La congiura

LA CONGIURA

Tragedia in tre atti

di GIORGIO PROSPERI

PERSONAGGI

LUCIO SERGIO CATILINA

I seguaci di Catilina:

LENTULO, CETEGO, CEPARIO, GABINIO,

FULVIO, QUINTO CURIO LUCIO CORNELIO

I consoli:

MARCO TULLIO CICERONE,

CAJO ANTONIO

I senatori:

CAJO CESARE, MARCO CRASSO,

MARCO CATONE, QUINTO CATULO,

MURENA, PISONE,

DECIMO SILANO, TIBERIO NERONE

I popolani:

PUBLIO, TITO, DECIO,

FURIO PUBLIO UMBRENO,

legale

MUZIO, ufficiale

I legionari:

CURZIO, LIGARIO

Una guardia, un messaggero;

Valerio e Sestilio,

due servi

SEMPRONIA,

patrizia

FULVIA,

giovane mantenuta

PRISCA, popolana

Senatori, popolani, soldati, allobrogi.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

PRIMO QUADRO

Una stanza nella casa di Quinto Curio. Nell'angolo in fondo, a sinistra di chi guarda, un letto basso. In fondo a destra, una porta; contro la parete in fondo una cassa di vestiario e di oggetti personali. Nell'arredamento spicca un mobile di pregio, residuo di tempi migliori. (All'alzarsi del sipario vediamo Quinto Curio - trent'anni, biondiccio, agitato e febbrile nei movimenti per nascondere l'interno affanno - che passeggia nervoso avanti e indietro, osserva una clessidra, la rovescia perch la sabbia ha cessato di scorrere da uno dei recipienti nell'altro. Poi, come per una decisione improvvisa, va a sedersi sul letto, prende uno stilo e una tavoletta che aveva deposto li e si mette a scrivere. Sembra fare dei conti. Getta con rabbia lo stilo, si alza, va verso la porta, chiama)

Quinto Curio - Sestilio! Valerio! Non c' nessuno in questa casa? Sestilio! (Si affaccia alla porta un ragazzetto sui quindici anni, un giovane schiavo assonnato e male in arnese) Sestilio non ancora tornato?

Valerio - Non lo so, signore... non l'ho visto...

Quinto Curio - Tu dormi, vero? Si capisce, il lavoro ti stronca!

Valerio - Siamo in due soltanto, signore, a fare i servizi... Prima eravamo di pi...

Quinto Curio - Vuoi che mi sbarazzi anche di te?

Valerio - Io non ho fatto niente, signore...

Quinto Curio - Lo so. Lo vedo. Hai gli occhi gonfi di sonno... E quell'altro vecchio imbecille che non si vede... Neanche la signora Fulvia rientrata?

Valerio - No, signore, l'avrei vista, sono stato sempre accanto alla porta...

Quinto Curio - A giocare agli ossi con gli altri ragazzi del quartiere! Vero? E intanto qui va tutto in rovina! Guarda in che stato! Neanche il tempo di lavarti la tunica. (Valerio confuso si guarda addosso la tunica impataccata. Frattanto entra frettoloso Sestilio, un vecchio schiavo sui sessanta, uomo di fiducia di Quinto Curio)

Quinto Curio - Finalmente! Due ore per trecento passi!

Sestilio - Per Ercole, signore, non si circola!

Quinto Curio - Allora?

Sestilio - Una folla, signore, da fendere con lo scudo. E vino come se in cielo vi fossero botti invece di nuvole... Ne deve avere di denaro quel Marco Tullio. Ma dicono che c' chi paga per lui.

Valerio - E focacce, signore. Dicono che ci vorrebbe una elezione ogni nuova luna.

Quinto Curio - (gridando a Valerio) Fuori di qui! (Valerio sgattaiola via. A Sestilio) Hai visto Ermagora?

Sestilio - Giuro che gli ho parlato da intenerire una pietra. Inutile. Dice che non fa pi credito anessuno. Gli affari l'hanno rovinato. (Gli rende un cofanetto) Nessuno paga pi, e quando si va a vendere...

Quinto Curio - Sono monili d'oro lavorato!

Sestilio - Lo so, li conosco da prima che tu nascessi, signore. Ma lui gli ha dato appena un'occhiata e ha detto... Be', inutile, non li vuole.

Quinto Curio - Ha detto?

Sestilio - Niente, una volgarit...

Quinto Curio - Deve pungere forte se hai paura di ripeterla.

Sestilio - Per la memoria di tua madre, ti scongiuro...

Quinto Curio - Ha detto?

Sestilio - ... che quella roba neanche le ragazze della Suburra la vogliono pi... tranne una... Capisci? (Quinto Curio non ha il tempo di reagire che entra Fulvia. Ha veni'anni; il tipo della giovane popolarla precocemente corrotta. Ha l'aria chiusa e ran-corosa delle ragazze povere che accettano a denti stretti la condizione di mantenute. Comprende che il suo ingresso ha troncato un discorso. Quinto Curio fa appena a tempo a ricomporsi. Tenta di sorridere)

Quinto Curio - Fulvia...

Fulvia - Tu non sei a gridare per le strade coni tuoi amici?

Quinto Curio - T'avevo detto di non uscire sola...

Fulvia - Ho forse un'ancella che mi accompagni? O una lettiga alla porta come Cornelia, come Porzia, come Sempronia,... come tutte le dame del tuo bel mondo?

Quinto Curio - La avrai; e di pi, anche. E presto...

Fulvia - (come ripetendo una vecchia canzone) Quando il vostro Catilina sar eletto console... lo so... lo stanno gridando i tuoi amici ad ogni crocicchio; tutti i signorini profumati... come te... "Cittadini! Votate Catilina e scomparir la vostra miseria! Avrete la terra, avrete la casa, avrete parit di diritti!" E una folla di miserabili li sta a sentire con gli occhi spalancati. Poi fanno distribuire otri di pessimo vino, risalgono sui loro cocchi e se ne vanno. Ma quegli altri, quei miserabili, restano a piedi. Come milioni d'altri miserabili. (Indica Sestilio) Come ituoi schiavi. Come me. Tutti a piedi noialtri, tranne mio padre che va a cavallo perch soldato. Vent'anni di cavallo. Deve avere le piaghe alle gambe, poveruomo. Perch non gridi, tu? Perch non vai urlando per le strade: Pane e giustizia? Perch non ci credi! Perch lo sai che rester tutto come prima! Al massimo avremo un padrone nuovo invece del vecchio. Pi affamato del primo.

Quinto Curio - Affamato o no, l'importante stare dalla parte dove si mangia. E, per gli dei, questa volta ci saremo!

Fulvia - (guardandolo con ironico compatimento) Tu? Mio povero Curio! Che ne sapete voialtri delle mense vuote, delle lunghe serate buie senza nemmeno l'olio per la lucerna? Non il pane che voi volete; la potenza, il denaro, la novit... volete ubriacarvi di novit per scacciare la noia che vi rode, cancellare i debiti, fare le vostre vendette. E siccome siete in pochi volete arrivare al potere a cavallo dei poveri. Come se quegli altri non avessero capito la musica e non fossero pronti a ricevervi sulla punta delle spade. Oh... (L'esclamazione rivolta al cofano dei gioielli che finalmente ha visto. Prende degli orecchini e se li prova) Per me? (Quinto Curio e Sestilio si scambiano un'occhiata significativa) Non sono belli? (Quinto Curio le toglie gli orecchini e li rimette nel cofano che porge a Sestilio)

Quinto Curio - Roma piena di usurai. Ce ne sar pure uno disposto a comperare. Va e non tornare a mani vuote, altrimenti... Fila!... (Sestilio esce. Quinto Curio guarda Fulvia, che ha ascoltato attentamente, irrigidendosi)

Quinto Curio - Ti rendi conto, ora, perch necessario che noi vinciamo?

Fulvia - Ora so cosa vogliono dire i vostri bei discorsi sulla giustizia...

Quinto Curio - Non voglio perderti, Fulvia... E non ho altro mezzo...

Fulvia - ... che associarmi a un'impresa disperata? Grazie, di disperazione nella mia vita ce n' stata anche troppa. (Fa per uscire, egli le sbarra la strada)

Quinto Curio - Dove vai, Fulvia? Che cosa vuoi fare?

Valerio - Signore, c' un soldato...

Quinto Curio - Un soldato? Che soldato?

Cornelio - (entrando) Da quando in qua si tengono alla porta i vecchi amici? (Cornelio un giovane dell'et di Quinto Curio, indossa l'uniforme di centurione ma ha i modi aristocratici nonostante una certa rudezza militare nell'esprimersi. Al vederlo Quinto Curio manifesta una lieta sorpresa e gli corre incontro)

Quinto Curio - (abbracciandolo) Lucio!

Cornelio - Quinto!

Quinto Curio - Per gli dei, questa una sorpresa. Sei magnifico per quel che mi ricordo quando partisti! Dunque, sono finite tutte le guerre? (Si accorge solo ora che Cornelio imbarazzato dalla presenza di Fulvia. Presenta) Fulvia, questo Lucio Cornelio, met dell'anima mia... E questa Fulvia... l'altra met... per Giove, a me non resta pi nulla! (Ride) Del resto ho un'anima io? (Fulvia, dopo un breve inchino, esce risoluta)

Cornelio - Tua moglie?

Quinto Curio - Ehi, ho la faccia d'un marito? (Al giovane schiavo Valerio che rimasto incantato dall'uniforme di Cornelio) Che fai tu, li impalato? Due coppe e del buon vino, presto, si festeggia un eroe! (Valerio esce) Moglie... Come fossero tempi da prendere moglie... Un'amica; e nemmeno cara, coi prezzi che corrono. Trovata in strada, fresca come una rosa su un rosaio.

Cornelio - Aveva un'altra voce la tua musa. (Citando) "Come timida cerva ella s'appressa alla fonte e nel vetro dell'acqua specchia il candido viso". Ti ricordi?

Quinto Curio - tanto che non scrivo pi... Ma tu, dimmi, parlami di te! Cinque anni d'Asia! Ebbi una tua lettera da Antiochia. vero che ad Antiochia bevono il vino drogato per moltiplicare il piacere?

Cornelio - Quello che so d'Antiochia una citt vista di lontano con una cintura di torri. Una distesa di tende davanti alla citt, qualche migliaio di armati. Uno tra quelle migliaia, io.

Quinto Curio - Ma la guerra, dimmi della guerra.

Cornelio - La guerra... Forse ne sapete pi voi qui, di chi c' dentro... Per giorni si cavalca, insegne in testa, per piane sconosciute, verso monti che sembrano di piombo. A un tratto ci si ferma al limitare di un bosco o dietro una duna. Si tende l'orecchio, C' un silenzio fondo, come un vortice. Senti che i soldati ti guardano. Tu li guardi e le loro facce ti restano impresse per sempre. Spingi il cavallo in testa alla centuria, aspetti. Prima non senti che il crosciare lento delle foglie, il ronzio d'un'ape. A un tratto un vocio lontano, dei fanti che muovono all'attacco. Noi immoti, gli occhi fissi in avanti. Un minuto? Un'ora? Chiss... Poi tre colpi di tromba e gi vedi la terra volarti sotto in un fragore di terremoto. Un lampo, ti dico, un cozzo, uno scroscio, una saetta sanguigna che ti attraversa la vista... (Entra il servo con l'anfora e le coppe. Quinto Curio gli fa il gesto di sparire e mesce egli stesso)

Quinto Curio - Cecubo. Il poco che ne resta. Ti ricordi? il vino delle nostre baldorie. terribile, no? il campo dopo la battaglia.

Cornelio - La prima volta si. (Beve d'un fiato) Ma poi i morti si tolgono. incredibile come siano leggeri malgrado le armi. Come li sollevi, le spighe schiacciate si raddrizzano in cerca del sole. La sera per miglia e miglia un mare di grano nasconde il sangue. I corrieri partono a briglia sciolta ad annunciare la vittoria.

Quinto Curio - (amaro) E il proconsole, dopo aver ritagliato la sua porzione, manda a Roma navi cariche d'oro e di schiavi. E il senato decreta tre giorni di pubblici ringraziamenti. Ma di quell'oro quanto ne va ai tuoi legionari e alle famiglie di coloro che hanno irrigato con il loro sangue le campagne di Antiochia?

Cornelio - Tu ti interessi di queste cose? Per Giove, quel sangue ha dato frutto se il dolce poeta Quinto Curio pensa ai reduci d'Asia.

Quinto Curio - (prende da un tavolo uno scritto e legge) Ascolta: "Le bestie selvagge hanno le loro tane, ma quelli che morirono per la difesa d'Italia non hanno altri beni che la luce e l'aria che respirano." Sai chi ha scritto questo? Tiberio Gracco, uno della tua gente, lo dovresti conoscere.

Cornelio - (prende lo scritto, legge a sua volta) "E mentre tengono chiamati signori dell'universo, essi non hanno di proprio una sola zolla di terra." (Pausa, come riflettendo) Un centinaio ne ho riportati con me, malati o anziani che avevano terminato la ferma... Per le strade la gente li applaudiva...

Quinto Curio - (interrompendolo) E tornati a casa hanno trovato la ricompensa: venduto il campo, venduta la casa, venduti i mobili; perch questo hanno fatto le mogli e le figlie per sopravvivere. Se non hanno fatto di peggio: come Fulvia. Come tante. La Roma che tu hai lasciato, Cornelio, non esiste pi; mentre voi combattevate per la signoria dell'universo, qui gli arricchiti coi vostri bottini di guerra hanno comprato tutto: i campi, le citt, l'onore degli uomini, la virt delle donne... Ti sfido a trovarne una in tutta Roma, a meno che non sia vecchia o brutta come una Parca, che se ne resti in casa a filare lana... (Rientra il servo Sestilio coi gioielli. B avvilito e impaurito)

Sestilio - Fammi frustare, signore, mettimi alla catena come un cane...

Quinto Curio - (strappandogli di mano il cofano) Vecchio imbecille...

Sestilio - Ho fatto tutta la via degli orafi, signore, nessuno li vuole, nessuno... Oggi, dicono, c' roba assai meglio che viene dall'Oriente e costa meno...

Quinto Curio - Vattene, prima che t'uccida! (Sestilio sparisce. Quinto apre il cofano, solleva un gioiello, lo mostra a Cornelio) Erano di mia madre. Se ne parlava in piazza quando se li metteva per le grandi occasioni. Adesso neanche le prostitute di un certo rango li vogliono pi. Roba vecchia. Come tutto quel poco di buono che ci resta.

Cornelio - Se hai bisogno di denaro...

Quinto Curio - Ce ne vorrebbe troppo, amico, per pagare i debiti e mettersi sul piano di certa gente.Ma, per Giove, se Catilina eletto console molte cose muteranno. Io sto con lui.

Cornelio - Sergio Catilina... Uno che s' macchiato di sacrilegio... Che ha offeso le leggi della Repubblica e quelle del cielo...

Quinto Curio - Un animo audace, energico, un corpo che non cede a veglia o a stanchezza.

Cornelio - Processato per malversazione, accusato di assassinio...

Quinto Curio - Gli uomini dimenticano se c' di mezzo il loro interesse. Quanto agli dei, da un pezzo I non si occupano di politica. Li capisco. (Mesce altro vino e porge a Cornelio) Mio povero Lucio... Non ci siete pi che tu e questo vino della vecchia Roma. Cercate di intendervi.

Cornelio - (beve, si alza, cammina a passi concitati) Non vero! Non pu essere vero! Se in una citt c' odore di fogna vuoi aprire tutte le fogne per sommergerla? Ci sono uomini illustri, buoni cittadini...

Quinto Curio - Un nome.

Cornelio - Caio Cesare.

Quinto Curio - Sta con noi.

Cornelio - Marco Tullio Cicerone.

Quinto Curio - Un fatuo. Un ambizioso.

Cornelio - Perch non sta con voi, si capisce. Ma! io lo conosco. Lavorai un po' nel suo studio prima! di partire. E conto di tornarci se la politica non ce lo toglie del tutto. un uomo puro.

Quinto Curio - L'unico. Per questo i signori del Senato hanno dovuto accettarlo a denti stretti come loro campione. il solo uomo decente da presentare agli elettori. Ma la sua eloquenza una collana di perle che serve a nascondere il collo grinzoso di una vecchia sgualdrina. E lui ha accettato. Perch? Forse perch dall'altra parte la gente troppo affamata per applaudire i bei discorsi. E lui senza applausi non pu vivere.

Cornelio - Via, Quinto, non credi che la rivalit letteraria ti faccia velo al giudizio? Lo so che i poeti non amano gli oratori. Voi fate piccoli versi, essi versano fiumi di parole. Voi avete una decina di ascoltatori, essi commuovono le folle.

Quinto Curio - Anche Catilina, anche Cajo Cesare sono oratori. Ma dalle loro bocche non cadono perle. Escono idee nitide come lame di pugnale. Idee per chi non ha paura, al momento giusto, di stringerlo davvero, un pugnale. E siamo in molti, Lucio, pi che tu non immagini. Autronio, Cassio Longino, Fulvio Nobiliore... Ti ricordi? Si giuocava insieme. E Publio Lentulo, Cepario, Gabinio, uomini illustri ed oscuri... E il tribuno Lucio Bestia, Lucilio...

Cornelio - (ride) Lucilio! Lucilio che fa politica! Bisogner dare il voto alle donne!

Quinto Curio - Sono cambiati, Lucio, non li riconosceresti pi. Chi aveva un'anima severa s' fatto tetro. E chi inclinava ai piaceri non ha pi freno ai suoi desideri. L'epoca scardinata. Non vuoi incontrarli? Ti convincerai tu stesso.

Cornelio - Non mi va di vedere amici andati a male giocare alla rivoluzione.

Quinto Curio - (serio) Bada, non un giuoco. un contagio mortifero che sta guadagnando tutti, giorno per giorno. Qualcosa deve pur cambiare a Roma... E occorrono uomini come te dalla nostra parte, immuni dal contagio.

Cornelio - Non sar dei vostri, Quinto, dovessi vendicare un amico. L'istinto di distruzione l'ho esaurito in guerra. Se ora c' da chiedere giustizia, finch Roma una libera Repubblica la chieder secondo le leggi.

Quinto Curio - Se Catilina eletto al Consolato si far giustizia secondo le leggi. l'ultima speranza...

Cornelio - Speranza! Quando si confidano le leggi ad un criminale, la disperazione ha gi vinto. (Altro tono, come a se stesso) Avevo immaginato diverso questo ritorno. (Riprendendosi) Ma c' altra gente a Roma...

Quinto Curio - (lo guarda, poi studiando l'effetto della notizia) Anche Livia Sempronia con noi.

Cornelio - (colpito come da una frustata. Una pausa per dominare l'emozione) Sempronia?

Quinto Curio - (crudele) Sei stato uno sciocco ad andartene.

Cornelio - Per me era impossibile, lo sai bene.

Quinto Curio - Andarci a letto?

Cornelio - Quinto, per la tua amicizia, ti prego!

Quinto Curio - Lo so. Era troppo bella, troppo colta per te, povero ragazzo. Parlava in greco coi maestri di retorica, che le stavano attorno come vespe... Certo, era una dea da non osare levarle gli occhi in faccia. Che ti mancava, di', per averla?

Cornelio - Che s'accorgesse della mia esistenza.

Quinto Curio - Orgoglio. Ecco una malattia di cui non soffriamo pi. Lei meno degli altri. (Vedendo lo stato in cui Cornelio) Su, su, fa conto di avere un dardo fra le costole. Stringi i denti, uno strappo e tutto passato. (Pausa) Era stata l'amante di uno di quei retori. Il marito chiuse un occhio. Poi dovette chiuderli tutti e due. Si offriva agli uomini pi di quanto non fosse richiesta. Catilina la tiene in grande considerazione. Molta giovent dorata s' convertita a noi nel suo letto. Ecco, ho vuotato il sacco. Fa male, eh?

Cornelio - (d di piglio a una coppa e la scaglia a terra) E io sono ancora vivo per gli dei dell'Inferno!

Quinto Curio - Ecco, ecco, cosi. Grida. La rivolta una buona medicina per le ferite dell'anima.

Cornelio - Una rivolta per dar ragione ad una sgualdrina? No! (Buio)

SECONDO QUADRO

Un luogo di riunione in casa di Sempronia. Il peristilio o una grande stanza con un balcone, dal quale si possa udire ci che avviene al di fuori. Una porta d nelle stanze di Sempronia, un'altra conduce fuori.

Due viaggiatori, col mantello impolverato, stanno osservando curiosi, mentre aspettano, il luogo che li ospita. Sono giovani, uno in sottordine all'altro. Il pi giovane dei due evidentemente ammirato.

2 Messaggero - Che lusso, la rivoluzione. Non avremo sbagliato indirizzo? (Entra Sempronia. bella, elegante, tra i venticinque e i trenta. Ostenta maggiore sicurezza di quanta in realt non ne abbia. Il 1 Messaggero le va incontro)

1 Messaggero - Livia Sempronia?

Sempronia - Sono io.

1 Messaggero - Veniamo da Fiesole.

Sempronia - Dal campo di Cajo Manlio?

1 Messaggero - Abbiamo un messaggio per Catilina. (Le d un plico) Manlio ti manda i suoi saluti.

Sempronia - Sta bene?

1 Messaggero - Benissimo, signora. La miseria un buon concime per chi coltiva ribelli.

2 Messaggero - Magri come cani da caccia, signora. Un esercito di segugi. Non vorrei essere la lepre.

Sempronia - Vi farete rifocillare, voi e i vostri cavalli. Catilina sar qui tra poco.

1 Messaggero - Col tuo permesso, signora, torneremo. tanto che non vediamo la famiglia.

(i due si inchinano ed escono. Sempronia va a riporre il plico in uno stipo. Entrano Cesare e Crasso. Cesare poco oltre i trentacinque anni. Magro, pallido, quasi calvo. Si esprime con eleganza, non senza scatto. Crasso si avvicina ai cinquanta. Rude, con una sicurezza che gli deriva soprattutto dalla borsa abbondantemente fornita)

Cesare - Salute alla divina Sempronia.

Sempronia - Salute a Cajo Cesare e a Marco Licinio Crasso. Ti trovo splendidamente, Marco Licinio.

Crasso - Faccio una nuova cura. Risanamento edilizio. un genere di affari che avr fortuna qui in Roma.

Cesare - Compera baracche e costruisce palazzi.

Sempronia - E controlla i prezzi dei fitti.

Crasso - (allegro) Oh, molto a buon mercato! Sono un democratico, io! Conquisto Roma a lotti di terreno, fabbricato per fabbricato.

Sempronia - E se il partito, com' nei suoi programmi, incamera tutto?

Crasso - Appunto! Tutto sta essere il partito! (Ride, poi pi prudente) Ho parlato tra amici, naturalmente...

Sempronia - (dopo una pausa) Credevo che occorresse una passione per rischiare cosi.

Crasso - Non rischio molto, io. Son tutti appesi ai cordoni della mia borsa, reazionari e ribelli. Una splendida tastiera. Basta saper suonare. Forse ho la passione della musica. Catilina ha mandato notizie?

Sempronia - Non ancora. Com' l'aspetto della citt?

Crasso - Puzza di vino. Dunque tu hai una passione?

Sempronia - Si, quella del disordine. un buon eccitante.

Cesare - Ho visto Catilina. Predicava a un branco di straccioni. Per Giove, pareva che li insultasse.

Crasso - Meglio, voteranno per paura.

Cesare - O ci abbandoneranno. La paura irragionevole, come la passione. La mia passione di non averne alcuna. Adoro il risparmio.

Crasso - Tu, il pi prodigo degli scialacquatori!...

Cesare - Risparmio di tempo, dico, di errori, di sentimenti, forse di sangue... Questa un'occasione unica per risparmiare anni di incertezza. Anni inutili, assurdi... Quella met d'Italia inquieta per fame, oggi basterebbe una legge a pacificarla. Tra dieci anni andr a ingrossare le file di un generale fortunato da contrapporre al grande Pompeo.

Crasso - Eh via!... Dieci anni ancora a quello scroccone di trionfi?

Cesare - Lo nutrono bene a quel che pare. Lui d'altra parte nutre loro. Un animo integro, rispettoso delle leggi...

Crasso - Solo perch non ha il coraggio di violarle. Campione dei benestanti. Vivono tranquilli con lui. Ma per gli dei, se perderemo le elezioni, invece di un partito, avr comprato un esercito. Mio. Vedremo allora chi miglior capitano.

Cesare - Un esercito, quell'accolta di affamati?

Crasso - Comprer le sue legioni, se occorre. Comprer tutto, persino il suolo dove poggia i piedi. Voglio vederlo bussare alla mia porta e chiedermi il permesso di vivere. Anch'io, si, ho una passione!

Sempronia - Signori, quale febbre! Ci volevano le elezioni consolari perch Licinio Crasso parlasse come un nuovo Armodio e Cajo Cesare si levasse di buon mattino. Eppure non vai a letto con le galline.

Cesare - No, con i galli.

Crasso - Non sarebbe la prima volta! (Ridono)

Cesare - (serio) Sempre aspetto per dormire che cantino i galli. Se leggo chiudo il volume. Se bevo poso la coppa e ascolto. Li sento rispondersi dagli orti dall'Aventino al campo di Marte. l'ora in cui i contadini escono dalle capanne... e i capitani montano a cavallo. Per le strade si comincia a udire uno scalpiccio e un rumore di carri. la vita che riprende. Questo allontana il pensiero della morte e induce a una tranquillit che concilia il sonno. Non li avete sentiti stanotte come cantavano?

Sempronia - Cesare diventato superstizioso? Una volta negava anche l'anima immortale.

Cesare - Quando un evento sta per compiersi mi aspetto sempre che avvenga nella direzione esatta. Odio le occasioni mancate. (Entrano Quinto Curio e Cornelio. Cornelio non sa distaccare gli occhi da Sempronia)

Quinto Curio - E io non l'ho mancata, Cajo Cesare! Vi porto fresco fresco un reduce d'Asia, virtuoso come Bruto e glorioso come Scipione. Brucia del fuoco di giustizia. (A Sempronia) E d'un altro fuoco segreto. Non lo riconosci?

Sempronia - (a Cornelio) Avvicinati, eroe, che la mia memoria si risvegli... Per Giove, si diventa uomini, in Asia. Somigli a Lucio Cornelio come un purosangue a un timido puledro. Cinque anni d'Asia?

Cornelio - Si invecchia di pi a Roma in un giorno.

Sempronia - Allora, noi siamo morti. Bene, ci s toglie il pensiero. Non credevo che fosse cosi semplice. Che impressione ti facciamo dall'altra riva?

Cornelio - Anche qualcosa di me morto. Qualcosa che m'era caro.

Sempronia - Ne parli come d'un lutto recente.

Cornelio - Infatti... (Dalla porta che d nelle stanze di Sempronia appare un bel giovane ancora assonnato, Fulvio. Si stira. Poi vedendo tanta gente si ricompone)

Fulvio - Salute a tutta l'adunanza. Per gli dei, deve essere un'ora impossibile. (Sbadiglia) Ah, che sonno di piombo... (A Sempronia) Il tuo vino dolce ma smemora. Chi di voi stanotte m'ha vinto centomila sesterzi? Ho un debito con qualcuno ma non ricordo chi. Ditemelo, sono un uomo d'onore. (Ride di un riso sciocco. A Sempronia) Li hai vinti tu?

Sempronia - Tu eri qui, stanotte? (Fulvio resta un attimo interdetto. D un'occhiata alla porta dalla quale entrato, come per assicurarsi che non sogna, ride)

Fulvio - No. In verit ero sulla luna. Contavo gli astri. Luminosi, erano, come occhi di donna...

Sempronia - Tu deliri. Cattivo segno.

Fulvio - Per gli dei, non sapevo d'essere invisibile come il padre Giove con la moglie di quel tale. Non hai sentito un brivido solenne?

Cornelio - (a Fulvio) Basta cosi! Perch ti ostini contro la verit?...

Fulvio - E si che c'era gente... (Rivolgendosi curioso a Cornelio) Noi ci conosciamo?

Cornelio - Una volta ti chiamavi Fulvio Nobliore. Adesso non so pi...

Fulvio - Gi... Ad essere sinceri non lo so neanche io... Nulla definitivamente vero di quel che succede. (A Sempronia) Non vero, signora? L'ha detto uno dei tuoi filosofi. Nessuno si bagna due volte nello stesso fiume. vero, per gli dei. (A Cornelio) Tu non eri una volta Lucio Cornelio?

Cornelio - Fino a ier l'altro l'avrei giurato.

Fulvio - E adesso sei anche tu uno che aspetta di sapere chi ... Coraggio, tra poco lo sapremo tutti. Voglio vedere la faccia del mio vecchio quando gli dir: fuori di qui, Catilina eletto console e noi siamo con lui! E se mi dice figlio, gli taglier la lingua a colpi di verga. Ah, fatemi sciacquare la bocca, ho la nausea! (Si mesce da bere, alza la coppa) Alla libert, signori! A un mondo senza mummie e senza tiranni. All'uguaglianza di tutti gli uomini d'onore! (Beve assetato) Va bene dolce Sempronia?

Quinto Curio - (piano a Cornelio) Eccone un altro che ha cambiato opinione in una notte...

(Cornelio sta per rispondergli, ma si volta perch sta entrando un gruppo di persone tra le quali Catilina. Dimostra quarantanni, alto, magro, con un volto che pare scavato dalla febbre. Assieme a lui sono Cetego, trentanni, duro, volitivo; Gabinio e Ceparlo, giovani sulla trentina, Lentulo pi anziano)

Catilina - (con rancore a Cesare e Crasso) La commedia finita, siete soddisfatti? Vi ho dato un bello spettacolo, no? Io, Lucio Sergio Catilina, il vostro istrione, in giro per le piazze a mendicare il favore della plebaglia!

Crasso - Dunque? Chi sono i consoli?

Cetego - Marco Tullio Cicerone.

Cesare - Era previsto. L'altro?

Cetego - Cajo Antonio.

Catilina - Un traditore! bastata l'offerta di una provincia per farlo passare dall'altra parte. Ecco la vostra democrazia! (Dalla grande finestra si odono urla della folla, che acclamano Marco Tullio Cicerone. Si ode, di lontano, la voce di Cicerone)

Voce Cicerone - Popolo romano! La libert ha vinto contro la torbida tirannide che insidiava le vostre terre e le vostre case!...

Catilina - (suo malgrado si avvicinato al balcone) Non suona bene la voce di Cicerone?

Voce Cicerone - Tornate ai vostri focolari, buoni cittadini, riprendete il vostro lavoro, sicuri che la maest della legge, sapr tutelare la vostra pace e rispondere alle sane esigenze di giustizia! (Grida, applausi)

Catilina - Questa una serenata per te, Cajo Cesare, e anche per te, Crasso. Che aspettate a gettarvi nelle sue braccia?

Cesare - Forse che la libert sia morta del tutto.Potrebbe essere il prezzo dei miei debiti, l'amiciziadi Marco Tullio. (Come tra s, con altro tono, doloroso ed iroso) Ah, che splendida occasione mancata!

Crasso - Quanto denaro gettato via!...

Catilina - Voi v'eravate illusi, non io! (Ironico) Ma bisognava agire secondo la legge!

Cesare - Era l'unica strada.

Catilina - Ce n' un'altra, corta e diritta.

Cesare - Vuoi compromettere gli ultimi resti di libert?

Catilina - Voglio agire! Voglio che la tua legge agraria, tua, Cajo Cesare, non mia, esca dalla polvere degli archivi. E non ne uscir finch qualcuno non le dar una spinta violenta.

Cesare - La guerra...

Catilina - La parola ti spaventa? Non temere, correr solo sangue infetto. Poco, forse, quanto basta a fermare una cancrena.

Cesare - Per fare la guerra occorre un esercito capace di vincerla.

Catilina - Migliaia di contadini si aggirano per le campagne chiedendo la carit di lavorare la terra. Furono soldati. E quella terra loro, pagata palmo a palmo col loro sangue. Sono parole tue. E tuo il progetto che li fa proprietari di quella terra. Finalmente combatterebbero per se stessi.

Cornelio - Non ti seguirebbero. Sono stanchi di sangue. Ne hanno visto troppo.

Catilina - (a Cornelio) Che ne sai tu?

Cornelio - Sono uno di loro. Ne conosco molti. Non ti seguiranno... D'altronde che risolverebbe una guerra? Altri lutti.

Cesare - (a Cornelio) Cosa sperano i tuoi soldati? Servire? Se pure hanno una speranza.

Cornelio - Ce l'hanno, signore. cosi elementare che nessun uomo ragionevole la giudicherebbe folle. Sperano che tutto ci che hanno sofferto non sia stato inutile. Quale governo, che abbia pur l'apparenza della legalit oserebbe opporsi a quella speranza? Essa grida al cielo con la forza della verit.

Catilina - E che abbiamo fatto fino ad oggi, se non mescolare al vento parole, parole...

Cesare - (alzandosi) Signori, abbiamo perduto. Questa la sola cosa certa in mezzo a tante parole. E non credo che chi oggi ha negato il voto, domani offrirebbe il braccio. Comunque nella nostra politica c' stato un errore. Lo correggeremo dopo averlo chiarito. Non c' altro da fare per il momento. (A Cornelio) Vorrei parlare ancora con te.

Cornelio - Ti accompagno.

Quinto Curio - (a Cornelio) Ti vedr domani? Puoi venire a pranzo da me. Ricordo ancora i tuoi gusti.

Cornelio - Verr.

Quinto Curio - Non parleremo di politica.

Cornelio - Perch?

Quinto Curio - Temo che le nostre strade si divideranno.

Cornelio - Non hai sentito Cajo Cesare? Vincer la ragione. Ne sono certo.

Quinto Curio - Ti aspetto.

Sempronia - (a Cornelio) Spero che ci rivedremo in un altro momento.

Cornelio - Lo spero anch'io, signora. La vita lunga e tutto cambia, come dice il tuo filosofo. Salvo il cambiamento, s'intende. Ho detto bene?

Sempronia - Perfettamente.

Cornelio - Vedi che anch'io ricordo qualcosa. Troppo, forse. (Si inchina) Ti saluto. (Esce con Cesare. Ormai i presenti, tranne Crasso, son tutti della fazione di Catilina. Catilina passeggia concitato, mentre Sempronia va a prendere il plico nello stipo)

Sempronia - (porgendo il plico a Catilina) Lettere dall'Etruria. (Catilina non s'accorge nemmeno del suo gesto, come ruminando un suo pensiero. Quindi, rivolto a Quinto Curio)

Catilina - Chi quel centurione?

Quinto Curio - Lucio Cornelio, della stirpe dei Gracchi.

Catilina - E non gli basta la fine dei suoi parenti? Virt, giustizia, libert, la nostra democrazia naufraga nelle parole prima ancora di essere aggredita inerme e precipitata nelle acque del Tevere. Un popolo di avvocati. Tutti filano miele dalla bocca. Pure, quel ragazzo sa che cosa la guerra.

Quinto Curio - Forse proprio per questo...

Catilina - Non vero. La guerra non si dimentica. un contagio che entra nel sangue. Si cerca di dimenticarla come ci si strappa da un amante impudica cercando un amore frigido e onesto. Ma prima o poi si finisce per tornarci. Il piacere che d troppo acuto per misurare il dolore che ne consegue. Il tuo Cornelio torner. Lo aspetterei se non avessimo fretta.

Quinto Curio - Ti sbagli, Lucio. Lo conosco. d'una razza diversa, di quelli che non s'arrendono.

Crasso - ricco?

Quinto Curio - Tanto che sarebbe impossibile comprarlo. N ha vizi da ricattare.

Sempronia - un dio...

Quinto Curio - No, un uomo.

Sempronia - Un uomo a Roma?

Quinto Curio - Non sai che cosa un uomo? Certo non sar stato Fulvio a spiegartelo!

Catilina - Quel tuo Cornelio ha dei reduci attorno a s. Freschi di pratica militare e disposti, se non m'inganno, a seguirlo all'inferno.

Quinto Curio - Pu darsi, ma non per te. Non per noi, Lucio Catilina. uno che quando dice si si, e quando no no.

Sempronia - Ho sentito molti no diventare si.

Quinto Curio - Tu, poi... (Riprendendosi) Ah, peste alla mia lingua!

Sempronia - Credo che presto quell'uomo sar con noi.

Catilina - (a Sempronia come un'istruzione) Tieni a mente: gli idealisti sono sentimentali; hanno il vizio della coerenza. La volutt li macchia se non ha l'apparenza dell'infinito.

Sempronia - Basta parlare a bassa voce. Hanno una straordinaria capacit di intonarsi.

Quinto Curio - (che non si tiene pi, con provocante allegria) Mille, diecimila sesterzi che non riuscirai!

Sempronia - Hai detto diecimila sesterzi. (Agli altri) Siete testimoni.

Fulvio - (con ira mista a gelosia) Coraggio, non c' nessuno che alza il prezzo? Un centurione vale molto di pi! (A Catilina) Dovevi dircelo prima che s'aspettava lui per menare le mani. Quanto? Un anno? Il prossimo consolato? Che Marco Tullio ci abbia fatto a pezzi prima ancora di muoversi?

(Si avanza Cetego, trentanni, viso da mastino, fanatico. una delle teste dure della rivoluzione. Finora non ha parlato ma quando lo fa con la decisione cieca dei maniaci)

Cetego - Ai fatti, finalmente. Sono mesi che ci prepariamo. Abbiamo armi nascoste, presidi nei punti salienti della citt. Ed ora differiremo tutto perch allo stupido gioco delle urne non ha vinto il tuo nome? Stanotte, prima che si riabbiano dall'ebbrezza della vittoria...

Crasso - (come un ordine) Niente colpi di testa, fino alla discussione della legge agraria.

Lentulo - (il pi anziano dei congiurati. Pi ragionevole di Cetego, ma altrettanto impaziente, tenta Catilina) Considera il peso di quei voti: per te una minoranza scelta di gente pronta all'azione; per gli altri la maggioranza dei pavidi, dei vecchi, dei prezzolati. E noi ci rassegneremo? Noi cederemo a costoro?

Crasso - La guerra si fa coi denari e ancora coi denari. Non con le follie.

Cetego - (a Catilina) Hai udito le grida dei vincitori. Ma non hai visto gli occhi dei vinti. Sbigottiti, essi errano da un volto all'altro come a chiedersi: possibile che tutto finisca qui? Che fa Catilina? Ci ha fatto esporre e segnare a dito dai nemici per abbandonarci alla loro vendetta? Oggi la rabbia della delusione li eccita al rischio. Domani non pi. Ci odieranno come provocatori.

Catilina - (fuori di s per essere sopravanzato dai suoi seguaci stessi) E siete voi a parlare cosi? A me che vi ho divezzato, scaldato, insegnato a distinguere una daga da un ferro da barbiere? (Si avvicinaa Fulvio, gli strappa la tunica) Dov' il tuo pugnale? Hai paura di pungerti? O l'hai lasciato sul letto di una donna? E siete voi ad eccitare Catilina all'azione? (Strappa di mano a Sempronia il plico, lo apre, lo scorre rapidamente) Notizie dall'Etruria. Cajo Manlio a Fiesole alla testa di un esercito. Mandato da me. Ecco cosa fa Catilina mentre voi vi rodete nei dubbi. (A Lentulo, come un insulto) E cosa fa Lentulo? Dorme! E Cetego? Cosa sa fare Cetego se non ricevere ordini? Coraggioso nell'ubbidire e non pi. Pronto a dire io, io, io, senz'altro pensiero che di ritagliare la sua parte di gloria. E intanto Marco Tullio Cicerone li ad ostacolare i nostri disegni. Dovevate pensarci in tempo. Ora ho le mani legate, lo vedete... (A Cetego) Chiaro?

Cetego - Chiaro.

Catilina - (a Crasso) Cajo Manlio chiede altri mezzi per gli arruolamenti.

Crasso - Sta bene. Puoi rispondere che li avr. (Inchinandosi a Sempronia) Signora...

Catilina - (a Sempronia) Ricordati. M'occorre quel centurione.

Sempronia - Ci puoi contare. (Catilina e Crasso escono)

Quinto Curio - (a Sempronia, con leggerezza) Almeno Marco Crasso ha di che pagare. Ma tu prometti quello che ancora non hai in tasca. Come me...

Cetego - (a Quinto Curio) Tu non hai capito nulla? (La leggerezza di Quinto Curio si spegne. Guarda gli altri, torvi, che lo fissano come un accusato. Buio)

TERZO QUADRO

Una stanza dell'abitazione del console Marco Tullio Cicerone. notte, una torcia infissa in un torciere al muro, spande una luce oscillante. A destra di chi guarda una porta che d all'esterno, dal lato opposto una porta che d nelle stanze del console. Un'altra porta sul fondo.

All'alzarsi del sipario la stanza vuota, ma oltre la porta di destra si odono grida e un cozzare di spade.

Voci - All'arme! All'arme! Assassini! Canaglie! All'arme! (Dalla porta di destra entra in scena un giovane soldato, Ligario, con la corazza ma senza elmo, stringendosi con la mano sinistra il braccio destro nudo, coperto di sangue, che sgorga da una larga ferita)

Ligario - Maledetti assassini... Comandante! Cajo Muzio! Comandante! (Dalla porta di sinistra entra concitato Cajo Muzio, in uniforme, comandante della guardia che presidia la casa del console)

Ligario - Hanno attaccato, Cajo Muzio. Stavamo per chiuderli in trappola ma erano armati. Che fanno, non si sente pi niente... (Entra, sempre da destra, un altro giovane soldato, Curzio, con la spada in pugno)

Curzio - Fuggiti, Cajo Muzio. Per poco non ci hanno soverchiato. Erano in molti-

Muzio - Per gli dei, l'ordine era di acciuffarli! E vivi! Li avete almeno riconosciuti?

Curzio - Impossibile, comandante. Avevano i cappucci sugli occhi. Ci siamo battuti... (Dalla porta di sinistra entra Marco Tullio Cicerone. Ha passato di poco la quarantina, di buona corporatura, ostenta coraggio e tranquillit)

Muzio - Silenzio, il console! (Poi, con deferenza, a Cicerone) Hanno tentato, signore. La ragazza aveva detto la verit. Li abbiamo respinti.

Cicerone - (osservando con interesse la ferita di Ligario) Va a lavare la tua ferita, ragazzo...

Ligario - Signore, ho fatto del mio meglio...

Cicerone - Lo so. E mostrerai la cicatrice con orgoglio. Un colpo, dirai, destinato a stroncare, con la vita del console, la vita stessa della patria.

Ligario - Si, signore... (Esce)

Cicerone - Gli dei sanno che spargerei volentieri tutto il mio sangue, se Roma lo chiedesse. Roma mi ha eletto console. Chi contro Roma?

Muzio - Purtroppo, gli assassini sono fuggiti. Ma la ragazza ancora qui. Giurerei che sa pidi quel che ha detto. Vuoi ascoltarla?

Cicerone - Il primo magistrato della Repubblica trasformato in un sottufficiale di polizia! Consegnatela agli edili. Sia istruito un processo e sottoposta a regolare interrogatorio. Non sar certo io a violare la legge.

Muzio - Signore, non sono che un soldato, non m'intendo di procedura. Ma conosco un poco le donne. Adorano l'autorit. Con te, ora, a caldo, scioglier la lingua. Domani, sbollita l'ira, quando misurer l'enormit di quello che ha fatto, non aprir bocca. Per la nostra salvezza, signore, interrogala. Siamo ancora in tempo a stanare i colpevoli. Di certo essi non sanno che qualcuno ha parlato.

Cicerone - Erano in molti?

Muzio - Assai di pi delle guardie. Armati. (A Curzio) Dillo tu.

Curzio - In pieno assetto, signore. I colpi sui mantelli davano un suono di metallo.

Muzio - (a Cicerone) Chi li ha armati? Chi li ha radunati? L'impresa doveva esaurirsi con la tua morte o essere l'inizio d'una strage?

Cicerone - (dopo un attimo di interna lotta) Dov'? (Muzio fa un cenno a Curzio che si avvia verso la porta di fondo) Volevo che il mio consolato fosse l'impero della legge. E gi la violenza bussa alla mia porta. Gi l'intrigo ripara sotto il mio stesso tetto. E io l'accolgo, e me ne faccio complice. Questo l'amaro saluto della notte dopo gli applausi del giorno... (Dalla porta di fondo entrata Fulvia)

Muzio - (a Fulvia, dopo aver fatto cenno a Curzio di andarsene) Il console Marco Tullio ti ascolta. Ripeti ci che hai detto alle guardie.

Fulvia - , la verit. Sono venuti. Ho udito le grida-

Muzio - Chi te l'ha detto che si preparava l'assalto?

Cicerone - (ferma Muzio con un gesto) Ragazza, un grave pericolo ti minaccia. Siamo qui per aiutarti. Il tuo nome?

Fulvia - Fulvia...

Cicerone - Fulvia: un grano di sabbia nel deserto. Ci sono migliaia di Fulvie a Roma. Hai un padre?

Fulvia - Certo che ce l'ho. Mi credi una bastarda?

Muzio - Il nome di tuo padre!

Fulvia - Mio padre non c'entra! (Dopo un'esitazione) in Asia. Per la guerra. un soldato.

Cicerone - Ah... Deve mandarti un bel po' di denaro...

Fulvia - Denaro, signore? Fame. Non mi ricordo la faccia di un sesterzio...

Cicerone - E chi ti ha pagato questo bel vestito? E questi bracciali? E questo profumo che spandi come... Chi il tuo amante?

Muzio - Se pure uno soltanto...

Fulvia - E ditelo che sono una sgualdrina, la parola vi pesa? (Dopo una pausa) Quinto Curio...

Cicerone - Il figlio di Decio Curio?

Fulvia - Suo padre morto...

Cicerone - Si, per sua fortuna! (Fa un cenno a Muzio che esce di corsa)

Fulvia - (intuendo) No! No!

Cicerone - lui che t'ha detto?

Fulvia - Ne diceva tante, signore. Vagli a credere! Per spaventarmi, perch aveva paura che io lo lasciassi... Giocava, beveva, ero stanca, non ne potevo pi... Iersera ero decisa ad andarmene... Allora lui mi sbarra la strada e con occhi da far paura, non l'avevo mai visto cosi, mi minaccia di morte... Non lo avrebbe mai fatto, ne sono certa, ma li per li dal terrore mi misi a piangere. Allora mi prese tra le braccia e mi disse... "Proprio adesso che stiamo per diventare ricchi?" Capisci, era una scusa...

Cicerone - Capisco. E poi?...

Fulvia - "Stanotte, disse, c' chi pensa al console"... Capisci in che senso...

Cicerone - Ti disse i nomi...

Fulvia - Ma no, signore, come poteva? Era tutta una fantasia... Io finsi di credergli, avevo paura... Lui si sdrai sul letto, aveva gli occhi chiusi. Pareva che dormisse. Pian piano raduno la mia roba... A un tratto si tira su, chiedendo affamato: "Che ore sono?"E mi vede che sto sgusciando via. Grida, io perdo la testa, mi metto a correre. Le strade sono vuote, sento a distanza i suoi passi che m'inseguono... Giro per i vicoli cercando un rifugio; le porte tutte chiuse. A un tratto vedo la tua casa, l'unica aperta. Mi precipito, le guardie mi sono addosso. Dico, per non essere scacciata: "Vogliono uccidere il console!"

Cicerone - Dunque era vero...

Fulvia - Si... Cio, no, non lo so... un caso, ne succedono tanti... Forse avr sentito qualche discorso...

Cicerone - Chi sono i suoi amici?

Fulvia - I suoi amici? Non lo so... Non mi portava mai da nessuno. Si vergognava.

Cicerone - Le sue idee, almeno. Avr parlato...

Fulvia - Mica tanto... Lui era per i poveri... forse Io diceva per me... (Con compatimento) Figuriamoci... F Ah si, ora mi ricordo... c' uno che conosce... Io non l'ho mai visto ma so che ci va... lui che gli guasta la testa, Sergio Catilina!

Cicerone - (a se stesso) Catilina... E oserebbe tanto... (Pressante a Fulvia) Sai se ieri si sono visti?

Fulvia - E lo veniva a dire a me? stato fuori tutto il giorno... Ma per osterie, signore, a giudicare da come rientrato... E adesso che gli faranno, signore? Se sa che sono venuta qui... Lui non c'entra niente, ti giuro... (Rientra Muzio con una faccia scura, sulla porta di destra di spalle a Fulvia, un soldato depone a terra qualcosa che sembra la testata di una barella, coperta da un mantello. Muzio si avvicina a Cicerone e gli parla a bassa voce. Cicerone sembra molto colpito. Poi tutti e due guardano in un modo strano Fulvia) Che c'... Non l'avete trovato?...

Muzio - C' qualcuno che forse tu conosci... (Indica verso la porta. A un suo cenno il soldato trascina la barella un poco pi avanti, in modo che se ne scorga bene la parte anteriore. Fulvia, con ansia crescente, avanza verso la porta voltandosi di tanto in tanto a guardare verso Muzio. Giunta a tre passi dalla barella, improvvisamente la vede, impietrisce, guarda il soldato, che scopre appena il mantello. Appare la testa del cadavere di Quinto Curio. Fulvia lo vede, con un grido inumano si getta in ginocchio davanti a lui)

Fulvia - Quinto! Quinto! (Scoppia in singhiozzi)

Muzio - (a Cicerone) L'abbiamo trovato ucciso a pochi passi da qui. (Mentre Fulvia continua a piangere dalla porta, senza curarsi di lei e quasi scavalcando la barella, entrano Pisone, prefetto di polizia, e il console Cajo Antonio)

Antonio - (abbracciando Cicerone) Sei sano e salvo, Marco, per la nostra salute.

Cicerone - (con modestia) Ci siamo difesi. Ma non vorrei che per cosi poco avessero destato il Console Antonio.

Antonio - No, ero ancora in piedi. Per la verit stavamo festeggiando la vittoria di oggi... o di ieri, non ho idea che ore siano...

Pisone - (a Cicerone) La citt calma, signore. Pattuglie la perlustrano in ogni settore. Nei quartieri bassi ho rafforzato i presidi. C' qualche arresto.

Cicerone - Importante?

Pisone - Per ora i sospetti. L'operazione appena cominciata... (Entrano Catone e Quinto Catulo)

Cicerone - (andando incontro a Catone) Mio nobile Catone! (Lo abbraccia)

Catulo - (inchinandosi) Gli dei ancora una volta sono con Roma.

Cicerone - Grazie, Quinto Catulo, grazie signori. Vedo che Roma, toccata nel suo punto pi sensibile, reagisce compatta.

Catone - Ancora una volta i fatti mi danno ragione. La notizia ha dilagato. La gente per le strade, inquieta. Molti accusano Catilina.

Catulo - E domani saranno con lui se non siamo risoluti. Signori, vi rendete conto? In casa vengono ad aggredirci. Non vogliono pi soltanto le nostre terre, ma la nostra vita.

Catone - Qualcosa di pi prezioso della vita vogliono distruggere: la libert e le leggi della Repubblica.

Catulo - Che aspettiamo dunque a sbarazzare la citt da quella canaglia?

Cicerone - Colpiremo i responsabili secondo la legge.

Catulo - La legge siamo noi. Sei tu, ti abbiamo eletto per questo. Dobbiamo ristabilire l'ordine con qualunque mezzo.

Cicerone - Non abbiamo poteri per questo. E diffido dei consigli precipitosi... (Entra il vecchio Murena che avanza fino ad abbracciare Cicerone. Sulla porta, dietro di lui, apparso Crasso)

Murena - Perch non hanno colpito la mia vecchia pelle? M'avrebbero tolto un fastidio.

Cicerone - Grazie, Murena. (Risponde senza guardarlo, gli occhi fissi sulla porta dove Crasso, che, sentendo l'ostilit dei presenti, non si inoltrato)

Catulo - (nel generale disagio) Ecco un altro che non andato a letto, stanotte!

Cicerone - (un gesto per far tacere Catulo) Avvicinati, Marco Crasso. Sono ancora vivo...

Crasso - Il braccio che voleva colpirti nemico tuo quanto mio.

Catulo - Forse perch l'ha mancato?

Crasso - Sono romano anch'io. La vita del console al di sopra delle fazioni.

Catone - A meraviglia, allora, anche l'opposizione d'accordo. Chiederemo al Senato i pieni poteri. Stanotte stessa.

Crasso - Stanotte?

Catulo - Meglio ormai perdere una notte intera che temere ogni notte di essere destati di soprassalto.

Catone - Se c' in Roma un resto di virt, schiacceremo sul nascere il seme della guerra civile.

Catulo - (dopo una pausa) Qualcuno contrario? (Tutti tacciono guardando Crasso, poi Cicerone)

Cicerone - E sta bene. (Ad Antonio) Se il console Cajo Antonio d'accordo sar convocato il Senato. (In primo piano si ode il sommesso pianto di Fulvia. Buio)

QUARTO QUADRO

Una strada di un quartiere popolare. A destra d chi guarda. E a sinistra, muri di case, sbocchi di vicoli. In fondo un caseggiato popolare con una piccola porta, la casa di Publio Silano. quasi l'alba. Schiarisce. Si odono segnali di buccina, che rispondono in lontananza.

Due uomini entrano da sinistra, Catilina e Fulvio. Non sono riconoscibili perch hanno il volto coperto dal cappuccio del mantello.

Fulvio - Ecco, questo il luogo di riunione. (Si nascondono nell'ombra di un vicolo perch una pattuglia in assetto di guerra attraversa il fondo. La coppia riemerge)

Catilina - Tutta la citt in allarme. Idioti... (Da destra entra un altro uomo col viso nascosto dal cappuccio: Cetego. Si ferma, aiutandosi coi denti, a fasciarsi una mano. Come vede gli altri due si mette in allarme)

Cetego - Chi va l!

Catilina - (scoprendo il volto) Cetego, dalla voce.

Cetego - (dopo una pausa di sorpresa) Io, io in carne ed ossa, per mia disgrazia. Siamo stati traditi.

Catilina - Tu? Tu osi parlare di tradimento? Cosi si rispettano i miei ordini? Dovrei farti frustare e impiccare a un albero, schiavo ribelle!

Cetego - Come, signore... l'hai suggerito tu stesso. Dicesti: ora ho le mani legate, non vedete? E ci rimproveravi di non agire. Anche gli altri hanno inteso cosi. Decidemmo insieme. (Indicando Fulvio) C'era anche lui.

Fulvio - Corsi ad avvisarlo appena capii che l'impresa era fallita.

Cetego - (a Catilina) Puniscimi, dunque, per aver mancato. Ma se t'avessimo portato il comando della citt in rivolta, l'avresti preso!

Catilina - Quando si agisce contro gli ordini si ha il dovere di non fallire.

Cetego - Infatti non doveva fallire! Tutto studiato era. Cepario e Lentulo al comando dei presidi, gli altri pronti ad appiccare incendi nei punti salientidella citt. Una luminaria da abbagliare un cieco. Il segnale doveva essere il fuoco alla casa del console dopo l'attentato... Fummo prevenuti. Ma per gli dei, la bocca che ha tradito ora vomita sangue...

Catilina - Chi era con te alla casa del console?

Cetego - Gabinio! S'offerse lui stesso di seguirmi. Ha il polso fermo, lo sai. Bussiamo con la scusa di ossequiare il console e di avere un segreto da rivelargli. Ci aprono, ma chiaro che erano avvertiti. Appena entrati, difatti, ci aggrediscono. Riusciamo a riguadagnare la porta e a disperderci. Mi ritrovo solo, folle di rancore, chiedendomi chi mai avesse prevenuto le guardie. Ad un tratto vedo un'ombra, lo riconosco: Quinto Curio. A quell'ora doveva essere ai mercati, pronto e incendiarli. Invece stava ancora li, presso la casa del console. Cieco d'ira faccio per avventarmi su di lui. Il terrore gli travolge la faccia. In due salti lo raggiungo, scivola, mi afferra le ginocchia: grida: "Per tua madre, Cetego, ascolta..." Non pot finire.

Catilina - Vivo, me lo dovevi portare! Se ha tradito, come stato pietoso il tuo frettoloso castigo... (Riflettendo) Ma se era vile come avrebbe osato entrare nella tana del lupo, sia pure per gridare al pericolo?

Cetego - Perch era li, disarmato, ansioso come un'adultera attorno alla casa dell'amante?

Catilina - E se avesse sospettato che un altro aveva in animo di tradire, e l'avesse seguito...

Cetego - Chi?

Catilina - Lentulo, Cepario, uno dei loro gregari, tu stesso, Cajo Cetego...

Cetego - (fa per impugnare la spada) Per gli dei, se non ti chiamassi Catilina non oseresti...

Catilina - (senza ascoltarlo, come in un dubbio lucido) Io stesso? Forse ho desiderato veramente quello che dici? Forse m' sfuggita una parola imprudente? Chi ho visto ieri?

Cetego - (impressionato) Signore, tu deliri...

Catilina - Impara che il sospetto l'aria infetta della cospirazione; e che l'unico modo per immunizzarsi il sospetto. (Si fa in disparte con Cetego e Fulvio, perch sta sopraggiungendo Cepario, anche lui nascosto dal mantello)

Catilina - Chi va l!

Cepario - (scoprendosi, vede Catilina) Tu, signore? vero che hanno ucciso Quinto Curio?

Catilina - Trucidato, inerme, per la strada, dagli sbirri del console. Informerete il popolo del delitto e lo ecciterete alla vendetta. Nessuno ha molestato i presidi?

Cepario - Nessuno. Li abbiamo ritirati alla notizia del fallimento.

Catilina - Va', che non parlino, che si mantengano in contatto. Ci ritroveremo a casa di Sempronia. Avvisa gli altri. (Cepario via. Catilina a Cetego) La verit sulla morte di Quinto Curio farebbe una pessima impressione tra i nostri. Rester un segreto tra noi, se saprai meritarlo... (A Fulvio) Sai cos' un segreto, ragazzo? (Escono a sinistra, perch da destra sono apparse due guardie. Queste si fermano perch dal fondo, sta avanzando un carretto a mano trascinato da un uomo sui cinquantanni, Silano, tarchiato, simpatico, poveramente vestito)

la Guardia - Chi va l!

Silano - Un romano, camerati! Anche se le apparenze sono di un asino berbero, un vero romano!

la Guardia - Cosa c' in quel carro?

Silano - Non lo vedi? Tutto il patrimonio di famiglia! Sopra c' il guardaroba, sotto le suppellettili... (Le due guardie frugano tra le masserizie che sono sul carro, come ad accertarsi di ci che contiene) Volete fare acquisti? Liquido a prezzi d'occasione, se v'interessa... Roba buona, di prima della guerra...

la Guardia - Silenzio mangiacipolle.

Silano - Hai torto ad ingiuriare le cipolle... (Entra Cornelio)

Cornelio - Publio! Sei o non sei il mio carissimo Publio?

Silano - E che fai a quest'ora, signore, spegni i moccoli in cielo?

Cornelio - (alle guardie) Lasciate in pace questo valoroso.

la Guardia - Ordini, signore, dobbiamo perquisire chiunque.

Cornelio - E allora perquisisci anche me.

la Guardia - Non importa, signore; sappiamo distinguere. Abbiamo ordini precisi. Hanno ucciso un uomo.

Cornelio - Un uomo? Che uomo?

la Guardia - Non so, signore. C' stata una rissa vicino alla casa del console Marco Tullio. Buongiorno, signore. (Si allontana assieme all'altra guardia)

Silano - Fatti vedere in abito civile, capitano. Sembri un avvocato.

Cornelio - Infatti vado cercando cause. Facili, spero, sul principio. Ho perso la pratica.

Silano - Allora, signore, non faccio al caso tuo. La mia una causa disperata... Uno sfratto e una denuncia per debiti. Ecco la pensione che mi d la patria dopo vent'anni di guerra. Trasloco, come vedi. Ho una vecchia sorella che mi ospita, me e la bambina.

Cornelio - Giusto, la tua bambina. Sta bene?

Silano - Cresciuta, signore. Troppo. Bella, non perch sia mia figlia, ma... Da quando sono tornato l'ho appena vista. Mi ascolta con sopportazione. Non rientrata stanotte... Dovrei ucciderla? La legge me ne d il diritto. Come se un padre simile avesse dei diritti...

Cornelio - Altri sono i diritti che ci stanno a cuore, Publio... (Mentre i due stanno parlando, si avvicinano Decio, altro popolano, curvo sotto un carico di fascine, e Tito, popolano anche lui, con un grembiule di pelle)

Decio - (a Cornelio) Signore, tu da queste parti? Davvero la citt si sta rovesciando.

Tito - Non mi riconosci, signore? (Si aggiungono altri popolani, tra i quali Furio, con un trincetto in mano e una vecchia calzatura nell'altra)

Furio - Salute, signore carissimo, sei venuto a ricostituire la quinta centuria a cavallo? Guarda, ho qui la spada... (Indica il trincetto) e lo scudo... (Indica la vecchia calzatura) Pronto a ritornate ai tuoi ordini! (Ride)

Cornelio - Amici, non m'aspettavo di trovarvi riuniti...

Tito - I poveri, signore, stanno con i poveri. In pace e in guerra.

Decio - Solo gli schiavi vivono nei quartieri ricchi. Noi abbiamo buone speranze.

Furio - Amici, un evviva a Lucio Cornelio. (Egli solo grida) Viva! (Mortificato si rivolge ai compagni) Be'? Non vi ricordate pi? (A Silano) Decurione, presenta la centuria! Su coi petti, ragazzi! (A Tito) E tu, tromba, il segnale! (Tito, stando al giuoco, come un bambino, suona la tromba con le mani)

Silano - (a Cornelio con amarezza, come presentando) Cento uomini e cento cavalli, signore, la pi bella centuria dell'esercito. Guarda come sono lucide le loro corazze, come puntate le lance, come frementi i cavalli! Davvero non li riconosci, signore?

Cornelio - Mio buon Publio, basta!

Silano - Ma vero, signore! Sono gli stessi intrepidi cavalieri della carica di Nicopoli, i conquistatori di Antiochia! Su, mostrate le vostre gloriose ferite alla patria riconoscente!

Tito - (a Silano) Sei impazzito? Ti vuoi rovinare?

Silano - E come? La miseria un possesso tranquillo, senza rischio di danni!

Tito - (a Cornelio) Compatiscilo, signore, ha le sue ragioni. Piuttosto, sono maniscalco, non hanno bisogno di niente i tuoi cavalli?

Cornelio - (un po' imbarazzato) Certo, vieni quando vuoi...

Furio - Signore, non t'occorre un paio di calzari? Non sono un grande artista ma per te saprei fare miracoli... Ricordi la tua sella? A buon prezzo, signore...

Cornelio - Va bene...

Decio - Se vuoi legna da ardere... La stagione inclemente...

Cornelio - Anche la tua legna, Decio... (A Silano) Tu, Publio, non vorresti farmi un piacere? M'occorre un uomo di fiducia...

Silano - Davvero, signore?...

Cornelio - Verrai da me, quando puoi... (A tutti) Vedremo di tirare avanti assieme, come una volta... Almeno finch non si far giustizia... Perch vi dico che Roma dovr riconoscere i vostri diritti.

Tutti - (avvicinandosi) Quando! Come! Parla! Silenzio! Fate silenzio!

Cornelio - Ascoltate. Vengo dalla casa di Cajo Cesare. C'erano anche Marco Crasso e i tribuni del popolo. Tra giorni sar riproposta la legge per la distribuzione delle terre.

Tito - Signore, avremo una casa? E un campo?

Decio - Dunque, le promesse saranno mantenute? Gli dei fanno prodigi?

Cornelio - Non un prodigio amici, se terrete duro, un vostro diritto. Questa certezza voi dovete opporre a chi semina la violenza (Entra Fulvia, stanca, abbattuta, coi capelli spettinati e gli occhi rossi, Silano la vede subito e, senza una parola le va incontro)

Silano - Fulvia!... Bambina... l'alba...

Fulvia - Sono viva, padre... non basta? (Fa per entrare nel portone)

Silano - Hai gli occhi rossi di febbre... o di pianto?

Fulvia - l'aria della notte. Fui presa nel tumulto e chiusa dalle guardie assieme ad altri. Sono stanca (Si avvia su per la scala)

Decio - Un tumulto? Che tumulto?

Silano - Una rissa vicino alla casa del console Marco Tullio. (Sopraggiunge Cepario di corsa)

Cepario - Cittadini, amici! Un altro delitto dei signori ha macchiato le strade di sangue! Hanno ucciso uno dei nostri, dei vostri, una vittima della loro I bestiale paura! Il nobile Quinto Curio non pi! (Movimento di sorpresa e di emozione della folla)

Cepario - Pugnalato dai sicari del console! A morte gli assassini del popolo!

Tutti - A morte! A morte! Cosi mantengono le loro promesse!

Cornelio - Amici! Ascoltate! Frenate la vostra collera, amici... La legge...

Cepario - Questa la loro legge! Quinto Curio non che il principio. Hanno la lista di chi contro di loro per sterminarli!

Tutti - A morte! A morte! Abbasso il console Marco Tullio nemico del popolo! (Entrano di corsa le due guardie con le daghe in pugno)

la Guardia - A casa! Scioglietevi! A casa! Via di qui, pezzenti facinorosi! A casa! (Sotto i colpi delle guardie, la folla si disperde. Silano entra a casa)

Cornelio - (alla seconda guardia) Come hanno ucciso Quinto Curio?

2a Guardia - Non lo so, signore, non so chi sia... Per il tuo bene vattene di qui, oggi giorno di tempesta.

1a Guardia - Che tempi, signore, per chi fa il nostro mestiere. Tutti crepano dalla voglia di uccidere. Ci trasformeranno in becchini.

2a Guardia - Doveva essere importante se per un morto solo tanto baccano. (Se ne va assieme al suo compagno. Cornelio resta assorto, come impietrito dal dolore. Dalla porta della casa di Silano, sta uscendo Fulvia. Alza gli occhi su Cornelio che la fissa)

Fulvia - Non ero con lui... Tra noi era finita...

Cornelio - Questo tutto il tuo compianto?

Fulvia - Mio padre ignora. Nelle mie lacrime, se ne avessi, leggerebbe la verit. E ha gi troppe ragioni di rancore per dargliene un'altra. Capisci?

Cornelio - Capisco. Non parler.

Fulvia - E lascialo in pace. Gi freme d'impeti bellicosi, come Quinto Curio.

Cornelio - Io non voglio la guerra. Voglio solo giustizia, anche per tuo padre.

Fulvia - Quinto Curio diceva lo stesso. E l'hanno ucciso...

Cornelio - La stia morte sar vendicata.

Fulvia - Ah, anche tu! E non la guerra, questa?

ATTO SECONDO

PRIMO QUADRO

Una sala in casa di Livia Sempronia. Lucio Cornelio, in piedi, aspetta. Entra Sempronia.

Sempronia - Finalmente, capitano. Non mi succede spesso di chiamare due volte la stessa persona.

Cornelio - Perdonami, signora, sono giornate turbinose. Non ritenevo il tuo invito cosi urgente.

Sempronia - O volevi preservare la tua virt dal contatto di una compagnia scellerata?

Cornelio - Un avvocato, signora, vive di compagnie scellerate. E pi il delitto grande pi frutta. Vedi dunque che, se mai, un naturale interesse mi spinge verso di te. Sebbene non mi sia facile crederti responsabile di un delitto grave...

Sempronia - Per gli dei, se questo vuole essere un complimento, Giove stesso lo farebbe da minore distanza. Puoi scendere di qualche gradino, capitano, o mi faccio portare una scala per raggiungerti? Non vuoi sederti? Le sedie, ti assicuro, sono innocenti.

Cornelio - (la guarda sorridendo, si siede) Ti a-scolto.

Sempronia - Assisti i tuoi clienti come quei medici che a furia di stare alla larga del paziente lo convincono di essere perduto.

Cornelio - Avere una convinzione simile gi qualcosa, a volte il principio della salvezza.

Sempronia - Credi che io sia salvabile?

Cornelio - Pu darsi. Dal modo come hai mentito, l'altro giorno direi di si. Quel povero ragazzo credeva di essere impazzito.

Sempronia - E perch non ti sei schierato dalla sua parte? Se eri convinto che mentivo perch m'hai soccorso?

Cornelio - Ti ho soccorso perch in quel momento eri la pi debole. il mio vizio mettermi sempre cosi, coi pi deboli. E perch certi giuochi non mi divertono! Non sono abbastanza raffinato per apprezzarli. Ti prego, dimmi in che cosa posso servirti...

Sempronia - Un momento, m'interessa la questione della debolezza. Io pi debole di Fulvio? Credevo t'avessero informato che quei ragazzi cambiano parere a un mio cenno...

Cornelio - Loro si, pu darsi. Ma c'era li presente qualcuno pi forte del tuo famoso prestigio: quella parte di te che costringeva l'altra a vergognarsi e a mentire. Dalla tua coscienza ti ho difeso, che ti sottraeva il sangue dal volto, pallido di umiliazione... Tu non hai diritto, Livia...

Sempronia - E chi sei tu, che vieni a contestarmi un diritto? In nome di che cosa? Credevo che cinque anni di villeggiatura in Asia t'avessero coltivato il gusto. E invece, con tutta seriet sei andato a imporre la legge di Roma a quei popoli civili. La legge di Roma! Guardati attorno, unico uomo virtuoso della citt! Pu darsi che guarirai della retorica davanti alla nausea... (Cornelio le impedisce di continuare. La abbraccia e la bacia a lungo)

Cornelio - Ecco. Va bene? Cosi la nausea salir pi in fretta... (Stordita ed indignata, Sempronia arretra di qualche passo. Ma riesce a dominarsi e si mette a ridere, di un riso un po' sostenuto ma senza scherno)

Sempronia - Peccato, capitano, per un giuoco cosi semplice tanto crudele rancore... Scommetto che persino Sesto Tarquinio, quando aggred Lucrezia aveva sentimenti pi umani...

Cornelio - Cinque anni fa, per un istante simile, avrei dato la vita...

Sempronia - Quale istante... tu? Vuoi dirmi che gi esistevi cinque anni fa?

Cornelio - No, infatti. Se esistere significa essere investito da uno sguardo che ti fa vivere come il soffio degli dei, allora non ero che un fantoccio sprovvisto d'anima... Ma se vuol dire penare e torturarsi per un bene che non si avr mai...

Sempronia - Come si fa a prevederlo?

Cornelio - troppo in alto, troppo conteso...

Sempronia - Allora si desiste per paura; o per orgoglio...

Cornelio - O per amore... Per non turbare chi ti ignora e sembra interessarsi d'altro, nemmeno col fastidio di un rifiuto... Si sparisce...

Sempronia - (dopo una pausa, quasi con pudore) Bene, ora basta coi morti e le commemorazioni. Veniamo agli affari...

Cornelio - Il male che si continua a vivere. Si parte convinti che non ci sia dolore pi grande di un sentimento sacrificato. , un dolore fisico, acuto e lancinante. Consolato tuttavia dal pensiero d'aver agito per il bene di qualcuno. Assai peggio , tornando, constatare la inutilit del sacrificio. un dolore oscuro, ed assurdo, senza possibilit di consolazione. Scusami, dimentica, se puoi. Dimmi dei tuoi affari, ti ascolto...

Sempronia - (dopo una pausa, dominandosi) Sono in causa con lo Stato. Rivoglio la mia villa di Portici. Era di mio padre, gli fu tolta durante la dittatura di Siila assieme alle altre propriet. Caduto Siila, ci fu restituito tutto tranne quella villa. Adducono un cavillo dietro l'altro, formalit, vizi di vendita perch chi la occupa, lo stesso uomo di Siila che allora la fece confiscare, ha tali appoggi che nessuno osa molestarlo. inaudito! Claudio Rufo, un sicario di Siila, vale pi della legge.

Cornelio - Se per questo, i seguaci del dittatore si son divisi equamente: i violenti, a cominciare dal tuo Catilina, coi rivoluzionari; hanno la vocazione della tirannide. Morto un dittatore si schierano infallibilmente con chi promette di uccidere la libert, anche se per ragioni contrarie. I furbi, i corrotti, come il tuo Rufo, coi conservatori.

Sempronia - Claudio Rufo assai di pi che un furbo e un corrotto. Lo chiamerei in giudizio per omicidio se la vilt dei tempi non avesse dissolto i testimoni. lui che ha ucciso mio padre nella villa di Portici... Adesso vi ospita le sue concubine. Vi ha fatto lavori di restauro. Pavimenti a intarsio e dipinti lascivi sulle pareti per cancellare la memoria di quella notte...

Cornelio - Perdonami se ho riacceso un triste ricordo...

Sempronia - Rassicurati, non mai stato spento. Ho cercato... (Lunga pausa) Mio padre era grande e forte, nella stagione piena. Una volta pieg un ferro coi pugni per farmene un bracciale e i muscoli qui gli guizzavano sotto la pelle bruna. Non aveva migliori amici che i servi, si divertiva con loro in giuochi di destrezza. Una volta ne fece battere uno per il sospetto che l'avesse lasciato vincere perch era il padrone. Poi, per sdebitarsi, lo affranc. Naturalmente era contro Siila; ma con una tale fiducia nella lealt degli avversari che quando il suo partito fu soccombente, si ritir a Portici, sicuro di non essere molestato. Da buon soldato ammirava il suo vincitore. (Pausa) Lo svegliarono una notte con la scusa che c'era un ferito da soccorrere. Lui scese di corsa, cosi come era, e passando mi grid che l'aiutassi. Entrarono in quattro deponendo a terra un fardello. Come lui si chin sul ferito, lo assalirono. Si raddrizz quant'era alto, bench il sangue gli colasse abbondante sulla tunica. E, afferrato uno degli assalitori, se ne faceva al tempo stesso arma e scudo. Allora colui che giaceva a terra ferito Claudio Rufo capisci? s'alz in un lampo e, trovatoselo di spalle, gli conficc il pugnale nelle reni. Io avevo gridato per avvertirlo e lui, ancora in piedi, mi guard per l'ultima volta con uno sguardo smarrito. Non vidi altro. Le forze mi mancarono e caddi rotolando gi per la scala. Cosi fu ucciso l'unico uomo che ho conosciuto. (Lunga pausa) Naturalmente, finita la dittatura, la commedia dur a lungo. Cerimonie, discorsi, riabilitazione, sempre in presenza di una giovinetta vestita a lutto, che non aveva pi lacrime per le cerimonie ufficiali. Ma quando quella ragazza chiede giustizia, stanca di fare l'insegna abbrunata nelle commemorazioni, allora tutto s'intorbida, la gente inchinandosi si ritira, nessuno sa, nessuno ha visto, tutti consigliano la figlia di Marco Sempronio d'essere degna di suo padre: dimenticare le offese per l'unit della patria. E va bene. Proviamo a dimenticare in cambio di un gesto, uno solo che tenga in vita la memoria di mio padre; nulla, non una delle idee che gli stavano a cuore messa in pratica o almeno rispettata. Solo la figlia di Marco Sempronio, imbalsamata viva, doveva servire di scudo, come la statua della virt, alla loro ipocrisia. E allora la statua si ribella, scrolla le pareti del tempio nel quale murata, che almeno non vengano ad oltraggiarla coi loro inchini. Si sporca, si mescola ai corrotti, ai ribelli, alla canaglia, trascina chi pu alla perdizione, pur di scavare sotto i loro piedi un abisso di putredine che li inghiotta tutti, tutti... (Scoppia in isterici singhiozzi)

Cornelio - (scuotendola) E credi di placare l'ombra di tuo padre col tuo suicidio? Che dico, peggio di un suicidio; che tu non stai distruggendo ci che mortale, ma l'anima tua, Livia!

Sempronia - Che importa... Purch io veda la fine...

Cornelio - La tua fine, Livia... Ascolta: assumo il patrocinio della tua causa contro Claudio Rufo.

Sempronia - Vattene, Lucio, per la tua salvezza... Va', fuggi, nasconditi in un deserto ad aspettare la fine dell'uragano... Quando tutto sar finito occorreranno uomini come te per ricominciare...

Cornelio - Proprio ora che s' accesa una speranza vuoi che diserti? I tribuni hanno chiamato i consoli davanti al popolo per riproporre la legge. Tutta Roma nel Foro, ad appoggiare la richiesta dei tribuni. Non potranno non ascoltarli. E se la legge passa la pace, Livia, la giustizia... Tuo padre oggi sarebbe tra i primi sotto i rostri...

Sempronia - Mio padre morto. Come fai a sapere con tanta sicurezza dove si schiererebbero i morti?

Cornelio - Tu stessa lo sai... Gridi per coprire la sua voce... Credi di vendicarlo, abbassandoti, ma in realt lui che fuggi... il suo ricordo che t'assedia, il crudele ricordo della sua fine...

Sempronia - Davanti agli occhi me lo uccisero! Ed io non feci nulla, nulla...

Cornelio - Ecco, ecco... il rimorso della tua impotenza... e d'essere ancora viva... Noi soldati sappiamo queste cose. Sempre, alla fine di una battaglia, vedendo i compagni caduti: perch lui, ci si domanda, e non io? La colpa di averlo abbandonato, di averlo lasciato morire al tuo posto. Occorre una immensa piet per noi stessi per continuare... Non credi di essere stata troppo severa nel giudicarti?

Sempronia - Vattene... Risparmiami la tua assoluzione... (Tremando e facendosi forza) Perch buio cosi presto? Non fa freddo in questa casa?

Cornelio - (avanzando verso di lei, come per soccorrerla) Livia...

Sempronia - Lasciami sola... Padre, padre, dove sei non distinguo pi la tua voce... (Entra un servo)

Servo - Perdonami, signora, un gruppo di persone chiede di Lucio Cornelio, dice che tardi...

Cornelio - (al servo) Di' che vengo subito... (Il servo esce. A Sempronia) Sono i miei compagni, devo andare...

Sempronia - (come destandosi) Adesso?

Cornelio - I tribuni saranno gi ai rostri. Oggi si decide della pace o della guerra.

Sempronia - Gli dei ti proteggano... Siete armati?

Cornelio - E perch? Siamo protetti dalla legge. Siamo cittadini romani.

Sempronia - vero... (Toccando la sua tunica) Come leggera questa tunica... Quanto durer la riunione?

Cornelio - Torner a darti notizie... Addio, Livia...

Sempronia - Ti aspetto... Non sono stata mai cosi sola... (Un attimo, si abbracciano di slancio)

Cornelio - Questo il mio buon auspicio, Livia! Torner presto! (Si avvia rapido verso la porta di destra, dalla quale entrano Catilina, Gabinio e due servi con fiaccole, che fissano nei torcieri)

Catilina - (a Cornelio) Ancora chiacchiere, capitano? Stanno per correre fiumi di parole. Parlerai anche tu?

Cornelio - Solo per dire "si" alla pace, Sergio Catilina. (Esce)

Catilina - (a Sempronio) Allora? Come cuoce il nostro fagiano?

Sempronia - Che aria tira in citt?

Catilina - Niente, aria di comizio. I tavernieri a-spettano coi boccali pieni che la festa sia finita. Sono i soli a guadagnare in queste giornate. Che cosa dice il giovanotto? Lui tra i patroni della festa...

Sempronia - Ascolta... (Si odono le grida della folla molto lontano)

Catilina - Si direbbe che hai paura. Non hai mai inteso eccitare i gladiatori? Li, almeno, lo spettacolo cruento. Questi, tra poco, canteranno di gioia.

Sempronia - Vinceranno, allora?

Catilina - Oh, certo, al giuoco delle promesse! Marco Tullio non un eroe da dire di "no" alla folla. un avvocato, per giunta, maestro nell'arte dei rinvii. Dar al popolo tutte le garanzie della forma e lomander a casa soddisfatto. Un mese di tregua. Il tempo che ci occorre per uscire di quarantena e mettere a punto i nostri piani. Nel momento pi fondo della delusione torneremo a colpire. Dimmi del centurione, piuttosto. Qui fuori c'era ad aspettarlo un nerbo di veterani, una pesca stupenda, se abbocca...

Sempronia - E se oggi vincessero?

Catilina - Ah, lingua di malaugurio! Vent'anni di pace per mettere in moto i tribunali e frugare nel passato di ciascuno? Bella prospettiva! Met di noi andrebbe a riposare nelle colonie penali.

Sempronia - In compagnia di molti senatori.

Catilina - Per vederli in faccia dalla mattina alla sera?

Sempronia - Poi verr un'amnistia.

Catilina - Peggio! Dovrei scegliermi un mestiere! Mi vedi a difendere le cause? In affari sono impaziente e sfortunato. Curare i vecchi libertini dei loro acciacchi? Mi ripugna. Piuttosto con qualche raccomandazione, entrerei nella polizia. Detesto il disordine.

Sempronia - Tu?

Catilina - (serio) Io, si. Io adoro l'ordine. Anche tu mi credi un fanatico sanguinario? E monterei una macchina di queste dimensioni? Io sogno un ordine totale, che ci liberi finalmente da queste fastidiose querele di ricchi e poveri, romani e barbari, citt, municipi, federazioni, montagne di invenzioni funeste per stipendiare due eserciti, uno di militari ed uno di burocrati; per far prosperare la verminaia dei mercanti, mediatori, clienti, avvocati, ladri, tristo apparato della disuguaglianza. Voglio un ordine di u-guali come le spighe di un campo...

Sempronia - Prima o dopo la mietitura? (Catilina sta per replicare, ma si ferma in ascolto)

Catilina - Gabinio.

Gabinio - Signore.

Catilina - Non sento pi nulla.

Gabinio - Neanch'io, signore.

Catilina - (fra s) Strano un comizio di Cicerone senza applausi...

Sempronia - Di che hai paura?

Catilina - Paura!... Per gli Dei che ti succede, vuoi provocarmi?

Sempronia - E se rinunciassi all'incarico?

Catilina - Cos', ti disprezza? C'era da aspettarselo. Fasciato com' di buoni sentimenti... bene, ti lascerai redimere a poco a poco; una volutt alla quale i tipi come lui non resistono. In realt sarai tu a redimerlo dalla sua sciocca vanit d'essere il prediletto di Giove. Quando non creder pi a niente di ci che lo riscalda, ma avr freddo anche lui come un mendicante, allora non potr pi star solo... (Le prende la mano con una familiarit che rivela forse un passato pi intimo. Sempronia la sottrae)

Sempronia - Hai le mani umide di febbre.

Catilina - (guardandosi le mani) Ma il cuore calmo, il cervello chiaro...

Sempronia - C' qualcosa in cui credi tu?

Catilina - (calmo in un delirio come a se stesso) Credo nel numero dei poveri superiore a quello deiricchi, credo nella vittoria della giovent che con noi, contro la vecchiaia d'anni e di spirito che dall'altra parte, credo nell'impazienza di mutar vita di chi non ha pi altra fede che lo consoli, nella necessit che fa coraggiosi anche i timidi, nella fatalit della natura pi forte di ogni legge,... occorre secondarla... dare la prima spinta, il resto rotoler da s... (Entra Lentulo)

Lentulo - Vengo dal Foro. un campo militare. Un cordone di picche separa il Senato dalla folla.

Catilina - Perch il Senato? I consoli sono chiamati davanti al popolo...

Lentulo - Non sapete la trovata di Marco Tullio? S' fatto seguire dal Senato. Ha voluto impressionare. Parlando, ha fatto un gran gesto col braccio per scoprire la corazza sotto la toga. Bene, che tutti la vedessero.

Sempronia - Allora teme il peggio...

Catilina - (come tra s) Che abbia meditato un colpo di forza? impossibile...

Sempronia - Perch? Tu puoi farlo e lui no?

Catilina - No, lui no! Lui per la legge. Ed il console, deve tenersi alla costituzione! Se la viola solleveremo il popolo! I tribuni hanno parlato?

Lentulo - Non avete udito le grida? Ad ogni loro frase tuonava l'approvazione della folla. I senatori parevano impressionati: guardavano di qua e di l, dal Palatino al Campidoglio fitti di moltitudine... Ora, ti dico, sta parlando Marco Tullio. Dice che la legge agraria un pretesto per mettere le mani sull'erario e pagarvi i debiti.

Catilina - Solo per quelli di Cajo Cesare non basterebbe la provincia d'Asia.

Lentulo - Ti accusa di aver attentato alla sua persona.

Catilina - Ha prodotto prove?

Lentulo - No. Ha toccato i senatori nella pelle dopo averli toccati nella borsa. (Entra Cetego in grande orgasmo)

Cetego - Grandi notizie, amici. La legge caduta. Dopo il discorso di Cicerone, il Senato l'ha respinta seduta stante, all'unanimit.

Catilina - Come, gi deciso? E la folla? E i tribuni?

Cetego - Muti, storditi, non hanno osato replicare.

Catilina - (con una esplosione di sarcasmo) Ah, che grande oratore Marco Tullio! Per gli dei, l'avevo sottovalutato! Dove l'avrei trovato mai un alleato cosi? Ci ha giovato pi in un'ora che una guerra persa o un anno intero di fame! Ricever presto le mie congratulazioni!

Sempronia - (a Cetego) Che fa la folla? Minaccia? Si agita?

Cetego - Ma no, signora! Quasi si sente in colpa per le parole di Marco Tullio. Stanno sgomberando a testa bassa come cani frustati!

Catilina - E voi state qui a poltrire? Muovi il tuo polpaccio, Lentulo Sura! Che aspettate a correre tra la gente a risvegliarne il furore quando ancora riunita e si pu fare coraggio a vicenda? Vi abbatte il loro silenzio? Si sa, un colpo improvviso li per li stordisce, non duole. Ma si saranno gi ripresi e imprecheranno gi tra i denti contro la sorte. Dite che non la sorte gli avversa ma la prepotenza del Senato e la vilt dei tribuni! Dite che non c' che un modo per liberarsi e sapete qual ! (Entra Cesare. Ha in parte udito e in parte intuito ci che succede)

Cesare - Ascoltami fin che sei in tempo...

Catilina - Non siamo pi in tempo, Cajo Cesare. Gli altri hanno dato il segnale.

Cesare - Gli altri non chiedono che di mettervi fuori legge.

Catilina - Accettiamo la provocazione. Procederemo alla leva in massa degli scontenti.

Cesare - Armati di scontentezza, addestrati con le promesse: la verit che tu vuoi la guerra per giustificare con la necessit della violenza la tua stessa violenza. La libert ti spaventa perch obbliga alla ragione. La guerra ti concede una disciplina di rigore, per gli altri pi ancora che per te stesso.

Catilina - (beffardo). Mi giover della tua ragione. Sarai il nostro consigliere politico.

Cesare - Non contare pi su di me. Non voglio che mi si chiedano i conti di un'impresa fallita. E come me altri non ti seguiranno. Romperete l'unit del partito.

Catilina - Finalmente! Ci libereremo dei ragionatori a vuoto! Dei critici inconcludenti! (Via Cesare) Ma non venite ad offrire i vostri servizi dopo la vittoria. Tu vuoi degli ordini Cetego? Eccoli: eccitate al disordine e promettete protezione. Pi crescer il numero dei sospetti pi diminuir la vigilanza su ciascuno di voi. Lodate i violenti, scuotete gli incerti, atterrite i vili. Essere l'unica speranza dei disperati, l'obbiettivo raggiunto. (Buio)

SECONDO QUADRO

Una sala in casa del console Cicerone. Cajo Pisone sta ascoltando da un suo subalterno la lista dei colpevoli di disordini da sottomettere al console per il loro arresto.

Muzio - (continuando a leggere) Popilio. Mercante. Assieme ad altri ha assalito un magazzino di derrate.

Pisone - Anche i mercanti si riscaldano. la follia collettiva. Poi?

Muzio - Fulvio Nobiliore. Patrizio.

Pisone - Il figlio del senatore? (A un cenno d'assenso dell'altro) Che accusa?

Muzio - Con un gruppo di schiavi e di prostitute ha oltraggiato il senatore Cajo Vinicio e l'ha gettato in una fontana. La denuncia parte dall'offeso.

Pisone - (dopo un attimo) Sospendi. Parler con suo padre e con Cajo Vinicio. (Il subalterno fa un segno con lo stilo accanto al nome) Poi?

Muzio - Un altro soltanto: Publio Silano, ex decurione, reduce d'Asia. Con grida sediziose eccitava il popolo alla rivolta inneggiando a Catilina.

Pisone - Anche l'esercito... Per costoro ci sar un castigo esemplare. (Entra da sinistra Cicerone. Gli altri s'inchinano. Muzio esce a destra)

Cicerone - Notizie d'altri disordini?

Pisone - Calma per oggi. Pattuglie perlustrano la citt. Questa la nota dei colpevoli di violenze per ordinarne l'arresto. Catilina bisognerebbe stipendiarlo invece di chiamarlo in giudizio. Senza di lui come si svelerebbero i nemici della Repubblica? (Gli consegna il plico)

Cicerone - Ce n' abbastanza perch venga a giustificarsi in Senato. Si crede invulnerabile perch ha nelle vene sangue nobile! La citazione del Senatore Lucio Paolo stata inoltrata?

Pisone - Ci vorrebbe altro per quel criminale di una denuncia come perturbatore della quiete pubblica!

Cicerone - La legge Plauzia non consente di pi. Datemi una prova di alto tradimento e lo consegneremo al carnefice. (Entra Muzio)

Muzio - Gli ambasciatori degli Allobrogi sono arrivati. con loro Publio Umbreno, loro legale.

Cicerone - (a Pisone) Cosa chiedono?

Pisone - La luna, signore. Hanno pi debiti che figli nella strada, per la loro sanguinosa mania di combattere. Chiedono una riduzione dei tributi.

Cicerone - Proprio ora che domandiamo pazienza e sacrificio alla plebe di Roma? L'ultimo dei romani mi sta pi a cuore del primo dei Galli.

Pisone - Potremmo dar loro, personalmente, quanto basta per convincere alla calma i loro concittadini.

Cicerone - Roma governa, non corrompe. La sua legge pu essere dura, ma giusta. Siano ricevuti con le insegne della potest consolare, affinch l'immagine del dominio li ammonisca alla calma. (Muzio esce da sinistra)

Pisone - (indicando la nota degli accusati) Per costoro possiamo procedere?

Cicerone - Voglio esaminare caso per caso. (Pisone esce, seguito dal suo subalterno, Cicerone d una occhiata alla nota. Entrano, non annunciati, Cajo Cesare e Lucio Cornelio, seguiti da due guardie che evidentemente non sono riusciti a trattenerli)

Cesare - Si deve forzare la casa del console per avere l'onore di parlargli?

Cicerone - Pei senatori il console riceve in Senato!

Cornelio - (avanzando e inchinandosi profondamente) Fammi mettere in ceppi, signore, ma prima ascoltami. Non mi riconosci? Una volta ti degnavi d'essere un padre e pi che un padre per me!

Cicerone - (sollevandolo con un braccio) Cosa vuole il pi generoso dei miei scolari? Egli ha libero ingresso nel mio cuore senza bisogno di violare il mio domicilio. molto che non ti vedo.

Cornelio - Fui in Asia, signore, a combattere contro il re del Ponto.

Cicerone - Che si dice, laggi? Che fa Gneo Pompeo?

Cornelio - Sta bene, credo, signore; per la verit non ho avuto spesso l'onore di vederlo.

Cesare - Siamo qui per parlarti di persona, con la massima urgenza. Preferisco intendermi con una testa sola, se quella di Marco Tullio. Hai respinto la nostra legge.

Cicerone - Non io. Il Senato l'ha respinta.

Cesare - Sia pure. Tu hai condotto la battaglia e fornito ragioni a chi non aveva che paure.

Cicerone - Ho fornito ragioni alla verit.

Cesare - Quel che importa, ora, che la legge stata respinta.

Cicerone - So a cosa mirava il tuo progetto: una speculazione per aumentare i fondi di Marco Crasso e per pagare i tuoi debiti, Cajo Cesare. Otto milioni di sesterzi... Io spendo molto meno.

Cesare - Bene, vedo che c' chi tiene i conti per me... Ma fossero anche il doppio i miei debiti e riuscissi a rimettermi in pari frodando l'erario (e credi che saprei occultare le mie ingiuste ricchezze, Marco Tullio? Giorno e notte si banchetterebbe negli orti di Cesare!)... Quand'anche dico, non otto, ma venti milioni di sesterzi andassero ad impinguare una sola tasca, ben poca cosa sarebbe di fronte all'esercito di miserabili che avrebbero finalmente una casa ed un campo... Questo voleva la legge... Per non farne arricchire dieci (e ci sono ben altri mezzi oggi, e lo sai) ne condannate milioni a marcire nella miseria!

Cicerone - La legge non pu tenere conto del numero.

Cesare - Ma la politica si! Dieci arricchiti di pi - (ammesso sempre che vi riescano) non modificano l'equilibrio della Repubblica. Milioni di scontenti lo turbano, pronti a gettarsi in qualunque impresa disperata. Bene, a che pr tante parole? La legge agraria respinta. E Marco Tullio convinto che ci sia per il bene della Repubblica, che gli sta a cuore, certo, come le sue pupille. Per questo siamo qui, soli, inermi, a parlarti non come avversari di parte ma come romani a un romano. Fa cessare la severit delle rappresaglie contro chi, in un attimo di smarrimento, ha dato sfogo alla delusione.

Cicerone - Le responsabilit saranno accuratamente vagliate.

Cesare - Ahim, Marco, quando la frana precipita ti metteresti a sceverare un sasso dall'altro? Occorre un gesto ampio e generoso che rassicuri il popolo impaurito.

Cornelio - Sempre ci dicevi nel tuo studio che la clemenza degna alleata della giustizia.

Cicerone - Erano altri tempi allora... Altre circostanze...

Cesare - Dunque la legge si applica a seconda delle circostanze?

Cicerone - Non ho nessun potere in merito. Decideranno i tribunali il giusto e l'ingiusto.

Cesare - Non col giusto e l'ingiusto si reggono gli stati, ma con la volont di non perderli. A te la scelta: un perdono generale a tutti i responsabili dei recenti tumulti, promessa per un migliore domani. O noi perderemo il controllo della fazione popolare e non vi saranno pi limiti al contagio della violenza.

Cicerone - Il Senato non ammetterebbe un gesto di debolezza; io stesso lo rifiuterei come contrario alle tradizioni: Scevola pun la sua mano per avere errato e Bruto condann a morte i suoi figli.

I Cesare - E dove sono gli eredi dei Bruti e degli Scevola? Essi trafficano in immobili ed abitano palazzi di marmo. Alle loro grandi parole ormai non credono pi che i ragazzi malinconici come il figliolo di Servilia, il piccolo Bruto. Sempre a giostrare con la sua spada di legno contro nemici gi morti. Se non matura con l'et finir per tirare un colpo sbagliato. Lui s, che si infiammerebbe a sentirti. Ma non ha che dieci anni, l'et delle favole. Gli passer. Non credo che avremo un'altra occasione di parlarci pi schiettamente. La tua ultima parola?

Cicerone - Non sono un aristocratico come. te, Cajo Cesare, non posso permettermi il tuo disprezzo [per le cose che ho appreso a venerare fin dalla nascita. Mio padre era un contadino, commerciava in grano. Da bambino, mi davano da sostenere la bilancia e attorno disputavano il prezzo gridando: "La tua ultima parola? La tua ultima parola?" Io non guardavo che l'indice del peso. Che fosse giusto. Con lo stesso animo oggi indosso questa porpora.

Cesare - E per la stessa ragione tu, figlio di contadino, sei a capo del partito degli aristocratici?

Cornelio - Signori, signori, chi ha ancora a cuore la libert guarda a voi come all'ultima possibilit di salvezza. (A Cicerone) Tu vuoi il giusto, signore, ed io sono con te. Da te ho appreso a ragionare. Ed giusto che chi ha dato tutto per amore della patria, o chi stato spogliato di tutto dalla tirannide per amore di libert, debba andare a testa bassa di fronte a chi non ha dato nulla e s' accontentato solo di prendere, prima o dopo? Che debba temere ogni giorno per la vita sua e dei suoi figli? Non sono anch'essi romani? O forse tra i romani c' chi pi e chi meno romano degli altri? (A Cesare) lo stesso che vuoi tu, Cajo Cesare, anche se lo chiami diversamente. (A Cicerone) La giustizia, signore: quando gridavano contro il nemico nell'impeto dell'assalto questo era giusto. Perch se gridano contro la miseria, nemico altrettanto temibile, ingiusto? Non ebbero compenso per le prime grida; giusto che per le seconde abbiano il carcere? (Pausa, come accorgendosi di essersi scaldato troppo) Se debbono pagare, si tenga conto che hanno gi pagato in anticipo. E ti garantisco, un buon prezzo!

Cicerone - Chi il tuo nuovo maestro di eloquenza?

Cornelio - La guerra. (Cicerone osserva la nota degli accusati che ha ancora in mano, come pesi la loro vita. Per un attimo ha intenzione di lacerarla. Si riprende, maturando la risposta)

Cicerone - Non posso promettere ci che non mi appartiene. Ma se il bene della Repubblica... hai ragione, Cajo Cesare, a dire che m' pi caro delle mie pupille... se il bene della Repubblica esige un atto di clemenza, non mi opporr. Io stesso ne sar patrocinatore.

Cesare - In queste condizioni neanche io posso promettere nulla. Il popolo non s'accontenta pi di parole.

Cicerone - Presto avrete notizie.

Cornelio - Gli dei ti aiutino per il meglio. (Cesare e Cornelio escono. Cicerone legge ancora la nota degli accusati. Entra il vestiarista e comincia ad aggiustare addosso a Cicerone il paludamento purpureo)

Cicerone - Come pesante questa porpora... L'ho desiderata come una veste di gloria e m'avvolge come un sudario di sangue... Questa dunque la vera immagine della legge? (Entrano Pisone, Quinto Cattilo, Catone e il subalterno di Pisone)

Catulo - Cosa pretende da noi Cajo Cesare?

Cicerone - Nulla che non sia suo diritto di chiedere.

Catulo - Perch il console si esprime come una sibilla? Teme di compromettere il pi insidioso nemico della Repubblica?

Cicerone - Finch Cesare si terr nell'ambito della legge, cosa di cui non ho ragione di dubitare, il console ha il dovere di ascoltarlo.

Catulo - Quali distinzioni sottili! Cesare l'altro volto di una medesima sciagura. Altero e dissimulatore quanto l'altro impaziente e violento. Che facciamo noi per difenderci? Nulla. Li lasciamo liberi l'uno e l'altro.

Cicerone - Catilina chiamato in Senato a giustificarsi.

Catulo - Oh, certo! Se avr la cortesia di presentarsi!

Cicerone - Se non verr sar una ammissione di colpa. Lo giudicheremo in contumacia.

Catulo - E lo manderemo a rimettersi in salute in qualche salubre campagna. Credi che lui al posto nostro userebbe la stessa delicatezza?

Cicerone - Non siamo contro le tigri per mangiarle.

Catulo - Ma nemmeno per essere mangiati. Quattro teste al boia e la pace torner per incanto...

Cicerone - Prima che tu continui, Quinto Catulo, la mia risposto no. Mi appello a Marco Catone, scrupoloso estimatore d'ogni dovere.

Catone - Il primo dovere la difesa della Repubblica. Siamo gente ostinata, noi Catoni. Cosi io ti dico: estirpa la mala pianta prima che sia contaminato il raccolto.

Catulo - Che differenza fa morire di pugnale o morire di peste? Il pugnale Catilina. Abbiamo almeno il vantaggio di poter opporre pugnale a pugnale. Ma che possiamo opporre alla peste, a Cajo Cesare, che va infettando le nostre stesse case coi suoi subdoli discorsi?

Cicerone - (ironico) Che egli si proclami re, e mi unir ai vendicatori della Repubblica.

Catulo - Eh, quanto tempo da aspettare! Quanto tempo sprecato! Ti preoccupi della legge? Bene, non temere; la citt piena di scaramucce; abbiamo presidi nostri, fidatissimi; di uno, al tempio della Concordia, rispondo io stesso. Cesare, con la sua alterigia, solito uscire senza scorte. Un colpo presto vibrato...

Cicerone - Toglietemi di dosso questa porpora! Volete farmi complice di un assassinio? Vi sbagliate! Chiamatemi in giudizio e riveler questa iniquit. Mi appeller al popolo! Sono Marco Tullio Cicerone e mi creder! (Di fronte alla violenta reazione di Cicerone il gruppo dei senatori rimane muto. Sente di essere andato troppo oltre)

Catone - Credo che le parole di Quinto Catulo abbiano tradito il suo pensiero. Io stesso, rigido propugnatore della severit, non posso approvarle. Suvvia, signori, proprio noi daremmo al popolo l'esempio di una rovinosa discordia? Oggi meno che mai dobbiamo favorire i disegni del nostro mortale nemico.

Catulo - Grazie, Marco Catone, per avere chiarito le mie parole.

Cicerone - Non avevo dubbi sulla lealt di Marco Catone, (a Catulo) Apprezzo il riconoscimento del tuo errore.

Catulo - Tuttavia devo insistere perch il popolo abbia soddisfazione. Guai a noi se una manifestazione sediziosa restasse impunita.

Pisone - (indicando il plico che Cicerone ha ancora in mano) Abbiamo la nota dei responsabili.

Catulo - (a Cicerone) Cosi avremo modo di andare in fondo, come vuole il console, secondo la legge.

Cicerone - (dando il plico a Pisone) Si proceda agli arresti. (A tutti) Vi assicuro, signori, che se c' prova di tradimento, non avremo piet. (A Muzio) Il console pronto a ricevere gli ambasciatori degli Allobrogi. (Ai senatori che stanno per andarsene) La vostra presenza aggiunger maest a questo incontro.

Catone - Cosa chiedono gli Allobrogi?

Cicerone - Molto.

Catone - E noi cosa daremo?

Cicerone - Nulla.

Catulo - D'accordo.

Cicerone - Le mie insegne. (Entrano i littori, un servo con la sedia curule. Il vestiarista d gli ultimi tocchi al paludamento. Cicerone siede maestosamente sulla sedia curule coi littori ai lati. I senatori fanno corona)

Muzio - (annunciando) I rappresentanti del valoroso popolo degli Allobrogi. (Entrano due messi degli Allobrogi, nei loro costumi, Muzio saluta da soldato. Gli ambasciatori si inchinano fino a terra di fronte al gruppo statuario del console e dei senatori. Buio)

TERZO QUADRO

La strada con la casa di Silano. Due soldati stanno ai due lati della porta d'ingresso e tengono a bada il popolino che fa ressa da una parte e dall'altra.

Primo soldato - Indietro, ho detto, indietro! Lasciate libero il passo! Non avete mai visto un arrestato? E si che da queste parti ci siete abituati! (La gente si fa un poco indietro, ma non si allontana. Frattanto vengono ad unirsi ai popolani Decio, Tito e Furio, i veterani che gi abbiamo visto con Cornelio) Ho detto di sciogliervi! Siete sordi? Volete che si adoperi la forza?

Decio - La strada di tutti!

Primo soldato - Chi ha parlato? Avanti, se ha coraggio, venga fuori! Come se per noi fosse un divertimento. Gli ordini sono ordini.

Tito - Fate a meno di eseguirli!

Primo soldato - Basta ho detto! Una parola di pi e ci portiamo via qualcun altro! Indietro, indietro! (Dalla casa sta uscendo Publio Silano, in ceppi, seguito da un terzo soldato. La folla si avvicina mormorando)

Silano - (beffardo) Largo amici! Largo ai salvatori della patria! Vado a ricevere la corona civica per benemerenze sul campo!

Voci della folla - Lasciatelo! Non ha fatto niente! una ingiustizia! un sopruso. Abbasso il console Cicerone!

Silano - Mi arrestate perch ho gridato: la terra a chi l'ha conquistata! un delitto? Mi appello al popolo! Sono un cittadino romano! (Entra da sinistra Cepario)

Cepario - Vergogna, romani! Vi lasciate portar via sotto gli occhi uno dei vostri! Un valoroso! Tanta paura vi fanno le uniformi? (La folla si addensa minacciosa)

Voci della folla - Lasciatelo! Lasciatelo! (Da destra entra di corsa Cajo Cornelio, seguito da Fulvia, che evidentemente corsa a chiamarlo)

Fulvia - Padre! Padre! (Corre tra le braccia di Silano che impedito dai ceppi alle mani)

Silano - (a Cornelio) Signore aiutami, sono innocente!

Cornelio - (ai soldati) Sono il centurione Lucio Cornelio, conosco quest'uomo, non potete arrestarlo senza un ordine!

Primo soldato - L'ordine siamo noi. Di questi tempi non si va per il sottile!

Silano - Signore, ho gridato soltanto pane e lavoro! un delitto? Mi staccano da mia figlia per questo!...

Cornelio - Sotto la mia responsabilit lasciate quest'uomo! Prendete me, piuttosto. Conosco la legge!

Primo soldato - Allora aiutaci a farla rispettare, la legge! L'ordine lo vedrai in tribunale! (Lo trascinano via)

Fulvia - Padre! Padre! (A Cornelio) Signore, non lo abbandonare!

Cornelio - Vengo con te. (Escono, Cornelio e Fulvia, appresso alle guardie che hanno portato via Silano)

Cepario - (rivolgendosi ai popolani rimasti) E voi ve ne state li, immobili, agghiacciati dalla paura! Che aspettate? Che vengano a staccarvi uno a uno dalle vostre case come frutti maturi? Vi credete immuni da colpe? Chi di voi non ha gridato: Pane e giustizia? Correte, allora, a strapparglielo dalle mani; siete i pi forti! (La folla si precipita dietro l'arrestato)

Voci della folla - Ha ragione! Basta con le prepotenze! Andiamo!

Cepario - (solo) Va', corri, torbido torrente, a ingrossare la fiumana della rivolta... (Si ode tra le quinte, tra voci concitate, il grido straziante di Fulvia. Alcuni popolani rientrano fuggendo e attraversano di corsa la scena. Li seguono Tito e Cornelio, che portano il corpo di Silano. Lo depongono a terra, si inginocchiano al suo fianco)

Cornelio - Publio... Publio... sono io, Lucio Cornelio...

Silano - (morente) Comandante... sei tu?... Dove sono?... Perch questo silenzio... Non odo pi nulla... (Si tocca addosso) Dov' la mia corazza?

Cornelio - Calmati, Publio. Fui io a togliertela per curare le tue ferite...

Silano - (con grande sforzo fa per tirarsi su appoggiandosi al gomito. Guarda attorno) La mia casa... (Con un grido) Fulvia!... Fulvia!...

Cornelio - Ora verr... Ti porteremo in casa... Ti cureremo...

Silano - (divincolandosi) Anche tu menti, per gli dei... Lasciatemi... Voglio morire in piedi... (Tenta di sollevarsi, ma si abbatte morto)

Cornelio - Publio! Publio! Per questo la morte t'ha risparmiato sui campi di battaglia... Sei ben pagato... Ma hanno acceso un debito, per gli dei immortali, che tutte le loro vite non basteranno ad estinguere... (Alle spalle di Cornelio, tuttora inginocchiato accanto al corpo di Silano, si avvicina Catilina, seguito da Cetego e da Cepario. Cornelio, guardandosi le mani lorde del sangue di Silano) Che questo sangue mondi l'anima mia da ogni piet di me stesso e degli altri. (Catilina pone la sua mano sulla spalla di Cornelio. Costui si volta, adagio, come aspettandoselo. Si alza lentamente)

Catilina - Cepario ti indicher un luogo sicuro dove nasconderti. Sarai tra amici. Li parleremo con calma e ti verr assegnato il tuo compito. (Cornelio sta per avviarsi con gli altri, allorch giunge Sem-pronia, trafelata)

Sempronia - Lucio! Sei vivo grazie al cielo! (Vede il corpo di Silano, tace)

Cetego - E con noi!

Sempronia - No!

Cetego - Ma sicuro! C' voluto un po' di tempo ma hai vinto tu! Peccato che Quinto Curio non possa pi pagarti i diecimila sesterzi! (Ride) Chiss poi come avrebbe fatto!

Catilina - (a Cetego) Che dici... Sai che non vero! (Cornelio guarda Sempronia come a chiederle conferma delle parole di Cetego. Sempronia sostiene il suo sguardo)

Sempronia - (a Cornelio) Non gli credi? Non sai chi Sempronia? Non te l'ha detto Quinto Curio?

Cornelio - Che importanza ha? Quinto morto. Silano morto. Questo solo vero. Per il resto non c' pi tempo.

Catilina - (ai suoi) Sia data a Publio Silano degna sepoltura. E sulla sua tomba sia posta la corona di quercia dei caduti sul campo. (A Cornelio) Andiamo. (Si avvia con Cornelio mentre gli altri vanno a sollevare Silano. Sempronia resta sola. Abbassa la testa, sfinita. Buio)

QUARTO QUADRO

L'interno di una casa di un quartiere popolare. Una stanza abbastanza ampia, dal soffitto basso, in fondo una porta d in un'altra stanza. A sinistra dei gradini scendono verso la porta che d sulla strada. In un angolo della stanza sono fasci di armi. Cornelio, in piedi, sta annotando con uno stilo su una tavoletta. Dalla scala sta salendo Tito, l'ex legionario, un sacco sulle spalle. Lo depone a terra. stanco e sudato. Rovescia il sacco e ne escono gladi, accette, archi, faretre.

Tito - Ecco il resto della caccia. Un giorno o l'altro si accorgeranno che dalle caserme sparisce tutto...

Cornelio - Vogliamo finire questa nota?

Tito - (prendendo a mano le armi e deponendole accanto alle altre. Cornelio prende nota) Dieci gladi d'ordinanza... Sette asce da pioniere... Vengono dai depositi dei vigili... Questa si che stata una impresa... da ieri hanno cambiato il comandante...

Cornelio - Perch?

Tito - E che ne so? Non lo dicono alla truppa. Fanno, disfano, sempre a loro capriccio. Ma in aria c' movimento... Sei archi da campagna con relative faretre complete... Non so a cosa serviranno, visto che ci sgozzeremo da vicino, magari dentro la stessa casa o la stessa strada...

Cornelio - Hai visto i tuoi compagni?

Tito - Tutti, signore. Ardono d'impazienza, non parlano d'altro. La verit che la stagione bassa e non c' molto da fare. Sperano, come me.

Cornelio - Dirai a ciascuno di non perdere di vista i propri uomini. Controllarne lo stato d'animo, tenerne alto il morale. Cauti nel reclutamento.

Tito - Si capisce. Le spie abbonderanno di questi tempi.

Cornelio - Si, ma non solo quelle. Abbondano i violenti per vocazione, i profittatori. Noi vogliamo risanare la Repubblica, non aggiungere sangue e corruzione alla corruzione. Sia ben chiaro per te e per chiunque.

Tito - Bene, signore, lo dir agli altri. (Fa per andarsene)

Cornelio - Non... vi occorre del denaro?

Tito - No, signore.

Cornelio - Davvero? Dovrete pur vivere, voi e le vostre famiglie. Dicevi che il lavoro scarseggia...

Tito - Ma un po' di liquido circola... Qualcuno unge le ruote della rivoluzione... Dicono che sia Marco Crasso...

Cornelio - (dopo un'esitazione) Comunque, se occorre ho gi dato il tuo nome al mio banchiere. Non un leone, ma simpatizza per noi. Non vi tradir.

Tito - Per Ercole, mi sembra di avere cambiato stato, in compagnia di un banchiere, d'un signore come te e d'un milionario come Marco Crasso. Quando mai si son visti i ricchi allearsi coi miserabili? Si vede proprio che i tempi sono maturi... e che quando gli dei hanno deciso di perdere qualcuno gli levano contro i suoi stessi pari...

Cornelio - Lascia stare gli dei, mio buon Tito. Non credo che si interessino di queste faccende.

Tito - Signore, tu non credi agli dei?

Cornelio - Non pi come una volta, almeno...

Tito - Ma allora... Chi ha fatto tutto... il sole, le stelle... e a chi dovremmo affidarci noi miserabili? Sono essi a darci la speranza...

Cornelio - Hai ragione, Tito, la speranza. (Come a se stesso) Se c' un Dio deve essere in noi stessi, come la speranza. In te, in me, in tutti. Per questo siamo uguali. Capisci?

Tito - Tu uguale a me, signore?

Cornelio - Va', mio buon Tito. Se hai animo semplice gli dei ti soccorreranno.

Tito - Pregher anche per te, signore...

Cornelio - Bene. (Tito esce, dopo poco rientra Prisca, una popolana cinquantenne, con la scusa di mettere ordine va verso la catasta delle armi)

Prisca - Allora... proprio deciso... Dicono che la statua di Giove stanotte s' mossa sul Campidoglio.

Cornelio - Menzogne, furfanterie! Voci messe in giro da chi ha interesse a spargere il panico e governare con lo spavento!

Prisca - Cosi sia, signore. Ma da stamani, le donne sostano inginocchiate davanti ai templi e levano supplichevoli le braccia al cielo, e tendono i figli commiserandoli... Anche le signore, dicono. Avvolte in veli neri, le stesse che fino a ieri si tingevano il viso, pregano davanti i simulacri...

Cornelio - La sola grazia che possono implorare che la nostra vittoria sia rapida e decisiva. E lo sar, Prisca. Tu dubiti?

Prisca - Io so che ci vogliono nove mesi a far maturare una spiga e tanti per avere un figlio. Anni perch diventi uomo. Il mondo va terribilmente piano, signore.

Cornelio - E con queste idee ti metti dalla nostra parte, rischi la casa, la libert, la vita?

Prisca - E da che parte dovrei mettermi? Da questa parte ci son nata, di qua ci sono tutti i nostri morti. Se va male ricominceremo. Siamo abituati.

Cornelio - Perdonami, Prisca. Io stesso non so leggere nell'anima mia: ardo e gelo, soffoco d'impazienza e rabbrividisco di tristezza, sono pronto a uccidere e mai la vita di un uomo mi pesata di pi.

Prisca - Sei troppo stanco, signore. Giorni senza dormire, tra l'angoscia e i pericoli... C' un limite a tutto... Vedi di riposarti un po'... Certo non un palazzo come il tuo ma la biancheria pulita, l'ho cambiata anche oggi... Un po' di vino caldo? gi pronto... (Esce. Cornelio si siede. Prende un libro da uno stipo. Comincia a leggere. Poi si distrae. Pensa. Prisca rientrando con una coppa di vino caldo) Che pensi, signore?

Cornelio - Penso che anch'io ho i miei morti da questa parte. I soli amici che avevo.

Prisca - Che essi riposino in pace. La troppa fantasia turba la loro quiete, signore. (Gli d una coppa che Cornelio beve) Dicono che li riavvicini a questa riva...

Cornelio - Dove sei, Quinto?... Esiste ancora qualcosa di te nello spazio infinito? (Un attimo di silenzio teso. Poi si odono colpi violenti battuti all'uscio della strada. Cornelio si scuote, si alza. Continuano i colpi pi forti) Ol, chi batte questi colpi? (Dalla scala salgono Cetego e Lentulo, seguiti da Prisca con ima lucerna)

Cetego - Dormite tutti in questa tana? Sveglia, raduna gli uomini, distribuisci le armi.

Cornelio - Che succede? Dov' Sergio Catilina? La Seduta al Senato terminata?

Lentulo - Non ancora, ma c' vento d'uragano.

Cetego - M' testimone l'inferno che gli dissi di non andare.

Lentulo - Nemmeno loro ci credevano. Erano lividi di paura quando entrato nell'aula. Non gli hanno permesso di parlare. La vecchia cornamusa ha emesso ruggiti di leone. L'ha attaccato di fronte. Ha mostrato di conoscere pi cose di quante in realt non ne sappia. Ma l'effetto stato violento tra quei conigli.

Cetego - Quello era il momento di venir via accusandoli di tirannide.

Lentulo - Lui invece a fronteggiarli con un sorriso sprezzante. Non lo faranno uscire vivo di li. Occorre radunare quanta gente si pu e strapparglielo di mano prima che sia troppo tardi.

Cornelio - Vai, Prisca. (Prisca esce di corsa. Si incrocia con Gabinio che arriva)

Gabinio - Una grave notizia, amici. Fulvio ucciso da suo padre. Il vecchio deve aver sospettato e l'ha strangolato con le sue mani.

Cetego - Stupido ragazzo! Ignobile piccolo pavone! S'andava confessando a tutte le baldracche di Roma per consolarsi della perdita di Sempronia!

Cornelio - Ha pagato con la vita! E in che modo!

Cetego - Debbo pure compiangerlo? I tuoi guerrieri, piuttosto, pronti ad un tuo cenno, hanno smarrito la strada? (Si odono voci di gente che sale, tutti si accostano alla scala, ed appare Catilina stravolto, acceso d'ira)

Catilina - La guerra dichiarata. La finzione morta. Poich vogliono spingermi al precipizio, e-stinguer l'incendio con la distruzione. Cosi ho gridato in faccia a quei pusillanimi. Presto un'armatura! (Si toglie la toga. Cetego e Gabinio cominciano ad allacciargli sulla tunica una corazza. Entra Tito trafelato)

Tito - (a Cornelio) M'hai fatto chiamare signore? Gli altri aspettano in basso.

Cornelio - (a Catilina) Quali sono gli ordini?

Catilina - Partir stanotte con una scorta. Fate attestare i cavalli sulla via Flaminia, oltre il fiume. Muovano da parecchie direzioni per non dare nell'occhio. (Cornelio si avvicina con Tito ai fasci delle armi, prende dei gladi, delle asce, glieli consegna)

Cornelio - (a Tito) Hai inteso? Radunerai due gruppi, il tuo e quello di Decio. Dirai a Decio di tenersi ai miei ordini.

Tito - E tu, signore?

Cornelio - Non hai inteso? (Tito esce con il carico delle armi)

Catilina - Cepario non c'? E tu, Lentulo, cosi proteggevi l'uscita dal senato...

Lentulo - Son corso qui in cerca di rinforzi.

Catilina - Ora ascoltatemi tutti. Raggiunger a grandi marce il campo di Fiesole. Assumer il comando dell'esercito e mi porter a una giornata da Roma. Voi agirete di qui come un grimaldello. Cornelio: curerai il reclutamento dei volontari e ne instraderai il pi possibile verso il nord. Mi occorre gente pratica e risoluta, capace d assumere il comando di corpi armati. Cetego e Lentulo: vi occuperete del fronte interno; che ad ogni nemico sia opposto personalmente un nostro seguace, ai capi i nostri capi, ai padri i figli che militano con noi. Si che al momento designato, quando riceverete miei corrieri, ognuno sappia con esattezza dove deve colpire. Per questo Lentulo e Cetego, vi delego miei luogotenenti in Roma con diritto di vita e di morte su chiunque. Di ogni vostra azione risponderete a me di persona. Gabinio: spero che al momento giusto la tua mano non fallir per la seconda volta.

Gabinio - Dovessi bruciarla, signore.

Catilina - Niente imprudenze Cetego. E tu, Lentulo, svegliati! Diffidate, occhi aperti e orecchie tese. Il tradimento fra voi, come un'ombra, ad ogni istante. Sapete la pena che spetta a chi tradisce.

Cetego - (pronto) E l'abbiamo dimostrato, mi pare!

Catilina - (frenandolo a stento) La tua lingua sar sempre pi impaziente del tuo pensiero? (D una occhiata a Cornelio per vedere se ha intuito ma in questa arriva Marco Crasso avvolto in un mantello)

Crasso - (a Catilina, come a un subalterno) Questa nuova imprudenza ci coster cara!

Catilina - Decido io! (Pi prudente) Un capitano deve capire quando tempo di rompere. Lo sai tu stesso. Non c'era momento pi propizio. I corrieri col danaro sono partiti?

Crasso - Da due giorni.

Catilina - Bene. Darai a Lentulo quanto occorre per il viaggio. Per ogni novit mi farai avere lettere al campo.

Crasso - Bada che so farmi restituire quello che ti presto!

Catilina - Rassicurati! Nessuna banca ti darebbe migliori interessi! (Crasso e Lentulo via. Catilina si accosta amichevolmente a Cornelio)

Catilina - Un'ultima missione per te, buon Cornelio. Non potrei trovare un interprete pi convincente. Sai parlare, tu. Chiss che non t'affideremo, un giorno, qualche incarico diplomatico. Il tuo consiglio c' stato di giovamento pi di una volta.

Cornelio - Ti ascolto.

Catilina - Le trib degli Allobrogi hanno ambasciatori a Roma per protestare contro il rigore dei tributi. Marco Tullio in persona ha rifiutato ogni sgravio. Ha agito per noi ancora una volta. E quelli se ne lamentano ad ogni angolo di strada, assicurando di aspettar la morte unico rimedio alle loro miserie. "Bene," dirai incontrandoli, "se davvero volete essere umani, vi dir io come fuggire ai vostri malanni."

Cornelio - Vuoi farli partecipi della nostra guerra...

Catilina - Non ti mancher il modo di persuaderli a grandi speranze. Sono gente bellicosa che mal sopporta il domnio dei nostri magistrati. Pronti a ogni eccesso pur di sottrarsi alla loro rapacit.

Cornelio - E vuoi mescolare un barbaro infido, uno straniero inquieto e sanguinario a una querela tra romani?

Catilina - Per gli dei, non ho chiesto il tuo parere! un'ordine!

Cornelio - Ordinami di assaltare da solo il Campidoglio. Lo far. Ma per il consiglio che mi attribuisci, ascolta: guardati da simili patti. Non inquinare il nostro buon diritto con una simile alleanza!

Catilina - Gli Allobrogi aspettano di incontrarti. Publio Umbreno, che il loro legale di Roma, far da tramite.

Cornelio - Non contare su di me.

Catilina - Ragazzo, la rivoluzione una padrona severa che non viene a patti. Chi indossa una corazza, anche se gli preme lo stomaco, sa che non potr togliersela prima del combattimento. Solo, tu dici. una parola che non conosciamo. Non ci sono pi individui tra noi, fino alla vittoria. Intesi. Domani ti abboccherai con gli Allobrogi. Un corriere mi informer del colloquio.

Cornelio - Per l'ultima volta, Catilina!

Catilina - Per la tua vita, non una parola di pi. (Entra di corsa Cepario)

Cepario - Signore, tu parti? Il nemico in movimento. Frugano le nostre case. Per poco sono sfuggito alla cattura. Livia Sempronia arrestata.

Cetego - Ecco la vendetta di Fulvio! Quello che gli sfuggi da vivo vuol trascinarselo all'inferno!

Cornelio - Di' piuttosto l'amaro frutto del vizio-Mescolate alle nostre schiere i vili e i corrotti...

Catilina - (agli altri) Aspettatemi di sotto. Scender tra un istante. (Tutti escono, restano Catilina e Cornelio. Catilina prende da un sedile un mantello e lo indossa) Dicono che chiunque abbia governo di uomini senta il bisogno di aprirsi a qualcuno alla vigilia di eventi gravi. Bene, io non sfuggo alla regola, nonostante il mio cuore di ghiaccio. E scelgo te per la mia confessione. Te, che in altre circostanze avrei abbandonato alla sbrigativa giustizia di guerra. Perch? Con chiarezza non lo so nemmeno io. Forse perch tu soffri pi degli altri in questo momento...

Cornelio - Io non soffro pi di qualsiasi romano che abbia a cuore le sorti della patria.

Catilina - Menzogna, ragazzo. Forse noi non ci parleremo pi come adesso. dubbio persino che ci vedremo ancora. Esigo sincerit per sincerit. Guardami pure in faccia. Sono lo stesso Catilina di cui si affermano le cose pi turpi: parte vere parte false. Sono lo stesso Catilina che sta per comandare una impresa d cui i secoli non cesseranno di parlare, lo stesso che pronto a servirsi di ruffiani e di prostitute se questo giova ai suoi fini. Ma un uomo un uomo, non una statua di cristallo. un universo in cui c' posto per tutto, anche eccezionalmente per piet. Di se stesso, intendo. Credi che io non abbia provato quello che provi tu in questo istante? Credi che non capisca i tuoi sentimenti per Livia Sempronia?

Cornelio - Compiango la sua sorte, come quella di chiunque altro al suo posto.

Catilina - Cosi parla il romano dei monumenti. Ma l'uomo, dentro, si tortura. Non un uomo un romano? No, qualcosa di pi; un'anima rivestita di orgoglio...

Cornelio - Di dignit.

Catilina - Sicuro, di dignit. La sola dignit che esista al mondo! Gli altri sono vili, barbari e corrotti! Sappi allora che fui io a pregare Livia Sempronia di attirarti a noi.

Cornelio - Non fui il primo.

Catilina - Ma fosti l'ultimo.

Cornelio - Accett, comunque.

Catilina - Ma con un impeto che non le avevo mai visto.

Cornelio - Tanto da scommetterci.

Catilina - Fu il tuo amico Quinto a sfidarla. Anche lui ti credeva pi di un uomo. Poi non so che cosa accadde. Pareva avesse ritirato la sfida.

Cornelio - Ma se ha confermato lei stessa!

Catilina - E non capisci, che era per disgustarti, per allontanarti da noi! Perch aveva paura! Perch ti ama! A che ti serve tutto il tuo diritto se non capisci queste cose? Mi sfuggiva quando le chiedevo come procedesse l'intrappolamento. Non chiedeva che gli eventuali pericoli ai quali fosse esposta la tua sacra persona! Cos' questo? Qual il sentimento che ci fa dimenticare tutto, che attenua anche il piacere della vendetta?

Cornelio - No, troppo facile. Perch non hai parlato prima?

Catilina - Perch il vostro piccolo intrigo non entrava nei piani della rivolta. Il suo aiuto non mi occorreva pi.

Cornelio - Ma adesso t'occorre.

Catilina - T'avevo chiesto sincerit per sincerit.Era un'occasione unica. Peccato.

Cornelio - L'hai vista... dopo?

Catilina - No. Vidi quel ragazzo, Fulvio, disperato di non godere pi i suoi favori. Sai perch? Ah, come le nostre azioni non sono mai pure, mescolate sempre di acri risentimenti. Penso a volte che di puro non vi sia che la crudelt; la fredda, lucida, spietata crudelt della politica. Ma stanotte sono un uomo anch'io e piango sull'infelice sorte di Fulvio. Senza di te non gli si sarebbe letta in faccia la sua disperazione. Non si sarebbe scoperto. Non avrebbe confessato. E senza la sua confessione la vita di Sempronia ora non correrebbe pericolo.

Cornelio - Giurami che non menti.

Catilina - Sugli dei immortali? Un sacrilego come me?

Cornelio - Sull'anima tua.

Catilina - Catilina ha un'anima? Ecco in una strana notte una strana scoperta.

Cornelio - Sul tuo demone. Giura.

Catilina - S' mai visto giurare l'evidenza? O che un altro giuri ci di cui noi stessi siamo convinti? Puoi tu giurare che io mento? Avanti giovane sangue, affluisci al cuore senza pi freni! Lacrime, non abbiate vergogna di sgorgare! Petto, cessa di comprimere l'affanno e lascialo finalmente gridare!

Cornelio - (coprendosi con le mani il volto e reprimendo un singhiozzo) Vile, vile, sono un vile...

Catilina - Finalmente il rigido cristallo diventato uomo. Povera cosa un uomo... prigioniero d'ogni suo atto, legato da una invisibile catena agli atti di tutti. Cornelio, Fulvio, Sempronia, Catilina, piccole, effimere luci nel giuoco della necessit. Grandi e piccoli, romani e non romani, uguali in questo terribile giuoco. Ora tu comprendi cosa ribolle nell'animo di quei barbari che vogliono affrancarsi da Roma. Uomini anche loro, come noi sotto le stature gigantesche e l'aspetto selvaggio. Anche loro capaci di disperazione. Eppure grande cosa l'uomo se ha il potere di riscattarsi dalla necessit. Infidi, tu li chiami, sanguinari. E non siamo noi stessi infidi e non ci prepariamo a spargere sangue? E se dal loro aiuto dipendesse la nostra vittoria, o per lo meno l'affrettarsi di essa, un minore spargimento di sangue, una pi universale giustizia, una pi pronta liberazione mia, tua, di Sempronia che in questo momento corre il pi grave pericolo?

Cornelio - Domani vedr gli ambasciatori.

Catilina - Ora so che troverai con loro il giusto linguaggio. E non temere, ci serviranno quanto basta per vincere. Noi sapremo essere all'occorrenza padroni ancora pi duri. Buonanotte, centurione.

Cornelio - Spero che avremo altri di questi colloqui. Rinfrancano.

Catilina - Agirai d'accordo con Lentulo. E con Cetego. un cervello caldo ma ha un braccio che non trema.

Cornelio - Far il possibile.

Catilina - Farai il necessario. Buonanotte. (Se ne va rapido. Cornelio resta solo. agitato da contrastanti sentimenti. Dal fascio delle armi prende una spada. La sguaina. La guarda)

Cornelio - Ancora una volta. Un'ultima volta. La pi crudele. Fino allora tregua alla ragione. Purch sia l'ultima. (Buio).

ATTO TERZO

PRIMO QUADRO

L'ufficio del console in Senato. Sulla sinistra un tavolo e un seggio. Pi indietro la porta che collega l'uscio con l'aula del Senato. Sulla destra la porta che conduce fuori. In fondo una finestra. Cicerone al suo tavolo termina di leggere un plico. In piedi accanto alla porta che d sull'esterno.

Cicerone - (a Pisone) Sia convocato il Senato. Ordine del giorno: Sergio Catilina e Cajo Manlio siano posti sotto l'accusa d'alto tradimento. Mobilitazione dell'esercito. Comando delle forze in campo. Difesa della citt.

Muzio - Il console Cajo Antonio. (Cicerone si alza e muove incontro ad Antonio entrato da sinistra) Salute all'eminente collega.

Cajo Antonio - E a te, Marco Tullio. Mi duole di non aver udito il tuo discorso. Lo giudicano smagliante. Un meraviglioso coraggio. Spero che il discorso sar pubblicato.

Cicerone - Ti ringrazio, Antonio. Si, fu in realt un buon discorso, e spero di pr alla Repubblica. Intanto se ne misurano gli effetti: corrieri della Toscana informano che Catilina ha raggiunto il campo di Cajo Manlio presentandosi coi fasci e le insegne del potere consolare. Credono essi che non vi siano pi consoli a Roma?

Antonio - Notizie sul loro esercito?

Cicerone - Bande raccogliticce, schiavi e miserabili sollevati dal rancore e dalla demagogia. Un'occasione unica, Antonio, per aggiungere ai tuoi meriti la gloria militare. Ti vedo splendente d'energia.

Antonio - Vuoi che prenda il comando dell'esercito?

Cicerone - Volesse il cielo che io potessi, senza offendere la potest del Senato, dire voglio. Io spero, questo si, spero per la salvezza della Repubblica che sarai tu a comandare l'esercito. A meno che tu non voglia barattare con me, pi perito di leggi che d'armi e pi idoneo a ricevere un colpo a tradimento che a vibrarlo in campo aperto, l'onore della vittoria e i privilegi che vi sono connessi.

Antonio - E sia.

Cicerone - Radunerai oggi stesso i luogotenenti per concordare il piano di campagna. Ti raccomando Marco Petreio, amicissimo mio, per trent'anni tribuno, pretore e luogotenente. Conosce uno a uno i suoi soldati, ti sar di valido aiuto. E che Marte ti sia propizio, Antonio.

Antonio - A te non c' bisogno d'augurare saggi consigli. (Antonio esce)

Cicerone - (a Pisone) Non lo trovi un uomo di valore? Non li porta bene i suoi sessant'anni?

Pisone - Per quel che ne so io, signore, soffre di podagra. Gli piace la buona tavola.

Cicerone - Al campo far una dieta salutare.

Pisone - Una volta era assai tenero per Catilina.

Cicerone - Lo so. Ma un podagroso non lascia la tenda il giorno della battaglia. Sar Marco Petreio a scendere in campo. Un podagroso a Roma pu dare fastidio anche senza muoversi il giorno del pericolo. Lo mandiamo al campo, Pisone, con buoni guardiani... Potessi fare altrettanto della moltitudine che si nasconde a Roma... Farai ripetere la promessa dei premi...

Pisone - Gi fatto; i banditori hanno sfondato le trombe a furia di soffiare...

Cicerone - Ebbene?

Pisone - Nulla. Non una sola denuncia, una sola indicazione.

Cicerone - Per gli dei, che contagio questo, se gli schiavi rifiutano la libert e i colpevoli l'impunit e gli affamati il denaro, pur di non svelare questa vergognosa congiura?

Pisone - Sono ormai premi troppo piccoli per le loro folli speranze. Un colpo di scure al primo sospetto e non saremmo a questo punto. (Entra Muzio)

Muzio - Le due donne sono qui, signore.

Pisone - Bene. (A Cicerone) Eccole. Non c' altro mezzo.

Cicerone - Ogni cosa stata fatta a modo?

Pisone - Da una settimana sono nel medesimo carcere. Hanno mostrato reciproca simpatia.

Cicerone - Si dia inizio dunque alla commedia. (A un cenno di Muzio entra Sempronia. evidente che non sa dove l'hanno portata. Guarda stupita in giro, poi, come vede Cicerone, fa un breve inchino) Avvicinati, Livia Sempronia... Per un pezzo non cesseremo di stupirci. Purtroppo le nostre carceri ospitano i pi specchiati cittadini.

Sempronia - Anche le prigioni di stato hanno bisogno ogni tanto di rialzare il tono.

Cicerone - Conosci le ragioni del tuo arresto?

Sempronia - No, signore.

Cicerone - Non le immagini?

Sempronia - No.

Cicerone - Conoscevi Fulvio Nobiliore?

Sempronia - Lo conoscevo.

Cicerone - Sai dunque che morto?

Sempronia - Morto?

Cicerone - La sua fine ti dice qualcosa?

Sempronia - (esita) No.

Cicerone - Sembra che in casa tua si tenessero convegni... Come dire?... non chiari...

Sempronia - In casa mia si riunisce molta gente.

Cicerone - Anche Lucio Cornelio?

Sempronia - Lo conosco solo vagamente.

Cicerone - Le sue idee?

Sempronia - Non so se ne abbia. un soldato.

Cicerone - Bene. (A Pisone) Risulta che abbia un avvocato?

Pisone - No, signore.

Cicerone - (a Sempronia) I tuoi amici ti hanno dimenticata.

Sempronia - Di questi tempi non ci si occupa molto degli altri.

Cicerone - E tu perch non hai chiesto un avvocato?

Sempronia - Perch non ho nulla da temere. Confido nella giustizia del console. La mia coscienza tranquilla.

Cicerone - Ben detto. La figlia di Marco Sempronio non poteva parlare altrimenti.

Sempronia - (con uno scatto) Mio padre fu ucciso per aver parlato cosi! E il suo assassino banchetta ancora nella sua casa!

Pisone - L'accusa falsa!

Cicerone - Chiunque avr giustizia sotto il mio governo! E guai a chi sar riconosciuto colpevole! Ora, ascoltami, Livia: da quanto tempo non vedi Sergio Catilina?

Sempronia - E come misurare il tempo, signore? I giorni non si sono inseguiti mai cosi in fretta.

Cicerone - Giorni, allora.

Sempronia - Mesi forse. Per ricordare occorrono interessi precisi. Sergio Catilina veniva in casa mia come molti altri. Ama la conversazione.

Cicerone - Soltanto?

Sempronia - E quei piaceri che aiutano a sopportare la noia. Prodigo di parole e di denaro, signore. Un uomo fortunato quando annotta e i discorsi si fanno pi confidenziali. Caritatevole come me verso le umane debolezze. Forse ti eri fatto di me un diverso ritratto. Ma gli anni premono e bisogna pure ingannarne l'assedio.

Cicerone - Tuttavia a te non occorre...

Sempronia - Signore mi lusinghi... Ma perch non essere sincera con te? un'epoca in cui le gallerie sono piene di falsi. I mercanti d'Oriente vendono come originali delle copie malfatte.

Cicerone - (con un sorriso) A volte la copia ... come dire... Pi suggestiva... (Si alza. Fa un cenno a Muzio. Sempronia si volta preoccupata. Vede entrare Fulvia, che d un'occhiata all'ambiente, poi, vedendo Sempronia, si inchina lievemente)

Cicerone - Livia Sempronia, sei libera. Ti prosciogliamo da ogni accusa, deplorando la tristezza dei tempi, di cui spesso gli innocenti portano il peso.

Sempronia - Davvero posso andare?

Cicerone - Dirai con quale equit t'abbiamo giudicata.

Sempronia - Lo far, signore. (Passa davanti a Fulvia, si volta di nuovo verso Cicerone) Per la medesima equit, ti raccomando questa ragazza. molto pi infelice di me ed altrettanto immune da colpe.

Cicerone - (un sorriso incoraggiante) Conosciamo bene i nostri doveri... (A Muzio) La mia lettiga per Livia Sempronia. Presto!

Sempronia - (a Cicerone) Ti ringrazio. (A Fulvia) Che io possa incontrarti presto libera come me... Sai dove trovarmi... (Fulvia si inchina. Sempronia esceseguita da Muzio. Cicerone va alla finestra e guarda fuori)

Pisone - Falsa! Ipocrita commediante da trivio! (A Fulvia) Due minuti fa sosteneva che tu eri al corrente di molte cose... Ti sei confidata con lei?

Fulvia - No... Mai...

Cicerone - Ascolta, ragazza... La sorte stata crudele con te, quasi quanto sta per esserlo con la nostra patria. Altri lutti stanno per aggiungersi ai tuoi: altre ragazze come te stanno per essere private dei padri, dei fratelli, degli amanti... so che sei generosa: se fosse in tuo potere non lo eviteresti?

Fulvia - In mio potere, signore?

Cicerone - (avvicinandosi) Nessuno di noi sa prima a quale destino chiamato. Gi una volta tu avesti fiducia nel console.

Fulvia - Bel guadagno! Mio padre ucciso e io in carcere!

Cicerone - Vi siete opposti all'esecuzione della legge! Tuo padre andava sobillando i cittadini contro lo Stato! Era un buon soldato. Chi ha stravolto la sua mente ora si nasconde alla giustizia. E i poveri pagano, come sempre! Non hai orrore di chi giuoca cosi con la vostra vita? Non hai desiderio di vendetta, oltre che di giustizia?

Fulvia - Ho troppi desideri per poter scegliere. Ho desiderio di tutto, a cominciare dalla libert.

Pisone - Sai che ci sono premi per chi denuncia chi trama contro la Repubblica.

Fulvia - Inutile. Ho gi detto che non so niente. la verit.

Cicerone - Ma ammettiamo che uscendo di qui tu potessi sapere... da qualcuno che conosci...

Pisone - Livia Sempronia per esempio... che non esiterebbe a fare altrettanto nei tuoi confronti...

Fulvia - Volete farmi fare la spia!... (Cicerone fa cenno a Pisone di continuare lui. Torna presso la finestra a guardare fuori. Dalla porta rientra Muzio)

Pisone - Ragazza, sai cos' una bilancia? Allora metti su un piatto la tua condizione di adesso: sei in carcere tra i sospetti. Non ti conviene nemmeno di fuggire. Basta una voce messa in giro su quel che facesti la notte dell'attentato e la tua vita ha le ore contate. Su quest'altro piatto metti la libert... la sicurezza, quanto denaro t'occorre. (Incalzando) ...La vendetta contro chi t'ha ridotto a questo punto, la riconoscenza della patria...

Fulvia - (con rabbia improvvisa alludendo a Sempronia) A quell'altra non gliele avete fatte queste proposte. Si poteva offendere! Cadono sempre in piedi quelle li... anzi... Non mi fate parlare... (Cicerone si volta, attento)

Pisone - Avanti, cosa sai...

Fulvia - Non so niente, ve l'ho detto...

Pisone - Basta, riportatela in carcere, finch non le torna la memoria!

Fulvia - (mentre Muzio si avanza per eseguire) No! Non so niente, giuro... Ma sapr... ditemi cosa debbo fare... (Buio)

SECONDO QUADRO

Una casa di popolani. La stessa dell'ultimo quadro del secondo atto. Cornelio, Gabinio, Lentulo e Cetego sono radunati assieme a due ambasciatori Allobrogi e Publio Umbreno, loro rappresentante in Roma. Atmosfera tesa, diffidente. Gli Allobrogi stanno leggendo dei messaggi.

Cetego - E cosi? Che altro v'occorre? Nuclei di veterani attraversano ogni notte il Tevere per unirsi all'esercito di Catilina. Met degli ottimati con noi. Conoscete Marco Crasso... e Tito Volturcio. Publio Autronio, Marco Leca... Lucio Varguntejo... Pompeo Rufo, Metello Celere... Non vero, Lucio Cornelio? La tua parola oro, perch non parli? (Gli Allobrogi restituiscono a Cornelio i messaggi)

Cornelio - Cosa dobbiamo comunicare a Catilina?

Umbreno - Che gli ambasciatori degli Allobrogi promettono tutto il loro appoggio perch il loro paese aderisca alla rivolta. Spediranno corrieri oggi stesso.Appena avranno risposta vi incontreranno. (Tutti si alzano, inchini. Gli Allobrogi seguiti da Umbreno verso l'uscita)

Cetego - (a Umbreno) Bada che il tempo stringe, avvocato...

Umbreno - Anche nel loro interesse... (Esce. Restano i congiurati. Un silenzio pesante)

Cetego - Per Giove, guadagnamo una nazione alla nostra parte e sembra che abbiate perduto battaglia.

Gabinio - Che gli dei ci siano propizi.

Cetego - Cos' che muta il prode Gabinio in una femmina?

Gabinio - Nulla. (Avvicinandosi a un doppiere) Come fate a vederci con questa luce... (Corregge la fiamma) Non c' del vino? (Cornelio si alza, prende un boccale e una coppa, versa per Gabinio e per Lentulo)

Lentulo - (a Gabinio) Stanotte dovrai ispezionare i presidi... (Gabinio fa cenno di si. Beve)

Cetego - Avremmo impiegato mesi a fare i difficili. Quella gente ha bisogno di stupore come tu del vino, Gabinio!

Cornelio - Per questo hai arricchito la congiura di nomi falsi? Pompeo Rufo, Metello Celere... Quando mai sono stati dei nostri?

Cetego - Fa impressione sapere che anche i due pretori sono con noi. Avete visto l'effetto.

Cornelio - La menzogna ha un effetto breve.

Cetego - Ma sconcertante. Quanto basta a colpire.

Cornelio - Ma, poi, quando si scopre, a destare i sospetti.

Cetego - E se la voce correr chi sar tanto sciocco da crederli innocenti? Saranno dimessi dal comando in attesa di essere giudicati. Una cosa almeno abbiamo raggiunto: che l'amico diffida dell'amico, il fratello del fratello, il padre del figlio.

Cornelio - questa la tua rivoluzione?

Cetego - Ne hai forse un'altra, tu?

Cornelio - Non con le menzogne convincerei i miei legionari a raggiungere il campo di Catilina.

Lentulo - (conciliante) Se hanno bisogno di bei discorsi fai bene a farglieli. L'importante che vengano con noi.

Cornelio - Vengono perch sanno che non li inganno. Che sono pronto a rispondere degli ordini.

Cetego - Eh via! Altri sono coloro cui dovrai rispondere!

Cornelio - Non altrimenti di come risponderei ai miei soldati. E a me stesso. Di come risponder ai nemici sconfitti quando dovremo persuaderli che abbiamo combattuto anche per loro.

Cetego - Se per questo, risparmiati la fatica. Non avremo nemici dopo la vittoria. Roma per met popolata di morti che camminano, convinti di essere vivi. E gi stabilita la mano che li colpir. (Apre un mobile, ne trae dei fogli) C' anche la tua porzione al banchetto. Meglio che tu lo sappia subito, ricorderai i loro nomi al momento giusto.

Cornelio - Qual il loro delitto?

Cetego - Essere nati male. Portare nomi schiaccianti che da soli incitano alla superbia e alla disobbedienza. Nomi che si ripetono da secoli, sempre gli stessi. Padri, figli, nipoti, sempre lo stesso marchio di sopercheria e d'oppressione. Nascono a testa alta, i loro vagiti sono gi ordini. Vecchie nutrici, vecchi pedagoghi si affannano a un loro capriccio... Ah! (Fa un gesto deciso di sterminio) Sterminarli tutti d'un sol colpo...

Cornelio - Molti giovani patrizi sono con noi.

Cetego - Polvere negli occhi. Sai come furono reclutati: per vizio, debiti, lussuria... Li impiegheremo B per uccidere i loro padri, che l'accusa non cada sudi noi.

Cornelio - (pacato) Tutto ricadr su di noi, il benee il male! Anche di un solo morto inutile ci si chieder conto. Quel giorno, unica nostra difesa sar una idea grande e pura, che ci dia la forza di governa ci re... E che oggi ci dia la forza di uccidere...

Cetego - L'odio un buon eccitante. Ce n' abbastanza. Tenerlo vivo, nutrirlo, evitare che si corrompa...

Cornelio - T'illudi, t'illudi, Cajo Cetego. L'odio una munizione sterile.

Lentulo - (versandosi altro vino, a Cornelio) Parla chiaro. Chiedi la rinuncia?

Cornelio - Chiedo un'epurazione dei comandi prima di trovarci gomito a gomito coi sicari e i saccheggiatori.

Cetego - Non si rifiuta una moneta perch passata per mani impure. Non siamo puri noi, pi di quanto lo siano quegli altri. Ci serviamo dei criminali. Gli altri si servono forse di gentiluomini? La guerra la guerra. Questo pensa un uomo che non debba presentare alibi alla propria paura.

Cornelio - Per tutti gli dei, Cetego, non una parola di pi...

Cetego - M'ascolterai, invece. Tu parli come chi abbia ancora una scelta. l'errore di tutti gli idealisti. Si ritengono il centro dell'universo. Non c' pi scelta, Lucio Cornelio. Prova ad andartene. Dove andrai? A mendicare il perdono di Cicerone svelandogli la congiura? E pensi che ti ringrazieranno e ti daranno un comando?

Cornelio - Basta, Cetego!

Cetego - Ti arresteranno. Ti tortureranno per saperne di pi. Ma ammesso che ti credano: quale nascondiglio sar tanto fondo da sottrarti al nostro pugnale? Quinto Curio lo sa...

Cornelio - Quinto Curio? Che nuova storia questa? Fu ucciso dagli agenti del console!

Cetego - Fu il suo tradimento ad ucciderlo!

Cornelio - Tu menti. Rispondo della sua lealt!

Lentulo - Calma, signori, inutile rivangare il passato.

Cetego - Eh via! Basta con questi sotterfugi da donnicciole! (A Cornelio) Trad come vero che fu questa mano a farne giustizia!

Cornelio - (afferra un pugnale che porta alla cintura, si getta contro Cetego) Assassino! (Lentulo e Gabinio sono pronti ad afferrarlo e a trattenerlo)

Cetego - Lucio Cornelio: di fronte a questo supremo consiglio ti accuso di codardia e di tradimento. Ti accuso di avere attentato alla vita del luogotenente di Catilina e ti consegno alla giustizia della rivoluzione.

Lentulo - (a Cetego) Per gli dei, Cajo, frenati. Se i pi prodi di noi si distruggono tra loro, che sar degli altri? (A Cornelio) Ti sar fornita ogni prova del tradimento di Quinto Curio. Mi impegno io stesso. Questo varr a placare il tuo rancore. (Cornelio si lasciato andare su una panca, disfatto)

Cornelio - Menzogna, menzogna, menzogna! Su, sfoderate i vostri pugnali e liberatemi da questa nausea di vivere! Coraggio, Cajo Cetego, mostra a questi timidi allievi il colpo del beccajo. Come facesti con Quinto Curio!

Gabinio - (con sincero dolore) Signori, signori! Un esercito sta per battersi e i suoi capi si azzuffano come gladiatori! Pensa ai tuoi legionari, Lucio Cornelio.

Cornelio - Non cosi, buon Gabinio, avevo immaginato la lotta per la libert... Una forza compatta, avevo sognato, come un'armata in campo... Essere di nuovo alla testa dei miei soldati; non pi un padrone sconosciuto, anche se benigno, ma uno di loro... e affrontare il nemico in campo aperto, insegne contro insegne... stracci contro aquile se volete... Ma al sole...

Gabinio - Vuoi raggiungere i tuoi soldati? (Agli altri) Quei legionari finiranno col disperdersi senza un capo di loro fiducia.

Lentulo - una proposta saggia. Ci occorre chi accompagni gli Allobrogi da Catilina quando avranno deciso. (A Cornelio) Chi meglio di te? Li prenderai il comando dei tuoi uomini. (Agli altri) Noi penseremo a Roma.

Cornelio - Quale rapido mutamento d'avviso... Cosa rimugina il tuo cervello, Publio Lentulo?

Lentulo - Nient'altro che una soluzione conveniente a tutti.

Cornelio - Volete che io stesso porti a Catilina la mia condanna... la mia fine qui vi atterrisce. Volete farmi giudicare da lui...

Lentulo - Ti offriamo un riscatto alla tua incertezza! E tu ci compensi con la diffidenza. Siamo tuoi amici.

Cornelio - Gi... gi... siamo amici... Ma d'ora in poi l'amico diffider dell'amico, il padre del figlio. Questo almeno l'abbiamo raggiunto. , un buon lavoro. (Si alza) Bene. Vaglier le vostre offerte.

Cetego - T'hanno fatto dono della vita. Non hai che da ricevere ordini.

Cornelio - No, amico. Non cosi. Ormai, si gioca a sopravvivere. Chi tiene banco? Tu, saggio Lentulo? Allora iscrivi sul mio conto trecento uomini armati, ancora dentro le mura della citt, addestrati e pronti ad un mio cenno. Un buon farmaco per la mia salute! (Entra Prisca)

Prisca - Una signora chiede di parlarvi. Il suo nome Livia Sempronia. (Entra Livia. Cerca di dissimulare l'agitazione con la spavalderia)

Sempronia - Ebbene, signori? Non v'aspettavate di rivedermi cosi presto. Godo nel trovarvi uniti. Tutto va per il meglio, spero...

Lentulo - Si, tutto va per il meglio. Ma tu?... Ti hanno interrogata? Sospettano?

Sempronia - (guardando Cornelio) Non temere, l'immoralit un buon salvacondotto nelle prigioni di Stato. E la mia fama, a quel che ho visto, vale i miei meriti. (Ride) Perfino il console aveva un certo invitante languore mentre mi interrogava. Bell'uomo, del resto. Peccato... Giuro che quando parlammo di Catilina e degli altri, e come si spendeva la notte in casa mia... giuro che c'era dell'invidia nel suo sguardo. Tutto qui. Libera di ricominciare. Sperano che ne sottragga qualcuno al combattimento... (A Cornelio) Anche di te mi ha chiesto.

Lentulo - Sanno tutto, allora...

Sempronia - No, solo se ti conosco. E le tue idee. Non credo che ne abbia, dico, un soldato...

Cetego - Io dico che ne ha troppe... E troppe idee son meno di una...

Lentulo - Attendiamo la tua risposta, Lucio Cornelio. (Si inchina a Sempronia, esce con Cetego e Gabinio)

Sempronia - (riprendendo il fare leggero) Vedo che ci sei dentro fino al collo. Mi dispiace, ti ho tirato io in questo impiccio. T'hanno detto anche la cifra?

Cornelio - Tu sapevi che l'hanno ucciso loro...

Sempronia - Di chi parli...

Cornelio - Non mentire, Livia, per gli dei!... accusato di tradimento... il pi leale degli uomini, il mio solo amico.

Sempronia - Quinto Curio?... Loro?... E tu credi che io...

Cornelio - Non lo so... Non credo pi a nulla... a nulla... (Avvicinandosi a lei impetuosamente) Gridalo, Livia, che tu non lo sapevi, grida, che anche il mio cuore sordo possa udire...

Sempronia - E come si pu credere a una donna come me, anche se grida? E che io lo sapessi o no, che t'importa? Tu vuoi che gridi la sua innocenza, perch non ne sei ben sicuro nemmeno tu...

Cornelio - No!

Sempronia - cosi, cosi, troppo onesto sei per negarlo... Ecco, ora sei veramente solo... Come io sono da anni... Ora conosci il fondo della disperazione... Vattene, Lucio... fuggi il pi lontano possibile... Ti aiuter... un giorno che ci sar bisogno di te...

Cornelio - (dopo una riflessione) Quel giorno soltanto chi avr combattuto avr il diritto d'essere ascoltato... Questa non una guerra che tolleri i neutrali... Sono solo, vero... Ma forse necessario essere soli per decidere...

Sempronia - E hai deciso?

Cornelio - Raggiunger i miei uomini al campo di Catilina. Fuori di queste mura infette che sudano tradimento. Ah, risentire il vento, l'odore della campagna, i nitriti dei cavalli... Combattere da soldato finalmente... Puoi dire a Lentulo che ho accettato la sua offerta. T'hanno lasciata qui per questo...

Sempronia - Addio, Lucio... Questo veramente un addio. (Resta un attimo come aspettando una reazione di lui. Si guardano. Egli teso, ma non si muove e non parla. Con uno sforzo deciso Sempronia si volta, avanza verso l'uscita, Cornelio sempre pi tesola segue con lo sguardo. Livia raggiunge la soglia della porta)

Cornelio - (quasi un grido soffocato) Livia! (Sempronia si ferma, come paralizzata, senza voltarsi) Livia! (Sempronia si volta. Stanno a guardarsi un attimo tesi l'uno verso l'altra. Poi, irresistibilmente, si corrono incontro e s'abbracciano con frenesia disperata. Cornelio la stringe a s e la bacia) Livia, Livia, Livia, Livia, Livia...

Sempronia - Non importa se non mi credi. giusto. Aveva ragione lui. Ti metteva cosi in alto che gli chiesi ridendo se eri un dio. Lui disse: un uomo. Io risi ancora... "Un uomo a Roma?" Cosi... Sempre quel riso ha suonato contro di me, dopo... Quando tu accettasti mi sentivo in colpa, avevo paura... Come se m'accusasse e non potessi difendermi... Non poteva ascoltarmi pi... mai pi... (Gridando a un tratto, disperata) Non sapevo chi l'avesse ucciso!

Cornelio - Lo so, lo so... ero solo e vi ritrovo tutti e due nel medesimo istante...

Sempronia - come se mi sciogliessi da un ombra. Tutte le notti in carcere ho sognato questo... Quando partirai?

Cornelio - Non so. Si aspetta una risposta.

Sempronia - Giorni?...

Cornelio - Si, giorni...

Sempronia - Giorni per vivere una vita... E quando pi si vorrebbe essere soli...

Cornelio - Tu verrai con me... Non ti lascer a Roma... Vivremo nascosti nel disordine come in una stanza nuziale...

Sempronia - Ti sar di peso... intralcer ogni tuo movimento...

Cornelio - Mi darai la forza di vivere o di combattere. (A un tratto, come aprendo una finestra sul passato) Ricordi, quell'estate a Fiesole; prima che... quanti anni... ieri... la villa di Tullio Sanga dove eri ospite... La sera il profumo dei tigli... Quinto diceva i suoi versi... Io ti guardavo... Lontana, eri, come in una nube di porpora...

Sempronia - Ma ora sono qui... qui...

Cornelio - In quella villa il quartier generale di Catilina.

Sempronia - Verr con te... Star con te, ora, sempre... (Si odono battere dei colpi al portone. I due si mettono in allarme) Aspetti qualcuno?

Cornelio - No... Sei certa che non t'abbiano seguita?

Sempronia - Certa. Mi credono in casa. Il console mi ha fatto accompagnare con la sua lettiga. Un uomo anche lui, dopotutto.

Cornelio - Poi?

Sempronia - Poi sono uscita dal giardino... Sola. Longino m'ha dato questo recapito.

Cornelio - (indicandole una stanza) Ora bene che non ti vedano. Di l c' un'altra uscita.

Sempronia - Quando ti vedr? Stanotte alloggio in casa di Longino. un rifugio sicuro...

Cornelio - Presto. Stanotte... (Entra Prisca)

Prisca - Signora, una ragazza chiede di vederti.

Sempronia - Fulvia? Fulvia dimessa dal carcere? Fulvia! (Entra Fulvia, un po' torva, abbattuta)

Fulvia - Non t'occorre una schiava, signora? Seno libera.

Sempronia - Fulvia! (Fulvia riceve il suo abbraccio gelida, rigida, senza ricambiarlo. Buio)

TERZO QUADRO

L'ufficio del Console in Senato. notte. Sono in scena Pisone e due Centurioni.

In un angolo, Fulvia. Atmosfera d'attesa nervosa, che precede i grandi avvenimenti.

(Entrano, come portati da una folata di vento, Publio Umbreno e uno degli Allobrogi, che va ad inginocchiarsi davanti a Cicerone)

Cicerone - (a Umbreno) Si sono mossi?

Umbreno - Poco fa. Diretti a Ponte Milvio. (Visone fa un cenno al secondo Centurione che corre fuori. L'Allobrogo si rialza)

Cicerone - La prova stata ottenuta?

Umbreno - Si, signore, come volevi tu. Sono un fedele servitore della repubblica.

Pisone - (indica Fulvia) Senza l'intervento della ragazza saresti ancora dei loro!

Umbreno - Ma no, signore. Ci riunimmo ieri serain casa di Longino. I legati, istruiti da me, dissero che occorreva una dichiarazione firmata dai capi perconvincere i loro concittadini... Cetego la scrisse, glialtri la firmarono e la contrassegnarono con i loro I sigilli.

Cicerone - La prova, finalmente...

Pisone - Ed erano diretti al campo di Catilina?

Umbreno - Si, signore. (Muzio si affaccia sulla porta)

Muzio - qui. (Un moto di emozione fra i presenti. Lo stesso Cicerone fa un passo verso la porta.Poi si rivolge a Umbreno)

Cicerone - Resterai a disposizione del Senato finoa nuovo ordine. (A Muzio) Non siano lasciati corrispondere con nessuno.

- (Umbreno e lAllobrogo s'inchinano ed escono accompagnati da Muzio)

Pisone - (a Fulvia) T'ha lasciato le chiavi del suopalazzo? (Fulvia fa un incerto cenno di si) Svelta, ragazza, quelle chiavi, non abbiamo tempo da perdere.

Fulvia - (dandogli le chiavi) Che farete ora?...

Pisone - (prendendo le chiavi) Sparisci se non vuoi altre noie. E domani vieni a riscuotere. (Fulvia esce. Poco dopo entra Cornelio, tenuto per le braccia dai due Centurioni che lo conducono verso il Console. Depongono sul tavolo la sua spada ed il cinturone)

1 Centurione - (dando un plico a Cicerone) Ecco la prova. La dichiarazione con le firme. (Cicerone apre il plico, guarda le firme, lo passa a Pisone)

Pisone - (a Cornelio) Dove sono i tuoi compagni? (Cornelio tace) Ti ho chiesto dove sono i tuoi compagni!

Cicerone - (a Pisone) Cercateli! Avete a disposizione un esercito! (Pisone esce concitato. Rientra Muzio)

2 Centurione - (indicando Cornelio) Ha tentato di difendersi con la spada. Quando ha capito il tradimento dei legati si arreso ai pretori. (Cicerone fa un cenno a Muzio ed ai Centurioni di uscire. Muzio esita)

Muzio - Come signore, solo?

Cicerone - Ho dato un ordine! Eseguitelo. ( evidente che Cicerone ha perduto la calma. Cammina su e gi concitato, nel tumulto delle emozioni, senza trovare le parole da rivolgere a Cornelio. Finalmente, con gesto un po' teatrale, solleva la spada di Cornelio deposta sul tavolo) Vuoi uccidermi? Di certo il mondo sottosopra se i figli vogliono uccidere i padri... Cosi tu fossi morto in battaglia... Alzare le armi contro la patria! Farti complice e sobillatore dei nostri nemici! Eppure tu sapevi che questo braccio non sarebbe stato pi debole di quello di Bruto!... Parla... Rispondi, chi, chi, con quali arti ha stravolto la tua mente... Un nome!

Cornelio - C'era un uomo a Roma...

Cicerone - Il nome!...

Cornelio - ... un uomo che era specchio di molte virt. La giustizia usciva dalle sue labbra ancora pi giusta... la piet addolciva il suo animo severo... Non c'era sofferenza o infelicit che lo trovasse insensibile... come non c'era insulto alla libert che non suscitasse in lui una sdegnosa reazione... (Cicerone lo ascolta intensamente avendo capito di chi sta parlando) ... i giovani accorrevano alla sua scuola come l'assetato alla fontana... Uno lo conosco bene... aveva formato il suo animo alle parole di quell'uomo...

Cicerone - Per poi tradirlo!

Cornelio - Quell'uomo morto, signore!

Cicerone - T'inganni!

Cornelio - Morto! Non so come, non so quando... non ero a Roma in quel tempo... Ma quando tornai non esisteva pi... Al suo posto c'era la sua statua. Bella, signore, da sembrare vivo. Tanto che molti si ingannavano. Anch'io, sulle prime... Ma quando vidi chi s'era fatto scudo di quel simulacro e per qualiinteressi, allora compresi. Una statua era, gelida, di marmo. Lui era morto, signore. Quella statua ne tradisce la memoria.

Cicerone - Tu stesso riconosci la tua sorte disperata se al tradimento aggiungi l'insulto.

Cornelio - la verit. Tu m'insegnasti a proclamarla a qualunque costo! La prova che ti chiedemmo misericordia! Ci fu negata! Chiuse tutte le porte. Tagliati i ponti. Lui non avrebbe risposto cosi se era vivo!

Cicerone - Ragazzo, tu non conosci il prezzo del potere... Credi che la volont di chi governa sia libera? Che io abbia gioito delle repressioni? Nessuno sa quanta forza, quanto coraggio occorre per strappare giorno per giorno a chi t' a fianco qualche lembo sgualcito di libert...

Cornelio - Lo so, signore... Anch'io mi occupo di politica.

Cicerone - Alleato, complice delle tigri sanguinarie...

Cornelio - Ci si illude di domarle, le tigri, quando abbiano mangiato un poco... l'errore di chi ha fame e non ha altra scelta... Ma tu avevi una scelta. Milioni di romani ti tendevano le braccia, ancora disarmate.

Cicerone - Una moltitudine caotica, senza volto.

Cornelio - Tu glielo avresti dato! Quello della dignit umana. Prima che si oscurasse nel volto disperato della rivolta...

Cicerone - Ho agito secondo la legge! Nulla ho fatto che fosse contrario alla legge! E tu la conosci abbastanza per applicarla. Giudicati da te stesso!

Cornelio - (dopo un silenzio) Ahim, signore... Tu non conosci l'angoscia di vivere fuori e contro la legge... Controllare ogni atto, frenare ogni impulso, essere ogni istante la propria legge senza soccorso d'avvocati, di tribunali, di giudici. un vivere sovrumano...; e un morire... C', nonostante tutto, un sollievo a rientrare nella legge...

Cicerone - Dunque, giudicati... (Entra, non visto, Cesare e si ferma sul fondo)

Cornelio - Il bene e il male, signore, non sono divisi dall'Oceano... Cosi gli uomini, anche i pi ostili tra loro, sono legati a un medesimo destino... Tu ed io... non c' errore che non abbia un seme di verit... Colpisci in me l'errore, colpisci il tradimento... questo ti dar la forza di appellarti al popolo e dargli le sue leggi... E il sangue di Cornelio servir alla gloria di Cicerone. In nome degli dei, signore, guardiamoci dall'abisso dell'inutilit... Ecco, mi sono giudicato... Sentenza di morte... (Un greve silenzio: dall'esterno entrano i Senatori quando Catulo, Pisone, Murena, Marco Crasso, Cesare, Catone, seguono Muzio e i Centurioni)

Catulo - Possiamo finalmente vederla una delle teste dell'Idra: volto livido, occhio torvo, saturo d'odio e di rancore...

Cesare - Io non vedo che una faccia d'uomo...

Catulo - Sono questi i tuoi amici, Cajo Cesare?

Cesare - (a Cornelio) Assumer la tua difesa.

Catulo - Avranno anche una difesa!...

Cicerone - Saranno giudicati con tutte le garanzie. Sia convocato il Senato. (Muzio esce. Dietro di lui Cicerone, poi Cornelio tra i Centurioni, poi Cesare)

Catulo - (a Crasso) Cosi sapremo la verit anche su d te, Marco Crasso. Temo che tu abbia impiegato male i tuoi denari.

Crasso - Da quando in qua ti interessi dei miei affari?

Catulo - Da quando sei il banchiere della rivoluzione...

Crasso - Mi risponderete di questa calunnia!

Catone - Ne risponderai in Senato! (Esce seguito da Catulo. Restano Crasso, Pisone e Murena)

Crasso - Anche voi credete a questa menzogna? (// silenzio degli altri pare una conferma) Debbo ricordarvi, signori, che i vostri affari stanno in piedi col mio denaro. Posso citare le cifre: le tue, Murena, e le tue, Cajo Pisone, e quelle di molti... Tutte registrate nel mio libro cassa. E so anche per quali speculazioni contrarie alla legge. Vi giuro che non cadr solo, se debbo cadere. Ditelo ai vostri amici. Crasso ha tanta forza da far crollare il Senato! (Buio)

QUARTO QUADRO

L'aula del Senato. La luce del crepuscolo ne sfuma i contorni lasciandoli in ombra. Sar bene in evidenza soltanto il settore pi basso dei seggi, a sinistra, e davanti ad essi il banco degli accusati, sul quale seggono Cornelio, Gabinio, Cepario, Lentulo, Cetego. Sul banco dei testimoni Umbreno e gli Allobrogi. Di fronte, il seggio del Console e dei Pretori. l'intervallo tra un'udienza e l'altra. I Senatori stanno rientrando nell'aula. Presso il banco degli accusati, Cesare sta accanitamente discutendo con Cetego.

Cetego - Per l'Inferno, rappresenti la difesa o l'accusa? Non hai fatto che sostenere le nostre colpe... un giorno intero che si discute.

Cesare - Cosi fossero tre. L'assemblea sarebbe sfinita e pi disposta al rinvio...

Cetego - Per mia fortuna ho ancora amici e liberti pronti a tutto. Sono gi in moto.

Cesare - Bada, l'avvenire incerto, la morte sola certa. L'importante, per ora, sopravvivere. (Entra Muzio)

Muzio - Il console Marco Tullio Cicerone! (Tutti si alzano. Entra Cicerone preceduto dai Littori e seguito dai Pretori. Raggiunge il suo seggio. Catulo gli si avvicina e gli parla a bassa voce. Cicerone guarda Crasso e annuisce)

Cicerone - In nome del Senato e del Popolo Romano, la seduta aperta. (Una pausa di studiato effetto) Onorevoli Padri Coscritti, il giorno declina ed il tempo di avviare questo dibattimento alle sue conclusioni. Le responsabilit sono state vagliate, le testimonianze udite, le prove raggiunte. Si tratta ora di stabilire la sorte riservata agli accusati. Decimo Giulio Silano, console designato, ha proposto pei rei di tradimento l'estremo supplizio; una decisione grave, che noi prenderemo, se necessario, unicamente ansiosi della salvezza della Repubblica. Tiberio Nerone, del cui coraggio nessuno ha ragione di dubitare, crede che si debba deliberare solo quando si siano rafforzate le guarnigioni. Cajo Cesare ci ha ricordato la legge Porcia che proibisce di condannare a morte cittadini romani senza l'appello al popolo...

Catulo - E avranno ancora il titolo di cittadini romani questi miserabili assassini, nemici della patria? (Cornelio si alza di scatto. Cesare fa per trattenerlo ma Cornelio si scrolla da lui)

Cetego - un diritto che non potete toglierci!

Lentulo - Non potete accusarci di aver violato la legge e violarla voi stessi! (Si alza Catone)

Catone - Avete udito, signori del Senato? Siamo noi, ora, accusati di violare la legge solo perch consentiamo a una banda di criminali di continuare ad insultarci!

Cicerone - La legge indivisibile! Siamo qui per giudicare, non per vendicarci!

Catulo - Giusto, chiarissimo console. La legge indivisibile! Perch allora non rivelare ci che molti pensano, anche se fingono di ignorare? La cospirazione ci avvolge coi suoi tentacoli, Padri Coscritti, e si annida tra noi, su questi scanni!

Voci - I nomi! Fuori i nomi! Vogliamo i nomi!

Catulo - Un nome soltanto, Padri Coscritti! Un nome che non esito a gettare davanti a voi perch sia fatta giustizia! Marco Licinio Crasso!

Crasso - falso. Gli dei fulminino la mia testa, se l'accusa risponde a verit!

Cicerone - Il senatore Quinto Catulo invitato a precisare la sua accusa.

Catulo - C' un testimone. Chiedo che sia ascoltato. (Cicerone fa un cenno a Muzio, che esce un istante, per rientrare seguito da uno dei due messaggeri che abbiamo gi visto in casa di Sempronia. L'uomo sorpreso e confuso di trovarsi in questo ambiente solenne)

Catulo - Quest'uomo fu arrestato la notte scorsa, da un mio presidio, mentre cercava di raggiungereil campo dei ribelli. Confess di avere un messaggio di Crasso per Catilina.

Crasso - falso! Non ho mai visto quest'uomo!

Voci - A morte Crasso! Siano puniti i traditori! (Molti tacciono e si scambiano pareri a bassa voce. Crasso scende dal suo scanno e avanza spavaldamente verso il seggio di Cicerone)

Crasso - Mi affido alla giustizia del Console contro la calunnia! So da dove parte l'accusa: gelosia ed invidia di mediocri, che scambiano per amor di patria i loro rancori!

Catulo - C' una testimonianza precisa!

Crasso - E basta una delazione di un mentitore per distruggere Crasso? (Cicerone si alza. Fa cenno di tacere. Poi, volgendosi al teste)

Cicerone - Il tuo nome?

Messaggero - Lucio Tarquinio, signore...

Cicerone - Confermi quanto hai confessato al Senatore Quinto Catulo? (Il teste reticente e confuso. Si volta ora verso Cicerone, ora verso Quinto Catulo, ora verso Crasso)

Cicerone - Puoi parlare liberamente.

Messaggero - Poi non mi faranno niente, signore?

Cicerone - Sai che c' l'impunit per chi rivela notizie utili al bene della Repubblica.

Messaggero - questo che volevo sapere. Se cosi... confermo... (Sensazione in aula)

Crasso - E si d pi fede a chi mente per salvarsi che a Marco Crasso? Mi appello a questa nobile assemblea! Giudichino i pi specchiati cittadini, tu Cajo Pisone, tu Murena, e quanti hanno a cuore la verit. Giudichino loro se il teste attendibile!

Catulo - C' di pi. Corre notizia che Marco Crasso pagher le spese per la difesa di quei delinquenti.

Cesare - Volessero gli dei che i debiti di Cajo Cesare fossero pagati con le ricchezze di Crasso... Non avrei pi pensiero per l'avvenire... (Cajo Pisone si alza lentamente)

Cajo Pisone - Il delatore faceva parte della congiura, Padri Coscritti. La sua testimonianza viziata dal Sospetto e dalla paura. Un modo troppo comodo per sottrarsi al pericolo.

Catone - Quante paure si combattono in questa nobile assemblea, Padri Coscritti... Paura di Crasso di rispondere alle accuse, paura del testimone di pagare per il suo tradimento, paura degli amici di Crasso che egli sia riconosciuto colpevole. Io mi domando quale bene possa venire alla Repubblica da questo consesso di paure!

Cicerone - Il console non ha paura, Marco Catone; e con l'autorit che gli conferisce la legge chiede a voi, Padri Coscritti, che decidiate sulla validit della denuncia. Chi sostiene con Quinto Catulo la colpevolezza di Crasso? (Si alzano Catone e altri due Senatori e vanno a porsi vicino a Catulo)

Cicerone - Chi sostiene che il testimone mente e che Crasso innocente? (Una breve pausa. Poi si alzano Pisone, Murena ed altri, sempre pi numerosi e vanno a schierarsi vicino a Crasso)

Grida - Viva Marco Crasso! Abbasso i calunniatori!

Cicerone - Ci inchiniamo alla decisione dell'Assemblea e dichiariamo Marco Crasso libero da ogni sospetto. (Scoppiano applausi all'indirizzo di Crasso, che risponde con gesti di gioia ai suoi sostenitori e va a sedersi al suo scanno. Cicerone, dopo una esitazione, fa cenno che il teste sia arrestato. Due guardie vanno a prelevarlo. Egli le segue confuso)

Messaggero - Ho detto quello che sapevo, ho detto la verit, la verit... (Lo trascinano via)

Cicerone - Si proceda nel dibattimento contro i cospiratori. (Cesare si alza approfittando del momentaneo smarrimento degli altri per la vittoria di Crasso)

Cesare - Signori del Senato, a voi che siete il sale della terra compete un compito grave. Non facile a un animo turbato dalle passioni distinguere la verit. L'odio come l'amicizia, l'ira come la piet non consentiranno mai ad alcuno di lasciarsi guidare soltanto dall'utile della Repubblica. E che dire della paura? Troppe volte ho udito nominare in quest'aula un sentimento indegno del nome romano. Pauradi che, signori? Di un uomo che, al primo segnale di pericolo fuggito al campo d'Etruria, lasciandoin Roma i suoi subalterni? Credetemi, assurdo parlare di paura, come fa, con una ostinazione che non lo onora, il saggio Catone. Specie perch, grazie alla diligenza del chiarissimo console non s' mai vistoun tale apparato di forze in pieno assetto. Quanto alla pena proposta per i colpevoli, cio l'estremo supplizio, posso dirvi che nel pianto e nella miseria la morte un riposo degli affanni, non un supplizio. Essa dissolve tutti i mali degli uomini. Di l non c' pi n gioia n angoscia. Uccidere i condannati come liberarli di colpo dalla loro greve pena di vivere. Perch non fustigarli?

Catone - La legge Porcia lo vieta!

Cesare - (di scatto) Ma la legge Porcia vieta anche di condannare a morte senza l'appello al popolo! Volete rispettarla nelle cose minori e non nelle massime? Voi mi potete opporre che nel caso presente la colpa cosi grave da giustificare l'inosservanza della legge. Ed io non dubito della vostra lealt nel giudicare cosi. Ma guardatevi, in nome degli dei, dallo stabilire un simile esempio. Se il potere finisse nelle mani di incapaci o di disonesti, essi si servirebbero del precedente da voi creato per applicare la pena senza appello non ai colpevoli, ma agli innocenti.

Cicerone - Questo, sotto il nostro consolato non accadr mai!

Cesare - Lo so, chiarissimo Marco Tullio. Ma tale la tua autorit in materia di legge, che un nuovo console potr essere tentato dal tuo esempio a trarre la spada senza appellarsi al popolo. Chi sar in grado allora di fermarlo o di indurlo a moderazione? (Tace un istante. L'uditorio impressionato) un grave errore, signori del Senato, pensare che la tirannide si presenti sin dall'inizio con il suo volto di sciacallo. Al contrario, sia la tirannide di un uomo o di una fazione, essa appare sotto spoglie ingannevoli, come restauratrice dell'ordine e della libert, l dove la carenza della legge apre una piaga infetta nella compagine dello stato. E voi vedrete il tiranno applaudito e onorato dalla moltitudine, fino a quando, simile a Crono, comincer a divorare i suoi figli. appunto per impedire simile sorta di eccessi e di sopraffazioni, che furono promulgate la legge Porcia e altre leggi che consentivano ai condannati di recarsi in esilio...

Catulo - Deliberiamo dunque che i congiurati siano prosciolti perch aumentino l'esercito di Catilina!

Cesare - Niente affatto, Quinto Catulo! Non meno forte del tuo il mio desiderio di libert! Credo al contrario che gli accusati vadano tenuti in carcere; che i loro beni siano confiscati; e che nessuno sollevi pi il loro caso n in Senato n di fronte al popolo. Chiunque agisca altrimenti sia dichiarato reo, da questa Assemblea, di attentare alla sicurezza della Repubblica. (Cesare ha terminato di parlare. Lentamente torna a sedersi al suo scanno, presso gli accusati. I senatori si raggruppano presso l'uno o l'altro di loro per consultarsi)

Cicerone - Nessuno intende parlare sulla proposta di Cajo Cesare? Decimo Silano, tu hai chiesto per i condannati l'ultimo supplizio.

Decimo

Silano - Infatti, come ha ben detto Cajo Cesare, pu esservi per un romano un supplizio pi grave del carcere? Questo io volevo intendere per ultimo supplizio.

Voci - Ha ragione Decimo Silano! Ha ragione Cajo Cesare! Al carcere! Al carcere perpetuo!

Catulo - Signori, qui si giuoca con le parole! Tanto siete scossi dall'audacia di Cesare, da rinnegare ci che avete dichiarato in questa assemblea? Un avventuriero squattrinato, una lingua bifida e velenosa... (Non pu continuare. Nasce un pandemonio tra i partigiani di Cesare e quelli di Catulo, che muovono gli uni contro gli altri per venire alle mani)

Cicerone - Padri Coscritti! Siate degni del vostro ufficio di giudici e della maest di questa Assemblea! Tu, Tiberio Nerone?

Tiberio Nerone - Data l'eccitazione degli animi, confermo la mia proposta di differire la decisione adaltro momento.

Cicerone - Mettiamo ai voti la proposta di Tiberio Nerone.

Voci contrastanti - Ai voti! No! Si! (Catone scende lentamente dal proprio scanno, va a piazzarsi nel breve emiciclo davanti agli scanni, alza le braccia facendo cenno agli altri di tacere)

Voci - Silenzio! Parla Catone! Silenzio!

Catone - (quando il silenzio si ristabilito) Assai diverso il mio parere, o Padri Coscritti, da quello di Cajo Cesare. Egli ha molto sottilmente disquisito attorno all'ottimo governo della Repubblica ed ai pericoli della tirannia. Ed io, nonostante il mio costume pubblico e privato sia cosi diverso dal suo, mi assocerei volentieri alle sue parole se la decisione che stiamo per prendere riguardasse cosa di piccolo momento; allora consiglierei io per primo calma, prudenza e moderazione. Ma abbiamo l'acqua alla gola, miei nobili colleghi! E se Cajo Cesare non se ne preoccupa, tanto pi necessario che me ne preoccupi io, per me e per voi. Cajo Cesare ha certamente ragione quando vi prospetta le insidie della tirannide. Ma quale tirannide pi odiosa di quella che ci minaccia da vicino con l'urgenza delle catastrofi senza rimedio? Si cospira, si chiamano alla guerra i popoli della Gallia, nemici irriducibili di tutto ci che romano, si prepara un esercito, il nemico dentro le mura e nel cuore stesso della citt, si decreta la vostra strage, loavete udito. Perch, se non per imporre con le armi e con il terrore la pi schiacciante delle tirannidi? Si, Cajo Cesare ha ragione quando asserisce che la legge Porcia e altre leggi vietano che si tolga la vita ai condannati senza l'appello al popolo. Ma quelle leggi furono votate quando il popolo romano possedeva ancora le virt, che danno diritto alla clemenza e alla moderazione. Cajo Cesare ha ragione, siete voi ad aver torto! Voi, che in luogo di quelle virt coltivate solo il vostro egoismo! Che in casa siete servi del piacere e qui del denaro e dei favori! Pi volte, Padri Coscritti, ho lamentato in quest'aula il lusso e l'ingordigia dei nostri concittadini. Non mi avete degnato di attenzione. Ora vi terr altro discorso. Per gli dei immortali! Se stimate le vostre case, le vostre ville, le vostre statue, le vostre pitture pi preziose della Repubblica; se queste cose, valgano quel che valgano, ma alle quali siete cosi attaccati, volete conservarle; se volete godervi in pace i vostri piaceri, svegliatevi una volta tanto e pensate a difendervi. Qui non in giuoco soltanto la libert, ma la nostra stessa esistenza! (Le sue parole scuotono l'assemblea. Si odono mormorii, approvazioni, parole di paura)

Cesare - Non voglio credere che il Senato della Repubblica ceder al ricatto della paura.

Voci - Silenzio! Siete voi ad aver paura! Traditori! Lasciatelo parlare!

Catone - Fa attenzione, Cajo Cesare, a non aggiungere l'insulto al sacrilegio! Poco fa, tu hai dissertato con ricercata eleganza sulla vita e sulla morte, negando l'anima immortale. Hai sfidato ed irriso la fede tradizionale del popolo romano. (Agli altri) E voi lo avete approvato! Voi, che temporeggiate per pigrizia e mollezza d'animo e confidate negli stessi dei, che qui sono oltraggiati, perch salvino ancora una volta questa Repubblica dai maggiori pericoli. No, non coi voti n con le suppliche delle donne si procura l'aiuto degli Dei! Non implori gli dei chi si abbandona all'ignavia e alla codardia! Gli dei sono in collera per lo sdegno! (Di nuovo l'assemblea scossa. I senatori si alzano uno dopo l'altro rinfacciandosi le loro paure)

Voci - Sia punito il sacrilegio! Se qualcuno ha paura osi dichiararlo!

Catulo - (a Pisone) Tu non parli, Cajo Pisone?

Pisone - Chi osa dubitare di me? Io sono per la condanna!

Voci - Anch'io! Anch'io! Anch'io! A morte i traditori! Vogliono ucciderci. Siano uccisi!

Catone - Dunque, perch s'indugia? Poich esistono prove e testimonianze che costoro sono rei di avere preparato stragi, incendi e altri crimini contro i cittadini e contro la patria, si dia loro, confessi e colti in flagrante, la pena prevista pei rei di delittocapitale. (Scoppia un uragano di grida)

Voci - Ai voti la proposta di Catone! A morte! A morte! All'estremo supplizio! (Cesare avanza rapido fino al seggio di Cicerone)

Cesare - Affido gli accusati alla magnanimit del console... (Cicerone titubante. Guarda Lucio Cornelio che fronteggia il suo sguardo)

Una voce - Ai voti la proposta di Catone!

Catulo - Perch indugia il Console? in giuoco la salvezza della Repubblica!

Una voce - Il consolato a Quinto Catulo!

Voci - (confuse e minacciose) Il Senato ha deciso! Vogliamo un uomo deciso! Richiamate Pompeo! (Cicerone osserva la crescente ostilit del Senato. Finalmente si alza, con contenuta emozione)

Cicerone - (cercando di nascondere un fondo di rancore) Debbo ricordarvi, Signori del Senato, che io sono quello stesso console, cui da mesi non concesso un istante di sicurezza. Minacce e pericolo di morte m'hanno seguito nel foro, m'hanno spiato in Campo Marzio e in quest'aula, hanno bussato alla porta della mia casa. Ho visto intorno a me l'angoscia e le lacrime della mia famiglia, di una moglie e di una figlia atterrite, di un bambino, che ho posto tra le braccia della Repubblica come pegno del mio consolato. Mi sono forse arreso per questo? Non siete stati voi a colmarmi di lodi, a decretare che la congiura stata scoperta grazie al mio coraggio ed alla mia diligenza? A ordinare per me una pubblica funzione di ringraziamento, onore mai toccato prima ad un magistrato civile?

Catone - Nessuno mette in dubbio i meriti e le virt del console. Vogliamo solamente troncare gli indugi.

Cicerone - L'ho detto io stesso in apertura di seduta, mio severo Catone! Ma che la rapidit non significhi fretta ed assenza di ponderazione.

Voci - Basta! Abbiamo gi deciso! Ai voti la proposta di Catone!

Cicerone - ...un nerbo sufficiente di truppe assicura la regolarit del giudizio...

Catulo - (con sarcasmo) una minaccia? Dobbiamo considerarci in stato di sospetto?

Cicerone - una garanzia della vostra libert! Voluta da me! Come da me stata creata la compattezza degli ordini sociali! Non solo dei maggiori, ma degli infimi! Non c' liberto, ma che dico liberto, non c' schiavo, per poco che la sua condizione sia tollerabile, che non detesti questa infame congiura!

Catulo - E cosa chiedono essi, compatti? Morte!

Voci - Morte! Morte!

Cicerone - (dopo una pausa penosa) Morte., morte... breve e oscura parola... essa ripugna allo spirito di giustizia... E tuttavia, se penso al destino riservato da Cesare agli accusati: privati a vita della libert, confinati nei municipi, gettati in carcere come ladroni, privati dei beni, privati d'ogni ricorso al Senato ed al Popolo e dunque persino della speranza, unica consolazione nella disgrazia... (Si volge lentamente verso gli accusati) se questo il destino riservato loro da Cesare, che pure un uomo cosi generoso, allora, io dico - non per crudelt, Cajo Cesare, chi pi mite di me? non per atrocit d'animo, sib-bene per un sentimento di umanit e di piet verso gli accusati, meglio mille volte la morte, tregua agli affanni ed alle miserie; grave pedaggio che apre tuttavia l'animo alla speranza di un riscatto. Per questo i filosofi l'affrontano con coraggio e spesso gli animi forti la desiderano. Non parlo soltanto per gli accusati, Signori del Senato, ma per me stesso. Giacch non m'illudo; scegliendo la morte per costoro so di attirare su di me, pi di quanto io abbia gi fatto, l'odio e la vendetta dei cospiratori, che ancora si nascondono numerosi nella citt. (Con vera emozione) Io so di giuocare assieme alla loro, la mia testa!...

Voci - Viva Marco Tullio Cicerone! Viva il Console!

Cicerone - Poco importa, se mi conforta il vostro consenso e se l'aver salvato la patria dai nemici interni mi procurer un po' di posto a fianco di quei grandi: i due Scipioni, Emilio Paolo, Mario, sopratutto Pompeo, che la liberarono dalla servit di altri popoli.

Voci - Viva! Viva il console Cicerone!

Cicerone - Una sola cosa vi chiedo: che in cambio della mia rinuncia al comando dell'esercito, al governo della provincia, al trionfo ed a ogni altro segno d'onore, ai miei privati interessi nell'interesse della patria, voi serbiate memoria di questi ultimi giorni del mio consolato. (Con crescente commozione) E, se dovr soccombere alla violenza dei malvagi, raccomando a voi il mio unico figliolo, il mio Marco... Baster al suo avvenire che voi pensiate: il figlio di colui che ci ha salvato tutti, rischiando solo se stesso. (Scoppia un uragano di applausi)

Voci - Viva Marco Tullio! Affissione! Affissione! (Alcuni senatori vanno a congratularsi. Cesare torna lentamente al suo posto)

Cicerone - Questo, Signori, solo il mio parere. Sta a voi ora giudicare, soltanto a voi; vostra la sovranit e la responsabilit. Io non far che obbedire alle vostre decisioni, qualunque esse siano, e le far eseguire finch avr vita. Ai voti dunque la proposta di Marco Catone. (Grave silenzio. I senatori si alzano lentamente, uno dopo l'altro)

Voci - (con grave compattezza) A morte!

Cicerone - (china la testa approvando) A morte... (Buio)

QUINTO QUADRO

Lo studio del console in Senato. Una guardia presidia la stanza. Sempronia, abbattutissima nonostante cerchi di farsi forza, aspetta impaziente. Da sinistra, come provenienti dall'aula del Senato, entrano i condannati scortati da guardie. Attraversano la scena per uscire a destra. Passano Cetego, Lentulo, Gabinio e Cepario. Poi Pisone, Catulo, Murena, Catone. Quindi Cicerone, che precede Cornelio scortato da una guardia. Mentre gli altri escono da destra, Cornelio si ferma. Cicerone osserva muto i due amanti, poi, uscendo, fa cenno alle guardie che lo seguono. Cornelio e Sempronia restano soli. Muti dall'emozione Sempronia si fa animo con disperata volont.

Cornelio - Solo pochi istanti, Livia...

Sempronia - I soli veri, i soli nostri, nostri del tutto...

Cornelio - Hai ragione... La storia passa e ci lascia indietro, sciogliendoci dal debito verso gli altri. Fummo mai cosi liberi? Ora so con certezza che non c' stato un attimo in cui non t'ho amato pi dell'anima mia...

Sempronia - Tu si... ero morta e mi facesti rivivere. Ma io non t'amai abbastanza da farmi disprezzare... disgustarti, costringerti a rinunciare e a metterti in salvo...

Cornelio - E che sarebbe oggi Lucio Cornelio? Un sopravvissuto a eventi troppo grandi, nascosto in qualche angolo di provincia a consumare in silenzio il suo disprezzo di s. No! Ho scelto liberamente la mia sorte: l'avrei scelta senza di te e contro di te... Gli Dei sono stati generosi facendomi incontrare dalla mia parte... Ora basta, Livia... Non accusiamoci di ci che troppo pi forte della nostra volont... L'importante credere che solo i duri di cuore muoiono veramente. Gli altri vivranno di ci che hanno dato senza pretenderne il prezzo...

Sempronia - ...Vivranno sempre, sempre, sempre! Saranno la sola cosa viva, la sola speranza!

Cornelio - (con disperazione) Ma non ora, Livia,, non ora... troppo grandi furono i loro errori! Un'onda d'ignominia si rovescer su di loro e coloro stessi pei quali morirono li malediranno... Gli scolari manderanno a memoria i nostri nomi per aborrirli... E le parole che ci condannarono saranno scolpite nel bronzo...

Sempronia - Molti capiranno.. Molti... pi che tu non pensi...

Cornelio - (placandosi) Si, forse, tra mille anni, di pi, forse, qualcuno comincier a chiedersi il perch del nostro delitto... Ma cos' il tempo ormai? Cos' nel ricordo una vita piena? Un attimo. E noi lo stiamo vivendo quest'attimo... (Si abbracciano con disperata intensit)

Sempronia - Nessuno mi scioglier mai da te, mai, per l'eternit... (Le guardie che rientrano restano per un attimo indecise. Cornelio il primo ad accorgersene. Si stacca da Sempronia, ostenta una lieta sicurezza)

Cornelio - (alle guardie) Eccomi, amici. Giacch si deve partire meglio affrettarci. (Guarda Sempronia) Addio Livia..

Sempronia - Addio, addio, ti rivedr presto...

Cornelio esce a testa alta, seguito dalle guardie. Livia Sempronia resta sola. Non vuole abbandonarsi. Cammina tesa, inquieta per la stanza. Giunge davanti al tavolo di Cicerone sul quale la spada di Cornelio. La prende, la osserva, come un oggetto strano e prezioso. Ne come affascinata. Dalla piazza sottostante scoppiano le grida della folla)

Voci della folla - Evviva il console! Viva Marco Tullio Cicerone! A morte i traditori della patria!

Voce di

Cicerone - Cittadini di Roma! Coloro che cospirano contro la Repubblica non sono pi!

Voci della folla - Viva! Viva il console Cicerone!

Voce di

Cicerone - E ora, o romani, alle armi! Un esercito di facinorosi, comandati da Sergio Catilina, minaccia le vostre case, e la vostra vita. Annientatelo! Mostrate che pi d'ogni cosa al mondo voi avete a cuore la libert e la salvezza della Repubblica!

Voci della folla - Viva il console! A morte Catilina! (Di lontano si odono tamburi, passi in cadenza di truppa in marcia che si avvicinano. Sempronia alza gli occhi verso l'alto)

Sempronia - Se di l c' pace e silenzio... Padre... padre mi ascolti? Dammi la tua forza, padre, e tendimi le braccia... (Si uccide. Il rullo dei tamburi e il ritmo di marcia aumentano di intensit mentre la scena si oscura lentamente. Durante i pochi attimi di buio i tamburi raggiungono il massimo d'intensit)

QUARTO QUADRO

L'aula del senato. Quando la luce si rialza i tamburi scemano di intensit; ora sono misti a grida della folla. L'aula del senato deserta. Soltanto Cesare e Crasso di spalle, guardano fuori di una finestra, verso la strada da dove salgono le grida, il ritmo cadenzato dei tamburi, il passo dei soldati.

Voci della folla - Viva le legioni vittoriose! Vittoria! Vittoria! Largo ai vincitori (Da destra entrano Quinto Catulo e Catone, felici. Come scorgono i due alla finestra, sapendoli di parte avversa, li provocano)

Quinto Catulo - Avete udito la sorte dei Catilinari? Scompigliati, tagliati a pezzi, distrutti. Catilina e Manlio morti sul campo. Non uno vivo dei nemici... Niente prigionieri, n durante il combattimento, n durante la fuga. Cos periscano i nemici della Repubblica... (Da sinistra entrato il vecchio Murena, che ha udito le ultime parole di Catulo)

Murena - Mio figlio., avete notizie di mio figlio? Era nella coorte pretoria di Marco Petrejo...

Catulo - Magnifica truppa, i maggiori artefici della vittoria. (il vecchio Murena esce a destra, costernato, in cerca di notizie)

Catone - (a Catulo) Il Senato si raduner oggi stesso per onorare i vincitori. (Catone e Catulo escono a sinistra. Da destra entrano Visone e Muzio in uniforme da campagna)

Crasso - Notizie dal campo?

Muzio - (ancora stordito) Sono vivo. Soltanto questo so. Sono vivo. Ora ho fretta: devo vedere il console... (Esce con lo stesso passo concitato con cui entrato)

Pisone - La sua coorte stata distrutta. Non ho mai visto battaglia pi crudele. Ora giacciono mescolati, amici e nemici, e ognuno copre, morto, il terreno conquistato combattendo.

Crasso - E Catilina?

Pisone - Avanti ai suoi, con la spada ancora in pugno; supino, gli occhi spalancati, che nessuna mano pietosa aveva chiuso... Morto bene... (Esce)

Cesare - Tanto buon sangue romano per rimandare la partita forse di un anno, forse anche di dieci.. Non sanno che i lutti civili chiamano lutti... (Mentre parlano entra un gruppo di schiavi con secchi d'acqua e arnesi per pulire l'aula del Senato)

Crasso - Per ora noi abbiamo sopravvissuto.

Cesare - tutto ci che abbiamo fatto di buono in questa circostanza. (Si allontanano dalla finestra alla quale salgono ancora le grida di vittoria del popolo. Gli schiavi prendono il loro posto e guardano fuori)

Cesare - Andiamo, essi gridano troppo per una cosi incerta vittoria,... Odio i sacrifici inutili, le morti sprecate. Odio la violenza in nome della giustizia e la vendetta in nome della libert.

Crasso - Succede, da giovani, col tempo ti passer.

Cesare - Pu darsi. Infatti cerco la tua alleanza. (Entra un liberto e si rivolge urlando agli schiavi)

Liberto - Via di li, non cosa che vi riguarda! Stasera c' seduta, sbrigatevi! (Gli schiavi si allontanano dalla finestra e si chinano a pulire)

Cesare - Ti rivedr, Marco Licinio. A domani... (Gli porge le mani)

Crasso - (gliele stringe) A domani... (Crasso esce da sinistra. Cesare da destra. Dalla finestra giunge una nuova salva di applausi, mentre gli schiavi, proni, lucidano il pavimento e i seggi. Altri entrano portando festoni decorativi, mentre lentamente cala il sipario)

FINE

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