La gibigianna

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LA GIBIGIANNA

Commedia in tre atti e quattro quadri

DI CARLO BERTOLAZZI

PERSONAGGI

ENRICO

BIANCA

LA SIGNORA CAROLINA

LA SIGNORA ROSA, proprietaria del «Ristorante Mezzogiorno»

IL SIGNOR VIALI

PAOLINA, sua moglie

CESARINO, MARIA, LUCIANO, suoi figli

CLORINDA

CLELIA

COLOMBINI, primo ca­meriere

DON LUIGI

FERLETTI

MEZZI

SAPERLOTTI

MUZZACCHI

IL SECONDO CA­MERIERE

LUCIA

GIOVANNINO

GINEVRA

TEODORO

TERESA

LO SCACCINO

GINO

GUSTAVO

LA SIGNORA VIGLIANI

MARIA

LA PORTINAIA

LA SIGNORA CLEOFE

UN SIGNORE

FILOMENA

GIUDITTA

RACHELE

Camerieri - Avventori - Fedeli

Scritta originalmente in dialetto milanese e por­tata in italiano dallo stesso autore «La gibigianna» è la più caratteristica viva e vitale delle commedie di Carlo Bertolazzi. Nel 1898 ebbe un successo trionfale, ed al Teatro Filodrammatici di Milano fu replicata per oltre cinquanta sere. Nel 1905 fu recitata a Roma dalla «Stabile romana », nel 1921 dalla Compagnia « La Lombarda diretta da Colantuoni. - Ripresa il 23 dicembre 1942 da Anton Giulio Bragaglia, che al Teatro delle Arti ne ha dato con i suoi attori una edizione magnifica, « La gibigianna » ha rinnovato il successo che è sempre stato legato al suo ricordo. - Carlo Ber­tolazzi, scrittore franco e vero, è stato uno degli autori più significativi della fine del secolo: mas­simo rappresentante - con Giacosa, Praga, Ro-vetta, Antona Traversi - di quel «realistico teatro borghese » ha lasciato con le sue opere un'impronta non trascurabile nella storia del teatro italiano, giacché egli seppe trovare disegni di una perfe­zione sobria ed accurata al riflesso di una sensi­bilità umana e teatrale.

Il primo atto in casa di Enrico; il secondo atto al «Risto­rante Mezzogiorno »; il primo quadro del terzo atto in Chiesa; il secondo quadro in casa di Bianca.

ATTO PRIMO

Piccola camera del mezzanino di una casa a cinque piani. Ambiente povero e senza luce. E’ la stanza di En­rico e Bianca, due innamorati che vivono... d'amore. Un letto a sinistra dello spettatore disposto trasversalmente. Mobilio scarso. La comune nel mezzo in fondo. Essa dà sopra un ballatoio che figura in un cortile. In fondo, appoggiato alla parete, verso destra, un piccolo cassettone; sopra il cassettone una bambola ed uno specchio rotto. Due sedie di paglia. A destra finestra che guarda giù nel a Ristorante del Mezzogiorno ». Presso la finestra un tavolino-scrittoio. Proprio sul davanti a destra, appoggiato alla parete, un piccolo altare alla Madonna con fiori in un bicchiere e lumino acceso. La bambola e la Madonna rappresentano la... dote di Bianca.

(Quando si alza la tela, Enrico, in maniche di camicia, è seduto al tavolino, sta copiando. Sono le sei e mezza di sera di una calda giornata di settembre; giornata afosa, snervante. Già imbrunisce. Enrico s'affatica enormemente per capire le parole e trascriverle. Dalla finestra a ondate entrano gli eccitanti fumi di una cucina raffinata).

Enrico                           - (è un bel giovanotto di ventott'anni: tipo di violento, ma buono. Mentre copia pronuncia ad alta voce) «Con sentenza provvisoriamente esecutiva, non ostante i rimedi di legge e senza cauzione, condannasi il signor Antonio Perloni, segretario del Comune di Verdino, al pagamento (verso il signor Perego Giuseppe, della capi­tale somma di lire italiane 1500 ». (Parlando mentre scrive) Povero diavolo! Ci scommette,rei la testa ohe si trova nelle grinfie d'uno strozzino! (Pausa) Mah! (Se­guitando a scrivere) «Cogli interessi tutti del cinque per cento sul capitale ed accessori a datare dalla presente, più le spese tutte di... (non comprende la calligrafia) di... di... ». Cosa?... Maledetto!... Non ci si vede! (Arrabbian­dosi) Questo non è uno scritto, è un indovinello... Guà! Bisogna essere avvocati per non farsi capire! (Si alza, si avvicina alla finestra per leggere meglio. Guardando giù in cortile) Anche questi stupidi del ristorante che aspettano le otto per accendere la luce elettrica! (Come se leggesse male) Di per...sona... di... per... senza... (Par­lato) Non c'è senso! (A un tratto comprendendo) Ah, Di sentenza!... Che hestia! (Siede presto e si mette a scrivere) Diamine!... (Scrivendo)... «le spese tutte di sentenza e successive ».

Carolina                        - (entra dalla comune. E' una donna di cin­quantanni: tipo di vicina, buona, ma debole) E' per­messo?

Enrico                           - (si volta, la vede) Ah, lei, signora Carolina? Cosa desidera?

Carolina                        - «Li ha visti? (Avanza un po').

Enrico                           - Chi?

Carolina                        - I cinque famosi fratelli?

Enrico                           - (distratto, non comprendendo) Cinque fra­telli?... Quali?

Carolina                        - (ride un po', avanzando ancora) Lo sa pure! 1 numeri del lotto.

Enrico                           - Ah! t(Ride) Non ci pensavo! (Altro tono) Sono rincasato alle due.

Carolina                        - Questa volta sono proprio curiosa! Questa è la settimana buona, non sa? E' l'ultimo quarto di luna! E poi c'è il proverbio: «Nella luna d'agosto giuoca che lai mosto ».

Enrico                           - Non ha comperato il responso dell'oracolo? Costa così poco!

Carolina                        - Eh! caro mio... scrivono i numeri in modo che non si capiscono e poi, son due centesimi... mi ca­pirà... non le pare?

Enrico                           - Troppo igiusto! Anch'io non li spenderei!... (Altro tono, comico) Non li ho.

Carolina                        - Per bacco! Siamo così al verde?...

Enrico                           - (si tocca la camicia) Ecco... è un miracolo se m'è rimasta addosso... (Altro tono) Ho del lavoro fi­nito: spero di prendere qualche soldo, questo sì...

Carolina                        - Lei non dovrebbe temere di nulla.

Enrico                           - (ironico) Già! Un bell'affare davvero!

Carolina                        - Il lavoro non le manca mai.

Enrico                           - Sì... quando c'è... ma passano poi delle set­timane intere senza che un cane d'avvocato si degni di dare una commissione! (Con rabbia, toccando le carte) Mestiere ladro!... Tutto a un tratto capita un'infornata di lavoro e allora bisogna accopparsi... mi capirà! Non si può farsi in quattro, e ,se c'è appena uno sgorbio su questi fogli... Dio mi scampi!..., senza contare che spesso ci si rimettono i denari del bollo!... (Pausa) Almeno mi avessero insegnato a spaccar legna... a spazzar le strade!... (Con dispetto) Ma saper leggere e scrivere?... è la peg-gior disgrazia che possa toccare a un galantuomo.

Carolina                        - Perchè lei non vuole... Se lei tornasse...

Enrico                           - Dove?

Carolina                        - Dalla sua famiglia.

Enrico                           - (subito adiratissimo) i Non imi parli di quella gente; per carità, non me ne parli!

Carolina                        - Ih!... Che furia!...

Enrico                           - (c. s.) Furia o no, non voglio che se ne parli.

Carolina                        - Ha proprio ragione la signora Bianca quando 'dice che lei ha un carattere difficile,..

Enrico                           - Se vuol vedermi in collera, sa come fare!... (Marcato) Io sono solo!...,non ho nessuno...

Carolina                        - Fuorché lei!

Enrico                           - Ah, lei!(Pensando) Lei... (pausa, piano) è un altro affare.

Carolina                        - Non è ancora tornata?

Enrico                           - Tornerà fra poco! Si è recata da un'amica che le ha promesso del lavoro...

Carolina                        - L'ho incontrata oggi, ma non ho avuto nem­meno il tempo di salutarla tanto correva.

Enrico                           - Dove l'ha Vista?

Carolina                        - In piazza dei Mercanti.

Enrico                           - A che ora?

Carolina                        - Saranno state le due e mezza o le tre...

Enrico                           - (riprendendo a scrivere) « Copia del pre­sente atto ».

Carolina                        - lo me ne vado perchè lei ha bisogno di rimaner tranquillo.

Enrico                           - No, ho finito!... (Seguita a scrivere).

Carolina                        - (va alla finestra... guarda giù, annusando) Dio, iche buon odore! Che profumo!... (Con golosità) Eccita proprio l'appetito...

 Enrico                          - (scrivendo: ironico) Un piacere a stomaco vuoto!

Carolina                        - (guardando giù) Quanti tavolini sono pre­parati!... Peccato non tenere dei soldi in tasca e correr giù a godersi un bel pranzetto!...

Enrico                           - (scrivendo) Le pare?... quei benedetti soldi!... Eccitano la fantasia... (Seguita a lavorare).

Carolina                        - Fanno magri affari! Non c'è nessuno...

Enrico                           - Oh, c'è tempo!... Adesso la moda s'è cam­biata. I signori pranzano tardi, verso le sette e un quarto, le sette e mezza... Allora, in un attimo il cortile si popola di gente.

Carolina                        - Dev'esser bello starsene qui alla finestra a guardare.

Enrico                           - (c. s. ironico) E' una 'delizia! Vediamo ri­mandare tanta di quella roba che per la Madonna san­tissima!... (Con espressione di rivolta).

Carolina                        - Eh, capisco, capisco!...

Enrico                           - (ha finito di scrivere, si alza) Se Dio vuole è finita anche questa! (Piegando le carte in fascicolo) Vede? Qui c'è tutto il mio lavoro... Adesso corro dall'av­vocato e speriamo che non ci trovi nulla a ridire... In caso «ontrario oggi si va a letto a bocca asciutta... Pa­zienza... accontentiamoci e speriamo che Dio ce la mandi buona! (Allegro) Sa che cosa mangerò stasera? Se prendo i quattrini, ben inteso! (Altro tono) Una minestra della trattoria, un pezzettino di tonno con insalata e felice notte! (Ride, va in fondo dove si trova la giacca, se la mette).

Carolina                        - (scherzando) E l'amore lei non lo eonta! Non sa che è un (bocconcino prelibato?...

Enrico                           - Tanto prelibato iche mette appetito... (Su mette il cappello).

Bianca                           - (porta un cappellino modestissimo; veste un abito d'estate misero e raffazzonato alla meglio. Entra, si ferma sulla soglia, allegra) Ma bravi! iCi facciamo delle confidenze, eh?

Carolina                        - Si parlava male di lei.

Bianca                           - (vedendo Enrico col cappello in testa) Esci?

Enrico                           - Vado dall'avvocato.

Bianca                           - Bimani 'fuori molto?

Enrico                           - H tempo necessario per correre in via Gesù, prendere quei pochi soldi e tornare a casa.

Bianca                           - Bene, va e fa presto.

Enrico                           - (scherzoso) Dì la verità. Hai fame?

Bianca                           - Io? Nemmeno per sogno! (Inavvertitamente) Ho mangiato tanti dolci!...

Enrico                           - Dove?

Bianca                           - (rimane un momento perplessa, quasi pentita, poi riprendendosi) Sì... là, in icasa della mia amica! (Intanto si toglie il cappello e lo mette sul cassettone).

Enrico                           - Chi? Dalla Gina?

Bianca                           - Sì, dalla Gina. Non t'ho detto che mi sarei recata da lei?

Enrico                           - Si le data alle spese pazze, a quanto pare.

Bianca                           - (subito) Tutta roba regalata da suo fra­tello.

Enrico                           - (meravigliato) Suo fratello? Gustavo?

Bianca                           - (franca) Sì, Gustavo. Credo che lei si sposi... si sono promessi oggi, mi pare...

Carolina                        - (curiosa) iE chi sposa, quella brutta faccia?

Bianca                           - Ah, questo non lo so

Enrico                           - (diventando serio) Come, non sai? Possi­bile che non te l'abbiano detto?

Bianca                           - (imbarazzata e infastidita nello stesso tempo) Ma sì, me l'avranno 'detto, ma adesso non mi ri­cordo... E' un nome così strano!... Dio! Quante do­mande inutili!...

Enrico                           - (molto serio, lento) |No... domandavo, perchè mi pareva che tu volessi darmela a bere...

Bianca                           - Già, per te, tutto quello «he dico io...

Enrico                           - (c. s.) Siccome ti conosco!...

Bianca                           - (seccata) Se mi conosci, tanto meglio.

Enrico                           - Bianca, non inquietarmi. Sono già di cat­tivo umore...

Bianca                           - (è diventata nervosa, comincia a passeggiare per la camera innanzi e indietro, alzando le spalle con aria di sfida).

Carolina                        - Via, non è nulla! STia da litigare per così poco?

Bianca                           - (fra se, piano, mentre passeggia borbotta) Me ne infischio io!

Enrico                           - (forte adirato) Finiscila, stupida!

Bianca                           - (subito da litigio) Sentitelo il gran furioso! Non dice che delle ingiurie! Stupida!

Carolina                        - (piano) Signora Bianca, signora Bianca! Il suo carattere...

Bianca                           - (c. s.) - Oh, lo muti una buona volta! Sa­rebbe tempo.

Carolina                        - (va presso Enrico che è nervosissimo, per calmarlo) Anche lei non s'inquieti... Non è nulla... si «a... cose da donne.

Enrico                           - (adiratissimo) Vada via, non mi secchi!...

Carolina                        - (spaventata, fra se) Temporale! Meglio svignarsela! (Forte ai due) Cara Bianca, scendo a ve­dere i numeri del lotto, poi ritorno col terno sicuro!

Enrico                           - (c. s.) Ecco, brava. Vada a vedere i numeri... sarà molto mleglio.

Carolina                        - (ironica un po') Scusi tanto sa... (Via comicamente per la comune).

Bianca                           - (passeggia nervosissima).

Enrico                           - Dì, la smetti idi agitarti?... Mi fai girare la testa. (La prende per un braccio, arrestandola. 'Forte) Hai capito? Parlo ai muri?

Bianca                           - (agitata) Ho capito! (Fiera) Cosa vuoi?

Enrico                           - (secco) Dove sei stata?

Bianca                           - (decisa) Dalla Gina.

Enrico                           - Tutto il giorno?

Bianca                           - Dalle 12 alle 6 se ti accomoda.

Enrico                           - (fissandola terribile) Sempre dalla Gina?

Bianca                           - Sempre.

Enrico                           - (prorompendo) Vedi, vedi se non sei bu­giarda, bugiarda dalla prima parola all'ultima!

Bianca                           - Insomma, è inutile che mi annoi! Quello die tUio detto è la pura verità.

Enrico                           - (le va vicino minaccioso. Bianca si appoggia alla testata del letto) Tu alle tre... alle tre, capisci, attraversavi la piazza dei Mercanti.

Bianca                           - Chi te l'ha netto?

Enrico                           - T'hanno vista, e tanto basta.

Bianca                           - (ironica) Mi fai anche pedinare adesso?

 Enrico                          - No, pedinare no! Altrimenti... chissà! Forse ne verrei a sapere delle telline!

Bianca                           - E così?... Se ero in piazza dei Mercanti non facevo nulla di male mi pare!

Enrico                           - Perchè non me l'hai detto subito?

Bianca                           - Continui a gridare, a smaniarti! Mi fai ve­nire tanto di testa; non so più quel che mi dica        

Enrico                           - (stringendola forte al braccio) Sono io che ti faccio perdere la testa, eh? sono io? (Non sei tu piuttosto, tu, colle tue maniere, che mi sconvolgi la ra­gione, che mi fai impazzire?

Bianca                           - Temo di sì, che tu stia per impazzire.

Enrico                           - (dandole una forte scossa) Dove sei stata?

Bianca                           - (gridando pel dolore) Ahi... guarda che se mi batti, io grido.

Enrico                           - Taci! Taci! E non piangere, perchè se piangi è peggio per te! Lo sai; il pianto mi irrita... Dove sei stata? Voglio saper tutto, bugiarda!...

Bianca                           - (colla voce piagnucolosa) Lasciami!... Te lo dirò... Lasciami...

Enrico                           - (la lascia, sempre però fissandola).

Bianca                           - (piagnucolando) Dopo ho tutte le braccia livide.

Enrico                           - Colpa tua. Per quel viziacelo infame che hai, di non voler dire la verità.

Bianca                           - Non è vero! (Piangendo).

Enrico                           - Vero! Vero! Sino dal primo giorno che sei diventata la mia amante e che io son fuggito da casa mia per te, per condurre questa bella vita!...

Bianca                           - (ironica) La mia vita è bella! Delle per­cosse... ecco le gioie!

Enrico                           - Sei tu che non sai far altro che piangere e mentire! Mentire! come se io fossi uno sciocco... sempre mentire, persino nelle inezie, nelle piccolezze, in tutto, in tutto...

Bianca                           - (piano sempre lagrimando) Vuoi sapere dove sono stata? Te lo dico subito. (Altro tono) Fuori di qui, appena fuori della porta, ho trovato la sarta, la Guglielmina... Ha voluto ad ogni costo condurmi a casa sua a vedere il bambino di sua sorella, un bambino ap­pena nato.

Enrico                           - Ce n'era proprio bisogno!

Bianca                           - (con ingenuità, quasi sorridente) Mi hanno detto che quando si baciano i bambini prima degli otto giorni si ha la buona fortuna ed io ci sono andata.

Enrico                           - Le solite corbellerie!

Bianca                           - Lo sapevo bene che mi avresti sgridato... per questo non te l'ho .detto. (Altro tono) Dopo, sono uscita, ho attraversata la piazza dei Mercanti, verso le due e mezza, le tre meno un quarto, e correvo... Andavo dalla mia amica... Tu gridi subito, poi mi dici delle brutte parole... Io sbaglierò qualche volta, è vero... ma anche tu, sai, sei tanto furioso... Non ragioni... (Enrico e Bianca vanno raddolcendo il tono di voce).

Enrico                           - (più calmo) Faresti perdere la pazienza a un santo!... Io non capisco perchè tu lo faccia, con quale utile poi...

Bianca                           - Cosa vuoi... Sono fatta così!...

Enrico                           - (guardando la Madonnina con rabbia) Ti sei riempita la testa di santi e di madonne!...

Bianca                           - (energica) Lascia stare la mia Madonna...

Enrico                           - Cosa ne fai? A che cosa ti giova? E' forse lei che ti vuole .così? Credo di no, eh??... E allora? Che religione è mai la tua?

Bianca                           - (rimane un po' pensosa) Non so... so che è la mia...

Enrico                           - Tutto un pasticcio di imposture, di finzioni, e di pregiudizi...

Bianca                           - Non è vero?

Enrico                           - Taci, taci, se no si torna da capo.

Bianca                           - (pausa. Con dolore, toccandosi il braccio) Bel livido che mi hai fatto... (Lo guarda negli occhi, Enrico la guarda pure. Pausa lunga. Ad un tratto Bianca gli si avvicina di scatto, gli butta le braccia al collo e lo bacia. Con passione) Caro!... Caro... come ti voglio bene!

Enrico                           - (è sparita ogni nube. La guarda amorosamente: dopo una pausa indicandole il braccio) Ti duole?

Bianca                           - (allegra) ... non è nulla.

Enrico i                         - Hai gli occhi rossi.

Bianca                           - Sfido io... mi hai fatto piangere.

Enrico                           - Ed io devo avere una faccia... (La lascia, cerca per la camera, si avvicina al cassettone, prende il pezzo di specchio, si guarda, si accomoda con la mano un po' i capelli).

Bianca                           - Quando t'inquieti non ti si riconosce più...

Enrico                           - Vedi?... M'è venuto anche il dolor di testa!

Bianca                           - (altro tono) E' tardi sai! E l'avvocato?

Enrico                           - Ah sì, sì... ci vado subito... e di corsa, altri­menti oggi non si pranza.

Bianca                           - Fa presto, ti raccomando...

Enrico                           - (sulla comune, si volta amoroso) Non dirai più bugie?...

Bianca                           - (ridendo un po', ma buona) No... no... non ne dirò più...

Enrico                           - Addio cara. Dieci minuti... (Via di furia).

Bianca                           - (sola, va al piccolo altare, accomoda i fiori) Bisognerà versare un po' d'olio. (Va al cassettone, prende un bottiglino e versa l'olio nel lumino) S'è spento il lu­mino. Così... Cara la mia Madonnina bella! (Prende in mano il quadretto, lo bacia. Altro tono, con un sospiro e con molta naturalezza) Anche questa è fatta! (Si di­stacca dall'altare, va verso la finestra) Che caldo! uff! (Va alla finestra, guarda giù) E lì i signori mangiano sempre! (Come se guardasse uno che mangia) Am... Che boccone!... (Sospira, si passa una mano sullo stomaco, poi si allontana dalla finestra con un certo disgusto) E* meglio non vedere. (Rimane un momento pensierosa, sbalordita; tono basso) Mi danno noia persino!... (Va al cassettone, si rallegra vedendo la bambola) Eccola qui la mia bella barn-bolina... eccola qui! (Parlando alla bam­bola mentre la prende in braccio) Poverina! ti lascio sempre lì sola in un cantuccio, e sei tu che mi porti for­tuna, non è vero? Vieni qui... lasciati accomodare il bel­l'abitino... Sei tutta spettinata, santo Dio!

Carolina                        - (caccia la testa timorosa) Se n'è andato?

Bianca                           - (si volta, allegra) Avanti, avanti, signora Ca­rolina: non c'è nessuno...

Carolina                        - Passata la burrasca?

Bianca                           - Passata.

Carolina                        - Se avesse potuto picchiare anche me, le faceva... per fortuna conosco il suo carattere...

Bianca                           - (allegra e colla bambola in mano) Vede…. Mi trova colla bambola in mano!

Carolina                        - Non si vergogna? La signora Bianca che giuoca colla bambola?

Bianca                           - Non la lascerei per tutto l'oro del mondo.. Ecco: questa e la mia Madonna rappresentano tutta la mia eredità, tutto quello che ho portato da casa mia.. M'hanno semprev seguito, non mi hanno abbandonato-mai! E posso dire che mi hanno sempre portato fortuna..

Carolina                        - Eh! Chissà! Può darsi!

Bianca                           - Il mio Enrico invece non la può vedere se mi sorprendeva colla bambola tra le mani era une scena! (Depone la bambola sul cassettone).

Carolina                        - Una scena come quella di poco fa?

Bianca                           - Un press'a poco!

Carolina                        - Che brutto carattere!

Bianca                           - Però in fondo è buono...

Carolina                        - Sì, questo non lo nego.

Bianca                           - Io igli voglio bene davvero, sul serio... quan tunque, delle volte... (imbarazzatissima, non sapendo spie garsi) capisco che... non so... Possono accadere tante cose che congiurano contro di lui, contro di noi... Alle volte; vede (tono basso), lui grida, ed ha ragione! (Ripiglia i toni di prima) Si fanno cose poco belle... capisco an. ch'io che non sono belle!

Carolina                        - Per esempio?

Bianca                           - Per esempio... Per dirne una, quando m son lasciata sfuggire d'aver mangiato i dolci... ha sen rito quante domande?... Per fortuna non ha riflettute troppo... altrimenti, guai! Potevo forse dirgli che i dolc: me li aveva offerti l'ingegnere, l'amante della Gina?

Carolina                        - (con curiosità) Ah, glieli ha offerti l'in­gegnere?

Bianca                           - Sì, in casa sua, in casa con la Gina. Se ve­desse, signora Carolina, se vedesse che appartamento le ha montato! Uno splendore... Cosa vuole?... Qualche volta, anche senza volerlo, si pensano tante cose... (Con intenzione e verità) E se si fanno dei confronti?!! Quan­do io osservo questa diversità, questi due modi di vivere... allora mi sento un'altra!... (Con molta espres­sione) In fin dei conti, o sono ben cattivi coloro «he hanno denari e se ne approfittano, o sono ben disgra­ziati quelli, come il mio Enrico, che sono senza risorse e non possono farsi avanti...

Carolina                        - Non è però detto che i ricchi siano felici...

Bianca                           - Felici!, mia cara!... Felici! Il denaro è tutto. E poi? Ho provato, ho visto.

Carolina                        - (piano, con meraviglia) Lei?!

Bianca                           - La settimana scorsa, quando sono rimasta fuori di casa tardi la sera e l'Enrico m'ha fatto qnella scenata. Quando mi sono rifugiata in casa sua...

Carolina                        - Ah, sì, sì...

Bianca                           - Dopo, me la sono cavata per miracolo.

Carolina                        - Cosa aveva fatto?

Bianca                           - Senta. Saranno state le cinque, io mi trovavo con la Gina. La Gina si imbatte nel suo ingegnere: na­turalmente mi presenta a lui. L'ingegnere, compitissimo, mi fa un mondo di complimenti e senz'altro ci invita tutte e due a pranzo. Che vuole? Lì per ili non ho saputo rifiutare... Se sapesse quante gentilezze, quante attenzioni! Non si potevano far due passi senza prendere la carrozza. (Carolina segue il racconto con segni mani­festi di meraviglia) E a tavola? le portate non finivano più. Un lusso da sbalordire, ,da far girare la testa! C'erano delle pietanze che io non avevo mai mangiate... mai vi­ste! (Ridono tutte e due) Sa cosa facevo? Osservavo la mia amica e mi regolavo! Bisognava ridere, proprio! Due servi che parevano due marionette, dietro di me. Non potevo voltare la testa che subito: Cosa comanda?... E i vini?... Quattro tipi diversi di bicchieri! .

Carolina                        - (con orgasmo) Quattro?!

Bianca                           - (continuando) Quattro! Di tutti i colori... Lo champagne!... Io che non l'avevo mai bevuto! Una cosa straordinaria, mai vista, mai provata!... Dopo, quan­do andammo via, parevano tutti matti per darmi il mio cappellino di paglia! Devo essere diventata rossa e.come! Io ho capito che osservavano quel cappellino di poca spesa, con quella piuma smunta, tutta spelata! Dopo... ancora in carrozza, e via, al teatro, al « Dal Verme », nientemeno che in palco, con tanto di posapiedi, di spec­chio e di servitore! Mi pareva di sognare... Ho dato un'oc­chiata in alto, su in galleria, dove c'ero stata una volta, l'ultimo giorno dell'anno, col mio Enrico. Facevano pie­tà! E io, invece? Trattata con tutti i riguardi... sem­bravo una regina! E pensare che in quello stesso teatro, Enrico mi aveva pagato una gazosa! Dopo un'ora ho dovuto venir via, per l'Enrico si capisce!... L'ingegnere mi accompagnò in carrozza, e sono ritornata in casa, qui, tra queste quattro mura, dove m'aspettava una scenata... una delle solite... L'Enrico era 'di malumore e a me toccò d'immaginarne di ogni colore... per evitare la tempesta... Capisce come va il mondo?... In quella sera dovetti pensare all'Enrico, alla sua condizione, e mi venne in mente, senza volerlo, che quando vuol farmi un gran regalo, mi conduce a Gorla o alla Cagnola a bere il vino bianco... So, so quel che lei vuol dire. Non ne ha colpa, ma intanto? La Gina sì e io no?... Perchè? Ah! i confronti... che brutta cosa!

Carolina                        - (sospira) Eh, capisco! Ma d'altronde, come si fa? Quando c'è di mezzo l'amore! Avrebbe il coraggio di abbandonarlo?

Bianca                           - (subito) Abbandonarlo?... Mi ammazza! Poi, gli voglio bene, senza 'dire che mi tirerei addosso la maledizione... Ah, guai!... E' l'unica cosa che mi faccia paura a questo mondo...

Carolina                        - Proprio l'unica?

Bianca                           - (come pensando) L'unica! Maledetta!? Non da lui soltanto, ma da chiunque; anche da lei.

Carolina                        - Da me?!

Bianca                           - Senta: se io sapessi che lei è in collera con me e io stessi per morire... (A questo punto con al­tro tono e con molta naturalezza si strappa un capello. Lascia cadere a terra il capello).

Carolina                        - Cosa fa? Si strappa i capelli?

Bianca                           - (seria e severa) Come? non lo sa? Quando si parla della propria morte... o di fine violenta, bisogna strapparsi un capello.

Carolina                        - (ride forte) Questa poi è grossa!

 Bianca                          - (seriissima) Insomma è inutile! Ciascuno ha le proprie idee e bisogna rispettarle... Cara mia, so come è morta colei che m'ha fatto da madre.

Carolina                        - Davvero?

Bianca                           - Sapeva il giorno prima di dover morire... ma che dico il giorno prima?... un mese prima, un anno!... Al 17! Maledetto 17! Già, nella mia famiglia, tutte le disgrazie sono capitate quel giorno. Perchè questa com­binazione?... Sa spiegarmela lei? Creda, ci son delle cose a questo mondo che non si spiegano, si sentono... Come le dicevo, io sento che se lei fosse in collera con me e io stessi per morire, farei le scale in ginocchio, verrei io a cercarla non so dove, per farmi perdonare, per non portare con me... (ha un brivido) la maledi­zione... Dio che cosa!...

Carolina                        - Che discorsi! Guai a cominciare! Io la saluto, perchè è tardi e mio marito sta per tornare.

Bianca                           - Signora Carolina! 'Mi faccia...

Caroleva                        - Che cosa?

Bianca                           - (pianissimo) Il giuoco!

Carolina                        - OMo, no: ho igiurato che il giuoco non lo faccio più per nessuno. Non si hanno che noie!...

Bianca                           - Delle noie con me? (Con grande orgasmo ed interesse) Due minuti soli, lì, sul tavolino...

Carolina                        - (cantato) Ho detto di noo! ho detto di noo!

Bianca                           - (quasi piangendo) Perchè vuol essere così cattiva con me?

Carolina                        - (quasi per cedere) Io non capisco perchè lei si ostini tanto! Supponga che io le debba dire cose spiacevoli...

Bianca                           - (subito) Non importa... non importa        

Carolina                        - E se m'inganno?

Bianca                           - No... non è 'possibile. Lei non sbaglia mai. Andiamo da brava... Due minuti... Una cosa sola...

Carolina                        - (vinta) Bene, là! Mi dia le carte...

Bianca                           - (saltellando dalla gioia, le butta le braccia al collo) Grafie, signora Carolina! Ci vogliono le carte del tarocco, vero?

Carolina                        - Quelle sono più «icure...

Bianca                           - Eccole qua. Sono le carte che m'ha regalato la signora Teresa, quella che fuggì a Torino, l'anno scorso, dopo la scena famosa con suo marito.

Carolina                        - Ah, sì... mi ricordo. Ecco, vede? Per esem­pio con quella là ho avuto 'delle seccature, e quante!

Bianca                           - Ah sì?... perchè?...

Carolina                        - Per la ragione che le dicevo... S'immagini che una sera volle a tutti i costi che le facessi il giuoco... guardi la combinazione! Mi leva l'asso di cuori col fante di spada! Subito dopo il suo bravo diavolo col re di bastoni!

Bianca                           - (quasi con orgasmo) Ah sì?... e dopo?

Carolina                        - Mi stia a sentire... Asso di cuori: lettera. Fante di spada: rabbia. Mi aggiunga l'asse di cuori! che cosa ne risulta? Una buona lettera anonima.

Bianca                           - Benissimo.

Carolina                        - Il diavolo: disgrazia, rivoluzione, fuga. Che cosa poteva esser il re di bastoni?

Bianca                           - (c. s.) Che cosa?

Carolina                        - Ma niente altro che suo marito. Non po­teva esser che quello, le pare?

Bianca                           - (spalancando gli occhi con grande meraviglia)

                                      - Ma sicuro. E’ vero! Però nell'affare della signora Te­ resa c'era di mezzo anche un amante...

'Carolina                        - (con grande calore) Un momento, la mia ragazza, un momento!... Sa ohe cosa mi ha levato dopo il bastone?... Niente di «meno che il re biondo di denari, delizia, consola cuori!... E' stato il «finimondo! Io non ho potuto trattenermi e le dissi: Gatta ci cova, cara mia! qui c'è del debole per lei! Affari di cuore in viaggio, che vengono a passo di corsa e che trovano la relativa ri­sposta... E' cosa chiara come la luce del sole!... Una let­tera anonima avviserà il re di bastoni, che è poi il marito, e in casa succederà disgrazia, rivoluzione, con fuga alla fine...

Bianca                           - (c. s.) E fu così difatti...

Carolina                        - Eh, lo so! Il peggio si è che quando scop­piò la tomba, lei cominciò a dire che la lettera anonima era mia e che io le avevo portato disgrazia.

Bianca                           - Che stupida!

Carolina                        - Ma cosa vuole? Se si dovesse credere a tutte le chiacchiere della gente!...

Bianca                           - Andiamo... io sono pronta...

Carolina                        - (col mazzo in mano, per cominciare il giuoco)

                                      - Borsa, cuore o corpo?

Bianca                           - (non comprendendo) In che modo?

Carolina                        - Desidera sapere per affari di denaro, d'a­more o della sua vita?

Bianca                           - (sta un po' a pensare, poi seria) Della mia vita, in che senso?

Carolina                        - Se tranquilla, mezza agitata o violenta.

Bianca                           - La mia fine?

Carolina                        - Qualche volta si conosce anche quella.

Bianca                           - (subito) Sì, sì, quella, quella.

Carolina                        - Faccia sette mazzi, e la croce colle carte.

Bianca                           - (agitata, ma seria, eseguisce).

'Carolina                        - (comincia a voltare i mazzi) Bastoni, spade, bastoni, denari...

Enrico                           - (entrando bruscamente) Eccole qua colle loro stupidaggini! Volevo hen dir io!

Bianca                           - (rapidamente mette via le carte).

Carolina                        - (spaventata) Non si faceva nulla di male! Così per passatempo...

Enrico                           - Conosco i vostri imbrogli! (Energico a tutte e due) E' tempo di finirla, avete capito? (A Carolina) E lei, cara signora, se ha di questi capricci, vada in piazza e si metta a far la sonnambula... Quello è il suo mestiere.

Carolina                        - (mortificata) Io non credevo...

Bianca                           - (per difenderla) Sono stata io a dirle...

Enrico                           - (energico) Io... lei... tu... poche chiacchiere... (Forte) Non voglio!

Carolina                        - (imbarazzata) Allora la saluto., io me ne vado.

Bianca                           - Buona sera, signora Carolina... e mi per­doni se...

Carolina                        - Si figuri... (Dolce) Buona sera, signor En­rico...

Enrico                           - (rabbioso) Buona sera.

Carolina                        - (via di furia per la comune. Pausa lunga).

Bianca                           - Sei di cattivo umore?

 Enrico                          - Altro che il igiuoco delle carte! Dio a (Butta il cappello sul cassettone).

Bianca                           - Cos'è accaduto?...

Enrico                           - Maledetti!

Bianca                           - Qualche disgrazia? (Spaventata) Non : paura! Cos'è stato?

Enrico                           - (ironico) Il signor avvocato è a pran non ha avuto tempo di ricevermi... sicuro! M'ha fattoi di passare domattina.

Bianca                           - (con un sospiro) Pazienza! Temevi peggio!

Enrico                           - (ironico) Il signorino inon ha tempo!? però 'devo averne, per aspettare domani mattina a! giare!... Intanto, lui è a tavola e gli altri crepino!

Bianca                           - Eh via, che vuoi farci! Non inquietarti.

Enrico                           - Ero così fuori di me, che ho persino gate per la strada!

Bianca                           - (spaventata) Ah, Madonna mia! Benec ragazzo! Io non so che testa sia la tua.

Enrico                           - Cosa vuoi... Sembra che tutto congiuri tro di noi! Sta di fatto che stasera siamo qui tutti e a guardarci in faccia come due babbuini.

Bianca                           - E così?... perchè angustiarci?... Mi lagni forse?... (Dalla finestra entra un fascio abbagliante luce elettrica che illumina tutta la scena, il letto spec mente).

Enrico                           - Hanno acceso la luce elettrica in cortile può dire che i signori che pranzano laggiù ci portina moccolo...

Bianca                           - E' una luce che abbaglia, non è vero?

Enrico                           - Risparmio di candela... (Annusando) Se che profumo!

Bianca                           - Non pensarci! lasciali stare.

Voce di Cameriere        - (dal basso) Lingua salmista per uno! « Omelette baveuse »! (Pausa lunga imbarazzante)

(Enrico                          - Che caldo! Ti pare?

Bianca                           - .Eppure la finestra è aperta.

Enrico                           - Qui dentro si soffoca.

Bianca                           - Apri la porta... entrerà un po' d'aria.

'Enrico                           - Aprire la porta? I vicini guardano in mera!

Voce di Cameriere        - (c s. dopo un po') Riso al sai per tre! (Pausa).

Bianca                           - Che ora è?

Enrico                           - Saranno le otto... Eh mia cara, è lunga giornata!

Bianca                           - E' vero! Non finisce mai! (Pausa luns Bianca prende una sedia e siede un po' nervosament Enrico dietro a lei passeggia per la camera colle ma, in tasca).

Voce di Cameriere        - (di dentro) Scaloppine al ma-sala per due!

Enrico                           - (fra se, mentre passeggia) Queste ci vorrei bero! (Pausa, poi a Bianca) Che hai?

Bianca                           - Io? Nulla.

Enrico                           - A che pensi?

Bianca                           - (pensa) A nulla.

Enrico                           - Devo tornare dall'avvocato?

Bianca                           - Ma che!

Enrico                           - Potrebbe aver finito...

Bianca                           - Non ti riceve... è inutile! Questa non è ora d'ufficio... poi perchè far delle brutte figure?

Enrico                           - E allora?

Bianca                           - Allora... (Imbarazzata) Ci andrai domani...

Enrico                           - (ha un'azione intima. Guarda in giro come se cercasse qualche cosa).

Bianca                           - Che cosa cerchi?

Enrico                           - Guardavo... (Apre il cassetto del cassettone, leva qualche cravatta) Tutti stracci!...

Bianca                           - (comprende quel che cerca, abbassa la testa, rimane pensosa).

Enrico                           - (si avvicina a lei, piano, con voce strozzata dall'emozione) Vuoi uscire?...

Bianca                           - No.

Enrico                           - Non vai in ichiesa per la benedizione?

Bianca                           - No, resto in casa... Tu, piuttosto, va pure se credi...

Enrico                           - Io?... Nemmeno per sogno! Tanto più che stasera... non so... non mi sento bene.

Bianca                           - (affettuosa) Cos'hai?

Enrico                           - Ho lavorato troppo... mi sento stanco.

Bianca                           - (con dolcezza) Vedo bene, povero Enrico!

Enrico                           - Gli occhi non vogliono stare aperti.

Bianca                           - Hai bisogno di riposare.

Enrico                           - ;Mi spiace vederti sacrificata...

Bianca                           - Io?... Tutt'altro. Anch'io riposerei...

Enrico                           - (con uno sforzo) Sai cosa faccio?

Bianca                           - ??».

Enrico                           - Vado a letto.

Bianca                           - Vengo anch'io. Dormiremo e ci farà bene.

Enrico                           - (siede sul letto).

Bianca                           - (siede dalValtra parte voltando le spalle).

Enrico                           - (si leva le scarpe. J suoi sguardi s'incontrano con quelli di Bianca. Si sente commosso. Con grande emozione) E' la prima volta. Bianca...

Bianca                           - Che cosa?

Enrico                           - Si va a letto, così, senza mangiare.

Bianca                           - Bambinone! Perchè dirlo? Non siamo con­ienti lo stesso noi due?

Enrico                           - (emozionato la bacia).

Voce del Cameriere      - (dal basso) Un « roast-beef » al sangue! e due «paté»!...

FINE DEL PRIMO ATTO

SECONDO ATTO

Al «Ristorante Mezzogiorno ». Grande cortile, ridotto, durante la stagione estiva, a sala da ristorante. In alto, for­mando il primo piano, ballatoio praticabile che circonda tutto il cortile. Un secondo piano dipinto.

Piano terreno: la comune è laterale, a sinistra. Vicino alla comune il banco della signora Rosa. Sul banco, li­bri, carte, campanello elettrico, e un piccolo vaso con un garofano. In fondo, porta grande che conduce alla cu­cina. Per di là entrano ed escono i camerieri. Molti ta­voli sono già apparecchiati per pranzi. Di questi tavoli,

 otto servono per personaggi che hanno azione nella com­ media. Quattro si trovano sul davanti, tre più in dietro. Uno piccolissimo proprio sul davanti a destra. A sinistra, avanti, gran tavolo a sei posti. Tre tavoli sono appoggiati alla parete di fondo. A destra, tavolo grande di quattro posti. Gran lampada elettrica ad arco nel mezzo, sorretta da una colonna di ferro. Attorno alla colonna « buffet » ricchissimo. Ai lati, diverse colonnine con bracciali e lam­ padine elettriche accese.

Primo piano: ballatoio, porta d'accesso che dà sulla scala, a destra, in fondo. Di fianco, a destra (prima quinta) porta che conduce nella camera di Bianca e di Enrico, poi una seconda porta che conduce nella casa della signora Carolina; di fianco, a sinistra, porta che dà nella camera di Agostino e di Ginevra. Sul fondo, di fronte, tre porte che danno rispettivamente nelle camere della vedova, di Teodoro e di Teresina. Corde tirate sul ballatoio con panni esposti ad asciugare. Più in su, se­condo piano, pure con ballatoio non praticabile.

(Sono le sette di sera di una giornata d'estate. Il risto­rante è ancora deserto. Sul ballatoio del primo piano i figli di Ginevra e di Agostino: Giovanni e Lucia. La signora Rosa è al banco e sta facendo delle annota­zioni sui registri. Donna piacente sulla trentina. Tipo di banchiera di ristorante, furba, avvedutissima. Ha un ga­rofano e un sorriso per tutti i suoi migliori clienti. Il secondo cameriere termina dì apparecchiare la tavola da sei posti. Il terzo cameriere è in faccenda presso un altro tavolo. Colombini è seduto in un angolo presso un gran tavolo, che si trova a destra in fondo. Egli sta scrivendo su uno scartafaccio: sembra uno spiritato. E' il cameriere capo. Ha un gran debole: l'arte drammatica. Nei ritagli di tempo egli scrive commedie. Un ragazzo va e viene per il servizio. All'alzarsi della tela, il primo signore entra dalla comune e va a sedere a un tavolino in fondo a destra).

Il primo Signore            - (chiama) Cameriere, cameriere! (Nessuno risponde... picchia col coltello).

Il secondo Cameriere    - (a Colombini che seguita a scri­vere) Colombini... Colombini...

Colombini                     - (senza alzar la testa) Pronti.

Il secondo cameriere     - Un signore... Che diavolo scrive?... (Lo scuote) Colombini!

Colombini                     - (come svegliandosi) Oh!

Il secondo Cameriere    - C'è gente! (Torna al suo posto e termina di apparecchiare il tavolo grande di sinistra).

Colombini                     - Ah! giustissimo!... (Piega lo scartafaccio e lo pone rabbiosamente nella tasca posteriore del « frale ») Accidenti... proprio adesso che mi riusciva così bene!...

Il primo Signore            - (più forte) Ma per Dio, cameriere!

Colombini                     - (accorrendo) Il signore ha chiamato?

Il primo Signore            - (irato) Mi pare!...

Colombini                     - Desidera?...

Il primo Signore            - (ironico) Se me lo permettete, vor­rei pranzare!...

Colombini                     - L'avverto che qui tira una corrente d'aria...

Il primo Signore            - Eh?

Colombini                     - Un francese, l'altra sera, ha pranzato qui. Dopo un'ora aveva il collo tirato così. (Fa la scena e relativa smorfia).

Il primo Signore            - Ditemi dove si può essere sicuri.

Colombini                     - Là al numero 2. (Indica un tavolino a si­nistra in fondo) Quello è un sito felicissimo.

Il primo Signore            - (si alza e prende il cappello) Grazie.

Colombini                     - (si dà urta fregatimi di mani, torna a sedere, leva lo scartafaccio e si mette a scrivere, dicendo con­tento) Così lo serve quell'altro! Gliel'ho fatta!,.. (Scrive) « Angelica : - Ingrato cuore, tu hai spezzato la mia vita.   - Rolando: - Non dir così... crudele... io ti ho amato come un pazzo, come un Dio!... (Seguita a scrivere facendo gesti da esaltato) Tn ani hai tradito! Muori! - e cala la tela! ».

(Dalla comune entra una famiglia borghese: Viali, tipo di brontolone, sui cinquantanni, economo e avveduto; Paolina, sua moglie, è magra, stecchita, ha la voce rauca, abbassata: si colpisce subito che è vittima dell'insaziabi­lità del marito; Cesarino, ragazzo furbo; Maria, una gio­vinetta di dieci anni, isterica; Luciano, bambino sciocco. Entrano, prima il padre, come capo di una carovana, poi la moglie, in ultimo i figli. Si fermano in mezzo come indecisi sul posto da occupare).

Rosa                              - Buona sera, signori. (Al cameriere) Giacomo!

Il secondo Cameriere    - Quanti sono?

Viali                              - Quanti s'ha da essere? Siamo cinque!

Il secondo Cameriere    - (indica il tavolo grande sul da­vanti a sinistra) Se vogliono accomodarsi qui... questo e un bel posto.

Viali                              - (brontolando) Un bel posto!... Un bel posto... quando non ce n'è di meglio. E quello là? (Indica il tavolo grande a destra).

Il secondo Cameriere    - Occupato dai signori ufficiali.

Viali                              - (c. s.) Che cosa importa a me, che ci vadano gli ufficiali, o i figli dell'anticristo?... Quando s'è detto che è occupato, basta. (Paolina sorride per salvare la posizione).

Maria                             - Papà... Andiamo a pranzare cogli ufficiali!...

Viali                              - Taci, stupida! (A Paolina) E tu, cosa fai? Non senti quante sciocchezze dice?... Presto, sedete qui! (Paolina, Maria, Luciano, Cesarino siedono spaventati al tavolo di sinistra).

Il secondo Cameriere    - (offrendo) Zuppa, « sante », spaghetti al sugo, agnolotti...

Viali                              - (che si è seduto: burbero) Adagio, adagio! Non cominciamo!... Non c'è proprio bisogno di correre. Non devo andare alla stazione, che diamine!... E poi, lo so io quello che voglio. Dammi la lista.

Il secondo Cameriere    - (seccato) Non «'è.

Viali                              - Oh! un bel servizio!... si comincia benone!

Cesarino                        - Papà, io voglio la costoletta.

Viali                              - Tu mangerai quello che ti daremo! (A Pao­lina) E tu non gli dici nulla? Dagli un pizzicotto almeno fallo tacere.

Il secondo Cameriere    - Vino?

Viali                              - Chiaro da pasto.

Il secondo Camerdire   - Due litri?

 Viali                             - Ci hai preso per ubriaconi? Un litro. C'è! pasta?

Il secondo Cameriere    - Agnolotti.

Viali                              - Uff!... Non ci sono le tagliatelle?...

Il secondo Cameriere    - Altro che! Allora 5 porzioni.!

Viali                              - Allora tre tagliatelle!

Il secondo Cameriere    - (in cucina gridando) Tagliatelle al brodo per tre.

Luciano                         - Io non voglio la pasta.

Paolina                          - (a Luciano, quasi implorando, perchè il marito non si agiti di più) Zitto. Andiamo, ragazzi!...

Viali                              - (rabbioso a Paolina) Fallo tacere, ti dico,) quel demonio!' Intanto, stasera, senza frutta.

Cesarino                        - Tanto non la comandi lo stesso.

Viali                              - Sfacciato!... (A Paolina) Lasciagli andare uni manrovescio, di quelli!... Tu non sai far altro che insegnar loro le orazioni e le poesie per la nonna! Le tue solite bestialità!

Paolina                          - (colla voce fessa) Si direbbe che fanno ap­posta quando sono in mezzo alla gente.

Viali                              - (a Paolina, terribile) E se per domani non c'è la donna di servizio, guai! pensaci. Non posso andar avanti in questa maniera! C'è da crepar tisico...

Paolina                          - Per domani ha promesso di venire...

Viali                              - (forte, verso il banco) E questa pasta, per Dio!... Son due ore che s'aspetta!

Rosa                              - Giacomo, la pasta dei signori.

Il secondo Cameriere    - (dalla cucina) Pronti! (Pori in tavola la zuppiera, serve. Tutti mangiano).

(Due « cocotte » elegantissime. Entrano dalla comune e vanno a sedere a un tavolino sul davanti, nel mezzo, vicino a quello di Viali. Viali le guarda di tanto in tanto con occhio cupido da vecchio satiro).

Il secondo Cameriere    - (galante) E le signore?

Clelia                             - Ci sono ostriche?

Il secondo Cameriere    - Certamente!... (A Clorinda)] E a lei?

Clorinda                        - Sì, sì, anche per me. Ieri sera ne ho man­giate tre dozzine e non le ho neppur sentite...

Il secondo Cameriere    - Vino?

Clelia                             - «Champagne».

Il secondo Cameriere    - Marca?

Clelia                             - « Mòet e Chandon », del migliore...

Il secondo Cameriere    - Va benissimo. (Via in cucina).

Clelia                             - E tu?

Clorinda                        - Per me figurati! (Distratta) Va bene tutto.

Clelia                             - Cos'hai?

Clorinda                        - Io?

Clelia                             - Sì, mi pare che stasera tu sia di cattivo] umore...

Clorinda                        - Che!... A stomaco vuoto... mi capirai...

Clelia                             - (con malizia) Sii sincera... non c'è lui...

Clorinda                        - Chi è questo lui?

Clelia                             - Don Luigi!...

Clorinda                        - (ride forte) Don Luigi! Il mio vitalizio...j Ma nemmeno per sogno!

Clelia                             - Scusami...

Clorinda                        - Don Luigi?... (Piano indicando la signora Viali) Parliamo piano perchè quella signora lì ci guarda di sbieco.

Clelia                             - Quale? Questa signora coi bambini?

Clorinda                        - Sì, questa, lì dietro a te... sembra la chioccia coi pulcini...

Clelia                             - (ride) Ah, ah!... Chioccia, chioccia...

Clorinda                        - Adagio... potrebbe sentirci.

Clelia                             - (seguita a ridere come presa da convulso).

Clorinda                        - Che cosa dicevamo?

Clelia                             - Si parlava di lui...

Clorinda                        - Ah, brava!... Di Don Luigi; tu ti ostini a chiamarlo mio amante, £/ questo che non va!

Clelia                             - Non è mica brutto!

Clorinda                        - Tutt'altro!... E' ben conservato.

Clelia                             - E' un originale.

Clorinda                        - Lo credi? Non sono mai stata capace di sapere quanti anni abbia...

Clelia                             - E indovinarli?

Clorinda                        - Ti dirò: se s'ha da giudicare... dai fatti, devono essere molti... ma a lui non dispiace... prende la cosa con filosofìa ed è il primo a riderne...

Clelia                             - Ti ama?

Clorinda                        - Sì, per quel tanto che può permettere il genere della nostra relazione. Noi siamo veramente indi­pendenti. Si sa, io non sono la sua amante. Io, ufficial­mente, ho il mio protettore di Genova... uno che, come l'ombra di Banco...

Clelia                             - Vuoi dire l'ombra di... Banca...

Clorinda                        - Precisamente! Hai detto benissimo.

Clelia                             - E tu?

Clorinda                        - Io che cosa?

Clelia                             - Tu l'ami?

Clorinda                        - Non gli voglio male... cosa vuoi, qui (si tocca il cuore) mi par sempre di avere qualche cosa di vuoto e, di quando in quando, bisogna che lo riempia.

Clelia                             - E t'innamori?

Clorinda                        - Proprio!...

Clelia                             - E... adesso?

iClorinda                       - Va cuocendo...

Clelia                             - Chi è?

Clorinda                        - Ah! un milanese... non se ne parla nem­meno! Non è molto bello, ma è tanto simpatico! Qual­che volta lo mangerei di baci!

Clelia                             - E gli altri?... Non son gelosi?

Clorinda                        - Sono gente a cui seccherebbe di saperlo.

Clelia                             - E allora? come fai?

Clorinda                        - Allora m'arrangio... Quando mi capita qualche amoruccio, qualche capriccietto, come si suol dire... ed io capisco che il disastro è inevitabile... allora è un affar serio... Si tratta di agire a colpo sicuro, non solo con uno, ma con tutti e due, e se capita anche eon tre.

Clelia                             - Tu sei veramente un diavolo.

Clorinda                        - Come si Ifa!... Si fa di tutto per guada­gnarsi il regno dei cieli.

Clelia                             - (ride. Clelia e Clorinda mangiano, bevono, co­mandano a soggetto).

Viali                              - (al secondo cameriere, continuando il discorso) Hai detto che c'è la lingua al Madera?

Il secondo Cameriere    - Sì, bellissima.

Viali                              - Cos'hai da saper tu!... sarà dura e malcotta, me l'immagino. Portamene due porzioni, ma abbondanti mi raccomando!

Il secondo Cameriere    - (gridando) Lingua al Madera per due.

Cesarina                        - Il papà comanda per due e mangia per tre.

Viali                              - Se parli ancora ti metto a casa e ti mando a letto! (Dopo un po') Senza vino!

Paolina                          - (dà uno scappellotto a Cesarinó).

Don Luigi                     - (entra dalla comune. Tipo di « viveur» consumato. Sulla cinquantina, elegante; capelli e baffi tinti. Entra e si ferma al banco, parlando sottovoce colla signora Rosa).

Clorinda                        - (subito allegra, piano) Che cosa t'ho detto io?... Eccolo là l'uomo fatale.

Clelia                             - (si volge) Finge di non vedere...

Clorinda                        - Oh, quello lì!... E' furbo sai! (Parlando piano).

Rosa                              - Don Luigi!... Finalmente!...

Don Luigi                     - (con galanteria si appoggia al banco) Dica la verità... lei mi aspettava.

Rosa                              - Ah! se non la vedevo, guai!

Don Luigi                     - (c. s.) Sempre sorridente... sempre un angelo!...

Rosa                              - (ridendo) Oh, per carità!... (Al secondo came­riere che si è fermato dinanzi al banco) Che cosa?

Il secondo Cameriere    - Bistecche, occhio di bue  due lingue al Madera... 1,60 al banco! (Butta le mar-chette sul banco).

Rosa                              - 1,60 va bene. (Il secondo cameriere va servire agli altri tavoli).

Clorinda                        - (piano a Clelia) Fa il cascamorto alla banchiera...

Clelia                             - (c. s.) Non sei gelosa?

Clorinda                        - Di lui?... Sta fresco! (Continuando piano).

Don Luigi                     - (c. s.) E quel fiore? Quel fiore?

Rosa                              - Il mio garofano?

Don Luigi                     - Ah, che profumo!... Chi sarà il fortunato mortale...

Rosa                              - (offrendo il fiore) L'unico... se lo vuole?...

Don Luigi                     - (lo prende) Oh, ma che onore!... Grazie, grazie!... Io già finirò col cercare un posto di cameriere per essere sempre vicino a lei. Mi prende al suo ser­vizio?...

Il secondo Cameriere    - (buttando una marca sul banco, forte) Taglio limone. (Va a servire a un tavolo di fondo).

Rosa                              - (ritira la marca. A Don Luigi) Se vuole che le ceda il mio posto!...

Don Luigi                     - No, no; vicino a lei, si capisce.

Rosa                              - (per liberarsi) Ne discorreremo dopo.

Don Luigi                     - Bene, ora vado a pranzare... ci penserò. (Le dà la mano) Con permesso!

Rosa                              - Buon appetito. (Seguita le sue operazioni. Ap­pena allontanato Don Luigi, essa leva di sotto al banco un altro garofano e lo mette nel vasetto. Don Luigi stringe la mano a Clelia e Clorinda, indi si siede a una tavola davanti verso destra sulla linea di Viali e Clorinda).

Colombini                     - (tragico, scrivendo) « Muori e cala la tela! ». (Vede Don Luigi) Pronti! pronti! (Fra sé) L'ho finita, l'ho finita se Dio vuole!... (Mette in tasca lo scar­tafaccio) Don (Luigi, buona sera... Cosa desidera?

Don Luigi                     - Oh là, Colombini!... Siamo allegri sta­sera, eh?...

'Colombini                    - Eh, come «i fa!...

Don Luigi                     - Ricordati che il termine sta per sca­dere... Bisogna far presto...

Colombini                     - Termine di che?

Don Luigi                     - Non mi hai detto ieri che stai scrivendo una commedia?...

Colombini                     - Sì, e per questo?...

Don Luigi                     - Concorso drammatico governativo!... Se lasci scappare l'occasione!

Colombini                     - Lei adesso scherza e vuol burlarsi di me. ma, ma... riderà bene chi riderà l'ultimo...

Don Luigi                     - Consegnata questa commedia?

Colombini                     - (toccando con la mano la parte posteriore del «frak») La commedia, quando vuole che glielo dica, c'è, ed è qui!...

Don Luigi                     - Oh, è a posto!...

Colombini                     - E' qui... (Ripete il gesto) E quando verrà fuori di qui, sentirà... che finale!... farà rabbrividire tutti quanti! (Ripete) «Muori!...».

Don Luigi                     - Muori tu...

Colombini                     - Lei rida., rida pure! Lo saprà poi chi era il povero Colombini, cameriere del « Mezzogiorno »! (Toccandosi la fronte) Qui, vede? qui c'è un grande ideale!... Che cosa importa a me di tutto il resto?... del ristorante, della padrona?...

Don Luigi                     - Degli avventori...

Colombini                     - (seguitando) L'arte, l'arte, l'arte!... Ecco il mio sogno!

Don Luigi                     - E... il titolo?

Colombini                     - A lei lo dico, perchè dopo tutto, capisce ancora qualche cosa.

Don Luigi                     - Onoratissimo!

Colombini                     - (piano, tragico) « La stricnina dell'a­more! ».,

Don Luigi                     - Bel titolo!

Colombini                     - Lei sa cosa sia la stricnina dell'amore?...

Don Luigi                     - Io no...

Colombini                     - (più piano) La stricnina dell'amore, ca­pisce, è il matrimonio!...

Don Luigi                     - Bravo!... Ben trovato! Sarà meglio man­giare allora, vero? Andiamo, da bravo, servimi bene e la tua commedia, te lo prometto io, avrà un successo! (Continuano piano).

(Dalla comune entrano tipi-caricatura di ufficiali di cavalleria. Posano molto).

Rosa                              - (subito inchinandosi) Signor tenente, signor tenente!

Saperlotti                      - (le stringe la mano) La nostra signora Rosa, come sta?

 Rosa                             - (stringe la mano à tutti ringraziando) Bene, bene... grazie, grazie...

Muzzacchi                     - E il suo garofano prediletto, sempre davanti, immancabile!

Rosa                              - Se lo accetta... E' l'unico.

Muzzacchi                     - Come?... (Lo prende) Ma grazie, ma grazie! 16

 Clorinda                       - (a Clelia piano) Antipatici!...

Clelia                             - Perchè?

Clorinda                        - Non ho mai potuto tollerare gli ufficiali^

Clelia                             - E a me piacciono tanto invece!...

Clorinda                        - E a me no. Cosa vuoi?... son le loro ma­niere, la poca... consistenza...? (Segna colla mano i di­nari).

Clelia                             - (ridendo) Probabilmente quella lì.

Cesarino                        - (ingenuo, indicando Clelia e Clorinda) Papà, chi sono quelle signore lì?...

Viali                              - Cosa vuoi che sappia io?...

Cesarino                        - Salutano tutta la gente...

Viali                              - E così?... Cosa importa?...

Cesarino                        - Anche tu seguiti a guardarle.

Viali                              - Taci, imbecille!... (Continuano piano).

Clorinda                        - Fra quindici giorni, se il mio studente ha i terminato gli studi me ne vado a Pegli.

Clelia                             - A Pegli??!

Clorinda                        - Non lo conosci? Uno splendore! Un pa­radiso!... Là, vedi, c'è mezzo di trovare anche marito... No, non ridere... te lo dico seriamente. Ci vuole qualche riguardo, questo si capisce... Insomma bisogna condurre,' con sé un bambino.

Clelia                             - Vuoi prender marito coi bambini?

Clorinda                        - Che sciocca!... Vedova. Tutto per poter star sola!

Clelia                             - Non c'è male!

Ciorinda                        - Certo che bisogna sacrificare un po' «toilette»!... Assolutamente esser sempre vestita di nero!... Del resto il nero ti sta bene...

Clelia                             - Ma e il...

Clorinda                        - Chi? Il bambino? L'anno scorso me Ila prestato il portinaio. Era così stupido che non c'era peri­colo capisse qualche cosa.

Clelia                             - Io avrei la figlia della mia padrona di casa...

Clorinda                        - Quanti anni ha?

Clelia                             - Sette anni...

Clorinda                        - ,No, no, non va ibene, troppo chiacchie­rina... lingua lunga... raccontano tutto! (Naturale) E poi, non dormono di notte.

Il secondo Cameriere    - E adesso cosa dò a queste signore?

Clorinda                        - Io voglio quel formaggino...

Il secondo Cameriere    - « Rebruchon » ?

Clorinda                        - No, quello a quadretti...

Il secondo Cameriere    - « Dongo »?...

Clorinda                        - Ma che «Dongo»!... Quello che ha quel sapore!...

Il secondo Cameriere    - (sorride) E' un po' difficile, sa!...

Clorinda                        - (a Clelia che ride) Aiutami, invece di ri­dere... quello che abbiamo mangiato l'altra sera col ca­pitano... è avvolto nella stagnola e porta un'etichetta blu...

Il secondo Cameriere    - Ah, «Monte Rosa»!...

Clorinda                        - Bravo, «Monte Rosa»!... Ci voleva tanta a dirlo! (Il secondo cameriere via).

Perletti                          - (entra dalla comune. Tipo di vecchio consti' moto. Ha una specialità. Ama combinare e... aiutare a»-che, gli amori clandestini. E' un uomo di buon cuore insomma. Ha un filo di voce e un tic nervoso all'occhio sinistro. Entra e va subito dalla signora Rosa) Mi dia, mi dia il mio fiore... secondo il solito! (Leva dal vaso il garofano e se lo pone all'occhiello).

Rosa                              - Ah birbante! Proprio l'unico!...

Ferletti                          - Grazie... (Attraversa la scena, saluta Clo­rinda e Clelia).

Rosa                              - (ripete la scena del fiore, cioè mette nel vaso un altro garofano).

Clorinda                        - Buona sera, Perfetti.

Perletti                          - Addio, Clorinda. (Piano, segnando Don Luigi) Vicina a lui, eh?

Clorinda                        - (sorridendo) Eh! L'amore!...

Perletti                          - Però confessalo!... T'ho presentato a un bel tipo sì o no?...

Clorinda                        - Oh, bellissimo!...

Perletti                          - E non mi hai ringraziato!... (Ride, stringe la mano a Clelia) Buon appetito, simpatica Clelia!... (Va al tavolino di Don Luigi).

Clelia                             - Altrettanto!

Don Luigi                     - Oh, caro Perletti!...

Perletti                          - Buona sera! (Siede, si prepara a pranzare).

Clelia                             - (piano a Clorinda) E' stato lui a farti cono­scere Don Luigi?

Clorinda                        - Sì, perchè?...

Clelia                             - Mi congratulo con lui e colla sua profes­sione...

Clorinda                        - Perchè, poverino?... E' tanto buono! Lui, vedi, è felice quando vede due persone che si vogliono bene.

Clelia                             - Non capisco questi gusti. (Continuano piano).

Don Luigi                     - (a Perletti) Dunque solo?...

Perletti                          - Solissimo. Ho accompagnato or ora Lu­ciano colla Ginevrina. Sai, lei sembra innamorata sul serio!

Don Luici                      - Chi l'avrebbe detto, eh?

Perletti                          - (a Colombini) Dammi della pasta, neh?...

Colombini                     - Va bene. E lei, Don Luigi, aspetta la sfoglia?

Don Luigi                     - Ma che sfoglia!... C% o non c'è questo quarto di pollo a lesso?

Colombini                     - Ah, giustissimo! (Via in cucina).

Don Luigi                     - Ha sempre la testa nelle nuvole quel letterato col « frak »!

Perletti                          - (continuando) Ti meravigli della Gine­vrina?... Ma quando l'ho fatta conoscere io a Luciano, non gliel'ho detto?... Questa è la ragazza ohe fa per te! Luciano è sempre stato un sentimentale.

Don Luigi                     - Ohi ti ha dato iquel fiore?...

Perletti                          - La signora Rosa!

Don Luigi                     - Ah, sì?... E a me ha giurato ch'era l'ul­timo!...

Perletti                          - Oh, quella!... Dice così a tutti! (Conti­nuano piano).

(sul ballatoio)

(Sul ballatoio, a sinistra, Giovannino e Lucia giuocano, gridano, saltellano, infine litigano fra loro. Lucia piange).

Lucia                             - Il cavallo non lo voglio fare!

Giovannino                   - A me non piace fare il signore.

Lucia                             - Stupido!...

Giovannino                   - Toh! prendi!...

Lucia (piange).

 Ginevra                        - (esce dalla porta, sul ballatoio) Cos'è que­sto gridare?...

Giovannino                   - E' stata la Lucia!

Lucia                             - E' lui che m'ha dato uno schiaffo.

Giovannino                   - Non è vero!

Ginevra                         - Sei tu che fai ammattire, sempre tu, e sei il maggiore!... Vergogna! (Giovannino piange. Vedendo venire dalla scala il marito con in braccio una bambina) Adesso che papà è qui, gli racconto tutto! (In questo momento Giovannino, dal ballatoio, ha lasciato cadere in mezzo al cortile un giubboncino che era disteso ad asciugare. Tutti quelli che sì trovano al pian terreno, si agitano e con grande affiatamento).

(al pianterreno)

Il secondo Cameriere    - Ohe!... Cosa fate, per Dio?!

Colombini                     - (prende con due dita il giubboncino, guar­dando in alto) Cos'è questa porcheria eh? Un po' di riguardo, perbacco!... Un po' d'educazione!...

Rosa                              - (forte) Parlerò col padrone di casa e li farò cacciare!

Perletti!                         - E' una vergogna!... bisogna far eostruire una tettoia qua sopra! Non si vede che della biancheria sporca!

Tutti                              - (al cameriere che tiene in mano il giubboncino) Buttalo via! buttalo via!

Don Luigi                     - (forte) E lavati le mani!

(Il cameriere porta via il giubboncino con caricatura, tenendolo colla punta delle dita. Ginevra coi due bimbi è rientrata in casa. Gli avventori del ristorante continuano a parlottare piano fra loro).

(sul ballatoio)

Carolina                        - (entra dalla porta di fianco).

Enrico                           - (cupo; s'incontra con Carolina che porta un secchio) Oh!, buona sera, signora Carolina!

Carolina                        - Buona sera! E' lei il primo stavolta, eh?

Enrico                           - Il primo?... Perchè?

Carolina                        - La signorina Bianca non è ancora tor­nata.

Enrico                           - Lo so, lo so.

Carolina                        - Cos'ha? E' di malumore?

Enrico                           - (con amarezza) Cara mia, quando si fa que­sta bella vita!...

Carolina                        - Oh, santo cielo!... Tutti portano la loro croce a questo mondo! Lei almeno ha la signorina Bianca che la conforta...

Enrico                           - Eh, Bianca!... Non è più quella di una volta! Forse non avrà torto. Quando non si mangia, l'amore non può fiorire...

Carolina                        - Capisco, capisco...

Enrico                           - (triste; pausa) Basta: sarà quel che «ara! Buona sera, signora Carolina. (Entra in casa).

Carolina                        - Buona sera. (Via dalla scala).

(al pianterreno)

Mezzi                            - (entra dalla comune. E' elegantissimo; no» sa­luta nessuno; va al tavolo di Don Luigi).

Perletti                          - Oh, bravo!

Don Luigi                     - Siamo in ritardo, eh?

Mezzi                            - (parlando marca l'«r») Ah, grandi cose, grandi cose!

Perletti                          - Cosa c'è?

Don Luigi                     - Racconta, racconta.

Mezzi                            - L'ho incontrata: ci sta... è decisa e domani... domani verrà all'appuntamento.

Perletti                          - Ma chi?

Mezzi                            - Quella ragazza che ho incontrato dalla Maie-rini.

Don Luigi                     - Caduta?

Mezzi                            - Caduta no, ma cosa certa... Essa abita qui sopra, in una di quelle camere lì da operai (accenna il ballatoio). Mi ha accompagnato sin qui, alla porta del ristorante.

Colombini                     - (offrendo) E al signor Mezzi? ,

Mezzi                            - Porta quel diavolo che vuoi, non mi sec­care!... (Colombini via, facendo il segno come dire: è pazzo) Dunque vi dicevo che è interessante... molto in­teressante. Ha riconosciuto subito il sito e mi ha detto colla sua vocina graziosa: (imitando la voce) «Abito qui, al primo piano... Buon appetito! » e via, è scappata come una furia...

Don Luigi                     - Sei proprio innamorato dunque?

Mezzi                            - Ecco, vi dirò: innamorato no, ma a me piace moltissimo.

Perletti                          - E, dimmi un pò. Come ha spiegato la vi­sita dalla Maierini?

Mezzi                            - (ride) Gliel'ho domandato anch'io... è rima­sta un po' male, si è fatta rossa in viso, ha chinato la testa e mi ha detto: «Cosa vuole!... la necessità! una combinazione »...

Don Luigi                     - La solita storia!

Mezzi                            - Ma che solita storia! Siete dei grandi scetti-coni voialtri!...

(In questo momento, sul ballatoio, Bianca entra in scena; dà un'occhiata espressiva giù in cortile, poi via in casa per la laterale dove prima è entrato Enrico).

Mezzi                            - (alza la testa, vede Bianca) Eccola, eccola che passa! (Don Luigi e Perletti guardano) E così?...

Don Luici                      - E' carina davvero.

Perletti                          - Sì: è una bella ragazza: però mi ha l'aria di una santarella.

Mezzi                            - Ti sbagli. Domani intanto ho l'appuntamento e se... (continuano piano).

(Durante queste ultime scene, mormorio di gente che ordina, mangia, chiacchiera; mormorio in tono più accentuato di prima. In questo momento entra la Marelti artista drammatica, molto bella e molto elegante. La Moretti è un tipo che ha preso il palcoscenico come una vetrina. Essa va a sedere a un tavolino davanti, a destra, molto in vista del pubblico. E' servita da Colombini che si mostra molto premuroso. L'ambiente si anima straor­dinariamente. Le voci si confondono, si accentuano e dalla scena qui sotto deve risultare un complesso di voci con tonalità differenti. Siamo dunque all'apogeo del « restaurant ». E' il momento di maggior vita; i rumori crescono e si ha così un chiacchierìo d'assieme che deve arrivare in brevissimo tempo al massimo crescendo, quasi assordante, sino al grido interno di Bianca che arresterà la scena di colpo).

Don Luigi                     - Sei fortunato però... Avanti dunque che l'affare è sicuro... Colombini, le sigarette.

Perletti                          - Un cognac, Colombini. (A Mezzi) Vedrai, quella lì in poco tempo si lancia. Intanto cominci a le varia dalle unghie del suo amante.

Mezzi                            - Faccio conto di tenerla con me difatti e... se l'amante si oppone, oh, perdio!... c'è una buona qamtura e poi... vado da mio zio deputato e lo faccio sfrattare.

(Chiacchierìo generale assordante. Dalla camera dm Bianca si ode un gran fracasso come di vetri che si spezzano, poi un grido acutissimo di donna. Gran movimento al piano terreno e al primo piano. Gli inquilini escono dalle porte).

(sul ballatoio)

Ginevra                         - Cos'è stato?...

Carolina                        - Nella camera della signora Bianca.

Teresa                            - Le solite scene!,.. E' un uomo impossibile!..!

Teodoro                        - E' tempo di finirla con queste scenate!

Bianca                           - (di dentro) Ne ho abbastanza!,.. Ahi, ahi! ahi!

Enrico                           - (di dentro) Donnaccia!... Ti ammazzo guardali Ti ammazzo! (Un grido di dolore di Bianca: poi si apra repentinamente la porta. Esce Bianca coi capelli scorna posti, agitatissima).

Bianca                           - Vado, vado via...

Enrico                           - (appare; agitatissimo) Bianca, tu non ani drai!...

Bianca                           - Sei una canaglia!...

Enrico                           - (la prende per un braccio) Vieni dentro e| non facciamo scenate in pubblico...

Bianca                           - (energica, sempre tenuta pel braccio da Enrico - No, no, non vengo!

(Ginevra, Teresina, Carolina et Teodoro si interpongono).

(al pianterreno)

Mezzi                            - E' lei, è lei!... Vedi quel mascalzone? (Tutta sono in piedi).

Clorinda                        - Sempre così, sempre prepotenti e brutali! gli uomini!...

Clelia                             - Mandate a chiamare le guardie! (Lucianoi Maria, Cesarino, spaventati si attaccano alle sottane dì Paolina).

(sul ballatoio)

Enrico                           - (energico) Vieni, dunque!

Bianca                           - Lasciami andare.

Enrico                           - (minaccioso) Bianca!...

Bianca                           - Ho detto di no!... Sono stanca!

Perletti                          - (da basso) Sì... sì… lasciala andare!

Don Luigi                     - (c. s.) Finitela!

Enrico                           - (iroso, a Bianca) Per tua norma io non sono uno stupido... so tutto, bugiarda!...

Bianca                           - Dammi da mangiare: sarà molto meglio,

Enrico                           - Ah sì? Prendi!...

 (Le dà uno schiaffo e cerca brutalmente di trascinarla in casa).

Mezzi                            - (seguito da Ginevra, Teresina, Carolina si precipita su Enrico per fermarlo) Andiamo, via, basta!..! E' una vergogna!

Enrico                           - (minacciando) In casa mia comando io!!(Tutti cercano di trascinarlo e riescono a farlo entrar» nella camera di Teodoro al centro. Bianca, staccatasi dai Enrico, entra di furia in camera sua).

(Al pianterreno)

Mezzi                            - (si è messo il cappello e parla prima con Perletti e Don Luigi).

Colombini                     - (fra sé da ispirato, in mezzo alla scena) Che bel soggetto!... Oh, se avessi tempo!

Mezzi                            - (a Don Luigi e Perletti) Avete sentito? Adesso l'aspetterò quando esce dalla porta.

Don Luigi                     - Questo è il momento buono!... (Don Luigi, Mezzi e Perletti pagano il conto ed escono parlot­tando).

(Sul ballatoio)

Bianca                           - (esce con un piccolo involto. Alle donne che si trovano ancora sul ballatoio) Arrivederci.

Teresa                            - No, non faccia così!

Carolina                        - Ma si fermi!...

Ginevra                         - Andiamo, da buona!

Bianca                           - E' inutile!... è inutile, ormai ho deciso!

Carolina                        - Che cosa debbo dirgli?

Bianca                           - E' inutile che mi cerchi; non mi lascerò trovare... (Mostrando il pacchetto) La mia Madonna e le mio cosuccie le ho con me e lo saluto tanto. E voi scu­sate di tutto! (Via dalla s&da. Tutti rientrano nelle lo­ro camere).

(Al pianterreno)

Viali                              - (urlando) Il conto, il conto subito!...

Il secondo Cameriere    - Pronti!... (Eseguisce).

Viali                              - E' una vergogna!... Si sta pranzando... prima gettan giù i cenci sporchi, poi attaccan lite. Fate coprir il cortile, sarà molto meglio...

Il secondo Cameriere    - Capirà : la colpa non è nostra.

Viali                              - Presto il conto e meno chiacchiere... (A Pao­lina e ai figli) Su il cappello e via. (Paga il conto ed esce con la famiglia. Anche Clelia, Clorinda e tutti gli altri avventori pagano e lasciano il ristorante, commen­tando fra loro mentre i camerieri sparecchiano i tavoli).

FINE DEL SECONDO ATTO

ATTO TERZO

QUADRO PRIMO

(Interno di una piccola chiesa. Ore sei di sera di una giornata d'inverno. Penombra completa. L'aitar maggiore figura fra le quinte, a sinistra dello spettatore. Lateral­mente a sinistra vi è quindi la balaustra, dinanzi alla quale stanno inginocchiati lo scaccino e il chierico. Bor­bottano la preghiera della sera. Disposte traversalmente alla scena, un po' inclinate da destra a sinistra, diverse panche con inginocchiatoio, in doppia fila. Sulla prima panca dalla prima fila, sul davanti a sinistra, è inginoc­chiala Bianca che prega con molto fervore. E' elegan­tissima. Veste un abito scuro. Dinanzi alla seconda panca della prima fila, sul davanti, sta la signora Vigliani colla figlia Maria. La signora Vigliani veste molto bene; Maria è una giovinetta di diciassette anni, bellina, molto com­posta. Dinanzi alla terza panca, sempre sul davanti, sta la portinaia, donna sui cinquantanni : veste modestamente, con grande scialle nero. Alla prima panca di seconda fila sta la signora Cleofe, donna sui trent'anni: colla figlia di dieci anni, Gina. Alla seconda panca di seconda fila stanno due vecchie beghine assai caratteristiche: Filomena e Giuditta, tabaccose, biascicanti avemarie. Il rimanente dei posti è tutto occupato da fedeli. Molta compostezza e serietà. Intonazione scura negli abiti. La porta d'uscita che dà in strada è laterale a destra. Sulla porta, fatta a bussola, un gran tendone pesante. Vicino alla porta, in fondo a destra, pila dell'acqua santa. Appoggiato alla pila, Enrico. Enrico porta paltò con bavero rialzato. E' inquieto. Osserva da lontano, con intensità, Bianca. Egli attende che la chiesa si vuoti per parlare con Bianca. Dai movimenti si comprende ch'egli cerca nascondersi alle occhiate indi-screte dei curiosi. Sul davanti a destra, Gustavo e Gino Belfiore, due giovinetti dai sedici ai diciassette anni eie-gantissimi, soci del Circolo Ambrosiano. Molti fedeli sono in piedi, e naturalmente a capo scoperto. Prima che si alzi la tela, internamente, e per ben due volte, si sente rAvemaria, intonata dallo scaccino. Rispondono a bassa voce i fedeli).

(Lo scaccino è un vecchio senza un pelo di barba. E' vestito tutto di nero. Nella sinistra tiene un gran mazzo di chiavi. E' inginocchiato davanti all'altare maggiore. Alla sua destra, pure inginocchialo, sta il chierico).

Lo Scaccino                   - (a voce intonata all'ambiente, monotona e cadenzata) « Ave Maria, gratia piena, dominus tecum, benedicta tu in mulieribus et henedictus fructus ventris tui Jesus »...

Il Coro dei fedeli          - (piano rispondendo) « Sancta Ma­ria, mater Dei, ora prò nobis, peccatorihus, nunc et in bora mortis nostrae. Amen! ».

Lo Scaccino                  - (c. s.) «Agnus Dei, qui tollis peccata mundi... ».

Il Coro dei fedeli          - (c. s. risponde) «Parce nobis, Domine ».

Lo Scaccino                  - « Agnus Dei qui tollis peccata mundi... ».

Il Coro dei fedeli          - (c. s.) « Exaudi nos, Domine... ».

Lo Scaccino                  - « In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo... » (Tutti i fedeli si fanno il segno della Santa Croce).

Gino                              - (come continuando un discorso) Naturalmente devo rassegnarmi a assistere alla lavanda dei vecchi! Questo le basta. L'anno scorso mi ha donato un can­nocchiale da teatro e quattro azioni della Banca Cat­tolica.

Gustavo                        - Te fortunato!

Gino                              - Non gridare!... La gente mormora...

Gustavo                        - Non vedi?... E' finito (Movimento di fe­deli. Lo scaccino e il chierico si alzano).

La signora Vigliani       - (si è alzata, e colla figlia Maria s'incammina per uscire. A Gino, con intonazione sempre bassa) Oh, buona sera, Gino, come va?

Gino                              - (salutando Maria) Io sto bene, e lei signorina?...

Maria                             - (gli stringe la mano).

La signora Vigliani       - Sempre col signor Gustavo, eh? I due indivisibili! Chissà quali terribili progetti vanno ruminando loro signori!

Gino                              - Oh, non dica così!.- Siamo troppo bravi-troppo buoni!...

La signora Vigliani       - (ironica) Sarà! Però io ne dubito! Esce anche lei?...

Gino                              - Se permette l'accompagno.

Maria                             - Ma che perfetto cavaliere!... Grazie, grazie!-.

Gustavo                        - (aprendo la porta ed alzando il tendone) Prego, prima lei...

La signora Vigliani       - Troppo gentile... (Via con Maria, Gustavo e Gino chiacchierando allegramente. In­tanto la portinaia si è alzata e si avvicina a Bianca).

La Portinaia                  - (tocca leggermente Bianca nel gomito).

Bianca                           - (alza la testa) Chi è? (Riconoscendola) Ah lei signora Carolina? Cosa vuole?

La Portinaia                  - (piano) E' stato da me il signor Gigi...

Bianca                           - Che cosa ha detto?

La Portinaia                  - Ha detto di pazientare un pochino sino alle sei e mezzo... poi andranno assieme a pranzo.

Bianca                           - Va bene, va bene.

La Portinaia                  - Lei si fermi, e alle sei e mezzo precise esca che lo troverà fuori, sulla strada... A lui secca en­trare in chiesa, lo sa...

Bianca                           - Va bene, va bene, grazie.

La Portinaia                  - Le abbisogna qualche cosa?

Bianca                           - Gigi ha le chiavi, ma ad ogni buon conto le ritiri lei e la chiave dell'uscio la metta sul candeliere.

La Portinaia                  - Va bene, va bene, lasci fare...

Bianca                           - E grazie.

La Portinaia                  - Mio dovere... Buona sera, signora Bianca. (S'incammina lentamente. Sulla porta s'inchina alValtare, poi esce. Bianca torna a pregare).

La signora Cleofe         - (si è alzata colla Gina e si avvicina allo scaccino che in questo momento si trova presso l'ar­cata di mezzo) Ascolti un momento.

Lo Scaccino                  - Cosa vuole?

La signora Cleofe         - Domani mattina devo condurre il mio bambino per la confessione. A che ora si potrà trovare Don Giacomo?

Lo Scaccino                  - Venga verso le otto.

La signora Cleofe         - Ci sarà gente?

Lo Scaccino                  - Che, che!.- Caso mai lei dovesse aspet­tare, ci penso io, gli faccio un segno in confessionale, le faccio scivolare avanti la sedia e lei si confessa in men che non si dica.

La sicnora Cleofe          - Grazie tante...

Lo Scaccino                  - Prego! mio dovere. (Rivolto ai fedeli ancora inginocchiati) (Signori, 'si chiude!.- (Scuote il mazzo di chiavi. Va vicino a Bianca) Signora, si chiude!...

Bianca                           - E' tardi, non è vero?

Lo Scaccino                  - (riconoscendola) Ah, lei?.- Ma si fi­guri! Si fermi (pure!... Io dico che si |chiude per dar la levata a certa gente!-, a certi monumenti!-. Altrimenti vado a cena questa notte!... Con quella flemma!.,. (Altro tono) C'è tempo ancora una buona mezz'ora... con suo comodo!

Bianca                           - Grazie... i(Seguita a pregare).

Un Signore                    - (entra dalla comune. Non pratico si rivolge ad Enrico) Scusi, per un funerale... dove si va?

Enrico                           - (scuotendosi) Cosa vuol che sappia io?-. Non sono un sagrestano.

 Il Signore                     - Ah, scusi!...

Enrico                           - Si figuri!... Vada là... dev'essere quello là (Indica lo scaccino).

Il Signore                      - Benissimo, grazie!... (Si avvicina allo scaccino) Si può parlare con qualcuno ideila chiesa?

Lo 'Scaccino                 - Di che si tratta?

Il Signore                      - Si tratta del funerale di mio zio.

Lo Scaccino                  - E' della nostra parrocchia?-.

Il Signore                      - Altro che! E' il signor Barboni; in Foro Bonaparte al 42f.

Lo Scaccino                  - Il negoziante di formaggi?

Tl Signore                     - Proprio lui...

Lo Scaccino                  - E’ morto?

Il Signore                      - Ieri sera a quest'ora.

Lo Scaccino                  - Oh poveraccio! Con quella cera! Così grasso!

Il Signore                      - E’ morto d'un colpo.

Lo Scaccino                  - Perchè hanno aspettato tanto, a pensare ai funerali?

Il Signore                      - Non si sapeva ancora che somma la sciava!.- l'eredità... Bisognava attendere per regolarsi.., mi capisce...

Lo Scaccino                  - Bene, bene... vada là in fondo, in quel­l'angolo... vede quella porticina?... Passi avanti e chieda al chierico di Don Eugenio. Lei è servito come un papa!

Il Signore                      - Grazie!

Lo Scaccino                  - Prego! mio dovere!

Il Signore                      - (via in fondo a sinistra. Filomena e Giu­ditta si sono alzate e si sono (avvicinate allo scaccino).

Filomena                       - (voce da vecchia sdentata) Chi è, chi è il morto?

Lo Scaccino                  - Il signor Barboni, il formaggiaio.

Giuditta                        - (pure vecchia beghina) Oh, Madonna san tissima!-. E' morto il signor Barbotti?

Filomena                       - Quanti anni aveva?

Giuditta                        - Ma come? Avrà avuto sessantanni a dirn molti!

Filomena                       - Pover'uomo!-. Così giovane!... buono!

Giuditta                        - Mah! come si rfa presto a morire, santo cielo. E' una eosa dell'altro mondo! In un momento, puf, si passa di là e felice notte, chi ha avuto ha avuto...

Filomena                       - (allo scaccino) Dica un po'!... Per favore chi predica domenica?

Lo Scaccino                  - Probabilmente Don Ambrogio...

Filomena                       - (contrariata) Sempre Don Ambrogio!.! Santa pazienza!-. C'è Don Massimo che è tanto bravo!...

Lo Scaccino                  - Oh Maria Santissima... Avrebbe il co­raggio di criticare Don Ambrogio?...

Filomena                       - No, no- questo no. Don Ambrogio predica bene... si capisce che è una persona che ha studiato,! ma cosa vuole? quando parla è un po' secco... un po' asciutto... Don Massimo invece è più sentimentale, pina dolce, non è vero, signora?

Giuditta                        - Altro che! è uno zucchero quell'uomo! èli uno zucchero candito!

Lo Scaccino                  - Vuole che glie lo dica io il perchè? Ili perchè è questo: Don Massimo è giovane e alle belle»1 donnine piacciono i giovanotti. (Ride e s'allontana).

Filomena                       - Briccone! briccone! senza timor di Dio!

Giuditta                        - Linguaccia, linguaccia!... Brutta linguaccia!... (Esce con Filomena).

Il Signore                      - (rientra dalla porticina, attraversa la scena per uscire).

Lo Scaccino                  - (lo vede) E così? Combinato tutto?

Il Sicnore                      - Combinato, combinato per le dieci.

Lo Scaccino                  - Messa e offizio?

Il Signore                      - No, no... la gente che verrà sarà tutta gente d'affari... bisogna sbrigarsi... Mezzo offizio e basta. Buona sera. (Via).

Lo Scaccino                  - (con espressione, dopo che è partito) Spilorcio. (Alle fedeli) Signore, si chiude! (Tutti escono, meno Bianca ed Enrico).

Colombini                     - (entra frettoloso dalla comune. Vede lo scaccino, gli corre incontro) E' ilei il /sagrestano? Fi­nalmente! E' nato, sa, un bel maschietto, proprio questa notte.

Lo Scaccino                  - Bravo, mi congratulo!

Colombini                     - Ma non è mica mio. E' di certi signori nostri clienti... Io sono venuto ad informarmi per il battesimo.

Lo Scaccino                  - Domani mattina, se crede.

Colombini                     - Non troppo presto, sa, perchè prima dob­biamo preparare uno di quei rinfreschi!...

Lo Scaccino                  - Senta, alle dieci c'è un funerale.,. Le fa comodo alle dieci e mezzo?

Colombini                     - Per me va benissimo, ma il funerale sarà finito?

Lo Scaccino                  - Altroché! Si tratta di roba da poco. E poi Don Massimo è tanto lesto... Quattro orazioncelle, due battute col suo « asperges » e lo manda diritto filato al cimitero.

Colombini                     - Per carità, non ci faccia trovare il morto in chiesa, neh...?

Lo Scaccino                  - Non abbia paura, ci penso io. Oh, mi raccomando il padrino...!

Colombini                     - Diavolo, vuole che non ci sia?

Lo Scaccino                  - No, dicevo perchè le raccomandi di dare una ripassatina al « Credo », per non farselo suggerire... Capirà, non e bello.

Colombini                     - Stia tranquillo. Allora, siamo d'accordo su tutto.

Lo Scaccino                  - D'accordo: alle dieci e mezzo precise. Via il morto, attacco a lei...

Colombini                     - Non facciamo scherzi.-!

Lo Scaccino                  - Dico, il tempo di cambiare la stola...

Colombini                     - Ah, benissimo...! Eh, la vita e la morte... Chi va e chi viene... Che dramma! (Esce).

Bianca                           - (allo scaccino) Li hanno portati i fiori sta­mattina?

Lo Scaccino                  - Sì, sì, li hanno portati. Lei si prende sempre disturbo. Che bei fiori!!! Don Massimo la rin­grazia.

Bianca                           - Per così poco?

Lo Scaccino                  - Come? le par poco? Tutto l'altare è coperto... anche la nostra Madonna deve essere con­tenta!...

Bianca                           - Crede?

Lo Scaccino                  - Non c'è da dubitarne.

Bianca                           - < Adesso mi faccia un altro favore.

 Lo Scaccino                 - Dica, signora...

Bianca                           - (cava di tasca il portamonete, prende cinque lire, glie le dà) '     - Mi faccia benedire una candela e l'ac­cenda secondo le mie intenzioni.

Lo Scaccino                  - Sissignore, lei sarà servita. (Prende U danaro).

Bianca                           - Mi raccomando.

Lo Scaccino                  - Vado subito, immediatamente. Così prima di sera tutto è a posto.

Bianca                           - Grazie...

Lo Scaccino                  - (inchinandosi) Prego, mio dovere. Buo­na sera, signora.

Bianca                           - Buona sera! (Lo scaccino via dal fondo a sinistra. Bianca si volta ancora verso l'altare, s'inchina, fa per uscire a destra dalla porta).

Enrico                           - (si distacca dalla pila e deciso le sbarra il passo) Un momento. Ho bisogno di parlarti.

Bianca                           - (riconoscendolo; arrestandosi, spaventata) Tu?

Enrico                           - Sì, sono io. Parla piano.

Bianca                           - (ancora sbalordita) A Milano?... Ma da quando?

Enrico                           - Da ieri sera.

Bianca                           - E vieni qui, in chiesa, a cercarmi?

Enrico                           - Dove volevi che ti cercassi? Nella casa di quell'altro forse?

Bianca                           - Cosa t'è venuto in mente? Perchè sei fug­gito?

Enrico                           - E ime lo domandi? Perchè non ne potevo più, perchè impazzivo, perchè sono deciso a tutto. De­ciso a venirti a cercare a qualunque costo, in capo al mondo! Ho passato tre mesi d'inferno, Bianca, tre mesi d'inferno! Ho fatto di tutto per dimenticarti, per cal­marmi, per rendermi una ragione chiara di quello che era accaduto, ma non sono stato capace, non ci sono riuscito e adesso sono qui.

Bianca                           - Ma tu hai perduto la testa!... Ma ti pare una cosa possibile? Ma se m'avevano detto che ti eri messo a posto, che avevi trovato lavoro...

Enrico                           - (interrompendo) Che cosa importa a me del posto, del lavoro, quando tu non ci sei?... Tutt'oggi sono passato innanzi e indietro, davanti alla finestra della tua casa, sul corso. Non ho avuto il coraggio di salire. Mi sarei incontrato con lui... Allora ho aspettato. Sapevo che andavi alla benedizione tutte le sere e ci son venuto, per trovarti. E' più di mezz'ora che sono in quell'angolo. Ho visto uscire tutta la gente e adesso finalmente ti posso parlare.

Bianca                           - (con dolore) Vuoi parlarmi? Ma di che? Ma perchè... Questo non è il luogo... lo vedi, non è il momento...

Enrico                           - (deciso, piano) Bianca... non ti dico che una cosa sola: devi venire con me.

Bianca                           - Con te?

Enrico                           - Sì, per forza!... Sono venuto a Milano per prenderti, per condurti via.

Bianca                           - Ma, Enrico, ragiona! Non comprendi che quello che dici e impossibile?

Enrico                           - Impossibile?... Perchè?

Bianca                           - Perchè... perchè... perchè è così. Perché io ormai ho cambiato strada, perchè io mi trovn in un'al­tra condizione e non potrei più vivere come una volta, non potrei più adattarmi, capisci?...

Enrico                           - (con passione) Senti, Bianca... Te lo giuro, guarda, te lo giuro, qui davanti alla tua Madonna: io ti perdono tutto, tutto ch'è passato... parola d'onore... Non ti ricorderò più nulla, neanche per ischerzo, neanche per sbaglio. Da oggi, da stasera, noi cominceremo un altro sistema di vita, come se ci fossimo conosciuti ora...

Bianca                           - (decisa) No, no... 'Domattina saremmo dac­capo!... Io sarei già pentita e tu malediresti ancora il destino per avermi perduta un'altra volta.

Enrico                           - (crescendo) Hai forse paura di star male con me? Di soffrire delle privazioni? Lo so, lo so, io non potrei vestirti come hanno fatto finora gli altri. Ma la vita sarà ben diversa. Tu lo sai, te l'hanno detto cer­tamente. A Torino ho trovato un buon posto: se domani tornassi mi riprenderebbero a braccia aperte... Credi, non ci saranno fastidi e poi... Io lavorerò, lavorerò di­speratamente, con tutte le forze, con tutta la mia anima per te, per non lasciarti mancar nulla, perchè tu stia bene...

Bianca                           - (interrompendolo) Enrico, 'finiscila... E' inu­tile che tu continui... sii ragionevole...

Enrico                           - (prorompendo) Ma che cosa sei diventata? Che cosa t'hanno fatto?... Sei innamorata?

Bianca                           - (piano) No, innamorata no! (Lenta) Se ho voluto bene davvero a qualcuno è stato a te, te lo 'giuro, ma adesso... non torno più indietro, adesso è finita...

Enrico                           - (pianissimo, strozzato) Finita?

Bianca                           - (c. s. decisa) Finita!

Enrico                           - E tu credi che io mi rassegni?

Bianca                           - Per forza!

Enrico                           - Di me non te ne importa dunque più nulla?

Bianca                           - Senti, Enrico. Non è il caso: non facciamo delle scenate: non c'è la ragione, non c'è un perchè...

Enrico                           - (terribile) Non c'è un perchè! Ma non hai ancora compreso che sono deciso a tutto? che ho perduto la testa, che è questione di vita o di morte, che ho bi­sogno di te, e che bisogna, bisogna che tu venga via con me. Sì, lo so, lo so, sarò pazzo, dimmi quello che vuoi; ma è così e tu se hai un briciolo di cuore, non puoi respingermi, non puoi abbandonarmi.

Bianca                           - Allora ti dico che non vaglio!

Enrico                           - Non vuoi?

Bianca                           - No, non voglio.

Enrico                           - Hai ben deciso?

Bianca                           - Ho deciso!... E adesso lasciami andare e non farmi delle scenate e non mi seguire per la strada.

Enrico                           - (violento prendendola per un braccio) Ti seccherebbe forse perchè io non sono vestito come quelli che ti mantengono? (Si lasciano).

Bianca                           - Può darsi!... (Decisa) E poi, vuoi proprio saper tutto? Fuori c'è una persona che mi aspetta: non voglio scene per la strada...

Enrico                           - (afferrandola ancora) Bianca, per l'ultima volta!

Bianca                           - (con ira) No... ho detto di no: lasciami an­dare.

Enrico                           - (cerca di trattenerla) Bianca! (Breve lotta).

Bianca                           - Lasciami ti dico! (Cercando svincolarsi).

Enrico                           - (si slancia su lei, le vibra una coltellata) Toh! Prendi! (Fugge).

Bianca                           - (getta un grido acutissimo, stramazza a terra)

Lo Scaccino                  - (colla lanterna in mano, entra dal fondo a sinistra, spaventatissimo ; corre presso Bianca) Cosa c'è, cosa c'è! Cosa è successo?

QUADRO SECONDO

 (Camera da letto di Bianca. Mobilio elegantissimo: Ambiente da «cocottes fin de siede ». Il letto basso a sinistra disposto trasversalmente. Presso il letto, comodimi belle e con bicchier d'acqua e lumino dà notte spento. Tavola nel mezzo. Scrigno dirimpetto al letto lateralmente a destra. In un tiretto dello scrigno, lettere, ritratti, danaro l'immagine della Madonna. Scaffale in un angolo in fondoa destra. Sullo scaffale una lampada con paralume. Porta comune nel mezzo. Porta laterale in angolo a sinistra,... Tutto il mobilio è artistico e di stile. Penombra. Sono le sette di sera, d'inverno. Fuori nevica. A letto, assopita Bianca ferita. Rachele, vecchia cameriera affezionata, sii parlando colla portinaia che si trova sulla comune in atto di partire. Parlano con intonazione sempre bassa, quale si conviene in camera d'ammalata).

La Portinaia                  - Dunque ha capito?... Se le occorri qualche cosa, mi chiami.

Rachele                         - Va bene: in quanto alla lettera, speriamo che gliela consegnino.

La Portinaia                  - Non dubiti... Gliel’ho raccomanda tanto!

Rachele                         - E... intendiamoci bene... non lasci passare nessuno, tranne lui...

La Portinaia                  - Ma io non lo conosco...

Rachele                         - Le darà il suo nome... non ha letto sulla busta?

La Portinaia                  - Ah! Sì, sì... va benissimo.

Clorinda                        - (sulla soglia della comune) Si può?

La Portinaia                  - (a Clorinda) Non si può, non si può.

Clorinda                        - (elegantissima, con mantellina d'inverno) In portineria non c'era nessuno... e poi, io sono la sua amica. Voglio sapere come sta.

Bianca                           - (svegliandosi) Chi è?...

La Portinaia                  - Ecco che s'è svegliata!

Clorinda                        - (a Bianca, piano) Sono io, Clorinda.

Bianca                           - (con un filo di voce) Clorinda! Ah, che brava! Hai fatto bene a venirmi a trovare.

Clorinda                        - (si avvicina al letto con grande premura) Come stai?

Bianca                           - (con un lamento) Male!...

Clorinda                        - Oh, Madonna santissima!... Non spaventarmi così!

Bianca                           - (c. s.) Siedi... Hai un minuto di tempo?

Clorinda                        - Certo... Sono venuta apposta per trovarti.!

Bianca                           - (alle donne) E la mia lettera?

La Portinaia                  - E' stata recapitata. Lui non era in casa, ma stia tranquilla, appena ritorna gli verrà subito con­segnata.

Bianca                           - Grazie.

La Portinaia                  - Desidera altro?

Bianca                           - Nulla... (A Rachele) E anche lei vada di là! (Indicando Clorinda) Mi lasci sola.

Clorinda                        - (a Bianca) Oh, senti un po', Don Luigi verrà a salutarti. Ti spiace ch'egli salga da te? Un mi­nuto, il tempo per salutarti.

Bianca                           - (a Rachele e portinaia) Sì, sì, venga, venga pure.

La Portinaia                  - Buona sera, signora Bianca. Si curi...

Rachele                         - (a Bianca) E non parli troppo. Si ricordi cosa ha detto il medico! (Rachele e portinaia via. Pausa).

Bianca                           - (a Clorinda con dolore) Hai visto? Che belle cose succedono!

Clorinda                        - Ah, cara Bianca, se sapessi! Io non ho più una goccia di sangue nelle vene, sembro diventata una stupida. Credi? Non so 'più quel che mi dica... sono stor­dita! stordita! C'è da perdere la testa!

Bianca                           - (lamentandosi) Ah, che dolore!... Che do­lore!... Fammi un piacere, Clorinda.

Clorinda                        - (subito alzandosi) Ma figurati!

Bianca                           - Accomodami il guanciale.

Clorinda                        - (eseguisce) Così?

Bianca                           - Brava, grazie.

Clorinda                        - E il medico cosa dice?

Bianca                           - Non so. Senza dubbio si tratta di una cosa seria.

Clorinda                        - Oh, ma guarirai! Guarirai! Fatti corag­gio... E' guarita anche la mia portinaia! Ha preso tante di quelle coltellate quella donna!... Salva lei, son «alvi tutti.

Bianca                           - Fosse vero! (Sorridendo) Io non ho voglia di morire, sai!

Clorinda                        - Lo credo bene! Morire? Sento di già i brividi!...

Bianca                           - (lamentandosi) Ahi, ahi...

Clorinda                        - Vuoi qualche cosa?

Bianca                           - Dammi un po' d'acqua. Ho un'arsura!

Clorinda                        - (le dà l'acqua, poi) Sai, eh? Non l'hanno ancora arrestato.

Bianca                           - Chi?

Clorinda                        - Quello che t'ha ferito. (Siede).

Bianca                           - Non parlarmene.

Clorinda                        - Canaglia! Assassino!... Oh, mi sentiranno in tribunale!... Don Luigi mi ha detto che lo condanne­ranno almeno a 20 anni! Io dico son pochi! Assassino!

Bianca                           - (invece di rispondere, si lamenta) Ahi, ahi, ahi...

Clorinda                        - Ti senti male?

Bianca                           - Ci sono dei momenti che mi sento morire...

Clorinda                        - Ho letto sul giornale che si tratta di uno spagnolo... almeno così tu devi aver detto all'ispettore.

Bianca                           - Sì, uno spagnolo.

Clorinda                        - Strano! Io non t'ho mai vista con Ifore-stieri!

Bianca                           - (di malavoglia) Lo conoscevo già da tempo!

Clorinda                        - Parla poco! Parla poco, ti fa anale.

Bianca                           - La voce mi si ripercuote iqui dentro, proprio dove c'è la ferita.

Clorinda                        - Sta tranquilla... (Non muoverti per (l'amor di Dio!... Povera Bianca!... Ma guarda se doveva capi­tarti una cosa simile!... E poi il modo... in chiesa?!... Ma, domando io... A Milano già non si parla d'altro. Eh, sì... non son cose che accadono tutti i giorni! Don Luigi e Perletti sembrano più stupidi del solito... non capiscono più nulla!... Se ti fossi trovata l'altra sera allo «Stoker»quando è arrivata la notizia!... Sulle prime non si voleva credere, ma poi? Rinuncio a descriverti la scena... Se non sono svenuta fu un vero miracolo!... Tutti ne parlavano, tutti facevano dei commenti... sai, quando si ha la fortuna di avere molte conoscenze, lo scandalo si allarga di più. E i giornali? Se li rubano! Il « Secolo » poi, ha persino pubblicato il ritratto della vittima, che sei poi tu. Chissà chi ha dato quel ritratto?! Non gli rassomigli nemmeno nel naso... La chiesa è stata chiusa... ma sicuro!... E scon­sacrata!... Se tu vedessi poi la piazza! Proprio lì davanti alla chiesa! C'è un mondo di gente che guarda, che ne dice di cotte e di crude... Le tue amiche poi sono tor­mentate, assediate! Ieri per esempio è venuto a casa mia, Massimo, quello che scrive, che fa il giornalista. Insomma, non la finiva più di far domande... Io gli dicevo quel poco che so, oh sì!... Voleva venir lui, in persona, da te... E quanto c'è voluto per fargli capire che non si poteva! Dice persino che vuol cavarne un romanzo.

Bianca                           - Nientemeno?!

Clorinda                        - Non ti dico che 'questo... due ore di con­ferenza!... (Più piano) Il mio amico non c'era! Altri­menti... guai! Ah, quei giornalisti, quei giornalisti! Altro che informazioni!... Non si accontentano di così poco!... E poi, quando cominciano a parlare con una ragazza, quante pretese!... Già, sono simpatici!... Soldi pochi, anzi niente, ma si interessano di tutto, ti salutano per la strada e poi hanno un certo non so che!... Si direbbe persino che portino fortuna, non è vero?...

Bianca                           - (annoiata) Ho sete, scusa, sai... dammi un po' d'acqua.

Clorinda                        - Ma subito, figurati. (Le dà l'acqua come prima).

Rachele                         - (entra per annunciare) C'è il signore.

Clorinda                        - Ah, Don Luigi!...

Don Luigi                     - (entra con Perletti, agitatissimo e serio. Piano) E così, come sta?...

Perletti                          - (a Clorinda) E' grave, non è vero?

Clorinda                        - Oh, sicuro, altro che grave!

Don Luigi                     - (si avvicina al letto) Coraggio, coraggio, Bianca.

Perletti                          - Come sta la mia piccola malata? Bene non iè vero?...

Bianca                           - (affaticata, con lamento) Fammi il favore, Clorinda, metti da questa parte il cuscino.

Clorinda                        - Aspetta... .(Eseguisce. Ai due) Tiratevi in­dietro voi altri.

Perletti                          - (piano a Don Luigi mentre Clorinda acco­moda i cuscini a Bianca) Non ti pare aggravata?

Don Luigi                     - (piano) Non credo... Non senti che parla?

Perletti                          - (c. s.) (Non deve parlare più?

Don Luigi -                   - Sono due giorni che sto male per questa faccenda. Mi ha scombussolato tutto lo stomaco... Adesso non ci mancherebbe altro che succedesse una catastrofe!

Perletti                          - Speriamo di no, speriamo di no...

Don Luigi                     - Eh, non c'è da scherzare, caro mio...  Un processo bisognerà pure farlo... Dove diavolo ha conosciuto questo spagnolo!

Ferletti                          - Io non posso dir niente!

Don Luigi                     - Eh! se non lo sai tu! Un vero mistero! Vedrai, vedrai, che saremo chiamati come testimoni, per raccontare le sue abitudini, dove andava, «he cosa faceva... mi secca... mi secca... capisci...

Ferletti                          - Ho paura anch'io d'aver delle noie.

Don Luigi                     - Sai che cosa faccio? Se la si mette male, scappo a (Nizza... Ah, io scappo... e poi, mi preme troppo la mia salute... una malattia!

Clorinda                        - (che è sempre stata presso Bianca, accomo­dandole il letto, si volta) Parlate piano! Un po' di riguardo, perbacco!

Don Luigi                     - Dorme?

Clorinda                        - Sta per addormentarsi.

Don Luigi                     - Tanto meglio. Quando gli ammalati dor­mono, buon segno! (Si avvicina ancora al letto).

Ferletti                          - (agli altri) Non dorme. (A Bianca) Noi andiamo per lasciarti tranquilla. Hai bisogno di qual­che cosa?

Bianca                           - No, grazie.

Don Luigi                     - E tu guarisci, per l'amor di Dio! Gua­risci, fammi questo favore!

Ferletti                          - Ma sì, ma sì... fra otto giorni l'abbiamo insieme a colazione.

Clorinda                        - Addio, Bianca, addio... Domani mattina passerò da te per avere notizie.

Don Luigi                     - Addio, mi raccomando! (Via con Perletti).

Bianca                           - Clorinda...

Clorinda                        - (chinandosi sul letto) Cosa vuoi?

Bianca                           - Togli quei fiori che hai nel cappello.

Clorinda                        - Perchè non mi stanno bene?

Bianca                           - No... quei ifiori lì portano disgrazia.

Clorinda                        - (naturale) Li brucio subito, appena a casa e grazie.

Bianca                           - Figurati. Vieni a trovarmi.

Clorinda                        - Domani mattina sono qui. Addio... (Via. Entra Rachele).

Rachele                         - Sono andati, se Dio vuole! Adesso deve (proprio stare tranquilla. (Tutto questo dialogo a bassa voce. Si oscura la scena).

Bianca                           - Che ora è?

Rachele                         - Sono le cinque.

Bianca                           - (Non lasci passare nessuno... tranne lui.

Rachele                         - Va bene.

Bianca                           - Come annotta presto, vero? Cosa c'è sul comò?

Rachele                         - La sua bambola.

Bianca                           - Me la dia.

Rachele                         - (le porta la bambola presso il letto. Bianca alza una mano, l'accarezza e ride).

Bianca                           - Non le pare che quest'occhio non sia a po­sto?... Che mi guardi male?

Rachele                         - Ma che! Neanche per idea.

Bianca                           - Me la metta iqui sul letto.

Rachele                         - (eseguisce. Pausa) Come si sente?

Bianca                           - (con dolore) Male...

Rachele                         - Debbo chiamare il medico?

 Bianca r                        - No, non serve.

Rachele i                       - Lei ha bisogno di riposo.

Bianca                           - Sì, sì.

Rachele                         - Se abbisogna mi chiami. Il campanello qui sotto al cuscino.

Bianca                           - Sì, sì... e se viene lui lo faccia entrare a bito...

Rachele                         - Intanto stia tranquilla! '(Via. Pausa lungo silenzio completo. Bianca si assopisce. La luce deve essere tenuissima).

Enrico                           - (entra piano, azione intima, fortissima. Si ferma sull’uscio, si guarda intorno come smarrito).

Rachele                         - (dietro lui, sulla porta, con voce bassa) sarà addormentata... Ha passato una notte orribile! (per avvicinarsi al letto).

Enrico                           - (violento, arrestandola colla mano) No,lasci stare...

Rachele                         - Perchè?

Enrico                           - (c. s.) Mi lasci qui solo.

Rachele                         - Mi raccomando...

Enrico                           - Si... sì... Vada... (Rachele via. Enrico si avvcina al letto guardando Bianca. Scena muta).

Bianca                           - (svegliandosi, con un piccolo grido di spaventi - Ah! sei qui?...

Enrico                           - (pianissimo) Ti faccio paura?

Bianca                           - (nervosa) No... T'ho fatto chiamare perei avevo bisogno di parlarti.

Enrico                           - Sei arrivata appena in tempo.

Bianca                           - Perchè?

Enrico                           - Perchè ho deciso di costituirmi...

Bianca                           - (agitata) Quando?

Enrico                           - Appena uscirò di qui...

Bianca                           - Costituirti?

Enrico                           - Sì, ho deciso.

Bianca                           - Ma che! La questura è su una falsa stradi Nessuno dubita di te.

Enrico                           - Lo so... ma tu hai fatto male a tacere il mio nome. Sarebbe stato meglio mi avessi denunciato subito! (Con dolore) Tanto e tanto, dopo quello che ho fatto, na| mi restano che due vie da seguire: ammazzarmi o costi: tuirmi: una delle due.

Bianca                           - Enrico, tu non farai né una cosa né l'altra,

Enrico                           - E' impossibile. Ho già aspettato troppo.

Bianca                           - Prima tu devi ascoltar me, me sola! Ho bisogno di te.

Enrico                           - Di me?

Bianca                           - (ha una fitta) Ah, che male, che male!...

Enrico                           - (convulso a scatti. Fra se, imprecando) E tutta per colpa mia... tutto per causa mia!...

Bianca                           - ... non è nulla... Ascoltami bene adesso...  non so che cosa sarà di me; potrò guarire, ma potrebb anche succedere... di... no! (Altro tono) E allora... ho ii sogno di essere sicura di tante cose... Prima di tutto voglio che dopo (pausa) quando non ci sarò più, nessunoabbia a toccarmi... nessuno. Tu solo devi chiudermi nella cassa.

Enrico                           - (piangendo) Bianca, non dir così, te ne scongiuro!

Bianca                           - ...Non piangere, Enrico! Oramai quello che è stato è stato.,. Ascoltami piuttosto Dopo, voglio che il ritratto della mia Madonna... ti ricordi?... (Enrico afferma col capo) Voglio che quel ritratto rimanga a te. E' là nel cassetto... portamelo qui.

Enrico                           - (si alza, va allo scrigno, in fondo. Apre il cas­setto, trova lettere, braccialetti, danaro, ritratti. Ha una gran controscena. Tutto passa fra le sue mani convulsa­mente. E' la prova delle colpe di Bianca. Tutta la sua vita rivive in lui. Ha un gesto disperato, butta a terra le let­tere, e scoppia in pianto : appoggia i gomiti sullo scrigno e si copre il volto colle mani).

Bianca                           - (si alza, appoggiandosi colle mani sui guanciali; « Jia seguito con grande interesse la scena) Hai visto? Cerca, cerca nel cassetto!... Voglio che tu sappia tutto, dalla prima parola all'ultima...

Enrico                           - Bianca, non voglio 6aper nulla, io non t'ho chiesto nulla!...

Bianca                           - Ma sono io, io che devo confessarti tutto, che devo chiederti perdono; sì perdono, perchè io voglio es­sere perdonata di tutto il male, di tutta la mia cattiveria...

Enrico                           - Perdonata?... Perdonata da me, dopo quello «he ti ho fatto?

Bianca                           - (esaltandosi mano a mano, gridando come di­sperata) Sì, da te. Tu mi hai ferita, è vero, ina io per la prima ho rovinato tutta la tua vita, t'ho ridotto al punto da diventar un assassino... e poi, cerca lì dentro, le vedi tutte quelle lettere?... Tutti quei doni?... Tutto quel da­naro?... Quella, vedi è roba che io mi sono guadagnata prostituendo il mio amore, a chi lo desiderava, a chi meglio lo pagava!... Sì, mi sono venduta, ho giurato il falso, ho fatto del male sono diventata l'ultima dell»» donne!...

Enrico                           - Bianca ti scongiuro!

Bianca                           - Vuoi sapere perchè t'ho chiamato qui?... Perchè non t'ho denunciato?... Non soltanto perchè ti voglio bene, ma perchè avevo paura... (Con un grido, con­vulsa) Io ho paura, capisci, di morire e di morire dan­nata... Sentivo il bisogno di essere perdonata da te e tu mi perdonerai, lo so, perchè tu, Enrico, tu sei buono dav­vero! Io sì, sono stata una sciocca che mi son lasciata fuorviare dagli altri, dal mondo, e tu che mi hai amato davvero, ti sei rovinato per me... e adesso vorresti ucci­derti? Quello mai, Enrico, quello mai!... per carità, mai! Danneresti l'anima tua e io non voglio... (Ha una fitta, cade indietro).

Enrico                           - (le corre vicino) Bianca, Bianca!

Bianca                           - Adesso che t'ho detto tutto, mi perdoni, En­rico? Mi perdoni?...

Enrico                           - (la bacia).

Bianca                           - (felice) Oh, grazie, grazie. Ah! come sto bene!

Enrico                           - (piangendo, mentre l'abbraccia) Tu guarirai, Bianca, devi guarire!...

Bianca                           - (quasi delirando) Enrico!...

Enrico                           - (va allo scrigno di prima, dal cassetto leva il quadretto, quello del primo atto, lo porta a Bianca, che lo bacia, poi lo mette sul comodino) E adesso come ti genti?

Bianca                           - Sto meglio, ma mi sento stanca.

Enrico                           - Riposa, riposa per amor di Dio! (Le accomoda le coltri).

Rachele                         - (entra piano) E così?

Enrico                           - Sss...

Rachele                         - (piano) Come sta?

Enrico                           - Mah!... (Come implorando) Almeno guarisse. (L'osserva).

Rachele                         - (sempre con voce bassa) Sta per addormen­tarsi. Buon segno. Il medico ha detto che se riesce a dor­mire in una notte sette o otto ore di seguito, è fuori d'ogni pericolo.

Enrico                           - Davvero?

Rachele                         - Ma sicuro!

Enrico                           - Sss... sss... dorme davvero... Lei vada pure a letto... Veglio io...

Rachele                         - Come crede... Nel caso mi chiami... Io sono qui nella camera vicina...

Enrico                           - Sì... sì... va bene... Non faccia rumore... (Ra­chele via in punta di piedi. Enrico si leva il paltò e lo butta in un angolo. Poi prende la lucerna e la nasconde dietro al letto perchè la luce non offenda hi vista dell'am­malata. Accende il lumino davanti al quadretto della Ma­donna che si trova sul comodino, poi prende una sedia e con gran precauzione la porta vicino al letto di Bianca, e vi si siede in atto di chi si accinge a vegliare. Enrico guarda Bianca, che riposa, con grande espressione e amore. È una vita nuova che i due giovani vanno a incominciare, una vita di pace e di perdono. Pausa lunga. Quadro).

FINE

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