La condanna

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ATTO I

Sebastiano Di Bella

LA CONDANNA

(commedia assurda in due atti)

Trama:

La commedia rappresenta un assurdo e paradossale processo, dove tutti i protagonisti non tengono conto della realtà, addirittura non ci vengono dichiarati nemmeno i loro nomi. Durante lo svolgimento della causa vengono sovvertite le norme e le regole, comportandosi ciascuno a modo suo. I personaggi a volte aprono discussioni su questioni importanti altre volte le questioni sono banali e superficiali. Le prescrizioni della Legge sono solo pretesti per esprimere la visione personale di ciascuno del Diritto e del suo funzionamento, visto come inaccessibile e non adatto al genere umano.

Non si conosce il reato dell’accusato nonostante il processo sembra propendere per la sua condanna.

La prima parte della commedia gira intorno all’accusa e alla difesa e sui valori universali di onestà e dignità. La seconda parte, invece, trasforma tutti i protagonisti in accusatori del giudice che è costretto a dare a se stesso la condanna. Alla fine quando il giudice condanna se stesso si capisce che tutto è un gioco svolto in un manicomio da malati di mente che, liberi da condizionamenti sociali, sono in grado di dare una più genuina interpretazione della Legge e dei giudizi.

PERSONAGGI:

IMPUTATO

MOGLIE DELL’IMPUTATO

FIGLIO DELL’IMPUTATO

GIUDICE

AVVOCATO DIFENSORE

PUBBLICO MINISTERO

CANCELLIERA

TESTIMONE

CARABINIERE

CUSTODE


Sebastiano Di Bella

LA CONDANNA

ATTO I

IL SIPARIO SI APRE IN UN’AULA DI TRIBUNALE VUOTA. ENTRA UN CUSTODE CHE STRASCICANDO I PASSI E BORBOTTANDO SPOLVERA E METTE IN ORDINE QUALCHE SCRIVANIA E QUALCHE SEDIA:- questa va qui; questa va qui, questa bisogna allinearla. Questa bisogna toglierla.

I signori avvocati amano trovare l’aula in ordine e soprattutto odiano la polvere. Quindi spolverare ogni giorno con cura e con attenzione. Siccome adesso è tardi ed inizierà il processo non posso continuare. Prendo, quindi, la mia solita sedia e mi siedo al mio solito posto e aspetto….

 

IL CUSTODE SI SIEDE. ENTRA UNA SIGNORA GIOVANE (CANCELLIERA), INSIEME CON UN CARABINIERE, HA UN FASCICOLO IN MANO. SI GUARDA ATTORNO PENSA DI ESSERSI SBAGLIATA, POI A VOCE ALTA RIVOLGENDOSI AL CUSTODE DICE:- prima o dopo si farà vivo qualcuno. D’altronde l’interesse è tutto loro. Spetta soprattutto a loro di essere puntuali, non certamente alla cancelliera oberata di lavoro: va’ prendi il fascicolo chiuso a chiave, la chiave non si trova. Poi finalmente trovi la chiave e cerchi il fascicolo. Ma com’è che quello che devo prendere io è sempre sepolto sotto altri fascicoli? Allora devo tirare fuori tutti i fascicoli e quando finalmente l’ho recuperato, o mi pare di averlo recuperato, non è quello giusto e devi ricominciare daccapo. Bisogna avere tanta pazienza! Stamattina poi mi sono rovinata le unghie; guarda, guarda che schifo! Identiche a quelle di una cameriera. Meno male che ancora non è arrivato nessuno, così posso dargli una sistematina.

CUSTODE:- ha tutto il tempo per farlo. Quando la mattina inizia così, significa che la voglia di lavorare manca. Sono tutti fuori di testa.

LA CANCELLIERA SI SIEDE NEL SUO SCRANNO. POSA IL FASCICOLO E QUASI ADIRATA DICE:- non parliamo di testa buona o guasta. Ognuno ha la testa propria! E non è un pallone su cui chi arriva tira un calcio. SI CALMA E TIRA FUORI DALLA BORSA UNA BOCCETTA DI SMALTO CHE AGITA FURIOSAMENTE POI CERCA DI RIPARARE LE UNGHIE, MENTRE AD ALTA VOCE PENSA:-eppure è strano; il giudice è sempre stato puntuale e preciso. Deve essergli successo qualcosa non si spiega altrimenti. Ma è giusto che di tanto intanto capiti pure ai giudici di essere in ritardo, così ci capiscono. Noi non abbiamo a casa chi ci aiuti la mattina; solo per mandare i figli a scuola ci vuole la mano di Dio. E quando sono malati? Che abbiamo le cameriere come loro? Noi corriamo sempre e magari si infastidiscono se arriviamo in ritardo; loro sempre puntuali come se qualcuno al mattino li buttasse fuori da casa.

 

SI SENTONO DELLE VOCI CHE MAN MANO SI FANNO PIU’ VICINE. LA CANCELLIERA CON ATTEGGIAMENTO DI STIZZA RIPONE LO SMALTO NELLA BORSA E DICE: -eccoli. Già litigano prima ancora di fare la causa.

ENTRA UNA PICCOLA FOLLA VOCIANTE CHE ATTORNIA UN AVVOCATO, COSTRETTO AD URLARE PER CALMARE TUTTI: - siamo in tribunale: contegno, contegno, per favore! Per fortuna che il giudice non è ancora arrivato. State silenziosi ed ascoltate, altrimenti il giudice rimanda un’altra volta la causa. SI RIVOLGE ALLA CANCELLIERA: - signora il giudice ritarda?

CANCELLIERA:- che ne so io! Io sono stata puntuale e nessuno mi ha detto nulla. Aspettiamo un altro poco e poi magari domandiamo in ufficio. A volte un imprevisto, un piccolo incidente ….

AVVOCATO: - se lei non sa nulla significa che si tratta di solo ritardo, altrimenti l’avrebbero avvertita.

CANCELLIERA CON ESPRESSIONE NON MOLTO CONVINTA:  -ah sicuramente! Ma non si fidi molto.

AVVOCATO RIVOLGENDOSI AL PIU’ANZIANO DEL GRUPPO: - si sieda. Prenda posto insieme con sua moglie: sarà una giornata lunga e faticosa; non vorrei che si stancasse troppo. E si ricordi che lei è solo imputato.

IMPUTATO MENTRE VA A SEDERSI:- lo so avvocato; ma si sa che la Giustizia va sostenuta sulle spalle anche se ci fa venire la gobba. RIVOLGENDOSI ALLA MOGLIE: -  vieni, siediti accanto a me che oggi, come al solito, ne vedremo di tutti i colori.

MOGLIE DELL’IMPUTATO:- ti ho detto tante volte di non pensare troppo a questa causa. Hai il coraggio di trascinare pure me, obbligandomi a presenziare alle udienze. E’ da dieci anni che si va avanti, ma siamo sempre al punto di partenza: è più facile vincere un terno al lotto.

IMPUTATO MOLTO CONTRARIATO: - ma che dici? La Giustizia vuole i suoi tempi e non può adeguarsi alle esigenze individuali. Prima o dopo si vedrà chi ha ragione.

AVVOCATO: - Non gridate e state calmi.

IL FIGLIO DELL’IMPUTATO INTERVIENE: siamo appena entrati e già litigate. Se non siete d’accordo voi come potete aspettarvi ragione dal giudice?

AVVOCATO SOTTOVOCE:- non gridate! E soprattutto seguite con attenzione senza commentare. A volte una parola in più dà un’impressione sbagliata. Quindi vi raccomando di contenervi. Parlate solo se interpellati.

MOGLIE DELL’IMPUTATO:- ma che dobbiamo dire ancora? E’ da dieci anni che parliamo. Abbiamo ricordato e fatto presente anche i particolari che sembravano inutili e tutto è servito solamente a fare aumentare il peso del fascicolo: carta su carta.

AVVOCATO: - signora, ogni parola ed anche il minimo fatto sono indispensabili per arrivare ad una giusta sentenza.

IMPUTATO: - è questo che voglio avvocato: una giusta sentenza. Non voglio ragione a tutti i costi ma pretendo una giusta sentenza. Avrei potuto abbandonare la causa, non darle più importanza e lasciarla cadere lì. Ma dopo dieci anni sento ancora la necessità di dimostrare che non ho torto, che non sono un allucinato paranoico, che non ce l’ho con nessuno, ma che mi voglio difendere.

FIGLIO DELL’IMPUTATO:- papà non incominciare a fare tu le arringhe. E soprattutto non giustificarti. Siamo sempre stati contrari tutti a questa tua iniziativa che ci sta costando tempo e denaro.

IMPUTATO:- questo è un guaio. RIVOLGENDOSI ALL’AVVOCATO: - mi scusi, avvocato, nulla di personale. Mi dispiace affermare queste cose terribili, ma in fondo è consapevole pure lei di come vanno le cose. Non voglio dire che il denaro serva ad ottenere giustizia e ad accomodare le tortuosità, ma sicuramente permette di essere sostenuti dalla migliore scienza.

IMPROVVISAMENTE ENTRA IL GIUDICE SEGUITO DAL PUBBLICO MINISTERO: - scusate il ritardo. Mi sono perso fra i corridoi alla ricerca di alcuni documenti. Ho fatto ritardare pure il Pubblico Ministero che ha voluto accompagnarmi. Bene! La cancelliera è pure qui; mi pare, dunque, che possiamo incominciare.

CANCELLIERA: - speriamo anche di finire subito. Almeno finire in orario.

GIUDICE SOTTOVOCE: - signora, la prego, non faccia commenti. Prenda il suo posto e facciamo il nostro dovere: siamo qui per garantire la Legge, a prescindere dalle sue esigenze e da quelle della sua famiglia. Poteva scegliere di fare la dattilografa: non avrebbe avuto problemi di tempo.

IL GIUDICE SI SIEDE SI GIRA VERSO IL CUSTODE E DICE:- custode mi raccomando l’ordine. Nessuno deve parlare: facciamo rispettare il luogo.

IL CUSTODE ACCENNA DI SI’ COL CAPO.

IL GIUDICE APRENDO IL FASCICOLO: - voglio ascoltare solamente l’imputato che non ha ancora chiarito bene la sua posizione. GUARDA VERSO LA PORTA ALLA FINE DELL’AULA: non vedo il carabiniere. Senza di lui non possiamo incominciare l’udienza.

CANCELLIERA RIVOLGENDOSI AL GIUDICE:- era qui. Sarà fuori e non l’avrà visto entrare. SI RIVOLGE AL CUSTODE:- lo chiami per favore!

IL CUSTODE ESCE FRETTOLOSAMENTE E RIENTRA SUBITO CON IL CARABINIERE CHE CERCA DI GIUSTIFICARSI:- mi scusi signor giudice, stavo fumando una sigaretta. 

GIUDICE CON TONO PATERNALISTICO: - bene, bene. Ma adesso non si muova da qui e mantenga l’ordine: nessuno deve disturbare.

CARABINIERE: farò del mio meglio sicuramente, ma come lei sa è difficile tenere sotto controllo chi cerca Giustizia, chi chiede alla Legge protezione.  Durante i processi tutte le certezze cadono e tutte le menti sono sconvolte dalle parole di giudici ed avvocati. Allora diventa veramente difficile tenere a freno l’ansia o la paura e a quel punto tutto si scompone e vengono fuori istinti bestiali.  

GIUDICE:- questa non è una gabbia di animali feroci! E non vedo perché la Giustizia dovrebbe fare tanta paura!

CARABINIERE SCANDENDO LENTAMENTE LE PAROLE:- è proprio così: la Giustizia fa paura! 

GIUDICE ARRABBIATO:- ma che dice? Ma proprio lei che indossa una divisa? La verità è che molto spesso si scambia la Giustizia per tornaconto personale. Se ci danno ragione allora diciamo che è stata fatta giustizia; se ci danno torto a vantaggio dei nostri nemici diciamo, invece, che ci è stato fatto un torto.

CARABINIERE:- signor giudice deve ammettere che con la parola Giustizia sono stati fatti torti e abusi, non dico volutamente, ma magari per superficialità per incompetenza o anche per presunzione. Mi rendo conto che si può sbagliare non per difetto delle Leggi, ma per mala interpretazione di esse. Anche il giudice è un uomo e chi l’ha detto che sia infallibile? Ci vorrebbe una… una macchina… uno di quei pupazzi senza cuore e sentimento, ma che sanno ragionare con un’intelligenza non umana. Sarebbero capaci di esaminare tutti i conflitti degli uomini? Analizzarli in tutte le sfumature? Qui ho molti dubbi: ogni processo può somigliare ad un altro ma non è mai uguale; ed anche le macchine purtroppo sono costruite e manovrate dall’uomo. 

GIUDICE ASSAI IRRITATO:- basta con le sue teorie. Incominciamo il processo: ho diverse cose da chiedere all’imputato.

MOGLIE DELL’IMPUTATO IRRUENTA: - ancora domande? Ma non si finisce mai? Cosa dobbiamo dire che finora non è stato detto?

IMPUTATO:- Scusi mia moglie signor giudice, ma è esasperata. E’ vero che dovrei esserlo io, ma lei si avvilisce di più perché indirettamente coinvolta nelle mie tensioni e nei miei pensieri. Mentre io ho un motivo per difendermi, lei si è incaricata di sostenermi. Insomma sta contribuendo a rendermi la situazione meno difficile.

MOGLIE DELL’IMPUTATO:- dillo, dillo al signor Giudice che non passa giorno senza pensare o discutere di questo processo. Non avrei mai pensato che il passatempo della nostra vecchiaIA sarebbe stato parlare e discutere di questa lunga causa. Ogni giorno carte, avvocati, ricerca della verità, ricerca delle testimonianze, pensieri, ricostruzioni, parole ed ancora parole. Signor giudice ci aiuti a venirne fuori !

IMPUTATO:- io so di essere innocente, ma non riesco a dimostrare la mia innocenza e ad eliminare l’accusa che incombe su di me, trasformandomi in uno squallido e lurido uomo. Signor giudice, non entro più nei negozi: anche coloro i quali non conoscono la mia storia sembrano accusarmi solo guardandomi.

GIUDICE:- siamo qui per questo per sconfiggere le chiacchiere e per fare emergere il vero. La sua innocenza, se verrà provata, le consentirà di ristabilire i buoni rapporti con il mondo e a riprendersi la sua dignità.

FIGLIO DELL’IMPUTATO:- non solo l’ha persa mio padre e mia madre la dignità, ma anch’io. Bisogna chiarire, bisogna che tutti sappiano che mio padre è innocente che è un uomo onesto e serio.

GIUDICE QUASI FRASTORNATO:- basta, basta, non voglio sentire altre chiacchiere. Non possiamo fare il processo in base alle vostre opinioni o alle vostre aspettative. Un reato è stato commesso di sicuro e ed è quindi necessario trovare il responsabile.

IMPUTATO:- signor giudice, è da dieci anni che mi promettono di cercare e trovare il colpevole vero, ma intanto ad averne il ruolo e la faccia sono io; più tento di liberarmi di questo peso più s’imbroglia la questione fino a credere io stesso di essere il colpevole e non le nascondo che a volte avrei voglia di farmi arrestare e finirla. Ah che sollievo sarebbe! Che piacere chiudere una questione che mi logora giorno dopo giorno e finalmente non pensarci più.

AVVOCATO:- siamo qui, infatti, per chiudere la questione, ma non possiamo accettare una condanna, anche se a lei farebbe comodo, dobbiamo uscirne puliti. Sicuramente lei avrà tante altre colpe ma proprio quella non ce l’ha.

PUBBLICO MINISTERO:-  è quello che l’imputato sta tentando di fare inutilmente. La Magistratura gli ha offerto tutte le possibilità per dimostrare la sua innocenza, ma abbiamo perso solo tempo. Signor giudice, quando ad ogni udienza si solleva un cavillo, un dettaglio, una sottigliezza non si fa altro che ingigantire l’evidenza del fatto. Se fossimo in grado di scandagliare ancora di più l’azione delittuosa potrei comprendere, ma soffermarsi sui sofismi, purtroppo sostenuti pure dalla difesa, significa fare scadere la Legge.

MOGLIE DELL’IMPUTATO GRIDANDO:- mio marito non è colpevole; non ha bisogno di essere difeso! Da voi deve difendersi; voi lo state distruggendo, anche se trova sempre la forza di andare avanti e di affrontarvi.

AVVOCATO:- signora si calmi. Siamo qui proprio per chiarire la questione. POI RIVOLGENDOSI AL GIUDICE: scusi signor giudice, ma è gente esasperata e non ce la fa più.

GIUDICE:- è in questi momenti che viene fuori la vera anima della persona: quando si perde l’autocontrollo e quando bisogna difendersi. Pur di dimostrare la propria innocenza si ricorre a qualunque sotterfugio e tutte le armi diventano buone.  Semmai, mi sorprende la calma dell’imputato e la sua costante ricerca di elementi per allontanare i dubbi sulla sua innocenza, nonostante sistematicamente il Pubblico Ministero li rigetti o li riduca ad elementi di scarsa importanza.

PUBBLICO MINISTERO:- come più volte ha potuto notare, signor Giudice, quelle che l’imputato chiama impropriamente prove non solo altro che impressioni individuali prive di ogni obiettività e di ogni concretezza.

Spesso una chiacchiera sentita chissà dove e chissà da chi viene presentata come la prova decisiva per liberare l’imputato delle sue responsabilità. E mi domando perché in questa vicenda, in fondo penosa, anche l’avvocato si lasci trascinare: noi lo conosciamo quale professionista serio e molto esperto. Ormai, secondo me, visto che inutilmente sono state battute tutte le piste, non resta altro che andare dietro alle fiabe, alle discussioni di cortile, ai sogni trasformati in realtà dall’imputato. E intanto si aspetta una decisione; si aspetta che un colpevole paghi per l’offesa che ha fatto al mondo alla società all’Uomo.

Chi avrebbe il coraggio di non punire un uomo che si è macchiato di una simile colpa? Non dobbiamo consentire che la nostra società fatta di ordine, di decoro morale e di forza rassicurante venga minata dall’abiettezza di un uomo così spregevole. Secoli di lotte e di sacrifici hanno foggiato la nostra società, non possiamo perdere le conquiste fatte da intere generazioni.

GIUDICE:- ma lei sta facendo una requisitoria prima ancora di sentire l’imputato e la testimone. Non possiamo anticipare i tempi, sebbene, mi pare, che un’idea su come andrà il processo lei se l’è fatta. RIVOLGENDOSI ALLA CANCELLIERA:- ma che fa non scrive? Lei è qui per fare questo!

CANCELLIERA: ho tutto in mente; tengo tutto in mente. E poi non mi hanno dato né penna né carta. D’altronde - INDICANDO IL FASCICOLO - è tutto scritto qui dentro. Questo è solo l’ultimo fascicolo; tutti gli altri stanno nell’armadio.

GIUDICE:- signora, sicuramente avrà un registratore per memoria, ma io non mi fido. Voglio che tutto vengo regolarmente scritto. Mai mi era capitato di avere una cancelliera che non registri. Chissà dove andremo a finire!

IMPUTATO:- a chi lo dice, signor Giudice! I tempi sono cambiati in peggio, ma non per tutti. C’è, infatti, chi in questo mondo scombussolato trova la sua comodità. Con la scusa che tutto va male, ci si adegua. E cosa si fa per cambiare in meglio? Nulla perché cercare il meglio significa fatica, significa lavorare, significa dare il proprio tempo; e allora lasciamo le cose così come stanno, tanto ormai si sa che peggio di così non si può e nessuno protesta e nessuno pretende da noi non un qualcosa di più ma neanche il minimo che spetta di diritto.

GIUDICE:- e proprio per questo ci conviene accelerare le procedure del suo processo. Ogni cambiamento, purtroppo, porta a rivedere la sua posizione e a rispondere a nuovi quesiti. Devo dire che la sua posizione non è chiara e che il rischio di una condanna c’è tutto. La carte parlano chiaro e il suo avvocato lo sa. In fondo, sinora quelle che lei chiama prove si sono rivelate essere solo sue idee, sue elaborazioni mentali che il tribunale non può accettare. Però, voglio ascoltarla ancora,  voglio capire.

IMPUTATO:- considerate le mie prove come elucubrazioni della mia mente, eppure io le ho vissute nella realtà con la stessa sofferenza di chi viene ferito a coltellate. Non sono pazzo; io stesso cerco di non appannare la mia lucidità, perché so che ne vale della mia dignità e del mio onore.

GIUDICE:- ma come si fa a recuperare dignità ed onore quando è lei stesso a scagionarsi? 

IMPUTATO:- io sono una macchina: non faccio altro che lavorare su me stesso e rivedo sempre non solo i miei concetti e i miei pensieri, ma anche le parole; io voglio essere chiarissimo. Lo capite? INCOMINCIA A GRIDARE:- lo capite o no? Io non confondo le idee. Siete voi che mi avete confuso. E’ da dieci anni che passo da un’aula di tribunale all’altra, che spiego a giudici e avvocati che io sono innocente. Ma quale reato ho fatto? Me lo spiegate? Ho ammazzato qualcuno?  Ho rubato? Ho offeso? Ma è nelle vostre carte che c’è tanta confusione; parole, parole su parole, ma quale reato? COMINCIA A STARE MALE, IL FIGLIO E LA MOGLIE SI AVVICINANO PER CALMARLO.

FIGLIO DELL’IMPUTATO:- papà stai calmo, ti prego. Vuoi che rimandino nuovamente la causa? Vieni, prendi un profondo respiro.

FIGLIO DELL’IMPUTATO SI RIVOLGE AL GIUDICE:- si riprende subito, signor giudice. Il tempo di calmarsi; fa così quando è nervoso. LO ACCOMPAGNA DALL’AVVOCATO.

MOGLIE DELL’IMPUTATO PREOCCUPATA:- o se finisse oggi stesso questa brutta storia! Come è possibile che ci siamo imbattuti in questa trappola e che non riusciamo più a trovare la via d’uscita? SI RIVOLGE ALL’AVVOCATO E AL GIUDICE:- non è possibile caricarsi sulle spalle un fardello non proprio e perdere la propria figura di probo cittadino. Mio marito è innocente e il tribunale dovrebbe essere in grado di dimostrarlo e di ridargli l’integrità che esso stesso gli ha tolto. Nessuna macchia deve intaccare quella stima che egli ha costruito un po’ alla volta con la sua discrezione, la sua serietà, la sua onestà e la sua totale disponibilità. Adesso quando andiamo a passeggio lo salutano tutti con riverenza, ma dagli sguardi che vogliono apparire sinceri, trapela la percezione di un giudizio. Vorrebbero gridare che è stato un falso e un impostore e che sotto le sue parole di buonsenso e le sue azioni di gentiluomo si nascondeva la convenienza personale.

Sarebbe facile accettare tutto questo; ci metteremmo sopra una pietra e non ci penseremmo più. Ma come si può condannare un uomo onesto, un uomo che ha fatto della rettitudine la sua bandiera e non per educazione o moralismo, ma per rispetto dei cittadini? Prima o dopo tutti dimenticheranno e ad altro dedicheranno il tempo e le chiacchiere. Ma non possiamo permettere che un uomo rinunci alla sua idea di giustizia per comodità! Sarebbe disumano, sarebbe più doloroso di una condanna.

IL FIGLIO DELLIMPUTATO SI AVVICINA ALLA MADRE E L’ABBRACCIA PER CONSOLARLA. LEI SI ALLONTANA E SI DIRIGE VERSO IL MARITO CHE INTANTO SI E’ RIPRESO.   

FIGLIO DELL’MPUTATO:- quanta disperazione! Quante energie profuse e nello stesso tempo sprecate. SI RIVOLGE AL GIUDICE E AL PUBBLICO MINISTERO:- il tribunale non è qui: è a casa nostra, dove si parla sempre di sentenze e di condanne. Ormai queste sono le nostre discussioni; anzi il nostro mangiare. Non si fa altro che cercare carte, rileggerle anche se si conoscono benissimo. Sono diventate la nostra quotidianità.

PUBBLICO MINISTERO CON VOCE AUTOREVOLE:- di questo passo e con queste considerazioni non arriveremo alla chiusura definitiva del processo. Qui stiamo perdendo di vista il processo che non può essere viziato dai vari inutili interventi. Un’accusa ben precisa, supportata da relazioni e rapporti di autorità istituzionali, non può essere invalidata dai “sentito direâ€￾, dalle impressioni, dalle vacillanti verità di cui quest’accusa ha più volte rilevato la doppiezza e la dubbiosità. E’ stato commesso un reato che dev’essere perseguito secondo il Codice, secondo quelle norme che stabiliscono i civili rapporti fra i cittadini.

Se c’è stato un reato è chiaro che c’è stato pure un responsabile! Al responsabile la più ampia difesa ma secondo norme e regole stabilite dalla giurisprudenza. Qui mi pare che stiamo divagando!

AVVOCATO PRONTAMENTE E CON GRANDE SLANCIO: signor Pubblico Ministero, il reato di cui è accusato il mio assistito è stato costruito su idee, su deduzioni e su intuito delle autorità preposte, perché ora non dovrebbe difendersi con le stesse armi? C’è una contraddizione che rimarca la giustezza di questo processo.

GIUDICE ALZANDO LA VOCE:- cancelliera scriva, scriva! Non vorrei che fosse perduto questo “brillanteâ€￾ intervento dell’avvocato che presume che qui si stia facendo un processo inquisitorio, dove l’imputato è perseguitato dalle distorte convinzioni  delle autorità.

CANCELLIERA:- da dove scrivo? Mi sono persa qualche parola. Ma non importa riuscirò a recuperare: tutto è fissato nella memoria. Ma devo dire che in tanti anni di lavoro non mi era mai capitata una causa così strana e diversa dalle solite. Non ho capito ancora di che cosa sia accusato quest’uomo e non ho capito se sia colpevole; eppure io ho dimestichezza dopo tanti anni di lavoro. Guardo gli imputati in faccia e subito li riconosco: innocente, colpevole, falso innocente, falso colpevole.

GIUDICE IMBARAZZATISSIMO: lasci perdere il suo intuito infallibile, signora! Piuttosto scriva o sono costretto a scrivere io.

CANCELLIERA CON MOLTA CALMA:- scrivo, scrivo. Riporto tutto sulla carta. Ma non sempre riesco a tenere a freno la penna, che se impazzisce non scrive più quello che voglio io o che vuole lei, signor Giudice. Va a rotta di collo e non la si può fermare più. Scrive senza contegno e senza limite. Le è mai capitato signor Giudice di leggere un foglio e di rileggerlo e di domandarsi perché è stato scritto? E non fa altro che sollevarle dubbi? Quello è un foglio scritto da una penna impazzita che ci lascia intendere di sapere e di conoscere, ma alla fine non sa nulla ed è solo uno strumento di piacere in mano a chi della penna abilmente ha fatto un’arma.

Una penna pazza può salvarci o può condannarci.

GIUDICE CON GESTO DI STIZZA E IRONICAMENTE:- scriva senza fare impazzire la penna. Finora nessuna penna è impazzita.

CANCELLIERA:- il guaio, signor Giudice, è che non ce ne accorgiamo. Non se ne accorge nemmeno chi tiene la penna in mano e scrive. E’ come essere trascinati: un concetto dopo l’altro tirati da una forza misteriosa e non per dare bellezza al testo o per l’efficacia della lettura, ma solo per la necessità di scrivere. Ma mi guarderei bene di dire che ci sia intento cattivo o predisposizione al male. No! No! E’ solo un bisogno interiore che travalica le attese del destinatario dello scritto o di colui la cui sorte dipende sempre dallo stesso scritto. La sentenza di un giudice non è altro che un colloquio serrato fra le scienze giuridiche ed una penna impazzita.

GIUDICE CON CHIARO ATTEGGIAMENTO INTOLLERANTE:-basta! Abbiamo ascoltato abbastanza. Andiamo alla nostra causa: una bella matassa da sbrogliare. Ma siamo sicuri che la vogliamo sbrogliare? Io lo devo. Ma il mio dovere mi chiama al rispetto di tutti, ma spesso si ha solo voglia di parlare; parole che non servono a chiarire la situazione e neanche a complicarla, giusto una perdita di tempo o, nel migliore dei casi, lo sfogo della propria incapacità o della propria impotenza.

AVVOCATO: signor giudice, forse è il caso di sentire la nostra testimone.

GIUDICE SI RIVOLGE ALL’AVVOCATO:- avvocato, spero che almeno la testimone che abbia da dire fatti concreti e che possa dare un contributo per chiudere questo processo.

L’AVVOCATO SI GIRA VERSO LA TESTIMONE CHE CERCA DI NASCONDERSI DIETRO LE SPALLE DELLA MOGLIE DELL’IMPUTATO. QUESTA CON MOLTO GARBO L’ABBRACCIA E L’ACCOMPAGNA DAVANTI AL GIUDICE. LA TESTIMONE E’ MOLTO TESA; HA LE MANI CHIUSE A PUGNO E LE BRACCIA CHIUSE SUL PETTO.

GIUDICE:- si calmi signora. Non siamo qui per farle del male: deve dire solamente quello che sa.

TESTIMONE AGITATISSIMA:- Io non so niente; non ho visto niente! Perché sono stata trascinata in questo posto? Non ho niente da dire. Che si vuole da me? Io sono un’onesta cittadina: non sono mai entrata in un’aula di tribunale. Vi prego fatemi andare a casa.

GIUDICE CON MOLTA COMPRENSIONE: certo che ci va a casa. Appena finiamo l’esame. Anzi non ci faccia perdere tempo così va via presto.

Ci dica allora cosa sa, l’ascoltiamo con molta attenzione. RIVOLGENDOSI ALLA CANCELLIERA SOTTOVOCE:- scriva! Non deve perdere nessuna parola.

TESTIMONE MOLTO A DISAGIO ED IMPAURITA:- che dovrei dire? Mi hanno portata qui perché qualcuno m’avrebbe fatto delle domande. Ma io non so. Posso parlare di me, della mia famiglia e di quello che faccio. Ma se si pretende da me di dire qualcosa su quell’uomo (INDICA L’IMPUTATO) come faccio a sapere? Io vivo nel mio e lui nel suo.

PUBBLICO MINISTERO:- non tema, signora.  Lei abita vicinissima all’imputato; anzi abita accanto, quindi è impossibile che non abbia sentito o visto nulla. Lei è chiamata a rispondere come con onestà: non deve nascondere nulla. Sottrarsi a questo suo dovere sarebbe un danno per la nostra società e per questo processo che deve provvedere a dare all’imputato la giusta condanna.

AVVOCATO:- signor Giudice, non si può parlare di condanna quando ancora il Tribunale non ha esperito il processo e non ha stabilito la posizione del mio assistito.

GIUDICE:- in effetti ancora non sappiamo quale sia il fatto per cui l’imputato si trovi in questo tribunale e neanche sappiamo per quale reato lo stiamo processando. Sappiamo solamente che è venuto meno alle convenzioni sociali e che ha infangato la nostra società fatta di prescrizioni a cui ognuno si deve adattare per la sicurezza di tutti. Non possiamo permettere che certe cose accadano e che danneggino quanto stabilito dalla storia e dalle tradizioni.

AVVOCATO:- signor giudice, anche lei sta condannando l’imputato senza aver mai esaminato le sue vicende e le carte che dovrebbero rappresentare la verità.

GIUDICE PIUTTOSTO RISENTITO: - ascoltiamo la testimone, sperando che quello che ha da dire sia illuminante per questo processo che on riesce a trovare fine. RIVOLGENDOSI ALLA TESTIMONE:- parli pure e cerchi di essere precisa.

TESTIMONE QUASI SINGHIOZZANDO:- non ho dimestichezza con la Giustizia e per evitare situazioni legali ho sempre preferito cedere anche se avevo ragione a scapito magari di vantaggi. Qui, invece, sono stata costretta a venire e testimoniare senza guadagnarci nulla.

GIUDICE:- la Giustizia non si mercanteggia e testimoniare è solo un dovere.

TESTIMONE:- sono sicura che tutto quello che so non c’entra coll’imputato né con la moglie. Come faccio a sapere se ha colpe se non riesco a distinguere per me il bene dal male. A volte si presentano camuffati e accarezzi il male come se fosse il bene e, viceversa, rifiuti il bene come se fosse il più orrendo dei mali. L’esperienza mi dice che per avere certezza bisogna aspettare. Quante delusioni!  A volte il male ci viene da persone care dalle quali non te l’aspetteresti mai. E la cosa strana che ci viene fatto non per ottenere qualcosa, ma solo per il piacere di farlo. Nella sua banalità il Bene dà un piacere piatto, mentre il male ti dà un piacere intenso. Ti strazia e ti logora ma quando finalmente si realizza sei felice.

Ed io che dalla vita ho ricevuto Male e Bene da chi non me l’aspettavo e da chi prima o dopo me l’avrebbe reso, io dovrei dire della colpa dell’imputato? E farlo condannare attraverso le mie parole? E magari le mie colpe sono più grandi della sua. Forse volete una qualunque testimonianza che salvaguardi la vostra moralità. Una testimonianza su cui con belle parole e complicati ragionamenti potete esprimere il vostro giudizio e salvare le regole per le quali vi battete.

GIUDICE SERENAMENTE:- il giudizio del tribunale è sempre frutto di riflessioni, di analisi delle testimonianze e delle prove. Non si cerca una testimonianza a tutti i costi per condannare un imputato. Anche il Tribunale ha coscienza e responsabilità. Deve vigilare sulla società e deve punire chi tenta di scardinare questa società faticosamente organizzata dagli uomini. Ma lei ancora non ci ha reso alcun elemento utile. Lei non è rispettosa di un uomo che accusato sta tentando di difendersi. 

TESTIMONE RAPIDAMENTE E NON PIU’ TIMOROSA:- signor Giudice, non posso sostituirmi al Tribunale; non poso condannare un uomo con le mie parole; non posso essere lo strumento di comodo del tribunale. Lasciatemi andare!

GIUDICE IRATO:- ma lei sta offendendo il Tribunale! Lei forse non ha idea della Giustizia e del suo funzionamento. Ma la Giustizia serve agli uomini per vivere: senza significa non essere uomini.

AVVOCATO ALTRETTANTO IRATO:- probabilmente, signora, lei non sa come funziona la Giustizia, però avrà coscienza. Lei era qui per discolpare l’imputato, Lei aveva detto che sapeva molte cose che potevano ristabilire l’onore dell’imputato. Che cosa è cambiato nel frattempo da quando l’ho sentita nel mio studio ad oggi?

TESTIMONE CI PENSA E RIFLETTE A TESTA BASSA, POI ALZA GLI OCCHI VERSO IL GIUDICE E DICE:- mi fate paura, non potete darmi questo fardello. Fino a pochi momenti fa ero sicura di me e di quello che avrei detto. Ma ora mi rendo conto che non ho l’abilità di farlo; adesso vedo tutto confuso. E se quello che so fosse frutto solo della mia mente e non della realtà?

GIUDICE:- purtroppo così facendo lei è renitente e la Legge non lo permette.

TESTIMONE:- lo so, signor giudice: la Legge del Tribunale e della scienza non coincide con la mia che è più grossolana, più terra terra, ma nasce direttamente dalla mia coscienza.

AVVOCATO:- non parli di coscienza. Non mi pare che lei abbia dimostrato di averne.

 

IMPUTATO TRATTENUTO DALLA MOGLIE, GRIDA:- ma è pazza! Costringetela a dire la verità. Mi ha sempre sostenuto dicendo che ero innocente e che il Tribunale si era sbagliato.

MOGLIE DELL’IMPUTATO:- ha il coraggio di dire che ha coscienza! Ma col suo silenzio condanna mio marito ad una pena più pesante di quella inflitta dal Tribunale. SI AVVICINA ALLA TESTIMONE  E LE SI RIVOLGE ACCORATA:- la tua testimonianza può togliere per sempre quella macchia che non ha più dato pace alla mia famiglia. Ti rendi conto che il suo è stato un processo basato solo su errori e fraintendimenti ? Tu puoi rendere a mio marito la giustizia che merita.

GIUDICE CHIEDE SILENZIO:- custode ordine! Carabiniere ordine!

IL VECCHIO CUSTODE SONNACCHIOSO SI ALZA E S’AVVICINA AL PUBBLICO ED INVITA TUTTI AD ANDARE INDIETRO E A STARE ZITTI. ALTRETTANTO FA IL CARABINIERE. CUSTODE:- signor giudice solo gli animali possono essere tenuti a freno. Questi vorrebbero una loro giustizia. Non cercano la verità, non cercano la vera Giustizia. Se fossero al suo posto già avrebbero assolto il loro imputato e l’avrebbero glorificato, magari davanti al povero uomo che ha subito il danneggiamento. Le urla e l’intolleranza all’ordine non sono altro che patetiche manifestazione. Ma come qui si scordano delle offese subite da un povero cittadino, appena arrivano a casa si scordano delle pene del condannato.

GIUDICE:- fa il filosofo? 

CUSTODE:- no! No! Signor giudice no! E’ l’esperienza. Ne ho visto tanti di processi che potrei dirle come va a finire pure questo.

LA MOGLIE DELL’IMPUTATO SCOPPIA IN LACRIME. IL FIGLIO LA CONSOLA:- tranquilla! Troveremo un altro modo per schiacciare questa infamante accusa: dobbiamo mettere il filo ingarbugliato nelle mani giuste. SCUOTENDO LA TESTA:- abbiamo sbagliato tutto anche questa volta.

IMPUTATO:- io non posso portarmi quest’accusa fino alla morte; anzi oltre la morte. Non posso aspettare. Chiuso nella mia tomba resterò per sempre calunniato. E prima che mi seppelliscano il Tribunale ha il dovere di ridare la mia integrità morale.

GIUDICE MOLTO LENTAMENTE:- il guaio è che la verità la conosce solo lei. E non è facile convincere gli altri e soprattutto i rappresentanti della Legge.

MOGLIE DELL’IMPUTATO: ma mio marito è innocente! Ha sempre detto la verità. Siete voi che non gli credete.

GIUDICE: vorrei tanto credergli: le sole parole, però, non bastano. Chiunque potrebbe venire qui a raccontare il contrario di quello che ci ha detto suo marito o di quello che sta sostenendo il vostro avvocato. Le parole affascinano, riescono a prendere i nostri sensi e ci ingannano: il giudice lotta con la sua logica e con la sua scienza contro gli inganni delle parole e a volte della mente. A volte basta un lampo una modesta riflessione per fare svanire solidi convincimenti e sicurezze.

FIGLIO DELL’IMPUTATO DISPERATO:- signor giudice, mio padre dice la verità; è un uomo onesto. Può chiedere a tutti quelli che lo conoscono: sentirà la stima e il rispetto che gli portano.

GIUDICE:- se dovessi ricordare tutti i nomi degli assassini e dei delinquenti destinatari di stima e rispetto dagli uomini che li circondano o che li conoscono, potrei riempire lunghi ed innumerevoli elenchi.

PARTE II

CUSTODE:- signor giudice, il processo non è finito e a questo punto penso che andrà ancora per le lunghe. Io vado.

GIUDICE:- ma come va? Non si rende conto che lascia l’aula senza custodia? E se avessi bisogno di un fascicolo? Di un foglio? Che faccio rimando la causa perché non c’è il custode?

CUSTODE:- non mi faccia sentire importante, signor giudice. Si son fatti processi anche con assenze di persone indispensabili. Cosa vuole che sia la mancanza di un foglio o di un fascicolo! Nessuno soffrirà se vado via. Forse Lei non sa: meno sto in queste aule meglio mi sento.

GIUDICE:- il giudice ha ben altro a cui pensare! Cosa vuole che gli importi del custode e di quello che fa?

CUSTODE:- lo so non importa a nessuno, e mi sono accorto di essere esistente solo quando c’è da chiudere o aprire la porta; quando bisogna accendere la luce o quando, per farsi prendere in considerazione dal pubblico, il giudice stesso reclama il silenzio.

GIUDICE IRONICAMENTE:-  ma lei avrebbe voluto istruire il processo? Stabilire le pene dei colpevoli? Nella vita ciascuno ha un ruolo: c’è chi se lo sceglie c’è chi lo ha per attribuzione. Tutti, però, siamo liberi di accettarlo o no. E se per lei questo lavoro è stato noioso per quarant’anni perché non ha smesso prima?

CUSTODE:- ho aspettato perché qualcuno finalmente si accorgesse di me. Questa è la sua colpa, signor giudice, una colpa che non può espiare e per la quale non esiste condanna.

MENTRE IL CUSTODE S’AVVIA, IL GIUDICE BALBETTANDO E CON TONO SOSTENUTO DICE: ma come si permette? Io sono un giudice del tribunale e non posso essere offeso in questo modo. E’ una situazione intollerabile! come si fa a tollerare una cosa del genere? Bisogna prendere immediati provvedimenti.

SILENZIO. POI, DOPO AVER BEVUTO UN POCO D’ACQUA, IL GIUDICE RIPRENDE LA CAUSA:- abbiamo parlato di tanto altro, ma non sono riuscito a sentire le ragioni dell’imputato. E’ opportuno che io lo ascolti.

L’IMPUTATO SI FA AVANTI ACCOMPAGNATO DALLA MOGLIE:- è da stamattina che tento di fare capire che io sono innocente e che se mi trovo qui è per un errore o per un equivoco. Io sono disponibile a rispondere a tutte le domande e a dare tutte le prove della mia innocenza.

MOGLIE DELL’IMPUTATO: approfittano di noi perché siamo vecchi e perché per difenderci abbiamo bisogno dalla carta da bollo e dell’avvocato. Ma faremo di tutto per evitare la condanna.

GIUDICE PERPLESSO ALLA MOGLIE DELL’IMPUTATO:- ancora non è stato stabilito se l’imputato è colpevole. Quindi stia tranquilla.

MOGLIE DELL’IMPUTATO:- quando è l’imputato che deve dimostrare la propria innocenza e non il tribunale provare la sua colpevolezza è una lunga condanna prima della condanna.

GIUDICE MOLTO IRATO:- io voglio conoscere solo i fatti. Non mi interessano le sue riflessioni.

IMPUTATO:- lo so che non vi interessa nulla. Ma io sto scontando una pena eccessivamente grave per le mie spalle, prima ancora di quella che mi darà il tribunale. Lei vuole i fatti. Ma come si fa a ragionare su fatti che non esistono? Come si fa a non fidarsi di un cittadino che ha sempre fatto il suo dovere?

GIUDICE:- fidarsi? Ma la Legge non ha bisogno di fede, necessita di prove. Quindi mi dica cosa esiste a sua discolpa!

IMPUTATO:- lei vorrebbe, signor giudice, che io dicesse nomi di nuovi testimoni. Forse lo potrei fare. Potrei convincere qualcuno a dire una verità fittizia a mio vantaggio. Ma sarebbe onesto? Perché credere ad un testimone falso e non ad un imputato sincero?

MOGLIE DELL’IMPUTATO:- questa è la vostra Legge! Non credere ma condannare.

IMPUTATO:- la Legge mi perseguita. Lei signor Giudic, cosa ha fatto per liberarmi da questa imputazione che brucia come e forse più del fuoco? Voi condannate! Ma oltre le regole i codici e la Legge esiste pure l’uomo.

GIUDICE:- non è questo il luogo giusto per chiedere clemenza!

IMPUTATO:- Ma non cerco clemenza. La clemenza non mi darebbe l’integrità del mio onore. Io voglio il mio onore e lo voglio da voi che l’avete infangato con le vostre accuse.

GIUDICE:- purtroppo, fin quando le cose resteranno così il tribunale non può renderle l’onore.

MOGLIE DELL’IMPUTATO VERSO IL GIUDICE:- ma è lei che assumendo l’autorità del tribunale che condannerà mio marito; la sua sarà una grave colpa che si aggiungerà chissà a quante altre; alcune magari commesse involontariamente. Ma lei si rende conto che sta giudicando un altro uomo? Si rende conto che la sua parola prevale su quella di altri?

GIUDICE:- anche il giudice è un uomo e come tale può sbagliare, la Legge, però, garantisce l’imputato. Non esistono pregiudizi e soprattutto nulla viene dato per scontato e per definitivo.

IMPUTATO:- nessun giudizio potrà ridarmi la chiarezza del mio onore, anche se lo dichiarassero cento tribunali.

GIUDICE URLANDO: - non è vero: la sentenza del giudice non ha solo il compito di condannare ma anche quello di ridare agli imputati innocenti la dignità momentaneamente perduta.  

MOGLIE DELL’IMPUTATO:-  e proprio per questo che ha la maggiore colpa. Ha approfittato del suo ruolo ed è da dieci anni che non arriva alla sentenza.

GIUDICE URLANDO PIU’ DI PRIMA:- questa donna è pazza! Portatela fuori! E’ pazza! Portatela fuori. SI RIVOLGE CON LO STESSO TONO DI VOCE AL PUBBLICO MINISTERO:- Pubblico Ministero, intervenga. Qui si infanga la Legge, si offende il tribunale. SI RIVOLGE PURE ALL’AVVOCATO:- avvocato, richiami all’ordine il suo cliente, altrimenti sarò costretto a rimandare ancora una volta la causa. La signora è una pazza!

IMPUTATO:- non dica più questa parola. Mia moglie non è pazza. Vuole solo salvarmi: il mio onore gli sta a cuore.

IL FIGLIO DELL’IMPUTATO S’AVVICINA AI GENITORI E LI PORTA VIA LENTAMENTE.

AVVOCATO INTERVIENE:- signor giudice, il fango che cade sulla Legge è lo stesso che ha sporcato l’onore del mio cliente. Come può difendersi il nostro imputato da un’accusa infamante che lo esclude dal contesto sociale se a sua disposizione ha solo elementi astratti che nessun giudice prende in considerazione?

GIUDICE:- la verità, invece, ha le sue regole e bisogna rispettarle: non può avere due facce.

AVVOCATO:-  la mia è una battaglia persa in partenza. Come si può vincere una causa quando anche la testimone portata dall’imputato si defila e quando non si hanno i mezzi per convincerla a dire quello che sa? E come si fa a contrastare un Pubblico Ministero che ha deciso la condanna e che sicuramente non cambierà idea? Ma neanche lei cambierà idea; ormai il destino del povero imputato è stato deciso ed ogni mia parola è inutile. Non è conveniente, secondo la vostra etica professionale cambiare idea, neanche se vi portassi il vero reo confesso. Il vostro giudizio deve mantenersi infallibile.

GIUDICE:- il giudice giudica dopo aver esaminato tutto quello che riguarda l’imputato e certamente non senza dubbi. Il suo deve essere un giudizio fermo, espresso su basi solide. Quale serietà avrebbe la Giustizia se non riuscisse a garantire giudizi sicuri? Il giudizio, signor avvocato, non è un’idea che nasce da un’impressione, da una sensazione o dalla convinzione di un momento: esso è il frutto della consapevolezza e del rigore che solo la morale può plasmare. Il giudizio è valido sempre: di giorno e di notte; d’inverno e d’estate e tutte le volte che si esamina il relativo processo.  

AVVOCATO:- così leggiamo nei testi dei grandi giuristi; così ci insegnano sui banchi delle Università, ma poi ci si attiene ad un metodo elaborato su esperienze personali che spesso disattende le aspettative dei ricorrenti e degli imputati.

GIUDICE SECCATO:- ma basta con queste elucubrazioni! Basta con i ragionamenti che esulano dal nostro contesto. Ho la sensazione che mi vogliate distogliere dalla questione per cui siamo qui. Formalmente non abbiamo ancora concluso il processo e già discutiamo sul giudizio che darò. Non vi rendete conto che i vostri sono preconcetti e presunzioni?

AVVOCATO CON TONI DECISI:- non parli di preconcetti, signor giudice. Lei non se ne rende conto, ma in questo processo lei li ha usati abbondantemente. E’ andato avanti adeguandosi ad uno schema frutto della sua mente e con questo condanna o assolve. Ne ha il potere e lo usa secondo la sua discrezione. Lei guarda negli occhi gli imputati e ne scorge il disagio l’inadeguatezza e li scambia per colpe, ma signor giudice quella che lei vede è paura: chi seduto su quello scranno non ne avrebbe mentre intorno c’è chi cerca un colpevole?

GIUDICE SEMPRE PIU’ IRATO:- ma che sta dicendo? Cosa vuole insinuare? Che il giudice esercita una Giustizia personale? Lei è pazzo e le sue pazzie non vanno prese in considerazione.  

AVVOCATO AGITATO E FURIBONDO:- non sono pazzo! Chi ha detto che sono pazzo? Quando non ci piace il pensiero degli altri o quando non ci piace il giudizio degli altri su di noi diciamo che sono pazzi. Pazzi perché? E per non essere pazzi dovremmo mentire? Dire le cose che piacciono a voi? Non posso mentire a me stesso. SI CALMA E CONTINUA:- giudice, non dico che la difesa di un imputato significhi credere alla sua innocenza, ma a volte, le parole pagate e comprate dallo stesso imputato sono sincere. In questo caso lei le ha rigettate tutte, ma forse non tutte erano da buttare via e mi auguro che qualcuna le sia rimasta in mente ossessivamente.

L’AVVOCATO SI ALLONTANA LENTAMENTE.

GIUDICE CON CALMA E CON TONI MOLTO ACCOMODANTI:- dovreste giudicare voi. FA SEGNO VERSO TUTTI I CONVENUTI:- tutti buoni a criticare, tutti pronti a fornire consigli e a stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, senza alcuna indulgenza. Ma vorrei vedervi al mio posto. E’ chiaro che il giudizio di un giudice non possa accontentare tutti: esso è destinato a due parti che si contrastano ed una delle due deve soccombere ed ovviamente per questa parte il giudice è iniquo. Come se dare una sentenza fosse una semplice combinazione di parole. Anch’io ho una coscienza e so benissimo quanto pesi una mia parola per la vita di un imputato. Ogni parola deve garantire l’offeso e l’offenditore. L’equità non s’impara su nessun libro e perciò ti rendi conto della tua responsabilità e dell’eventuale errore in cui potresti cadere.

IMPUTATO:- fra un po’, signor giudice, sarà fatta giustizia: mi aspetto una condanna. E mi sembra, a me che sono privo di conoscenze giuridiche, che non ho alternative. Se prima il mio onore era macchiato dal sospetto e poteva contare sulla benevolenza o l’indulgenza di qualcuno che non si allineava al coro dei colpevolisti, ora tutti liberamente potranno dire quel che vogliono su quest’uomo che porta inutilmente la propria innocenza.  

SI AVVICINA ALL’IMPUTATO LA MOGLIE CHE CON TONO CONSOLATORIO DICE:- non sempre l’onestà porta i suoi vantaggi. Devi accontentarti della devozione della tua famiglia; ma prima o dopo ci sarà chi ti riabiliterà.

IMPUTATO DIMESSAMENTE:- non è così, purtroppo, lo sappiamo tutti e facciamo finta che io abbia altre possibilità. No non sono sicuro di arrivare ad una definizione che mi dia il mio onore e la brillantezza della mia onestà.

Signor giudice, ma lei si rende conto che il tribunale farà di un uomo una bestia? A lei hanno dato la facoltà di giudicare un uomo. Adesso ci dice quanto sia difficile farlo, ma in quest’aula sono entrato da imputato e ne uscirò da condannato. MAN MANO CHE PARLA DIVENTA PIU’ NERVOSO E LA SUA VOCE DIVENTA SEMPRE PIU’ ALTA :-  non può liberarsi così facilmente di una situazione che cambierà la mia vita: io dovrei andare in giro fra la gente e sentire i loro sguardi insolenti; su di me! Su di me che ho difeso come un soldato la mia onestà. Vorrei essere il suo specchio, ma non quello dove si specchia tutte le mattine e che basta abbassare gli occhi per evitare lo sguardo indagatore, vorrei essere lo specchio della sua anima per mettere a nudo le sue violazioni, coperte dall’apparenza della sua rettitudine.

GIUDICE AGITATO E FREMENTE:- ma lei che inventa? Si difende accusando me di misfatti? E’ grave! E’ molto grave! Quando ci si vede scoperti e ci si sente perduti allora si deduce, quasi per volersi giustificare, che tutti siano colpevoli.

IMPUTATO:- io avrei cento colpe da scontare, ma proprio quella di cui lei mi accusa non ce l’ho. E allora un uomo che sa di essere innocente, che cosa deve fare per dimostrare la sua innocenza o per recuperare la propria dignità? Forse suicidarsi? No, non voglio. Né voglio liquidare la questione affermando che il problema è suo e che questo errore peserà prima o dopo sulla sua coscienza.

GIUDICE:- la Legge non è infallibile, e il suo avvocato sa come fare per andare avanti.

PUBBLICO MINISTERO URLANDO:- signor giudice, lei sta affermando una sua opinione che nessuno qui può condividere. Se lei riconosce che un imputato è colpevole è perché ha commesso un reato. Tutti abbiamo sentito che lei ha detto che la Legge non è infallibile: allora mi spieghi perché essa è così scrupolosamente esercitata da gente competente per scienza? Perché ci affanniamo a cercare prove e testimonianze? Fosse come dice lei, tutto sarebbe facile.

Ma io intervengo non tanto per la sua opinione, quanto perché la sua mentalità è direttamente contraria alla mia.

GIUDICE PERPLESSO:- anche lei contro di me?

PUBBLICO MINISTERO:- non per forza dobbiamo condividere gli stessi pensieri solo perché entrambi condanneremo lo stesso imputato. Lei ne ha fatto un problema etico e morale. Basandosi su questi strumenti arriverà alla condanna, ma non è sufficiente. La sua conclusione deve essere ferma e decisa e non può essere affidata al traballante suo sistema emotivo.

GIUDICE:- ma come si permette di dire che il mio sistema emotivo è traballante? Lei non solo pensa di avere in tasca la soluzione e la verità, ma addirittura pensa di conoscere le mie emozioni.

PUBBLICO MINISTERO:- signor giudice, lei non arriva alla decisione di un processo per conoscenza dei fatti e per convincimento, ma attraverso dettature sentimentali che vanno e vengono secondo la sua sensibilità del momento.

GIUDICE:- lei sta dicendo cose che pensa solo lei e che stanno offendendo il giudice. Non solo mi manca di rispetto ma mi descrive inadeguato al mio compito.

PUBBLICO MINISTERO:- è venuta meno la forza della ragione; lei non mi ha persuaso, sebbene anch’io voglia la condanna dell’imputato. Non si può accettare una condanna che nasce solo dalle sue convinzioni morali.

GIUDICE SECCATISSIMO:- l’ha già detto questo! Però posso dire che mi sento sicuro di fare il mio dovere in perfetta coscienza.

PUBBLICO MINISTERO:- il problema non è la giustezza della condanna.

GIUDICE:- forse lei si aspetta una risposta che possa eludere il mio coinvolgimento morale nella questione: sarebbe solo una finzione. Anche lei vuole la condanna dell’imputato, forse che ci è arrivato per esame di fatti concreti? Forse qualcuno gli ha suggerito una prova che noi sconosciamo? La verità è un’altra: la sua morale ha una veste diversa della mia: lei l’ha trasformata in uno strumento meccanico ed automatico e per questo non avverte il dibattito interiore.

PUBBLICO MINISTERO:- non ci può essere errore, non possono esserci tentennamenti. Il giudice è responsabile della libertà di un uomo: non può essere giustificato in nessun modo. La sua deve essere una condanna che non può alimentare dubbi. Affermando che il suo giudizio poggia su riflessioni dibattute non esiste più la sicurezza.

La condanna e la conseguente pena non solo deve convincere l’offeso, ma deve convincere pure il condannato anche se quest’ultimo non dirà mai di essere soddisfatto. 

GIUDICE FURENTE:- è lei che sta mettendo in dubbio la giustezza della condanna; è lei che ha fatto del mio giudizio un pretesto per illustrarci la sua brillante preparazione che, comunque non è servita per capire lo stato emotivo del giudice. E’ vero che il giudice è un uomo e che si dibatte fra i suoi sentimenti, ma io escludo che la mia sentenza sia stata viziata da qualunque condizionamento.

PUBBLICO MINISTERO:- è colpevole lo stesso! Io non mi sarei fidato di una ragione che ascolta il sentimento. 

AVVOCATO CON TONI CHE ESPRIMONO MERAVIGLIA E PERPLESSITA’:- è tutta una discussione che non ha nulla a che vedere col mio cliente, che si è sempre proclamato innocente e la cui innocenza poteva essere dimostrata dalla testimone che si è sottratta al suo dovere e di cui pietosamente abbiamo ascoltato solamente dinieghi. Abbiamo un innocente che ha dovuto privarsi delle parole ma che diventa colpevole a causa delle parole altrui. A chi conviene una giustizia così? Fatta solo di parole, di opinioni, di offese astratte?

TESTIMONE GRIDANDO:- voi mi avete portato qui. Io non so nulla. Voglio andare a casa.

MOGLIE DEL CONDANNATO:- è pazza! Non l’avete capito che è pazza?

TESTIMONE AVVICINANDOSI AL BANCO DEL GIUDICE:- non sono pazza! Vogliono la verità da me. Ma quale verità? Signor giudice, sono stata costretta a venire qui con l’inganno.

MOGLIE DEL CONDANNATO:- bugiarda! Sapevi benissimo cosa saresti venuta a fare. Sei senza coscienza, perché farai condannare un innocente.

GIUDICE:- quello che lei sta dicendo è molto grave ed è perseguibile penalmente. Stia attenta!

TESTIMONE:- sono sicura di quello che dico. Ma com’è possibile che io debba essere trattata così? Volevano usarmi per fornire parole non mie. E lei, signor giudice, ha permesso che si accanissero su di me. Quello che hanno fatto è inumano: mi sono trovata in un aula del tribunale sotto gli sguardi malvagi di chi dice che sono pazza .

GIUDICE:- l’importante è che lei non abbia ripetute in quest’aula quelle parole.

TESTIMONE:- ma lei signor giudice, è colpevole quanto loro. Lei avrebbe dovuto fermare questa tremenda forzatura sulla mia persona.

GIUDICE MOLTO PERPLESSO:- io colpevole? Vedo che anche per lei la situazione si è capovolta: da giudice a giudicato.

PUBBLICO MINISTERO:- sì, signor giudice!| Lei è colpevole e merita una condanna esemplare.

GIUDICE SI GUARDA INTORNO ATTONITO:- io? Io merito una condanna esemplare? Per quale colpa? Per quale reato?

PUBBLICO MINISTERO:- lei vorrebbe condannare l’imputato. Non si è posto nessuno scrupolo ed ha seguito solamente le indicazioni della sua sensibilità ed ha trascurato, invece, i ragionamenti della sua mente.

GIUDICE AL PUBBLICO MINISTERO:- il mio giudizio ha tenuto conto anche della sua richiesta che certamente non era favorevole al proscioglimento.

PUBBLICO MINISTERO:- io sono obbligato a chiedere le condanne: è il mio mestiere. Così come quello dell’avvocato che chiede l’assoluzione del suo cliente pur sapendo che è colpevole.

AVVOCATO:- sono d’accordo col Pubblico Ministero. Lei è venuto meno ai doveri del suo ufficio, facendo ricadere il danno sulle spalle del povero imputato.

CANCELLIERA SI ALZA DALLO SCRANNO VA VERSO GLI ASTANTI E’ IN COLLERA:- Ma che cosa state dicendo? Avete sovvertito i termini della situazione per dimostrarci la vostra abilità? Questo è il tribunale e il signor giudice lo onora facendo egregiamente il suo dovere. ACCUSANDO COL DITO PUNTATO:- siete voi gli inadeguati al sistema.

Cosa dire di un avvocato che difende il suo imputato non per la sua innocenza, ma per l’onorario. E’ vero: fa il suo mestiere, ma non dovrebbe dimenticare che ad una ragione corrisponde un torto. E cosa dire del Pubblico Ministero? Quale oscura manovra lo mette contro il giudice?

PUBBLICO MINISTERO:- non è un’oscura manovra: è necessità di sgombrare dubbi su un giudizio carente.

CANCELLIERA:- lei accusa il giudice di ingerenza morale. Addirittura ha fatto allusioni ai suoi sentimenti religiosi. Ma è una colpa lasciarsi accompagnare da principi che sono alla base del comportamento umano?

PUBBLICO MINISTERO: - sì è una colpa ed anche grave. Ad una colpa corrisponde una condanna.

CANCELLIERA IRONICAMENTE:- sì ha ragione! Meglio giudicare con l’istinto primitivo; meglio cancellare secoli di studi e di evoluzione umana.

GIUDICE:- non so cosa stia succedendo: non riesco a difendermi e mi state confondendo.

PUBBLICO MINISTERO:- non cerchi inutili pretesti: deve essere  solamente condannato perché ritenuto colpevole.

GIUDICE:- ritenuto colpevole da chi? Da quale tribunale?

PUBBLICO MINISTERO:- la sua presunzione non sarebbe una colpa? La sua sicurezza infallibile non sarebbe da condannare?

AVVOCATO:- lei non deve nuocere più alla società: i cittadini hanno bisogno di giudici imparziali e corretti.

GIUDICE:- no! Non è così! Voi vorreste un tribunale che giudichi come una macchina programmata. Io sono un giudice onesto davanti agli uomini e davanti alla Legge.

PUBBLICO MINISTERO:- giudice scenda dallo scranno! Lei è stato condannato.

GIUDICE:- da chi sono stato condannato?

PUBBLICO MINISTERO FACENDO UN AMPIO GESTO CON LE BRACCIA E INDICATO I PRESENTI:- da questo stesso tribunale.

GIUDICE SCENDE DAL SUO SCRANNO E VA AL CENTRO DELL’AULA:- dov’è la sentenza che mi giudica colpevole? Voglio capirne le motivazioni. Voglio sapere dove ho sbagliato e come.

PUBBLICO MINISTERO DOPO QUALCHE MINUTO DI SILENZIO SI RIVOLGE AL GIUDICE:- a lei è demandato questo compito. E’ lei il giudice di questo tribunale.

AD UNO AD UNO ESCONO TUTTI E RESTA SOLAMENTE IL GIUDICE CHE SI SIEDE E COMINCIA A PENSARE A VOCE ALTA:-è possibile che per anni io abbia brancolato nel buio? A dare della Giustizia un aspetto personale? Potrebbe essere vero. Le convinzioni mi hanno accecato ed hanno annebbiato la lucidità che mi avrebbe dovuto guidare nei giudizi. Non ho dato quindi giustizia. Mi sono affidato alla mia intelligenza e alla mia sensibilità. Ma quale Giustizia è giusta?

GIUDICE, PRESO UN FOGLIO DI CARTA ED UNA PENNA, SCRIVE VELOCEMENTE. ENTRANO TUTTI I PERSONAGGI VESTITI CON CAMICIONI BIANCHI. FUMANO ACCANITAMENTE. PARLANO CONFUSAMENTE. IN MEZZO ALL’AULA IL GIUDICE INDOSSA LENTAMENTE UN CAMICIONE POI PRENDE IL FOGLIO DI CARTA E LEGGE: condanna! Il tribunale condanna il giudice.

TUTTI GLI ASTANTI RIDONO, GRIDANO E URLANO: è pazzo! È pazzo! Portatelo al manicomio.

 

  

FINE

 

 

 

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