La madre amorosa

[Prefazione]

Carlo Goldoni

LA MADRE AMOROSA

.

Commedia di tre atti in prosa rappresentata per la prima volta
in Genova la Primavera dell'anno 1754

A SUA ECCELLENZA LA NOBIL DONNA

SIGNORA

ELISABETTA BALBI

NATA

CONTESSA ANGARAN

Duesono i motivi, Nobilissima Dama, per cui sogliono gli Scrittori dedicar le opere loro: o per provvederle di una autorevole protezione che le difenda, o per dare colle medesime un segno di rispetto, di amore e di gratitudine alle persone dalle quali alcun benefizio abbiano riportato. Tutte due unite insieme queste ragioni hanno indotto l'animo mio a dedicare a V. E. questa mia Commedia, procurando ad essa una validissima Protettrice, e a Voi recando colla medesima un testimonio dell'ossequio mio e della mia pi umile riconoscenza. Quell'amor vero che non solamente ha legato la vostra mano a quella del Nobilissimo vostro Sposo, ma di due cuori ne form un solo, fa s che secondando l'inclinazione del di lui animo, siate Voi di me Protettrice, qual egli mi sempre stato benignissimo Protettore. Sono innumerabili gli obblighi miei verso l'Eccellentissimo Signor Niccol Balbi, e innumerabili sono i benefzi che largamente ho da lui ricevuti, e di quanto faceva egli a mio pro, veduti ho sempre nel vostro volto i segni di compiacenza, non essendo Voi gi di quelle Mogli caparbie, che spiriti di contraddizione si chiamano, che odiano tutto quello che ama il marito, ed amano tutto quello che non vorrebbe il marito che amassero. Io son di parere che non diasi al mondo stato migliore di quello de' maritati, quando amore li unisca, e la virt li mantenga in pace. Iddio creatore dell'universo ha formato nell'uomo la pi perfetta creatura delle sue mani, e tutte le cose create tendono al piacere, al benefizio, alla conservazione dell'uomo; ma per prima consolazione, e utilit, e diletto diedegli la compagnia dolcissima della donna, maritando insieme Iddio stesso i nostri primi parenti, onde una tale unione non pu essere che cosa buona, se il Creatore medesimo l'ha ordinata. Vero pur troppo che il superbo Lucifero, invidiando all'uman genere un s gran bene, avvelen colla colpa la tranquillit coniugale, e tuttavia continua il Persecutore degli uomini a seminar la discordia; ma quella Grazia suprema, che scancell il delitto de' primi Padri, dona liberalmente la tranquillit e la concordia a tutti quelli che sanno desiderarla, e meritano di conseguirla.

Sono le belle virt dell'animo i mezzi efficacissimi per rendere un maritaggio felice, e Voi, Nobilissima Dama, non meno che lo Sposo vostro, siete di tante ammirabili virt forniti, che dolcissimo vi sar sempre il nodo, a tanti altri duro e pesante e l dove cambiasi presto negli animi copricciosi colla noia il diletto, in Voi una virtuosa costanza mantiene vegeta e viva la pace soave, e la tenera compiacenza del primo giorno. Scorgesi chiaramente la benedizion del Signore nella numerosa prole non solo, che vi ha concessa, ma nel docile temperamento de' figli vostri, suscettibile di quelle perfette massime che il buon esempio de' Genitori e l'ottima educazione loro va nei tenerelli animi a poco a poco imprimendo. O Madre veramente amorosa! Quanto a Voi giustamente conviene il titolo della Commedia che or vi presento! Nel dedicare le opere nostre noi non sogliamo affettare che l'argomento di esse convenga per somiglianza al carattere de' Mecenati, ma l'animo questa volta mi ha suggerito d rendere a Voi giustizia, scegliendo alla protezione del vostro eccelso nome un argomento che vi conviene, e che pi d'ogni altro vi sar caro.

Nota a tutti quelli che hanno l'onor di conoscervi l'amorosa sollecita cura onde impiegate le attenzioni vostre alla custodia, al provvedimento ed alla educazione de' figli. Questi sono le vostre delizie, i vostri pi amabili passatempi; e se vi chiama talvolta il grado, le convenienze o la compiacenza onestissima fuor delle vostre mura, non ne sapete uscire che dopo un'anticipata metodica provvidenza alla Nobile famigliuola, ed a coloro che destinati avete alla sua custodia, e in mezzo ai brevi, moderati divertimenti, l'animo avete sempre rivolto ai cari parti del vostro tenero amore.

Voi, preziosa parte del Sangue illustre degli Angarani, famiglia Nobilissima che trae l'origine dalle pi illustri ed antiche del Vicentino, e che nell'ordine eccelso dei Veneti Patrizi ebbe l'onor pi volte di sostenere Gradi sublimi e Porpore segnalate; Voi, Sposa di tal Consorte che, oltre la gloria di derivare per lunghi secoli dai primi fondatori della Repubblica, ha tutti i caratteri e le virt ed i meriti che costituiscono il buon cittadino, il forte sostenitor delle Leggi, il Padre della Patria e il saggio amministratore della Giustizia; Voi, Moglie amorosa, fedele compagna e consolatrice, seguiste l'ottimo Sposo vostro all'Isola del Zante, ove lo destin la Repubblica Serenissima collo specioso titolo di Provveditore al governo di quella vasta Provincia, dando con ci una pubblica testimonianza dei di lui meriti, e della materna sua gratitudine.

Anteponeste i disagi della navigazione e di quel remoto soggiorno all'amorosa sollecitudine di non istaccarvi dal di lui fianco. Faceste molto pi ancora, privandovi per il lungo termine di tre anni dell'amabile vista delle vostre figliuole, lasciate in tutela di ottime Religiose in nobilissimi Monisteri, a solo fine di non privare il Consorte della dolcissima compagnia vostra, e i figli maschi della pi esatta e pi profittevole educazione.

Permettami per l'E. V. che qui per un dolce sfogo di mia passione vaglia a riflettere, che se vi fu dispiacevole il distaccarvi dalla Patria vostra, dai vostri congiunti e dalle tenere figlie vostre, aspro fu niente meno al cuor mio l'allontanamento del vostro adorabile Sposo; anzi, se Voi trovaste in esso il dolce alleviamento alle vostre pene, io senza lui rimasi privo del miglior mio conforto, del mio Protettore benefico, del mio amorosissimo Padre: Padre per l'autorit, per il sapere, per l'affezione, di me pi giovane per l'et, di me pi vecchio per il consiglio. Oh quanto gli devo, se colla mente ritorno a molte delle mie vicende passate! Ad esso, mio fervido autorevole Mecenate, consacrai anni sono un'altra delle opere mie, intitolata la Vedova Scaltra, che fu stampata nel primo Tomo dal Bettinelli, e sta nel quarto della Fiorentina edizione. Mi si apr il campo fino d'allora di scorrere ampiamente in pubblici fogli colla piena delle sue lodi, e colla estensione de' benefizi a me benignamente impartiti, ma troppo erami vicino colla persona, e troppo fresco il di lui comando che mi obbligava a non parlare di tutto questo, e mi trovai per la soggezione costretto a soffocar le parole, che uscir volevano dalla penna. Ora ch'egli lontano, penso prendermi un poco pi di libert. I suoi comandi sono per me rispettabili in ogni tempo ed in ogni distanza; ma qualche cosa si tollera in chi opera per passione, ed in me che trovami nella pena della sua lontananza, sar meno colpevole un innocente sfogo d'amore. Perch non dovrei dir ne' miei fogli essere S. E. il Signor Niccol Balbi un Cavaliere dotto, virtuoso e Cristiano? Dotto nelle belle lettere, nella sana Filosofia, nelle Leggi, principalmente della sua Patria, nell'amministrazione della Giustizia, nella economica direzione della Famiglia. Virtuoso nel conoscere le passioni, nel coltivar le migliori, nel superar le pi forti; nell'essere generoso ed umano; sociabile ed amoroso; amico sincero e consigliere leale; Cristiano nelle massime e nel costume; nemico dell'impostura, amico de' buoni, e consolator degli afflitti. Forse non dovrei dirlo, perch lo sa ciascheduno che lo conosce? Io lo dir per quei che non lo conoscono, e lo dir se non altro per onor di me stesso, onde i lontani sappiano chi sia quel Protettore che mi ama, ed i vicini formino di me qualche buon concetto, veggendo che io so discernere la virt, e venerare chi la possiede. Dovrei forse tacere la cognizione perfetta ch'egli possiede intorno alle Opere Teatrali di ciascun genere, quasi che una simile dilettazione indegna fosse di un uomo Grande in lettere ed in Governi? Non lascier di farlo per questo. Fra i seriosi studi di un Giudice, di un Letterato, la Comica Poesia un commendevole trattenimento; e Dio volesse che tutti quelli che per sollevarsi dalle fatiche cercano di ricreare lo spirito, lo facessero con tali mezzi innocenti.

Egli si divertito moltissimo formando una s ampia raccolta d Tragedie, di Commedie e di opere di ogni genere Teatrale, antiche e moderne, che pu passare in Italia per singolare e magnifica. Non per questo ha egli lasciato di arricchire il suo studio di scelti libri in ogni facolt pi esquisiti, per soddisfare la propria letteratura, e per provvedere i Figliuoli suoi, che dietro le orme di un s gran Padre cammineranno per la via delle scienze e della erudizione perfetta. Egli sa render conto di Sofocle, di Euripide, di Seneca tragico, di Cornelio, di Voltaire, di Racine, del Trissino, del Maffei, di Menandro, di Aristofane, di Plauto, di Terenzio, di Molire, dell'Ariosto, del Dolce, e di tanti altri della Tragica o della Comica arte Maestri; ma sa egualmente discorrere di Demostene, di Tucidide, di Aristotile, di Cicerone, di Newton, di Locke, di Puffendorf, di Grozio, e di tutti i celebri Autori nostri Italiani, in ogni facolt elegantissimi. Si divertito non solo a leggere e confrontare le Opere Teatrali di tutti i tempi; ma a tessere egli stesso una s purgata Tragedia, che se dalla sua modestia gli verr concesso di pubblicarla, potr servir di esemplare a quei che aspirano a un s dilettevole studio. Ma ha egli mai per questo trascurate un giorno le sue incombenze? Ha differito un'ora a comparir sollecito ai Tribunali? Ha mai posposto il carico della Famiglia? Ha mai tampoco lasciato d'intervenire alle piacevoli riduzioni de' suoi amici? Ha mai perduto di vista gl'interessi di quelli che al suo consiglio o alla protezione sua si sono raccomandati? Tutti trovano l'adito facilissimo per porgere ad esso le loro suppliche; basta ch'ei le ritrovi oneste per impegnarsi a proteggerle, ed impegnato ch'egli , pu ciascheduno esser certo ch'ei non risparmia n uffizi, n fatiche, n tempo, per rendere operosa e benefica la di lui mediazione; e siccome liberale con tutti delle sue grazie, cos pu sperare da chi che sia, a pro degli altri, una favorevole compensazione.

Ho io detto molto, Nobilissima Dama? Siete Voi malcontenta di quel che ho detto? Spero che no. Le lodi che giustamente convengono al vostro Sposo, diventano lodi vostre, poich siete due in una carne, come dice lo Spirito Santo; e noi diciamo pi volgarmente, siete con esso lui due corpi ed un solo cuore. Temo bens ch'egli meco si sdegni per un arbitrio presami contro il suo comando primiero, quasi che, non fosse vicino il termine del suo Governo del Zante, e non si approssimasse quel giorno in cui sentir dovessi i suoi rimproveri e la mia mortificazione.

Ma venga egli ben tosto; volino questi giorni pi tormentosi, venga a rimproverarmi, se gli d l'animo, dopo aver detta la verit. La sua modestia me lo poteva impedire, la sua giustizia non mi pu condannare, e per conciliare nell'animo suo queste due virt nel caso mio contrarie, vagliami l'efficacissimo mezzo di Vostra Eccellenza. Ella, che tutto pu sopra del di lui cuore, mi faccia strada al perdono, promettendogli che lascier di lodarlo allora quando cesser egli di meritare le lodi; ma all'incontrarlo egli si affatica di meritar sempre pi, ed io vengo meno per le pesanti brighe che mi circondano, e per gli anni che affaticati mi crescono; onde se mi mancher la lena di scrivere, non cesser coll'animo di dimostrarmi ammiratore ossequioso del Cavaliere Marito, e della Dama consorte, a cui profondamente m'inchino.

Di V.E.

Umiliss. Dev. Obblig. Servidore

Carlo Goldoni

L'AUTORE A CHI LEGGE

Quantunque la presente Commedia sia stata recitata soltanto nell'anno dopo, come si vedr nell'introduzione premessa nel Tomo terzo, io l'ho voluta stampare in questo secondo, serbando l'ordine della sua creazione, anzich quello pi accidentale della sua comparsa sopra le scene. Una delle ragioni che l'ha ritardata al pubblico degna di una Commedia per se medesima. Quella che doveva fare la parte di Madre principi a disputare degli anni con quella che doveva rappresentare la Figlia, ed io ho dovuto far delle mutazioni nella Commedia, ridendo sempre, come voglio credere che far ciascheduno che legger questo foglio. La Commedia presente breve, fondata sopra di un buon carattere, un poco raro al mondo, ma che merita di essere imitato. Non molto ridicola, fondandosi la condotta sulla passione, la quale dovrebbe essere interessante per le Madri amorose e per le Figliuole di poco spirito: mostrando alle prime, quanto possa sagrificare l'amor materno; ed alle seconde, quanto s'ingannino quelle che sperano trovar nel mondo miglior affetto di quel di madre. La semplicit maliziosetta di questa Figlia insegna ai Genitori aprir bene gli occhi sopra i loro Figliuoli, e sopra la servit, e su tutti quelli che frequentano le loro case; e don Ermanno e la di lui Moglie sono il ritratto di quelli che antepongono l'interesse alla giustizia, i quali all'ultimo non possono che rimanere ingannati. Se nell'Italia nostra un difetto la semplicit dell'argomento e della condotta, questa Commedia non pu piacere; ma siccome non sarebbe discara al Teatro Francese, cos spero che gl'intendenti di cotal genere di Commedie sapranno un poco pi compatirla, di quello abbia fatto il Pubblico nel vederla rappresentare.

PERSONAGGI

Donna AURELIA dama vedova

Donna LAURINA di lei figliuola

Il conte OTTAVIO

Donna LUCREZIA cognata di donna Aurelia

Don ERMANNO marito di donna Lucrezia

FLORINDO giovine figliuolo di finanziere

PANTALONE de' BISOGNOSI mercante veneziano

BRIGHELLA servitore di don Ermanno

TRACCAGNINO servitore di donna Aurelia

Un NOTARO

La Scena si rappresenta in casa di don Ermanno.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera di donna Aurelia.

Donna Aureliae Pantalone.

PANT. La supplico de benigno perdon, se vegno a darghe el presente incomodo. L'affar xe de premura; e el zelo della mia servit me conduse a sta ora importuna a incomodar vusustrissima.

AUR. Caro signor Pantalone, in ogni tempo vi vedo assai volentieri. La vostra buona amicizia mi ha sempre giovato, e non sar che profittevole per me l'incomodo che ora vi siete preso.

PANT. Vegno a scovrirghe un certo manizo, che ho penetr za un'ora, acci colla so prudenza la gh'abbia tempo de remediarghe.

AUR. Sempre disgrazie. M'aiuti il cielo.

PANT. La sappia che siora donna Lugrezia, so cugnada, ha d parola a sior Florindo Aretusi de darghe per muggier siora donna Laurina.

AUR. Come! mia figlia in isposa a quel discolo, a quel villano?

PANT. Certo che la sarave precipitada per tutti i versi; ma siora donna Lugrezia, che xe restada erede de tutto, e che ha da dar la dota a sta putta, no la vardaria de precipitarla, per darghe manco che sia pussibile.

AUR. Povero mio marito! se fosse vivo!

PANT. Se el fusse vivo, no ghe saria sto pericolo. Lu el gh'aveva massime da cavalier; e se l'avesse podesto, prima de morir, far testamento, l'averia provisto el so sangue. No l'averave lass la so unica fia alla descrizion de una sorella avara, che volendo tutto per ela, no gh'ha riguardo a sagrificar una creatura innocente all'idolo maledetto dell'interesse.

AUR. Ma non le riuscir s facilmente di farlo. Laurina mia figlia, n mi far quest'insulto di collocarla senza l'assenso mio.

PANT. So cugnada saria capace de farlo, e la gh'ha un mario avaro pi de ela che la conseggia.

AUR. Lo sposo sa che ci sono. Non ardir sottoscrivere senza di me.

PANT. Cossa vorla che sappia un omo ordenario che ha trov i bezzi fatti da so pare, e che per rason dei so bezzi nol stima nissun? Nol sa la creanza, e nol la vol imparar.

AUR. Quel ch' peggio, un discolo, un dissoluto, giocatore, insolente. Povera mia figliuola! Sin che avr vita, non acconsentir certamente alla sua rovina.

PANT. Per mi, signora, no ghe vedo altro remedio che quello de far che la putta tegna duro, e che la diga de no.

AUR. Spero ch'ella non si allontaner dal consiglio mio. Sa quanto io l'amo: l'amo pi di me stessa, e morirei di dolore, se la vedessi fra le braccia d'uno che non la merita.

PANT. Me par de sentir zente.

AUR. Favoritemi guardar chi .

PANT. La servo. (va destramente a guardare alla porta)

AUR. Cognata indiscreta, tu non me la farai vedere.

PANT. Sala chi xe?

AUR. Chi mai, signore?

PANT. Una persona, che so che no ghe despiase.

AUR. Mia figlia forse?

PANT. Eh giusto! no ghe piase altri che so fia?

AUR. Io non vi capisco.

PANT. Xe sior conte Ottavio.

AUR. Signor Pantalone, voi siete qualche volta bizzarro.

PANT. Cara zentildonna, de mi no la gh'ha d'aver suggizion. Son vecchio, son servitor antigo de casa, son omo de sto mondo. Ho prov le passion in mi, e le so compatir in ti altri. Una vedua zovene e viva come ela xe giusto che la se torna a maridar. Sior conte Ottavio xe un cavalier ricco, nobile, e d'una et giusto a proposito per una che ha fatto qualche campagna sotto le bandiere d'amor. Siora donna Aurelia, l'ascolta un omo sincero, un amigo de cuor. La pensa al ben de so fia, ma no la trascura el proprio interesse. La procura de collocar ben la so putta; ma la procura anca ela de andar via de sta casa de matti, perch la pase e la quiete el xe el mazor tesoro del mondo; e la natura insegna amar i propri fioli, xe vero, ma prima de tutto la insegna amar nu medesimi, e procurar la nostra umana pussibile felicit. (parte)

SCENA SECONDA

Donna Aureliasola.

AUR. Chi non ha avuto figliuoli, non pu paragonare l'amor di questi con altro amore. Quello delle madri principalmente il pi tenero, il pi interessante, poich aggiungendosi all'affezione del sangue la memoria de gli stenti, dei pericoli, dell'educazione, si radica sempre pi nel cuor materno l'affetto, e lo rende preferibile al proprio bene ed alla propria vita medesima. Amo il conte Ottavio, egli vero, ma prima di determinarmi a queste seconde nozze... Eccolo ch'egli viene.

SCENA TERZA

Il conte Ottavio e detta.

OTT. Madama, scusate s'io vengo ad importunarvi.

AUR. Mi fate onore qualunque volta vi compiacete di favorirmi.

OTT. Un affar di premura mi rese pi sollecito a riverirvi. Sappiate che donna Lucrezia vostra cognata...

AUR. Vuol maritar mia figlia, non egli vero?

OTT. S, con Florindo Aretusi. Pare a voi che un tal matrimonio onori la vostra casa?

AUR. Pria che ci segua, mi far intendere.

OTT. Avvertite che non sarete a tempo.

AUR. Come non sar a tempo? Chi di l?

SCENA QUARTA

Traccagnino e detti.

TRACC. Signora.

AUR. Chiamatemi la mia figliuola.

TRACC. L' in camera de so siora zia.

AUR. Che subito venga qui.

TRACC. Ghel dir, signora. Ma ho paura che subito no la vegnir.

AUR. Perch dici tu che la non verr?

TRACC. La fa una certa cossa... e no la vegnir, se no la l'ha fenida.

AUR. Che cosa fa in camera di sua zia?

TRACC. Zitto, che vussioria no l'ha da saver.

AUR. Come! non l'ho da sapere? Che discorso il tuo?

OTT. Signora mia, quanto volete giocare che vostra figlia sottoscrive il contratto? (a donna Aurelia)

AUR. Senza di me? Traccagnino, che fa Laurina?

TRACC. Par proprio che sior conte el gh'abbia dell'astrologo.

AUR. Scrive mia figlia? scrive?

TRACC. Za un poco la gh'aveva la penna in man. No so cossa che adesso la fazza.

AUR. Presto, dille che venga qui.

TRACC. E se no la volesse vegnir?

AUR. Verr io col; e si pentir ella di sua disobbedienza e far che si penta quell'incivile di mia cognata.

TRACC. Oh, siora patrona, quella l' la causa de tutto.

AUR. Laurina non vorr disgustar sua madre. Sa quanto io l'amo. Dille che venga qui, che non mi obblighi a qualche scena.

TRACC. Ghe lo dir, ma..,

AUR. Che ma? che ma?

TRACC. Cara siora patrona, levar el sposo de man a una putta, l' l'istesso che levar una brisiola de bocca al gatto. (parte)

SCENA QUINTA

Donna Aureliae il conte Ottavio.

AUR. Se non viene subito, ander io, e mi sentiranno.

OTT. Non mi fa specie, signora, che vostra cognata cerchi di maritare la nipote ad uno che non ha bisogno di dote; ma resto bens scandalizzato di vostra figlia, che con s poco di prudenza consenta a farlo senza l'assenso vostro.

AUR. Povera figlia! sa il cielo che cosa le hanno dato ad intendere. Ella creder certamente ch'io sia contenta.

OTT. Eh, perdonatemi. Vi volea poco ad assicurarsi del piacer vostro.

AUR. L'avranno colta su due piedi all'improvviso.

OTT. Voi la difendete, perch l'amate. Io la credo molto pi maliziosa.

AUR. No, conte, non lo credete. Mia figlia una fanciulla prudente.

OTT. Non tanto quanto voi vi pensate. Ella ama Florindo.

AUR. Non pu essere. Se ci fosse, lo avrebbe detto a sua madre.

OTT. Lo avrebbe detto, se fosse una figlia savia...

AUR. Ors, non dite mal di mia figlia, se fate conto di me.

OTT. Spiacemi... Non posso tollerare...

AUR. Che cosa?

OTT. Che voi amiate un'ingrata.

AUR. Laurina ingrata? Non vero.

OTT. Lo vedrete...

AUR. Conte, basta cos. Laurina l'anima mia.

OTT. Spiacemi vedere che voi gettate l'affetto vostro...

AUR. Basta cos. Cessate d'inquietarmi, vi dico.

OTT. Taccio per obbedirvi.

AUR. Non viene ancora questa fanciulla?

OTT. Verr quando avr sottoscritto, questa obbediente figliuola.

AUR. Ander io, per liberarmi dalla pena che voi mi date. (in atto di partire)

OTT. Signora, compatitemi. Parlo cos, perch vi amo.

AUR. Non ama la madre, chi non sa rispettare la figlia.

OTT. Perdonatemi...

AUR. Mutate stile, se non volete ch'io vi perda affatto la stima. Apprezzo la vostra amicizia; dir anche di pi: conosco ed amo i meriti vostri; ma chi parla mal di mia figlia, sar sempre mio capitale nemico. (parte)

SCENA SESTA

Il conte Ottavio solo.

OTT. Povera donna Aurelia! Ella trasformata troppo nella figliuola, e non conosce i di lei difetti, e non la crede un'ingrata. Possibile che questo amore di natura giunga cotanto ad acciecare le madri? No, la natura non mendace, non adulatrice di se medesima. Questo amore soverchio che hanno le madri per i parti loro prodotto da due diverse cagioni: dalla tenerezza del cuore e dall'assuefazion dell'amore. Le grazie che crescono di giorno in giorno nei teneri bambinelli, vanno radicando l'affetto nell'animo di chiunque si fa piacere nell'educarli; quindi avviene che l'uomo amer pi talora un figlio non suo, allevato sotto gli propri occhi, di quello faccia un vero parto delle sue viscere, o sconosciuto, o da s lontano. Povera donna Aurelia! mi fa piet. Per cagione di questa sua ingrata figlia, soffre gl'insulti di sua cognata e sacrifica i pi bei giorni dell'et sua. Io l'amo sinceramente, e non la posso adulare. Eppure, chi vuole delle donne la grazia, conviene necessariamente adularle: poche essendo quelle che, conoscendo il pregiudizio delle loro passioni, cerchino il disinganno ed amino la verit. (parte)

SCENA SETTIMA

Camera di donna Lucrezia

Donna Laurina, donna Lucrezia, don Ermanno, Florindo, Brighella,

Traccagninoed un Notaro.

NOT. La scrittura terminata. Comandano ch'io la legga?

LUCR. S, leggetela.

NOT. Vi vorrebbero due testimoni.

ERM. Ecco qui due galantuomini: Traccagnino, nostro servitore, e Brighella, servitor dello sposo.

NOT. Ma... perdonino; in un contratto di nozze fra persone di qualit, pare che non convenga servirsi di due servitori per testimoni.

ERM. Chi volete voi che si vada cercando? Si hanno a fare le cose fra di noi privatamente. Se si chiamano testimoni di merito, pretendono rinfreschi, caff, cioccolata: tutte cose gettate via. Se si ha da spendere un mezzo ducato, meglio lo abbia il notaro che ha fatta la sua fatica.

NOT. Signore, pretenderebbe di darmi mezzo ducato per un contratto di nozze?

LUCR. Che cosa vorreste di pi? Guadagnare in un'ora mezzo ducato, vi par poco?

FLOR. Via, via, signor notaro, avrete da far con me.

NOT. Benissimo; non dico altro.

ERM. Figliuolo, non gettate via il vostro denaro. Vostro padre lo ha guadagnato a sudori di sangue. (a Florindo)

LAUR. Signor zio, non perdiamo tempo. Mia madre mi ha mandato a chiamare. Or ora me l'aspetto qui.

LUCR. Nelle mie camere non ci verr.

ERM. Signore, leggete.

NOT. Ehi, venite qui. Servirete per testimoni. Voi, come avete nome? (a Brighella)

BRIGH. Brighella Cavicchio, quondam Bertoldo.

NOT. Di che paese?

BRIGH. Bergamasco. (il Notaro scrive)

NOT. Voi, come vi chiamate? (a Traccagnino)

TRACC. Mi no so mai d'averme chiam da mia posta.

NOT. Siete un bell'ignorante.

TRACC. No digo per lodarme, ma l' la verit.

NOT. Signore, con costui non faremo niente. (a don Ermanno)

ERM. Via, dagli il tuo nome, il tuo cognome e la patria.

TRACC. El nome e el cognome m'inzegner de darghelo, ma la patria no ghe la posso dar.

NOT. No? perch?

TRACC. Perch Bergamo l' troppo lontan, e po no l' roba mia.

NOT. Oh che pazienza!

ERM. Vi vuol tanto a dirgli che ti chiami Traccagnino Battocchio?

TRACC. No ghe vol gnente.

NOT. Via, via, basta cos. Traccagnino Battocchio. Quondam? (scrive)

TRACC. Signor?

NOT. Tuo padre vivo, o morto?

TRACC. No lo so in verit.

NOT. Non sai se tuo padre sia vivo o morto?

TRACC. No lo so da galantomo.

NOT. Come ha nome tuo padre?

TRACC. Se digo che no so.

NOT. Non sai nemmeno di chi tu sii figlio?

TRACC. No lo so da servitor.

NOT. Di che et sei partito dal tuo paese?

TRACC. Sar tre anni che manco.

BRIGH. Eh via, caro paesan. To padre l'ho conossudo mi. No relo missier Pasqual?

TRACC. Tutti credeva che fosse fiol de missier Pasqual; ma mia madre, che era la bocca della verit, qualche volta la diseva de no.

ERM. Via, via, signor notaro, scriva figlio di messer Pasquale.

NOT. Ma, signor Ermanno, questo non un testimonio a proposito.

TRACC. Caro sior nodaro, perch no mett el vostro nome che gh'av proprio fazza de testimonio?

NOT. Costui un impertinente; e giuro al cielo...

LAUR. Ecco mia madre. (con timore parte)

LUCR. Fermatevi. (a donna Laurina che parte)Che cosa vuole nelle mie camere?

SCENA OTTAVA

Donna Aureliae detti.

AUR. Con licenza di lor signori. (i servitori si ritirano)

LUCR. Riverisco la signora cognata.

AUR. Che cosa si fa di bello, signori miei?

ERM. Noi non veniamo a vedere quello che fate voi nelle vostre camere.

AUR. Non sarei venuta nelle vostre, se non vi fosse stata mia figlia.

LUCR. Vostra figlia custodita bene dalla sorella del di lei padre.

ERM. E da me, che sono di sua zia il marito.

AUR. Benissimo, vi ringrazio entrambi dell'amore che avete per la mia figliuola. Ed il signor Florindo entra anch'egli nel numero de' suoi custodi?

FLOR. S signora, e giustamente, s'ella deve esser mia consorte.

AUR. Io non c'entro per nulla?

FLOR. Perdonatemi. La signora donna Lucrezia mi ha detto...

LUCR. S signora, io gli ho detto che tocca a me a maritar mia nipote, stando nelle mie mani la di lei dote.

AUR. Va benissimo; n io mi opporrei, se un tal matrimonio le convenisse.

FLOR. Come, signora? Pare a voi che le mie nozze la disonorino?

AUR. Signor Florindo, non credo di farvi un'ingiuria, se dico esservi dalla vostra casa alla nostra una troppo grande distanza.

ERM. Che distanza? Egli ricco pi che non siamo noi.

AUR. Laurina ha ventimila scudi di dote.

LUCR. V'ingannate, signora cognata, questa dote non vi pu essere. Tutta l'eredit di mio fratello non ascende ad una tal somma.

AUR. Questa la dote che suo padre destinata le aveva.

LUCR. Poteva prometterne anche centomila, che sarebbe stato lo stesso. Mio fratello non sapeva quello che si facesse.

AUR. Eh, signori miei, queste favole non si raccontano a me. La dote di Laurina vi ha da essere, e so dov' fondata. Ma voi... S, lo dir, voi per una soverchia avarizia...

FLOR. Signora, vi supplico di acchetarvi. La cosa si pu facilmente accomodare. Volete che la vostra figliuola abbia ventimila scudi di dote? Li aver. Signor notaro, scrivete. Io le faccio ventimila scudi di contraddote.

AUR. Non vi bisogno, signore...

LUCR. Come non vi bisogno? Scrivete, signor notaro. Il signor Florindo le fa ventimila scudi di contraddote.

AUR. Non v' bisogno, vi dico. Ella dotata dal padre; e quando non lo fosse, io colla mia propria dote potrei provvederla bastantemente.

LUCR. E voi provvedetela.

ERM. Via, provvedetela voi.

AUR. Lo far, quando le si offerir un partito che le convenga.

FLOR. Io dunque non sono degno di averla.

AUR. No, siete ancor troppo giovane.

LUCR. L'offerta ch'ei le fa di ventimila scudi di contraddote, una proposizione da uomo di garbo, da uomo vecchio, che merita d'essere approvata e lodata da chi che sia.

AUR. Sapete che cosa meriterebbe approvazione e lode? Se il signor Florindo desistesse dal giuoco, dalle crapule, dalla sua prodigalit sregolata; e con i ventimila scudi ch'egli ardisce offerire ad una dama di qualit, farebbe meglio pagare i debiti e le mercedi agli operari. (Florindo smania)

ERM. Che debiti? Suo padre gli ha lasciato mezzo milione.

AUR. Gli avanzi de' finanzieri arrivano poche volte alla terza generazione.

FLOR. Signora, non vi rispondo, perch siete la madre della mia sposa. S, donna Laurina sar mia sposa; donna Lucrezia e don Ermanno a me l'hanno promessa, e giuro al cielo, mi far mantenere la parola. (parte)

ERM. Fermatevi...

LUCR. S, ve la manterremo.

AUR. Signora cognata, dovreste aver pi prudenza.

LUCR. Voi dovreste avere un poco pi di giudizio.

AUR. E voi, signor notaro...

NOT. Io, illustrissima, sono stato chiamato. Fo il mio mestiere.

AUR. Io son sua madre, e vi dico che un tal contratto non si ha da fare senza di me.

NOT. Per me, si aggiustino fra loro. Il contratto lesto, se occorre; basta che mi avvisino, ch'io verr a stipularlo. (parte)

SCENA NONA

Donna Aurelia, donna Lucreziae don Ermanno.

AUR. Possibile, signora cognata, che non abbiate a cuore il decoro della nostra famiglia?

LUCR. Voi fondate il decoro nella vanit, ed io lo fondo nella sostanza, nei comodi e nel denaro.

AUR. S veramente la casa si mantiene con un grande splendore.

ERM. Voi altre donne siete incontentabili. Vi par poco, eh, spendere in una casa mezzo filippo il giorno?

AUR. In cinque persone veramente troppo.

ERM. L'entrate non rendono tanto, ci rimettiamo ogni anno del nostro.

AUR. Dite che ogni anno avanzate delle migliaia di scudi.

LUCR. Non vero, non sapete che cosa vi dite.

AUR. Portatemi rispetto, signora.

LUCR. Fareste meglio andarvene da questa casa.

AUR. Vi ander; ma verr meco mia figlia.

LUCR. Vostra figlia in casa sua, e non vi deve uscire che collocata.

AUR. Povera Laurina! voi la volete tradire.

LUCR. Come tradirla? Laurina sangue mio, perch sangue di mio fratello. L'amo come una mia figliuola e la marito con uno che la far star bene, che la far viver bene.

AUR. Con Florindo voi non la mariterete assolutamente.

LUCR. S, la mariter a vostro dispetto.

AUR. Mi far intendere, mi far far giustizia.

LUCR. Se non si sposer col signor Florindo, la caccer in un ritiro.

AUR. Siete una barbara.

LUCR. Siete una pazza.

AUR. Portatemi rispetto, vi dico: sono una dama.

LUCR. Ed io sono la padrona di questa casa.

ERM. S signora, donna Lucrezia ed io siamo quei che comandano.

AUR. Povero mio consorte! Non aveva egli le massime che avete voi.

LUCR. Se non vi sappiamo dare nel genio, prendete la vostra dote, e andate a stare con chi volete.

AUR. Se non ci fosse mia figliuola, non ci sarei stata un'ora.

LUCR. La vostra figliuola vi ha veramente una grande obbligazione. Voi l'avete rovinata.

AUR. Io? come?

LUCR. Non le avete insegnato altro che a farsi i ricci, ed a vestirsi con attillatura.

AUR. Ad una dama non conviene andare come una serva.

LUCR. Che dama? Le dame che non hanno denari, diventano presto pedine.

AUR. In casa degli avari sempre si piange.

LUCR. Signora cognata, voi mi farete perdere la pazienza.

AUR. Siete gente incivile.

LUCR. Siete superba, vana, insoffribile.

AUR. Se avessi in Napoli i miei parenti, non parlereste cos.

ERM. I vostri parenti non ci farebbero punto paura.

AUR. Rendetemi conto dei frutti della dote di mia figliuola.

LUCR. Ho tanto di testa. Non mi stordite di pi.

AUR. E se non lo farete di buona voglia...

LUCR. Andate via, signora cognata.

AUR. Trover chi ve lo far fare per forza.

ERM. La cosa va un poco lunga.

AUR. Rispondetemi a tuono.

LUCR. Vi risponder un'altra volta. (parte)

ERM. S signora, un'altra volta. (parte)

SCENA DECIMA

Donna Aureliasola.

AUR. Questa campana non la vogliono sentire. Gente sordida, avara: so io quel che far. Povera la mia figliuola! vorrebbero assassinarla, ma finch io viva, non riuscir loro certamente di farlo. Ma ella, che sempre stata obbediente alla madre, come ora poteva indursi ad un tal passo senza da me dipendere? Nol credo ch'ella vi consentisse. L'averanno tentata i zii scaltri, avari, ingannatori; ma non sarebbe stato possibile che Laurina avesse fatto un s gran torto a sua madre che l'ama: ad una madre amorosa, che darebbe per lei quel sangue da cui stata con tanta pena e con tanto amore nutrita. (parte)

SCENA UNDICESIMA

Antisala.

Florindo e donna Laurina.

FLOR. Cara Laurina mia, a decidere tocca a voi.

LAUR. Se stesse a me, vi darei la mano immediatamente.

FLOR. Potete darmela, se volete.

LAUR. Il mondo poi che direbbe?

FLOR. Direbbe il mondo che avete obbedito un comando di vostra zia.

LAUR. Questa ragione non mi dispiace.

FLOR. Animo dunque...

LAUR. Oh diamine! mia madre qui?

FLOR. Torner ad insultarmi... Cara Laurina, costanza, fedelt, coraggio. Torno alle camere di vostra zia. (parte)

SCENA DODICESIMA

Donna Aureliae Laurina.

AUR. Temerario! cotanto ardisce? E voi, che facevate qui con Florindo?

LAUR. Niente, signora.

AUR. Cos obbedite ai comandi di vostra madre?

LAUR. passato per accidente.

AUR. E nelle camere di vostra zia per qual ragione vi siete andata?

LAUR. Perch mi ha mandata a chiamare.

AUR. Che cosa voleva da voi?

LAUR. Non so niente, signora.

AUR. Parlate, dico: che cosa volevano?

LAUR. Non l'avete sentito da voi medesima?

AUR. Sfacciatella! S, ho inteso. E senza di me si va a trattare di matrimonio?

LAUR. Finalmente... mia zia.

AUR. S, una zia che cerca di rovinarvi.

LAUR. Volendo darmi marito, mi pare ch'ella non mi rovini.

AUR. Non sapete che nei matrimoni si richiede l'egualit?

LAUR. Circa all'et, non vi gran differenza.

AUR. Fate la sciocca, eh? Non quella degli anni l'egualit che richiedesi nel matrimonio, ma quella della nascita, del carattere, del costume.

LAUR. Cara signora madre, conosco tante ragazze, che per voler troppo, sono invecchiate cos.

AUR. E per questo, che cosa vorreste dire?

LAUR. Gli anni passano anche per me, e se perdo questa occasione...

AUR. No, cara, siete ancor giovinetta: vi tempo, e poi questa non occasione opportuna per voi.

LAUR. Ma nessuno me ne propone un'altra.

AUR. Vi sareste maritata a quest'ora, se vostra zia non temesse sborsare la dote.

LAUR. Ma se trovasi uno che mi sposa senza la dote, perch non si ha d'accettare?

AUR. Perch non vostro pari.

LAUR. A me poco importa, signora madre.

AUR. Se non importa a voi, importa a me.

LAUR. Ah! se mi volete bene...

AUR. Oh Dio! ti amo anche troppo. Se non ti amassi tanto, non sacrificherei la mia quiete per te.

LAUR. Cara signora madre, se voi mi amate, concedetemi il signor Florindo.

AUR. No, questo non sar mai.

LAUR. No? Pazienza. (vuol partire)

AUR. Dove andate?

LAUR. Vado via, signora.

AUR. Avvertite: senza mio ordine non andate pi nelle camere di vostra zia.

LAUR. Eh s, in verit facevo conto di andarvi adesso.

AUR. A far che, signora?

LAUR. Cos... a ritrovarla.

AUR. Presto, andate nella vostra camera.

LAUR. Morir; sarete contenta.

AUR. Oh Dio! A me questo? A me, che sai che ti amo quanto l'anima mia?

LAUR. No, che non mi amate. Se mi amaste, non neghereste di consolarmi.

AUR. Ma Florindo, cara, non per te.

LAUR. L'amo; non posso vivere senza di lui, e lo voglio.

AUR. Lo voglio? A tua madre hai coraggio di dire lo voglio?

LAUR. S, ammazzatemi, trucidatemi, vi torno a dire lo voglio. (parte)

AUR. Come? Cos parla a sua madre? Oh Dio! Questo ho da soffrir da colei che amo tanto? Da quella ch' l'unico mio bene? l'unica mia consolazione? Misera Aurelia! infelice amor mio! (resta piangendo)

SCENA TREDICESIMA

Il conte Ottavio e detta.

OTT. Donna Aurelia, che avete voi che piangete?

AUR. Nulla, conte. Lasciatemi in pace.

OTT. Che s che indovino la causa del vostro cordoglio?

AUR. Non mi tormentate, vi prego.

OTT. Eh signora, lodo l'amor delle madri verso i loro figliuoli; ma quando son questi ingrati...

AUR. Signore, di chi parlate?

OTT. Ho inteso vostra figlia partir di qui borbottando, e replicare dieci volte da se medesima: s, lo voglio.

AUR. (Oh me infelice!) (sospirando piano)

OTT. E voi soffrirete, che a vostro dispetto e su gli occhi vostri, si facciano tali nozze?

AUR. No, conte, non si faranno.

OTT. Chi ve ne accerta?

AUR. Mia figlia non vorr darmi un cos gran dispiacere.

OTT. Ella? se come una pazza va ripetendo lo voglio?

AUR. Non doveva parlare di questo.

OTT. Basta, non vo', coll'insistere maggiormente, inquietarvi. Donna Aurelia, son qui per darvi un testimonio della mia stima, e permettetemi ch'io dica, del sincero amor mio.

AUR. (Laurina dove sar?) (da s)

OTT. Mi permettete ch'io parli?

AUR. S, parlate.

OTT. Pi volte vi ho fatto comprendere, donna Aurelia il desiderio mio di acquistare il tesoro del vostro cuore, unito a quello della vostra mano. Ora parmi che un accasamento per voi potesse piucch mai riuscire opportuno. Siete attorniata da una cognata indiscreta, da una figlia (soffrite ch'io lo ripeta) all'amor vostro ingrata. Fate quanto potete per impedire ch'ella sia di Florindo, ma quando tutto si unisse a distruggere le vostre massime e la vostra savia condotta, pensate a voi stessa. Io vi offerisco una casa, uno sposo. Il matrimonio di vostra figlia non recher a voi disonore, se voi avrete, bench invano, procurato impedirlo; ed io sorpasser egualmente un simile accasamento, come se donna Laurina non fosse nata del vostro sangue.

AUR. Ah conte, a voi sarebbe facile scordarvi che Laurina fosse mio sangue; ma io, che nelle viscere mie l'ho nutrita, non posso lusingarmi di farlo. Non cesser mai di operare per la salvezza del suo decoro; e quando tutto riuscisse vano, potrei morire, ma non abbandonare mia figlia. Per ora non mi parlate di nozze, non mi parlate di amori, che d'altro affetto non son capace per ora che di quello di madre.

OTT. Povera dama! mentre voi con simili tenerezze languite per la figliuola, ella pensa a tradirvi.

AUR. Non lo far, conte: Laurina non lo far.

OTT. Dove pensate ch'ella sia incamminata?

AUR. Le ho comandato andare nella sua camera.

OTT. Ed io l'ho veduta verso la camera di sua zia.

AUR. Possibile? Ah ingrata... Ma non lo credo.

SCENA QUATTORDICESIMA

Pantalone e detti.

AUR. Signor Pantalone, avete voi veduta mia figlia?

PANT. Siora s.

AUR. Dove?

PANT. Verso le camere de siora donna Lugrezia.

AUR. Oh cielo!

OTT. Non ve l'ho detto?

AUR. Ah ingrata!

OTT. S, un'ingrata, ed io conoscendola...

AUR. Basta, conte; io posso dirlo, voi non dovete dirlo. Gl'insulti delle madri non offendono le figliuole. Gl'insulti d'un cavaliere non si convengono ad una dama. A me tocca il correggerla, a voi il rispettarla. (parte)

OTT. Anche la virt deve avere i suoi limiti. L'amore di donna Aurelia eccede troppo i confini della giustizia.

PANT. Ah, caro sior conte, l'amor de madre xe un gran amor.

OTT. S vero. Ma... non voglio perderla di vista. Ella ha bisogno di chi le presti soccorso. (parte)

PANT. Sto sior conte ghe preme molto donna Aurelia. El gh'ha una gran carit per ela. Ma za la xe carit pelosa. El mondo xe tutto cuss, tutto interesse. Ghe despiase che donna Aurelia ama tanto so fia, perch el so amor el lo vorave tutto per elo. Ol, cossa vedio? Siora donna Laurina co sior Florindo? Zogheli alle scondariole? So madre va per cercarla da una banda, e ela scampa da un'altra. Vi retirarme un pochetto, e vder un poco, e sentir, se se pol, che intenzion che i gh'ha. Povera donna Aurelia, la me fa pecc! (si ritira)

SCENA QUINDICESIMA

Donna Laurinae Florindo.

LAUR. Signor Florindo, ho tanta volont di parlarvi.

FLOR. Ma qui in queste stanze possiamo esser sorpresi da vostra madre.

LAUR. L'ho veduta passare dall'altra parte col conte Ottavio.

FLOR. S, questa vostra signora madre, cotanto austera con voi, fa all'amore peggio d'una ragazza.

LAUR. E poi vuol impedire ch'io non lo faccia. Non vuole ch'io mi mariti.

FLOR. Non vorr che voi vi maritiate, perch aver ella intenzione di farlo.

LAUR. Lo faccia, e lo lasci fare. Io non impedisco ch'ella si soddisfi, n ella impedisca che possa io soddisfarmi.

FLOR. Donna Laurina, se voi non fate una risoluzione, vostra madre per puntiglio non vorr certamente che siate mia.

LAUR. Ma qual risoluzione poss'io prendere?

FLOR. Un'altra volta io ve l'ho suggerita. Datemi la mano di sposa, e dopo il fatto la sua collera non ci potr fare paura.

LAUR. Darvi la mano... Se ci fosse almeno mia zia.

FLOR. Ecco il signor Pantalone. Alla presenza di quest'uomo vecchio e civile, ci porgeremo scambievolmente la destra.

LAUR. Questi un amico di mia madre; non ne vorr probabilmente sapere.

SCENA SEDICESIMA

Pantalone e detti.

PANT. Bravi; pulito!

FLOR. Signor Pantalone, favorisca di grazia.

PANT. Son qua; cossa comandela?

FLOR. Vossignoria, ch' uomo ben nato, civile e discreto, spero non aver difficolt di farci un piacere.

PANT. Le comandi: son qua per servirle dove che posso.

LAUR. Ma per amor del cielo, non mi tradite.

PANT. Me maraveggio. Non son capace, patrona.

FLOR. So che siete un vero galantuomo, tutto mi comprometto da voi.

PANT. Via, cossa me comandela? Se la sar una cossa onesta, le se assicura che la far volentiera.

LAUR. Oh, in quanto a questo, onestissima.

FLOR. una bagattella, signor Pantalone.

PANT. Via, cossa xela?

FLOR. Noi ci vorressimo in questo momento sposare, e vi preghiamo favorirci per testimonio.

PANT. Una bagattella!

LAUR. Mia zia lo acconsente.

PANT. Ma ghe par che tra persone civil se fazza i matrimoni in sta maniera?

FLOR. Siamo sforzati a farlo per le persecuzioni di donna Aurelia.

PANT. Siora donna Aurelia xe una donna prudente.

LAUR. Non ve l'ho detto io ch'egli tiene da mia madre? (a Florindo)

FLOR. Basta, scusate se vi ho dato il presente disturbo. (a Pantalone)

PANT. Queste no le xe cosse da domandar a un galantomo della mia sorte.

FLOR. Via, signore, finita. Vossignoria si servi. Vada dove vuole, che non intendo volerlo pi trattenere.

PANT. (Me despiase mo adesso lassarli soli). (da s)

LAUR. Se ha qualche affare, signor Pantalone, si accomodi, vada pure.

PANT. Eh, no gh'ho gnente da far. Stago volentiera un pochetto in conversazion.

LAUR. (Vecchiaccio). (da s)

FLOR. Bene, e voi restate. Signora donna Laurina, siete disposta a quanto vi ho suggerito?

LAUR. Dispostissima, signor Florindo.

FLOR. Animo dunque, porgetemi la mano.

PANT. Cossa fale?

FLOR. Noi ci sposiamo in presenza vostra.

PANT. Me maraveggio. Mi no ghe ne voggio saver.

FLOR. Dunque andatevene.

PANT. S, s, ander... (Ma no gh'ho cuor de lassarli precipitar). (da s)La senta, no se poderave pi tosto...

FLOR. Voi m'inquietate, signor Pantalone.

PANT. Siora donna Laurina, la ghe pensa ben.

LAUR. Voi non siete mio padre.

FLOR. Non mi obbligate a perdervi finalmente il rispetto.

PANT. Cossa voravelo far?

LAUR. Ecco mia zia.

FLOR. Ci sposeremo in presenza sua.

PANT. Bon pro ghe fazza.

LAUR. Mia zia mi ama molto pi di mia madre.

PANT. S, la se ne accorzer ela.

SCENA DICIASSETTESIMA

Donna Lucreziae detti.

PANT. Siora donna Lugrezia, la favorissa.

LUCR. Che cosa volete, signore?

PANT. Ghe cedo el posto. (in atto di partire)

LUCR. Dove andate? (a Pantalone)

PANT. A muarme de camisa, per la fadiga che ho fatto. (parte)

LUCR. E voi altri che fate qui?

LAUR. Mia madre non vuole assolutamente ch'io sposi il signor Florindo.

LUCR. Vostra madre ha poco giudizio.

FLOR. Voi per altro, signora, me l'avete promessa.

LUCR. verissimo, e son donna da mantener la parola.

LAUR. Conosco, signora zia, che voi mi amate davvero.

LUCR. S, vi amo con tutto il cuore; ma vostra madre mi vuol far perder la sofferenza.

FLOR. E per questo bene che si sollecitino le nostre nozze.

LUCR. Si sollecitino pure.

FLOR. Son pronto a darle la mano.

LUCR. Adagio un poco. Vi una difficolt.

FLOR. Che difficolt ci trovate, signora?

LUCR. I ventimila scudi di contraddote.

FLOR. Li ho promessi e li dar.

LUCR. Ci vuole il notaro.

FLOR. A me non credete?

LUCR. Vi credo; ma le cose s'hanno da fare come van fatte.

LAUR. Eh via, signora zia, a me non importa...

LUCR. Se non importa a voi, importa a me.

FLOR. Ora, come abbiamo a fare a trovare il notaro?

LUCR. Cercatelo immediatamente. Riconducetelo qui, e terminiamo una volta questa faccenda.

FLOR. E se non lo trovassi?

LUCR. Non ci sarebbe altro rimedio, per far pi presto, che portar qui il denaro.

FLOR. Ma questo poi...

LUCR. Non vi altro. Ve la dico in rima: o trovatemi il notaro, o contatele il denaro.

FLOR. Dunque me n'andr.

LUCR. S, e fate presto a tornare.

FLOR. Pazienza.

LAUR. Chi sa se saremo pi in tempo.

FLOR. Signora donna Lucrezia, se per causa vostra mi convenisse perdere la mia Laurina, giuro al cielo, farei qualche grande risoluzione. (parte)

LAUR. Se perdo Florindo, signora zia, mi vedrete dare nelle disperazioni. (parte)

LUCR. Bellissima! Di questo loro amore, di queste loro nozze, voglio profittare ancor io. Voglio, se posso, risparmiar la dote della nipote. Io sono l'erede di mio fratello, e se non iscorporo questa dote, tanto maggiore la mia eredit. Cos potr vivere con pi comodi, e se morisse mio marito ch' vecchio, potrei sperare di rimaritarmi con qualche personaggio di qualit.


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera di donna Aurelia.

Donna Aurelia, poi donna Laurina.

AUR. Florindo si avanza troppo, e Laurina mia non conosce l'inganno della sua passione. Tocca a me farglielo rilevare per quanto posso, per quanto mi fia possibile. Eccola. Voglia il cielo che la colpiscano le mie parole.

LAUR. Signora, eccomi ai vostri comandi.

AUR. Dove siete stata sinora?

LAUR. Nella mia camera.

AUR. A far che nella vostra camera?

LAUR. A piangere liberamente.

AUR. Povera figlia! voi siete afflitta; vi compatisco, e sento al vivo dentro di me medesima le vostre pene.

LAUR. Ah signora madre, voi non mi amate.

AUR. S, figlia, vi amo teneramente, e desidero di vedervi contenta.

LAUR. Se fosse vero, voi non mi affliggereste cos.

AUR. Via, voglio consolarvi; credetemi, son pronta a farlo.

LAUR. Dite davvero, signora madre?

AUR. S, cara, sedete ed ascoltatemi.

LAUR. (Questa volta Florindo mio). (da s, e seggono)

AUR. Laurina amatissima, niuna persona di questo mondo pu amarvi pi della madre, e a niuno, meglio che a me, si conviene la confidenza del vostro cuore. Di me non vi siete fidata, e dall'aver operato senza il consiglio mio, sono derivati i disordini che sconcertano la nostra casa.

LAUR. Signora, il rispetto...

AUR. S, v'intendo: per rispetto non mi avete confidato gli arcani vostri, ma di questo rispetto vi siete poscia scordata, quando avete determinato di farvi sposa senza l'assenso mio.

LAUR. Voi continuate a rimproverarmi.

AUR. No, figlia, non vi rimprovero pi. Quello ch' stato, stato. Parliamo adesso con libert. Son madre al fine, e posso bene sacrificare un puntiglio, per chi sarei anche pronta di sacrificare la vita.

LAUR. Via, non mi fate piangere.

AUR. Eh figlia, ho tanto pianto per voi, che le vostre lacrime non arriveranno mai ad equivalere alle mie; ma non voglio che pi si pianga. Ditemi con sincerit, con franchezza: siete voi innamorata?

LAUR. S, signora, lo sono.

AUR. Florindo l'oggetto de' vostri amori?

LAUR. Non vi bisogno che lo ripeta. Gi lo sapete.

AUR. Voi mi rispondete con un poco di temerit.

LAUR. Gi lo vedo: voi volete alla fine mortificarmi.

AUR. Non vero. Voglio soffrirvi, desidero consolarvi. Ma ditemi, in grazia, quanto tempo che voi amate il signor Florindo?

LAUR. In verit, signora, non pi di dodici giorni.

AUR. E in cos poco tempo avete concepito per lui un cos grande affetto?

LAUR. Eppure, signora, io l'amo teneramente.

AUR. No, Laurina, voi non l'amate.

LAUR. Volete voi saperlo meglio di me?

AUR. S, lo conosco meglio di voi, e lo voglio far rilevare a voi stessa.

LAUR. In che maniera?

AUR. Voi abborrite la soggezione, siete annoiata della casa paterna, bramate di figurar nel gran mondo, bramate avere uno sposo al fianco. Florindo il primo che vi si offre; ecco l'origine, ed ecco il fine del vostro amore.

LAUR. (Tutto il sangue mi si rivolta). (da s)

AUR. Laurina, voi arrossite.

LAUR. Io, signora? V'ingannate.

AUR. Che vi pare di questo mio vaticinio?

LAUR. Se desidero maritarmi, non fo torto a nessuno.

AUR. Fate torto alla vostra nascita col desiderare Florindo.

LAUR. Eccoci al punto. Voi non volete ch'io mi mariti.

AUR. No, anzi desidero maritarvi.

LAUR. Ma come? Non la capisco.

AUR. Vi trover io uno sposo.

LAUR. Perch volete affaticarvi a ritrovarmi uno sposo, se l'ho bello e trovato?

AUR. Quante volte ve l'ho da ripetere? Florindo non per voi. (alterata)

LAUR. Ecco qui il bell'amore! Mi grida, mi mortifica.

AUR. Via, se amate veramente Florindo, io medesima ve lo concedo in isposo.

LAUR. Dite davvero?

AUR. S, ma voglio assicurarmi che veramente lo amiate.

LAUR. E come?

AUR. Ascoltatemi. Florindo un uomo vile, nato di genitori plebei, sollevati a qualche comodo dalla fortuna.

LAUR. Per questo...

AUR. Ascoltatemi. Suo padre lo lasci ricco, ma in pochi anni ha egli consumata l'eredit in crapule, in dissolutezze, in giuoco, in donne.

LAUR. Non credo...

AUR. Lasciatemi terminare. Egli pieno di debiti, e se vi sposa, e la zia vi d la dote, o in pochi d egli la consuma, o vi conduce a parte delle di lui miserie, a piangere seco il tristo effetto d'un amore imprudente.

LAUR. Signora, avete ancor terminato?

AUR. Vengo alla conclusione. So che voi non vorrete credere per vera la descrizione fattavi del vostro amato Florindo, ma figuratevi per un momento ch'ei fosse tale, quale ve l'ho dipinto; lo prendereste voi per marito?

LAUR. Se tale ei fosse... certamente... non lo prenderei.

AUR. Lode al cielo, voi non lo amate. (s'alza)Se lo amaste davvero, l'amore vi farebbe essere pi pazza ancora che voi non siete. Ecco avverato quanto vi dissi, eccovi il vostro cuore scoperto. Voi non amate Florindo, ma in lui bramate uno sposo. Ma questo sposo che voi bramate, non amereste riceverlo dalle mani di vostra madre?

LAUR. Se voi me lo aveste proposto, non lo avrei ricusato.

AUR. E se ora vel proponessi, sareste in grado di ricusarlo?

LAUR. Il mio dovere sarebbe, ch'io mi rassegnassi al volere della mia genitrice.

AUR. Lo conoscete dunque questo dovere.

LAUR. S, signora: non sono mai stata disobbediente.

AUR. Se siete ragionevole, se conoscete il vostro dovere, principiate ora ad usarlo.

LAUR. Ma come, signora?

AUR. Licenziate Florindo.

LAUR. Licenziar Florindo? Vi vorrebbe una ragione per farlo.

AUR. La ragione pi forte per voi sia il comando di vostra madre.

LAUR. Ci non potr difendermi dai rimproveri di Florindo e dagl'insulti della zia. Vi vorrebbe qualche cosa di pi.

AUR. Che cosa vi suggerirebbe la vostra prudenza?

LAUR. Per esempio... un altro partito migliore di questo.

AUR. S, vi ho inteso. Voi volete marito. L'avrete, ve lo prometto.

LAUR. Fin che io non l'abbia, sar sempre molestata dal signor Florindo.

AUR. Sar mia cura far ch'ei desista d'importunarvi.

LAUR. Signora, vi prego non far rumori. Si staccher a poco a poco. Finalmente, s'egli mi ama...

AUR. Basta cos. Tocca a me a regolarvi. (alterata)

LAUR. Ah, lo vedo. Voi mi volete oppressa, mortificata, delusa.

AUR. No, cara, vi amo quanto l'anima mia. Bramo la vostra quiete, la vostra pace, la vostra sola fortuna. Ma io conosco i mezzi per conseguirla. Siete stanca di viver meco? Pazienza. Anderete a vivere con uno sposo ma per quanto egli vi ami, l'amor coniugale non potr mai eguagliarsi all'amor materno, e nelle occasioni di qualche angustia non troverete gi nel marito la tenerezza, il conforto, che vi somministra una madre. V'annoia forse la soggezione, e bramosa di libert vi lusingate ottenerla col matrimonio? Oh figlia, quanto pi duro il legame degli sponsali di quello della filiale rassegnazione. Quanto pi duri e meno ragionevoli esser sogliono i comandi di un marito indiscreto... Ma non vo' proseguire a discreditarvi uno stato al quale voi aspirate, perch non crediate ch'io voglia tiranneggiare l'arbitrio vostro. Accompagnatevi pure, che il cielo vi benedica. Ma fatelo da vostra pari. Soffrir perdere la vostra amabile compagnia, ma non soffrir la perdita del decoro vostro. Lasciate uno sposo ch' indegno di voi, ed attendetene un altro che vi convenga. Io stessa vi prometto, Laurina, di procurarvelo, e vado in questo momento ad operare per voi. S cara, per voi che siete l'anima mia, per voi che amo pi della mia vita medesima. E se queste viscere vi hanno data la vita, saprei ancora, salvo il decoro vostro, per voi andare incontro alla morte. (parte)

LAUR. In verit, che mi ha intenerita. Mi ha cavate le lacrime dal cuore. Povera madre! pu essere pi buona pi amorosa? Mi ha promesso ella stessa di trovarmi lo sposo; e son sicura che lo ritrover. Florindo mi piace, gli voglio bene: ma se poi tale, come me lo ha dipinto la mia genitrice, non merita ch'io lo ami, non merita ch'io lo sposi.

SCENA SECONDA

Donna Lucreziae detta.

LUCR. C' qui la signora cognata?

LAUR. Non signora, non ci .

LUCR. Voleva fargli vedere una certa carta.

LAUR. Che carta, signora?

LUCR. Una carta che avete da vedere anche voi.

LAUR. Dunque, se non ci mia madre, posso vederla intanto io.

LUCR. S, signora, eccola qui. Questa l'accettazione della vostra persona in un ritiro.

LAUR. Io in un ritiro?

LUCR. Voi in un ritiro, quando avanti sera non diate la mano al signor Florindo.

LAUR. Perdonatemi, signora zia, in un ritiro non ci ander.

LUCR. In casa pi non vi voglio.

LAUR. Mi mariter.

LUCR. S, col signor Florindo.

LAUR. E se non mi mariter con lui, mia madre me ne trover un altro.

LUCR. Fidatevi di vostra madre, e lo vedrete.

LAUR. Ella me l'ha promesso.

LUCR. Se avesse voglia di darvi marito, non impedirebbe che prendeste questo.

LAUR. Dice ch' nato vile.

LUCR. Che importa il nascere? Le azioni si osservano. Tratta da cavaliere, generoso e splendido, n si fa star da nessuno.

LAUR. Dice ch' discolo, e pieno di vizi.

LUCR. Non vero. Io lo conosco. Non ve lo avrei proposto. E poi, se ha qualche vizietto, bisogna compatire la giovent. Col matrimonio si assoder, e voi starete da principessa.

LAUR. Ma se mia madre dice che ha consumato ogni cosa, che presto presto sar miserabile!

LUCR. Oh spropositi! Da ci si vede che vostra madre v'inganna. ricco, ricchissimo: e poi, se vi fa ventimila scudi di contraddote!

LAUR. Son confusa... Non so che mi dire.

LUCR. Vostra madre pensa solo a se stessa. Quel caro conte Ottavio le fa fare tutto a suo modo.

LAUR. Certo; parlano sempre fra di loro segretamente, e mi guardano, e non vogliono ch'io senta.

LUCR. Vedete? Consigliano insieme, e vi rovinano. Basta, io non voglio altro impazzire. Oggi si ha da decidere: o sposa di Florindo, o in un ritiro per tutto il tempo della vita vostra. (parte)

LAUR. Io in un ritiro? Piuttosto sposar Florindo. S, sposarlo piuttosto, se fosse anche come me lo ha dipinto mia madre. Dica ella ci che sa dire: avanti sera io mi sposer con Florindo. Ma pu essere ch'ella ne trovi un altro... Eh, non cos facile. Mi lusingher: passer il tempo. Florindo si stancher, e mia zia mi vuol chiudere fra quattro mura. Ho da risolvere. S, venga il signor Florindo, ed io gli do immediatamente la mano. (parte)

SCENA TERZA

Altra camera.

Donna Aureliaed il conte Ottavio.

OTT. S, donna Aurelia, ho motivo di consolarmi.

AUR. Direte pi che mia figlia di cattivo temperamento?

OTT. No certamente. La lodo anzi, e l'ammiro. Merita bene la di lei rassegnazione, che voi cerchiate di soddisfarla.

AUR. Lo far, se la sorte seconder i miei disegni.

OTT. Poss'io sapere che cosa ella desideri?

AUR. A voi non nascondo cosa alcuna della mia famiglia. Ella vuole un marito.

OTT. L'aver: non in istato di disperarlo.

AUR. Per farle staccar dal cuore Florindo, sarebbe necessario che avessi in pronto uno sposo da sostituire a quell'altro.

OTT. Avete forse patteggiato con lei sul ravvedimento di questo suo sconsigliato amore?

AUR. No, conte. Mia figlia sa il suo dovere. Ella ha rinunziato all'amor di Florindo per compiacere sua madre.

OTT. Sia ringraziato il cielo, mi consolate davvero.

AUR. Conte, lo troveremo noi uno sposo per Laurina?

OTT. Veramente vuole il decoro, che per parte d'una figlia nobile e ricca non si vada a mendicare i partiti.

AUR. Mia figlia sfortunata; e quantunque il padre le abbia lasciata una ricca dote, sino che vive la di lei zia, non pu sperare di averla senza una lite.

OTT. Donna Laurina giovine. Verr il suo tempo; non abbia fretta.

AUR. Ma intanto...

OTT. Intanto, donna Aurelia, pensate meglio a voi stessa.

AUR. E come?

OTT. Prima che passino gli anni verdi dell'et vostra, accompagnatevi ad uno sposo che vi ama.

AUR. Conte, mi amate voi veramente?

OTT. S, vi amo colla tenerezza maggiore. Son anni che vivo adoratore del vostro merito, ma la stima che ho di voi fatta, non ha mai oltraggiata quella perfetta amicizia, che mi legava allo sposo vostro. Ho ricusati vari partiti di accasamento, non ritrovando oggetto che quanto voi mi piacesse: ed ora che siete libera, che posso amarvi senza rimorsi al cuore, vi svelo la fiamma, e vi domando piet.

AUR. Un cavaliere che per tanti anni mi ha conservato amore senza mercede, sarebbe ora disposto a continuare ad amarmi senza speranza?

OTT. Sarei lo stesso di prima, se lo stato vostro di vedovanza non mi lusingasse di conseguirvi.

AUR. E se io avessi costantemente proposto di non passare alle seconde nozze, mi abbandonereste voi colla vostra amicizia?

OTT. No certamente. Ma cercherei dissuadervi da un proposito strano, che mal conviene per tanti titoli alla vostra situazione presente.

AUR. Conte, ho fissato: non voglio pi maritarmi.

OTT. Voi lo direte, perch mi odiate.

AUR. No certamente. Vi stimo, e dir ancora, vi amo. Se dovessi unirmi con altro sposo, giuro sull'onor mio, altri che il conte Ottavio non scieglierei. Ma torno a dirvi: ho fissato, non voglio pi maritarmi.

OTT. Pazienza, lo sventurato son io.

AUR. Vi allontanerete per questo dalla mia casa?

OTT. Ci verr, signora, se voi me ne darete la permissione.

AUR. Una lunga pratica potrebbe rendersi di osservazione.

OTT. Capisco. Voi mi licenziate per sempre.

AUR. Anzi vi desidero sempre meco. Non ho altri che voi cui possa confidare il mio cuore. Se voi mi abbandonate, caro conte, chi mi dar consiglio, chi mi conforter nelle mie sventure?

OTT. Signora, il vostro ragionamento s vario, ch'io non arrivo a capirlo.

AUR. Se il vostro amore per me fosse cotanto forte, cotanto virtuoso, quanto voi lo vantate, ve lo farei capire ben tosto.

OTT. Se dubitate della fortezza dell'amor mio, ponetelo alla prova, e ne rileverete gli effetti.

AUR. Conte, badate bene come voi v'impegnate.

OTT. Son cavaliere, non son capace mancare alla mia parola.

AUR. Voglio che voi mi amiate, senza speranza di conseguirmi.

OTT. S, giuro di farlo.

AUR. Voglio che non vi allontaniate dalla mia casa, e senza dar motivo di mormorare,

OTT. Insegnatemi a farlo.

AUR. Sposatevi a Laurina mia figlia.

OTT. Signora, ci penser.

AUR. No, voi avete a risolvere.

OTT. L'affare merita qualche riflesso.

AUR. Tutti i vostri riflessi io li ho prevenuti. Voi siete unico di casa vostra, siete nobile, siete ricco; siete in et da non differire l'accasamento per aver successione, e questa ve la potete promettere pi dalla figlia, che dalla madre. Laurina brama uno sposo; ho promesso di darglielo io stessa, e quanto pi presto la lego altrui, tanto pi facilmente da Florindo la sciolgo, e voi siete l'unico mezzo che mi pu dare la pace. Fatelo, se voi mi amate, fatelo per piet di questa donna infelice che dite di aver amata, che or protestate di amare. Ma se mai questo medesimo amore vi consigliasse colla speranza di farmi vostra, giuro in faccia di voi, giuro a tutti i numi del cielo, di non istringere, finch io viva, ad altro sposo la mano. Disperando di farmi vostra, avete cuore di abbandonarmi? Se il vostro amore sincero, voi non potete farlo. Se della nostra amicizia si mormorasse con discapito del mio decoro, avreste animo di soffrirlo? Se il vostro amore discreto, voi mi risponderete che no. Che altro mezzo vi resta adunque per dimostrarmi l'affetto vostro, e portar questo al grado eroico della virt, che dar la mano a mia figlia? Fatelo, conte, fatelo, se voi mi amate, e se per farlo vi resta qualche delicato riguardo di non confondere gli sguardi fra la madre e la figlia, sappiate che ho provveduto a tutto, che sono dama, che amo teneramente mia figlia: ma soprattutto amo ed apprezzo il decoro mio, il decoro vostro, e quello della vostra illustre famiglia.

OTT. Donna Aurelia, il vostro ragionamento comprende infinite cose. Non siate tiranna meco, pretendendo che tutte in una volta le abbia a considerare. Datemi almeno poche ore di tempo.

AUR. S, la vostra domanda non pu essere pi discreta. Vi lascio in libert di pensare; ma quando avrete pensato venite alle mie stanze coll'ultima vostra determinazione, e se fia l'amor vostro di quella tempra che lo vantate, lo conoscer dagli effetti. (parte)

SCENA QUARTA

Il conte Ottavio, poi Brighella.

OTT. Ah donna Aurelia, voi mi ponete in un gran cimento. Dovr sposar la figlia, perch amo la madre? Ma se la madre ha giurato di non volermi! E bene, non potr vivere senza di lei? S, ma se da me dipende la di lei pace, sono un ingrato se non procuro di assicurargliela, anche a costo della mia vita medesima. Finalmente donna Laurina sua figlia, e godr in lei una porzione di quel cuore... Eh, lusinghe vane, altro il cuore della madre, altro il cuor della figlia. Numi, consigliatemi voi.

BRIGH. Signor conte.

OTT. Che c'?

BRIGH. No la va a le nozze?

OTT. Che nozze?

BRIGH. No la sa gnente?

OTT. Io non so di che parli.

BRIGH. Donna Lugrezia e don Ermanno i fa cosse stupende per le nozze de so nevoda.

OTT. Di donna Laurina? Con chi?

BRIGH. No la sa, che la sposa el sior Florindo?

OTT. No, Brighella, tutto disciolto.

BRIGH. La perdoni. I l un'altra volta in camera siora donna Laurina, sior Florindo, el nodaro, i testimoni, e se fa el contratto.

OTT. Brighella, dici davvero?

BRIGH. L' cuss da galantomo.

OTT. Oh cielo! E donna Aurelia che dice?

BRIGH. No la se vede. Credo che n anche la lo sappia.

OTT. Avvisiamola presto.

BRIGH. Vorla che la trova? che ghe lo diga?

OTT. S, cercala tu, la cercher ancor io. Ma no, fermati. (Se segue il matrimonio di donna Laurina, allora esco io dall'impegno). (da s)Andiamo. (a Brighella)

BRIGH. L' meio; fora dei strepiti.

OTT. Ma la povera donna Aurelia? Aver cuore di abbandonarla? Posso impedire che sia tradita, e non lo far? Son cavaliere, son uno che l'ama. Brighella, cercala, avvisala. Povera dama! Non si abbandoni, che non lo merita la sua bont. (parte)

BRIGH. Sto povero signor l' cotto. Lo compatisso, e tanto lo compatisso, che faria de tutto per renderlo consol. Gran cossa l' sto amor! Chi nol prova, nol crede. Mi l'ho prov pur troppo, e lo so. Ho scomenz da ragazzo, e co l'andar dei anni ho cambi el modo, ma non ho cambi la natura. Dai diese sina ai disdotto ho fatto l'amor co fa i colombini, zirando intorno alla colombina, ruzando pian pianin sotto ose, e dandoghe qualche volta una beccadina innocente. Dai disdotto sina ai vintiquattro ho fatto l'amor co fa i gatti, a forza de sgraffoni e de morsegotti. De vintiquattro me son marid, e ho fatto come i cavai da posta. Una corsa de un'ora, e una repossada de un zorno. Adesso me tocca a far co fa i cani: una nasadina, e tirar de longo. (parte)

SCENA QUINTA

Camera di donna Lucrezia.

Don Ermannoe Traccagnino.

ERM. Non voglio che dicano ch'io e donna Lucrezia siamo avari. Vu dar fondo alla casa, e si sguazzi. Facciamo un poco d'illuminazione. Tu metterai queste due candele sulle lumiere, (a Traccagnino)e queste altre due sui candelieri.

TRACC. De cossa eli sti moccoli de candele, che i cuss negri?

ERM. Sono di cera. Sono candele che hanno servito allo sposalizio del povero mio cognato.

TRACC. El li pol lassar in testamento fin a la quarta generazion. (va a metterli sulle lumiere)I oio da accender sti mccoli?

ERM. Signor no. ancora presto. Si far l'illuminazione quando compariranno gli sposi, quando il contratto sar sottoscritto.

TRACC. Lo sottoscriverali adesso el contratto?

ERM. Ora, in questo momento. Frattanto che il notaro scrive, voglio preparare qualche cosa per le nozze. Voglio fare quello che non ho pi fatto.

TRACC. Bravo! Che el se fazza onor, sior patron.

ERM. Prendi questo mezzo paolo, e va a comprare dei confetti.

TRACC. Nol vol che i ghe fazza mal.

ERM. Eccoti un altro mezzo paolo. Va a prendere un fiaschetto di vino dolce.

TRACC. Oh, el vin l' da persone ordinarie.

ERM. Che cosa ci vorrebbe?

TRACC. Della cioccolata.

ERM. Costa troppo.

TRACC. Qualche acqua fresca.

ERM. Oh s. Prepara quattro o sei caraffe di acqua fresca del nostro pozzo. Il rinfresco sar civile, e non far male a nessuno.

TRACC. Acqua de pozzo? Questo l' el rinfresco che usa anca i aseni, sior patron.

ERM. Vorrei spendere un altro mezzo paolo, e non so in che.

TRACC. Mi, sior, ve lo far spender ben.

ERM. In che cosa?

TRACC. In t'un brazzo e mezzo de corda.

ERM. Da che fare?

TRACC. Da impiccar un avaro.

ERM. Chi questo avaro? (con collera)

TRACC. Eh, gnente. Uno che conosso mi.

ERM. Zitto, che rumore questo?

TRACC. In quella camera i cria.

ERM. Sento una voce...

TRACC. Questa l' la patrona. No vi strepiti. (parte)

ERM. Ander io a vedere. (s'avvia verso la camera)

SCENA SESTA

Donna Lucrezia, poi donna Laurinadalla camera di fondo; e detto.

LUCR. Venite meco, e lasciatela dire.

LAUR. Ah, signora zia, difendetemi.

ERM. Che cosa c'?

LAUR. Mia madre grida, minaccia.

ERM. Nelle nostre camere non ci verr.

LUCR. Non dovrebbe ardir di venirci; eppure ci sarebbe venuta, se non la tratteneva il signor Pantalone de' Bisognosi.

SCENA SETTIMA

Florindo dalla stessa camera, e detti.

FLOR. Giuro al cielo, non soffrir tali insulti.

ERM. Che cosa stato?

FLOR. Vostra cognata non ha prudenza.

LUCR. Eh, l'aggiuster io.

ERM. L'aggiusteremo noi.

SCENA OTTAVA

Il Notaro dalla stessa camera, e detti.

NOT. Signori, mi vogliono far fare la figura del babbuino?

LUCR. Con chi l'avete?

NOT. Mi mandano a chiamare per la seconda volta, e nuovamente sono cacciato via. (parte)

LUCR. Animo dunque, si termini di stipulare il contratto. Si costituisca la contraddote, e gli sposi si diano immediatamente la mano.

FLOR. Via, signora donna Laurina, porgetemi la destra.

LAUR. Eccola, signore.

SCENA NONA

Pantalone e detti.

PANT. Con grazia, se pol vegnir?

ERM. Che cosa volete voi a quest'ora?

PANT. Vegniva per dir una parola a sior Florindo.

FLOR. Che volete da me, signore?

PANT. Ghe dir: un certo mio debitor m'ha da dar mille ducati napolitani; non avendo bezzi, el me esebisce un pagher fatto da ela; e mi, prima de accettar, vi sentir cossa che la dise.

FLOR. Ora non tempo: discorreremo domani.

LUCR. Ha debiti il signor Florindo? (a Pantalone)

ERM. Se ha dei debiti, non fa per noi.

PANT. Sent come che xe concepida sta obligazion. Pagher io sottoscritto, a chi presenter il presente viglietto, ducati mille napolitani, subito che avr sposata la signora donna Laurina, e conseguita la di lei dote.

LUCR. Sposata donna Laurina?

ERM. E conseguita la di lei dote?

FLOR. Eh, ch'io non so nulla.

PANT. Questo xe so carattere. (a don Ermanno)

ERM. S, lo conosco. Altro che la contraddote!

PANT. Sntela, siora donna Lugrezia? El spera de remetterse co la contraddote de siora donna Laurina, e quando el l'aver sposada, el ghe mover per averla una lite spaventosa.

ERM. Lite? Non vogliamo liti.

LUCR. Venite con me, Laurina.

FLOR. Signora mia, questa una sopraffazione. Mille ducati di debito per me un niente. Li pagher avanti sera. I miei beni si sanno, la contraddote non pu mancare.

LUCR. Benissimo, credo tutto: ma questa la conclusione. Qui la sposa, e qui la contraddote. Quella a me, questa a voi; altrimenti, se la contraddote fondata sull'aria, il matrimonio va a terra. Andate innanzi, Laurina.

LAUR. S, signora...

LUCR. Andate l, vi dico.

LAUR. (Ora il tempo ch'io mi raccomandi a mia madre). (da s)

FLOR. Partite senza mirarmi nemmeno? (a donna Laurina)

LAUR. Parto mortificata. (Mia madre mi consoler). (da s, e parte)

FLOR. Signora donna Lucrezia, non mi trattate cos. Sappiate...

LUCR. Compatitemi, ne parleremo. (Senza la contraddote, non si ha Laurina da maritare). (da s, e parte)

FLOR. Cos mi lascia? Signor don Ermanno, che dite voi?

ERM. Dico cos, signore, che questa sera ne parleremo. (parte)

SCENA DECIMA

Florindo e Pantalone

FLOR. Mi piantano? mi deridono? Giuro al cielo! Voi, signor Pantalone, mi renderete conto di tale insulto.

PANT. Xe mezz'ora che aspetto che la se volta a parlar con mi.

FLOR. Eccomi, che pretendereste di dire?

PANT. Che la se contenta de pagar sta polizza de mille ducati.

FLOR. La pagher.

PANT. Quando?

FLOR. Quando mi parer.

PANT. La la pagher sala quando? Quando el giudice l'obligher.

FLOR. A me il giudice?

PANT. Se ghe piase.

FLOR. Caro signor Pantalone, sapete chi sono.

PANT. E ela sa chi son mi.

FLOR. Trattiamo da galantuomini, da buoni amici.

PANT. Son qua; volentiera, parlemo pur.

FLOR. Favorite di venir meco.

PANT. Vegno dove la vol.

FLOR. (Conviene ch'io l'accomodi ad ogni patto. Da questo pu dipendere la mia pace e la mia fortuna). (parte)

SCENA UNDICESIMA

Pantalone solo.

PANT. Anca sta volta son arriv a tempo per sospender ste nozze. Se no giera mi, la povera donna Aurelia fava qualche sproposito. Vederemo dove che l'ander a fenir. Florindo xe al basso, el far dei sforzi, ma nol far gnente. Mi son qua per la verit, per la giustizia, per la rason, e per ste cosse me farave anca taggiar a tocchi, se bisognasse.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera di donna Aurelia.

Donna Aureliasola.

AUR. A me un insulto di questa sorte? Rapirmi una figliuola ch'io amo pi di me stessa? Strapparmela dal seno, e con essa strapparmi il cuore? Misera me! Ecco il bel frutto ch'io raccolgo dalle mie sollecitudini per allevarla. Ah Laurina ingrata, e sar vero che tu cooperi a maltrattarmi, a deridermi, a mortificarmi? Tu stessa, scordata dell'amor mio, porgerai la tua mano a mio dispetto a Florindo? Te ne pentirai, ingrata, s, te ne pentirai. Piangerai un giorno amaramente senza rimedio, maledirai la tua debolezza, e ti sovverr della giustizia che ti faceva tua madre. S, te ne pentirai. Ma che mi giover il tuo pentimento? Egli mi accrescer il rammarico, la mortificazione, il cordoglio. L'amor mio non ha da attendere la ricompensa dal tuo pentimento, l'ha da pretendere dalla tua obbedienza; e se questa non pu ottenersi dalla tua gratitudine, s'ha da procurare dalla mia autorit, dal tuo rispetto, anche a costo di una giusta rigorosa violenza. Ricorrer ai tribunali, far valere le mie ragioni, e se donna Lucrezia persister a pretendere... Ecco Laurina mia. Oh cieli! Qual motivo me la guida ora dinanzi agli occhi? Come ho io da riceverla? Con amore, o con isdegno? Armarmi dovrei di rigore, di minaccie, ma sono una madre amante: nel vederla m'intenerisco, e posso appena trattenere il pianto negli occhi.

SCENA SECONDA

Donna Laurinae detta.

LAUR. Signora, se mi permettete...

AUR. Avanzatevi. Che volete voi dirmi?

LAUR. Vorrei domandarvi perdono.

AUR. Di che?

AUR. Di un dispiacere ch'io vi ho dato.

AUR. Oh Dio! Laurina mia, hai tu dato la mano a Florindo?

LAUR. Non signora, ma era in punto di dargliela.

AUR. Respiro. Che mai t'induceva a procurare la tua rovina e la mia morte?

LAUR. Le parole, le lusinghe, le importunit di mia zia.

AUR. E che ti ha trattenuto sul momento di farlo?

LAUR. L'amore ed il rispetto che ho per la mia genitrice.

AUR. Oim! posso crederlo?

LAUR. Se voi non lo credete, mi fate piangere.

AUR. No, non piangere, figliuola mia, consolami, e dimmi come il cielo ti ha illuminata.

LAUR. Non sono poi sconoscente come voi vi pensate,

AUR. Ma ti eri lasciata condurre sino a quel passo.

LAUR. Vi domando perdono.

AUR. Ti eri scordata allora della tua cara madre.

LAUR. Voi volete ch'io pianga: vi contenter.

AUR. No, cara, rasserenati. Tu sei l'anima mia. A Florindo penserai in avvenire?

LAUR. Non ci penser pi.

AUR. Ci basta per consolarmi. Tutti mi scordo i dispiaceri avuti finora; e ti amer sempre pi, e sarai sempre la mia adorata figliuola.

LAUR. Lo so che mi volete bene.

AUR. Ti amo quanto l'anima mia.

LAUR. Tant' vero che voi mi volete bene, che mi avete anche promesso di maritarmi.

AUR. S, vero, e ti mariter.

LAUR. E mi avete promesso anche di farlo presto.

AUR. Tu dici di amarmi, e non vedi l'ora d'allontanarti da me.

LAUR. Quando sar maritata, verr ogni giorno a vedervi.

AUR. Ma perch tanta sollecitudine per accasarti?

LAUR. Per liberarmi dalle persecuzioni del signor Florindo.

AUR. Egli non ardir importunarti...

LAUR. E per liberarmi da quelle della signora zia.

AUR. Io son tua madre; io posso di te disporre.

LAUR. Fate dunque valere la vostra autorit. Disponete di me, e maritatemi.

AUR. Lo far.

LAUR. Ma quando?

AUR. Lo far, quando l'opportunit mi consiglier ch'io lo faccia.

LAUR. Ecco qui; io sar sempre in agitazione.

AUR. Perch?

AUR. Perch, se la zia mi tormenta, son di cuor tenero, mi lascio facilmente condurre, e non so quello che possa di me succedere.

AUR. Bell'amore che tu hai per me!

LAUR. Se non vi amassi, non parlerei cos, signora.

AUR. Laurina, non ti so intendere.

LAUR. (Non lo capisce ch'io voglio marito?) (da s)

AUR. Ti replico, che penser a maritarti.

LAUR. (Non intende che l'indugiare m'infastidisce?) (da s)

AUR. Tu parli da te stessa. Che pensi, Laurina mia?

LAUR. Penso che mia zia mi ha detto delle cose tante; non vorrei ch'ella mi obbligasse.

AUR. No, non ti obbligher. Parler io per te. Son tua madre, solleciter le tue nozze, lo sposo lo ritrover quanto prima.

LAUR. Davvero?

AUR. E spero d'averlo anche trovato.

LAUR. Davvero? (ridendo)

AUR. Tu ridi, eh?

LAUR. Mi consolo, vedendo che mi volete bene davvero.

AUR. Eh, figliuola, l'amor mio tu non lo conosci. Vedrai che cosa far per te.

LAUR. Cara la mia signora madre. Or ora mi fate piangere dall'allegrezza.

AUR. (Giovent sconsigliata, tu piangi e ridi, ed il perch non lo sai). (da s)

SCENA TERZA

Donna Lucreziae dette.

LUCR. Scusi la signora cognata, se vengo nelle sue camere.

AUR. Io non ho mai negato n a voi, signora, n a chi che sia ne' miei appartamenti l'ingresso.

LUCR. So che siete gentile, e se poc'anzi vi stato dato qualche dispiacere nel quarto mio, scusate l'amore che tanto io che don Ermanno professiamo alla vostra figliuola.

AUR. Voi l'amate poco, signora cognata, se pensate di maritarla col signor Florindo.

LUCR. Consolatevi, che queste nozze non si faranno pi.

AUR. Me ne ha assicurato Laurina ancora.

LAUR. S, signora, le ho detto tutto, e sopra ci non occorre discorrer altro.

LUCR. Bisogner discorrere per quel che deve avvenire.

AUR. Certamente, questa una cosa alla quale si ha da pensare seriamente.

LUCR. Una giovane da marito non ist bene in casa.

LAUR. Mia madre ha gi pensato di collocarmi.

LUCR. Come? Quando? Con chi?

LAUR. Sentite, signora madre, la signora zia domanda come e quando.

LUCR. E con chi?

LAUR. Con chi non importa tanto. Preme il come e il quando.

AUR. Lo sposo si ritrover. Ci penser io, e si ritrover quanto prima.

LAUR. Avete sentito? Ci giuoco io, che lo ritrova prima che passino due o tre giorni. (a donna Lucrezia)

LUCR. Ma per la dote, come si far?

AUR. La dote sua nelle vostre mani. Voi solleciterete a farlene l'assegnamento.

LAUR. Signora zia...

LUCR. L'eredit di mio fratello confusa, piena di debiti e di litigi. Non pu sperarsi lo scorporo di una tal dote per qualche anno.

LAUR. Ah, io non aspetto.

AUR. Vi contenterete di mostrare lo stato dell'eredit, e poscia ne parleremo.

LAUR. Questa una cosa che non si finir cos presto.

LUCR. Dice bene Laurina. Intanto si ha da pensare a collocarla.

AUR. Bene, pensiamoci.

LAUR. Intanto mi mariter...

LUCR. No, intanto anderete in un ritiro.

LAUR. In un ritiro?

AUR. Mia figliuola custodita da me.

LAUR. S signora, ho mia madre che mi custodisce.

LUCR. Io sono l'erede di mio fratello, io sono la tutrice della ragazza; voglio ch'ella vada in ritiro, e voi non lo dovete e non lo potete impedire.

LAUR. Signora madre... (raccomandandosi)

LUCR. (Se va in ritiro, pu essere che non esca pi). (da s)

LAUR. Signora madre... (come sopra)

AUR. Ne parleremo, signora cognata.

LUCR. Pensateci, e risolviamo. Se Florindo l'avesse presa, non ci sarebbero state difficolt.

AUR. Laurina non lo avrebbe preso giammai.

LUCR. Perch?

AUR. Per non disgustare sua madre.

LAUR. Certo non la disgusterei per tutto l'oro del mondo. Ella non vuole ch'io vada in ritiro, e non ci ander.

LUCR. Mi fate ridere, donna Aurelia. Non ha sposato il signor Florindo, perch si scoperto aver egli dei debiti, aver ipotecati i suoi beni, e non essere in grado di assegnarle la contraddote; per altro ella era sul punto di dargli francamente la mano.

AUR. Senti, Laurina?

LAUR. Non vero, signora.

LUCR. Non vero? Audace, non vero? Siete una sfacciatella. L'amor della madre vi rende ardita a tal segno, e la sua troppa condescendenza vi farebbe divenir peggio ancora. Ci metter io rimedio. Domani, o per amore, o per forza, vi anderete a chiudere nel ritiro. (parte)

SCENA QUARTA

Donna Aureliae donna Laurina

LAUR. Signora madre... (raccomandandosi)

AUR. Eh, signora figliuola! Voi siete d'un bel carattere, per quel che vedo.

LAUR. Via, non mi fate piangere...

AUR. Meritereste che vi facessi piangere amaramente. Ma vi amo troppo. Per l'amor mio non mi render cieca a tal segno di compiacervi soverchiamente. Se meno vi amassi, non penserei alla vostra fortuna. Procurer di farla, ancorch non la meritiate: e se da voi non posso sperare quella mercede che all'affetto mio si conviene, appagher me stessa nel procurarvi un bene, a costo di sacrificar me medesima a quel tenero amore che a voi mi lega. Cara figlia, tu mi sei poco grata; ma io ti sar sempre amorosa. (parte)

LAVR. Mi ha un poco mortificata; ma finalmente mi ha consolata. Se mi vuol bene davvero mi mariter. Questa una cosa ch'io desidero, e non so perch. Se la desidero tanto, deve essere un bene, e se questo bene l'apprezzo, ancorch poco io lo conosca, possedendolo sar contenta, conoscendolo sar felice e posseduto ch'io l'abbia, mi aver almeno levata una violentissima curiosit. (parte)

SCENA QUINTA

Strada.

Florindo solo.

FLOR. Ah! Pantalone mi ha rovinato. Sul momento di stabilire la mia fortuna, l'ha egli precipitata. Perduta ho una sposa amabile, un'eredit doviziosa, e quel ch' peggio, la riputazione medesima. Mille ducati ch'io doveva a quel mercante, ceduti da lui a quell'ardito di Pantalone, mi pongono in rovina, in discredito, in disperazione. Se io non riparo a questo, non mi rimetto mai pi. Come mai potrebbe rimediarvisi?

SCENA SESTA

Il Notaro e detto.

NOT. Riverisco il signor Florindo.

FLOR. Ah signor notaro, altri che voi non mi potrebbe aiutare.

NOT. Con lei, signore, sono assai sfortunato. Due volte sono stato in un giorno chiamato e licenziato senza conclusione veruna.

FLOR. Avete sentita la sfacciataggine di Pantalone?

NOT. Certo poteva lasciar di venire in quella occasione. Per altro poi cessionario di mille ducati.

FLOR. Questi mille ducati mi converr pagarli.

NOT. Certamente, la riputazione lo vuole.

FLOR. Ma vi sono alcune piccole difficolt.

NOT. E quali sono queste difficolt?

FLOR. La prima si , che non ho denari.

NOT. Basta questa: non occorre trovarne altre.

FLOR. Ma voi, signor notaro, potreste bene aiutarmi.

NOT. Io potrei trovarvi i mille ducati, e di pi ancora, se aveste il modo di assicurarli.

FLOR. Dei beni ne ho, come sapete.

NOT. S signore, e so anche che la maggior parte l'avete gi ipotecata.

FLOR. Mille ducati son certo che li troverei con qualche giorno di tempo, ma oggi mi premerebbe averli, oggi li vorrei, per riparare il discapito dell'onor mio, e per riprendere caldo caldo il contratto con donna Laurina.

NOT. Son qui per servirvi in tutto quello che sia possibile.

FLOR. Io ho ancora un gioiello, ch'era di mia madre: vendute molte altre gioje, serbai questo per regalarlo alla sposa. Nel caso in cui sono, vorrei servirmene. Non vorrei venderlo, ma vorrei impegnarlo: il suo valore di quattrocento zecchini. Mille ducati si avrebbero a ritrovare.

NOT. Quando il gioiello abbia l'intrinseco suo valore, non diffido di ritrovarli. Ma sapete in tali occasioni quello che si scapita.

FLOR. Lo so benissimo, e vi vorr pazienza. Ecco qui il gioiello, che appunto me l'ho messo in tasca per tale effetto. Osservatelo.

NOT. Io di gioje non me n'intendo.

FLOR. Fatelo vedere, e trovatemi sollecitamente chi dia il denaro.

NOT. Le gioje si stimano ora pi, ora meno.

FLOR. Mille ducati li ho trovati ancora, e se non fosse morto un amico mio, che mi assisteva in tali negozi, sarei sicuro di ritrovarli in mezz'ora.

NOT. Far il possibile per servirvi. Ma circa l'interesse, come ho da regolarmi?

FLOR. Mi rimetto in voi. Al sei per cento, se si pu; e, quando occorra, anche l'otto, ed anche il dieci.

NOT. E il dodici, se far bisogno.

FLOR. Che si trovino ad ogni costo.

NOT. Procurer di servirvi. Questo veramente non l'uffizio mio, ma in atto di amicizia lo far volentieri.

FLOR. Vi sar obbligato. Sollecitate, vi prego. Vado per un affare e vi aspetto al caff.

NOT. Ma per riscuoterlo poi?

FLOR. Ci penseremo. Colla dote di donna Laurina rimedieremo a moltissime piaghe.

NOT. Ma se la dote non gliela vogliono dare?

FLOR. Amico, quando sar mia moglie, la dote gliela daranno. Ella erede di suo padre. La zia si lusinga, ed io le accordo tutto per ora, ma a suo tempo so quello che dovr fare. Ve lo confido, perch so che mi volete bene. A rivederci; vi aspetto. (parte)

SCENA SETTIMA

Il Notaro, poi don Ermanno

NOT. Dice benissimo. La figliuola l'erede, ma per avere la sua eredit, o dovr aspettare la morte della zia, o dovr incontrare un'acerrima lite, e non avendo denari per sostenerla, non so come gli riuscir.

ERM. Oh signor notaro, che dite di quel caro signor Florindo? Ha dei debiti, mezzo fallito.

NOT. Eppure mi pare impossibile. So che suo padre lo ha lasciato assai ricco.

ERM. S, vero, ma ha mangiato ogni cosa.

NOT. Come potete di ci assicurarvi?

ERM. Non avete inteso che ha mille ducati di debito, de' quali creditore il signor Pantalone?

NOT. Mille ducati di debito non gran cosa per lui. Chi sa come sia la faccenda? Li pagher, e non sar altro.

ERM. Lo dite voi, che li pagher; ma mille ducati non sono mille soldi.

NOT. A proposito di mille ducati, vi ho da parlare, signor don Ermanno.

ERM. Che cosa avete a dirmi?

NOT. Vi un galantuomo che avrebbe per l'appunto bisogno di mille ducati. Se voi vi sentiste di darglieli, sarebbe un buon negozietto.

ERM. Chi questi che li vorrebbe?

NOT. Non vuol essere conosciuto.

ERM. Non sarebbe gi il signor Florindo?

NOT. Oh pensate! uno di fuori, che venuto apposta in Napoli per questo affare.

ERM. E come li vorrebbe questi denari?

NOT. Li vorrebbe sopra questo gioiello.

ERM. Vediamolo. (si mette gli occhiali)Lo vuol vendere per mille ducati?

NOT. Caro signor don Ermanno, voi so che di gioje ve ne intendete: vi pare che lo volesse vendere per mille ducati?

ERM. Che dunque intenderebbe di fare?

NOT. Intenderebbe di dare il sei per cento.

ERM. Tenete il vostro gioiello.

NOT. Via, anche l'otto.

ERM. Non ho denari, amico.

NOT. E quando non si potesse fare a meno, darebbe anche il dieci per cento.

ERM. Lasciate vedere quel gioiello.

NOT. Eccolo.

ERM. Via, gli daremo ottocento ducati...

NOT. No, devono esser mille, e si pagher il dieci per cento.

ERM. Per un anno?

NOT. Per un anno.

ERM. E terminato l'anno?

NOT. E terminato l'anno...

ERM. Se non paga?

NOT. Che vuol dire?

ERM. Perduto il gioiello.

NOT. Questo poi...

ERM. Ecco la gioja.

NOT. Andiamo a contare i mille ducati.

ERM. Andiamo; che per gli amici non so dire che cosa io non facessi. (parte)

NOT. (Tu li scorticheresti, se potessi farlo). (da s, e parte)

SCENA OTTAVA

Il conte Ottavio, poi Brighella.

OTT. Se donna Lucrezia ha procurato l'introduzione nel ritiro per la nipote, questa dunque non si marita pi con Florindo. Di ci sono bastantemente assicurato da chi dirige la casa, in cui deve chiudersi la fanciulla. Donna Aurelia dovrebbe essere di ci contenta, e sollevata dal grave peso della figliuola, pensar dovrebbe a se stessa, ed accettare per se medesima la mia mano, ch'ella con un eccesso di amore indurmi vorrebbe ad offerire alla sua figliuola.

BRIGH. Signor, appunto de ela andava in traccia.

OTT. Che volete da me?

BRIGH. Ho da darghe un viglietto della patrona. Eccolo qua.

OTT. Che mai vorr da me donna Aurelia? Quasi me lo figuro. Parmi sentire ch'ella mi offerisca le di lei nozze. Leggiamo. (legge piano)

BRIGH. (Son pur stufo de ste ambassade, de sti viglietti. No vedo l'ora che la se marida. Le vedove le me fa compassion; le consoleria tutte, se podesse, e anca la mia patrona). (da s)

OTT. (Come? Persiste donna Aurelia a volermi sposo della figliuola? Non contenta ch'ella vada in ritiro? Non le basta che troncate sieno le nozze del signor Florindo?) (da s, e seguita a leggere)

BRIGH. (El me par agit. Cossa mai vol dir? La patrona vorr fursi far la ritrosa: ma le donne le xe cuss, le dise de no quando che le ghe n'ha pi voggia). (da s)

OTT. (Grande amore ch'ella ha per la sua figliuola! Scrive con una tenerezza che fa stupire. Non so che risolvere). (da s)

BRIGH. (El batte la luna). (da s)

OTT. Vanne da donna Aurelia, dille che sar da lei a momenti.

BRIGH. La sar servida. Caro signor, la la consola la mia povera patrona, che la lo merita.

OTT. Procurer di farlo; ma ella nemica di se medesima.

BRIGH. No la creda tutto, signor; se la ghe par un pochetto sostenuda, la lo far per provar se vussioria ghe vol ben.

OTT. (Chi sa ch'ella non lo faccia per questo?) (da s)

BRIGH. La vegna presto, la la vegna a consolar. Per sugar le lagreme delle vedue, ghe vol un poco de caloretto matrimonial. (parte)

SCENA NONA

Il conte Ottavio, poi Pantalone.

OTT. Torniamo a leggere questo foglio; veggasi se, sotto il pretesto d'amor materno, si ascondesse una segreta avversione agli affetti miei. Ma no, donna Aurelia di mentire non capace. Ella adorabile e perch mai vuol privarmi del suo cuore e della sua mano? Vada nel ritiro donna Laurina, e veggendola fuor di pericolo, pensi alla propria pace ed alla mia onesta consolazione.

PANT. Sior conte, ghe son umilissimo servitor.

OTT. Caro signor Pantalone, voi che siete meritamente stimato ed ascoltato da donna Aurelia, ditele voi che non si lasci trasportare con eccedenza dall'amor di madre; che pensi alla figliuola, ma non abbandoni se stessa.

PANT. Ghe l'ho dito, sior conte, e ghel torner a dir; e spero che le cosse le ander ben. La saver che mi son st quello che ho fatto sospender le nozze de siora Laurina co sior Florindo.

OTT. In ci avete fatto un'opera buona, e dalla vostra buona condotta spero ottenere le nozze di donna Aurelia.

PANT. No la dubita gnente. Faremo tutto. Quel caro sior Florindo el dava da intender delle panchiane. Fortuna che me xe st cesso un credito contra de elo de mille ducati, e no podendomeli pagar, el s'ha scoverto in fazza de tutti per spiant, per rovin, per fallo.

OTT. Opportuna occasione per disingannare don Ermanno e donna Lucrezia.

PANT. Figurarse! Quei avari, co i ha sentio sta cossa, no i ha volesto altro.

OTT. Ora donna Aurelia sar per questa parte contenta.

PANT. La xe contentissima.

SCENA DECIMA

Florindo e detti.

FLOR. Signor Pantalone, ho piacere di avervi ritrovato.

PANT. Caro sior Florindo, la compatissa se son vegn in una cattiva occasion...

FLOR. Sopra di ci parleremo poi. Per ora mi preme soltanto soddisfare il mio debito, pagarvi i mille ducati, e far conoscere ch'io non sono un fallito.

PANT. La me vol pagar i mille ducati?

FLOR. S signore. Eccoli in questa borsa in tant'oro.

PANT. La me far grazia. Son qua a riceverli.

FLOR. Questo non luogo opportuno.

PANT. Dove vorla che andemo?

FLOR. Andiamo da don Ermanno e da donna Lucrezia.

OTT. (Costui si vuole introdurre di bel nuovo). (da s)

PANT. Perch mo vorla che andemo l? No ghe xe tanti lioghi?

FLOR. Col dovete venire, se li volete. Nell'atto di pagare un mio debito, intendo di rimettere il mio decoro pregiudicato.

PANT. Ghe dir che li ho avudi, ghe lo prometto.

FLOR. Non signore. Col porto i mille ducati. O venite a riceverli, o li dar a don Ermanno.

PANT. No so cossa dir. Co la vol cuss, vegnir l a riceverli.

FLOR. Venite, signore: pu essere che serviate di testimonio per le mie nozze.

PANT. De le so nozze? Con chi?

FLOR. Con donna Laurina.

PANT. Co donna Laurina?

FLOR. S, a dispetto vostro, a dispetto di donna Aurelia, e di quel signore che torvo mi guarda, ma non potr mettermi in soggezione. (parte)

PANT. Ala sentio? (al conte Ottavio)

OTT. Ho inteso, e giuro al cielo, non son chi sono, se non fo pentire quel temerario.

PANT. Caro sior conte, ghe vol politica. No se scaldemo.

OTT. Voi che consiglio mi sapreste dare?

PANT. La lassa che vaga a tor sti mille ducati, e po la discorreremo.

OTT. Ma se frattanto...

PANT. La vaga da donna Aurelia. Vegnir anca mi. (Me preme sti mille ducati. La camisa me tocca pi del zippon). (da s, e parte)

OTT. Eccomi nuovamente nel laberinto. Se costui torna a mettersi in credito degli avari, si rinnova il pericolo di donna Laurina, si destano nuovamente le smanie di donna Aurelia. Che sar mai? Vadasi a ritrovare la dama. Sul fatto, conoscendo il male, vi si porr il rimedio. Amore, ti prendi giuoco di me, ma io sapr trionfare di te medesimo, e sapr sacrificare ad un punto d'onore le mie passioni, e la vita ancora. (parte)

SCENA UNDICESIMA

Don Ermannoe donna Lucrezia.

LUCR. Voi avete fatto malissimo a dar fuori questi mille ducati; e vi dico assolutamente, che senza di me non voglio che si disponga del danaro della mia eredit.

ERM. Io l'ho fatto per far bene, e son sicuro che ho fatto un buon negozio. Sono cento ducati guadagnati in un anno, sicuri, sicurissimi, col pegno in mano.

LUCR. Chi sa che nel gioiello vi sia il valore, e che in cambio di guadagnare cento ducati, non se ne perdano tre o quattrocento?

ERM. Oh, di gioje me n'intendo. Cos non lo riscuotessero, che sarei sicuro di venderlo molto pi.

LUCR. Si sa chi l'abbia impegnato?

ERM. Non si sa, ma poco importa.

LUCR. E se fosse un figlio di famiglia? E se fosse roba rubata?

ERM. Voi siete troppo sofistica e sospettosa. Chi ha tanti riguardi, consorte mia, non arriva a far quattrini. Il marinaio che sempre ha paura delle burrasche, non tenta la sua fortuna nel mare; e l'uomo che ha sempre paura di perdere, non arrischia di guadagnare.

LUCR. Io ho piacere di vedere il mio danaro in casa.

ERM. Ed io ho piacere d'impiegarlo con profitto, e con profitto aumentarlo.

LUCR. una consolazione vederlo tutti i giorni, numerarlo e accarezzarlo.

ERM. Perch siete una donna avara.

LUCR. Siete pi avaro voi, che l'arrischiate per accrescerlo.

SCENA DODICESIMA

Traccagnino e detti.

TRACC. Sior patron.

ERM. Che cosa vuoi?

TRACC. El sior Florindo ghe vorria parlar.

LUCR. Digli che non ci siamo.

ERM. S non ci siamo.

TRACC. El sa che i gh'.

LUCR. Chi gliel'ha detto che ci siamo?

TRACC. Mi no saverave.

ERM. Ci giuoco io, che gliel'averai detto tu.

TRACC. Mi no gh'ho dito gnente, signor.

ERM. Ma dunque come lo sa?

TRACC. L' vegn, l'ha dito: di' a don Ermanno che mi preme parlare con lui.

LUCR. E tu che cosa hai risposto?

TRACC. La servo subito. Ghe lo vago a dir.

ERM. Lo vedi, ignorantaccio. Rispondendo cos, gli hai detto che ci siamo.

LUCR. Ors, digli che non possiamo.

ERM. Non possiamo.

LUCR. E che vada via.

TRACC. Che el vada via lu col negozio?..

LUCR. Che negozio?

TRACC. Quel negozio ch'el gh'ha con lu?

LUCR. Io non ti capisco.

TRACC. El gh'ha un negozio... un sacchetto pien de monede.

ERM. Pieno di monete? D'oro, o d'argento?

LUCR. Come lo sai che sia pieno di monete?

TRACC. Ho sent ch'el lo sbatteva sulla tavola. E ho conossudo che le giera monede.

LUCR. Che sia?... (verso don Ermanno)

ERM. Chi sa?

LUCR. Digli che venga.

ERM. S, s, digli che venga.

TRACC. L'ho dito mi, che el gh'ha un de quei negozi che fa dir de s. (partendo)

LUCR. Che avesse portato i denari della contraddote?

ERM. Se li avesse portati, bisognerebbe accomodarla.

LUCR. Ehi, Traccagnino.

TRACC. Signora.

LUCR. Trova Laurina, e dille che subito subito venga qui. Dille che vi il signor Florindo, e che vi sono delle altre cose per lei.

TRACC. S, s, ghe dir de sior Florindo e de quel negozio. La vegnir. (parte)

SCENA TREDICESIMA

Donna Lucrezia, don Ermanno, poi Florindo e Pantalone.

LUCR. Io l'ho sempre detto che Florindo un giovane che ha del suo.

ERM. Ma i mille ducati di debito?

LUCR. Dei debiti ne hanno tutti. Bisogna vedere la cosa com'.

FLOR. Venite qui, signore, se volete che ci aggiustiamo. (verso Pantalone)

PANT. Son qua, dove che la vol.

LUCR. Che cosa comanda il signor Pantalone?

PANT. Son qua per sto sior. El me vol strascinar per forza.

FLOR. Signori miei, giacch il signor Pantalone con una mia firma ha avuto l'ardire in presenza vostra di farmi quasi perdere la riputazione, son qui a soddisfarlo, e voglio parimenti in presenza vostra contargli i mille ducati che ho in questa borsa, per dire a lui che cos non si tratta co' galantuomini, per dire a voi che cos non si giudica sulle apparenze, sulle imposture, sulle calunnie. Sono un uomo di onore. Danari a me non ne mancano. Questi sono mille ducati, e questa una cedola di ventimila scudi per costituire la contraddote a donna Laurina, la quale da voi mi stata promessa e deve essere ad ogni costo mia sposa.

ERM. Dice bene il signor Florindo. Noi gliel'abbiamo promessa, e non abbiamo da mancar di parola.

LUCR. Quei mille ducati potrebbe darli a conto della contraddote. Il signor Pantalone pu aspettare.

PANT. No, patrona; el m'ha fatto vegnir qua per averli, e li ho d'aver mi.

FLOR. Certamente questi si devono al signor Pantalone.

LUCR. Ecco Laurina.

FLOR. Ecco la mia sposa.

PANT. Incontremoli, se la se contenta. (a Florindo)

FLOR. Or ora; permettetemi che supplisca al mio dovere con lei.

PANT. (Ho sempre paura che el vento me li porta via). (da s)

SCENA QUATTORDICESIMA

Donna Laurinae detti.

LUCR. Venite qui, Laurina mia, e sappiate ch'io vi amo pi di quello v'immaginate. Ho veduto che con pena vi ridurreste a chiudervi nel ritiro. Osservate che vostra madre vi lusinga, e niente conclude; onde io, senza perdere tempo in vano, ho risolto adesso subito di maritarvi.

LAUR. Che siate benedetta. Con chi?

LUCR. Ecco qui, col signor Florindo.

LAUR. Con lui?

FLOR. Con me, cara Laurina, che per eccesso di amore oltre il sacrifizio del cuore, vi offro quello di ventimila scudi.

ERM. Che vagliono pi di ventimila cuori.

LUCR. Che dite? Siete voi contenta?

LAUR. E mia madre?

LUCR. Vostra madre ha di molte parole e pochissimi fatti. Lo sposo eccolo qui.

LAUR. Lo vedo io.

ERM. E cos?

LAUR. Non so che dire.

LUCR. Lo prenderete?

LAUR. Lo prender.

FLOR. Mi consolate, cara Laurina.

LAUR. Ma se mia madre lo sa?

LUCR. Presto, datele la mano.

ERM. Vediamo un poco la contraddote. Ci vorrebbe il notaro.

PANT. Intanto, che la me conta i mille ducati.

FLOR. Abbiate un poco di sofferenza. Sono qui, sono vostri.

PANT. I xe mii, ma no se dise quattro, se no i xe nel sacco.

SCENA ULTIMA

Donna Aureliae il conte Ottavio; e detti.

AUR. Signori miei, compatitemi se vengo ad importunarvi. Questa l'ultima volta che in queste camere mi vedrete. Compatitemi, signora cognata, non mi vedrete mai pi.

LUCR. Potevate anche fare a meno di venirci ora.

AUR. Ora ci sono venuta per dar piacere a voi, per dar piacere a mia figlia.

LUCR. Siete voi contenta ch'ella si faccia la sposa?

AUR. S, contentissima. Laurina, vi ricordate voi che cosa mi avete detto due ore sono?

LAUR. S signora, me ne ricordo; ma la signora zia poco dopo mi ha detto dell'altre cose pi belle.

AUR. Che cosa vi ha ella detto?

LAUR. Signora zia, mostratele quel foglio che avete fatto vedere a me.

LUCR. S, volentieri, eccolo qui. Osservate: o donna Laurina si sposi in questo momento, o in questo momento si risolva di chiudersi in un ritiro per tutto il tempo della sua vita.

LAUR. Una bagattella! Che dite, signora madre?

AUR. No, figlia, non temete. Voi a chiudervi non andrete. Udite, conte Ottavio: ecco perch la povera mia Laurina con tanto precipizio, senza di me, senza l'assenso mio, stava sul punto di dar la mano al signor Florindo. Per altro mi ha ella promesso di ricevere da me lo sposo, e non capace di disgustarmi.

ERM. Lo sposo qui. Ella tanto lo pu ricevere dalle vostre mani, quanto dalle nostre; anzi sono tanto vicini, che non hanno bisogno n di voi, n di me.

AUR. Laurina, accostatevi.

LAUR. Perch, signora?

AUR. Perch voglio che dalle mie mani riceviate lo sposo.

LAUR. Eccomi ai vostri comandi. (si accosta a donna Aurelia)

FLOR. Anch'io, signora, poich volete onorarmi... (si accosta a donna Aurelia)

AUR. Non v'incomodate, signore. Mia figlia ha da ricevere da me lo sposo. Gliel'ho promesso, gliel'ho trovato, ed eccolo nel conte Ottavio.

FLOR. Come?

LUCR. Che impertinenza questa?

ERM. Signore, avvertite che mia nipote non ha un soldo di dote. (al conte Ottavio)

AUR. Non convenevole che un cavaliere di qualit sposi una dama senza la convenevole dote.

LUCR. Lasciate dunque che la sposi il signor Florindo, il quale non solo la pretende, ma le fa egli la contraddote.

AUR. No; vi il suo rimedio. Se l'avarizia della zia nega alla nipote la dote, sar impegno del di lei sposo il conseguirla col tempo. Frattanto, perch ella non resti indotata, perch non sembri una perdita la contraddote ideale che promettevale il signor Florindo, tenete Laurina mia: eccovi una donazione della mia dote colla quale intendo di costituire la vostra. (d un foglio a Laurina)

FLOR. Signora donna Lucrezia, signor don Ermanno, fatemi mantener la parola.

LUCR. S signore, io gli ho promesso, e voglio che si sostenga l'impegno mio.

ERM. La contraddote ha da venire nelle nostre mani.

PANT. Intanto co sti negozi, patroni cari, mi perdo el tempo e no fazzo gnente. La me daga i bezzi. (a Florindo)

FLOR. Aspettate: i vostri danari sono qui.

PANT. Sono qui, sono qui. In quella borsa ghe pol esser anca dei sassi.

FLOR. Che impertinenza la vostra? Sono un galantuomo; ed a confusione vostra, ecco, osservate se sono sassi. (versa i denari sopra una tavola)

ERM. Che vedo? questi sono i danari che ho dato io sopra un gioiello: conosco le monete. Ecco le doppie, ecco i gigliati, li conosco. Oh, ecco la moneta che vale dieci zecchini.

FLOR. (Oim! che cosa ho fatto! Il notaro non mi ha avvisato da chi gli sia stato dato il danaro). (da s)

ERM. Ora capisco, signor Florindo, in che consistono le vostre ricchezze: un gioiello impegnato. Moglie mia, non da fidarsi.

PANT. Mi intanto torr suso i mille ducati.

FLOR. Lasciateli l; e giacch la sfortuna mia mi vuole precipitato, prendeteli voi, e rendetemi la mia gioja. (a don Ermanno)

LUCR. S, prendiamo i nostri danari. (li prende)

PANT. E mi, sior don Ermanno, ve sequestro in te le man quella zoggia per el mio pagamento.

ERM. Ha ragione, e non la dar se non lo pagate.

FLOR. Oh giorno per me fatale! Ma che dico io d'un tal giorno? Sono anni che mi rovino, che mi precipito. Amici, compatitemi. La confusione mi toglie quasi il respiro. (parte)

PANT. Sior don Ermanno, se semo intesi.

ERM. Il gioiello sta qui per voi.

AUR. Povera figlia, vedi se tua madre ti ama, se ella prevedeva la tua rovina, e se a ragione si affaticava per impedirla.

LAUR. Mi vien da piangere in verit.

LUCR. L'abbiamo scoperto a tempo.

ERM. Manco male: fortuna, ti ringrazio.

AUR. Figlia, siete contenta dello sposo che vi ho procurato?

LAUR. Lo sarei, se il signor conte mi amasse.

AUR. Innamoratelo colla bont, se desiderate ch'ei vi ami.

LAUR. Eh signora...

AUR. Dite, parlate.

LAUR. Egli avvezzo ad amare la madre, durer fatica ad amar la figliuola.

AUR. Donna Lucrezia, dov' quell'accettazione del ritiro preparato per mia figliuola?

LUCR. Eccola. (le d il foglio)

LAUR. Ehi, non ci voglio andare.

AUR. No figlia, non dubitate. Il ritiro non per voi. Siete assai giovinetta, dovete figurar nel gran mondo. Io vi sono stata abbastanza. Godetevi quello sposo che doveva esser mio, godetevi tutti i beni che erano miei; godete quello stato che l'amor di madre vi ha procurato, ed io domani ander nel ritiro a sacrificarmi per sempre.

LAUR. Ah no, signora madre.

OTT. No, donna Aurelia.

ERM. S, s; lasciate che vada. Spender meno, e viver meglio.

LUCR. Laurina, siate obbediente a vostra madre, prendete quello sposo ch'ella vi d. Signor conte, anch'io vi do mia nipote, ed alla mia morte tutto il mio sar vostro. Ma finch vivo, non mi tormentate perci.

OTT. No donna Lucrezia, non dubitate. Io non do la mano a donna Laurina, che per compassione di donna Aurelia.

LAUR. E a me non mi vorrete bene?

OTT. S, vi amer come parto adorabile del di lei sangue.

AUR. Deh, cari, se voi m'amate, compite l'opera sugli occhi miei. Porgetevi in mia presenza la mano.

LAUR. Per me son pronta.

OTT. Eccola, accompagnata dal cuore.

LAUR. Amerete voi una sposa, a cui date la mano per complimento?

OTT. Amerete voi uno sposo, che vi si offre sul punto istesso che volevate dar la mano ad un altro?

AUR. S, vi amerete ambidue. Rispondo io in luogo vostro, e sono certa che vi amerete. Laurina non amava Florindo, ma desiderava uno sposo. L'ha ottenuto, contenta, e tanto pi si consola, quanto conosce indegno di lei quell'impostore svergognato. Voi, conte, avete amato virtuosamente la madre, e la virtude istessa v'insegner ad amare la figlia. S, amerete voi quella figlia che amo pi di me medesima, per cui ho sacrificato uno sposo adorabile, uno stato felice, la mia libert ed i miei beni medesimi; contenta e lieta soltanto, che vane non siano riuscite a pro della diletta mia figlia le cure pi diligenti d'una Madre Amorosa.

Fine della Commedia.

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