La libreria del sole

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LA LIBRERIA DEL SOLE

Commedia in tre atti

di DIEGO FABBRI

PERSONAGGI

ISIDORO NORMANDI, proprietario della libreria

CLARA, sua moglie

ANSELMO, LUCA, VELIA, loro figli

MADDALENA VISCARDI

ALVARO BRUNO

CAROLA BORGATTI, attrice a riposo

GIACOMO MOMBELLI, bibliotecario comunale

Il cavalier JACINI, delle « Messaggerie Riunite»

 « TRAPPOLA»,tipografo.

L'azione si svolge all'epoca presente, in un capoluogo di provincia.

Commedia formattata da

NOTA SULLE PERSONE

ISIDORO:                    un volto asciutto. Capelli quasi bianchi, solcati, in mezzo, da una striscia scura. Socchiude, a tratti, le palpebre come avesse di continuo la vista ferita. Cammina sorreggendosi signorilmente a uni bastone. Cinquantacinque anni.

CLARA:                       grandi occhi in un volto un po' immobile, rassegnato. Parla sommessa, pacata, senza preoccu­parsi di persuadere. Gestisce pochissimo.

ANSELMO:                 ventitré anni. Occhi profondi, nerissimi dietro le grandi lenti ovali. Capelli scuri, tagliati corti, a spazzola. Il vestito abbondante, cascante, sem­bra non suo.

LUCA:                          assomiglia al babbo, fisicamente. Ventisette anni.

VELIA:                        lineamenti fini, non alta. Molti capelli lisci. La luce degli occhi, i gesti, l'ansia contenuta della voce lasciano vedere una interiorità vibrante. Sui vent'anni.

MADDALENA:          nel vestito gli ornamenti sono ri­dotti al minimo.

ALVARO:                    capelli abbondanti, crespi, pettinati un po' bizzarramente. La stessa età di Luca.

CAROLA:                    sulla settantina. Si vede che è stata una attrice.

MOMBELLI:               piuttosto grasso e sanguigno; sembra un fattore di campagna.

CAVALIER JACINI: aspetto di funzionario: at­tento, paziente, mai veramente interessato.

« TRAPPOLA »           uomo piccolo, nascosto entro un ca­miciotto bigio. Ha due occhi acuti e furbi. Muove continuamente le mani.

ATTO PRIMO

 (II retrobottega della Libreria del Sole)

Scansie colme di libri si addossano ai muri alti, ampi, robusti. Di fronte, a sinistra, un'apertura ad arco per cui sì accede alla libreria. Una tenda scorrevole separa i due ambienti. Nella smussatura dell'angolo di destra, una porta che conduce fuori. In una delle pareti laterali, in primo piano, l'uscio che mette nelle stame interne. Verso il fondo, l'im­bocco del corridoio che sfocia nella stamperia. Giunge, a tratti, il rumore delle macchine. Tra i due vani, una panca imbottita e un tavolo qua­drato, massiccio. Nel muro, sopra la panca, un medaglione in gesso di Beethoven e altri quadretti polverosi attaccati senza simmetria. Nell'altra pa­rete, molti scaffali interrotti, in mezzo, da un con­ventuale finestrone a lunetta protetto, fuori, da un tendaggio di foglie che rende più opaca e molle la luce. Qua e là sedie di diverso modello.

(E' pomeriggio inoltrato. Atmosfera un po' as­sorta. Isidoro, Mombelli e il cavalier Jacìni sono seduti accanto al finestrone. Jacini, dopo essersi alzato gli occhiali sulla fronte, sfoglia le pagine di due libri non tagliati. Mombelli invece tiene altre copie dei medesimi libri sulle ginocchia. Anselmo, in piedi, un po' indietro, in attesa di ordini).

Velia                             - (appare sulla porta della libreria, tira la tenda e guarda Anselmo).

Anselmo                        - Disturbiamo, babbo?

Isidoro                          - No. (A Jacini) Se permettete, i miei figli continuano a lavorare.

Jacini                             - (abbassando gli occhiali) Prego, pre­go. (Velia dalla libreria, e Anselmo da uno scaffale del retrobottega, cominciano a passarsi mucchi di ' libri. Quando Velia scompare nel negozio, Ansel­mo esamina minuziosamente i volumi con occhi un po' miopi e poi li ripone con cura nei palchetti vuoti).

Jacini                             - C'è sempre molto buon gusto nelle vostre edizioni, signor Normandi. Bella copertina, bei caratteri, indovinati: veramente una bella veste.

Isidoro                          - Ho cominciato come tipografo. E' bene che si sappia. Conosco il mestiere.

Mombelli                       - La nostra biblioteca comunale cu­stodisce un suo saggio sull'uso del bodoniano e dell'elzeviro che è un vero modello di tecnica ti­pografica.

Jacini                             - Ero desideroso di conoscervi, signor Normandi. In città si parla di voi con molta sim­patia, e vi assicuro che la vostra iniziativa libraria è seguita con interèsse dalle nostre «Messagge­rie Riunite». Voi date modo a molti autori pres­soché ignoti di arrivare al pubblico.

Mombelli                       - E' appunto il suo scopo.

Jacini                             - (a Isidoro) Voi credete veramente alla possibilità di ingegni incompresi?

Isidoro                          - Sì, lo credo. Ma credo soprattutto alla necessità di incoraggiare chi comincia perché non sia vittima delle difficoltà esteriori.

Mombelli                       - (si muove sulla sedia soddisfatto).

Jacini                             - Non giudicatemi cinico; ma non pen­sate che chi cede alle difficoltà esteriori sia desti­nato, in un modo o nell'altro, ad essere sempre una vittima, nella vita? Uno scrittore, se è veramente tale, giunge necessariamente al suo scopo... vi pare?

Isidoro                          - Non mi pare. O per lo meno, non è una legge.

Jacini                             - (coti una punta d'ironia) Non vorrei che con queste idee, la vostra finisse per diventare un'opera piuttosto umanitaria che letteraria.

Isidoro                          - Anche se fosse, non avrei motivo di pentirmene.

Jacini                             - (cortese) E' giusto.

Mombelli                       - (con calore) Che cosa saremmo po­tuti diventare noi - dico noi due, io e te - se a un certo momento della nostra vita qualcuno ci avesse aiutato, ci avesse permesso di vivere in una grande città, per esempio?

Isidoro                          - Che c'entra questo?

Mombelli                       - C'entra, c'entra. Io sono alla bi­blioteca, va bene: alla biblioteca comunale. Ma credete che fino a una certa età non abbia avuto altre mire per il mio domani? Ah!... Poi ci si rassegna. Si pensa; la biblioteca comunale è unaprovvida istituzione. Ma anno per anno, ci si ac­corge che la biblioteca rimane sempre vuota. Ven­gono, in certi mesi, gli studenti a consultare le tra­duzioni latine. Allora ci si vorrebbe indignare... ma non se ne ha più la forza. Così la nostra vita si consuma lì dentro.

Jacini                             - Eppure solamente in provincia possono sorgere certe iniziative. La vostra, per esempio, non riesco a vederla in una grande città. Chi la penserebbe? E chi vorrebbe realizzarla?

Isidoro                          -  Lo so, lo so bene. Sono iniziative au­daci, e in città mancano gli audaci.

Jacini                             - Voi avete quello che manca a noi; il coraggio di tentare, di buttarvi allo sbaraglio.

Mombelli                       - Anche se si prevede che tutto è destinato ad arenarsi, un giorno.

Isidoro                          - No. No. Io ho fiducia, fiducia piena. (A Jacini) Sono partito con delle convinzioni pre­cise; Mombelli è un po' un rinunciatario, ve ne sarete accorto.

Mombelli                       - (a Isidoro) Senti: quel che faccia­mo noi - qui - o viene trapiantato o si arena. L'alta marea e poi la bassa, necessariamente. La barca si trova insabbiata, così, naturalmente, qui. Per questo io, tutto sommato, sono per la gran­de città. (Isidoro scuote la testa) No? (A Jacini) Pensa ad Alvaro.

Jacini                             - Alvaro?...

Isidoro                          - Alvaro Bruno. Un mio parente. E' cresciuto qui coi miei figli. Viene dalla campa­gna; ma l'ingegno gli si è svegliato qui. Un ingegno forte, sapete! Io ne sono orgoglioso, perché è un po' opera mia! Voi stesso del resto ve ne sarete reso conto. Il romanzo che gli ho stampato era tra i libri che avete ricevuto.

Jacini                             - Noi librai leggiamo così raramente i libri che vendiamo.

Isidoro                          - (un po' interdetto) Tu lo conosci.

Mombelli                       - Una intelligenza che potrebbe fare onore alla nostra città! Non c'è dubbio Capite: una gloria cittadina, domani! Ma per affermarsi ci vuole la grande città, il grande centro di cul­tura! Questo volevo dire.

Isidoro                          - Non sono d'accordo. Il mio amico Mombelli fa una questione puramente geografica, ed è troppo poco. Nel caso di Alvaro, poi, sono per­suaso che la grande città sarebbe la rovina. Qui, deve rimanere. La sola gente che può rappresen­tare è quella di questa piccola città, di queste no­stre campagne, se giungerà a guardarla senza astio, ma con occhi sereni.

Jacini                             - Vi ascolto ammirato, signor Normandi. Voi non siete un libraio: siete piuttosto un maestro.

Mombelli                       - E' vero. (Posa una mano sulla spalla di Isidoro).

Isidoro                          - Oh...

Luca                              - (appare sulla porta della libreria; è in parte nascosto dalla tenda. Osserva un momento il babbo, Mombelli, Jacini, e poi Anselmo e Velia che si tro­vano, 'adesso, insieme, nel retrobottega. Quando il babbo comincia a parlare, Anselmo dapprima, poi Velia si volgono dalla sua parte vedendo Luca che ascolta con una attenzione penosa le parole del babbo).

Isidoro                          - Porse non avete sbagliato del tutto. Io infatti non credo che il libraio, l'editore siano me­stieri comuni. Li considero piuttosto come vocazio­ni. Mi intendete? Vocazioni come quelle del prete, del medico... In questo senso ammetto d'essere un poco un maestro. Credo di avere qualcosa da dare agli uomini stampando e vendendo libri, credo di poter influire sulla loro vita; idee e sentimenti...; e il dolore e la consolazione dati attraverso i libri. Credo a queste cose. (Si muove sulla sedia) Non se ne deve parlare che. con molto pudore... Io so... (Un momento di silenzio).

Luca                              - (andando verso il babbo) Babbo: vengo

avanti.

Isidoro                          - Oh, Luca! Vieni, vieni... (A Luca) Il cavalier Jacini delle «Messaggerie Riunite ». (A Jacini) Un altro mio figlio: Luca. (Luca e Jacini si stringono la mano) E anche questo lavora qui, nella libreria. E' lui che si interessa di tutte le faccende pratiche: io sono vecchio e piuttosto stanco, lo ve­dete. E Luca è il mio continuatore.

Jacini                             - E' davvero molto bello! Tutti i vostri figli, qui, a lavorare con voi per il medesimo scopo, come in una piccola comunità. Non potete più dire di essere stanco né vecchio...

Isidoro                          - Avete ragione, perché il mio lavoro non può deviare dalla linea che io ho tracciato, con que­sti miei figli che lo continuano. (« Trappola » è ap­parso sulla porta della stamperia).

Isidoro                          - Tutti lavoriamo concordi... (A Jacini) Se avete ancora un po' di tempo vorrei farvi vedere la stamperia. (Dà un'occhiata a «.Trappola»).

Jacini                             - Volentieri. (Si alza).

Trappola                        - (sorride e striscia le palme sporche sui fianchi del camiciotto) Lavoriamo, eh, lavoria­mo... (Escono: Jacini, Isidoro, Mombelli e Luca, che ha dato una occhiata severa ai fratelli; e infine Trappola).

Velia                             - Lo vedi il babbo com'è?

Anselmo                        - Quando parla del suo lavoro, dei suoi libri si trasfigura.

Velia                             - Ti meraviglia?

Anselmo                        - No."Le sue intenzioni sono molto no­bili.

Velia                             - Tu lo sapevi anche prima ch'era così, il babbo?

Anselmo                        - No. Non m'ero accorto dì certi aspet­ti del suo carattere. Lo vedevo troppo di rado... e avevo un altro modo di guardarlo.

Velia                             - (dopo aver riordinato un mucchio dì libri) Non ti sembra rianimato?

Anselmo                        - In questo momento, sì: è rianimato. (Pausa) Ma come sta?

Velia                             - Non lo sai anche tu? (Silenzio) Perché me lo chiedi?

Anselmo                        - Volevo dire: come sta veramente. Mi pareva...

Velia                             - Che idee, Anselmo...

Anselmo                        - Hai ragione: che idee... (Brusco) A-vanti, allora: coraggio! Prendi questi... (Le porge dei libri).

Velia                             - ( fermandosi all'entrata della librala) Tu però, volevi dire...

Anselmo                        - (irritato) Niente. Ti sei fissata?

Velia                             - (immobile) Del babbo...

Anselmo                        - (La guarda, si guardano. Piano) Quell'annebbiamento agli occhi...

Velia                             - (piano, come a scusarsi) Il babbo ha lavorato tanto nella sua vita e gli occhi ne hanno sofferto. Continuamente a leggere, povero babbo. Non è così?

Anselmo                        - Anch'io penso così, in fondo. Ecco. Ho capito. (Velia indugia, lo scruta, Anselmo siirrita) Più niente! Andiamo! Via! Oh, t'ho fatta tremare, povera Velia... (Ridente) Porta via, su da brava. (Velia entra in libreria) Che sole, oggi, eh?

Velia                             - (dalla libreria) Finalmente! Si lavora meglio, qua dentro, col sole.

Anselmo                        - Poi farà troppo caldo.

Velia                             - (vivace, rientrando) Oh, no, no: sentirai. Qua, non è mai troppo caldo! (Esce ancora) Con questi muri, con queste volte. Case antiche, vedi.

Anselmo                        - Anche la mia, prima, era una casa antica: un vecchio convento.

Velia                             - Qui almeno c'è il giardino, se vuoi respi­rare un po' d'aria...

Anselmo                        - Anche là.

Velia                             - (senza arrendersi) Senza fiori; era piut­tosto un orto, direi, no?

Anselmo                        - (non risponde; rimane pensieroso).

Velia                             - Che effetto fa, passare dopo tanti anni una estate a casa, libero? (Silenzio) Dico a te, An­selmo. Deve essere come una villeggiatura... come se noi - io, Luca o la mamma - andassimo al mare o su in montagna... Una straordinaria no­vità...

Anselmo                        - (bruscamente, senza alzar la testa) Quel tipografo, che uomo è?

Velia                             - Trappola?

Anselmo                        - (annuisce).

Velia                             - Ti diverte? Che ci trovi?

Anselmo                        - Domandavo. Ha un riso che si ficca nelle orecchie. Me lo sento ancora dentro.

Velia                             - Dicono che molto avanti non vada col cervello, ma il suo mestiere lo fa bene.

Anselmo                        - Non molto avanti... E quel nome al­lora?

Velia                             - Trappola?

Anselmo                        - Già. Furbo, scaltro, vorrà dire.

Velia                             - Al contrario! Per deriderlo, capisci.

Anselmo                        - Credi? Per deriderlo? Capisco, allo­ra... (Biascica qualcosa sottovoce guardando la co­stola dei libri. Silenzio. Velia va in libreria, Ansel­mo si mette a mugolare una melodia).

Velia                             - (di là) Chi canta? Chi? (Compare nel retrobottega) Tu? Tu, Anselmo? Sembrava venisse di lontano, non di qui.

Anselmo                        - (la guarda sorridendo).

Velia                             - E le parole?

Anselmo                        - Senza parola.

Velia                             - E' un canto di chiesa?

Anselmo                        - (brusco) No.

Velia                             - Bello. (Ritorna in negozio, e si mette lei, adesso, a canticchiare timidamente. Sorride e ritorna a cantare più spedita).

Anselmo                        - (presta ascolto).

Luca                              - (rientra con una certa precipitazione).

Velia                             - (smette di canticchiare) Alvaro?... (E si affaccia ansiosa). Ah, sei ancora tu.

Luca                              - Sono ancora io, sì.

Velia                             - (leggermente delusa fa per rientrare in li­breria).

Anselmo                        - Vuoi prendere anche questi, Velia?

Velia                             - (prende i libri che Anselmo le porge).

Luca                              - (che ha continuato a guardarli severamen­te, in piedi, all'ingresso del corridoio) Si può sapere quel che fate? Non l'ho ancora capito.

Anselmo                        - Liberiamo le scansie per le nuove edizioni.

Ltjca                              - Le nuove edizioni... (Irritato) Chi v'ha detto?...

Anselmo                        - Non c'era quasi più posto, vedi.

Luca                              - (aggressivo) Hai fatto di tua testa. Co­minci già a fare di tua testa. In tre mesi che sei qua chi credi d'esser diventato?

Velia                             - (interviene) Luca! Che modo... E' stato il babbo, l'ha voluto il babbo.

Luca                              - (smontato) Il babbo? Perché non parli, allora? (S'allontana e guarda mitemente il fra­tello).

Velia                             - Sei così irritato, Dio mio!

Luca                              - Sono... (Rumore in libreria; a Velia) Senti?

Velia                             - Ci sarà qualcuno. (Va di là e si chiude la tenda alle spalle. La si sente borbottare con un cliente).

Anselmo                        - (s'è rimesso ad ordinare i libri).

Luca                              - Lavoro inutile.

Anselmo                        - Vuoi che smetta? Per me: obbedisco.

Luca                              - (tormentato) Cerca di capire, Anselmo.

Anselmo                        - (lo fissa in silenzio).

Luca                              - Non preoccuparti per le scansie. Per il momento: basta. Non si stampa più. Perché non si può sempre stampare e stampare... Se si vendesse altrettanto, capisco. Invece lo so io come vanno le cose.

Anselmo                        - Eppure il babbo un momento fa, hai sentito.

Luca                              - Perché il babbo non sa niente, e non deve saper niente. Si vende poco, troppo poco. Lo vedi anche tu. I libri rimangono nelle scansie. In questi casi bisogna diventare uomini pratici. Almeno andar cauti... Anche questo è un commercio e ci si può rovinare. Il babbo, però deve credere che si cammina... che si cammina spediti come prima. Lo sai tu solo, Anselmo. Non è che si rinunci al nostro programma: voglio prendere un po' di respiro, sem­plicemente. I debiti mi fanno paura. (Pausa lunga) Non siamo gente pratica, noi.

Anselmo                        - Noi?

Luca                              - Noi, tutti noi. Chissà se siamo fatti per lottare! Mi pare che ci manchi qualcosa per riuscire, per concludere quel che incominciamo. Non lo cre­di anche tu?

Anselmo                        - Le prime difficoltà ti hanno spaven­tato. Noi siamo facili a spaventarci: questo è vero.

Luca                              - Vedi: non sono soltanto le difficoltà pratiche... Mi prendono, talvolta, dei dubbi... non so come dirti... (Pausa) Si lavora, si lavora, si arriva a un risultato, e si scopre che non era per questo che noi ci siamo tanto affaticati. Avevamo in mente un'idea, e quest'idea s'è smarrita per strada, si è trasformata... Non so... Ed eccoci costretti a far cose che non persuadono. Sono sincero: non mi persuade, qui... Non ci si può credere come ci credeil babbo. Sono ideali nobili, sì, sì, ma forse non meritano il sacrificio di tanta gente... gente viva... Pareva un'altra cosa, da principio. (Pausa) Forse l'equivoco nasce dal mescolare le cose pratiche a quelle ideali.

Anselmo                        - No. Dal non essere persuasi, che lo scopo che si raggiunge è sempre diverso da quello per cui ci siamo mossi. Uno scopo che può rima­nerci oscuro per molto tempo. E noi intanto con­tinuiamo a lavorare...

Luca                              - Sicché in tutto quel che facciamo sareb­be sempre un po' andare alla cieca, con qualcuno accanto che s'incarica, sempre, di cambiarci le carte in tavola?

Anselmo                        - Press'a poco.

Luca                              - E tu accetteresti di continuare a lavo­rare così, a questo patto?

Anselmo                        - Non puoi non accettare.

Luca                              - No, eh, no!

Anselmo                        - No?

Luca                              - No! (Reticenza) Perché appena m'accor­go dico basta!

Anselmo                        - Allora fermarsi: immobile. Non c'è altro scampo. Perché qualunque cosa tu faccia -o qui o lì - ti trovi sempre coinvolto in questo arcano gioco di bussolotti. (Pausa) Anch'io, sai...

Luca                              - Anche tu?

Anselmo                        - Io... (Si ritrae) Veramente è tutt'al-tra cosa. Io non c'entro. Lascia stare, confondevo.

Luca                              - No! Di'! Parla, parla. (Silenzio. Dal cor­ridoio rumore di voci).

Anselmo                        - Vengono. (Tirando il fratello lontano dal corridoio) Tu, qui dentro, devi tenere il timone per forza! (Rientrano il cavalier J'acini, Isidoro e Mombelli).

Isidoro                          - Il cavalier Jacini ci lascia. (A Luca e Anselmo) E si congratula con voi, figliuoli miei...

Jacini                             - (salutando Isidoro) Voi e il vostro la­voro mi avete prodotto una grande impressione... (Saluti).

Isidoro                          - Onorato della vostra visita. (Accom­pagna Jacini e Mombelli alla porta).

Mombelli                       - Noi ci rivediamo.

Isidoro                          - (contento) Sì, noi ci rivedremo per sere e sere, ancora per molti anni...

Jacini                             - (da fuori) Ve lo auguro! (Escono Jacini e Mombelli).

Isidoro                          - (rimane un momento ancora sulla porta, poi ritorna nella stanza e si affloscia, spossato, sulla sua sedia. Sono apparse Velia, dalla libreria, e Clara sulla porta di casa. Luca e Anselmo guardano il babbo senza muoversi).

Velia                             - Sei stanco, babbo.

Isidoro                          - Un po' stanco, sì, ma non conta.

Clara                             - Ora, però, devi riposare. E' vero, Luca, che il babbo deve riposarsi?

Luca                              - (con una certa autorità) Si capisce. Ci riposeremo tutti, qui. Non manca nessuno.

Isidoro                          - Manca solamente Alvaro.

Luca                              - Già. Siedi anche tu, mamma.

Clara                             - Solo per un momento, caro. Ho lasciato a mezzo la lezione di Lena Viscardi per vedervi.

Isidoro                          - (seguendo un suo pensiero) L'ho con­dotto per tutta la stamperia senza vacillare. Mi sentivo così forte! L'hai visto, Luca?

Clara                             - Sei ancora tanto forte, Doro, ma non devi pretendere troppo.

Isidoro                          - Non immaginava di trovare un'impresa così ideata!

Luca                              - Vivendo in una grande città non s'im­magina quel che di prezioso nasconde la provincia.

Clara ........................... - E' vero. Qui ci si concentra di più  (Mormora) Ci si concentra... (Si alza) Se volete fer­marvi ancora... Ma io devo proprio andare. Spe­ravo di condurvi con me...

Luca                              - Possiamo salire con la mamma.

Isidoro                          - Sì, andiamo.

Clara                             - Bravi! Presto avrò terminato...

Isidoro                          - (camminando faticosamente verso l'usci­ta) Prima ero così forte; adesso invece... d'im­provviso... (Anselmo e Velia lo guardano strasci­care un po').

Luca                              - E' stata l'emozione, babbo, l'emozione...

Clara ........................... - (più lontana) Sicuro; l'emozione

(Escono Clara, Isidoro e Luca. Pausa di silenzio).

Velia                             - (dalla libreria) Non parli?

Anselmo                        - Parlare di che?

Velia                             - Mi piacerebbe sentir parlare, adesso. A che pensi? Al babbo?

Anselmo                        - No, no.

Velia                             - Anselmo, noi ti trattiamo male. Perdo­naci. Qua, da un po' di tempo, non so che succeda; non capisco, io. Sento soltanto... Ma tu non ne hai colpa. Perdonaci.

Anselmo                        - (a testa bassa) Velia, che discorsi! Io sono in pace con tutti. Le capisco, certe cose. Lavoriamo piuttosto. Dovremo pur finire anche se non è necessario. Ormai... Ecco: questi. (Le porge altri libri) E cerca di cantare, Velia...

Carola                           - (dal di dentro, una voce molle) La piccola, la dolce Velia. Ti ritrovo sempre più bèlla. Sola?

Velia                             - Sono saliti proprio adesso, tutti. Se vo­lete entrare.

Carola                           - Un minuto, proprio un minuto... (En­tra) Oh, ma qua c'è Anselmo, il nostro saggio!

Anselmo                        - Buona sera.

Carola                           - Ciao.

Velia                             - (è apparsa sulla porta).

Carola                           - (a Velia) Non me l'avevi detto che c'era anche Anselmo. (Ad Anselmo) Mi piace par­lare con voi. Però, prima salgo un momento... Per­mettete? Non disturbo, su?

Anselmo                        - (secco) Non credo.

Carola                           - (a Velia) La mamma era impensierita perché leggeva sempre... leggeva tutto... appena tor­nato di là... (Sottovoce ad Anselmo) E' vero che leggevate anche i libri più... scabrosi? (Un riso pun­teggiato, di gola).

Anselmo                        - (rauco) Io ordino i libri, soltanto.

Carola                           - (uno scoppio di riso) Che risposta! Magnifica! Lui... ordina... Una risposta degna, de­gna! (Riandando verso Anselmo) Leggeteli, leggeteli pure... troverete del nuovo... imparerete a co­noscere un po' la vita...

Anselmo                        - (non la guarda, sbatte, irritato, dei li­bri sulla scansia).

Carola                           - Non v'impermalite mica? (Si avvicina a Velia e dice questa « battuta » indirizzata ad Anselmo accarezzandole continuamente la guancia e i capelli) Del resto debbo dirvi che vi fate disin­volto. Buon segno! Entrate nella vita! Non eravate pur bello anche con la vostra veste da prete! Vi cadeva così bene! Come un bel costume... Quei bot­toni rossi... Oh! Eravate un magnifico attore...

Anselmo                        - (acre) Ma chi cercate, qui, voi? Me? No. E allora... (Indica la porta con la mano).

Carola                           - (melodrammatica) Ah, ragazzaccio! (Si stacca bruscamente da Velia ed esce).

Anselmo                        - Vecchia... sudicia!

Velia                             - Dirà al babbo che l'hai scacciata. E' vendicativa.

Anselmo                        - (violento, ma contenuto) Non m'im­porta! Non la sopporto più... Che lo dica al babbo. Io non sono dei... vostri.

Velia                             - Dei nostri?

Anselmo                        - Non mi lascio accarezzare, io, da quelli che vengono qua, gli amici.

Velia                             - (si tocca macchinalmente la guancia).

Anselmo                        - (più mite) Non ti fa schifo? L'avrei percossa quando t'ha toccata.

Velia                             - (col tono di chi fa una confidenza) Sì: ho un ribrezzo... Non l'ho mai detto a nessuno. Sem­bra che un topo mi corra sulla guancia. Ma non posso ritrarmi...

Anselmo                        - Perché?

Velia                             - E' Carola Borgatti, lo sai, l'attrice, una vecchia amica di casa. Tu la conosci appena... .

Anselmo                        - Appena? Voi piuttosto... (Mastica le ultime parole. Silenzio. Velia va alla finestra e guarda fuori. Anselmo sale su di una sedia e pu­lisce uno scaffale. Pausa) Vi siete mai preoccupati di frugare nel fondo?

Velia                             - Di frugare nel fondo? Che discorsi fai? Salti di qua, di là. Non c'è gusto a parlare con te. Ci sì pente subito, d'averti fatta una confidenza.

Anselmo                        - (con le mani affondate nella scansia) Vedi qui? Polvere. Polvere di tant'anni. Chissà quanti. Nessuno l'ha vista, l'ha mossa. Ma io vo­levo dire, nel fondo della gente che viene qua, in casa, da voi: gli amici, insomma. Frugarli dentro, vederli come sono; ci avete mai pensato? Quanta polvere; da non dirsi! No, non la vedete; come questa. (Animato) Vi s'attacca alle mani, addosso; v'entra in bocca, negli occhi. Non vi fa più schifo. Non v'accorgete nemmeno... e vi lasciate accarez­zare... Peuh!

Velia                             - Sai anche pungere. In seminario t'hanno insegnato a guardare, a frugare così? A conoscere le persone che fanno schifo? Eh? Tu sei bravo perché sai indovinare. L'ho visto. (Pausa. D'improv­viso) Dimmi: s'impara? Io - dico - se volessi?...

 

 Anselmo                       - (perplesso) Forse anche tu, se volessi.

Velia                             - Riuscirei a indovinare? A vedere più chiaro?

Anselmo                        - (a sé) A che serve vedere più chiaro? Si soffre di più e non si può più concludere, deci­dere nulla. (Affannato) No, non devi nemmeno pro­varti. Tu, no! Perché non puoi più fermarti... quan­do vorresti; dire basta quando sei spaventato... non puoi più, t'ho detto, sei condannato a vedere, a frugare sempre.

Velia                             - Condannato?

Anselmo                        - Sì, perché diventa come una con­danna...

Velia                             - (aggrotta la fronte e fissa il fratello).

Anselmo                        - Velia, no, non ci pensare. (Quasi a sé) Io t'ho tentata come il demonio... Mi pento, mi pento... Ho scherzato, sai, scherzato. Come vuoi che si possa indovinare? Si può fare del male anche scherzando... perché tu, Velia, sei ancora limpida... hai la fortuna di non dover pensare... (Scende dalla sedia) Stiamo allegri, Velia! Devi imparare a can­tare. Hai una bella voce e sei bene intonata.

Velia                             - (il volto le si apre) Quando m'hai .sentita?

Anselmo                        - Prima. Prima t'ho pur sentita.

Velia                             - Ah! E ti piaceva? Davvero? Anche mu­sicista sei? Sei tutto, tu, allora!

Anselmo                        - Sono tutto?

Velia                             - (vivace) Tutto! Tutto! Sì, imparerò a cantare. Poi canteremo insieme... (Indicando i li­bri) Dammi quelli.

Anselmo                        - Brava. Gli ultimi mucchi. (Velia esce canticchiando).

Trappola                        - (entra. Cerca con gli occhi qui, lì, sol­leva la tenda e guarda in libreria) Mnn, no.

Anselmo                        - Che c'è?

Trappola                        - La bozza del manifesto editoriale.

Anselmo                        - Da correggere?

Trappola                        - Sì. Chi corregge?

Velia                             - (ha sentito. E' entrata) Chiamo Luca.

Anselmo                        - No, lascialo in pace, Luca. (Un'in­decisione) Correggo io.

Trappola                        - Eh? Voi? Il manifesto editoriale, sapete? Quello grande, a tre colori - eh, eh - come dire: il vestito della festa.

Anselmo                        - E va bene. Il vestito della festa lo proverò io. Dammi.

Trappola                        - (a Velia, ancora indeciso) Che ho da fare?

Velia                             - Hai sentito: correggerà Anselmo.

Trappola                        - Oh, per me... io lego l'asino... dove vuole il padrone... eh, eh. (Esce con Anselmo).

Velia                             - (segue con gli occhi Anselmo; va accanto alla finestra; canticchia)  E' sbocciato per me nel giardino del re. Con la bocca profumata un mattino m'ha baciata. E' fuggito da me dal giardino del re.

 Alvaro                          - (è entrato).

Velia                             - (si volge, il volto le sorride) Alvaro!

Alvaro                           - (guardandosi attorno) Deserto.

Velia                             - Sono saliti tutti.

Alvaro                           - Chi tutti?

Velia                             - Il babbo, Luca...

Alvaro                           - Solite facce.

Velia                             - (amara) Cercavi qualcun altro? C'è anche Carola; e Anselmo è di là, in stamperia.

Alvaro                           - Ci rimanga. Meglio tenerlo lontano, Anselmo.

Velia                             - Non gli vuoi bene, si sente.

Alvaro                           - Non gli voglio bene, verissimo. (Cam­mina di qua e di là).

Velia                             - Non ti fermi? Che hai?

Alvaro                           - Fin da quando eravamo ragazzi e ve­niva qua con la veste da seminarista a passare qualche giorno di estate, fin da allora eravamo uno contro l'altro. Una volta, si giocava: avevamo sca­valcato il muro del giardino con una scala; io, Luca, c'eri anche tu, ma non puoi ricordare. An­selmo, dentro, doveva custodire la scala. Quando ritornammo, scendesti prima tu, poi Luca... Ed ecco, di colpo, lui toglie la scala. Io gridavo, di là dal muro, che la rimettesse. Niente. Che restassi fuori dal suo giardino, voleva.

Velia                             - Perché?

Alvaro                           - Perché? Così... Perché già allora, senza motivo, sentiva avversione per me.

Velia                             - Non è vero. (Alvaro la guarda serio) Fu per castigarti, quella volta: ricordi? Perché alcuni giorni prima avevi fatto cadere Luca in un trabocchetto - quella buca per terra, ricordi? - a tradimento, diceva Anselmo. E' il gioco, è il gioco, tu gridavi di fuori. A tradimento non si deve nem­meno per gioco, insisteva Anselmo. E adesso paga! E dovesti passare dalla libreria.

Alvaro                           - (contrariato) E' vero. Fu così. Ma come fai a ricordare? Eri tanto piccola.

Velia                             - Ricordo tante cose di te, Alvaro... Ma quelli erano giochi da ragazzi. Anselmo, adesso, è un. altro.

Alvaro                           - Sempre lui, lo stesso. Non si cambia. Lo vedi: non parla, o se parla è per rattristare, per tormentare.

Velia                             - Lo giudichi male.

Alvaro                           - (irritandosi d'essere contraddetto) Come no?! Da quando è venuto lui, qua, c'è in tutti un'aria di sfiducia, di sospetto. E' un nemico della gioia.

Velia                             - Non lui, Alvaro. E' lo stato del babbo che è diventato penoso per tutti.

Alvaro                           - (collerico) E' lui, dico! Lui solo! Basta.

Velia                             - Se non vuoi che si parli...

Alvaro                           - Si tace. Sono annoiato, oggi, terri­bilmente.

Velia                             - (allontanandosi) Che sei venuto a fare allora, oggi, qua?

Alvaro                           - Che vengo a fare, qua, ogni giorno, da dieci anni? Discorsi stupidi!

 

Velia                             - Adesso faccio discorsi stupidi - non più da bambina - ma stupidi.

Alvaro                           - (alza le spalle; pausa) Conosco le va­rie chiacchiere della gente, sai. Me ne rido, io. Mi divertono le chiacchiere. C'è dentro della fan­tasia e della verità.

Velia                             - (già umile) Ma che chiacchiere, Alvaro.

Alvaro                           - Ma sì: perché vengo qua. C'entri an­che tu. Qualcuno lo dice: per la cugina.

Velia                             - Ma che t'importa! Dici d'essere un uomo superiore, e poi...

Alvaro                           - Ah, niente, niente m'importa... Sol­tanto vorrei correggere: che non siamo cugini. Pa­renti più lontani, siamo. C'è appena un filo di pa­rentela.

Velia                             - Anche queste sono sciocchezze, Alvaro.

Alvaro                           - Non tanto. Credono, sai, ch'io abbia un tornaconto a venirci. Sanno che il babbo m'ha tenuto con sé; qui, quando venni dalla campagna per studiare, che poi m'ha aiutato e adesso mi protegge... Credono che io lo faccia per un calcolo. Anche con te: la figlia di Normandi... se la tiene accanto, adesso che ha bisogno, dicono, poi chissà se la sposa. (Guarda Velia) E' bella la malignità della gente. Non trovi? E' sempre concreta.

Velia                             - Ti diverti ad essere crudele con me, stasera. Fa pure.

Alvaro                           - No. Non era poi un discorso stupido quello di prima. Che vengo ancora a fare qua? Lavorare non lavoro più...

Velia                             - E' perché non ti riesce più di lavorare che sei irritato?

Alvaro                           - Non è che non mi riesca. A me riesce sempre tutto. Arrivo dove voglio, se lo voglio, ri­cordati.

Velia                             - (in fretta) Lo so. Lo so.

Alvaro                           - Non voglio più lavorare come prima. Ecco. Stupidamente. Da un po' di tempo mi vien da ridere, della gente che è qua, capisci? Da ri­dere, semplicemente. Gente che non mi appar­tiene più.

Velia                             - Il tuo solito modo di parlare. Non si sa dove vuoi giungere.

Alvaro                           - Più concreto di così! Non ci appar­teniamo più: io da una parte, loro da un'altra.

Velia                             - (decisa) Alvaro, rispondimi: che cosa sono ancora io, per te? Che cosa conto?

Alvaro                           - Non volevo giungere qui, Velia.

Velia                             - Lo voglio io. Sento che qualcosa è cam­biato!

Alvaro                           - Ah, lo senti anche tu! Brava!

Velia                             - O oggi o domani... tanto... Meglio par­lare...

Alvaro                           - Tu non sei cambiata.

Velia                             - No.

Alvaro                           - Io abbastanza, dentro. Sono ambi­zioso, io. E mi piace esserlo. (Silenzio) Mi vuoi capire?

Velia                             - Parla, dillo.

Alvaro                           - Può accadere, no?, di cambiare?

 

Velia                             - Potrà accadere... E per colpa di chi?

Alvaro                           - Colpa? Ma di nessuno. Accade, sem­plicemente. Ma basta questo perché ci si possa perdere di vista... (Velia è turbata) Ci hai mai pensato?

Velia                             - (afona) No, mai... mai...

Alvaro                           - Non voglio seppellirmi qui. Te l'ho detto: sono ambizioso. Tu sei sempre una cara bambina...

Velia                             - (ribellandosi) Ancora! Ritorni a dire « bambina... ».

Alvaro                           - (freddo, quasi scandendo) Ancora; sei soltanto una cara bambina. Sta cheta. Quando io me ne andrò noi ci saluteremo. Non l'avevi mai pensato?

Velia                             - (smorta) Mai... Così...

Alvaro                           - E credi ci si possa persuadere, adesso, ragionevolmente?

Velia                             - No.

Alvaro                           - Rassegnarsi a poco a poco, sì!

Velia                             -: Alvaro.

Alvaro                           - Sì può, sai, se lo vuoi.

Velia                             - No, non lo voglio! Non lo voglio! (Si avvicina ad Alvaro) Dio mio, che succede? (Silen­zio) Alvaro, non mi dici più niente? Guardi sol­tanto... (Sulla porta che conduce alla stamperìa è apparso Anselmo. Un manifesto quasi interamente spiegato gli pende dalle mani) Lo sentivo, sì, che t'allontanavi... lo sentivo... ma non volevo crede­re... non veglio ancora credere che tu, Alvaro...

Alvaro                           - (l'ha presa per le braccia, leggermente).

Velia                             - Come guardi? Perché sorridi? Scherzi, o...? Non capisco più... Dio mio...

Alvaro                           - Gli occhi t'han cambiato colore per lo spavento... (L'abbraccia e fa per baciarla).

Anselmo                        - (muovendo verso Alvaro; rauco) La­sciala!

Alvaro                           - (si volta. I due uomini sono ancora lon­tani).

Velia                             - (s'è staccata).

Anselmo                        - (immobile, adesso, come una statua, fissa Alvaro con gli occhi socchiusi).

Alvaro                           - (comincia ad andargli contro lento, len­to. Un passo, un altro, misurati, pesanti. Si curva come sotto il peso di una collera violenta. Sibila) Vuoi graffiare, gatto nero. (E inarca il braccio per colpire).

Velia                             - (risoluta) No, no... (Lotta col polso di Alvaro. Glielo frena) Che fate... pazzi... (Ansiman­do nel silenzio).

Luca                              - (venendo dalla stanza interna; sulla so­glia) Ti accompagno.

Lena                              - Piano. Zitto. (Entrano Luca e Lena).

Luca                              - Che m'importa! (/ tre hanno avuto appena il tempo di allentare la tensione dei volti e di fissare, insieme, Luca e Lena. Un lungo, aspro silenzio) E voi, che avete fatto?

Alvaro                           - Tuo fratello m'è odioso.

Luca                              - (guarda Anselmo e Alvaro).

Alvaro                           - (a Lena, gelido) Che pena dareste a chi spia agli usci? Forargli le pupille, fendergli le orecchie o mozzargli...?

Luca                              - Basta, Alvaro. Non far l'originale. Che c'è?

Alvaro                           - Basta?

Luca                              - (autoritario) Sì, basta!

Alvaro                           - (ribolle. Pacato) Non alzar la voce. C'è sempre tempo per le spiegazioni. E' il discorso di un uomo normale, no? (A Lena, brusco) Uscite?

Lena                              - Sì, uscivo.

Alvaro                           - Andiamo insieme.

Lena                              - (dopo un momento di perplessità, disin­volta) Andiamo. (E guarda, di sfuggita, Luca).

Alvaro                           - (ha anch'esso gettato un'occhiata a Luca).

Lena                              - (si avvia seguita da Alvaro. Gli altri li guardano uscire in silenzio. Sulla porta, Lena si volge) Ma che avete, tutti? State muti ed è più che se gridaste. Si sente. (Silenzio. La fissano, smarrendosi un po') Guardate me? (Cambiando) Non avete mai pensato a liberare la finestra dal troppo fogliame? Entrerebbe più aria, più luce...

Luca                              - E' per i libri. La luce li sciupa.

Lena                              - Già, per i libri. Ma qui fa notte prima che altrove. (Di scatto) Io spalancherei. Pensate­ci. (Ride) Buona sera! (Esce con Alvaro).

Luca                              - (il tempo per prender fiato; ad Anselmo, sempre un po' torvo) Che è successo?

Velia                             - (s'è ritratta fino alla tenda della libreria).

Anselmo                        - (senza muoversi, senza tono) Ci tro­viamo qualcuno in casa... che fa da padrone senza diritto, senza perché... Se non si sa reagire in tempo può essere anche la rovina... Ci sono anco­ra tante cose buone da custodire... da preservare. Occorre liberarsi, Luca.

Luca                              - (pensoso, dopo un silenzio) E' il babbo che lo vuole... Si fa per il babbo... (Un silenzio) Che hai, lì?

Anselmo                        - Il manifesto editoriale. (Glielo porge).

Luca                              - (mugola qualcosa. Lo prende distratto, lo stende sulla tavola, legge poche righe. Alza la te­sta e si mette a passeggiare inquieto).

Anselmo                        - Vuoi andar fuori?

Luca                              - (senza guardare in faccia a nessuno) Esco.

Anselmo                        - (indica il manifesto) Qui, allora?

Luca                              - Guardalo tu. (Esce).

Anselmo                        - (comincia a leggere e a correggere).

Velia                             - (quasi aggrappata alla tenda piange, dap­prima sommessa, poi sempre più forte).

Anselmo                        - (senza alzar la testa, piano, fermo quasi leggesse) Sono venuto a portar lo scom­piglio in questa casa...

Velia                             - (piange).

Anselmo                        - Se alla fine, almeno, trovassimo un po' di pace... e di consolazione... tutti, tutti noi... (Pausa) Velia, vieni... Dobbiamo lavorare... lavo­rare insieme... (Velia si avvicina) Coraggio... ci aiuteremo...

                                                                   Fine del primo atto

ATTO SECONDO

La stessa scena qualche tempo dopo.

La finestra è stata quasi interamente liberata dal fogliame che la ricopriva, e l'aria e la luce invadono adesso il retrobottega. Sole dappertutto: sui muri, nelle scansie, lungo le pieghe della ten­da... E' mattino di domenica. Di tratto in tratto - ora vicino ora lontano - un suono di campane.

(Alvaro, senza giacca, le maniche della camicia rimboccate fin sopra il gomito, in piedi sul davan­zale della finestra recide a colpi di ascia le ultime fronde. Carola, leggermente eccitata, parla con lui. La conversazione s'arresta o divaga all'appa­rire silenzioso di Velia occupata a trasportare dal­la libreria alla stamperia mucchi di libri).

Carola                           - Non ti posso nemmeno guardare. Tremo.

Alvaro                           - Sotto c'è l'erba del giardino: morbida, accogliente.

Carola                           - (si sporge) Oh, mi gira la testa!

Alvaro                           - Per così poco.

Velia                             - (esce).

Carola                           - (continuando un discorso; sottovoce) E continua a venire dalla signora Clara?

Alvaro                           - Sì.

Carola                           - Non l'ho mai incontrata. Com'è?

Alvaro                           - Mi piace.

Carola                           - Questo me l'avevi già detto. Che lin­gua impara?

Alvaro                           - Spagnuolo.

Carola                           - Studia, così, per coltura, o...?

Alvaro                           - Anche. Farà un viaggio, dice.

Carola                           - Insomma: una ragazza ardita, moderna.

Alvaro                           - Piuttosto. L'idea di tagliar le foglie, qui, è stata un'idea sua.

Carola                           - Ah, capisco allora perché tu sfidi i pericoli...

Alvaro                           - (ride) L'avete creduto?

Carola                           - (ride convulsamente) Oh, no, no! Lo so come siete voi... Non vi prendo sul serio...

Alvaro                           - Chi, noi?

Carola                           - Ma voi letterati, voi artisti...

Alvaro                           - Ah!

Carola                           - Fingete sempre, anche con voi stessi. Le vostre fantasie, le vostre stravaganze; come fos­sero cose vere.

Alvaro                           - (irritato) Non ridete così. (Carola smette) E se fosse vero?

Carola                           - Di' che ti diverte il gioco.

Alvaro                           - (duro) Sì, mi diverte. Se fosse vero, che direste?

Carola                           - Direi: prenditela, prenditela! Ah, ah, ah!

Alvaro                           - E qui dentro: finirla, tagliare con questa gente. Eh?

Carola                           - Perché? Velia s'è accorta di qualcosa?

Alvaro                           - Non è per questo. Che m'importa... sono io che voglio riprendere intera la mia libertà.

Carola                           - Farlo adesso sarebbe almeno impru­dente. Non capisco il perché... E poi...

Velia                             - (rientra).

Carola                           - (s'interrompe, divaga) Ora si vedranno anche gli uccelli volteggiare, eh, Velia?

Velia                             - Già.

Carola                           - Il babbo potrà sedersi qui e godersi l'aria pura.

Velia                             - Il babbo si muove così di rado, ormai. (Esce).

Alvaro                           - (un silenzio) E poi... che volevate dire?

Carola                           - (con volubile commozione) C'è molta tristezza in questa casa. Se te ne vai anche tu... ci pensi?

Alvaro                           - Lasciate stare. Volevate dire?

Carola                           - Ah. E' qui che la puoi incontrare, e allora... Questo è il tuo ambiente. Qui, tu, sei un altro: hai un fascino speciale; ti muovi, parli come un eroe di famiglia. Questa casa è la messinscena che ci vuole per la tua... scena d'amore... (Ride di gola, punteggiando).

Alvaro                           - Finché questa casa non crolla. Ci sono già le crepe. Io le vedo. Tutti rimarranno schiac­ciati... Io no! Voglio uscirne salvo, libero!

Carola                           - Ecco un'altra fantasia. Stavolta: una catastrofe. In mezzo ai gemiti, tu e la donna ama­ta, salvi! (Ride) Non credere che ti prenda sul serio. Ti conosco troppo bene. T'ho visto alto così, seduto là, proprio sotto Beethoven, imbronciato anche tu. Allora, non sapevi parlare... (Si alza) Me ne vado. E ricordati il bel versetto dell'Evangelo: astuti come serpenti...

Velia                             - (rientra).

Carola                           - ...e candidi come colombe. Come la nostra piccola Velia!... Ciao. (Fa per accarezzarla ma Velia si ritrae) Uhm! (Acre) Hai preso anche tu i modi del prete? Oh! (Esce. Silenzio, poi suono di campane).

Alvaro                           - (irritato) Sempre campane!

Velia                             - E' festa.

Alvaro                           - Per tuo fratello, non per me. (Scende dal davanzale) Così va meglio, no?

Velia                             - Dopo salirai dal babbo. Tanto, qui, non viene nessuno; la libreria è chiusa, oggi. Io vado un momento di là... (Si avvia verso la stamperia).

Alvaro                           - Va pure.

Velia                             - (sulla soglia) Ha già chiesto di te. Se non ti vede si impermalisce, lo sai.

Alvaro                           - (seccato) Ma sì, ma sì.

Velia                             - (esce).

Alvaro                           - (guarda ancora la finestra. Intanto in­dossa lentamente la giacca che è infilata nel dorso di una sedia. Fa per avviarsi alle stanze interne. Borbotta) Visitare gl'infermi...

 Lena                             - (dopo aver bussato leggermente) Vengo avanti.

Alvaro                           - (come sorpreso, brusco, quasi gridando) Chi è?

Lena                              - (è entrata).

Alvaro                           - (movimento) Oh, voi! Anche oggi ch'è giorno di festa? Non vi aspettavo.

Lena                              - Lo credo. Mi aspetta la signorina, di sopra. Devo avervi anzi interrotto; avete gridato, prima.

Alvaro                           - Infatti: pensavo.

Lena                              - (va lentamente verso la porta aspettando che Alvaro si scansi).

Alvaro                           - (immobile) Pensavo alla creazione del mondo; Dio che dice: «fìat lux! ».

Lena                              - Non vi occupate di piccole questioni, veramente. (Guarda, la stanza e poi la finestra) O usate come al solito un linguaggio figurato?

Alvaro                           - (sorridendo) Perché?

Lena                              - La luce... lì?...

Alvaro                           - Vi siete accorta del miracolo.

Lena                              - (con naturalezza) Finalmente avete aper­to, liberato. Che cosa si vede? Sono curiosa... (Si affaccia).

Alvaro                           - Non lo speravate più.

Lena                              - Sperarlo... Non ci pensavo più.

Alvaro                           - Indovinate l'autore del miracolo?

Lena                              - Ma voi, naturalmente!

Alvaro                           - Gli altri non hanno ancora visto.

Lena                              - (con una certa perplessità) Dovrebbe­ro essere contenti, non vi pare? C'è più luce, si può guardar fuori... Ma i libri, forse, si sciupe­ranno.

Alvaro                           - Siete voi che l'avete voluto.

Lena                              - Io? Per una frase buttata là...

Alvaro                           - Una frase? Era un comando.

Lena                              - (vivace) Oh, non lo era, non lo era!

Alvaro                           - Di che avete timore?-

Lena                              - Ma di E'ierite! Perché? Sciocchezza, alla fine: foglie che cadono...

Alvaro                           - D'accordo, ma hanno un loro signifi­cato.

Lena                              - (scrolla le spalle) Oh, significato...

Alvaro                           - Se l'avesse fatto Luca gliene dareste certamente uno, ben preciso. E sareste più tran­quilla. Più contenta. (Lena lo guarda e sì mette sulla difensiva) E' giusto. Era Luca infatti che do­veva. L'avevate detto a lui. A che pensate?

Lena                              - Penso alla trama delle vostre insinua­zioni.

Alvaro                           - Non vi piace che l'abbia fatto io?

Lena                              - (aggressiva) Ma voi chi siete, qui den­tro, che potete impunemente far da padrone: non l'ho ancora capito.

Alvaro ----------------- - (allusivo) Son l'unico a non aver pa­renti. E son rosso di pelle, se mi guardate. Vengo dalla campagna. Non avrete dei pregiudizi, spero. Il mio dev'essere un sangue più scuro, più denso. Gli altri, tendono all'azzurro per via della madre. Una bella notte me ne vado... e li lascio consu­marsi in questa polvere... Quand'è il vostro viag­gio?

Lena                              - Ho disgusto di chi sputa nel proprio piatto.

Alvaro                           - V'avverto che ho sempre mangiato nel piatto degli altri, io!

Lena                              - Cinico!

Alvaro                           - Ci tenevo a una vostra definizione. Partiamo pur di qui: cinico. Credete ch'io non possa essere altro che cinico: oppure mi stimate...

Lena                              - (un po' smarrita e spaventata) Mi stu­pisco che sono ancora a parlare con voi, su questo tono. E voi continuate a recitare un discorso pre­parato. In fondo mi fate ridere, ridere!

Alvaro                           - E ridete, senza irritarvi tanto!

Lena                              - Basta. Basta. E' il modo con cui par­late che mi esaspera! Non bisognerebbe parlare; starvi sempre lontano. Tele di ragno, le vostre; nessuno ve l'ha mai detto?

Alvaro                           - Nessuno ha avuto il tempo d'accor­gersi della tela; hanno sentito soltanto le zampe del ragno, ed era ormai troppo tardi per occupar­si della tela.

Lena                              - E lo dite?

Alvaro                           - Una volta tanto sono sincero con chi non si spaventa. (E si guardano in silenzio).

Lena                              - (gelida) Quando gli uomini perdono il loro pudore, non fanno più né schifo né compas­sione come noi donne: fanno spavento, soltanto spavento. (Silenzio) Dovrò salire.

Alvaro                           - Anch'io...

Lena                              - (fermissima) No. Salgo da sola.

Alvaro                           - (tenta di sorridere, livido) Si scher­za, eh!

Lena                              - Ho detto da sola.

Alvaro                           - A un'altra volta, allora. E' certo che ci rivedremo. (Fa per uscire).

Velia                             - (dal corridoio della stamperia) Alva­ro? (Entra) Alvaro, il babbo... Il babbo, lo sai, ti aspetta.

Alvaro                           - (irridente) Non vuole che salga con lei.

Velia                             - (a Lena) L'aspetta il babbo... come ogni giorno... un momento solo...

Anselmo                        - (viene da fuori. Rimane fermo nel va­no della porta).

Velia                             - (un silenzio) Va, Alvaro.

Lena                              - (ad Alvaro) Venite.

Anselmo                        - (umile) Palio per compassione.

Alvaro                           - (astioso) Non cercare d'aggirarmi, tu. Non parlarmi con quel tono sommesso per toccar­mi il cuore. (Brusco) Patti da parte. (Scosta ruvi­damente Anselmo. Esce).

Anselmo                        - (silenzio. Avanza lento, a testa bassa, lungo il m,uro).

 Velia                            - (a Lena, rimasta immobile davanti alla porta) Prima si viveva in pace... Un silenzio, mio Dio. Si sentivano le scansie cigolare. Voi non venivate ancora e non potete immaginare come era... Oh! (Silenzio. Poi, quasi aggressiva) Perché da quando siete venuta voi...

Anselmo                        - Velia.

Velia                             - (si mette a sedere).

Anselmo                        - Velia: bisogna essere... buoni e ge­nerosi. (A Lena) Quando si soffre... (sospira). Si sapesse almeno tacere. Ma forse è pretendere trop­po: tacere. (A Lena) La mamma è puntuale, lo sapete... (E la sospinge quasi col gesto della mano e con lo sguardo. Lena esce).

Velia                             - (singhiozza) E' tanto difficile, sai ta­cere. No, non posso tacere. Vorrei gridare! Sentis­si: come se qualcuno mi lacerasse dentro!

Anselmo                        - Lo so. E nessuno ti sente. Tutto, at­torno, cammina e parla come prima. Ancora gli stessi volti, ancora la stessa vita; ma adesso ti sembra di vivere nel deserto, solo, solo... Lo so. Fa paura.

Velia                             - Tu capisci. E' così... (Si accascia come dovesse riposare a lungo. Riprende piano) Hai vi­sto; se n'è andato. Se non tornasse, se non fosse mai più tornato, io, oggi, avrei forse dimenticato... Lo rivedrei come in sogno. Se non l'avessi mai più veduto, mai più! Invece, come una volta: ogni giorno qua, e guarda, parla col babbo, e ride... Non è più lui, però, per me. E lo so. E lo sento. E non mi par vero. (Pausa) Sai, Anselmo: talvol­ta vorrei piangere in ginocchio perché avesse com­passione, vorrei chiamarlo... Questo, no, tu non lo puoi capire. Bisogna aver provato. E' un'agonia. Perché poi - mi vergogno a dirtelo - ti desti ogni mattina...

Anselmo                        - Ti desti e speri che qualcuno, minu­ziosamente, rimetta tutto a posto e scompaia in silenzio.

Velia                             - Sì; sì! Sciocchezze, ma si sperano. Lo sai anche tu?

Anselmo                        - Lo so anch'io, vedi. Chissà se sono proprio sciocchezze.

Velia                             - Non accade mai.

Anselmo                        - Così come speriamo, no, non ac­cade. Ma perché si spera? Che qualcuno giunga misteriosamente e metta tutto a posto e ci doni la gioia - non lo credi, Velia? un giorno dovrà ac­cadere - accadrà. E sarà quella confusa speranza di ogni mattina che finalmente s'avvera.

Velia                             - Tu capisci tutto, com'è. (Pausa) Mi hai quasi consolata.

Anselmo                        - Ci siamo consolati insieme. Te l'ho detto: noi ci aiuteremo. (Velia torna a piangere sommessamente) Non piangere adesso.

Velia                             - E' diverso. Fa ber.e, questo. Fa bene... (Tacciono. Un suono di campane: lontano, a onde).

Anselmo                        - (s'è seduto. Dice piano) Anch'io co­mincio a ritrovare la mia pace. Non hai mai pen­sato che anch'io avessi bisogno d'essere aiutato?

Velia                             - Sul principio, quando sei uscito dal se­minario, e sei venuto qua, e noi t'abbiamo accolto come... come un intruso... Avrai sofferto, allora...

Anselmo                        - (pausa) Perché sono uscito dal se­minario non te lo sei mai chiesto?

Velia                             - Perché?

Anselmo                        - Hai creduto che venissi a riposarmi per ricominciare la vita dopo averne trascorsa la parte più bella inutilmente? Inutilmente, sì, come hanno detto qua dentro, lo so, l'hai creduto an­che tu?

Velia                             - Io non ho pensato a te sul princìpio. Mi davi anzi un po' di soggezione. E poi eravamo così occupati nel lavoro della libreria. (Campane più vicine).

Anselmo                        - Chi lascia il seminario come l'ho la­sciato io, alla vigilia, quasi, di pronunciare i voti, ha sempre bisogno di essere aiutato.

Velia                             - Si soffre tanto? Hai sofferto tanto? Nessuno ti ha guardato... Nemmeno la mamma... (Netta, con tono d'inchiesta) Perché sei uscito di là?

Anselmo                        - Non si può quasi capire. Manca un motivo concreto, un fatto. Forse è un caso ecce­zionale, il mio. Io non sono mai stato scontento, non ho mai dubitato. La vita di seminario era, per me, una vita serena: pregare, studiare... cantavo spesso: sentivo Dio come il grande amico. Solo mi rattristava il pensiero che pochi conoscessero la nostra gioia. Fin da piccolo, quando camminavo fuori, in fila, a testa china - tutti a testa china -mi pareva che la gente, attorno, ci dovesse guar­dare con occhio di rispetto, quasi di venerazione.

Velia                             - Nessuno, qui, in casa, quando venivi, ardiva toccarti, abbracciarti... Forse io che ero la più piccola e non capivo... Nemmeno la mamma e il babbo ti baciavano.

Anselmo                        - (più cupo) Era male. Era male. Perché tutti, poi, quando sarei stato prete, avreb­bero dovuto toccarmi, abbracciarmi... e baciarmi, e non sarebbero stati i miei fratelli e la mia mam­ma: tutta la gente sconosciuta che avrei incon­trato sulla mia strada di prete... I peccatori... Mi avevano parlato dei peccatori da perdonare, dei poveri da soccorrere, della gente che lavora da aiutare, da difendere, m'avevano parlato del dolo­re del mondo in mezzo al quale noi saremmo an­dati, ma rimanevano, per me, cose staccate, astrat­te. Ero troppo lontano da esse e troppo lieto per poter intendere. Camminavo verso la mia consa­crazione come un cieco. (Sottovoce) Ma è bastato un piccolo fatto, un niente, perché si scatenasse la tempesta. (Silenzio lungo).

Velia                             - Non vuoi dirmi più niente?

Anselmo                        - Lo ricordi il parlatorio dove vengo­no i parenti per le visite? Ci sei stata anche tu. Un giorno sono entrato lì con un incarico penoso. C'era una donna, una ragazza, la sorella d'un se­minarista - uno dei « piccoli », uno dei miei - ioero prefetto dei « piccoli ». Il Rettore m'aveva det­to: «è una ragazza... poco per bene; si vede, si vede troppo: una vergogna, uno scandalo. Non può incontrare suo fratello, qui. Fateglielo capire ». Mentre andavo: «è giusto, dicevo, preservarli dal­le tentazioni... è giusto... Fuori, camminano in fi­la, a testa china... è giusto... ». Sono entrato in par­latorio, lì, dove c'era la vergogna, lo scandalo, e si vedeva, sì, si vedeva: la bocca, le guance, i ca­pelli, capisci..., e m'è caduto addosso un'angoscia, mio Dio! una pena! Lei aspettava sorridendo che venisse... e io, invece, cercavo di spiegarle... Ma balbettavo, io, balbettavo perché sentivo, d'improv­viso, che era inumano quel che facevo. (Più forte) Ma era giusto preservarci, custodirci a quel modo? Era giusto? Perché anch'io ero vissuto per anni ed anni così custodito... E ora stavo per essere con­sacrato e capivo che c'erano molte cose, molte cose importanti, vive... vere, insomma, che non avevo nemmeno immaginato. La sensazione oscura d'es­sere stato ingannato; e farsi prete fosse, in fondo, un'altra cosa da quella che io avevo fino allora creduto, desiderato, e non sapevo che cosa fosse... ma intanto mi veniva spontaneo ritrarmi per sfug­gire a ogni impegno intimo. Perché, mi dicevo, se capissi solamente dopo che questa non era la mia strada; dopo, quando non potrò più ritrarmi - perché, dopo, Dio ti tiene come prigioniero - io divento un condannato, un ingannato senza scampo...; e se farai il male non sentirai nemmeno il rimorso d'averlo fatto: sei un ingannato, e non hai colpa. Ti ribelli. Voglio guardare, voglio vedere, prima. I peccatori, capisci?, i peccatori... quelli che dovranno essere i miei compagni. Quella ragazza del par­latorio: la vergogna, lo scandalo. Tutti accanto a me, su me, abbracciati a me, saranno, dopo! Oh! Mi smarrisco... Mi veniva incontro l'umanità di Cristo, ma il mio Dio sereno, lieto pareva mi avesse abbandonato... Ero così solo e spaventato! Veder tutto d'improvviso... Ci si sente sfiniti, ci si accascia: non pensi più, diventi inerte, di ghiaccio.

Velia                             - Dici: non voglio più angosciarmi, che vale? Sia quel che deve essere. Andrò con la cor­rente... Una specie di fatalismo.

Anselmo                        - Non si può.

Velia                             - Lo so: non si può. Sentì il cuore che batte sempre e ti impone di soffrire, di amare...

Anselmo                        - (come ricominciando) Così è comin­ciata la febbre di guardare, guardare dentro, in fondo, senza pudori; frugare per la paura d'ingan­narmi. Voler veder a ogni costo! Non camminavo più a occhi bassi. Volevo vedere almeno il volto della gente, e indovinare. Non era vero, sai, che la gente ci guardasse con occhi di rispetto, quasi di venerazione, non era vero... Molti non s'accor­gono nemmeno di noi che passiamo - e abbiamo la veste nera coi bottoni rossi, e facciamo un ru­more di velo smosso, - ebbene: non s'accorgono.come non esistessimo. E i poveri, quelli che lavo­rano e hanno la faccia segnata, se vedessi: c'è del­l'astio, del rancore sui loro volti... Ma perché? Com'è? Noi vogliamo fare loro del bene! Aiutarli! Difenderli! Non lo sanno? Eppure lo diciamo sem­pre! Perché non lo sanno e ci guardano così? Come quello vicino alla miniera di zolfo dov'ero andato a passeggio coi « piccoli ». Un minatore che man­giava del pane, m'ha guardato e poi ha sputato: ha sputato per terra, ma è come se avesse sputato su me. Dell'odio, addirittura dell'odio in qualcuno. Deve esserci un motivo, un motivo profondo. E m'è venuto il dubbio che tutto nascesse di qui: che noi, veramente, siamo qualcosa di prezioso - il sale dell'umanità - e abbiamo un tesoro, ma non glielo diamo... La gente l'aspetta da noi... Ha aspettato, ha aspettato... Per le strade: i poveri, gli operai... La gente che lavora molto, stanca, sudata aspetta molto dagli altri... E noi li abbiamo invece delusi. Passavamo loro accanto, in fila, a occhi bassi, col nostro Dio nel cuore, esultanti... egoisti, avari... Gli altri non ci volevano così... I peccatori... I pecca­tori... Sì, essere prete era veramente un'altra cosa. Avevo visto. Ricominciare da capo, allora. Capivo che noi avevamo vissuto in una illusione, in una falsa certezza... Bisogna scuoterci, inquietarci. Io che avevo visto dovevo inquietare anche gli altri perché cominciassero a vedere. Mi sono agitato... Mi era venuta in odio la tranquillità di tanti miei compagni. Mi sembra colpevole. Inquietare, inquie­tare... (Il tono cala di colpo) Mah! Ho finito per inquietare soltanto me stesso... Si nasce per l'in­quietudine o per la tranquillità così come si nasce biondi o bruni... Inutile, quasi mutile... Poi il Ret­tore mi ha chiamato. M'hanno creduto un... rivo­luzionario... un po' pericoloso. Mi diceva: «Perché non metti tutto nelle mani di Dio e non procedi fiducioso, sereno come prima? ». No, come prima io non potevo più, proprio più, ora che avevo visto. Mi sembrava d'aver giocato, prima; giocato ai preti. Così mi sono allontanato. Avevo bisogno di una tregua. Sono venuto nella Libreria del Sole con la mia inquietudine. Ho detto: comincerò intanto a conoscere i miei di casa.

Velia                             - E nessuno si è accorto di te, nessuno ti ha guardato. Povero Anselmo. (Silenzio) Perché le hai dette a me queste cose, io che non posso capirle? Sono cose alte.

Anselmo                        - Nessuno può capire fino in fondo il perché. Dio... i peccatori... e i preti, in mezzo, schiacciati, responsabili verso tutti... uno spavento! (Guarda Velia) Si cerca qualcuno che ci ascolti docile, senza voler capire o consigliare o giudicare... come te, Velia. Quanto dolore c'è nella Libreria del Sole! Quante vite tra questi muri: vite che fer­mentano, e non si vede, e non si sa. Noi, in questa casa, ci passiamo accanto ed è come non ci cono­scessimo. Tutta la vita, qua dentro.

 

Velia                             - Tu l'hai guardata? (Anselmo alza gli occhi su Velia) Oh, Anselmo: tu che vedi tutto, salva la Libreria del Sole. Per il babbo, fallo: mo­rirebbe... e anche per tutti noi: ci si affeziona, ci si attacca ai muri, alle cose...

Anselmo                        - Velia, non inquietarti. La libreria si salverà anche se perisce.

Velia                             - Come?

Anselmo                        - Come tutte le cose che finiscono. Non c'è niente che veramente finisca; tutto con­tinua in quel che sembra nascere di nuovo.

Velia                             - Fosse vero! Ti potessi credere! Ma que­ste cose, vedi, Anselmo, son cose che sembran vere a dirle, e fa anche bene ascoltarle. Si vorrebbe cre­derlo! Ma in realtà c'è, veramente, qualcosa che finisce e qualcos'altro che incomincia, c'è.

Anselmo                        - (mitemente) No, no: è sempre il cor­rere di un fiume, ininterrottamente, senza pause, senza salti. Quando un giorno io me ne andrò di qui e vi lascerò di nuovo, nessuno ci farà caso: come ieri, quando sono entrato.

Velia                             - Anselmo!

Anselmo                        - Voglio dire: non sembrerà che ci sia niente di nuovo; il fiume che cammina. Ecco.

Velia                             - No, Anselmo, no: non ci si può parlare come noi ci siamo parlati, adesso, e poi dimenticare.

Anselmo                        - Anche tra fratelli ci si dimen­tica, sai.

Velia                             - No. Si fa finta di dimenticare, ma si ricorda in fondo; si ricorda per tutta la vita. (Ha il pianto alla gola. Suonano le campane).

Anselmo                        - Velia, non essere triste: bisogna aver coraggio, camminare.

Velia                             - Ne ho, sai, ne ho. Vedrai.

Luca                              - (viene da fuori).

Velia                             - Oh, Luca. Vieni, guarda. (Lo conduceverso la scansìa da cui, prima, ha tolto vari mucchidì libri) Li ho portati di là, nel magazzeno... (AdAnselmo) Il babbo crederà che si sono venduti...

Luca                              - Tanti ne hai nascosti?

Velia                             - Troppi?

Luca                              - Uhm! Sono molti! (Amaro) Sarà più contento...

Anselmo                        - Perché ingannarlo così? Mi pare una compassione crudele.

Luca                              - Sì, hai ragione. Ma come si fa? L'ultima volta che è disceso in libreria - tu non c'eri - s'è subito avvicinato alle scansie per guardare. Toc­cava le costole con le dita - forse non riusciva più a vedere - e poi era scuro... Palpava, numerava, così, così...: non si poteva guardare. «Ne riman­gono ancora tanti, eh, Luca? Come mai? ». E io non potevo rispondere. Mi veniva da piangere come un bambino che non sappia tener dentro un se­greto. Adesso... si sono venduti... (Una lunga pausa di silenzio) Sono stato dai rilegatori. Torno di là. (/ fratelli lo guardano) Comprendono, ma sono co­stretti a insistere per essere pagati. I momenti sonodifficili per tutti... (Si mette a sedere) Bisogna pur trovarlo un mezzo... (Pensoso) L'unico che non parla è «Trappola». E' il maggior creditore, e tace. Mah!

Anselmo                        - Non ha mai parlato?

Luca                              - Mai. Come non ricordasse.

Velia                             - Non vorrà umiliarci. E' un vecchio ami­co affezionato; vuol bene al babbo, a noi, alla li­breria...

Anselmo                        - Eh, Luca?

Luca                              - Non lo so. Potrebbe anche essere. Pen­savo... Mah! Un enigma d'uomo. Non l'ho mai ca­pito. (Pausa) L'unica strada per accontentare i ri­legatori...

Velia                             - Quale?

Luca                              - Se Mombelli anticipasse la rata della biblioteca...

Anselmo                        - Si può provare.

Luca                              - Dici?

Anselmo                        - Quant'è?

Luca                              - Duemila. Ma bisognerebbe andar subito.

Anselmo                        - Subito, subito. Vai tu..., o andiamo noi, io» Velia?

Luca                              - Se andaste voi...

Anselmo                        - Va bene: andiamo noi. Velia?

Velia                             - Vengo. Corro su un momento... (Esce rapidamente).

Luca                              - E' l'unica strada... (Sospira).

Anselmo                        - Sospiri-

Luca                              - Siamo tanto in basso. Non potremo ri­sollevarci più. Bisognerebbe avere il coraggio di dire la verità tutta, a costo di buttare tante cose all'aria, perché altrimenti, qui, si va alla rovina, alla rovina... (Ha alzato un po' la voce).

Anselmo                        - Piano. Possono sentire.

Luca ............................ - (timoroso) No, non possono sentire  non credo... E poi non capirebbero di che parlia­mo... (Soffocato) Io ho bisogno di urlare una volta tanto, di urlare...

Anselmo                        - Che giova?

Luca                              - Che giova! Che giova!... Tu sai dire « che giova » e tacere. Non so se ammirarti, o... o... perché hai sempre ragione. Irrita. (Cambiando) No, Anselmo, non badarci. Sono ingiusto, adesso. Tu sei più in alto, su un altro piano, in un'altra sfera. Tu non l'hai chiusa qua dentro tutta la tua vita: lo capisco, sai. Noi sì, invece. Io sì: costretto a vivere qui, a ingiallirmi qui. E vorrei uscire... Sì cerca qualcuno con cui parlare di questo martirio... Che giova anche parlare, dirai tu; eppure...

Anselmo                        - No, Luca; non lo dico.

Luca                              - Capisci che c'è bisogno di parlare, di gridare?

Anselmo                        - Lo capisco, lo capisco, credimi.

Luca                              - (preso da una subitanea gioia) Oh, ecco! Ecco! Di te, dì come sei fatto, ci s'accorge soltanto in certi momenti... non so come dire... Sembra che tu ti nasconda per giorni e giorni, qui, tra noi: scompari, non ti fai sentire, e noi ci dimentichiamo di te. D'improvviso, da una parola, come adesso,si capisce invece che ci sei stato e ci sei sempre accanto... vivo, buono...; e hai capito tutto, tu!

Anselmo                        - Luca, che dici mai... (Entrano Velia e Lena).

Velia                             - Ecco: pronta. (Un momento di imba­razzo) Andiamo.

Lena                              - (a Luca, con disinvoltura) Noi dobbiamo parlare, è vero?

Luca                              - (la guarda perplesso. Anselmo e Velia si avviano. Luca li accompagna alla porta) Mi rac­comando... (Anselmo e Velia escono. Andando verso Lena) Sei stata imprudente.

Lena                              - Ti piacciono tanto le commedie? A me no.

Luca                              - (coti decisione) Hai ragione, Lena; farla finita con le commedie. Basta con le ipocrisie. Tutto chiaro, tutto alla luce del sole!

Lena                              - Bravo! Alla luce del sole! (Scherzosa) Qualcosa s'è già cominciato a fare. (Luca la guarda senza capire) Non hai visto? L'ha spalancata Alva­ro.,. (Luca guarda la finestra, guarda Lena e intan­to sì rabbuia) Non ti eri accorto? Possibile!

Luca                              - (muove appena la testa in un cenno ne­gativo. Cupo) Alvaro vuol fare da padrone. Cre­de di poterlo fare impunemente.

Lena                              - Glielo lasciate fare.

Luca                              - (tra i denti) Vigliacco! (Con. un involon­tario tono di sospetto) L'hai visto?

Lena                              - Sì, prima.

Luca                              - Che ha detta?

Lena                              - (guarda Luca e abbassa la testa; poi si muove e si mette a ridere) Meglio scherzarci sopra.

Luca                              - Lena, no! Non su questo tono! Rispon­dimi: che t'ha detto?

Lena                              - (reagendo, rigida) Non sopporto gli in­terrogatori nemmeno se son fatti da te, lo sai come sono. Non farmi diventare cattiva. Non vo­glio. (Si avvicina a Luca) Vuoi cambiar volto? Ri­schiararti? Mi piaci di più.

Luca                              - (minaccioso) Finché glielo lascerò fare il padrone.

Lena                              - Luca, no, eh! Diventi cattivo tu, adesso. Ti vedessi!

Luca                              - Ti difendo.

Lena                              - (rapida) No, no.

Luca                              - Non vuoi che ti difenda. Nemmeno tu hai fiducia. Credi ch'io non abbia il coraggio, con lui...

Lena                              - Ma che dici! Non l'ho nemmeno pensato, Luca...

Luca                              - No, è così. E hai quasi ragione di pen­sarlo perché fino a oggi m'hai visto sempre in­certo...

Lena                              - Ma, no, no...

Luca                              - (concitato) Ma vedrai che cosa saprò fare io in quel momento!

Lena                              - Luca, che cosa vuoi fare?

Luca                              - (La fissa intensamente col volto contratto. Con le mani, con le braccia fa il gesto dì chi afferra qualcuno per il petto e lo scuote) Lo vo­glio prendere così, così; dirgli: vigliacco! In fac­cia: ingrato! T'hanno tenuto qui come un figlio, i miei vecchi...; sputargli addosso, buttarlo fuori...

Lena                              - (seguendolo in quella immaginaria lotta) No, no... non voglio! Avventarvi l'un contro l'al­tro... no...

Luca                              - (ansimante) E se resiste: lo fiacco, lo spezzo! Ho la forza, io!

Lena                              - Lo so, Luca; ma non devi. Te lo chiedo io, io, per grazia. Promettilo. (Sono vicini) Poterti strappar via di qua, subito... subito, subito... (Strin­gendosi a lui, un po' soffocata) Ho paura! Paura, Luca...

Luca                              - (abbracciandola) Lena, Lena, tremi... Perché tremi così?

Lena                              - M'hai fatto paura. Oh! (Lo guarda) Sembrava che tu scuotessi tutta la casa... la faces­si crollare... e noi rimanessimo schiacciati dentro, schiacciati vivi.

Luga                              - E ti sei spaventata così? Oh, povera Lena mia! (Una pausa) No, no: devi aver fiducia in me.

Lena                              - Ne ho tanta se tu mi prometti.

Luca                              - Ma dovrò difendere te e la mia casa... dai nemici.

Lena                              - Devi, devi! Chi dice di no? Ma basti da solo? O ti illudi? Se ti aiutasse qualcuno...

Luca                              - Chi? Sono solo. Tu sei il mio unico aiuto. Gli altri... li conosci anche tu.

Lena                              - (ferma) Tuo fratello può.

Luca                              - Anselmo?

Lena                              - Anselmo. (Pausa) Vede molto lontano.

Luca                              - (colpito) Forse. Non ci avevo pensato... Anselmo però, non è qui: ha l'animo altrove... si vede.

Lena                              - Ci sono uomini che sanno essere dapper­tutto. Lui può aiutarti. Chiamalo vicino a te, vicino vicino, e ascoltalo. (Seria, fissandolo) Lui sa tutto, di tutti. Anche di noi... Credi non abbia indovinato?

Luca                              - (con orgasmo improvviso) Sì, sì, hai ragione... Ma non sarà troppo tardi? (Dall'interno si sentono passi faticosi, strascicati) Il babbo che discende. Impossibile... (Un'attesa) E' proprio lui... (Isidoro e Clara entrano).

Isidoro                          - (fermandosi sulla porta) Finalmente respiro la mia aria.

Luca                              - Babbo... ma babbo!

Isidoro                          - Erano tre settimane che non venivo a trovarvi e mi sembrava un'eternità.

Lena                              - Ci sono anch'io, qua, ad accogliervi, si­gnor Norman di.

Isidoro                          - Voi... chi? (Avanza) Oh, voi! ma anche voi ormai siete di casa... Quanta luce, oggi... Sem­bra perfino che la libreria si sia allargata... (Gira, alza la tenda, va verso la finestra).

Alvaro                           - (entra da fuori) Oooh! Babbo Doro! Volete stupirci!

Isidoro                          - Oh, Alvaro, tu! Vieni qua! Finalmente, Alvaro... Non ti facevi più vivo e son venuto io a incontrarti.

 Alvaro                          - Vorrei sempre farvi aspettare così, se ogni volta potessi compiere il miracolo di farvi scendere tra noi, in libreria...

Isidoro                          - (che stringe la mano di Alvaro) Di­cevo che sembra tutto più nuovo, più bello... vasto...

Alvaro                           - Lavoriamo, lavoriamo molto.

Isidoro                          - Si sente! C'è qualcosa di mutato...

Alvaro                           - (ambiguo) Da quando vi siete ritirato lassù, molte cose sono infatti cambiate, e altre cambieranno ancora, domani.

Isidoro                          - Si capisce. L'opera deve progredire... (Velia e Anselmo entrano).

Velia                             - Il babbo...

Clara                             - C'è anche Anselmo.

Isidoro                          - Venite avanti... Tutti, allora... tutti raccolti qua, intorno a me. (Ad Alvaro, riprenden­do U suo discorso) L'opera nostra non deve subire arresti... (A Luca) Non dici niente tu, Luca?

Alvaro                           - Luca sente il peso delle responsabilità che gli avete lasciato. E' diventato - come dire? -taciturno.

Luca                              - (lo guarda con una certa durezza).

Lena                              - (non sa trattenere l'impulso di difenderlo) E' un peso... grave... (Luca la guarda).

Isidoro                          - Ma l'entusiasmo di una volta gli ri­mane dentro immutato, e lo sostiene... io lo so, eh, Luca? (Infervorandosi) Siamo tutti qua, an­cora. Vien da pensare alla nostra storia: da tipo­grafi a librai, da librai a editori. Un piccolo seme gettato, scaldato col nostro lavoro... e il seme un giorno è fiorito...

Luca                              - (interroga con gli occhi Anselmo).

Anselmo                        - (un breve cenno negativo, e china la testa).

Isidoro                          - Luca, non parli? Perché non parli oggi?

Luca                              - (strozzato, interrompendosi) Sì, babbo: noi progrediamo giorno per giorno, seguendo la traccia segnata da te.

Isidoro                          - Progrediamo, ne sono certo. Allarghe­remo di giorno in giorno le nostre braccia, e la nostra voce si farà sentire sempre più lontano. La Libreria del Sole... La nostra Libreria del Sole... Una insegna... Che cose grandi ho ancora in mente.

Trappola                        - (è apparso sul corridoio della stam­peria. E' vestito di nuovo e sembra sorridere, sog­ghignante).

Isidoro                          - E nelle città si stupiranno che noi, sconosciuti, abbiamo potuto fare questo. Noi non ci aspettiamo grossi onori... e nemmeno grandi guadagni... Diffondere, soltanto diffondere... (si al­za e barcollando va verso la scansia) diffondere i nostri libri... ecco, ecco... così... (Spazia con la mano per i palchetti vuoti. Tutti sì sono come irrigiditi e guardano in silenzio quella mano ansiosa bran­cicante nel vuoto. Poi si ferma come ascoltasse) Che silenzio c'è!... (Si volge e li guarda senza ve­derli) Che c'è? Perché questo silenzio? (E ritorna, barcollando più penosamente, a cercare con gli occhi quei volti che lo fissano).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

La stessa scena degli altri atti

La sera di San Lorenzo. La gente fa festa av­viandosi verso la vicina campagna. Fuggevoli cori di voci gaie, brevi accordi di strumenti toccati da mani inesperte vibrano e s'indugiano un momento tra i muri della libreria, e si perdono. Nel retro­bottega entra il riflesso della luce elettrica ancora accesa nella libreria.

(Isidoro è seduto accanto alla finestra; Carola e Mombelli sono vicini a lui. Anselmo e Luca vanno lentamente dal retrobottega alla libreria parlot­tando. Un gruppo di gente, fuori, proprio davanti alla vetrina, canta e suona; poi corre via).

Isidoro                          - Fanno più festa quest'anno.

Carola                           - Vi pare? Trovo che è la stessa alle­gria di ogni anno il giorno di San Lorenzo.

Isidoro                          - E tu che dici, Mombelli?

Mombelli                       - Eh? Non ho udito. Guardavo fuori: le stelle...

Isidoro                          - Ci sono già stelle? E' appena calato

il sole.

Mombelli                       - Ci sono. Lassù. Le vedi?

Isidoro                          - (guarda su, verso il cielo; scuote la testa).

Mombelli                       - Nemmeno quelle che cadono?

Isidoro                          - Sì, sì. Vedo le striscia di luce. Mi ri­mangono negli occhi.

Carola                           - Più tardi sarà una pioggia.

Isidoro                          - Più tardi. Adesso, per me, c'è ancora pace nel cielo.

Carola                           - Nasceste proprio il di di San Lorenzo? (Suoni, canti).

Isidoro                          - (di buon umore) Sul tardi, dicono.

Carola                           - Perché non ci muoviamo anche noi, con la gente?

Mombelli                       - (guarda Carola, sorpreso).

Luca                              - (s'è fermato; interviene un po' amaro) E' il compleanno del babbo. Una festa di famiglia. L'abbiamo sempre fatta tra le mura di casa, ogni anno.

Carola                           - E quest'anno muoviamoci! (Guarda Isidoro) Oh, non crediate... Ma la nostra non è ancora vecchiaia! Noi non siamo vecchi! Affatto! Affatto! (E' eccitata).

Mombelli                       - D'accordo: non siamo vecchi. Ma non eccitatevi, mi raccomando.

Carola                           - Ah, mi eccito?

Clara                             - (viene dall'interno) Non si chiude, Luca?

Luca                              - Vogliamo chiudere?

Clara                             - Ma sì! Chiudete; chiudete!

Luca                              - Trappola continua a lavorare.

Clara                             - Ho già preparato abbasso. Dicevo: se intanto volete venire voi... Ma fate pure quel che vi piace.

Carola                           - Ma sì che vogliamo venire, signora Clara! Signor Normandi, Mombelli, da bravi, su.

Isidoro                          - (si alza faticosamente) Tu, però, aspet­ti, Luca. Si deve lavorare fino all'ultimo, stesserà.

Luca                              - Aspetto.

Clara                             - Intanto giungeranno anche gli altri.

Isidoro                          - (avviandosi) Ecco: voi aspettate gli altri... (Esce con Clara, Carola e Mombelli).

Luca                              - (dopo una pausa, indicando la stamperia) Fa girare le macchine fino a quest'ora, lo senti?

Anselmo                        - Del lavoro può disporre lui. E' nei patti.

Luca                              - Ha saputo far valere i suoi diritti di cre­ditore al momento buono, oh sì! E adesso è padrone anche lui.

Anselmo                        - Padrone di mezza stamperia.

Luca                              - Che vorresti...? E poi: adesso. Ma presto o tardi sarà il padrone di tutto. Lo sa lui e lo sento anche io. Pare un destino a cui è inutile tentare di sfuggire.

Anselmo                        - Ci rimane la libreria, e la casa: in­tatte. Se si sanno custodire e difendere..';

Luca                              - (scattando) Custodire! Difendere! Perché noi dobbiamo faticare sempre per custodire, difendere? Non lo capisco. E costruire... mai. Non ci riesce. Allora era meglio... dico io... (Si frena).

Anselmo                        - Va avanti. Era meglio?

Luca                              - Sì, insomma: una soluzione netta, radi­cale. Vendere tutto, disfarsi di tutto.

Anselmo                        - Senza il babbo.

Luca                              - Dirgli la verità, al babbo. Non era meglio?

Anselmo                        - Tu avresti avuto il coraggio?

Luca                              - Non vuol dire questo! Ch'io non abbia il coraggio... Ch'io sia un debole - lo so, lo so -ma non vuol dire.

Anselmo                        - No, non mi capisci. La compassione che dobbiamo, ecco.

Luca                              - C'è anche una compassione colpevole, a un certo punto. Avremmo potuto liberarci, comin­ciare un'altra vita, sperare... C'è un momento in cui sentiamo che sta per decidersi la nostra vita. Bisogna scegliere.

Anselmo                        - Certamente: scegliere.

Luca                              - (brusco) Allora: andarmene di qui. (Si­lenzio).

Velia                             - (viene dalla libreria. Canta a mezza voce. saltellando)  Sul vestito della sposa son cadute cento stelle tutte belle. Tutte belle cento stelle sul vestito della sposa. (Entra. E' senza cappello, accaldata, sorridente) Oooh! Che fatica, sapeste, per arrivare fino a casa! Quanta gente! Trascina...

Luca                              - (avido) Ce n'è tanta, eh!

Velia                             - Vanno verso i poderi di Pianoro. E' lassù che quest'anno accendono la girandola.

Luca                              - E vanno tutti, eh, tutti?...

Velia                             - Guarda un po'!

Luca                              - (si affaccia a guardare) Tutti... tutti. Prima accenderanno i falò. Di qua vedremo i ri­flessi. Poi la girandola: frrr... frrr... bum! bum! bum! (Velia e Anselmo lo guardano. Quasi per scu­sarsi) Noi abbiamo visto solamente i riflessi, sem­pre, fin da quando eravamo piccoli, no, Velia?

Velia                             - Perché era la festa del babbo. Una coin­cidenza. Si stava in casa. Scendevamo un po' in giardino a guardare di lì.

Luca                              - Attaccati al cancello, col desiderio di poterlo scavalcare, e correre anche noi con gli al­tri verso la campagna. (Ansima un po') Perché ci hanno tenuto sempre qui chiusi, accanto a queste cose soltanto? (Guarda Anselmo) Non parli?

Velia                             - (è passata in libreria) Primarosa, primarosa un mattino sei sbocciata tra i capelli all'amorosa.

Anselmo                        - Anch'io i falò, li vedevo dalla col­lina del seminario, lontano dalla gente.

Luca                              - (dopo una pausa) Gliene serbo quasi un rancore... Sono cattivo. Lo vedo quanto sono catti­vo! Lo faceva con cuore retto, povero babbo, ma ci ha tolto tanta parte di vita... A noi non pensava. Ci considerava come cose sue, e disponeva di noi come di se stesso.

Anselmo                        - Bada, Luca: siamo ingiusti, siamo ingrati. E' assai misterioso quello che passa da un padre ai figli. Non si può misurare che alla fine.

Luca                              - (china la testa).

Anselmo                        - Il gusto delle cose ideali, quest'an­sia di scoprire uno scopo nel nostro affaccendarci, nel nostro vivere; e la sincerità che sentiamo di dovere a noi stessi, in ogni momento, a qualunque prezzo, chi ce l'ha messi dentro?

Luca                              - (sempre a testa bassa) Anselmo, stammi a sentire.

Velia                             - (riappare nel retrobottega e ricomincia a cantarellare).

Luca                              - (irritato) Perché da un po' ti metti sem­pre a cantare? Irriti! (Velia tace di colpo. Ad An­selmo) Senti. Tu devi prendere le redini della casa. Ti lascio tutto, qui, da governare. Io me ne vado. Ormai ho deciso.

Anselmo                        - Hai deciso. E se dovessi partire anch'io? Prima di te? Ci hai pensato?

Velia                             - (fissa Anselmo e corruga la fronte).

Luca                              - Tu? E dove vuoi andare, tu? Scappare perché le cose precipitano? No, eh! Non te lo la­scio fare! Anche tu devi prendere la tua parte di peso, la tua parte di responsabilità! Io ci son ri­masto abbastanza qui dentro, ad ammuffire, men­tre tu eri fuori, libero, senza pensieri.

Velia                             - Luca, come puoi dire!

 

Anselmo                        - Libero? Senza pensieri, senza pesi... io? Lo credi proprio? Ti sono sembrato, ti sembro uno che vuol sottrarsi, che ha paura delle respon­sabilità? Dillo, dillo!

Luca                              - Non prendermi alla lettera, sono ecci­tato.

Anselmo                        - Dio! Mai nessuno che ti veda! (Più forte, ribellandosi) Sì che me ne vado! Ho paura anch'io di sentirmi solo! Paura, paura, sì. (Stanco) E allora ognuno vada incontro al proprio amore, risolutamente, senza più indugi. Ne ho diritto anch'io ormai.

Luca                              - Chi te lo nega il diritto. Sicuro che ne abbiamo il diritto... Diritto di pensare al giorno in cui potrò dire a Lena: « Andiamo », se mi avrà aspettato; perché può darsi che allora sia troppo tardi. Bisogna pure affrettarsi...

Anselmo                        - Non occorre più affrettarsi. Io ti dico che siamo giunti al limite. Ormai è solo la sincerità che vale. Costi quel che costi. Facciamoci coraggio. Non dobbiamo più avere paura di noi stessi e spaventarci se qualcosa crollerà. (A sé) Vieni... vieni, e lascia che i morti seppelliscano ì loro morti. (Pausa, silenzio).

Clara                             - (ricompare) Velia, ti sei fermata qua?

Velia                             - Sono arrivata adesso. .

Clara                             - Venivo per Luca... (Luca si volge) Or­mai si può chiudere. E' tardi.

Luca                              - (annuisce e si muove).

Clara                             - Prima sta a sentire, Luca. Volevo dirti che sarà bene invitare anche Trappola, quest'anno, alla festa del babbo.

Luca                              - Che c'entra! (E guarda Anselmo).

Anselmo                        - Sì, sarà bene.

Luca                              - (fa un gesto di chi acconsente a malin­cuore. Senza parlare va in libreria: chiude prima la vetrina, poi la luce elettrica. Il retrobottega sarà rischiarato soltanto da una sbiadita lampada molto alta, quasi attaccata al soffitto, e dalla luce del cielo. I rumori, affievoliti, sembrano venire da più lontano? Tutto questo lentamente, fino alla nuova entrata di Luca).

Clara                             - (a Velia) E' preparato di qua. C'è già qualcuno. Vieni a dare un'occhiata anche tu pri­ma che giungano gli altri.

Velia                             - Vengo subito. (S'avvia; poi si volge; guarda in libreria dove è Luca, guarda Anselmo, in piedi, accanto alla finestra) Mi fermo ancora un minuto, mamma.

Clara                             - (esce).

Velia                             - (si avvicina ad Anselmo, e lo guarda come lo vedesse la prima volta) Dunque te ne vai.

Anselmo                        - Lascia stare. Prima eri così allegra! Provati a cantare ancora.

Velia                             - Mi rimproveri, eh?

Anselmo                        - Ma no.

Velia                             - Mi rimprovero anch'io, del resto. Do­vrei essere triste se pensassi sempre alle tristezze della nostra casa. Lo so. Non so frenarmi, talvolta.

Anselmo                        - No, Velia. Non bisogna voler soffri­re. E' male.

Velia                             - Sono momenti. Ci s'accorge d'aver di­menticato, non sai perché, non sai come... Poi tut­to ritorna, d'improvviso.

Luca                              - (rientra, e prima d'infilare il corridoio della stamperia dice) Dunque, vado ad invitare anche lui. (Ed esce a testa bassa).

Velia                             - (dopo un silenzio) Anselmo.

Anselmo                        - (si volge).

Velia                             - Sono passati dei mesi, ma non ho di­menticato nulla di quel che mi dicesti.

Anselmo                        - (sorride vagamente e vorrebbe par­lare).

Velia                             - Non importa che tu parli. Io so che tu ci lasci. Hai fatto la tua scelta, ormai.

Anselmo                        - Velia: la vocazione non è mai una scelta, è una obbligazione, un comando.

Velia                             - (aggrotta la fronte) Non capisco.

Anselmo                        - Come non capisci? Senti...

Velia                             - (con pudore) Non voglio saper nulla, Anselmo. I segreti della tua anima hai il diritto di tenerteli tutti e solo per te. Io però avrei dovuto capirlo prima.

Anselmo                        - Che me ne sarei andato?

Velia                             - (annuisce).

Anselmo                        - E perché?

Velia                             - Tu sei fatto in quel certo modo. Si ve­deva, non so come spiegarmi. Ma si capiva che prima o poi saresti ritornato via.

Anselmo                        - Prima dicevi di non capire. E' così. Si è preti anche a non volerlo essere, se si è. E allora non ci si può più sottrarre a Dio. Me ne sono accorto vivendo questi mesi tra voi, tra la gente.

Velia                             - Te ne sei accorto...

Anselmo                        - Credevo che qualcosa fosse morto in me, invece era soltanto smarrito. Sai Velia, ora lo posso dire perché lo capisco: ero rimasto spa­ventato della libertà che mi ero presa. Tutti, tutti gli uomini sono spaventati della libertà. Lottano, muoiono per conquistarsela; l'ottengono, ed ecco che non ardiscono più toccarla. Averla vicino, den­tro. Si affrettano a eleggere qualcuno che gliela amministri, che gliela regoli. Pare una contraddi­zione, ma è così. Anch'io... dopo che mi sono libe­rato e sono venuto qua... Da quel momento è in­cominciata la paura; la paura d'andare incontro a facce nuove, alla gente: i poveretti, i peccato­ri... Ho avuto paura perfino di voi.

Velia                             - Di noi?

Anselmo                        - Sì, paura di voi. Non riuscivo a starvi vicino. Eravate così diversi da me...

 

Velia                             - Perché t'abbiamo mostrato soltanto egoi­smi, finzioni, dolori...

Anselmo                        - Volevo venirvi accanto, sai; e non ci riuscivo. Ero ostile, verso tutti, te lo debbo con­fessare. Ve ne sarete accorti: certe parole aspre Anche con Luca. E tu mi facevi pena soltanto, e il babbo e la mamma anche: una pena! perché erano ciechi! Ma non mi muovevo, ricordi? E nem­meno parlavo. Perché avevo paura. Avevo quella libertà, e non ne usavo. Dicevo: guarderò rima­nendo fuori; e soltanto dopo che avrò visto dirò quel che si deve fare, e li salverò. Ero vile, e orgo­glioso.

Velia                             - No, Anselmo: tu sei stato soltanto buono con noi.

Anselmo                        - No, no, bisogna saper tutto; come son fatto in fondo. Ti dico che ero vile! Veder prima, per sfuggire al rischio, capisci? E' orgo­glioso. Perché io mi sentivo più in alto di voi, delle vostre faccende qui, nella libreria.

Velia                             - Lo eri, più in alto.

Anselmo                        - No, no! Perché mi premeva troppo quella mia bontà arida. L'idea ch'io potessi sba­gliare e sporcarmi un po', qui, tra voi, mi tratte­neva. Quel giorno che mi son messo a cantare...

Velia                             - Sì, verso sera.

Anselmo                        - Lo stesso giorno che mi son buttato quasi addosso ad Alvaro...

Velia                             - Sì, sì...

Anselmo                        - Ecco: è stato quel giorno che mi son ribellato. Come se commettessi un peccato... Sono sceso in mezzo a voi. Ero anch'io della famiglia... E ho cominciato a capire. Non si può « veder pri­ma », e nemmeno si può abbracciare con un unico sguardo tutto il paesaggio. Solamente Iddio, di lassù può farlo. E io avevo ardito guardare con gli occhi stessi, dalla stessa altezza... Oh! Invece a noi è assegnata una breve aiolà di spazio, e il nostro camminare si svolge lungo una riga serpeggiante, e gli uomini si incontrano a uno a uno. Era così. Sono stato sul punto di ritornare dal vecchio Ret­tore del seminario per dirgli umilmente: - Ave­vate ragione; è inutile inquietarsi. - Sono stato sul punto... E ancora ho capito che qualcos'altro mi sfuggiva: il cambiamento che era avvenuto in me. Perché devi, sì, camminare entro l'aiolà angusta e lungo lo stretto sentiero, ma non più su una rotaia fissa, ma liberamente, condotto da una bus­sola. A costo di smarrirsi! Poi alzi la testa, e su te, lontanissima, splende la stella polare. Oggi posso dire che per conoscere la vita degli uomini non importa fare le loro stesse esperienze. E' ne­cessario mettersi dalla loro parte il giorno dell'in­contro. E ognuno rimanga quello che è - che nes­suno può cambiarlo, dentro - e di quel che siamo, così come siamo, perché ci hanno fatti così, nondobbiamo render conto agli uomini. E' la legge più spaventosa delle cose create. Doverle accettare, non poterle mutare.

Velia                             - Anche noi? Anche gli uomini?

Anselmo                        - Soprattutto gli uomini.

Velia                             - Tu però li volevi salvare. Ricordo che dicevi: i peccatori...

Anselmo                        - Sì. E' proprio questo che importa.

Velia                             - Non capisco: se non si cambia, se non si può cambiare?

Anselmo                        - Si accettano così come sono. Sì amano. E' il loro amore che deve cambiare, non il loro essere. Non può. Ma il loro amore, sì, può mutare. E allora si salvano. Mi capisci? A noi spet­ta il compito di accettare, di vivere i sentimenti degli altri; perfino i peccati, ma con cuore puro. La letizia... (Accenna al motivo dì canto del pri­mo atto; poche note) Ti accorgi che Velia vuole, un mattino, cantare: allora devi aiutarla alla gioia. E devi aiutare Luca che vuole uscire dal chiuso: aiutarlo a cercare la strada. Il modo di cantare, il modo dì partire, mi capisci, questo sì che ci appartiene. Ma, nello stesso tempo, bisogna mantenere desta la compassione per il babbo. Si vorrebbe solo cantare, si vorrebbe sempre partire, talvolta, e lasciare la gente in agonia. (Pausa) Anche dalla parte di Alvaro ci si può mettere, se giova a salvarlo.

Velia                             - Ma che vuol dire, Anselmo, che vuol dire salvarlo?

Anselmo                        - Che si fermasse una volta e si ac­cettasse come è. Poiché, Velia, quando noi abbia­mo il coraggio di guardarci dentro, siamo presi da un tale sgomento di noi stessi che vorremmo chie­dere a tutti pietà e perdono. Agli angoli delle stra­de, come i mendicanti. Invece ci si agita e si corre affannosamente proprio per non guardarsi e per illudersi di essere quello che si fa e non quello che si è. Anche Alvaro si agita così. Vuol fare a tutti i costi l'eroe... E' facile, talora, fare l'eroe malefico, è facile...

Velia                             - Come si fa, Anselmo, a fermarlo? Come si fa? Tu lo devi sapere, e me lo devi dire, Anselmo!

Anselmo                        - (rimane un momento assorto, poi alza la testa e fa per parlare. In quel momento rientra Luca, accigliato, e Trappola che s'accomoda il col­letto, poi si liscia le mani).

Trappola                        - Grazie a voi, eh, grazie, E' un onore, per me. Grazie!

Luca                              - Basta coi ringraziamenti. Non ti posso sentire! Suonan falsi!

Trappola                        - Oh!

Luca                              - Falsi! Falsi.

Trappola                        - (tace, ma continua a lisciarsi le mani. Silenzio).

Luca                              - Che gli si può dire a un uomo così? Che ha profittato, che ha rubato?

Trappola                        - (risentito, ma in un modo un po' buf­fo) No, eh!

Luca                              - No, no.

Anselmo                        - (è eccitato) Non vi si vuol far torto

Trappola                        - (coti un certo orgasmo) Soldo per soldo, lira per lira... ore di lavoro con queste bracca qui rotte dalla fatica... risparmiando onestamente...

Luca                              - E sei diventato tu il padrone, qua dentro.

Trappola                        - (piuttosto grave) C'erano dei debiti, signor Luca, non fatti da me. Allora o io o un altro... Doveva ben esserci qualcuno, non vi pare? Meglio se è uno... di casa, che non va poi a sparlar fuori.

Luca                              - E' vero, è verissimo. Tutto così naturale, tutto così... onesto! E' stupido da parte mia questo risentimento! (Pausa) Ma condurlo io alla nostra tavola, invitarlo io a far festa con noi, e nello stes­so tempo pensare che, ancora, domani, soldo per soldo, lira per lira, onestamente, lui, lui potrà pren­dersi anche il resto di quel ch'era nostro, ecco, mi pare un po' mostruoso... mi pare che si pretenda troppo da me... troppo!

Alvaro                           - (entra in questo momento; è eccitato) Che hai, Luca? L'ho sentita dal corridoio la tua voce di baritono.

Luca                              - (secco) Non ti riguarda.

Alvaro                           - Ho capito. La festa vi mette di cattivo umore. A me invece dà un senso di stordimento, come se fossi leggermente brillo. Mi piace! Attizza l'estro: le immagini fioriscono colorite e i pensieri si snodano fantasiosi. (Ad Anselmo) Facciamo pace, stasera.

Velia                             - (guarda Anselmo il quale tiene gli occhi su Luca che freme).

Alvaro                           - Ti vedo già con la sottana da prete nell'atto dì darmi l'assoluzione.

Luca                              - (fa un gesto di impazienza).

Alvaro                           - La fantasia, eh! Che scherzi!

Luca                              - (con odio, contenuto, sottovoce) Se gli scrittori, gli artisti sono come te, impastati della tua stessa creta avara, egoista, io sento di odiarli tutti; e i libri anche - quelli che scrivete voi -questi libri qui, tutta falsità: roba inumana, cru­dele... (E' vicinissimo ad Alvaro).

Alvaro                           - Mi diventi nemico, adesso.

Anselmo                        - (si frappone).

Alvaro                           - Tu vuoi mantenere la pace. Bravo. (Si allontana. Siede e prende un pezzo di carta. Scrive. Tutti lo guardano con una certa aspettativa).

Clara                             - (da fuori) Velia! Ma Velia! (Più vicina) Ti sei smarrita? (Entra) Siete tutti qua! Che aspet­tate a venire? (Alvaro alza la testa) Manca soltan­to Lena. Ma chissà se viene; stasera c'è festa anche fuori. Andiamo, che Carola è impaziente.

Alvaro                           - (s'è rimesso giù a scrivere).

Clara                             - Muovetevi, figlioli. Su da bravi. Tu, Al­varo...

Alvaro                           - (seccato) Nemmeno una riga si può scrivere in pace. Andate, andate voi!

Luca                              - Vuoi smetterla di fare il padrone di casa? (E gli è quasi addosso).

Alvaro                           - (si ritrae leggermente sulla sedia) Che ti prende?

Anselmo                        - No, Luca.

Velia                             - O mamma!

Clara                             - Ragazzi, che fate? Il babbo è di là.

Alvaro                           - (con un tono morbido, lamentoso) Che ho detto? Se mi lasciaste un momento tranquillo, qui... ve ne sarei grato... due righe soltanto... poi vi raggiungo. C'è qualcosa di male? (Ad Anselmo) Dillo tu.

Anselmo                        - (prendendo il fratello per un braccio) Vieni via, Luca. (Via con Luca).

Clara                             - (ad Alvaro) Siamo qui, nella stanza ac­canto. Fa presto.

Alvaro                           - (annuisce senza alzar la testa. Clara e Ve­lia escono, seguite da Trappola. Alvaro è solo. Nel silenzio, l'eco dei suoni e dei canti che passano per la via, giunge più chiaro. Alvaro guarda il foglio su cui ha scritto qualche parola, sorride; lo sgualcisce, lo stringe nel pugno e lo butta in un angolo della stanza. Poi va alla finestra. Il cielo, in lontananza, è arrossato come per una mite combustione. Si guarda attorno un po' perplesso).

Lena                              - (entra da fuori) Permesso... (Si ferma sulla soglia stupita del silenzio e della penombra).

Alvaro                           - Avanti. Coraggio.

Lena                              - Oh! Siete solo. E gli altri? Dove sono gli altri?

Alvaro                           - (senza muoversi) Non spaventatevi. A-vete tardato un po' e gli altri si sono stancati di aspettare. Gli altri!

Lena                              - Me ne vado anch'io.

Alvaro                           - (muovendosi) No. Sono di qua, nella stanza attigua.

Lena                              - Allora mi aspettano.

Alvaro                           - Più nessuno vi aspetta, ormai, più nes­suno.

Lena                              - Ma come?

Alvaro                           - Avrebbe dovuto esserci lui, qua, se dav­vero vi aspettava. No? Sono solo.

Lena                              - (si rabbuia) Ricominciate? Via, lasciate­mi entrare.

Alvaro                           - (tra lei e la porta) Avanti.

Lena                              - Badate: chiamo.

Alvaro                           - Si sono chiusi dentro, gli altri! Le gri­da non varcheranno queste porte, questi muri! Una prigione! Vi hanno proprio abbandonata.

Lena                              - (quasi gridando) Basta! Basta!

Alvaro                           - (eccitato, ma sincero) Sì, sì: basta. Avete ragione. Non si può sopportare questo mo­do, questo tono. L'odio anch'io. Ma ormai l'ho nera voce, nel sangue. Viene anche quando non vogliopiù. Viene. Credetemi: non è più un gioco. Io, sta­notte, parto. Vado in città..

Lena                              - (con sollievo e insieme con apprensione) Per sempre?

Alvaro                           - Mi fermerò lì a lavorare nella biblio­teca. Anche voi partirete presto? Questo famoso viaggio... (Insinuante suo malgrado) Qui non si può vivere; non c'è ragione per viverci ancora. (Pausa) Usciamo di là. Una passeggiata per la campagna, in mezzo ai fuochi. Si può salire fin sulla collina e restar soli. Si vedono le stelle cadere a grappoli... Anche tu lo desideri, Lena, lo so.

Lena                              - (un po' smarrita) Lo desidero anch'io? Chi l'ha detto?

Alvaro                           - Tu l'hai detto. Il tuo viaggio.

Lena                              - Un'invenzione.

Alvaro                           - Non importa. Rimane la voglia di uscir fuori, di correr via. E' mutile tentar di nascondersi.

Lena                              - Ma dov'è, dov'è Luca?

Alvaro                           - Hai paura. Si vede.

Lena                              - Non di te. Di me.

Alvaro                           - Luca non può salvarti da te. E' inutile chiamarlo.

Lena                              - Lo so. Ma Luca viene... forse non capi­sce... ma rimane accanto a me, fermo come un al­bero... Io posso appoggiarmi...

Alvaro                           - Ti basta? D'appoggiarti? Rimani sem­pre con un desiderio inappagato. (La guarda) Il tuo viaggio. Io, ci credo. Perché tradisci te stessa?

Lena                              - Tradisco?

Alvaro                           - E inganni anche lui, Luca?

Lena                              - L'inganno?

Alvaro                           - Non ti fai conoscere. Perché non t'ab­bandoni a te stessa e non ti affidi a chi conosce ormai tutto di te?

Lena                              - Tutto? La mia debolezza, semmai.

Alvaro                           - La nostra debolezza è il nostro più pro­fondo segreto!

Lena                              - Affidarsi a qualcuno che conosce la stra­da della nostra debolezza e può diventare il nostro padrone? Dovrebbe essere un uomo straordinario, che non chiedesse niente più per sé. (Da sola) A Dio soltanto ci si può affidare per la via della debolez­za... (Intimamente aggressiva) Ma tu? Tu sei uno di quegli uomini che contano proprio sulla debolez­za degli altri per pretendere qualcosa per sé. Diven­tare una cosa nelle tue mani! Oh! E' tale la paura di vedermi così, ridotta a quel punto, che mi salvo sempre, a tempo. Prima, mentre parlavi, c'è stato un momento in cui mi son sentita ondeggiare: mi smarrivo...

Alvaro                           - Per paura, eh!

Lena                              - Per paura. E per orgoglio. Preferisco qualcuno che mi ami per la mia forza piuttosto che per la mia debolezza.

Alvaro                           - Tu sei di quelle che vogliono coman­dare, eh!

Lena                              - Non voglio farmi disprezzare, solamente.

Alvaro                           - Capisco ora come dovevi essere presa. Ho visto domare le cavalle, a frustate, e non ho im­parato. Con te: come con le cavalle, a frustate.

Lena                              - (lo guarda) Ecco: a questo punto biso­gna disprezzarti. Va Via!

Alvaro                           - (la guarda sbigottito).

Lena                              - (si avvia alla porta interna).

Alvaro                           - (la guarda allontanarsi; poi d'un balzo la raggiunge, la ghermisce).

Lena                              - (lo colpisce al volto mentre lotta per svin-colarsi. Rumore di sedie smosse).

Luca                              - (è apparso. Abbranca Alvaro e lo butta con­tro il tavolo).

Lena                              - (avvinghiandosi a Luca) Luca, Luca mio...

Alvaro                           - (si risolleva).

Lena                              - No! Non fate! (Tra i due) Non fate più!

Alvaro                           - (rauco) E' di tutti. Basta volerla. (Men­tre Luca gli si slancia contro, si sente, di fuori, la voce di Isidoro).

Isidoro                          - Che succede di là?

Luca                              - (s'arresta).

Alvaro                           - Vieni avanti.

Luca                              - Va via.

Alvaro                           - (irridente) Vieni avanti.

Luca                              - (quasi supplice) Va via, Alvaro... va via... (Entra per primo Anselmo, che si ferma sulla porta quasi per fermare il babbo e Velia che gli sono im­mediatamente alle spalle, e gli altri che sopravven­gono).

Isidoro                          - Ma che succede di qua, tra voi?

Alvaro                           - (con tono pacatamente crudele) C'era Luca...

Luca                              - No!

Isidoro                          - Che accade? (Forte) Parlate. Mi na­scondete qualcosa. Voglio sapere!

Anselmo                        - (viene avanti improvvisamente) Bab­bo...

Isidoro                          - (stupito) Tu?

Anselmo                        - Babbo... (Una reticenza; poi lento, doloroso, ma fermissimo) La nostra « Libreria del Sole » non c'è più.

Velia                             - Anselmo!

Luca                              - (spaventato) Che dici?

Anselmo                        - (prosegue) Noi ci siamo affaticati per mantenerla come tu volevi, e non ci siamo riusciti. Oggi siamo stanchi di questa fatica, e soprattutto di tenerti nascosta la verità.

Isidoro                          - Ooooh! (Si abbandona un po').

Anselmo                        - Ci sentiamo soffocare; e la menzogna ci ha messo a poco a poco l'uno contro l'altro.

Isidoro                          - Perché parli tu? L'hanno dato a te quest'incarico?

Velia                             - Anselmo! Tu che dovevi salvarci?...

Alvaro                           - (irridente) Lui, salvarli! (Ride).

 Isidoro                         - Alvaro!

Alvaro                           - Io te lo volevo dire da tempo, perché sei stato il mio benefattore. Me l'hanno impedito i tuoi figlioli.

Isidoro                          - Luca! Luca! E' vero?

Luca                              - Sì, è vero. (Pausa) Sono rimasti solamen­te i muri, e la roba. E' molto tempo che non si stampano più libri nuovi. Non si vendevano... I de­biti...

Velia                             - Eri un po' ammalato, babbo... e non ti abbiamo detto niente...

Isidoro                          - Oh, Clara, che colpo! Nemmeno tu lo sapevi; nemmeno tu povera donna. Perché eravamo vecchi, tacevano, hai capito? (Silenzio) Ma come, come è accaduto? La colpa?

Alvaro                           - Non bisognava lasciar entrare gli e-stranei.

Isidoro                          - Chi è entrato?

Alvaro                           - (vendicativo) Quei due: Anselmo e la ragazza. Son loro che hanno avvelenato tutto. Non era così ' prima. Dicevano a ogni momento: « Qui deve finire, deve finire». Lei lo diceva a Luca; e Anselmo a tutti, col suo modo. C'erano contro, bab­bo Doro, contro... quei due!

Luca                              - (avanza lentamente verso Alvaro che co­mincia a indietreggiare verso la portai.

Clara                             - Tu, Lena? Possibile?

Velia                             - Sì, è venuta lei a mettere lo scompiglio,

Alvaro                           - (si ferma sulla porta).

Luca                              - Va via! Va via!

Anselmo                        - Non lei. Io solo son venuto a por­tare la discordia.

Alvaro                           - (esce).

Isidoro                          - Che fanno, Clara? (Silenzio. Mombelli e Carola sono vicini alla porta; e « Trappola » è già mezzo nascosto nel corridoio della stamperia).

Luca                              - (continua a ripetere macchinalmente) Via... via... (Carola e Mombelli escono. Trappola sparisce inghiottito dall'ombra. Isidoro e Clara sono seduti accanto alla tavola e vi appoggiano le brac­cia; Velia è in piedi, accanto al finestrone, come in attesa di veder passare qualcuno. Luca, Lena, An­selmo sono più vicini alla porta. La scena seguente sarà accompagnata da lontanissimi voci e cori campestri, interrotti da esplosioni di fuochi d'arti­ficio che mettono nel cielo improvvisi chiarori).

Isidoro                          - Luca, dove sei?

Luca                              - (si avvicina al babbo rimanendogli a lato).

Isidoro                          - Ho sempre creduto che tu, proprio tu, avresti saputo portare tanto in alto la « Libreria del Sole » !

Luca                              - Tutto non è ancora perduto, babbo.

Isidoro                          - Oh!

Luca                              - Penso, anzi, che per noi si preparino tempi in cui ognuno potrà lavorare secondo l'animo suo, umanamente. Verranno certamente tem­pi migliori, e noi che abbiamo sofferto - e credia­mo di dover lavorare e soffrire ancora per qualcosa di buono - noi saremo ricompensati.

Anselmo                        - Saremo certamente ricompensati.

Luca                              - Tu dici in cielo, è vero? No, non soltan­to in cielo. Prima, io credo. Anche quaggiù, sulla terra.

Isidoro                          - Luca, figlio mio, perché vuoi metterti a sognare tu, adesso! Non ti basta questo esempio?

Anselmo                        - Babbo, non hai mai pensato che qual­cuno potesse continuare il tuo ideale... in altro modo?

Isidoro                          - In altro modo?

Anselmo                        - Prima avevi una libreria... (S'inter­rompe).

Isidoro                          - (aspetta un po') Beh, che vuoi dire?

Anselmo                        - lo uscirò di qua, e mi rivedrete con le vesti.

Clara                             - Anselmo...

Anselmo                        - Forse un giorno avrò una chiesa, una chiesa di montagna. E voi potrete vivere con me. Prima, dicevo, avevi una libreria; poi avremo una chiesa. Ci pensi? Perché allora credi che sia finita? E Luca? Luca sarà ricompensato...

Anselmo                        - Lena, io so che vi hanno offeso qui dentro ma voi siete rimasta fedele.

Isidoro                          - (a Luca) Io penso a tua madre, accan­to a me per tutta la vita.

Luca                              - Mamma.

Isidoro                          - Noi non li possiamo capire i vostri discorsi, le vostre speranze. Noi non potremo con­tar più niente nella vostra vita di domani. Vedo che ve ne andate, e a noi tocca restarcene tra que­ste rovine. (Fuochi e scoppi più frequenti nel cielo).

Lena                              - Che è?

Luca                              - Hanno acceso la girandola sulla collina. (Tutti guardano verso la finestra. Luca si siede e si prende la testa tra le mani. Mormora) lo non sono stato affatto triste. M'immagino che là ci sia una battaglia, nel cielo, sulla terra, e i vincitori aprano a noi, a tutto il mondo, un nuovo avvenire... (An­cora silenzio).

Isidoro                          - (si alza faticosamente) Clara, andiamo. Lasciamoli pensare liberamente al loro avve­nire... (Si allontana angosciato e affannoso).

Luca                              - Babbo, ma io non volevo dire...

Isidoro                          - E' perché sono stanco, le luci e i ru­mori mi danno un'oppressione, un'oppressione... (Esce con Clara. Silenzio).

Velia                             - (improvvisamente fa cenni ripetuti di sa­luto a qualcuno che passa sotto, si protende, si ritrae; poi rimane immobile).

Anselmo                        - Oh, c'è anche Velia tra noi! (Tutti si volgono verso Velia).

Velia                             - (rigida, ha un singulto represso).

 Lena                             - (andandole accanto) Velia... Velia! (E quasi l'abbraccia).

Velia                             - (svincolandosi dolcemente viene verso An­selmo) Anselmo, quando non son bastate le sup­pliche, né le minacce, né le lacrime. Allora, Ansel­mo, come si può fermarlo?

Anselmo                        - Allora... allora si deve aspettare, e consumarsi. No, non per te, Velia, lo dico: per me. I sacerdoti... Tu devi cantare. Per me, vale. Se più niente giova, e ognuno continua a correre e a ur­tare il vicino, bisogna credere ancora che gioverà, domani, quel che dicemmo, quel che facemmo; e continuare a fare, ogni momento, come se giovasse, ciecamente. E credere, credere che si ricorderanno in un istante della loro vita, e allora si fermeranno. Io ho fiducia, Velia, che un giorno anche Alvaro possa venire lassù dove forse saremo - io penso sempre alla chiesa di montagna - e noi, accoglien­dolo, lo guarderemo e diremo: « Sembra un altro », e sarà lui, lo stesso.

Luca                              - No, nessuno di noi sarà ancora lo stesso se c'è davvero un mondo nuovo che sorge.

Anselmo                        - (guarda il fratello, poi s'avvia verso il fondo).

Luca                              - Dove vai? Non lo credi? Dici che do­vremo ancora aspettare?

Lena                              - Anselmo!

Velia                             - Anselmo... Anselmo, fermati ancora un poco tra noi che la nostra casa ha tanto bisogno di te...

Clara                             - (improvvisamente, sulla porta, stravolta) Figliuoli! Venite!

Luca                              - Mamma!

Velia                             - (intensa) Il babbo?

Clara                             - (singhiozza).

Luca                              - Morto?

Clara                             - E' per terra... non ho avuto la forza di sostenerlo...

Luca                              - Siamo stati noi, Anselmo, noi...

Anselmo                        - Vieni. Non temere. (S'avvia. Luca è ancora immobile) Il babbo non è morto... continuerà a vivere ancora con noi... e anch'egli vedrà il mondo rinnovarsi... (Più forte) Venite! Non abbiate paura! (Anche gli altri lentamente si muovono) I suoi oc­chi non ci rimproverano... Adesso già vedono, e si riposano.

FINE

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