Carlo Goldoni
La donna volubile
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QUESTO E-BOOK:
TITOLO: La donna volubile
AUTORE: Goldoni, Carlo
TRADUTTORE:
CURATORE: Ortolani, Giuseppe
NOTE:
DIRITTI D'AUTORE: no
LICENZA: questo testo distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/
TRATTO DA: "Tutte le opere" di Carlo Goldoni; a cura di Giuseppe Ortolani; volume 3, seconda edizione; collezione: I classici Mondadori; A. Mondadori editore; Milano, 1955
CODICE ISBN: informazione non disponibile
1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 4 settembre 2003
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LA DONNA VOLUBILE
di Carlo Goldoni
Commedia di tre atti in prosa rappresentata per la prima volta in Venezia nel Carnovale dellanno
1751.
ALLILLUSTRISSIMO SIGNOR
GIOVANNI COLOMBO
PER LA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA
RESIDENTE IN MILANO
Giacch in questanno sperar non posso dessere a lei vicino colla persona, voglio pertanto (Illustrissimo Signor Giovanni) avvicinarmele quanto pi posso collanimo non solamente, ma collopera della penna e con qualche tributo del mio rispetto. La prima volta chebbi lonore di conoscerLa fu in Torino, ove era Ella presso sua Maest Sarda, Residente per la Serenissima Repubblica di Venezia, il primo a tal carica eletto, dopo gli straordinari Ministri. Col, onorato io dalla di lei protezione, e ammesso allamabile conversazione sua, conobbi quanto bene appoggiato erale il pesante onorevole carico, e con quanto merito lo sosteneva. Vidi io medesimo in quanta stima era Ella presso la Regia Corte, presso gli Esteri Ministri, e quanto amore e stima aveasi dalla Citt tutta acquistato. Torino una Citt che onora infinitamente la nostra Italia, quantunque situata, dir cos, sul margine della Francia, non poche abbia adottate delle sue lodevoli costumanze; onde avendo essa il comodo di potersi scegliere delle due Nazioni il meglio, ha formato un sistema degno di ammirazione e di lode. In qualche altro luogo di queste mie stampe, parr chio non sia stato allora del mio soggiorno in Torino intieramente contento, ma ci fu soltanto per rapporto a qualche disputa di Teatro, non perch io non conoscessi il pregio altissimo di una s bella, di una s colta Metropoli, resa felice dal suo Reale Sovrano, per la di cui provvidenza ella non va nelle lettere e nelle arti a verunaltra seconda. Quel misto delle due nazioni, di cui feci parola pocanzi, teneva gli animi de Torinesi in favore della Commedia Franzese onninamente impegnati, e non saprei che lodarli, se detestavano nel corrotto gusto del Teatro comico il resto deglItaliani. Io principiato aveva a cambiar lusato sistema, e avvezzo a conseguire altrove abbondante piacevole gradimento, scarsi mi parevano col i favori; ma non poteansi sperar maggior l dove non aveano i cattivi semi piantate le lor radici, dove abbracciata era dal valoroso Molire la riforma. Maccorsi meglio di una tal verit, allora quando posto da me il lodato Riformatore in scena, accostandomi pi che potei alle sue leggi ed al suo sistema, festa grande si fece allopera mia in Torino, e ben si ricorder V. S. Illustrissima quante volte fu col replicata, e con quanto giubbilo mi ha Ella assicurato di ci, in tempo che disperando io un tanto onore, erami di col preventivamente partito. Ho desiderato da poi poter col ritornare, ne ho avuti dei graziosissimi inviti: ma non mi fu dalle mie contingenze permesso. Spero per di poterlo fare, e certo sono in qualunque tempo di ritrovare in Torino viva ancora la memoria del di lei nome, del di lei merito, non meno negli animi dei soggetti pi riguardevoli, che in quelli ancora delle pi gentili persone, poich Ella ha eguale facilit nellesigere lammirazione e lamore, sapendoselo acquistare col merito, e mantenere colla costanza. Al propositi della costanza, che dir Ella di me, ora che le presento, le dedico e le consacro una Commedia mia, che ha la Donna Volubile per argomento? Pur troppo se ne trovano alla giornata delle donne di tal carattere, e quantunque Ella, per la gentilezza del tratto, per la sincerit dellanimo, e per tante altre belle virt che ladornano,
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abbia men dognaltro a temerlo, non sar sempre andato esente da un s comune pericolo. Gran cosa questa! Che sempre a temer sabbia dellincostanza! Che non solo abbiasi a star in guardia contro linimici esterni della nostra quiete, ma temer sabbia linimico domestico nel cuor medesimo di chi si ama! Il miglior preservativo contro un s fatto malore, credo sia il prevederlo; ed il cambiar paese giova infinitamente per chi ha il cuor tenero. Io non so come il di lei cuore sia fatto, ma dal dolce esteriore della persona, pu arguirsi egual dolcezza nellanimo. In tal caso affatto inutile non le sarebbe tenere dinanzi agli occhi un ritratto di una belt volubile... Ma dove mi vado io perdendo, quasi che non sappia a quai alti pensieri, a quali seriose cure abbia Ella la mente sua rivolta? Passato dalla Residenza di Torino a quella importantissima di Milano, col non pensa che a segnalarsi colla prudenza sua, col suo zelo e colla utilissima sua virt, qualit che la rendono vieppi benemerito allAugusta Patria, e ammirabile e grato alla Citt magnifica in cui risiede. Del mio caro Milano non mi sazierei di parlare, ma tante altre volte ne fogli miei lho fatto, che ora con pena deggio astenermene. Dir soltanto essermi col nellanno scorso vieppi consolato, sentendo al di lei merito far giustizia, encomiando le belle qualit che ladornano, lagnandosi anche pi duno che per parecchi giorni lavesse di l levato la Repubblica di Venezia, per ispedirlo per gravissimi affari a quella di Genova. Infatti fu opportuna la scelta che in tal incontro di lei fu fatta; poich n pi sollecitamente, n con maggiore decoro e piacer comune potea condursi a fine 1estraordinaria sua commissione. Venezia, conoscitrice vera del merito, e gratissima sempre verso de valorosi suoi Cittadini, non lascer ozioso mai un s sperimentato ministro, fin tanto che invitandolo al riposo ed al premio, coroner le fatiche sue collillustre fregio che di un tal ordine nobilissimo suol essere il combattuto retaggio.
Ella fra gli altri infiniti meriti che ladornano, ha quello ancora della nobilt dellorigine; ed io, oltre agli altri titoli di servit e di ammirazione e di amore che a lei mi legano, vanto quello di aver con lei la Patria originaria comune. Diramata da Modena la di lei casa, vive col il Nobilissimo Signor Conte Giovanni Colombo, con cui non ha Ella comune soltanto e il nome e lo stemma, ma il possedimento de beni ereditati dagli Avi suoi, che costituiscono il vassallaggio a quel Serenissimo Duca: Principe valoroso e magnanimo, che il merito conoscendo delle persone, segni manifesti di sua clemenza e predilezione verso di lei profuse, e per lillustre carattere chElla sostiene, e per le qualit personali che la distinguono.
Ma troppo lungamente ardisco io distrarla dalle serie sue occupazioni, e sarei non meno ardito, se colla lunghezza de fogli miei toglierle pretendessi i momenti felici de suoi onesti trattenimenti. per compatibile un uomo che desidera star con lei, se mancandogli la via di farlo colla persona, studia di avvicinarsele collanimo sincero e divoto su queste carte impresso. La sua sperimentata generosit mi fa sperare i soliti tratti della sua compiacenza; ma io non deggio abusarmene pi lungamente, che per, pregandola di ricevere sotto il suo patrocinio questa povera mia Commedia, che unita a questo riverente foglio Le giugner alle mani, fo fine, sottoscrivendomi col pi profondo rispetto
Di V. S. Illustrissima
Umiliss. Divotiss. ed Obbligatiss. Serv. Carlo Goldoni
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LAUTORE A CHI LEGGE
Dopo lunga remora di pi e pi mesi, riprendo ora la penna in mano per continuare la mia edizione. So quanto stato mormorato di me per tal causa, e so quante favole sono state inventate. Corsi veramente un po troppo, promettendo nel primo mio Manifesto di dar terminata ledizione di dieci Tomi in un anno: ci non ostante, pochi mesi di pi avrei speso nellultimarla, se cinque mesi continui non fossi stato malato: due in Modena e tre in Milano. Della malattia di Modena ho gi parlato nel Tomo sesto, di questa di Milano parler ora a chi ella non fosse nota; non perch io abbia vanit di render pubbliche le menome cose che di bene o di male mi accadono, le quali niente interessano la curiosit de Lettori, ma solo per giustificare la mia condotta. Fu essa una malattia pi di spirito che di corpo, prodotta da una incessante fatica, consistente in una diffusione di pessimi sughi in tutto il genere nervoso, con convulsioni, vigilie e debolezza di mente, a tal segno che non solo io mi trovava inabilitato allo scrivere, ma leggere io non poteva una lunga lettera. In tale stato vissi penando tutta lestate, e debitore son io della riacquistata salute al dottissimo Dottor Baronio, Medico Milanese, non perch egli cercato abbia di guarirmi con medicamenti superflui o vani; ma perch conoscendo egli il mio male consistere principalmente nella fantasia, alterata dai disturbi dellanimo mio pur troppo al Mondo tutto palesi, ha trovato lutile medicina delle parole, dei consigli e delle ragioni, la quale a poco a poco mi ha sollevato, e nello stato di prima la mente mia ha ricondotta. Ma che doveva io fare nellautunno, quando mi trovai in istato di poter scrivere? Aveva lobbligo di terminar lEdizione: aveva quello di dar otto Commedie nuove alla Compagnia a cui scrivo: gli Associati non mi hanno dato denari per antecipazione: il Cavaliere che mi ha scritturato, di mese in mese somministravami anticipatamente il pattuito denaro. Gli Associati potevano senza danno differir il piacer di leggere; il Teatro allincontro giornalmente pativa senza le produzioni novelle. In tale stato, in tale contingenza, se consultati avessi gli Associati medesimi, qual di loro avrebbemi animato ad abbandonar il Teatro, per terminar lEdizione? Niuno certamente, se non se un qualche Libraio, per desiderio di ristamparla. Ora dunque, dopo essermi consigliato colla mia puntualit, col mio preciso dovere, chi sapr condannare la mia condotta? Di che sono io debitore ai Signori Associati? Che perdono essi per una dilazione di pochi mesi o di un anno? Ah s, son debitore ad essi della sollecita amorosa cura, con cui desiderando le mie Commedie, mostrano pi vivamente damarle. Ma questi mesi, ne quali invece di regolare e correggere le Commedie vecchie, ne ho fatte delle nuove, non sar tempo perduto nemmen per essi. Terminata lEdizione dei dieci Tomi (e forse fino ai dodici in Firenze allungata), si principier una nuova Edizione in Venezia, a due tomi lanno, di Commedie nellEdizione Fiorentina non comprese, e si render in tal guisa pi lungo il divertimento. Egli vero che in questanno a causa delle malattie suddette, quantunque ad altro non mi sia applicato, cinque Commedie solo, in luogo delle otto promesse, mi riusc di compire, ma spero poter negli anni successivi supplire, tanto pi che la generosit di S.E. il Signor Antonio Vendramini mi ha accresciuto per gli anni avvenire dugento ducati allanno, senza nemmeno che io mostrassi desiderarli. Ecco un altro fatto che sar reputato superfluo di render pubblico in questi fogli, ma io sentomi mosso a farlo per dar gloria allanimo pio e generoso del Cavaliere, e per far al Mondo costare che mai non dovr pentirmi dellonore che ho di servirlo e che nuovamente ringraziar deggio chi n stato la causa.
Le parole dette sinora niente servono alla Commedia che seguita; ma che dovr io dire sopra di essa? Una Donna volubile che nel giro di poche ore cambiasi pi e pi volte, sembrer a qualcheduno pazza, e pi che volubile. Veramente parlando, la volubilit per se stessa una spezie di pazzia limitata, mentre la ragione suggerisce agli animi la costanza, e chi opera contro ragione suol dirsi pazzo. In tutte le cose vi il pi ed il meno. In un giorno una volubile si cambier una volta: unaltra due e qualcheduna tre. Rosaura si cambia pi volte ancora, ondella una volubile eccedente, una volubile da Commedia. Per far rilevare un carattere sulle Scene, conviene necessariamente dipingerlo con i pi forti e vivi colori. Alcuni caratteri si dipingono con poche azioni che lo dimostrano; ma la volubilit che consiste nella moltiplicazione degli atti opposti, non
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pu in poche azioni consistere, e breve essendo il periodo della Commedia, conviene necessariamente far nascere in corto tempo, ci che meglio starebbe, se in pi giorni rappresentar si potesse.
Parmi che il celebre Monsieur Destouches, che occupa s degno luogo fra i Comici Autori Franzesi, abbia fatto lo stesso nel suo Irresoluto, in cui Dorante si cambia forse pi volte di quello si cambi nella mia Commedia Rosaura. Chi poi lo faccia con pi ragione, non ist a me deciderlo, siccome non ardisco mettere questopera mia, ch forse delle inferiori, a fronte di quelle dellegregio Scrittor Franzese. Tuttavolta, chi piacer avesse di confrontarle, e non intendesse la lingua, potr leggere lIrresoluto in lingua nostra tradotto, stampato in Milano per il..., Opera della vezzosa, erudita penna di una illustre Dama, che accoppiando alla grandezza del sangue il bel talento e il buon genio, ha arricchito il Teatro e la lingua nostra colla traduzione di tutte le Opere dun s accreditato Autore, il quale per nellavvantaggio di essere tradotto da una s nobil mano, deve soffrire, almeno presso di noi, di cedere alle novelle grazie, delle quali lopera sua viene ora accresciuta.
Personaggi
PANTALONE mercante veneziano;
DIANA di lui figliuola;
ROSAURA di lui figliuola;
COLOMBINA prima cameriera;
CORALLINA seconda cameriera;
Il DOTTOR BALANZONI;
FLORINDO di lui figliuolo;
BEATRICE;
ELEONORA;
LELIO;
ANSELMO mercante ricco delle vallate di Bergamo;
BRIGHELLA servitore di Pantalone;
Un CAMERIERE di Eleonora;
Un SERVITORE di Beatrice;
TIRITOFOLO servitore di Anselmo:
La Scena si rappresenta in Verona.
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ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Camera di Rosaura.
Rosaura, vestita pomposamente, a sedere ad un tavolino collo specchio in mano.
ROS. Questa scuffia mi sta malissimo; non si conf niente allaria del mio viso; mi fa parer brutta. Se viene il signor Florindo, e mi vede con questa scuffia, non mi conosce pi. Oh, non mi servo mai pi di questa scuffiara! Gran disgrazia la mia! Ho cambiato pi di trenta scuffiare; tutte per un poco mi servono bene, e poi cambiano la mano e mi servono male. Questa scuffia non la voglio assolutamente. Ehi, donne, dove siete? Dove siete, donne?
SCENA SECONDA
Colombina e detta.
COL. Eccomi, signora.
ROS. Guarda, Colombina, questa scuffia mi sta male, non egli vero?
COL. Mi par che stia bene.
ROS. Oib, non mi posso vedere.
COL. E pure quella che vi piaceva tanto. Ieri diceste che non avete mai avuto una scuffia meglio
fatta. ROS. Ieri mi pareva che andasse bene, e oggi no.
COL. Compatitemi, signora padrona, siete un poco volubile.
ROS. Impertinente, cos parli di me?
COL. Via, compatitemi, lho detto senza intenzione di offendervi.
ROS. Va via di qua.
COL. Non credeva che laveste per male. So che mi volete bene, e che da me soffrite qualche barzelletta.
ROS. Non voglio barzellette. Corallina, dove sei? (chiama)
COL. Come, signora, chiamerete la sottocameriera? Farete a me questo torto?
ROS. Mi voglio far servire da chi voglio io, e tu va via di qui.
COL. Vi aveva da dire una cosa per parte del signor Lelio.
ROS. Non voglio sentir parlare di Lelio.
COL. Mi diceste pure ieri, che lo salutassi per parte vostra.
ROS. So che stato in casa della signora Eleonora, non lo voglio pi per nulla.
COL. La signora Eleonora pur vostra amica.
ROS. S, s, mia amica! Se verr da me, ci avr poco gusto.
COL. Ma, cara signora padrona, io vi voglio bene e vi parlo per vostro bene. Ieri avete fatto tante finezze alla signora Eleonora, avete dette tante belle parole al signor Lelio, e oggi non lo volete sentir nominare. Che concetto volete che si faccia di voi?
ROS. Va via di qua.
COL. S, s, vado. (Vi vuol pazienza, e bisogna compatire il temperamento). (da s, e parte)
SCENA TERZA
Corallina e Rosaura.
ROS. Corallina.
COR. Signora.
ROS. Non senti? Ti ho chiamato tre volte.
COR. Compatitemi, ho sentito; ma quando vi Colombina, non ardisco venire.
ROS. Perch?
COR. Perch colei mi perseguita; dice chio sono la sottocameriera, che a me non tocca a venire in camera, e qualche volta si diletta di allungare le mani.
ROS. Povera Corallina, vien qui, cara, ti voglio tutto il mio bene. In avvenire voglio servirmi unicamente di te.
COR. (Oh! che vuol dire questa stravaganza?) (da s)
ROS. Dimmi: non vero che questa scuffia sta male?
COR. S, s, signora, sta malissimo. (Voglio secondarla). (da s)
ROS. Oh, tu sei una giovane che intende. Colombina una ignorantaccia.
COR. Non fo per lodarmi, ma anchio so far qualche cosa.
ROS. Sai far le scuffie?
COR. S, signora, le so fare; ne ho fatta una per la signora Diana vostra sorella.
ROS. Lasciamela vedere.
COR. Subito. (parte per pigliare la scuffia, poi ritorna)
ROS. Colombina non la voglio pi, troppo pettegola. Corallina da qualche tempo in qua ha messo giudizio; divenuta una buona cameriera, mi voglio servir di lei.
COR. Signora, ecco la scuffia.
ROS. Bella, bella; mi piace infinitamente. Tu ne sai molto pi di Colombina.
COR. (Oh che miracolo! Ha sempre sprezzate le mie fatture, e oggi le loda). (da s)
ROS. Tu sei una giovane spiritosa.
COR. Signora, io non so se abbia fatto bene o male, ma credo di aver fatto bene.
ROS. Che coshai fatto?
COR. venuta per ritrovarvi la signora Beatrice, ed io le ho detto che siete impedita.
ROS. Perch le hai detto cos?
COR. Perch ieri sera ho sentito quanto male avete detto di lei. Ho sentito che eravate con essa fieramente arrabbiata; onde ho giudicato che non la vogliate ricevere.
ROS. Hai fatto male; mi dispiace che sia andata via.
COR. Non sar andata via. Si fermata a discorrere con vostra sorella.
ROS. Presto, falla venire da me.
COR. Ma ieri sera...
ROS. Ieri sera mi sono state dette delle cose di lei, che ho scoperto non esser vere. Io non ho collera e le voglio parlare.
COR. Dunque la far venire. (Oh che cervello volubile!) (da s, parte)
ROS. Quella cara Eleonora me la pagher. Sa che il signor Lelio ha della stima per me, ed ella procura tirarlo a s? Che amica finta! Che cuor doppio! Ma Lelio non avr pi da me una finezza. Quando amo, voglio esser sola.
SCENA QUARTA
Beatrice e Rosaura.
BEAT. Mi dispiace esservi di disturbo.
ROS. No, cara amica, anzi mi avete fatto un piacer singolare a favorirmi colla vostra visita.
BEAT. Mi stato detto una cosa, ma non la credo. Mi stato supposto, che ieri sera eravate in collera meco.
ROS. Io in collera con voi? Mi maraviglio; che cosa mi avete fatto?
BEAT. Questo quello che diceva fra me; non so davervi fatto nulla.
ROS. Male lingue, amica cara, male lingue. Che s che indovino chi ve lha detto?
BEAT. Via, indovinate.
ROS. La signora Eleonora.
BEAT. No, vingannate.
ROS. Altri che ella non pu essere stata.
BEAT. Vi giuro sullonor mio, che non vero.
ROS. Dunque chi ve lha detto?
BEAT. Non posso dirlo.
ROS. Se non me lo dite, dir che non fate conto di me.
BEAT. Via, lo dir, stata Corallina.
ROS. Corallina? Oh disgraziata!
SCENA QUINTA
Corallina e dette.
COR. Signora...
BEAT. Va via di qua.
COR. Senta...
ROS. Va via di qua, ti dico, e in questa camera non venir mai pi.
COR. La signora Diana vuol la sua scuffia.
ROS. Tieni questo bel cencio. (gliela getta in faccia)
COR. (Se lo dico che pazza). (da s, e parte)
BEAT. Mi dispiace che per causa mia prendiate ad odiare quella povera ragazza.
ROS. Ditemi, amica, quant che non avete veduto il signor Florindo?
BEAT. qualche giorno che non lo vedo.
ROS. Che dite, eh? Che giovane di garbo... che bel giovane... Sediamo, sediamo: ehi, chi di l?
BEAT. (Come! Rosaura amante di Florindo? Costei mia rivale). (da s)
SCENA SESTA
Colombina e le due suddette.
COL. Signora.
ROS. Porta due sedie.
COL. Signora s.
ROS. Che hai, che sei ingrugnata?
COL. Perch non si fa servire da Corallina?
ROS. Via, via, pazzerella. Sai che la collera mi passa presto.
COL. (Non mai per un giorno intiero del medesimo umore). (da s, reca le due sedie, e parte)
ROS. Ors, sediamo e discorriamo un poco di Florindo. Non vero chegli un bel giovane?
BEAT. S, verissimo. (Ma per te non sar). (da s)
ROS. Ha due begli occhi. Ha delle cosette buone.
BEAT. Ma ditemi, come ve la passate col signor Lelio?
ROS. Oh, non me lo state a nominare nemmeno. Egli senza garbo, senza grazia: non lo posso vedere.
BEAT. Come dite ora tanto male del signor Lelio, se laltro giorno era il vostro diletto?
ROS. Non lo conosceva bene. Ora lho conosciuto meglio; e poi fa le grazie con la signora Eleonora.
BEAT. (Ora capisco perch ne dice male). (da s)
ROS. Ma quel Florindo, che dite di quel caro Florindo, non un giovane che consola a mirarlo?
BEAT. Lo sa il signor Pantalone vostro padre, che vi piace Florindo?
ROS. Non lo sa; anzi ieri mi propose per marito un certo Anselmo, mercante di montagna, ed io per rabbia ho detto di s.
BEAT. Ed ora come ander con vostro padre?
ROS. Dir di no.
BEAT. Basta che siate a tempo, e non vi voglia obbligare a sposarlo.
ROS. Oh, non vi pericolo. Mio padre mi ama teneramente; fa tutto quello chio voglio; non mi disgusterebbe per tutto loro del mondo. Cara signora Beatrice, voi siete la pi cara amica chio mabbia, a voi sola confido il mio cuore. Come mai potrei fare a parlare col signor Florindo?
BEAT. Ingegnatevi.
ROS. Voi mi potreste aiutare; potreste condurlo da me in compagnia vostra.
BEAT. Che! Vorreste chio vi facessi la mezzana?
ROS. A unamica non si pu fare un piacere? Farei lo lo stesso per voi. Finalmente, Florindo ed io siamo da maritare.
BEAT. Basta, ne parleremo. (Anzi vo fare il possibile, perch nemmeno lo veda). (da s)
ROS. Oh, ecco mio padre. (salzano)
SCENA SETTIMA
Pantalone e le suddette.
PANT. Servitor obbligatissimo. (a Beatrice)
BEAT. Gli son serva, signor Pantalone.
PANT. Fia mia, cossa fastu? Xestu de bona voggia? (a Rosaura)
ROS. Ora mi sento bene. Vi qui la mia cara amica, che viene a consolarmi.
PANT. S? Ho piaser che la siora Beatrice te sia cara, e che la se degna de farte compagnia.
ROS. S, signora Beatrice, venite spesso a ritrovarmi, venite ogni giorno, venite a pranzo con noi.
BEAT. Vi ringrazio delle vostre cortesi esibizioni, sar quanto prima a rivedervi. (Verr per discoprir terreno). (da s) Se mi date licenza, io parto.
ROS. Eh no, non partite.
PANT. Lassa che la vaga, che tho da parlar. (piano a Rosaura)
BEAT. Per compiacervi rester.
ROS. Basta, se volete andare, siete padrona. (Son curiosa di sentire che cosa ha da dirmi mio padre). (da s)
BEAT. Non voglio che diciate che io non ist volentieri con voi. Rester ancora un poco.
ROS. No, no, non vi prendete incomodo: andate pure.
BEAT. Ma se vi dico che rester.
ROS. Ma se vi dico che andiate.
BEAT. Pare che ora mi discacciate.
ROS. Oh no, cara, non vi discaccio.
BEAT. Basta, ander.
ROS. (S, andate, e ricordatevi di condur Florindo). (piano a Beatrice)
BEAT. Bene, bene; riverisco il signor Pantalone: amica, addio.
PANT. Ghe fazzo reverenza.
BEAT. (Per ora ho rilevato tanto che basta. Sapr regolarmi). (da s, e parte)
SCENA OTTAVA
Pantalone e Rosaura.
ROS. Ebbene, signor padre, che cosa avete da dirmi?
PANT. Tho da dar una bona nova.
ROS. E in che consiste?
PANT. El sanser ha fatto pulito. El tha messo in grazia a quel sior Anselmo che ti sa; lha mostr de trovarme a caso, e semo in parola.
ROS. Ma io non lo conosco, e dubito di non volerlo.
PANT. Mo se giersera ti mha dito de s.
ROS. Se ho da maritarmi, non voglio andar lontana da questa citt.
PANT. Cara fia, el xe un omo ricco de milioni; un omo che va alla bona, ma che ghha dei bezzi assae, che se trata ben, e che al so paese xe stim come un gran signor.
ROS. Confinarmi sopra una montagna? Oh, non sar possibile.
PANT. Ma perch giersera mastu dito de s?
ROS. Lho detto senza pensare.
PANT. Bella cossa! Adesso per causa toa son in tun bel impegno. Ho promesso a quel galantomo de far che el te veda, e no so come far a mancar.
ROS. Oh, se mi vuol vedere, padrone. Fatelo pur venire.
PANT. E se ti ghe piasessi?
ROS. Non basta chio piaccia a lui; bisogna vedere se egli piace a me.
PANT. E se a ti el te piasesse?
ROS. Oh, impossibile.
PANT. Perch impossibile? Vien qua, desgraziadella, vien qua, confidete con mi; ti sa che te voggio ben. Ghastu qualche amoretto?
ROS. Per dirvela... non ho coraggio.
PANT. Via, parleme liberamente, ti xe la mia cara fia. Ti xe la mia prima, a ti te voggio pi ben; far de tutto per consolarte.
ROS. Caro signor padre! Io prenderei volentieri il signor Florindo.
PANT. Florindo xe un putto che no me despiase. Bisogner vder mo se elo te vorr ti.
ROS. Eh, mi vorr, mi vorr.
PANT. Lo sastu de seguro?
ROS. Mi vorr, mi vorr.
PANT. Mi vorr, mi vorr; eh, putta, putta. Basta, destrighete presto, che no voggio pi deventar matto. Co tho marid ti, vi maridar quellaltra, e po son fora de tutti i intrighi.
ROS. Che? Non maritate mia sorella prima di me.
PANT. No, no te dubitar, no te far sto torto.
ROS. Eh, datemi il signor Florindo.
PANT. Oggio dandar mi a cercar el maro per mia fia?
ROS. No, no, verr egli da voi.
PANT. Se el vegnir, te prometto de consolarte.
ROS. Caro padre, voi mi date la vita.
PANT. Ma arrecordite ben, se vien sto sior Anselmo, bisogna che lo riceva per civilt, e che te lassa vder per convenienza.
ROS. S, s, che mi veda pure; ma quando mi aver veduta, potr leccarsi le dita.
PANT. E pur la sarave la to fortuna.
ROS. Io non penso che a esser contenta. A me non importa di denari, di abiti, di grandezze. Se trovo un marito che mi voglia bene, non cerco altro. (Caro il mio Florindo, stimo pi un tantino del tuo bene, che non istimo mille milioni). (da s, parte)
PANT. Ma! co se ghha delle putte, no se sta mai quieti. Ve qua staltra. Vard co granda che la vien. Anca ella un de sti d, siben che la xe una gnocca, la vorr maro.
SCENA NONA
Diana e Pantalone.
DIA. Serva sua, signor padre.
PANT. Bond sioria, siora fia.
DIA. Vorrei pregarvi duna grazia.
PANT. Cossa voleu, siora?
DIA. Non vorrei pi dormire con Corallina.
PANT. Perch?
DIA. Perch la notte si sogna, e mi d dei pugni.
PANT. Ved ben, vu dorm con Corallina, Rosaura dorme con Colombina. Ve dago una cameriera per una, acci che abbi compagnia.
DIA. Ma io con Corallina non voglio pi dormire.
PANT. Sola no sta ben che dorm.
DIA. Anche Corallina ha detto che non vuol pi dormire con me.
PANT. No? Per cossa?
DIA. Perch dice che un giorno star in compagnia di Brighella.
PANT. Benissimo, i se fa lamor; se i se sposer, i star insieme.
DIA. Se Corallina pu star con Brighella, vi posso stare anchio.
PANT. Ors, a monte sti discorsi. And a lavorar. Fe su le vostre camise, le vostre traverse: parecchieve anca vu la vostra dota.
DIA. Oh, la mia dote un pezzo ch fatta.
PANT. Chi ve lha fatta?
DIA. Mia madre.
PANT. Vostra mare vha las della roba e dellintrada, e mi ve dar siemille ducati.
DIA. Seimila ducati? Quanti soldi fanno?
PANT. Ti staressi fresca, se ti volessi contar siemille ducati in tanti soldi. Sastu che i fa pi de settecento mille soldi?
DIA. Gi io non so contar altro che sino al venti.
PANT. Brava, ti xe una putta de garbo. Co ti aver da governar una casa, ti far una bella figura.
DIA. Io governar la casa? Ci sono le cameriere.
PANT. Oh, no digo in sta casa.
DIA. Che! Mi volete mettere a servire?
PANT. Ve vi metter a servir un maro.
DIA. Se avessi un marito, vorrei chegli servisse me.
PANT. Come mo vorressi chel ve servisse?
DIA. Vorrei che mi scaldasse i piedi.
PANT. Che el ve scaldasse i pi, e non altro?
DIA. I piedi e le mani. Che cosa si fa dei mariti? Servono per scaldarsi.
PANT. Mi no so cossa ti intendi de dir. Sastu cossa che xe maro?
DIA. Oh, se lo so. quella cassetta che serve per scaldare le donne, quando hanno freddo.
PANT. Al scaldapi ti ghe disi maro?
DIA. Qui tutti dicono cos.
PANT. (Mo la xe un poco troppo semplice). (da s) Mi mo, vedistu, te voggio dar unaltra sorte de maro.
DIA. Io lo prender come me lo darete.
PANT. Te dar un omo per maro, che te tegnir compagnia, che star con ti de notte, e cuss no ti ghaver paura, e no ti dormir pi con Corallina.
DIA. Vi sono due giovinotti, che mi hanno esibito di tenermi compagnia.
PANT. (Oh, bisogna che la destriga presto). (da s) Chi?
DIA. Uno il figlio del signor Pancrazio, e laltro il figlio del signor Fabrizio.
PANT. (No i me despiase n lun, n laltro). (da s) Chi torressi pi volentiera de sti do?
DIA. Io li prenderei tutti due.
PANT. (Oh poveretto mi!) (da s) Via, and l, parleremo.
DIA. Se me ne avete a dare un solo, datemi il figlio del signor Fabrizio.
PANT. Perch mo quello, e no quellaltro?
DIA. Perch pi grande.
PANT. Oh via, no vi sentir altro.
DIA. Basta, fate voi. Con Corallina non voglio pi dormire. Se voi non mi trovate compagnia, pregher qualcheduno che venga a favorirmi. (parte)
PANT. Oh, la ghe ne troveria de quei pochi, che la favorirave. Ma mi ghe remedier. Sta putta xe troppo semplice, e in casa no la sta ben: o la marider, o la mander da so amia, che xe una donna che ghha giudizio. Gran cossa xe questa! Se le putte xe furbe, le pol fallar per malizia; se le xe gnocche, le pol precipitar per troppa innocenza. Xe meggio non averghene; ma co se ghe nha, bisogna badarghe; corregger le spiritose, illuminar le semplici: con quelle rigor, con queste dolcezza, e con tutte occhi in testa, giudizio in cassa, e co le xe in ti anni della discrezion, destrigarle de casa, darghe stato, e liberarse dal peso de custodirle, e dal pericolo de rovinarle. (parte)
SCENA DECIMA
Corallina e Brighella.
COR. E cos, Brighella mio, quando concludiamo le nostre nozze?
BRIGH. No ve dubit, faremo presto. Ho dito qualche cosa al padron, e anca lu me agiuter. Se sposeremo, metteremo su una botteghetta, e lasseremo star de servir.
COR. Oh, il cielo lo voglia! Questo servire pur una cosa cattiva; e poi in questa casa non ci starei per causa della signora Rosaura... fastidiosa: si cambia da un momento allaltro, e non mi pu vedere.
BRIGH. Sopport ancora un poco, e non ve dubit, che ve sposer. (Quanto ti minchiona, se ti lo credi). (da s)
COR. E poi vi anche quella cara Colombina, che mi perseguita e non mi lascia aver bene.
BRIGH. Anderemo via, e no la veder mai pi.
COR. Ma quando si concluderanno le nostre nozze?
BRIGH. Aspetto de aver fatto un poco de capital da averzer bottega, e po subito se destrigheremo.
COR. Quanto vi manca?
BRIGH. Se ghavesse tre zecchini, compreria della cordella che me manca, e poderia destrigarme anca doman. Do zecchini li ghho, e me ne manca uno.
COR. Vi manca un zecchino?
BRIGH. S ben, con tre zecchini son a cavallo.
COR. Se fosse vero, ve lo darei io.
BRIGH. Come! A mi no me cred? Dmelo e veder.
COR. Ora lo vado a prendere. Lho avanzato dal mio salario. Caro Brighella, ve lo do. Di voi mi fido, e vi prego a far presto.
BRIGH. Andlo a tor, e in do ore me sbrigo.
COR. (Non vedo lora di uscire di questa casa. Oh, se potessi essere sposa prima di Colombina, la vorrei far crepar dinvidia). (da s, parte)
BRIGH. Intanto chiapperemo sto zecchin. Mi maridarme? Oh, no son cuss matto. Me vado devertendo co ste massere; e co le posso pelar, lo fazzo col mazor gusto del mondo.
SCENA UNDICESIMA
Colombina e Brighella.
COL. Brighella, la padrona vi cercava.
BRIGH. Chi? Siora Rosaura? No voio deventar matto con ella.
COL. Voi siete un servitore garbato. Volete tutte le cose a vostro modo.
BRIGH. Cara siora Colombina, mi no so cossa che ghabbi con mi. Da poco in qua, no me pod vder.
COL. Che cosa vimporta di me? Non avete Corallina che la vostra diletta?
BRIGH. Corallina la mia diletta? Chi vha dito sto sproposito?
COL. Eh, che non son orba, n sorda. Vedo e sento, e so quel che dico.
BRIGH. In verit, vingann.
COL. Ditemi un poco, che cosa facevi ieri sera nella sua camera?
BRIGH. Ve dir, ve parler sinceramente. Xe arriv un mio parente in cattivo stato, e l ricorso da mi. Mi no ghho bezzi da poderlo agiutar. Ghe nho domand al padron, nol me nha volsudo dar. Corallina ha sentido che me lamentava, la mha dito se vi un zecchin, che la me lo imprester; mi ho accett la so esebizion, e la mha promesso de darmelo.
COL. Ve lha dato?
RRIGH. No la me lha gnancora d.
COL. Basta, se vi foste degnato di parlare con me, un zecchino ve lo avrei dato ancor io.
BRIGH. Cara Colombina, semo ancora in tempo. Za che Corallina no me lha d, mi el torr pi volentiera da vu che da ella.
COL. Ma poi non mi guarderete in faccia.
BRIGH. Me maraveio, son un galantomo: son un omo che sa esser grato, e a chi me fa un servizio, procuro de farghene do, se posso.
COL. A me basterebbe una cosa sola.
BRIGH. Che vol dir?
COL. Che mi voleste bene.
BRIGH. Mi mo de volerve ben no me contento.
COL. No? Perch?
BRIGH. Perch ve vorria anca sposar.
COL. Oh, quanto sarebbe meglio!
BRIGH. In quattro parole se fa tutto. Subito che mho destrig de sto mio parente, la discorreremo.
COL. Andatevi a spicciare.
BRIGH. Co ghho el zecchin, vago subito.
COL. Lo vado a prendere in questo momento. (Voglio far morire di rabbia quella pettegola di Corallina). (da s, parte)
BRIGH. Oh che bella cossa! Cavarghe un zecchin per una, e burlarle tutte do! Ecco qua Corallina.
SCENA DODICESIMA
Corallina e Brighella.
COR. Eccomi con lo zecchino.
BRIGH. Oh brava! Ve son tanto obblig. El metteremo in conto de dota.
COR. Tenete, e quando mi sposerete, ve ne dar altri tre.
BRIGH. Brava, pulito. (Pol esser che ghe li magna senza sposarla). (da s)
COR. Ricordatevi di far presto.
BRIGH. No ve dubit gnente. Me preme anca a mi.
COR. Ecco qui Colombina.
BRIGH. And via, no ve lass vder.
COR. Oh, voglio star qui. Non ho paura di lei.
SCENA TREDICESIMA
Colombina e detti.
COL. Signor Brighella, gli si potrebbe dir una parola?
BRIGH. Son a servirla, patrona. Aspett. (a Corallina)
COL. (Sempre con lei). (da s)
COR. (Che mai vorr da Brighella?) (da s)
COL. (Ve lha dato ella lo zecchino?) (piano a Brighella)
BRIGH. (Oib, no lho volesto). (piano a Colombina)
COL. (Eccolo). (d lo zecchino a Brighella)
BRIGH. (Brava, sto cor l vostro).
COR. Gran segreti, signor Brighella.
COL. Che importa a lei, signora?
COR. Se non me ne importasse, non parlerei.
COL. Parli pure, padrona.
BRIGH. (Adesso adesso le fa baruffa). (da s)
COL. forse il suo sposo Brighella?
COR. A lei non sono obbligata a rispondere.
COL. Dite, signor Brighella, avete a lei donato il vostro cuore?
COR. Oh no, signora, laver donato a lei.
BRIGH. El mio cuor lho vend: l st compr per un zecchin. Chi mha d sto zecchin, ha acquist el mio cuor. No contend, no grid; mav inteso tanto che basta.
COR. (Dunque Brighella mio!) (da s, e parte)
COL. (Il cuore di Brighella venduto a me). (da s, e parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
Rosaura e Brighella, poi Colombina.
ROS. Vi ho mandato a chiamare, e non siete venuto. (a Brighella)
BRIGH. Vegnivo in questo momento.
ROS. Presto, andate dalla signora Beatrice, e ditele che venga subito, subito, e non manchi.
BRIGH. La sar servida. (parte)
ROS. S, voglio sposarmi a Florindo, per far rabbia a quello sguaiato di Lelio.
COL. qui la signora Eleonora.
ROS. Non la voglio ricevere.
COL. Che volete che io le dica?
ROS. Dille chio sono impedita.
COL. Io non so come fare.
ROS. Non la voglio.
COL. Eccola, non siamo a tempo. (parte)
SCENA QUINDICESIMA
Rosaura ed Eleonora.
ROS. (Che impertinenza!) (da s)
ELEON. Compatitemi, se sono venuta tardi.
ROS. Eh! non importa.
ELEON. Che avete, che mi parete di malumore?
ROS. Ho poca volont di parlare.
ELEON. Siete in collera? Lavete meco?
ROS. (Sa la sua coscienza). (da s)
ELEON. E che s, che indovino che cosa avete?
ROS. Pu essere che lo sappiate meglio di me.
ELEON. Oh, se lo so! Siete disgustata per via dellamante.
ROS. S, signora, per via dellamante.
ELEON. E vi dispiace che una, che vi fa lamica, procuri di levarvelo.
ROS. Mi pare che questa sia unazione indegna.
ELEON. Avete ragione, e vi compatisco se siete adirata.
ROS. E venite voi stessa a dirmelo?
ELEON. Ve lo dico, perch siamo amiche. E quando ho saputo che la signora Beatrice tenta levarvi il signor Florindo, mi sono sentita ardere di sdegno per parte vostra.
ROS. Come! Beatrice amoreggia con Florindo?
ELEON. Che! non lo sapete?
ROS. Non lo so: ditemi qualche cosa.
ELEON. Sappiate che Florindo va in casa di Beatrice quasi tutti i giorni, e stanno a parlare insieme, e sono innamorati morti.
ROS. (Ah traditora! Cos mi tratta?) (da s)
ELEON. Ella vien qui, vi fa lamica, e poi lavora sottacqua.
ROS. Non occorraltro, so quel che ho da fare.
ELEON. Delle amiche come me, ne troverete poche.
ROS. Ditemi, cara Eleonora, il signor Lelio viene da voi?
ELEON. Oh, non ci viene. Voleva provarsi a venire, ma io non lho voluto. (Subito! le dir la verit). (da s)
ROS. Dunque Lelio poca cosa di buono, e voi siete unamica fedele.
ELEON. Lelio aveva promesso damarvi?
ROS. Me laveva promesso.
ELEON. Dunque ho fatto bene a non riceverlo.
ROS. Avete fatto benissimo, e vi sono obbligata.
ELEON. Oh, io colle amiche tratto sinceramente, non faccio come la signora Beatrice.
ROS. Ella unamica finta, e da qui avanti non la tratter pi. Voi sarete la mia compagna.
ELEON. Di me vi potete fidare.
SCENA SEDICESIMA
Beatrice e dette.
BEAT. Son qui a vedere quel che volete da me.
ROS. Niente, signora, la riverisco. (parte)
BEAT. Mi lascia con questo bel garbo? Che maniera di trattar questa? Che mai le saltato in testa? Che cosa ha con me? Due ore sono mi fa mille finezze; ora mi manda a chiamare, e mi riceve cos?
ELEON. Non sapete? Bisogna compatire la debolezza del naturale.
BEAT. In casa sua non ci vengo mai pi.
ELEON. Io ci sono venuta per chiarirmi duna cosa; per altro non ci veniva n pur io.
BEAT. Che razza di vivere! Ora dun umore, ora dun altro.
ELEON. un temperamento che incomoda infinitamente. Voi mi piacete, che siete sempre uguale, sincera e propria.
BEAT. Cara Eleonora, anche voi siete fatta secondo il mio cuore. In verit vi voglio bene. (Non troppo per altro). (da s)
ELEON. Ed io son contenta, quando sono con voi.
BEAT. Andiamo via di qui, venite con me.
ELEON. Andiamo.
BEAT. (La sua amicizia mi giova, perch non iscopra a Rosaura lamor mio per Florindo). (da s, parte)
ELEON. (La coltivo, perch non dica chio tratto con Lelio). (da s, parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Altra camera.
Pantalone e Rosaura.
PANT. Ors, vien qua, fia mia, ti sar contenta: ho parl col sior Dottor, pare de Florindo: semo amici, e tra lu e mi savemo giust. Florindo sar to maro.
ROS. Signor padre, io non lo voglio pi.
PANT. Come! No ti lo vol pi?
ROS. Ho pensato meglio. un giovinastro che non ha giudizio, non lo voglio.
PANT. Oh bella! Adesso che ho parl col Dottor, ti me vol far far la figura del babuin. No basta che abbia da mancar de parola a sior Anselmo, ho da mancar al Dottor?
ROS. Piuttosto prender il signor Anselmo.
PANT. Veramente ghho dito al sior dottor Balanzoni, che ghaveva sto mezzo impegno co sto mercante, che vol dir, sposandote a questo, no ghe saria tanto mal; ma se ti volessi un altro, ti me metteressi in tun brutto impegno.
ROS. Prender il signor Anselmo.
PANT. Senti, adesso lho visto qua vesin; vago zo, se lo trovo, lo mando qua. Elo veder ti, ti ti lo veder elo, e se el genio sincontra, presto presto concluderemo. (No vedo lora de destrigarme ste do putte de casa, questa principalmente: ora voggio, ora no voggio; la fa dar volta al cervello). (da s, parte)
SCENA DICIOTTESIMA Rosaura sola, poi Colombina.
ROS. Florindo ingrato! Cos tratta con me? Ma non degno dellamor mio: no, non lo voglio pi; piuttosto se avessi a fare un sproposito, lo farei con Lelio... Ma egli voleva andar da Eleonora... pu essere anche che non sia vero.
COL. Signora, qui un certo signor Anselmo, che vorrebbe riverirla.
ROS. Venga, venga, padrone. Vi mio padre?
COL. Ha detto a me che lintroduca, che va ad un servizio e subito viene. Mi ha detto chio stia in anticamera.
ROS. Via, via, fallo passare. Ehi, dimmi, che figura ?
COL. Mi pare unanticaglia. Io lo credo una bella caricatura. (parte)
ROS. Per far dispetto a questi ganimedi incivili, voglio sposarmi al signor Anselmo.
SCENA DICIANNOVESIMA
Anselmo e la suddetta, poi Colombina.
ANS. Chi qui?... Oh illustrissima, eccellenza, perdoni.
ROS. Signore, perch mi date questo titolo?
ANS. Faccio il mio dovere con una dama.
ROS. Io son Rosaura, figlia del signor Pantalone.
ANS. La signora Rosaura? La figlia del signor Pantalone? Con quel gran mappamondo? (il guardinfante) Servitor umilissimo.
ROS. Favorisca, ella il signor Anselmo?
ANS. Sono io, per servirla.
ROS. Vuole accomodarsi?
ANS. Oh, io non sono stanco. Ella sar stanca, portando quel diavolo di peso addosso.
ROS. Questo il vestire che si pratica qui da noi.
ANS. Io non ho mai veduto una cosa simile. Favorisca, quelle gioje quanti mila ducati varranno? ROS. Oh, non vagliono tanto. Costeranno al pi tre zecchini.
ANS. Tre zecchini? Di che cosa sono?
ROS. Sono pietre false.
ANS. Diavolo! Pietre false? E perch portare al collo le pietre false?
ROS. Perch si usano.
ANS. (Dove si usano le cose false, non v da far bene). (da s)
ROS. Ho anche delle gioje buone; ma qualche volta porto le false, per non consumarle.
ANS. Ma invece di portar le false, sarebbe meglio non portar niente.
ROS. Si usa cos.
ANS. Le gioje false si usano, quei ricci si usano, quella polvere bianca si usa, quei piastrelli neri si usano, quei veli si usano, quei nastri si usano, quei guanti si usano, quel gran calderone si usa. Ella usa, io non uso. Qui si usa, da noi non susa. Signora mia, vi domando scusa. (in atto di partire)
ROS. Sentite: io sinora mi sono uniformata al costume delle persone, con cui ho dovuto trattare; ma se avessi a maritarmi, cercherei dadattarmi alluso del paese e al piacer del marito.
ANS. Signora, per dirvela, se io avessi lonore di essere vostro marito, vorrei prima che facessimo una dozzina di patti fra voi e me.
ROS. Mi troverete facilissima a condiscendere.
ANS. Prima di tutto, quella capponaia no certamente. Io ho unantipatia con quella macchina, che mi si gela il sangue quando la vedo. (del guardinfante)
ROS. Benissimo, di questo si pu fare a meno.
ANS. Gioje false, no certo.
ROS. Qualche cosa al collo ci vuole.
ANS. O buone, o niente.
ROS. Signor s, mi contento.
ANS. Polvere, no sicuro.
ROS. Si pu andar senza.
ANS. Tanti imbrogli di pizzi, di nastri, tutto via.
ROS. S, tutto via.
ANS. (La giovane si va accomodando bene). (da s)
ROS. (Quando il marito buono, si pu far tutto). (da s)
ANS. Oro, argento, sugli abiti non ne voglio.
ROS. Non ne porter.
COL. Signore, con licenza. (ad Anselmo) ( qui il signor Lelio, che desidera parlarvi; egli sa che siete in collera con esso lui, e vi vorrebbe placare). (piano a Rosaura)
ROS. (Placarmi? Vengo subito). (a Colombina)
COL. (Che bella figura per una giovinotta! Io non lo prenderei certamente). (piano a Rosaura, e parte)
ANS. Per tornare al nostro proposito, io non voglio conversazioni.
ROS. Via, via, signore; basta cos. Volete troppe cose; parleremo poi con pi comodo. (parte)
ANS. Costei una pazza. Eh, chio sarei stolto, se io volessi ammogliarmi in una citt. meglio che mi prenda una donna delle mie montagne; ma lass non v nessuna che mi piaccia. Se potessi trovare una cittadina senza ambizione, sarebbe il caso mio; ma sar difficile.
SCENA VENTESIMA
Diana ed Anselmo.
ANS. Quella giovane, dite al vostro padrone che vado via, e ci rivederemo. (a Diana)
DIA. Al mio padrone? Chi crede ella chio sia?
ANS. Non siete una serva del signor Pantalone?
DIA. No signore, io sono sua figlia.
ANS. Ah, voi siete la figlia del signor Pantalone; e chi era quellaltra signora, che ha parlato con me?
DIA. Mia sorella maggiore.
ANS. Cara ragazza, compatite lerror mio. Quella era vestita magnificamente; onde ho preso voi per la cameriera.
DIA. Ella vestita meglio, perch devessere sposa.
ANS. Ah, s s, lintendo. (Quando si vuol vendere, si mette la mercanzia in figura. Tutto falso, tutto falso. Quanto mi piace pi lidea di questa giovanetta!) (da s)
DIA. (Mi guarda, e par che rida; non vorrei avere la faccia tinta). (da s)
ANS. E voi, ragazza mia, non vi farete sposa?
DIA. Io sposa? Signor no.
ANS. Vostro padre che vuol fare di voi?
DIA. Mi vuol dar marito.
ANS. Oh bella! marito e sposo non tuttuno?
DIA. Tuttuno?
ANS. S, tuttuno.
DIA. Ora capisco. Signor s, mi far sposa.
ANS. Avete mai fatto allamore?
DIA. Signor no. Non sono mai andata sul tetto.
ANS. Come sul tetto?
DIA. Le gatte, quando fanno allamore, vanno sul tetto; io non ci sono mai stata.
ANS. (Questa una ragazza semplice, questa sarebbe il caso per me). (da s) Come avete nome?
DIA. Diana.
ANS. Cara la mia Dianina, volete chio vi trovi uno sposo?
DIA. Non sincomodi, me lo trover mio padre.
ANS. Sentite, se volete, io vi far mia sposa.
DIA. Bisogner che minsegnate come si fa.
ANS. S, vinsegner. (Non ho creduto, che si potesse trovare in citt una ragazza cos innocente). (da s) Tenete questanellino.
DIA. A me? Me lo donate?
ANS. S, ve lo dono.
DIA. Oh carino! oh bellino! Lo vado a mostrare a mia sorella.
ANS. Venite qui, sentite.
DIA. Lo voglio far vedere a Colombina, a Corallina, a Pasquina e anco alla figlia della lavandaia. (parte)
ANS. Costei semplicetta; costei innocente. Se posso, voglio veder daverla, prima chella si guasti. In citt una semplicit di questa sorte! Non lavrei mai creduto. (parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA Lelio e Rosaura.
LEL. Cara signora Rosaura, io vi amo teneramente, ma voi mi ponete alla disperazione. Ogni cosa vinquieta. Tutto vi fa ombra; sospettate di tutto. Voi non mi credete, e se non merito la vostra fede, sar forzato a tralasciare damarvi.
ROS. Se mi voleste bene, non andereste da questa e da quella a far la conversazione.
LEL. Vado qualche volta a sfogare con qualcheduna la rabbia che voi mi fate provare.
ROS. Io so distinguere chi sa esser fedele.
LEL. Potete dire che io non sia fedele?
ROS. Che cosa andate a fare dalla signora Eleonora?
LEL. Ci sono andato... qualche volta... perch so che ella vostra amica. Sono andato per trattar con lei, acci vi parlasse.
ROS. S, s, so tutto. Vi siete provato a far allamore con Eleonora, ed ella non ha voluto, perch una donna prudente; per altro, se ella vi avesse abbadato, voi mi avreste piantata.
LEL. (La cosa tutta al contrario; ma non voglio dirlo, per non fare una malazione). (da s)
ROS. Non rispondete, eh? Vi confondete, eh?
LEL. Signora, io non mi confondo. Vi dico che son fedele a voi, che a voi voglio bene: se lo credete, sar contento, se poi non lo volete credere, mi converr aver pazienza, e vi lascier in libert di amare chi volete.
ROS. Sentite... Io vi voglio bene e vi credo; ma se mi dicono certe cose, non posso fare a meno di non dubitare.
LEL. Non bisogna creder tutto. Chi riporta, meriterebbe gli fosse strappata la lingua; mentre queste graziose persone, che parlano nellorecchio, sono la rovina delle famiglie. Anche a me stato detto che guardate di buon occhio il signor Florindo, ma io non lo credo.
ROS. Non avete nemmeno a crederlo. Florindo amoreggia colla signora Beatrice.
LEL. Mi stato detto che vostro padre voleva maritarvi con un forestiere.
ROS. vero, ma io non lo voglio.
LEL. Dunque concludiamo: mi volete bene o non mi volete bene?
ROS. S, vi voglio bene.
LEL. Mi credete o non mi credete?
ROS. Vi credo. Parmi sentir mio padre.
LEL. Abbiamo fatto la pace?
ROS. S, s, abbiamo fatta la pace. Ritiratevi, che non vi veda. (Lelio parte)
SCENA SECONDA
Pantalone e Rosaura.
PANT. Gran matta che ti xe stada a lassar andar el sior Anselmo.
ROS. Non mi piace per niente.
PANT. Te piaserave ben i so bezzi. El ghha le scarselle piene de zecchini. Basta, ti sar causa della fortuna de to sorella.
ROS. La fortuna di mia sorella? Come?
PANT. S. Lha visto Diana, la ghha piasso, e el me lha domandada.
ROS. Ma voi non gliela darete.
PANT. No ghe la dar? Anzi no veda lora che el se la toga.
ROS. Mia sorella sar pi ricca di me?
PANT. Sior Anselmo l un omo fatto alla grossolana; ma se vede che el xe generoso. Appena lha parl con Diana, el ghha don un anello de diamanti, che coster trenta zecchini.
ROS. (A me questi amanti non mhanno mai donato niente). (da s)
PANT. Basta, to danno. Mi taveva procur per ti sta fortuna, to danno. Vago a disponer le cosse, e stassera la ghe dar la man. (parte)
ROS. Oh, quel che mi convien sentire! Mia sorella, ch pi ragazza, si sposer prima di me? Ma questo non niente. Ella sar pi ricca di me? Ma peggio ancora. Ella avr dei regali, ed io no? Che merito ha colei da essermi preferita? Ah, so il perch il signor Anselmo lascia me e prende lei; per causa di questo cerchio, per causa di queste porcherie di pietre false, per causa di queste freddure. Basta, ci penser; non voglio assolutamente che si dica, che mia sorella minore abbia avuto pi fortuna di me. (parte)
SCENA TERZA
Strada.
Dottore e Florindo.
DOTT. Tant, ho data la parola al signor Pantalone.
FLOR. Perdonatemi, tutto far; ma sposare la signora Rosaura, no certamente.
DOTT. Perch dite cos? So pure che una volta avevate dellinclinazione per lei.
FLOR. verissimo: una volta aveva qualche passione per lei; ma ho scoperto il suo carattere, e non mimpiccerei pi con essa per tutto loro del mondo.
DOTT. Che cosa vha mai fatto?
FLOR. troppo volubile. Ora dice una cosa, ed ora ne dice unaltra. Ascolta tutti, fa caso di tutto, e quando le viene in capo qualche grillo, fa sgarbi, volta le spalle, e non si sa il perch.
DOTT. Queste sono freddure. Quando la giovent fa allamore, per lo pi succede cos, basta, io ho data la parola al signor Pantalone, e voi non dovete farmi rimanere un fantoccio.
FLOR. Caro signor padre, vi prego, dispensatemi.
DOTT. Non v dispensa. Io sono padre, voi siete mio figliuolo, mavete ad ubbidire.
FLOR. Basta, lo far per ubbidirvi.
DOTT. Bravo, cos mi piacete. Il signor Pantalone non ha altro che queste due figlie, e dopo la sua morte elleno si divideranno la pingue di lui eredit.
FLOR. Io non intendo di disgustarvi.
DOTT. (Mio figliuolo veramente un buon ragazzo.) (da s)
SCENA QUARTA
Pantalone e detti.
PANT. (Oh diavolo! Xe qua el Dottor. Come faroggio a destrigarme?) (da s)
DOTT. Oh, signor Pantalone, giungeste opportunamente, poich mera incamminato verso la casa vostra, per dirvi che mio figlio prontissimo di ricevere per sua sposa la signora Rosaura vostra figliuola.
PANT. Caro sior Dottor, no so cossa dir: son pien de confusion; no so come far a parlar.
DOTT. No, caro amico, non avete motivo desser confuso, perch anzi mio figliuolo ed io ci crediamo onorati assai per un tal matrimonio.
PANT. Ve dir... S pare vu anca, e sav che delle volte lamor de pare fa far dei sacrifizi.
DOTT. Che? Intendete forse di sacrificar vostra figliuola, dandola a mio figlio?
FLOR. Se non vuole, saccomodi. Noi non la vogliamo, segli non contento.
PANT. Per mi lo vorria con tutto el cuor; ma mia fia... Caro Dottor, compat... Mia fia no xe disposta a farlo.
FLOR. Oh bene, se non disposta, non giusto di violentarla.
DOTT. Come! siamo uomini, o siamo ragazzi? Voi stesso me lavete offerta, e poi dite che non disposta?
PANT. Cossa voleu che ve diga? Ghho una passion, una mortificazion per sta cossa, che me sento a morir.
DOTT. Se mi permettete, le parler io, e forse forse colla mia maniera mi riuscir di fare quel che voi non avete potuto. Signor Pantalone, siete un galantuomo?
PANT. Cuss me vanto.
DOTT. Voi di questo matrimonio siete contento?
PANT. Contentissimo. Basta che giust sior Lelio, che persuad mia fia, e mi son contento.
DOTT. Si far tutto. Vostra figliuola si sposer con Florindo; vi riverisco. (parte)
PANT. Sior Florindo, aver gusto che la sia soa; ma ghho paura.
FLOR. No, non dubitate, io non la voglio. Dica e faccia mio padre quel che vuole, vostra figlia non la sposer; e se la sposassi per forza, se ne pentir. (parte)
PANT. Aso! Co la xe cuss, no ghe la dago assolutamente. (parte)
SCENA QUINTA
Camera.
Colombina e Corallina.
COL. Via, animo, prendete uno straccio e ripulite la polvere di questi tavolini e queste sedie.
COR. Questa una cosa che la potete fare anche voi.
COL. Queste cose non toccano a me: toccano a voi.
COR. Perch a me, e non a voi?
COL. Perch io sono cameriera, e voi sottocameriera.
COR. Che vuol dir questo sotto? Io non so di sotto o di sopra. Son venuta anchio a servire per cameriera.
COL. Da me a voi v una gran differenza.
COR. In che consiste questa gran differenza?
COL. Io servo per disgrazia; per altro, sono una persona civile.
COR. Ed io, che credete chio sia? Mia madre andava in andrien.
COL. La mia signora madre ha portato il mant, e siamo cittadini, e abbiamo dei campi e delle case; ci sono stati portati via; ma se avessi il modo di fare una lite, vorrei andare in carrozza.
COR. Io ho quattro cugine che hanno dellillustrissime, ma non si degnano di me, perch sono venuta a servire. Chi lavesse mai detto? Una casa comera la mia! In casa nostra sempre corte bandita. Loro e largento andava per i cantoni.
COL. Ih, ih, gran ricchezze! Basta, ora servite; e in questa casa siete la sottocameriera.
COR. Cameriera s, ma sottocameriera no.
COL. S, sotto, sotto.
COR. No, no, sotto mai.
COL. E se non avrete giudizio, vi far mandar via.
COR. Non me nimporta niente; gi presto mi mariter.
COL. S? me ne rallegro. Lo ha trovato lo sposo?
COR. Signora s, lho ritrovato.
COL. Brava. E chi , se lecito?
COR. (Voglio dirlo per farle rabbia). (da s) Vuol saperlo? Brighella.
COL. Brighella! Oh oh, quanto mi fate ridere! Brighella non un boccone per lei. Non marito per una sottocameriera.
COR. Se non per la sotto, sar per la sopra.
COL. S, signora, sar per me.
COR. Per lei? (Oim! Mi fa venire i dolori colici). (da s)
COL. Povera berghinella! S, per me. Non avete sentito chegli ha venduto il cuore a quella che gli ha dato un zecchino?
COR. Appunto per questo. Lo zecchino glielho dato io, e il suo cuore lha dato a me.
COL. Voi gli avete dato lo zecchino?
COR. Signora s, io.
COL. Eh via, che siete pazza. Glielho dato io, e il suo cuore lha dato a me.
COR. Voi? Siete una bugiarda.
COL. Se non glielho dato io, che il diavolo vi porti.
COR. Se non glielho dato io, che il diavolo vi strascini.
COL. (Sarebbe bella che lavesse preso da tutte due). (da s)
COR. (Non credo mai che Brighella mabbia burlato). (da s)
COL. Adesso, adesso. Ehi, Brighella.
COR. S, s. Facciamolo venire. Brighella.
SCENA SESTA
Brighella e dette.
BRIGH. Chi me chiama?
COL. Dite un poco: non ho dato a voi un zecchino?
BRIGH. Siora s. (con caricatura)
COR. E io non ve lho dato?
BRIGH. Siora s. (come sopra)
COL. Ma non avete detto, che il vostro cuore lavete venduto a quella che vi ha dato lo zecchino?
BRIGH. Siora s. (come sopra)
COL. Lo zecchino ve lho dato io.
COR. Ve lho dato io.
BRIGH. Siore s. (come sopra)
COL. Dunque il vostro cuore mio.
COR. Anzi mio.
BRIGH. Siore s. (come sopra)
COL. Ma spiegatevi: mio o di Corallina?
COR. Dite su: mio o di Colombina?
BRIGH. L de tutte do.
COL. Come! Io lo voglio tutto.
COR. Ha da essere tutto mio.
BRIGH. Via, le se quieta. Mi ghho tanto de cuor, grando e grosso: ghe n per vu; ghe n per vu; ghe n per altre quattro, se occorre.
COL. No, no assolutamente, o tutto mio, o niente.
COR. Io pure dico lo stesso: o tutto il vostro cuore, o tenetevi quello che dar mi volete.
BRIGH. No so cossa dir. Co no le se contenta de mezzo, el torr indrio.
COL. Datemi il mio zecchino.
BRIGH. Lho speso.
COR. Datemi il mio.
BRIGH. Lho adoper.
COL. Dunque come abbiamo da fare?
COR. Che risolvete?
BRIGH. Deme tempo, e risolver.
COL. Quanto tempo volete?
BRIGH. Deme tre o quattro zorni.
COL. Oib, oib...
COR. Signor no, signor no...
COL. Vi do tempo fino a domani. (parte)
COR. Ed io fino a questa sera. (parte)
SCENA SETTIMA Brighella ed Anselmo.
BRIGH. Oh che gusto! Oh che spasso! Oh che bella cossa! Se posso, ghe vi magnar quel pochetto che le ghha; godermela e torme spasso.
ANS. Galantuomo, siete voi di casa?
BRIGH. Sior s, son de casa.
ANS. Vi il signor Pantalone?
BRIGH. Nol gh.
ANS. Ditemi, si potrebbe riverire la sua figliuola?
BRIGH. Quala so fiola?
ANS. No quella da quel calderone, quellaltra. (accenna il guardinfante)
BRIGH. Ho inteso, la pi zovene.
ANS. S, la pi giovane, la pi semplice, quella che par pi una donna.
BRIGH. Anzi doveria pi parer una donna quellaltra, che l maggior.
ANS. Oh, quella pare una macchina da fuochi artifiziali.
BRIGH. Donca la vol la piccola?
ANS. S, se mi volete far il piacere.
BRIGH. Ma... sior Pantalon no so se el se contenter.
ANS. Ho parlato con lui, ed contentissimo.
BRIGH. Basta... Vedremo... (Ghel dir prima a siora Rosaura, sentir cossa la dir). (parte)
ANS. Se fossi andato al mio paese con una moglie incerchiata e piena di vetri al collo, mi avrebbero fatto le fischiate. La signora Rosaura non fa per me: ha troppe diavolerie dintorno. Sua sorella mi piace perch modestina, ed ha una veste civile, ma positiva.
SCENA OTTAVA
Rosaura vestita modestamente, ed Anselmo.
ROS. Serva sua. ella che mi domanda?
ANS. Signora... siete voi?... Non vi conosco bene.
ROS. Ha parlato con me e non mi conosce?
ANS. Siete figlia del signor Pantalone?
ROS. S, signore.
ANS. Siete la maggiore o la minore?
ROS. Son la maggiore, per servirla.
ANS. Compatitemi, non vi conosceva. Che cosa avete fatto della vostra botte?
ROS. Me la son levata, perch a voi non piaceva.
ANS. E le pietracce che avevate al collo, dove sono?
ROS. Lho gettate via, perch non vi aggradivano.
ANS. Perch avete lasciato labito da madama?
ROS. Mi son messo questo, per piacere a voi.
ANS. Per piacere a me? Che vimporta il piacermi o il dispiacermi? Io ho promesso al signor Pantalone di sposare laltra vostra sorella.
ROS. Spero che non farete a me questo torto.
ANS. Se volevate chio prendessi voi, dovevate venire vestita cos, da figliuola propria e civile, e non mascherata da Lugrezia Romana.
ROS. Io faccio tutto quello che vogliono. Mi ero messi quegli abiti per far a modo delle cameriere; per altro il mio genio questo. Io vesto quasi sempre cos.
ANS. Ma quei ricci e quella polvere?
ROS. Non ho avuto tempo di pettinarmi. Domani mi vedrete assettata nella mia solita semplicit.
ANS. Per quel che ho inteso laltra volta che ho parlato con voi, vi piacciono le conversazioni.
ROS. Oh! il ciel me ne liberi. Sono anzi di spirito solitario. Mi piace stare nella mia camera.
ANS. E pure quando ho principiato a voler proibirvi la conversazione, avete detto: troppe cose, troppe cose, e mi avete piantato.
ROS. Ho voluto dire chio sono debole di memoria, che se mi dite troppe cose ad un tratto, non le terr a mente: sono andata subito a disabbigliarmi, ed eccomi quale voi avete mostrato desiderarmi.
ANS. Cara signora, non so che dirvi. Mi spiace lequivoco seguito; ma io sono un galantuomo. Ho promesso alla signora Diana, e le devo mantenere la parola.
ROS. Io sono la sorella maggiore, e tocca a me a maritarmi prima.
ANS. (Per dirla, ora che la vedo rassegnata a vivere a modo mio, mi pento quasi daverla lasciata). (da s)
ROS. Signore, io sar ubbidiente: viver a modo vostro.
ANS. Ma come volete chio manchi a vostra sorella?
ROS. Ecco mia sorella.
SCENA NONA
Diana in guardinfante, e detti.
ANS. Chi siete voi, signora?
DIA. Non mi conoscete? Son quella a cui avete dato lanello.
ANS. La signora Diana?
DIA. S, signore.
ANS. (Oh cosa vedo!) (da s) Perch vi siete cacciata dentro in quel laberinto?
DIA. Le cameriere mhanno vestita cos, perch ho da essere sposa.
ANS. Sposa di chi?
DIA. Di voi.
ANS. Di me? Chi son io? Qualche quagliotto, che per prendermi vi siete messa la gabbia?
DIA. Io non vi capisco.
ANS. La capisco io. Non fate pi per me. (Maledetto quel campanone, non lo posso vedere). (da s, e parte)
SCENA DECIMA
Rosaura e Diana.
ROS. E cos, avete sentito? (a Diana)
DIA. Che cosa?
ROS. Il signor Anselmo non vi vuol pi.
DIA. Non me ne importa un fico.
ROS. Sar io la sua sposa.
DIA. Buon pro vi faccia.
ROS. Io ho da essere sposa prima di voi.
DIA. A me non importa di essere sposa. Bastami trovar uno che stia in mia compagnia.
ROS. Come, in vostra compagnia?
DIA Che so io? Il signor padre mi ha detto, che quando un uomo sta in compagnia di una donna, si chiama marito.
ROS. E cos vorreste anche voi il marito?
DIA. Ho paura a dormir sola.
ROS. Non dormite con Corallina?
DIA. Sogna e mi d dei pugni.
ROS. Se Corallina vi d dei pugni dormendo, un marito ve li dar vegliando.
DIA. I mariti danno dei pugni?
ROS. Eccome! E bastonano, e maltrattano, e fracassano le povere donne.
DIA. Buono! Il signor padre mi vorrebbe fare un bel servizio! Farmi fracassar da un marito? No, no, non lo voglio. Se Corallina non avesse il vizio di dar dei pugni dormendo, mi vorrei maritare con lei. (parte)
SCENA UNDICESIMA
Rosaura sola.
ROS. Oh che sciocca! Oh che scimunita! E pure, se io non era lesta, ella si maritava prima di me, e le toccava questa bella fortuna. Se sar moglie del signor Anselmo, avr tante e tante ricchezze; ma dovrei sempre andar vestita cos. La cosa un poco troppo dura! Ma ho dato parola, non mi voglio pentire. Non voglio che si dica chio sono volubile.
SCENA DODICESIMA
Pantalone e detta
PANT. Coss? Cossa vol dir? Perch tastu despoggi? Ghastu mal? Vastu in letto?
ROS. Signor padre, vorrei dirvi una cosa; ma non andate in collera.
PANT. Via mo, gh qualche novit?
ROS. Vi ho detto di non volere il signor Florindo, e in questo sono costantissima, non mi cambio. Vi ho poi pregato di darmi il signor Lelio, e voi con bont, dopo qualche fatica, mi avete detto di s.
PANT. E per causa de sior Lelio ho licenzi sior Florindo, e cuss?
ROS. E cos ora ci converr licenziare anche il signor Lelio.
PANT. Bon! Per cossa?
ROS. Perch sar meglio chio prenda il signor Anselmo.
PANT. Eh, che ti matta. El vol to sorella.
ROS. Il signor Anselmo un uomo volubile; si cambiato, e vuol me.
PANT. Mo, se ti ha promesso de sposar el sior Lelio?
ROS. Se un uomo si cambia, posso cambiarmi ancor io. Se il signor Anselmo manca a mia sorella, posso anchio mancare al signor Lelio.
PANT. E ti ghaveressi sto bon stomego de mancarghe, dopo la espression che ti ghha fatto in presenza mia? Dopo che mi ghho d parola per la segonda volta? Dopo che ho licenzi el sior Dottor, per causa de Lelio? Rosaura, deventistu matta? Te vustu far metter sui vntoli? Vustu che to pare deventa el bgolo della citt? Via, me maraveggio. Ti ha da esser muggier de Lelio. Sta volta no te riuscir de voltarme; pur troppo, per causa toa, me son reso redicolo; mho fatto dei nemici, e debotto ghho vergogna per causa toa de lassarme vder in piazza. Col sior Anselmo semo in trattato che el sposa Diana. Co sior Florindo ho sciolto tutto. Co Lelio semo in parola, e la parola sta volta sha da mantegnir. Via, cara Rosaura, te parlo co le bone, te prego, no me far delle toe, no me far nasar, fame parer un omo. Stassera vegnir sior Lelio: daghe la man, e no me far desperar. Se ti me vol ben, se ti me vol vder quieto e contento, dame, cara Rosaura, dame sta consolazion. Te lo domando per lamor che te porto, per la memoria della to povera mare, per lesser che tho d. Sposa el sior Lelio, e fenimo una volta de farse da tutto el mondo burlar.
ROS. Signor padre, far tutto quello che volete.
PANT. Oh brava! Siestu beneda: adesso vedo che ti me vol ben. Sposerastu sior Lelio?
ROS. Lo sposer.
PANT. Via, vatte a vestir con un poco de sesto. Vegnir della zente; se far un poco de allegria, se dar la man; no te far vder despoggiada.
ROS. S, s, mi vestir con un poco di garbo. Oim, questabito mi fa venir la malinconia. Signor padre, vi riverisco. (parte)
PANT. Oh, se gharrivo a vderla maridada, no mha da parer vero. Da qua a stassera maspetto qualche altra novit; ma stimo de sior Anselmo, che promette a Diana e po el vorria staltra. Anca elo el xe un pezzo de matto. Insieme i starave ben. (parte)
SCENA TREDICESIMA
Strada.
Beatrice ed un Servitore.
BEAT. Da chi hai sentito dire questa novit?
SERV. Da Brighella, servitore del signor Pantalone.
BEAT. Dunque Rosaura si sposer col signor Anselmo? SERV. S, signora, cos hanno detto.
BEAT. Fa una cosa. Accompagnami a casa, e poi va subito in traccia del signor Florindo, e digli che quanto pi presto pu, venga da me.
SCENA QUATTORDICESIMA
Eleonora col Cameriere, e detti.
ELEON. Amica, dove andate?
BEAT. Appunto desiderava vedervi. Avete saputo la bella novit?
ELEON. Non so di che vintendiate, poich delle novit ne ho ancor io.
BEAT. Rosaura si mariter con un mercante forestiere, nominato Anselmo.
ELEON. Oh figuratevi! Non cos.
BEAT. Domandatelo al mio servitore. Non egli vero? (al servitore)
SERV. S, signora; lo so di certo.
ELEON. S, vero. Rosaura era disposta a sposarlo, ma poi al solito si cambiata, e ora vuole il signor Lelio.
BEAT. Non pu stare che si sia cambiata da un momento allaltro.
ELEON. Domandatelo al mio cameriere. Di su la cosa com. (al Cameriere)
CAM. Sono andato a ritrovar Colombina, che mia parente, ed ella ridendo mha raccontato che la signora Rosaura si lasciata persuader da suo padre a prender il signor Lelio.
BEAT. Oh che donna leggiera! che spirito incostante! Cara Eleonora, mi dispiace per voi.
ELEON. Facciamo una cosa: andiamo a ritrovarla, e goderemo qualche buona scena.
BEAT. Oh, in casa sua non ci vengo.
ELEON. Perch?
BEAT. Mi ricordo dello sgarbo chella mi ha fatto.
ELEON. Voi ve ne ricordate, ed ella non se ne ricorder. Andiamo, e vassicuro, che sella di buon umore vi getter le braccia al collo.
BEAT. Voi mi volete mettere a qualche impegno.
ELEON. Che! Avete paura di lei?
BEAT. Andiamo pure. E tu ricordati dandare dal signor Florindo, e digli che a casa laspetto. (al Servitore)
SERV. Sar servita. (Poveri servitori, bisogna far i mezzani). (da s)
ELEON. Tu procura vedere il signor Lelio, e digli che mi rallegro con lui. (al Cameriere)
CAM. S, signora. (Si rallegra coi denti stretti). (da s)
ELEON. Andiamo a ridere un poco. B
EAT. Io non so dissimulare. Non potr ridere.
ELEON. Eh, che bisogna fingere, chi vuol prendersi gusto.
BEAT. Felice voi, che lo sapete fare. (tutti partono)
SCENA QUINDICESIMA
Camera di Rosaura.
Rosaura mezza spogliata, che si fa vestire da Colombina e Corallina, poi Brighella.
ROS. Questo andrien non lo voglio. Va a prenderne un altro.
COL. Quale volete chio prenda?
ROS. Quello a fiori: da sposa ander meglio.
COL. Benissimo, lo vado a pigliare. (parte, poi ritorna)
COR. Tenga i manichetti.
ROS. Non voglio questi: voglio quegli altri.
COR. Quali altri?
ROS. Quelli di velo.
COR. Signora s. (parte, poi ritorna)
BRIGH. Son qua colla cioccolata.
ROS. Non la voglio. Voglio il t.
BRIGH. No mala orden la cioccolata?
ROS. Non la voglio. Voglio il t. (adirata)
BRIGH. No la vada in collera. Ghe porter el t. (parte, poi ritorna)
COL. Ecco landrien a fiori.
ROS. Credi tu che ander bene?
COL. Ander benissimo.
ROS. Mi pare antico.
COL. Voi sapete quel chegli ; lavete portato tante volte.
ROS. Mettiamolo dunque.
BRIGH. Eccola servida del t.
ROS. Benissimo. (a Brighella)
BRIGH. Lo vorla?
ROS. Aspetta. (a Brighella)
COL. Signora padrona, vi sono delle visite.
ROS. E chi sono?
BRIGH. El se giazza. (mostrandole il t)
ROS. Aspetta.
COL. La signora Beatrice e la signora Eleonora.
ROS. S, s, ho piacere. Dar loro la nuova chio sono sposa.
COL. Presto, levatevi quellandrien, e mettetevi questo.
ROS. No, no, vi vuol troppo tempo. meglio che io tenga questo.
COL. Oh via, facciamo presto.
ROS. Ti dico che non lo voglio.
COL. (Oh che pazienza!) (da s, parte)
BRIGH. Signora, el se giazza. (come sopra)
ROS. Brighella, va a dire a quelle signore che passino. Preparate le sedie. (a Corallina)
BRIGH. E el t?
ROS. Non voglio altro.
BRIGH. (Uh, sia maledetto i matti). (getta via il t, e parte)
COR. (Se avessi due teste, me ne getterei via una). (parte)
SCENA SEDICESIMA
Rosaura, Eleonora e Beatrice.
ROS. Oh compatitemi, mi stava vestendo.
ELEON. Con noi non vi avete a prendere soggezione.
BEAT. Riverisco la signora Rosaura.
ROS. Serva, la mia cara Beatrice.
BEAT. Perdonate lincomodo.
ROS. Oh, mi avete fatto il maggior piacere del mondo.
BEAT. (Oggi la luna buona). (da s)
ROS. Avete saputo chio sono sposa?
ELEON. S, labbiamo saputo. Me ne rallegro infinitamente. Il vostro sposo non il signor Lelio?
ROS. S, il signor Lelio.
ELEON. Oh, quanto me ne consolo. (Maledettissima). (da s)
BEAT. Ors, signora Rosaura, spero che in avvenire saremo sempre amiche, e non mi guarderete pi con occhio torbido.
ROS. Perch mi dite questo? Sapete che sempre vi ho voluto bene, e sempre ve ne vorr; sarete sempre la mia cara amica.
BEAT. Non potete negare di aver avuta un poco di gelosia per il signor Florindo; ma ora che vi sposate col signor Lelio, e che di Florindo avete detto tutto il male del mondo, a lui certamente non penserete pi.
ROS. Oh, io... non ci penso.
BEAT. E se io avessi qualche inclinazione per lui, non vi dar dispiacere.
ROS. Avete dellinclinazione per lui?
BEAT. Per ora non so niente di positivo; ma dico che caso mai facessi con lui amicizia, ci non mi farebbe perder la vostra.
ROS. S, ho capito che siete unamica finta.
BEAT. Come! Amica finta? Perch?
ROS. Per causa vostra, Florindo si disgustato con me.
BEAT. Perch per causa mia?
ROS. Non parliamo altro.
BEAT. Parlate, dichiaratevi.
ELEON. Eh, cara Beatrice, la signora Rosaura sa tutto, non occorre nascondersi. Sa che voi amate Florindo e che egli innamorato di voi; ma siccome ella sposer il signor Lelio, cos vi lascia il vostro Florindo, e sarete due buone amiche.
ROS. Io non sar mai amica di chi mi tradisce, e non ho licenziate le mie pretensioni sopra Florindo, e Lelio non lho ancora sposato. (parte)
BEAT. Che dite? (ad Eleonora)
ELEON. Io rido come una pazza.
BEAT. Ma voi avete accresciuto il fuoco.
ELEON. Lho fatto per prendermi spasso.
BEAT. Amica, compatitemi. Voi parlate troppo.
ELEON. E voi siete furba, ma non quanto basta.
BEAT. Andiamo, che abbiamo fatto una bella visita. Che mai succeder?
ELEON. Da una donna volubile non si sa quel che possa succedere. (parte)
BEAT. Rosaura volubile, Eleonora ciarliera; ma io lascier che dicano, lascier che si sfoghino, e sposer Florindo a dispetto di tutti. Quando io mi metto una cosa in capo, la voglio, se dovesse cascare il mondo. (parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera.
Rosaura sola.
ROS. Ma che testa la mia? Che cervello il mio? Che diranno di me le persone che mi conoscono? Mi cambio da unora allaltra. Quando penso con seriet al mio carattere, ho rabbia di me medesima e mi vergogno di essere cos volubile. Quando dico una cosa, ha da essere. Quando faccio una risoluzione, non sha da preterire. Quando do una parola, sha da mantenere. Non sar vero per altro che Beatrice si rida di me. Florindo il primo chio ho amato, e se torno a lui, non fo che correggere la mia volubilit, mostrandomi al primo impegno costante. S, amer Florindo; procurer riacquistarlo, gli sar fedele e far che di me si formi miglior concetto. Ma come potr io ricuperare il cuor di Florindo? Se gli potessi parlare, spererei persuaderlo. So aver io qualche volta dei momenti felici, nei quali mi posso compromettere di una vittoria.
SCENA SECONDA
Brighella e la suddetta.
BRIGH. Signora, gh el sior dottor Balanzoni che la vorria reverir.
ROS. (Questi il padre di Florindo... Verrebbe a tempo). (da s)
BRIGH. Comandela chel vegna, o chel vada?
ROS. Digli che padrone.
BRIGH. Benissimo.
ROS. No, senti. (A me non lecito parlar col padre dellamante in tal congiuntura). (da s)
BRIGH. Lo fazzo passar?
ROS. Vorrei... e non vorrei.
SCENA TERZA
Dottore e detti.
DOTT. Si pu venire? (di dentro)
BRIGH. Animo, cossa vorla che ghe diga?
ROS. Digli... non so.
BRIGH. La resti servida, che l padron. (Cuss la finir mi). (da s)
ROS. Chi tha detto?...
BRIGH. La vegna; la se comodi. (al Dottore che viene)
ROS. Se io non voleva...
BRIGH. Se no la sa comandar, che la vada imparar. (parte)
DOTT. Signora Rosaura, mi perdoni lardire.
ROS. Oh, signor Dottore, mi favorisce, saccomodi.
DOTT. Giacch non v il suo signor padre, mi prender la libert di parlare con lei.
ROS. Comandi, in che la posso servire?
DOTT. Mi permette che parli con libert?
ROS. Anzi parli pure senza soggezione veruna.
DOTT. Il signor Pantalone mha fatto intendere che avrebbe avuto piacere che fosse seguito il matrimonio tra lei e Florindo mio figliuolo.
ROS. (Gi sapeva che doveva venir rossa). (si copre il viso colle mani)
DOTT. Perch si copre gli occhi?
ROS. Oim, mi veniva da stranutire e non ho potuto.
DOTT. E cos, come le diceva, intesa che ebbi la sua inclinazione, ne parlai subito al signor Pantalone, e gli domandai la signora Rosaura sua figliuola. Egli con bont ha detto di s, ed abbiamo concluso il matrimonio, ma poi dopo viene da me il signor Pantalone, e mi dice che sua figliuola si mutata di pensiere, e che non vuol pi mio figliuolo in consorte. Io non posso credere che la signora Rosaura abbia una tal debolezza di spirito di cambiarsi da un momento allaltro, e cos fare scorgere suo padre; onde son venuto per sentire dalla propria sua bocca la verit, sicurissimo che una figliuola savia e onesta conoscer il suo dovere, e non far un affronto ad un galantuomo, dopo averlo fatto stimolare a domandarla per isposa.
ROS. (Ors, vi vuol coraggio). (da s) Signor Dottore, compatite se mio padre vi ha fatto credere che io non volessi mantenere la parola al signor Florindo. corso un equivoco di un forestiere assai ricco, col quale si credeva che io dovessi accasarmi. Io lho ceduto a mia sorella per mantenere la parola al signor Florindo, e altri che lui non prender per isposo.
DOTT. Brava, evviva, sicch posso dir con franchezza a mio figliuolo, che stia sicuro chella sar sua sposa.
ROS. S, diteglielo francamente e disponetelo ad essere mio. Ho paura che egli non voglia me.
DOTT. Per questo non dubito punto, perch mio figliuolo ha da fare a modo mio; intanto la riverisco. (parte)
ROS. Miglior congiuntura di questa non mi poteva capitare. Mostrando di compiacere al signor Dottore, ho fatto il mio interesse. Qualche volta io sono una donna politica. (parte)
SCENA QUARTA
Pantalone, Anselmo e Tiritofolo con alcune robe.
PANT. Dove, sior Anselmo?
ANS. Torno al mio paese.
PANT. Cuss presto? E se no ve mando a pregar, no ve degnevi gnanca de vegnir da mi.
ANS. Che mi comanda il signor Pantalone?
PANT. Gnente altro che dirve, che avendo inteso la vostra intenzion de voler per muggier mia fia Diana, invece de Rosaura, son pronto a darvela e contentarve.
ANS. Signor mio, con vostra buona grazia, io non voglio n luna, n laltra.
PANT. Mo perch?
ANS. Perch tutte due con quel cerchione ora si allargano ed ora si restringono.
PANT. Ve dir, sior Anselmo: ve compatisso, se per causa de qualche stravaganza che av visto, ve s squasi pentio. Ma mi son un omo onorato: me cognoss, sav che no digo busie, e ve parler schietto col cuor in man. Mia fia Rosaura ve accordo che la xe un poco mattarella, e per el vostro paese no la saria al caso, e la ve faria desperar; ma Diana, ve assicuro da omo donor, da mercante onorato, la xe una colombina innocente, una putta semplice, savia e modesta, da far de ella quel che se vol: no gh pericolo che la se metta in ambizion; la se contenta de tutto; onde, se la tiol, ve chiamer contento e felice. Ved, a mi me compliria de maridar con vu quellaltra, che la xe la prima; ma la sincerit no vol che ve tradissa, e intendo de far giustizia alla bont de Diana, procurandoghe una fortuna che la merita per el so costume, per el so bon cuor, per el bel tesoro della so innocenza.
ANS. Signor Pantalone, voi me ne dite tante di questa vostra figliuola, che quasi quasi mi persuadete; ma perch si messa anchella intorno quel carretto da far camminare i bambimi?
PANT. Xe st causa le cameriere. Ella no la lo porta mai. Sentindo le cameriere che laveva da esser sposa, le lha vestia in cerchio.
ANS. Una sposa non ancora sposata non ha daver bisogno che le si allarghino le vesti prima del tempo.
PANT. Diseme, caro vu, cossa xe quella roba?
ANS. Alcune coserelle che avevo comprate per regalarle alla signora Rosaura; ma ella le ha vedute, le ha disprezzate, chiamandole grossolane e vili.
TIR. verissimo, non ha fatto altro che disprezzarle.
PANT. Vedeu, Diana no laveria sprezz quella roba.
ANS. Se la signora Diana non le disprezza, son galantuomo, io gliele dono.
PANT. Aspett, proveremo. Diana.
DIA. Signore. (di dentro)
SCENA QUINTA
Diana e detti.
PANT. Vien qua mo, fia mia.
DIA. Vengo subito. (esce) Eccomi, signor padre.
PANT. Varda mo ste belle cosse, che te vol donar el sior Anselmo; te pisele?
DIA. Oh belle! Oh care!
ANS. (Carina, mi piace con quel bel bocchino! Le nostre montanare avrebbero detto: oh care, con tanto di bocca). (da s, con caricatura)
PANT. Cossa distu de sto bel panno? El xe grossetto, ma bon.
DIA. Questo mi terr caldo.
PANT. Varda mo, sto scarlatto!
DIA. Oh bello! Per i giorni di festa. Oh bello!
ANS. (Oh, che tu sia benedetta!) (da s)
PANT. Ste calze te pisele?
DIA. Oh, se fossero tutte mie!
ANS. (Le piace tutto). (da s)
PANT. Oe, oe, varda sto zoggielo: antighetto, ma bon.
DIA. Oh bello, oh bello! mio, mio. Lo voglio io, lo voglio io.
ANS. (Oh, che adorabile semplicit!) (da s)
PANT. Varda mo staltra zoggia. (le mostra Anselmo)
DIA. Qual gioja?
PANT. Questa. Sto boccon de zoggia. (parlando di Anselmo)
DIA. Via, mi burlate.
PANT. No astu dito che ti lo torressi per sposo?
DIA. S, lho detto. (ridendo)
PANT. Eccolo qua, se ti lo vol...
ANS. Se mi volete, son vostro.
DIA. E la gioja?
PANT. La zoggia, el xe elo.
DIA. Egli la gioja? Oh, questa s che da ridere. una gioja tanto grande, che mi fa spavento.
PANT. Ors, cossa diseu, sior Anselmo? Ve pisela sta putta?
ANS. Io ne sono innamoratissimo.
PANT. Se la vol, la xe vostra.
DIA. Come sua? Io son vostra; mi avete forse venduta? (a Pantalone)
PANT. S, tho vend a sior Anselmo.
DIA. E quanto vi ha dato?
PANT. Sentiu che innocenza? (ad Anselmo)
ANS. Per le nostre montagne un capo dopera.
PANT. Andemo a far do righe de scrittura.
ANS. Andiamo pure; sono con voi.
PANT. Diana, quella roba xe toa. (parte)
ANS. S, quella roba vostra, e anche questa gioja. (parte)
DIA. Quella non gioja da portare al collo. (parte con Tiritofolo)
SCENA SESTA
Brighella, Colombina e Corallina.
BRIGH. Alto, alto, fermeve.
COL. Datemi il mio zecchino.
COR. Restituitemi il mio danaro.
COL. Cos burlate le povere donne?
COR. Cos le assassinate?
BRIGH. Me maraveggio dei fatti vostri. Son un galantomo, e non ho bisogno dei vostri danari. Ho fatto per far una prova, per vder se nissuna de vualtre do pettegole me vol ben. Mi no vi pi servir; me vi maridar; ma vi una che me voggia ben. Vho prov; vho cognoss: s do bone limsine; me maltratt, me strapazz; per un zecchin me vol far perder la reputazion? Non occorraltro. And al diavolo tutte do. Perder sta fortuna, perder un omo della mia sorte, e pianzer la vostra maledetta avarizia, e mi rider con una sposa al fianco, che ve far morir dallinvidia.
COL. Io lho detto... cos per ischerzo... per altro lo zecchino ve lho donato. (mortificata)
COR. Se ne volete degli altri, siete padrone. (mortificata)
BRIGH. Eh, sangue de mi, tol el vostro zecchin. (finge tirarli fuori)
COL. No, no, tenetelo.
COR. Non lo voglio, non lo voglio.
BRIGH. Non lo vol?
COL. Io ve lo dono.
COR. Ed io ve laveva donato.
BRIGH. Basta, per no mortificarve, lo tegnir.
COL. Ma... dite... Chi sar la vostra sposa?
BRIGH. Quella che me vorr pi ben.
COR. Io vi amo con tutto il cuore.
COL. Ed io spasimo per voi.
BRIGH. Ors, stassera se d la man alla paroncina zovene, e pol esser anca alla pi granda, se la se conserver dellistesso pensier fin a stassera. El padron far un poco dallegria, un poco de conversazion, e se pol dar che me resolva anca mi.
COL. Chi sar mai la fortunata?
BRIGH. Ho fiss, ma nol voggio dir.
COR. Via, ditelo.
BRIGH. No, nol voggio dir. Una de vualtre do; ma no vi dir quala.
COL. Ditelo, caro Brighella, levatemi di pena.
BRIGH. Ors, lo dir e no lo dir. La pi bella.
COL. (Questa fortuna avrebbe a toccare a me). (da s)
COR. (Oh, sar io senzaltro). (da s)
COL. (Che cosa ha di bello colei? Niente).
COR. (Diavolo! Se dicesse che pi bella Colombina, direi che egli orbo).
COL. (Oh, mio senzaltro). Brighella, son contentissima. (parte)
COR. (Io, io sar la sposa). Ora vedo che mi volete bene. (parte)
SCENA SETTIMA Brighella, poi Pantalone.
BRIGH. And l, che st ben tutte do.
PANT. Animo, presto, govern quelle camere. Mett suso le candele. Parecchi un poco de caff.
BRIGH. Per molta zente?
PANT. Per diese o dodese persone. Stassera Diana d la man a sior Anselmo; bisogna far qualcossa.
BRIGH. E la siora Diana se sposer prima della siora Rosaura?
PANT. Loccasion porta cuss. Sior Anselmo ha dandar via, ma pol esser anca, che in tel istesso tempo Rosaura se marida col sior Lelio. Avemo parl insieme za un poco: el ghaveva della difficolt per causa de un poco de zelosia, ma credo chel vegnir qua, e se giuster tutto.
BRIGH. Un gran cervelletto difficile che l quella siora Rosaura; la fa deventar matta la povera servit.
PANT. Oh, se me la posso destrigar! Ma via, no perdemo tempo, fe quel che vho dito.
BRIGH. La servo subito. (parte)
SCENA OTTAVA
Pantalone, poi Florindo.
PANT. Se resto solo, se me libero da sti do intrighi, me vi maridar anca mi.
FLOR. Servitor umilissimo, signor Pantalone.
PANT. Patron mio reverito. Cossa comandela?
FLOR. Desidero saper da lei una verit. Mio padre mha detto aver parlato colla signora Rosaura; e chella non solo disposta a darmi la mano, ma lo ha pregato a sollecitare le nostre nozze. Desidero sapere da vossignoria come vada questa faccenda.
PANT. Fio mio, ve posso assicurar che la cossa xe tutta al contrario. Rosaura xe impegnada co sior Lelio. La lo vol a tutti i patti. Per contentarla, ho dito de s. Col sior Lelio sha stabilio, e a momenti laspetto per concluder sto matrimonio.
FLOR. Posso dunque dispor di me, senza riguardo alla parola che prima era corsa?
PANT. Quella parola no tien. Xe tutto a monte.
FLOR. Signor Pantalone, servitor umilissimo.
PANT. Compatime, mi no ghe nho colpa.
FLOR. Oh, non mi preme. Bastami essere in libert, e vi ringrazio davermi assicurato. (Dica ci
che vuole mio padre, Beatrice sar mia sposa). (da s, parte)
SCENA NONA Pantalone, poi Rosaura.
PANT. E pur quanto laveria fatto meggio a tor Florindo, piuttosto che Lelio; ma le donne le la vol a so modo, e mi, per destrigarmela de casa, procuro de contentarla.
ROS. Ebbene, signor padre, siete rimasti daccordo col signor Florindo?
PANT. S, in do parole savemo destrig.
ROS. contento?
PANT. Contentissimo.
ROS. Quando si faranno le nozze?
PANT. Che nozze?
ROS. Le nozze mie.
PANT. Anca stassera, se vol.
ROS. O son contenta. Fate venire il signor Florindo, e spicciamola.
PANT. Cossa ghintra Florindo?
ROS. Non ha da esser mio sposo?
PANT. Come! Florindo? No astu dito che ti vol Lelio?
ROS. Ma ora non venuto per me il signor Florindo?
PANT. E per questo?
ROS. Aveva pensato meglio...
PANT. Via, matta, via, senza giudizio. Ti ha dito de voler Lelio, e ti lo sposer, o per amor, o per forza; e se no ti sposer Lelio, no ti sposer pi nissun al mondo. E se no ti ghaver cervello, te cazzar tra do muri: frasconazza, imprudente, volubile come el vento. (parte)
SCENA DECIMA Rosaura e Lelio.
ROS. Canta, canta, io la voglio a mio modo. Ho stabilito di voler Florindo, e non voglio mutar pensiero. Mio padre mi dice volubile, ed io sono diventata la pi costante donna di questo mondo.
LEL. Signora, perch il signor Pantalone mi ha rappresentato che voi avete della bont per me, vengo ad assicurarvi che ho della stima per voi.
ROS. Io non mi curo della vostra stima, e voi potete far poco capitale della mia bont.
LEL. Perch mi rispondete in tal guisa?
ROS. Perch sono una donna costante. (parte)
SCENA UNDICESIMA
Lelio solo.
LEL. Bella costanza invero! Costante nella pazzia; costante, si potrebbe dire, nellincostanza! Ors, finita. Con lei non me ne impaccio mai pi. Sinora sono stato esitante; ora mi determino per la signora Eleonora, e vado in questo punto a risolvere, sella non mi ricusa. (parte)
SCENA DODICESIMA
Camera di conversazione, con illuminazione.
Diana, Colombina e Corallina.
COL. Oh via, venite qui; lasciatevi mettere il cerchio.
DIA. Non lo voglio assolutamente.
COR. Volete sposarvi in questabito?
DIA. Il signor Anselmo mi ha detto di s.
COL. Eh, che il signor Anselmo un pazzo.
COR. Eh, che il signor Anselmo un montanaro.
SCENA TREDICESIMA
Anselmo e le suddette.
ANS. Che c? Che fate?
DIA. Guardate, signore, mi vogliono mettere il cerchio.
ANS. Ah, femmine indiavolate! La signora Diana forse da distillare, che la volete mettere in quel tamburlano?
COL. Ma ha da sposarsi come serva?
ANS. In questo ci ho da pensar io, e non voi.
COR. Oh, che sposino di buon gusto!
ANS. Portate via quellimbroglio. I piedi della signora Diana non hanno bisogno dellombrello per ripararsi dal sole.
SCENA QUATTORDICESIMA
Pantalone e detti.
PANT. Oe, siori novizzi! Cuss me pias star insieme.
ANS. Per carit, fate che quelle donne portino via quel copertoio da quaglie.
PANT. Via, port via quel felze da barca.
ANS. Oh bravo! Questo un nome chio non lo sapeva.
COL. Oh, volesse il cielo, che quando mi marito lo potessi portar io. (leva via il cerchio)
ANS. Ma perch avete accesi tanti lumi? Avete paura chio non ci veda ad ammogliarmi con vostra figlia?
PANT. Faremo un poco de conversazion.
ANS. A me basta la conversazione fra lei e me.
PANT. Vegnir della zente.
ANS. A che fare? Per il matrimonio bastano due persone.
PANT. Caro sior Anselmo, compat. In questo me son uniform al costume. Co se d la man, se invida i parenti e i amici. Mi parenti no ghe nho, perch son fora del mio paese; onde ho invid qualche siora, amiga delle mie putte.
ANS. Ma colla signora ci sar il signore?
PANT. Pol esser; ma no ghe xe mal.
ANS. Basta, anderemo in montagna.
COL. Ecco la signora Beatrice.
COR. Vi ancora la signora Eleonora; si congratuleranno con voi, che siete la sposa.
DIA. Oh, io mi vergogno!
PANT. Vedeu? Ecco le signore.
ANS. Non ve lho detto? Colle signore vi sono i signori.
SCENA QUINDICESIMA
Beatrice, Eleonora, Florindo, Lelio e detti.
BEAT. Serva di lor signori. (tutti salutano)
ELEON. Riverisco lor signori.
BEAT. Sposina, mi rallegro con voi.
ELEON. Godo delle vostre felicit.
DIA. (Si nasconde dietro la scena)
BEAT. Via, via, non fuggite.
ELEON. Eh, gettate via la vergogna.
DIA. (Seguita a nascondersi)
ANS. (Oh che bella semplicit!) (da s)
PANT. Ah, cossa diseu? (ad Anselmo)
ANS. innocentissima; ma presto in montagna. (a Pantalone)
SCENA SEDICESIMA Rosaura e detti.
ROS. Signori miei, riverisco tutti. (tutti la salutano) Che vuol dire, signor padre, tutta questa bella conversazione? Sono forse venuti per favorirmi? Grazie. Ho piacere che qui vi siano varie persone unite, per far sapere a tutti che, se per lo passato sono stata soggetta a qualche cambiamento, ho mutato ora costume, e mi pregio della costanza; e perci, siccome il mio primo impegno fu col signor Florindo, intendo di mantenerlo, e sono pronta a dargli la mano di sposa.
FLOR. Signora, vi ringrazio infinitamente della vostra cortese bont. Lodo che abbiate stabilito di voler esser costante. Ci accrescer merito e prestigio alla vostra bellezza. Voi mi onorate collesibizione della vostra mano, ed io vi dico che la mia sposa la signora Beatrice.
PANT. Ti, ghho gusto. (a Rosaura)
ROS. Come! Amica finta, cos mi tradite?
BEAT. Io tradirvi? Vi ha tradita la vostra volubilit.
ROS. Ma vedo benissimo la scioccheria chio faceva, a sposare uno che non lo merita. Eccomi sciolta dal primo impegno, ed eccomi obbligata al secondo. Se il signor Florindo mi ha messa in libert, potr appagare il mio genio, e sposarmi al mio caro signor Lelio.
LEL. Veramente confesso non meritar le vostre grazie, e mi sorprende limprovvisa vostra predilezione; dicendomi caro, segno che mi amate, ed io sono forzato a dirvi, che la mia sposa la signora Eleonora.
PANT. Ti, ghho gusto. (a Rosaura)
ROS. Come, anche voi mi avete tradita? (ad Eleonora)
ELEON. Io tradirvi? Incolpate la vostra volubilit.
ROS. Voi credete davermi fatto uningiuria, e pure mi avete fatto il maggior piacere del mondo. Per causa vostra, non poteva accettare una gran fortuna, temendo mi venisse rimproverata la parola che a voi dato aveva. Ecco qui il signor Anselmo: egli mi ha esibito pi volte le di lui nozze: le ho ricusate per causa vostra; ora le accetto, e vado in questo momento a levarmi il cerchio.
ANS. Fermate. Senza che perdiate altro tempo, ecco qui che alla presenza di tutti questi signori, io do la mano di sposo alla signora Diana.
PANT. Ti, ghho gusto. (a Rosaura)
ROS. Come! Alla sorella minore?
ANS. Ella pare di voi minore, perch non imballata come siete voi.
ROS. Oim! Vedo tre spose, ed io resto senza sposo?
PANT. To danno. (a Rosaura)
COL. Anzi ne vedrete quattro.
COR. S, quattro; Brighella deve sposarmi.
COL. Brighella sposer me.
SCENA ULTIMA
Brighella e detti.
BRIGH. Son qua, chi me comanda?
COL. vero, Brighella, che voi sposerete me?
COR. vero che a me darete la mano?
BRIGH. Ve dir: ho dito de sposar la pi bella; ma vedo che s tutte do belle a un modo; onde per no far torto a nissuna, no sposer n luna, n laltra.
COL. Briccone! Datemi il mio zecchino.
COR. Indegno! Datemi il mio danaro.
BRIGH. Sior s, vago a servirla. La vol che porta el caff? La servo subito. (a Pantalone, e parte)
ANS. Io non voglio altro caff. Signori, auguro a tutti la buona notte; io me ne vado colla mia sposa. (parte)
FLOR. Ed io pure partir colla signora Beatrice; giacch mi ha accordato di sposarla mio padre, assicurato del carattere della signora Rosaura. (parte)
LEL. Io parimenti ander a concludere colla signora Eleonora. (parte)
ROS. Ed io rester qui, col rossore di essere abbandonata e schernita? Ah s, me lo merito. Questo il gastigo della Donna Volubile: voler tutto e non aver niente. Cambiarsi sempre e non risolver mai, e finalmente voler esser costante, quando non v pi tempo. (parte)
Fine della Commedia
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