La guerra spiegata ai poveri

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LA GUERRA SPIEGATA AI POVERI

Un atto

di ENNIO FLAIANO

PERSONAGGI

LE  PERSONE

IL PRESIDENTE

IL GENERALE

LA SIGNORA

IL PERITO RELIGIOSO

IL GIOVANE

IL MINISTRO

NINÌ'

L'AMBASCIATORE

LO STUDENTE

L'USCIERE

L'AUTORE

UN CLARINO

UN TAMBURO

Un palco da cerimonie addobbato con stemmi e bandiere. Una poltrona nel centro. A destra, in fon­do, una pedana con una poltroncina e una vittoria alata in bronzo. A sinistra una panchina e un leone impagliato. In fondo a sinistra un monumento ai Caduti della penultima guerra, con un cartello così concepito: « Progetti a richiesta ».

 (Al levarsi del sipario si ode una fanfara di cla­rino e tamburo. In piedi sulle poltrone, spalle rivol­te alla platea, sono il Presidente, la Signora, il Gene­rale e il Perito religioso. Agitano fazzoletti e cappelli, salutando truppe immaginarie che partono. L'Autore si tiene discosto, presso la ribalta, e os­serva. La fanfara si allontana, finisce. Allora i quattro personaggi, con un elegante salto, scendono e si voltano. Respiro di sollievo).

Presidente                - Un pensiero di meno!

Signora                     - Che ufficiali perfetti!

Generale                   - A un soldato mancava un bottone!

Perito religioso         - Però il cappellano andava al passo.

Presidente                - Concludendo: sono partiti.

(L'Au­tore si fa avanti. Tutti prendono pose ufficiali).

Autore                      - Allora ci siamo, signor presidente!

Presidente                - Sì. Il dado è tratto. Dichiarata questa guerra, non abbiamo adesso che uno scopo: vincerla o, perlomeno, continuarla. Mentre si spe­gne nelle strade l'eco della manifestazione di gioia degli interventisti e gli studenti, ripiegate le ban­diere, si dirigono verso le più economiche case di tolleranza, noi ci siamo qui riuniti per discutere i nostri piani. Desidera altro?

Autore                      - Sì, eccellenza. A che ora precisamente sono cominciate le ostilità?

Presidente                - Il generale, ministro della guerra, le darà tutte le informazioni del caso.

Generale                   - Le ostilità propriamente dette sono cominciate alle ore 10,25 di stamane. Ma pos­siamo affermare che il nemico, sdegnando ogni leale condotta, le ha iniziate con un intenso lancio di sassi e di materie fecali contro un nostro doganiere alle ore 7,15: quindi tre ore e dieci minuti prima che noi sparassimo il rituale colpo di fucile.

Autore                      - Come si chiama il soldato che ha sparato il primo colpo?

Generale                   - Per una gentile tradizione il primo colpo viene sparato da persona estranea al con­flitto. Si sceglie, di solito, una personalità del­l'arte o della scienza cara al pubblico, oppure una attrice o uno sportivo di fama. Debbo aggiungere però che il primo colpo viene sparato in aria.

Autore                      - Bene, chi ha sparato questa volta?

Generale                   - La signora.

Signora                     - Sì, è stato davvero emozionante.

Autore                      - Il conflitto s'inizia, dunque, sotto gen­tili auspici. E, generale, cosa pensate di questa guerra?

Generale                   - Ogni generale è un pochino poeta. (Si ode un segnale di caserma) E i poeti non danno spiegazioni. Dirò che le guerre si sentono ed è inu­tile spiegarsele. Io sento profondamente questa guerra. Anche il nostro popolo sente profondamente questa guerra e non importa se sinora ne ha per­dute parecchie. Ciò che conta è che non abbia per­duto la fiducia nella guerra in sé.

Perito religioso         - Volete dire: nel suo spirito di giustìzia. La guerra è un giudizio di Dio.

(Si ritira verso il fondo e s'inginocchia davanti alla Vittoria).

Presidente                - Se noi riusciamo a mantenere vivo nell'individuo il concetto che la guerra è il contrario della pace e che questa esiste soltanto in contrapposto a quella ergo: deve esistere, altri­menti non avremmo mai pace - il più è fatto.

Autore                      - Il morale dell'esercito?

Generale                   - Altissimo. E' partito cantando, coi fucili infiorati e doppia razione di sigarette. Tor­nerà cantando e con qualche malattia della pelle. E' inevitabile.

Signora                     - Del resto, caro signore, l'unica ma­niera di smuovere i nostri soldati è di prospettargli le guerre dal lato erotico. Questo spiega il favore incontrato dalle nostre ultime campagne coloniali. Ma, con i nuovi sistemi di cura, è inutile preoccu­parsi. Sono giovani, bisogna lasciarli fare.

Autore                      - (preocupato) Non si rendono dunque conto della necessità di questa guerra?

Signora                     - A loro modo, sì. Est modus in rebus. (Tutti ridono).

Generale                   - Non reputo assolutamente necessa­rio che i miei soldati sappiano perchè si fa questa guerra. Se cominciassi a dare spiegazioni, me ne chiederebbero sempre di più particolareggiate e ar­riveremmo al giochetto dei perchè. La guerra, oh, per molti resterà la più bella avventura della vita!

Signora                     - Esclusa una percentuale di intolle­ranti, il resto della truppa farà il suo dovere. Ogni soldato racconterà a casa - a guerra finita- come e quanto il suo capitano gli volesse bene e lo te­nesse in considerazione. Ve lo dico in confidenza: le guerre si fanno amando il capitano e odiando il colonnello.

Autore                      - Com'è vero!

Usciere                     - Il presidente dell'associazione nazio­nale studenti chiede di conferire.

Presidente                - Fatelo passare.

(Entra lo Studente. Indossa il frac).

Studente                   - Signor presidente, a nome del con­siglio dell'associazione della quale mi onoro essere presidente, vengo a porgerle i miei auguri e le mie felicitazioni per il passo compiuto contro il nostro secolare nemico. Nello stesso tempo vengo a chia­rire un equivoco che, perdurando, diventerebbe in­crescioso. Negli ultimi tempi, noi studenti abbiamo trascurato non poco gli studi per la preparazione psicologica di questa guerra. Ora il conflitto è av­viato. Paghi del nostro contributo e dello stesso volgere degli eventi, noi dichiariamo di disinteres­sarci, a questo punto, della guerra che, diventando un mero fatto tecnico, viene a perdere quei squi­siti caratteri di polemica che ci aveva attratti. Noi, dunque, gelosi custodi degli ideali della nazione, ritorniamo ai nostri studi.

Presidente                - Non andrete alla guerra? E' sec­cante.

Studente                   - Il governo potrà sempre contare su di noi per dimostrazioni e cortei, in occasione di vittorie parziali e totali, ritirate, rivendicazioni ter­ritoriali, rettifiche di confine, riprese cinematogra­fiche, eccetera.

Presidente                - Allora va bene. Riferite al vostro consiglio che mi adoprerò favorevolmente. Arrivederla.

Studente                   - Grazie, signor presidente. Ossequi. (Esce).

Presidente                - Sono fatti così. Non vogliono mai fare la guerra in corso ma sempre quella che verrà.

Autore                      - Tutto è a posto, mi sembra. Posso an­darmene. Vuol fare altre dichiarazioni?

Presidente                - Sarà bene che si sappia che il pre­sidente è calmo ed ha fiducia nel popolo e nell'eser­cito. E che la guerra durerà molto.

Autore                      - Quanto, se è lecito?

Presidente                - (elusivo) Niente è più deleterio di un conflitto che si risolve rapidamente: e niente è più antieconomico dell'incertezza. Se annunciamo invece una guerra lunga ognuno potrà guardare con una certa tranquillità al futuro. 102

 Signora                    - Abbiamo, del resto, esempi illustri. La guerra dei Trent'anni, detta anche di Successione. Troia, che durò dieci anni, grazie ad una donna. Abbiamo le non mai abbastanza ricordate guerre puniche, che durarono complessivamente... quanto, generale?

Generale                   - Oh, moltissimo.

Presidente                - E abbiamo le prime quattro guerre mondiali, delle quali la terza veramente lunga.

Perito religioso         - Scusate se intervengo. Penso che una guerra troppo lunga possa contribuire a minare il già traballante istituto familiare. Per esempio, un marito che lascia la moglie fatica poi a ritornarvi. Anche in questo campo abbiamo esempi illustri: Ulisse...

Presidente                - D'accordo, ma la maggior parte dei mariti va volentieri alla guerra proprio per il mo­tivo da lei accennato. Da noi la guerra sostituisce il divorzio. Caro ministro, è il caso di dirlo: lei non può pretendere la moglie ubriaca e la botte piena.

(Tutti ridono).

Signora                     - D'altro canto abbiamo già approntato un piano per la completa e decisiva ammissione della donna nella vita militare.

Perito religioso         - Deploro questo piano.

Signora                     - Sostengo invece che bisogna inserire l'elemento femminile nello sforzo bellico. Non si annoierà aspettando che la guerra finisca. Senza contare che in guerra la donna porta una nota di gentilezza.

Generale                   - Marte e Venere di nuovo insieme. Che guerra!

Presidente                - L'incidente è chiuso. Anche in questa faccenda potremo dire ormai: cherchez la femme. (Tutti ridono) Ma ora cerchiamo di rica­pitolare i nostri piani.

Autore                      - Allora vi lascio. Chi potrà fermarvi, se non le ali della Vittoria? Ossequi, signora. (Esce).

Presidente                - Arrivederci. Signori, un poco d'at­tenzione. Eccovi, grosso modo i miei piani. (Svolge sul pavimento tre carte geografiche) Inutile dirvi che rispecchiano anche il pensiero del generale. Ecco: in un primo tempo noi attaccheremo qui, difendendoci qui e qui. Il nemico dovrà controbat­tere qua e qua, inutilmente. Riuscita questa prima manovra lasceremo che il nemico lanci la sua of­fensiva qua e qua. Noi lo contrattaccheremo qui e qui, vittoriosamente. Conquistate le posizioni chiave, svolgeremo la penetrazione qua e qua (si avvicina alla lampada da tavolo, l'accende. Poi in­dica un punto sul paralume coperto da una carta geografica del Settecento), sempre tenendo aggan­ciato il nemico qui e qui, affinchè non distolga forze. Chiaro? Per questo primo piano prevedo due anni di guerra. Nel frattempo noi prepareremo i piani per gli anni successivi.

Signora                     - Ma perchè invece di attaccare qui non attacchiamo qua?

Generale                   - Signora, il nemico è convinto che attaccheremo qui. Noi, allora facciamo finta di at­taccare qui e attacchiamo qui. Capito?

Signora                     - Ma se il nemico se l'aspetta, perchè attacchiamo?

Generale                   - Ma è questa la sorpresa, signora.

Usciere                     - (annunciando) L'ambasciatore ne­mico in visita di congedo.

Presidente                - Mettiamo via questi piani. Fate entrare.

(Spegne la lampada da tavolo mentre il Generale piega le carte geografiche. Entra l'Ambasciatore).

Ambasciatore           - Buongiorno, signor presidente. L'irreparabile è accaduto, eccomi in visita di con­gedo. (Legge un foglio) « Nel porgerle i miei defe­renti omaggi lasci che esprima la speranza che in prossimo avvenire i nostri due paesi possano rial­lacciare quei legami di amicizia e di... di...».

Presidente                - (guarda il foglio) Di cooperazione.

Ambasciatore           - « ... di cooperazione, che nel pas­sato hanno sortito sì buoni frutti. Nei secoli tra­scorsi i nostri due paesi avevano una sola lingua e una sola bandiera. Studi recenti hanno infine accertato che i nostri due paesi combatterono più d'una guerra contro lo stesso nemico, alfine distrug­gendolo. Eccetera, eccetera...».

(Piega il foglio. Il Generale e la Signora si addormentano sulla pan­china).

Presidente                - La Storia non cessa di sorprenderci, signor ambasciatore. Ma ove i nostri ricordi sostas­sero, là sarebbe la morte della stessa Storia. I no­stri paesi sono certamente fatti per intendersi e si intenderanno. Nulla ci divide, eccetto questa guerra, terminata la quale riprenderemo i nostri buoni rapporti d'una volta e faremo scambi di in-telletuali, mostre d'arte, viaggi in comitiva di gior­nalisti, eccetera.

Ambasciatore           - A chi la responsabiiltà di questo conflitto? Non a noi, immagino.

Presidente                - Forse a noi, allora?

Ambasciatore           - La nostra versione ufficiale è che se ne poteva fare a meno.

Presidente                - La nostra è, invece, che non se ne poteva fare a meno appunto per il vostro voler permanere nell'equivoco.

(Siede sul pavimento).

Ambasciatore           - (lo imita) In confidenza, se ne poteva fare a meno.

Presidente                - Non ne vedo il perchè. Il primo colpo di fucile ha segnato la fine di un periodo. Ieri tremavamo per l'inevitabile catastrofe, oggi pen­siamo già ad organizzare la pace. Leviamoci questo dente e non se ne parli più. E poi, se ci combat­tiamo c'è di sicuro una ragione. Per esempio: la diversa qualità delle sigarette. Conquistateci e noi fumeremo il vostro tabacco. Inoltre, lei è biondo e io sono bruno. Lei crede che Dio ha la barba e noi neghiamo questo particolare. E poi c'è l'abitudine. Negli ultimi due secoli ci siamo battuti sette volte.

Ambasciatore           - E con questa, otto. Vi rinnovo dunque i miei voti personali, che non impegnano perciò il mio governo, e vi chiedo il permesso di ritirarmi. Non vi nascondo che mi duole lasciare questo paese, dove ho trascorso anni così belli.

Presidente                - Duole anche a noi, creda. Comun­que ci rivedremo alla fine del conflitto, no?

Ambasciatore           - Ma certo. S'è mai dato il caso di una guerra che abbia ucciso un diplomatico?

Presidente                - (stringendogli la mano) Caro am­basciatore, la guerra non porta pene. Le auguro buon viaggio.

Ambasciatore           - Grazie e ossequi a tutti.

(Esce, svegliando il Generale e la Signora).

Signora                     - (camminando come negli esercizi di por­tamento) Le guerre hanno un unico inconve­niente, dobbiamo riconoscerlo. Si portano via i mi­gliori giocatori di bridge.

Generale                   - E non parliamo del golf. (Entra l'Usciere).

Usciere                     - Un giovane chiede d'esser ricevuto.

Presidente                - Cosa vuole?

Usciere                     - Si rifiuta di partire per la guerra, a quanto ho potuto capire, e vorrebbe esporre le sue ragioni.

Presidente                - Siamo qui per questo, fatelo en­trare. (Entra il Giovane) Avanti, giovanotto. Nien­te paura. Dunque, mi dicono che non volete par­tire per la guerra. Siete per le soluzioni di compro­messo? No? Parlate, dunque. Vi ascoltiamo.

Giovane                    - Io non posso andare alla guerra perchè...

Presidente                - Su, avanti.

Giovane                    - Non posso dirlo.

Presidente                - Suvvia, al presidente si deve dire tutto. Siete innamorato?

Giovane                    - No.

Presidente                - E allora? Coraggio.

Giovane                    - La faccenda è semplice: non so che cosa sia la guerra.

Presidente                - Che? Avete voglia di scherzare. E proprio mentre siamo occupati coi nostri piani, le visite e tutto il resto?

Giovane                    - Non so cos'è la guerra. Non lo so. Vogliate spiegarmela.

Presidente                - Se non si tratta che di questo. Ve­diamo...

Usciere                     - (annunciando) Il ministro della su­perproduzione.

Presidente                - Fatelo accomodare. Dunque, gio­vanotto, parlavamo della guerra.

(Entra il Ministro della superproduzione).

Ministro                    - (gioviale) Buona sera a tutti.

Presidente                - Buona sera. Accomodatevi, giun­gete a proposito, ho alcuni appunti che vorrei con­trollare. Caro giovane, dovete avere un poco di pa­zienza. Ecco, mettetevi là, sono a voi tra un se­condo. Dunque, signor ministro della superprodu­zione, come va?

Ministro                    - Ottimamente. Si può dire che ab­biamo persino un eccesso di superproduzione.

Presidente                - Non mi dispiace. Anzi, ascoltatemi. La filologia ci dà la chiave di molte verità. Vediamo, cosa occorre secondo lei ad un esercito per avan­zare?

Ministro                    - Un buon generale.

Presidente                - Non è tutto. Pensateci bene.

Ministro                    - Per avanzare... per avanzare... Dia­volo! Ah, ecco: occorre che il nemico indietreggi.

Presidente                - In un certo senso, sì. Ma princi­palmente occorre che la truppa abbia le sue brave scarpe. Diciamo infatti: mettersi sul piede di guer­ra. Sul piede, non sulle mani. Noi abbiamo dunque bisogno di scarpe. Per un esercito di dodici milioni di uomini. Durata massima della querra: quindici anni. Quindici per dodici: centottanta. Per due: trecentosessanta. Occorrono trecentosessanta mi­lioni di paia di scarpe, considerato che ogni soldato ne adopra un paio l'anno e rivende l'altro. Siamo attrezzati per questo sforzo?

Ministro                    - Sì.

Presidente                - Ogni paio di scarpe avrà bisogno di due paia di lacci. Potremo noi produrre settecento­venti milioni di paia di lacci da scarpe?

Ministro                    - Non è semplice, ma vedremo.

Presidente                - Ogni scarpa ha dieci buchi. Pos­siamo noi garantire sette miliardi e duecento milioni di buchi?

Ministro                    - Bisogna fare un piano. Ma suppongo di no.

Presidente                - Non voglio supposizioni. Mi farete un rapporto su questa faccenda dei buchi. E uno. Ora a voi, generale. Avete medaglie a sufficienza?

Generale                   - (si batte il petto) Sì, signor presi­dente. Ad ogni modo se sua eccellenza vuol ricono­scere i miei meriti e i servigi resi alla patria...

Presidente                - Parlo dei depositi di medaglie. Abbiamo medaglie a sufficienza per premiare i no­stri valorosi soldati?

Generale                   - Non preoccupiamoci. Li premiere-ino secondo le disponibilità e il ritmo della super­produzione.

Presidente                - Ora diamo un'occhiata all'esercito. Abbiamo 5500 generali. Alcuni sono tiranneggiati dalle mogli, altri scrivono racconti per la Nuova Antologia: su tutti costoro non si può fare affi­damento. Dobbiamo perciò conservare il più a lun­go gli altri. Dopo trenta anni di servizio, un gene­rale costa allo Stato per educazione ricevuta, sti­pendi, indennità, trasferte, soprassoldo, decorazioni, danni al casermaggio, attendenti, cavalcature ed errori tattici più di mezzo miliardo. Vi faccio no­tare che abbiamo anche generali con quaranta anni di servizio e più.

Generale                   - (aggiustandosi il pince-nez) Pro­pongo di dividere i generali in due categorie. Quelli che hanno il « pince-nez » e quelli che non l'han­no. Voi sapete che non c'è vera strategia senza occhiali. E' ormai accertato che le guerre si vin­cono a tavolino. Propongo dunque di affidare la condotta della guerra a generali forniti di « pince-nez ». E, agli altri generali, la condotta delle bat­taglie. (Lirico) Ogni battaglia è in fondo un ma­linteso.

Presidente                - Non ho nulla in contrario. Ve­niamo ora alla contabilità. I miei esperti hanno calcolato che avremo circa 90.000 morti ogni anno, che non sono troppi. In definitiva si riducono a circa 250 morti al giorno, cifra che possiamo per­metterci largamente, dato che andrà suddivisa e ripartita in un numero venti volte maggiore di comuni. Sorge piuttosto un grave dubbio. Possiede il nostro ministero della guerra l'attrezzatura tele­grafica sufficiente per comunicare le notizie alle famiglie dei caduti?

Generale                   - Sì, possiamo spedire 1300 telegrammi il giorno. In caso di offensive e ritirate, faremo dei telegrammi concordati, come per le feste pasquali.

Presidente                - C'è dunque un largo margine. Le mie apprensioni erano infondate. Comunque, do­vevo preoccuparmi. Dimostreremo subito che noi facciamo tutto il possibile per venire incontro ai giusti desideri delle famiglie. Da domani desidero che comincino a partire i primi telegrammi.

Signora                     - Predisponiamo anche un piano per l'invio di falsi annunci in modo che, facendosi poi vivi i militari dati per morti, ne sortirà un bene­fico effetto propagandistico, specie nei piccoli co­muni. Resta però il problema dei feriti. Dobbiamo affrontarlo? Non chiedo che di essere utilizzata.

Presidente                - Con la massima decisione, cara signora, ma senza preoccuparci. I feriti, per la maggior parte non protestano e conservano della guerra un buon ricordo. Molti conservano tra l'o­vatta persino la pallottola che li ha colpiti. Alcuni poi sposano infermiere, altri scrivono diari. La soddisfazione di aver fatto il proprio dovere ripaga tutti del sacrificio compiuto. Noi dobbiamo invece preoccuparci di coloro che, dopo due o tre anni di guerra, non sono stati feriti e tanto meno sono morti. Costoro sono i più turbolenti, perchè affe­zionati alla loro incolumità. Ma sapremo indivi­duarli e comunque non c'è fretta. Lei vuol parlare?

Ministro                    - (si alza in piedi) Vorrei fare alcune dichiarazioni relative alla guerra. (Solenne) Si­gnori, siamo su una falsa strada. La guerra, così com'è ancora concepita, è un assurdo che disonora l'ingegno dell'uomo. Vi confesso che pensando a quanto va sprecato in una guerra, io mi sento paci­fista. E' ridicolo, lasciatemelo dire, è ridicolo che il mondo ricorra così spesso alla guerra e non ab­bia ancora pensato a soggiogarne l'energia. Si ri­solverebbe in pieno il problema che tanto tormenta i migliori statisti, cioè l'alto costo delle guerre. Quante nazioni non possono ricorrere alla guerra per mancanza di mezzi? Troppe, signori. Ed è per­ciò che intendo parlarvi della mia concezione del­la guerra-autonoma, ovverossia guerra semi-per­petua.

Generale                   - Straordinario; seguitate.

Signora                     - Oh, non si può dire che perdiamo il nostro tempo!

Ministro                    - Il sogno degli antichi fisici era il moto perpetuo. Affinchè questo sogno si realizzasse è sempre mancato ai fisici una forza altrettanto perpetua da assoggettare. Io oggi non esito a dire che la soluzione non è fuori di noi, ma in noi. Io propongo l'uovo di Colombo: l'uomo. L'uomo è composto di due entità, come il perito religioso qui presente c'insegna. Di queste due entità, l'anima -  incorruttibile - è la più pregevole. Non discuto, ma non è di essa che voglio occuparmi. Ammesso che l'anima, una volta distaccatasi 3al corpo, ri­torni alle regioni da cui s'era partita, è chiaro che non potremmo utilizzarla. Ci resta però il corpo, un deposito di elementi che un vecchio pregiudizio ci impone di ignorare come energìa in po­tenza, anzi - « risum teneatis » - di onorare. E co­me si onora quest'energia in potenza? Occultandola, miei signori. E vi sembra giusto? Una volta uc­ciso l'uomo - con tutto il rispetto per il caduto - la morale lasci il posto all'economia, la pietà ceda alla superproduzione. Soltanto l'economia ha il diritto d'indicarci come dobbiamo utilizzare le nostre sventure, atteso che un uomo che muore è una sventura per la società - su questo non c'è dubbio - e volgerla a nostro profìtto. Datemi, si­gnori, un milione di cadaveri e io...

Signora                     - (bruscamente) Ma che razza di idee! A questo modo finiremo per distruggere ogni poesia in una guerra.

Presidente                - Lo zelo nel servire la Patria vi ha fatto dimenticare che il nostro popolo sin dalle più remote età si distinse per le sue pratiche inu­matone. La tradizione è pur sempre la tradizione. E anche il sentimento vuole la sua parte.

Ministro                    - A sentimentale, sentimentale e mez­zo! Si seppellisca di ogni caduto il solo cuore, op­pure la mano che impugnò la vindice arma. Si troverà pure il precedente nella nostra mitologia! Mi dite che il culto dei defunti è peculiare del no­stro popolo. Bene, e qual modo migliore di ono­rare un caduto che quello di renderlo utile?

Generale                   - (.conciliante) La guerra che si ali­menta da sé è certo la più grande invenzione dopo la guerra dei Cent'anni. Praticamente abolisce la pace e tutti gli inconvenienti che ne derivano. Io, in linea di massima, approvo.

Ministro                    - Non venite poi a chiedermi calcio, fosforo, lecitine, grassi, ferro e proteine. Sapete che cosa vi risponderò: bacioni cari!

Signora                     - Certo, la proposta, a considerarla me­glio, è seducente. Senza contare che le nostre ar­mate saranno così utilizzate due volte.

Generale                   - Volete dire che le porterò tutte al massacro? Birichina!

Signora                     - Siete spronato a fare del vostro me­glio, ora, caro il mio napoleoncino.

Presidente                - Silenzio, signori. Noto in voi la tendenza a ironizzare gli avvenimenti e le propo­ste. Sembra di stare al caffè!

Perito religioso         - (si alza e interviene) Ero di­stratto e non ho capito bene. Ma, se non sbaglio, parlavate di caduti. Tengo a farvi notare che essi sono accolti senza distinzione nella gloria del Si­gnore, quando combattono per una causa giusta, ossia necessaria.

Presidente                - La nostra causa è giusta, secondo lei?

Perito religioso         - Se è nostra non può essere che giusta. E necessaria.

Presidente                - Allora siamo a posto anche da questo lato.

Perito religioso         - En passant, lasciate che vi di­ca che una guerra senza religione disonererebbe l'u­manità. Altro  - come pretende la critica storica -che guerre per ì commerci e per le vie di comunica­zione! Concedetemi che l'uomo non sarebbe tanto sciocco di battersi per le vie di comunicazione. Le vie del commercio sono infinite. E quelle del Si­gnore, misteriose. La differenza, vi prego di no­tarlo, è sostanziale.

Presidente                - Giustissimo. Iddio. Sì, questo è un punto delicato. Il nostro popolo sa che il Si­gnore è dalla nostra parte e condivide pienamente il punto di vista del governo. Ma non ripeteremo mai abbastanza che Iddio è con noi.

Signora                     - (candida) Probabilmente, a furia di ripeterlo, convinceremo anche lui.

Perito religioso         - Eretici impenitenti! Noi di­ciamo che Iddio è con noi, volendo significare che noi siamo con lui. La cosa è diversa. Ma se la­sciamo l'iniziativa al nemico...

Signora                     - Ma Iddio non prenderà sul serio il nostro nemico. Se ci battiamo appunto contro il nostro nemico!

Perito religioso         - Bisogna allora stabilire su­bito che il grave fardello impostoci dalla Storia è portato da noi in gloria di Dio. E' per lui che com­battiamo, per stabilire e riaffermare i suoi prin­cipi.

Presidente                - Ecco, capisco, ma è proprio qui il punto delicato.- Dobbiamo capovolgere l'afferma­zione e dire che è per noi che Iddio combatte. Del resto, non scopro niente di nuovo, io!

Ministro                    - Dopodiché lanceremo un prestito na­zionale. Sicuro! Il popolo associa volentieri l'idea della guerra con quella del prestito. Metteremo anche due nuove tasse. Una sulla bellezza e una sull'intelligenza. Non vi nascondo che le pagherò anch'io.

Generale                   - Anch'io.

Signora                     - Anch'io.

Presidente                - Anch'io.

Perito religioso         - Poiché parliamo di tasse nuo­ve, pigliamo due piccioni con una fava. Serviamo i buoni costumi e l'economia. Io sono per l'inaspri­mento della tassa sui vini e per una nuova tassa sui rapporti sessuali.

Signora                     - Dissento fermamente. La nostra po­litica di questi ultimi anni ha molto influito sul carattere del popolo. Il popolo non si ubriaca più e non fa più quella cosa con l'entusiasmo di una volta. Rischiamo poi di allontanare da un oggetto di gran consumo la simpatia dei consumatori. La donna    - anche sua eccellenza è d'accordo, imma­gino - non bisogna, renderla troppo preziosa. I nostri giovani sono già così propensi a farne a meno!

Generale                   - L'alcool è poi necessario per le in­dustrie di guerra.

Ministro                    - Possiamo, volendo, estrarre l'alcool dai cereali.

Presidente                - Buona idea. E da che cosa estrar­remo i cereali?

Ministro                    - Volendo, dall'alcool.

Presidente                - Ma siamo al circolo vizioso!

Ministro                    - Non so proprio che farci! Anche la superproduzione ha un limite. Ma noi possiamo porre termine al conflitto quando ci parrà, se do­vesse venirci a mancare l'essenziale.

Generale                   - Giusto. Il termine di quindici anni ce lo siamo imposto come preventivo. Possiamo far cessare subito la guerra, se vogliamo: abbiamo le armi segrete.

Presidente                - Sono contrario all'uso di queste armi.

Generale                   - La cosa mi riesce nuova. Perchè?

Presidente                - Perchè sì.

Generale                   - (irritato) Come vedete, cari colle­ghi, un umanitario è a capo di questa nazione in guerra!

Presidente                - Mi lasci finire. Queste armi se­grete offrono indubbiamente un vantaggio strategico, ma presentano anche uno svantaggio po­litico. Eliminando totalmente i reduci e i mutilati - perchè altamente distruttive - esse vengono a porre il paese sconfitto sulla soglia di un do­poguerra ideale, senza problemi di politica interna. Ora noi domineremo le vie di comunicazione sol­tanto a patto che una certa discordia operi all'in­terno dei paesi sconfitti. Chiaro? Voi fate bene a preoccuparvi della guerra; ma lasciate che io mi preoccupi del dopoguerra. Debbo perciò insistere: pane, ossia cereali. E, ricapitolando: scarpe, tele­grammi, guerra semi-perpetua, Iddio, prestito, nuo­ve tasse, pane. D'accordo? E non pensiamo più alle armi segrete.

Perito religioso         - Sì, le armi segrete sono al­tamente condannabili. A meno che il loro uso non diventi palese.

Generale                   - (ripensandoci) A non contare che una guerra senza grande impiego di fanterie è un controsenso. Ma bisognerà pure trovare qualcosa per combattere il nemico con qualche vantaggio.

Signora                     - Posso parlare?

Presidente                - Ma s'immagini. Dica pure.

Signora                     - Vorrei farvi una proposta, Io dico che bisogna cambiare il nostro motto. Non più: odiamo il nemico, ma: salviamolo!

Presidente                - Venga a qualcosa di concreto.

Signora                     - Ci sono. Mettiamo i nostri nemici nella condizione di ammirarci e di invidiarci. Ho pen­sato che questo risultato si potrà raggiungere sol­tanto facendogli intravedere la straordinaria ric­chezza e abbondanza di cui gode il nostro paese. Poiché non è la forza del nemico che ci avvince, ma la sua prosperità Ho immaginato, dunque, primo: bombardamenti aerei di generi alimentari e di prima necessità. Si tratta di lanci dei nostri più pregiati prodotti sulle principali città nemiche. Noi possiamo lanciare paste alimentari, conserve, tessuti, sughero, caramelle, bachi da seta, fazzo­letti ricamati, oggetti di precisione. Secondo: lan­cio di intellettuali. I nostri maggiori pittori e scultori, nonché scrittori e conferenzieri, con parti­colare riguardo ai poeti, verranno immediata­mente lanciati a mezzo di paracadute sul territo­rio nemico e potranno così diffondere la nostra arte e la nostra concezione della vita. Noi veniamo così ad avvincere il nemico e a liberarci per tutta la durata della guerra di elementi che, ottimi in tempo di pace, diventano in tempo di guerra dan­nosi per il loro spiccato individualismo. Terzo...

Presidente                - Le sue idee sono preziose, signora. Ma non vorrei che dalla loro attuazione ne uscisse snaturata l'idea stessa della guerra. « Finché sarà ritenuta malvagia la guerra conserverà sempre il suo fascino. Quando sarà ritenuta volgare cesserà d'essere simpatica». Sono parole di uno scrittore che non aveva preconcetti sulla guerra, esclusa la guerra dei sessi. Voglio dire: Oscar Wilde. Scusi, signora.

Signora                     - Prego, ma insisto sulle mie idee. E' ora che la guerra acquisti un non so che di ma­gico. Immagini lei come rimarrebbero male i no­stri nemici vedendo arrivare tutta quella grazia di Dio. E tutti quei poeti.

Presidente                - Non sono affatto contrario al lan­cio dei poeti.

Signora                     - Ci procureremo le simpatie dei neu­trali, convenitene. Tutti vorranno copiarci. Vi as­sicuro che i popoli neutrali saranno presi dalla vergogna di non usare la guerra come le contadi-nelle si vergognano di non usare lo spazzolino da denti.

Presidente                - Ne sono convinto. (Il Presidente si alza. Tutti avanzano verso la ribalta. Il Giovane si siede sulla poltrona del Presidente) Noi abbiamo oggi gettato le basi per la nostra Vittoria. Ancora un piccolo sforzo e potremo dichiararci soddisfatti. Trascorsi i primi tempi, sempre diffìcili, la guerra andrà avanti da sé e vi terrà occupati pochissimo. Si tratta però di incanalarla bene. Ora dunque vi chiedo: perchè combattiamo?

Perito religioso         - Ma è stato detto che com­battiamo per il Signore. Non vedo la necessità di ritornare sull'argomento.

Presidente                - Un motivo di più non guasta mai, creda.

Generale                   - Io propongo, allora, di combattere per la libertà.

Signora                     - Mi associo alla geniale trovata del no­stro amato generale.

Ministro                    - Anch'io. Però c'è un guaio. Da indi­screzioni trapelate, posso assicurarvi che anche il nostro nemico intende combattere per la libertà.

Generale                   - Che importa? Il nostro nemico com­batte per la nostra libertà. Noi invece combattere­mo per la libertà del nostro nemico. Quando avremo fatto prigioniero il suo esercito e occupato il suo territorio, il nemico potrà godere delle libertà che noi godiamo da secoli. Mi sembra persino ovvio.

Presidente                - Sì, è la soluzione migliore. Restia­mo dunque intesi che combattiamo per la libertà. (Tutti tolgono di tasca bicchieri e brindano. Volgendosi, il Presidente vede il Giovane) E voi che fate, se è lecito?

Giovane                    - Io? Nulla, aspetto. Sono quel tale della guerra.

Presidente                - Ah, voi siete quel tale della guerra. Già, dunque voi non volete andare in guerra senza prima... Bene. Avete ascoltato, per caso, quanto abbiamo detto? Sì? Allora adesso sapete perchè vogliamo combattere.

Giovane                    - Per la libertà, se non sbaglio.

(Entra l'Usciere. Siede in disparte).

Presidente                - Suppongo che ne siate lieto. Non è vero?

Giovane                    - Lo sapevo, ma volevo sentirmelo ri­petere. In confidenza, io amo la libertà.

Presidente                - Allora, non c'è altro. La Storia è la storia della lotta per la libertà. Dunque, alla guerra! Ninì!

(Entra Ninì, in abito da sera. E' una bella ragazza, molto provocante).

Ninì                          - Sì, signor presidente.

Presidente                - Indicate a questo bravo giovane la via del fronte.

Ninì                          - Con piacere, signor presidente.

Giovane                    - Però la guerra non me l'avete spie­gata.

Presidente                - E va bene. (Il Giovane torna a sedersi sulla poltrona del Presidente. Una pausa) Farò un esempio semplicissimo. Dunque, vediamo: hai un fratello?

Giovane                    - Sì.

Presidente                - Ti dispiacerebbe se uno sconosciuto te lo ammazzasse?

Giovane                    - No.

Presidente                - I soliti interessi di famiglia. Allora: ti dispiacerebbe se i nemici invadessero il nostro territorio, la tua casa, e violassero tua madre e le tue sorelle?

Signora                     - Suvvia, giovanotto, rispondete. Vi di­spiacerebbe?

Giovane                    - Signora, i nostri nemici sono noto­riamente impotenti.

Presidente                - (irritato, alla Signora) Ecco gli inconvenienti della vostra propaganda!

Signora                     - Della mia? Della nostra, volete dire.

Presidente                - L'impostazione è vostra. Insomma, giovanotto, la guerra si fa per difendere la Pa­tria. E la Patria siamo noi, principalmente, e poi tu, la tua casa, la tua famiglia, tua moglie.

Signora                     - Non ci siamo.

Usciere                     - (ad alta voce) Passa il tempo a di­fendersi da queste cose e non capisce perchè do­vrebbe difenderle.

Presidente                - E' un bruto, ma non dispero di cavarne un bravo soldato.

Generale                   - (lirico) Capirai la santità della guerra quando, vedendo passare le lacere bandiere che ritornano dal fronte alla testa dei loro reg­gimenti, ti verrà un groppo alla gola e vorrai gri­dare, ma i singhiozzi te lo impediranno. Capito, ora?

Usciere                     - (come sopra) Tempo sprecato. Eccesso di pudore patriottico. Però è simpatico.

 Ministro                   - Andiamo con ordine. C'è guerra e guerra, giovanotto. Sfatiamo una buona volta gli sciocchi pregiudizi del popolino sulla guerra. Oggi non c'è migliore investimento di capitale.

Perito religioso         - Non ostinatevi, figliuolo. Certe occasioni non si presentano più di due o tre volte nella vita di un uomo.

Giovane                    - E' un investimento necessario?

Ministro                    - Ma leggete, sì o no, le statistiche della superproduzione ?

Giovane                    - Io odio combattere. E' immorale.

Presidente                - Allora è immorale la lotta che fate ogni mattina per prendere il tram. Allo stesso ti­tolo. Il perito non vuole che si dica, ma noi ci battiamo appunto per le vie di comunicazione. Im­morale la lotta? Non fatevi sentire. La lotta è l'u­nica garanzia che Dio ha di perpetuare un'umanità forte e selezionata. Dio e Darwin dissentono sul fine, ma sul mezzo sono d'accordo.

Giovane                    - Io mi ostino egualmente a non ca­pire cos'è la guerra.

Presidente                - Siamo in presenza di un sentimen­tale anarchico. Un tipo molto diffuso nel nostro paese causa la cattiva alimentazione.

Generale                   - (calmo) Fuciliamolo.

Signora                     - No, può sempre essere utilizzato nel-Parnministrazione.

Generale                   - E' più prudente fucilarlo.

Perito religioso         - Non prima di aver salvato la sua anima. (Prende un libro, lo apre, comincia a leggere. Tutti spiano l'effetto che la lettura pro­durrà sul Giovane) «Meraviglioso spettacolo, visto dalla nostra posizione. La compagnia era disse­minata sulla collina. Un vero fuoco d'inferno bat­teva l'osservatorio, alzando nuvole di terriccio e di fumo. "Non ce la caviamo" disse il tenente sot­tovoce; poi, pentito, sorrise: "Passami il cognac". Gli passai la boraccia. Un sibilo e un urto alla mano. Non mi resi conto lì per lì che cosa fosse successo. "Accidenti, porca pu..." fece il tenente. "La mano!". Mi guardai la mano. Un fiore rosso si allargava sulla palma. Ero quasi allegro. "Porci fottuti" dissi. Ma sentivo che gli occhi mi si ve­lavano, come in un sogno dolcissimo. "Non è niente" dissi. "Ma adesso non lasciatemi qui. Voglio uscire anch'io". Dette queste parole, persi conoscenza ».

(Il Perito guarda il Giovane che non reagisce. Si­lenzio. Il Ministro prende un altro libro).

Ministro                    - « Fango e pidocchi, pidocchi e fango sino all'orizzonte. Un soldato cantava. Il capitano entrò nella buca, triste e accigliato. "Che fai qui?". "Dormo. Davanti al sonno siamo tutti uguali, no?". "Già, anche davanti alla ...".'"Lasci stare, la Vec­chia non ci fregherà". "Ne ero convinto" rispose. Tacque, si passò una mano sulla fronte: poi con un gesto brusco mi tese il portafogli. "Tieni, è me­glio che lo conservi tu". Presi il portafogli senza parlare. Il capitano guardò l'orologio. Mi feci ani­mo: "Lei ha paura" dissi piano. Mi poggiò la larga mano sul capo: "Dormi" disse " ti sveglierò a tempo!". Ci sdraiammo vicini. Lui fumava, gli oc­chi rivolti verso il soffitto della buca. "Quanti pidocchi ci saranno qui?" mi chiese improvvisamente gaio. "Un milione" risposi ».

(Il Giovane tace sem­pre. Il Presidente prende a sua volta un altro libro).

Presidente                - « Era di fronte al fiume. Com'era bello quel posto! Sembrava la passeggiata scola­stica al momento di tirare fuori la colazione. Noi stavamo tutti con la cicca in bocca, aspettando Saltare il muretto, arrivare a quella casa, scac­ciarne quei porci. Nient'altro. E il ta-ta-ta della mitragliatrice. Vicino a me un soldato, uno dei nuovi, con la testa grossa. Mi guardava con certi occhi. "Pensi alla mamma?". "Non tengo la mam­ma" rispose. Mi guardò a lungo coi suoi occhi umidi di buon montanaro. Ma che mamma e mamma! La casa di fronte e il segnale: non dovevo pensare ad altro. Arrivarci. Un giuoco anche questo, ma terribile come un giuoco che deve riuscire alla prima volta». (Tutti guardano il Giovane, che tace. Il Presidente si alza, sospira, getta il libro) Non so proprio che farci.

(Delusione di tutti. Il Generale ha un'idea).

Generale                   - Pargliamogli il linguaggio del sol­dato! Giovanotto, in guerra si mangia gratis, si va a letto con le ragazze - scusi signora. - Avrai cognac, sigarette, maglie di lana, cartoline in fran­chigia, pomata mercuriale, assistenza morale e ogni tanto riceverai un pacco dal peso non superiore ai cinque chili. Nessuna responsabilità e, se saprai fare, non saremo noi che ti negheremo qualche medaglia.

Signora                     - Allora, vuoi andarci alla guerra?

(Un silenzio gravido di speranza. Il Giovane si alza sor­ridendo).

Giovane                    - No.

Generale                   - (urlando) Fuciliamolo, vi dico, o convincerà anche noi!

Presidente                - Un momento ancora! Giovanotto, cerca di capire bene la situazione. Tutti i giovani della tua età ci vanno in guerra, e persino con la macchina fotografica per fissarne i ricordi. Ah, se io avessi vent'anni! Come puoi mancare di delicatezza a tal punto, da rifiutarti al nostro ap­pello?

(Pausa. Il Giovane pensa).

Giovane                    - Ora ne fate una questione dì deli­catezza.

Presidente                - Ma certo, ne facciamo una que­stione di delicatezza.

Signora                     - Sì, Piccolino, una questione di de­licatezza.

Perito religioso         - Una questione di delicatezza.

Ministro                    - ...stione di delicatezza.

(Entra di corsa lo Studente, si ferma davanti al Giovane).

Studente                   - ...di delicatezza! (Lo Studente esce di corsa. Lunga pausa).

Giovane                    - Se ne fate una questione di delica­tezza, allora ci andrò... (sospiro generale) ...ma senza convinzione!

Signora                     - E' sempre meglio che niente.

Presidente                - (abbracciando il Giovane) La guer­ra è come la birra. La prima volta non piace. Ve­drai che in seguito non potrai farne a meno. Ninì, accompagnalo.

(Ninì, che per tutto il tempo ha letto il giornale, si alza, stanca, ancheggiando).

Ninì                          - Sì, signor presidente. Vado e torno. Su, andiamo bel giovanotto, non aver paura, non ti mangio.

(Ninì esce. Il Giovane si ferma. Tutti trat­tengono il respiro. Infine il Giovane si decide ed esce).

Presidente                - (sospira) Purtroppo molti giovani dell'ultima generazione mancano di ideali. Finiti quei tempi che in guerra ci andavano persino i poeti zoppi. Oggi i poeti se ne fregano. Se non avessimo il cinema!

Generale                   - D'altra parte non possiamo rinun­ciare alla guerra perchè non piace ai poeti.

Signora                     - Ma si può sapere cosa piace ai poeti? Donne, nix! Guerra, nix!

Perito religioso         - Signora, voi giudicate leg­germente. Io, per esempio, scrivo versi. Il gene­rale anche. Il Ministro da giovane ha scritto un poema. Il Presidente ne ha scritti tre, ora intro­vabili. La politica sublima il poeta... Possiamo anzi dire che ogni poeta è un politico mancato.

Presidente                - La guerra, questa gran divoratrice, si regge con le idee e con sempre nuove trovate. Ma ora signori, non vi trattengo o finiremo fatal­mente a parlare di letteratura.

(Il Generale prende a cavalcioni la signora).

Signora                     - Ora che ci penso, abbiamo taciuto a quel simpatico giovanotto che in guerra si rischia di morire. Abbiamo fatto male?

Generale                   - Bisognerà che qualcosa la impari da sé. In questi casi niente vale come l'esperienza per­sonale.

(Escono. Il Perito prende a cavalcioni il Mi­nistro).

Perito religioso         - E non è detto che debba necessariamente morire. Molti si salvano.

Ministro                    - Le statistiche dimostrano che il traf­fico stradale ne uccide quanto le guerre. Abbiamo inoltre ancora quattro milioni di soldati della guer­ra scorsa.

(Escono. Tutti sono usciti meno il Pre­sidente e l'Usciere).

Presidente                - La guerra scorsa. Come passa il tempo. Bah!

 (La luce si attenua. Rullo lontano di tamburi. Fanfara. Il Presidente resta fermo in piedi vicino alla poltrona. Pausa).

Usciere                     - (con voce da imbonitore) Signori e signore, il presidente non ha orario d'ufficio come la maggior parte dei mortali. Il suo lavoro è diu­turno. Sollecito dei destini della Patria, egli dedica anche le ore del riposo allo studio dei più delicati problemi. Il presidente si concede un solo svago. La lettura di libri... ci siamo capiti. Egli possiede ottime edizioni, con illustrazioni dei migliori pit­tori. Un verismo impressionante. Mentirei se dicessi che il presidente non è un uomo generoso. Bisogna vederlo come si commuove quando bacia le vedove dei caduti. Ne bacia in media una ventina al giorno.

Presidente                - Usciere.

Usciere                     - Comandi, signor presidente.

Presidente                - Non trovo più un libretto che avevo messo qui... Ah, eccolo, aiutatemi, grazie.

 Usciere                    - Ora sta leggendo qualcosa di pic­cante. State a sentire.

Presidente                - «La guerra è il taglio cesareo del­l'umanità». Bellissima questa donna con la pancia aperta.

Usciere                     - Va pazzo per le figure.

Presidente                - « La guerra è la corroborante cura di ferro dell'umanità». Che petto, questa donna! La guerra sviluppa il seno. Usciere portatemi il come si chiama.

Usciere                     - Subito, signor presidente.

(L'Usciere reca un mappamondo. Carillon).

Presidente                - Io ho una piccola teoria sulle guerre. Le guerre diventarono più cruente quando la Terra apparì agli uomini non più come una cosa piatta, ma come una cosa tonda. Non si scherza con le cose tonde. Per conto mio, trovo che questo mappamondo non può non eccitare un bravo con­dottiero. Ma ora ci siamo. Sono convinto che, con l'aiuto di Dio, olieremo l'asse terrestre in modo che non si dovrà più sentire il menomo scricchio­lìo. E non dubito che, dopo, la Terra potrà girare più svelta e i giorni essere di ventidue o anche di venti ore. Così la nostra non sarà stata una guerra vana. Ma ora leggiamo. C'è forse qualcosa di me­glio di un buon libro pornografico per ingannare l'attesa del dopoguerra?

(Il carillon si ferma. Rullo di tamburo).

Usciere                     - Lasciamolo alle sue letture scolasti­che. I giorni intanto trascorrono rapidamente e la guerra si svolge con alterne vicende, previste da entrambi i contendenti. Ma è una guerra che in­contra e ì critici militari sono d'accordo nel defi­nirla la più importante, soprattutto dal lato tec­nico. Però il campionato di calcio non è stato in­terrotto. Si nota nelle donne una certa tendenza alla liberalità nei rapporti sociali. Esse sanno bene che la festa si fa sempre per loro. Cinque anni sono passati e non ce ne siamo nemmeno accorti. Non abbiamo nemmeno tagliate le pagine ai molti libri acquistati, ma ci ripromettiamo di farlo con calma, a pace fatta. Intanto la posta distribuisce regolarmente i telegrammi di Stato e le tintorie lavorano. Il ministro della superproduzione ha cal­colato, del resto, che il nero, attirando i raggi so­lari, contribuisce al risparmio del combustibile. Dopo nove anni tutto procede ancora bene. Gli ufficiali pensano con un certo disgusto alla vita che li aspet­terà, dopo, e agli annunzi economici che dovranno inserire nei giornali del mattino.

Presidente                - Ogni epoca è divisibile in ante­guerra, guerra e dopo guerra. Bello questo bam­bino impalato. Sembra vero.

Usciere                     - La guerra terminerà tra pochi giorni. E' durata quindici anni, come previsto.

(Rullo di tamburo).

Ninì                          - (entra e si pone vicino al Presidente con una corona d'alloro in mano).

Usciere                     - Abbiamo avuto una media di 235 morti al giorno, inferiore al preventivo. Tuttavia direte: poveri morti. Ma questo è un altro discorso. E' morto anche quel giovane renitente, quello che non voleva andare alla guerra. Si sarebbe salvato se non avesse bevuto troppo. Odiava l'alcool, ma è andato all'assalto ubriaco di cognac. Non è il solo, del resto.

Presidente                - Usciere, che notizie ci sono?

Usciere                     - E' deceduto in seguito a gravi ferite quel giovane che si rifiutava di andare alla guerra. Ricordate?

Presidente                - No. Nessuno si è mai rifiutato di andare alla guerra. Il nostro non è un popolo di vigliacchi. E poi?

Usciere                     - Niente di nuovo. Siamo agli sgoccioli, ormai.

Presidente                - Già, ancora cinque giorni e poi l'armistizio. Non vedo l'ora di andarmene in va­canza. Che si dice della vittoria? Che dice il po­polo, che vinceremo?

Usciere                     - I pareri sono discordi.

Presidente                - E voi che ne pensate?

Usciere                     - (sospira) Io? Nulla.

Presidente                - Che voce strana avete, usciere. Suvvia, ditemi chi credete che vincerà.

Usciere                     - Signor presidente, scusatemi, ma non Io so.

Presidente                - Voi, il mìo più fedele collaboratore, giungere a questo punto. Vi ordino di dirmi chi vincerà, secondo voi, la guerra. Avanti!

Usciere                     - Non posso, signor presidente. Ho an­ch'io la mia piccola teoria sulla guerra. Le guerre si fanno. Quanto a vincerle o a perderle, sono fac­cende che non mi riguardano.

Presidente                - Non vi riconosco. Ho visto poco fa un'ombra passare sulla vostra fronte e da quel momento andate vaneggiando. Ma pure voglio in­sistere.

Usciere                     - Vi prego, non ne fate una questione di delicatezza. Non ci cascherei. Io odio la parola vittoria come voi odiate l'ipotesi della sconfitta.

Presidente                - Usciere, vi sbagliate. Io non odio la sconfitta. Nemmeno la temo. Sappiate che il popolo ama le vittorie ma si affeziona soltanto alle sconfitte. In ogni caso basterà una canzone per ristabilire l'equilibrio. Piuttosto, voi odiate la lo­gica. Se una guerra si fa, qualcuno deve vincerla. E a voi non costa nulla, piccolo verme irresponsa­bile, dire che la vinceremo noi. Tra qualche giorno la Storia si incaricherebbe di mettere le cose a posto.

(L'Usciere si alza in piedi, solenne. Tamburo. Pausa).

Usciere                     - Perchè avete nominata la Storia? Se proprio volete saperlo, sono io, la Storia. Che sor­presa, eh?

Presidente                - Voi la Storia? Bugiardo, vi ho preso sul fatto. E' costei la Storia. Non è vero, Ninì?

Ninì                          - (atona) Sì, signor presidente.

Presidente                - Avete sentito? Io non riconosco che costei.

Usciere                     - Sono io la Storia. Quella che vi giu­dica. Tanto per intenderci, sono la Storia anche dal punto di vista cartaginese.

Presidente                - Non ci intendiamo egualmente. Io non conosco che una Storia. Cara Ninì... Cos'hai in mano?

Ninì                          - Una corona d'alloro

Presidente                - Per me?

Ninì                          - Vedremo.

Presidente                - Ninì, sei un tesoro. Chi slamo noi, Ninì?

Ninì                          - (atona) Noi? Un popolo posto felicemente dalla Natura al centro delle vie di comunicazione mondiali. Un popolo sano, fiero, onesto, laborioso, nemico della guerra ma fortissimo, di antica ci­viltà, eccetera...

Presidente                - L'avvenire ci addita una meta. Quale?

Ninì                          - Il dominio degli altri popoli che sono per ora disonesti, irreligiosi, golosi, nazionalisti, e po­litici. E deboli.

Presidente                - Perchè sono deboli?

Ninì                          - Per vari motivi.

Presidente                - Dimmi i principali.

Ninì                          - Perchè coltivano le arti decadenti e la pederastia. E perchè sono dediti-ai commerci.

Presidente                - Abbiamo mai perso una guerra?

Ninì                          - Mai, signor presidente. Cioè, ne abbiamo perse alcune, ma per colpa del nemico.

Presidente                - Un'ultima domanda: chi può por­tare la durata del giorno a ventidue e forse anche a venti ore?

Ninì                          - Soltanto il nostro popolo, signor presi­dente.

(Ninì pone la corona d'alloro sul capo del Presidente).

Presidente                - Eccovi servito galantuomo. Grazie, tesoro.

Usciere                     - (ride) La vostra Ninì è carina, non lo nego. Ma ha le carte in regola? Io le ho, per esempio.

Presidente                - Ammesso e non concesso. Vi arro­gate comunque una funzione che non sapete esple­tare.

Usciere                     - Faccio del mio meglio. Credetemi non sono ancora riuscita ad ammaestrare me stessa.

Presidente                - Freddure. Oggi nessuno fa più volentieri il suo dovere, né il suo mestiere, questa è la verità. Sospettavo da tempo che la Storia non fosse all'altezza degli avvenimenti, ora ne ho la certezza. Però avevo preso le mie misure: Ninì. Che almeno ha il vantaggio su di voi di avere delle belle gambe. Vi compatisco. E potrei anche chie­dervi: dove avete messo la Vittoria? Non esiste più la Vittoria?

Usciere                     - La Vittoria? Il mio primo amore. So che si fa mantenere da qualcuno. Odia vivere alla giornata come ai tempi in cui nacque, quando si cavava pure i suoi beguins. Oggi le sue ali gli ser­vono per dormirci al caldo coi commendatori della superproduzione.

Ninì                          - Voi insultate una signora!

 Usciere                    - La colpa è vostra che seguitate a battervi come se questa signora avesse ancora le ali. Da quest'ignoranza nascono molti equivoci.

Presidente                - Volete cavarvela con poco. Como­do davvero! Quel che conta oggi sono gli avveni­menti. E le vostre melanconiche considerazioni la­sciano il tempo che trovano.

Usciere                     - Quel che conta è altro per me. Non darei un'unghia del più sporco cuciniere di un re­parto salmerie per tutti i vostri avvenimenti, che purtroppo, ho dovuto seguire.

Presidente                - Ogni giorno nuove sorprese. La Storia si fa frate! Intanto, io vi licenzio.

Usciere                     - Meglio così. Addio.

(Si alza e fa per uscire).

Presidente                - Addio, dilettante! Addio, rubasti-pendio!

Usciere                     - (ritorna sui suoi passi, rapido, i pu­gni serrati. Pausa) Perchè? Non mi diletto davvero. E che abbia rubato il mio stipendio, è una calunnia volgarissima. Io ho fatto il mio lavoro come voi il vostro. Se per tanto tempo il mio la­voro è dipeso dal vostro - e ne ho perciò la nau­sea - la colpa non è mia.

Presidente                - Un lavoro come un altro. Inutile lamentarsene.

Usciere                     - Praticamente si riduce a segnare i nomi dei morti. Lo trovate divertente?

Presidente                - Non è meno noioso che segnare i nomi dei vivi. E' la stessa cosa. E poi, anche noi li registriamo i nomi dei morti, e li onoreremo. Fortunatamente abbiamo più scultori che disfat­tisti.

Usciere                     - Il caso mio è diverso. Ho dovuto re­gistrare quei nomi per forza, insieme a tutti i nomi di coloro che sono morti nelle guerre, in tutte le guerre. Che lavoro cane! Non era questo che im­maginavo quando mi presentai a prendere servizio, fiero della nomina. Sempre nomi! Vi dirò che non posso fare a meno di impararli a memoria. E" più forte di me. Non faccio nessun sforzo, ne ho la testa piena. Potete chiedermi il nome del più stu­pido soldato morto nella più trascurabile scara­muccia e io ve lo dirò. Ho una memoria da matto. So il nome di coloro che sono morti il primo giorno della guerra, quando ancora non s'erano avvezzi all'elmetto ed erano infastiditi dalle giberne. So il nome di coloro che videro, feriti, allontanarsi la battaglia come un temporale estivo e con la bat­taglia la speranza di morire in fretta, senza sof­frire. So il nome di quel soldato che una mattina, levatosi a fumare una sigaretta, sporse la testa sul ciglio della trincea e vide alla luce dell'alba arri­vare la prima nuvola di gas, la scambiò per la neb­bia che si leva nelle sue campagne e quasi si com­mosse. So anche il nome di quel soldato che prima di morire tolse dal portafoglio la fotografia di Greta Garbo e la strappò. Non voleva farsi credere un sentimentale dai compagni che l'avrebbero trovata. So il nome di coloro che morirono con la licenza in tasca, per il ritardo di un autocarro che doveva portarli nelle retrovie. Eh, ma non finirei più. So anche il nome del soldato ignoto.

(Ninì, scoppia a piangere. Il Presidente si alza in piedi e la consola).

Presidente                - Non fare così, tesoro, non dargli retta. Su, da brava.

Ninì                          - Mandalo via! Ih! ih

Presidente                - (irato) Maledetto usciere. Dovre­ste vergognarvi. Voi fate del sentimento come gli assassini che poi piangono al cinematografo. Vi siete ridotto in basso. Calma, Ninì. Dovreste ver­gognarvi!

Usciere                     - E' l'unica speranza che mi rimane. Se riuscirò a vergognarmi le cose cambieranno anche per voi. (Entra il fantasma del Giovane. E' ubriaco. Passando vicino al monumento ai Caduti, volta il cartello e appare la scritta: « Tutto esaurito. L'U­sciere, calmo) Ecco, guardate uno dei tanti nomi che ho dovuto imparare a memoria. Guardate e tremate.

(Il Presidente e Ninì si alzano impauriti. Una lunga pausa).

Giovane                    - Buona sera. Come va, eccellenza? Ciao, Ninì.

Ninì                          - (ripigliando animo) Ciao.

Presidente                - Buona sera, figliolo. (Pausa) Sono dolente di quanto vi è accaduto. Proprio dolente. Si ha un bell'essere avvezzi, ma certe cose dispiac­ciono. Spero di potere esservi utile in qualche modo. Contate pure su di me.

Ninì                          - Anche su di me.

Giovane                    - Ci conterei volentieri, ma non mi serve nulla. Grazie.

Presidente                - Lo dite per confondermi maggior­mente.

Giovane                    - Ma vi pare. Non crediate che sia ve­nuto qui per far chiasso o per la liquidazione degli arretrati. La guerra mi ha insegnato tante cose. Mi ha insegnato, per esempio, ad essere un fan­tasma discreto. Se non vi dispiace, mi metto a sedere qui. Ho tutto il tempo Ubero. Be', come va la guerra? (Siede).

Presidente                - Bene. Siamo agli ultimi giorni.

Giovane                    - Spero che gliele suonerete a quei porci. Seguitate pure i vostri discorsi.

Usciere                     - Stavamo parlando di soldati morti e speravo che il presidente sì rendesse conto che egli è uno dei responsabili. Perchè non parlate voi?

Giovane                    - Che debbo dirvi? Il presidente è un brav'uomo. Quando vedevo sul giornale la fotogra­fia della sua famiglia riunita, mi venivano le la­grime agli occhi.

Usciere                     - Spero che vogliate capire, signor pre­sidente, come questa generosità sia più dura di una accusa. Povero giovane. Eri così sfornito di idee ge­nerali e odiavi tanto la guerra! Meritavi di nascere in Isvizzera o addirittura nella Luna. La tua fine mi ha addolorato particolarmente. T'ho visto tra­ballare sotto la doppia spinta del cognac e delle pallottole di quella mitragliatrice. Povero ragazzo. Perchè ti sei ubriacato?

Giovane                    - Be', lascio andare. Ma era un cognac veramente cattivo.

 Presidente               - Mi sorprende. Il cognac della no­stra sussistenza è ritenuto ottimo dallo stesso ne­mico. Tuttavia ordinerò un'inchiesta.

Giovane                    - Sapeva di benzina. Poi, quando si beve senza mettere niente nello stomaco sono guai. Ma figuratevi se avevo voglia di mangiare. Eppure di roba ce n'era a strafottere. Ah, voi non potete immaginare com'era bello quel posto. Sembrava la passeggiata scolastica, quando è il momento di ti­rar fuori la colazione. Noi aspettavamo con la cicca in bocca. Adesso che ci penso: molti se ne vanno con la cicca in bocca. E' un modo confidenziale di andarsene, senza contare che la cicca dà coraggio. Ma la cosa più importante era questa: sembrava di essere già morti, finalmente, senza responsabilità. Poi l'ordine di uscire, la corsa sino a quel bar. Bi­sognava arrivare a quel bar e sloggiare quei porci. Non i clienti, quelli erano già andati via da un pezzo. Arrivarci. Un giuoco anche questo: forse sarebbe bastato toccare la porta del bar, toccare la reclame del vermouth e avremmo vinta addirit­tura la guerra. Almeno io l'avrei vinta. Colpa mia. Il regolamento militare parla chiaro: l'ubriachezza non è un'attenuante. Dunque io sono morto senza attenuanti. Ma non parliamone più o mi metterete nei pasticci.

(Si sdraia sulla panchina).

Presidente                - (solenne) Alla luce del sacrificio vi rilevate un eroe modesto e pieno di idee sensate. Che lezione per questa Storia. Darò il vostro nome ad una scuola di avviamento tecnico. Non è vero, Ninì?

Ninì                          - Sì, il suo sacrificio va ricompensato.

Giovane                    - Una scuola di avviamento tecnico? Eppure sono un tipo sentimentale. Sparando si di­venta sentimentali. Anzi se un giorno troverete il mio caro e amato cadavere, sulla tomba scriveteci: « Fu convinto con le buone ». Ah, che sonno.

(Entra la fanfara - clarinetto e tamburo - che suonano un segnale di caserma, il Giovane si addormenta. Ninì siede, sulle ginocchia del Presidente e accende una sigaretta).

Ninì                          - Che bravo ragazzo. Il suo nome finirà sulle copertine dei quaderni vicino alla Tavola Pi­tagorica. Non è vero, signor presidente?

Presidente                - Sì, Ninì, quei quaderni che i ra­gazzi adoperano per la bella copia. Sono vecchio, ormai, eppure quando ne vedo uno mi commuovo, ancora. Che bell'età, l'infanzia. (Il Presidente accetta la sigaretta da Ninì e fuma. Poi si volge al­l'Usciere) Come vedete, noi possiamo sempre fare cieco affidamento sulla nostra gioventù. In caso di pericolo, domani e sempre.

Usciere                     - Domani e sempre?

Presidente                - Prendete esempio voi dagli uomini e smettetela di rifarmi il verso. Smettetela anche coi vostri pettegolezzi. Non sarà la vostra memoria che fermerà la Terra nel suo giro intorno al Sole.

Usciere                     - Porse non è fatica sprecata, benché non mi faccia troppe illusioni. Per ora scrivo nomi e li imparo a memoria. Ho riempito milioni di regi­stri e altri milioni ne riempirò coi nomi di coloro che moriranno. Ma se perdessi la fede sarebbe peg­gio. Povero giovane, consolati. Molti bambini na­scono e non sanno nemmeno che nei magazzini militari del paese amico c'è già pronta la pallot­tola per loro. Addio.

Presidente                - Fermatevi. Avete accennato ai mor­ti che verranno. Ci saranno allora altre guerre?

Usciere                     - Signor presidente, siete un bell'ipo­crita.

(L'Usciere si toglie la parrucca bianca e la livrea, con la quale copre il corpo del giovane).

Presidente                - Perchè? Credete che io mi diverta, a farle? Avete detto prima di non sapere se una guerra si vince o si perde. Vi concedo che la cosa ha poca importanza. Fra qualche giorno avrò delle belle onoranze nazionali oppure sarò costretto a dimettermi. E non escludo che qualcuno vorrà im­piccarmi. Nel qual caso io lascerò fare, si tratterà di un pro-forma. Impiccheranno semmai la Scon­fitta, non la Guerra. E io sono abbastanza vecchio per non farne una questione di prestigio personale. La guerra continua. Anche il mio successore cono­sce il segreto di questa poltrona. Bando agli scherzi, amico mio, vi consiglio di cambiar mestiere. La vostra posizione polemica è addirittura infantile. Come spiegarvi? Dopotutto le guerre, compreso i nomi che voi andate segnando, come un commesso viaggiatore segna le spese che si farà rimborsare - con la stessa burocratica avidità - e compreso questo bravo giovane, dopotutto le guerre si fanno da che mondo è mondo. Rispondono ad un'esigenza molto sentita. Vi meravigliate di quello che succede nel mondo? Ma guardate cosa succede in una goccia d'acqua o quello che succede tra l'erbetta di un praticello, uno di quei praticelli che, ci scom­metto, vi riposano lo spirito. La guerra è dapper­tutto. Quella che noi vediamo è forse la migliore, la più economica, la più decorativa. Voi adesso fate il pacifista in ritardo. Ma anch'io amo la pace!

Ninì                          - Bravo, gliel'hai cantata!

Presidente                - Zitta, Ninì. Sì, amo la pace. Figu­ratevi, dunque, che cosa può importarmi del vostro pronostico. Ci sputo sopra. Non è questa la guerra che mi interessa, caro il mio dilettante, ma...

Usciere                     - Ma?...

(Il Presidente si alza in piedi, solenne. Il clarino suona « l'attenti »).

Presidente                - La prossima.

(Il Giovane si scuote di colpo. Il clarino suona il «riposo». Poi, su un rullo di tamburo, cala rapidissimo il sipario).

FINE

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