La crus d’anscarpulin

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LA CRUS D’AN

LA CRUS D’AN

SCARPULIN

Tre atti in dialetto mantovano

di

Franco Zaffanella

Gabbiana  - Goito - Val di Ledro

2003

PERSONAGGI:

GINO BERTANI

Calzolaio del paese,dichiarato e convinto comunista.

BETTINA PORTINI

Moglie di Gino

PIETRO BERTANI

Figlio di Gino e Bettina

ROSALIA MARIANI

Una cliente,un po sorda e con problemi di vista.

PIERINA CIVETTI

Una cliente chiacchierona

BERNARDO BONORI

Amico di Gino,persona di poche parole.

JASMIN

Prostituta

LIVIO LORA

Vecchio amico di Gino ai tempi della gioventù,spavaldo,

con tendenza politica di destra.

LUIGI  TOSATTI

Compagno comunista, segretario locale del partito.

*  *  *

La scena si svolge ai nostri giorni (2003), nella stanza lavoro del calzolaio Gino.

PRIMO ATTO

SCENA 1

Gino a seguire Bettina Bernardo e Rosalia

( Gino è intento al suo lavoro quando entra Bettina dalla porta interna con

un mestolo in mano )

BETTINA – Gino,varda ch’l’è ura ‘d sena.

GINO – Ades a vegni,e lasa le da dimal! Pusibul cha th’al capesa mia! Varda ch’l’è ura ‘d sena,varda ch’l’è ura ‘d sena,te ‘d gh’è sul in ment quel.

BETTINA – E th’ontia det che a dman a vagh da mè surèla?

GINO – Se,th’a mè det anca quel.

BETTINA – Alura t’aspeti a sena nè. ( E rientra nella stanza )

GINO – Se,a fnesi che pü vegni. Par tant cha gh’al diga,le la sagueta,la sagueta e la sagueta,a su mia quanti volti l’am la dis in na giurnada.

( Dalla porta interna entra Bernardo con un cuscino in una mano, mentre chiusa nell’altra mano tiene sempre un po di carta igienica )

BERNARDO – Permes?

GINO – Ve dentar Bernardo.

BERNARDO – Ciau Gino.

GINO – Ciau.

( Bernardo va verso Gino si aggiusta bene il cuscino sulla sedia che è li vicino

e poi si siede )

BERNARDO – Alura Gino cuma andom?

GINO – Andom mia mal,e te?

BERNARDO – Mahh . . . som che . . . bèla giurnada incö ah Gino, bèla limpida, a gh’è ‘n bèl ciel celest.

GINO – Se.

( Breve pausa)

BERNARDO – ( Guardando l’orologio ) Ben ades a vaghi. ( Alzandosi ) Ciau Gino.

GINO – Ciau, ciau.

( Bernardo esce,e subito dopo Gino si alza va alla finestra per vedere Bernardo che si allontana, poi ritorna sui suoi passi scuotendo la testa )

GINO – Ma puvar Bernardo,’l gh’a sempar ‘l  fögh taga ‘l cül,’l fa mia in temp a sentas šo cha l’è bèla andà via. ( Si risiede ) E sempar cun li stesi paroli. ( Poco dopo si sente chiamare alla porta )

ROSALIA – Signor scarpolinno!

GINO – Su che avanti!

ROSALIA – Signor scarpolinno!

GINO – Avanti! ( Ormai Rosalia è entrata,si guarda intorno rimanendo comunque sulla porta ).

ROSALIA -  Signor scarpolinno!?                                                                             

GINO – ( Si alza avvicinandosi a Rosalia per farsi vedere ) Su che Rosalia, avanti!

ROSALIA – Ah è qua, non l’avevo mica visto signor Scarpolinno.

GINO – La vegna dentar e la sera la porta, sinò a vegn dentar li moschi. (Si risiede )

ROSALIA – ( Chiudendo la porta ) Ah le mosche quelle sbrodaghe, io a casa mia ci do il flit e le coppo tutte. E non parliamo delle sansale signor scarpolinno, che fino a quando c’è né una ci corro dietro e la ciappo vè. Io ho sempre dietro la paletta signor scarpolinno. ( estraendola dalla borsa ) Visto?

GINO – U vest, u vest.

ROSALIA – Varda! Varda! Varda che mosca! ( Rincorrendola con la paletta dando colpi a destra e sinistra ). Ah ma la ciappo vè!                                                                                                 1

GINO – La ma sculta Rusalia prema la’m vedeva mia me,e ades a la vest na mosca?

ROSALIA – Ma da visinno ci vedo bene signor scarpolinno,guarda,guarda.

ROSA – Se ma ades la’m diga cusa la völ, cha gavres anca d’andà a sena,sino da che ‘n po a salta föra me muier a dim:”A vet a sena insoma!”

ROSALIA – Ma se vuole signor Scarpolinno vengo n’atra völta. ( A questo punto esce sulla porta interna Bettina )

SCENA 2

Gino Rosalia Bettina

BETTINA – A vet a sena insoma!

GINO – A vegni, a vedat mia cha gh’è la Rosalia.

BETTINA – E alura cusa völ di,va che cale da sena la tha’n da mia.? (E detto questo rientra nell’altra stanza ).

ROSALIA – Ma signor scarpolinno la Bettina si rabisce a la svelta.

GINO – Dai valà la’m diga cusa la gh’ha ‘d bisogn.

ROSALIA – Allora signor scarpolinno, m’è successo che stavo caminando nella piasa, perché stamattina alle sette ho preso il treno e sono andata a Mantova a la Mutua a fare le analisi perché ogni tanto ciò degli sbarlottoni e . . .

GINO – A voi mia savì töta la storia ‘d la giurnada siura Rusalia,la’m diga cusa la völ, chl’è ša bastansa.!

ROSALIA – Va bene,volevo contargli cos’era successo,comunque  ( Estrae dalla borsa una scarpa) Ecco, vede signor scarpolinno, ho perso un tacco dentro un tombino della piassa Canossa.

GINO – Va ben alura a gh’an metom uno növ.

ROSALIA – Ma che sia precis! Né signor scarpolinno! ( Estraendo l’altra scarpa )

GINO – Ma second le, la vurà mia ch’al faga ‘d n’atra misura.

ROSALIA – Ma vardi signor scarpolinno che l’ultima volta mi ha fatto un tacco alto e uno basso!

GINO – Cus’èl! Ma la’m faga ‘l piaser! An tach alt e uno bas! Se casu lè le ch’la gh’ha

na gamba curta e öna lunga!

ROSALIA – Ohhhh! Come öna lunga e öna curta!? Guardi signor scarpolinno sono uguali? A visto che belle gambe. ( Si alza le sottane di fronte a Gino guardandosi le gambe, e in quel mentre rientra in scena Bettina sempre con il mestolo in mano )

                                                                                 

                                                                          SCENA 3

                                                               Gino Rosalia Bettina

BETTINA – Ma varda! Ades par giustagh li scarpi a gh’èt da tögh la misura a dli gambi?

ROSALIA – Ma no! ( Abbassandosi le sottane )  Lè che ‘l signor scarpolinno dice che ho una gamba lunga e una corta.

BETTINA – Ma la sarà na scusa par vardat li gambi!

GINO – Ma lasa le.

BETTINA – Ve a sena valà ch’l’è mei!

GINO – Ma vegni, ades a fnesi cun la Rosalia.

BETTINA – Ma cusa gh’èt da fni,varda che pusè che tiras sö li sutani cusa pensat ch’la faga.

ROSALIA – Ma siura Bettina, ma per chi mi ha ciapato! Io sono venuta a farmi mettere su un tacco!

BETTINA – “Sono venuta a farmi mettere un tacco”, parché cus’atar a vuresat ch’at metes sö?

( E rientra nell’altra stanza )

ROSALIA – Ma cosa dice sua moglie signor scarpolinno? Ma io sono veramente ciarita.

GINO – Se le a lé ciarida,me cusa duvres fa?

                                                                                                                                                2

ROSALIA – Ma cosa vuole che le dica,mi dica piuttosto quando posso venire a prendere le scarpe?

GINO – Ma a  a la volta ad giuvidè li duvria esar prunti.

ROSALIA – Va bene a giovedì alura . . . buonasera signor scarpolinno.

GINO – Buonasera, buonasera.

( Gino si alza togliendosi il grembiule da lavoro )

GINO – Ohh lè andada,ma va che tacadi de,cha posa finalmente andà a sena.

( Sta per entrare in cucina quando dalla porta entra l’amico Bernardo )

                                                                      

                                                                       SCENA 4

                                                   Gino Bernardo a seguire Pietro

BERNARDO – Permes?

GINO – Avanti.

BERNARDO – Ciau Gino,su mö che a disturbà.

GINO – Ma no Bernardo th’al’sé che te a disturbi mia. ( Con la faccia che dice tutto il contrario )

( Bernardo si va come sempre a sistemare il cuscino sulla sedia e si siede )           

BERNARDO – Alura Gino cume andom?

GINO – Andom mia mal,e te?                                                                                                        

BERNARDO – Mah . . . som che . . .  bèla giurnada incö ah Gino, bèla limpida, a gh’è ‘n bèl ciel celest.

GINO – Se. ( Breve pausa con Gino che guarda l’orologio impaziente aspettando il momento che Bernardo se ne vada )

BERNARDO – Ben ades a vaghi, ( alzandosi ) ciau Gino.

GINO – Ciau Bernardo as vedom.

( Mentre sta per uscire si incrocia con il figlio di Gino, Pietro che entra con un libro in mano )

PIETRO – Ciau Bernardo.

BERNARDO – Ciau, ciau, scusa ma gh’u prescia, ciau. ( Ed esce )

GINO – Incö l’è gni su mia quanti volti.

PIETRO – Puvret, cusa vöt mai, lu ‘l fa i su girin e li su giurnadi a gl’ia pasa acse.

GINO – Ve via ch’andoma a sena dai, che tu madar sinò la da i nomar.

PIETRO – Se. ( Dicendo questo apre il libro che tiene in mano per dargli uno sguardo)

GINO – Sta mia dim che anca ch’al le lè ‘n libar in sla cieša?

PIETRO – Ma no lè la storia da Giovanni XXIII.

GINO – Ah ma ‘m su mia sbaglià alura? Ma me su mia,ma chi’èl cha th’a mes in testa töti cli robi le?

PIETRO – Ma pupà, se me ‘m pias a lešar chi libar che.

GINO – E tu padar!? Quel ‘gh pensat mia? La nostra lè sempar stada na famiglia da comunisti, e inveci gh’u da vigh ‘n fiol cha lè sempar in ciesa e a lèšar di libar dal genar.Stasera ch’l’è sabat, ma va föra a divertat cun i tu amich.

PIETRO – Ma me preferesi sta in ca a lèšar.

GINO – A lèšar! Sempar a lèšar,pusibul ch’agh sia mia quèl d’atar da mei da fa, e pü sa’t gh’è propria da lèšar a gh’u töta la storia dal comunismo, quela ‘d gh’è da lèšar!

PIETRO – Lu ša lešida pupà.

GINO – Se ma cuša èt lesì? Cuš’èt imparà? Quel sa gh’ès da vegnar al mond mè nonu! Quel vè ‘n na dires! Ma sèt cha dal vint lu e suquanti compagni na dumenica iè andà in cieša intant che ‘l pret ‘l fava la mesa, e ‘l nonu ‘l gh’ha det “ Ades basta! Föra da’d che! Chestu da ades a dventa ‘l granaio dal popolo!”

PIETRO – La cunosi bèla ch’la storia che, e dopu cusa è suces? Gnint,parchè nisun a sé muvì e ‘l pret la cuntinuà la su mesa e töt è fni le.

GINO – Se però ia det che ‘l pret ‘l sè cagà ados!                                                                          3                                                                                                       

SCENA 5

Gino Pietro Bettina a seguire Pierina

( Entra Bettina e con il mestolo batte sulla parete,sta per dire qualcosa )

GINO – Ades a gnoma a sena, va ben!?

BETTINA – Ades? Ma Diu! Ma sa gh’u amö ‘d parcià la tavula!                

GINO – Ma va a fat benedì alura!

PIETRO – Pupà.                                                                                                                             

( Tutti e tre escono di scena entrando nell’altra stanza,subito dopo suonano alla porta e Gino rientra in scena per andare ad aprire )

GINO – Andà dal scarpulin a gh’è mai urari, avanti.

PIERINA – Compermesso, ciau Gino,èli prunti li mè savati?

GINO – Se iè prunti. ( E le va a prendere vicino al tavolino da lavoro )

PIERINA – Gino ma sèt cha nu pena savì öna ma öna.

GINO – Ohh cosa?

PIERINA – La fiöla dal veterinari pare ch’la sia incinta.

GINO – Ma valà, a lè tant šuvna.

PIERINA – Se se, e i sa mia chi l’è sta, le la völ mia dil, e su padar a pare ch’al voia dagh quel par fala andà šö.

GINO – Anca quel.

PIERINA – E pu sèt chi dis che la Nice dal sartur la fa patini, e la va sta via sensa ‘l su om.

GINO – Questu Pierina ‘l sevi anca me.

PIERINA – Eh, te cul fat ch’at gh’è sempar gent in cha ‘d gh’è sempar nutisi freschi, a gh’ha scumeti ch’at sé anca cusa i dis da me.

GINO – No, cusa disi da te?

PIERINA – I dis cha su muruša cun Giuvan Fartada!

GINO – E cume mai a diši na roba acse?

PIERINA – Ma parchè che indre u incuntrà Giuvan, a l’era ‘n pès ch’al vedevi mia e alura ‘s som brasà sö,e ‘t pö imaginat, quei cha sa vest ià mes föra  töti dli ciaciari falsi.

GINO – Ahh.

PIERINA – Che pü a gh’u da dit cha sevum brasà sö cume du amigh,ansi ades ‘t faghi vedar.

( E Pierina si abbraccia a Gino mostrandogli come era abbracciata con Giovanni )

GINO – Ma lasa le a lè listes ‘t credi.

PIERINA – No,no, meti li man le, ecu, a sevum brasà sö atse.

                                                                       SCENA 5

                                                            Gino Pierina Bettina

( Entra in questo momento Bettina e vede i due abbracciati )

BETTINA – Ohhh!! Gino!! Ma cusa fèt?

PIERINA – Ma sevi dre a fagh vedar . . .

BETTINA – Te tasi! ( Mostrandogli il mestolo ) Al me om ‘l gh’a gnint da vedar, te cun la scusa da giustà li savati ‘t ve chè a brasà sö ‘l mè om, bröta ciciaruna!

GINO – Ma noo!

BETTINA – Tasi anca te!

PIERINA – Vè, ‘t gh’è mia d’ufendum acse! E’t capì! Digal anca te Gino!

GINO – Se lè vera l’era dre fam vedar . . .                                                             

BETTINA – Se valà, ‘t gh’è sempar li scusi prunti,prema  ta gh’è vardà li gambi a la Rosalia,e ades th’at brasi sö cun la Pierina. ( E se ne esce quasi piangente )        

GINO – Ma varda, ma te a gh’evat propria da brasam sö, tö li tu savati, ch’la fom fnida.

PIERINA – Ma se, scusa, pensavi mia che tu muier l’as rabes acse, quanti besi ei?                       4

GINO – Cinq euro?

PIERINA – Pronti cinq euro.

GINO – Grasie, ades bisogna cha gh’ha spiega cume mai a sevum brasà sö acse.

PIERINA – Ohh figurat, me par na roba acse i ma mes in piasa muruša cun Giuvan Fartada. Ciau.

GINO – Ciau. ( Pierina esce )

GINO – Ohh ‘s speroma che la prucesiun inco la sia fnida, la gent po la gh’ha sempar da vegnar a l’ura ‘d sena! ( Intanto sistema alcune cose sul banchetto del lavoro )

Me che a duvria sempar esar a dispusisiun da töti, ma apena a vaghi in pensiun dal scarpulin s’an parla po! ( Suonano alla porta )

GINO – Ecu! U parlà trop a la svelta.

                       

                                                                       SCENA 6

                                                     Gino Livio a seguire Bettina

GINO – Ma è pusibul! ( Apre la porta )

LIVIO – ( Entrando ) Ciau Gino!

GINO – Ciau.

LIVIO – Ciau cuma stèt?

GINO – Ma . . .

LIVIO – Am cunosat mia? A su al Livio quel che na volta a stava a li Ca veci.

GINO – Ah ma se Livio Lora, andavum a scöla insiem.

LIVIO – Ma se, ma ciau. ( E i due si abbracciano e si baciano proprio mentre entra la moglie in scena ) Ma quant temp chè pasà.

BETTINA – Ma Gino! Anca cun i’om ades!

GINO – Ma no!

LIVIO – Bettina! Ma su ‘l Livio, ‘m cunosat mia?

BETTINA – Ma che Livio?

LIVIO – Ma ‘l Livio Lora dli Ca veci, cha su andà a Milan a lavurà a la televisiun.

BETTINA – Ahh, pensa che me inveci tevi tolt par ‘n culatun.

LIVIO – Ma valà, ve che ch’at daghi ‘n basin.

BETTINA – Par Diu, a gh’u da parcià da sena,gh’u mia temp da da di basin. E te ve via!(E rientra)

LIVIO – Simpatica né tu muier.

GINO – Ehh.

LIVIO – Vè i ma det ch’at fè ‘l scarpulin, a pudresat mia fam li soli a cli scarpi che?

( Allungandogli una borsina )

GINO – Ohhh, basta ch’at gabia mia prescia.

LIVIO – A gh’la cavat a famli par sabat?

GINO – Se par sabat va ben, ma te dim pütost a Milan cun la televisiun cusa èt fat? Parchè nu sentì tanti.                            

LIVIO – Cusa u fat ? Ma caru te, a ciapi tanti da chi bèsi,e sempar in meša tanti doni.

GINO Ahhh.

LIVIO – Ma sèt ch’an cambi öna al mes. Quela l’è vita vè.

GINO – Atar che me sempar serà in ch’la camara che a giustà scarpi töt al de.

LIVIO – Ma ve a catam na qual volta, at vedrè doni ch’at fagh cunosar.

GINO – Me ‘d doni,ma’n basta öna,e gh’an vansa.

LIVIO – Ma valà! Doni šuvni tha gh’ha slunghi quel e via.

GINO – Ahhh, tha gh’ha slunghi quel!

LIVIO – Ma pu lè töta n’atra vita,sempar föra a sena ‘l ristorant, andom a teatar in discuteca, ma s’èt quanti besi ciapi al mes? 7.000 euro!

GINO – Ohhh la miseria, ma cuša fèt par ciapà ‘t se tant.                                                              5

GINO – Pensa cu comincia a fa l’uperaiu le a Canale 5 e pian pianin a su pasà da gradu, ades a su direttur capu da töti i tecnich,insoma ‘d survia ‘d me gh’è sul Berlusconi.

GINO – Oh sta mia parlam da Berlusconi vé.

LIVIO – Parchè? At sarè mia ‘l solit comunista cha gh’la sö cun Berlusconi.

GINO – Certu cha su ‘n comunista, e gh’u mia certu da vergugnam.

LIVIO – Ma varda Gino che comunque me an cunosi tanti cha gh’è dentar in dal partì, e posi asicurat chi’è töta brava gent,’d vedrè quanti mester i met a post. Va che Berlusconi ‘l cantavi in sli navi, e par rivà induva lè rivà ‘n na fat a dli robi.

GINO – Ohh sa’n na fat, ecome sa’n na fat! ( Ironicamente )

LIVIO – Parchè i comunisti in dal mond cusa ai fat? Sul ad dli disgrasi.

GINO – Me su sul che in Italia i comunisti iè anca mort par purtà la demucrasia caru al mè Livio, e se in dal mond è suces quel che suces lè anca parchè certa gent cha comandava, pusè che persuni iera putost a dli besti, parchè bisogna esar sul acse par masà a dla gent sul parchè i la pensa a n’atra manera, e chestu par la vrità  ‘l val sia par i ross che par i negar.

LIVIO – Se, ma lè mei cha lasoma le da parlà ad pulitica,sinò dopu sa scaldoma trop,

la pensoma in manera diversa, ma questo a völ mia di cha pudoma mia esar amich.

GINO – Ma ‘gh mancares.

LIVIO – Va ben ades a vaghi,alura a vegni sabat a tö li scarpi.

GINO – Se se,sabat a iè prunti.

LIVIO – As vedova alura . . . ( sta per uscire,ma torna indietro ) ahh Gino, scusa sa t’dmandi, gavres da fa benzina, ‘t gh’è mia vint euro da prestam?

GINO – Vint Euro?

LIVIO – Se, u dismengà ‘l purtafoi in albergu.

GINO – Ma se vint euro posi prestati. ( E li prende dal portafoglio )

LIVIO – Grasie Gino, sabat ti daghi indre.

GINO – Va ben.

LIVIO – Ciau alura.

GINO – Ciau, ciau.                                                                                                      

( Livio esce e Gino va alla finestra guardandolo mentre si allontana )

GINO – Ma va chi gheva da vegnar stasera, doni dad’che doni dad’la,7000 euro ‘l mes, e dopu ‘l ma dmanda vint euro in prestit. Ma va da via al cul! Ansi cume i dis a Milan, va da via i ciap! ( Ed entra nell’altra stanza )

                                                           FINE PRIMO ATTO

                                                                         * * *

                                                                                 

                                                             SECONDO ATTO

                                                                    SCENA 1

                                         Bettina Gino a seguire Bernardo e Pietro

( Bettina e Gino sono in impaziente attesa del figlio che deve dare a loro un importante notizia)

GINO – Ma cusa gh’avral da dis Pietro?

BETTINA – ( Sempre con il mestolo in mano ) Ma cusa vöt cha sapia me, ‘l ma det sul cha’g fosum töt dü quant ‘l gneva a cha ch’al gh’eva da dis quel d’importante.

GINO – Mamma cara, quèl d’importante,ma cusa ‘gh sarà saltà in ment ades? ( Poi avendo come un intuizione ) Vè,sèt cusa pöl esar, ch’al gh’ha la murusa! At vedrè ch’al sarà quel ch’al völ dis.

BETTINA – Ma dit? Ma fösal vera.                                                                                    6

GINO – Ma se,a lè quel,’l völ dis ch’al gh’ha la murusa . 

( Si apre piano piano la porta ed entra l’amico Bernardo chiedendo Permesso )

BERNARDO – Permes?

GINO – Avanti Bernardo, avanti.

BERNARDO – Ciau, ciau. ( Gino e Bettina lo salutano,mentre Bernardo compie la solita operazione con il cuscino e poi si siede )

BERNARDO – Alura Gino cuma andom?

GINO – An gh’è mal, e te?

BERNRDO – Mahh . . . som che . . .  bèla giurnada incö ah? Bèla limpida, a gh’è ‘n bèl ciel celest.

( Solita pausa, poi Bernardo guarda l’orologio )

GINO – Eh lè vera.

BERNARDO – A sé fat tardi,bisogna cha vaga. (Alzandosi ) Ciau.

GINO – Ciau as vedom.

BETTINA – Ciau.

( Bernardo esce )

BETTINA – Va se ch’al le lè normale.                    

GINO – Ma l’è an gran bun om, lu ‘l vegn che ‘s senta šö, ‘l dis sempar li su soliti paroli, e pü ‘l va via.

BETTINA – A l’è propria ‘n po mat. Che però se Pietro ‘l vegn mia avanti

me a vaghi a fa da sena vè.

GINO – Ma se valà, tant u ša capì cusa ‘l gh’avrà da dis.

( Entra Pietro )

                                                                            

 SCENA 3

                                                               Gino Bettina Pietro

BETTINA – Ohhh at sé rivà.

PIETRO – Ciau.

GINO – Ciau. Alura cus’èl ch’at gh’è da dis d’atse importante?

BETTINA – Se parchè nuatar Pietro a som che in sli spini vè.

PIETRO – ( Posando il libro che ha in mano ) Ehhh . . . . Se ‘m su decis da parlav,

parchè in fond le na roba cha cambiarà la me vita. ( Compiacimento di Gino,perché pensa che debba dirgli che ha la fidanzata ).

BETTINA – Ma Diu sarà mia na bröta roba né?

PIETRO – Ma no mama, speri pütost cha pudiga capim,parchè lè mia sta facil fa la scelta cu fat.

GINO – Ma quela cha tè scelt par nuatar la va sempar ben,basta ch’la’t piasa a te, ch’la sia mora, cla sia rossa, ch’la sia bionda, ah Bettina?

BETTINA – Ma certu.

PIETRO – Varda pupà che la strada ch’u scelt la gh’ha mia nisun culur.

GINO – Come la strada? Ma che strada?

BETTINA – Ma insoma a vöt disal!

PIETRO – Ma se val dighi, quel cha vöi div a lè ch’u decis  . . . da studià da pret.

( I due genitori restano per un attimo sbalorditi )

GINO – Cos’èl cha tè det?

PIETRO – U det che la strada ch’u scelt lè quela da fa ‘l pret.

BETTINA – Ma che sorpresa.

PIETRO – Al pret!? Ma s’èt mia giöst!? Ma th’at rendat cunt da quel ch’at vö fa!?

E tha ma’l di acsè! Cume se gninte fos!

PIETRO – Immaginavi pupà che par te la sares mia stada na bèla nutisia.

GINO – A t’immaginavi! Ma te lè cume sa’t gh’esi da dam na pugnalada in dla schena!Te, me fiöl cha va a fa’al pret? Ma na roba pusè bröta püdeva mia capitam!                                                   7

PIETRO – Pupà sta mia pensà cha sia sta facil par me decidum da fa atse,ma lè na roba pusè forte da me,e voi scultà quel che ‘l me cör am dis.

GINO – Te t’asculti ‘l tu cör, ma al miu di cör th’al vö fa saltà.

BETTINA – Ma Gino, cusa dit? Che esagerasiun.

GINO – Ma valà! Al pret ‘l völ fa! Ma fam ‘l piaser! ( Ed esce )

BETTINA – Ma Gino! Induv’èt!?

PIETRO – A sevi sicur mama che ‘l pupà ‘l l’avres mia ciapada ben, e lè anca par quel ch’am decidevi mai da dival. Ma urmai u scelt, e vöi mia turnà indre.          

BETTINA – Ma me su contenta Pietro,anca se ‘n po ‘m dispias,’t sé l’unic nostar fiol, e magari avresum preferì vedat spušà,e püdì godas ‘n qual neudin.

PIETRO – In fond mama ‘d gh’è rašun,ma quel cha senti dentar da me a lè mia facil da cumandà.

BETTINA – Ma alura a vèt in seminari?

PIETRO – Se,’m dispias da viv delus mama ma . . .

BETTINA – Ma no,varda cha th’as se mia delus, ades ve via dad’la cha pareci da sena e ‘t vedrè che anca tu padar ‘l sarà cuntent.

PIETRO – Gh’ha speraria tant. ( Entrambi entrano nell’altra stanza, la scena rimane vuota, e poco dopo si sente chiamare )

                                                                       SCENA 4

                                                                  Gino Rosalia

ROSALIA – Signor scarpolinno?! Signor scarpolinno?! ( Affacciandosi sulla porta d’ingresso ) Ma indov’è il signor scarpolinno? Signor Scarpolinno?!

GINO – ( Rientrando in scena ) Su che Rosalia,la lasa le da ciamà.

ROSALIA – Ahh è qua signor scarpolinno. Sono venuta a vedere se mi ha messo su il tacco.

GINO – ( Con fare brusco ) Se lu mes sö!

ROSALIA – Ohh ma che faccia scura che ha signor scarpolinno, sembra quasi che abbia visto il diavolo.

GINO – No u mia vest’al diavul, u vest l’acqua santa! Ch’l’è pès amö! Ecu li su scarpi!

( Porgendogli il sacchetto con dentro le scarpe )

ROSALIA – ( Prendendo il sacchetto ) Ma come è rabitto signor scarpolinno, provi a cantare,vedrà che gli passa.

GINO – Ma cusa duvres cantà!?Ades a canti e ‘m pasa! Figuromas!

ROSALIA – Mamma mia, ma mi dica cos’è la spesa che m’ivio alla svelta.

GINO – 5 Euro.

ROSALIA – 5 Euri, penso di averli anche di moneda.

( Guarda nel borsellino e gli da i 5 euro, Gino li prende e va a sedersi al suo banco di lavoro )

ROSALIA – Allora grazie e speriamo che . . . ( guardando all’interno della borsetta )

insomma,sia . . .

GINO – ( Girandosi verso Rosalia ) Iè pari! I tach iè pari Rusalia!

ROSALIA – Ecco, perché non vorrei andare ancora a sgarbussare da qualche parte.

( Gino e intento al suo lavoro e non guarda più Rosalia )

ROSALIA – Allora io vado, arrivederci signor scarpolinno.

GINO – Arvedas.( Rosalia esce  e Gino rimane solo, e mentre lavora continua ad imprecare per la decisione presa dal figlio )

GINO – Va se me a gh’u da esar cuntent che mè fiol ‘l va a fa ‘l pret.Ma propria gninte!Me che l’ultima volta cha su andà in cieša l’è sta quand ‘m su spusà.      

Valà ch’am né capitada öna grosa, ‘l padar d’an pret, ma chesta la mandi propria mia šo.           

GINO – Ahh Signor cuša mè capità. ( Guardando in alto ) E pu cuša a vagh a tirà man ‘l Signor! La Rosalia la fa: “Canta che ti passa” se ades a canti e ‘m pasa,e pü cuša canti?                               8

 ( Gino inizia a intonare senza cantare Bandiera Rossa, e poi si mette anche a cantare. Sulla porta senza farsi vedere escono la moglie e il figlio che lo sentono cantare )

BETTINA – E’t vest Pietro che tu padar lè cuntent, ‘l canta.

PIETRO – Mah, speroma. ( E ritornano dentro )

                                                                        SCENA 5

                                                   Gino Bernardo a seguire Livio

BERNARDO – ( Entrando in scena ) E’ permès?

GINO – Ve avanti,ve avanti Bernardo.

BERNARDO – Ciau Gino ( Bernardo compie la solita operazione prima di sedersi vicino a Gino )

GINO – Ciau.

BERNARDO – Alura cuma andom Gino?

GINO – Andom mal vè! Andom propria mal!E te?

BERNARDO – Mah . . . som che . . . èt vest che bèla giurnada incö,bèla limpida, a gh’è ‘n bèl ciel celest.

GINO – Ma se prema pioveva?

BERNARDO – ( Bernardo non risponde poi guarda l’orologio) Ohh sl’è tardi! Bisogna cha vaga.

GINO – Valà, valà, che incö me ‘gh nu mia voia ‘d gnint.

BERNARDO – Ciau Gino.

GINO – Ciau.

LIVIO – Compermesso?

( Mentre Bernardo esce, in quel momento entra Livio, che saluta Bernardo, ma questi non lo guarda nemmeno )

LIVIO – Ciau Gino.

GINO – Ciau,ciau.

LIVIO – Oh ma che facia ch’at gh’è, cusa t’è suces?

GINO – Ma gnint, cusa vöt ch’am sia suces.

LIVIO – Ohh gninte,’s ved luntan an chilometro ch’at sé mia certu cuntent.

GINO – A vures vedar te se tu fiöl ‘l gh’es da dit ch’al völ fa ‘l pret.

LIVIO – A parte ‘l fat che me di fioi ‘gh nu mia, ma te cha’t gh’è sul ‘n fiol e pu ‘l va a fa ‘l pret,ma gh’al mia atar da fa?

GINO – Apunto l’è quel cha gh’u det anca me,ma va a capil te.

LIVIO – Ad gavresi da fal vegnar cun me na qual volta, ad vedresi ch’agh pasa la voia da fa ‘l pret.

GINO – Eh se magari . . . ( Poi Gino ci pensa un attimo,guarda Livio e  si alza  smettendo di fare il suo lavoro )                                                                                             

GINO – Mah . . . sculta Livio,a pudresat mia fam ‘n piašer?

LIVIO – Ma certu cha th’al faghi ‘n piašer,dim cuša at vö.                                   

GINO – Te ch’at frequenti certi ambienti . . . insoma vulevi dit s’at pudevi purtà che

sensa fas vedar da nisun, na döna da queli cha th’a mè cuntà,par fala cunosar a mè fiol.

LIVIO – Na dona da queli?

GINO – Se öna da queli cha fa ‘l mester.

LIVIO – Ahh, u capì at vuresi cha purtes na dona da chilé par fa in modo che tu fiöl ‘l posa cambià idea. L’è mia sbagliada vè.

GINO – Cusa dit? As pöl fal?

LIVIO – Ma certu ch’as pöl fal,ma ‘l costa vè.

GINO – E cuša gh’è da pagà?

LIVIO – Ehhh, parchè at sé n’amich foma 500 euro.

GINO – 500 euro! Ma par la miseria im par ‘n po tanti.

LIVIO – Iè tanti, ma se fasendu atsé tu fiol ‘l va pö a fa ‘l pret, i sares besi spes ben.

GINO – A gh’è da speragh, sinò la sares sul na bèla ciavada.                                            9

LIVIO – Ma ‘l funsiuna, ‘t vedrè,’n porti öna ch’agh fa girà la testa par na smana.

GINO – Ma ‘s pudres mia fa che me ‘t paghi sul se ‘l mester ‘l funsiuna?

LIVIO – Ehh no! Coiombrici, ma a gh’an sares da quei, me cha là bisogna ch’la paga li’stes, èt capì?

GINO – Ma anca sa gh’è mia . . . la cunsumasiun?

LIVIO – Ehh certu, ‘l masim sla va mal cun tu fiol ‘d pudresi cunsumà te.

GINO – Ecu sares mia na bröta idea . . .  ma cuša dit? Cusa vöta cha cunsoma!

                                                                       SCENA 6

                                            Gino Livio Bettina a seguire Pietro

BETTINA – ( Entrando in scena sempre con il mestolo in mano ) Ma cuša gh’èt da cunsumà? Cha gh’è quasi prunt ‘d sena.

GINO – Ma gnint,sevi dre parlà cun ‘l Livio, ma da atri robi.

LIVIO – Buongiorno Bettina.

BETTINA – Buongiorno. Livio Lora, se’t cha mè gni in ment chi t’sé, ‘m ricordi che na volta te in ciesa ‘t favi sempar da chli faci cha su mia,e na bela festa a forsa da redar th’a mè fat pisà ados! Ma’l sét ch’evi fat na pocia atsé,par fortuna ch’la matina le a pioveva, elura la gent cha gh’era a mesa i diseva cha bisognava ch’agh fos na qual perdita in sal tech, e inveci la perdita l’evi fata me!

( Tutti ridono )

LIVIO – Ma quel lè gnint,e quant u fat cagà ados l’Andreina ‘d Murtun. Al pret l’era dre fa la predica, e che la gent la taca andà föra, a gh’era n’udur,insoma a la fin dla predica in ciesa a gh’era restà lu,’l sagrestan, la suora e l’Andreina.

GINO – Ma pudevla mia andà föra.

LIVIO – Ma qual, a l’era dventada töta rosa, e la seva mia cuma fa a movas, parchè sl’as muveva la na straminava dapartot, varda ‘n cine. ( Ridono di nuovo )

LIVIO - Ben valà dam li mè scarpi cha vaghi.

GINO – Pronti, ( Prende il sacchetto dove ci sono le scarpe ) Vali che.                

LIVIO – Grasie, dim cusa a’t vegn.

GINO – Iè 8 euro.                                                                                                                          

LIVIO – 8 euro, pronti . . . ( Ed estrae sicuro il portafoglio dalla tasca, ma aprendolo si accorge che non ha soldi dentro ) . . . ohhh la vaca ‘d Bigiu!

GINO – Cusa gh’è?

LIVIO – U tolt sö ‘l purtafoi ma ‘m su smengà da metagh dentar i besi.

BETTINA – Ben ma posi prestaghi me.

GINO – Se, te tha ghi presti!? Tha ghi presti a lu, lu ‘m paga me,e me dopu ti daghi a te.

BETTINA – Apunto, ‘tseta im turna indre subit.

GINO – Ah ‘t sé na bèla affarista, te ‘t turna indre sübit,ma lu ‘l tira föra gninte.

BETTINA – Ma no, ma sa ghi presti me . . . dopu . . .  

GINO – Lasa le valà Bettina;Livio nuatar ‘s giustarom.

LIVIO – Va ben,alura ‘s salutom, arvedas.

GINO – Ciau.

BETTINA – Arvedas.

LIVIO – ( Mentre si appresta ad uscire ) Vè par ch’al mester la ‘t telefunarö me.

GINO – Va ben, d’acordi. ( Livio esce )

BETTINA – Che mestere èl? Parchè u senti quel chi det prema.

GINO – Tè senti!?

BETTINA – Se, a parlavu da cunsumasiun,ma sta mia insugnat da ciamal a sena che né, che me ‘gh nu ša abastansa cun te e tu fiöl.

PIETRO – ( Entrando in scena ) Mama se ades a vaghi in Seminari, dopu par me ‘t gh’è pö da parcian.                                                                                                                       10

GINO – Ecu brau, ricordumal ch’at vö fa ch’la stupidata le.

PIETRO – Pupà su benissim che te ch’la scelta che la’t vaga mia šö, ma almen serca da rispetala.

BETTINA – Al gh’ha rašun Gino,a lè mia ‘n pütin,’l savrà quel ch’al völ fa.

GINO – Se brava metat anca te a dagh rašun.

BETTINA – Ma la sarà mia na tragedia ades!

GINO – Ma pès! A lè ‘l tort pusè gros che me fiöl ‘l pudeva fam, par me lè cume perdal par sempar.

PIETRO – Grasie pupà dl’incuragiament,se incö a th’am perdi,speri che ‘n de inveci th’am cata, e mia cume ‘n fiöl che te ‘d vulevi,ma cume an fiöl ch’la fat la su scelta.

GINO – Ehh se.

                                                                                  SCENA 7

                                                                  Gino Bettina Pietro Pierina

 

PIERINA – ( Entra piano piano Pierina ) Permesso, ma ciau,ma cuša u sentì!

BETTINA – Cus’el cha tè sentì?

PIERINA – Che vostar fiol, al Pietro ( indicandolo ) ‘l völ fa ‘l Pret.

BETTINA – Se l’è vera.

PIERINA – Ma l’ura lè vera quel cha dis la gent.

GINO – Che gent?                                                                                                                         

PIERINA – Ma la gent dal paes, urmai i la sa töti.                                                      

GINO – I la sa töti? Ma che vargogna! Ecu cume perdar töta la mè reputasiun,’n comunista cume me cun ‘n fiol cha fa’al pret.

PIERINA – Ben ma èl mia bel?Pensà al diventarà Don Pietro.

GINO – Ma sta gnanca dil par schers!

PIETRO – Me padar cara Pierina ‘l ghh’a mia ‘n gran entusiasmo.

PIERINA – Ma dai, ma parchè?Ah Bettina pensa, tu fiol cha’dventa pret, l’avresat mai pensà?

BETTINA – Eh no, anca parchè sa’l fös sta par su padar ‘l doveva dventà segretari dal partì comunista dal paes.

GINO – Certu! Quel ‘l gh’eva da fa!Atar chè pret!

PIERINA – Ma valà chl’è mei ‘tse, ah Don Pietro?

PIETRO – A su gnamö pret Pierina.

PIERINA – Sèt cha l’è ‘n pès ch’an cunfesi mia, a pudresat mia cunfesam?

GINO – Se dagh anca l’oiu Sant acseta la föm finida!

PIETRO – Ma Pierina gh’u ša det cha su mia pret,a gh’u mö d’andà dentar in Seminari. E ades scusem ma gh’u d’andà in biblioteca.

BETTINA – Ma ades ch’l’è quasi ura da snà?

PIETRO – A gh’u apuntamento ades par di libar mama. Ciau. ( ed esce )

PIERINA – Ma che brau ‘l va in biblioteca.

BETTINA – Ah lu guai par i libar, ‘l leš tant.

PIETRO – ( Ritornando a sedersi ) A fösal servì a quel.

BETTINA – Ma basta Gino! Ades a gh’avrò mia sempar da sentat a criticà e fa uservasiun. Vaghi da’d la valà., ciau Pierina. ( Rientra )

PIERINA – Ciau, ades andrö anca me, a meno che Gino ‘d gabia quel d’atar da cuntam.

GINO – Ma cuša vöt cha’t cunta,pusè grosa da quela ‘d mè fiöl ‘gh né mia!

PIERINA – Ma dai sta mia ciapatla atsé,pensa che bèl a vigh ‘n pret in ca.

GINO – Ohh, ah lè bèl,talmente bèl che me ‘m metarö a fa ‘l sagrestan.

PIERINA – Ma brau, ma sèt ch’la sares mia na bröta idea,tu fiol ‘l dis mesa,e te ad vè a tirà sö i bèsi.

GINO – At sé sicura che me a vagha in cieša, gnanca mort!

PIERINA – Ohh, ‘l sevi ch’at sevi ‘n comunista da quei a l’antica,ma ch’at fösi cuntra la cieša

‘tse, propria pensavi mia.

                                                                                                                                                         11

GINO – E te prova a pensa che inveci ‘m cati ‘n pret in ca, cun töt quel cha gh’u insegnà,lu ’l ma ripagà ‘tseta.

                                                                       SCENA 8

                                          Gino Pierina Bettina a seguire Rosalia

BETTINA – ( Entrando ) Ades Gino l’è propria ura ‘d sena.

GINO – Ahh,che turment, anca te Bettina cun sta sena.

BETTINA – Ma insoma sl’e ura l’è ura, e te Pierina sa’t sé amö che, ch’at pensa mia cha’t doma da magnà anca a te.                                                                                                         

PIERINA – Ma cuša pensat vè! Va se me stagh che par sna a ca tua, ohhhh . . .   

BETTINA – Ben alura, èl mia ura cha’t vaga anca a casa tua,u a vöt brasà sö ancor ‘l mè om?

PIERINA – Ma no cara brasal sö te ‘l tu om,ma par chi mè’t tolt? Pu varda giösta par quel a vagh via subit.

ROSALIA – ( Affacciandosi piano piano dalla porta ) Signor scarpolinno!?

BETTINA – Ecu n’atra da queli fini.

GINO – Pusibul cli capita sul a ca mia.

ROSALIA – Signor scarpolinno!? ( E si avvicina a Pierina che si appresta ad uscire camminando un po zoppicante )

Ahh è qua signor scarpolinno.

PIERINA – Va che ‘l scarpulin l’è chal le, Me a vaghi ( Ed esce )

ROSALIA – Ahhh è li signor scarpolinno.

GINO – Su che induva völla cha sia andà, a Honolulu.

BETTINA – Me a vaghi, varda Gino da mia tirala lunga che urmai l’è ura ‘d sena.

( Ed esce)

GINO – Vè! Stasera a seni mia!

BETTINA – Cosa!!?? At seni mia?? Ma mè ch’u parcià na sena cha su mia! A gh’è töt prunt! At seni mia!? Ma noo!!! Bisogna ch’at magna Gino, a gh’è prunt!!

GINO – Cun la nutisia da tu fiöl, a mè andà via la fam.

BETTINA – Ma noo!!!A th’u fat al mnestrun cun i fasöi, ch’it pias tant, e pu gh’è la fartada cun i sigulöt.

GINO – Th’u det che stasera a  seni mia.

BETTINA – Alura va a cagà in sli söchi! Me cha lavuri cha su mia par fa da sena . . . ( ed esce continuando brontolando )

ROSALIA  – Signor scarpolinno.

GINO – Cusa gh’ala le? Va ch’l’è mia giurnada incö vè!

ROSALIA – Ma signor scarpolinno il tacco non lo ha mica tacato giusto.

GINO – Ma par piašer Rosalia la vegna mia anca le cun ‘d li stupidadi!

ROSALIA – Ma non sono stupidate signor scarpolinno! Io con questi tacchi vado via tutta svergola! Una volta andavo via bella diritta,che parevo una indossatrice!

GINO – Ma che scoperti,la gh’ha mia pö vint an,anca me na volta andavi via dret, e ades su töt stort.

ROSALIA – Allora non mi crede signor scarpolinno, ( togliendosi le scarpe ) guardi, guardi se i tacchi sono uguali. ( Gli allunga le scarpe )

GINO – A vardoma pöri, ma varda che, ‘l su anca me che chi tach che iè mia precis,chesti iè do scarpi diversi!

ROSALIA – Ma come? Diverse? Ma che sbadata cha su, ecco perchè andavo via storta,ma mi scusi signor scarpolinno. ( Dicendo questo ha già preso le scarpe e si siede per rimettersele. In questo momento entra Bernardo )

                                                                                                                                             12                                          

SCENA 9

                                               Gino Rosalia Bernardo a seguire Pietro

BERNARDO – ( Entrando ) Permes? Ciau Gino.                                                             

GINO – Ciau, ve dentar.                                                                                                    

( Bernardo si avvicina alla sedia dove è seduta Rosalia intenta a rimettersi le scarpe. Sedia sulla quale è solito sedersi;vedendola occupata prende per un braccio Rosalia e la fa alzare, dopo di chè si sistema il cuscino e si siede,con Rosalia che non capisce il perché di questo comportamento.

ROSALIA – Ben ma?

BERNARDO – Alura Gino cuma andoma.

GINO – ( Sempre intento al suo lavoro ) Sempar cume prema,ciuè mal.E te?

BERNARDO – Mah . . . som che . . . èt vest che bèla giurnada incö, bèla limpida, a gh’è an bèl ciel celest.

ROSALIA – ( Intervenendo piuttosto arrabbiata verso Bernardo ) Ma mi scolti lei, ma che modi sono questi, farmi alzare così dalla scragna per poi sentarsi lei!

BERNARDO – Mahh . . . ( non rispondendo a Rosalia )

ROSALIA – Ma varda che sfaciato che non mi risponde gnanca! Ha visto signor scarpolinno!?

GINO – Ho visto, ho visto.

BERNARDO – Ades a sét fat tardi Gino bisogna cha vaga. Ciau Gino ( E si alza per andarsene )

GINO – Ciau.

ROSALIA – Senta lei dove crede di andare? Ma è sordo? Mi scolti! Mi scolti.

(Bernardo esce con Rosalia dietro ad inveire contro di lui, mentre entra in casa Pietro)

PIETRO – Ohh cuša gh’ala la Rosalia cun Bernardo?

GINO – La’l cunos mia,sinö la sa scaldares mia acse.

PIETRO – Sperom ch’la’s calma,la’m pareva tant agitada . . . ah pupà a vulevi dmandat na roba.

GINO – Mamma cara, ‘m vegn fin fred quand ‘d parli at se.

PIETRO – No a lè che . . . insoma in ca nostra a gh’om gnanca an crucifis, e alura u pensà da metagal. ( E lo estrae dalla tasca )

GINO – ( Alzandosi con uno sguardo verso Pietro che non lascai adito ad alcun dubbio in merito a quanto detto da Pietro ) Na crus? At sé ša te la mè crus! Ades a vöt anca tacamla via che in ca?! Ma th’a dat da völta al sèrvèl?

PIETRO – Ma pupà me la’m par na bèla roba,ma sentat mia cha’gh manca quel in sa ch’al mur che.

GINO – Par me ‘gh manca sul na man ad culur, parchè sarà deš ‘n cha puturoma mia. Ma mè a capesi mia cusa a thè suces, ‘n basta mia ch’at vaga a fa ‘l pret anca an crucefis ‘d vö tacam via, a vedat cuša gh’è tacà le in sal mur? ( indicando il quadro di Lenin ) Quel a gh’è e quel a gh’ha da restagh!! ( Detto questo Gino entra nell’altra stanza,mentre Pietro rimane solo con in mano il crocefisso.Rammaricato e confuso prende la decisione di togliere il quadro di Lenin ed appendere al suo posto il crocefisso,ponendo il quadro in un cassetto.Fatto questo anche lui ritorna nell’altra stanza uscendo di scena.

                                                           FINE SECONDO ATTO        

* * *

                                   

                                                                                                                                                         13

TERZO ATTO

                                                                        SCENA 1

                                                  Gino a seguire Livio e Jasmine

( Gino cammina avanti indietro nervosamente in attesa di Livio che deve arrivare con la prostituta Jasmine )

GINO – A sperom che ch’la föla che la fnesa a la svelta, e che la fnesa cuma dighi me.

Che Pietro ‘l posa cambià idea e ‘s faga andà via ‘d la testa da vulì fa ‘l pret.

Al meva det ch’al gneva a li quatar, ( guardando l’orologio ) certu che ch’al mester che ‘m vegn a custà parech. ( Suonano alla porta, e Gino va ad aprire )

GINO – Avanti!

LIVIO – Ecu cha soma rivà,chesta lè Jasmin.

GINO – Ciau,piacere Gino.

JASMINE – Piacere mio.

LIVIO – Alura Gino cuma sevum d’acordi Jamine la lasoma che,quand dopu rivà a ca tu fiöl lagh pensa le.

GINO – Va ben, me muier lu mandada cun na scusa da su surela,’tseta a gh’om la casa libera.

LIVIO – Brau,e ‘t vedrè che tu fiöl ‘s cava la tonaca prema ancora da metasla.

GINO – Alura nuatar lè mei che ades andoma dad’la parchè Pietro ‘l duvria esar che a mument, e le signurina ‘m racumandi . . .

LIVIO – Ma sta mia preocupat,che le la sa quel ch’la gh’ha da fa.

GINO – Va ben alura andom.

JASMINE – Andate pure,adesso la situazione la prendo in mano io. ( Gino e Livio entrano nell’altra stanza. Jasmine rimane sola,si guarda un po in giro e poi va a sedersi dove Gino lavora e guarda le cose che ci sono li )

                                                                       SCENA 2

                                                            Jasmine Bernardo

BERNARDO – ( Entrando piano piano ) Permes? Ciau Gino.

JASMINE – Ohhh ciao. ( Bernardo fa la solita operazione di sistemazione del cuscino,e poi si siede, mentre Jamine si alza )

BERNARDO – Elura cuma andom?

JASMINE – Bene e presto andrà bene anche per tè.

BERNARDO – Mahh . . . soma che . . . èt vest che bèla giurnada incö? Cun ‘n ciel celest, a gh’è ‘n panurama.

JASMINE – ( Sedendosi sulle ginocchia di Bernardo ) Perchè tu non hai ancora visto il mio di panorama. ( Attimo di silenzio con Jasmine sempre seduta sulle ginocchia di Bernardo,il quale subito dopo guarda l’orologio )

BERNARDO - Ehh però a sé bèla fat tardi bisogna cha vaga.(Detto questo sposta Jasmine e si alza)

JAMINE  - Ma dove vuoi andare che adesso viene il bello.                        

(Bernardo raccoglie il cuscino e si appresta ad uscire,quando viene preso da un braccio da Jasmine)

JASMINE – Ma allora non hai capito che io sono qua apposta per te, ( ammiccando )

Guardami ti sembro da buttare via?Come ti chiami?

BERNARDO – Bernardo.

JASMINE – Allora,ciao Bernardo.

BERNARDO – ( Attimo di esitazione poi ritorna sui sui passi ) Ohh ma ciau Gino.

JASMINE – Ma cosa dici insomma? ( Bernardo sistema il cuscino e si risiede )

BERNARDO – Alura Cuma andom?

JASMINE – Ma non hai capito quello che ti ho detto?                                           14

BERNARDO – Mah . . . dišom che . . .

JASMINE – E adesso rimani qui!( Jasmine si toglie sensualmente davanti a Bernardo la giacca.Nel frattempo Livio e Gino spiano dalla porta e scoperto il malinteso intervengono,mentre Jasmine si appresta a “lavorarsi” Bernardo.

                                                            SCENA 3

                                       Bernardo Jasmine Livio Gino

GINO – Ma no pian a lè mia chestu!

LIVIO – E’ suces n’imprevest Jasmine,parchè lè mia cun questu ch’at gh’è da fa ‘l mester.

JASMINE – E come facevo a saperlo.( Raccogliendo la giacca che era finita  in terra)

GINO – Propria Bernardo è capità, e me sincerament a gh’u gnanca pensà.

LIVIO – E ades?

GINO – Ades at vedrè ch’al va via, ‘l va via. ( Quindi rimangono in attesa che Bernardo compia la solita operazione ed esca di casa )

LIVIO – Certu che bisogna cha’s mesia, che sa riva tu fiol.

GINO – Eh lè vera. Ma ‘t vedré che ades ‘l va.

LIVIO – ( Impaziente ) Ma insoma val via u no?

BERNARDO – ( Guardando l’orologio ) Ohhh varda lè gnanca tardi, a pos restà amö che.

GINO – Cosa?Sculta Bernardo va cha’t gavresi d’andà via parchè . . .

LIVIO – Parchè gh’om da fa n’esperiment.

GINO – Se, pu varda föra che bèla giurnada cha gh’è,bèla limpida, a gh’e ‘n bèl panorama.

BERNARDO – Ma anca che prema u vest ‘n bèl panorama, e u capì cha püdevi vedal mei.

LIVIO – E la capì mal, parchè ch’al panuramale lè mia par lu.

GINO – Propria.

BERNARDO – ( Alzandosi ) Ma varda che me ‘m sares piasì cambia na volta tant ‘l panorama.

Ma alura a gontia d’andà via? ( Guarda l’orologio ) Ma lè mia tardi.

GINO – Ehh Bernardo sarà par n’atra volta.                                                                        

BERNARDO – ( Mentre esce malinconamente ) Eh se n’atra völta, chesti iè robi cha capita sul na volta in dla vita. ( Ed esce )                                                                         

GINO – Ahh Gino th’om na curiosità parchè a gh’èt sempar ‘d la carta igienica in man?

BERNARDO – Ma parchè cun ‘l mè disturb s’am vegn voia ‘gh lu subit prunta.

GINO – Ben ma pödat mia tengla in bisaca?

BERNARDO – ( Guardandosi le tasche ) In bisaca? ( Mettendosi una mano sulla bocca ) Ma lè vera,ma sèt ch’at gh’è rašun. ( Si mette in tasca la carta igienica ed esce) Ma che bèl! Ades a gh’u anca la man libera.

GINO – Ma che fat,ben ades lè andà.

LIVIO – Jasmine a lè su fiol, e a lè tant pusè šuvan.

JASMINE – Potevate dirmelo anche prima no.

GINO – ( Guardando l’orologio ) Al duvria esar ša rivà, me a su mia propria stasera l’è in ritard.

( Squilla il telefono, Gino va a rispondere )

GINO – Pronto? . . . Ohh . . . cosa? Incö? Ma parchè? . .  Ahh va ben u capì . . . ciau.

( Chiude la telefonata )

GINO – Ma varda, quand li robi li völ andà mal, li va mal, propria incö al vegn mia a ca.

LIVIO – Ma come?Ma alura?

JASMINE – Allora sono venita qua per niente?

LIVIO – No,al limite a gh’è al Gino, ah Gino?

GINO – Cosa?

                                                                                                                                

                                                                                                                                             15       

                                                                       SCENA 4

                                                     Gino Jasmine Livio Bettina

( Bettina in questo momento entra in casa senza che i tre se ne accorgano )

LIVIO – Vulevi di che sa gh’è da cunsumà te Gino ‘t sé dispost no?

GINO – Mahh . . . a cunsumà?

LIVIO – Insoma Gino visto cha lè che ‘n qualdun bisogna ch’al cunsoma no.

Cuša aspetat, l’è n’ucasiun.

BETTINA – ( Intervenendo ) Ma quala cunsumasiun? ( Tutti si girano sorpresi )

GINO – Ma Bettina cusa fèt che?

 BETTINA – Mè surela la gh’era mia,e alura su turnada indre,pütost varda che che gh’è mia nisöna ucasiun da festegià, né seni, ne disnà, quindi che li cunsumasiun ognuno ‘l ia fa a ca sua.

GINO – Ma sevum dre a schersà.

LIVIO – Se a schersavum.

BETTINA – No parchè ‘t pensa mia che me a gabia da fa da magnà anca a questi,si völ cunsumà i va ‘l ristorante. ( Ed esce )

GINO – Ma no i sta mia che a magnà.

LIVIO – Alura nuatar Livio andoma.

GINO – Eh cusa vöt cha faga.

LIVIO – Però bisogna cha giustöma la facenda. ( Con un gesto eloquente )       

GINO – Ma anca sé mia sta fat gninte?

LIVIO – Eh Gino am dispias.                                                                                                   

JASMINE – Ma  . . .

LIVIO – Vè te tasi,che nuatar a sevum ša dacordi.

GINO – Va ben.Ecu i besi. ( Prende il portafoglio e allunga i soldi a Livio,questi appena li riceve se li mette in tasca e si avvia velocemente verso la porta di uscita seguito dalla prostituta )                

LIVIO – Grasie Gino, alura as vedom, andom Jasmine.

JASMINE – Andom, ciao.                                                                                     

LIVIO – Ciau.

GINO – Ciau. ( Escono e Gino rimane solo piuttosto sconcertato ) Che gh’è quel cha quadra mia. Gh’u idea da vi ciapà na ciavada da queli cha fa ‘l föm! U risolt gnint,e par šunta gh’u rimes 500 euro! Ma bisogna cha sia propria ‘n cretino! E me cha gh’iù dat anca. ( Gino è molto avvilito e in quel mentre suonano alla porta, malinconicamente va ad aprirla )

                                                                       SCENA 5

                                                                    Gino Mario

GINO – Ohhh ciau Luigi ve dentar.

LUIGI – Ciau Gino. ( Luigi vestito di camicia rossa è il segretario dei comunisti locali )

GINO – Ma Luigi cume mai che a ca mia?

LUIGI – Gh’u da  parlat.

GINO – Ma sentat šö.

LUIGI – No grasie, a staghi in pe. Su gni Gepe par via dli vus cha’s sent in paes.

GINO – Ma che vus?

LUIGI – Insoma in paes i dis töti che tu fiöl ‘l va a fa ‘l pret.

GINO – Eh . . . l’è vera.

LUIGI – E me su gni a dit che . . . insoma, ‘l fat cha’t gabia ‘n fiöl cha fa ‘l pret . . .

ecu lè cha’t pö mia pö restà dentar in dal parti.

GINO – Ma come? Ma cuša centra me fiöl? Ma vuatar a ghi da vardà me.

LUIGI – Se ma vedat Gino che quant an fiöl d’an comunista ‘l va a fa ‘l pret,ma insoma cuša gh’èt insegnà?                                                                                                                         16

GINO – Ma sèt quanti paroli cha gh’u det,e pü al vuleva tacà via in sal mur ‘l crucifes,figurat, le ‘gh resta ‘l quadar da . . . ( E guardando solo adesso si rende conto con grande sorpresa che è stato sostituito con il crocefisso ) Mah?? Sal gh’è mia pö!?

LUIGI – Infatti le a gh’era mia ‘l quadar da Lenin?

GINO – Ma se! Ma a ma’n su mia acort! Ansi ades ‘l tiri via subit.(Lo toglie e se lo mette in tasca)  

LUIGI – Comunque nuatar ‘s som catà, e om decis cha’t gabia da das indre la tesera.

GINO – La tesera!? Ciuè ‘m butè föra dal partì!?

LUIGI – Am dispias Gino,ma chestu l’è stada la decisiun. D’altronde tu fiöl par andà a fa ‘l pret bisogna cha’l sia propria ‘n cretino.                                                                 

GINO – Pian,pian,ades ‘m par cha t’esagera! Parchè me su mai gni a a ca tua a ufendar ne te e ne nisun ‘d la tu famiglia! A vöt la tesera? (Estraendola dal portafoglio ) tö la tesera,acseta sarì cuntent! Par esar ‘n comunista a gh’u mia bisogn ‘d na tesera!

LUIGI – Va ben ma sta mia rabit.                                                              

GINO – Certu ch’an rabesi! Parchè me fiöl ‘l pudrà vigh töti i difet cha’t vö,ma lè mia an cretino! E nisun ‘l pöl permetas da ufendal! Tantu meno te cha tè fat la tersa elementare.                       

LUIGI -  Ahhh ma alura om fat ben a tirat via la tesera, a par fin cha’t gabia piaser che tu fiöl l faga ‘l pret. At salöt. ( Ed esce arrabbiato )

GINO – Se valà va via ch’l’è mei . . .  va se cha’l le lè an comunista, ch’al le lè ‘n fascista atar chè! Cun töt quel ch’u fat me in trent’an dentar in dal partì, ‘l lavurà cu fat a li festi a dl’unità,bèla riconuscensa.Al gh’eva pran rašun me padar chè a la fin iè sempar li persuni cha fa la diferensa,da qualsiasi banda li sia.

Al völ da dal cretino a mè fiöl, ignurant ‘d n’ignurant ( mentre dice questo si mette le mani in tasca e si accorge di avere il crocefisso. Lo prende in mano e lo guarda con una certa curiosità )

GINO – Insoma,se na crus l’è mia asè, cha gh’an sia dö! ( E rimette il crocefisso al suo posto, quindi si rimette il grembiule e ritorna a sedersi a lavorare )

                                                                         SCENA 6

                                                                   Gino Bernardo

BERNARDO – ( Entrando come suo solito ) Permes?

GINO – Avanti Gino, ciau.

BERNARDO – Ciau. ( Ripete la solita operazione per sistemarsi ) Alura cuma ’ndom Gino?

GINO – Mah . . . a gavres da cuntat tanti röbi caru Bernardo . . .

BERNARDO – Ma a gh’è mia bisogn cha tha’m ià cunta.

GINO – Ahh? ( Sorpreso dalle parole di Gino ) Ma cuša vüresat di?

BERNARDO – U vest andà via Luigi Tušat da’d che,e sl’è cuma pensi me,te Gino a th’è dimostra da esar na persona cha gh’ha quel da bèl dentar,e che la tu famiglia lè ‘d survia ‘d töt al rèst. Centra mia esar da destra u da sinistra,l’unestà e la sincerità la gh’ha mia nisun culur,propria cume diseva sempar tu padar.

GINO – Ma sèt Bernardo cha th’am sorprendi,e cuma ‘t gh’e rašun.

BERNARDO – E se tu fiöl ‘l völ andà a fa ‘l pret lasal andà. Ansi te ‘d duvresi esar cuntent,parchè par me ‘l prem comunista dla storia a l’è sta propria al Signor.

GINO – Come lè sta al Signor!?

BERNARDO – Certu.Chi predicava da iutà i puvret? Chi predicava l’uguagliansa? Che töti i fös precis,sensa diferensa? Chi’è sta? Se mia Gesù Cristo.

GINO – Ma,ma sèt ch’l’è vera,ma me gh’u mai pensà.

BERNARDO – E inveci lè propria ‘tse, e ades a vaghi,’d salöt Gino. ( Alzandosi)

GINO – ( Si alza anche lui ) Va ben,e grasie né Bernardo.                         

BERNARDO – Ma gnint e fagh i’auguri a tü fiöl.

GINO – Certu,certu,ma sculta dim na roba,ma incö cum’èla la giurnada?                      17

BERNARDO – Incö? L’è na bela giurnada, a gh’è ‘n panurama cha’s ved luntan cha su mia,specialment s’at vardi dret in ciel. Ciau.

GINO – Ciau Gino,e vem a catà amö.

BERNARDO – A vegni a vegni,sta mia sta mal. ( Ed esce,mentre Gino piano piano ritorna a sedersi,molto compiaciuto e “illuminato” dalle cose dette da Bernardo )

GINO – Atar che lucot,varda Bernardu cusa ‘l ma tirà föra.E cuma al gh’ha rašun vè.

Al Signor lè sta ‘l prem comunista!

                                                                       SCENA 7

                                                   Gina Bettina a seguire Jasmine

BETTINA – ( Entrando in scena sempre con il mestolo in mano ) Gino.

GINO – Cusa gh’è? Al sarà mia ura ‘d sena lè gnamö li cinch.

BETTINA – Da ché tre uri lè ura ad sena. U ša bütà šö.

GINO – Vacca miseria cus’èt butà šö? Di giarun?

BETTINA – No vulevi di ch’u mes sö l’acqua.

GINO – Ma me sa fös in te adritura lasares sö quela dal mesdè

BETTINA – Ma set cha th’a mè dat na bèla idea.

GINO – Ma dai Bettina lasa le insoma cun sta magnà,möla chal mescul le. E pensa pütöst che incö lè na bèla giurnada.Ma sét che prema è gni che Luigi Tusat cun ‘d li tacadi cha mè mia piasì,parchè tu fiöl al va a fa ‘l pret,parchè bisogna cha th’as daga indré la tesera,parchè che parchè le,e me alura lu mandà a ch’al paes. E ades ‘m senti mèi, an comunista libar e višin al Signor.

BETTINA – Come višin al Signor?

GINO – Ma certu, ma sèt chi’è sta ‘l prem comunista ‘d la storia?

BETTINA – Ma èl mia sta MAO?

GINO – Ma qual MAO, a lè sta a’l Signor! A lè sta lü ‘l prem!

BETTINA – Ma cusa dit Gino? Me u mai sentì in cieša cantà bandiera rossa.

GINO – E i rivarà a cantala,’d vedré si la cantarà mia.

BETTINA – Alura ‘d dispias pö che Pietro ‘l vaga a fa ‘l pret?

GINO – No no,ansi a gh’u piaser.

BETTINA – Ahh ma chesta lè na bela nutisia,me a lè chestu cha’m prem, atsé Pietro ‘l pöl andà in Seminari cun serenità. Ades comunque a vagh a vedar se l’acqua la boi.

GINO – Ma smörsa ‘l gas ch’al gas le valà,ura ch’at gabia da butà šö.

( Mentre Bettina si appresta ad entrare in cucina, suonano alla porta )

BETTINA – A vaghi me. ( Sulla porta si presenta Jasmine )

JASMINE – Buonasera.

BETTINA – Ma la varda che se le la pensa da vegnar che a sena me a gha’n faghi mia vè.

GINO – ( Alzandosi ) Ma Bettina cuša vöt ch’la sia gnida che a sena.

JASMINE  - No sono venuta per dare una cosa a suo marito.

BETTINA – Ahh, meno male, alura pos andà. ( Ed esce )                                     

JASMINE – Sono venuta . . . ( sincerandosi che Bettina se ne sia veramente andata ) a portargli indietro i soldi. ( Prendendoli dalla borsa )                                                     

GINO – I me besi?

JASMINE – Si quelli che ha dato a Livio,per niente poi. ( E li da a Gino )

GINO – Grasie,ma cume mai la’m ia da indré?

JASMINE – Perché anche se la vita mi ha portato a fare quello che faccio,non vuol dire che sia una persona disonesta,portargli via questi soldi non mi sembrava giusto.

GINO – Ma grasie,da le sincerament a m’al sares mai aspetà. Ma ‘l Liviu cuša ‘l det? 

JASMINE –A  Livio ho dato tante di quelle borsettate fino a quando me li ha dati.Perché lui voleva assolutamente tenerseli.

GINO – Ma varda al Liviu, lu cha lè ‘n gran siur da Milan.                                                           18

JASMINE – Ma quale signore,anche se io dovrei essere l’ultima a parlare,da quando lo conosco non lo ho mai visto fare qualcosa,ma solo vivere di espedienti sulle spalle degli altri.

GINO – Ma come? Ma sa’l ma det cha’l cunus Berlusconi,cha’l ciapà na möcia ad bèsi,cha’l fa na gran bèla vita.

JASMINE – Ma chi? Livio? E’ proprio uno specialista nel cercare di fregare la gente.

GINO – Ma pensa,cuma pöl esar li persuni, le cha gavres dat gnanca sinch franch,inveci la dimustrà da esar na persona unesta e responsabile. Alura bisogna di che cun i nostar pregiudesi chisà quanta gent a metom ‘d na banda, e magari pian pianin i föma mörar dentar.

JASMINE – Caro il mio signore la gente fa alla svelta a puntarti il dito contro,e le conseguenze poi non si sa dove possono portare. Arrivederci.

GINO – Arvedas,e la ringrasi tant, sa pudes fa quel par le . . .

JASMINE – No grasie, sono solo io che posso aiutarmi,ed è quello che sto cercando di fare.

GINO – Me a speri ch’la posa riesar,e ‘m par che incö la fat anca ‘n bèl pas avanti.

JASMINE – E’vero,di nuovo,arrivederci.

GINO – Arvedas,ciau. (Gino rimane solo )

GINO – Ma varda, u mia recuperà anca i mè besi,gh’è da di grasie a l’unestà da ch’la putela le.Atar che na pütana,la pütana lè ch’l’atar,’l cuntabali.

                                                                       SCENA 8

                                                   Gino Bettina a seguire Livio

BETTINA – ( Entrando in scena ) Gino.

GINO – Ahh.

BETTINA – Ma ch’alé che pena andà via,ma le’t vesta ben?

GINO – Se,parchè?

BETTINA – Ma èt vest cuma l’era trucida e vestida? Ma dat cume l’impresiun ch’la fös öna da queli.

GINO – Lè mia öna da queli,l’è na brava putèla,e unesta.

BETTINA – Mah sarà cuma ad di ma me gh’u vi ch’l’impresiun le.

LIVIO – ( Entra Livio chiedendo il permesso di entrare ) Permes.                         

GINO – Avanti – Ciau Gino,ciau Bettina. ( Lo salutano )

BETTINA – Vè cha’t pensa mia da esar gni che a sena?                                                   

LIVIO – No stasera a parti, a turni a Milan.

BETTINA – Alura ciau, parchè me a gh’u da fa. ( E rientra )

LIVIO – Ciau,ciau. Vè Gino th’ala purtà indre i bèsi ch’la la?

GINO – Se vè töti

LIVIO – Ah meno male,no parchè u duvì insistar me,che le la vuleva mia savigan.

GINO – Ma cuša èt fat cha’t gh’è töti i cerot in testa?

LIVIO – I cerot? A lè ch’a su blisgà lunga la scala le da mè sia e ‘m su insucà.

GINO – Ahh u capì.

LIVIO – Alura Gino, me su gni anca par salutat, ‘m dispias ch’oma mia risolt ‘l

problema cun tu fiol.

GINO – No sta mia preucupat,ch’l’u risolt a n’atra manera.

LIVIO – A ma alura,me ‘t faghi tanti auguri, e in gamba né.

GINO – Ciau Livio. ( Livio sta per uscire quando si gira e torna indietro )

LIVIO – Ahh Gino sculta, ‘d gavresi mia  . . . cinquanta euro da prestam?

GINO – Cus’èl?

LIVIO – U pers la carta da credit,e su restà sensa bèsi.

GINO – Ma Livio tu ša prestà vint euro,tu giustà li scarpi e ‘t gh’è amö da pagamli,e ades tha ma dmandi atar cinquanta euro.

GINO – Ehhh . . . ‘t gh’è rašun, ma varda cha ti darö indrè apena  . . .                                          19

GINO – Lè listes Livio, ecu cinquanta euro, ( prendendo i soldi dal portafoglio )

LIVIO – Grasie Gino.

GINO - Fin cha pos iutat ‘d iöti.

LIVIO  - Grasie,m ricordarò dal tu prestit, e apena a sarò a Milan ti farò avì.

GINO – Ciau,ciau. ( Livio esce mentre Gino si appresta a sedersi per ritornare a lavorare )

Gino – Apena sarò a Milan ti farò avì,figuromas! Ch’al le sal cambia mia, ‘l va a fa na bröta fin.

( Ritorna a lavorare )

                                                                       SCENA  9

                                              Gino Pietro a seguire Bettina

PIETRO – ( Rientrando in casa ) Ciau pupà.

GINO – Ciau Pietro,sé’t incö cuša è suces?

PIETRO – Cosa pupà? Sl’è par al fat chu tirà via ‘l quadar da Lenin e gh’u mes ‘l crucefis pupà scusam ma . . .

GINO Ma u vest, e ‘t dirò cha’t gh’è rašun che la crus le la gh’ha sta pran ben.

PIETRO . Cosa pupà? Cus’èt det? Al crucefes le ‘l va ben?! Ma ontia sentì ben?

GINO Ma certu,th’è sentì ben,la crus lè ‘l segn che che gh’è gent cha gh’ha fede,cha cred in dal Signor.

PIETRO – Ma pupà te cha th’l’è sempar pensada a n’atra manera,ades cusa dit? Ma th’am sorprendi.   

GINO – ( Alzandosi ) Caru ‘l mè Pietro,ma te ‘l sèt chi’è sta ‘l prem comunista?

PIETRO – Ch’iè sta ‘l prem comunista? Ma cuša centra?

GINO – Al prem comunista lè sta ‘l Signor!                                                          

PIETRO – Come?Al Signor?

GINO – Se al Signor. Se tè a tha’gh pensi n’atim,tè cha’t cunosi mei da me la su storia,’t vedré ch’lè atse.

PIETRO – Ma  . . . però in an certu sensu al pudria anca esar cuma at di te pupà.    

GINO – Ma se Pietro, a lè cuma dighi me,e sa’t vè in seminari me a pöl sul fam piašer,e cha‘t pensa mia cha sia dventà mat,töt atar .

PIETRO – Mè pupà su mia parchè ‘t sé cambià atse,ma comunque ‘t ringrasi tant,chestu lè ‘l pusè bèl regal ch’at pudevi fam.

( A questo punto Pietro si abbraccia con il padre,in quel momento entra Bettina )

BETTINA – Ma Diu ‘l mè om brasà sö cun Pietro! Che bèli robi! Anca me,anca me.

( E corre ad abbracciare anche lei figlio e marito )

BETTINA – Ma cari, stè mia fam sigà. Gino,Pietro, lè ura ‘d sena,lè ura ‘d sena, ma cari,lè ura ‘d sena . . .

                                                                                  FINE

                                                                                                                                                20

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