La mala Pasqua

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LA MALA PASQUA

                                                                   LA  MALA  PASQUA.

                                               ( dalla novella “Cavalleria Rusticana” di G. Verga)

                                                                    Dramma in un Atto 

                                                                                 di

                                                                     Antonio  Sapienza

                                                            

Personaggi:

Santuzza

Turiddu

Alfio

Lola

Nunzia

Sulla scena è stato abbozzato un paesaggio rurale: una scalinata a sinistra, un portico al centro e un pergolato (o tettoia) con un tavolino da osteria e due sedie a destra. Al centro, vicino al portico, vi sarà un accenno di trazzera . Saranno le luci che illuminando, di volta in volta, una parte del palcoscenico, determineranno la scena che vi si svolgerà.

Al centro del palcoscenico, sullo sfondo del portico,  sarà inserito un telo trasparente che permetterà di vedere i personaggi, in trasparenza, che agiranno dietro di esso.

I costumi saranno adeguati all’epoca a cui si riferisce la vicenda. 

All’apertura del sipario si udrà una musica campestre molto dolce che sfumando assumerà tratti drammatici.

Luce a sinistra.

Sulla scalinata vi è Santuzza

Santuzza: - La “malapasqua” a te! - (rivolta a Turiddu che sta in ombra)

Turiddu:   - ( uscendo dall’ombra e avvicinandosi solennemente a Santuzza, dondolandosi nella                            

                      camminata malandrina, colla coppola calzata storta)  Tu si’ pazza!-

Santuzza:- Si sono pazza! Sono stata una  pazza quando ti permisi d’entrare in casa mia; pazza! quando ti feci entrare nel mio letto, quando mi avvinghiai a te - anima persa –  e mi abbandonai alla tua libidine dandoti l’anima e il corpo: questa fu la mia pazzia – la mia pazzia, (poi quasi a se stessa) la mia pazzia! (pausa)

Ma come poteva una povera femminella, senza madre e senza esperienza, non cadere vittima del tuo fascino mascolino - che adornavi con il tuo portamento malandrino, con la nappa da bersagliere, rossa come il fuoco e come il sangue, che si agitava come una  cresta di gallo in amore sul tuo viso abbronzato - facendo mescolare il sangue a tutte le  ragazza del paese, che ti ronzavano come le mosche attorno al miele?  (pausa)

No, non era questo, no, no - almeno non solo questo: era l’amore. Quell’amore viscerale che mi prese per te  quando, fin da  ragazzina, andando a messa la domenica, ti vedevo  - baldo, beffardo o galante - davanti alla “putia” di tua madre, a fare il gradasso con i tuoi amici, parlando di donne, di caccia e di vino. Io ti vedevo bello come sant’Alfio, come san Michele, come un dio. Ero innamorata della tua spocchia, del tuo corpo e della tua anima.

E quando facevi le serenate a quella là, io, insonne, impallidivo di insensata e puerile passione, come se quel canto appassionato, immaginavo, fosse per me…per me. Furono giorni e notti tremende, pieni di follie d’amore e di fantasiose premature gelosie - perché quelle vere, ahimè, dovevo ancora amaramente assaporarle, purtroppo.

Finchè non partisti soldato ed ella si sposò.

Poi crebbi io e crebbe il mio amore.

E, quando tornasti dal militare e ti facesti prendere da mio padre come vignaiolo, frequentando, così la mia casa - per starle ancora vicino, lo so, lo so, ora lo so - feci pensieri vaneggianti, folli, di matrimonio con te, scellerato.

E ricordo quando mi parlasti per la prima volta, degnandomi della tua falsa e interessata attenzione, e mi dicesti quelle parole dolci che sai dirle tu, io ti risposi col cuore in gola (intanto si sono trasferiti al centro della scena, vicino al portico e Turiddu ha calzato la nappa –inizio ricordo -):

Santuzza: -Perché non le dite a Lola queste belle parole?-

Turiddu:-  Eh, quella è una signorona, ha sposato un re di corona, ora .-

Santuzza:- Io non me li merito i re di corona…-

Turiddu:- Voi ne valete cento delle Lole, e conosco uno che non guarderebbe  Lola, né il suo santo, quando ci siete voi, che lei non è degna di portarvi le scarpe, non è degna.   –

Santuzza:- Certo, lo dite ora. Ma quando facevate le cantate sotto il suo balcone, prima di partire soldato, ella era una regina per voi, era la vostra vita .-

Turiddu:- Acqua passata, comare Santuzza smanie  di ragazzino. Vi dissi che non è degna, no?-

Santuzza:- La volpe quando non potè arrivare all’uva…-

Turiddu:-…disse: come sei bella “racinedda” mia! ( cerca d’abbracciarla)-

Santuzza:- Ahò, giù quelle mani compare Turiddu!-

Turiddu:- E che vi mangio?-

Santuzza:- Mangiarmi? Boccone difficile, compare .-

Turiddu:- Allora vi mangio con gli occhi .-

Santuzza:- Padronissimo. Quelli briciole non ne fanno .-

Turiddu:- Se fossi ricco cercherei una come voi, comare Santa .-

Santuzza:- Io non sposerò certo un re di corona, ma la mia dote e la mia roba ce l’ho anch’io…quando il Signore mi manderà qualcuno .-

Turiddu:- E io sono qui per te;  sappi che per te impazzisco e che perdo il sonno e l’appetito. –

Santuzza:- Chiacchiere .-

Turiddu:- Vorrei essere “u Riuzzu”, per sposarti .-

Santuzza:- Chiacchiere .-

Turiddu:- Per la Madonna io ti mangerei come il pane .-

Santuzza:-Chiacchiere .-

Turiddu:- Sull’anima mia! Fammi entrare!-

Santuzza:- ( incomincia il buio al centro, la scalinata che viene appena illuminata) E ti lasciai entrare a casa mia. ( incrocia le braccia attorno al busto, illanguidendosi, come se pensasse ai momenti trascorsi col sua amante, poi si fa dura) E lei, un giorno mentre stavi per venire da me, si affacciò dalla  sua porta, ti vide, ti venne incontro e ti disse ( luce su una parte della scalinata dove c’è Lola che scende e Turiddu che l’aspetta, calzando la nappa):

Lola:- (aspettandosi il saluto di Turiddu che non arriva, anzi l’uomo sta con gli occhi per terra) Così, compare Turiddu, i vecchi amici non si salutano più?

Turiddu:- ( come se volesse evitarla e con un mezzo sospiro) Beato chi può salutarvi, ora…-

Lola:-  Oh, perché forse sono diventata superba?-

Turiddu:- Si dice che siete diventata la moglie di un re di corona, ormai .-

Lola:- (ridendo quasi di cuore) Oh che dite…re di corona…-

Turiddu:- E un modo di dire che siete maritata bene .-

Lola:- (maliziosamente) Bene, come?-

Turiddu:- Bene come una vera signora: con ori, gioielli, vestiti, insomma tutto .-

Lola:- (sempre più maliziosa) Tutto?-

Turiddu:- Perché, non è così?-

Lola:- Eh, caro compare non è sempre oro ciò che riluce .-

Turiddu:- Ma alla gente sembra, ed è quello che conta . Ottimo matrimonio, si dice in questi casi .-

Lola:- Il matrimonio ottimo è anche…è anche l’amore .-

Turiddu:- E ne avete in abbondanza anche di quello : presente e passato .-

Lola:- E quello passato quale sarebbe: forse il vostro?-

Turiddu:- ( pensieroso) Già, il mio. (poi guardandola negli occhi) Il mio era amore vero, era passione pura, era rapimento dell’anima. (poi con un colpo della palma della mano sui pantaloni) In ogni modo, ormai .-

Lola:- Peccato, però. (perdendosi nei pensieri, poi riprendendosi, come se li riassaporasse) Che  tempi, com’erano belle quelle serenate che mi facevate sotto il balcone… (ove sia possibile, a discrezione della regia, si potrebbe inserire una dolce serenata, eseguita da una voce solista una chitarra e uno scacciapensieri; il gruppo dovrebbe essere intravisto al centro della scena, nel telo trasparente) e come vi arrabbiavate quando non mi affacciavo: ah, quante belle parole uscivano dalla vostra bocca. E quella dolce poesia che mi diceste una volta, quando, finalmente, mi affacciai per la prima volta al balcone? Era una vostra composizione?-

Turiddu:- (prima a malincuore, poi rianimandosi come se riapparisse la passione per la donna un tempo tanta amata) Ricordo, ricordo, eccome! No, non è mia, quella poesia è di un nostro compaesano .-

Lola:- Un nostro compaesano, ma allora dovrei conoscerlo, chi è? –

Turiddu:- E’ difficile che lo conosciate, noi non eravamo ancora nati quando lui lasciò il paese. E’ don Carmelo Macca e ora vive a lontano .-

Lola:- E’ vero, non lo conosco, mai sentito nominare. Avete detto Macca? e’ forse un vostro parente? –

Turiddu:- Lontano parente, lontanissimo .-

Lola:- Suvvia ditemela, portava il nome mio .-

Turiddu:- (reticente) Non me la ricordo più,(pausa imbarazzata) e comunque la ritoccai - magari pochino pochino - per adattarla a voi… e il nome Lola lo misi io, in vostro onore .- 

Lola:- (esagerando l’importanza) Onoratissima allora, e spero che don Carmelo non si sia offeso. ( con civetteria) Suvvia, ditela, in fondo sono passati solamente tre anni. Fate uno sforzo .-

Turiddu:- E cosa ci guadagno poi?-

Lola:- Ohè, non siamo più ragazzini, compare Turiddu. Io sono maritata e vi posso dare soltanto la mia amicizia…-

Turiddu:-…per ora (a bassa voce). E va bene, tenterò di ricordarla. Dunque, se non sbaglio faceva così: Luluzza…no, è così. (breve pausa) Ci sono. -

“Lola sciatuzzu, comu si’ bedda.

Cu ‘ssa facciuzza di mennula spicchiata,

cu ‘ssu nasiddu nicu, a patatedda,

cu’ ‘ssa vuccuzza  di sorba azzuccarata .”

Turiddu si interrompe, guardandola incerto.

Lola:- ( con dolcezza) Continuate, vi prego .-

Turiddu riprende, ma prima si guarda attorno, per vedere se per caso c’è qualcuno:

“Cchiù scuru du lu scuru su’ i to’ capiddi,

e cu’ ss’occhi lattri, pronti a lampiari,

fann’alla notti perdiri li stiddi,

e la vampa di lu focu fann’appannari .”

Turiddu:- (esitante, dolorante al ricordo, poi quasi con un grande sforzo: Lola ascolta estasiata)

“ E ‘ssu pittuzzu di li me suspiri:

ah, meli di lu meli, famm’ambriacari…”  

Turiddu:- ( prendendo la mano di Lola, illanguidito) Lola, non ce la faccio più!-

Lola:- (svincolandosi la mano, turbata) Anch’io non ce la faccio più… a sentirvi spasimare come un gatto in amore . Basta: buona giornata, compare Turiddu .-

Turiddu:- Buona giornata anche a voi, comare, e… addio ai sogni e all’epoca passata. (breve pausa e guardandola insistentemente) Finirono veramente quei giorni?-   

Lola:- Finirono, ( furba incertezza) credo di si. (sta per allontanarsi, ma Turiddu la ferma per un braccio)-

Turiddu:- Ma perché lo facesti, Lola?-

Lola:- (facendogli notare col capo che le stava stringendo troppo il braccio) Feci cosa?-

Turiddu:- Lo sai cosa. Non appena partii soldato, sposasti Alfio u licordisi. Perché lo facesti, dimmelo! Per i soldi? Per l’oro e i gioielli? Per cosa?-

Lola:- (svincolandosi e guardandolo quasi con aria di sfida) Lo feci per il mio comodo, ti basta?-

Turiddu:- No, non mi basta!-

Lola:- Turiddu, ma facendo il soldato, forse dimenticasti che qui, in paese, si dice che i matrimoni e i vescovati dal cielo sono mandati?-

Turiddu:- Non dal cielo: ma dai ruffiani…-

Lola:- … o dai genitori . (seccamente).-

Turiddu:- (mortificato) Dovevo immaginarmi questa risposta, che mi basta e mi avanza .- (portandosi la mano sulla fronte come per un saluto, cerimonioso) Scusatemi, allora, comare Lola .-

Lola:- Scusarvi? di nulla compare Turiddu. ( pungente) Dopotutto, voi vi consolaste subito con la mia vicina…-

Turiddu:- E’ vero. Mi sono fidanzato con lei, ma sapete dov’è il mio cuore .-

Lola:- Dov’è? proprio non lo saprei; ma so per certo che la notte l’andate a trovare .-

Turiddu:- Sono menzogne .-

Lola:- Andatelo a dire ad altri – io ci abito vicina; il mio balcone dà sul suo cortile, e senza volere… Ma andiamo, compare, voi mi volete offendere?-

Turiddu:- Non vi volevo offendete, volevo fare il galantuomo .-

Lola:- E l’avete fatto. –

Turiddu:- Ditemi quando posso riprendermi il mio cuore .-

Lola:- (abbassando gli occhi, con un bisbiglio) Quando volete. Ora devo andare, arriva la gente e ci sta guardando. Salutiamoci .-

Turiddu:- Allora servo vostro, comare, e salutiamo .-

Lola:- Salutiamo . (confidenziale) Poi, infine, il saluto non costa nulla… fra noi .-

Turiddu:- ( comprendendo) Certamente, comare…ma, quando potrò avere di nuovo l’onore?-

Lola:- ( frettolosamente, allontanandosi) Sapete dove abito, in caso che vogliate venire a salutarmi…-

Buio escono Turiddu e Lola, la luce riprende al centro, nel portico, dove c’è Santuzza  che si martoria le mani .

Santuzza:- E tu ci andasti presto a salutarla, ed ella, la “buttana”, ti aprì la sua porta e le sue cosce! ( poi quasi con un sussurro) E adornò di corna la casa di compare Alfio. ( quasi con compassione) ah, compare Alfio, compare Alfio…-

Entra Alfio, che calza la coppola di traverso, nella zona di luce .

Alfio: - Comare Santuzza, servo vostro, mi avete nominato?-

Santuzza:- (prima sorpresa, poi quasi soddisfatta) Io? No…anzi, si, povero compare Alfio…-

Alfio:- Povero? Non mi risulta, spiegatevi .-

Santuzza:- Niente, niente, si fa per dire povero…certo non per denari…-

Alfio:- ( tirandosi indietro la coppola) E per che cosa, ci sono forse comandi?-

Santuzza:- Ma che comandi…proprio a voi che siete il fiore dei galantuomini, che con la sola vostra presenza mettete soggezione agli uomini…un uomo vero, di sostanza… un uomo d’onore, con una sola parola… (finta esitazione) No, si dice in giro… sembra che qualcuno…credo d’aver visto…quando voi siete fuori dal paese…-

Alfio:- ( con voce dura) Cosa avete visto, Santuzza!-

Santuzza:- Credo d’aver visto qualcuno che vi adorna la casa…( fa il gesto delle corna con la mano)-

Alfio:- Santo diavoluni! Se non avete visto bene, non vi lascerò gli occhi per piangere a voi e al vostro parentado!-

Santuzza:- Io non ho più occhi per piangere, né lacrime amare, né lacrime di sangue: i miei occhi sono ormai secchi come le stoppie dei campi… e non hanno pianto neppure quando hanno visto quel Giuda del mio promesso, quel Turiddu Macca traditore, entrare di notte a casa vostra…-

Alfio:- ( facendo un leggero movimento con la testa) Ah, è così? Va’ bene, vi sono molto obbligato, comare Santa .- 

Santuzza:- Nessun obbligo, dovere, solo dovere, compare .(con un sorriso di trionfo sulle labbra) –

E, intanto, si avvia verso la scalinata col solito sistema delle luci. Esce Alfio ed entra Lola.

Lola:- Comare Santuzza, che? Non ci andate a messa il giorno di Pasqua?-

Santuzza:- Sono in peccato mortale, io .-

Lola:- Meglio! Potreste lavarvi la coscienza…-

Santuzza:- Giusto! Io, almeno, quella ce l’ho... invece qualche altra persona…-

Lola:- Qualche altra persona non è  “fimmina schietta”  e “prena” .-

Santuzza:- Certo, ma non come qualcun’altra, maritata che adorna la casa del povero marito (fa il gesto delle corna) e poi se ne va in chiesa a battersi il petto .-

Lola:- C’è chi si batte il petto in chiesa e chi se lo batte per la “dannazione” della gelosia. Rassegnatevi “commaredda bedda” , il pane e per chi ha buoni denti .-

Santuzza:- Per chi ha buoni denti c’è da rosicchiarsi “l’ossa col sale”, perché solo quello vi resterà, ora!-

Lola:- Vedremo chi se li mangerà queste ossa. Intanto suona la messa e io vado in chiesa. Vi salutai…comare. (molto ironica e sfottente)-

Esce Lola.

Santuzza si porta verso il centro della scena leggermente illuminato, si guarda attorno, poi si reca a destra, verso il tavolino che viene illuminato con Turiddu che calza la coppola, seduto a bere vino.   

Turiddu:- E tu non vai a messa?-

Santuzza:- No, lo sai, sono in peccato mortale .-

Turiddu:- Vai lo stesso, non ti far vedere dalla gente .-

Santuzza:- Ormai della gente non mi importa più nulla .-

Turiddu:- Tu sei pazza, te l’ho già detto .-

 Santuzza:- Pazza ci finirò veramente. Lo sai che tra qualche mese si vedrà la pancia e mio padre mi ammazzerà con le sue mani?-

Turiddu:- No, non lo farà .-

Santuzza:- Si che lo farà, deve salvare il suo onore - deve .-

Turiddu:- Lo salverà, lo salverà…-

Santuzza:- Tu sottovaluti mio padre. Quello m’ammazzerà, anzi ci ammazzerà, non appena saprà!-

Turiddu:- Io non sottovaluto nulla. Non ucciderà nessuno, sta tranquilla: Ci parlerò io .-

Santuzza:- (sorpresa) Tu?-

Turiddu:- Io, sissignore!-

Santuzza:- (sospettosa) Tu, in che senso?-

Turiddu:- Nel senso giusto: gli dirò che voglio riparare, punto e basta!-

Santuzza:- Tu…tu…faresti questo?-

Turiddu:- Ce l’ho anch’io il mio onore. Basta, però, che non mi stai sempre appresso, a spiarmi, a ingelosirti .-

Santuzza:- (martoriandosi le mani) Mi sposeresti, allora?-

Turiddu:- E come la chiameresti tu la riparazione?-

Santuzza:- Madonna dell’Aiuto, sono nelle tue mani!-

Turiddu:- E non scomodare la Madunnuzza .-

Santuzza:- Zitto, zitto, per carità, che solo lei ci può aiutare - ora .-

Turiddu:- Ora?-

Santuzza:- Già, ora. ( le si avvicina) Turiddu, _Turidduzzu mio, deve andartene via dal paese, devi scappare, subito!-

Turiddu:- E che? tuo padre mi vuole ammazzare così presto (scanzonato)-

Santuzza:- Non è mio padre che ti cerca…è…è un’altra persona .-

Turiddu:- E chi sarebbe questa persona, forse il diavolo sulla terra?-

Santuzza:- Tu lo sai chi è!-

Turiddu:- (pensieroso) Alfio u Licordisi?-

Santuzza annuisce.

Turiddu:- E tu come lo sai?-

Santuzza:- Come lo so? Lo so perché…perché…-

Turiddu:- Perché devi sempre ficcare il naso nei miei affari .-

Santuzza:- Belli affari .-

Turiddu:- ( risolvendosi) E sono comunque sempre e solo affari miei. Bene, doveva succedere, ed io qua sono .-

Santuzza:- Ti prego scappa, quello col coltello è mastro. Ti ucciderà! Fuggi!-

Turiddu:- Io fuggire? Ma quandomai! Anch’io so usare l’arnese e qualche chiarimento l’ho avuto anche con gente col pelo sulla pancia. Turiddu Macca che scappa di fronte a un licordisi, ma te lo immagini…Mastro lui…tsh, se lui è mastro vuol dire che io sono mastro dei mastri .-

Santuzza:- Anche se ti sei battuto tante volte, questa volta sarà diverso: egli vuole la vendetta, ha l’odio per te, ed è feroce, è senza pietà, ti ammazzerà solo per il piacere di farlo .-

Turiddu:- E cosa pensi che fin’ora io mi sia battuto con ragazzini e con rammolliti? Con gente che mi odiava ho duellato, e sono ancora qui .-

Santuzza:- Turiddu, fallo per questa nostra creatura che mi sta nel ventre .-

Turiddu:- Quella creatura vedrà in faccia suo padre, sta tranquilla. Ed ora va’. E se non vuoi andare in chiesa, ritornate a casa tua.-

Santuzza:- ( dubbiosa) Dimmi, sinceramente, perché ci vuoi andare da compare Alfio?-

Turiddu:- Oh bella, ma per il mio onore, no?-

Santuzza:- Turiddu, per il momento lascia perdere l’onore e sentimi con le orecchie e col cuore: se ti batterai per questa creatura che abbiamo generato, allora camperai; ma se - per l’anima santa di mia madre - se lo farai per…quella (accenna al portico, dove si suppone abiti Lola) per quella là, creperai come un cane! Hai capito bene, Turiddu Macca?-

Turiddu:- Ehi, ehi, ma chi credi di essere? Fai anche la “mavara”? Io mi batto per chi mi pare, per il piacere mio, senza dover dare conto né a te né a nessun altro uccellaccio del malaugurio come te! Vai!-

Santuzza:- (pietosa) Turiddu…-

Turiddu:- Va’!-

Santuzza:- ( allontanandosi) Dio mio, perdonaci, perdona i nostri peccati .-

Santuzza esce. Turiddu si mette comodo nella sedia e beve un sorso di vino. Entra Alfio.

Turiddu:- (senza essere sorpreso e posando il bicchiere, quindi cerimonioso) Avete comandi da darmi, compare Alfio?-

Alfio:- Nessun comando, solo una preghiera, compare Turiddu, era un pezzo che non vi vedevo, e volevo pregarvi per quella cosa che sapete voi .-

Turiddu:- Son qui, compare.-

Alfio :- Se volete venire nei fichidindia della “cunzeria” potremo parlare tranquillamente di quell’affare, compare .-

Turiddu:- Aspettatemi sullo stradone, ci andremo insieme .-

Alfio: Per la vita e per la morte . (Alfio  abbraccia Turiddu, e, in segno di sfida all’ultimo sangue gli morde l’orecchio.)

Turiddu:- Ah, è così? Sta bene! ( poi, flemmatico, prende il bicchiere lo riempie con calma, lo fa versare fuori dal recipiente, volontariamente, quindi finge, beffardo, di offrirlo ad Alfio)  Volete favorire? -

Alfio:- ( cerimonioso, ma sferzante) Servo vostro, ma non bevo. ( e allontana, teatralmente, la mano di Turiddu che gli porgeva il bicchiere)- 

Turiddu:- Sono io il servo vostro, compare Alfio.(con ampio movimento della mano posa lentamente il bicchiere sul tavolo)  Ora, col vostro permesso, andrei a prendere ciò che serve per quell’affare e, intanto, vorrei salutare mia madre. A più tardi, compare!-

Alfio: - Fate il vostro comodo, compare! Vi aspetto!- (Esce dondolandosi, colla caratteristica camminata dei malandrino).

Turiddu:- Madre, oh madre!-

Nunzia:- ( entrando e asciugandosi le mani nel grembiule) “Figghiu” mio, sono qua .-

Turiddu:- Madre, quando siete bella, lasciate che vi abbracci. ( l’abbraccia  sollevandola da terra e facendola girare)-

Nunzia:- ( fingendo di essere contrariata da quell’effusione) Mettimi giù “malacarne”, che mi gira la testa .-

Turiddu:- A voi gira la testa? Questa si che è bella. A donna Nunzia Moncada solo don Peppino Macca, la buonanima di mio padre, l’ha fatta girare .-

Nunzia: - (fingendosi scandalizzata) Scostumato, mettimi giù.-

Turiddu:- ( rimettendola a terra) Mamma sei la più bella mamma del mondo. (ammirandola)-

Nunzia:- E che cosa è questa confidenza? (fingendosi offesa) Ora siamo passati già al tu? E che fu? Arrivarono i tempi moderni? O dal soldato portasti l’aria del continente .-

Turiddu:- ( facendosi serio) Siamo ai tempi antichi e moderni…e il tempo è già finito. Adesso debbo andare .-

Nunzia:- Vai in chiesa, finalmente?-

Turiddu:- Dopo, dopo. Prima ho un affare da concludere .-

Nunzia:- A “matruzza”, pensaci dopo agli affari, la Messa non ti aspetta. (si sente la chiamata della Messa) Hai sentito? Te la perderai .-

Turiddu:- E anche voi, se non vi affrettate .-

Nunzia:- A me basta togliere il grembiule e sono pronta. Il Signore risorto ci aspetta.Vieni .(si toglie il grembiule con fatica)-

Turiddu:- (aiutandola) E pazienza madre, andate voi sola; vuol dire che pregherete un po’ anche per me. Anzi, sapete cosa dovete fare: mi dovete dedicare una preghiera tutta per me. Me lo promettete?-

Nunzia:- ( guardandolo sospettosa) Come vuoi, figlio mio…-

Turiddu:- Andate, su andate (la sospinge dolcemente verso la scalinata) Addio madre .-

Nunzia:- Come addio? Vuoi dire: arrivederci, vero? (apprensiva)-

Turiddu:- Ma certo, certo, volevo dire arrivederci madre. Ah, fatemi un favore, se io dovessi tardare, insomma quell’affare dovesse trattenermi, vi dovete occupare di Santa. (vedendo l’espressione interrogativa della madre) Si, di Santa!-

Nunzia:- Di Santa? E non c’è suo padre? Poi, tardare? Cosa mi nascondi Turiddu.-

Turiddu:- Nulla, nulla e cosa vi dovrei nascondere…solo che …suo padre potrebbe…insomma, Santa aspetta un figlio del quale io sono il padre .(svia così l’apprensione e i sospetti di Nunzia)-

Nunzia:- “Patri, figghiu e spiritu santu” (segnandosi) e me lo dici così? L’hai ingravidata… Ma lo sai chi è suo padre e che razza di testa calda è?-

Turiddu:- Certo che lo so, ma, al mio ritorno, farò il mio dovere di galantuomo . E caso mai, dicevo, tardando troppo, ve ne occuperete voi … -

Nunzia:- E che? Me la sposo io (ridendo).-

Turiddu:- ( stando al gioco) Ma certo “mammuzza  bedda”: voi vi sposerete Santa e sarete…il padre della creatura. Tutto in regola madre .-

 Nunzia:- Tu scherzi sempre. Comunque bravo, così agisce un vero uomo: ha sbagliato e ripara lo sbaglio commesso con un bel matrimonio, per onorare la ragazza e gli uomini della sua casa. ( quindi palesemente soddisfatta) Poi, a me Santuzza mi piace, e “‘na figghia massara”. Mi piace, si. (suona di nuovo la campana) Ora vado in chiesa più contenta e pregherò per tutti e tre: per te, per la tua donna e per il tuo bambino. “Santu e binidittu figghiu sciatu”. (si alza sulle punte dei piedi e lo segna in fronte, poi sveltamente esce)-

Turiddu:- (tra se) “Sabbenedica a vossia, mammuzza bedda”.

(si avvia per  uscire, ma poi si ferma, come colpito da un pensiero) Pergiuda, ha benedetto me, Santa e il bambino non ancora nato…cioè una futura famiglia…(incredulo, toccandosi la fronte) la mia famiglia! Incredibile: adesso – io - avrei una famiglia. (pausa, come se riflettesse solo adesso della nuova situazione, poi scotendo la testa)  E pazienza, se tutto va bene, vuol dire che avrò anche una famiglia da mantenere: gli errori si pagano .

( risoluto) Ed ora a noi due, messere compare Alfio!

(come tra sé) E stai certo! che non ti permetterò di sbudellarmi, e di privarmi così – anche - di quello che mi appartiene - da sempre - e che comprasti con tuo maledetto oro. Nossignore!

( forte, per caricarsi) Ti ammazzerò io, Alfio u licordisi, quanto è vero Iddio! ( esce di corsa )

Brevissimo buio con musica adatta, poi entra Santa, e va verso destra, dove c’è Nunzia che con uno strofinaccio pulisce il tavolino per i futuri clienti.

Santa:- Comare Nunzia, Turiddu è tornato?

Nunzia:- Ah, Santa, vieni, vieni, siediti qua (le porge una sedia, premurosa) No, Turiddu non è ancora tornato, diceva che doveva sbrigare un certo importante affare. (guarda in alto come per vedere l’ora dal campanile) E sono già due ore .-

Santa:- Madunnuzza mia ( apprensiva) .-

Nunzia:- Eh, quanta fretta hai di vederlo. Abbi pazienza, ne avrai tanto di quel tempo, da quello che ho saputo…-

Santa:- (allarmata) Cosa avete saputo?-

Nunzia:- Quello che c’era da sapere: che avete fatto la sciocchezza (accenna alla pancia) e che avete intenzione di rimediare col sacramento del matrimonio .-

Santa:- Certo, certo, Turiddu ha promesso che al suo ritorno avrebbe parlato con mio padre e sistemata la faccenda, ma il fatto è…il fatto è… che quell’affare deve sbrigare è…è…-

Nunzia:-…importantissimo, altrimenti non ci sarebbe andato proprio ora, per la Santa Pasqua .-

Santa:- Certamente. Ma vedete comare…insomma comare, Turiddu si doveva incontrare con compare Alfio…-

Nunzia:-…u licordisi?-

Santa:- Sissignore .-

Nunzia:- E che razza di affari può avere mio figlio col carrettiere? Turiddu i viaggi per il vino se li fa da sé .-        

Santa:- (torcendosi le mani) Non è storia di viaggi .-

Nunzia:- E allora che storia sarebbe?-

Santa:- Storia di…( vedendo Lola avviarsi frettolosamente verso il porticato e accennandola con rabbia) di “buttane”!-

Nunzia:- (Comprendendo, sbalordita e allarmata) Madonnuzza mia! cosa avete fatto a mio figlio, scellerate!-

Santa:- E’ quella la scellerata! ( indica Lola, che sta per uscire dal porticato) Ed io l’infame. (tra sé)-

Fermo di scena tra le due donne. Dalla parte in trasparenza, al centro della scena, si vedranno Turiddu e Alfio che duellano coi coltelli. L‘azione, sottolineata da una musica adatta, sarà varia ma sempre sobria, quasi un elegante balletto, con colpi scambievoli (non più di cinque).Uno di questi colpi sarà mimato Alfio: come se fosse stato ferito all’inguine, per cui egli se lo toccherà, poi si piegherà sulla relativa gamba che ha subito la presunta ferita, quindi, repentinamente, prenderà un pugno di terra e la getterà in faccia all’avversario.

Fine della scena in trasparenza. Si ode un rintocco di campana. Fine del fermo di scena .

Nunzia:- Gesù, mio figlio è morto! (corre verso la scalinata, ed esce di scena) –

Santa:- Ed io con lui (attonita) .-

Buio, musica finale .

( è un puro esercizio dell’intelletto)

                                                                   

                                                      

                                   

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