La figlia dell’acqua


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La figlia dell’acqua

DI

FEDERICA BARCELLONA

Tutti i diritti sono riservati S.I.A.E

PREFAZIONE DELL’AUTRICE

Essendo io donna, potendo parlare di quello che conosco, parlo io dunque delle donne. Parlo del loro sentire, del loro modo di esprimere.

Dallo studio del Linguaggio della Dea, un’ispirazione concreta traccia figure femminili che emergono dalla storia per la storia.

STRUTTURA DELL’OPERA

Attraverso lo scorrere di immagini ed emozioni, si sviluppa la sequenza di 12 quadri. Ognuno di questi riporta visioni, possibilità, storie di mondi vissuti attraverso il sentire femminile.

Questi quadri apparentemente a sé stanti in realtà compongono un’opera più grande.

Sono chiamati quadri, appunto, per la loro caratteristica monogenica. Monadi in viaggio passano come tracciati di vita, come le emozioni nelle pulsioni della vita. In quanto monadi contengono lo stesso principio: come infiniti specchi si riflettono e si attraversano l’una nell’altra.

Il testo trova completamento nel contaminarsi delle diverse espressioni artistiche che realizzano la pièce: l’ambientazione scenografica, il canto, la danza, i costumi ed il testo lavorano in una sinergia creativa verso la comunicazione sensoriale.

La scenografia è una vera e propria installazione ambientale all’interno della quale si succedono le scene; mentre sul telo, che costituisce gran parte della scenografia, saranno proiettate immagini di un video: fotogrammi fissi o elaborazioni in movimento al computer.

I quadri, che si sviluppano in scena, tracciano eventi contemporanei e quotidiani; mentre le immagini che viaggeranno in simultanea sui fondali ne segneranno il corrispettivo ancestrale. Un esempio nel prologo, la Dea Uccello si presenta sulla scena in una versione divina e contemporanea: ispira al volo più che volare lei stessa. Il suo costume è parte integrante della scena, la collega, infatti, come filo senza estremità al cielo ed alla terra. Nella proiezione la Dea Uccello si protende da una roccia sovrastante l’oceano. Si lancia in mare ed attraverso l’acqua avviene l’iniziazione. La massa liquida si trasforma in una crisalide, il tutto si dirama in infiniti fili blu, segnando così la scena successiva.

L’ancestrale divino ed il contemporaneo quotidiano accadono simultaneamente. In maniera surreale, è evocata una realtà dove l’elemento divino si rivela presente in ogni essere umano, qui ed ora.

TRACCIATO POETICO

Il simbolo dell’acqua, presente insieme con altri come il cerchio, le spire, le mani, i piedi, riporta l’antico segno della Dea primordiale della creazione, della morte come rigenerazione, dell’energia stessa, del tempo ciclico.

Simboli evocatori come stimoli del divenire: così tracciati di vita avvengono e scompaiono. Emozioni scorrono, forse si ripetono, a volte si trasformano.

Come nelle pulsioni della vita le sensazioni sorprendono ed abbandonano, alla ricerca di un senso apparentemente inesistente, nell’incessante flusso per consentire una continuità.

La Dea Uccello è nascita e morte insieme, l’aspetto notturno della dispensatrice di vita. Un osso nudo, colore dell’osso, osso stesso.

Un enorme triangolo pubico e occhi tondi impregnati dell’umidità creatrice di vita.

In quanto promotrice dell’inizio del ciclo vitale, la Dea appare come un minuscolo, misterioso feto: è un gemito neonato in un corpo di donna.

A quante cerimonie nel fondo dei mari ho assistito, come Thetys? Il corso inarrestabile pronto ad estinguere ciò che è incerto ed oscuro.

In questo la fanciulla è emanazione del sacro.

Acqua benedetta ed amata dalla Papessa; per lei l’acqua si fa segno e tempo, dove immergersi e viaggiare.

L’acqua completa lo specchio. La figlia dell’acqua vi s’immerge, talvolta ne diviene la stessa profondità. Così colei che comunica con il divino per ritrovare la sua delicatezza, come sirena solleva l’amore al canto.

La misticità è acqua e si dona nella rugiada, per essere raccolta in specchi quadrati: Simone Weil, colei che comprende il regno trascendente, si fa portatrice di saggezza, ed inconsapevolmente, d’immortalità.

Le figlie dell’acqua sono amanti e profetesse di un mondo capace di cambiare e rinascere dalle stesse fontane, un tempo nate dalle loro lacrime: "In quel tempo il torrente che fluisce sul corpo sgorga dagli occhi ……e il dolore è solo un confine."

Prologo: La Dea Uccello

SCENA I

I Quadro: Danza de la Dea della Fertilità

II Quadro: La Dea della Fertilità

III Quadro: Thetys (e danza di Thetys)

SCENA II

IV Quadro: Cleopatra (e danza)

V Quadro: Zenobia (e coro)

VI Quadro: La Nereide (danza)

SCENA III

VII Quadro: La Papessa Giovanna (coro)

VIII Quadro: Giovanna D’Arco

IX Quadro: Sirena (e coro)

SCENA IV

X Quadro: Simone Weil (e voce)

XI Quadro: Janette Rankin

XII Quadro: Danza delle monadi

EPILOGO: Lillith

PROLOGO

Dea Uccello

(Sospesa)

In quel tempo,

il torrente che fluisce sul corpo

sgorga dagli occhi.

In quel tempo

l’energia feconda

ruota intorno alla bocca

e come corna d’ariete e spire di serpente

il cerchio porta il dono.

In quel tempo

ogni sillaba pronunciata

ha suono divino.

Solleva l’amore al canto.

In quel tempo

la forza rigeneratrice

è pari agli umidi del sole,

dell’albero che cresce, del cerchio.

Ma l’inganno domina gli illusi.

E’ facile confondere la saggezza con il potere,

la vita con la morte,

la speranza con la disperazione.

Quel tempo è ora.

Non una volta, o allora.

Adesso nell’istante del desiderio,

nell’istante dell’azione,

il dolore è solo un confine.

Devi lasciarlo cadere.

Devi lasciarlo morire.

SCENA I

I QUADRO

Danza Afro

(Entrano i Jambés e la ballerina afro che esegue una danza afro decisamente forte)

II QUADRO

Dea della Fertilità

(E’ una donna incinta, con un pancione smisuratamente grande.

In piedi in una tinozza con dell’acqua, con un movimento sempre uguale raccoglie l’acqua, e lasciandola cadere sul pancione se lo lava delicatamente. Indossa una veste color crine. Sembra un’immagine d’inizio secolo trasportata nel futuro)

Così rinasco come terra umida.

Feconda di desiderio la sfiora.

Con l’aria penetro la mia solidità.

Nei movimenti la dolcezza violenta l’anima.

Madre di se stessa figlia nel tutto divengo.

Così rinasco come terra.

Guardo il sole negli occhi

e corro rapida dove l’acqua fugge.

Non può durare a lungo un cuore senza battito.

Così rinasco come terra

nel tempo dell’incompiuto

è il tempo della meraviglia.

La vita cammina in punta di piedi

permea il silenzio e nel vuoto accade.

Madre di se stessa d’infiniti figli.

Un tutto si rigenera un tutto fluisce.

Così rinasco come terra

nel rumore del caos

Rinnovo l’ordine dell’uno.

Ora tutto appare una bugia

Ma la realtà sta per essere penetrata.

Così rinasco come terra

Senza separazione nel divenire

Perché ciò che appare immobile è solo stanco.

III QUADRO

Thetys

(Lunghi fili di tulle blu si diramano sulla scena. Una danzatrice, legata alle estremità del tulle, esegue una partitura corporea, mentre un’altra figura danza nell’acqua, una voce fuori campo esegue Thetys.)

A quante cerimonie nel fondo dei mari ho assistito?

Da più di trenta mila anni io discendo e ridiscendo sola

Fra colonie di luce odo canti tersi e liquidi

E fra i miei seni la gioia si scioglie e si distende.

Acqua densità fluida che genera e sconvolge.

Io sono il fiume potente dal corso tumultuoso che niente delimita.

Quaggiù dove io discendo e ridiscendo sola,

talvolta i suoni si fanno oscuri ed irrequieti,

allora il mare calmo mi raccoglie ed è armonia:

mi trovo separata ed unita al tutto che respira.

In questo continuo assorbimento io divengo senza limiti.

Poggio i miei occhi su spiragli blu

da dove scorgo la terra tremante e vivida.

Quaggiù dove io discendo e ridiscendo sola

vedo cose che lassù non si guardano e si dimenticano.

Quelle che appaiono Isole nella profondità sono un’unica terra.

Immagino viaggi invisibili senza barriere.

Basterebbe guardare un po’ più in là.

Riconoscersi in un possibile altrove.

Qui c’è l’ebbrezza dell’aurora e l’aurora è negli occhi.

Qui c’è la gioia del canto e il canto è nel cuore.

Qui niente si arresta. Un tutto fluisce.

Non esiste uno spazio veramente vuoto.

Un tutto mi riempie. Ad un tutto appartengo.

Mi svolo liquida nelle infinite possibilità.

Se il dolore mi scompone di sete risano il cuore.

Il limite del sogno sta nell’indebolirsi del desiderio.

Il filo senza estremità si dipana.

Ma l’inganno domina gli illusi.

Quaggiù io conservo la trama dei vostri sogni,

quelli mai realizzati, o abbandonati.

Oltre al confine io sono colei che tutto contiene

…. eppure il desiderio di essere contenuta anch’io.

Si il cerchio porta il dono.

(Si allontanano entrambe, fino ad uscire di scena.)

IV QUADRO

CLEOPATRA

(Durante il monologo Cleopatra richiama la musica che resterà a basso volume per tutto il monologo, alla fine del quale, esplode una danza)

Io sono fatta di emozioni, di profumi, di colori.

Le emozioni portate in superficie, sono come i profumi evaporati.

I colori si sbiadiscono, tutto si confonde e si perde.

Musica! Oh, sublime malinconico cibo.

Solo un canto ora può trapassarmi la pelle.

Un canto d’amore...

Oh, voglio raccontare tutte le storie

Quelle false e quelle vere

da non poter scindere menzogna o verità.

Madre di me stessa figlia.

Vorrei penetrare senza perdere

Vorrei adagiarmi senza preoccupare.

Ma ciò che appare: un buco nero. Un contenitore. Un cerchio. Una voragine. Un risucchio. Un mutamento. Un pozzo senza terra. La morbidezza della carne...

Io sono fatta di emozioni, di profumi e di colori.

Le emozioni portate in superficie, sono come i profumi evaporati.

I colori di diffondono, tutto prende consistenza,

io sono e tutto quello che io voglio essere divento.

V QUADRO

ZENOBIA

Io che sono erede al trono

io che sono imperatrice d’oriente.

io che qualche volta mi sento spinta dal vento

qualche volta non mi sento.

Il dolore fa il vuoto e si fa vento.

... Tale è la condizione umana.

Io che sono guida del mio popolo

Io che cerco di essere libera.

Io che cerco di essere.

Essere qualcosa di nuovo.

Io che mostro i valori dell’essere umano

a chi inneggia al valore militare.

Io guida, o Sovrana

col mio passo precedo i vostri cuori.

Io coraggiosa

Io non godo della morte altrui

Io non ho prodezza eroica

Io non sopporto il dolore

Io coraggiosa

Io credo nella gioia

Io lotto nella paura

Io spero nel giorno

Io coraggiosa

son madre per natura

Io guardo negli occhi il mal per vedere il bene

Io non tolgo la vita

Io non tolgo ogni possibilità.

Io vedo i cieli aprirsi nel mio sguardo quando desidero…

Io riconosco il tesoro più prezioso.

Togliere sofferenza e mettere gioia è cosa assai difficile.

Ch’io sia donna, o Imperatrice

Solo così il mio sguardo servirà ai vostri occhi.

Solo così il mio correre traccerà il letto del fiume.

Solo così il fiume scorrerà veloce, tremerà la terra,

e voleranno alte le rondini nei nostri occhi.

(Coro)

VI QUADRO

(Entra la Nereide e danza come in punta di piedi sull’acqua.

L’immagine dovrà brillare come il sole sull’acqua)

Danza della Nereide

VII QUADRO

LA PAPESSA GIOVANNA

Indossa una veste papale in juta. Appare confinata in un sotterraneo suburbano del 2000. La scenografia può essere resa in diapo. In sottofondo gocciolio d’acqua.

(Bisbigliato)

Leggenda o verità leggenda o verità

Leggenda o verità leggenda o verità

(Intima e chiara)

Di me madre, silenzio profondo.

Quaggiù dove io discendo e ridiscendo sola,

mi solca d’assenza la terra.

Di me madre ad un tutto appartengo.

Urlo alla mia voce il mancato tempo di noi.

Ti partorisco di piume e di sangue.

Mi svolo.

Nessuna consistenza mi riempie.

Un tutto si strazia un tutto si riempie.

Di me madre, sento ancora i lacci stringermi le caviglie

Ed attaccata alle leghe del cavallo riesco solo a baciare la terra.

Strisciare fino a morire.

(Cambio tono: ironica)

Si, perché io sono morta.

Anzi cancellata. Eliminata. Non ci sono mai stata.

Leggenda o verità,

colei che ha osato sedere sul trono di Pietro.

Leggenda o verità

questo è il tempo della confusione

L’inganno domina gli illusi

Leggenda o verità,

(Leggendo)

<<Dopo questo Leone IV, Giovanni, di nazionalità inglese, resse il pontificato per due anni, sette mesi e quattro giorni. Fu a quanto si dice una donna. Adolescente, travestita da uomo, progredì nelle diverse scienze che più nessuno poteva eguagliarla. Aveva destato grande ammirazione, fu eletta Papa all’unanimità.>>

Leggenda o verità, esisto.

<<Che non venga iscritta nel catalogo dei pontefici a motivo dell’indegnità che il suo sesso femminile comporta in materia.>>

colei che rese necessaria la verifica della reale esistenza del sacro augello. I seggi forati!

Leggenda o verità

Il mio gesto fu bloccato, il mio sentire reciso, l’impossibilità di esprimersi.

A me non è stato concesso di essere viva.

Ma mentre morivo, nascevo a nuova vita.

Perché lì ho provato il primo sentimento compassionevole per la mia vita.

Lì dove sentivo la terra penetrare la mia pelle

... con me era la sua condivisione.

Oh, terra, no non te ho mai odiato.

Leggenda o verità

Io, intanto, cammino, mi perdo, mi ritrovo. Intanto viaggio.

Ogni passo è il viaggio.

Qualche volta spinta dal vento. Qualche volta non mi sento. E allora è il dolore che fa il vuoto, che si fa vento e mi spinge a essere qualcosa. Essere qualcosa di nuovo. Essere.

Cambiare. Veloce.

Vivere. Ferro suono Danza (?)

VIII QUADRO

Giovanna D’Arco

(Incatenata in modo tale da essere libera nei movimenti. Intorno a lei sul telo scorrono immagini diapo diverse.)

Ho cantato ai piedi di quell’albero.

Fino a quando ho saputo che dovevo venire in Francia.

Non ho mai sentito dire che vi bazzicassero le fate. Però ho saputo, da mio fratello, che in paese dicevano: <<Giannetta ha imparato il fatto suo all’albero delle dame>>. Ma non è vero niente. C’è chi lo chiama anche "l’albero delle fate". Vicino all’albero c’è una fontana. A quel che ho sentito dire, chi soffre di febbri beve a questa fontana, e viene ad attingerne l’acqua per recuperare la salute.

All’ombra dell’albero s’intrecciavano ghirlande per Nostra Signora di Domrémy. Qualche volta io e le ragazze le lasciavamo appese ai rami.

Correvano certe profezie annunciando che nei dintorni del bosco doveva venire una pulzella, la quale farebbe meraviglie. Ma io non ho mai prestato fede a queste profezie.

Le mie azioni sono tutte nelle mani di Dio e, per ogni cosa, me ne rimetto a Lui. Se ho fatto o detto qualcosa di contrario alla fede cristiana stabilita dal nostro Signore, lo ripudierò. Per me nostro Signore e la chiesa sono tutt’uno e non si devono fare difficoltà.

No, l’abito da donna, non lo indosserò ancora, fino a quando non piaccia a Messere, e non certo per ordine della giustizia. E’ più conveniente per me riprendere e portare un abito da uomo, essendo fra gli uomini e così ho fatto perché non si è mantenuto ciò che mi era stato promesso: andare a messa, e passare al carcere ecclesiastico, dove sarei stata controllata da guardie meno affamate di queste, come delle donne per esempio.

Credo fermamente che Messere non mi lascerà toccare così il fondo, senza che io non abbia soccorso da Lui e per miracolo.

La mia vittoria è pari alla forza della mia fede.

In verità anche se voi doveste strapparmi le membra e farmi partire l’anima dal corpo, non vi direi altro, e qualunque cosa vi dicessi, dopo vi direi che me l’avete fatta dire per forza....

Così orribilmente e crudelmente mi si tratta.

Bruciata?! No! Il mio corpo intatto mai corrotto, ridotto in cenere!

Decapitatemi sette volte ma non bruciate il mio corpo.

Oh, Dio! Giudica questi torti che mi fanno.

Oh, dolce abbraccio di santa Caterina e Margherita, il vostro odore è aria da me che manca.

Mi fa più paura vivere senza fede che morire."

"Voi siete tutti perduti!"

IX QUADRO

Sirena

(assolo e coro)

X QUADRO

Simone Weil

(La sua immagine è quella di una persona in viaggio. Indossa un cappottino, un cappello e in mano tiene una borsa quadrata.)

(seduta)

So di essere intellettualmente poco dotata e per questo penso di non poter mai accedere al regno trascendente della verità.

(alzandosi) Poi, però, dopo mesi di oscurità, all’improvviso e per sempre, ho avuto la certezza che qualsiasi essere umano, penetra in questo regno. E fa di continuo uno sforzo per afferrarla.

(andando) Non dimenticare mai che tu hai il mondo intero, la vita intera davanti a te, che per te, la vita può essere più reale, più piena, più gioiosa.

Non mutilarla in anticipo con nessuna rinuncia.

Il cerchio porta il dono.

In questo vi è una fonte inesauribile di gioia.

Ma l’inganno domina gli illusi.

La rivoluzione non è il trionfo dell’irrazionale.

Non è una catastrofe.

La rivoluzione è un’azione metodica in cui ci si sforza di eliminare i danni.

E’ una moralità superiore.

Io mi sento sempre più in uno stato di grazia.

Mi esiliano dalla Francia.

Io, intanto, cammino, mi perdo, mi ritrovo. Intanto viaggio.

Ogni passo è il viaggio.

Solo vorrei tornare in Francia.

Non voglio morire lontana dalla Francia.

Ma presto sarà una sera d’Agosto. Io sono serena. Sto morendo.

Soltanto non sono in Francia.

Non mutilarla in anticipo con nessuna rinuncia.

Non dimenticare mai. Il cerchio porta il dono.

Non dimenticare mai che tu hai il mondo intero, la vita intera davanti a te, che per te, la vita può essere più reale, più piena, più gioiosa.

Non mutilarla in anticipo con nessuna rinuncia.

XI QUADRO

JANNETTE RANKIN

(Entra il coro che inizia basso e poi cresce con il monologo)

E’ IL 1944. Comincia la guerra nel pacifico.

Un solo membro del congresso americano vota no alla dichiarazione di guerra al Giappone.

Io Jannette Rankin. "Come donna non posso andare a combattere e rifiuto di mandarci chiunque altro."

Io Jannette Rankin, la prima donna eletta alla Camera dei deputati.

Sono accusata di tradimento e obbligata a dimettermi.

Con minacce di morte ed intimidazioni.

Ho 61 anni e non temo nulla. Questa è la mia più grande felicità.

Un essere umano può ucciderne un altro. Ma non si può uccidere un pensiero, un’ideologia.

Io credo nella non violenza, credo nella resistenza morale all’ingiustizia.

E’ il 1968. Ho 86 anni e guido una marcia di diecimila donne per la pace. Il mio spirito è proiettato al futuro e i miei ideali sono ancora vivi adesso: ho 92 anni e lascio questo corpo stanco, ma io no!

(Apice del coro)

EPILOGO

Lillith

(Solo voce: è un soffio. Mentre tutte entrano uno ad uno gradatamente, Lillith chiude.)

Niente può separarmi da me stessa.

M’involo nel cielo che riempie la terra,

cielo che riempie la stanza,

lo stesso cielo che riempie anche me.

Scopro un nuovo rispetto, rispettando me.

Scopro un nuovo amore, amondomi.

Sinceramente

Preferisco salire verso la gioia

il respiro, il soffio.

Attraverso le ombre illuminare il dubbio.

Sentirmi finalmente leggera

Lasciare le braccia libere, aeree.

Ridere amare senza rinunce.

Non voglio dover rinunciare.

Non rinunciare.

(Resta un quadro delle donne)

fine

federica barcellona

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