La Lucilla costante

La Lucilla costante

La Lucilla costante

Silvio Fiorillo

PERSONAGGI

ALBERTO,

vecchio padre di Lucilla

SCALTRINO,

fanciullo di casa

CAPITAN MATAMOROS

CLARICE,

sorella

FIORETTA,

serva

CAPITAN SQUARCIALEONE

SCARAMUZZA,

servo

FULGENZIO

POLICINELLA,

servo

VOLPONE,

ruffiano da s

BRAVI,

due e

SGUATARI,

tre

In Capua si rappresenta la Favola

PROLOGO

Gentilissimi spettatori, ecco che oggi, pur da noi, rappresentata vi sar la comedia della Lucilla costante e le ridicolose disfide di Policinella. Dunque statela ad udire, di grazia, e con attenzione; e godetela in quel modo appunto, che avvenir suole a coloro che, doppo di avere in sontuosi conviti assagiato saluberrimi ed esquisitissimi cibi, gustano nel fine varii e improfittevoli frutti, con non poco e, forse, maggior diletto.

Vi protesto per di non arrogarmi, n promettermi, che ella apportar vi debba quel sommo piacere che le altre, da' sublimi autori composte, arrecar vi sogliono. Poich varii sono i gusti e infiniti i capricci e gli umori di quelli che mirano, odono e legono, non potendosi a tutti sodisfare, s perch ella non sia degna forse di loro, n di poter fra le altre comparire, per far di s pomposa mostra su i vaghi e superbi teatri; o pure perch abbino la mente tanto colma di altri pi artifiziosi e maggiori componimenti, che ella non vi possa trovar loco in essa. Pure, sia come si voglia, in quel modo che stata dall'autore composta, vi sar da noi recitata, molto confidati per, con esso uniti, che dove il suo poco potere ha mancato, debba supplire la sua e nostra buona volont e vostra sovra umana gentilezza.

E vi si avverte insieme e prega, generosi signori, a non dar macchia al vostro lucidissimo specchio, poich tale la comedia delle nostre umane azioni, che si schiara e allumina per commun piacere e diletto, e per giovare e non per danneggiare altrui.

E ci che da noi comici vi si dimostra, spesso fra le umane cose si scorge, e che il vero sia, mostra in s, due esemplarissime strade: l'una che il male palesa, perch guardar ce ne debbiamo; e l'altra il bene, che senza alcun dubbio abbracciar si deve, e non far come il buon poeta, che sovra la crudelt della sua donna scrisse: E veggio il meglio, e al peggior m'appiglio.

E per darvi buon saggio del vero, in questa nostra comedia scorgerete e udirete donne costanti, amanti fedeli, vecchio facile a creder, e capitani iperbolici; ruffiano astuto, servo incauto, parasito che, della gola tirato e lusingato, si riduce a combattere contro di chi non dovrebbe; e altri che per non darvi tedio li tralascio.

Delle donne costanti vi si dinota a star costantissimi al bene operare; de gli amanti fidi a non esser infedeli a chi vi ama; dell'astuto ruffiano di non fidarsi molto di chi vi viene spesso per casa, coperto di pelle di agnello e foderato di quella di astuta volpe; del parasito di non lasciarvi da loro adular, n che ve debbiate tanto sommergere nel suave diletto della dolce crapula, cos per vostra salute come per benefizio della borsa; del vecchio credulo che non debbiate cos tosto dar credenza a ci che non vedete; de i capitani buggiardi di guardarvi di chi molto di s si promette, per non rimanerne sul meglio in bianco; dell'inaveduto servo, di andar pi circonspetti nelle vostre onorate e degne azioni.

Fatte dunque grato silenzio, ch ora si dar prencipio, e senza alcun dubbio con la esperienza conoscerete del tutto il vero. A Dio.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

capitan squarcialeone, scaramuzza servo

squarcialeone.

Il volermi tu contradire, o Scaramuzza, alle mie bramose voglie e al mio ardente desiderio, credimi certo che un volerti procacciar la morte, procurarti l'inferno e l'infelice e tormentoso albergo tra le anime dolenti e disperate. Se io amo la bellissima Clarice pi che me stesso, come vuoi che la disami? Poich il vago e potentissimo Amore, a dispetto dell'armi tutte e della mia insuperabilissima bravissima bravura, e di Marte e di Bellona, gli ha dato in man le chiavi di questo durissimo ed infrangibil petto, e l'ha fatta verace e sicura dominatrice delle viscere di questo animosissimo cuore. E con inviolabil fede ho promesso di amarla, e perci non posso e non debbo essergli manchevole, gi che con ogni sua potenza e suprema autorit egli mi constringe e sprona e sforza che io debba star constantissimo e voglioso in amarla, servirla e adorarla, se adorar si pu cosa mortale e non divina in terra.

SCARAMUZZA.

S, s, s, s, adonca si cos, non me n'empaccio, perch, disse da sapio chilo gran poeta: piscia, vrachetta, ch chi la vole cotta e chi la vole cruda. Chi vo' vascuotte e chi vo' pane muollo. Amore amaro, e chi che toro tira, triche varlache ca la casa chiove! E tanto chi ca io per zi', me sento spisso spisso pogniere e ardere lo core, ca vao 'n ammore de Scioretta, idest, cio, della zitella de la signora Chiarice. E l'ammore mio co lo suio non ammore npececato con la cera, n manco co la sputazza; ma co la pece cosuto e tacconiato a spao duppio, che non se p chi ascioglier e chiaito muorto. E pe fare, a bo' sora, vedere, canoscere e sapere ca ve songo buono e fedele servetore e schiavo, non solamente a la signora vostra, ma per zi' a li cane, a li gate, a li surece e a li pulece de tutta la vostra razza, mo ve voglio precoleare aiuto per miezo de la nammoratella mia, s che, signore mio bello, veccome prunto e preparato come anase confitto e, atto faore, dapo' non voraggio da vo' sora sulo che me facite deventare marito de Scioretta, e starimmo pace.

SQUARCIALEONE.

Scaramuzza, ti giuro da vero capitano, da invincibile feritore, ammazzatore e vero conquistatore d'imperii, per la spada di Marte, per lo tridente di Nettuno, per lo bidente di Plutone, per la lancia di Pallade e per lo scudo di Medusa, che se tu ci farai e t'adopererai in mio servigio, ti far un de' miei primi soldati e camerata. E se ti porterai da valoroso, subito ti far mio caporale, e doppo sergente, alfiere, capitano, luogotenente di cavalleria, collonello, mastro di campo e generale.

SCARAMUZZA.

Delle padulle de Napole!

SQUARCIALEONE.

E al fine, se vorrai, ti far conduttiero generalissimo di tutti i miei numerosi eserciti.

SCARAMUZZA.

De la varva e de la cammisa!

SQUARCIALEONE.

E ti far da tutti per nome chiamare il gran capitan Crollatorri, il general Saltamonti, il capitan Trangugia palle di bombarde, Sputachiodi, Stracciacatene, Tritaeserciti, Sfondaporte, Rodiferro, Levainsegne, Spiantacolonne e Urtamura.

SCARAMUZZA.

Si ca staraggio nbriaco! Chesta na bella canzona da cantare a canto a lo fuoco la sera de' capo d'anno co lo zuco zuco, co lo colascione e lo c c. Ma bastar d'essere chiamato guataro de cocina, attizza fuoco, vota spito, scumma pegnato, lava scotelle, magna forte, zucca medolla, e d'avere assai fissole da spennere. Ors, ve voglio servire, ma me sbatte lo core e li permunne me aballano dintro lo cuorpo; state a la larga si a besognasse fore, ch'aggio paura che non venga lo capitanio spagnuolo e me asocciasse lo iepone co na bona chiatoneiata, e puro che non siano cortellate a spacca stromola!

SQUARCIALEONE.

O che vilt la tua? Animo e cuore, cospettonacionacissimo delle corna storte di Vulcano, poich dovunque io sono non si parla di paura, ch fugge il timore, va in fumo lo spavento, invisibile la pusilanimit, me riverisce il fato, mi abbraccia la sorte, mi onora la possanza e mi chiama con strepitante e rimbombante sono di tromba la gloriosa fama alla guerra, all'assalto, alla scaramuzza, all'impresa, alla vittoria dell'imperio dell'universo tutto!

SCARAMUZZA.

Pe digni respete state a la larga, che no ce occoresse de mettere 'n'opra lo spatone a dui piede, perch vo' sora lo ioca buono. Mo tozzolo. O l, o de la casa !

SCENA SECONDA

fioretta, scaramuzza, squarcialeone

fioretta.

Chi quel che batte? O l, se' tu il fornaio?

scaramuzza.

So' chillo che vorra nfornare e sfornare.

squarcialeone.

Allegramente Scaramuzza, coraggio, fratello!

scaramuzza.

Ohim, segnore, steteve zito, ca m'ha paruto da sentire la voce de chella che io festeggio. Me sparpateia lo fecato 'n cuorpo comme a galina storduta! Ietateme, de grazia, no pegnato de vruodo frido 'n face, ca me adevelisco.

squarcialeone.

E, di grazia, sta' pur sora di te e parlali arditamente.

scaramuzza.

Mo torno a tozzoleiare. O l, o da la casa?

fioretta.

Chi l, chi batte l'uscio?

scaramuzza.

Chillo che venne lo caso muscio.

fioretta.

Che dimanda costui? Il signor capitano non in casa.

scaramuzza.

E chesto volimmo nuie.

fioretta.

Oh misser Scaramuzza, che vi di novo, cor mio?

scaramuzza.

E sulo sto cor mio no sara a bastante a refregeriare l'arme desperate? Ohim, bene mio, ca vedenote e sentenote parlare, tutto me sento decreiare, tutto movere e scomovere, e tutto desfare e liquafare. Ora mo s, ca me ne vao 'n brodetto e 'n zuoccolo.

squarcialeone.

Scaramuzza, allegramente! Dimandali di Clarice, tratteli dell'amor mio.

scaramuzza.

Adaso, segnore. E como stai, Scioretta mia?

fioretta.

Bene, stando in tua grazia. E qual mia bona sorte or mi ti ha qui guidato?

scaramuzza.

Ammore, ammore, bene mio, che fa che caudamente io te desidera per mogliere, pe frequentarte spisso a boglia mia. Ma siente sto suonno, che de te me aggio sonnato.

fioretta.

Dimelo, di grazia, che sognio questo?

squarcialeone.

Diglielo, Scaramuzza.

scaramuzza.

Mo nce lo dico, ca l'aggio puosto 'n vierze.

fioretta.

Dunque tu sei poeta?

scaramuzza.

Poetissimo, ora siente e stupisce.

squarcialeone.

O Scaramuzza, fa' presto, ch Marte mi aspetta a cena!

scaramuzza.

Aspettate no poco signore, ca mo ve servo, pertonateme.

Spisso me sonno ca me fai tirare

tanto de cuollo, sorta de na forca,

e che me dice: Vate fa' squartare,

brutto vozzacchio, figlio de na porca.

Ca de me tanto te ne puoi scordare,

te so' crudele chi che n' na torcia,

sfratta, vattene e curre, va' in bordiello,

ca vana non c' pe 'so cortiello.

E si lo vero, comme suonno stato,

io me ne scrudo, ca danar non aggio,

nasciete a chisto munno sbentorato,

cos non fosse, o quanto me n'arraggio.

So' forzato, nervuto, e songo ammato,

e chi balente de Guidon Selvaggio,

e c'ho un fratiello mio nasciuto in Ascole,

che non fa fare se no figli mascole.

De gran vertute, ogni vertute avanza,

se te ne vuoi servire, io te lo presto,

nate giamelle simmo ad una panza,

chi che sorgente sempre mai sta lesto.

E n' spennato, ca n' stato 'n Franza,

n manco porta mai capiello 'n testa,

ha dui nepute appriesso e non te adula

quanno isso serve guardano la mula.

squarcialeone.

Mi par, Scaramuzza, a dirti il vero, che tu sei quello che a me qui fai tener la mula. Vorrei che desti al tronco del mio negozio, corpo del can trifauce e delle furie d'Averno!

scaramuzza.

Mo signor, no me sgarrate, ca mo me spedisco e ve servo, no cospetediate tanto! Che tenne pare de sto parlare mio mescaticio e infrogecato napolitano e toscano? Ca cos me suole parlare tu, vita mia bella nfanfararella

fioretta.

. Il sognio sognio ed falacissimo, perch te amo al pari della mia vita; circa della poesia non me ne intendo, perch non ho mai potuto assagiare l'aqua del Castalio fonte.

scaramuzza.

S, s, t'aggio intiso, che sta a bascio quanno se scenne lo monte Parnaso , dove stanno le Muse a cogliere rose e sciure de cettangolo. E si non conforme tu mierete, pigliane lo buon armo, perch quanno fice ste vierze non ce vedeva, ch era de notte, e lo cerviello me se sbottava, penzanno a 'sa bella facce toia, spiritillo mio.

fioretta.

Molto ti ringrazio della tua bona volont e, in somma, desidero di esser tua moglie.

scaramuzza.

E io de te essere marito, ma pe arrivare allo designo nuestro, besognia, anze, che de necesetate, che aiutammo lo signore capitanio Squarcialeone patrone mio, che nammorato de la patrona toia de tale manera che lo pover'ommo se sente lardiare lo core e sfriere dintro de la fersora d'ammore, penzanno alle bellizze soie.

squarcialeone.

verissimo, per l'anima di Leonbruno, di Antifor di Barosia e di Bovo di Antona! Io mi distrugo, mi affligo, mi martiro e mi muoio per lei. Fioretta, rimedio al mio gran male, soccorso al mio dolore, piet al mio languire, refrigerio alla mia pena, aqua al mio gran foco, riparo alla mia disperazione.

scaramuzza.

E mazata 'n coppa de spalle, pe fare le sergazione.

fioretta.

Ohim, signor mio, non vi dolete tanto, perch molto vi compatisco, perch amo ancor io.

scaramuzza.

E ama a mene, sto schieco bello, che me fa sparafonnare de dolore.

fioretta.

Per, che potr far io per servirla, mio signore?

squarcialeone.

Odi, madonna Fioretta, chiamarla, acci dir gli possa l'intrinseco del mio core e la mia pena; ch'io ti prometto e giuro, per la castit di Diana e per la belt infinita di Venere, che il mio fedel Scaramuzza sar tuo marito, con il carico di poter commandare con suprema potenza come patrone assoluto a mezza l'Italia.

scaramuzza.

Chienna de pecore e de vuoi.

squarcialeone.

E se questo sar poca per ora, abbiate pazienza e accetatelo di paraguanti, che appresso tutta la Spagna sar vostra, e gran parte della Francia.

fioretta.

O mio signor capitano, di grazia la mi perdoni se io gli dir quella bella sentenza di madonna pocofila: chi molto promette poco attende, poich le molte promissioni sono sorelle delle finte larvi. La si degni di grazia di promettermi poco per attendermi molto.

scaramuzza.

E lassalo dicere, sore mia, ca chisso lunateco, basta che nui aggiamo lo atiento nuestro, e de lo riesto comme vene vene, disse chillo. Ha ragione signore, de grazia non facite che lo gran nomme vuestro de gran Squarcialeione se converta in Squarcione, abotta pallone e spaca pantano (perdonateme se lo dico).

squarcialeone.

O puttanacia di me, tu mi faresti con viperina lingua e voce diabolica renegare e biastemiare, e mandare in tanta mala mal'ora, quel giorno, quell'ora, quel punto e quel momento che il gran Gradivo e bellicoso nume discese dal suo quinto giro per cingermi al fianco questa mia arcitaglia, squarcia, passa e trapassa, e torna a ripassare, leonissima massima sbudellatrice spada! Se io vi prometto un mezzo mondo, vi giuro per la incomparabil forza di questo smisurato braccionacio di donarvene cento, ducento, e mille mondi!

Chiamala, Fioretta mia, non mi far pi penare. Pregaglilo tu, Scaramuzza, che se' suo amante.

scaramuzza.

Scioretta mia, io te lo preo, te lo strapreo, e te lo arcepreo, e te lo sconciuro, comme se fosse spiritato. Chiamala priesto, bene mio.

fioretta.

Non occorono cotanti preghi a chi desidera servire! Ora ne vedrete l'effetto. Statevi da me lontano e fingete di sopragiunger all'improviso.

scaramuzza.

Ha ragione, facimoce chi l.

squarcialeone.

S certo, non mal pensiero il suo.

fioretta.

Signora Clarice, signora, signora, lasciatevi vedere, o che graziosi mascari!

SCENA TERZA

clarice con i sudetti

clarice.

O l, che dicesti Fioretta di mascari?

fioretta.

O vi siete molto trattenuta, signora! Gi se ne sono iti da quella parte e vanno per quel vicolo.

squarcialeone.

verissimo, signora. Per certo che erano sopra modo belli e sontuosamente vestiti.

scaramuzza.

E nc'era io presente, o che belle femene vestute da uomene, e che belle uomene vestute da femene, o belle zanne, o che gustuse trastulle! Me pareva de vedere chille mascare de Romma, chelle belle mascarate de Napole.

clarice.

Che vorreste voi altri dir per questo? Chi vi invita qui a ballar senza suoni?

fioretta.

Che vogliono, che dimandano costoro? Il signor capitano mio padrone non in casa.

squarcialeone.

Io non cerco, n, bramo di parlare al signor capitano vostro patrone, ma ben cerco la grazia, la sovra umana bellezza della signora Clarice.

clarice.

Che grazia e che bellezza di me cercate? Che avete a far voi meco, che cotanto ardito qui ste venuto ad adularmi senza rispetto alcuno? Dove mi avete mai conosciuta, che cos inconsideratamente mi parlate?

squarcialeone.

Ah, signora Clarice, piano, non ve adirate tanto contra di chi vi ama.

clarice.

Non ho bisogno di esser amata da chi non amo, e perci dico che chi dice ci che li piace ode in risposta quel che gli dispiace.

squarcialeone.

Io ho udito quel che non voleva, da chi dir non lo doveva, per il tutto, signora, prudentemente sopporter, conoscendo che cotanta alterezza deriva dalla vostra infinita belt, armata tutta di sdegno e d'ira. Vi esorto a non confidar tanto in essa, signora, ch ancor ella sottoposta al tempo e alla fortuna, raccordandovi che gli ardenti folgori del cielo sogliono pi agevolmente percuotere gli alti e superbi edificii, che gli umili e bassi. Come dunque cos crudelmente dispregiate chi vi preggia, odiate chi vi ama, fuggite chi vi segue? ma con che raggione? Io mi meraviglio e dolgo di questo, se proprio donnesco difetto di non esser dissimile alla morte, che sfugge chi la desa, e abbraccia chi la aborisce.

scaramuzza.

Anze, che la femmena comme a la valanza de lo saucicciaro, che da chella banna chi penne dove nc' chi carne.

squarcialeone.

E con tutto ci ben conosco, signora, che quasi inconsiderata farfalla, con dolce diletto, vengo a procacciarmi la morte al vostro amoroso foco, e pure disposto sono di star sempre costantissimo ad amarvi.

clarice.

E io costantissima in odiarvi e in procurar la vostra pena.

squarcialeone.

Dunque sar un novo Prometeo preso e legato, non da Giove sopra del gran monte Caucasso con il cuor sviscerato dall'aquila rapace, ma dai begli occhi vostri; anzi che voi la vera aquila siete, poich non solamente sbranate il misero mio cuore, ma lo rapite e molto me ne consolo e contento, e me ne pregio, per aver collocato in s alto oggetto il mio amore. E chi sarebbe mai tanto di giudizio privo, che lasciasse di seguire cos alta e generosa impresa? Poich voi sola siete il vero fonte di ogni bellezza, avendovi la gran madre natura adotato di grazie tali che n sono state, n sono al presente, n possono essere in bella donna mai, s che ci che di bello al mondo in voi signora, e ci che non vi di bello non in voi; e credetemi che n da Zeusi, n da Apelle formata n colorita fu mai cos bella figura. Dunque, participate molto delle grazie celesti, e se quelle per naturale estinto sogliono giovare alle cose caduche e mortali, perch con la grazia vostra non giovate alla immortalit del mio amore e della mia bravissima bravura, che tanto in maest alla vostra belt si rassembrano?

clarice.

Non so che far io debba, signor capitano, di cotante lodi, che ella oltre ogni mio merito mi dona. Se io l'accetto sar tenuta da ambiziosa e superba, se le refiuto verr a trattarvi di adulatore e da bugiardo.

fioretta.

Perdonatemi, signori, se io vi interrompo le vostre belle parole, perch vorrei con lor bona grazia e licenza dirvi una cosa.

clarice.

Di' pur, Fioretta, ci che dir ti piace.

scaramuzza.

Parla tu puro, gioia mia, rosa moscarella dello naso mio e sceruppo nzucarato e medicina defrescativa da fareme vacuare tutti li male umure, ch'aggio 'n cuorpo.

fioretta.

Dir , signori, poich son molte le lodi che il signor capitano ha date, dividetele in due parti: la met che saranno le veraci, signora, se le serba per lei, e le altre fallaci e iperboliche rinunciatele a lui.

scaramuzza.

lo vero, po' che ogni simele apetisciara lo suio simile, disse Tadeo de le melella, parlanno co Marco Ambruoso de lo ioio, che beneva cepolle allo mercato.

clarice.

Ors, per finirla, e per non perder pi qui in vano il tempo, far ci che giudicato sar dal signor Capitano, e lo star ad udire con diletto, conoscendo che egli molto si preggia e crede che io dia fede alle sue iperboliche parole.

squarcialeone.

La ringrazio signora, e perci giudicherei che gi che la mia signora Clarice non le vole accettare, che con queste e altre maggiori unite ne fusse fatto da noi un ricco presente ad Amore, essendo quello che merita ogni onore per avermi egli fatto affezionato servo di cos degna padrona. E cos non sar lei tenuta da superba, n d'ambiziosa, n io d'adulatore e bugiardo.

clarice.

Date dunque questo cos ricco presente a lui, poich li siete tanto obligato; ch io non ho a far seco, n lo conosco, n bramo altro da voi.

fioretta.

In modo che sar meglio (perdonatemi signora) che se ne adorni il signor capitano, perch lui certo degno di gran merito.

scaramuzza.

Signora, isso non ha besuogno de chisto presiento, n de essere da nullo laudato, ca se sa muto buono laudare chi isso co una sola parola, che no sarano ciento poete con ciento milia livre.

squarcialeone.

Io non le voglio, signora, ch' verissimo (per vita della guerra) ci che dice il mio caporale, poich di gi a tutto il mondo noto che io sono gran mastro di guerra. E tanto sarebbe il dirmi che io sia bravo, forte, orribile e arcivalentissimo valente, quanto a dire che vi sono innumerabili stelle nel cielo e che riluca il sole, e sia molt'aqua nel mare. E io son cos capitalissimo nemico d'uomeni vanagloriosi e buggiardi, che non ve lo potesti imaginare.

scaramuzza.

E ' lo vero, perch isso vo' essere sulo a dicere busce, e per z da tutte chiamato cuorpo de verdate, perch se le tenne allo stomaco e mai dice lo vero.

squarcialeone.

E se tanti e tanti famosissimi poeti, con sonoro ed eroico stile, celebrano e cantano le mie generose azioni, la bravura, i risoluti assalti, le tremende scaramuzze, le distruzioni, le morti, le vittorie e i miei fatti egreggi...

scaramuzza.

E le foiute e le ritirate.

squarcialeone.

Non colpa mia, signora, poich di ragion non debbo impedire il velocissimo corso e furore di Apollo, poich egli di sua propria mano e dottissimo ingegno ha composto e scritto per mia gloria un gran volume delle mie invitte prove, detto Il famoso Squarcialeone. Ma per non uscire dal nostro dritto sentiero, dicovi signora, di novo, che vi dobbiate disporre ad amarmi e non prendete iscusa di non conoscere amore, ch non amando di tanto merito dimostraste di essere la dea della discordia e della crudelt.

clarice.

Se io vi fosse crudele, non vi dissuaderei a lasciar l'incominciata impresa, perch non desidero il vostro male, raccordandovi che mi dicesti che come farfalla cercate di distrugervi nel mio ardore e io per voi non ardo, anzi m'aggiaccio, e tanto pi che chi segue amore non solamente si arde, ma si incenerisce e more; poich egli un ascoso fuoco, gradita piaga, saporito veleno, dolce amaritudine, dilettevole infermit, giocondo supplizio e una piacevol morte. E perci fuggo di amarvi, n voglio che mi amiate.

scaramuzza.

Ed amore ancora no macarone senza caso, caso senza cortiello e cortiello senza ponta.

fioretta.

Na minestra senza sale, fummo senza rosto, che ci sta nel cor nascosto.

scaramuzza.

E stamoce zitto nui, ca no sapimmo che nce dicere, n che nce pescare.

fioretta.

vero, ma lo dico per tener allegra la padrona.

clarice.

E vi assicuro che niuna cosa fa scemar pi l'amore, quanto il non esser riamato, e lo fa crescere la vera corrispondenza in esso; s che, essendo chiaro e manifesto a voi che non vi amo, perch amarmi? Se io vi fuggo, perch seguirmi? Cercate, dunque, donna che vi ami e vi corrisponda; ch amando me amerete una statua di marmo, un cuor di ghiaccio e un petto di diamante. Vi lascio signore. Passa tu dentro, madonna civettina, e tu, bragone selvatico, v a far delle tombole in piazza, n pi il passeggio intorno alla mia casa! E questo vi basti.

fioretta.

Entro, signora. O poverina me, come sta adirata! A rivedersi, Scaramuzza mio. Vi son serva, signor capitano.

scaramuzza.

Schiavo, core mio bello.

squarcialeone.

Mi raccommando, madonna Fioretta.

scaramuzza.

Che ve ne pare, signore mio, de sta femena senza n'onza de cerviello 'n capo? Ha lo bene e no lo sa canoscere. E quale gran cavaliero, quale bravo por mai trovare, che l'amma e boglia bene chi de vostra signora, e che la porra fare diventare regina de denare o de coppe; dico, cio voglio dicere, farla ricca.

Crediteme che senza pilo ne lo manto ca deve fuorze avere quarcun autro nammorato; e per z ve fa la schifosa, la vrocolosa, la contegnosa e la cianciosa. Ma no per chesto ve desperate, ca Scioretta ve aiuter, e nce avviser de ogni cosa. E tanto chi che avite dato prenzipio a lo necozio, ch abasta dicere na parola alla orecchia della femmena, e po', lassa lavorare allo brutto papao, ca isso ne caccia lo fracito.

squarcialeone.

Io non credo che persona veruna la debba n possa pretendere, sapendo pur quanto da me sia amata costei, n mai altri, essendoli manifesto il mio volere, cercheranno di privarme di ci che bramo. E giuro, Scaramuzza, per quel supremo onore che ho acquistato in tanti anni, cos nella Fiandra, come in Ungheria, che con sguardi di basilisco, con il girar de gli occhi, inarcar di ciglia, con il fulminar del brando e con la mia forza orribile, io gli ridurr in color di morte, li franger le osse, li cavar le budella, li mangier i cuori, e far minutissima notomia delle persone loro. Ors, andiamo a leggere gli avisi del Per.

scaramuzza.

Iamo, che te rumpe pe miezo, ca m'aveva enfetato de chiachiare.

SCENA QUARTA

alberto solo

alberto.

Me meraviglio. Certo che non so come possibil sia che in questa canuta et Amor si possa prender di me gioco, poich essendo innamorato della bellissima Clarice, viver non posso un solo momento senza mirare se non lei, almeno questa sua casa, vero erario dove si rinchiude ogni mia gioia, ogni mio ricco tesoro. Io ero molto desideroso di vivere lungamente non pensando che mi si dovessero cos scemar le forze; e che pensavo io, che avessero gli anni a ritornar a dietro a rinovellarmi qual unica fenice? Egli pur vero ci che il famoso poeta scrisse: Stamane era fanciullo e or son vecchio, e giudiziosamente disse quel buon poeta: Dalla culla alla tomba un breve passo. E senza dubbio alcuno il mio passato tempo mi ha paruto un sogno, e ancora nella mia mente si rinchiudono quei dolci e dilettevoli pensieri giovanili, e farei pi di un disordine se lecito mi fosse, e non mi interessasse la borsa; e quanti perigliosi varchi ho passato per giungere a questo segno, ors pazienza. Non si deve contendere con la natura! Son vecchio, mi dispiace, ma non me ne pento, che non vorrei esser un'altra volta giovane, per non avere a varcare tanti impetuosi mari, e pazzo quel viandante che, essendo gionto al desiato fine del suo lungo viaggio, voglia ritornare al principio di esso, per aversi ad affaticar di novo. E ci dico, pi per riprender me stesso, che per altro fine, non gi per non essere al servigio e piacimento della mia bella Clarice, n meno per esser questo disdicevole all'esser mio, ch ancora caldo il sangue, e non tepido, per le mie vene bolle, e vorrei che se ella mai sposa mi divenesse, che le forze non mi abbandonassero per poter seco fare amorosa battaglia, bench non lascierei d'adoprar l'ingegno; e dir che dove manca natura, arte procura. Ma ecco, appunto, che di col ne viene il fratello, vorrei starmene in questa parte da lui discosto, per osservare e intendere ci che egli fra di s stesso ragionando viene.

SCENA QUINTA

capitan matamoros e alberto

matamoros.

Por cierto mucho agradezco mi dichiosa fortuna y muy obligado quedo a la gran maestra natura, pues que me ha criado y formado por servir a quella, que mas que a mi alma quiero, fuerte, gallardo, terible y membrudo y mucho mas que orible, que cosa muy facil me sara por ella sufrir qualquier gran golpe de muy contraria fortuna. No espantandome, ni del mucho calor del berano, ni el mucho frio del invierno, ni los trabajos de guerra, pues que poco se me dara lo estar toda la noche, por ella, desnudo a costado ensima de la dura y humida tierra, de baxo de l'abierto cielo, sin dexar las armas y tener en 'l esquirdo lado mi vitoriosa espada, con la muy reluciente daga en la derecha mano, con el fuerte hielmo en la diamantina cabea. Y dormiendo despertado estar con este ojo derecho abierto y con el otro serado, dexando de dormir de mi soberbio palacio sobre los colchones y almuadas llenos de limaduras de yerro, limado da las armaduras de los gran capitanes, maestros de campos y generales generalisimos, mis defuntos enemigos. Y por esto, no tengo yo por dificultosa cosa de conquistar la soberana belleza de tan gratiosa dama.

alberto.

Il Cielo mantenghi la di vostra signora inespugnabile fortezza e singolarissima bravura, signor capitano mio signore.

matamoros.

O mi seor Alberto, bien venido sea vuestra merced y mantengale el Cielo siempre en mi buena gratia. Que hay de nuebo, seor?

alberto.

Nulla signore, se non che son pi vostro che mio. Per la prego a darmi qualche buona nova di queste guerre d'Italia , si se faranno le paci o averemmo da star sempre in continua guerra.

matamoros.

Nunca jamas se harn, se yo no me resuelvo un dia de irme a Espaa a tratallas y a concluillas con la majestad del rey mi seor, y despues luego passarme por la buelta de Francia y desde alli con un salto en Alemana.

alberto.

E perch non lo fate, signore? Vi raccomando il mondo!

Questo un umor malenconico , che si ha posto nel capo, bisogna assecondarlo per fargli piacere.

matamoros.

Yo seor no me voy a Espaa por no perder mi gravedad, ni en Francia por no tener pesa d'umbre, ni en Alemana por no ceder al emperador.

alberto.

E perch caro mio signore? Ditemelo, di grazia, se la dimanda lecita.

matamoros.

Porque el rey catolico no me quiere dar de la alteza, el de Francia no quiere estarme adelante con el sombrero en la mano, y la majestad cesarea no me quiere ceder el mayor lugar.

alberto.

Certo che cotesti gran potentati non hanno ragione, essendo ella tanto degna de tanti meriti, per quel di Spagna potrebbe farvi dar dell'altezza un giorno, ch molto lo meritate.

matamoros.

S por cierto, porque, a fe de cavallero, de mas alto linaje y nobleza nacidos fueron mis antepasados, que no fue el gran sultan Soliman Otoman, emperador de Bisanzia; mas del gran Tamurlan; mas del Africano; Maluque, Giraffa, Saltem, Alibaluque Marzoque.

alberto.

Pu far il mondo, costui certo sar di razza di giudei o de Turchi, perch questi ultimi nomi non gli ho mai uditi leggere in processo, per questo poco mi giova, n mi nuoce, a me solo basti che egli conceder mi voglia sorella, e cicali pur quanto gli piace. Signor capitano mio osservandissimo, io son qui per veder trattar seco cosa di non poca importanza.

matamoros.

Y yo tambin, con vuestra merced, seor.

alberto.

E sovra di che, di grazia?

matamoros.

De fiestas y de alegrias.

alberto.

E io di nozze, se pur ella se ne compiacer.

matamoros.

De bodas? Que s, que quiera darme la seora Lucila en matrimonio.

alberto.

Che s che vorr darmi in moglie la signora Clarice. Dicami di grazia, signore, il suo desiderio.

matamoros.

Yo cedo a mi seor Alberto la preminenza como si el fuera mi padre.

alberto.

E io per la sua grandezza le supplico ad esser il primo.

matamoros.

Para servirle, me contento. Seor Alberto, el amor grande que a la seora Lucila tengo, hija de vuestra merced, me tiene sojulgado de baxo de su imperio, de manera tal, que deseo que vuestra merced se contente de darmela por esposa, haviendome contentado dejar de concluir matrimonio con la hija del persiano, del Trasilvano, y con la sobrina del gran Baldugian emperador dell'Eteopia, porque ella solo desco y ella quiero por mi seora, cuando per el mi seor Alberto quiera contentarse que un tan gran cavallero le sea yerno y marido de dama tan hermosa.

alberto.

E io, signore, ho lasciato occasione di amogliarmi con la figliuola del signor Pandolfo de gli Onorati da Siena, della sorella del signor Muzio Fiorillo Capuano, della figliuola del signor Fabio Gaudioso, della nipote di messer Cencio Cencino Cenceto de Cencenati Fiorentino, con desiderio di essere legitimo sposo della signora Clarice mia signora e sorella del valorosissimo signor capitano Matamoros mio singularissimo padrone.

(P far la fortuna, so bene che non vorr ch'egli mi avanzi un punto a dir delle menzogne!)

Quando per e l'uno e l'altro si vorranno di ci compiacere.

matamoros.

Seor, por mi parte recivo su buena voluntad y muy gran merced y dichiosa ventura.

alberto.

E io il tutto ricever a grazia singolarissima, e circa della dotte fra noi, non vi sar disparere alcuno, per con sua buona grazia ne vorr dar prima contezza a lei, e contentandosene, verr subito a darne parte a vostra signora.

matamoros.

Y yo de la misma manera har con mi hermana, y se lo avisar, ya que con tan justa medida y razonablemente me ha respondido, en la plaza le estar a guardando. Beso las manos de vuestra merced, seor, a Dios.

alberto.

E io baccio quelle di vostra signora, che sono state mai sempre valorose, vittoriose, invincibili e supreme.

(Alberto solo)

Deve aver certo un gran buon tempo costui a credersi ch'io li creda le sue fraponere, per a simil persone per non recarseli odioso non bisogna contradirgli, anzi gonfiarli, acci se ne vadano in popa, e tanto pi lo devo fare per giungere al mio desiato intento. Veramente si conosce che egli sia matto in questo genio di stimarse tanto, per del rimanente ho inteso che un zuccaro nel praticarlo, e dir come disse colui:

Un parla troppo, un poco, un corre, un resta,

questi ride, quel piange, e in varie guise

tutti abbiam di pazzia colma la testa.

E gi che ragionando, a poco a poco, mi sono approssimato alla mia casa, vo' farlo saper a Lucilla.

O l, o di casa, Lucilla ! Scaltrino, che dico io? Vecchia, mandatemi Lucilla qui fuora.

SCENA SESTA

lucilla e alberto

lucilla.

Fermati, ballia, ch mio padre mi chiama. Signor Padre, perch non entrate in casa, vi forsi qualche novit circa l'infermit della signora zia?

alberto.

Dicono i medici che sia megliorata. Per, a dirti il vero, per cosa di non poco rilievo ti ho chiamata qui di fuora, poich in fretta convien che io ti parli, avendo dopo subito a girmene verso l'osteria della Posta, perch vi gionto il procaccio, che va in Napoli, per sapere alcuni avisi di Roma circa i miei corrispondenti.

lucilla.

E ben, signore, che cosa avete a dirmi? Abbiamo forse qualche buona nova? avetemi comperato alcuna bella cosa?

alberto.

Bonissima la nova, perch ho trovato chi te la comprer.

lucilla.

E come, dunque altri che vostra signora potr in ci sodisfarmi?

alberto.

S, e doppiamente, in somma io vorr che tu ti contenti di passare alle seconde nozze, perch vorr prender moglie ancor io, n'ho ritrovato un gran buon partito per te.

lucilla.

Marito pi darmi?

alberto.

Marito di nuovo darti, perch ti meravigli?

lucilla.

Ah signor padre mio, e come non me n'ho da maravigliare, ch ancora non finito l'anno che Lucidoro, mio primo marito, rese l'anima sua a chi dovea, e che ancora porto coperto il corpo di dolorosissimi panni, e il core di amarissima pena, e la rimembranza della sua infinita bont spesso mi trafigge e tormenta l'alma! Non desidero altro sposo, poich ho quello sempre scolpito nella mente e nell'anima mia. Vi prego dunque, o carissimo signor padre, con gli occhi di mestizia pieni, a non discompiacermi in questo, e vi supplico, se mi amate, che dobbiate lasciarmi nel mio mesto e doloroso stato, n men cercate di tr voi altra consorte, ch io mi esibisco di aver buona cura cos di voi signore, come di tutto il rimanente del nostro avere, e altro marito non vorr mai che il mio carissimo genitore, n altri io voglio che abbi di me cura, solo che voi, signor padre mio carissimo.

alberto.

Io ti ho benissimo inteso, ed vero che tu puoi tener buona custodia di me e di tutte le nostre robbe, ma il volermi far credere che io sar il tuo marito e tu la mia consorte, per fino a un certo debito termine si potrebbe passare, ma non posso, e non ragionevole, che io abbia da te ci che potrei avere dalla moglie mia.

lucilla.

bene il dovere di starvene voi nel vostro termine, e io nel mio, perch vi son figliola.

alberto.

Io non lo niego, ma lo dico acci tu sappi la differenza che tra la moglie e la figliola.

lucilla.

Troppo lo so, signor, cos per mia buona fortuna non lo avessi mai saputo.

alberto.

Quando tu saprai che egli sia, a f che te ne contenterai! Ma ben presto e per non tenerti a bada e piu sospesa, io te'l dir.

lucilla.

Io non dimando chi egli sia, perch non ho curiosit di saperlo, non desiderando marito.

alberto.

Oh sei pur da poco! Ascoltami, questi, che io vorr darti, per nome chiamato il signor capitano Matamoros, capitano spagnuolo, quello, che vogliono le persone che per il gran valore del suo forte braccio disceso sia dalla prosapa di Scanderbech.

lucilla.

E vostra signora, che di maturo giudizio, si lascia dare ad intendere ci che egli si sogna la notte? Io l'ho inteso celebrare per un parabolano costui, e non per altro.

alberto.

O che il vero sia, o pur che non sia, mi sarebbe di sommo contento che egli genero mi divenisse, per pi degne cagioni.

lucilla.

Signor, di grazia, perdonatemi, ch io non voglio pi altro marito, bench fosse monarca del mondo. N di padrona, che io son di me stessa, vorr divenir schiava di altrui, cos goder voglio la mia cara libert. Perdonatemi, signore, se in ci vi contradisco.

alberto.

Ors, Lucilla, gi che il tuo volere sin ad ora stato assai dal mio differente, e forse il tutto per voler del Cielo, e avendo ben udite le tue raggioni, son prontissimo a volerti in ci compiacere. Dunque vivi lieta, poich il mio volere dal tuo non dissimile, ch io lo preggio pi che il mio proprio contento, e perch molto te amo, non mi discostar dalle tue voglie, e ora gli andar a dare una sicura e certa esecutiva. Vuoi tu altro da me, cara Lucilla mia?

lucilla.

Io molto ringrazio la mia bona fortuna, che non mi ha dato severo, ma bene amorevole e giustissimo padre, e il volervene molto ringraziare superfluo, ma il datore delle grazie sia quello che vi conceda felice e prospera salute e lunga vita. Con sua bona licenza, me ne ritorner in casa, ch con questa allegrezza viver contenta.

alberto.

Vattene pur felice, ch allora tutto giubilo e gioisco quando lieta e ridente ti veggo.

(Alberto solo)

Dunque sar se non bene ch'io vadi a dare la risposta di questo al capitano, acci che, non essendo sortito il matrimonio conforme il suo desiderio, non corra la voce per la citt con qualche suo dispiacere. Cercar con bella maniera, se potr, di condurlo al mio volere, acci mi dia la sorella.

SCENA SETTIMA

fulgenzio solo

fulgenzio.

Oh quanto, e pi d'ogn'altra vaga, vaga e bella la mia amata e cara Lucilla, non vi donna mortal in terra che alla maest del suo angelico aspetto adeguar si possa. Tutte le pi belle fatezze, non solo delle pi belle donne, ma ancora delle pi famose statue e ben colorite figure, sono andato osservando, contemplando e giudicando; n mai una minima sol parte delle sue grazie in loro ritrovar ho potuto. E se prima di formar lei non avesse la gran madre natura creato l'oro, l'avorio, l'ebano, le stelle, le virmiglie rose, i coralli, le perle, l'alabastro, il latte, gli arabi odori, il netare, l'ambrosia e le nevi, senza dubbio alcuno da tutti giudicato stato sarebbe che dal chiaro splendore de' suoi biondi capelli l'oro avesse tolto il colore, l'avorio la candidezza della sua fronte, l'ebano il nero delle sue ciglia, le stelle la luce de' suoi begl'occhi, le vermiglie rose il colore delle sue colorite guancie, i coralli il rossore delle sue labra, le perle la bianchezza de' suoi denti, l'alabastro il candore della sua gola, le nevi la bianchezza del suo petto, il latte la purit delle sue mamelle, gli arabi odori la suavit del suo fiato, il nettare e l'ambrosia la dolcezza della sua soavissima lingua; e in fine quanto di bello fu ed e sar nel mondo, tutto in lei. Dunque, dir ben posso io che fra tutti gli altri amanti non vi sia il pi di me felice, poich in tanta perfetta bellezza ho (merc d'Amore) collocati gli amorosi miei pensieri, n bastevole io sono, n sar mai a poter sublimar con il mio basso ingegno quello che stato di gi sublimato ad infinita perfezione. Meglio dunque sar che, tacendo la lingua, lasci favellare al mio core. Ma che veggio, oh mia felice sorte? Ecco che dall'oriente della mia verde speranza sorto quel luminoso sole che schiara l'oscurit che ingombrava la mia luce.

SCENA OTTAVA

lucilla alla fenestra, e fulgenzio

lucilla.

Se non mi sono ingannata mi ha parso di aver udita la voce di mio padre.

Siete voi, signor padre?

fulgenzio.

Umilmente a lei m'inchino e baccio quella bellissima mano, c'ha del mio cuor le chiavi.

lucilla.

Non occorre che ella per me si prenda questo incomodo! Mio padre non in casa, e perci giudicavo di averlo udito cost, e se bramate di favellar seco lo ritroverete al seggio di Antigniano.

fulgenzio.

Ohim, che in un punto mirando tanta bellezza, il cuor mi s'aghiaccia e arde.

lucilla.

Che domandate signor, ditemelo, che glielo dir tosto al suo ritorno?

fulgenzio.

Io tremo e son fuora di me stesso, oh meraviglia estrema, oh gran miracolo d'Amore!

lucilla.

Che cosa insensata questa! Deh, piacciavi di grazia di non porvi pi intermissione di tempo a dir ci che bramate.

fulgenzio.

Signora mia, signora mia, signora mia...

lucilla.

Signor mio, signor mio, signor mio. Che episodii sono questi? Se dimandate lui, non in casa, ho detto. Dicami di grazia chi ella sia, che glielo far sapere. Non mi tenete pi a bada.

fulgenzio.

Ahi, che per maggior mia pena finge e dissimula di non conoscermi!

Sono un distrutto e quasi incenerito carbone, che appresso al chiaro lume della vostra bellezza suavemente mi ravvivo. Non credo, signora mia, che il vento aquilone con tanta possanza discacci e sgombri dal cielo le oscure e tenebrose nubbi, come voi discacciato avete con un sol girar di ciglio al vostro apparire l'oscurit dal perturbato mio core.

lucilla.

Queste vostre parole mi paiono offoscati sogni, overo intricate enigme, e io non sono Edipo per poterle interpretare.

fulgenzio.

Oh misero Fulgenzio, che per maggior mio danno finge di non intendermi!

Signora, Atlante tenuto per gran sostenitore de' cieli, perch molta cognizione aveva delle celesti sfere, e perch la mia signora Lucilla adotata non solamente delle terrene, ma ancora delle sovra umane virtudi, dunque, senza che io pi altro li dichi, dovrebbe ella perci molto ben comprendere la somma eccellenza dell'amor mio, che dipende da quel gran nume che de gli amanti il grande imperio tiene, che mi ha disposto ad amarvi e servirvi.

lucilla.

Io non bramo che altri mi serva, perch in casa non mi manca convenevoli servit, e il voler vostra signora farmi credere di essere quella che io non sono, un cercar di trattarmi da sciocca e da ignorante. Non sono di tanto suttil ingegno come voi siete, che discorrete e trattate cos facondamente sopra dell'umane e celesti cose, che par sia poco tempo che mancate al cielo.

fulgenzio.

La buona e falsa moneta si conosce al suono. Della vostra voce, e soavissime parole, chiaramente dimostrate la vostra eccelsa bont e perfezione, s che, senza che io altro dichi, so che compreso avete l'animo mio.

lucilla.

Il giudicarmi ingiustamente per quella che io non sono, venite a partecipar del crudel padrigno che, per molto odio che alla figliastra porta, li par male ogni sua buona operazione.

fulgenzio.

E questo il contrario, signora, perch vi amo e non vi odio.

lucilla.

E questo peggio, perch siete come l'amoroso padre che, per l'infinito amore che porta alla sua cattiva e malvagia figliola, malagevolmente discerne i suoi mali andamenti. Io sono ignorante e voi volete farmi tener da savia.

fulgenzio.

Volendo mantenermi, signora, che il ver non dichi, venite a pregiudicar la mia verit e la vostra molta perfezione. E, per dichiararmevi meglio, ben che lo sapete e ignorate il saperlo, per darmi maggior pena dico che vi amo quanto amar si possa mai donna d'infiniti meriti, quale voi siete; e, per premio del mio fedel amore, altro da voi non bramo, solo che ricambiarmi dobbiate d'un puro e corrispondente amore.

lucilla.

La dimanda illecita e importuna.

fulgenzio.

E perch signora mia?

lucilla.

Perch non son obligata ad amarvi.

fulgenzio.

Ben dovete rimunerar chi vi serve.

lucilla.

S, quando per sar la servit da me gradita.

fulgenzio.

Dunque che io non vi sono grato? o me odiate? Questo mi apporta crudelissimo sdegno nell'animo. E mi discacciate dalla vostra presenza? Ohim, e perch, senza mia colpa, cos ingrata e crudele me vi dimostrate?

lucilla.

Volete voi, dunque, da me per forza ci che darvi non bramo, n si conviene?

fulgenzio.

In somma, non posso sopportare cos dispietata ripulsa.

lucilla.

Come, non potete sopportarla, se vi si conviene di esser discacciato? non sapete che una indegna dimanda merita una degna ripulsa? con che ragione volete avere l'autorit di poter domandare e non volete darla a me di negare?

fulgenzio.

Al molto mio merito non si conviene tanta crudelt.

lucilla.

Assai sono che si persuadono di meritar molto e non meritano nulla. E perci chiaramente vi dico che non vi desidero, n voglio. E questo aviso so che sar bastevole a farvi scemare l'ardore.

fulgenzio.

Ors pazienza. Signora, io spero che la mia speranza, o tardi o per tempo, mi dar vittoria.

lucilla.

Ogni speranza del tempo futuro e ogni futuro dubbioso. Attendete a i vostri onorati studii, poich in vano vi affaticate.

fulgenzio.

Se io non considerassi che altri amanti assai di me maggiori han posto con meno speranza della mia il piede nella amorosa pana e crudi lacci, e al fine han pure ottenuto il desiato intento, ora mi darei in preda alla dispietata e cieca disperazione, s che vorr io, perch mi private di speranza, disperarmi? Dunque colmo d'infinita speranza vi amar e seguir sino all'ultima ora della mia vita. Abbiate piet della mia pena, radolcite la mia amarezza, consolate questo core, concedetemi la vostra grazia con certa speranza di futuro bene.

lucilla.

E io vi odier sino a la morte, senza aver mai scintilla di piet, giunger pena alla vostra pena, amarissimo assenzio e pestifero veleno alla vostra amaritudine, affliger e sconsoler sempre il vostro cuore, e da vita cercar di ridurvi in morte, poich tanto noioso mi siete. E vi lascio privo d'ogni speranza, sepolto nell'ardore, in preda della disperazione e morte, se pure vero che mi amate.

fulgenzio.

(solo)

. Ahim, misero me! E che dispietatissime parole ha, contro di me infelice, fulminate costei? e perch quasi novello Ulisse al canto delle Sirene, o qual aspide al dispiacevol incanto, non mi son chiuse l'orecchie, ch udito non avrei cotanta mia disaventura? Ecco, misero Fulgenzio, che pure stato escluso sei d'ogni tua speranza, d'ogni conforto. Potr dunque, misero me, per tal cagione trarmi da gli occhi il pianto, dal core l'acerbissimo dolore e gli angosciosi sospiri, l'ardentissimo fuoco? No, che oltre ogni dovere, a mio malgrado di amar costei mi conviene. Il fuoco non si estingue, le lacrime non si asciugano, i pensieri multiplicano, i dolori non scemano, i sospiri abondano, e tutte queste cose unite sono viluppi d'amore, e i veri messaggieri e nunzii della mia morte. Che debbo dunque fare? debbo morir di doglia per cotanta rigidezza di costei? Oh Amore, tu che feristi questo mio tormentato seno, abbi di me pieta! Non consentire che questa ingratissima donna sia la verace cagione della mia disperata morte, aiutami tu, protegimi tu, consolami tu, che sai quanto fedele ti sono e costantissimo in amar lei!

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

volpone solo

volpone.

Corteggiana innamorata e ruffiano liberale, vanno presto all'ospedale! Ma a me l'ospedale mi sarebbe zuccaro e la berlina una manna e la galera un volermi con la dieta e con l'esercizio tenermi sano; ma la forca quella che spesso mi minaccia, mi chiama alla morte e me fa star con grandissimo spavento. Per vero, non vi rimedio, io me lo sento e me lo conosco, che spuzzo da appicato pi che spalla di porco vecchio attaccata al fumo! E certo, se non fosse cos pericolosa l'arte ruffianatoria, sarebbe la meglio del mondo, perch il scaltro ed eccellente ruffiano, come sono io, sempre chiamato, invitato, amato, e stimato da cortesi innamorati e e da bellissime donne. E che ci sia vero, molte volte che io vado nell'altrui case con iscusa di cercare delle ova fresche e di comperare galline, di vendere alcuna cosa appartenente all'uso feminile o di andare a domandare uno per un altro, come far sogliono i ladri, mi caccio dentro alla libera e ritrovato il comodo opportuno e il tempo di potere negoziare, con bel modo tratto con ogni spezie di persone e fo il fatto mio e quello di chi mi manda a fare il suo. E cos onoratamente mi procaccio il vitto, perch chi mi dona un ducato, chi un paio di colzette, chi di scarpe, chi una camicia vecchia, chi nova, chi del cascio, chi vino, chi sopressate di Nola e copeta, chi provature di qui, chi delle legnate su le spalle, chi calci, chi schiaffi, conforme lor porge l'occasione dell'allegra o melanconica risposta e ambasciata. E il tutto cerco di fare per poter vivere da gentil uomo e non lavorare. E, conforme l'occasione, ne vo tutto gioioso e festevole con un mio amico, nominato Pulicinella, all'osteria e col, per me e per lui, spendo e spando quel che ho e quel che non ho, perch tutti gli osti e bettolieri e magazenieri mi fanno quanta credenza io voglio. Pullicinella mi fa ridere e io a lui e cos stiamo allegramente fra di noi, lui detto il cavalier straccione e io il gran barone di campo di fiore.

SCENA SECONDA

fulgenzio e volpone

fulgenzio.

Se questa bella e chiara luce della mia cara e amata Lucilla non schiara le oscure tenebre del mio cuore, in breve sar l'ultimo giorno della mia vita.

volpone.

Servitor, signor Fulgenzio.

fulgenzio.

Il Cielo ti sia sempre propizio, caro Volpone.

volpone.

E a vostra signora mantenghi sano e con insolito appetito. Se non mi inganno, parmi di vedervi oltra modo turbato, avete forse giocato e perso? avete perduto l'appetito? o non vi piace il vino?

fulgenzio.

Non la posso vincere, n con amore n con la fortuna, e son rimasto d'ogni gusto privo, odio me stesso e amo chi desidera la mia morte, e per compiacerli, tosto vorr finir i giorni miei.

volpone.

Ohim, signor Fulgenzio, e ch ci dite? Perch volete cadere in cos pazzo errore?

fulgenzio.

Per l'ingratissima Lucilla, della quale io gi ti favellai, che in modo alcuno non vuol esser mia.

volpone.

E perch non fate una degna risoluzione di chiederla in moglie al padre?

fulgenzio.

Io glie lo fe' dire, e lui mi fece rispondere di non volerla maritare per ora e che lei non si sarebbe contentata, e poco fa, con mio molto grave dolore, ne ho ritrovato il vero. Ma prima di consentir che altri che me abbia a correr seco s felice sorte, ti giuro che ne vorr morir o privar di vita lui.

volpone.

E come non conoscete il grave errore, che contro di voi stesso commetter volete? e che espressa pazzia questa, voler morire per donna crudele e che vi odia? Deh, signor Fulgenzio, non vi lasciate cos dominare dall'ira e dal furore! E come, in tal modo, inconsideratamente ponete in oblivione voi stesso? Datevi in braccio alla ragione, perch, ci far volete?

fulgenzio.

Perch quando sar morto pi non la bramer e uscir dalle crude tirannide di costei, n sar stimolato dal dolore, dalla passione, dall'amore, che io sento, e dall'odio e dalla crudelt sua.

volpone.

Signore, io non mi conosco abile di potervi persuadere a cangiar voglia, ma ben vi dico che cos disperato e privo di conforto, mi par cosa indegna volervi precipitosamente privar di vita: ma ben vi dico che dobbiate aver speranza in me, perch pensar forsi cosa che vi potrebbe cavar fuora d'ogni affanno.

fulgenzio.

Che vuoi tu che io speri, se l'ncora della mia speranza se n' gi sommersa dentro al mar delle miserie, e questo mio fragil legno in periglioso pelago si trova, combattuto dal dispietato rurore dell'instabile fortuna?

volpone.

L'ncora non sommersa, n profondata; la speranza non sar fallace, il vostro legno senza intoppo di avversa fortuna giunger forsi al desiato intento. Che altro bramate da me?

fulgenzio.

Volpone mio, con queste tue amorevoli e ben considerate parole, vai quasi riducendo in gaudio il mio tormento, in gioia la mia pena e in viva speranza la mia mortal disperazione. Per dicami, di grazia, in che modo potrai giovarmi?

volpone.

Con l'acutezza del mio ingegno e con l'aiuto di Pulicinella, vostro servitor novello, per non esser conosciuto, far il tutto. Non sapete voi che la signora Lucilla tiene una sua zia al giardino indisposta?

fulgenzio.

vero, perch?

volpone.

Ve'l dir doppo. Prestatemi il servo e andate ad aspettarmi in piazza. E achetatevi la mente, non vi disperate, perch io vi prometto senza dubbio alcuno sicurissimo aiuto.

fulgenzio.

Ors, andar riposandomi sopra di te. Chiama Pullicinella, gi che lo vuoi, ch egli in casa.

volpone.

Io, signor Fulgenzio, fora d'ogni interesse vi amo e vi voglio servire, essendovi molto obligato.

fulgenzio.

So ben io ci che deggio fare per giovarti. To' per ora queste due doble di Spagna.

volpone.

Oh vi ringrazio, signore. Non occoreva incomodarvene. A dispetto del padre, che ve l'ha negata, e ad onta di lei, far che ella vi venghi sino a casa a ritrovarvi come moglie, e se per tal la desiderate.

fulgenzio.

S fratello, che per altro non la bramo, mi ti raccomando, vado ad aspettarti.

volpone.

Andate, che io chiamer il servo. State pur allegramente signore.

(Volpone solo)

Due doble! Osteria aspettami! E chi non facesse sempre il ruffiano? Vorr sempre farlo e inviluppare e scroccare quanto potr. Oh doble mie care. Non so come gli altri abbiano tanti dinari, tanti argenti e tanti ori, credo che gli rubbano e veramente hanno ragione, poich le robbe e i tesori di questo mondo sono stati tante volte rubbati e ritornati ad arrubbare, che non si pu pi giudicare chi sia stato il primo e vero padrone. Vorr cominciare a servir il cortese Fulgenzio, perch lo merita. Chiamar fuora quel buffalaccio di Pullicinella, che siamo ancora oltre di qui amicissimi vecchi e compagni nello studio dell'osteria del Ceriglio di Napoli.

O l, o di casa.

SCENA TERZA

pullicinella e volpone

policinella.

Chi , chi chiama, chi sfonola, chi tozzola la porta della casa nostra?

volpone.

Questa la sua voce. Amici, amici, Policinella. Odimi una parola.

policinella.

Amici siammo, e le vorze comatanno, a che serve a dicere amice amice, penza ca saranno amice amice, ca io non aggio nemice. Chi , , ?

volpone.

Sono un tuo particolar amico, vien fora perch ti ho da parlare.

policinella.

Io sto comodo c e non me voggio scometare. Parla dalloco, che te responnarraggio.

volpone.

E vien fuora, di grazia, ch ho molto a far di te.

policinella.

E io non aggio a fare de te, non ce simmo nesciuno, ca simmo asciute tutte fora della casa a coss m' chi comoto. Crepa e schiata, che buoi da me, che se ben ce so', non ce voglio essere?

volpone.

Policinella, bona sera, fratello.

policinella.

O Vorpone, bona sera e bon anno! Tu non stai en cerviello ! Se io t'aggio ditto ca non ce songo a la casa e che si ben ce songo non ce voglio essere, chi te ha dato lecienzia che me chiamme pe nomme di figlio de potana?

volpone.

Perch son tuo amico e molto di te mi fido.

policinella.

Non troppo te ne fidare, ca so' diventato maleziuso e concubinario.

volpone.

E cos voglio che tu sia, perch per ordine del signor Fulgenzio abbiamo a far una grand'imbroglia e un grande intrico.

policinella.

A f? A donca deventaraggio nmbroglione? O bene mio ca saraggio mrogliatore e borraggio nmrogliare tutte li tavernare de Capua, de Napole e da Verza!

volpone.

Caro il mio fratello, ascolta.

policinella.

Tu me chiamme fratiello e me viene a pregiudicare, chiamannome figlio de potana e de cornuto.

volpone.

O questo no, perch?

policinella.

Perch n mama n patremo no hanno fatto mai autro figliulo de me, s che besognera che io o tu fossemo mulle cancirre, o vastarde, toscanescamente parlanno.

volpone.

Questo un modo di parlar amorevolmente fra gli amici, ma non mi sei fratello.

policinella.

E chesto peo, perch viene a dicere la busca, no lo bide? no lo dicere chi vi' sa? ca po' te piglia Parasacco e te porta a lo nfierno.

volpone.

Se io non fo peggio di questo, non ho paura! Sta' pure allegramente, guarda qui, sempre aver per farmi piacere dieci scudi al mio comando.

policinella.

Per farete piacere a te e no a me?

volpone.

E a te ancora.

policinella.

O bene mio! O commo so' belle russe! Di' lo vero, so' li tuoi 'si denare?

volpone.

E di chi vuoi tu che siano? E sono al tuo comando. Andaremo, doppo fatto il servizio del tuo padrone, all'osteria a dar tributo alle budella.

policinella.

O felice tene, che hai sempre denare, e sfelice mene, ca non aggio mai niente, e felice 'si denare che stanno 'n potere dello chi liberale ed eccellente ruffiano de sta cettate.

volpone.

Circa del ruffiano, parla piano, Policinella mio caro.

policinella.

E puro quinnece co lo gallo! Ca so' lo mio e no lo tuio, ca si ca me saraggio perduto e si voraggio niente da me, besogner che me te adomanna a te 'n priesteto.

volpone.

O puttana di me, che s che non si potr pi parlar teco, che ogni cosa pigli in duello.

policinella.

Che puttana de te, dico puttana de me, ca la voglio pe me! Dov' 'sa puttana?

volpone.

su le forche! dove vi tu che sia?

policinella.

Va te la piglia tu, ca no la voglio io. Ora s, dimme lo vero, vai a caccia lo iuorno a borze e la notte a feraiuole. Nparame comme fai, damene menzione, ca me voglio fare valent'ommo io perzine.

volpone.

Vedi Pollicinella, tu in tutti i modi mi pregiudichi, ma io ti perdono. Questi dinari me li ha dati il signor Fulgenzio e te ne far parte, pure che tu ti porti bene ad aiutarmi; e da sua parte te lo comando.

policinella.

Vorpone caro, io voglio servire lo patrone e obedire a te, ca te so' schiavo e obrecato de tanta denare, che spenive pe me a Napole, e hai spenuto c ancora. Ma famme no piacere, doname na dobra de chesse, quanto me n'acatto no paro de scarpe vecchie e na menestra grassa a boglia mia. Bene mio, fame 'so piacere, ca te voglio tanto bene.

volpone.

Policinella, ti parlo da amico, sarai da me riconosciuto un'altra volta, perch non sta bene a discompagniare queste doble essendono pari.

policinella.

E tu me le da' tutte doie e scumpimo lo chiaito, non m'entienne?

volpone.

Oh par che si convenghi che io me ne rimanghi privo! tami Aiutami e doppo parleremo di questo.

policinella.

Mese' Vorpone, tu fai iusto commo fa la vorpa, perch si' de chella razza.

volpone.

Che fa la volpe?

policinella.

Che fa? Ha la coda longa, che se contenta chi priesto strascinareia appriesso pe terra, che darene no poco alla poverella scigna, a tale che non mostra le vergogne soie e se ne copra lo tafanario.

volpone.

E tu appunto fai commo fa la scimbia, che non essendo buona come l'asino per portar delle legna, come al cavallo a tirar la carozza e portar l'uomo, come il bue a tirare il carro ed arare la terra, fa la buffona, facendosi dare delle busse per far ridere e procacciarsi da mangiare.

policinella.

Ora c, s, ca nce iara no bello miente pe la gola e na bella cornuriata! O tu me pregiudeche troppo, ma te la perdono pe sta vota, ora s, non lo dicere chi. Dimme, ch'aggio da fare per servire lo patrone mio?

volpone.

Policinella io burlo teco, e dico che no fai bene a dir male delle persone, e per giungere dove si desidera bisogna aver spesso Lodi e Piacenza in bocca.

policinella.

S, me piace chello caso lodesciano e piacentino, dov'?

volpone.

Voglio dire che bisogna lodare e piacere alle persone per farsi amare come fo io.

policinella.

Amare? E che so', femena de lo brutto peccato, che me voglio fare ammare da la gente? Io so' buono figliulo e no me nce suoglie a fare chello che hai ditto.

volpone.

Ors, a noi, non saltiamo pi da palo in frasca. Conchiudo che servito che averemo il tuo padrone, di donarti una dobla.

policinella.

Te ne ringrazio, ma dimme, lo servizio onorato?

volpone.

Onoratissimo. Vattene dunque in piazza, col dove si vendono i limoni, ch vi ritroverai il tuo padrone che ti attende; che doppo all'uno e all'altro informar del tutto. Va' tosto.

policinella.

Vao vao! Dice, che tuesto; e che, me voll formare? e che, so' fatto stivale? o che bello varvaianne e che bozzachio !

volpone.

( solo)

. Ho tanti negozii amorosi per la testa, che non so risolvermi a qual debba prima attendere; ch non solo questo del signor Fulgenzio mi travaglia, ma ancora l'amore che a Clarice porta il signor Alberto, che alli giorni passati gli ne diedi bona speranza, non so se ora sia pi di quell'umore. Per, ancor io, sono un poco gallesco, e pi d'una cosa farei se avessi la possibilit e la nobilt. La nobilt fu da me sbandita per disutile e da i miei progenitori, perch chi stato facchino, chi spaccia camino, chi spacca legna, chi sbirro e chi giustiziatore umano. Solo io ho dato un poco di luce alla mia casa, con ingegnarmi a far lo ambasciator d'Amore, e per farla pi luminosa ne ho smantellato i tetti, per andarli a vendere, quando non ero ancora onorato di s degno offcio. E non senza cagione ho detto che vorrei essere in maggior stato, perch amo ancor io la signora Clarice, e, per esser quello che io sono, non oso palesarmeli amante, temendo che non me dia una infinit di bricconate per il capo, di mascalzone, di guidone e di ruffiano.

SCENA QUARTA

clarice dalla finestra e volpone

clarice.

Lo starsene sempre solitaria e confinata in casa, gran pena apporta a noi misere fanciulle, che non ci conceduto il venir spesso su le finestre, per non arrecar scandalo e mal esempio all'altre di noi. Ma con tutto ci, per isfogar l'ardore che con tanta potenza mi distrugge per l'amato mio Fulgenzio, rompendo ogni legge impostami dal mio fratello, vi sono venuta.

volpone.

A f, che questa la signora Clarice. O felice Volpone, ecco che dolcemente te viene a caderti la fritella sul mle e il cascio su i macaroni, e poich per questa contrada non vi scorgo altra persona che lei, sar se non bene che io dia principio a ci che bramo. Ma prima voglio con questo fazzuolo fregarmi le scarpe. Ors stan bene, far cos del volto. O corpo di me, mi son tutto sporcato il viso, porco che sono a non avermi posto il colar bianco questa mane!

clarice.

Chi quel ucellaccio domestico che con tanta leggiadria si pavoneggia e si fa bello?

volpone.

Servitore di vostra signora, Clarice mia padrona.

clarice.

Appunto desideravo di favellar teco. Ben venghi il mio caro Volpone, so che molto ti preggi in lasciarti vedere da me.

volpone.

Signora, so che ben sapete che tutte le cose belle e graziose non possono esser cos facilmente vedute da tutti.

clarice.

Oh mi fa da ridere, che s che si dar a credere di esser bello, voglio gonfiar il suo bestial umore!

Anzi, che quanto pi bello sei tanto pi ti dovreste degnare di lasciarti vedere tra noi altre brutte donne, per poter a noi partecipare della tua bella grazia e rallegrarci il cuore, poich cos sopra modo grazioso ti veggio.

volpone.

Io l'ho detto in burla ed ella parla da dovero. Che s che si sar invaghita di me? Vorr starmene su la mia, per darli maggior martello. Pu far il mondo, se io lo sapevo mi averci lavato il viso con l'acqua calda, poich ha pi di dodeci carnevali che non me lo ho bagnato.

Signora, quando io fossi sicuro che da lei fossi tenuto uomo di qualche degno merito, li farei sapere chiaramente l'animo mio.

Che sar mai, quando anco vi spendessi con costei queste doble.

clarice.

E chi sarebbe mai cos sciocca e priva di giudizio che dir volesse che tu molto non meriti? Anzi, ch tutta sopra del mio caro Volpone sta fondata la mia speranza.

volpone.

Mi amate, forse?

clarice.

E come, se ti amo? E per degna ricompensa vorei...

volpone.

Che vorreste, signora? Vi il signor capitano in casa?

clarice.

fuora e perci ardisco di cos liberamente parlar te. Vorrei che mi deste aiuto, e con molta diligenza e prestezza, se non chi io moro.

volpone.

La cosa fatta, sono a cavallo!

In che cosa potr giovarvi signora? Ditelo, di grazia. Toglietemi di dubbio, perch, mi sento tutto comovere e distruggere.

Ohim non ardisco di dirgli ch'io l'amo; vorr che ella sia la prima a dirlo, per potermene doppo gloriare e darmene vanto.

clarice.

In far saper al signor Fulgenzio che io l'amo e lo desidero per mio sposo.

volpone.

Al signor Fulgenzio, volete che io dichi questo? e non a me?

clarice.

A lui s, Volpone mio, poi che io t'ho veduto, da dentro la mia fenestra, quando che tu familiarmente seco ragionavi.

volpone.

E io, viso di porco, mi credevo che fosse stata invaghita di me e delle mie rare bellezze, per disfogar meco le amorose voglie! Ors, in somma, la natura mi ha creato pi ruffiano che bertone, non voglio dirli altro di me, per non arrecar pregiudizio a un certo mio novo disegno; e sar ben dirgli che Fulgenzio l'ama.

Signora Clarice, se bene a lei fosse forse paruto che io parlato li avessi come per me, parlavo per il signor Fulgenzio, che pi che s stesso vi ama, e quando vedeste che meco ragionava, mi diceva che io dir vi dovessi la sua pena, e perci mi andavo avicinando qui a casa vostra, per parlarvi di lui, che vi desidera per sua consorte. S che, essendo questo amore fra di voi di tanta corrispondenza, io sarei di parere, e molto lodarei, che questa notte doveste lasciar la porta di casa vostra socchiusa e quella della camera dove dormite aperta, ch, al tocco delle cinque ore di notte, quando che vostro fratello sar vinto dal sonno, ve lo condurr in camera, dove potrete affermare e conchiudere a vostro comodo, senza lume, il matrimonio.

clarice.

Dunque che io non ne debbo crederne il contrario di quanto mi hai detto, Volpone mio?

volpone.

Signora no, ch so che non mi avete ritrovato mai bugiardo.

clarice.

E mi ama di perfetto amore Fulgenzio?

volpone.

Se vi ama lo so io; non vi fate altro dubbio, ma con questo appuntamento non si resti di esequir l'ordine.

clarice.

O che felice novella, o che inaspettato contento! Ah, Volpone mio, che per troppa letizia non capisco in me stessa! Far quanto che mi hai imposto, lo aspettar. Raccomandami a lui e digli quanto l'amo. E a te per ora non dir altro, solo che in tuo potere sta la mia vita e la mia morte, e sapr ben io quanto devr complir teco, e per ora ti dono questo piciolo diamante, goditelo per amor mio e ricordati di me. E per non dar sospetto a mio fratello, se qui sopragiungesse, con ragionar teco, me ne entro, a dio.

volpone.

, Son vostro, mi raccomando signora.

A f, che glie la potr caricare, glie la caricar! E io asinaccio, mi tenevo per sicuro che ella si fosse invaghita di me! Ors, ho guadagnato questo anello e sapr come governarmi.

SCENA QUINTA

alberto e volpone

alberto.

In avere escluso quel capitano spagnolo del matrimonio con mia figlia, mi ha negato di darmi la sorella e mi ha cominciato con sossegate parole a darmi del grosso. A f, che quella lingua, che ha di me mal favellato, glie la far morder, se ne rimasto col lacerandomi con alcuni gentil uomeni!

volpone.

Baccio la mano signor Alberto. Che dite di mala lingua, signore?

alberto.

O se' tu qui, Volpone?

volpone.

Al comando vostro, signore.

alberto.

Discorrevo tra me medesmo della mala creanza del Matamoros, che ha meco usata, perch gli ho detto che Lucilla non lo vole per marito in conto alcuno.

volpone.

Certo che diabolico e insolente quel spagnuolo. Dicesi che pi delle volte offende pi una cattiva lingua che una buona spada.

alberto.

pi che vero. Poich un certo re d'Egitto, di cui non mi sovviene il nome, mand a Solone filosofo un agnello che sacrificar lo dovesse a gli di, e che in sacrifizio dato gli avesse la miglior parte, e la peggiore avesse rimandata a lui, e quello li mand la lingua, e il rimanente sacrific a chi dovea; volendo significar che quella era la peggior parte del corpo, poich si suol dire che sia il timone della umana vita, come il timone alla nave, ch ben che sia il picciol legno, a lui sta a condurre in precipizio o in sicuro porto il vascello.

volpone.

Vostra signora, Alberto, non dovrebbe dare a mente alle sue parole, poich corre la voce per la citt che come corbo non sa far altro che gracchiare.

alberto.

Lo so, e perci temo pi della sua cattiva lingua, che delle armi. Chi sa ci che egli avr detto e dir per l'avvenire in pregiudizio di casa mia!

volpone.

Lasciatelo tanto dire, che possi scopiare; perch chi lo udir straparlare, considerer che l'amoroso fuoco lo tormenti, e si rider di lui, poich non vi pi potente fuoco quanto quello di amore, perch arde cos da lungi come d'appresso.

alberto.

Vi dire, per questo, che gli ama Lucilla; e chi non sapr tanto oltre? In somma, tenuto per una pestifera lingua.

volpone.

E questo molto vi giova.

alberto.

E perch?

volpone.

Perch non si crede al bugiardo, bench giuri; ben si crede al verace, ancorch mente.

alberto.

Non tutti lo stimano bugiardo e di mordace lingua.

volpone.

Dunque, se costui morisse, che epitaffio se gli potrebbe scrivere su la sua sepoltura? Ditelo, di grazia.

alberto.

Frmati, ch mi hai colto all'improviso. Lasciami un poco pensarvi sopra.

volpone.

Pensateci bene. Aveteci pensato?

alberto.

Frmati, odi se ti piace, rimettendomi per a pi saggio pensiero.

volpone.

Ditelo, signore.

alberto.

Tacci, no'l me'l far dimenticare. Odi.

Il mordace spagnuol, che facea guerra

non gi con le armi mai, ma col dir male,

ancor che morto sia, morde la terra.

volpone.

Certo che molto a proposito per lui, perch non sa far altro che cicalare contro di questo e di quello. Ma che vi credete voi, signore, che io far scriver su la mia sepoltura?

alberto.

Di', ch ti ascolto, che farai?

volpone.

Il buon maestro di gran petti e rutti,

per troppo crapular qui morto giace.

Vi prego di pisciargli addosso tutti.

alberto.

Hai altro tu che dirmi di bello? E va' via e non mi dar pi noia, ch ho altro nel capo che le tue dapocaggine.

volpone.

Vostra signora non mi tratt che desiderava la sorella di questo capitano?

alberto.

Messers; per me deliberai, vedendoti cos freddo al servirmi, di trattarne con lui e non abbiamo potuto conchiudere cosa alcuna, come ti ho detto.

volpone.

Vi contentate che io studia un poco nel libro delle mie forfantare sopra di questo negozio, per farvela avere a suo marcio dispetto?

alberto.

Studia pur quanto che vuoi, ch io dispero il caso.

volpone.

Se non mi bastasse l'animo, non lo direi, e lo dico perch la signora Clarice mi ha detto di amarvi.

alberto.

Di' tu da dovero, che mi ama lei? Come lo sai, dimelo, di grazia?

volpone.

Non direi una cosa per un'altra, n voglio cosa alcuna da vostra signora, se prima non parlar seco e ve ne dar risposta, e vi aiuter.

alberto.

E in che modo, dimelo, non mi tener sospeso.

volpone.

Ve'l dir poi.

alberto.

Non voglio sapere altro. To' questi quattro ducati per ora. Fa' il negozio pulito, di grazia, perch la desidero pi per dispetto del fratello, che per altro.

volpone.

Vi ringrazio, lasciate pur fare a me.

SCENA SESTA

matamoros, alberto e volpone

matamoros.

Por vida del rey mi seor, que Alberto no ser siguro en cima de los altos montes Perineos de mis poderosas manos; ni sobre la cabeza de Marte, ni tan poco en los brazos de Plutn! O l, mal nazido, viejo raposo, aqu ests? Sabes que has de morir de mi profunda estocada, antes que el sol, rodeando con su carro de oro, se vaia al frio settentrion.

volpone.

Fermatevi signore, raccordatevi che questi vecchio, ed ella giovine e valorosissimo capitano e cavalliero. Portate rispetto, se non alla vecchiaia, alla vostra grandezza.

alberto.

State da me alla larga.

matamoros.

Quieres tu tomartela por el? Echa mano a tu espada, vellaco, que te quiero dar a comer a dos grues!

alberto.

O di casa, portatimi gi la mia spada! Non odi Lucilla? Scaltrino, fuora.

volpone.

Cacciar mano ai piedi, fermatevi, state indietro.

alberto.

Signore, infoderate la vostra spada, ricordatevi che io son quello dalla ragione. Lucilla non si vol maritare, n vi vole, che colpa la mia?

matamoros.

Yo no le doy tanto la culpa de esto, quanto que con tan mal termine vino a escluirme, delante de aquellos cavalleros, que la seora Lucila no poda padezer de verme. Y que soy algun picarn o algun vellaco? Y como esto, a un cavallero nazido de tan soberano linaje, pues que milliones de verdaderas historias de mi celebran tantos heroicos echos, que allandome eri Flandes, eri el medio de los enemigos exercitos, cerquado de arquebusarias, rodeado de cavalleros a cavallo, a remetido da esquadrones y de emboscadas; sacudido de piezzas de artellarias y bombardas, fulminado de colombrinas y de agudas puntas de espadas, estoques, piquas y alabardas de vallentes soldados, cavos de esquadras, sarjentos, alferez, capitanes, sarjentos majores y generales y generalissimos, y por esto luego huiendo de mi el ocioso espanto y enbrabaciendos en mi la bravezza y estremada fuerza, el animo y valor, con atrebido corazon, ferozidad de leon, crueldad de tigre, furor de cocodrillo, fuerza de brazos, animosidad de corazon, con estocadas, pugnaladas, jacozes, mozicones y con dientes, los gan, los mat y los yze en pedazos, los aniquil y los profund de baxo del infernal fuego.

volpone.

E chi si pu salvar si salva.

SCENA SETTIMA

scaltrino, con sudetti

scaltrino.

Chi l, che romore questo? Signore, mi avete chiamato? Perdonatemi, ch dormivo. Ecco la vostra sferra vecchia, avetela con alcuno? Ditelo a me, che ne far salciccie.

alberto.

Damela qui. Signor capitano, per farvi piacere creder pi di quello che cicalato mi avete.

volpone.

, E io ancora, bench non vi abbia inteso.

scaltrino.

E io pi di loro, se ben non so di che ciarlate.

volpone.

N io ne ho inteso niberta di quanto ha spudato il saraco.

matamoros.

A vellaco, a mi quieres dar la cobierta, y que soy tu truhan?

volpone.

Fermatevi, ch intendete alla roversa, ch ho detto niberta, che vol dir nulla.

SCENA OTTAVA

fulgenzio, con sudetti, e squarcia, e scaramuzza

fulgenzio.

Fermatevi, signor capitano, che vergogna questa?

squarcialeone.

State alla larga, cospetonaccio di Martone. Animo, signor capitano Mattamoros.

scaramuzza.

Te' messer Arberto, pigliate sta chiatonata!

SCENA NONA

lucilla, con sudetti

lucilla.

Signor padre, ho qui la spada per voi. Alla larga, poltroni!

fulgenzio.

Avete a far meco, ci ammazzeremo, capitan Matamoros!

SCENA DECIMA

policinella con sudetti

policinella.

A spagniuolo vaiasso, pigliate sta vessicata 'n capo!

volpone.

Bravo Policinella! Entrate in casa, signora, poich tutti se ne sono fuggiti dall'empito e dal furore della vessicata di Policinella.

lucilla.

Ahim, dove mio padre? Non so se sar rimasto ferito.

volpone.

Non credo signora, ch se ne andato per altra via.

lucilla.

Ander in casa.

SCENA UNDECIMA

fulgenzio e volpone

fulgenzio.

Dove se n'and il signor Alberto? stato alcuno ferito, che tu sappi?

volpone.

Signor no, Alberto se n'and per questa strada.

fulgenzio.

Almeno per tal onorata azione, che ho fatta in difendere il padre della signora Lucilla, non dovrebbe amarmi? Rispondimi, Volpone.

volpone.

vero, ma non tutti riconoscono il beneficio. Per, per giongere vostra signora dove desidera e io bramo, per attendervi ci che vi ho promesso, vi bisogna del tempo e della fatica.

fulgenzio.

La gloria non si acquista, se non con essa, madre della virt. Affatcati in mio beneficio, ch da me ne sarai molto ben ricompensato.

volpone.

Ve ringrazio, non ne fo dubbio alcuno e perci porr sempre questa mia vita in qual si voglia pericolo e fatica per servirvi.

fulgenzio.

Se ti affaticarai per me, far che alfine ne abbi lieto riposo, poich la fatica madre di esso, e spesso si affatica per non pi affaticarsi. Il fondamento della virt di Ercole fu la fatica; le molte fatiche fecero famosi i Scipioni, i Fabii, i Camilli, capitani de' Romani, e la fatica diede gloriosa fama a Pompeo e Alessandro il Magno. E qui maggior gloria, ove maggior fatica.

volpone.

Signore, io non vorrei che mi affaticasse tanto la mente a narrarme cotante faticose fatiche, acci io per molta stanchezza non mi potessi pi affaticar per voi. Ritiratevi, dunque, in vostra casa, gi che vi ho conferito in piazza, cos a vostra signora come a Policinella, l'astutissimo inganno che venendo egli con i limoni potr oprar il tutto, acci questa notte possiate godervi della vostra amata Lucilla. Andate pur in casa vostra.

fulgenzio.

Andar, poich il servo non potr molto indugiare a venire.

volpone.

Andate signor.

(Volpone solo)

Pu far me, ho tanti fastidii, che non ho potuto andare a visitare un poco l'osteria!

SCENA DUODECIMA

scaramuzza e volpone

scaramuzza.

Aff, ca n'aggio paura de chiste roseca catenacie, di sti penachielle co li mostacce stuorte a cruoche de carne! Uno me teneva mente alla smargiassa, parenno quase che me avesse voluto gliotere e dellegiare, e io co na sbotata de uocchi, na sbattuta de piede 'n terra, no pideto e no stornuto, l'aggio subeto fatto vacuare lo fegato, con tutto lo core e li permune, e deventare tiseco comme a statua e sico coma mumia de levante.

volpone.

O misero Scaramuzza, tu vai fra te stesso chimerizando e facendo lo sgherro, e messer Alberto da' suoi bravi ti potrebbe fare ucidere per la piatonata che da dietro tu gli detti.

scaramuzza.

O p far la vita mia, e che ne dici tu? Si' de parere che me ne porra fare accidere de sto mbruoglio?

volpone.

E che ne sei in dubbio di questo? e che aspetti, che non ne fuggi dalla citt? come, che non ne far gran risentimento? un uomo di tanta riputazione, e tanto amato qui nella citt di Capua, che credi che se ne voglia stare con le mani alla cintola? O poveretto te, asconditi!

scaramuzza.

E frate Vorpone, tu me farai venire scorezione de cuorpo, tanta paura me miette! Io sto buono a sta citt e no me vorra partire da sti case cavalluce e provature fresche. O fortuna mia crudele, e quale chilo, che squaglia m'ha tentato, che io le desse?. Ora va', ca lo creo che lo capitanio spagnuolo va cercando isso per zi' Pullicinella e lo volle accidere pe la vessicata che l'ha schissato 'n capo, perch tutte lo chiamano capitan Vessica.

volpone.

Ors, ti esorto una cosa fratello: vate muta di vestimenti, ch non essendo conosciuto, non ti sar fatto dispiacere.

scaramuzza.

Io cierto aggio da esser acciso, perch na zingara me lo disse, allo manco trovasse chi me lo sapesse nevinare.

volpone.

Frmati Scaramuzza, non ti disperare, scopriti quel fronte.

scaramuzza.

Te ne intienne a f? E fa' adaso frate, ca me fai male, pare ca volimmo ioquare a tafaro, a tamurro, pizingogola e cemino.

volpone.

E frmati, non star su le burle.

scaramuzza.

Me fermo, sto saudo, commo me radesse.

volpone.

Mostra la mano dritta.

scaramuzza.

Te'.

volpone.

O come spuzza di lavature di piatti.

scaramuzza.

Non ha doi ora che l'aggio lecate e lavatel A fe', ca da chesto a comienze a nevinare buono.

volpone.

Questa la linea del sole. O come va dritta e giusta! Tu sei molto amato da prncipi e hai da ereditare una gran forca, o voglio dire richezza.

scaramuzza.

E ca tu me cossie, frate, no burlare.

volpone.

Frmati. Achese e bochese e tempore sosina, l'aseno che sta fermo non camina. A te dico, Scaramuzza, sta' in cervello.

scaramuzza.

E chi non lo sa chesto? Tu me dellige.

volpone.

Sta' pur saldo, or qui l'importanza, stammi ad udire.

scaramuzza.

Te sento.

volpone.

Vergine e Libra da te fugono; Ariete e Gemmini te dominano nelle mani; Pescie ti molesta davanti; il Tauro con il Cancaro da dietro.

scaramuzza.

E ba' la forca, vi burlare!

volpone.

Sagittario ti minaccia il fianco, Scorpio il naso, Aquario la gola.

scaramuzza.

A lo manco fosse vinario e no aquario!

volpone.

Leone tutto il corpo e Capricorno il capo.

scaramuzza.

O maro mene, adonca saraggio cornutto a paletta? Pe lo cunto della chiatonata no se ne parla?

volpone.

Va alla peggio. Vati salva in qualche modo, via, ch la tua stella ti minaccia morte.

scaramuzza.

Vao, vao, che bole la stella da me? che l'aggio fatto?

volpone.

E io men vo per ritrovar il servo del signor Fulgenzio.

SCENA DECIMATERZA

squarcia solo

squarcialeone.

possibile, o mia crudelissima guerriera, che tu cos dispietatamente brami la mia morte? Ah, che se io avessi il petto trasparente, in guisa di chiaro e limpido cristallo, ben vedreste, o bella mia Clarice, arder per te mille fornaci ardenti. Poich il misero e tormentato mio cuore si dilegua, si distrugge e avampa assai pi che la fucina di Vulcano, Strombale, Etna e Mongibello ; arde pi che il fuoco elementale e infernale; e per estinguerlo bastevoli non sarebbe n sorgenti fonti, n correnti fiumi, n il vasto oceano, n le gran catarate dell'aqua del Nilo, ma solo quella del dolcissimo fonte della tua amata grazia, quello, dico, che mi sostiene in vita. Che far dunque, cuor mio, se da te non avr soccorso? chi dar rimedio al mio dolore, come potr pi, senza il tuo aiuto, mantenermi in vita?

SCENA DECIMAQUARTA

volpone e squarcia

volpone.

Io non so dove se sia cacciato quel Pollicinella.

squarcialeone.

A dio Volpone, che dicono i riporti di Fiandra, di me?

volpone.

Delle fiandrine e della barbaria vi potrei dar pi sicuro aviso.

squarcialeone.

Sempre stai su le burle. A f, che se tu patessi la pena che io per Clarice patisco, che senz'altro pi dire ti anderesti a sepelir vivo.

volpone.

E perch non vi andate voi?

squarcialeone.

Perch sono impenetrabile e immortale e la speranza mi mantiene.

volpone.

Di gir su una galera.

squarcialeone.

Ti ho ben inteso, s, che anco questo esser potrebbe per generalissimo del mare, ma non voglio per ora.

volpone.

Voi dite che vivete di speranza. Chi vive di speranza, fa la fresca danza. Ohim, di grazia, vi prego a non farmi quella guardatura di gatto arrabiato, con quello inarcar di ciglia porcine, perch temo di morir vestito.

squarcialeone.

L'aquila non piglia mosche, non imbraterei la mia mangiacuori per cos poco cibo. Ti dovresti spaventare, porti in fuga e girtene a concentrar nell'abisso, quando che tu fosti un esercito de paladini armati. Fatti in l, non mi mirar cos fisso, perch hanno gli occhi miei l'eccelsa virt del sole, che fanno abbagliar la vista a chi li mira. Non ti accorgi che mi offendi col fiato?

volpone.

Se pur vero, che non mi sappia di buono, come voi dite, lo cagionano i molti secreti de gli amici, che per non palesarli sono putrefatti nello stomaco.

squarcialeone.

O ti ho inteso, segui ancora di far le ambasciare amorose, come di gi facevi?

volpone.

Dite pure il ruffiano, signore, ch lo fo per eccelenza.

squarcialeone.

O putanaccionacissima della quinta essenza del brachiero di Saturno, io non me lo ricordavo. Deh, caro Volpone mio, fammi posseditore della mia bellissima Clarice, ch'io ti prometto e giuro, per la suprema belt di lei, di farti padrone assoluto di tutti i tesori del Per.

volpone.

Pure che il volermi intricare in questi vostri amori, il capitano suo fratello non mi faccia su l'asino re di Cartagine e ministro di Galilea.

squarcialeone.

N della frusta, n della galera, porta pericolo chi si adopera in servigio dell'orribile e spaventevole capitan Squarcialeone e Scornatori, arcivalentissimo valente.

volpone.

Ma dalla forca non so se me ne potrete salvare. E dir, come scrisse il saggio, che il serpe giace tra' bei fiori e l'erba.

squarcialeone.

Io ti intendo, vuoi tu dire che l'erba e i fiori sono le molte bellezze della mia donna, e il serpe il suo fratello, non vero?

volpone.

Signor s, bisogna guardarsi di lui.

squarcialeone.

Che si guardi pur lui di me, che non lo mandi invisibile per aria, come se avesse li stivali di Leonbruno. E tra le spine vi sono ancora le rose; e tra le api il mle; se ne ha dunque da rimaner privo per questo? Cospettonaccio del gran cavallo di Troia! To', prendi questi quattro ducatoni, spendi e aiutami, e ricordati che se io voglio ti posso far monarca.

volpone.

S dell'ospitale de gli Incurabili di Napoli! Vi ringrazio con vostra signora non fui mai interessato, e sappiate che la signora Clarice ama svisceratamente il signor Fulgenzio, e io li ho promesso di farglielo ritrovar questa notte dentro di questa casa vta, all'ora quando il fratello di lei sarebbe addormentato, che io li avevo promesso di condurgliela, s che in vece di Fulgenzio, vorr (se cos vi piacer) che vi andaste voi signor, anticipando il tempo. E dar a credere a lui che l'apuntamento s' preso per un'altra volta, e perch sar oscuro, lei vi creder Fulgenzio, e cos farete ci che vi parer e anderete tastegiando le sotteranee parti.

squarcialeone.

Or s che ti meriti ch'io ti facci imperator di Tartaria.

volpone.

Vi vado ogni mattina.

squarcialeone.

Io vi ander, e per segno che ti amo, goditi ancora questo pregiato anello, che me don la regina d'Inghilterra per memoria di un gran fatto d'armi, che io per lei feci in Africa.

volpone.

Io vi ringrazio, e me lo terr carissimo e conservar in una amplissima carta, dove vi sta dipinta una citt dell'istessa Africa, detta Bugia. Dunque entrate in quella casa che io ho detto, e vederete che ve la far venir nelle braccia senz'altro dubbio.

squarcialeone.

Volpone, fratello, io vado; mi raccomando alla tua diligenza.

volpone.

Andate, ch ormai si approssima la notte.

(Volpone solo)

Il vario leggere molto diletta e piace, ma il certo assai giova. A f, che non poco mi ha giovato l'aver udito leggere diversi libri d'intrighi e di novelle. Ecco che ora vo ponendo in vero quello che me ha paruto menzogna! Mi importa assai di costui, che stia tutta la notte al fresco! Li ho dato questo ordine per cavarli qualche buon profitto dalle mani e per tormelo davanti.

SCENA DECIMA QUINTA

policinella e volpone

policinella.

H, h, h, h! Aggio chi famme che suonno. O che brava vessicata stata chella ch'aggio schiaffata 'n capo a chillo spagnuolo.

volpone.

Ecco qui Licaone converso in lupo.

policinella.

E becco lo lupo deventato no aseno.

volpone.

O l , misser Policinella, tu ti rassembri a l'orso goffo e destro.

policinella.

O se me vedisse iocare de mano e de diente ntuorno a no piatto de maccarune! Ma s, s, tu m'hai visto! No magno buono, pre vita toia? Ma vorra che me vedisse n'autra vota a le spese toie.

volpone.

Di grazia, ma ti veder presto giocar di piede sotto di tre legni.

policinella.

E io a te de vraccia, de capo e de gamme, quanno sarai squartato! Che te ne pare, no responno buono?

volpone.

E non andar in colera, che io burlo teco, andiamo all'osteria quando tu vi.

policinella.

E io per zi' burlo, iamonce mo. Chi ha tiempo, no aspetta tiempo, disse la canzona de gallo e de capone, gallo non , ca non sai ched'?

volpone.

V, goffo, credi che non lo sappia? la gallina.

policinella.

Merda 'n mbocca a chi nevina! Ah ah, aggio tenge cogliuto?

volpone.

A, dunque viene a me, che l'ho indovinato!

policinella.

H, h, te' a ta nevinata!

volpone.

Non ti vergogni d'esser cos disutile?

policinella.

Se nce so' io, non ce so' le masche, li diente, n le mole meie.

volpone.

questo peggio; non ti vergogni di andar mangiando per le piazze?

policinella.

Sai perch mangio per la chiazza?

volpone.

Perch?

policinella.

Perch l aggio famme, chi sa si po' avaraggio appetito pe la casa e non c' che mangiare.

volpone.

Ors, vate a picca.

policinella.

Vance tu, ca no saccio la via, e si b la sapesse, non ce iara pe sette menestre e meze. Non te verguogne di dicere chesto a lo petore maggiore de la cittate?

volpone.

Pittore maggiore? Perdonami, da quando in qua ti sei scoperto cos gran virtuoso? e come dipingi, a oglio o a guazzo?

policinella.

A guazzo, perch spisse vote me caco li cauzune.

volpone.

E che tanta forza vi pone al dipingere?

policinella.

Messere s, ca spisso me nce spremmo comme a stiteco e, seconno lo viento che piglio, lavoro.

volpone.

Ti servi di vento, e che, sei marinaro? come fai, di grazia, perch vorrei che mi facesti il mio ritratto con una bella barba pi appontita di questa.

policinella.

Me meco le mane a li schianche, de chesta manera, abascio lo capo e alzo lo reverenzia parlanno all'aria, piglio viento e lavoro allegramente e ne do dudece e quinece a tornesse pe campare.

volpone.

Fermati, come intendi tu questo pittore maggiore, dichiaramelo un poco meglio, di grazia?

policinella.

Dico pedetore e non petore, e faccio pedeta e depegno quarche vota a guazzo la cammisa e li cauzune quanno magno cose liquide.

volpone.

E io ho sempre inteso pittore, e non pettore che tira de' petti o delle coreggie! Ors a noi, sono questi i limoni, in questo bel canestro?

policinella.

Messere madamma s, vide como le porto belle copierte, con chisto tafet de seta.

volpone.

Ti ricordi la lezione, che io ti ho dato dell'ingano ch'abbiamo a fare?

policinella.

S s, me l'alecordo, ma tornamme a defrescare la mamoria.

volpone.

L'hai ben tu riscaldata a quel spagnolo con darli una vescica sul capo, che si ricorder di te!

policinella.

Perch ha ditto niente lo spagnuolo?

volpone.

S'io dico a costui che quello lo cerca per farli dispiacere, non sar cosa a proposito.

policinella.

Ei l, con chi parle tu? co' lo spagnuolo contra di me?

volpone.

Dov' il spagnolo, ch io voglia parlar seco? O sei balordo, sta' allegramente, non dubitare. Dunque, dirai di chiamarti, come ti ho detto, Antuono Cipolla, e che sei un servo novamente...

policinella.

Stampato con grazia e provilegio e lecienzia de' supreriure.

volpone.

E no, novamente venuto a stare con la signora Cassandra, e che manda alla signora Lucilla cotesti limoni, e quel che segue.

policinella.

Ora buono, vi che tozzola e la chiama fora?

volpone.

S di grazia, e con diligenza.

policinella.

O della casa? Si nce site, responiteme, e se non ce site, no sia nesciuno che parla. Che te ne pare de sta delegenzia?

volpone.

Tu faresti disperare la pazienza, perch queste son diligenze salvatiche. Batti alla libera.

policinella.

E ch' canto de zorfa , che buoi che batta a lo libro? O de la casa, volite responnere, s o no?

SCENA DECIMASESTA

scaltrino con sudetti

scaltrino.

Chi stato quel beccaccio, che cos dispietatamente ha battuto questa porta?

policinella.

So' stato io. No me fare lo bello umore, ca te sesco.

scaltrino.

Che cosa vuoi? Si fatta la elemosina.

policinella.

Non saccio, adomannalo a chisto, che me sta dereto, che boglio.

volpone.

Ah razza di porco! Bisogna che mi ritiri.

policinella.

Ah razza de puorco! Besogna che me retira.

scaltrino.

Frmati, dove vai? Razza di porco se' tu.

policinella.

Quanno lo cantarielo e quanno 'n terra. Perch la domanne, si' miedeco tu, che buoi sapere dove vao?

scaltrino.

Son il cncaro che ti mangia!

policinella.

A lo naso te canosco ca te piaceno li mellune.

volpone.

Di' che chiami la sua padrona.

scaltrino.

O il cielo me dia pazienza con costui.

policinella.

Chiamma la patrona toia, ca le voglio parlare.

SCENA DECIMASETTIMA

lucilla con sudetti

lucilla.

O l Scaltrino?

scaltrino.

Signora.

lucilla.

Entra in casa, chi ha battuto?

scaltrino.

Vengo signora. Aspetta galant'uomo.

policinella.

Tu si' lo primo che me l'hai dito. Aspetto, no me partaraggio.

volpone.

O che possi perder l'appetito, non me nominare. Stai fuora di te, che accenavi a colui che io ti stavo da dietro? E se lei viene, parlali dolcemente.

policinella.

Besognera che avesse no poco de zucaro nmocca, haine niente pre vita toia?

volpone.

Voglio dire con soavi e mellate parole.

policinella.

A f, ca me piacceno le mela, cotte co lo zuccaro.

lucilla.

Chi ha battuto questa porta?

policinella.

Io, signora, perdonateme, ca no l'aggio battuta, n datole per male, perch le voglio bene, ma solamente pe parlare alla signora Lucilla. Site vui, la signora vostra vo' sora?

lucilla.

Che vorreste dir per questo?

policinella.

Signora s ca voglio dicere chi de ciento millia cicere.

lucilla.

Son io Lucilla. Che dimandi? chi sei?

policinella.

Sei e sei, ha dudece. Vorpone lo fa meglio de me. Dov' iuto?

lucilla.

Chi Volpone?

volpone.

Di' che hai nome Antuono Cipolla, no me nominare.

policinella.

Me chiamo Antuono Cepolla, no me nomenare.

lucilla.

Se io non so il tuo nome, come ti voglio nominare?

volpone.

Di' che ti perdoni, che hai fallato.

policinella.

Vostra signora me perdona, ca so' falluto. La signora Cassandra vostra zia, e patrona mia, che sta malata a l'uorto, ve manna a donare chiste dudece lemmune, che ve le magniate tutte sta mattina pe l'amore suio.

lucilla.

Starei brusca e gelata per molti giorni! O sono pur belli, o che bei fiori, e dove sono stati colti?

policinella.

A la chiazza.

volpone.

Ah mastino, di' che tu li hai colti all'orto di lei.

lucilla.

Come, in piazza?

policinella.

O mannaggia lo brutto papao, ca me so' scordato! Io co le mane mei l'aggio cogliute a lo giardino suio. Uh, che mala mamoria che aggio! Che me vengano ciento milia pulece ncoppa a li tallune!

volpone.

Ben, sta' sopra di te.

lucilla.

Ed ella come sta? vi continua cos spesso il medico?

policinella.

Pe quanto dice lo miedeco, no sapera che dicere a vostra signora.

lucilla.

Mi par molto scemo costui, non mi risponde al proposito.

SCENA DECIMAOTTAVA

alberto con sudetti

alberto.

Non occorre che quel spagnuolo voglia pi farmi il gherro, n il bislacco adosso, ch dove io mancar suppliranno gli amici.

Lucilla, che fai tu qui, fuora di casa?

lucilla.

Sono venuta in strada, perch costui mi ha recato quello bel canestro de limoni da parte della signora zia.

alberto.

Come sta mia sorella della sua infermit?

policinella.

N male, n bene, sta male e sta bene.

lucilla.

Non occorre perdere il cervello con costui, che di dieci parole ne risponde vinti al contrario. Ragioniamo di ci che succeduto: sia lodato il Cielo, che non siete stato offeso da coloro.

alberto.

Il signor Fulgenzio, in vero, che si portato da gentil'uomo; ma quel napolitanello, quel napolitanello me la pagher! Darmi egli da dietro una piatonata!

policinella.

E io pe l'amore vuostro aggio schiaffata chella vessicata 'n capo allo spagnuolo; come ha da ire sta cosa? Se saraggio acciso, no me ne mpaccio e non ne saccio niente.

volpone.

Ohim, adesso s che butta a terra ogni cosa. Ah infame!

alberto.

Come per l'amor mio? dove me hai tu conosciuto?

policinella.

E no volite che me fosse stato ditto da la giente, ca iereve fratiello de la sionora Cassandra, patrona mia?

volpone.

A f, che l'ha comodata bene, il porco!

alberto.

Tu sei un gran galant'uomo, e te sono obligato per questo.

policinella.

Deciteme, signore, bravo assai chilo spagnolo?

alberto.

Caro quel'uomo! Come hai tu nome?

policinella.

Antuono Cepolla, pe servire a vostra signora.

alberto.

H, h, h, non era pi da ridere se ti chiamasti Gabano Scalogna! Caro il mio Antuono, io no credo a colui, se non per bravo di menzogne. vero che la potenza ha per fondamento la virt, io non so che virt egli si abbia; e la virt sta nell'erbe, nelle pietre e nelle parole, dunque che per esser virtuoso e bravo in credenza, la deve fondare sopra delle sue iperboliche parole, che n'ha pieno il mondo.

lucilla.

Signor padre mio, di grazia, statevene ritirato in casa e non andate cos solo in volta, per non dare in qualche cattivo incontro.

policinella.

Signora, perdonateme, se io no saccio fare bona la masciata, perch non aggio mai liuto nullo livro, autro che chillo che sta frisco Antuono co la massaria, le ciaule no me fanno semenare, li sturne so' li primme a benegnare.

volpone.

Se io non mi caccio inanzi, costui potrebbe disfare tutto l'ordimento.

Servitore, signor Alberto. O, messer Antuono Cepolla, che fate qui?

policinella.

E tu no lo sai? Bello spreposeto.

volpone.

Taci, non mi rispondere, becco becaccio.

alberto.

Son tuo, Volpone. Conosci costui?

volpone.

Signor s. E ben, come la passi in casa della signora Cassandra, dove ti accomod quel barbiere nostro amico?

policinella.

H, h, h, ahim, che gusto me ne piglio, o che bello nbruoglio chisto, me ne schiato de risa!

volpone.

Taci, non ridere, viso di Pasquino.

policinella.

E che buoi, che chiagnia? Me piglia gusto de la furbara.

alberto.

Volpone, io voglio che tu venghi a cena meco con costui, perch ti aver da parlare di ci che tu sai. Entriamo Lucilla.

lucilla.

Andiamo signore.

alberto.

Entrate fra poco voi altri, ch io vi attender in camera.

volpone.

Veneremo, signore.

policinella.

No mancaraggio de venire. Metto sti limone dintro de la casa. Nge l'aggio puoste.

volpone.

Non rifiuteremo la sua magnanima gentilezza. Ors, loro sono in casa, appresso vi andaremo noi.

policinella.

Ah ah, che te ne pare Vorpone? no so' valent'ommo io?

volpone.

Valent'uomo per fortuna. Entriamo pur a cena, e parla poco per far molto profitto.

policinella.

O bene mio, a cena? Bello smorsire che boglio fare a doi ganghe, lassame allargare la correia, e spontareme nante a la panza.

volpone.

Ors, allegramente, poche parole e buon reggimento. Andiamo.

policinella.

Iamo iamo, bene mio. Allegrate, cuorpo mio, allargateve stentine, po' che lo core, lo fecato e li permune tutte faranno banchetto, feste e allegrezze all'onore de Bacco. Becco no m'entienne.

volpone.

Ah goloso, goloso, entriamo, che possi scoppiare.

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

alberto e volpone

( Comincia la sera)

alberto.

Ecco che la notte, madre di pensieri. gi comincia a discacciare il giorno; e se non fosse che abbiamo a fare ci che in casa mi hai detto, circa di Clarice, io ti farei rimanere a dormir qui da me con quell'altro Antuono Cepolla.

volpone.

Non occorre signor, ve ringrazio, tanto pi che bisogna batter il ferro quando caldo, e pi spesso ancora quando ben infocato. Ora stiamo sul meglio, non bisogna abbandonar l'impresa; s che lodarei che vi doveste tratenere in casa di qualche speciale vostro amico, acci vi desse qualche confortativo, perch debbiate stare bene all'ordine per l'assalto amoroso, e doppo ritrovarvi pronto all'ora determinata in questo proprio loco. E non andate troppo in volta, cos di notte, per pi rispetti.

alberto.

Tu hai ragione, andar prima a far sapere a Lucilla che se questa notte mancasse di venir a casa, non abbia di me sospetto. Vado perci fare e non star qui a contendere col buio e l'umido della notte, essendo malagevol cosa per noi vecchi.

(Notte)

volpone.

Andate in buon'ora, poich n' sopragiunta.

(Volpone solo)

So che il buon Policinella attende tuttavia ad empirsi il ventre e a menar le mascelle pi che un molino a vento. Non so come egli si faccia a poter bere e mangiare tanto! Vorr chiamar il signor Fulgenzio. O l, o di casa!

SCENA SECONDA

fulgenzio e volpone

fulgenzio.

Chi l, chi chiama?

volpone.

Corpo del bordello, ne anco un gatto che sta in sentinella del topo! Bona guardia, signor Fulgenzio, bona guardia.

fulgenzio.

E ben, a che termine siamo?

volpone.

In bonissimo. Sappiate che Policinella, bench abbia del balordo, col mio aiuto si portato assai bene, ed stato accettato per il servo della signora Cassandra, e di gi entrato dalla signora Lucilla giunto con il signor Alberto, e gli ho dato i limoni, s che lo sto attendendo per esequir il rimanente di ci che vi dissi. Non altro mi impedisse, solo che il padre di lei, che se ne andato in casa; ma ho ben io ancora ritrovato l'antidoto per farlo sortir fuora.

fulgenzio.

Dunque star con molta speranza attendendo cos felice vittoria, mediante l'acuto ingegno del mio caro Volpone.

volpone.

S bene, ma fermatevi, ch sento gente. Ritirianci in questo loco.

fulgenzio.

Non alterar la voce.

SCENA TERZA

scaramuzza con sudetti

scaramuzza.

Io me era resoluto de me nascondere dintro de no furno pe la paura de Arberto, che no me faccia accidere; ma perch non c'era pane, non l'aggio voluto fare, e so' stato conzigliato a vestirme a coss da femena come sto, pe non essere conosciuto nen da isso, nen da li brave suoie. Ora che me schiaffa tutte chille nase a pezzulo po' che me ne voglio sbignare a la vota d'Averza e po' a Napole.

fulgenzio.

Chi l?

scaramuzza.

Amice! Ohim, mo so' acciso e non ce veo!

volpone.

Chi sei? O l, rispondi?

scaramuzza.

Una infelice gentildonna romana, fuggita dal marito per debiti.

fulgenzio.

Da quando in qua si usa fuggire dal marito per debiti?

scaramuzza.

L'abbiamo posta noi cotesta bella usanza.

volpone.

Certo, che debbe esser qualche gentildonna di gran merito, che, per il molto gridare che aver fatto con il marito, rimasta con la voce roca.

scaramuzza.

Vi' per certissimo certo.

fulgenzio.

Bona notte , signora mia.

scaramuzza.

Bona nottissima e bonanissimo, signore.

volpone.

Signore, io vi ho fatto un poco di disegno sora di costei, lasciate che io li dia in vostra casa la bona notte, che domattina poi gli darete il buon giorno.

fulgenzio.

Fa' pur ci che tu vuoi, ch io altro non bramo che Lucilla.

scaramuzza.

Di grazia, signori, non molestate la mia pudicizia.

volpone.

Signora mia, noi non siamo qui per oltraggiarla, e se si vole ella degnare di entrare qui in questa casa, la far riposare con mia sorella questa notte.

scaramuzza.

Ahim, poverina me, non mi maucciate, non mi toccate, non mi provocate a la libidine.

volpone.

O puofar me! Signor Fulgenzio fermatevi, ch vi ho da parlar in secreto.

fulgenzio.

Sovra di che?

volpone.

Di questa, che dice d'esser gentil donna ed uomo.

fulgenzio.

Mi burli, parla piano.

volpone.

verissimo, tacete.

fulgenzio.

Vorr accertarmene. pi che vero ! Corri in casa e ritorna con due bastoni, che io lo trattenir di parole.

volpone.

Vado.

scaramuzza.

Ors, perdonatimi signori, perch ho da andare in casa di una mia parente. Bona notte.

fulgenzio.

Fermatevi, di grazia, un poco, non siate cos frettolosa.

scaramuzza.

Lasciatemi il braccio! Ohim, che troppo me stringete.

SCENA QUARTA

volpone con sudetti

volpone.

Prendete, signor Fulgenzio. Regalate cos graziosa dama.

fulgenzio.

Mostra. To', to', to'. Godetevi questo regalo da mia parte.

volpone.

E da la mia quest'altro. Ah furbonaccio, to', to', to'.

scaramuzza.

O Cielo aiutame! Lassame sarvare a chesta casa vecchia.

fulgenzio.

Volpone, ti aspetter in casa. Fa' polito il tutto.

volpone.

Andate, signore.

SCENA QUINTA

alberto e volpone

alberto.

Non posso discacciare quel Antuono Cipolla de la cucina. Non si vede mai satollo n di bere, n di mangiare! Non so che avr fatto Volpone.

volpone.

Chi l?

alberto.

Amici. Se' tu, Volpone? che fai?

volpone.

Quello son io, che mi affatico per voi, signore.

alberto.

Fratello, io son degno di biasmo, perch facevo diversi pensieri di te. Che vi di novo?

volpone.

Ci che io vi dir, ma con fretta. Datimi la vostra sopravesta lunga, la baretta, ed entrate or ora nella cantina del capitan Matamoros, ch la porta star aperta. Fermatevi, che io la tocchi, vero, aspettate ne la cantina Clarice, che vi verr a trovare (sendo il fratello fuora di casa, al gioco). Fate i fatti vostri e doppo ritornatevene a casa, che bon pro vi faccia. A rivedersi damattina.

alberto.

E perch vuol ella che io vi vadi cos senza baretta e senza vesta?

volpone.

Acci non siate conosciuto per Alberto. Prendete il mio mantello e il mio capelletto, amorzate quel lume e andate presto, ch ella verr a trovarvi tosto.

alberto.

L'ho smorzato, mostra qui il tuo mantello. Vado, bona notte.

volpone.

In buona ora! E io cos travestito, me ne ander in vece di Fulgenzio a godermi di Clarice, dandoli a credere, senza lume, che io sia quello.

SCENA SESTA

matamoros con dui bravi, e volpone

matamoros.

Te he dicho que ascondes aquella lumbre, pues, que quiero estar toda la noche y toda la manaa delante de la puerta de Alberto, solo por dalle veinte y cinque espaldarazos. Esten ascondidos ellos de trs de a quel rincon.

volpone.

O pu far me, che gente questa?

matamoros.

Alumbra a c, este es por vida mia! Dele don Sancho, sierra don Pedro! Toma Alberto vellaco, hijo de puta! Aprende a saber bien trattar con cavalleros!

volpone.

Ahim, che son morto da ladri. Non son Alberto, no.

matamoros.

Vamonos cavalleros, que Alberto se ha ido a buscar Acheronte, para passarse al reyno de Plutn; ya que es muerto.

SCENA SETTIMA

squarcia con scaramuzza da la casa vta

squarcialeone.

Ritornami tosto cotesta mia spada! Non mi conosci, putanaccia della guerra, che sono il maggior fratello di Marte? Non sarai sicuro in braccio del famoso Alcide!

scaramuzza.

O mama mia bella! Ohim, loco! 'N terra la spata toia, sarva, sarva, a sta casa de lo spagnuolo!

squarcialeone.

Non ti potrebbe difender Polifemo con suoi Ciclopi, n tutti i superbi giganti fulminati da Giove, se lor vivessero. Ove ne sei tu gito? Questo mi pare il supremo e chiarissimo splendore della mia famosa, forte, sbudellatrice, squarcia, trincia, scanna e uccide spada. Non mi sono ingannato. Sei venuta da tua posta a ritrovarmi? non ti eri gi ribellata dal tuo signore? Rispondi se puoi. Certo che se colui che in cambio di Clarice mia, che io attendevo (non so come nelle braccia mi capit) da me non fuggiva, gi l'avrei converso in minuta sabia, per por su le mie lettere, che scriver soglio, a diversi potentati del mondo.

E come possibile, che in vece di quella, che io adoro, quinci sia venuto non so chi sia stato, che io credendola donna la ritrovai un uomo, con mio grandissimo pericolo e dell'onore.

SCENA OTTAVA

alberto, scaramuzza e squarcia, di casa del matamoros

alberto.

Signora Clarice mia cara, gi che vi siete degnata di venirmi a ritrovare, almeno rispondetemi una sola parola, dicendomi che volentieri accettato avete, in segno di matrimonio, il mio anello. Non volete concedermi cos degna mercede? Ors pazienza, ragioneremo in casa mia.

squarcialeone.

Che quel che io odo? S'io non m'inganno, ho udito non so chi parlare con la mia donna. Che s che forse stata impedita e da altri goduta.

scaramuzza.

Io gi mai sar per consentire alle vostre libidinose voglie.

squarcialeone.

E io potr tenermi che vinto e superato dallo sdegno e dal furore, che con questa mia fulminante spada non dispolpi e snervi costui? e ponghi in rivolta e in bisbiglio la monarchia d'amore e del mondo tutto?

alberto.

Andiamo a casa mia, dove far potremo pi agiatamente ci che li amanti bramano. Signora Clarice mia, anima mia.

squarcialeone.

O corpo del regno di Cocito , lasciami, becconaccio, cotesta donna, che mia!

alberto.

Ohim la lascio, non mi uccidete.

scaramuzza.

Tallune aiutateme, ca me sarvo c, dinto sta casa de Fulgenzio.

squarcialeone.

Ben ti gionger, ancor che avessi di aquila le ali.

SCENA NONA

volpone solo

volpone.

Non stato poco, che l'ho cavata netta a non esser stato sbudellato da coloro che m'han tolto in cambio del signor Alberto, ma la colpa che io avevo del cattivo mio pensiero di andare dalla signora Clarice, ha cagionato ci che veramente me ho meritato. Ors, il dolore e la paura me hanno fatto passar l'amore! Per non deggio maravigliarmi di questo, poich tutti i miei antecessori, chi stato in berlina, chi in galera, chi frustato, e chi appicacato, e perci di raggione debbo assomigliarmeli, poich era il dovere che io fusse stato almeno bastonato, bench questa non sia stata la prima volta.

SCENA DECIMA

policinella e volpone

policinella.

M'aggio pigliato sta lanterna ch'aggio buono trincato, e non ce avera veduto iremenne a la casa. O come stato buono chillo vino verdisco da Verza, chella lagrema de Somma e chello gricco cagniatillo. Me sento l'uochie npeccecate, npaglioccate, scazzate pe lo suonno.

volpone.

Questi Policinella. Voglio stare ad udire ci che si ciarla da sua posta.

policinella.

O quanta stelle, che stanno 'n cielo! E dove la luna? A, a, l'aggio intesa: se ne sar iuta a corcare co lo sole e se gaudeno amorosamente. O che me potesse pigliare una de chelle stelle pe me la metere a sto capiello. Quanta pon essere: una, doie, tre, quatro, cinco, sei, sette, otto, nove, quantane, quantane, non le pozzo contare! Se ne porra anchire no saco.

volpone.

O che ignorantaccio, conta le stelle! Policinella, ferma l.

policinella.

Ohim. Iatevenne signure mariuolo, ca n'aggio n donare n feraiuolo!

volpone.

Taci, non gridare, non mi conosci che io son Volpone? Hai ben bevuto, che un uomo ti pare un squadrone.

policinella.

Aggio vippeto buono e ngorsuto meglio. Bona sera, si' sulo?

volpone.

Solo son io, non mi vedi, e hai il lume in mano? Sai se 'l signore Alberto ritornato in casa?

policinella.

Ascette e mai tornao chi.

volpone.

Ors, dunque presto a noi, ch non tempo di perdere. Ti ricordi la lezione?

policinella.

No, quale lezione?

volpone.

Del servizio del tuo padrone con la signora Lucilla.

policinella.

Ah s s s, me era scordato, me l'allecordo mo.

volpone.

Diamo principio all'opera, batti la porta in fretta, chiamala e fa' del naturale.

policinella.

Cio, ca la zia sta malata de morte, e b fare testamiento, e ba descorrenno.

volpone.

Bene, bene, o se si vedesse fuora, hai una gran buona memoria. Batti, che io finger di sopragiunger appresso.

policinella.

Dice buono, retrate l bascio.

Eil, eil, o de la casa!

SCENA UNDECIMA

lucilla con sudetti, da dentro e poi fuora

lucilla.

Io odo battere, forse mio padre, e voi altri dormite. Che dimandi, che vi?

policinella.

So' io, signora, non me vedite, si stongo c fora e aggio la lanterna?

lucilla.

O se' tu, messer Antuono?

policinella.

Signora s.

lucilla.

Che battere in fretta, non hai creanza.

policinella.

Signora no, pe servire a vostra signora vengo a chiamareve correnno da parte de vuestro patre, e de la signora Cassandra vostra zia, ca sta pe morire. E dice isso che se ve nce troverite a tiempo a lo testamiento, ve lasser tutte le robbe soie, e non ve nce trovanno, le lasser a chill'autro nepote suio.

lucilla.

Dunque lei morir.

policinella.

Signora s, se n' morta. Iammo priesto, lassate ogni cosa, ca vuestro patre v'aspetta.

lucilla.

O povera mia zia, poverina!

policinella.

! ! acute; ! !

volpone.

Che ti importa il piangere a te?

policinella.

Faccio a coss pe zerimonie ciciliane.

lucilla.

E chi mi accompagner da lei?

volpone.

Di' che la compagnerai tu.

policinella.

No ce lo boglio dicere chesto, ca no me l'ha imparato a la lezione.

volpone.

Chi l, fermati qui, chi sei?

policinella.

E tu no lo sai? Bello bestiale.

volpone.

Messer Antuono, buona notte. O signora Lucilla, servitore a vostra signora. Ohim, a che pi tardare? E come non siete andata da vostra zia, che vostro padre vi aspetta? Avertite, che se non affrettate il piede, la potreste trovar morta. Andiamo, andiamo signora, ch vi accompagnaremo noi.

lucilla.

Voglio prima raccomandar la casa al ragazzo o alla balia che sta inferma.

volpone.

Non occorre, ch io subito ritornar qui a volo e far che n'abbino cura.

lucilla.

Lasciatemi almeno che mi toglia il manto.

volpone.

Non, perch non tempo di manto, n da perdere.

policinella.

E priesto signora, ca ve priesto lo capiello mio, che non ve faccia danno la serena.

lucilla.

Andiamo, tien pur dritto quel lume.

policinella.

Lo tengo. O pota de lo carnevale, mananagia la carne salata, se n' caduta la canelella da la lanterna!

volpone.

O che ti possano cader le mani! Fatevi in qua signora, da quest'altra parte.

policinella.

E a te l'uocchie! No me l'hai nparato tu?

volpone.

Taci, in ogni parola sei risposte! Che ti sia tagliata la lingua!

policinella.

E a te lo cuollo, piezzo de cata piezzo.

lucilla.

Voi altri contrastate e mi avete allontanata di casa. Cercate per terra, ch la ritrovarete.

volpone.

Venite pi in qua, signora, eccola a f. Io vado girando costei acci perda il dritto sentiero di sua casa.

lucilla.

Ritorniamo a casa, ch la faremo accendere dal ragazzo. Ne siamo lontani?

volpone.

Signora s, siamo pi appresso qui dove io abito, ch la faremo accendere da mia sorella.

policinella.

lo vero, dice buono Vorpone, bravo mbroglione che .

lucilla.

Fate pur tosto, di grazia.

volpone.

Ora, signora. O l di casa! Madonna Pasquetta! Vostro fratello qui, accendetemi questa candela. Entrate signora, ch starete fra tanto pi comoda qui dentro, che fuora.

lucilla.

vero, entro. Affrettate vostra sorella.

policinella.

La soreca, encappata a lo mastrillo. Io, a dicere lo vero, me ne vorra tornare a la casa de la signora Lucilla a magniarme lo riesto de cierte macarune, che aggio lassato, e me ne vorra ire a bevere chello grieco. Ma che remmore chisto, che sento dintro la casa nostra? che sar sta cosa?

SCENA DUODECIMA

fulgenzio, lucilla, volpone, e policinella

fulgenzio.

Fermatevi, signora Lucilla! Anima mia, dove volete andare senza lume, essendo voi molto lontano di casa vostra?

lucilla.

Lasciatemi! Che vilipendio questo? che insulto, che agravio volete fare al mio onore? O infelice e sventurata Lucilla, o vergogna e gran disonore di casa mia! O povero, afflitto e sconsolato mio padre, o ingrati e traditori servi! O iniquo discortese e villano Fulgenzio! E che inganevoli e intricati lacci, cos crudelmente teso mi avete per ingannare una povera innocente donna? Ahi, che prima che il mio genitor lo sappia, e i miei parenti, vorr con le mie proprie mani darmi la morte.

fulgenzio.

Non vi disperate, signora. Policinella, entra e fa' che sia posto un lume fuora di quella fenestra. E tu Volpone, va' in casa.

policinella.

De grazia, mo vao.

volpone.

E io me n'entro. Cercate di ridurla al vostro intento col meglio modo che potrete.

lucilla.

Ah traditori, a me questo!

fulgenzio.

Non pi, signora Lucilla mia, non vi affligete tanto, ch con poca ragione or contro di me vi dolete.

lucilla.

Perch, non ho ragione? come, a torto di voi mi doglio? e di chi volete che mi debba dolere di cos gran tradimento, se voi siete pi che tigre ircana crudele; pi che feroce leone inumano; e che furia d'Averno rigido e dispietato? Lasciatimi il braccio dico, e perch prima non darmi col vostro acuto ferro la morte, che cos sozza macchia al onor mio? Ahim, datemi le vostre armi, lasciatemi dar la morte.

fulgenzio.

Vi lascio. Fermatevi, piano, piano signora, ch pi disonor vi fate ad alterar tanto la voce su la publica strada. Statemi un poco, per cortesia, ad udire. Non vi lasciate cos crudelmente dominare dallo sdegno e dalla poca ragione che contro di me avete. Che indicevol cosa, che oltraggio e che macchia avete da me ricevuta, che cos ingiustamente con chi pi che s stesso vi ama, vi adirate e dolete?

SCENA DECIMATERZA

policinella dalla finestra, con sudetti

policinella.

Vecco la luce, se non ce vedite parlare. Me ne traso ch'aggio da fare, bona notte pagliariccio.

fulgenzio.

vero signora Lucilla, non lo niego, che io ho il tutto fatto ordire per trarvi al mio amoroso desiderio, e pi per servirvi ed amarvi come mia cara sposa, che per altro, come vera posseditrice del mio core, s che con molta mia ragione non potete di me dolervi, gi che non sono per altro volere, se non quello che voi bramate. Io, signora mia, non vi ho mai oltraggiato, n sono per violare il vostro onore, e ora mi protesto davanti alla ragione e al tribunal di amore, che come de la vostra, de la mia volont sarete sempre vera posseditrice; n altro far mai se non ci che da voi, signora, mi sar posto, poich il mio giusto volere solo dall'onorato vostro dipende. E se in vostro piacimento che, per discolpa del mio soverchio ardire, cagionatore del molto dispiacere che ricevuto ne avete, me dia con le mie proprie mani la morte, senza altro dubio, signora, sar prontissimo in obedirvi. Per vi ricordi e vi sovvenghi, o mia bella e crudelissima guerriera, che di ci solo n' stata la verace cagione la vostra incomparabile bellezza, colma di infinit crudelt, che mirandola e contemplandola rimasi (senza il vostro soccorso) privo della mia libert, per non volere ella darmi un minimo conforto, n una sola ombra di speranza. S che vedendomi cos privo di contento, il potentissimo amore, per non farmi sommergere all'ampio mare della disperazione, fe' per mia salute che il mio caro Volpone si adoperasse in questo amoroso inganno.

lucilla.

Oh Volpone forfante e vero ribaldone, tu me la pagherai!

SCENA DECIMAQUARTA

volpone da la fenestra, con sudetti

volpone.

A la f, che io son galant'uomo, n vi pagherei un quattrino.

(Volpone si ritira da la fenestra)

fulgenzio.

E ancora li ha dato aiuto il mio servo Policinella, che mutandosi il nome si fe' chiamare Antuono Cipolla.

lucilla.

Ah s? s? Questo ancora? Questo Antuono Cipolla, questo Policinella infame mi ha ingannata!

SCENA DECIMAQUINTA

policinella da la fenestra, con sudetti

policinella.

De chesto io ve do ragione, ca sempre songo infamme e 'n appetito e mo me ne vao a far collazione.

(Rimangano gli amanti)

lucilla.

Ho detto soverchio, non mi date pi noia, di grazia, poich il vostro dir mi offende.

fulgenzio.

Dove andate signora?

lucilla.

Dove a me piacer, non ho da renderne conto a voi.

fulgenzio.

Uditemi, cara la mia signora Lucilla.

lucilla.

Vi ho soverchio udito, signor Fulgenzio, che volete da me?

fulgenzio.

Ditemi dove volete andar a quest'ora.

lucilla.

A casa mia a ritrovar mio padre. O misera me, almen sapessi che strada mi pigliare, e che oscura notte questa! Prestatemi quel lume.

fulgenzio.

Far ci che vi aggrada, per a casa da vostro padre ve ci condurr io, come mia cara sposa, e al suo debito tempo. Non mi lasciate, vi prego, cos fuori di speranza. Non siate cagione, o bel idolo del mio core, che per voi disperato mora un fidelissimo vostro amante, che pi che s stesso vi ama e onora.

lucilla.

Voi mi amate e onorate? Questo un grande onore che fatto mi avete! Io vi ho per capitalissimo inimico.

fulgenzio.

Inimico. Ohim, che dite signora, se tanto fedel servo vi sono e amo somamente la vostra modestia e singolar bellezza, cos del corpo come quella dell'animo, ben che me vi dimostrate crudele e bramosa de la morte mia.

lucilla.

Bellezza in me non , e se pure per mia disaventura ve ne fusse qualche minima parte, vi esorto a disamarla, ch non amarete cosa durabile, ch con il tempo ella venuta e cos far partenza.

fulgenzio.

Ahim, ch quella sola mi mantiene in vita.

lucilla.

Voi vi appoggiate in un debile sostegno, poich in un batter di palpebre ella apparisce e fugge. E se breve pioggia di adversa fortuna la bagna, o un picciol vento la rimove, in un tratto dalla dispietata mano della inesorabil morte colta e presa. N tanto allegrezza areca seco la sua venuta, quanto dolore apporta la partenza, s che io non trovo tanta ragione sopra di ci in voi che la debbiate cotanto apprezzare, e pi, che in goderla non vi altro che il breve diletto del senso. Dunque, signor Fulgenzio, assai pi lodabile cercare di amare cosa eterna, che manchevole e fuggitiva.

fulgenzio.

Ritrovtene pur iscuse, signora, e paradossi quanti volete, ch io son disposto di non amare altra cosa che la vostra somma belt, vero e risplendente sole delli occhi miei.

lucilla.

Avete un fosco velo che vi ingombra gli occhi, che non vi fa discernere il vero dal falso.

fulgenzio.

Il vero, io lo discerno, e perci mai per colpo di sinistra fortuna lascier di amarvi, e se la vostra bellezza sar fuggitiva, cercar di seguirla sin che potr. Anzi, che affermando le vostre ragioni, dico che non debbiate escludermi dalla vostra grazia. E che valerebbe un pomposo e superbo edificio, se non fosse mai lasciato vedere n toccare? Che gioverebbe un ricco tesoro, ascoso senza speranza di esser mai goduto? E quando, quando spalancar vorrete, signora, le inchiodate porte della vostra grazia? quando forsi l'aria del bel viso sar cangiata in color di morte? quando l'oro de' vostri biondi capelli sar convertito in argento? e che le tenere guancie e la serena fronte saranno dalle squalide crespe offese e da noiose nubi gli occhi ingombrati? Ma ch spendo pi tempo con le parole in vano, sapendo che ben sapete che tempo verr che in mirarvi nel lucidissimo specchio a pena riconoscerete voi stessa. Dunque, signora, vi prego a non essermi crudele, ch indubitatamente io prometto di far che il padre vostro non rimanga de aderire alle vostre giuste e onorate voglie, poich sarete la mia cara sposa, il mio bene, la mia vita e la mia padrona.

lucilla.

Voi, signore, in vece di dispormi alla vostra volont con raccordarmi gli avenenti miei guai, mi persuadete al mio volere, del che per giusta ragione doverci lasciar di amarvi; ma perch detto mi avete di voler esser mio fido sposo, sono sforzata a cangiar voglia. E perch, ritornando a questa ora da mio padre e non credendomi il succeduto inganno, me ne potrebbe sortire peggio di questo, e ritrovandomi fra l'incudine e 'l martello, fra Scilla e Cariddi, e da diversi pensieri assalita, a mio mal grado bisogna condescender alle vostre voglie.

fulgenzio.

O me felice, con queste cos cortese parole, ora da morte in vita, signora, ritornato mi avete. Benedico dunque quel felice giorno, quell'ora e quel punto, che tanta soprema belt mirai.

SCENA DECIMASESTA

volpone, policinella, e sudetti

volpone.

La pace dei colombi sia con voi, signori.

policinella.

E se no chella de le vespe. Trasite a la casa. Che bolite stare tutta sta notte fora come a sportegliune?

lucilla.

Ecco qui l'inganno, con il tradimento accompagnato. E ben, vi par cosa convenevole di avermi usato cos gran tradimento?

policinella.

Signora s, perch Vorpone me l'ha nparato e 'ha sbiato con ciente milia promessiune e mai m'ha dato niente.

volpone.

verissimo, la colpa non stata mia, signora perdonatemi, ma solo il vedere che se il signor Fulgenzio non vi avesse ottenuta in moglie, si avrebbe per disperazione dato la morte. E per vietar l'inconveniente mi risolsi di ci fare, e quando ben considerarete sopra questo, che vi pare ora male, lo giudicarete per cosa ragionevole e buona. E qual gentiluomo si potr aguagliare alli incomparabili meriti suoi, che tanto vi ama e vi sar consorte, e qui in nostra presenza ve ne dar la fede? E il signor vostro padre, sapendo de l'inganno, vi aver per iscusata e si contenter del tutto. Dateli dunque, signora, con allegro core la vostra mano in segno di matrimonio, non lo fate pi penare, di grazia, poich degno di essere amato.

policinella.

S signora mia, bene mio, se no lo bolite facere pe fare piacere a isso, facitelo pe l'amore mio, ca sempre ve saraggio fedele en votare lo spito e a provare la menestra.

lucilla.

Siete ambo degni di severissimo gastigo.

volpone.

vero, non lo niego, lo confesso, perdonatemi signora.

policinella.

E io pure me ne confesseraggio co l'amice.

fulgenzio.

Signora, non so pi che dirvi, solo che in vostro potere sta la mia salute.

lucilla.

Ors dunque, giovandomi certo di credere ci, che con tanta passione di animo detto mi avete, e acci che un perfetto amore debba esser giustamente ricompensato, ecco che son disposta di amarvi e accettarvi per mio carissimo sposo; dichiarandomi, per, che non contentandosi di ci mio padre, debba esser annullata ogni promessa, e contentandosene mi obligo di dar fine al vostro dolore, n vi debba passare fra tanto tra di noi pregiudizio alcuno circa al mio onore.

policinella.

O bona, o bona figliola, bona figliola a f.

volpone.

Degna risposta di cos prudente signora.

fulgenzio.

Prontissimo sar sempre in obedire, signora, i suoi comandi, e son di tal sorte rimasto fuora di me stesso per la infinita allegrezza della vostra innata bont e cortesia, che non posso quasi formar parola, per poterli rendere quelle infinite grazie, che io deverei. Per andiamo, anima mia, in casa, dove che diviseremo uniti ci che far dobbiamo con il padre vostro, e concedetemi in grazia che io vi tocchi quella bianca mano da me tanto amata.

lucilla.

Eccola, signore.

fulgenzio.

Ohim felice, o me lieto e contento pi d'ogn'altro amante, andiamo.

lucilla.

Vengo, signore.

policinella.

Bon prode ve faccia, sia nomme di figlie mascole.

volpone.

Andate pure, che amor vi accompagni.

policinella.

No aude tu, scanna puorco? Leva la luce da la finestra. O bene mio, e che belle banchetto che se avaranno a fare a la casa nostra!

volpone.

Gran fretta hai tu di far tr via quel lume, sempre parli di mangiare.

policinella.

Fa' chiano, che non te cada a bascio 'sa canela.

volpone.

Non vedi che se' fatto idolatro della tua gola?

policinella.

La funa che te npenna, latro si' tu! Te pienze ca no t'aggio pescato ca voi dicere ca son mariulo? So' omo da bene, adomanamello a me.

volpone.

Il Cielo me dia pazienza con costui! Sei omo da bene, Policinella?

policinella.

Messer s, vi' commo dico lo vero vi', e saccio responnere all'improviso? Ma mo che me alecordo, dove songo li denare che m'hai prommiso?

volpone.

O se' pur odioso! Ragioniamo di cose allegre, che ne trattaremo poi secretamente in cantina fra di noi.

policinella.

Perch nge lo banno a trattarne pubrecamente?

volpone.

grandissimo da pagare il debito.

policinella.

Io a te, o tu a me?

volpone.

Io a te.

policinella.

A donca pagalo, se no ca grido forte e te faraggio ire presone.

volpone.

Lo pagher all'osteria. Andiamo ora di novo in cantina a bere di quel buon greco del tuo padrone.

policinella.

Iammo c a la cantina, nc' pane e caso cavallo a fiasco.

volpone.

Andiamo, ben che io abbia sonno.

policinella.

E io sempre famme. Trasimo.

SCENA DECIMASETTIMA

squarcia, e matamoros

squarcialeone.

Signor capitano, il vostro conquistato onore fra generosi assalti, fra diabolico ribombo e fumo di artiglierie, in vece di qual felice fama volarsene al cielo, se ne fuggita ed andata ad abitare e a inconcentrarsi nell'infernal abisso.

matamoros.

Seor, si vuestra merced quiere passar con migo donaires, por su vida me lo diga, porque sin pesadumbre pueda sufrir a questas palabras. Como que se ha ido en el abismo, si mi honra, con gloriosa fama con abiertas alas de prudencia y de valor, ya alcanz volando al quinto cielo y agora hace camarada con el valeroso Marte mi real corespondiente y segunda persona? Y quien ha sido a quel muy gran vellaco, gallina, cobarde, manjadero, que tan enbidioso de mi soberano estado se dex salir de su pudrida boca tan mentirosas palabras, que le quiero saccar con esta briaresca mano el coraon del cuerpo y el alma del proprio corazon y la quinta essenia de el alma y luego profundarlo dentro de las negras aguas de Aqueronte?!

squarcialeone.

Sar ben degno di straggi cos crudeli, chi di questo ne dicesse il vero?

matamoros.

No por cierto, pero es muy gran mentira.

squarcialeone.

Signor capitano, io son quello che l'ho detto; e non mento e degno son di lode, dicendo il vero.

matamoros.

La verdad, y como?

squarcialeone.

Dicovi, signore, che non ha molto che io mi ritrovai qui in questo proprio luogo, quando che un amante parlava in strada con la vostra signora sorella, dicendoli che gli avea dato un anello in segno di matrimonio e la voleva condurre in sua casa e io, stando in disparte e ci udendo, per l'affezione che io vi porto e zelante del vostro onore, bench non potei conoscer l'amante per l'oscurit della notte, m'avventai verso di lui pi veloce che saetta, cacciando mano a questa mia trinciatrice, fulgurante, balenante, arcitonatonante tritta busti, per anichilarlo e farlo convertir in fumo. Tosto egli si trasform in fantasma, che con incredibile prestezza dinanzi a gli occhi mi sparve; e solo ella viddi, che con molta fretta se ne entr a salvarsene in casa di Fulgenzio, s che potete chiamarla per acertarvi del vero.

matamoros.

O pena, quien me vesti? Ahi, desdichado de mi, y es possible esto? Agora quiero, si ansi sar, hazer una mina por de bajo de la casa y hazer saltar todos hasta al cielo de Saturno! Pero mejor ser que da mi criada sepa mas claramente el trattado como ha passado.

O de casa, o de casa, a quien digo, o l Fioretta passa a c, vente a bajo con la lumbre.

SCENA DECIMOTTAVA

fioretta, matamoros, e squarcia

fioretta.

Ahim, che gran strepito questo! Eccomi, eccomi signore con il lume.

matamoros.

Ah vellaca, vieja hechizera, alcaguera, celestina, endemoniada! Que es de mi hermana, confiessa la verdad, si no que te har comer esta daga.

fioretta.

Ahim, ahim, signor infoderate il pugnale. La signora in casa, perch me dite questo? Oh poveretta me, ch mi si scomosso il sangue tutte ne le vene.

SCENA DECIMANONA

clarice con sudetti

clarice.

Fermatevi signor, che cosa avete con questa povera donna?

matamoros.

Mas con tigo, que con ella la tengo, pues que por tu causa la quera matar.

clarice.

Volgete in l quella punta e ditemi la cagione del vostro sdegno e furore.

squarcialeone.

Fermatevi signore, udite prima il suceduto caso.

matamoros.

A donde fuestes esta noche? con tu enamorado, deid la verdad, si no quieres que te passa esta daga por los lados! Presto, acava, declaramelo.

clarice.

Ahim, che parole son queste? io con l'amante? io fuora di casa senza vostra licenza? Vi siete ingannato, o che state fuora di voi stesso, per la colera forse di aver perduto al gioco. Chi di ci cerca di infamarmi, si parte dal vero, che non puol esser altro che qualche infame e privo di onore. E molto di voi mi meraviglio, che date cos facilmente credenza al falso, ch per pregiudicar il nostro onore mi sar stata data questa infamia. E se io sapessi chi vi ha questo detto, senza dubio (ancora che donna io sia) con le mie proprie mani gli vorrei cavar gli occhi dalla fronte.

fioretta.

E io con questi denti gli vorei mangiar il naso e cavarli la lingua dalla bocca e con le unghie sgrafignarloutto.

squarcialeone.

Io non li ho detto nulla, signora.

matamoros.

Y como seor, quien me lo ha dicho si no el? Cuerpo de quien me pari!

clarice.

Lui ve lo ha detto? Ah perfido mentitore, tu lo dicesti? Va' dentro, Fioretta, a trmi una spada, ch ben le far disdire ci che bugiardamente ha contro di me favellato.

fioretta.

Ah capitano di straccie, ora ti far fuggire con la mia rocca e ti caccier il fuso ne li occhi.

squarcialeone.

Fermatevi, signora, state indietro, di grazia. E tu, sgualdrina, va', frega la padella per frigervi dentro la tua lingua.

matamoros.

Deteneos vos otras mujeres, dejen que yo baga por todos la venganza. Para que infamarnos desta manera? Echa mano a tu espada, que quiere darte en alma y en cuerpo al profundo rey de las animas dollentes.

squarcialeone.

Non posso cacciar mano, signore, se non contro di un esercito intiero, lasciatomi per testamento da Massimiliano imperatore. Ma vi prego ben di grazia a dar grato orecchio alle mie parole.

matamoros.

Digalo, que quiere dezir, que todo ser mentira.

squarcialeone.

Conosco, signor capitano, di aver errato, e per colpevole me vi accuso. vero che l'ho detto, perch cos mi parve di aver veduto e udito; ben vero che non ho udito di lei la voce, n la sua favella, e perci (senza dubbio) sar stata altra Clarice. O che io a quel tempo stavo fuora di me stesso, s ch, signore, vi prego ad avermi per iscusato e perdonarmi di s grave errore; e se ne ho fatto consapevole a lei, l'ho fatto perch sempre sono stato geloso del vostro onore, e tanto pi che ho desiderato per mia moglie la signora Clarice.

matamoros.

Aunque jamas a ninguno perdon en todos los dias de mi vida, por la mucha amistad que ha sido entre los dos y porque muestra de tenerme tan grande aficion, le perdono.

fioretta.

E io non perdoner mai.

matamoros.

A que respondes adonde no eres llamada? Mi her mana haviendo entendido la causa de la falta, echa por la culpa de la noche, yo s que por mi contento ella tan bien ser de mi voluntad.

clarice.

Bench se ne avrebbe avuta a far maggior dimostrazione, tutta via, signore, mi rimetto alla vostra volont. Per, chi potr pi levarmi questa machia in tanto mio pregiudizio, avendolo egli, forsi, questo conferito ad altri?

squarcialeone.

Io non l'ho confidato n detto a persona veruna, e per pi sicurezza di ci, prego il mio signor capitano a degnarmi di concedermevi per mia consorte, poich altra grazia non bramo, che servirla come mia degna padrona.

fioretta.

Sta l'importanza se noi vi vogliamo.

clarice.

Madonna no, che non lo voglio, signor no che non lo desidero n mi piace.

matamoros.

Estense calladas ellas, y vayanse en casa, que lo de mas ser todo mi quidado.

clarice.

Vado, signor.

squarcialeone.

Perdonatemi, signora Clarice, vi son servitore.

fioretta.

E noi non vi siamo nulla.

clarice.

Per compiacere al mio signor fratello, pongo in oblio le passate offese. A dio signore. Andiamo, Fioretta, in casa.

fioretta.

Andiamo, signora.

matamoros.

Bamonos seor, que por el camino nos conertaremos sobre el negotio.

squarcialeone.

Signor, io la ringrazio; per sarei di parere che sar bene il rimanervene in casa, per essere l'ora tarda.

matamoros.

No seor, que quiero acompaarle hasta a la suya.

squarcialeone.

E io vi racompagner qui alla vostra e cos anderemo tutta questa notte in giro.

matamoros.

Bamonos por esta callejuela.

squarcialeone.

Andiamo, almeno comparisce un poco la luna, perch glie l'ho ordinato.

matamoros.

Que hora puede ser seor?

squarcialeone.

Appresso alle cinque.

matamoros.

Yo prometo a vuestra merced, que si la luna agora non comparee, que manaa, antes de las quinze horas, har que sea salido el sol para su mandado.

squarcialeone.

Lo credo, che prima delle quindeci ore sar uscito il sole, e comparir se non sar ingombrato dalle oscure nubbi.

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

scaramuzza, volpone, e policinella di casa di fulgenzio

(Sguita la notte)

scaramuzza.

Ahim, ahim, non date chi ca so' muorto!

policinella.

Ah bagascia cornuta, iere venuta a la cantina pe arobare lo vino a lo patrone mio? Te sa buono lo grieco, meglio te saparanno ste mazzate!

volpone.

Ah sgualdrina, se' ladra, eh?

policinella.

Te' chest'autra mazzata.

volpone.

Ahim, frmati, ch in vece di dar a lei, mi hai colto in un braccio.

scaramuzza.

Ahim, ahim.

policinella.

Npara a procedere, guitta cornuta. Trasimmo a la casa.

volpone.

Andiamo.

scaramuzza.

O maro mene, e comme me hanno buono ntomaccato! Me voglio sedere c 'n terra, ca non pozzo chi, e quanta mazzate ch'aggio avute sta notte, e chesto ancora nce mancava pe la ionta de lo ruotolo. Chesta cierto quarche chianeta a me contralia, che m'ha fatto sborzare tante mazzate!

Ma sento venire a gente. Sar meglio che stia zitto, ch non me venesse aduosso quarche autro frusco de mazze, e puro che non sia de spate.

SCENA SECONDA

squarcia, matamoros, e scaramuzza

squarcialeone.

Non vi dissi, signor capitano, che vi avevo di raccompagnarvi a casa vostra?

matamoros.

Demasciada merced, da el (seor), yo he recevido.

scaramuzza.

Oh comme me fa male sta spalla, me prode, no saccio se stata mazzata, o se peduchio che me martoreia alla gagliarda.

squarcialeone.

A noi, signore, ch qui vi non so chi, che ha detto di esser morto. Se sei morto come tu parli? chi sei?

matamoros.

Da el nombre, a quien digo yo? quien va all?

scaramuzza.

Io signore. So' no spireto che parla pe arte diabolica.

squarcialeone.

Spirito se' tu? Se da qui tosto non ti parti, ti scongiurer a forza di bastonate.

scaramuzza.

S de grazia, ca sarra lo saprimiento de le cronache mei!

matamoros.

Quien eres, decid.

scaramuzza.

Se io l'aggio ditto, quanta vote lo bolite sapere?

squarcialeone.

Se questi spirito, non ho paura. Innanzi, signor capitano, ch io star qui in sentinella.

matamoros.

Yo le cedo, seor. Quien est all? Valgate, barra bas, respondes.

scaramuzza.

Se io non sto 'n cerviello chiste m'acidono, me sbudellano e me smenozzano.

Che bolite da me, io so' Scaramuzza Squaquara Me Meo.

squarcialeone.

Oh putanaccia, e corpo di quanti postribuli ha il mondo! il mio servo. Scaramuzza?

scaramuzza.

Segnora.

squarcialeone.

Che fai tu qui?

scaramuzza.

Che faccio, faccio l'uovo! So' stato acciso, che boglio fare?

squarcialeone.

Sei tu stato ferito?

scaramuzza.

Segnor no, ma so' stato parichie vote buono amatontato da mazzate.

matamoros.

Y quien te ha dado?

scaramuzza.

Signore no, ca non aggio ioquato a dade.

squarcialeone.

Stai tu in terra? Levati su, drizzati in piede.

scaramuzza.

Vecco ca me so' levato, che bulite?

matamoros.

Es este el creado de vuestra merced?

squarcialeone.

Signor s, egli desso.

scaramuzza.

E lassateve dicere ca no m'ha criato isso, ma me ha criato chillo che ha criato a l'autre pe grazia soia.

squarcialeone.

Non vogliamo sapere la tua genologia, ma la cagione e il principio di cotesta tua sciagura. Stai vestito da donna, per quanto mi par di scorgere e toccare.

scaramuzza.

lo vero, segnore, e me despiace ca non pozzo troppo parlare, perch me moro de famme e de suonno ed quase iuorno.

squarcialeone.

Parla, ch doppo te ne mandar a casa a riposarti.

scaramuzza.

Me ne contento, sentite. La prima, e prencepalemente cosa, agiate a sapere (poco manco, e fuorze chi) che io, illustrissimo signor spagnuolo, che pe l'amore vuostro diete na brava chiatonata a le spalle de messere, o signor Arberto, tentato per da chillo che non pozza mai parere, ma squagliare, commo a cicola de puorco a la tiella, e da Vorpone fui avisato che me vestesse de sta manera, perch lo signore Arberto me voleva far accidere, se io non me fosse sarvato o stravestuto pe non esser canosciuto. E casoalemente venne sta notte nante a la casa de lo signor Fulgenzio, e trovannome a lo scuro, isso e Vorpone, e adomannanome chi era, e io pe no farme canoscere disse ca era una gentile donna, e loro toccannome la faccia me canoscetero pe ommo e me fecero na bona maziata. E io scappai dintro de chella casa vecchia e nce trovai vostra signora, signor Squarcia patrone mio, che me abraciastevo, e canoscenome pe omo me facistevo na faccie de secozune. E io ve levai la spata e fuiete a sarvarme a la cantina vostra, signore spagnuolo, dove steva lo signor Arberto, che me abbraciao penzannose che io fosse no saccio chi Clarice, e me deze n'aniello e me voleva fare ire pe forza a la casa soia. E tutto a no tiempo vidde lucere na spata e sentiete na voce dicere lassa 'sa donna, e corenno secutao lo viecchio, e io me ne trasiete a sarvare a la cantina de lo signore Fulgenzio. E coss, poco da po', scesero Policinella e Vorpone a metter lo vino, e, credendose che io fosse stata femena e mariola, me ne cacciarono fora a forza de bone mazzate. E tutto chesto stato 'n presenzia mia.

matamoros.

Blgate la mona Antona! Y todas a quesas desgratias has pasado esta noche?.

scaramuzza.

Signor s, dateme quarche refregerio, ca sto pe morire e aggio na fame che crepo.

matamoros.

Quera yo saber porque estava em mi casa Alberto, que si, que era venido con armas de fuego para matarme y dudoso de ser da ti descubierto, porque no me lo hubiesses dicho, fingi de ser enamorado de mi hermana. Per yo lo be de saber, a pesar de sus barbas.

scaramuzza.

lo fatto. Ca io manco me vuoze scoprire pe Scaramuzza, che no me avesse acciso pe la chiatonata che le diete. Ve preo, signore, a darenge remmedio, de grazia.

matamoros.

No tengas duda, dejad esse cuidado a mi valerosa persona.

squarcialeone.

A dunque, signor capitano, ora discolpata in tutto la signora Clarice, poich io credendomi Scaramuzza lei, e il signor Alberto suo amante, presi, per la oscurit della notte, cos grave errore. E gi che ve l'ho chieduta in moglie, vi prego a non negarmela.

matamoros.

Yo me contento, seor, bien que no he querido darla al hijo del rey de Suezia, ni al principe de Espaa. Y tengo por siguro que ella se contenter, mandandoselo yo.

squarcialeone.

Me ne terr molto aventurato.

scaramuzza.

E se la signora sore vostra sar mogliere a lo patrone mio, ve prego a concedereme Fioretta, ca staraggio sano e forte de schiena.

matamoros.

Yo te la dar para quitarme tan gran cuidado de casa y tu queres tomar mujer, pobre de ti, porque la quieres?

scaramuzza.

La piglieraggio pe castico de quanto male aggio fatto a sto munno. Ors, a poco a poco se ha comenzato a farese iuorno e io sto deiuno.

matamoros.

Bamonos, seor.

scaramuzza.

Fermateve, segnor Matamoros, ca me so' arecordato de ve dicere na cosa.

matamoros.

Que quieres dezirme?

scaramuzza.

Sentiteme doi parole tutte dui e stopite.

squarcialeone.

Di' tosto ci che vuoi tu dire, prima che pi agiorni.

scaramuzza.

Signore, aggiate a sapere che quanno Vorpone e Policinella (le schiatature de mazze miei) vennero a la cantina de lo segnor Furgenzio, dicevano fra loro che la signora Lucilla, figliula de lo segnur Arberto, contrastava ad auto a la camara con Furgenzio, e che non lo voleva contentare pe fina a tanto che lo patre non se ne fosse contentato de darencella pe mogliere, e che loro l'hanno arrobata a lo patre suio. Ors buon giorno, ca me ne voglio ire.

(Giorno)

matamoros.

Y tu lo has da ellos claramente entendido y lo vistes?

scaramuzza.

A dicere lo vero l'aggio io propio sentute contrastare da la cantina, nante che loro nge fossero venute.

squarcialeone.

O pu far il mondo, gran cosa questa.

matamoros.

No te partes de aqui, Escaramuza.

scaramuzza.

Che ne volite fare de me, lassateme ire a spogliare sti vestite de femena, ca chiamano le mazzate ciento miglia lontano.

matamoros.

Seor cuado, armas, armas, siera, siera, contra Fulgentio, porque Lucilla es mia, que yo la pretendo. Toca aquella puerta de Fulgentio. Dejad que la toque yo.

squarcialeone.

Lo chiamer io.

scaramuzza.

La tozzolaraggio io, tozzolamola tutte. O che avesse a lo manco na sferra! O de la casa.

matamoros.

Vengan fuera los de dentro aqui.

squarcialeone.

Aprite qui, cospettonaccio di Gatta Melata e di Bartolomeo da Bergamo.

scaramuzza.

Spaparanzate sta porta.

matamoros.

O cuerpo de Olimpo y de Tifeo.

SCENA TERZA

fulgenzio, volpone, policinella, con sudetti

fulgenzio.

Che battere da motti e da imbriachi questo?

squarcialeone.

Tu menti mille volte per la putrida golaccia!

matamoros.

Tmate esta cuchillada, que Lucilla es mia!

fulgenzio.

Prndeti questo man roverso!

scaramuzza.

E se io avessi spata, te dara no stramazzone.

policinella.

Nonnavimo paura, ohim, me sento le brache nfose.

volpone.

E io tutto bagnato.

fulgenzio.

Ah traditori assassini, questo a me!

scaramuzza.

H h h! C tutte se ne songo sbignate!

SCENA QUARTA

lucilla, di casa di fulgenzio

[squarcialeone, matamoros, scaramuzza]

lucilla.

Ah guidoni, con soverchiara a un gentil'uomo di tanto onore?

squarcialeone.

Han fatto bene a fuggir tutti dal furore di questa mia vitrice destra.

matamoros.

Diga, seor, desta desenfrenada y diabolica cuchil ladora, beve sangre. Vngase ac, seora Lucila.

lucilla.

Andate voi altri in l, discostatevi da questa casa, ch io voglio entrarmene.

matamoros.

O reniego del diabolico rey Maumetan de Bisantia y de la Tracia toda, venga aqui seora. Parecele cosa buena esta? huirse de su padre con Fulgentio y haer la casta Lucrecia con migo? Con justa raon ahora quiero vengarme de lo que es de raon.

squarcialeone.

Obedite, signora, al signor capitano, ch non siamo qui per offendervi, ma servirvi.

lucilla.

Lasciatemi! Obeditelo voi, che volete da me?

matamoros.

Ah seora Penelope, muy casta Diana, aboreer un cavallero y valiente, qual yo soy, para huirse con Fulgentio! Gran falta es esta que ha echo a su padre y a sus parientes.

lucilla.

Io sono stata ingannata, che volete da me? Non m'annoiate, di grazia.

matamoros.

No podr ella allarse escusa alguna para defenderse, yo la quiero dar en poder de su padre, entretanto se podr estar en mi casa con mi hermana. Toca, Escaramuza, aquella puerta.

scaramuzza.

Mo, signor. O della casa, casa, casa.

lucilla.

Vi andar da mia posta. Ohim, che sono in poter de' nemici.

matamoros.

Quiero llevarsela yo, pues, que ans cunple a mi honrada persona.

lucilla.

Questa non azione di cavalliero, lasciatemi andare, io sono stata, come ho detto, ingannata da Volpone e da un altro. Di grazia non sforzate la mia volunt, forsi per vostro meglio.

matamoros.

Yo no lo creo, pero si fuere la verdad, ellos me la pagaran. Toca tu a quella puerta, digo, balgate Satanas.

scaramuzza.

L'aggio tozzolata.

squarcialeone.

Presto, se non vuoi che con un calcio ti manda a incenerirti su la sfera del sole.

scaramuzza.

Non sentite, no? Ehil, venite abascio, aprite chesta porta !

SCENA QUINTA

fioretta con sudetti

fioretta.

Ti possono seccar le mani, e che dispietate percosse sono date a questa porta? chi mal anno sei?

lucilla.

Lasciatemi, dico! Che discrezione la vostra?

matamoros.

Esto no har por cierto. Llama ac mi hermana.

fioretta.

Ora, signore. Signora padrona, venite fuora per cosa che importa.

SCENA SESTA

clarice con sudetti

clarice.

Che fracasso questo? O baccio la mano, signora Lucilla.

lucilla.

Son vostra, signora. Soccoretemi se potete, ch' io son in gran lamberinto.

clarice.

E come, signora?

matamoros.

No quiera ella saver agora ni como, ni porque. Entrese, seora Lucila, en casa con mi hermana, que a hora ir a buscar el seor Alberto y aplacandole yo del sucedido caso, har que se quede mi esposa; pues que da Escaramuza mi criado h savido que no han pasado cosa mala con Fulgentio.

lucilla.

Signor, io sono rimasta fuora di ogni mio sentimento, per le cotante mie disaventure, che fra poco in qua la perversa fortuna mi ha fatto correre, che non so che altro dirvi. Solo che vi ricordo che debbiate procedere da onorato capitano, racomandandovi la vostra e mia riputazione.

squarcialeone.

Stiase ella di buon animo, signora, ch il signor capitano non far per lei cosa inconvenevole.

lucilla.

In ci che vostra signora potr giovarme, la prego ad essermi favorevole, come io spero che il Cielo sar propizio per la mia innocenza.

clarice.

E cos glie lo prego ancor io.

matamoros.

No faltar de hacer lo que devo, pues nai cavallero.

squarcialeone.

E io di pregarglielo. E credete certo, signora, che se imposto mi aveste che io saltato fusse nell'Indie per condurvi tutti quei tesori, senza dubio alcuno fatto l'avrei; a f d'ammazzatore lo giuro e lo far per l'avenire.

scaramuzza.

De pulece e de chiatille.

matamoros.

Ea, entre la criada con la seora Lucilla y quedese aqui Clari, que le tengo de hablar.

fioretta.

Entrate, signora Lucilla.

lucilla.

Vado. Mi raccomando alla vostra clemenza. O infelice me e in che termine mi ha condotta la mia perversa stella!

matamoros.

Toma esta llave de mi posenta y enierala alli den tro, que no se vaya, que luego yo bolver. Tened cuidado della.

clarice.

Andate signore, e di grazia siate presto di ritorno, non mi lasciate invilupata in questo intrico.

matamoros.

Ea, bamonos, seor capitan. Vayase ella dentro.

squarcialeone.

Son pi vostro che mio, signora Clarice.

clarice.

Ve ringrazio, signore. Vado, signor fratello.

scaramuzza.

E io ve so' schiavo, schiavotolo, schiavone e schiavina, per fin, che schiove, si ben no chiove.

SCENA SETTIMA

policinella e volpone

policinella.

Ah spagnuolo nemico delli macarune.

volpone.

Taci, Policinella, ch ho ben udito il tutto.

policinella.

Che te ne pare, messere Vorpone, de sta nzalata? Hai ntiso, hai visto, come nce hanno arrobata la femena? Ora come farimo se sto spagnuolo nce accide?

volpone.

Fratello, noi siamo stati in disparte, abbiamo osservato il tutto. Circa dell'esser ucisi, come hai detto, io non temo. Chi ha paura si faccia sbirro.

policinella.

Ma se me accadesse, io sara aroinato, ca no saccio come se fa a stare acciso, perch non ce so' stato mai.

volpone.

Non mi rompere pi il capo, per non darmi occasione di risponderti, poich sto con la mente tanto ofuscata da diversi pensieri, e del sudetto caso, che non saperei che dirti.

SCENA OTTAVA

fulgenzio con sudetti

fulgenzio.

Forfanti, infami, indegni di onore, questo insulto ad un par mio!

policinella.

Ahim ca son muorto! Signore Furgenzio, nfoderate la spata, ca non nce aggio corpa niente.

volpone.

N io, signore. Ohim, avetela con noi?

fulgenzio.

Con voi?

policinella.

Ahim ca so' speduto.

fulgenzio.

Con voi? e che mi avete fatto? L'ho con l'assassinamento del Matamoros e di Squarcialeone.

policinella.

Ahim, ca non me era restato na livra de sangue dintro a le scarpe.

volpone.

informato, vostra signora, del rimanente?

fulgenzio.

Io no. Di che?

volpone.

Come, di che? Sappiate che il Matamoros si ha tolta a forza di casa vostra la signora Lucilla e se l'ha condotta in casa sua; ed andato via a ritrovar Alberto, acci glie la dia per moglie.

fulgenzio.

Ohim, questo di pi! O pu far la mia cattiva sorte! E come, non in casa?

policinella.

Signore no.

volpone.

Signor no, n perci ve disperate, ch per quello, che ho pensato in vostro favore, lo reputo a maggior beneficio, riuscendomi un mio disegno.

fulgenzio.

Perch di grazia, caro Volpone, dimelo tosto.

policinella.

Dimelo a me, bene mio, dimello ca po' te voglio dare no bello vuovo, c'ha fatto lo puorco sta mattina.

volpone.

In ogni cosa si vuole intricar costui! Tu ti credi di far bene e fai sempre male. Taci, non mi far disperare, di grazia.

fulgenzio.

Dimme che hai pensato per la mia salute.

volpone.

Io vi dir, signore, statemi ad udire, per bisogna asecondare il mio umore con il padre di lei, quando li parleremo.

SCENA NONA

alberto con sudetti

alberto.

Dicesi che la comodit fa l'uomo ladro e la necessit virtuoso e valente.

volpone.

Tacete, ch qui appunto il padre di lei.

alberto.

E perci la necessit ha cagionato che se siano portati valorosi i miei piedi e gambe questa notte, per salvarmi della furia di quel drudo di Clarice. Ed bene che non mi ha conosciuto, sia salvo io, e del rimanente vada alla peggio! Ma che aver detto Lucilla, che io non sono andato questa notte a riposarmi a casa, e che dir, vedendomi in questo modo vestito?

volpone.

O Signor Alberto, bon giorno. Udite, udite, di grazia.

alberto.

O te ho da dir di bello, dove la mia veste?

volpone.

in salvo. Non tempo di cercar veste, ma di trattare cose di maggior importanza.

alberto.

Ahim, sopra di che?

volpone.

Di vostra figliuola. Io son quasi morto di stanchezza per cercar di voi con il signor Fulgenzio.

policinella.

E io per zi', per vita mia.

volpone.

E lui ancora! Sempre costui risponde dove non chiamato.

fulgenzio.

Signor s, vero.

policinella.

Non busca pe cierto, ca l'affermo io.

volpone.

vero, ch lo afferma Aristotile.

alberto.

Dimmi, cosa appartenente al mio onore? Dimelo pure, affretta la lingua.

volpone.

Di grazia, la mi perdoni il mio signor Alberto, se, fuora del suo e mio decoro, con lei ragionassi cosa che poco grata vi fusse, senza offesa per del vostro onore.

alberto.

Di' pur, di grazia, non mi tener pi suspeso. Che sar mai questo?

volpone.

Gi ben saper dovete che tre sorte di persone sono odiose e insoportabili al mondo: il povero superbo, il ricco bugiardo e il vecchio lussurioso.

alberto.

Che vi dir per questo? Fenisciela.

volpone.

Voglio dire che molta stoltizia la vostra, perdonatemi, poich andate cos in volta tanto di giorno quanto di notte per la citt, e forse per amore; lasciando la vostra casa ad arbitrio di fortuna, dando occasione che vi sia rubbata la vostra figlia.

policinella.

S s, ha ragione Vorpone, vosora no bestiale.

alberto.

Come, rubbata mia figlia? Ohim, ohim, dunque mi stata involata Lucilla? e da chi? Dimelo pur tosto.

fulgenzio.

verissimo, signore, e con molta potenza.

alberto.

E chi me l'ha tolta? O povero Alberto!

volpone.

Dirovi signore, e in breve se potr. Sappiate che il capitan Matamoros se ne venuto con una squadriglia di soldati e con molto empito e furore entrato a forza in casa vostra e di peso se la ha portata in braccio nella sua.

policinella.

E pe tale segnale, l' scapato no pidito, pe la forza che faceva la povera signora.

volpone.

E ritrovandovisi il signor Fulgenzio, per salvezza del vostro onore volendoli porgere aiuto, il predetto spagnolo con suoi soldati l'assalirno malamente, e se noi non ci salvavamo saressimo stati spediti.

alberto.

Oh misero Alberto, oh infelice mia figlia, oh onor di casa mia! Ohim, che moro di doglia! E come potr pi comparere tra li amici, che non sia infinite volte da loro mostrato a dito? , povero vecchio, questo d'udir ti mancava all'ultimo de gli anni tuoi!

volpone.

Non vi disperate, signore, udite il pensier mio, che vi sar molto giovevole in questo proposito, e prendete il mio buon consiglio, ch chi ben si consiglia al ben si appiglia.

fulgenzio.

Ben dice Volpone. Uditelo, signore.

policinella.

lo vero, signore, ca chisto no nbroglione.

volpone.

Per tutto mi cacci la lingua, taci, in tua mal'ora!

alberto.

Che profitevol consiglio potrai tu darmi, se gi il mio onore si trasformato in vergogna?

volpone.

Il consiglio questo, ma prima che ve lo dia, vi prego a perdonarmi di qual si voglia offesa che io vi avessi fatta in qual si voglia modo.

alberto.

Non mi son mai tenuto da te offeso, n ora me ne tengo, per mi contento, pur che il consiglio sia buono.

volpone.

Sar benissimo, datemi grato orecchio. Concedete la signora Lucilla in moglie al signor Fulgenzio, ch come tale la ricuperaremo, ch lui vi difender e vi aiuter con ragione, e vi serviremo tutti. Ora, che il capitano non in casa, entraremo (se cos vi pare) e a forza romperemo le porte e la conduremo in casa vostra, e doppo anderemo alla giustizia tutti uniti a querelarlo, ch io con Policinella ci esamineremo in favor vostro, e che l'avevate data prima al signor Fulgenzio.

SCENA DECIMA

lucilla alla finestra del matamoros

[alberto, policinella, volpone, fulgenzio]

lucilla.

Ahim, signor padre mio, datemi aiuto, ch il Matamoros a forza mi ha condotta e fatta serrare in questa camera sua.

alberto.

O cara la mia figliola, non temere Lucilla mia, vedi se puoi aprir la camera, ch ora ti daremo aiuto.

lucilla.

Vado signore, ma non la potr aprire senza il vostro potere.

policinella.

Non aggiate paura, ca si farrite sto matrimonio, lo cielo vi aiuter, signor Arberto mio bello.

volpone.

Datevi la mano come parenti.

alberto.

Eccomi pronto, se egli se ne contenta.

volpone.

Signor s, so che se ne contenter.

fulgenzio.

Ne son contentissimo. Vi tocco la mano come genero, signore.

policinella.

E io me ne stracontento.

alberto.

Ve ne do la fede.

fulgenzio.

Pi grato suono di questo non mi poteva venire nell'orecchio.

alberto.

Dunque Lucilla vostra, e come tale la difenderete.

fulgenzio.

Signor s, entriamo tutti.

policinella.

Trasimmo.

volpone.

Piano, animo e coraggio! Dentro, pu far il mondo!

SCENA UNDECIMA

scaramuzza solo

scaramuzza.

Ancora me fanno male le spalle de tante mazzate che aggio avuto sta notte passata ! E se non me levava da duosso chillo vestito de femena, ancora sara mazziato, perch era calamita de tutte le disgrazie. Ma che me por fare mai chillo viecchio, se aggio dui brave smargiasune e dui liune da la mia? Che gran remmore chisto che sento dintro sta casa de sto spagniuolo?

SCENA DUODECIMA

clarice, fioretta e scaramuzza

clarice.

Oh misera Clarice, e che poco rispetto portano costoro a mio fratello e a me?

fioretta.

S s, di questa maniera scassar la porta? E dove ora il signor capitano?

clarice.

S eh? questa discortesia? Ah, traditori, in casa di un capitano di tanto merito usar tal violenza!

fioretta.

Aiuto, qui vicini, aiuto!

scaramuzza.

Che remmore chisto? Ehil ! Piglia, para, tiene, accide, squarta, npiene chisse! Ca gente so' chisse? Venite fuora cornute, pieze de cata piezze.

clarice.

Dagli, Scaramuzza mio caro, va' dentro, uccideli.

scaramuzza.

Quarche aseno ce iera, sto a la larga.

N'aggiate paura, signora.

SCENA DECIMATERZA

volpone, policinella, alberto, fulgenzio, lucilla, con sudetti

volpone.

Ah, becconaccio, che vuoi tu di qua? To'.

scaramuzza.

Ahim, ca so' muorto, m'ha rotta la capo co no pignato.

policinella.

Sta a la larga, figlio de na scrofa cornuta.

fulgenzio.

Non temete, signora consorte, andiamo in casa vostra.

alberto.

Sta' pure allegra figliola, non dubitare, andiancene in casa.

lucilla.

O signor padre mio da me tanto amato.

volpone.

Tutti, tutti in casa del signor Alberto, andiamo, andiamo.

policinella.

Trasimo, trasimo, a dispietto de chillo spagnuolo.

clarice.

In tal modo si procede? Dovete ben saper tutti, canaglia, che il mio fratello non lascier invendicato cos fiero oltraggio.

fioretta.

No no, che non lo lascier, forfantoni. Entriamo, signora. Scaramuzza, va' di grazia a ritrovare il signor capitano e narrali cos strano successo.

clarice.

S di grazia, va' in fretta, entriamo noi.

scaramuzza.

Iaraggio, signora, lassate fare a me.

(solo)

Brava pignatata, e non m'ha rotta la capo, perch aggio lo caruso tuosto a botte de mazzate.

SCENA DECIMAQUARTA

matamoros e scaramuzza

matamoros.

Pues, que se pensava Fulgentio de ganarla con migo. Yo soy grande amigo de hombres valerosos, y enemigo de cobardes, pero me la pagar.

scaramuzza.

Schiavo, signor capitano, ben state allegramente.

matamoros.

S que estoy allegre, pues que he dado la fuga a los enemigos y tenida la vittoria de la hermosissima Lucila.

scaramuzza.

Ors, non ve pigliate colora, agiate a sapere che Furgenzio, Vorpone, lo signor Arberto e Policinella so' trasite pe forza a la casa vostra, e ve hanno arrobata la signora Lucilla e l'hanno portata quase de pesolo a la casa de lo patre, e nce l'ha data pe mogliere; e le poverelle femene vostre de paura hanno avuto a morire.

matamoros.

O maldita sca mi mala desventura, desta manera ha suedido? Y tengo yo de sufrir de estos vellacones un tal agravio? Juro por la grandezza de mi serinissima persona y muy alto linaje, que ellos me lo ha de pagar. Y que tengo tan malamente de perder la muy hermosa Luzila, aquella, que es la resplandeiente lumbre de mis ojos, la llama de mi coraon, el ardor y encendio de mi alma, aquella gran lumbre que entellando saca ya roja los claros rayos del proprio nombre que da resplandor a las estrellas fixas de mi fee y a las errantes de mis pensamientos. No lo quiero ufrir, pues que a elle mas que a mi vida quiero y el agravio ha sido muy grande. Ea, armas, armas, sierra, sierra, agora seran todos muerto de mis poderosas manos.

scaramuzza.

Signore, non vi fidate di me, ca me ne sbignio.

matamoros.

A picarones, a cabrones, a sucios, salgan todos aqui fuera, que os tengo de matar.

SCENA DECIMAQUINTA

volpone alla fenestra con sudetti

volpone.

Che cosa vi, misser Scaramuzza, castrone di Foggia?

scaramuzza.

Asano de terra de Otranto, voglio lo guaio che te stoca co la forca che te npenna!

matamoros.

Baxan aqui todos, que os tengo de matar y quiero haer notomia de vos otros y de las estraas cuerdas para mi ghitara.

volpone.

Mi darete de la lingua dove manca la pella.

scaramuzza.

A baiasso cane, cheste parole se diceno a l'acedetore, a lo scanatore e a lo npenetore de l'uomene?

SCENA DECIMASESTA

fulgenzio da la fenestra con sudetti

fulgenzio.

Signor capitano, se non fusse che io non voglio perturbare le mie nozze, n la mia cara sposa Lucilla, io ho ben modo da potervi far cagliare. La signora Lucilla era di gi stata a me conceduta prima dal padre e non occorre che pi la pretendiate, partitevi di cost, perch doppo fra di noi bilancieremo il tutto.

matamoros.

Venga a baxo, digo, que le har conoer mi gran valor.

scaramuzza.

Lassatelo dicere, signor Furgenzio, non ce venite, si ben io ve desfidasse! Venite c fora, ca ve voglio accidere.

fulgenzio.

Non mi voglio rompere il collo con voi altri. Andate pur via, ch sar meglio per voi.

matamoros.

Venga a baxo, digo, gallina mojada.

SCENA DECIMASETTIMA

fulgenzio si ritira. alberto a la finestra, con sudetti

alberto.

Che rumori, che bravate in credenza, mi assembrate il cane, che abbaia alla luna. Che volete di qua? Abbiate creanza, ch oltre che vi faremo fuggire, ne sarete castigati dalla giustizia, e questo vi basti.

scaramuzza.

Lo viechio se n' trasuto, iammoncenne, signor, ca sar meglio pe nuie.

SCENA DECIMAOTTAVA

policinella a la finestra

[scaramuzza, matamoros]

policinella.

Chi dice chesso che dicite vui, e de chello che no volimmo dicere nui, pe coprire l'embroglie nostre, lo dice fauzefecatamente, e te ne miente petrosine, maiorana, pepe, e zafarana, mile vote pe la canna de la gola e goletta, tiri tirisetta lo trapana e barletta.

scaramuzza.

Scinne c a bascio, musso de puorco sarvateco, naso de papagallo!

policinella.

O capile de furia infernale, fronte de maglio ferrato, ciglio de sanguinaccio arostuto, uocchi de taratufole nfracetate, naso de mutillo de pezzente, aurecchie de scorze de nuce, diente de cane aragiato, lengua de spirito diabolico, voca de infierno, canna e cuollo de cestunia, spalle de mazzate, pietto d'aseno mardato, vraccia de npisso, stomaco de sturzo, panza de lupo menale, culo di scignia, gamme de ancora de nave, piede de arpia, che buoi da me, va lava le scotele, ca lo spagnuolo mangia ravanelle.

scaramuzza.

Ah figlio de na gran potana bagascia zelosa, e de ciento millia cornutune, etzetera, etzetera, ca no l'azetto 'se ngiurie, ma le metto dintro a no sacco de corne e te le rebatto 'n capo e 'n faccie a dispetto tuio.

policinella.

E io te le torno a rebattere e ne faccio no presiento a sto spagnuolo, calamita de pormonate e vesicate.

matamoros.

Ahi de puta vellacon, rudo animal costal, lleno de paja podrida! A mi tan malas palabras? a mi esto?

policinella.

A te, chesto. E miente ciente millia milliune de vote de 'se ngiurie che hai dito a tutte nui; e me confido e boglio fare a cortellate con tico, a mazzate, a pretate.

matamoros.

A guardame, oygame, no te vas de aquessa ventana.

policinella.

No sto con tico. Che buoi da me sentire chi chiaro lo prociesso de li fatte tuoie? Adonca sienteme e spila buone, se ha urecchie, tu che me fai lo valente, lo sapio, e lo poeta, e lo cantatore co la chitariglia.

matamoros.

Que quieres dezir por esto, cabron?

policinella.

Sienteme e crepa, sto sonetto de lo cavaliero Marini, figlio d'Apollo e nepote de le Muse, perch fatto pe te.

La pecora belanno fa be be

lo cavallo anechianno fa h h

lo grillo grisolanno fra gr gr

e lo puorco grugnanno fa gr gr.

Lo lucaro veglianno fa c c

cantanno il gallo fa chi chi ri ch

pigolanno il pulcino fa pi pi

e abbaianno lo cane fa b b.

La papera stridenno fa p p

la vocola fa spisso ancor c c

la gatta maulanno fa mi mi.

Lo cuorvo crositanno fa cr cr

e l'aseno araglianno fa h h

e tu cantor di chiachiere di' mo.

Dimello priesto e chiaro per tua f

quale lo vierzo che convene a te

dime lo vero e non me lo negare

ch'aseno si' e l'aseno sai fare.

matamoros.

Mirad, vellacon, porque te has descubierto por tan temerario y atrebido y que has dicho de querer pelear co migo, yo me contento por no pareer que yo tenga miedo de ti. Te deafio a pelear co migo al estecado, con espada sola o como quieres.

policinella.

Io non voglio palleare con tico, ca no aggio voglia de ioquare.

scaramuzza.

E, figlio mio, tu no lo ntienne! Non dice de palleiare co la palla, peleare se ntenne commattere, a lengua soia.

matamoros.

S que quiero auchillarme con tigo.

policinella.

Ora mo s ca t'aggio entiso. Non voglio comattere con tico, ca non si' pare mio.

matamoros.

Y por que tu eres de tan baxa condicion y yo de tan alto linaje y por esto te hago noble y caballero, y an s seras mi igual.

policinella.

Che, che, che?

matamoros.

Callate, digo, que eres un nezio.

policinella.

Non mi chiamo Adezio, me chiamo Policinella.

scaramuzza.

E ca dice ca si' ignorante e no vozzachio. No responere chi, siente chello che te dice.

policinella.

Pozza dicere tanto, che pozza crepare comma la cecala.

matamoros.

Quiero como te he dicho entrar con tigo a la estecada y por esso te doi la noblezza.

policinella.

Ora buona, io t'aggio ntiso; per corno volimmo commattere?

matamoros.

En camisa.

policinella.

Como 'n camisa, s'io sacio ca non hai camisa e puorti dui fuoglie de carta straccia, uno allo stomaco, e autro alle spalle, co lo collaro ntonato.

matamoros.

No quiero responder eri tantas tus desconertadas palabras, pelearemos armados con dos espadas sencillas, sin dagas, ni broquelles.

policinella.

E chi cavaliero m'aggio da chiamar, po' che me avite fatto nobile?

matamoros.

El cavallero Biscaino.

policinella.

Buscaino si' tu, ca busca le borze lo iuorno, e li feraiuole la notte! Azzetto la desfida, e nante che se faccia notte, voglio scrapicciarme con tico armato a gusto mio.

matamoros.

Me contento.

scaramuzza.

Avertiscie ca hai azetato la disfida.

policinella.

Messers, mo pe la posta vao a mangiare, perch se aggio da morire, voglio morire abotato de menestra.

(Policinella si ritira, gli altri rimangono)

scaramuzza.

Signor capitanio mio, perdonateme, io non ce sto troppo buono co sta desfida. Che cosa nce porite avanzare con un sciaurato com'a chillo.

matamoros.

Yo lo hago mas por mi gusto, que por otra cosa. Para poder deir que con todas suerte de personas me he querido pelear, que no queriendose acuchillar con migo Fulgentio, ni Alberto por ser viejo; y para hazer conoer a Lucila que yo por su causa pongo mi vida en peligro, quiero hazer esta battalla. Bamonos.

scaramuzza.

Iammo signore dove ve piace.

SCENA DECIMANONA

policinella da dentro la casa di alberto, con sudetti

policinella.

Scaramuzza, Scaramuzza.

scaramuzza.

Fermateve, signore, ca non saccio chi me chiamma, me ha parzo voce de femena. Chi l, chi me chiamma?

policinella.

Sono quella infelice di Lucilla, che ama al par de gli occhi suoi il signor Matamoros, e voglio fugirmene seco.

matamoros.

O l Escaramuzza, mirad, que Lucila es venida a bajo, y est (si mal no he oydo) de tras de su puerta. Hablale, que yo estar aqui de guardia.

scaramuzza.

Signora Lucilla.

policinella.

Che vi? Ascoltami un poco per questo buco una parola, ch non voglio esser veduta fuora di casa a ragionar teco, fatte pi in qua.

scaramuzza.

Vecome c a sto pertusso. Ve ne volite fuire co lo signor capitanio?

policinella.

S, accstate.

scaramuzza.

M'accosto. Ohim l'uocchie, ca so' cecato!

SCENA VIGESIMA

policinella e sudetti

policinella.

E ca so' stato io, ca t'aggio schiafato sto cannuolo de farina a l'uocchie! Ah ah ah!

matamoros.

A ladron, bien me la pagueras.

scaramuzza.

Ahim, ca non ce veo caminare.

ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

alberto, fulgenzio, volpone, e policinella

alberto.

Non v'ha dubbio alcuno che pi offender suole la puntura de l'amico, che la gran ferita dell'inimico. Il Matamoros era egli prima di tutti noi altri amico, e ora, con la sua importunit e ambizione, ne ha tutti offesi e ne divenuto nemico, senza averne profitto alcuno.

fulgenzio.

vero, signore, che abbiamo a far noi sopra di ci, se non in tutto, in parte andar sopportando con prudenza questo suo bestial umore. E credetemi che se in tal maniera io non lo avessi sopportato, che o lui o io saressimo rimasti privi di vita, per ho giudicato di esser bene a lasciarlo cos distruggere da sua posta, e rodere come la ruggine il ferro; per la molta invidia che egli tiene del nostro felice acordo.

volpone.

Attendiamo noi a fare il debito nostro, e del rimanente lasciamo operare a la Fortuna. Gi, merc del Cielo, siamo giunti a sicuro porto, non occorre pi di altro dubitare.

alberto.

vero, ma non bisogna por la speranza sovra la instabil ruota della fortuna, che in un punto ti volge il tergo e ti abandona, con una mano ti dona con l'altra ti toglie, con un piede si avanza e con l'altro si allontana, con voce umile ci chiama e con altiera ci discaccia. Dico a proposito che bisogna star ben sora di s con questo capitano, perch sempre va in compagnia di persone di mal affare, e molti traditori abbondano.

fulgenzio.

Signore, il consiglio vostro buono ed lodabile a porsi in opra.

policinella.

Ogn'uno parla, sparla e contra parla, e dapo' torna a parlare, e de me pover'ommo mai se parla. Come aggio da fare pe no commatere co isso, si me ha desfidato, e io aggio azzetata la desfida; e n de commatere, n de scrimiare ne saccio spagliocca.

fulgenzio.

Mi meraviglio di te, che ti spaventi di colui che non vale un zero tra gli uomini.

volpone.

E signor Fulgenzio, ha ragione il poveraccio, poich non bene informato chi egli si sia.

policinella.

Commo si sia, io creo ca sa sciare e boccare, ma non vo' commattere co lo rimmo , ma co la spata a lo stecato; ca coss ha dito da sulo a sulo.

volpone.

E che io non parlo di remi, n che sia, n che voga; dico che tu non sai che quello pi bravo di parole che di effetti.

policinella.

No me ne curo che isso aggia defiete, che ne voglio fare? Ma diceno la gente ca smerza l'uomene commo a le stivale; lo vero? Ca no smerzasse a mme como a cammisa, ca nce parera brutto e la gente me farano la baia pe la terra.

alberto.

Ti pare che questo abbia del verisimile? Egli uno eloquente parabolano, e dicono le persone che questo sia un certo suo umor melanconico, come quello ancora di Squarcialeone, che vogliono esser stimati per quelli che non sono.

volpone.

E non, signore, che volete dire Squarciapecore, e non leone.

policinella.

O piecore, o puorce, o asene, signure chesto a me no me nporta: ma aggio paura de esser acciso contra voglia mia, e no ce so' ausato.

fulgenzio.

Ors, Policinella, non dubitare, combatti pur di buon cuore, perch essendo vincitore, come che indubitatamente sarai, tutti ti chiameranno il vittorioso cavalier Pollicinella, e sarai amato, pregiato, riverito e onorato, non solamente tra gli uomeni volgari, ma tra' pi dotti, e tra' prencipi, e da tutto il mondo, e ti faranno pasti con esquisitissimi cibi e preziosi vini, e chi ti chiamer di qua, chi di col, e te diranno: E ben signor Policinella, come pass quel gran fatto di arme tra vostra signora e il signor capitan Matamoros.

policinella.

Chesto sara quanno che io restasse guadagnatore, ma se isso me venciesse, senza ca m'accedesse, chi mi dara manco lo buon giuorno? Anze che, chi me dara no punio da c, chi no secozzone da ll, chi na scopoleata, chi mazzate, chi cauce a lo tafanario, chi promonate 'n faccia, e chi tripate allo musso de sette sapate.

volpone.

Del rimaner perditore non dubitare, ch lui timido e si spaventer di te; oltre ci, che noi ti staremo tutti da presso armati, che conoscendo che lui ti avantagiasse di valore, saressimo pronti al difenderti al suo dispetto; s che in tutti i modi ne sarai il vittorioso.

alberto.

S che hai bene inteso, dunque animosamente alla battaglia, se vorrai esser posto nel numero de' valorosi campioni e paladini antichi.

policinella.

E io me sento debole e non poraggio commattere.

fulgenzio.

Nulla temere, perch prima che entrerai nel marziale aringo, sarai ben confortato.

policinella.

Avertite ca no me piaccino le arenghe.

volpone.

Allo stecato, ha detto. E sarai prima ringagliardito con la sostanzia di buoni caponi, galline, lasagne, pasticci, pollastri arrostiti e maccaroni caldi caldi.

policinella.

A f per vita toia? Ma che non siano tanto caude, che me cocano la vocca.

volpone.

Non dubitare, certissimo lo vedrai in effetto.

policinella.

Adonca si far cos: io me resorvo e despongo de commattere non sulo co isso, ma con ciente de li pare suoie. Ah mariuolo cornuto, ah spagnuolo figlio de quatuordece putane, iesce c, ca me te voglio gliotere sano como a macarone sodunto.

alberto.

Questa una bravata fuora di proposito, bisogna aver fatti e non parole.

fulgenzio.

O sarebbe ridicolosa che costui chiarisse quel capitano, che per altro io non lo fo che per fargli calar l'orgoglio.

volpone.

O sarebbe da ridere che l'asino si mangiasse il lupo! Ors, signori, non perdiamo pi tempo, andiamo da un mio amico armaruolo, per farlo armare a suo modo. Viva viva il cavalier Policinella!

alberto.

Andiamo. Ma che viene a far colui cos in fretta alla volta nostra? Aspettiamo, di grazia, un poco.

SCENA SECONDA

scaramuzza con sudetti

scaramuzza.

Fermateve, segnure, ascotateme chello che v'aggio a dicere.

policinella.

A te puro voglio sbodellare, smatricolare, scannare, scortecare, desossare, squartare e sbufarare.

scaramuzza.

Si arcuno de vuie autre signure fosse stato offiso da me, ve preo che me perdonate e tanto chi lo dovite fare quanto che, commo amasciatore de lo signore capitanio Matamoros, vengo a darve sto cartiello, che desfida lo signore nobele e illustrissimo Policinella alla battaglia.

fulgenzio.

il dovere che non debbiate da noi esser offeso. Mostrate il cartello.

scaramuzza.

Pigliate, signore, aspetto la risposta.

fulgenzio.

Ors, che si legga. Voletelo leggere, signor Policinella?

policinella.

Come piace a vui, signore. O pover'ommo me, e a che so' areduto.

alberto.

Avete imparato di umanit in scuola, o avete letto in casa?

policinella.

L'aggio a la casa, ma lo patrone mio me fa sempre dormire in coppa a no saccone de paglia. Perch l'adomannate?

volpone.

Tu non intendi. Dice se hai letto, se sai leggere, se hai mai leggiuto, come te l'ho a dire.

policinella.

Se io saccio leiere? Non saccio, ma provarragio.

fulgenzio.

Ti proverai? Come, ti proverai, hai saputo mai leggere?

policinella.

Signore non aggio mai leiuto, perch patremo no me manao mai a la scola, e perz non saccio leiutare, ma chi lo sa se ne sapesse quarche poco? Mostra chisso cartiello.

fulgenzio.

To', leggilo, se sai leggere.

policinella.

Ca ca, co co, bi bi b, bu bu, trista mamata, e peo si' tu.

alberto.

E leggetelo voi, signor genero mio, non odite che egli non sa ci che si dica.

fulgenzio.

Mostra qui, damelo.

policinella.

Te', pigliatelo.

fulgenzio.

State bene attento ad udire, signor Policinella, perch vi importa la riputazione e la vita.

policinella.

M'avite frusciato con tanta repotazione, me nporta chi la vita che autro.

fulgenzio.

(qui legge)

Yo, el gran capitan Matamoros ganavanderas, horrible, terrible, increible, tremendo, estupendo, horrendo, animoso, valeroso, espanto de Marte y de la Muerte, sobrino de Belona, nieto de la fortuna, naido y criado dentro del gran baratro enfernal, entres los diabolicos gritos de Pluton, Mijera, Tesifone y Eletto, notrido y sustentado de sangre humano, arcecavallerao de Espaa, destruydor de campos enemigos, rompedor de exercitos, deribador de castillos, conquistador de reynos, temor de imperios, vencedor de batallas, pariente del Soffi, seor del Eteopia, tributado dal turquo, dal persiano y dal grandissimo Lucifero, sostancia y bravezza dela guerra y plus ultra, mas all de todo el mundo, sessenta mil millones de leguas; desafio el noble Policinella a pelear con migo, armado de la manera que a el fuera de gusto, antes que el claro sol se vaia dentro del oceano y todo lo hago por mantenerle que lo que de mi ha dicho es muy gran mentira.

E ben, signor Policinella, avete ben udito la disfida?

policinella.

Parte s e parte no.

fulgenzio.

Che ve risolvete di fare?

policinella.

No saccio, ca me scomuosso lo cuorpo. Vedite, per vita vostra, se lo potessivo accordare, accomodare sta cosa con dareme isso da cordio cinquanta carcacopole e tricento secozzune.

volpone.

O bello onore, che ne sarebbe a tutti noi! Non ti vergogni di lasciarti uscire queste parole di bocca?

alberto.

Ah, Policinella, e dove il tuo bel animo generoso, il tuo valore, il tuo ardire, il tuo elevato ingegno?

fulgenzio.

Animo, Policinella mio, non mostrar vilt, aricordati de gli amici, e di principi, e di quegli che per la tua virt e vittoria ti chiameranno, ti accarezzaranno, ti inviteranno, e pi, che i macaroni con la carne ora per te si apparecchiano in cucina, ti chiamano e te invitano in compagnia del greco e invitano all'armi, all'assalto e alla vittoria, alla gloria e alla fama.

policinella.

Avite ragione, pota de mene, dateme sto cartiello. To' to' to'! Ora va' e di' a lo spagnuolo ca men'aggio stoiato lo tummentienne, e ca me l'aggio puosto sotta a li piede, e che mo le voglio mannare no contra cartiello nfamatorio scritta 'n carta straccia, acatata a lo funneco de lo Cetrangolo de Napole.

volpone.

O bravo Policinella, o che valent'uomo, o buon soldato.

fulgenzio.

S certo, non si pu negare.

alberto.

Non v' dubbio, sicuro.

policinella.

Va' tu, Scaramuzza Me Meo, muzzo de stalla, striglia cavalle, va' alla cantina, e curre 'n cucina, e dille da parte mia a 'so spagnuolo, nemico de la carne de puerco e delle sauciccie arostute, ca no lo sommo na iota. Iamo a solecetare che se coccano priesto li macarune, ca me voglio armare allegramente da dintro e da fore.

scaramuzza.

Io vao, ma de 'se chiachiare me ne rido, o pover omo te, e pe la canna te fai pigliare, mo nce lo vao a dicere.

policinella.

Dille ancora ca no truffa paga, e ca non vero spagnuolo, ma di chille matane descacciate da Spagna. E tu va', mieteme li puorce a li cetrule, cornuto sbrufa papa.

alberto.

A f, che tu gli hai risposto meglio che per le proprie rime.

volpone.

O bene, o bene, ti se' portato da paladino.

fulgenzio.

Andiamo qui in casa d'un mio amico per scrivergli il tuo cartello, ma che sia da te dettato e ti faremo armare.

policinella.

Sopra a tutto che nge sia caso piacentino assai e burro sopra li macarune.

SCENA TERZA

matamoros e squarcia

matamoros.

Ya enbi mi carte a Policinela, por el criado de vuestra merced, no s lo que havr soedido.

squarcialeone.

Certo, signore, che molto dispiacemi che per umore e capriccio ella volle con persona cos di bassa condizione combattere, e por la sua vita e il proprio onore in compromesso.

matamoros.

Seor, lo hago por que soy tan deseoso de haer al mondo conoer que con qualchiera suerte de hombres he querido venir a battalla, y tanto mas que el fue el primero que me desafi y ser muy gran verguenza la mia en faltar de aello y estoy mas contento que si hubiera de venir a iornada con el muy valeroso monsiur de Chirich, verdadero y gran paladino de Frania, pero con todo esto, yo le doy este titolo de cavallero, aun que no lo sea.

squarcialeone.

Sia pur come ella dice, signore. Bastami che, come vero amico e cognato, senza adulazione gli abbi notificato il mio parere, perch da un soldato de' nostri se avrebbe potuto far dare una gran carica di bastonate e sarebbe stata finita la cosa.

matamoros.

Ya est concluydo y me sera de mucha verguenza el dejarlo de haer.

SCENA QUARTA

scaramuzza con sudetti

scaramuzza.

Signore, io aggio fatto lo servizio. Policinella ha fatto leiere lo cartiello e dice ca no ve stimma niente, l'ha stracciato e se n' iuto ad armare dicenno ca ne voleva mannare n'autro a vosegnora.

matamoros.

Y no se ha espantado de mi valorosa persona y de mi gran valor? Juro por la fuerza del grande Alcides, que el primero golpe que le tengo de dar en la cabea y de hazerle saltar los ojos por de dentro de los agujeros de las naries. Vete corriendo a mi armero y dile que me tenga a preevidas las armaduras, y que el estoque sea mas reluciente de los rayos del sol, porque quando alar por darle la cuchillada, quiero que el resplandor le quite la vista y lo dexe confundido y fuera de si.

squarcialeone.

Presto, corri pi che il vento, servi il signor capitano.

scaramuzza.

Facite cunto che sia iuto e tornato, vecome c.

matamoros.

Ea, corras, vete en hora mala, que aguardes?

scaramuzza.

Mo, signore, a la bona ora, vao.

SCENA QUINTA

volpone, matamoros, e squarcia

volpone.

Tuttavia Policinella si va armando.

matamoros.

A picaron, a qui estas? Tu cabea es mia.

squarcialeone.

E questa gamba mia.

volpone.

Ahim, che sar questo? Infoderate, signori, le vostre armi e facciamo tregua per due ore, perch vengo come ambasciatore del signor Policinella, e questa carta viene a vostra signora, signor capitano Matamoros mio signore.

matamoros.

A mi? es carta del emperador?

volpone.

Signor s viene a vostra signora, ma non viene di Alemagna.

matamoros.

Detengase seor, que se envainan las espadas.

squarcialeone.

Ecco che la ritorno al suo loco, per la salute del genere umano.

matamoros.

Es papel de Espaa, de Fiandres o de Constantitinopola?

volpone.

E non, signore, un cartello a vostra signora, mandato dal nobilissimo signor Policinella.

squarcialeone.

Che signor Policinella! Corpo del mondo, vuoi tu dire la feccia de' guidoni, la schiuma de' sguattari e de' poltroni.

matamoros.

Si seor, que yo le he dada la noblea. Damela c, che dize, me acontento de escuchiarte, levntate, no steyas mas arodillado delante de mi.

volpone.

Con vostra licenza m'erger in piede.

matamoros.

No entiendo esta escritura, que es eri lengua italiana.

volpone.

vero, signore.

matamoros.

Pues leed, que te doy licenia, si sabes leer.

volpone.

Io legger, per se non vi sar cosa di vostro gusto, non ne date la colpa a me.

matamoros.

Non importa, me contento, leed.

squarcialeone.

Leggi, e se non potrai supplire, ti aiuter nel legere.

volpone.

State dunque ad udire per cortesia, e non vi turbate.

matamoros.

Desid, presto.

volpone.

Io lo gran nobele e illustrissimo signore Policinella de Gamaro de Tamaro coccumaro de Napole , nasciuto a Pontaselece, figlio de Marco Sfila e de Madama Sbignapriesto, pe mangiare no cacavo de macarune, mangiatore de galline, picciune, fasane, pernice, pastice, sausiccie, migliacie e capune, squarciatore de cosse de porcelle, accedetore de puorce sarvateche, sgareatore de galle d'Innia, e deluviatore d'ogni genere musicorum de vidanne squisite, smafaratore de vuote de grieco, lagrema, guarnacia, marvasia, leateco, mangiaguerra, scolatore de fiasche, polizatore de scotelle, cos de iuorno comme de notte, co lumme e senza lumme, dintro e fora coreggia; azzetto la desfida de lo capitanio Matamora, re e monarca de li poltrune, arcefanfaro delli crastate.

matamoros.

O mal naido, vellaco, y de puta cabron.

volpone.

Me offerisco de pigliarolo a mazzate, a besicate, a tripate, a fecatate, e a pormonate 'n facce, a despieto de chi lo vo' favorire. Azzetto la desfida e benga priesto a commattere co lo gran Policinella, re delli mangiature e monarca de li vevetture. E zetera, e zetera, e zetera, e ciente millia zetera, e n'autra vota zetera.

matamoros.

No hay mas que dezir. S bien lo que tengo de hazer sobre esto.

volpone.

Ambasciatore non porta pena.

matamoros.

No hablo con tigo, pero vaya, y digale que se procure sepultura, y presto, antes que, despues de haverle muerto, lo profunda dentro del eterno fuego. Bamonos, seor, al armero.

squarcialeone.

Andiamo. E digli da mia parte che con un corno del rinoceronte vorr sbudellarlo.

volpone.

Non sarebbe meglio con il vostro?

O se m'avesse inteso. Certo che l'ho scapata buona dalle mani di costoro.

SCENA SESTA

clarice, fioretta, e volpone

clarice.

Ol, misser Volpone, come va questa cosa? Dalla fenestra ti ho veduto con mio fratello, cos presto si placato contro di te? Se avesti avuto a far meco, so che non l'averesti passata cos franca. Che indegnit fu la tua a fare un'insolenza cos grande a casa nostra, senza avere riguardo a le persone che noi siamo?

volpone.

Signora, con alcune efficaci ragioni ho placato il signor vostro fratello, il quale dar per me sodisfazione a vostra signora.

clarice.

Non mi occorreno tante sodisfazioni, so ben che tu sei un mal guidone.

volpone.

O per grazia vostra, signora, son troppo favorito da voi.

fioretta.

Veramente, messer Volpone, voi avete un bel collo da forca! Tanta ne farete, che un giorno v'inciamperete sotto, e bene.

volpone.

Non v'inciamper, astuta volpe non inciampa a laccio.

fioretta.

Non in laccio di cacciatori, ma de' ladri e de' furboni.

clarice.

E non alterare cos la voce, ch ti farai scorgere per matta da i vicini! Va' via da qui tu, baronaccio.

volpone.

Io vado, con ogni debita riverenza parlando.

E costei dal civile entra nel criminale.

E io vi ho d'avisare d'una strana cosa.

clarice.

Che cosa sar? Forsi qualche tramma da te ordita?

volpone.

Il signor capitano vostro fratello si disfidato a combattere a lo steccato con Policinella, servo del signor Fulgenzio.

clarice.

Ohim, che quel che odo? con quel sciagurataccio, con quel vil uomo da nulla?

volpone.

Signora s, ma lui dice di averlo fatto nobile.

fioretta.

E non mi sapeva comandare che io l'avessi caricato bene le spalle di legnate? Signora, non state suspesa, n pensosa, perch il signor padrone aver finto di voler combattere da dovero, e doppo lo far bastonare.

clarice.

Ne credo pi di quanto che ha detto costui, perch mio fratello peggio che matto, n se gli pu far mai capire ragione alcuna.

volpone.

Da catena , avete ragione, signora.

fioretta.

Ah forfantaccio, mascalzone, questo di pi! S tu, sei matto da catena, da ospedale, da berlina, da galera e da forca! Sfacciatone, ti tirar d'una pianella.

clarice.

Non occorre qui pi dir altro. Sia come ella si voglia, il Cielo sia quello che li dia vittoria.

fioretta.

Entriamo, signora. Ors, il malanno vi venga, messer Volpone beccaccio.

volpone.

E a voi il malanno con la mala Pasqua, madonna Fioretta poltrona.

(Volpone solo)

Dissemi Policinella che io li facessi apparecchiare una sedia.

O l, o di casa!

SCENA SETTIMA

scaltrino e volpone

scaltrino.

Perch batti a quella porta, Volpone, che non entri? Sai bene che il padrone non in casa, e che il pasticciero mette all'ordine gran robbe mangiative per Policinella.

volpone.

Lo so. Va' dunque e porta qui fuora un paro di sedie per la porta che entrano i carri delle legna; e questo per ordine del signor Alberto. E avisa la signora Lucilla che senza fallo si combatter tra Policinella e il capitano, conforme egli disse di voler fare.

scaltrino.

Da dovero, o da burla?

volpone.

Da dovero, dico.

scaltrino.

O che bel vedere che sar!

volpone.

Se tu non potrai portarle, fatti aiutare.

scaltrino.

Far ci che potr. Vado, non ti partire.

volpone.

Sto pensoso, pensando come riuscir questo duello. Il signor Fulgenzio e noi abbiamo inanimito Policinella a combattere pi per mortificazione di quel capitano che per altro, ch ben si sa che pi matto che valente, gi che mostra tanta poca prudenza.

SCENA OTTAVA

scaltrino e volpone

scaltrino.

Largo, largo, ecco qui le sedie. Poni tu questa col e quest'altra in qua.

volpone.

Tu non volendo hai fatto bene a porle una in quella casa del Matamoros, e l'altra appresso la nostra.

scaltrino.

Andiamo ad incontrare Policinella, andiamo allegramente, o bel ridere che sar!

volpone.

Piano piano, che tanto saltare e ballare, par che andiamo a nozze! Taci, frmati, ch vergogna.

scaltrino.

Che s, che non potr trmi un poco di allegrezza e di piacere?

SCENA NONA

clarice dalla sua finestra, e fioretta pi in alto

clarice.

Io sono venuta qui su la finestra solo per saperne il vero di ci che mi disse quel forfante di Volpone circa di mio fratello, che non lo credo, essendo tutto pieno sempre d'infinite bugie. E non gli volsi altro dire di Fulgenzio, che egli mi promise d'introdurmelo in camera, e ci l'ho fatto per parere di non tenerne pi conto, e tanto pi che come sposa si condusse Lucilla via, non essendo egli di me inamorato, ma di lei.

fioretta.

E io signora, me ne son salita qui sul granaio. State pur salda cost, ch me ha parso aver udito battere il tamburro a la lontana, che s che passer qualche compagnia de spagnoli.

clarice.

vero, per non mi stare a fare pi la gaza, tacci un poco.

SCENA DECIMA

lucilla con le sudette

lucilla.

Son venuta un poco qui su la fenestra per non starmene cos rinchiusa, come fin ora ho fatto, pensando ai miei passati guai.

SCENA UNDECIMA

matamoros, paggio, che li porta lo scudo, squarcia padrino, tamburro che sona da dentro, e scaramuzza

(Matamoros passeggia, s'inchina alle donne, e si senta appresso la sua casa).

SCENA DUODECIMA

alberto, fulgenzio, volpone, policinella armato, sguattari con spiedi e robbe da mangiare, con sudetti

(Policinella fa l'istesso, e si senta a suono di tamburro con Scaltrino, Volpone gli parla nell'orecchio. Scaltrino afferma tacendo).

squarcialeone.

Poich, merc del potentissimo Marte, giusto, verace e degno protettore di noi altri famosissimi ammazzatori, quinci comparsi vi siano due famosissimi guerrieri, che venir vogliono fra di loro a singolar duello, giusta e ragionevol cosa mi pare, acci n l'uno, n l'altro possa rimaner offeso, n ingannato, dico che si debbano misurare le loro armi, acci non vi sia disuguaglianza alcuna, e che per ci ragionevolmente si debba compartire il sole, conforme usar si suole fra pi degni e valorosi eroi.

policinella.

Faraggio quanto volite vui, ma non me date troppo sole, perch aggio autro caudo che de sole.

fulgenzio.

Dammi la tua spada, Policinella.

policinella.

E perch, scomputa la guerra, non se commate chi?

volpone.

E tacci, non mostrare pusilanimit, ch oggi quel giorno che acquisterai molta gloria e onore.

policinella.

E che so' sbregognato, che me aggio da quistare onore? Ogni poco de onore me abbasta, ca so' sulo.

fulgenzio.

Dame, vostra signora, quella del signor Matamoros.

squarcialeone.

Con licenza, signor capitano. Eccola, signore.

fulgenzio.

Son giustissime. Ripiglitela, signore.

squarcialeone.

Prendete, signor capitano.

fulgenzio.

Animo, signor Policinella.

matamoros.

Y es posible que esta valerosa y vitoriosa espada, que fue del fuerte Achiles, que por sentencia del rey Agamenon fue dada al griego Ulis con las otras armaduras, que al cabo de muchos aos y guerras suedi en las balerosas manos del gran Iulio Cesare primero emperador de Romanos y despues de su muerte cay en poder de Octaviano, de Octaviano a Tiberio, de Tiberio a Cayo Cesare, da Cayo a Claudio, da Claudio a Neron, da Neron a Sergio, da Sergio a Silvio Orton, da Silvio a Vitelio, da Vitelio a Vespasian, da Vespasian a Tito, da Tito a Domician, da Domician a Cuceio, da Cuceio a Troian, da Troian ad Antonio Pio, da Antonio Pio ad Aurelian, da Aurelian a Comodo y Comodo, por antigua memoria, la encerr en el templo de Giano en Roma. Que despues, al cabo de muchos successiones, vino en poder del grande emperador Carlos Quinto, quando fue encoronado emperador de Romanos en la famosa ciudad de Bolonia, gran madre de studiosos. Carlos Quinto la di en sacrificio a Marte; Marte la di alla Muerte, la Muerte a Pluton, Pluton la di a mi valerosa persona, gran monarca de muy estremada valentia; paraque deviese matar con ella gran parte del Asia, Africa y Europa, como que ansi hasta hora he hecho para la aumentacion del Reyno Ynfernal, por el muy gran tributo que el principe del fuego me da; y que a hora se ha de ensuiar de la pudrida y negra sangre de un rudo animal, como es aquel que en todas maneras yo lo he de matar.

fulgenzio.

Animo, signor Policinella, perch dice cos per isbigotirvi, rispondeteli prontamente che non avete paura delle sue chiachiare.

policinella.

O figlio de bagascia cornuta, e che te pienze de me sbaotire? e con chi te pienze de avere a fare, con quarche catarchio, con quarche bozzachio come si' tu, che meglio non te avesse fatto mamata? Sai che chesta chella spata che era prima no gran cacavo deventao caudata, da caudata pozzonetto, da pozzonetto fressora, da fressora gratiglia da rostireme vrassole e rossole de puorco, da gratiglia deventao cochiara perciata da menestrarence lasagne, da cochiaro spito, da spito spata; aspetta che sputa. E dappo' fu data en potere de lo gran Colafronio Trenta Ova, da Colafronio a Marco Cinco, da Marco Cinco a Gelormo Percuoco, da Gelormo a Pantal, da Pantal a Iacovo de lo Caso, da Iacovo ad Antonio Cumaro, da Antonio a Nardiello, Nardiello a Pascariello, Pascariello a Cola Marchione, Cola a Coviello, Coviello a Giananiello de la Conochia, Giananiello la deze a lo gran Micco Passaro Napolitano, paladino de Forcela, smargiaso de lo mercato, bravo de la chiazza del Urmo e isso la deze a lo capitan Totaro e chillo me la donao, ch avesse da cidere tutte li forfantune, taglia vurze, mariule de sacociola e robba ferraiuole de lo munno, e perz guardate tu ca sai chillo che si', e sufficite appilo, che escie feccia.

squarcialeone.

E perch, signori, questo duello senza dubbio si pu chiamare padre della morte, per tanto, vi prego a manifestare ciaschedun di loro, quando per disgrazia rimanesse dall'inimico vinto, e forsi estinto, come vi piacerebbe che per memoria si dovesse far scrivere su la sepoltura.

policinella.

Ora chisto n'autro chiaito, lo Cielo me la manna bona.

matamoros.

Aunque cierto y claro soy de no poder morir para ser imortal, todavia yo este epitafio haria poner en cima de mi sepoltura, oigame:

A qui yace en poca tierra

el que toda lo temia

el que la paz y la guerra

por todo el mundo hazia.

O tu que vas a buscar

cosas dinas de loar

si tu loes lo mas dino

aqui para tu camino

y no cures mas buscar.

alberto.

E voi, signor Policinella, come vi piacerebbe che si dovesse scrivere su la vostra sepoltura?

policinella.

Bell'ario, che me facite! Lassate no poco che nce penza, e che responna a chisso iosse e bosse e scaravosse, che sta ll, ca le voglio parlare tosco.

matamoros.

Diga el vellaco.

policinella.

Mo lo dico, piecoro, ora siente.

Qui giaccio e pi non son quel che fui pria,

non cercar del mio nome, o tu che leggi,

vattene col malan che il Ciel ti dia.

scaramuzza.

Te pozza venire 'n faccie, aseno nmardato.

fulgenzio.

Signori, fin qui siamo bene aggiustati, per mancavi una sol cosa e doppo si dar il generoso assalto.

squarcialeone.

Che cosa, signore, ditelo.

fulgenzio.

Cercare adosso a l'uno e l'altro, acci non si tenesse qualche sorte di scrittura per l'offesa, o difese delle armi, bench non vi si debbe dar credenza se non alla ragione, tuttavia per sodisfazione di tutti, non si deve lasciar di farsi.

matamoros.

Me contento, pues que otra escritura no tengo si no la fuerza del brao y el animo del coraon.

policinella.

E a me nesciuno me passe de contentaresse, cercateme tutto ca me contento, stracontento contentessemamente.

matamoros.

Con un soplo lo tengo de embiar a besar los cuernos de la luna.

policinella.

E io co no caucio te boglio fare ire a vacuare le fecate a Levante. Signore, nante che se commatta vorra dicere doi parole secretamente a Scaramuzza paisano mio.

squarcialeone.

Presto, Scaramuzza, ascoltalo come amico.

scaramuzza.

De grazia, signore. Che buoi da me, messer Policinella?

policinella.

Fa' arassare tutte, e sienteme na parole a le orecchia.

scaramuzza.

De bona voglia, de razia, arassateve segnure, ca me vole parlare secretto.

alberto.

di ragione, ecco che ci siamo ritirati.

policinella.

Scaramuzza mio bello, nuoi simmo paisane, e si nce mozecammo non ce gli stimmo e me fido de te.

scaramuzza.

Di' che buoi dicere, e prieste.

policinella.

Te lo diraggio, con patto per, che non lo diche a nullo. Sienteme e saperai che boglio. Ahim, frate mio, chesta una brutta colata pe me, vide tu se lo poi quietare 'so spagnuolo, ca me contentaraggio da cordio che isso co le mano soie propie me vaga frustanno a cavallo a n'aseno pe tutta la cetate de Capua, e che sautaraggio, abuffaraggio e faraggio capo tomole pe tutta la chiazza, che me dia schiaffune, bufettune e cauce quanto vo' isso, puro che no me faccia commattere, ca m' benuta la cacarella, frate mio, e lassa far a me po', ma come venesse da te.

scaramuzza.

Povero Pollicinella, cierto che me dispiace.

policinella.

Ne lo vero, pro vita toia, di' che buoi dicere che te despiace?

scaramuzza.

Ca me despiace ca no si' stato dece anne prima acciso, caperonne d'Innia, va' a la forca! Io no le voglio dicere niente, ca voglio che muore acciso pe le mazzate che me hai dato sta notte passata! Crepa, schiata, sfonola, e crepanta!

policinella.

!

volpone.

Che cosa hai, Policinella? Va' in l, Scaramuzza.

policinella.

L'aggio dito che me npara dove se va a fare lo servizio, perch aggio fruscio de cuorpo, e isso dice ca non vole e ca no se n'empaccia.

scaramuzza.

Lassatelo dicere, ca chessa scusa pe no commattere.

volpone.

O che indegnit d'un cavaliere, di un guerriero tanto famoso! Ah, signor Policinella, state sora di voi, non perdiate la riputazione, n il vostro onore.

policinella.

Io ve dico lo vero, ca me site venute 'n fastidio con tanta segnora e tanta reputazione e tanto onore, e me avite confuso. De razia, lassateme ire a mitte.

fulgenzio.

Fermatevi, dico, non partite. Ors, Volpone, cerca tu Policinella.

volpone.

Di grazia, dove la tua bisacca?

policinella.

Che?

volpone.

La tua scarsella.

policinella.

So' ommo de fare squarciella a ciente de li pare tuoi, con chi te pienze de parlare?

volpone.

E te dico la sacoccia! Eccola qui. Che cosa questa? Che carta inviluppata.

policinella.

una polesa de cammio che m'ha fatto no potecaro de caso e d'uoglio.

volpone.

Tu hai ragione, questa una buona fetta di cascio, e questo bollettino che cosa dice?

Vuol esser cotto in fretta il figatello

e con gran fretta posto sul tagliero;

e caldo caldo trarlo nel budello.

Il detto bello, tosto te lo ripongo in scarsella.

squarcialeone.

Signor Matamoros, rester ella servita che io faccia lo istesso.

matamoros.

Haga, seor, lo que le fuera de gusto, busque en mi faldriquera.

squarcialeone.

Con licenza, che cosa questa?

matamoros.

O mi desdichosa fortuna ! Muestra seor. Son guantes de Espaa, para dallos a la reyna de Sueia.

policinella.

Segnor no, le bolimmo vedere.

squarcialeone.

To', guardateli voi.

policinella.

Da' c, ha ha ha, cheste so' ravanelle spagnole contra a l'arme 'taliane! Co licienza le boglio iettare.

scaramuzza.

E no, dammele a me, ca so' radice confettate, che le saranno restate 'n mano a la tavola de Marte, ca co isso ha magniato sta mattina.

fulgenzio.

Non vi si ponghi pi intervallo di tempo ad intrar nella battaglia. Animosamente, signor Policinella! Che si batta il tamburro.

(Qui si batte il tamburro)

matamoros.

Armas, armas, sierra, sierra!

policinella.

Ferma, ferma tammorino, damme l'avanzo de lo carrino, non sonare 'sa sonata, ca me ne voglio sbignare.

alberto.

E se non avete ancora combattuto?

matamoros.

Seor capitan Squarcialeon, digale vuestra merced si se ha dicho esta manaa lo que se die por toda Espaa de mi valerosa persona.

clarice.

Ritiratevi in casa, Fioretta, ch non si conviene, n mi comporta l'animo, di vedere tal disordinata pazzia di mio fratello.

fioretta.

vero, signora, per son di umore di saltar fuora per dare una mano di legnate a quel forfantonaccio che si vuole uguagliare con il mio padrone. Andiamo, signora.

squarcialeone.

Hai bene inteso ci che ha detto il signor Matamoros.

policinella.

Lo malanno che le venga, che saccio che se dice.

matamoros.

Se die desta manera.

Del capitan que ganna las banderas

guardame Marte y guarde muy de veras.

policinella.

Sai come se dice de me pe tutta la 'Talia?

matamoros.

Como? Desid.

policinella.

Del capitan che spisso va a magniare

guardame Giove e tu te fa squartare.

lucilla.

Ogni momento mi par un seculo di veder costoro entrar ne la battaglia! Io non so come potr costui resistere contra di un valoroso capitano.

squarcialeone.

Ors, all'armi.

matamoros.

Aqui estoy. Levantate de aquella silla, vellacon.

policinella.

Ahim ca so' muorto, sto buono a cos, no me voglio levare, tallune aiutateme.

fulgenzio.

Frmati, o l Policinella, avntati contro di lui come saetta, vuoi tu rimaner privo di onore?

policinella.

Io voglio essere no cornuto, che bolite da me? Lassateme ire pe li fatte miei.

alberto.

Che tu debba valorosamente combattere e mostrar la faccia e i denti al inimico.

policinella.

Te', io ce le mostre con tutte le mole, che bo' chi? Covernateve.

fulgenzio.

Non ti far questa vergogna, ascolta.

volpone.

N questo vituperio a' tuoi amici, a quelli che ti hanno da pasteggiare, da banchettare! Non vedi questi bei conditi macheroni, che sono qui per te dolcemente apparecchiati, questo bel pezzo di arosto, queste quaglie e questi piccioni? Vedi con quanta solennit ti stanno attendendo che tu li debba godere, finita la battaglia, e che ti conforteranno la lingua, il palato, la bocca, e le budella, te impiranno il ventre e trangugiando goderai, bevendo questo eccellentissimo greco, sgorgato che sar da cotesti odoriferi vasi. Prenderai pi vigore, pi forza e maggior ardire. Animo, animo e cuore! Entra valorosamente a la battaglia! Batti, dunque, lo marzial stromento per dar maggior animo al nostro valoroso paladino.

policinella.

A f ca hai ragione, lassame prima paziare la nostra guerra co lo nemico, non sonare. Segnore capitanio, ve contentate che io ve acida senza commatere?

matamoros.

A bacillero, ladron, tu matar un tan famoso guerre ro? Yo quiero luego con la punta de mi espada arojarte en Yngalterra. Passate a c.

policinella.

Ferma, ferma, facimmo prima li pate nuostre.

matamoros.

Que patos?

policinella.

Che all'assauto no ce dammo co le spate 'n face, n 'n capo, n a le braccia, n a l'uochie, n a lo pieto, n a la panza, n a le spalle, n a nulla parte de la perzona, e damoce dove volite vui.

matamoros.

Yo no tengo de buscar tantas needades, cadauno dea adonde podr. Sierra, sierra.

policinella.

Serra, serra, ed apre quanto vi tu.

fulgenzio.

In cervello, Scaltrino, con la corda al piede del capitano.

scaltrino.

L'ho qui, lasciate pur fare a me.

policinella.

Ferma, ferma, sta' a la larga, mazza franca da c e da l, lassame sedere, aiuto, aiuto, refregerio, macarune, macarune! Lassamene pigliare na vrancata.

volpone.

Mangia, mangia Policinella, allegramente.

policinella.

O bene mio, lassame no poco adorare la carne arostuta, damme lo stoiavuco.

volpone.

To', confortati con il greco di Somma.

policinella.

Da' c.

alberto.

Dagli il bichiere.

policinella.

Non mporta, ca vevo a lo fiasco, h, ca tutto me sento decreiare.

scaramuzza.

Trinca buono, cornuto, che te faccia fuoco!

policinella.

Viene nante mo, spagnuolo scassa poteche

matamoros.

Venga, el puerco vestido.

policinella.

Ferma, ferma! Macarune, macarune, carne arrostuta e vino.

volpone.

To', non hai combattuto e ti ritorni a confortare.

fulgenzio.

S, di buon animo, all'ultimo assalto, e fenianla, di grazia.

policinella.

Mo. Te', pgliate sta cortelata!

matamoros.

Y tu esta estocada.

fulgenzio.

Tira becarello.

scaltrino.

Gli ho invilupato il piede.

volpone.

Tira adesso.

scaltrino.

Eccolo in terra a f.

volpone.

Sbigna, trucca di calcagnio! Salvati via.

scaltrino.

E me conviene.

matamoros.

Hay de mi, y que engao y traycion es esta? Ay que deribado fue en el suelo da un muchacho.

policinella.

Arinete, spagnuolo, se no ca te acio e te smenuzzo.

squarcialeone.

O l, che tradimenti sono questi? Ah briconzello, te ho ben io veduto, me la pagherai, da capitan generale.

scaramuzza.

Crai mattino lo smafato e l'accio.

policinella.

Segnure, io aggio lo nemico 'n terra, che bulite che ne faccia?

fulgenzio.

Che sia per tuo conto il tutto rimesso nel maturo giudizio del signor Alberto.

policinella.

Io me ne contento, ca me pare mill'anne de fure.

squarcialeone.

E io, in nome del vinto cavalliero, ne son contentissimo.

alberto.

Gi che questa autorit (per vostra buona grazia) da voi altri signori mi vien conceduta, dico che si debba levar su tosto, con promissione inviolabile di lui, che tosto qui voglia perdonare a tutti, come tutti noi l'uno a l'altro facciamo, di qual si voglia offesa ricevuta, cos per lo tempo passato, come per il presente, acci tutti uniti debiamo rimanere pacificati e contenti.

matamoros.

Yo otra cosa no deseava y ne quedo muy contento.

policinella.

E io chi de nullo autro me ne stracontento.

volpone.

E io ancora.

fulgenzio.

Dunque, ergasi vostra signora in piede, signor capitanio, e abracianci come cari amici, ponendo in oblivione tutte le passate offese.

matamoros.

A qui estoy, me le offereco por muy grande amigo.

squarcialeone.

Il tutto sta bene, per di ragione che Policinella debba dimandar perdono al signor Matamoros come a suo maggiore, poich rimasto vittorioso per inganno.

alberto.

ben il dovere, obedisci Policinella.

policinella.

Signor capitanio mio carissimo, illustrissimo, gentilissimo e magnaninio, ve preo che me perdonate, ca la cannarizia e desiderio de essere banchettato e mangiare assai macarune, me ha fatto fare sto sproposeto, e ve vaso le mano, li piedi e le sole delle scarpe.

matamoros.

Yo te perdono, andat, pues que has mostrado ser hombre tan atrebido.

volpone.

Gridate tutti (dunque) illustrissimi signori sguattari: viva viva il signor Policinella, e conducetelo di peso in cucina.

sguattari.

Viva viva il signor Poricinella, per mare e per terra!

(Partono i Sguattari con Policinella. Gli altri rimangono.)

matamoros.

Otra cosa que un tan grande engao no podia hazerme derribar de tal manera en el suelo, aunque fueran esidas todas las piezas de artillarias del mundo.

fulgenzio.

Signor capitano, di grazia, la non si perturbi l'animo e prenda a scherzo il tutto, gi che l'inganno della sua caduta a tutti stato manifesto, e sappiamo il vostro indicibile valore.

matamoros.

Ha, ha, ha, ha, que me revientan los lados de risa.

alberto.

Come? E di che, signor capitano?

matamoros.

De la astutia militar, que yo he usada con todos vos otros seores.

scaramuzza.

Ah, ah, ah, ah.

squarcialeone.

Di che ridi tu?

scaramuzza.

Ca veo ridere tanto de core lo signor spagnolo.

fulgenzio.

E come, e di che, signor capitano?

matamoros.

Lo dir seor. Yo, deseoso de querer perdonar a todos, y no sabiendo la manera que havia de tener de haerlo con mi reputacion, considerando que Policinela, en ganarme en batalla, me hubiera pedida merced de perdonar a todos, he querido pelearme con el por mi gusto y contento, con deseo de ser amigo de todos, como que agora lo soy. Y si el mochacho no me atava el pie, de mi propria voluntad caydo me hubiera en el suelo, por darmele venido, como fing de dolermene, de manera que por tal causa, quiero todos por muy grandes amigos y ansi lo afirmo.

volpone.

E chi vi crede un asino.

Signor s, signore, vero, poich tutti ci siamo accorti che vi siete aveduto del inganno e lo avete ignorato per vostro piacimento.

Il concorrere con il suo bestial umore non ci arreca pregiudizio.

alberto.

Dunque signore, per maggior sua grandezza e generosit, sar bene che da oggi avanti siamo buoni amici, abbracciandovi con tutti noi.

matamoros.

De muy buena gana, pues que mucho lo deseo.

fulgenzio.

E io sommamente lo bramo.

volpone.

Dunque, per qual si voglia passata e ricevuta offesa, mi dichiaro in grazia di tutti perdonato.

matamoros.

S por cierto.

alberto.

Non v'ha dubbio, gi l'abbiamo stabilito.

squarcialeone.

E chi ne vorr dir il contrario si parte dalla ragione.

volpone.

Ors, abbracciami Scaramuzza, siamo amici.

scaramuzza.

T'abbraccio, ma stara pe no me contentare pe le mazzate che m'hai dato sta notte.

alberto.

Gi che siamo tutti (merc del Cielo) con gran contento pacificati, dico, signor capitan Matamoros, che desidero sapere da lei qual cagione vi mosse a venire impetuosamente a trmi Lucilla per condurla in vostra casa.

matamoros.

No la tom, seor, yo de su casa, mas bien de casa del signor Fulgentio, por darla a vuestra merced. Pero, agora que me acuerdo, deseo saber que es lo que vino hazer la noche passada en mi casa.

volpone.

Signori, vi prego, gi che mi avete perdonato del tutto, ad udirmi e perdonarmi di novo, se vi avesse offesi. vero che il signor capitan Matamoros non tolse egli fuora di vostra casa la signora Lucilla, ma la lev di casa del signor Fulgenzio, e se la men nella sua per darla a vostra signora, come che io da lui proprio intesi, e vi ha detto, e io di veduta ne posso far ampia fede.

alberto.

E come di casa di Fulgenzio? chi ve la condusse e perch?

volpone.

Perch fu da me e da Policinella ingannata.

alberto.

Non questi che dice di chiamarse Antuono Cipolla quando che ne arrec i limoni mandati da mia sorella? Come ha tanti nomi?

volpone.

Signor s, e io li fe' cambiare il nome e il tutto feci per dar maggior colore a l'inganno, che doppo di notte lo mandai dalla signora Lucilla, dandoli a credere che la signora vostra sorella stava moribonda, e che vostra signora la aveva mandata a chiamare in fretta, perch quella voleva far testamento e lasciarli tutti i suoi beni. E cos, con molta fretta, la tolsimo fuora di casa vostra e, amorzato il lume, fingendo di condurla a casa mia per farla accendere da una mia sorella, la conducessimo in casa del signor Fulgenzio, e avendolo saputo il signor Matamoros, per via di Scaramuzza, a forza la tolse di casa de Fulgenzio e se la condusse nella sua, e io, acci fosse moglie di lui, ne dissi il contrario.

alberto.

A dirti il vero, Volpone, tu sei un gran ribaldo.

volpone.

Questo non dubbio. Ma per servire il signor Fulgenzio, che tanto la amava, mi disposi a ci fare, essendo stato dispreggiato da lei.

alberto.

Signor capitano, di grazia la mi perdoni, se io vi ho tenuto in cattiva considerazione.

matamoros.

Antes, que yo he de pedir perdono a vuestra merced del agravio que yo en compania de algunos amigos le hie la noche passada.

volpone.

Fermatevi, signore, ch sono io quello che vi ho da perdonare, poich io fui il ricevitore delle bastonate e piatonate, ch fui preso in cambio per avermi posta la vesta e baretta del signor Alberto, che lo mandai nella vostra cantina (ridete di grazia, h, h, h, h) che queste cose da ridere! Poich li diedi a credere che la signora Clarice, vostra sorella, lo amava e che lo sarebbe venuto a ritrovare come sposa. E il tutto feci per cavarlo fuora di sua casa, acci non mi avesse impedito lo aver a menar via la figliuola, e ancora, per girmene a tr un baccio da una certa persona che non debbo nominarla. Ridete, di grazia. Voi non ridete?

matamoros.

Pues balgate el demonio, son cosas estas de reir si no de cargarte de palos.

volpone.

Signor no, ch la pace fatta e non si converebbe.

alberto.

Tu hai raggione.

squarcialeone.

Deh, signor capitano mio, non bisogna pi tener conto delle passate offese, perch costui averebbe ancora a far meco, che mi mand in quella casa vta ad aspettare una dama, e in vece di quella mi mand un uomo, che non potei conoscerlo, e non ne fo caso alcuno.

scaramuzza.

E ca fui io la signora mia, che nce veniete pe desgrazia, comme dissi primma.

alberto.

Una sola cosa mi manca di sapere, se quando io uscii fuora di casa del signor capitan Matamoros, con quella che io chiamava Clarice per menarla a casa mia, se poteste sapere chi ella stata si fusse, e chi fu che mi seguit con la spada.

squarcialeone.

Io fui quello, signore, gi che dite di esser stato voi il seguitato. Ma quella, che avevate per la mano, non era la signora Clarice?

alberto.

L'ho bene a caro. E chi era di grazia?

scaramuzza.

La signora mia, che po' fuiete a la cantina de lo segnor Furgenzio, e che fui schiatato de mazze da messer Vorpone e da mastro Policinella.

alberto.

E perch eri tu in abito di donna?

scaramuzza.

Pe no ne essere conosciuto da vostra signora, a tale che no me avisseva fatto fare despiacere, pe la chiatonata che ve diete da dereto no volenno.

alberto.

Ors, basti saper l'innocenza de le nostre donne, e le furbare che tu hai comesso; e perch tempo di allegrezza, non se ne parli pi, di grazia. Anzi, che io bramo che il signor Matamoros debba favorirmi de la sua presenza, unito co il signor capitan Squarcialeone, ad onorar le nozze di mia figliola con il signor Fulgenzio.

matamoros.

Por que la nuestra honrada y larga amistad no sea puesta en olvido, vendremos juntos y despues me haran ellos merced de venir a las nuestras bodas, haviendo concluydo de dar mi hermana al seor capitan Squarcialeon, sustancia de la guerra.

alberto.

Io molto me ne allegro, e staremo prontissimi ad ubedire i loro degni comandi.

fulgenzio.

S, certo, ne sar favor singolare, e glie ne rimaremo obligati.

scaramuzza.

E io lo riceveraggio a piacer particolare.

volpone.

E io n'ho gusto incredibile.

squarcialeone.

Il contento che io ne ho e ne avr indicibile.

volpone.

Vi prego, signor capitan Matamoros, di concedermi per moglie Fioretta.

matamoros.

El seor capitan me la pedi para Escaramuzza, su criado, no s si ella se contenter.

scaramuzza.

lo vero, signore, ca la pretenno io, e de ragione, perch so' anteriore a la domanna. E nce volimmo bene inzieme, ma non per facimo la volont soia, e pigliase chi vo' essa.

squarcialeone.

Ha ragione, galant'uomo Scaramuzza.

alberto.

Dunque, sar se no bene di chiamar le donne qui da noi.

matamoros.

O l, que digo, o de casa Floretta, Clari a fuera.

SCENA DECIMAQUARTA

fioretta, clarice, con sudetti

fioretta.

Questa la voce del signor padrone. Chi batte?

matamoros.

El valiente , y vitorioso.

volpone.

Vol esser valente per forza.

clarice.

Mi chiama?

matamoros.

El bravo, digo.

volpone.

Nel mangiar delle minestre.

clarice.

Deh, signor fratello, vi vuol altro che bell'umore, ho ben io veduto in parte le vostre disordinate perfidie. Perdonatemi, il ritrovarvi qui fra tante meritevoli persone, cagiona che io la lingua affreni, n dica ci che dir vi doverei: bisognava far molto bene bastonar colui.

fioretta.

vero, signore.

scaramuzza.

Scioretta mia, parla adaso, ca si Pulicinella te sente auzare la voce, te desfida a comattere co isso.

matamoros.

No tantas palabras. Has da saber, hermana, que por el obligo grande que tengo al seor capitan Esquarcia Leon, y tambien por sus grandes mericimientos, yo te he casada con el. No me respondas de no, porque me haras enojar y muy de veras.

clarice.

Signore, per non contradire alla vostra cortesissima volont, e per non far torto all'amor che lui ha dimostrato portarmi, son contentissima di ubidirvi.

matamoros.

Mucho me huelgo. Dense las manos aqui, delante de todos estos amigos y caballeros.

squarcialeone.

Ecco, signori, glie la tocco, con promissione che in brevissimo spazio di tempo farla madre di un grande esercito d'uomeni di guerra, e tutti armati alla bizarra.

clarice.

Ed ecco ancora la mia, per conclusione del tutto.

volpone.

Datemi Fioretta, signore, ch io vi prometto di farla madre di trecento sguatari di cucina.

scaramuzza.

Non sara meglio di ciento millia pecore?

volpone.

S, ch io sono un becco.

scaramuzza.

Chi ne dice lo contrario?

matamoros.

Pues que ya havemos determinado y concluydo esto, desid Floreta, quieres tu casarte?

fioretta.

Signor s, perch un gran tempo che ho desiderato marito, per non morire con la semenza nel corpo come alle zucche.

matamoros.

Quien quieres de los dos: Volpon o el bravo Esca ramuzza? Te doy lizenia, que te tomes quien quieres.

fioretta.

Signor, vi ringrazio di questa libert. Volpone per la sua virt di gran merito e Scaramuzza per lo suo valore degno d'esser amato; per, per non far torto a ciascun di loro, sarebbe cosa degna e lodabile che mi divenissero marito l'uno e 1'altro.

volpone.

Sar meglio a darti a la communit..

fioretta.

Poich ho licenzia di abbracciare il mio marito, vieni qua, Volpone mio caro.

scaramuzza.

O maro mene, ca la perdo pe la mano.

volpone.

Eccomi, sposa mia! O che ridere, che Scaramuzza n' rimasto beffato.

fioretta.

Va' dunque tu in mall'ora in l, e abbraccio per mio consorte il mio Scaramuzza.

scaramuzza.

H, h, h, h, ca me schiato de ridere! E come si' restato corivo e co no parmo de naso! Adonca, co licienzia de li patrune nuostre, simo marito e mogliere.

matamoros.

S ya est hecho.

squarcialeone.

vero.

alberto.

E perch a Lucilla mia ho fatto gi dal signor Fulgenzio toccar la mano in casa, bene che ella ancora venghi ad allegrarsi con la signora Clarice delle stie nozze. Di grazia chiamala, Volpone.

volpone.

Di grazia, signore, ma che occorre chiamarla se ella qui di fuora? Signora Lucilla, il signore vostro padre dimanda.

SCENA ULTIMA

lucilla con sudetti

lucilla.

Sono stata qui in disparte ad osservare, intenta, i vostri curiosi detti e cerimonie, e certo che non poco contento io ne ricevo, per esser cos felicemente e senza scandolo sortito il tutto. E perci molto con vostra signora mi allegro, signora Clarice, che siete divenuta sposa di un cos valoroso capitano.

clarice.

E io ancora ne prendo sommo diletto di aver inteso che con indisolubile nodo maritale vi siete accopiati con il signor Fulgenzio.

lucilla.

verissimo e il tutto stato per voler del Cielo, e per servir la mia signora Clarice.

clarice.

E io a vostra signora, signora Lucilla.

fulgenzio.

Gentilissimi signori, gi la Comedia della Lucilla costante, e le ridicolose disfide di Policinella (merc la vostra benigna grazia e grato silenzio) fenita, e se volessi perci entrare nel vasto oceano delle vostre lodi e infiniti meriti, sarebbe di necessit che non solo io fossi un novo Omero, un eloquente Cicerone, ma l'istesso Apollo, datore di tutte le somme grazie poetiche, e per questo dico che, dove manca il mio poco valore, supplir il nostro molto desiderio, che con l'autore di essa abbiamo di servirla. A Dio.

FINE

    Questo copione è stato visto: