La macchina mangiavicoli

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LA MACCHINA MANGIAVICOLI

Testo teatrale di Giampiero Orselli

Personaggi in ordine di apparizione:

PAOLO

VALERIA

GIOVANNI

ANNA


LA MACCHINA MANGIAVICOLI

(Una casa nei vicoli di Genova. A sinistra, la camera da letto e una grande finestra, a destra, la cucina e la porta d' entrata del piccolo appartamento. I due spazi sono nettamente separati e, secondo le esigenze sceniche, alternativamente illuminati e oscurati. Al centro, sopra un tavolino, una vecchia televisione.)

(Lo spettacolo comincia al buio. Una sveglia suona. Si sentono alcune imprecazioni. E' la voce di Paolo. Il padrone della casa dove l' azione si svolge. Poco meno di trenta anni. Single miserevole e disoccupato.)

PAOLO/ Maledizione, ho capito, ho capito. Sono le otto del mattino. Ma dove sei finita?

(Nel buio rumori di oggetti che cadono. Paolo accende la luce sul comodino. Finalmente trova la sveglia e la mette a tacere. Sbadiglia. Prova ad alzarsi e a camminare, ma ricade sul letto con una smorfia di dolore. Si prende il piede tra le mani e lo massaggia. Si volta verso il letto dove c'è qualcuno che dorme, nascosto dalle coperte. Paolo fa un gesto di rabbia verso lo sconosciuto, poi si rialza a fatica e va ad aprire la finestra. Da fuori viene un suono tremendo di traffico e macchinari industriali. Paolo richiude la finestra. Suona il telefono.)

PAOLO/ Pronto... si, lo so... devo sloggiare al più presto, lo so.

(Butta giù la cornetta. Torna presso il letto. Ha l' aria molto preoccupata. Scuote la figura dormiente.)

PAOLO/ Sveglia! Devo uscire. Non posso lasciarti qui.

(Paolo alza gli occhi al cielo e grida)

PAOLO/ Devo andare all' ufficio di collocamento! Vuoi svegliarti?

(Una ragazza sbuca dal lenzuolo in modo così improvviso che quasi lo spaventa.)

VALERIA/ Oggi l' ufficio di collocamento è chiuso.

PAOLO/ Chiuso? Come chiuso?

VALERIA/ Oggi è Domenica scemo! (Valeria torna a dormire)

PAOLO/ Domenica. Ma sei sicura?

(Paolo va a controllare sul calendario a muro. Poi torna a sedersi sul letto.)

PAOLO/ Domenica... effettivamente. Dio mio. Sto perdendo il senso del tempo. Ecco a cosa porta la disoccupazione.

VALERIA/ Vuoi spegnere quella luce! Voglio dormire!

(Paolo fa un gesto di stizza e spegne la luce. Poi si avvia verso la cucina. Nel buio calpesta qualcosa imprecando. Arriva alla cucina e accende la luce su quella parte della scena rimasta fino a quel momento al buio, poi si trascina fino alla porta zoppicando vistosamente.)

PAOLO/ Che male. Secondo me è rotto. Altrochè se è rotto.

(Apre con forza la porta di casa che gli crolla addosso. Valeria accende la luce sul comodino.)

VALERIA/ Ma insomma, la pianti di fare casino! Ecco, ho capito. Non si dorme più.

(Valeria si alza. Carina. Poco più che vent' anni. E' in camicia da notte. Segno di distinzione: una considerevole pettinatura punk.)

PAOLO/ Nemmeno mi chiede se mi sono fatto male. La casa è vecchia. Mica siamo al Grand Hotel.

VALERIA/ Senti, invece di stare lì impalato, non mi puoi aiutare a cercare le scarpe? Grazie.

PAOLO/ Si. Ma non urlare. Ho la testa che mi scoppia. O.K.?

VALERIA/ Ecco, vieni qui, guarda sotto il letto.

PAOLO/ Ma non puoi farlo tu?

VALERIA/ No.

(Paolo si inchina sotto il letto. Mentre lui è lì sotto Valeria si toglie la camicia da notte e si veste: Blue Jeans, maglietta, maglione, un "chiodo" di pelle nera e uno scialle palestinese. Infine indossa le scarpe che ha trovato da sola.)

VALERIA/ Casa con tutti i comforts. Bagno sul pianerottolo. Chiamalo bagno, quel cesso.

(Valeria esce con furia e quasi travolge un personaggio che sta entrando. E' Giovanni. Un amico di Paolo, che si fa avanti molto sommessamente. Ha un' aria distrutta. Paolo sta ancora cercando di uscire da sotto il letto. Ci riesce a fatica e si accascia a sedere sul materasso. Solo allora si accorge di Giovanni.)

PAOLO/ Giovanni! Ciao. Hai mica visto una guerrigliera palestinese senza scarpe e con gli occhi iniettati di sangue, per caso?

GIOVANNI/ Si, è uscita di là.

PAOLO/ Dio sia lodato. Speriamo che per qualche ora non torni. Ho la testa che mi esplode.

GIOVANNI/ Senti Paolo, volevo dirti...

PAOLO/ No. Ti prego. Qualche secondo di silenzio. Se sapessi quello che ho passato. Non devo più uscire la sera. Là fuori ad aspettarmi non ci sono altro che guai. Ma se non esco sto male. Mi sento tagliato fuori. Ho come l' impressione che tutti se la spassino mentre io me ne sto qui, come una salma, davanti alla T.V.. Eppoi uno avrà diritto a distrarsi un pò dopo un' intera giornata di disoccupazione. Ieri sera, ad esempio, mi sentivo agitato. Una di quelle notti in cui hai presentimenti grossi come cocomeri.. Bene, dico, mi prendo una delle mie compressine rilassanti per psicopatici, quelle che mi ha prescritto il neurologo. Le Le stesse che prendevano mia nonno e mia madre. Una storia che va avanti da generazioni. Si mandano giù molto bene con il succo di pomodoro. Così mando giù la mia  compressina, mi metto in pigiama davanti alla tele, prendo il telecomando, accendo e vraaam: Enzo Biagi. Noooo.  Schiaccio ancora. Uno show di Canale 5, con tutte le pubblicità, che, non so se hai notato, quando ci sono le pubblicità il volume si alza da solo e ti fa schizzare il cervello. Decido di resistere, non voglio uscire. Là fuori ci sono i guai che mi aspettano. Non devo uscire, non devo uscire, non devo. Ma come si fa a stare soli in casa con la televisione spenta? E così schiaccio ancora: Amici di sera. Mi agito sempre più. E' incredibile il senso di morte che viene da quelle cose lì. Pian piano mi irrigidisco sulla poltrona. Sembrava The Wall. Occhi lucidi, membra contratte, denti stretti, arti atrofizzati, genitali rientranti, come i lottatori di Sumo, e ad un certo punto sento che l' urlo sta per salire. Ti chiederai quale urlo? L' urlo liberatore. Non so se ti succede mai. Quando il cervello è vicino allo schizzo e allora senti che l' urlo comincia a salire, e sale, sale, inarrestabile sale, lento, sale e ti attraversa tutto il corpo, e rimbalza nel cervello come una pallina da ping pong poi ti arriva alla gola e  a questo punto... suona il telefono. Io sollevo la cornetta con l' urlo ancora in gola e dall' altra parte si sente una voce femminile: "Pronto Paolo?". Io non riesco a trattenermi e: "Uhaaaaaa!", scarico l' urlo nel ricevitore. Qualche secondo di silenzio, poi la voce femminile chiede: "Paolo sei tu?", "Si ", faccio io, "Stai bene?", "Benissimo.", "Perchè ho sentito uno strano rumore.", "Interferenze cara, di' pure.", "Sono Valeria, ti ricordi di me?", "Valeria?". Vuoto totale.

"Dai sforzati!" Mi sforzo. Vuoto totale. Lei allora comincia a rievocare. Flash Back. Ci eravamo conosciuti ad una festa di Capodanno, in Piemonte, in casa di un amico di sua cugina, che era sposato con la Vincenza, "Ti ricordi la Vincenza? ma che adesso ha divorziato e vive con Luca in una roulotte posteggiata in porto. Alla festa io la avevo abbordata, lei, non sua cugina, e ci eravamo scambiati i numeri di telefono, e io le avevo scritto il mio su una mano, ma lei fortunatamente lo aveva ricopiato su un pacchetto di sigarette, e il giorno dopo, non ci crederai, aveva smesso di fumare e così il pacchetto le era rimasto, e dopo cinque anni ha deciso di telefonarmi. E' agghiacciante, io non ricordavo nulla di tutto questo, ma non ho osato dirglielo. Le chiedo: "Hai bisogno di qualcosa?" E lei mi chiede se ho l' automobile. "Si." Rispondo io. " Bèh, allora vienimi a prendere, sono alla stazione, sotto una pioggia così. "Tu mi chiederai: Ci sei andato? (Pausa) Si. Ci sono andato. Incredibile vero? Ma ci sono andato. Calma un attimo. Ho le mie attenuanti. Mi sentivo solo. Solo come un cane. E' pazzesco come la tivvù riesce a farti sentire solo. E poi lo sai da quanto tempo non mi telefonava una donna? Da tre mesi. Da quando la segretaria della biblioteca mi ha chiamato perchè non avevo restituito il Manuale del piccolo chimico. Era il 16 Ottobre. Guarda. Me lo sono persino segnato sul Calendario. E così esco. Pioggia infernale. Tuoni. Lampi. La macchina naturalmente non parte. La mollo lì, aperta, con le chiavi nel cruscotto, sperando che qualche ladro riesca a metterla in moto. Arrivo all' appuntamento a piedi e appena sono sullo spiazzo davanti alla stazione mi sento chiamare: "Paolo. Paolo!"  Lei sbuca da una cabina telefonica. Mi viene incontro. Ciao, ciao, bacino." Ti ricordi di me?" E io zero, continuo a non ricordare nulla, e meno male che lei non aspetta la risposta, perchè è la classica donna tifone che decide tutto lei. Una che ti travolge, l' hai vista no?  Subito mi chiede: " Dove è la macchina?" E io: " Macchina nisba. Quella non parte neanche se scende Gesù Cristo in persona con la tuta da meccanico. Lei si oscura in volto. " E adesso che facciamo?" Dice. "Che ci ho pure lo zaino." Ed io per calmarla dico: "Andiamo a bere qualcosa, che qui vicino c'è un locale molto grazioso, il Virus. Il proprietario è un mio amico e mi fa credito. Lei mi mette il suo Invicta sulle spalle e ci incamminiamo. Una volta nel locale la situazione peggiora. Io le chiedo:  Da dove vieni? Lei mi dice che viene da un ritiro spirituale di tre mesi, in un monastero buddisto in cima a una montagna. "Che sei venuta a fare in città?" Lei mi dice che è venuta a cercare un tizio di cui non sa nè l' indirizzo nè il nome nè il telefono.  Sperava di incontrarlo per strada, capisci, e così si è ritrovata alla stazione da sola,  senza soldi e senza un posto dove andare a dormire, nella grande città tentacolare. A questo punto, io commetto due spaventosi errori. Primo: ordino un Negroni, e tieni presente che avevo già preso la mia pillolina. Una miscela agghiacciante che mi ha subito fatto perdere quel poco di lucidità mentale che mi era rimasta. E infatti commetto subito il secondo errore. Mi faccio convincere da quella pazza a mettere in pratica un suo piano infallibile per guadagnare in un batter di ciglio 100.000 lire. Fifty fifty. Cinquanta a me, cinquanta a lei.  "Una cosa facilissima, dice la pazza, basta che vai in strada e ti fai passare una macchina sul piede.", "Cosa?" dico io "Ma sei impazzita ?!", "No".  Dice lei. "E' tutta una finta. Ora ti spiego. Tu vai in strada, lì dove c'è lo Stop e appena arriva una macchina di gente granosa, tu lasci che si avvicini, poi ti accasci a terra gridando: "La rotula! La mia povera rotula!" La fai grossa insomma. Urla, smorfie, tutto il repertorio. Loro crederanno di averti urtato per non avere storie con la assicurazione ci si accorda su centomila, come risarcimento danni e non se ne parla più. Un sistema infallibile." Dice lei. "Un mio amico ci si è comprato la casa." Tu ora mi chiederai: e tu ti sei lasciato convincere a fare una cosa simile? Si. Mi sono lasciato convincere. Calma un attimo. Ho le mie attenuanti. Lo sai in che condizioni economiche sono. Se continua così, per sopravvivere, sarò costretto a rubare le telecamere ai turisti giapponesi.  Fattostà che andiamo in via Garibaldi. Aspettiamo un pò, ed ecco lì che compare la macchina giusta. Auto blù. Assessore con autista e segretaria bionda a lato. Perfetta, dice lei. Ci mettiamo in prossimità dello Stop e aspettiamo che la macchina si avvicini. Quando la macchina è ad un metro da noi, quella pazza mi dà una spinta. La macchina mi passa su un piede con tutte e due le ruote, non si ferma allo Stop e si affaccia pure la segretaria bionda che grida: " Imbecille, sta attento a dove metti i piedi!" Un sistema infallibile. Si, per finire all' ospedale. Lei ha dovuto accompagnarmi a casa in braccio, e si è pure arrabbiata. "Lo sapevo che eri un imbranato! Un buono a nulla! Un figlio di papà!" Dovevi sentirla.

(Paolo ha mimato tutto il suo lungo racconto. Giovanni è rimasto a sentirlo con un' espressione di intensa sofferenza e ha cercato di interromperlo più volte, senza riuscirci.) 

GIOVANNI/ Paolo, senti, per favore...

PAOLO/ No. Aspetta. Non è ancora finita. Per concludere la bella seratina io porto quella pazza qui. Lei chiede subito dove è il bagno. Là sul pianerottolo. Lei va sul pianerottolo e quando torna è in vestaglia e, credimi Giovanni, senza più quegli abiti da guerrigliera era proprio carina. Fai conto che senza dire una parola si infila nel mio letto. Neanche a dirlo, io rimango lì, in piedi, come uno stronzo rinsecchito. Non so che fare. Tu che avresti fatto al mio posto?

GIOVANNI/ Senti Paolo...

PAOLO/ Così aspetto qualche secondo in silenzio, poi spengo la luce, mi tolgo i vestiti e, quatto quatto, mi infilo nel letto, bèh, voglio vedere. E' il mio letto. Mi infilo e sento il suo profumo... saponetta... Camay... la riconosco, io per certe cose ci ho un naso. Bèh Giovanni, è naturale, mi è venuta voglia. Siamo bestie, no? Così con noncalanche comincio a muovermi sotto le coperte. Lei è voltata di spalle. Io mi accosto, con classe, Giovanni, tu mi conosci, con classe, anche se c'era buio. Provo ad allungare una mano e gliela appoggio, qui, sul fianco. Lei si irrigidisce un pò e fa uno strano mugolio, che non riesco a comprendere bene se di assenso o di diniego. Io ritiro la mano e resto a meditare per qualche secondo. Ambiguità il tuo nome è donna. Allungo ancora la mano sul suo fianco aspettandomi una sua nuova reazione, invece niente, muta, come il pesce... forse è un buon segno, penso io. E comincio a muovere le dita verso l' alto e vorrei sfiorarle il seno, ma lei si irrigidisce e ripete uhu e allora io decido che forse...

(A questo punto Giovanni esplode)

GIOVANNI/ Bastaaa!

PAOLO/ Hai detto qualcosa?

GIOVANNI/ Basta. Stop. Fermati. Non dire più una sola parola. Chiudi quella maledetta boccaccia! 

PAOLO/ Sento un pò di astio nelle tue parole. C' è qualcosa che non va?

GIOVANNI/ Ah. Mi chiedi se c'è qualcosa che non va? Lui mi chiede se c'è qualcosa ce non va. Paolo. Anna mi ha lasciato. Ecco cosa c'è che non va.

PAOLO/ Ma no!

GIOVANNI/ Ma si!

PAOLO/ Ma no. Sei tu che la fai sempre grossa. Lo sai come sono fatte le donne.

GIOVANNI/ Io so come è fatta lei e ti assicuro che parlava molto sul serio.

PAOLO/ Ah si? E che ti ha detto?

GIOVANNI/ Mi ha detto: "Giovanni. Anzi: Caro Giovanni. La nostra storia è arrivata al capolinea. Non telefonarmi più, per favore. Sono satura".

PAOLO/ Satura?

GIOVANNI/ Si. Ed io ho chiesto: "C'è un altro?" E lei ha detto: "No." Ed io le ho chiesto:  E perchè allora non ci dobbiamo più vedere, che si stava così bene: "E le ha detto: "Così".

PAOLO/ Così? 

GIOVANNI/ Si. E allora io ho chiesto: "C'è un altro?" E lei ha detto: "Forse." Così io le ho chiesto...

PAOLO/ Si. O.K. basta. E' chiaro.

GIOVANNI/ E' chiaro cosa?

PAOLO/ Non ti vuole più vedere.

GIOVANNI/ Oddio Paolo, ma non sei sorpreso?

PAOLO/ Si. In effetti sono sorpreso. Credevo che ti avesse mollato già da almeno un anno.

GIOVANNI/ E' terribile. Che farò adesso della casa?

PAOLO/ La casa?

GIOVANNI/ Ma si, la casa!

PAOLO/ Quale casa?

GIOVANNI/  La casa che stavo dipingendo. Ma possibile che bisogna sempre spiegarti tutto.

PAOLO/  Devi capirmi. Stamattina non ho ancora fatto in tempo a comprare il giornale. "Ultime notizie sulla casa di Giovanni. Udite udite!"

GIOVANNI/ Scusa se puntualizzo ma, prima cosa, la casa non è mia ma nostra, seconda cosa, sono certo di avertene già parlato ma tu quando io  parlo, invece di ascoltare, gemi.

PAOLO/ Gemo?

GIOVANNI/ Si, gemi. Ma non ti guardi mai allo specchio? Hai sempre la faccia di uno che sta per suicidarsi. Sempre lì a lamentarti. E poi ti stupisci che nessuna donna ti telefona. Alle donne piace ridere, capisci?

PAOLO/ E tu Anna la facevi ridere?

GIOVANNI/ Si, ti stupisce, la facevo ridere.

PAOLO/ Ah si?

(Paolo comincia a ridacchiare sommessamente.)

GIOVANNI/ Perchè ridi? Non ridere.

PAOLO/ Scusa, ma è più forte di me. Ah ah.

 

GIOVANNI/ Non ridere, maledetto. Non ridere. Oddio. Ma perchè mi ha lasciato?

PAOLO/ Non lo so. Ah ah. Forse hai commesso qualche errore. Tu non hai molta esperienza con le donne.

GIOVANNI / Cosa? Io non ho molta esperienza con le donne? Ma stai scherzando? Ho avuto più di una donna in vita mia... ne ho avute due.

PAOLO/ Oh oh, ah ah. Basta.

GIOVANNI/ Il fatto non è questo. E' che lei è troppo bella e io mi sono sempre sentito una merda al suo confronto. Per questo ho cominciato a verniciare la casa.

PAOLO/ Ma quale casa?!

GIOVANNI/ Ora ti spiego. Mia nonna la scorsa estate è defunta. Io ogni tanto la andavo a trovare e ti confesso che sulla sua casa ci avevo fatto un pensierino. Non che io desiderassi la morte di mia nonna, per carità, ma Anna continuava a dirmi che voleva andarsene da casa, che coi suoi non riusciva più a starci, che il suo sogno era una casa in centro. Bèh, per farla breve, ho accompagnato mia nonna al cimitero e mezz' ora dopo ero di nuovo lì, in quella casa, con la tuta da muratore e la barchetta di giornale in testa. Ogni mattone che mettevo in quella casa era come se me lo mettessi sotto i piedi. Mi faceva sentire più grande, più importante. A lei dicevo soltanto: ti farò una bella sorpresa, vedrai. Ma non anticipavo niente. Soltanto: ti farò una bella sorpresa, vedrai.. Ha bello che visto. Ecco. Secondo te Paolo, lei adesso sta con qualcuno?

PAOLO/ Si.

GIOVANNI/ Come si?

PAOLO/ Non ho mai visto una donna andarsene per amore della libertà. Ti lasciano sempre per qualcun' altro.

GIOVANNI/ Oh maledizione. Ma tu non sai dire pietose bugie?

PAOLO/ Si, ma solo a me stesso.

GIOVANNI/ Senti Paolo... ti devo chiedere un favore importante. Io in quella casa non ci posso tornare. Fammi dormire qui per qualche notte.

PAOLO/ No.

GIOVANNI/ Perchè no?

PAOLO/ Non c'è posto.

GIOVANNI/ Posso dormire qui con te.

PAOLO/ No, lì c'è la guerrigliera, e anche lei adesso fuori. Non voglio nessuno tra i piedi.

GIOVANNI/ Allora mi vuoi morto?

PAOLO/ Non facciamola tragica, per favore.

GIOVANNI/ Ah, dici di non farla tragica. Ma lo sai che ieri ho tentato il suicidio? Guarda, c'è anche scritto sul giornale.

(Giovanni tira fuori dalla tasca un ritaglio di giornale e lo porge a Paolo.)

PAOLO/ Fa vedere... "Piccola orfana ritrova la madre che credeva morta in un incidente minerario".

GIOVANNI/ Ma dove leggi? Più sotto.

PAOLO/ Ah ecco: "Giovane squilibrato minaccia di gettarsi dal Ponte Monumentale. Traffico fermo ieri in via Venti Settembre". Un giovane dall' apparente età di vent' anni ha scavalcato il parapetto del ponte Monumentale ed è rimasto a guardare fisso ne vuoto per più di un' ora, fino a che un vigile urbano non lo ha accalappiato con un rudimentale lazo e dopo una ben meritata tiratina di orecchie, lo ha rispedito a casa."

GIOVANNI/ Allora? Mi credi adesso?

PAOLO/ Si.

GIOVANNI/ Mi lasci rimanere?

PAOLO/ No.

GIOVANNI/ Ti farò i lavori di casa.

PAOLO/ No.

GIOVANNI/ Laverò i piatti.

PAOLO/ No.

GIOVANNI/ Ma allora sei proprio uno stronzo?

PAOLO/ Si.

GIOVANNI/ Ecco, lo sapevo che...

(Rientra Valeria.)

VALERIA/ (A Paolo) Scommetto che sei tu quello che ha attaccato una foto di Valeria Marini nel bagno sul pianerottolo.

PAOLO/ Eh?

VALERIA/ (Guardandolo) Si. Sei tu. Hai proprio la faccia di uno che fa cose del genere.

PAOLO/ Ehem... Valeria. Ti presento un mio amico. Giovanni.

(Giovanni le porge la mano. Lei gli passa davanti senza nemmeno guardarlo e va a rovistare nel suo zaino.)

VALERIA/ Perchè stavate urlando tanto?

PAOLO/ Niente.

GIOVANNI/ Come niente? Senti tu, come ti chiami?

VALERIA/ Valeria.

GIOVANNI/ Ecco Valeria. Tu non ospiteresti per qualche notte il tuo migliore amico, visto e considerato che lui, il tuo migliore amico, versa in penosa condizioni psicofisiche ed ha pure tentato il suicidio il giorno prima?

VALERIA/ Non ho capito niente. Chi è che ha tentato il suicidio?

GIOVANNI/ Io ho tentato il suicidio. Guarda, c'è pure scritto sul giornale.

(Giovanni porge il ritaglio a Valeria)

VALERIA/  "Piccola orfana ritrova la madre che credeva morta in un incidente minerario".

GIOVANNI/ No! Non lì. Più sotto.

PAOLO/ Insomma basta!

(Giovanni riprende il foglio di giornale e se lo rimette in tasca).

GIOVANNI/ Dio mio. Mi sento franare. Senti Paolo, devi aiutarmi.

PAOLO/ Ma non so che fare.

GIOVANNI/ Telefona ad Anna.

PAOLO/ Cosa?

GIOVANNI/ Chiamala, ti dò il numero.

PAOLO/ Ma se nemmeno la conosco.

GIOVANNI/ Non importa. Dille che sei un mio amico. Parlale. Convincila. Cerca di capire cosa è successo.

PAOLO/ Ma no.

GIOVANNI/ Ma si! Tu in queste cose sei un drago.

PAOLO/ Dai Giovanni...

VALERIA/ (Dalla camera da letto) La piantate di fare casino. Devo fare meditazione.

GIOVANNI/ Ti prego Paolo. Ti prego.

PAOLO/ Ma è assurdo.

GIOVANI/ Ti prego.

PAOLO/ O.K.

(Giovanni lo abbraccia).

GIOVANNI/ Ti amo.

PAOLO/ Telefono a patto che ti siedi su quella sedia e la pianti di fare casino.

(Paolo si avvicina al telefono e fa il numero).

PAOLO/ Pronto? Anna? Sono un amico di Giovanni. Si. Vorrei parlarti. Si. Si. Oggi alle tre. Si. O.K. Ciao.

(Mette giù la cornetta).

GIOVANNI/ Già fatto?

PAOLO/ Si.

GIOVANNI/ Che ti ha detto? 

PAOLO/ Che ci vediamo oggi alle tre.

GIOVANNI/ Dove?

PAOLO/ Qui.

GIOVANNI/ Come qui? Ma se non le hai neppure dato l'indirizzo.

PAOLO/ Ma si che glielo ho dato.

GIOVANNI/ Ah si... e come facevi a sapere il suo numero?

PAOLO/ Me lo hai detto tu prima, no? Si vede che hai proprio il cervello in pappa.

GIOVANNI/ Già. Questa storia mi sta mandando a pezzi.

PAOLO/ Non preoccuparti. Lascia fare a me. Vedrai che va a posto tutto.

GIOVANNI/ Paolo. Sei grande. Ma come farai. Che le dirai? Eh?

PAOLO/ Lascia fare a me. Lascia fare. Sigaretta?

(Gli porge una sigaretta. In sottofondo si sente la voce di Valeria che fa meditazione).

VALERIA/ Nam myo ho renge kyo - Nam myo ho renge kyo -

(La penombra cala lentamente su tutta la scena. In lontananza la musica di un pianoforte).


(Dopo pochi secondi la luce si riaccende nella casa di Paolo. Valeria è sdraiata sul letto, vestita di tutto punto e guarda verso il soffitto. Paolo è seduto al tavolo di cucina e sta leggendo il giornale. Giovanni è andato via).

VALERIA/ Che palle questa città. Non vedo l' ora di andarmene. Ma dove sarà finito quello, che il diavolo se lo porti.

(Paolo alza gli occhi al cielo visibilmente spazientito  poi si rimette a leggere. Valeria continua ad armeggiare con il telefono).

VALERIA/ Potrei uscire. Ma tanto, anche se esco, ci sono in giro solo zombie. La città dei morti viventi.

PAOLO/ Insomma basta! Vattene se ti fa così schifo. Tornatene in convento.

VALERIA/ Monastero. Non convento. Non sono mica la monaca di Monza. Eppoi non posso partire. Devo trovare il mio amico. Ho un certo discorsetto da fargli.

PAOLO/ E se non lo trovi che fai? Passi l'inverno qui?

VALERIA/ Può darsi. Guarda, che anche tu sei un rompiballe mica male.

PAOLO/ Che ore sono? Le tre! Senti, devi uscire.

VALERIA/ Perchè?

PAOLO/ Aspetto una visita importante.

VALERIA/ Una donna?

PAOLO/ Si. Una donna. (Le porge il cappotto). Ciao.

VALERIA/ E dove vado?

PAOLO/ Al cinema.

 

VALERIA/ Ma se non ho una lira.

PAOLO/ Tieni. 10.000. Oggi è mercoledi. Riesci a farti anche il cappuccino con la brioche. Ciao.

VALERIA/ Me la fai prendere la borsa?

PAOLO/ Si. Eccola. Ciao.

(Valeria esce. Paolo rimane solo. Ripiega il giornale. Si agghinda un attimo. Accende una sigaretta).

PAOLO/ (Tra sè) E adesso arriva Anna. La ragazza di Giovanni.

(Anna entra in scena attraverso la porta divelta. Il suo è un ingresso quasi impercettibile: un' apparizione. Anche Paolo ne è rimasto sorpreso. Lei è giovane, bellissima e molto elegante.  I due si trovano di fronte. Si guardano e restano immobili senza dirsi nulla. Lei traversa la scena e gli si avvicina fin quasi a toccarlo. Si abbracciano).

PAOLO/ Ciao. Bentornata.

ANNA/ Ciao.

(Anna si toglie il soprabito e va a sedersi sul letto).

PAOLO/ La Regina traversò la scena, si tolse il manto regale e andò a sedersi sul trono.

(Paolo resta a guardarla incantato mentre sui due cala il buio. Luce in proscenio. Illumina Giovanni per strada, davanti al portone di Paolo. Forte rumore di traffico).

GIOVANNI/ Dio mio. Io non ce la faccio. Salgo su a vedere. No. Meglio di no. Combino un casino e basta. Meglio stare qui. Piove pure. E se Paolo fallisce che faccio? Vado a Lourdes. Quello parla parla e intanto una donna non ce l'ha. Mi sento morire. (Si guarda intorno). Ma dove va tutta questa gente? Già, è Natale, guardali coi pacchettini. Sanno tutti perfettamente dove andare. Decisi. Sicuri. Convinti. Una donna. Un vecchio. La coppietta di fidanzatini, Gesù, sembra la reclame dei baci Perugina. Basta io mi butto sotto l'autobus, stringendo al cuore il regalo per Anna. Eccolo. Un gufetto di peluche. A guardarlo bene somiglia un pò a suo padre, il magistrato. Non vorrei che pensasse che l' ho fatto con ironia. Ci mancherebbe solo questo. Ma tanto che importa. Non riuscirò nemmeno a darglielo. Che cosa terribile la vita. Se solo l' avessi saputo prima. Devo tenermi calmo . Ah, ma dove è? Eccolo qui. Il libricino con le 101 storie Zen. Don Parodi mi ha detto: "Quando sei agitato leggiti una di queste storielline e medita". Il cosiddetto conforto religioso. Numero 70. Titolo: "La cosa più preziosa del mondo". Uno studente domandò ad un maestro cinese di Zen: Quale è la cosa più preziosa del mondo? Il maestro disse: La testa di una gatto morto. E perchè la testa di un gatto morto è la cosa più preziosa del mondo? Insistette lo studente. Il Maestro rispose: Perchè nessuno può dirne il prezzo"... (Guardando verso le finestre del palazzo alle sue spalle). Ma perchè stanno così tanto? Forse è un buon segno. Lui le sta spiegando che ha fatto un errore e lei dice si, è vero, e annuisce col capo scuotendo i suoi riccioli. Mi sembra di vederla...

(Buio su Giovanni. La luce torna su Paolo e Anna, a letto, sotto le lenzuola. Relax dopo l'amore. Lei sta effettivamente annuendo).

ANNA/ Si, ho deciso. Quest'anno a Pasqua voglio proprio andare a Parigi. Non ci sono mai stata.

PAOLO/ Io ci ho abitato tre mesi.

ANNA/ E la torre Eiffel come è?

PAOLO/ Torre? Quale torre? Io non ho visto nessuna torre?

ANNA/ Dai, non fare lo scemo. (Si mette a sedere sul letto). Allora, di che volevi parlarmi?

PAOLO/ Di niente.

ANNA/ Come di niente? Al telefono avevi una voce.

PAOLO/ Si. Dovevo parlarti di una cosa. Ma adesso non so più.

ANNA/ Cosa dai?!

PAOLO/ Giovanni.

ANNA/ Giovanni?!

(Buio su di loro. Luce su Giovanni, immerso nella lettura).

GIOVANNI/ "Gli allievi della scuola di Tondai solevano studiare meditazione anche prima che lo Zen entrasse in Giappone. Quattro di loro, che erano amici intimi si ripromisero di osservare sette giorni di silenzio. Il primo giorno rimasero zitti tutti e quattro. La loro meditazione era cominciata sotto buoni auspici, ma quando scese la notte le lampade ad olio cominciarono a farsi fioche. Uno degli allievi non riuscì a trattenersi e ordinò ad un servo: "Regola quella lampada!". Il secondo allievo si stupì nel sentir parlare il primo: "Non dovremmo dire neanche una parola!" Osservò. "Siete due stupidi! Perchè avete parlato?" Disse il terzo. "Io sono l'unico che non ha parlato", concluse il quarto". (Giovanni solleva il viso dal libro) Bèh, in effetti è ben strano che un prete cattolico ti dia da leggere 101 storie Zen. Mah.

(Buio. Di nuovo luce sulla camera da letto).

ANNA/ Giovanni vorrebbe che andassi a vivere con lui. Ma io non voglio. Ho paura di non riuscire a fermarmi. Accetti una cosa e poi finisci per accettare tutto. Vado a vivere da lui, poi accetto di sposarlo, poi mi metto a fare bambini e a lavare i piatti. Le situazioni ti cambiano. Se allenti anche solo un poco la presa finiscono per trascinarti a fondo del tutto. Lo sai che l'altro giorno mi sono sorpresa a ridere insieme alle risate registrate della T.V. Capisci? E io non voglio farlo. Voglio bene a Giovanni ma il ruolo della fidanzatina non mi va proprio. Mi viene spontaneo trasgredire.

PAOLO/ Per quello che adesso sei qui?

ANNA/ Forse. Sai? Credo che potrei vivere con Giovanni solo se intorno ci fosse una situazione insolita. Qui ad esempio. Potremmo fondare una comune.

PAOLO/ Si. Ci mancherebbe altro. Io voglio vivere da solo.

ANNA/ Già. Anche io voglio vivere da sola.

PAOLO/ E così lo hai lasciato?

ANNA/ Già. Non ti fa piacere la cosa?

PAOLO/ No... Io non sono mai stato geloso di lui. Non è una figura abbastanza virile da causare in me problemi edipici. Sembra un bambino.

ANNA/ Anche tu sembri un bambino. Un bambino cattivo.

PAOLO/ E invece lui è un bambino buono. Per quello lo hai lasciato.

ANNA/ Ma che dici?

PAOLO/ Lui è il tipo che arriva puntuale agli appuntamenti, che ti telefona tutti i giorni, che non ti tradisce mai neppure col pensiero. Come può uno così soddisfare il tuo masochismo isterico eh?

ANNA/ Hai finito dottor Freud?

PAOLO/ Bèh, hai fatto male a lasciarlo perchè lui ti ama veramente.

ANNA/ E tu no?

PAOLO/ Io no. Per quello che tu adesso sei qui mentre Giovanni e giù in strada, sotto la pioggia.

ANNA/ Dove è Giovanni?!

(Buio su Paolo e Anna e luce su Giovanni).  

GIOVANNI/ Venti monaci ed una monaca che si chiamava Eshun facevano meditazione con un certo maestro Zen. Nonostante la sua testa rapata e il suo abito dimesso Eshun era molto carina. Basta non ce la faccio più. Vado a casa, sto morendo di freddo.

(Giovanni si mette il libricino in tasca ed esce di scena).

(Luce sulla camera da letto. Anna si sta rivestendo rapidamente mentre Paolo è in cucina che prepara il caffè).

PAOLO/ (A voce alta, per farsi sentire da lei). Anna senti questa. Stanotte ho fatto un sogno stranissimo. E' notte. Piove. Sto camminando nei vicoli sotto il mio ombrello, quando ad un tratto mi sento tirare per la giacca. Dietro di me appare un vecchio che mi dice: "Ragazzo, avresti un tetto da offrirmi per questa notte?". Io non dico nulla. Esito un pò, puoi capire. Ma lui insiste. "Solo per questa notte. Gli Dei ti ricompenseranno", Quest'ultima frase mi ha colpito. Perchè ha detto: "Gli Dei ti ricompenseranno". Era la prima volta che incontravo un mendicante politeista. Così gli ho detto di seguirmi. Abbiamo mangiato qui. Una buona bottiglia di vino. Poi si è messo a dormire sul tappeto. E' lui che ha voluto così, io a quel punto gli avrei anche lasciato il mio letto. Al mattino mi dice: "Voglio ricompensare la tua generosità. Devi sapere che io sono un vecchio mago. Ti insegnerò la formula per trasformare gli oggetti in oro. Ascolta. Tu devi fissare intensamente un oggetto e poi dire Cristoforo Colombo. E l'oggetto diventa d'oro". Io, per assecondarlo, mi metto davanti a quella sedia, la fisso intensamente e dico: Cristoforo Colombo. E Zac, la sedia si trasforma e diventa tutta d'oro. Prova ancora dice il vecchio. Io fisso la bottiglia. Cristoforo Colombo e zac. Oro. Oro zecchino". Hai visto? " dice il vecchio "che ti avevo detto?". Io lo ringrazio, lo abbraccio. Puoi immaginarti come mi sentivo. Lui se ne va. Io rimango solo in casa e continuo a provare con tutti gli oggetti. Tavolo, Cristoforo Colombo, zacchete. Tazza del cesso, Cristoforo Colombo, zac. Gabbia del canarino, Cristoforo Colombo, zac. Tutto d'oro. Sembrava un sogno. Mentre sono lì che sto trasformando la casa sento suonare alla porta. E' il vecchio. "Che c'è?" Dico io. "Mi sono dimenticato di dirti una cosa. Mentre pronunci la frase Cristoforo Colombo non devi mai pensare ai rinoceronti", "Eh?", "Ricorda, mai pensare ai rinoceronti, sennò l'effetto scompare!". E se ne va. Io mi rimetto subito al lavoro. Fisso il frigorifero. Cristoforo Colombo. Niente. Cristoforo Colombo. Cristoforo Colombo! Niente. E lo credo. Mi veniva da pensare ai rinoceronti. Oppure mi veniva da pensare che non dovevo pensare ai rinoceronti, che è la stessa cosa. Ma non poteva stare zitto quel vecchio stronzo. E pensare che in vita mia non ho mai pensato ai rinoceronti. Mai, neppure una volta. Maledizione. Anna? Anna, ma dove è andata?

(Anna si è rivestita e adesso è in strada che guarda a destra e a sinistra. Ma Giovanni è già andato via. Buio).

(La luce torna su Valeria e Paolo che si muovono per casa).

PAOLO/ Mancano trentatrè ore a Capodanno... che angoscia. Tu che farai?

VALERIA/ Bòh.

PAOLO/ Che incubo. Se nessuno mi telefona mi ammazzo. Quest' anno mi porto una pillolina di cianuro in tasca, come gli ufficiali nazisti e se il dolore supera la soglia di sopportazione la butto giù.

VALERIA/ Ma che stai dicendo? La notte di Capodanno è una notte come le altre.

PAOLO/ Già, facile a dirsi. E invece è proprio a Capodanno che emerge la tua posizione all'interno della società. E' quella notte lì che ti accorgi se hai una donna, se hai degli amici, se ti sai divertire, se hai la grana eccetera eccetera. Tutti, a parole, fanno i superiori: "Per me è una notte come le altre, io posso anche andarmene a dormire alle dieci". Ma poi la vedi la paranoia nei loro occhi. Ti sembra di respirarla. E' lì, che serpeggia per le strade come un' anguilla. Gente che non sentivi da dieci anni ti telefona. Scusa, ciao, come stai? La famiglia? La salute? Bene bene. Ah, a proposito, sai per caso se c'è qualche festa in giro. E tu fingi di non capire, sadico. Non vuoi far vedere che sei nella loro stessa tragica posizione. Non sai dove andare. Nessuno ti ha invitato. Ti telefonano solo quelli che sono nella merda come te. Nessuna donna. Niente soldi per un viaggio. Tu non sei uno yuppie. Tu non sei un preppie. Tu sei solo una merda.  Sei un fallito. Un parassita. Un errore del creato. Un peso per te e per la tua famiglia. E tutto ciò viene a galla con l'approssimarsi del Capodanno. L' angoscia comincia già da due mesi prima. Praticamente è già atroce a fine settembre. A San Remigio, sei uno straccio. Ci pensi la notte. Vorresti prendere provvedimenti drastici. Farti ibernare per tutto il periodo delle feste, con piccole possibilità di ibernazioni durante il week end e...

VALERIA/ Uffa. Il segreto è non pensare a queste cose. Vivere giorno per giorno senza programmare nulla. Raccogliere i fiori che incontri lungo il cammino cercando di non calpestare le merde, ecco.

PAOLO/ Bella questa. Ripetimela un pò che me la segno.

VALERIA/ Io odio le feste. Sono delle ammucchiate di paranoia. Stan tutti lì a bere finchè non si convincono di essere allegri. A quel punto, di solito, o vomitano o piangono. Eppoi voi uomini alle feste siete uno spasso. Se siete con una donna avete paura che ve la portino via e fate i cani da guardia, se siete soli passate la serata a dire stupidaggini per fare colpo sulle ragazze degli altri. Pensa che il Capodanno più bello della mia vita l'ho passato alla Fiat Mirafiori.

 

PAOLO/ Eh?

VALERIA/ Eh... ero andata a Torino ad una festa in casa di una una ragazza che avevo conosciuto a Londra. La sera prima di Capodanno questa tipa mi telefona: Valeria, cara, domani faccio una festa a casa mia, vieni così ti restituisco il sacco a pelo. Eh si, perchè quando eravamo a Londra abbiamo dormito dappertutto. Nelle stazioni delle metropolitane, sugli autobus, nei parchi.

PAOLO/ E allora?

VALERIA/ E allora sta qui, Stefy si chiama, mi invita e dice: vengo a prenderti domani al treno. Bèh appena esco dalla stazione di Torino si accosta una macchina. Dovevi vederla. Come nei film americani. Sei metri più il portabagagli, tutta metallica.

PAOLO/ Metallizzata.

VALERIA/ E dal sedile dietro esce la Stefy. Eh si, perchè davanti c'era l' autista in divisa. Sembrava la pubblicità dei collant, coscia lunga nera di nylon, vestito di velluto, Valentino, ori qua e là, messa in piega con striature azzurrine, turbante arabo. Ci ho messo un minuto a riconoscerla.

PAOLO/ E tu?

VALERIA/ Ed io mio solito look, vestita peggio di adesso insomma. Salgo sulla macchina e dico: che è? Hai svaligiato una banca? A questo punto mi sono ricordata che lei di cognome fa Agnelli: In Inghilterra non ci avevo fatto caso. Quando dormi nella toilette della metropolitana di Kensington a certe cose non ci badi, ma lì, a Torino, sulla Limousine ho fatto subito mente locale. Mi porta a casa sua, sulle colline. Chiamala casa, ci aveva pure gli affreschi sul soffitto. Dopo un pò arrivano gli ospiti. Te li puoi immaginare. Tutti tirati a lucido peggio di lei. Dei veri manichini. Tutti mi guardavano come se fossi uno strano uccello tropicale. Ma dopo un pò si sono abituati e non ci badavano più. Era come se non ci fossi. Nessuno mi vedeva, nessuno mi parlava. Per un pò ho resistito, e poi via.

PAOLO/ Di corsa.

VALERIA/ Di corsa. Con il mio sacco a pelo. E senza dire niente a nessuno. Non ti dico che sollievo scendere giù dalla collina e tornare tra i comuni mortali. Così prendo l' autobus, solo che lo prendo nella direzione sbagliata e invece di arrivare alla stazione mi ritrovo al capolinea di Fiat Mirafiori. Capito lì proprio all' arrivo degli operai dell'ultimo turno. Sai, quelli che fanno da mezzanotte alle otto del mattino. Bèh, questi arrivano come una mandria, tutti ammucchiati, di corsa, perchè se arrivano in ritardo sono casini. Tra di loro c'era un ragazzo molto giovane. Bruno, nero nero. Si avvicina e mi invita a festeggiare con loro, lì davanti ai cancelli della fabbrica. Una grande festa, con tutti gli operai che entrano ed escono. Roba di un minuto. Il tempo di stappare lo spumante e via. Perchè il lavoro alla Fiat non deve interrompersi, perchè se l' ingranaggio si ferma è un casino, non so perchè ma è un casino. E così scompaiono tutti. Il ragazzo mi dice di andarlo a prendere la mattina dopo, all' uscita. Io ho dormito col sacco a pelo in stazione e al mattino ci sono andata. Abbiamo camminato per le strade di Torino. Poi siamo andati a dormire a casa sua. Ho vissuto con lui un mese, due mesi, con lui, nella sua casa, dove viveva anche un altro operaio, più anziano. Un mese, due mesi ma poi sono fuggita. Guai a fermarsi.

PAOLO/ Mi hai dato una buona idea. Quasi quasi quest' anno lo faccio anche io il Capodanno alla Fiat. Della serie: Le vacanze intelligenti.

(Suona il telefono. Paolo va a rispondere).

PAOLO/ Si lo so che devo andarmene. Grazie.

(Mette giù la cornetta quasi sbattendola).

VALERIA/ Ci sono problemi?

PAOLO/ No. Nessun problema.

(Buio. Musica).


(Luce su Valeria e Giovanni. Lei è a letto che sta leggendo. Lui è appena arrivato).

GIOVANNI/ Ma si può sapere dove è andato?

VALERIA/ Non lo so. E' uscito.

 

GIOVANNI/ Ma come uscito? Proprio adesso che dovevo chiedergli di Anna.

VALERIA/ Chi è Anna? La tua ragazza?

GIOVANNI/ Si. Cioè, no. Non lo so.

VALERIA/ E' per lei che ti volevi uccidere?

GIOVANNI/ Si. Cioè no. Lei non ha colpa. Sono io che ho rovinato tutto.

VALERIA/ Ma va. Nelle storie d'amore c'è sempre il concorso di colpa. Fifty fifty. Credimi.

GIOVANNI/ No. In questo caso no. Tutta colpa mia. E' che manco di esperienza. Fai conto che Anna è la prima ragazza che ho avuto. Si, c'era stato qualcosa da bambini, quando si giocava ai dottori, ma per il resto questa è la prima storia vera. E non mi stupisce certo che sia finita. La cosa incredibile è che sia iniziata. Ecco! Se ci ripenso. Io la vedevo sempre all' università. Ma non trovavo mai il coraggio di attaccare discorso. Così chiedo consiglio a Paolo. Lui sa sempre tutto. Devi usare le maniere forti, dice, devi dirle a bruciapelo: Vuoi diventare la mia donna? E quando lei risponde no tu devi dire: Perchè no? Non essere così negativa e altre due o tre scemenze che secondo lui erano infallibili. Io mi segno tutto sull' agendina e il giorno dopo vado a lezione. Lei era là, come al solito, seduta in prima fila. Per tutta la lezione mi sono ripassato le battute. Vuoi diventare la mia ragazza? No. Perchè no. Non essere così negativa eccetera eccetera. Bèh, alla fine, riesco a rimanere solo con lei e le dico a bruciapelo: Vuoi diventare la mia ragazza? E Lei: Si. Capisci? Ha detto si. Ha sbagliato la battuta. Sono scappato via di corsa. Ma poi la storia è nata lo stesso. Si vede che era destino.

VALERIA/ Destino. Ecco una parola che non mi è mai piaciuta. Una parola da preti, o da poeti.

GIOVANNI/ Ma si. Destino ti dico. Fattostà che la storia è nata. E' tenerla in vita che è cosa dura. Con tutti i casini che ci sono nella mia testa. Lei mi sembra una creatura troppo superiore. Così elegante. Raffinata. Sa sempre tutto. Va alle mostre. A teatro. Si veste da donna. E' molto diversa da te.

VALERIA/ Si. Ho già capito il tipo. Un pacco completo. Voi uomini vi fate sempre abbagliare da certe scemenze. Roba da vomitare.

GIOVANNI/ Non volevo offenderti. Dicevo solo che è una ragazza molto diversa da te.

VALERIA/ Meno male. Ci mancherebbe altro.

GIOVANNI/ Mi piacerebbe fartela conoscere.

VALERIA/ No. Grazie. Non ci tengo.

GIOVANNI/ E tu e Paolo?

VALERIA/ Io e Paolo cosa?

GIOVANNI/ No, credevo che tu e Paolo...

VALERIA/ Credevi male. Io e Paolo niente.

GIOVANNI/ Ah no, pensavo... comincio a credere che in realtà Paolo vada sempre in bianco. Lui che se la tira tanto. Invece zero. Niente. Non c'è verso. Un orologio fermo sulle sei e mezza.

VALERIA/ Vuoi un pò d' erba?

GIOVANNI/ Erba? Per chi mi hai preso? Per una capra?

VALERIA/ (Tira fuori uno spinello e lo accende) Vai. Fatti un tiro.

GIOVANNI/ Ah... ho capito. Sei una viziosa. Droghe leggere. Poi si passa a quelle pesanti. Lo sai questo?

VALERIA/ Insomma, vuoi un tiro o no?

GIOVANNI/ No. E poi a me quella roba lì fa il solletico.

VALERIA/ Che ne sai? Magari ti rilassa.

GIOVANNI/ Dici? Aiuta a dimenticare?

VALERIA/ Chissà.

GIOVANNI/  No. Ci vuole altro. Vabbè va. Un tiro solo.

(Giovanni prende lo spinello e comincia a fumare)

GIOVANNI/ Ecco lo sapevo. Niente. Come fumare una M.S., M.S. Lights, Extra Lights. Super Lights. Doppio filtro. Triplo filtro.

(Mentre dice queste cose Giovanni comincia a fare cose strane. Sussulta. Traballa. Fa una capriola)

GIOVANNI/ Ecco. Niente. Lo sapevo. Niente.

VALERIA/ Dai vieni quà. O distruggerai la casa.

GIOVANNI/ Lì, con te? Sul letto?

VALERIA/ Si. Mettiti qui. Ti voglio confidare un segreto. Una cosa che non ho ancora detto a nessuno.

(Giovanni va a sdraiarsi sul letto accanto a lei)

GIOVANNI/ Quale segreto?

(Lei si accosta al suo orecchio e gli sussurra qualcosa di molto sorprendente. Giovanni la guarda meravigliato e un pò impaurito, poi lei lo abbraccia).

(Buio. Musica).

(Cucina. Anna e Paolo)

PAOLO/ Stanotte ho fatto un sogno orribile. Mi presento per un lavoro. Grattacielo di 90 piani. Siamo in 700 per un posto da usciere. 700 raccomandati. Ci fanno entrare tutti in un immenso stanzone. Da un altoparlante una voce ci ordina di spogliarci nudi. Tutti obbediamo e cominciamo a toglierci i vestiti e li posiamo per terra. Sul soffitto c'è uno strano tubo sospeso. Forse ci vogliono uccidere con il gas! Dice qualcuno. Il terribile Cyclon B. Si muore nel giro di trenta secondi. E' vero! Grida un altro. No ne possono più di noi disoccupati. La voce dall' altoparlante ordina di stare zitti. Zitti tutti! Poi comincia a chiamarci. Uno per uno. In ordine alfabetico. Di quelli che escono nessuno torna a riprendersi i vestiti. Quando è il mio turno due uscieri mi prendono per le braccia e mi trascinano in un grande ufficio. Di fronte a me dieci Top Manager in tenuta aziendale e due segretarie con taccuino. Tutti mi osservano attentamente. In silenzio. Io faccio cenno di coprirmi con le mani ma uno di loro mi immobilizza con un lieve cenno del capo. Continuano tutti a guardarmi, senza dire una parola, poi ad uno ad uno cominciano a scrollare il capo, in sintonia perfetta. Le segretarie ridono. L'altoparlante gracida: "Avanti un altro" Ed io che mi dibatto tra le robuste mani degli uscieri. "No. Lasciatemi. Ho bisogno di lavorare. Pietà. Ho bisogno..."

ANNA/ (Che non ha minimamente ascoltato il racconto di Paolo). Sai che anche oggi Giovanni non mi ha telefonato? Che sia morto. Di solito mi chiamava anche tre volte al giorno.

PAOLO/ E' vivissimo. Fino ad un'ora fa era qui, con Valeria. Poi li ho cacciati fuori tutti e due. Non voglio gente tra i piedi. Voglio vivere da solo, io.

ANNA/ Valeria? Chi è?

PAOLO/ Una pazza che si aggira per questa casa. Ma domani fuori tutti. Si fa il Capodanno insieme, poi fuori. A proposito, sei ufficialmente invitata. Ho deciso di festeggiare qui, che tanto non mi ha invitato nessuno. Si può mangiare insieme e poi andare da qualche parte.

ANNA/ E' carina questa Valeria?

PAOLO/ Un tipo.

ANNA/ Hai invitato anche Giovanni?

PAOLO/ Si.

ANNA/ Bèh, un salto posso farlo. Poi però a mezzanotte devo scappare via.

PAOLO/ Chi credi di essere: Cenerentola?

ANNA/ Già. Ho un aggancio con un Principe Azzurro. A mezzanotte in punto. In una villa sul mare. Però posso passarvi a salutare.

PAOLO/ Grazie. E se porti qualcosa è anche meglio.

ANNA/ Cosa vuoi che porti?

PAOLO/ Da bere e da mangiare. I tuoi hanno la grana, no? Svaligia la dispensa di casa, insomma, che qui il frigorifero langue.

(Anna guarda fuori dalla finestra impensierita)

ANNA/ E' un periodo che non so più cosa voglio. Cioè, non sono sicura che quello che voglio lo voglio veramente e che quello che non voglio non lo voglio. E se in realtà volessi quello che non voglio e non volessi quello che voglio?

PAOLO/ Si. Capisco. Capita anche a me. L' altro giorno, per esempio, un tizio mi fa: sono sicuro che se tu avessi i soldi, una donna e un bel lavoro la pianteresti con tutte le tue menate ed io: quando avrò i soldi, una donna e un bel lavoro telefonerò per conferma. Dopo un pò questo tizio, sempre lui, mi dice: metti che sei nel deserto del Sahara, disperso, sotto il sole. Arriva uno e ti dice: vuoi una borraccia piena di acqua o preferisci 100 milioni? E io subito: 100 milioni. Ma come? Fa sto' tipo, che te ne fai di 100 milioni, nel deserto? Stai morendo di sete? E io ripeto: Voglio i 100 milioni. E lui: ma non ti servono a niente. Non puoi comprarci nulla con 100 milioni nel deserto. Stai morendo di sete. Ma tu dammi i 100 milioni maledetto! Gli grido. Non li ho mai visti in vita mia 100 milioni. Avrò diritto.

(Anna è sempre lì, che guarda fuori dalla finestra)

PAOLO/ Beata te che hai trovato il Principe Azzurro. Scommetto che lui ce li ha i 100 milioni.

ANNA/ Si... sai che mi ha chiesto di sposarlo? Domani sera vuole presentarmi ai suoi genitori.

PAOLO/ Visto? Risolto tutto. La vita non è mica sempre una fregatura. Certe volte...

ANNA/ Già. A che ora è la cena domani?

PAOLO/ Facciamo alle 10.

ANNA/ Facciamo alle 10.

(Buio. Musica)

(Luce su Valeria e Giovanni che stanno preparando la tavola per la festa. Paolo è sdraiato sul letto. Una pentola d'acqua bolle sul fuoco)

VALERIA/ Ce lo hai messo il sale?

GIOVANNI/ No.

VALERIA/ Paolo. Il sale grosso?

PAOLO/ Nel barattolo verde.

VALERIA/ Vuoto. Quello fine?

PAOLO/ Barattolo rosso.

VALERIA/ Vuoto. Completamente vuoto. Come le vostre teste. Ma tu che hai mangiato negli ultimi tempi?

PAOLO/ Simmenthal. Cento scatolette e ti danno l'asciugamano con la mucca sopra. Sono arrivato a sessanta. Un mese che mattina e sera Simmenthal.

VALERIA/ Vado giù al bar a vedere se hanno un pò di sale. Occhio all'acqua.

(Esce)

PAOLO/ Ah, finalmente soli.

(Paolo si alza dal letto e va presso Giovanni, in cucina)

PAOLO/ Eh allora?

GIOVANNI/ Allora cosa?

PAOLO/ Tu e lei, che avete fatto?

GIOVANNI/ Niente, è stato così, per caso.

PAOLO/ Si. Per caso. Cosa credi di avere trovato qui, il paese della Cuccagna? Prima arriva piangente come un vitello tonnato perchè la fidanzata lo ha mollato  poi appena mi volto, lui si infila nel letto della mia ragazza.

GIOVANNI/ Ma lei non è la tua ragazza.

PAOLO/ Ma è come se lo fosse. Abita a casa mia.

GIOVANNI/ Non è andata come credi tu...

PAOLO/ Ah no?

GIOVANNI/ Eppoi lei... lei aspetta un bambino.

PAOLO/ Cosa?!... oddio ci mancava anche questa.

(Paolo si accascia sulla sedia di cucina)

GIOVANNI/ Paolo? Pensi che Anna sospetti qualcosa?

PAOLO/ Ecco chi cercava? Il padre. Ma se crede di trasformare questa casa in un asilo infantile si sbaglia.

GIOVANNI/ Anna sarà sorpresa che io non l'ho più cercata. O probabilmente non se ne è neppure accorta. Comunque hai fatto bene ad invitarla. Sarei stato male a festeggiare il Capodanno senza di lei.

PAOLO/ Calma. A mezzanotte se la fila.

GIOVANNI/ Cosa vuol dire: a mezzanotte se la fila?

PAOLO/ Vuol dire che viene qui, mangia, saluta e se ne va. A mezzanotte c'è un ganzo con la grana che la aspetta in una villa in riviera, per presentarla ai genitori, scopo matrimonio.

GIOVANNI/ Cosa è? Una nuova telenovelas?

PAOLO/ Realtà pura al 100 per 100.

GIOVANNI/ Ciao. Io me ne vado.

PAOLO/ Ma cosa fai? Vieni qui.

GIOVANNI/ No. Taglio la corda. Non ne posso più di queste storie. Ma possibile che ogni volta che c'è di mezzo lei, sono solo casini?

PAOLO/ Rimani dai. Non fare il cretino. Magari la convinciamo a restare.

GIOVANNI/ Si. Molto probabile. E poi io non ho più voglia di convincere nessuno. O le cose vengono spontanee o niente. Io me ne vado.

PAOLO/ Rimani, per Valeria almeno.

GIOVANNI/ Per Valeria? Ma Valeria è una cosa senza importanza. Lei aveva uno di quei cosi drogati, come si chiamano più... spinotti.

PAOLO/ Spinelli.

GIOVANNI/ Quello lì. Abbiamo fumato ed è successo l'irreparabile. Nient'altro.

PAOLO/ Bèh, tu resta lo stesso. Lei ci rimane male se vai via, siamo già così pochi.

(Giovanni si siede affranto sulla sedia)

GIOVANNI/ Vabbè, hai ragione. Bel Capodanno.

(Entra Valeria. Dietro di lei un'altra donna. Anna)

ANNA/ Ciao.

VALERIA/ (Indicando Anna) Era nel portone. Non riusciva a trovare la luce.

PAOLO/ Ma non c'è la luce.

VALERIA/ Per quello che non riusciva a trovarla.

(Paolo le va incontro e la aiuta a togliersi la giacca di pelliccia. Valeria va a mettere il sale e butta la pasta)

 

ANNA/ Qualcuno mi aiuta ad andare a prendere la roba da mangiare in macchina.

PAOLO/ Andiamo io e Valeria, tu resta qui e rilassati.

VALERIA/ Perchè io?

PAOLO/ Perchè si. Dai vieni.

VALERIA/ Uffa.

(Paolo e Valeria escono)

ANNA/ Carina l'amica di Paolo.

GIOVANNI/ Già.

ANNA/ Già... è un pò che non ti si sente.

PAOLO/ Già.

ANNA/ Già... e la tua casa?

GIOVANNI/ E' sempre più bella... come te.

ANNA/ Come sei galante stasera... (Si avvicina ai fornelli) Il sale lo avete messo?

GIOVANNI/ No.

(Anna aggiunge altro sale alla pasta)

ANNA/ Che stai pensando?

GIOVANNI/ Niente... ti guardavo cucinare. Deve essere bello vivere insieme. Una donna e un uomo. Intendo.

ANNA/ Tu ci hai il chiodo fisso... E' bello per un mese, due. Poi sai che menata?

GIOVANNI/ Non è detto. Ci vuole fantasia, certo. Mica fare come i nostri genitori. I miei sono trent'anni che sono lì a menarsela. Il comune gli ha anche dato la medaglietta: nozze d'argento. Trent'anni di menata insieme. Complimenti ed auguri. Ci vuole fantasia.

ANNA/ La fantasia non basta. Sono le situazioni a cambiarti. Capisci? Bisogna avere il coraggio di dire no fin dall'inizio. A costo di rinunciare a qualcosa.

GIOVANNI/ Si. Ma io sto rinunciando a qualcosa di troppo importante.

ANNA/ Cerca di stare calmo. Lasciami il tempo di pensare. Cerca di camminare un pò da solo. Non mi va più di tenerti per mano. O.K.?

GIOVANNI/ O.K.

(Valeria e Paolo entrano con una grande cassa)

PAOLO/ Ma cosa c'è qui dentro? Un cadavere? Aiutatemi ad aprirla.

(Valeria prende un coltello dal tavolo e scoperchia la cassa)

PAOLO/ Berlucchi? No. Sei bottiglie. E' troppo!

VALERIA/ Metto in frigo.

PAOLO/ Quale frigo?

(Paolo continua a tirare fuori la roba dalla cassa e a passarla a Valeria)

PAOLO/ Salmone in scatola. Cinque scatole. Tonno Nostromo. Spaghetti. Tre scatole. Marca Voiello. Una bottiglia di Gin Bedford. Confezione da sei di Birra Peroni. Un pacco di zucchero. Tre scatole di riso. Quello che non scuoce. Tre di pelati Cirio. Cinque Mignon Fernet Brancamenta. Fiasco di Chianti Gallo Nero. Una busta di Aranciata Idrolitina e, dulcis in fundo, una scatola di Baci Perugina. Anna... ti amo.

VALERIA/ (stizzita) Devi averne di soldi tu?

(Valeria va verso l'attaccapanni per posare il suo chiodo e vede la pelliccia di Anna)

VALERIA/ Questa è la tua?

ANNA/ Si, perchè?

VALERIA/ Sai quanti animaletti hanno scuoiato per fare la tua pelliccia? Almeno venti.

ANNA/ Non è mia, è di mia madre.

VALERIA/ Sai quanti animaletti hanno scuoiato per fare la pelliccia di tua madre? Almeno venti.

PAOLO/ Su, pensiamo alla cena ora. Avete buttato la pasta?

VALERIA/ Se non ci pensavo io alla vostra pasta. Sarà quasi pronta.

(Valeria va ad assaggiarla e fa una smorfia di disgusto)

VALERIA/ Chi ci ha aggiunto il sale?

ANNA/ Io ma...

VALERIA/ Ah tu. Come è? Qualcuno ti ha mandato a rovinare la nostra festa. Sentite, io sto' schifo non lo mangio. Chi viene con me in pizzeria?

PAOLO/ Con che soldi ci vai in pizzeria? Vuoi passare la notte di Capodanno a lavare piatti?

VALERIA/ Meglio lavare piatti che qui.

ANNA/ Non vi preoccupate. Me ne vado io. Ho un appuntamento e sono già in ritardo.

GIOVANNI/ Anna  aspetta. Ti accompagno con la macchina se vuoi.

ANNA/ Non importa. E poi anche io ho la macchina.

GIOVANNI/ Aspetta...

(Si sente un forte boato. I vetri della camera da letto si infrangono. Valeria corre alla finestra e guarda fuori)

GIOVANNI/ Hanno già cominciato con i mortaretti? Strano. Sono appena le dieci meno un quarto.

VALERIA/ Chiamali mortaretti. E' crollato il palazzo di fronte.

PAOLO/... e tra un pò crollerà anche questo.

GIOVANNI/ Ma cosa dici? (Giovanni corre alla finestra) Dio mio, e quella cosa è?

PAOLO/ E' una ruspa.

GIOVANNI/ Non ne ho mai viste di così grosse.

PAOLO/ L'hanno fatta arrivare dall'America. Stanno buttando giù tutto il quartiere. Ma non li leggi i giornali?

GIOVANNI/ Si, ma solo quando parlano di me.

PAOLO/ Questa casa è la prossima. Non ti sei mai chiesto perchè non ci sono vicini?

GIOVANNI/ Ma come? Mi hai sempre detto che questa casa apparteneva a tua madre.

PAOLO/ Si. Prima che la vendesse alla Quick corporation, Società per azioni. Vogliono costruire una gigantesco fast food a forma di uovo di Colombo.

GIOVANNI/ Vuoi dire che se restiamo qui finiamo nella bocca di quel mostro?

PAOLO/ Esatto.

GIOVANNI/ Gulp.

PAOLO/ Bèh, potrebbe essere una morte gloriosa. Quattro giovani martiri del rinnovamento edilizio.

VALERIA/ No grazie. Non ci tengo.

GIOVANNI/ Io nemmeno.

PAOLO/ Calma. Gli operai staccano alle dieci anche se la macchina resta accesa. E' come un altoforno. Non la spengono mai. Fino a domani siamo salvi.

GIOVANNI/ E dopo?

PAOLO/ E dopo non c'è problema. Ho già prenotato una stanza all'albergo dei poveri.

GIOVANNI/ Ma possibile che non hai ancora pensato ad un sistema per fermare quel coso?

PAOLO/ Cosa vuoi fare? Metterci il sale sulla coda?

GIOVANNI/ ... una bomba ad esempio. Vado lì e ci metto una bella bomba. No. Meglio di no. A me in questura già mi conoscono. Prima suicida, poi bombarolo. Trent'anni come minimo. Ma insomma. Possibile che non vi venga in mente nulla?

PAOLO/ E' inutile che ti scaldi tanto. La casa non è mica tua.

GIOVANNI/ Si, ma metti che quel coso ci prenda gusto. Hai visto mai che domani si mangia anche la casa di mia nonna... e addio Anna.

(All'improvviso Giovanni si ricorda della presenza di Anna, che fino a quel momento è rimasta in disparte, in un angolo, a guardarli)

ANNA/ Perchè non fate come mio nonno partigiano?

PAOLO/ Come chi?

ANNA/ Mio nonno partigiano. 

PAOLO/ Tu avevi un nonno partigiano?

ANNA/ Si.

PAOLO/ Che faceva in questi casi?

ANNA/ Preparava una miscela speciale. Ci vuole dello zucchero, della farina bagnata e del bicarbonato. Lo zucchero intasa, la farina impasta  e il bicarbonato corrode. Ecco guardate.

(Anna si avvicina al tavolo di cucina. Prende un pentolino. Vi versa la bacinella dello zucchero, un pò di acqua e una manciata di farina)

ANNA/ Anche un pizzico di sale. Non guasta mai.

VALERIA/ Il lievito non ce lo metti.

PAOLO/ Zitti. Lasciatela lavorare.

ANNA/ C'è del bicarbonato in casa?

PAOLO/ No. Ho una Simmenthal se vuoi.

ANNA/ No. Ma l'aranciata Idrolitina andrà bene lo stesso.

(Anna versa la busta dell'aranciata Idrolitina nel pentolino. Viene fuori una schiuma arancione)

ANNA/ Ecco. Così dovrebbe andare.

(Anna va all'attaccapanni e indossa la sua pelliccia)

GIOVANNI/ Ma che fai?

ANNA/ Vado a versarla nel serbatoio di quella ruspa.

PAOLO/ Stai scherzando vero? Dimmi di si.

ANNA/ Nient'affatto. Se vogliamo continuare a vivere qui.

PAOLO/ Se vogliamo cosa? Oh Gesù...

ANNA/ Lasciate fare a me. Torno subito.

PAOLO/ Ma ci sono i guardiani.

ANNA/ La notte di Capodanno?

PAOLO/ Infatti. E' la notte di Capodanno. Non è possibile girare nei vicoli. Come minimo ti arriva una credenza in testa. A mezzanotte tirano giù di tutto.

ANNA/ Tornerò prima di mezzanotte.

GIOVANNI/ Anna. Vengo con te.

ANNA/ No. Voglio andare sola.

GIOVANNI/ No. E' troppo pericoloso. Te lo proibisco.

(Anna è già andata. Valeria, Paolo e Giovanni restano immobili sulla scena. Musica di pianoforte. Il rumore della grande ruspa è sempre più assordante. Il tempo scorre, scandito da attimi di penombra. Durante i momenti di buio, i tre personaggi si scambiano le posizioni sulla scena e al riaccendersi delle luci li ritroviamo immobili in posizioni diverse)

GIOVANNI/ Oddio, è già passata mezz'ora. Non le sarà successo qualcosa?

PAOLO/ Non dovevamo lasciarla andare sola.

(Buio. Cambio di posizioni)

VALERIA/ Secondo me bleffava. Sarà andata a farsi un giro. Quella non è tipo da nonno partigiano. Credetemi.

(Buio. Cambio di posizioni)

GIOVANNI/ Sentite. Io la vado a cercare.

PAOLO/ No Fermati. E' quasi mezzanotte. Tra un pò viene giù tutto. Morte sicura.

VALERIA/ Sapete dove è andata quella? A festeggiare Capodanno da qualche altra parte. Quello che farò anche io tra un pò se...

GIOVANNI/ Basta. Io la vado a cercare.

(Giovanni viene fermato da un improvviso finimondo. E' mezzanotte. E' cominciata la girandola dei fuochi di artificio, il tuono dei botti, degli spari e degli oggetti che volano dalle finestre e si infrangono sui marciapiedi)

(All'improvviso silenzio completo. Tutto si è fermato, compreso il rumore della grande ruspa. Qualche istante di attesa poi entra Anna)

(Lungo silenzio. Poi Giovanni va verso di lei e la abbraccia. Paolo prende la bottiglia. La stappa. Versa lo spumante nei bicchieri)

PAOLO/ Buon anno ragazzi.

(Buio. Musica)


(La luce si riaccende. E' già quasi mattina. Anna e Giovanni stanno dormendo nel letto matrimoniale. In cucina ci sono Valeria e Paolo che stanno riordinando)

VALERIA/ Secondo te quanto ci metteranno ad aggiustare quel coso?

PAOLO/ Chi lo sa? Devono far arrivare i pezzi dall'America. Mica una cosa da poco.

VALERIA/ E quando la aggiustano noi torniamo lì e zac, vai con la pappetta del nonno partigiano.

PAOLO/ L'hai detto.

VALERIA/ I partigiani la sapevano lunga.

PAOLO/ Già.

VALERIA/ Allora Paolo, come va? Mi sembri un pò giù.

PAOLO/ Niente. Sono solo un pò stanco.

(Valeria lo abbraccia. Insieme vanno a guardare i due che dormono)

PAOLO/ E pensare che in questa casa ci volevo vivere da solo.

VALERIA/ Mi piacerebbe avere una storia d'amore come la loro.

PAOLO/ Ehi, non ti far venire strane idee.

VALERIA/ Guarda come dormono. Sembrano due bambini.

PAOLO/ Già...

(Paolo si volta lentamente verso Valeria)

PAOLO/ A proposito di bambini...

(Cala la luce sulla scena e sale la musica del pianoforte)

FINE

Copyright: Giampiero Orselli

gorselli@libero.it

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