sua collera. Nello stesso istante in cui sulla sinistra Milli Kreiss bacia la mano alla.gentile signora.  Marie si mette a pestare i piedi per terra furibonda: «Che roba, è falso! Falso!»  Milli Kreiss si allontana, passando per il corridoio. La parte sinistra della scena si oscura. Marie fa un altro tentativo con lo specchietto. Si sente bussare alla porta della cucina. Ella si affretta a mettersi in tasca il pezzetto di specchio e grida:

Marie                     - Chi è?

Franzi Nada          - (entra) Che ce l'ha qualcosa da mangiare per me, signorina Marie?

Marie                     - Ah, Nada Franzi. Sì, qualcosa ce l’ho.

Franzi                    - Mi sono già arrivati alle ginocchia, i reumatismi. E i reni sono una croce quando cammino. Ogni momento mi sento cascare.Eh già, la vecchiaia, signorina Marie, già quella è una croce.

Marie                     - Su, su.

Franzi                    - Denti nuovi mi ci vorrebbero. Guardi un po', signorina Marie. Manco un dente ci ho, manco uno. Ha visto signorina Marie? Non creda che è per me che me ne importa. Penso soltanto a quando incontrerò lui, il Franzl. Senza denti lui non mi riconosce.

Marie                     - Su su. Eccoti da mangiare.

Franzi                    - Cosa crede Lei. Sono quarant'anni che l'ho perduto! Può darsi che non mi riconosce più. Perché io sono proprio vecchia, signorina Marie. Manco un dente ci ho, manco uno. Lo dica un po' Lei. Un'altra al posto mio ci si avvelenerebbe il sangue. Io no. Perché tanto non c'è bisogno che mi riconosce lui. Tanto a lui lo riconosco io!

Marie                     - Su, mangia, stupida che non sei altro! Sempre ogni giorno vecchie storie! Se ne sta cinque anni in gattabuia, per colpa fratello e poi eccotela che ricomincia da capo con fratello.

Franzi                    - Eh già, in gattabuia ci sono stata cinque anni per lui. Vicino al fuoco se lo sono portati via. Se lo ricorda quel gran fuoco che c'era? Io lo sto cercando, perché in una festa così un facchino deve avercene per forza di da fare. Cerco e cerco. Ora stia bene attenta, signorina Marie. Io lo sento che lui è lì. Sa, quando si tratta del  Franzi ci ho un gran fiuto io, per le altre cose no, ma per lui si che ci ho un gran fiuto. Lei non ci crederà. Stia bene attenta, signorina Marie: ti arrivo al grande fuoco. Ed ecco che proprio quando sono vicina al fuoco ti ritrovo lui. È successo dieci anni fa. E allora ne erano già passati proprio trenta di anni. Ti trovo lui e nel momento che ti trovo lui, arriva un signore distinto, un signore distinto e me lo porta via. Me lo porta via. «Briganti! strillo io. Lui lasciatelo stare! Lasciatelo! Briganti! A lui non gli fate male! Lasciatelo». «Ah, è così hanno detto quei signori. O con le buone o con le cattive. Ora Lei se ne va per cinque anni in gattabuia». «Bene, dico io. Ma mio fratello lui non ve lo do, mio fratello no, mio fratello no, capito ! »

Marie                     - Su, non gridare, Franzi, piuttosto pensa a mangiare! Se arriva padrone ti sbatte fuori.

Franzi                    - Mi è passata un'altra volta la fame. E la gente che mi viene a dire: possibile che non possa scordartelo, Nada Franzi? No, dico io, no e poi no! Lui non potrò scordarmelo mai! Sa una cosa, signorina Marie, lui fa tutto quello che gli dico io. Ai padroni gli chiede troppo poco. Un facchino bravo come lui, porta certi pesi, Lei non ci crederebbe. «Franzi, gli dico, devi chiedere di più. Non devi fare lo stupido. Quelli ti prendono in giro, i padroni». Be' e lui? Ora stia bene attenta, signorina Marie. A questo punto ecco che lui chiede subito quello che gli spetta. Eh già, lui mi conosce bene. Lo sa che è per il suo bene che lo faccio.

Marie                     - Questa la conosci, Nada Franzi? (Cantando) «Di sera, di sera quando l'amore spera».

Franzi                    - Come continua?

Marie                     - Non lo so. Debbo ancora impararla. «Di sera, di sera quando l'amore spera».

Franzi                    - Ah sì, ma chi la canta questa qui a casa vostra?

Marie                     - Solo io la canto. È la mia canzone. Non la canta nessun altro Che cosa credi, che io mi metta a cantare canzoni degli altri? Su su, stupida che non sei altro, sempre con fratello!

Franzi                    - Anch'io ce l'ho una canzone. La conosce questa, signorina Marie? «Tu, tu, soltanto tu! » L'ho fatta tutta da me. (Can ta sempre più eccitata con una voce da vecchia che le si spezza) «Tu, tu, soltanto tu! » Sa, questa è per Franzi! «Tu, tu, soltan to tu !» 

Marie                     - È proprio bella. Non l'avevo mai sentita. Non posso mi ca ricordarmi tutte le canzoni che ci stanno.

Franzi                    - Sa una cosa, signorina Marie. Non andrò mica sempre a chiedere l'elemosina. Diventerò ricca io!

Marie                     - Ma va', ricca tu, ma cosa vuoi diventare tu!

Franzi                    - Per forza, signorina Marie. Debbo risparmiare  per Franzl! Sennò quando sarà vecchio che farà? Lo sa quanti anni ha, signorina Marie? Ora stia bene attenta, signorina Ma riene ha ottanta finiti. Ottanta finiti. E ha una forza da non credersi! Ma un giorno o l'altro la forza se ne va, non può continuare in eterno. E lui non può starsene mica li senza niente. Vede signorina Marie, e allora io risparmio per lui. Lui ha me sola, non ci ha nessun altro, lui. Nessuno. Sa che mi ci vorrebbe, signorina Marie? (Con aria piena di mistero) Mi ci vorrebbe un pezzetto di specchio!

Marie                     - Tu pezzetto di specchio? Ma va' e che ci fai tu con pezzetto di specchio? 

Franzi                    - Per le case me ne vado! Dei bel soldi mi ci guadagno! In  questo modo uno ci diventa ricco sfondato! Voglio dire un pezzettino piccolo così, be' uno specchio proprio come si dice. bo no cinque anni che lo cerco un pezzetto così, ma non lo trovo!

Marie                     - (tira fuori dalla camicetta il suo specchietto) Eccotelo Nada FRANZspecchio!

Franzi                    - Gesù, la signorina Marie! La cara, buona signorina Marie! E ora proprio lei ci ha un pezzetto di specchio! Già, ma  come l'ha avuto, quel pezzetto? Ma è proprio mio quel pezzetto! Per amor del cielo, non posso prenderlo, quel pezzetto! La cara, buona signorina Marie! Già, ma come l'ha avuto quel pezzetto?

Marie                  - (selvaggiamente)   È falso ! È schifo ! E che è specchio questo? È schifo; E io di schifo non so che farmene! Di falso non so che farmene! Ma che credi che mia faccia sia fatta così! Mia faccia manco per niente così! (Indica, senza però guardarvicisi un'altra volta, lo specchio che Franzi tiene già ben stretto in mano) «Di sera, di sera, quando l'amore spera! »

Egon Kaldaun    - (che sta rincasando per il pranzo, da fuori, nel corridoio) «Bambina sai ballare bene come mia moglie».

Franzi                    - (per un po' segue con rispetto e stupore l'esplosione di Marie. Poi si abbandona alla sua gioia. Balla su e giù per la cucina tenendo bene in vista sulla mano lo specchio e strillando) «Tu, tu, soltanto tu!»

Marie                     - (ancora infuriata) «Di sera, di sera, quando l’amore spera!»

Egon                      - (apre la porta della cucina più in fretta e con più veemenza di quel che ci si sarebbe aspettati da uno come lui) Marie, è la centesima volta che glielo dico, Lei non deve cantare, tutto

Franzi                    - (nasconde in fretta il pezzetto di specchio) Gesù, il buono, caro signore, che distinto, che caro, che buono!

Egon                      - Che ci sta a fare in cucina questa accattona?

Franzi                    - (gli si avvicina saltellando) «Tu, tu, soltanto tu! »

Egon                      - Allora, non ci mancava che questa. Canta anche, non chiede solo l'elemosina! Canta, ha pure il coraggio di cantare, tutto qui! «Tu, tu, soltanto tu!» Chiedere l'elemosina, passi! Ma cantare, cantare! E che sono un puro spirito, io? Non sono affatto disposto! Avrebbe dovuto esserci la Lya! Oggi Lei se la fila, e per l'ultima volta! «Tu, tu, soltanto tu!» Oggigiorno chiunque è capace di mettersi a cantare, bagascia, sfacciata! Ma quanti anni ha? Quella in corpo non ci ha un briciolo di pudore, tutto qui! Se La colgo ancora una volta a cantare La consegno alla polizia con le mie stesse mani! «Tu, tu, soltanto tu! » Ve lo do io quel tu, tu, soltanto tu! (Picchia di santa ragione la vecchia Franzi) Tutti che cantano! Tutti che cantano! Tutti che cantano! La Lya! I bambini! Marie! L'accattona! Tutti che cantano! Tutto qui! E che sono un puro spirito, io? Non sono affatto disposto! Prima lavati ben bene quel tuo lurido muso, vecchia bagascia! E poi canta, tutto qui! «Tu, tu, soltanto tu! » Sarei capace di ammazzarti! E Lei, Marie, Lei, ora se ne va e per l'ultima volta!

Marie                     - Lo vedrà come me ne vado! Mi sposo io, tanto perche Lei lo sappia, mi sposo!

Egon                      - (si ripulisce le mani, esce sbattendo la porta e urla) «Bambina sai ballare bene come mia moglie! »  

Per la strada.

Barloch va a sbattere violentemente contro Garaus. Si rassomigliano come due gocce d’acqua. Barloch però è povero e ricoperto di cenci, mentre Garaus è al solito elegante e ben curato.

Garaus                   - Stia un pochino attento, capito! Direi!

Barloch                  - Bè, bè.

Garaus                   - Q            uesta si che mi piace, andare a sbattere.

Barloch                  - Mi dispiace signore, però non si è fatto mica male.

Garaus                   - Guardi un po’ qua, mi ha ammaccato il cappotto. Meno male che sono uno che non se la prende.

Barloch                  - Non è poi la fine del mondo.

Garaus                   - Ma questo è il colmo! Si può sapere che Le salta in mente? (solo ora osserva per la prima volta attentamente l’insolente e alla sua vista ha un sobbalzo) Ehi Lei, come – come è venuto qua!

Barloch                  - Con le mie gambe. Però debbo dirlo. Mi sembra di conoscerLa.

Garaus                   - Si, anch’io. Direi. Ma che aspetto ha! Non si vergogna? Quel vestito! (tasta il vestito di Barloch).

Barloch                  - (tasta il vestito di Garaus) Permetta. Non so proprio come farei ad arrivarci. Caro come il peccato!

Garaus                   - Ha fatto una buona riuscita. Ora dice una volta “AH”

Barloch                  - Ah!

Garaus                   - Corrisponde. I denti corrispondono. Molto strano. Non potrebbe avvicinare un pochino quella – testa, voglio dire

Barloch                  - Be'e perché no?

Confrontano le loro teste e si tastano a vicenda. Barloch, che non ha il cappello, toglie a Garaus il suo.

Garaus                   - Identico. (Barloch si mette il cappello). E col cappello ancora di più.

Barloch                  - Bè, e ora vediamo con il cappotto! Ora stia attento. (sfila il cappotto a Garaus come se si trattasse di un bambino e se lo infila) Bè?

Garaus                   - Stupendo! Direi. Una gioia come non la provavo da anni.

Barloch                  - Eh già, se l'avessi saputo prima!

Garaus                   - Nella stessa città. Si sta così vicini. Un vero piacere!

Barloch                  - E di questi tempi, poi!

Garaus                   - E che non ci si sia mai incontrati prima!

Barloch                  - Un vero miracolo!

Garaus                   - Josef, naturalmente?

Barloch                  - E che altro sennò?

Garaus                   - Non ci si dovrebbe sposare. Per una volta che esco senza quella donna, ecco che mi capita subito qualcosa di bello. Direi. Ora per l'appunto mi sta preparando il bagno ed è per questo che oggi vado a spasso da solo.

Barloch                  - È quello che dico anch'io: le donne! A me le donne me l'hanno fatta Lei non può neanche immaginarsi fino a che punto!

Garaus                   - Be', già, naturalmente. Si capisce. È proprio il caso mio.

Barloch                  - Scapoli bisogna restare! Allora sì che si è fortunati.

Garaus                   - Io la mia la butto fuori senz'altro. Alla prima occasione.

Barloch                  - Anch'io. Così bisogna fare, buttarle fuori!

Garaus                   - Ci si potrebbe incontrare più spesso. Come va la Sua preziosa salute?

Barloch                  - La salute non manca. Guardi qua! (Mostra i suoi muscoli. Garaus mostra i suoi) Eh già.

Garaus                   - (guarda le scarpe di Barloch) Le scarpe, però. Questa è una cosa che non riesco proprio a capire.

Barloch                  - Meglio che non le guardi! Non ne vale la pena.

Garaus                   - Ma io ho il dovere di dirglielo, stimatissimo amico! Scarpe simili! Direi.

Barloch                  - Eh già, ma che si crede Lei? Metà del mio salario ora debbo darlo via. Il fatto è che c'è un ricattatore, un fetente. Si piglia metà del mio salario! Sarei capace di ammazzarlo, quella carogna!

Garaus                   - Che cosa? Come? Il salario?

Barloch                  - Già, proprio il mio salario. Faccio l'imballatore io.

Garaus                   - Direi. Molto strano. Ah è così! Ora potrebbe pure restituirmi il mio cappello, signore! Ho freddo alla testa e non ho nessuna intenzione di prendermi un raffreddore. Meno che mai prima di farmi il bagno. E mi dia anche il cappotto!

Barloch                  - Cosa? Ma quelli Lei me li ha regalati, signore! Il cappello me l'ha regalato proprio Lei. E anche il cappotto mi ha regalato. Le scarpe sono io che non le ho volute!

Garaus                   - La smetta di fare la commedia! Ho fretta.

Barloch                  - Ma Lei è picchiato in testa, signore! Non sono mica uno spaventapasseri, che Lei mi può svestire e vestire come Le pare.

Garaus                   - Mi ero ingannato sul Suo conto. È dura. Un gran dolore. Non so se riuscirò a sopravvivere a questo colpo. Adesso però, dia qua il mio cappotto e il mio cappello!

Barloch                  - Può aspettare un bel pezzo!

Garaus                   - Stia attento Lei! Lei non sa chi sono io. La consegno alla polizia. Quella roba Lei l'ha rubata! Potrebbe dirglielo anche un bambino.

Emilie Fant            - (arriva correndo a precipizio per la strada centrale) Mio figlio! Cerco mio figlio! Dov'è mio figlio? Così non posso lavorare! Mio figlio! Ha visto mio figlio? O, signor direttore.

Garaus                   - Si meraviglia, o mi sbaglio? Oggi non posso nemmeno togliermi il cappello. Sto appunto facendo una prova. Il mio cappello ce l'ha quell’uomo li. Direi.

La Fant                  - Signor direttore, non mi tradisca!

Garaus                   - Ho altro cui pensare! Come vanno gli affari?

La Fant                  - Ho un da fare da non sapere dove sbattere la testa.

Francois                 - mi è di nuovo scappato. Neppure un tantino di aiuto così riesco ad avere da quel figliolo. Lavoro giorno e notte! Giorno e notte! Giorno e notte! Appena gli dico qualcosa, mette subito il broncio. Potrebbe pure darmi una mano quel figliolo!

Garaus                   - Eh già, degli estranei non c'è da fidarsi. Ti rubano davanti e di dietro.

La Fant                  - Vede, è proprio quello che gli dico. Posso dirmi già fortunata se riesco ad averlo qualche volta alla cassa. Non dovrò arrivare a mettere un estraneo alla cassa. Ti rubano davanti e di dietro. Ora debbo andare a cercarlo! E intanto alla cassa mi ci sta uno che lo fa per i soldi!

Garaus                   - La capisco benissimo, signora Fant. Anche a me è successa or ora una cosa terribile.

Barloch                  - (gli butta appresso cappotto e cappello) Io su quello schifo della Sua roba ci piscio sopra. In giro ci vado anche così! Crede che abbia bisogno di queste schifezze! (Esce).

La Fant                  - Ma quello io lo conosco. Terza classe, si capisce. Un frequentatore assiduo. Un semplice operaio, un buon cliente. Puntuale come un orologio. Il salario lo porta tutto immediatamente da noi.

Garaus                   - Voglio darLe un buon consiglio. Si guardi da lui! La faccia inganna.. Anch'io in un primo momento avevo creduto. Ma ora quando c'è quell’uomo tenga d'occhio i Suoi vestiti. È una cosa che non va assolutamente!  

La Fant                  - Giusto, signor direttore, verissimo, il signor direttore ha certo sempre ragione. In futuro nel mio sanatorio non ce lo faccio più entrare. Come Lei desidera.

Garaus                   - Lei sì che è una donna ragionevole. Ma ora voglio dirLe quel che mi è appena capitato! Un momento fa. Decisamente terribile! Ho paura che non riuscirò a sopravvivere a questo colpo.

La Fant                  - Venga da noi, signor direttore Da noi regna il buon umore, da noi regna l'eleganza, ci troverà quello che preferisce. Per noi i Suoi desideri sono ordini. Senza di Lei le nostre cabine di lusso sono orfane abbandonate.

garaus                    - Be', sì. Può darsi che venga oggi stesso, più tardi. Adesso sono talmente arrabbiato. E poi oggi debbo farmi ancora il bagno. Ho paura di essermi raffreddato. Non ha anche Lei 1 impressione che quell'uomo sia un fotografo?

La Fant                  - Giusto. Ho sempre avuto questa impressione! Ma quanto Le somiglia! Bisognerebbe porre fine ai suoi maneggi.

Garaus                   - Proprio così. Già in passato ho posto fine ai maneggi di una fotografa. Lei allora si è beccata cinque anni. Ma quello li, quello mi sembra molto più pericoloso. Un ricattatore!

La Fant                  - Deve aver ragione Lei, signor direttore, certo che ha ragione Lei. Ci faccia presto l'onore di una Sua visita. Il Francois non l'ha mica visto? 

Garaus                   - Ho altro cui pensare, cara la mia donna Lei sarà così aentile da cercarselo da sola il Suo giovanotto. Non so davvero se riuscirò a sopravvivere a questo colpo. Ho paura che non so sopravviverò.

La Fant                  - (da lontano) Mio figlio! Dov'è mio figlio! Ha visto mio figlio? Mio figlio!

Uno stanzino molto stretto.

Lo stanzino è di una semplicità spartana. Il letto che occupa la maggior parte del piccolo locale, ha tutta l'aria di non essere stato adorarmi usato.  Su una dura sedia di legno siede drittoimpalato Fritz Schakerl, con gli occhi fissi davanti a se, immobile. Hedi, la sua fidanzata, sta in piedi dietro la sua sedia e il suo atteggiamento e i tratti del suo volto esprimono angoscia e disperazione.

Hedi                      - Suvvia, sii ragionevole! (Schakerl tace) Suvvia Ragazzo mio, suvvia sii ragionevole! (Schakerl). Ma che Vi ha preso! Suvvia, Ragazzo mio, suvvia, sii ragionevole! (Schakerl tace). Non t'ho mica fatto niente. Mica t'ho chiamato Fratzl e neanche Fritz t'ho chiamato. Ragazzo mio non ci hai mai trovato niente da ridire quando ti ho chiamato così.  Ma che t’ha preso! Friedrich! (Schakerl ha un leggero sobbalzo) Friedrich! Mi senti? Friedrich! (Schakerl sobbalza). Friedrich! Friedrich! (Schakerl sobbalza). Non puoi almeno dirmi perché non dici una parola? (Schakerl face). Friedrich, devi andare a scuola! La scuola sta per cominciare. Non mi senti, la scuola! (Schakerl tace. Non puoi fare un'assenza e basta! Se non sei malato, non puoi mica fare un'assenza! (Schakerl tace). Friedrich, mi senti? Non posso continuare a parlare col muro. Son già quattro giorni che sputo veleno e mi rompo l'anima per te. Se almeno sapessi che cos'hai! Non mi capisci? (Piangendo sommessamente) Ho una paura da morire! (Schakerl tace. Hedi, all'improvviso) Friedrich! Friedrich! Per amor del cielo! Devi andare alla seduta! Sono venuti oggi a dire che la seduta è anticipata! Me ne ero proprio scordata, tanta è la paura che ho in corpo! E’ alle undici la seduta. Seduta, Friedrich, seduta! (Schakerl sobbalza ogni volta che sente il proprio nome). Senza di te non possono farla, Friedrich. Tu ci occupi un posto importante. Hanno detto che se non ci vai la seduta se ne va al diavolo. Friedrich, la seduta! La seduta va al diavolo, se tu non ci vai. Hanno bisogno di te. Senza di te non possono fare niente. Friedrich! Friedrich! (Singhiozza. Dal momento in cui lei si mette a singhiozzare Schakerl non sobbalza neanche più) Vuoi il dottore? Vado a chiamare il dottore. Ho una paura da morire!

Franzi Nada          - (entra portando sotto il braccio una grossa scatola piena di fiammiferi) Le serve qualcosa, signorina cara? Magari Le serve qualcosa? 

Hedi                      - (piangendo) Un dottore mi servirebbe E non ho il coraggio di chiamarlo. Se chiamo il dottore è finita, dice sempre lui. Ma io non posso continuare a parlare sempre col muro. Sono già quattro giorni che non dice neanche una parola!

Franzi                    - Aspetti, aspetti, signorina. Vado subito a vedere ,Vado io. (Si dirige con aria affaccendata verso Schakerl, lo raddrizza sulla sedia, gli da dei colpi sulla schiena e sulla testa, gli solleva 11 mento, e li da dei colpetti sul naso con un dito, lo picchia con i suoi piccoli, vecchi pugni sul petto. Lui rimane rigido esatta mente come prima. Davanti a quella brutta megera, che non conosce nemmeno per intero il suo nome di battesimo, si irrigidisce, se possibile, ancor più). Lei non può farci niente, signorina. Un dottore non serve a niente. Nessun dottore può servire a niente. Non c'è niente che serva. Lo sa che cos'ha? Ora stia bene attenta, signorina! Ha la malattia dello specchio. (Hedi finora ha trattenuto il respiro. Quando sente la parola «specchio» scoppia in violenti singhiozzi). Bisogna che Lei veda di trovare uno specchio. Sennò non guarirà mai e allora tanto vale che ci faccia una croce sopra. Perché senza specchio non guarirà mai e Lei non saprà più che farsene. Io me ne intendo. Me ne sono capitati altri casi; tante volte. Le ci vorrebbe proprio uno specchio, signorina. Sennò non c'è niente da fare.

Hedi                      - (singhiozzando) Ma dove lo vado a prendere? Dove lo vado a prendere uno sp-sp-specchio? Io non ce l'ho!

Franzi                    - Uno specchio può pure trovarlo. Certo che viene a costare un bel po' di soldi.

Hedi                      - Io di soldi non ce n'ho. Il Fritzl non ha mai un soldo. Gli servono tutti per le sedute. In casa non c'è mai il becco di un quattrino.

Franzi                    - Eh già. Lei è proprio squattrinata! Non ha neppure dieci scellini. Perché è proprio quello che viene a costare la cura. Dieci scellini.

Hedi                      - Non ci ho niente io. Un bel niente. Lui è fatto così, il Fritzl.

Franzi                    - Eh già. Se Lei non mi tradisce, io uno ce l'avrei. Ma Lei non deve tradirmi. Per Lei posso fare una cosa. Per Lei sarà gratis, visto che è proprio una povera diavola. (Hedi ride e piange contemporaneamente. Franzi      si mette all'opera. Tira fuori il piccolo pezzetto di specchio di forma rotonda e, tenendolo prudentemente nascosto nel cavo della mano, si avvicina da dietro a Schakerl, sale su uno sgabello e sporgendosi non senza fatica da dietro le sue spalle, gli mette all'improvviso lo specchio davanti alla faccia) Ora provi a chiamarlo, signorina!

Hedi                      - (a voce sempre più alta) Friedrich! Friedrich! Friedrich! (Schakerl da segno di vita. Si vede. Si sveglia. Da pietra che era si trasforma in un albero secco). Friedrich! Devi andare alla seduta! Friedrich!

Franzi                    - rimane immobile come lo specchio che tiene in mano.

Schakerl                - (come in sogno) Debbo andare alla seduta! Non ho tempo!

Franzi                    - Eccolo già bello che guarito! (Salta giù dallo sgabello) Non mi tradisca, signorina! Per Lei è gratis. Mi stia bene. Non mi tradisca! (Esce in fretta dalla stanza zoppicando).

Hedi tace.

Schakerl                - (salta su all'improvviso) Chi c'era qui nella stanza?

Hedi                      - Ma nessuno. Te lo sei sognato.

Schakerl                - Uno specchio c'era. Chi è venuto?

Hedi                      - Suvvia, non parlare. Niente c'era.

Schakerl                - Quante volte ti ho già detto che non devi dire bugie ? (Hedi tace). Allora lo ammetti che hai mentito? (Hedi tace). Che punizione hai meritato? (Hedi tace). Che punizione ho fissato una volta per tutte quando menti?

Hedi                      - Di me puoi fare quello che vuoi. Ma quella donnetta devi lasciarla in pace. È lei che ti ha guarito. Avevi la malattia dello specchio. Eri tanto malato. Se non fosse arrivata lei, non so proprio cosa avrei fatto!

Schakerl                - Che aspetto aveva?

Hedi                      - Questo non posso dirtelo. Le ho promesso di non tradirla.

Schakerl                - La tua promessa sei tu che devi mantenerla. Ma io non ho promesso niente. Riuscirò a trovarla.

Hedi                      - E se viene fuori che ti ha guarito?

Schakerl                - Io sono capo quadrumvirato. Riuscirò a trovarla.; «Donnetta» hai detto. Mi basta.

Per la strada.A sinistra, al suo solito posto, Franzi Nada. A destra, con ariamolto impaurila e come se fosse sempre sul punto di andarsene, Franzi Nada. Dalla via centrale arriva cantarellando Francois Fant: «Bacio la mano, madama! Questo barbiere mi urta i nervi. Adesso si è preso la mia canzone». Si ferma davanti a una finestra, canterella di nuovo la sua canzone ma nessuno si affaccia. Dice: «Che finezza» e prosegue per la sua strada.Arrivato sulla via principale, guarda prima a destra e poi a sinistra e appena scorge i due Nada scoppia in una sonora risata.Una risata dura e priva di cordialità. Poi si rivolge a  Franzl. 

Fant                       - Caro amico, la sa la novità?

Nada                     - Gesù, il bel signorino! È un sacco di tempo che non La vedevo, il bel signorino! 

Fant                       - Caro amico, oggi non c'è niente. Piuttosto vorrei chiederLe una cosa. La sa la novità? Ho proprio qualcosa che ta al caso Suo!

Nada                     - Ah sì, e che cosa, bel signorino, che cosa?

Fant                       - È stata istituita la pena di morte. Vale a dire per chi adula. Chi viene colto sul fatto mentre adula be', se la vedrà brutta assai. È tanto tempo che lottiamo per ottenere questo. Vede bene che è proprio una cosa che fa al caso Suo. La riguarda almeno un po'.  ,

Nada                     - Ah sì, ma allora a uno come noi non gli resta che crepare, bel signorino, non gli resta che crepare a uno come noi. Lei sta scherzando.

Fant                       - È la pura verità. Parola d'onore. Che cosa deve fare? Amico caro, non posso certo darmi pensiero di tutto io. Starei tresco. Ehi, adesso ci ha pure la concorrenza la di fronte. Guardi che passo alla concorrenza! Che sa quella lì? (Si rivolge alla Franzi)

Franzi                    -  Non si faccia idee sbagliate, bel signorino, ad adulare non ci penso manco.

Fant                       - Ah si, e si può sapere allora cosa fa?

Franzi                    - Vado nelle case.

Fant                       - Insomma Lei adula nelle case.

Franzi                    - Ad adulare non ci penso manco, signorino Io servo per le malattie. Vado nelle case. E mi ci faccio un bel pò di soldi. (in gran segreto) Sa, a Lei posso pure dirglielo. I soldi li rispar mio per mio fratello, il facchino. Mio fratello, Lei deve averlo conosciuto senz'altro.

Fant                       - II facchino, si capisce. Quello però è morto.

Franzi                    - Non è mica morto, signorino.

Fant                       - Si capisce che è morto. Che ne vuole sapere Lei?

Franzi                    - Mica è morto. Lo so da fonte sicura, sicurissima. Certo è vecchio. Non è una vergogna. Anche Lei un giorno o l’altro diventerà vecchio.  

Fant                       - Io la mia fonte posso dirgliela. Quell'ometto li Suo fratello lo conosceva bene. È proprio lui che mi ha detto che è morto. Glielo chieda Lei stessa!

Franzi                    - Quello li? A quello non gli creda. Quello li è un adulatore! Un adulatore, ecco quello che è, signorino! Se Lei vuole, glielo dico pure in faccia. Non ho mica paura io. Di quello la, di un adulatore. (si dirige verso Franzl) Adulatore! Adulatore! Sulla forca devi finire! Sulla forca!

Nada                     - E tu che ci stai a fare qui! Questo è il posto mio!

Franzi                    - Del tuo posto non so che farmene! Ma tu che ci fai al posto tuo? Ora stia bene attento, signorino: quello sta lì al posto suo e pensa solo ad adulare!

Nada                     - Non deve proprio metterci il becco quella là! Non ha il diritto di parlare, quella là! Sa che cosa fa quella là, signorino: va per le case lei. Con uno specchio ci va! Ci ha uno specchio, quella là!

Franzi                    - Adulatore! Adulatore! Sulla force devi finire! Sulla forca!

Nada                     - Forza, fa un po’ vedere doce ce l’hai il tuo pezzetto di specchio, forza!

Fant                       - Continuate pure! Continuate pure! Divoratevi pure l’un l’altro. Che finezza.

Schakerl                - (spunta fuori all’improvviso) Donnetta! Aha! (si dirige verso Franzi e l’afferra) Lei è in arresto!

Franzi                    - E’ lui che deve acchiappare, signore, un adulatore che se ne sta al suo posto e pensa solo ad adulare. Per tutto il santo giorno pensa solo ad adulare, un quel suo posto. Io lo conosco, sono stata a guardarlo, io. Adulatore. Adulatore. Sulla forca devi finire! Sulla forca!

Fant                       - Di quello me ne occupo io, signor capo quadrumvirato. E con vero piacere, le Lei permette.

Schakerl                - Lo porti via!

Fant                       - Lei è stato colto sul fatto. Farà la fine che si merita.

Nada                     - Ma io non ho fatto niente, bel signorino! Sono innocente. Non ho fatto proprio niente, bel signorino!

Fant                       - E già ricomincia ad adulare. Ha detto due volte di seguito la parola “bello”. Purtroppo mi vedo costretto a testimoniare contro di Lei.

Nada                     - Ah, si, e ora che ne sarà di me, bel signorino? Io sono innocente, bel…

Fant                       - Andrà a finire sulla forca. Non posso farci niente. Avrebbe dovuto pensarci prima.

Nada                     - (urlando) E a quella là, a quella là non gli succederà niente! Va per le case quella là! Ci ha uno specchio quella là!

Schakerl                - Lasci che me ne occupi io. (a Franzi) Dia qua quel pezzetto di specchio.

Il vecchio viene portato via da Francois Fant. Si sentono ancora a lungo i suoi lamenti.

Franzi                    - Non mi riconosce più, signorino? Eppure sono io che L'ho guarito. Era così malato. Non se lo immagina neppure quanto era malato. Comunque lo sa la signorina, la signorina Sua fidanzata, quella che stava nello stanzino. Se non L'avessi guarito, Lei oggi sarebbe ancora malato!

Schakerl                - Allora Lei ammette di possedere un pezzetto di specchio. Lei esercita un mestiere illegale.

Franzi                    - II fatto è, signorino, che io ci ho un fratello e sono io che debbo pensare a lui. È mio fratello. Non può mica morire di fame in vecchiaia. Il facchino faceva.

Schakerl                - So già tutto! Lei è una pregiudicata. A suo tempo Lei è stata condannata a cinque anni di carcere duro per fotografie non autorizzate. L'ho riconosciuta. Sono io che quella volta L'ho consegnata con le mie stesse mani alla polizia. E oggi lo rifarò. La condanna precedente comporta un inasprimento della pena.

Franzi                    - (lascia cadere il pezzetto di specchio) Ma io non ho nessun pezzetto di specchio, signorino.

Schakerl                - Proprio in questo momento Lei ha lasciato cadere un pezzetto di specchio. Crede forse che sia cieco o che cosa? In via del tutto eccezionale voglio usare clemenza. Si sbrighi a levarsi dai piedi. Se l'incontro un'altra volta, per Lei è finita.

Franzi                    - Grazie tante, signorino, grazie tante, che caro, che buono, che signorino distinto! (Si allontana in fretta zoppicando. Le sue espressioni di gratitudine si mescolano con i lontani lamenti di suo fratello).

Schakerl                - (tira su da terra il pezzetto di specchio, dando chiari segni di disgusto) Puah! E con qu-qu-questo che ci f-f-faccio? (Balbetta di nuovo).

Un'enorme stanza da bagno rivestita di piastrelle bianche. La vasca è incassata nel pavimento in modo da non interrompere la simmetria delle piastrelle.

Garaus                   - (che è appena uscito dalla vasca, se ne sta solo, in piedi, avvolto nell'accappatoio, e parla con la propria pelle che va nel frattempo strofinando con cura e con delicatezza) Lo ripeterò fino all'ultimo respiro. Un vero uomo è pronto a risponderne. Questa è la forza del convincimento. Virilmente. Infatti oggigiorno che cosa è mai un uomo? Un uomo non è altro che la sua immagine. Che dici? Zitta! La sua immagine. Certo, è una persona senza immagine non combinerà  mai nulla di buono. I giornali grondano sangue. Queste sì che sono notizie. Una disgrazia dopo l'altra. Una disgrazia che rimanga isolata non esiste più. Ecco qui uno che si è squarciato le vene e lì un altro che è morto dissanguato. Sangue versato senza colpa. Sangue vermiglio. E solo sangue giovane. È inaudito. Direi. Il sangue è un umore vermiglio. Bene, signori miei, sono d'accordo, è un umore. Ma che cosa fa un uomo senza quell'umore vermiglio? Va in rovina, ecco quello che fa! Che dici? Zitta! Va in rovina. E io sono in grado di offrire un esempio. Meno male che sono uno che non se la prende. La gente dovrebbe starci attenta. Qui col sangue si sta esagerando. Il mio sangue ce l'ho anch'io e mica sono scemo. Un altro forse. Io no. Lei è della polizia? Prego, signor mio, controlli pure. In tutta la casa non troverà nessun reperto. Ciò che il cuore brama, Lei non lo troverà. Sa, piuttosto, che cosa troverà, signor mio, vedrà vedrà! Lo sa già? Notizie che grondano sangue! Che dici? Zitta! Notizie che grondano sangue! E a questo punto Le consegno solennemente il giornale di ieri. C'è un titolo. Prego, lo guardi. Domenica di sangue. La giornata di ieri ha purtroppo fatto di nuovo registrare un gran numero di vittime. Ancora una volta novantotto persone sono cadute vittime di un destino beffardo. Han fatto getto della vita senza esitare un istante. A loro la vita non aveva più niente da offrire. La cremazione collettiva avrà luogo mercoledì. Ha l'onore di invitare ad assistervi il Comitato di salvataggio. E loro che cosa ne ricavano? Un'umida fossa nella... Che dici? Zitta! Un'umida fossa nella terra. È già un'ora che sto aspettando l'acqua. Si capisce, l'acqua non sarà ancora calda. Di nuovo non è calda. Potrebbe pure portarmela, la mia acqua! Già, e perché no. Non le passa nemmeno per la testa. E che, dovrei radermi con l'acqua fredda? Direi! Con l'acqua fredda, così poi sanguina. Grazie tante. Meno male che sono uno che non se la prende. Sanguinare! Io e il sangue! La mia acqua! Voglio la mia acqua! L'hai fatta cadere di nuovo? Be', adesso vedrà che le succede? La mia acqua! (Bussano). Avanti!

La porta si apre senza far rumore. Sorella Luise, con l'aria atterrita, pallida e macilenta, entra tenendo in mano una bacinella.Finché non l'ha posata sul tavolino, tacciono entrambi con ariagrave. Poi lui l'investe.

Garaus                   - Per quanto tempo ancora debbo continuare a chiamare? Ne ho abbastanza! Ne ho abbastanza di questa sciatteria nella mia casa!

Luise                     - Ho bussato quattro volte, signor direttore. Stavo solo scaldandola. Scusi, mi perdoni, signor direttore. Non succederà mai più.

Garaus                   - Vorresti sostenere che non ti ho sentito? Questa è una stupidaggine. Io le orecchie ce le ho e non ho sentito niente. Ripeto sciatteria. Ma ora non ho tempo. Il mio tempo è troppo prezioso perché lo sprechi con le tue stupidaggini. Dove ce l'hai be', sai che cosa!

Luise                     - Subito, signor direttore, subito. (Scivola via in fretta).

Garaus                   - Ora lo vedremo se gli somiglio, a quello. Ci si può pure sbagliare, e per la strada poi. Ecco che ti arriva uno straccione, senza cappotto, senza cappello, con le scarpe a pezzi, addosso non ha altro che stracci, be', appunto uno straccione, e ti va a sostenere che gli somiglio. Guardi che Lei si sbaglia, signor mio, gli dico con la mia solita calma. Io sono fatto così, mettermi a urlare con uno straccione simile è una cosa che non posso proprio sopportare. Lei si sbaglia, signor mio, io non Le somiglio affatto. Direi. E lui a questo punto che cosa ti fa? Diventa sfacciato e pretende che gli dia il sangue del mio sangue. Ma il sangue io non lo sopporto. Io sono contro i bagni di sangue. Se ne può benissimo fare a meno, dei bagni di sangue. Vermiglio, come si dice. Che stupidaggine. Che cosa me ne importa di queste stupidaggini? Io alle disgrazie ci penso. A casa mia domeniche di sangue non ce ne saranno. A casa mia proprio no. (Con voce improvvisamente intenerita) Eccola che arriva. La mia buona mogliettina. Certo che ci ho proprio una buona mogliettina. Che cosa mi porta la mia mogliettina? (Luise compare sulla soglia. Regge con tutte e due le mani qualcosa che potrebbe sembrare un neonato, tanto è scrupolosamente e accuratamente infagottato. Si avvicina strisciando a Garaus, reggendo l'involto e sembra quasi che poggi per terra le dita dei piedi una dopo l'altra). Che mi sta portando? Ci scommetterei che la mogliettina mi sta portando qualcosa, ma che cosa? Lei dentro non ci guarda. E perché mai non ci guarda? Perché lui gliel'ha proibito. Chi gliel'ha proibito? È lui che gliel'ha proibito. Che cosa ha li di così ben infagottato, sempre così ben infagottato, le precauzioni non sono mai troppe. L’uomo propone e Dio dispone. Basta un niente e tutta quanta la bellezza se ne va al diavolo. Be' su, dammelo! Me lo potrei divorare il mio tesoruccio, il mio bene, ma che cosa ha mai infagottato con tanta cura per il suo bambinone, la mamma gli ha portato qualcosa. Su dammelo, non c'è bisogno di farla tanto lunga, me lo potrei divorare, su dammelo, il mio tesoruccio il cuoricino mio. Che cosa ha messo in serbo il tesorino mio? È per il suo bambino, e per il suo bambinone che l'ha messo in serbo? (Sorella Luise nel frattempo toglie l'uno dopo l'altro un'enorme quantità di panni in cui avvolto un piccolo specchio. Mentre il marito parla con tanta tenerezza, si intravede ogni tanto uno scintillio. Egli io prende con tutte e due le mani, vi passa sopra prima una mano, poi l'altra e tutto a un tratto urla) Ch-che? E’ incrinato! Lo specchio è incrinato! (Alza il pugno e lo lascia cadere con tutte le sue forze sulla testa della moglie).

Ella crolla a terra, non si capisce bene se per conto suo o perché lui l'ha colpita.

La strada di notte.

Regna un silenzio tale che le rade luci incutono timore. Le luci si spengono. Forse sta già per spuntare l'alba Sui suoi lunghitrampoli si avvicina di soppiatto Fritz Schakerl, un impresa quanto mai penosa. Si guarda intorno più volte, si china fino a terra e annusa. La sua mano destra è stretta a pugno. Il suo braccio pende rigido e lungo come un bastone. Di quando in quando batte con esso sul suolo. Alle sue spalle si sentono delle voci «Fermo! » «Che sta facendo? » «Vuole negarlo? »«Stia attento » «La guardano! » «Stia attento! » Sono frasi balbettate Schakerl trova il vecchio posto che stava cercando e infatti si inginocchia per terra e con la mano sinistra scava una buca. Le voci che provengono da ogni direzione salgono di tono fino a dar luogo a dei veri e propri cori di balbettamenti Ad ogni colpo egli alza di scatto la testa, apre per un attimo i pugno m cui si vede luccicare il pezzetto di specchio. Vorrebbe seppellirlo ben profondo nella terra e scava e scava. Le voci pero minano il suo coraggio. Scaglia il pezzetto di specchio nella buca, ci ammucchia sopra la terra a piene braccia, balza m piech e corre via braccato dalle voci che lo hanno riconosciuto Ben presto il vento si calma. Piove a dirotto e si fa giorno. Nel pun-162  to in cui è stato seppellito lo specchio si è formata una POZZANGHERA. Therese Kreiss apre la sua bottega. Si avvicina pian piano alla pozzanghera. Sente un rumore, si fa il segno della croce e si affretta a tornare nel negozio. Milli ha intenzione di fare una scappata da sua madre per farle visita. La pozzanghera attira la sua attenzione. Vi si inginocchia davanti e si passa svelta la mano sui capelli. A questo punto sente dei passi, salta su e corre via. Rinuncia a far visita a sua madre.  Wondrak viene a precipizio giù per la strada. Si accorge della pozzanghera e il suo viso assume un'espressione beffarda. Volge gli occhi ora verso il negozio della Kreiss ora verso la pozzanghera e ha tutta l'aria di uno che stia per dire «Che schifo». Si limita però a sputare nella pozzanghera e corre via a precipizio. La signorina  MA arriva sgambettando. Viene a fare compere. Davanti alla pozzanghera in cui  Wondrak ha sputato si ferma estasiata. Arriva la vedova Weihrauch che sta contando i suoi soldi. Ancora non è arrivata alla fine che Anna Barloch allunga la mano e porta via alla Weihrauch tutti i suoi soldi. Solo a questo punto le due donne riconoscono la signorina  Mai davanti alla pozzanghera: costei, sentendosi osservata, si rifugia nel negozio, stizzita e sempre sgambettando. Da destra arriva S. Bleiss che torna a casa dal suo lavoro notturno. Si accorge della presenza delle signore e fa un largo giro attorno alla pozzanghera. La Weihrauch e Anna Barloch si prendono a braccetto e fanno dietro front disperate. Il crocicchio si anima. Compaiono diverse persone. Tutte tengono gli occhi fissi sulla pozzanghera. Nessuno osa avvicinarsi. È ormai giorno fatto.

Parte terza

Un alto vestibolo.

Le pareti del vestibolo sono rivestite di velluto rosso scuro. Alla cassa, su un piccolo podio, a sinistra, siede Emilie Fant, sembra una reclame di qualche grasso o sapone, rigida e luccicante com'è per i gioielli che la ricoprono. Con un sorriso stampato sulle labbra e con occhi di ghiaccio passa in rassegna la lunga coda di persone che stanno davanti alla cassa. È impossibile distìnguere le facce. Gli uomini hanno il cappello calato sugli occhi e il bavero del cappotto rialzato, le donne si tengono da vanti alla faccia il fazzoletto e parecchie hanno la testa avvolta in una sciarpa. Nessuno parla. Ciascuno se ne sta per proprio conto. Si ha quasi l'impressione che tutti siano vestiti a lutto e siano venuti a ritirare i biglietti d'ingresso per un funerale. All'incirca a metà della coda c'è un'unica coppia. Una donna con un fazzoletto in testa tiene ben stretto per mano un uomo e lo trascina a poco a poco in avanti, verso la cassa. Ogni tanto qualcuno si riassetta gli abiti con gesti frettolosi. Se qualcuno starnutisce, l'ambiente reagisce con un silenzio pieno di indignazione. A destra, sul davanti, in un'uniforme da portiere di un rosso squillante, con bottoni di metallo luccicanti come specchi, sta, con aria molto invitante, Wenzei Wondrak.

La Fant                  - Desidera la seconda, signore? Gliela posso proprio raccomandare.

Signore                  - Quanto costa la seconda?

La Fant                  - La seconda 12 e 60. È proprio da raccomandare.

Signore                  -  E la terza quanto costa?

La Fant                  - Può avere anche la terza. Fa 6 e 40. Come preferisce. Nessuno La costringe.

Signore                  -  Mi dia la terza. Tutto qui. (Prende in fretta un biglietto, paga ed esce dalla sinistra).

La Fant                  - II prossimo Signore, prego. Pardon, prego, signora? (Una signora piccolina, avvolta in un fitto velo, sussurra a fior di labbra, avvicinandosi alla bocca di Emilie Fant, alcune parole incomprensibili). Ma certo. Seconda, la signora non vorrà mica... (La signora prende il biglietto, paga e se ne va). La prossima, prego. 

Un donnone grande e grosso (con voce molto Virile) Su mi dia un buon consiglio! Non riesco mai ad avere quello che fa al caso mio. È perché sono troppo larga. Lo sa Lei quanto sono larga? Lei non ci crederebbe se Le dicessi quanto sono larga!

La Fant                  - Qui da me troverà di tutto. Non ha che da scegliere.

Donna                   - Già, ma non è tanto semplice. Io sono più grassa di Lei, La Fant Per me io prendo sempre due biglietti. La cosa migliore è due biglietti di prima.

Donna                   - Ma come, paga anche Lei? Io credevo che per Lei ftosse gratis.

La Fant                  - Sono una semplice impiegata, signora mia.

Donna                   - Ma va', e io che credevo che la ditta fosse Sua!

Un’aspra voce maschile da dietro      - Si sbrighi un po', ha capito?

Una voce fredda sul davanti  - Stia attento!

Una voce volgare  - E voltati!

Una voce femminile   -   Noi il nostro tempo non l’abbiamo mica rubato! 

Donna                   - Be', allora me ne dia due di terza e facciamola finita. I signori non possono più aspettare, i signori.

La Fant                  - Meglio che prenda la seconda! Lo dico per il Suo bene. A me non me ne viene niente.

Donna                   - Io ne prendo sempre due di terza. Basta. Chiuso.

La Fant                  - 12 e 80 allora. Con la seconda sarebbe andata meglio. Il prossimo, prego. (Heinrich Fòhn con ancora indosso il cappotto ma sbottonato e quasi in disordine, viene da destra fin sul davanti, verso il portiere che, con un largo sorriso sul volto, di sbarra il passo. La Fanf se ne accorge e gli grida) Wondrak; fa' passare il signor dottore! Il signor dottore ha la cabina di lusso con le apparecchiature.

Wondrak               - Lo so, Signore e signori, so tutto, so.

Heinrich Fòhn attraversa il vestibolo, dirigendosi verso sinistra.

La Fant                  - Ossequi, signor dottore. Ieri abbiamo dolorosamente avvertito la Sua mancanza. Voglio sperare che non sia stato ammalato, signor dottore. Sarebbe un vero guaio.

Fòhn                      - Ah, solo una piccola indisposizione, (Esce uomo con la voce fredda) Ma che motivo c'è che uno debba sopportare una cosa simile!

La Fant                  - Scusi tanto. La signora è fatta così. La signora che era prima di Lei. Pensa sempre solo a se stessa.

Il tipo freddo        - Mica è la sola a saperlo fare. Sennò uno può anche rivolgersi alla concorrenza.

Voce femmin.       - Noi il nostro tempo non l'abbiamo mica rubato.

La Fant                  - Da nessun'altra parte venite serviti con tanta coscienza volete fare la prova? Tornerete da noi. Cosa desidera il signore?

Il tipo freddo        - Uno di terza. Come membro del Comitato di salvataggio ho diritto a una riduzione del 50 per cento.

La Fant                  - (furibonda) 3 e 20! (il tipo fr. paga e se ne va). La la prossima, prego!

Signora                  - Da non credersi! Noi il nostro tempo non l'abbiamo mica rubato.

La Fant                  - Lei è la signora che l'ultima volta si è infilata dentro di nascosto. Lei ha truffato la nostra ditta.

Signora                  - Ma che sta dicendo?

La Fant                  - Di Lei mi ricordo benissimo. La riconosco perfettamente Esca subito dal nostro sanatorio!

Signora                  - Uno di prima, certo. Io non sono affatto disposta. Aspettare sempre tutto questo tempo!

La Fant                  - Uno di prima, 25, prego signora.

Signora                  - Ah, finalmente. Al mondo mica sono tutti come Lei. (paga e se ne va)

La Fant                  (a voce più alta) Quella signora non me la faccia più passare, Wondrak! Sono già due volte che ci truffa. La terza volta l'ho colta sul fatto.

LA Voce MASCHILE VOLGARE E la polizia che ci sta a fare? Alcuni ridono, ma solo per poco. I più si scostano inquieti l'uno dall'altro.

La Fant                  - II prossimo, prego.16 6  Davanti alla cassa, fra la sorpresa di tutti, compare all'improvviso un Ragazzo.

Ragazzo                - Quanto costa la terza?

La Fant                  - I soldi che ci vogliono non ce l'hai di certo, monello. Meglio che te ne torni a casa, ma difilato, hai capito?

Ragazzo                - E la seconda quanto costa?

La Fant                  - 16 e 20. Che faccia di bronzo! Ti ha mandato tuo padre?

Ragazzo                - Scusi, allora prendo la prima!

La Fant                  - Non è possibile! Ma ce l'hai sul serio tanti soldi?

Ragazzo                - 25 contati. Rifaccia pure il conto.

La Fant                  - Chi l'avrebbe mai detto! Un piccolo principe! Certo che ha gli occhi come carboni ardenti. Verrebbe voglia di mangiarselo a furia di baci, il principino. Un principe consorte indiano! Bisogna già darti del Lei?

Ragazzo                - Lei può darmi anche del tu, se Le fa piacere!

La Fant                  - E chi se la sente! (Gli da il biglietto. I biglietti di prima classe la donna li stacca più lentamente) II prossimo, prego! ( Josef Garaus, ben imbacuccato con cappotto e cappello, si dirige verso il portiere, venendo dal davanti verso destra. La Fant      - lo nota immediatamente) Wondrak, fa' passare il signor direttore! Il signor direttore ha la cabina di lusso, cura inclusa.

Wondrak               - Lo so, Signore e signori, so tutto, so.

Garaus si avvia verso sinistra.

La Fant                  - Ossequi, signor direttore. Non mi ha mica tradito, no?

Garaus                   - Aspetti prima che sia morto.

La Fant                  - Ma signor direttore. La scongiuro!

Garaus                   - Anche uno come noi non vive in eterno, signora Fant. (Esce dalla sinistra).

L’uomo mingherlino con la voce stridula Ah, è Così!

La Fant                  - II  Signore  desidera?

Il mingherl.            - (fa uscire Varia attraverso le labbra) Fii!

La Fant                  - Come, prego?

Il mingherl.            - Fii!

La Fant                  - Signore, non La capisco. Posso darLe la prima, Signore?

Il mingherl.            - No!

La Fant                  - Allora la seconda. 12 e 60, prego.

Il mingherl.            - No!

La Fant                  - Lei vuole la terza. Può averla. Avrebbe anche potuto dirlo prima, caro Signore!

Il mingherl.            - N-n-no!

La Fant                  - Bene, allora si può sapere cosa vuole, Signore? Come vede, la gente aspetta!

Il mingherl.            - St-st-stia attenta!

La Fant                  - Non posso lasciar andare via la gente per Lei. Non guadagniamo mica tanto, come Lei ben saprà.

Il mingherl.            - St-st-stia attenta! (Ritorna indietro verso destra e si rimette in fondo alla coda). La gente si agita.

La Fant                  - Ci sarebbe da credere che si accumulino dei tesori! Non ce la prenderemo certo per quel Signore! La coppia è arrivata davanti alla cassa.

LA Donna con il fazzoletto in testa (al marito) Su su, ora vieni! Vigliacco!

L’uomo                 - No! No!

LA Donna con il fazzoletto in testa Hai parlato di viaggio di nozze. Che dici? Sempre bugie!

La Fant                  - (diffidente) Due di terza, prego?

LA Donna con il fazzoletto in testa Su su. Terza in viaggio di nozze! Due di seconda! Tanto perché Lei lo sappia: viaggio di nozze!

La Fant                  - E con questo? 25; e 20!

LA Donna con il fazzoletto in testa Su, prendi! (Paga e trascina via con sé il marito).

La Fant                  - Tanti saluti. (A Wondrak) Lo tenga a mente, Wondrak! Anche i poveri hanno un cuore. Bisognerebbe prenderli ad esempio!

Wondrak               - (mentre si fa buio) Lo so, Signore e signori, so tutto, so.

Un automa            - Ci faccia presto l'onore di un'altra Sua visita.

È buio pesto. Si sente uno scalpiccio come di molti passi incerti. Delle persone tastano il pavimento con le mani e coi piedi. Potrebbe però anche trattarsi di animali. Un lupo ulula all'improvviso: «Ahi! Ahi!» Altri intervengono:

Ahi! Ahi! 

Che succede?

Ahi! Ahi!

Silenzio, per amor del cielo, silenzio! 

Non voglio!

Soffoco!

Luce! Luce!

Un automa            - Non abbiate paura. Qui siete al sicuro.

Per pochi istanti si fa silenzio, si sente ancora solo lo scalpiccio che trapassa in una voce: 

Vattene!

Su, ora vattene!   

Non posso! 

Ahi! Ahi!

Zitti, che diavolo! 

Ho paura! 

Chi va là!

Ahi! Ahi!

Un automa            - Non abbiate paura. Qui siete sottoterra.

Lo scalpiccio è cessato. Qualcuno grida:

Cado!

La terra!

Ooooo!

No! No!

Delinquente!

Stia zitto Lei!

Luce! Luce!

Ooooo! Ooooo!

Un automa            - Non abbiate paura, siete arrivati.

Ora sono tutti dei lupi che ululano per la fame e per la paura:

Ooooo! Ooooo!

Un automa            - Attenzione! Attenzione!

La scena si illumina di una luce sfolgorante. In una sala le cui pareti abbaglianti sono ricoperte di specchi, siedono in silenzio circa venti persone. Da destra e da sinistra corrono verso il tondo due gallerie di specchi che in quel punto si uniscono in una larga porta a due battenti. Davanti a ogni specchio siede immobile una persona con le braccia rigidamente puntate sui fianchi e i gomiti rivolti ostilmente all'infuori contro i vicini. Nessuno parla. Nessuno respira. L'aria è come di vetro. Francois Fant cammina avanti e indietro, scivolando senza far rumore. Tanto il pavimento che le sue suole sono di gomma. Davanti a ogni specchio fa un cenno con il capo, sempre con lo stesso sorriso sulle labbra. Saluta le immagini dei suoi ospiti. Davanti a destra siede Fritz Schakerl, impettito quanto gli pare e non ha bisogno di balbettare. Accanto a lui, il figlio maggiore dei Kaldaun, che frequenta la sua classe. È scortato da sua madre Lya, la quale è a sua volta scortata, sulla sinistra, dalla cameriera Milli. Barloch con un gomito tiene a distanza la moglie Anna e con l'altro S.Bleiss il venditore ambulante. La vedova  Weihrauch si è sistemata in maniera per nulla comoda su due sedie contemporaneamente, ma non osa muoversi. Proprio sul fondo la signorina Mai, vestita di nero. A sinistra della porta a due battenti le sei ragazze. Egon Kaldaun ha come vicina Marie che aveva licenziato. Marie a sua volta fa fatica a tener fermo Il predicat.Brosam. È evidente che la sua immagine non gli piace e ha tutta l'aria di uno che avrebbe una gran voglia di scappare. Therese Kreiss, accanto a lui, comincia a entrare m confidenza col diavolo. Tutti quanti sarebbero quindi sistema ti come meglio non si potrebbe. Solo che nessuno se ne rende conto. Tranne Marie e il suo predicatore che sono in viaggio di nozze, nessuno di loro sospetta minimamente chi possa esserci nella sala. Ognuno di loro, se si accorgesse di chi ha vicino, si spaventerebbe a morte, ma i gomiti sono ciechi e ogni istante è stato pagato a caro prezzo.

Una cabina di lusso dello stesso istituto. Davanti a un grande specchio Garaus viene rasato da Fritz Held.

Held                      - Di grazia, posso chiederLe se il rasoio, per cortesia, Le fa male?

Garaus                   - Non posso ancora dirglielo. Prima debbo pensarci su.

Held                      - Sono pronto — nero su bianco — a provare con un altro.

Garaus                   - E se poi l'altro fa male? Bell'affare che faccio.

Held                      - Signor direttore, con me questo è fuori discussione. I miei rasoi sono tutti quanti muti come tombe.

Garaus                   - Tombe, che stupidaggine, tombe. Che c'entra un rasoio con una tomba?

Held                      - Perdoni, il signor direttore permetterà. Parlo alla buona. Mi pregio di ritirare molto umilmente la stupidaggine che ho detto.

Garaus                   - Provare, può pure provare. C'è una cosa che mi piace: avere delle sensazioni. Solo che mi si faccia male non lo sopporto. Il sangue per l'appunto non posso vederlo. Il sangue non lo sopporto.

Held                      - Bravo! Personalmente sono anch'io contrario al cavare gli occhi. Su questo punto il signor direttore la pensa proprio come me.

Garaus                   - Già, già. Direi.

Held                      - Col che, per amor del cielo, non è che mi permetta di paragonarmi al signor direttore.

Garaus                   - Ci mancherebbe solo di sentire una cosa simile.

Held                      - A proposito di sentire. Come si sente oggi il signor direttore? Quanto al resto, intendo dire. Il signor direttore è così taciturno oggi, se mi è permesso dirlo.

Garaus                   - Già, appunto. Non che mi senta troppo male, finché rimango in questo recinto. In questo sacro recinto. Ma basta che uno metta un piede fuori della sublime porta, be', ci si sente subito con le ossa rotte. Le molte delusioni. Eh già, esser giovani oggi non è uno scherzo.

Held                      - Perché, scusi tanto, signor direttore, Lei è ancora un giovanotto. Più giovani di così non si può.

Garaus                   - Solo una cosa posso ribattere: e le preoccupazioni?

Held                      - Un po' di smorfie qua, un po' di smorfie là e tutto si aggiusterà, direi.

Garaus                   - Ora non mi diventi insolente! Lo faccia con qualcun altro, l'insolente! Qui non ci sta di certo gratis. Lei «direi» non deve dirlo. Io si che posso dire «direi». E poi cosa può saperne di preoccupazioni un qualunque impiegatuccio come Lei?

Held                      - Confesso con tutta umiltà che sono uno che sbaglia sempre tutto.

Garaus                   - Una persona senza quattrini le preoccupazioni non sa nemmeno dove stiano di casa. Che paga potrà prendere Lei? Una mancia, ecco quello che potrà prendere. Be', e quindi preoccupazioni non può averne. È logico. Direi.

Held                      - Una bravissima e gentilissima signora, la signora Fant, non c'è che dire!

Garaus                   - Quella donna, lei si che deve averne di soldi. Ogni giorno, quando passo li davanti, c'è sempre gente che fa la coda davanti alla cassa, una coda lunga così.

Held                      - Se il signor direttore sapesse!

Garaus                   - Che cosa vuoi dire, se sapessi! Perché, Lei cosa sa?

Held                      - A Lei lo dirò, ma solo a titolo riservato. Ci rimetterei la testa.

Garaus                   - Allora?

Held                      - La supplico, signor direttore!

Garaus                   - Allora?

Held                      - II fatto è che ci sono tre classi. La prima, per così dire, e poi certo la seconda e anche la terza. La differenza di prezzo fra l'una e l'altra è del cento per cento.

Garaus                   - Ed è giusto che sia così.

Held                      - II bello però, signor direttore, viene adesso. Quelle persone stanno tutte sedute nella stessa sala. E davanti hanno anche gli stessi specchi. Si figuri un po', se permette. C'è uno che ha pagato 6,40 per procurarsi quel piacere, mentre quello che gli sta seduto accanto ne paga 25. Per lo stesso identico piacere.

Garaus                   - E nessuno se ne accorge! Quella persona mi impressiona. Stupendo!

Held                      - Sono dieci anni, dieci anni esatti che l'istituto esiste e nessuno si è ancora accorto di niente. Sono dieci anni che sto qui e per quel che ne so, non c'è mai stato un reclamo. La gente è tutta assorta, come nella Canzone della felicità. La conosce Lei, signor direttore, la Canzone della felicità? Quella gente non è mica come il signor direttore.

Garaus                   - Be', certo che a me una cosa simile non potrebbe mai capitare.

Held                      - E la signora Fant con Lei non ci proverebbe nemmeno. Con i signori della categoria lusso, dice, lei qualcosa la da. Una persona della categoria lusso sa quel che vuole in cambio del suo denaro. Quanto agli altri, perché sono così scemi?

Garaus                   - C'è una cosa sola da dire: massima stima.

Held                      - Se solo non avesse quella disgrazia col figlio. Il signor  Francois       è un buono a nulla.

Garaus                   - Una disgrazia uno deve pure averla. Eh già, se non ci fossero le preoccupazioni! Ora voglio farLe una domanda. Lei  si stupirà. Ma io gliela faccio lo stesso: Lei ce l'ha un assassinio sulla coscienza? Sì o no?

Held                      - Confidenza per confidenza: dodici al giorno.

Garaus                   - Scherzi del genere mentre sto parlando di me sono fuori luogo. Direi!

Held                      - II signor direttore non è capace di far male a una mosca. Be', tanto meno a un essere umano. Il signor direttore, se mi è permesso, ha un cuor d'oro eccezionale.

Garaus                   - Quanto a questo. Lei ha proprio ragione. Ma se qualcuno La seccasse a morte?

Held                      - In questo caso qualcosa potrebbe succedere. A tutti. Ma non nel caso Suo.

Garaus                   - Ah si! Allora deve cambiare! Deve cambiare tutto!

Voce tonante         - Sì, fragilità, il tuo nome è donna! Tu ci privi dei frutti più belli! Ci derubi del sudore della nostra dura fatica!

Applausi.

Garaus                   - Ha ragione. Debbo ammetterlo. Ha proprio ragione.

Held                      - Signor direttore, io sono confuso.

Garaus                   - Stia calmo, ha capito? 

Voce tonante         - Ciò che mi occorre ce l’ho a casa mia! Così non si va avanti. Il mondo va in rovina!

Applausi scroscianti.

Held                      - Io non riesco a capire, come mai...

Garaus                   - Eh già, che vuoi capirne Lei di queste cose? Così non si va avanti. Il mondo va in rovina. Deve cambiare tutto.

Voce tonante         - Dovremo forse sopportare per tutta la vita le conseguenze di un piccolo errore? Lasciate che il passato sia passato! Bisogna che rinasca e riviva il gusto per tutto ciò che è schietto e genuino, per tutto ciò che è sincero e veritiero, per tutto ciò che è puro e senza macchia.

Applausi.

Held                      - Come si sente bene! Sinceramente non so che dire.

Garaus                   - E rieccola che parla di sé! Lei non mi interessa affatto, Signore!  . . .

Held                      - Signor direttore, c'è da scommetterci la camicia, se a Lei non dispiace. Radersi si può qui come in paradiso. Ma in quel che dice quella linguaccia c'è qualcosa che non va. Se posso arrischiarmi a darLe un consiglio, Lei oggi, signor direttore, è taciturno e depresso, si prenda una volta tanto la cabina di lusso, anima compresa! Provi a farla venire! Una vera signora, perfetta, elegante, laureata in medicina, proviene direttamente dalla migliore società, parla come un libro stampato. Le persone entrano dentro malate e affrante e quando vengono fuori sono innocenti come un neonato.

Garaus                   - Innocenti? 

Held                      - Sì, insomma, è solo un modo di dire. Si faccia venire la signora, signor direttore! Nelle cabine di lusso ci viene. La supplico, di grazia. I miei rispetti, signor direttore, mi auguro di averLa rasata bene. I miei rispetti. Le mando la signora.

L'attigua cabina di lusso.

Heinrich Fòhn sta davanti a uno specchio della sua altezza. Sta parlando. Dal soffitto al pavimento le pareti di questa cabina sono munite di grossi fori rotondi. Nella mano sinistra Fòhn tiene un piccolo apparecchio portatile con parecchi tasti che è collegato mediante un filo alla parete.

Fòhn                      - Somme colossali, enormi quantità di denaro vengono sprecate e sperperate di continuo e senza sosta. Ma il popolo langue e patisce la fame. Noi non vogliamo languire e non vogliamo patire la fame. (Preme un tasto e dai fori della parete vengono degli applausi). Ognuno deve conquistarsi il paradiso a modo suo. Non siamo forse maggiorenni e uomini fatti? Ma questi signori come sono? Una mano lava l'altra. Vivi e lascia vivere. Si, fragilità, il tuo nome è donna! Tu ci privi dei frutti più belli!' Ci derubi del sudore della nostra dura fatica! (Preme, applausi). Se fossimo delle ragazze, e per di più giovani, tutto questo potremmo sentirlo e capirlo. Purtroppo non lo siamo e non possiamo esserlo. Questa competizione sleale, portata innanzi con mezzi colossali, questa sporca concorrenza al ribasso, bisogna annientarla ed estirparla! (Preme più volte, applausi scroscianti). Lasciamo da parte le scuse! Non se ne ricava nessuna soddisfazione. Credetemi, c'è più d'uno che potrebbe essere capitano d'industria e che oggi non lo è. «Non può vivere in pace anche il più pio, se il vicino malvagio vi si oppone» (Preme, calorosi applausi). Anche gli uomini più belli e risoluti sono stati legati e addirittura vinti grazie a sollecite cure e a una buona cucina. L'amore non passa forse attraverso lo stomaco? Frattanto che siamo vivi, amiamo! È sempre la vecchia dimenticata canzone. Nessun essere è solo sulla terra. Nessuna creatura è sola al mondo. (Preme, l'applauso è più debole). Un uomo non è uno spaventapasseri e tanto meno esseri eccezionali come noi! Noi portiamo nel cuore una nobile immagine. Quando sarà veramente nostra? Gli inglesi hanno un proverbio che tutto il mondo conosce: my home is my castle ciò che mi occorre ce l'ho a casa mia! (Preme, l'applauso è debole). Così non si va avanti! Il mondo va in rovina! (Preme, gli applausi sono appena percettibili). Dovremo forse sopportare per tutta la vita le conseguenze di un piccolo errore? Lasciate che il passato sia passato! Tendiamoci la mano! Nessun diavolo può separarci! (Preme. Non si sente alcun applauso. Torna a premere ripetutamente. Pesta furente i piedi per terra. Inutilmente. Va alla porta e tira il segnale d'allarme, una suoneria dal suono stridulo. Poi si mette a camminare nervosamente su e giù per la cabina e parla in fretta fra sé, abbandonando ogni enfasi) Bisogna che rinasca e riviva il gusto per tutto ciò che è schietto e genuino, per tutto ciò che è sincero e veritiero, per tutto ciò che è puro e senza macchia. Infatti solo chi è bello sa che cosa è la bellezza, solo chi è forte sa che cosa è la forza. E i vecchi tempi, che si credevano finiti e liquidati per sempre, tornano radiosi e trionfanti. Non mi disprezzate i vecchi tempi! Che cosa saremmo noi senza i vecchi tempi? Onora il padre e la madre! Egiziani e babilonesi, assiri e persiani, greci e romani, sono andati in rovina, possenti imperi, potenze colossali...

Wondrak               - (entra a precipizio) È successo qualcosa allo specchio?

Fòhn                      - Ah, eccolo che arriva, il portiere. Dica un po', oggi che succede all'apparecchio degli applausi? Premo, premo e non viene fuori niente. Io questo non lo sopporto. Sono già tanto nervoso. Uno nel vostro sanatorio ci si ammala!

Wondrak               - Verissimo, signor dottore, verissimo, colossalmente vero!

Fòhn                      - Lei forse non ci crederà. Mi può credere. Io sono troppo delicato. Ho aspettato un bel po' prima di suonare. Non volevo accollarLe più lavoro di quanto già non ne abbia. Sono proprio troppo delicato con voi! Provi anche Lei! Ecco!

Wondrak               - Con molto piacere, signor dottore, con molto piacere. (Preme),

Fòhn                      - Vede! Di applausi non ne vengono fuori. Applausi non ne vengono! Adesso comincia a sentirsi qualcosa da una sola parete, ma sono debolissimi. La parete opposta non applaude per niente. Oggi in tutto avrà applaudito al massimo tre o quattro volte. Sono disperato. Non può regolarla un po' Lei?

Wondrak               - Certo che ci posso provare, signor dottore, proverò, signor dottore, ma chissà, chissà se servirà a qualcosa?

Fòhn                      - Ma un apparecchio di ricambio non ce l'avete? È una vergogna! Un istituto simile che non ha nemmeno un apparecchio di ricambio! Riferisca alla Fant che sono davvero molto arrabbiato. Sono dieci anni che vengo qui tutti i giorni. Un cliente più fedele di me non ce l'avete di certo. Eh già, quel direttore che incontro sempre qui sotto, è un imbecille, non conta. Glielo dica alla  Fant che sono fuori di me per l'indignazione! Entro cinque minuti l'apparecchio deve funzionare! Altrimenti non so cosa farò! Sono fuori di me!

Wondrak               - Verissimo, signor dottore, colossalmente vero! (Esce a precipizio).

L'attigua cabina di lusso si illumina di nuovo.

Leda FÒHN-Frisch Temo, signor direttore, che Lei pensi troppo. Si lasci andare una buona volta. Non faccia il minimo sforzo. So che Lei ha per la testa tante cose importanti. Un uomo che occupa una tale posizione di responsabilità! Si capisce benissimo. Nessuno gliene potrebbe fare una colpa! Non c'è bisogno di dirlo. Nel Suo caso non potrebbe essere altrimenti. Ma se vuole farmi un favore, un favore personale Lei dice che Le sono simpatica, no? ora si lasci completamente andare una buona volta e non pensi a niente. Si riposi. Aspetti, forse starà più comodo così. (Fa girare la sedia in modo che egli volga le spalle allo specchio).

Garaus                   - Non sarebbe poi tanto male se una volta tanto ci si potesse rilassare, ma sul serio.

Leda                      - E ora, sta seduto a Suo agio? Vediamo, eh si, ora mi racconti molto semplicemente ciò che Le passa per la testa.

Garaus                   - Magari fosse così semplice, signora mia.

Leda                      - Io L'aiuterò. Sono qui appunto per questo. Cerchi di ricordare, una volta, Lei già era un bambinone e ne aveva combinata una, qualcosa di terribile, di veramente terribile, aveva paura del papà, già nei confronti del papà a volte provava un odio tale e allora se ne andava dalla mamma, poggiava il capo sul suo grembo e si confessava.

Garaus                   - (singhiozzando) Quel bambinone ero io, si sono stato sempre il bambinone.

Leda                      - Lo vede, lo sapevo già da prima, eppure non La conosco affatto Vedrà quante cose so io. Mi dica pure tranquillamente quel che Le passa per la testa, tanto io so già tutto che Lei me lo dica oppure no solo così procediamo più alla svelta.

Garaus                   - Mia moglie è morta. A questo debbo pensarci.

Leda                      - Lo vede! Io lo sapevo e sapevo anche perche Lei e così

Garaus                   - Be', senta un po', Lei, se mi è morta la moglie! Non dovrei nemmeno essere triste?!

Leda                      - Senta un po', bambinone. Se Sua moglie è morta non e affatto colpa Sua. Tutti dobbiamo morire. È una legge di natura. Le leggi di natura sono eterne. Non è affatto colpa Sua, capisce, se fosse colpa Sua la situazione sarebbe diversa, ma io so tutto e so anche che non è affatto colpa Sua.

Garaus                   - Be', si capisce che non è affatto colpa mia.

Leda                      - Se fosse colpa Sua, Lei sarebbe un assassino. Ma un assassino ha forse questa faccia? Dico sul serio, si gin un pò una buona volta e si guardi attentamente nello specchio. Un assassino ha forse questa faccia? Si o no? Se Lei la pensa diversamente se Lei dovesse avere l'impressione che un assassino può avere questa faccia, lo dica pure tranquillamente non mi ar rabbierò mica con Lei, non tutti possono pensarla allo stesso modo Io per conto mio e per quanto mi riguarda personalmen te, sarei pronta a giurare che in nessun caso un assassino può avere questa faccia.

Garaus                   - Quanto a questo ha perfettamente ragione.

Leda                      - Finirà col rendersi conto che io ho sempre ragione. Sa che cosa so io a questo punto? Glielo dico in faccia, non si spaven ti, bisogna che glielo dica, si faccia forza! Non e poi una cosa così terribile. 

Garaus                   - Perché? Perché mai? Io ho la coscienza pulita.

Leda                      - Ciò nondimeno glielo dico in faccia: a Lei non piace guar darsi nello specchio!

Garaus                   - (boccheggiando) Sì no come direi.   

Leda                      - Si calmi! Le mie intenzioni non sono cattive. Non faccio il giudice istruttore, io. Faccio il dottore! Anzi la dottoressa.

Garaus                   - Ma questo è il colmo! Questo... Ora io me ne vado.

Leda                      - (lo ributta sulla sedia) Stare lì, stare lì da bravo Stupido bambinone, chi potrebbe essere così sospettoso? Non è una colpa e tanto meno un delitto. Uno non è certo obbligato a guardarsi volentieri nello specchio. Vero è che e una legge di natura che l’uomo lo faccia con piacere, ma l'eccezione conferma la regola. E perché non potrebbe essere proprio Lei questa eccezione? Lei non è vanitoso. C'è forse qualcosa di male?

Garaus                   - Be', appunto. Non c'è proprio niente di male.

Leda                      - Attualmente Lei non è vanitoso. Non ha nessuna voglia di guardarsi nel Suo stato d'animo attuale. Prima naturalmente era diverso. Prima gli specchi Le piacevano, come a qualsiasi altra persona. Lei vorrà del resto perdonarmi se pronunce così apertamente quella parola così rigorosamente proibita. Forse Lei lo giudicherà sconveniente. A una parte di Lei ripugna 1 idea che una persona e anzi addirittura una donna abbia sulle labbra una parola simile. Ma quello che nn interessa e la Sua guarigione. Tutto il resto mi è indifferente. E nel Suo interesse Più strettamente personale che sono costretta a chiamare aper tamente per nome anche le cose più disgustose.

Garaus                   - Si, disgustoso lo è di certo.

Leda                      - Lo vede. Io sapevo già anche questo, che Lei lo considera disgustoso. Ora che ci siamo messi d'accordo su questo punto, possiamo andare avanti più facilmente. Dunque, a Lei non pia ce affatto guardarsi nello specchio. Lo sa che m questo momen to Lei è addirittura arrossito?

Garaus                   - Possibilissimo. Certo che uno si vergogna.

Leda                      - Lei sta cominciando ad aver paura di me, perche io so tutto Mi stia bene a sentire, non c'è nessun motivo di aver paura. Lo vede, il fatto che a Lei non piaccia guardarsi nello specchio non fa che deporre a favore della Sua onestà. Lei ha delle inibizioni. Ma queste Sue inibizioni non sono insuperabili. E da quando è morta Sua moglie che Lei non vuoi più saperne di specchi È vero che Lei viene nel nostro sanatorio un contuso impulso ve La spinge, ma quando scorge uno specchio, Lei volge via lo sguardo pieno di odio. Non è forse così?

Garaus                   - Si, gli specchi non mi piacciono.

Leda                      - Da quando è morta Sua moglie, qualcosa è andato in pezzi.

Garaus                   - (urla) Proprio così!

Leda                      - Non si faccia idee sbagliate! Capita spesso che la memoria ci inganni. Non di rado noi confondiamo la causa con l'effetto. Lei ora ha l'impressione che tutto ciò sia successo in tempi passati; che già quando Sua moglie era ancora viva niente più Le procurasse piacere: che lo specchio, prototipo di tutte le gioie dell’uomo certo, certo, stia attento che su questo punto io non posso esserLe di nessun aiuto, è proprio così — Lei dunque ha l'impressione che prima si sia rotto questo specchio e che dopo sia morta Sua moglie. Lei teme di essere corresponsabile della morte di Sua moglie perché la disgrazia con lo specchio era già successa prima. Ma non è così, mi creda, tutto ciò che Lei pensa su questa faccenda è sbagliato, prima è morta Sua moglie e poi si è rotto lo specchio.

Garaus                   - Proprio così! Proprio così!

Leda                      - Lo vede. Lei è completamente innocente! Non è affatto colpa Sua! Non è mai stata colpa Sua!

Voce tonante         - Una mano lava l'altra. Vivi e lascia vivere!

Garaus                   - Direi!

Leda                      - Non si distragga. È soltanto mio marito.

Garaus                   - Ma che vuole di nuovo quel tipo?

Leda                      - Sembra che qualche cosa non funzioni nell'apparecchio degli applausi. È soltanto mio marito. Non si distragga. Possiamo continuare tranquillamente.

Voce tonante Somme colossali, enormi quantità di denaro vengono sprecate e sperperate di continuo e senza sosta. Ma il popolo langue e patisce la fame.

Garaus                   - Puzza ancora di latte, quello sbarbatello. Che ne capisce lui di economia!

Leda                      - Non lo stia a sentire, è meglio! È soltanto mio marito. Sa quanto mi viene a costare ogni giorno questa cabina di lusso con le apparecchiature? Meglio che non glielo dica. Ma andiamo avanti!

Garaus                   - Ma se uno non riesce nemmeno a sentire la propria voce!

Voce tonante         - Credetemi, c'è più d'uno che potrebbe essere capitano d'industria e che oggi non lo è. «Non può vivere in pace anche il più pio, se il vicino malvagio vi si oppone». Nessun essere è solo sulla terra! Nessuna creatura è sola al mondo! Onora il padre e la madre! Egiziani e babilonesi, assiri e persiani, greci e romani...

Leda                      - Non capisco. Non viene di certo dalla cabina qua accanto. Se ne va in giro per il corridoio. Questo proprio non va. Ci disturba tutto l'andamento dell'istituto.

Garaus                   - Una tale sfacciataggine non mi era ancora mai capitata! Se lo educhi un po' meglio quel ragazzaccio! Come si può arrivare fino a questo punto! Eppure uno ha pagato!

Emilie Fant            - (entra a precipizio) Per amor del cielo, signora dottoressa, mi aiuti, Suo marito è impazzito, sta impazzando, proprio un pazzo giù da me, un pazzo!

Garaus                   - A questo punto ho da farLe una domanda, signora Fant: questa è la categoria lusso o non lo è?

La Fant                  - Per amor del cielo, signor direttore, certo che lo è. Non so più dove ho la testa, quello mi butta all'aria tutto l'istituto, ho paura che se la prenda coi miei specchi, mio figlio non c'è, gli parli Lei, ah che guaio che non ci sia neanche un uomo, nessuno mi aiuta! Lavoro giorno e notte, giorno e notte, giorno e notte. Signora dottoressa. La supplico, lo calmi, signor direttore, La supplico, mi aiuti, signor direttore da me può avere ciò che vuole, purché lui non se la prenda con i miei specchi! Qui succede un disastro! Qui succede un disastro!

Garaus                   - Succederà subito. Se ne accorgerà, quel ragazzaccio! Io non sono una persona da fare certe cose. Ma ora lo diventerò. Tutti i denti gli faccio saltare, a quel sudicione! Lo sa come la chiamo io questa? Mancanza di rispetto!

Leda                      - È sempre così, mio marito. Non ha nessun rispetto.

La Fant                  - Mio figlio! Dov'è mio figlio? Vieni in soccorso di tua madre, figlio mio!

Tutti e tre si precipitano nel corridoio.

Nella Sala degli specchi è rimasto tutto come prima. Le stesse persone siedono mute con gli occhi fissi sulle loro immagini. Francois Fant va avanti e indietro senza far rumore. All'improvviso si sente una voce che strepita, all'inizio ancora lontana, poi sempre più vicina.

Voce                      - Ognuno deve conquistarsi il paradiso a suo modo! Non siamo forse maggiorenni e uomini fatti?

(Il Ragazzo Kaldaun sobbalza). Si, fragilità, il tuo nome è donna! Tu ci privi dei frutti più belli. Ci derubi del sudore della nostra dura fatica!

(Barloch sobbalza). Se fossimo delle ragazze e per di più giovani, noi tutto questo potremmo sentirlo e capirlo. Purtroppo non lo siamo e non possiamo esserlo.

(Le sei ragazze sobbalzano). Questa competizione sleale, portata innanzi con mezzi colossali, questa sporca concorrenza al ribasso, bisogna annientarla ed estirparla.

(S. Bleiss sobbalza). Credetemi, c'è più d'uno che potrebbe essere capitano d'industria e che oggi non lo è. «Non può vivere in pace anche il più pio, se il vicino malvagio vi si oppone».

(Fritz Schakerl sobbalza). Anche gli uomini più belli e risoluti sono stati legati e addirittura vinti grazie a sollecite cure e a una buona cucina.

(La signorina Mai sobbalza). L'amore non passa forse attraverso lo stomaco? Fintante che siamo vivi amiamo!

(La vedova Weihrauch sobbalza). È sempre la vecchia canzone dimenticata. (Egon Kaldaun sobbalza). Nessun essere è solo sulla terra, nessuna creatura è sola al mondo.

(Marie e e il predicatore Brosam sobbalzano stringendosi l'uno all'altra). Un uomo non è uno spaventapasseri e tanto meno esseri eccezionali come noi! (Barloch sobbalza più violentemente). Noi portiamo nel cuore una nobile immagine. Quando sarà veramente nostra?

(Lya Kaldaun sobbalza). Gli inglesi hanno un proverbio che tutto il mondo conosce: my home is my castle. Ciò che mi occorre ce l'ho a casa mia. Così non si va avanti. Il mondo va in rovina! Dovremo forse sopportare per tutta la vita le conseguenze di un piccolo errore?

(Milli Kreiss sobbalza). Bisogna che rinasca e riviva il gusto per tutto ciò che è schietto e genuino, per tutto ciò che è sincero e veritiero, per tutto ciò che è puro e senza macchia. Infatti solo chi è bello sa che cosa è la bellezza. (Francois Fant è tutto scosso da un tremito che lo fa sobbalzare e tende l'orecchio). E solo chi è forte sa che cosa è la forza!

(Barloch solleva entrambe le broccia e afferra il suo specchio).E i vecchi tempi che si credevano finiti e liquidati per sempre tornano radiosi e trionfanti. Non mi disprezzate i vecchi tempi! 

(Anna Barloch sobbalza). Che cosa saremmo noi senza i vecchi tempi? Onora il padre e la madre!

(Francois Fant esce. Lascia aperta la porta a due battenti. Appaiono allo sguardo sterminate gallerie di specchi). Egiziani e babilonesi, assiri e persiani, greci e romani, sono andati in rovina; possenti imperi, potenze colossali. Ancora fino ai nostri giorni è l'ingratitudine che ha fatto andare in rovina ogni civiltà! Forse che allora i nostri genitori, i nostri avi e proavi hanno vissuto senza prò' o addirittura invano? Secoli, millenni e migliala di millenni ci osservano e fanno cadere il loro sguardo su di noi! I francesi, sempre svegli, hanno anch'essi un proverbio: qui vivrà, verrà. L’uomo deve tenere gli occhi bene aperti!

(Tutti sobbalzano in una confusione caotica). Questo diritto non ce lo faremo togliere! Ma non ce lo faremo neanche strappare! È il passato, è il futuro che lo esige e lo pretende da noi? La mia risposta è: entrambi! Entrambi esigono e pretendono che noi ci richiamiamo alla memoria ciò che un tempo fummo, che pensiamo a ciò che un tempo diventeremo! Tendiamoci la mano!

Tutti allungano di scatto le braccia. Ciascuno afferra il suo specchio e lo strappa dalla parete. Tutti balzano in piedi e gridano: «io! io! io! io! io! io! io! io! » Si precipitano sul davanti della scena sollevando in alto gli specchi. Da destra arrivano di corsa nella sala Garaus e La Fant che con gesti supplichevoli cercano di sbarrare il passo alla folla. I loro inviti alla calma si perdono nel frastuono. Vengono travolti e rimangono a terra. La moltitudine si pigia a destra verso l'uscita. È incalzata da una folla innumerevole che viene dalle gallerie posteriori. Le pareti, ormai prive di specchi, crollano e ci si ritrova per la

Strada.

Un nero torrente l'attraversa. Da tutte le direzioni affluisce gente. Ognuno tiene sollevato in alto uno specchio o un ritratto. L'aria rimbomba di grida furiose, «io! io! io! io! io! io! io! io! » Tutte queste voci non arrivano però a formare un vero coro. Su un'isola sullo sfondo emerge lentamente il monumento dedicato a Heinrich Fohn.

Fine

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