La moglie in calzoni

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COMMEDIE

DI

JACOPO ANGELO NELLI

E notizie sin ora da me raccolte intorno a Jacopo Angelo Nelli sono poche e non tutte ben certe. Gli storici della nostra letteratura o non fanno di lui menzione o ne toccano di volo; Siena, sua città natale, ne serba scarsi ricordi. E nondimeno fu uomo di molta e varia dottrina ed erudizione, conversò o carteggiò familiarmente coi più ragguardevoli scienziati e letterati dell' età sua, quali i famosi abati Carli e Pasquini, il Gigli, il Sergardi, il Bsnvoglienti, il Fontanini, il Brancadori, il Capassi, il Lancisi, PAgazzari, il Marmi, il Forteguerri; e di quasi tutti fu intimo, specialmente in Roma, dove fece per molti anni dimora.

Compi, secondo si crede, il Vocabolario Cateriniano, lasciato interrotto dal Gigli alla parola: Raguardare; scrisse prose, sonetti, capitoli bernieschi, ebbe lode di poeta estemporaneo, compose una tragedia e insino una grammatica della lingua italiana. Nella commedia poi, come fu il più prossimo tra i percursori del Goldoni, cosi anche di gran lunga il più notabile; e tra i seguaci del teatro molieresco il meno servile, si che riusci quasi sempre originale e strettamente italiano. Ha lo stile comico spigliato, lucido e puro, il dialogo naturale e vivace, l'intreccio, se non peregrino, per lo più franco e verisimile: la pittura de' caratteri felice. Spesso, ahimè troppo spesso, urta nella farsa, ma abbonda di scene condotte con singolare maestria ; non rifugge da scherzi ed equivoci grossolani, ma d'ordinario è gentilmente arguto. La sua lingua infine è schietta, salvo qualche rara maniera che ai puristi non garberà forse del tutto, e tanto ricca, duttile e graziosa, da essere assai difficile l'emularla nella commedia, il superarla a pena possibile. Al signor professore Giosuè Carducci, che pensò a promovere questa ristampa e all'ardito editore Sig. Zanichelli debbono quindi aver obbligo gli studiosi che più non resti quasi sepolto in qualche biblioteca tanto tesoro, massime oggi che l' arte di scrivere ha grande bisogno di ritemprarsi alle antiche fonti, senza per questo cessare d'esser moderna. E glie ne saranno sopra gli altri riconoscenti gli autori drammatici, i quali vedranno quanto sia falsa l' opinione di chi afferma non avere l' Italia una lingua adatta al dialogo comico, si che sia forza ricorrere a quella de' cinquecentisti, dove pur e' è tanto da studiare e da scegliere, o portare su la scena una specie di gergo che non è nostro né di nessun popolo.

Ma tornando alla vita del Nelli, l'egregio Signor Dott. Curzio Mazzi ne trovò, fra i manoscritti della biblioteca comunale di Siena, un cenno brevissimo nella Raccolta biografica d 9 illustri Senesi, lavoro di Ettore Romagnoli; e l'illustre Sig. Comm. Luciano Banchi e il valente bibliotecario Sig. Dott. Fortunato Donati fecero per me altre scoperte non certo inutili né di poco momento, non però tali da acquetare chi tenti ritrarre la gaja e bonaria figura dell'abate commediografo. Sino la data della sua nascita, non sicura per alcun documento autentico, può essere messa in dubbio, perché, raffrontata a quella più certa della morte, mostrerebbe che il brav' uomo vivesse novantasei anni, longevità poco credibile, anche in un abate del settecento. Né mi sono mancati altri validi aiuti a siffatte indagini, e ne ringrazio cordialmente in primo luogo V insigne bibliografo bolognese sig. Dott. Alberto Bacchi Della Lega, poi alcuni amici carissimi: il Can. D. Gaetano Teloni, che mi donò anche il primo tomo delle' Commedie edite in Milano dall'Agnelli nel 1762; il Dott. Giovanni Federzoni e V Avv. Augusto Franchetti, dei quali misi a dura prova l' affettuosa pazienza. Mi sovvennero ancora d' informazioni i Signori Professori Isidoro Del Lungo, Giacomo Zanella, Pietro Canal, Fabio Nannarelli e Domenico Gnoli; l'eruditissimo Dott. Eduardo Alvisi, il dotto Sig. Co. Francesco Fiorenzi di Osimo e il notissimo bibliografo mantovano Sig. March. Ippolito Cavriani. Ancora il Comune di Siena mi diede ogni agio di consultare la sua ricca collezione di manoscritti, e il sindaco Signor Banchi su nominato anche le sue proprie, fra le quali, notabilissima quella già del Borghesi da lui ereditata. Mi fu altresì consentito di ricopiare, traendole dalla biblioteca senese, tre commedie cercate invano, ch'io sappia, insino ad oggi, e un bel numero di lettere autografe del Nelli o al Nelli. E tuttavia le cure amorevoli di tanti valentuomini e la mia diligenza non diedero quel frutto ch'era da sperarne. Quanto poi alle opere stampate del Nelli, io non ho potuto veder altro che le sue commedie, e pur troppo non tutte. Nella Bibliografia dei testi di lingua a stampa citati dagli Accade* mici della Crusca, opera di Luigi Ra^olini ed Alberto Bacchi Della Lega (Bologna, Romagnoli, 1878.) si citano due raccolte di esse commedie, Tuna, cioè l' edizione principe, incominciata in Lucca nel 1731, ripigliata in Siena venti anni dopo, poi interrotta di nuovo per quattro anni, e da ultimo condotta sino al volume sesto; l'altra uscita nel 1762 a Milano dalla tipografia dell'Agnelli in cinque volumi, contenenti le commedie, che sono ne' primi cinque dell' edizione Lucca-Siena, e solo mancanti di tre lettere dedicatorie. Se non che io ho ragione di dubitare che l'edizione senese non procedesse oltre al tomo quinto, e che il sesto non sia altro che il primo di una nuova incominciata a Lucca nel 1765, e rimasta proba bilmente in asso. Infatti questo tomo primo contiene appunto le commedie che la detta bibliografia assegna all'ultimo della prima edizione; ed ha il numero di pagine, il sesto, la data e il nome del tipografo, Filippo Maria Benedini, quali sono in essa descritti. Che se si ponga mente come il frontispizio non abbia numerazione di tomo, e soltanto in fondo all' ultima pagina del volume si legga: Fine del primo tomo, si dovrà forse concludere che era facile cadere in si lieve errore, e che ormai è cosa inutile il cercare più oltre un volume che pare non sia mai esistito; rallegrandosi di averne il contenuto in questo da me per grande ventura trovato. Ma d' altra parte lo stesso Nelli, in una lettera del 23 febbrajo 1756 all' Ab. Carli, cosi discorre dell' edizione Lucca-Siena : « Mi suppongo che Ella sappia che il primo tomo fu stampato in Lucca; e perché di questi non se ne trova più, lo stesso Rossi ne promette assolutamente la ristampa. ! Il secondo, stampato dal medesimo,  può aversi, volendosi. Il terzo e il quarto sono gli stampati ultimamente, 3 il quinto si stampa Tenne poi la promessa? Ai bibliofili la risposta. al presente, e si anderà continuando sino all' ottavo. » Ma il fatto è che il quinto fu pubblicato soltanto due anni appresso, si che avea ragione l’Autore di scrivere: « Questo stampatore Rossi si piglia poca briga di stampare con sollecita* dine le mie commedie, delle quali in un anno e mezzo non ne ha stampati che due tomi 1 , di tre commedie per ciascuno; e ciò perché troppe cose intraprende a fare. 

Oltre a ciò l'Allacci nella Drammaturgia cita un tomo settimo delle commedie, il che dimostrerebbe all'evidenza che vi fu un tomo sesto; ma, siccome gli assegna la data del 1755, anteriore di due anni a quella del tomo quinto, convien dire ch'egli abbia errato o nel citare il tomo, siccome io credo, o nel citare la data.

Infine ho sott' occhi il Manifesto, col quale il Rossi « avvisa a' letterati d'Italia avere in punto per metter sotto il torchio le Commedie inedite del Sig. Jacopo Angelo Nelli, che da molte parti vengono richieste da coloro, che hanno veduto e gustato le altre sei stampate in due tomi del oc medesimo; il primo in Lucca dal Marescandoli, del quale non se ne trova più in vendita, ed il secondo in Siena più modernamente dallo stesso Francesco Rossi. Queste che si promettono saranno quindici, che comporranno cinque tomi in dodici, e saranno tre commedie per tomo, conforme agli altri già stampati. Annunzia quindi P ordine con che saranno pubblicate, che è differentissimo da quello veramente seguito; onde, non potendosi supporre che siano uscite in luce da una stessa tipografìa due edizioni del Nelli nello stesso tempo, si dee credere che P Autore le ordinò poi altrimenti, né è cosa del tutto improbabile che P edizione giungesse, come prometteva il Maniiesto, al tomo settimo. Certo è che in quelP annunzio sono ricordate quasi tutte le commedie da me cercate in vano, cioè: V amante scaltra, Il Misantropo disingannato, Il mondo alla rovescia. Gli Sposi travestiti, Il Gentiluomo prudente; e vi mancano solo: / Duelli sti^ V Accademia delle false dame, I Ripieghi amorosi o La Dama scaltra: se pure non sono una cosa stessa / Duellisti e / Vecchi rivali, U Accademia delle false dame e La Dottoressa preziosa, I ripieghi amorosi e L'Amante scaltra. Se quindi l'edizione fosse mai stata compiuta, con quale ordine non importa, e se qualche copia fosse scampata al singolare naufragio delle commedie nelliane, poco o nulla mancherebbe alla loro piena resurrezione. In tanta scarsità di notizie biografiche e bibliografiche sarebbe temerità poco scusabile il voler discorrere de' casi e delle opere del Nostro, senza tentare nuove indagini. Per che, seguendo anche in questo il savio consiglio del Sig. Prof. Carducci, al quale mi lega infinita gratitudine, ho divisato differire ad altro volume la pubblicazione degli studi, quali essi siano, da me fatti sul Nelli, ed eccitare frattanto la cortesia degli uomini di lettere e degli eruditi a volermi comunicare quanto possa valere a darmi luce e conforto. Cosi, se il mio lavoro non riuscirà, pur troppo, degno del soggetto, non si dovrà almeno imputarne ad altro che alla mia insufficienza la colpa.

Mi resta a dire delle norme che ho tenuto e terrò in questa ristampa.

Il testo da me seguito è quello della edizione Lucca-Siena per le prime quindici commedie, per le tre ultime quello della lucchese: ma ho corretto qualche rara volta la prima con la edizione Agnelli, dove mi parve necessario, notando a pie di pagina le varianti. Né ho stimato dover tenere altro ordine da quello della prima stampa, fatta,, senz' alcun dubbio, sotto gli occhi dell' Autore. L' ortografìa ho conservata qual era, quando non m' abbattei a errori tipografici manifesti. Tuttavia mi parve scrupolo pedantesco, del quale non mi avrebbe saputo grado il lettore, mantenere le majuscole dove l'uso moderno a ragione le vieta; rispettare sempre, anche a costo della chiarezza, la punteggiatura disuguale e trasandata dell'Autore ; lasciare accenti e apostrofi dov' erano al tutto fuor di luogo, né porre gli uni e gli altri a loro posto, seguendo per quelli la pronunzia toscana, per questi l'ortografia moderna. Ma d'altra parte non mi è parso di aver diritto a scrivere diversamente da quel che allora si usava e da taluni si usa ancora, certe parole ; come jeri, noja, studj, doppo, ohibò e molte altre; e quelle che l'autore scrisse in modo singolare forse per ragione di prònunzia o di dialetto. Siccome poi il Nelli scrive non pochi vocaboli ora in una maniera ora in un'altra, cosi, quando l'una di esse mi sembrò erronea usai sempre la buona, quando l'una e l'altra fossero accettabili, le lasciai quali erano. Però si troverà ad esempio: obligare e obbligare, roba e robba, soprafare e sopraffare, incomodo e incommodo, caminare e camminare, e sr vedranno ora divise ora no le preposizioni articolate.

Ho aggiunto al testo note brevissime, e soltanto dove mi parvero strettamente necessarie a dichiarare qualche parola o frase difficili a intendere dai più anche con l' ajuto de' vocabolari. Resa cosi ragione dell' opera mia, auguro sì lettore benevolo, e vada anche per il malevolo, perché l'augurio non sia ristretto a pochissimi, la vita singolarmente lunga, che, sino a prova contraria, dobbiam credere che toccasse allo spiritoso e bizzarro abate senese.

Jesi, 26 maggio 1883.

Alcibiade Moretti.


LA MOGLIE IN CALZONI

commedia del Signor Dottore Jacopo Angelo Nelli

LETTERA DELL' AUTORE

IN RISPOSTA

ALL ILLUSTRISSIMO SIGNORE

UBERTO BENVOGLIENTI.

Illustrissimo Signore,

ENDO a V. S. Illustrissima grazie ben

distinte della pazienza e bontà, che ella

ha voluto avere, a mia preghiera, di leggere la mia

Moglie in Calzoni, e fare sopra la stessa quelle

osservazioni giudiziosissime, che ella mi trasmette,

delle quali parte mi è servita per emendar la me-

desima, ove era luogo alla correzione, parendomene

giusta la critica; e parte mi serve di motivo a di-

fenderla e giustificarla in quei luoghi, che, al giu-

dizio suo e di altri, appariscono difettosi, e che,

secondo me, ammettono difesa e giustificazione: la

qual cosa si farà da me con quella libertà litteraria

ch'elia mi permette, e di che il suo aoimo è tanto

giusto amatore.

Dirò dunque che la sua riflessione di aver io

mancato di ardimento, anche per la terza spezie di

commedie, nel carattere di Ciprigna, è una rifles-

sione ottima e giudiziosa: e l' assicuro che io pure

conosceva benissimo che, in dipingendo questo ca-

rattere, comecché di donna che si era usurpata ogni

autorità sopra del marito medesimo, conveniva toc-

care fatti e costumi più ovvj, e praticati giornal-

mente, per renderlo più plausibile ed accostante al

vero; ma il timore di far, anche involontariamente,

qualche ritratto troppo simigliante di persone, che

se ne sarebbero potute offendere, mi ha fatto at-

tenere alla caricatura, non cosi facile ad incontrarsi

nelle azioni famigliari e domestiche.

La sua disapprovazione al supposto, che si fa

nella scena quarta dell' atto primo, della real ces-

sione de' calzoni di Bonario alla moglie, per esser,

die' ella, questa una cerimonia fuori di uso, e me-

glio stato sarebbe farle dar le chiavi della casa e

degli scrigni, come altri han costumato in dimo-

strazione di autorità ceduta, non V ammetto intie-

ramente; anzi direi che per la sua particolarità e

stranezza, e perule circostanze del caso nostro, fosse

per esser più gustosa e plausibile; tanto più che

questa immagine è fondata sopra un fatto total-

mente simile, seguito in persona di un cavaliere

di naturai fièro e ardimentoso, il qulae, ritrovando

molte convenienze in un matrimonio con una ve-

dova dama, che per altro sapeva essere di carattere

altiero e soperchievole, e che colle sue oppressioni

e predominio aveva posto in disperazione il suo

primo marito, morto, si credette, per tal cagióne,

si servi la prima sera delle nozze di questo stra-

tagemma, del quale si fìnge si servisse Ciprigna con

Bonario, per intimorir con una tal risoluzione la

moglie, e renderla per sempre obbediente e soggetta.

La taccia d' inverisimilitudine data al fatto di

Raspa, allorché, nella scena X del medesimo primo

atto, manda le gioje all'orefice per Tanganetto,

goffo contadinello, è stata da me preveduta; e per-

ciò ho circostanziato talmente quella fidanza, che,

a mio credere, è renduta affatto verisimile. Primie-

ramente si pone il detto Raspa in molt' angustia

per la necessità di risolvere, o di portar le gioje

al mercante armeno, o di andare ad impedire V en-

trata di Clarice in monisterio, cose tutte due di

somma premura per lui, ed in quanto all'impor-

tanza della medesime, ed in quanto alla sollecitu-

dine. Stando egli in questa esitazione, sopraggiunge

Tanganetto; si fa nascere allora, e non premedita-

tamente, il pensiero in mente del padrone di man-

dar le gioje pel servo, affine di poter egli andare

ad impedir la detta entrata; si dà dimostrazione

ch'egli conosca la rozzezza si, ma insieme la fe-

deltà ed attenzione al servigio del medesimo servo:

dice che gli farà ben comprendere ciò che debba

fare: che l'Armeno è galantuomo, ed è solo nella

città: che ha parlato seco dell'affare. Inoltre si fa

che non palesi a Tanganetto ciò che sia nella sca-

tola, e questa se gli dia sigillata, con istruzioni e

cautele ben distinte, e con dimostrazioni assai in-

dividuali. Tali circostanze colle seguenti parole^

eh' ei proferisce nell' atto di rimovere ogni dub-

biezza : no, no, le gioje non si posson perdere, e

Clarice sarebbe perduta per sempre, pare a me

che tolgano ogni ombra d' inverisimilitudine.

La scena XVII e XVIII ( l ) dell'atto terzo non

sono punto superflue, come si dice: perché nella

XVII si mostra la passione di Bonario, per essere

stato trattato si malamente dalla moglie; il che fa

letto alla risoluzione da prendersi contro di essa;

e nella XVIII si narrano alcune cose necessarie a

sapersi da alcuni de' personaggi che vi sono, e vi

si dimostra esser tutti uniti in ciò che deve farsi

contro Ciprigna.

Accordo la lunghezza del terzo atto, non prò-,

porzionata agli altri due, ma non già quella di

tutta la commedia; poiché, non durando ella più

che tre ore di recita, non pare che in ciò sia di-

fettosa. La lunghezza in una commedia si attri-

buisce a difetto (quando questa non sia eccedente)

a cagione solamente del rincrescimento, che suol

nascere negli uditori per cose poco dilettevoli, di

maniera che una commedia, ancor di due ore sole

di rappresentazione, parrà lunga, e tedierà, se ella

sia disgustevole, o poco piacente. Al contrario poi

non ci rincrescerà la dimora ancor di quattr'ore

in un medesimo luogo, quando questa sia accom-

pagnata da diletto e piacevolezza. Una riprova di

ciò ne sono le nostre commedie del secolo XVI, 1

le quali si vedono quasi tutte eccedentemente lun-

ghe, e taluna di più di quattr'ore di durata'. Vero

è che io non giudico che il piacere di trattenersi

cosi lungo tempo nello stesso luogo procedesse sem-

pre, o totalmente, dalla vaghezza della commedia,

ma piuttosto dalla comodità di vedere o poter par-

lare a chi, fuori di tal congiuntura, non era per-

messo dal costume più ristretto e cautelato di quei

tempi, come par che possa dedursi da ciò, che si

legge nel fine del prologo della commedia degP In-

tronati, intitolata: d'Ingannati; ove dice, parlando

alle donne: Questi uomini se non avranno pia-

cere delle cose nostre, ci avranno da ringraziare,

che per quattr 9 ore almanco gli daremo comodità

di poter contemplare le vostre divine beitele. Dal

che si conosce che le commedie avevano quattr'ore

almanco di rappresentazione, e che non pertanto

gli ascoltanti non erano soliti lamentarsi di tal

lunghezza, a cagione del divertimento che in detto

tempo provavano, qualunque egli si fosse; perloché

resta provato ancora, che fa dimora di tre ore di

tempo in un istesso luogo, ove l'animo sia ben

divertito, non rincresce, e che una commedia, pur-

ché sia dilettevole, non può dirsi peccar di lun-

ghezza per la rappresentazione di tre ore di tempo,

o poco più. Confesso che questa regola non può

adattarsi generalmente a tutte le nazioni, poiché

ve ne sono alcune, che, pel fuoco loro naturale,

o pel òostume di esser sempre in moto' ed in

agitazione, non sono sofferenti di una quiete si

lunga ; ma non cosi è dell 7 italiana, e molto più

della spagnuola, che, per natura e per abito,

sono assuefatte a maggior sofferenza; alle quali,

pare a me, non son punto disdicevoli questi pre-

cetti. »

Il ristringimento poi e del tempo e degli attori,

e del picciol teatro, a cui sono stat' obbligato, in

componendo la presente commedia, che è servita

com' Ella sa, per un parti colar divertimento in cam-

pagna nel passato autunno, deve scusarmi, se per

essa non si vede tutta quella franchezza e libertà

poetica, che si ricercherebbe, ed averei voluto,' per

dar maggior fuoco e vaghezza a' caratteri, all'in-

treccio, alla scenatura ed alla decorazione medesima.

EU' avverta ancora che il parlar di Tanganetto v è

dialetto rusticale fiorentino, e non della plebe

della città.

Ciò che in queste mie riflessioni troverà Ella

discordante dal suo sentimeato, intendo correggerlo

e sottoporlo al giudizio suo purgati ssimo; e divo-

tamente le bacio le mani.

Di V. S. ILLUSTRISSIMA

Di villa 8 aprile 1728.

Divotissimo e obbligatissimo servitore

Jacopo Angelo Nelli.


LA MOGLIE IN CALZONI

commedia del Signor Dottore Jacopo Angelo Nelli

INTERLOCUTORI

CIPRIGNA, moglie m seconde nozze di Bonario.

BONARIO, vecchio.

VALERIO, 1 figli del primo letto

CLARICE, amante di Buonamico, ) di Bonario.

BUONAMICO, amante di Clarice.

RASPA, maestro di casa di Bonario.

TANGANETTO, contadinello fiorentino, servo di Raspa,

FIUTA,

VESPINA, Serva di Bonario

La scena si finge in Firenze.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Sala.

Bonario, e Valerio con abito da viaggio.

Val. Ho risoluto. (Esce con risoluzione, ed è ritenuto

da Bonario).

Bon. No, figliuol mio.

Val. Tutto tentate invano. In questo punto voglio partire.

Bon. E vorrai cosi abbandonar tuo padre?

Val. Non per abbandonar mio padre, ma per fuggir la

matrigna, ho destinato andarmene in lontani paesi.

Bon. Ma vedremo di porre qualche rimedio....

SCENA SECONDA

Clarice, Bonario e Valerio.

Clar. Signor padre....

Bon. Oh Clarice, sii pur benedetta, che siei venuta qui a

tempo per aiutarmi a levar di testa a Valerio la pazzia, che

ci si è fitta, di volersene andar fuori di casa e del paese.

Clar. Io, signor padre, son venuta per prender la sua be-

nedizione, prima di ritirarmi in convento, ove ho già disposto

le cose per esservi ricevuta.

Bori. Oh, com'a dire? Che novità' è questa! Tu ancora

vorrai. ...

Clar. Signor si. Ho determinato soffrir più tosto la clau-

sura di un monastero, che le stranezze della matrigna.

Bon. Ma la matrigna si farà far da madre, e cosi sarà

posto rimedio a tutto.

Val. Questo rimedio è impossibile, perciò la mia partenza

è inevitabile.

Clar. Ed il mio ritiro è sicuro, perché un male si perni-

cioso ed avanzato è senza rimedio.

Bon, a Clar. Dunque tu mi vuoi lasciare ? (A Valerio:)

E tu vuoi abbandonarmi? Ed io ho da restar cosi solo....

SCENA TERZA

Vespina, e poi Fiuta, e detti.

Vesp. Signor Bonario, se mai l'avessi fatto scandalizzare

in tutti questi mesi, che sono stata al suo servizio, glie ne

dimando perdono, e nel medesimo tempo le chiedo buona

licenza,

Bon. Come! ancor tu....

Fiu. Signor padrone, lo prego a darmi quel po' di salario

che avanzo, perché non voglio più stare al suo servizio.

Bon. Oh povero me! Tu, e tu, e tutti ve ne volete an-

dare? E questa casa se n'anderà ella ancora?

Fiu. Aspetti un poco V. S., che se n'anderà anch'essa,

giacché la aignora Ciprigna, vostra seconda moglie, ha co-

minciato a darle la balta.

Vesp. E perché io non ci voglio rimaner sotto, me ne

voglio andare adesso.

Bon. Ma che risoluzioni son queste vostre? Vi slete ac-

cordati tutti a volermi sotterrare?

Val. Anzi, perché viviate più quieto, ho risoluto partire.

Clar. Tale ancora è il mio sentimento, vedendo che dalla

mia dimora in casa prende ogni giorno più la signora madre

nuovi motivi d'inquietudini è di rancori.

Fiu. Ed io non mi vo' rompere ii collo con essa, ve'.

Fate bene, gli ha esser fatto male. Fate male, gli è fatto

male e peggio. Non si sa per qual verso pigliarla. *

Vesp. I diavoli non ci starebbero con questa signora Ar-

cigna. Credo che la pensi la notte a come inquietarci il

giorno.

Bon. Ma potreste avere un po'' di pazienza ancor voi, ve-

dendo quanta ce n'ho io.

Vesp. Oh voi bisogna che ci stiate, signor Bonario, e

che vi rasciughiate l'umidità, che avete fatta a letto (i).

Ma noi»...

Val. Questo è tutto il male, signor padre; l'aver avuto

ed aver tanta pazienza è cagione di tutti questi scandoli.

Bon. Ma ella dice che l'autorità in una casa....

Val. L'autorità in una casa deve stare appresso il capo

di essa, che siete voi; e non appresso di una donna sventata,

capricciosa, volubile, e. per dirla in una parola, senza punto

di giudizio.

SCENA QUARTA

Ciprigna e detti.

Cip. da parte. Bella combrìccola ! qui si dovrebbe parlar

di me. (Sta ascoltando.)

Fiu. A queste sue lodi avrei da aggiunger ancor io qual-

che cosare! la di più. Ma....

Vesp. Eh dillo pur, Fiuta, non ti peritare, no. Ma aspetta:

lo diro io per te. Chi ha visto mai una donna più vana, più

arrabbiata, più muffettina, più vendicativa di lei? Volevo

dire anche un po' civetta, ma non mi sono arrischiata.

Clar. La prudenza mi obt?lig' a tacere; ma.se io dovessi

parlare, potrei dir di belle cose.

Val. Qui non si finirebbe mai di raccontare le suescioc-

chezze ed i pessimi effetti dell'autorità, che si è usurpata;

perciò, signor padre, permettetemi che, senza perder più

tempo, me ne vada....

Bon. No, Valerio mio. (Lo ritiene. ) Non voglio in alcuna

maniera che tu parta. Dove vó' tu andare ora, nelle france

maremme? (i).

Clar. Date dunque licenza a me che entri nel monastero,

come ho destinato.

Bon. Né meno. Tu ancora devi restare; abbi un poMi

pazienza, e vedrai come rimedierò alle cose. 11 monastero ci

sarà anche di qui a un anno.

Vesp. Io poi non ci resterei, se mi copriste d'oro.

Fiu. Ed io se mi faceste imperadore.

Cip. entrando in mezzo con autorità e sussiego. Buon

viaggio a lor signori. (Restano tutti attoniti.)

Val. fa una profonda riverenza, e parte sen\a parlare.

Cla. le fa un grand' inchino, e- parte.

Vesp. fa lo stesso.

Fiu. anch' egli fa il medesimo.

Cip. a Bonario. Che commedia è questa, signor rime*

diator delle cose?

Bon. facendole ancor ei riverenza. Buon di a V. S. (Va

per partire, ed è ritenuto da Ciprigna.)

Cip. ironicamente. No, signor consorte mio, non voglio

in alcuna maniera ch'ella parta; eh dove vorrebb' ella an-

dare adesso? nelle france maremme?

*. Bon. Io ho da fare altrove. ( Vuol di nuovo partire.)

Cip. lo ritiene. Abbia un po' di pazienza, e vedrà come

rimedierò alle cose. Si vuol forse far monaca ancor lei? Il

monastero ci sarà anche di qui ad un anno.

Bon. facendo for\a di partire. Lasciatemi andare.

Cip. O se io la ricoprissi d'oro?

Boti, facendo la stessa f or ^a. Oh buono!

Cip. Ma se lo facessi imperadore, né meno farebbe grazia

di restare? (Lo lascia.)

Boti, da sé. Non vorrei che coloro partissero da vero.

( Vuol partire.)

Cip. V. S. non risponde? Venga qua.

Bori. Non ho tempo di badare a ciarle. ( Vuol partire di

nuovo.)

Cip. lo ripiglia con sdegno. O state a .sentir dunque

questo mio discorso, che non saran ciarle. Chi vi pensate

voi di essere in questa casa, che volete dar nuove regole e

riforme? E chi comanda qui, io, o voi?

Boti. Io ho creduto fin ora d* essere il vostro marito, e

come tale....

Cip. Voi siete stato e sarete sempre il marito della pa-

drona; e come tale, non dovete impacciarvi che del vostro

giubbone e delle vostre calze.

Bon. Oh, e de' miei calzoni?

Cip. Questi gli porto e gli porterò io, finché vivo. Non

bisognava che me gli aveste ceduti la prima sera, come me

gli cedeste, se gli volevate portar voi. Che se ne ha da fare

ogni giorno un nuovo contratto?

Bon. Ma io....

Cip. Ma voi non siete padron di nulla, ed a me tocca a

maneggiare e regolar le cose in questa casa, e non ad altri.

Bon. I miei figliuoli....

Cip. 1 vostri figliuoli staranno alla mia obbedienza, o se

Manderanno insieme colla cameriera ed il servitore, giacché

hanno voglia di andarsene. Si, se n' anderanno questo giorno,

né io voglio in casa tanti correttori ed esaminatori delle mie

operazioni.

Bon. Signora Ciprigna, di grazia, non vi alterate. Loro. . . .

Cip. Che non vi alterate? Ho sentito con questi miei

proprj orecchj in che maniera hanno parlato della mia per-

sona. Io non ce li voglio.

Bon. Supplichevole ginocchioni. Moglie mia cara, vi prego

per questa volta*... - '

Cip. Ora son la vostra moglie cara, ne 1 ? Andate, e se

niente niente mi state a stuzzicare, toccherà ancora a voi ad

uscir fuor di casa. (Parte.)

Bpn. aliandosi bel bello 'tutto confuso, guarda se è ve-

duto e sentito da Ciprigna. Oh diavolo, o versiera ! O po-

veri figliuoli 1 Povero Bonario! Povera casa mia! (Parte.)

SCENA QUINTA

Strada.

Valerio e Fiuta.

Val. E me lp assicuri per cosa certa?

Fiu. Oh buono! Che ve Io direi con tanta franchezza?

Val. Dimmi, come l'hai saputo?

Fiu. Jersera, prima d'andare a letto, mi venne voglia di

stare a usolare alla porta della camera di monsù Raspa,

maestro di casa, ove sentii gente.

Val. E chi vi era su quell'ora si tarda?

Fiu. La vostra amabilissima matrigna. Già io credetti che

fusse andata li colla scusa di riveder qualche conto, per poi

trattar d'altro, e non m'ingannai, perché intesi che i conti

si facevano sopra di voi e di vostra sorella.

Val. Questo furfante ha preso tropp' autorità in casa no-

stra, e troppa confidenza colla mia matrigna.

Fiu. Ogni astuto mugnajo tira l'acqua al suo mulino.

Egli è lesto e qualche cosa di peggio, onde si approfitta

della congiuntura.

Val. Se si contentasse di approfittarsi solamente negl'in-

teressi, ancora, ancora chiuderei gli occhi; ma troppe altre

cose io scorgo, che son cagione....

Fiu. Non dite più là, che io v'intendo. E la causa di ciò

eccola. Monsù Raspa comanda alla signora Ciprigna; la si-

gnora Ciprigna a vostro padre; e vostro padre a nissuno.

Val. Or bene; ed io per non impegnarmi a qualche strana

risoluzione, partirò con sollecitudine. Ma che conti facevan

eglino sopra di me e di mia sorella?

Fiu. Intesi che da loro si meditava fare un viaggio a Li-

vorno, ove, disposte ben le cose con un certo capitano fran-

cese, che ci è per far gente, senza vostra saputa, sareste poi

stato mandato a bordo della sua nave con qualche pretesto,

e li fatto arrestare, per mandarvi alla guerra, come vi dicevo.

Val. Si può dar malizia e perversità maggiore? E di mia

sorella che intendesti?

Fiu. Di Tei il discorso era già finito quando arrivai, e so-

lamente potei capire alla confusa che, se ella si fosse ostinata .

a quel matrimonio, 1' averebbon necessitata a farsi monaca.

Val E di che matrimonio parlavano?

Fiu. Questo poi non so. Ma mi suppongo del signor fìuo- '

riamico; giacché sanno qualche cosa de' loro amori.

Val. Or basti; mia sorella credo che avrà giudizio, ed io

non perderò tempo a partire, per togliermi da ogn' impegno

di far qualche grosso sproposito.

Fiu. Ma veramente volete lasciar libero il campo a costei

df rovinare affatto la vostra casa?

Val, Tant'è, il cielo ci porrà egli riparo. Tu, giacchi ti

sei offerto venir meco, va' prontamente a far venire i cavalli

dalla posta.

Fiu. lo sono all' ordine. Adesso vado.

Val. Aspetta. E meglio che venga ancor io; monteremo

a cavallo li, e passeremo da casa del signor Buonamico per

prender la mia valigia, che ho già là mandata.

Fiu. Ma a denari come si sta?

Val. Ne ho a sufficienza.

SCENA SESTA

Buonamico e detti.

Buon. Dove con si gran fretta ed in quest'abito, signor

Valerio? Si ha da far viaggio?

Val. Tale è la mia risoluzione.

Buon. E per dove, se è lecito? Non credo già per villa,

perché la valigia mandata da voi in mia casa, e I'. imbasciata

espostami, indicano un viaggio assai più lungo, e con del

mistero.

Val. La mia partenza, caro signor Buonamico, non è cer-

tamente per villa, ma per dove non saprei dirvelo.

Buon. Questo è ben strano. O chi vi muove a ciò fare?

Val. La disperazione.

Buon. Io m' immaginava di qualche cosa simile, attesa la

notizia che ho degli sconcerti di vostra casa, onde veniv' a

cercarvi, per offerirvi quell' ajuto e consiglio, che da me vi

si potesse prestare.

Val. Non meno poteva io aspettare dalla vostra amicizia,

e ve ne professo ben distinte le obbligazioni; ma ad altro

tempo riserverò le vostre grazie, non avendone io bisogno al

presente.

Fiu. O che sproposito! E quando ne volete aver maggior

bisogno che ora?

Buon. Amico, guardate di non vi lasciar sedurre dalla

passione. Inutile dopo il fatto riesce alle volte il pentimento;

apritemi liberamente il vostro cuore, e palesatemi le vostre

più particolari angustie. Può essere che vi si trovi qualche

rimedio.

Val. Che rimedio volete trovare al predominio di mia

matrigna, ed alla dabbenaggine di mio padre?

Fiu. La medicina io la saprei, ma sarebbe un pò 1 violenta.

Buon. No. Bisogna, per quanto è possibile, operar sempre

con mansuetudine e prudenza.

Val. Fin ora ciò non mi è giovato a nulla, e voi lo

sapete.

Buon. È vero, ma non perciò dovete stancarvi. II cielo

determina ben spesso il premio per lo nostra sofferenza ad

' un punto che noi crediamo impossibile o lontano, e che tal-

volta sarà probabile e vicinissimo.

- Val. Ma caspi te ra questa sofferenza alle volte ella scappa.

Tant'è, io non mi trovo provvisto di tanta virtù, da soffrir

più lungamente. Bisogna che io m'allontani dalla casa' e

dalla patria, per non mi trovare in necessità d'appigliarmi al

consiglio 'di Fiuta.

Buon. Né l'uno né l'altro dovete fare. Or non vedete

che qualunque di questi passi, che voi faceste, sarebbe la

total rovina vostra e della casa?

Fiu. Veramente il signor Buonamico non dice male.

Buon. La vostra presenza qui è necessarissima, se non

per altro, per tenere almeno in qualche soggezione la signora

Ciprigna.

Val. Io non saprei. Vada pur tutto in rovina, purché io

mi liberi da tante angustie ed inquietudini. Ho deliberato, e

voglio partire.

Buon. Ma a riflesso della signora Clarice, e mio, che sa-

pete che tanto amo, sarà possibile che non vi lasciate per-

suadere a cangiar risoluzione? (Qui Buonamico fa pausa, e

Valerio resta pensoso.) Lasciando lei cosi esposta ai capricci

della matrigna si poco prudente e punto amorevole, come

possiamo noi sperar buon esito pel matrimonio con essa, fra

voi e me di si buon animo concertato?

Val. Caro amico, mi do per vinto.

Fiu. Miracolo!

Buon. La vostra docilità mi obbliga al maggior segno.

Val. Ma vedete, bisogna che pensiamo di proposito a do-

mar l'alterigia di questa donna, ed a frastornar tutti i di-

segni che ella ha formati contro di me e di mia sorella.

Buon. Ciò si farà con ogni sollecitudine e premura; ma

che disegni ha ella formati contro di voi e della signora

Clarice ?

Val. Meglio che da me l' intenderete qui da Fiuta, che ne

ha sentito egli stesso il concertato.

Fiu. Oh io ve gli dirò a un puntino. Sentite. (Guarda

se è ascoltato.) Ma quella, che vedo passar per quella strada

e camminar tanto in fretta, non sarebbe già la signora Cla-

rice? E lei certo, e quell'altra è V espina.

Val. Non ci è dubbio. E ella senz'altro, che se ne va al

monastero, ove ha risoluto rinserrarsi.

Buon. Perché ciò ? Impediamole tal risoluzione. E se vi

piace, potremo ritirarci tutti in mia casa, per ivi stabilire ciò-

che convenga di fare.

Val. Ben volentieri. Intanto avremo l'onore di fere una

visita alla vostra signora madre non pera oche uscita di con-

valescenza.

Fiu. Si, ma se non ci sbrighiamo per raggiungerla, sarà

un lasciare i cani alla volpe che è intanata.

Val. Andiam pare. ,

Buon. Vi sieguo.

Fiu. Oh che gran zuppa! Almeno che la non si facesse

nel paniere.

SCENA SETTIMA

Bonario solo con agitazione.

O tapino me! la botta è ita. Se la son fatta, come ave-

van detto. Cerca di qua, cerca di là per la casa, non si trova

né Valerio, né Clarice, né il servitor, né la serva. E ora

dove darò io di capo per rintracciarli? Anderò al convento,

perché Clarice.... Ma chi sa qual convento sia questo, ove

ha detto d'entrare? È meglio ch'io vada alla posta per im-

pedire che Valerio.... Ma se egli è andato a pigliare i ca-

valli dal Fensi o da qualche altro, e che in questo mentre

se la batta ? Che farò ? dove anderò prima ? Uh i' mi sgraf-

fignerei il viso, mi strapperei i capelli e insino il naso dalla

disperazione. Oh che moglie! Oh che versiera! Se io po-

tessi.... Ma perché sto qui a cuocere il bu' (i), e non corro

alla (2) port'a S. Gallo, a S. Pier Gattolini, a S. Friano, a

S. Niccolò e alla port'al Prato? O sicuro egli è. per uscire

adesso a tutta posta da una di queste. Oh figli uol mio, va' più

adagio, aspettami, aspettami. (Parte infuriato, ed incontran-

dosi con Ciprigna, resta attonito).

SCENA OTTAVA

Ciprigna; roonsù Raspa e detto.

Cip. Molto infuriato, signor consorte! Che avete i bini

dietro ?

Boti. Di dietro Tei ho ...

Cip, Me, volevate dir, non è vero?

Bori. Chi dice questo? Pdico che ho bisogno.... (Vuol

partire, ed è sempre tenuto da Ciprigna ogni volta òhe lo

tenta.)

Cip, Questo bisogno non sarà poi tale, che vi pressi tanto,

da non poter restar due momenti colla vostra moglie»

Bon. Né due, né uno, né mezzo ci posso restare.

Cip. E si che ci resterete poi. Dovete riposarvi un poco;

non voglio che prendiate qualche scalmana.

Bon. — Oh meschino! ora Valerio.... — La riverisco, ci

rivedremo un'altra volta.

Cip. No, no, ho bisogno di voi adesso.

Bon, Serbate questo bisogno, perché io.... (Fa for\a

d? andare,)

Cip. con autorità. Olà! a chi parlo? (Bonario timido,)

Vorrei veder questa, che voi vi moveste!

Ras. Se la signora comanda, non ci è da replicare.

Cip. Signor si. Io comando, e voi dovete ubbidire.

Bon. con voce umile. Ma se avessi una necessità da do-

vermi muovre?

Cip. La necessità si fa aspettare.

Bon. Ma s'ella non potesse?

Ras. Quando la signora comanda una cosa, ogni vostra

necessità puzza d'impertinenza, se non vuole ubbidirle.

Bon, Eh, signor maestro di casa, potrebb' essére che puz-

zasse piuttosto....

Cip. Sappia di ciò che si voglia, voi per adesso dovete

restar qui, ed ascoltare i nostri discorsi.

Bon. Quanto sarann' eglino lunghi?

Cip. Quanto a noi parrà.

• Bon. — Io me ne ,vo in sudor freddo dalla pena. — ( Ci-

prigna parla basso con Raspa, il che osservandosi da Bo-

nario tenta andarsene ascosamente, ma veduto da Ciprigna

lo ritiene con sdegno.)

Cip. Come? ed avete ardire....

Bon. Oh io credevo che aveste già finiti i discorsi.

Ras. Finiti, quando si hanno ancor da principiare! Non

sarebbe poco che fosser finiti per un'ora.

Bon. con voce timida. Un'ora?

Cip. Un' ora, e due, e tre, se vorremo.

Bon. Sia fatta la vostra volontà. Principiamogli dunque.

Che cosa ho io da ascoltare?

Ras. Dovete ascoltare gli ordini della signora, ed esser

cieco in eseguirli.

Bon. — Eh io vorrei esser cieco e sordo da vero, ch'i' non

vedrei, né sentirei.... —

Cip. lo tira per un braccio. Sentite dunque. K vostri

figliuoli primieramente devono contare in questa casa, come

se, non ci fossero.

Bon. Oh, e' conteranno come voi dite, sicuro, perch' e' son

costi che covano.

Cip. Come?

Bon. Come, eh' e' non ci son più.

Ras. Non ci son più?

Bon. Signor no, non ci son più, perché son fuggiti. ( Vuol

partire, e Ciprigna lo f attiene.)

Cip. Venite qua. Che dite? Valerio e Clarice sono an-

dati via?

Bon. quasi piangendo. Oh, e' sono andati loro.

Cip. verso Raspa. Tanto meglio.

Boti. Tanto peggio.

Cip. a Raspa. Ora si viverà più quieti.

Ras. Voi non capite che voglia dire esser fuggiti fuori di

casa, e particolarmente Clarice.

Cip. Vuol dire che saranno tenuti per strani 0(1) capric-

ciosi. ( Mentre Ciprigna e Raspa parlano fra di loro, Bo-

nario a poco a poco si ritira ascosamente, e poi fugge.)

Ras. Che questa taccia non cada sopra di voi.

Cip. Io me ne rido; anzi vorrei che fosser partiti anche

di Firenze. Dite, son eglino.... f*Si volta per interrogar Bo-

nario.) Ma egli se n'è andato. Per questa volta ci ha bur-

lato ambedue. Ma non son la padrona, se non me la fo

pagare.

Ras. La padrona, a quel ch'io vedo, non siete per anco

arrivata ad esserla bene bene.

Cip. Son però arrivata a tanto, che posso servir d'esem-

plare a tutte le mogli del paese. Basta che voi rqi reggiate.

Ras. Voi sapete con che premura io V abbia fatto fin ora,

e di quanto si sia accresciuta la vostra autorità in questa

casa, dopo che ci son io. Vuol esser però che siamo d 7 ac-

cordo, e che facciate conto de' miei consigli, che saranno,

come pel passato, a voi sempre vantaggiosi.

Cip. Io ben lo conosco, e ve ne sono obligata; ontle se-

guiterò ciò che mi consiglierete, specialmente sul particolare

de 1 miei figliastri.

Ras. I vostri figliastri temo che ci voglian dar molto

da fare!

Cip. Se son fuori del paese, che abbiam da temere? Se

poi non lo sono, tanto e tanto non mi dan soggezione.

Ras. Non dite cosi. Valerio è giovane risoluto, ed ha

degli amici per la città, che posson molto. Fra gli altri Buo-

namico, il cascamorto di Clarice, il quale ha del credito alla

corte, e se l'intende ben co' ministri.

Cip. Che ci può fare?

Ras. Molto di male, vedete, se noi non avremo dell 1 ac-

cortezza in fare apparire il bianco per nero, e far lavorar

bene le nostre macchine.

Cip. Or io non mi perdo cosi facilmente d' animo. Son,

donna; vuol dire che mi son lecite molte cose, e la lingua

non mi. morirà in bocca.

Ras. Dite bene. L/ esser donna è di un gran vantaggio,

particolarmente quando si sa parlare e fìngere, inventar fal-

sità con apparenza di vero, e far valere i privilegj del sesso.

Cip. Oh, oh, l'hanno a far meco. Ma pensiamo un poco

alla gita di Livorno.

Ras. Se Valerio è partito, questa sarà svanita.

Cip. Come svanita?

SCENA NONA

Fiuta a parte, e detti.

Ras. Signora si, perché non dovendosi far questo viaggio

che al solo fine di metter Valerio nella rete, come si era

concertato, or che egli non ci è, sarebbe inutile.

Cip. Si in quanto a questo negozio, ma non in quanto al

mio gonio.

Ras. Il vostro genio bisognerà che abbia pazienza; non

compie lasciar la casa negl' imbarazzi, ne'quali sono per porla

i vostri figliastri.

Cip. Che mi hanno da tener essi in soggezione? Tant'é,

ho determinato veder Livorno, e Io voglio vedere.

Ras. — Separarmi da lei non lo vuol la politica de 1 miei

interessi, e andar senza Clarice non lo può soffrire il mio

amore. —

Cip. Che state pensando, che non mi rispondete?

Ras. Pensava che ci è un impedimento ancor maggiore.

Cip. E qual è?

Ras. Che io non posso venire.

Cip. La ragione?

Ras. La ragione è che non posso.

Cip. Oh a questo si rimedia facilmente. Anderò senza

di voi.

Ras. Senza di me ?

Cip. Perché no?

Ras. Voi andar senza di me?

Cip. Signor si.

Ras. Ho paura che burliate!

Cip. Dico da senno.

Ras. E come regolarvi in molte contingenze? E poi il

decoro.... Basta, questa non è cosa fattibile.

Cip. Ed io la trovo fattibilissima.

Ras. Ma questo non è un andar d'accordo, e seguitare i

miei consigli, come diceste.

Cip. Intesi di quei, che risguardano gli affari della casa,

e non di quelli, che si oppongono alla mia autorità ed al mio

genio, che voi dovete sostenere e secondare in tutte le con-

giunture.

Ras. — Non mi compie disgustarla; perciò metterò in

campo l'autorità di Bonario. —

Cip. Voi ancora sta t'esitando?

Ras. Eh io, in quanto a me, non ' ci replico, ma vostro

marito, vedrete che ci averà ben della difficolta.

Cip. Mio marito? eh, eh.... di lui me ne rido. ( Via.)

Fiu. — Manco male, il tempo si rabbrusca. —

Ras. — Bisogna che sia indiavolata bene di veder questo

Livorno, mentre si oppone cosi fuor del solito al mio vo-

lere; ma so ben per qual verso pigliarla. — ( Via. )

Fiu. O questo è di nido (1) ! È stato il Cielo, che mi ha

fatto passar di qui, perché io sia informato delle cose, acciò

possa servir bene i miei padroncini; ma, prima di ordir la

tela, mi convien vedere che capo averà la matasaa di u*> che

ho inteso. Come potrò io fare a entrare in casa per sa-

pere.... (Pensa.)

SCENA DECIMA

Bonàrio e detto.

Bon. Da S. Gallo non v' è passato, chi sa che non sia....

(Non conosce Fiuta.) Galantuomo, averesti voi visto....

(Fiuta si volta.) Oh sei tu Fiuta? Dimmi, Valerio è par-

tito? È anche in Firenze? Da che porta è passato? Dov'è?

Dimmelo presto. 'Non mi rispondi? (Dice tutto con pre-

sterà. )

Fiu. risponde nella stessa maniera. Io son io; Valerio è

partito; è anche in Firenze; dalla porta di casa; e in tasca

non ce l'ho.

Bon Ma che modo di rispondere è il tuo?

Fiu. Ma che modo d'interrogare è il vostro?

Bon. Tu rispondi tanto confusamente, ch'io non t'intendo.

Fiu. E voi mi domandate le cose tanto impicciatamente,

che non so quel che vi vogliate dire.

Bon. Io ti dimandavo se il mio Valerio era andato via.

Fiu. Ed io vi rispondo che di casa vostra è partito.

Bon. Eh questo lo so da me. Dico di Firenze io.

Fiu. Ed io rispondo: di Firenze, signor no.

Bon. Ah, tu m' hai rimesso il flato in corpo. Dimmi dun-

que, dove si trova?

Fiu. Egli presentemente dovrebbe essere.... .

Bon» E della Clarice ne sai nulla? È ella in convento

o dove?

Fiu. Signor padrone, vuol ella ch'io le risponda a tuono?

Bon. Sicuro, questo voglio.

Fiu. La mi domandi dunque una cosa fcer volta; perché

io non ho cento lingue da rispondere a cento cose a un fiato.

Bon. Compatiscimi. Il desiderio di saper nuova de' miei

figliuoli mi fa esser cosi pronto.

Fin. I vostri figliuoli per ora sono in Firenze, ed in una

casa, che stanno meglio che nella vostra.

Bon. Oh sia ringraziato il Cielo. E in casa di chi?

Più. Del signore Buonamico.

Bon. Manco male, sono in buone mani, via. Egli è un

galantuomo.

Fiu. E di che sorta ! Ma con tutto che gli abbia ricevuti vo-

lentieri e gli faccia cortesie, unto son risoluti d' andarsene dì

Firenze. La signora Clarice, essendo d'accordo ancor essa...»

Bon. Oh no, Fiuta mio, di grazia andiamo adesso ad im-

pedirglielo. Tu m'hai dato una coltellata.

Fiu. da sé. — Ora è il tempo. — Vedete, signor Bonario, ■

ogni tentativo che si uccia è gettato. Son troppo risoluti

di' andar via.

Bon. Oh! Come si potrebbe egli fare? Mi sento morire

dall'afflizione.

Fiu. Io veramente il modo per fermarli lo saprei, ma...*

Bon. Dillo su, che tu sii benedetto; qua! è?

Fiu. È impossibile potersi mettere in opera.

Bon. Dillo, che forse non sarà.

Fiu. Che occorre che io perda questo fiato, se tanto e

tanto sarà come se non l'avessi detto?

Bon. Ma dillo uria volta in tanta malora. Tu mi tieni sulla

eorda con pene di morte.

Fiu. Lo sposar la signora Clarice al signore Buonamico.

Ora eccolo detto. Vi par che questa sia cosa fattibile?

Bon. O perché no? fattibile, fattibilissima, ed io glie

V imprometto.

Fiu. ride affettatamente. Ah, ah, ah, ah.

Bon. Tu te la ridi?

Fiu. Signor si, vedete.

Bon. Oh perché?

Fiu. Perché la vostra promessa vai poco. La signora Ci-

prigna è quella che conta in casa vostra.

Bon. Ed io voglio far questo matrimonio, quando non

tese per altro, che per urla dare al diavolo.

Fiu. Ma vi riuscirà egli?

Bori. Oh, non è ella mia figliuola?

Fiu. Questo lo voglio credere; ma non basta. L'autorità,

che avevate sopra di essa e delle cose vostre, l'avete per-

duta, lasciando portare S calzoni a lei, che è una vergogna a

sentirsi dire.

Bori, Ma che ci faresti, Fiuta mio? Se la prima sera ch'io

la presi, quand' i' mi fui cavat' i calzoni per andare a letto,

la gli messe nel mezzo della camera, serrò V uscio a chiave,

si cavò di sotto due pezzi di bastone, me ne fece pigliar uno

a me, senza saper ciò che volesse fare, tenendo l'altro in

mano lei, e poi mi disse: Ora, marito mio, questi calzoni

hanno da esser portati da uno di noi solamente, e quello

gli porterà, che gli vincerà a forza di bastonate, quando non

me gli vogliate cedere amichevolmente.

Fiu. E voi allora, alzato il bastone, cominciaste a me-

nare alla peggio, e lei più forte di voi, e gli perdeste, eh?

Boti. Oh ti pare, Fiuta,, che quello fusse il tempo per

me di fare alle bastonate? Io glie li cedetti alla buona pel

meglio, e perché....

Fiu. Oh il mio buon uomo, perdonatemi se ve lo dico.

Bon. Tu di' il vero, e di poi m'accorsi ch'io lo fui, per-

ché dice che in quelli sta l'autorità della casa e di tutto il

maneggio. Ma dimmi, non si potrebb'egli procurar di ripi-

gliarglieli?

Fiu. A forza di bastonate. A me mi darebbe l'animo.

Bon. Eh, non dico cosi io.

Fiu. Oh che credereste di fare un peccato a bastonar una

moglie si diavola? Anzi ho inteso dire che ce ne son di

quelle, che se ne pregiano di essere state bastonate dal

marito.

Bon. Le non saranno di questi paesi.

Fiu. Come no! Conoscete voi la signora Lisciarda Vec-

chiardelli?

Bon. Pia conosco.

Fiu. Or cotesta andava mostrando anche a chi non se

ne curava certi lividi fattigli dal marito più giovane di lei di

venticinque anni, come sapete ch'egli è.

Bori. Ma bisogna eh 1 ella sia pazza a spopolarsi (i) cosi.

Fiu. Che spopolarsi? Ella lo faceva per sua gloria.

Bon. Oh ve 1 che gloria! Fammi veder questa.

Fiu. Gloria, signor si, perché diceva che il marito le

aveva dato per gelosia di un bel giovane, e pretendeva cosi

di spacciarsi ancor desiderabile e fresca, benché ella si tenga

su la pelle con cent' acque stillate e chiare d'uova.

Bon. Or tal sia di lei. Questi discorsi non fanno per me,

né pe' miei figliuoli. Ritorniamo un po' a loro. Tu credi dun-

que che facendo questo matrimonio sarebber tutti contenti, •

e non cercherebbero più d'andar via?

Fiu. Senza dubbio.

Bon. Il negozio dunque è fatto. Andiamo a trovarli.

Fiu. Ora non è tempo; ritiriamoci prima nelle vostre

stanze per discorrerla meglio.

Bon. Come tu vuoi.

Fiu. da se. Cosi entrerò in casa, per fiutar meglio le cose.

SCENA UNDECIMA

Valerio, Buonamico e Vespina.

Val. Egli è un furfante, e me la pagherà.

Buo, Flemma, signor Valerio. Non vi lasciate vincere

dalla collera.

Vesp. Oh il mio padroncino poi piglia fuoco per poco

ve 9 lui. Nulla, nulla che gli vada a traverso, subito, pù, pù,

pù. Addio girandole. Chi sa che il povero Fiuta....

Buon. Si, chi sa che egli non abbia avuto impedimento

tale, da non poter ritornare con tutta la sollecitudine?

Val. Non lo vogliate scusare, perché già so il suo natu-

rale. Egli non esce di casa, che non entri in venticinque bot-

teghe di barbieri; rifrusta tutti i caffè, e vuol fiutar quanti

cappannelli vede per strada.

Vesp. Ha giudizio, non vuol ismentire il suo nome.

Buon. Ma come credete che facciano gli altri servitori?

Val. Ma intanto non si fa il servizio del padrone. Voi sa-

pete pure con quanta premura gli ho ordinato di andare con

buona maniera ad intendere che effetto aveva fatto in casa

di mio padre la nostra partenza, e ritornare immediatamente

a ragguagliarmene, acciò potessimo pigliar le nostre misure

per ciò che si ha da fare.

Buon. Bene, ma per far un simil negozio, bisogna tal-

volta più tempo, che un non si supponeva.

Val. Ma son già qua tu*' ore che è partito.

'Vesp. Dico dieci iot Signor Valerio, il vostro pensiero

vola, ed il povero Fiuta camina a piedi.

Val. E tu fai più parole che* non ti si conviene.

Buon. Sentite, signor Valerio: niuno è senza qualche di-

fetto, e la servitù non senza molti; perciò quando si trova

che abbiano qualità buone nelle cose della maggiore impor-

tanza, conviene chiudere gli occhi ali 1 altre, "per non far peg-

gio. Fiuta per altro è buon servizio.

Vesp. Se lo è? Si mette infin a cavarmi le scarpe a me

il poveraccio.

Buon., Ed ha per voi e per vostra sorella un grande affetto.

Val. Non posso negarlo.

Vesp. Odia a morte la vostra matrigna, che non è poco,

e vorrebbe vedere impiccato monsù Raspa, con quel contadi-

nello del suo garzone.

Buon, Or, giacché siamo su questo particolare del mae-

stro di casa, lasciamo Fiuta, e parliamo di lui.

Vesp. O ci siam per un pezzo, se si ha da dir quel che

se ne sa. *

Buon. A me basta solamente di essere informato, oltre a

quel che me ne avete detto, di alcune particolarità neces-

sarie pel nostro fine.

Val. E quali son elleno?

Buon. Di dove, e chi egli sia, e come s'introducesse in

Tostra casa?

Val. Del suo paese e nascita non se ne sa nulla.

Vesp. Oh di birbi, vedete, sarà ; perché in casa ci venne

cencioso bene, e presto presto si rivesti come un cavalier

francese, che è la ragione perché fra noi lo chiamiamo

monsù Raspa.

Buon. Cattivo preludio. Ma, e in casa chi ve l'introdusse?

Val. Il capriccio, per non dire il genio, di mia matrigna.

Vesp. E quante diavolerie ci fumo anche allotta fra lei

ed il signor Bonario, che non ce laverebbe voluto! Emi ri-

cordo che quella sera era tanto indiavolata, che volle dormir

tre camere lontana a quella del padrone. *

Buon. E quel suo garzone che figura ci fa?

Vesp. Di mangiapane e di servitore del signor monsù te-

soriere maggiore: che mi burla?

Val. Ora, signor Buonamico, volete saper altro? perché

mi par che V ora si avanzi per condur Vesp ina ove si è de-

terminato.

Buon. No, tanto mi basta. Ora tu, Vespina, hai pur inteso

bene ciò che devi fare?

Vesp. Oh, che credete eh' io sia come ser Stolido, che la

prima sera delle nozze non si ricordava più d'aver moglie?

Non volete ch'io mi ricordi bene di tutta la lezione, se vi

ho proposto il negozio io ? Sentite se la so. Io mi ho da vestir

da Armeno mercante di gioje, per poi andar cosi travestita

dalla signora Arcigna....

Buon. Signora Ciprigna vuoi dire.

Vesp. E tutt'una. Per andar dunque da lei, a fine di le-

varle di mano, con pretesto di comprarle, quelle belle gioje,

che eran parte di dote della b. m. della vostra signora madre,

signor Valerio, ed in conseguenza vostre, e che la detta vo-

stra matrigna si è usurpate, e che vuol vendere. Non è cosi ?

Val. Cosi per appunto., le quali ho destinate per dote a

Clarice.

Vesp. E perché io mi rimetta un po' sul cinguettar al-

l'armena (giacché, quando stavo in Livorno con uno di co-

storo, la sapevo contraffare a perfezione ) mi volete condurre

a scuola da quel mercante armeno, che sta dal Ponte vec-

chio, con finzione d'andar li per contrattar qualche cosa.

Buon. Tu sei una ragazza di spirito, e spero riuscirai a

maraviglia nella tua opera.

Vesp. In altre* ancora mi darebbe l'animo di riuscir be-

none, se fussi sperimentata.

Val. Non perdiana più tempo, ed al nostro ritorno do-

vremmo trovar quel briccon del servitore a casa. (Parie,)

Buon. Andiam pure. (Par te. )

Vesp. Già mi par di sentirmi nascer la barba al mento,

e» crescermi attorno le brachesse all'armena. Bisogna che io

pensi a qualche bel nome da pormi. (Pensa.) Sta'... l'ho

trovato. Diarbec. ( Via.)

SCENA DUODECIMA

Raspa, e poi Tanganetto contadino.

Ras. Ciprigna per mio consiglio si è disposta a vender

quelle gioje, che erano dell'altra moglie di suo marito, e me

ne presi, giorni sono, io l'assunto. L'armeno, a cui ne ho

parlato, è galantuomo, e mi ha promesso farle vedere ad un

forastiero, che ne va in cerca, caso che non voglia applicar

egli a questa compra. Se il negozio riesce, il mio guadagno

non ha da esser di meno che della metà. Mi bisogna andar

da questo mercante, ma dall'altra parte troppo mi preme

adoperarmi a far ritornare in casa Clarice. Non vorrei.... Ma

sta' 1 Ecco qua il mio servitore, potrò mandarle per lui, per-

ché è fidato, e gli darò bene ad intender la cosa. Ma no, è

meglio ch'io vada da per me. Ma se la mia Clarice.... No,

no: le gioje non si posson perdere, e Clarice sarebbe per-

duta per sempre. (Chiama Tanganetto.) Tanganetto, Tan-

ganetto ?

Tang. Oh buon di a liei, signoria.

Ras. Vien'qua, ascolta. Già tu hai visto più volte il Ponte

Vecchio.

Tang. Ser no più voilte, V l'ho vist' una oilta sola, che

ghi era a senti canta 1 quii maggio, dove vo'mi menasti,

ch'enduro tanto.

Ras. Come a sentir cantar maggio?

Tang. Ser si, PaiUra sera in quella stanzona bella, dove

sionaano ghi zufoli e tanti liolini, e che ora venfa un mag-

giajolo a cantare, ora un ailtro, e po' se n' andaano, e poi

rieniano, e che uno voilse ammazzar i compagno, e una

maggiajola lo ritenne piagnendo, e cantando anche liei.

Ras. Oh scimunito ! Quella era una commedia in musica,

e non un maggio.

Tang. Basta i'io'eddi allotta ch'eghi er'accant'a mene.

Ras. Chi era accanto a te?

Tang. Quii.... come v'ate detto. s

Ras. Il Ponte Vecchio! O balordo che sei!

Tang. Pnon son balordo, s'i'lo senti 1 chiamar a più d'uno

signor conte Ecchi.

Ras. lo dico ponte, e non conte.

Tang. Oh i' credeo che e'fussi tutt'una.

Ras. Il Ponte Vecchio è quella strada sopr'Arno, ove

sono tante botteghe....

Tang. Che hanno quelle cassette di 'etro?

Ras. Si.

Tang. Oh cotesto eh' è costie, lo so; Pei so' stato più

voilte.

Ras. Or costi nella terza bottega a man mane 9 a andare

in là vi troverai un mercante armeno.

Tang. Oh chi è eghi questo mercante armeno?

Ras. Questo è uno che compra e vende delle gioje; un

uomo, che ha una gran barba, un berrettone in capo, una.

veste lunga di colore legata con una fascia in cintola, ed

un'altra sopra aperta.

Tang, E quand'io l'ho troato?

Ras. Gli hai da dimandar se è quel mercante, che ha

parlato meco questa mattina; egli ti dirà di si, ed allora gli

darai questa scatola, ( Gli dà la scatola. ) che è sigillata, di-

cendoli che ci è dentro quel negozio che egli sa, e che que-

sta sera o dimattina sarò da lui. Ma bada bene di non la

dare ad altri.

Tang. Ma e' sarà pur lui quello, non vorre'pighiar erro.

Ras. Non puoi sbagliare, perché de' mercanti vestiti come

lui, e che parlin com' egli parla, non ce n' è altri in tutta

Firenze.

Tang. Oh come parPeghi?

Ras. Non parla come noi.

Tang, Oh perchè non parPeghi come noi?

Ras. Perché è armeno.

Tang. F non lo 'ntenderò donche.

Ras. L'intenderai, l'intenderai. Va, e sbrigati, e sopra

tutto guarda di non perder la scatola, e di non la dare ad

altri; e se non ci russe, aspettalo.

Tang. Ser si. ( Via. )

SCENA DEC1MATERZA

Bonario e Fiuta.

Bon. Si farà, si farà questo matrimonio, e mia moglie bi-

sognerà che abbia pazienza.

Fiu. E se s'intesta di no?

Bon. E io m'intesterò di si.

Fiu. Ella farà il diavolo a quattro, e voi. ..

"Bòa. Ed io Io farò a sei.

Fiu. Bene, ma se ella vi volta il viso davvero, e vi dice

che non vuol queste teste dure per la casa?

Bon. Io le volterò il sedere, e le dirò che, se ho la testa

dura, me l'ha fatta indurir lei.

Fiu. O buono, cosi dovete fare, e star forte; perché, come

ho detto, con certa razza di donne bisogna farglisi avanti,

appuntar i piedi, e scaponirle.

Boti. Appunterò anche il capo.

Fiu. Cosi mi piacete. Questa superbetta bisogna domarla.

Bon. Se la domerò! Quando la fusse ancor più sfrenata

del cavallo di Troia, la metterò sotto, e terrò in briglia.

Fiu. Oh che bella prova, se vi riesce; al vostro esempio

chi sa quanti mariti babbei si riscatteranno dalla schiavitù

della moglie!

Bon. Vorrei- eh 7 ella venisse adesso, ed alla tua presenza

le vorrei far vedere che cosa sa fare un marito, quando gli

si solleva la bile. Le vorrei andare ini contro colle braccia al

fianco. ( Va incontro la scena in tal positura, e vedendo

venir Ciprigna, avvilito si volta a' Fiuta, dicendogli:)

Bon. Fiuta, vattene.

Fiu. Oh perché !

Bon. Perché si. Vattene presto.

Fiu. Ma che ci è di nuovo?

Bon. Eccola. che viene. La voglio a solo, a solo, perché.:. •

Vattene dico, vattene.

.Ftu. Ricordatevi che quando al marito gli* si solleva la

bile....

Bon. Ho inteso. Va 7 via in mal* ora, va' via.

Fiu. La scena non vuol esser brutta. Se mi riesce, 6tarò

ascoltando ìa disparte. (Si nasconde.}

SCENA DECIMAQUARTA

Ciprigna e Bonario.

' Cip. accennando colla mano a Bonario. Venite, un po' qua,

il mio galantuomo.

Bon. andando verso Ciprigna con viso affrettatamente ri*

dente, e intimorito. Buon di a V. S.

Cip. Chi era colui, col quale adesso discorrevi?

Boti, Quello era, era.... Egli è venuto qui, i' ci ero, e se

n'è andato.

Cip. L'ho veduto che se n'è andato; ma che affari ave-

vate voi seco?

Bori. Oh niente.

Cip. Come niente?

Boti. Signora no.

Cip. E ancora.... {Risentitamente.)

Bon. Signora si, signora si.

Cip. Voglio sapere che negozj avevate seco, dico.

Bon. Negozj! Io non.... Ecco: egli mi ha dimandato se

ero io il padrone di questa casa, perché ha trovato aperto,

è entrato dentro, e non ci ha veduto un becco. Io gli ho ri-

sposto che non facevo la spia, e l'ho mandato a cercar dei

becchi e de' padroni altrove.

Cip. Come? ed avete tanto ardire di dir bugfe? (Com-

parisce Fiuta non veduto, in atto di ascoltare i loro di-

scorsi, e fa gesti muti a proposito di ciò che ascolta). Vol-

tatevi in qua: guardatemi in viso; ancora non avete impa-

rato a conoscermi bene?

Bon. Eh, signora si. Io vi conosco pur troppo. — E so,

pe' me' peccati, quanto tu pesi. —

Cip. Che mi andate dunque vendendo frottole? QueHo

che parlava con voi mi è pur parso Fiuta, stato servitor

di casa; dico stato, perché qui non ci metterà più piede.

Bon. Fiuta è costi appunto. Egli adesso sarà lontan le

miglia, che se n'è andato via per le poste co' me' figliuoli.

( Neil' accennar alla scena si volta, e vede Fiuta^ che gli fa

segno di coraggio. )

Cip. Eh, i vostri figliuoli non sono tanto lontani, no, a

quel che ho saputo; ma ancor essi non occorre che pensino

di ritornar più in casa.

Bon. E chi ci pensa ? ( Bonario si volta verso Fiuta y che

lo sgrida co' gesti. )

Cip. Fate bene a non ci pensare, perché sarebbe tut-

t' una.

Boti. Ma la legge però dice che i figliuoli non si possono

mandar via, e che....

Cip. Cotesta legge è un'ignorante.

Bon. Ma pure ho inteso dire che Bartolo e Baldo di-

cono ....

Cip. Bartolo e Baldo devono star quieti, quando parlo io.

Bon. Ma se loro....

Cip. Ma se io la voglio cosi, m'intendete?

Bon. Oh povero me !

Cip. Povero voi? E di che vi lamentate? A vereste a rin-

graziare il Cielo, che vi ha dato una moglie, che si addossa

tutto sopra di sé il peso della casa. ( Fiuta accenna a

Bonario. )

Bon. Se vi paresse troppo....

Cip. Che la sostiene colle sue attenzioni e vigilanza; e che

non è come tante, che non pensano ad altro che a divertirsi

e spendere senza misura in vesti ed altre gale da donne, e

la mandano cosi in rovina.

Bon. Oh, i'avrei caro che voi vi divertiste un po' più, e

spendeste davvantaggio in gonnelle, e lasciaste portare un

poco anche a me e' me 1 calzoni.

Cip. Come? Avreste dunque più caro che io ricevessi in

in cks' ad ogni ora ogni sorta di conversazione....

Bon. Madonna si.

Cip. Me ne uscissi e di notte e di giorno, per andare a 1 di-

vertimenti, senza farvene saper nulla

Bon. Madonna si.

Cip. Far oggi un ritrovato in campagna in buona com-

pagnia; dimani un altro in città con giovanetti di genio?

Bon. Madonna si.

Cip. E far viaggi a capriccio con persone di bel tempo?,

Bon. Madonna si, madonna si; giacché tutte queste cose le

fate ad ogni modo, e i miei calzoni....

Cip. Con codesti vostri calzoni m'avete rotto il capo, ed

ora per sempre vi dico che, se più me ne parlerete, vi darò

questi calzoni nella bocca. (Con voce alta.)

SCENA DECIMAQUINTA

Raspa e detti.

Ras. Olà, olà, che rumore è questo ? ( a Bonario ). Voi

fate più fracasso in questa casa di quel che non farebbe la

signora. Che vergogna, che un marito abbia sempre da gridar

la moglie in questa forma?

Boti. Io ? Mi maraviglio.

Ras. Me ne maraviglio ancor io; perché le mogli vanno

trattate con piacevolezza ed amore, come compagne, e non

con strapazzo, come serve e schiave da catena.

Cip. Che non si crede ss' egli di volermi fare P uomo ad-

dosso, e trattarmi da servicciuola e sguattera di cucina.

Ras. Signor Bonario, siete fuor di strada; ed un uomo,

come voi....

Bon. Un uomo come me sarà sempre.... L'ho avuto a

dire. Se Tè* lei quella....

Ras. Ma che non mi credete capace di farvi ragione, senza

6tare a strepitare? Quali sono i motivi (A Bonario.) delle

vostre differenze?

Boti. Oh e' son tanti. Ma in quest' ultimo si diceva di gale

e di divertimenti da prendersi senza saputa del marito....

Ras. Avete il torto.

Bon. Di fare e disfare a suo modo ogni cosa....

Ras. Ancor qui avete il torto.

Bon. Dì aver ella tutto il peso della casa....

Ras. Il torto, signor Bonario, il torto.

Bon. Oh quando mi farete voi dunque aver ragione?

Ras. Seguitate, seguitate pure.

Bon. Di non rivoler i miei figliuoli in casa.

Ras. Qui poi bisogna parlar con distinzione.

Cip. Vedete che pretensione temeraria egli averebbe?

Voler rimettere in casa quei scimunitelli a dispetto mio!

Ras. Ei non ha tutti i torti, no; non vi alterate.

Cip. Come? Che io abbia da vedermi di nuovo intorno

quelP impertinente correttor di Valerio?

Rasp. Signora no.

Cip. Dunque Clarice....

Rasp. Signora si, Valerio è ben che stia fuori, e Clarice

ritorni in casa.

Cip. Che quella saputella ritorni?

Bon. Che il mio Valerio stia fuori?

Rasp.*Di che vi lamentate? Nessun di voi ne ha occa-

sione. (A Ciprigna: ) Voi non ce ne vorreste alcuno. (A Bo-

nario: ) E Voi ce li vorreste tutti e due. Se una torna e l'al-

tro no, mi par che possiate contentarvi ambidue.

Cip. Come, io contenta, quando mi si accorda la metà

solamente di quel che io voglio?

Fiu. a parte. Già. Le donne non si contentano mai a

metà.

Rasp. ritirando a parte Ciprigna. Signora, voi non capite

ben la cosa. Non è politica tenerli fuori tutti e due; primie-

ramente non sta bene che una fanciulla stia fuori di casa

del padre.

Cip. Che importa a me di questa fanciulla? Che l'ho

fatta io, che le abbia a far la guardia ?

Bon. a parte con Fiuta. Ma che posso fare ? hai pur sen-

tito che le ho detto le mie sillabe.

Fiu. Sono state sillabe, che non han concluso però una

parola di risoluzione.

Rasp. a Ciprigna a pa.rte. E pei non considerate che, non

rimettendo in casa Clarice, sarà creduto che tutto il male

venga da voi, né vi potrete far forte sulla stravaganza di

Valerio ?

Cip. Cosi farò conoscer meglio che la padrona son io.

Fiu. a Bonario. Bisognando, le si mette le mani addosso.

Bon. Ma se la le mette addosso a me ?

Rasp. a Ciprigna. Voi dovete fare a mio modo, e ve ne

darò le ragioni con più tempo.

Cip. Eh non m'insegnate.... ( Voltandosi, vede Bonario

parlare von Fiuta ; Sdegnata contro esso 🙂 Oh temerario, ed

anche ardisci entrare in questa casa?

Fiu. impaurito. Cibori venuto per le robe della signora

Clarice, che è quasi mezza entrata in convento.

Cip. Che convento, che panni, il mio ribaldone, ti farò

ben io.... (Fiuta si ritira, ella lo seguita.)

Bon. Uh poveretto! Ora è quando la gli rompe la testa.

(Parte.)

Rasp. Entrata in convento? Ci vuole astuzia » e solle-

citudine.

Fine dell'atto Primo.


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Strada.

Vespina vestita da Armeno con barba.

Vesp. Chi ha lasciato scritto che noi altre donne non

siamo buone se non a far che il mondo non finiscale a far

disperar gli uomini; e che, a toglierci questa virtù, non siamo

altro che bestie, merita che i suoi libri* come tanti altri, ser-

vano a rivestir V acciughe e le sardelle. Come ? Le donne

non son buone che a far figliuoli ? Oh, e chi non gli sapesse

fare non ha da esser buona a nulla ? Ah, ah, io me ne rido;

e fanciulla, fanciulla, come mi sono, e senza aver mai detto

un no ad alcun uomo, voglio far vedere che questo autore

è una bestia lui. Che direbb' egli, se potesse cacciare il capo

fuori della sepoltura, e vedesse che Vespina è buona anche

a far da uomo, e a far disperare una donna ? Cosi è, io mi

son messa in capo di far dare al diavolo quella versiera della

signora Arcigna; e se ella ne ha fatte inghiottir tante a me,

ne farò inghiottir qualcheduna a lei, che varrà per tutte.

Questa di procurar di cavarle dalle mani quelle gio'e, che si

tien come sue, le vuol parere amara più che assenzio. Ho

consigliato questa cosa per avere il gusto di vendicarmi di

tante tirannie, e poi per non iscoppiare; perché una riten-

zion di vendetta è capace di far crepare noi altre donne, più

facilmente che una ritenzion d'orina. La scuola, che ho

presa dal vero mercante armeno, mi par che mi abbia cac-

ciata in corpo tutta l'Armenia. Proviamoci un poco.... ma

sta 7 .... quello è il servitor di Raspa. Vediamo di attigner

acqua, o torba o chiara che sia, se si può, per la nostra mi-

nestra. (Si ritira da parte ascoltando.)

SCENA SECONDA

Vespina e Tamganetto.

Tang. — La'este, barba lunga di sotto legata 'n cintola col-

l'ailtra'este sopra.... l' non credo di dir bene. — (Pensa.)

Vesp. — Che diamin dice costui ? —

' Tang. — Pnon isbaglio, e' m'ha pur detto ch'eghi ha

un berrettone, e che ghi è riendugliolo di gioje. —

Vesp. — Sta' a vedere che si vendon le gioje come le

castagne? Che vuol egli mai dire? —

Tang. — E eh' e' non parla come noi, perch' è un Ar-

madio. —

Vesp. — Dico una cassa io. —

Tang. — No, no, un Armadio, un Arm.... Arm.... me

meo, un Armeo. Basta, quii che compra e riende le gioje. —

Vesp. — Sta 7 : si comincia a far giorno. Questo è un bar-

lume che potrebbe farmi strada a qualcosa. —

Tang. — N 'i Ponte 'ecchio a man mancina do' botteghe

dopo la prima. —

Vesp. — Barba, veste lunga, berrettone, Armeo vuol dire

Armeno, mercante di gioje, Ponte Vecchio. Adesso mi si è

fatto lume chiaro. —

Tang. — Ghi ho da domandare se ghi è quii ctye ha par-

lato co i padroqe questa mattina; e se dice di si, ghi darò

questa scatola, eh' è suggellata, —

Vesp. — Mi piove appunto sul seminato. In quella sca-

tola non ci dovrebbon esser capi di chiodi. Rompiamo il

guado alla furberia. — (Si fa avanti con delle giqje in

mano, osservandole da sé, e mostrando non aver visto Tan-

ganetto. )

Tang. — E s' e' non e' è, i' V aspetterò. — ( Vuol andar

via, e vede Vespina.) Ma chi è costui? E' par tutto l'Armeo;

s' e' non cicala come noi, ghi è lui di sicuro. —

Vesp. fingendo parlar da sé.- Chesta star gioja, che baler,

baler.... millanta scuta.

Tang, — Oh, e' non cicala lui. Eghi è senz'ailtro. Ma

e' non è'n bottega (1). —

Vesp. — Cheste signor Raspa non benir, e mi non potir

aspettar. —

Tang, — Eghi ha raentoato i padrone, e non può esser

ailtri che lui; e poi se v' è lui solo 'n Firenze, i' ghi vo' un

po' cicalare, — (A Vespina:) Buon di' e buon anno, que-

gl' iomo.

Vesp. Bon sgiurna mammalucca.

Tang. Eh vo'sbaghiate: i'non son di Lucca, i'son da Le-

gniaja (2); e vo' donde siete voi?

Vesp, Mi star di Merdin.

Tang, Oh ve' di doe !

Vesp, Star ciutada bella, granda.

Tang, E come è lontano questo 'ostro paese?

Vesp. Quanto star lontano Culembac.

Tang. Che paesaccil — Ma questo non è i paese eh' e'

mi ha detto i padrone. —

Vesp. — O diavolo! Avevo fatto un buco nell'acqua. —

Chesta star (3) cittada dentro mi' paisà. Oh bella paisà ! bella

paisà 1

Tang. Oh, che paese donche è i vostro?

Vesp. Paisà armena.

Tang. Armeno? — Ghi è questo, ghi è questo. — E i

vostro mestiere», qual è eghi?

Vesp. Mi comprar e bendir gioja. Bidir, bidir (i). (Gli

mostra varie gioje che ha in una scatola.)

Tang. Uh le son luccichenti ! Questa come si chiama ella?

Vesp. Chesta star diamanta, e chesta star un rubbina.

Tang. Un rabbino! E questa più grossa?

Vesp. Star pietra preziosa cavat'al Gran Mogol.

Tang. Ma vo'non state a bottega.

Vesp. Chi aver ditta? Mi star bottega in Ponte Vecchia.

Tang. Ditemi, ate 'o' parlato stamattina co' i me padrone ?

Vesp. Chi star tu' patrona? come chiamar?

Tang. Si chiama i signor Raspa.

Vesp. Si, abir parlato chesta mattina, (2) e abir ditto che

aspettar, perché bolir portar gioja. (3)

Tang. Non accad 7 ailtro. Tenete: e 7 mi ha detto, ch'i 1 vi

dia (Gli dà la scatola.) questa scatola, e ch'i 7 vi dica che

e 7 v 7 è drento quii negozio, e che poi e 7 vi cicalerà da sé.

Vesp. Bena, bena. Star buona, star buona, mi far negozia.

Tang. — Di so 1 nome e 7 non mi par che m' abbia detto

nulla; ma ghe ne vo 7 domandar a ogni mo\ — Eh: i vostro

nome quàl è eghi?

Vesp. Mi 7 nomina?

Tang. Si.

Vesp. Diarbec, mercanta armena. Aver fretta andar bot-

tega. ( Via.)

Tang. A riedecci. O ve 7 che nomel Diaoilbecco!

SCENA TERZA

Valerio, Clarice, Buonakico e Fiuta

Buon. Abbi pazienza, Fiuta, bisogna condonar qual cosa

sì naturale un pò 7 focoso e subitaneo del signor Valerio.

Fiu. Voi avete un bel dire, signor mio, ma se io ho da

esser pagato di grida o di minacce, quando mi metto a ri-

sico di farmi bastonare per ben servirlo, vo' trovar altro pa-

drone, che paghi d'altro salario.

Clar. Oh via quietati. Valerio è veramente un po' riso-

luto e ardente ne' primi moti, ma poi tu sai pure che ei si

rimette, ed è tutto affetto e cortesia.

Fiu. La consolazione del Senza, che dopo esser stato fatto

eunuco, si rallegrava di aver voce in soprano 1 lo V ho 'n tasca,

che mi paghi il cerusico, dopo che mi ha fiaccato le braccia.

Perché non è egli tutto affetto e cortesia innanzi?

Val. Per questa volta compatiscimi. Lo sdegno mi aveva

fatto giudicar sinistramente del tuo indugio. ,

Fiu, Bisogna prima esaminar le cose, padron mio, e poi

entrare in bestia, se conviene; e non voler subito trattar di

romper braccia e fracassar ossa, sul fondamento di quel che

uno stortamente si è immaginato.

Val. Oh che correttore male a proposito!

Buon. Quietati, e termina il racconto che mi avevi prin-

cipiato.

Fiu. Per questa volta quietamoci; (1) ma chi sa ove io

ero restato?

Buon. Mi dicevi che il signor Bonario è portato di genio

ai miei sponsali colla signora Clarice, e che mostra volerli

anche a dispetto della signora Ciprigna.

Fiu. Signor si.

Clar. Questo sarà ben difficile ad accadere.

Fiu. A buon conto, alle persuasive del signor maestro

Raspa, ella si è lasciata andare a permettere che voi, signora

Clarice, ritorniate in casa.

Oar. E mio fratello?

Fiu. Per lui è spiovuto.

Clar. Senza di esso non ci ritornerò mai.

Fiu. Ecco fotta Cosi voi guasterete tutta l'orditura della tela.

Buon. No, signora, non è vostro decoro restar fuori dell»

casa paterna.

Clar. Più tosto entrerò in monastero.

Val. E necessario che voi siate in casa, almeno per dar

mano alle nostre macchine, se bisogna.

Buon. Senza dubbio.

Clar. E dovrò restar cosi esposta ....

Val. Non vi dubitate; non sarete da noi abbandonata, e

la nostra matrigna....

Clar. Eh, io temo più la perversità del maestro di casa,

che le tirannie della matrigna. Sappiate che in molti rincon-

tri mi ha fatto conoscere aver egli dell' inclinazione per me.

Val. Come ! Ah temerario ! In questo punto vado a fargli

imparare....

Clar. No, fratello. Non bisogna precipitarsi per questo, ed

io a solo fine ve l' ho palesato adesso, perché non vorrei che

mi lasciaste lungo tempo sola in casa, esposta alle noje di

costui; del rimanente siate pur sicuro che saprò ben difen-

dermi da' suoi insulti, quando ne tentasse contro di me.

Val. Ma ho da soffrire ....

Fiu. Si, avete da soffrire che io regoli questo affare. In-

tanto la signora Clarice ritornerà in casa, e noi farem lavorar

le nostre macchine per di fuori.

Clar. Signor Buonamico, lasciatevi almen qualche volta

rivedere.

Buon. Sarei troppo tiranno ancor di me stesso, se mi pri-

vassi di questa consolazione.

Fiu. Signori, qui non bisogna perder tempo in discorsi.

E necessario condurcela, prima che il tempo si rabbruschi»

• Buon. Noi P accompagneremo....

Fiu. Fino alla porta però, perché in casa sarebbe un sa-

crilegio mettervi piede.

Clar. Ma Vespina non ci è, converrà pure aspettarla.

Fiu. Vespina bisogna che stia quattro dita fuor dell'uscio

ancor lei. Oh se voi sapeste le belle cose che son seguite, e

che ho intese 1

SCENA QUARTA

Vespina vestita da Armeno, e detti.

Vesp. Diarbec, mercanta armena di Merdin, bolir comprar

gioja? Mi abir cavata pietra preziosa al Gran Mogol.

Cla. Oh, oh, la nostra Vespina.

Buon. E essa.

Fin. — Vespina 1 Oh che mascherata è questa? —

Val. E cosi, Vespina, hai fatto il negozio?

Vesp. Mi star negoziatora granda; bidir. ( Mostra le giqje).

Val. Brava la mia Vespina! Mostra.

Vesp. Bolir mancia, bolir mancia prima.

Buon. Come ti è riuscito presto e felicemente l'affare!

Clar. Di grazia, contaci come hai fatto.

Vesp. La fortuna mi ha soffiato nella pappa. Il caso è cu-

rioso, e ve lo conterò; ma ritiriamoci in qualche luogo, per-

ché qui....

Buon. Entriamo qua nel cortile di questo palazzo.

Val. Benissimo. (Partono.)

Fiu. a Vespina.. Vespina, che negozio è questo, che lo

sappia ancor io?

Vesp. Vieni, che riderai ancor tu. (Partono.)

SCENA QUINTA

Sala.

Raspa e poi Ciprigna.

Rasp. A buon conto Tanganetto mi ha assicurato. che il

mercante armeno ha avuto le gioje. Egli ne è a me e non ad

altri il debitore, avendogli io detto questa mattina che erano

mie proprie. Io me ne farò quella parte.... ( Viene Ciprigna.)

Cip. Ora eccovi contento. La mia figliastra verrà in casa,

né avrete più da inquietarmi su questo.

Rasp. Ma, signora, ancor non siete persuasa che vi ci ho

consigliata solamente per ben vostro? Voi sapete pure la

corrispondenza di affetti fra lei e Buonamico, e quante volte

si è discorso che bisogna impedirla, perché non ne segua il

matrimonio, al che Valerio par tanto inclinato.

Cip. In ciò vado d' accordo. Ma per questo era necessario

farla ritornare in casa, per ispiare tutti i nostri andamenti,

giacché se n'era partita?

Rasp. Dunque doveva lasciarsi in casa dell' amante, ove

Valerio imprudentemente l'aveva condotta?

Cip. Signor no, ma doveva lasciarsi entrare in monastero.

Rasp. In monastero? Peggio; come se in tali luoghi....

Cip. Ma, e qui in casa?

Rasp. Qui in casa bisogna averle gli occhi addosso, e te-

nerla guardata al possibile: io, per servirvi, mi ci adoprerò

quanto posso.

Cip. Tutto bene, ma se l'intenderà col padre.... -

• Rasp. Ma la padrona non siete voi?

Cip. La sono, e la sarò sempre. E però vero che nel tempo

che sarò a Livorno....

Rasp. A Livorno?

Cip. Si, a Livorno. Ve l'ho pur detto un'altra volta.

Rasp. Ed io vi ho pur detto più di una che vostro ma-

• rito non vuole. Oh, eccolo appunto, egli ve lo saprà dir da sé.

SCENA SESTA

Bonario e detti.

Rasp. va incontro a Bonario. Non è egli vero, signor Bo-

. nario, che avete risoluto onninamente che la signora non

vada a Livorno? (Piano a Bonario:) Dite di si, e fate da

padrone.

Bon. Io.... eh, eh.... (Si trova imbarazzato, e finge

tosse. )

Rasp. a Bonario. Animo, che vi sosterrò. (Forte.) Dite,

dite pur liberamente il vostro sentimento.

Bon, Signora si. Io veramente....

Cip. con risoluzione a Bonario. Che ! Voi avete tanto ar-

dire .... "

Bon. Eh, signora no.

Cip. Appunto vorrei veder che mi contrastiate in un ette.

Rasp. a Bonario. Coraggio. Ora è il tempo di farsi stimare.

Bon. a Rasp. Ma non vedete che mi vuol mangiar vivo ?

Cip. Che ci è da ridire adesso fra voi?

Rasp. Mi diceva che parlassi io per lui, è voglio, obbe-

dirlo. Il signor Bonario qui, suo marito e nostro padrone, ( Si

cava il cappello, e gli fa riverenza) avendo inteso che V. S.

aveva imprudentemente risoluto di fare un viaggio senza

conclusione a Livorno, mi è venuto a trovare, e mi ha detto :

Raspa, io non trovo ben fatto che mia moglie vada a Livorno.

Bon. piglia animo. Signora si, son io che ho detto tutto

questo.

Cip. Voi dunque.... (Sdegnata a Bonario, che si ritira

impaurito. )

Rasp. Adagio, signora: no perdinci (è lui che parla) no

che non voglio che partiate di Firenze.

Bon. Signora no.

Rasp. Ve lo proibisco assolutamente.

Bon. Assolutamente.

Rasp. La moglie bisogna che obbedisca al marito.

Bon. Al marito, signora si.

Cip. — La rabbia mi rode. —

Bon. E ci è ancor di più, ed è che voglio maritar Clarice

al signor Buonamico.

Rasp. Pian, piano. In quanto a questo la signora non se

ne contenta.

Bon. Oh se me ne contento io.

Rasp. Ella è la padrona, e me ne ha di già parlato.

Bon. Come?

Rasp. E mi ha detto: lo sciocco di mio marito vorrebbe

far lo sproposito di maritar Clarice a Buonamico; ma io non

lo voglio assolutamente.

Cip. Signor no, che non lo voglio.

Rasp. Poffare (è lei che parla) maritar Clarice senza mio

consenso !

Cip. Signor si; che ci son per una* di più in questa

casa io?

Bon. a Raspa. Ma non dicevi che il padrone....

Rasp. Bisogna aver pazienza, il marito deve obbedire alla

moglie, quando è padrona.

Cip, — Ti dia nel collo! —

Bon. a Raspa. Ma voi....

Rasp. accennando a Ciprigna. Eh: eccola costi da sé.

Cip. Misser si, voi mi ubbidirete a vostro marcio dispetto.

(Con disprezzo.) Guardate chi mi vorrebbe far l'uomo ad-

dosso. Foss'egli almeno un giovanotto d'armi, un capitano

di dragoni, pur, pure direi; ma un barbogio, col suo ferrajo-

lino e collare a grinze, farmi da bravo! A noi, via di costi.

Bon. se ne va umiliato. Oh pover a me ! Io non ho ri-

preso né men la stringa de' me' calzoni. ( Via.)

Cip. a Raspa. Non vi perdonerò mai il tiro che mi avete

fatto. (Parte.)

Rasp. Signora, non entri in collera contro di me; le cose

s'aggiusteranno.

SCENA SETTIMA

Fiuta solo.

Fiu. porgendo gli orecchi or dall' una or dall' altra

parte. In questo appartamento non si sente alcun fracasso;

bisogna che non ci siano donne, o che elle dormano. Ho ri-

condotto nelle sue stanze la signora Clarice, che ci è ritor-

nata volentieri, come il forzato in galera. La compatisco, la

poveretta sarebbe stata più volontieri in casa del signor Buo-

namico. La speranza del matrimonio con esso, e poi quel

bel visino l'hanno fatta impaniar malamente. Ah, che s'ha

da fare? La gioventù vuole il suo corso, e questo è il lor

tempo. Mal s' avviene questo mestiero a chi ha i suoi cin-

quanta o sessanta carnovali sul groppone. Ma de 1 matti ce

n'ha da esser di tutte le sorte. Chi furioso; chi mammeo ;

chi avaro; chi scialacquatore; chi maligno, e chi minchione.

Oh, a proposito de' minchioni, ecco qua il nostro sior Bo-

nario. Questo veramente n'è il patriarca. Ma bisogna pur

vedere se ci è modo di fargli la carità di riscattarlo dalla

«uà vergognosa schiavitù matrimoniale.

SCENA OTTAVA

Bonario e detto.

Fiu. Molto sopra pensiero, signor Bonario; che si fan

de' lunarj ?

Bon. Oh Fiuta. Non ti dubitare, la luna ha dato la volta

bene. ' '

Fiu. Male, la verserà malamente dunque; che ci è di

nuovo ?

Bon. Tutto il peggio che ci può essere. Quel briccone di

Raspa mi ha preso anche lui per izzimbello.

Fiu. Io non me ne maraviglio punto, perché so i fini di

quel volpone, e dove sta legato il bandile della sua matassa ;

ma si vedrà di strigarla me' che si può.

Bon. Oh se questo mi potesse riuscire! averebbe a an-

dare al Barone (1) isso fatto; e la signora Ciprigna....

Fiu. La signora Ciprigna avess'ella a far meco, che col

segreto, che adoperò un certo spadaccino amico mio colla sua

moglie, che era un diavolo, sto per dir quanto la vostra, la

vorrei far diventare un agnellino.

Bon. E che le fece?

Fiu. Ifi comparve avanti con due pistole accanto.

Bon. Due pistole!

Fiu. Signor si. Non lo sapete? Le donne hanno paura

dell' odor della polvere, quanto di un topo sotto la gonnella.

Bon. Seguita.

Fiu* Una spadona tanta (1) lunga al fianco, e con un ba-

stone alla mano.

Bon. E poi?

Fiu. E poi cominciò,...

Bon. A menare?

Fiu. Signor no. Cominciò a dirle che il padrone voleva

esser lui; che non ardisse fiatare, se no P sverebbe distesa

fredda li in terra; si fece dare tutte le chiavi di casa, e le

ordinò immediatamente che se n'andasse a letto.

Bon. E tanto bastò?

Fiu. E che ne dubitate? Eh, un uomo risoluto e col-

Parme alla mano farebbe tremare Biancon di Piazza (2), che

è di marmo; considerate una donnicciuola, che con un soffio

si butta là a gambe levate.

Bon. — Questa cosa mi ci va. — Non (3) maraviglia che la

mia mi ha detto: se almeno fussi un giovanotto d'.armi, un

capitano di dragoni, pur pure le potrei far paura; ma che

del mio collare e ferrajolo se la ride.

Fiu. Se ve lo dico. Ora, signor padrone, bisogna che io

vi lasci, perché il signor Valerio ....

Bon. Che dice il poverino di dover star fuora di casa?

Fiu. Ve lo potete immaginare.

Bon. E la Clarice, quando verrà ella?

Fiu. Oh che non V avete vista 1 L' ho già ricondotta eh' è

un* ora.

Bon. Si eh? E dove è ella?

Fiu. V ho lasciata nel suo appartamento.

Bon. Manco male. V corro da lei. Addio, Fiuta. (Parte.)

Fiu. La riverisco. Viaggi, matrimoni; figliuoli mezzi di

qua e mezzi di là; rimpastare il marito babbeo; disfar la

moglie diavola; scoprir e rovinare tutte le furfanterie del

maestro di casa.... Uh quanta carne a fuoco! Al cuocerla

ce n'avvedremo. ♦

SCENA NONA

Clarice e Raspa.

Clar. Io ve ne sono obbligata.

Rasp. Vi assicuro che mi ci sono affaticato bene; e se

non ero io, non sareste ritornata certamente in questa casa.

Clar. Sarei stata in qualche altra.

Rasp* — Tentiamo questa. — Non era però conveniente

che vi tratteneste lungo tempo in quella del signor Buona-

mico, adesso ch'egli attende in breve la sua sposa di Bologna,

Clar. La sua sposa di Bologna? Non ho mai. inteso che

egli sia sposo. Questa mi giunge nuova.

Rasp. Giunse nuova anche a me jeri, quando ne sentii

parlare per cosa certa da un cavaliere, che disse aver trat-

tato egli questo parentado.

Clar. Eh che sarà una falsa voce. — Potrebbe mai ciò

essere? —

Rasp. — La botta non è ita a vóto. — Il cavaliere è

degno di fede, del resto mi rimetto.

Clar. Ma chi è questo cavaliere ?

Rasp. Oh, in quanto a questo, perdonatemi, non posso

palesarlo, perché me ne parlò come in confidenza.

Clar. Ma se dite che è cosa stabilita, e che in breve verrà

la sposa, che repugnanza deve egli aver che si sappia ? E poi,

se avete rotto il segreto col palesarmi V essenziale, ben po-

tete dirmi ancora il rimanente.

Rasp. Giacché poi bramate saperlo, non ho difficoltà di

nominarlo per compiacervi, a condizione però che non di-

ciate averlo da me inteso.

Clar. Ve ne do parola.

Rasp. Questo è il signor marchese.... — che dirò? —

Clar, Il signor marchese, chi ?

Rasp. Ma mi promettete pur di non parlarne?

Clar, Se io già ve ne assicurai.

Rasp. Il signor marchese del Senso.

Clar. Non ho mai inteso nominar questo cavaliere.

Rasp. E facile, benché sia una famiglia assai nota, perché

egli è forestiero, e non è che pochi mesi che si trova qui

per alcuni affari del suo marchesato.

Clar. — E doverò crederlo ? — Voi dunque siete suo amico ?

Rasp. Confidentissimo. Principiai a conoscerlo in Venezia

da giovanetto. Ma ritornando a noi, che risoluzione inconsi-

derata fu mai la vostra di uscir di casa?

Clar. La risoluzione fu prudente, perché fu di ritirarmi

in un monastero.

Rasp. E perché una giovane come voi, bella, spiritosa e

gentile, cacciarsi, sto per dire, in una sepoltura?

Clar. Per fuggir da un inferno.

Rasp. V'intendo. Volete dire per isfuggire la soggezione

della vostra signora matrigna; ma che voi siate benedetta,

perché non venir piuttosto da me, che io.... (Si accosta a

ei affettuòsamente.)

Clar. Uh, il signor padre mi chiama. ( Vuol partire, ed

ei la prence per un braccio. )

Rasp. Sentite, signora Clarice, sentite.

Clar. si sbroglia sdegnata. Eh lasciate. Il signor padre;

non lo sentite? ( Via.)

Rasp. Seguiterò l'invenzione si bene incominciata, per

fomentar la sua gelosia, e renderle cosi (se è possibile) odioso

l'amante. Senza un tal fondamento, non mi lusingo di cor-

rispondenza. Adesso è il tempo di mettere in opera la mia

virtù di saper contraffare i caratteri.

SCENA DECIMA

Strada.

Buonamico e Vespina da donna.

Buon. Ti giuro, Vespina mia, che la notizia intesa dalla

signora Clarice che quel temerario di monsù Raspa abbia

dell'affetto per lei, 6 di più ardito farglielo conoscere, mi ha

posto in una grand* agitazione di spirito; e tanto più che

Fiuta mi ha riferito che la signora Ciprigna sia del tutto

contraria ai nostri sponsali.

Vesp. E voi vi pigliate pena di questo? Siete pur buono.

Buon. Non bisognerebbe che io l' amassi con quella tene-

rezza che io l'amo, per non ne provare angustia ed af-

fanno.

Vesp. Eh via, mandate .da banda ogni pensier malinco-

nico, e fidatevi sulla costanza e fedeltà della signora Clarice.

Io so che ella vi ama da vero, e ne potete star sicuro.

Buon. Fin ora ne ho tutte le riprove; ma il mio affetto

ed il saper che voi altre donne siete suscettibili, e facili a

farvi mutar di pensiero, mi fa temere.

Vesp. Diavolo! Che credereste che la signora Clarice

fosse per cambiar voi per quel baron rivestito di monsù

Raspa, che non si sa chi sia !

Buon, Io non sospetto di ciò, che le farei troppo gran

torto; ma temo che possano distoglierla dall' amarmi; però

io vorrei che tu procurassi in qualche maniera parlarle, per

corroborare la sua costanza a mio riguardo.

Vesp. Vi servirò per soddisfarvi, che del resto, crediatemi

che ciò è totalmente superfluo.

Buon. Ma come farai per abboccarti seco; perché vorrei

che ciò seguisse con sollecitudine?

Vesp. Lasciate fare a me, né ve ne pigliate pena. Cronica,

serva vecchia di casa, mi vuol bene, ed è mia confidente.

Considerate, discorrevamo, come si suol fare tra noi altre,

|e ore intiere sopra le scimunitaggini della padrona, della sua

superbiaccia, e de' mali trattamenti che fa alla povera ser-

vitù! E sapete, le si tagliavan bene i panni addosso. Ora io

non ho paura che lei non mi apra; ed entrata che sarò in

casa, me n' anderò ascosamente nelle stanze della signora

Clarice.

Buon. Ma se qualcuno ti vede entrare, che lo dica alla

signora Ciprigna?

Vesp. Sarà pensier del boja accomodar la scala alle

' forche, (i)

Buon. Dunque non penso più a quest' affare, fidandomi

della tua fedeltà e del tuo spirito.

Vesp. Oh, cosi va bene. Vado a fare il negozio. Fra poco

ci rivedremo. ( Via.)

Buon. Ti aspetterò con ansietà.

SCENA UNDECIMA

Valerio, Fiuta e detto.

Val. infuriato, e ritenuto da Fiuta. Lasciami, che non

posso contener il mio giusto sdegno.

Fiu. Eh, che date in spropositi ! Oh che diami n, siete

composto di zolfo, di salnitro, di razzi matti, che vi accendete

in un subito?

Buon. Oh, signor Valerio, che nuovi motivi di collera vi

son sopraggiunti?

Val. Perdonatemi, amico, sopraffatto dalla collera, non vi

aveva osservato.

Buon. Ma pure, che ci è di nuovo? ( Valerio mospra agi'

ta^ione, sen\a dir nulla.)

Fiu, Di nuovo che volete ci sia? Queste sfuriate in lui

. son cose già vecchie. Perché ha visto passar da lontano

mori su Raspa, sùbito ha preso fuoco la mina; e se non ci

ero io che la sventassi, mandava all'aria monti e montagne.

Voleva a tutt'i partiti dargli nella testa.

Buon. No, signor Valerio, non è questo il modo di ga-

stigar costui, ed arrivare a 1 nostri fini; ogni trasporto di col-

lera per vendicarsi, di attori ci fa rei, e ci trasmuta le nostre

ottime ragioni in gran torto.

Val. Ma come contenersi? Vedete se egli è temerario e

sfacciato. Mi vede venir incontro a lui, e mi fa la mala creanza

di svicolar per isfuggirmi.

Buon. Questo, perdonatemi, non è segno di temerità e

sfacciataggine, ma più tosto effetto della sua coscienza mac-

chiata, che non lo lascia soffrir la vostra presenza.

Fiu, Lo provo per me, che quando incontro un mio cre-

ditore, mi par d' incontrare il diavolo, e caccerei il capo non

so dove per non vederlo.

Buon. Lo stesso accade di chi deve risarcimento di offese

e di riputazione. Tutti son debiti.

Fiu. Uh quanti pochi se ne pagan di questi ancora! Ma

lasciamo un po' questi discorsi di debitori, e parliamo di

bestie. Qui bisogna vedere di trovar modo di domar T alte-

rigia della signora Ciprigna, e di farle diminuir l'autorità

che si è usurpata, se volete concludere il vostro matrimonio.

Buon. Ma qual contragenio e odiosità può ella aver meco,

per opporsi si ostinatamente a questi sponsali? Non so già

di averla offesa mai in cos' alcuna; anzi le ho' sempre mo-

strato rispetto, ed usato cortesia.

Val. Che ragioni volete voi che si possano addurre delle

azioni d'una donna, che opera senza ragione?

Fiu. Oh, oh, voi che siete tanto virtuosi non le sapete

trovare: ve le dirò io. Questa razza di donne son come

molti gran signori: vogliono essere adulate ed ingannate.

Non posson soffrirsi d'intorno un galantuomo, che conosca

i loro difetti, e gli dica la verità.

Buon, A questo costo non mi curo della loro amicizia.

Fiu. Ma se voi vi curate della signora Clarice, bisogna

batter forte su quel che v'ho detto.

Val. Qui bisognerebbe buttar giù buffa; entrare in casa

da padroni; se si trova opposizione, alzar le mani....

Buon. Eccovi alle solite levate, signor Valerio. Crediatemi

che non è questo il modo. Jo più tosto stimo bene levarle

quest'autorità per via giuridica.

Fiu. Ed io non approvo né l'una, né l'altra. Nella prima

uno si darebbe l'accetta ne' piedi da sé, e si medicherebbe la

cancrena con l'agliata e aceto forte. Nella seconda ci vuol

del tempo, quattrini, prove, amicizie e pazienza, e Dio sa poi

se se ne riuscisse a bene. Io direi che facessimo le cose fra .

noi quietamente, lavorando con astuzia sott' acqua.

Buon. Non mi dispiace il tuo pensiero, se però hai tanto

in mano che possa riuscire; perché talvolta è lecito vincere

o deluder l'inganno coli 1 inganno medesimo.

Fiu. Io non parlo in aria; col mio tanto fiutare e scal-

zare di qua e di là, son venuto a sapere molte cose che già

vi ho dette, e molte che vi dirò, sopra delle quali fabbriche-

remo le nostre macchine.

Val. Palesaci dunque quel che hai di nuovo e la tua

intenzione.

. Fiu. Andiamo in casa del signor Buonamico a discorrerla

con pace, perché non son cose da trattarsi per istrada.

Buon, Andiam pure.

Val. Vi sieguo.

Fiu. Per iscioglier tutta questa matassa, ci vorrebbe al-

meno un mese di tempo; ma pure bisognerà farlo in poche

ore. Cervello mio, allo stretto jo.

SCENA DUODECIMA

Raspa solo, con lettera in mano.

Rasp. Sull'esemplare di un biglietto che ho potuto rin-

tracciare, scritto dal signor Buonamico ad un suo confidente

per affari, ho formato questo con tale imitazione, che da lui

medesimo non si distinguerebbe non esser suo' il carattere:

fingo che egli scriva all'inventato signor marchese del Senso,

toccante il suo imaginario sposalizio di Bologna. Questo bi-

glietto poi farollo, come per accidente, pervenir nelle mani

della signora Clarice. Cosi senza dubbio ella si corroborerà

ne'conceputi sospetti, da' quali io spero ottenere il fine bra-

mato. Il pescar nell' acqua torbida è sempre di vantaggio a

chi sa ben pescare. E per intorbidar quest'acqua ci vuole

l'arte di saper metter male fra le persone, colle quali si ha

da trattare! nella disunione fra coloro, che una volta erano

amici, oh quanto (se si ha accortezza) si fanno bene i fatti

suoi! ( Vede Tanganetto.) Ma dove va costui?

SCENA DECIMATERZA

Tanganetto, con lettera in mano e denaro, e Raspa.

Tati. E' si guadagna più a stare 'ntorno alle signore, che

intorno alle pecore e alle somare; questi quattrini intanto....

Rasp. O là dove vai? ( Tanganetto asconde la lettera.)

Che cos' hai costi ?

" Tang. V v' ho una cosa, che non l' aete > da veder, né da

sapere.

Rasp. Come no?

Tang. Ser no, perché la signora Clarice la m' ha dato

questi quattrini, perché la porti senza che ve lo dica, e ve

la facci vedere.

Rasp. — Qui sotto ci è del mistero. In questo caso sarà

meglio servirsi dell'astuzia che dell'autorità. — Fai bene

adunque a non me ne dir nulla, e servir la signora Clarice.

Or via, vien'meco.

Tang. Ma s' i'ho da portar la lettera, come poss'io venir

con voi?

Rasp. Bisogna vedere dove tu l'hai da portare, perché

può essere che mentre tu vieni con me la possi lasciare.

Tang. l'I' ho da portare in via.... Oh diascoil maledetto ! -

non me n'arricordo piti come la si chiama.

Rasp. Come farai dunque a portarla?

Tang. La via i'ia so, ma d'i nome non m'arricordo;

ditelo voi.

Rasp. Come vuoi ch'io Io dica, se non so a chi va la

lettera ?

Tang. Oh la lettera la va a quell'amico d* i signo' Varelio*

Rasp. Che poss' io saper chi sia ! Egli ne ha tanti degli

amici.

Tang. Quello che va sempre collui.

Rasp. Se non mi dici il nome, io non ti posso intendere.

Tang. Dov' eghi sta i' lo so, ma d' i nome me ne sono

scordato, come di quello della via. Ma vo'la potete vede' da

voi, eh' i' credo eh' e 7 ci sia scritto qui sopra. ( Gli dà la

lettera. )

Rasp. dopo aver presa la lettera, e guardata alla sfug-

gita la soprascritta, finge ricordarsi non aver la scatola.

Oh mi sono scordato della mia scatola. Va 7 presto a pi-

gliarla, che ti aspetto qui, e poi vedremo a chi va la

lettera.

Tang. Adesso. (Ritorna.) Quella che è nello stanzino,

n' eghi 'ero ?

Rasp. Si, quella.

Tang. V ho 'nteso. ( Via.)

Rasp. La poca esperienza di questo ragazzo, unita alla

tua rozzezza naturale, mi giova in molti rincontri. L'ho al-

lontanato di qui con quel pretesto per vedere il - contenuto

di questo biglietto di Clarice. (Lo apre, e finge legger da

sé. ) La mia invenzione ha partorito V effetto che desideravo.

Ella lo rimprovera della sua infedeltà pel creduto matrimo-

nio. Giacché la sorte mi ha dato in mano quest'occasione,

penso contraffar ancor la mano di lei, e scriver altro bi-

glietto in cambio di questo, nel quale mostri non curarsi più

ella di lui, e gli proibisca di più vederla ed amarla, senza

.spiegargliene alcun motivo. In tal forma sarà maggiore la

.disunione, e più difficile rintracciarsene l' origine. Vado in que-

sta bottega vicina a scrivere, donde potrò veder quando ri-

torna il ragazzo.

SCENA DECIMAQUARTA

Vespina con differente gonnella, taffettà e scuffia.

In quest' abito non avrei a esser riconosciuta. Mi sono

ingrossata con de' panni, non potendo altrimenti, sicché a

non vedermi in viso avrei a parer madonna Patassia 'ricogli-

trice. Certo che la non è più grossa dir me. L'andatura poi

la farò cosi ( Cantina da donna grassa e vecchia. ) e la voce,

se bisogna, la farò in questa maniera. ( Altera la voce,) O via,

via, non mi riesce male. Quando si tratta di servir due po-

veri innamorati, non so quel che non facessi. Ma che fo io

a camminar cosi adagio, e non mi affretto a andare dalla si-

gnora Clarice? Poverina, le parrà mill'anni di vedermi, ed

aver nuova del suo caro Buonamico.

SCENA DECIMAQUINTA

Raspa e poi Tanganetto.

Rasp. Il negozio è fatto, ed ho composto il biglietto in

maniera, che dovrebb' essere un zolfìnello da accendere un

gran fuoco.

Tang. con una scatola da perrucche tutto ansante.

Eccola.

Rasp. Oh balordo, e che mi hai portato ?

Tang.^ La scatola che m'ate detto.

Rasp. Io ti ho detto la scatola da tabacco.

Tang. Oh quella non si chiama la tabacchiera? Ri-

tornerò....

Rasp. Oramai non occorre. Posa cotesta in bottega di

quello speziale, che tornerai a prenderla, e adesso va' a ser-

vir la signora Clarice, portando questa lettera.

Tang. A chi va ella?

Rasp, L scritta cosi male, che non l' ho saputa intendere.

Ma tu hai pur detto che sai dove la* devi portare.

Tang. V lo so sicuro.

Rasp. Va' dunque, e sbrigati, che io anderò senza di te a

far quel che ho da fare, e poi passerò a casa, ove ti starò^

aspettando. Ma avverti di venir sùbito sùbito che arrivi da

me, che ti vo' mandare in un luogo. Hai inteso?

Tang. l'ho carpito bene.

SCENA DÉCIMÀSESTA

Camera.

Clarice e Vespina travestita, e poi Ciprigna a parte.

Clar. Quanto desideravo vederti! e se fossi venuta uà

po' prima. ...

Vesp. Non ho potuto far più presto, compatitemi. Ma voi

siete molto turbata. Eh fatevi animo, che uscirete presto di

questa prigione. Il vostro signor Buonamico si è prote-

stato....

Clar. Non me ne parlare.

Vesp. Come? voi non volete dunque....

Clar. No, ti dico, non voglio né men sentir più no-

minarlo.

Vesp. Non burlate già?

Clar, Dico da senno. (Sentesi un po' di rumore, Clarice

si volta, e vede Ciprigna alla portiera.)

Vesp. E dov'è quel grand 1 affetto....

Clar. basso a Vespina. Taci; mia matrigna è alla por-

tiera; come faremo?

Vesp. Seguitate la mia finzione.

Cip, — Chi è costei che discorre con Clarice? —

Vesp. muta voce, e parla forte. Signora si. Ho inteso che

cercava una cameriera, e perciò ero venuta a vedere se avessi

potuto aver la fortuna di servirla io.

Clar. Qual è il vostro nome ?

Vesp. Ghita Serviziati, chiamata comunemente Ghita della

stufa.

Clar. Oh perché della stufa?

Vesp. Perché, per istufare una donna, non ci è stufajolo

che mi arrivi.

Clar. « Come stufare una donna?

Vesp. « Lavarla, ripulirla, attaccarle cornetti, e farle i

bagni d'acque odorifere secondo i bisogni. Quando te-

nevo bottega, chi serviva la maggior parte delle signore,

se non io?

Clar. Non sapeva che le donne andassero alla stufò.

Vesp. Oh ce ne va quelle poche; e da che venne

l' usanza che andassero in maschera alle stufe degli uo-

mini, mi convenne di smetter bottega, perché non si fa-

ceva più nulla.

Clar. « Di questa vostra abilità io non ne ho bisogno.

Vesp. « Non dica cosi no, signora, perché la pulizia sta

bene a tutti, ed i bisogni posson venire.

Clar. « guarda accortamente se Ciprigna è partita, poi

basso a Vespina. La matrigna ci è ancora.

Vesp. « basso. State forte.

Cip. « — Questa l'ho per una donna d'abilità. (1)

Clar. Ma in grado di cameriera non avete servito nes-

suno ?

Vesp. Quel che ella dice! (2) Sono stata nelle prime case,

e non mi ci son trattenuta lungo tempo, perché una signora

mi levava all'altra.

Clar. Ma ultimamente chi avete servito?

Vesp. Ultimamente son escita di casa di una signora, che

pretendeva in bella, quando averebbe fatto spiritar il Paura.

Poi la più difficile a servirsi del mondo. Un capello torto,

una piega un po' fuor di sesto del manto e il non mutarle

le saccoccia a proporzion delle giornate più calde v o più fre-

sche, uh figliuoli, sarebbe stato un crimanlesa !

' Clar. Bisogna che fosse strana davvero.

Vesp. Oh non si finirebbe mai, se si volesser dire tutte

le sue stramberie. Quel buon uomo del suo vecchio marito

lo sa, che non è padrone né di dire, né di far nulla in casa.

Vuol portare i calzoni lei, e Io mangia colle parole . e cogli '

occhi, tenendolo come uno schiavo in catena.

Cip. — Al sentire ce ne son dell'altre, che han giudi-

zio.

Vesp. Io però, che non ho questo vizio di ridir le- cose

de' padroni, come è solito di ^ tutta la servitù, non ne fiato

mai con alcuno.

Clar, Questa è una buona parte.

Vesp. Oh posso aver tutti gli altri vizj, ma da questo me

ne so guardare. Ch' io le dicessi che i suoi cicisbei ora le do-

navano una galanteria, ora una gioja e ora un abito, il Cielo

me ne liberi.

dar. Ed, a come me l'avete figurata, trova chi la serva

con tal carattere?

Vesp. A modo! Oggi giorno il buon gusto è andato a

apasso, e basta avere una scuffia per trovare avventori, o

aguajati o di garbo che sieno.

Clar. guarda nuovamente soft* occhio. Colei non se ne

va. {Basto.) Ma fin ora non mi avete detto gran cose della

vostra abilità per la camera.

Vesp. Qui, signora, è il mio forte, so far scuffie d'ogni

aorta; perrucchini all'ultima moda, dar ' buon) aria ad un

manto, far guardinfanti a vela....

Clar. Come a vela?

Vesp. Signora si, colle corde e colle girelle per ammai-

narlo, quando si vuole, come una vela di nave. In quanto

a busti poi, non la cedo a chi ne 'trovò l' arte. Datemi una

donna di gran panza, di spalle grosse, gobba e storpiata per

tutt'i versi, se non la fo tornare una pittura a fòrza di

apranghe di ferro e di guancialetti, ' non mi chiamale per

nome.

Clar. « Di spranghe di ferro!

Vesp. « Certo» E ne fo ancora a molle e manticetti. Que-

«c sta poi è un' invenzione delle più belle, e per molte delle

« più bisognevoli.

Clar. « E come è mai questa?

Vesp. « Eccola. Si accomodano due facilissime molle

e d'avanti al busto con due manticetti di gentilissima pelle

color carnicino, che nel respirare si vanno poi alzando e ab-

tassando^ a proporzione che si allarga più o meno la cassa

del petto, sicché 1' occhio ancor più fino >ed attento ci re-

sterà ingannato. Ed una che sia dalla Pieve Asciata, con

un di questi busti, se non la fo apparire che sia nata a (1)-

Poppiano, vo 7 che mi sia tagliato il naso.

Cip. « Gran cose dice costei ! v

Clar. « S 1 io n' avessi voglia, voi mi fareste ridere. L' in-

venzione è bella certo.

Vesp. « Delle più belle ancora ne ho. Pomate da ammor-

bidire e acque corruganti per la rilassazione della pelje, e

e poi dar rimedj con tal gentilezza ed arte, che a chi dor-

misse ancora mi dà l' animo dargliene mezza dozzina, senza

né men destarla.

Clar. Tutte queste son belle cose; ma io per grazia del

Cielo non mi par d' averne bisogno.

Vesp. Oh di che sorta sarebbero i suoi bisogni? Me gli

palesi, perché, se non la sono io, potrebbe esser che sapessi

trovar chi fosse abile a servirla.

Clar. Non dico per questo. Il vostro servizio mi piace-

rebbe molto. ( Basso a Vespina : ) Non se ne va ancora.

Vesp. basso a Clarice. Sarà meglio che me ne vada io.

Cip. — Ne vo' veder la hne. —

Clar. Come vi dicevo, il vostro servizio mi piacerebbe,

ma non sta a me a prender la servitù per questa casa.

, Cip. — Volevo stare a vedere se avesse avuto tanto

ardire. —

Clar. a Vespina. Vattene, e ritorna quando non sarà in

casa. (Forte.) Io ho il padre, ed a lui solamente tocca....

Cip. si fa vedere. Tocca anche alia madre, signora mia.

< Dice ciò con furia. Vespina si finge spaventata e fugge,

-e? Clarice fa riverenza e parte. )

Cip. seguitandola. Si, signora; a me e non ad «altri tocca

a pigliar la servitù, (Dentro alla scena.) e mandarla via.

M'intendete, signora mozzina?

SCENA DECIMASETTIMA

Cortile della casa di Bonario.

Fiuta e poi Bonario con brodiere sopra il giustacuore, una padrona (1),

un paro di pistòle, una spada rugginosa, un cappello a pan di zuc-

chero con penna di cappone, in somma vestito da soldato con

molta caricatura.

Fiu. Mi vuol essere un po' difficile il penetrare chi sia

guel capitano, che doveva imbarcar Valerio a Livorno. Se

potessi. ... Ma chi è costui ?

Bon. Viva Tarmi, viva la guerra. (Passeggia con ca-

ricatura.) ' *

Fiu. — Oh ve' chi è! O che cosa ridicola! Non è già

impazzito ! — Signor Bonario, signor padrone, che novità è

questa ?

Bon. Oh appunto ti desideravo. Ora che ne dici tu ? Ti

pare che io abbia preso il verso buono adesso, per farmi ub-

bidir da mia moglie?.

. Fiu. Ma che pretendereste di fare ?

Bon. Il segreto di quello spadaccino amico tuo, ve'.

Fiu. Ma ve ne darà l'animo?

Bon. Poffare ! Se tu sapessi che coraggio m' hanno messo

addosso quest' armi, ti stupiresti. Ora non ci è paura. Vorrei

affrontare Don Kerch, il gran Mogolle e i Dardanelli insieme,

che ho inteso dir che sien si forti.

Fiu. Ah, ah, ah, ah....

Bon. Tu te la ridi?

Fiu. Eh rido di quei Dardanelli e del gran Mogolle; e poi

ce la farem sotto.

Bori. Che sotto, che sotto ? Tu m' offendi.

Fiu. Ma siete risoluto davvero a farvi riconoscere e ri-

spettar come padrone a qualunque costo, ancorché biso-

gnasse alzar le mani?

Boti. Risoluto come un can mastino. Io non ho inteso a

sordo il racconto fattomi del tuo amico, e il discorso di mia • e

moglie. Non ci era altra strada che questa.

Fiu. — Chi può sapere che questa scioccheria non pro-

duca qualche buon effetto? — Orsù dunque venite qua. Vi

voglio dare un po' di lezione, se vi contentate.

Boti. Volentierjssimo. Questo è quel che ho caro.

Fiu. Primieramente affondatevi giù fino alle ciglia il cap-

pello con due mani; (Fiuta fa vedere in sé tutti i gesti che

insegna a Bonario, ed egli V imita con storpiatura.) Poi

alzate la testa con imperio e risoluzione; quelle ciglia incre-

spate, e quella guardatura brusca e minaccevole; la mano

manca sul fianco. No, no, cosi, cosi. ( Gli accomoda la testa,

lo fa mettere in positura colla mano al fianco. )

Bon. Ora? (Fiuta si ritira indietro a riguardarlo.)

Fiu. Non ci siete ancor bene.

Bon» In questa maniera?

Fiu. E passabile. La testa e la positura più franca, l'aria

più brusca* Ora cosi. Ma tenete a mente.

Bon. La vo' far cader morta solamente dalla paura.

Fiu. Oh, ma queste prove non bastano. Saprete voi ri-

sponderle a tuono, e con voce alta e risoluta?

Bon. Griderò come un (1). bruciata jo di mercato. Giurerò

e bestemmierò come un (2) treccone, o sensal di frutte, e

minaccerò come un (3) battilano arrabbiato. Lascia fare a me.

Fiu. Facciamone un po' di prova. Figuratevi che io sia la

signora Ciprigna, che vi venga a far da sopracapo al suo solito.

Boti. Si bene.

Fiu. Mettetevi costà. {Lo fa mettere da una parte, ed

egli entra, e poi riesce da una scena, imitando Ciprigna

alla voce ed a' gesti. )

Fiu. Che mascherata è cotesta il mio sciocco, il mio ba-

lordo, il mio pazzo? Che si è finito di dar la 'volta al cer-

vello, eh?

Boti, umiliato. Eh, signor no. Facevo cosi per mio spasso.

Fiu. Ohibò, ohibò. Se lo dicevo io che avresti dato in

cenci.

Bon. Ma....

Fiu. Ma le corna del Pazienza, che passa van le nuvole. Vi

pare che questo sia il modo di attutirla, e di mostrar la vo-

stra autorità sopra di lei ?

Bon. Oh come averei a rispondere?

Fiu. Che pazzo ? che balordo ? Balorda e pazza siete voi.

Io voglio far quel che mi pare, né vo' sopracapi ; m'in-

tendete?

Bon. Oh bravo. Si, si, questa è buona. Cosi farò.

Fiu. Seguitiamo. — Come? Impertinente, temerario. Cosi

mi si ha da rispondere a me, eh?

Bon. Madonna si, in questa maniera. E chi vi par d'es-

sere a voi?

Fiu. Buono. — La padrona e padrona assoluta, e voi do-

vete starmi sottoposto.

Bon. Che sottoposto, che sottoposto ? Io vo' portare i cal-

zoni, né so chi mi tenga che....

Fiu. Bravissimo; animo, animo. — Olà, cosi mi si re-

plica a me?

Bon. A te e a chi fa per te. Né mi stare a far da bellu-

xnore, che ti fo schizzare il cervello con questa pistòla. ( Gli

va sul viso.)

Fiu. O manigoldo ! ( Gli dà uno schiaffo. )

Bon. O canchero, Fiuta! Questo è un po' troppo. (Con

voce dimessa. )

Fiu. Si fa per prova.

Boti. Eh prova m' incupola. Lo schiaffo l'ho sentito da vera

io. Queste prove le non mi piacciono.

Fiu. Ma figuratevi che ve V avesse dato lei, come assolu-

tamente ve lo darebbe. Come le averesti risposto per so-

prafarla ?

Boti. Averei tirato mano alla spada....

Fiu. Benissimo, cosi per l'appunto. Oh vedete se non è

stato bene il provarlo! (Bonario a queste lodi vnostr' aver

preso animo, si agita e sbuffa.)

Fiu. da sé. Comincio a sperarne bene.

Bon. verso Fiuta con voce alta. Qua tutte le chiavi. Spo-

gliatevi, e andate a letto, e se ardite fiatare....

SCENA DECIMOTTAVA

Ciprigna e detti.

Cip. di dentro. Che strepito è quello? Chi fa in questa

casa da padrone?

Fiu. Eccola, ora é il tempo. Animo ve 7 . Mi ritiro qua da

parte. Minacciate, e alzate le mani, bisognando. ( Via.)

Bon. tremando. La vien davvero. ( Via )

Cip. fuori. In questo luogo a me tocca a gridare....

( Guarda, né vede alcuno. ) Ho pur sentito qui alzar la voce*

Non ci è nessuno» Sarà forse stato in qualcuna di queste

stanze a terreno. Vo'un po' vedere chi sarà cosi ardito di

voler padroneggiare in questa casa. ( Via.)

Fine dell'atto Secondo.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Civile.

Raspa solo.

Rasp. Il cambiamento che mi è riuscito far delle lettere

di questi due innamorati, colla mutazione de' sentimenti ed

immitazione de' loro caratteri, dovrebbe aver messo tale scom-

piglio ne 7 loro animi, da non si poter riunire cosi per fretta.

Al ritorno di Tanganetto colla risposta di Buonamico, ho

cambiato quella con altra; e di più vi ho incluso, come per

isbaglio del medesimo Buonamico, il biglietto da me inven-

tato e scritto antecedentemente, diretto all' immaginario mar-

, chese del Senso: sicché Clarice non può non restare intie-

ramente persuasa della finta infedeltà del suo amante. La

fortuna in ciò mi è stata favorevole, lo confesso; ma l'iniqua

poi mi ha tradito nell' altro affare delle gioje, che era di

tanta importanza. L'Armeno mi giura e spergiura non aver

visto né gioje, né' ragazzo, e mi fa attestare da più d'uno

non esser egli in tutt'oggi uscito di bottega. Io ho gran ti-

more che Tanganetto non sia stato ingannato: mi bisogna

esaminarlo, per rintracciarne il vero, e far con sollecitudine

le diligenze... .

SCENA SECONDA

Ciprigna e detto.

Cip. Sia ringraziato il Cielo; pur una volta vi siete rag-

girato intorno casa. Mi sono affacciata cento volte alla fine-

stra, per vedere se vi vedeva venire, e sùbito che vi ho vi-

sto apparire sono scesa, perché bisogna che andiamo in que-

sto punto alla posta.

Rasp. Alla posta? ed a che fare?

Cip: È venuto il capitano di quella nave francese. An-

diamo, vi dico, senza perder tempo.

Rasp. Adagio, adagio, signora : bisogna prima intendere se

è vero che ci sia un capitano; chi egli sia; e che cosa si ha

da far da lui.

Cip, Oh, ecco sùbito le vostre solite difficoltà; me ne

sarei maravigliata. Questo è quel capitano di quella nave,

dove si ha da far imbarcar Valerio; e lui medesimo me l'ha

mandato a dire che vi è.

Rasp. Ma come sa questo capitano chi voi siate e le no-

tre intenzioni?

Cip. Come le sa ? Il Baruffi vostro corrispondente gli averà

detto tutto.

Rasp. Questa non mi par cosa probabile.

Cip. Se lo dico io che trovereste d'apporre al sale. (1)

Voi avereste a dire ancora che non è vero che questo capi-

tano vi sia.

Rasp. Via, concediamovi tutto. Ma perché volete voi an-

dare a tf ovario?

Cip. Sentite! Questa è l'altra adesso! Oh che non vi ri-

cordate della risoluzione di mandar per inganno Valerio in

Francia ?

Rasp. Bella cosa ! Primieramente non sta bene a voi l' an-

dare a cercar lui.

Cip. Eh che si fa alla francese: non ci si bada a queste

minute seccaggini.

Rasp. E poi, che assegnamento fate voi sopra la persona

di vostro figliastro, se egli non è più in casa, né in nostro'

potere?

Cip. Si discorrerà con lui, e si troverà qualche maniera

di far cadere Valerio nella trappola.

Rasp. Queste son cose da pensarle e ripensarle bene, prima

di proporle. Voi altre donne v'immaginate tutto facile, quando

si tratta di soddisfare a' vostri capriccj.

Cip. Questo è pure un capriccio tanto mio che vostro.

Rasp. È vero, ma le cose erano in altro piede quando fu

ciò risoluto.

Cip. Ora io non saprei. Voglio parlare a questo signor

capitano; se non per altro, per intendere come vi sono de'fo-

restieri in Livorno, e come vi si fanno di belle feste.

Rasp, — Conosco che ancora le sta in testa quel viaggio. —

Cip. — Quanto vi anderei seco volentieri 1 — Oh a propo-

sito: avete voi riscossi i quattrini di quelle gioje? Quanto

n'avete voi cavato? Meno di cinquecento scudi non vale-

vano.

Rasp. — Che dirò? — Le gioje.... Ma che credete, si-

gnora, che questi negoziati si faccino alla prima?

Cip. Sono pure parecchi giorni che le avete nelle mani.

E mi avete detto che un mercante armeno....

Rasp. Signora si, ma non ho avuto ancora risposta; e per

appunto adesso volevo andare per ricercarne. Ma chi sa se

averà fatto nulla?

Cip. E voi fatevi restituire le gioje; troveremo qualche

altro che le comprerà. — Questi denari verranno a proposito

pel viaggio. —

Rasp. Andate in casa, e lasciatevi regolare.

Cip. Ma dal capitano....

Rasp. Eh, ora non è tempo di pensare al capitano.

Cip. Vi dico che vi voglio andare io, e se non volete, ve-

nir meco, vi anderò da me.

Rasp. — Non mi compie adesso disgustarla. — Io vi ser-

virò, ma non si troverà in casa.

Cip. Vedremo. ( Via.)

Rasp. Questo capitano mi potrebbe mettere in nuovi

scompiglj; perciò guardiamo che non gli parli a solo.

SCENA TERZA

Buonamico e Fiuta.

Buon. Ah che i miei timori non sono stati vani. Io già

mi era supposto che Clarice non averebbe retto alle insinua-

zioni de' miei malevoli.

Fiu. Per dirvela, io non l'averei creduto mal, e sto per

dire, non lo credo né meno adesso. La signora Clarice mu-

tar di pensiero a vostro riguardo, e di più a persuasione....

Non saprei, non lo posso credere.

Buon. Ma questo, ( Mostra la lettere/.) l'hai pur veduto,

è suo scritto.

Fiu. Se ciò fosse, si potrebbe dir davvero che gli amori

delle donne sono come i lunarj, da non fidarsene punto

né poco.

Buon. Ma chi non si sarebbe fidato a' giuramenti ed al-

l'espressioni di Clarice? Quante volte mi ha ella assicurato

che mi averebbe amato fino alla morte, e che mai per qua-

lunque accidente o violenza....

Fiu. Ditelo a me, che non mi parlava mai d'altri che di

voi. E per questo io torno a dirvi che non posso credere in

lei questa mutazione: che non vi sia sotto qualche inganno.

Buon. Vorrei potermene lusingare ancor io; ma l'avermi

Tanganetto giurato che ella medesima gli ha data questa let-

tera, con ordine che a me la portasse a suo nome, non mi

lascia luogo da dubitarne.

Fiu. Tanganetto ve l'ha portata?

Buon. Si.

Fiu. Questo cornerò mi è sospetto.

Buon. Ma di chi volevi che si servisse, se in casa non ci

ha persona presentemente da potersi fidare?

Fiu. Di grazia, rileggiamola di nuovo, per vedere se vi si

potesse trovare attacco nissuno da rischiarire, la verità.

* Buon. Leggiamola. {Legge.)

Non vi rechi maraviglia, signor Buonamico, se il cuor

della vostra Clarice non può esser più a vostro riguardo

quel che è stato altre volte: egli ha giusti motivi di con"

giare affetti; onde non dovete più pensare a me, se non

per procurar di non trovarvi mai, ed in qualunque luogo

che sia, alla mia presenta : compatiiemi e datevene pace.

Clarice.

Or che ne dici?

Fiu. Qui ci son di gran cose, e son chiare; ma una tal

mutazione cosi subita, e senza dirne il perché, non mi par

che cammini.

Buon. Ah, che ne ho un'altra riprova convincentissima.

Vespina, che poco fa è stata per parlarle, senza saper nulla

di questo, mi ha asserito averla trovata tutta sdegno contro

di me.

FiUf Ma che ragioni le ha ella detto d'averne?

Buon. Non ne ha potuto indagare i motivi, perché, giusto

in quel tempo che glie ne ricercava, è sopraggiunta Ciprigna;

onde ella è stata necessitata a partirsi.

Fiu. Sentite, signor Buonamico, qui sotto ci è qualche

falsità e inganno. Io Voglio ritornare in casa, per rintracciar,

se posso, qualche lume maggiore pe' miei determinati rag-

giri, e nel medesimo tempo fiuterò sulla traccia di quel vol-

pone di Raspa; giacché tutto il vostro male credo che

venga di li.

Buon. Ma come ci potrai avere libero V ingresso?

Fiu. Adesso liberissimo. Sentite il bel caso che mi si è.

dato. Stavo col signor Bonario, dandogli lezione come doveva

fare a tener testa- contro la moglie, quando dia si è sentita

gridare dalle sue stanze. Io son fuggito in certe stanze a ter-

reno, e il diavolo, anzi la nostra buona sorte, mi ha fatto

intoppare in lei. Nel vedermi mi è venuta incontro, quasi vo-

lendomi mangiare colle parole. Sorpreso a quel modo, ho

dato spese al cervello (i), per trovar qualche invenzione? e

mi è venuto in testa il capitano della nave. Sùbito le ho

spiattellata la grossa bugia in questa forma : che passando io

dalla posta sono stato chiamato da un vetturino, che mi ha

presentato ad un certo signor Francese, di beli' aria guerriera,

che chiamavano signor capitano. Il vetturino gli ha detto:

signore, questo appunto è il servitore di quella signora, che

ella ricerca (credendosi che io stèssi ancor con V. S.); allora

egli m' ha interrogato con volto giojale : La signora Ciprigna

sta pur bene? Oh, ella è una bella signora, di gran spirito,

e della quale il nome fa un gran fracasso in Livorno; ella

vi era aspettata con gran desiderio: che vuol dire che non è

poi venuta? Io gli ho risposto che non ne sapevo la ragione;

ed egli mi ha replicato: Or basta, ditele che io sono arri-

vato in questo momento, e che averò l' onore di reverirla.

Gli ho domandato chi dovevo dire eh 1 egli era, e mi ha ri-

aposto: Ditele che sono monsù della Timonière, il capitano

di quella nave francese che ella sa : e si è ritirato a dar do-

gli ordini alla sua gente. A questo racconto appoco appoco

ella si è agevolata e fatta maneggevole, come la cera a fuoco

lento. Io allora ho preso più animo, e le ho ficcate dell 1 al-

tre carote di suo genio, alle quali ella è finita di calare, e

mi ha detto di ritornar da lei, che può essere che abbia bi-

sogno di me.

Buon. La tua astuzia ha saputo cavare l'antidoto dal ve-

leno, per ora: ma ella poi scoprirà facilmente la tua falsità,

Fiu. Di questo me ne rido; ma la non finisce qui. Ho

pensato da questo accidente cavarne qualche utile maggiore,

Io voglio fare la figura del capitano, e, secondo le carte che

sài verranno in mano, fare il gioco che potrò.

Buon. Ma per le mie disgrazie non ci trovo rimedio »i«-*w»

Fiu. Non vi perdete d'animo, penserò anche a voi, la-

sciate fere; anzi fate una cosa, venite con me; e ae la ai-

gnora Ciprigna non è in casa, voglio che parliate da voi alla

signora Clarice.

Buon. Ma ella mi proibisce....

Fiu. Ah, voi badate alle proibizioni delle donne

rate; eh? Si starebbe freschi. Le' fanno per sarci

V appetito, e per mostrare d'essere gelose che non si dea,

né si feccia.... Crediate a me chea ubbidire a queste proi-

bizioni si fa loro internamente del dispiacere, e ci ^ 4a *******ff

baccellacci e dappochi.

Buon. Temo di venire a incontrare un disp r ezz o mag-

giore; e credo esser meglio aspettar se fa replica alla mia

risposta, nella quale la prego dirmi quali sieno le mie man*

canze per potermi giustificare.

Fiu. La replica appunto! Gli occhi e la Bagna di un

amante hanno altra forza che la parole scarabocchiata sopra

una carta. Andiamo, andiamo. (Lo conduce.)

Buon. Il mio cuore non sa opporsi alle tue

SCENA QUARTA

Bonario solo.

Bisogna che quella me' moglie m'abbia fetto qualche

lia; che, quando la vedo, mi sento tutto abbassar l'orgoglio,

e distruggere tutte le buone risoluzioni che avevo fette* Oh

i'ia feci pur col manico la corbelleria quando la presi, E

pure un certo mio amico me V aveva detto che la moglie 4

come uno sbaglio di speziale, che dove si crede pigliare un

lattoario salutevole e grato, si piglia un* evacuazione avve-

lenata, che fa crepare. Ma e' incera riuscito si bene a quel*

P altra, ch'i' calai alla pania, e la presi fresca di età, perché

détti fede a quel proverbio che dice: a cavai giovane vec-

chio cavalcante : ma i 1 ho dato in una bestia pazza, che m' ha

tirato giù di sella in maniera, che non ho più coraggio di

rimontarci. Se tutto il male pò 1 poi fosse il mio, direi: ben

mi sta; e me lo succhierei con pazienza; ma que' miei po-

veri figliuoli che colpa ci hann' eglino? Uh i' non posso pen-

sare a quel me' povero Valerio, che non, me ne scoppi il

cuore. Fuor di casa; senza quattrini; con degli incomodi. Chi

sa il poverino quanto stenta. Pio vo cercando per Firenze,

e non V intoppo mai: vorrei pur trovarlo per dargli.... (S*. m-

contra in Valerio,)

SCENA QUINTA

Valerio e detto.

Bon, Oh sia ringraziato il Cielo: che fai, Valerino mio

eh' è tanto che non t'ho visto?

Val, Che vuol ch'io faccia, signor padre?

Bon, Triboli non è vero, poveretto, fuor di casa tua?

Val, Eh, signor no.

Bon, Si, si, non me l'hai a dare ad intendere, e dì più

senza quattrini : tieni. ( Gli dà un gruppo di denari, )

Val, La ringrazio, signor padre, ma non sono in tanta

necessità.

Bon, A vestiti, come stai?

Val, Competentemente. Ho portato meco tutti quei buoni

che aveva.

Bon, E poi saranno rotti, ve'? Piglia, fattene uno a tuo

gusto. (Gli dà un altro gruppo di denari.)

Val. Servirà per quando ne averò bisogno.

Bon. E la salute?

Val. Grazie al Cielo, la godo perfettissima.

Bon, Non hai né meno un dolor di capo?

Val, Sto perfettamente.

Bon, Ma se ti venisse? Poverino, non sveresti né meno

da pagare il medico, non è vero? Prendi, eccoti dieci doppie.

(Gli dà altro gruppo, ex lo ricusa.)

Val. Spero che ciò non accadere, ma quando accadesse

ho denari soprabbondantemente a tal bisogno.

Bon. Eh, non dir bugie. Prendi, prendi. ( Gli fa pigliare i

denari. )

VaL Faccio per non disobbedirla.

Bon. In casa d'altri, lo so, si sta male: quanto ti com-

patisco !

VaL In casa del signor Buonamico sto, posso dire, ancor

meglio che in casa propria.

Bon. Eh non me l' hai a dire a me. Se ti viene una vo-

glia d' una coppia d' uova o d' un piccione, tu non te la puoi

cavare.

Val. In quella casa non manca niente. E poi basterebbe

che io parlassi, per esser soddisfatto di tutto.

Bon. Ma la servitù....

Val. È obbedientissima ad ogni mio cenno.

Bon. Non importa, ci vogliono delle mance. Eccoti dieci

altre. doppie. (Glie le mette in mano.)

y Val. Signor padre, V. S. ha troppa tenerezza per me,

ed io....

Bon. Non voglio che tu patisca: queste son venti più per

la cioccolata e pel caffè.

Val. Ma ella....

Bon. Zitto, zitto, non parlare, e goditele per amor mio.

Se tu sapessi quanto mi dispiace che tu abbi a stare fuor di

casa. Uh, uh, uh. (Piange.)

Val. Non s' affligga per questo. Io sto bene, ed in breve T

come spero, si cangeranno le cose.

Bon. piangendo. Uh, uh, uh. Abbi pazienza, figliuol me 7

caro, uh, uh, uh. Quella benedetta donna.... uh, uh, uh.

Val. Le si farà mettere il cervello a partito.

Bon. Io non ci ho colpa, e vorrei.... uh, uh, uh.

Val. Non si tormenti in questa forma, le dico. Io sono

sicurissimo del suo affetto.

Bon. Bisogna che io me ne vada, perché mi sento scop-

piare il cuore. (Parte piangendo.) Sta 1 allegramente, figihiol

mìo. ( Via.)

Val. Faccia lo stesso ella pure. — Gran buon cuore che

ha mio padre verso di me, ed io sarei molto ingrato.... —

Bon. ritorna. Valerino mio, dimmi la verità: tu non hai

un quattrino?

, < Val Come, se me n'avete dati tanti voi adesso ?

Bon. Tu non me lo vuoi dire: tieni ancora questi; (Si

vota le tasche.) abbi pazienza, non ne ho più, (Partendo.) uh,

uh, uh. Gli è un figliuolo d'oro il poveretto. ( Via.)

Val. È un padre che merita ogni obbedienza ed affetto.

SCENA SESTA

Camera.

Clarice e Vespina.

* Clar. Non si può scusare in alcuna maniera il perfido, il

traditore.

Vesp. Se fosse vero ciò che mi dite, avereste ragione, ma

questo è impossibile. Il signor Buonamico sposo d'altri che

ài voi, quando non vede per altr' occhi, né sente per altre

orecchie che le vostre? Eh via.

Clar. Ma le notizie che mi ha dato monsù Raspa....

Vesp. E voi credete a quel birbone?

Clar. Io credo a' biglietti di Buonamico scritti di sua pro-

pria mano, che confermano ad evidenza le dette notizie. Sappi

che io sùbito che l'ebbi intese con tante verisimili circo-

stanze, entrai in gran sospetto della verità, e per certificar-

mene, scrissi un biglietto a quell'infedele, rimproverandogli

la sua fellonia.

Vesp. E lui vi ha risposto?

Clar. Si.

Vesp. E che dice? ve lo confessa?

Clar. Egli me lo nega.

Vesp. Oh vedete dunque.

Clar. Ma con termini equivoci e con freddezza tale....

Vesp. Eh che sarà la vostra paura, che ve lo farà pa-

rer cosi.

Clar, Volesselo il Cielo. Ma un altro suo biglietto scritta

di suo pugno al signor marchese del Senso....

Vesp. A chi? Al marchese del Senso? E chi è costui?

Clar. Il mezzano del suo matrimonio.

Vesp, Oh ve' chi ha preso per mezzano!

Clar, Questo biglietto, dico, scritto a questo signore, e

per isbaglio incluso in quello scrìtto a me, pone in chiaro

il suo tradimento, e lo rende più colpevole.

Vesp. Uh, quel che voi mi dite! Gli avete voi costi que-

sti biglietti?

Clar, Gli porto appresso di me, perché mi siano sempre

di stimolo ad abbonirlo.

Vesp. Di grazia leggetemeli, perché io gli possa dir le

mie sillabe. (1)

Clar, Questo è in risposta al mio. (Legge.)

Signora, niun può tener le lingue che non parlino, e se

U mio matrimonio fosse concluso, come dite esservi stato

significato, dovrei saperlo meglio di ogni altro. Per anche

som libero, e posso applicarmi ove mi porta il genio: ed in

testinionian\a di quanto vi asserisco, e per vostra quiete e

sicure\\a, vi mando qui accluso un attestato da me fatto, e

sottoscritto con mio giuramento, esser falsa la voce del ma"

trimonio palesatovi; e vi riverisco, Buonamico

Vesp, E dov' è questo attestato che vi manda ?

Clar, Il cielo che detesta i tradimenti, ha fatto si che si

•copra meglio il suo con quell' istesso inganno, ch'ei aveva

ordito per celarmelo. In vece di accluder quello nella lettera,

ci ha accluso per isbaglio un biglietto, che scrìve al sopra-

detto marchese.

Vesp. Ti dia nel collo! (2) E che gli scrìve?

Clar. Ascolta, e poi di' se non ho ragione di chiamarlo

un perfido, un traditore. (Legge nella soprascritta.)

Al signor marchese del Senso.

Caro amico,

La notizia che mi date, che la mia sposa sarà pronta

ad ogni cenno a partir di Bologna per a questa volta, mi

ha ripieno il cuore di giubilo. Io altresì mi disporrò con

sollecitudine per V incontro da farlesi, e sarò da voi per

accordare la giornata, e per ringraziarvi di tante vostre

premure per le mie consolazioni e vantaggi; il che farei

presentemente, se non mi trovassi carico di occupazioni. Te-

nete per anche segreto V affare ed amatemi.

Il vostro obi iratissimo amico e servo

Buonamico Fedeli.

Vesp. Ah scellerato! Se io lo potessi aver qui, me gli

vorrei mettere addosso co' graffi e co' morsi, peggio che una

cagna arrabbiata.

Clar. Può darsi perfidia maggiore?

Vesp. Né anche in Turchia si sentirebbe una cosa simile.

Oh vatti a fidare degli uomini ! Ah me lo diceva ve' la mia po-

vera mamma che son traditori, e che, per ottener qualche

cosa da noi altre ragazze innocentine, giurano e spergiurano;

fìngono spasimi, svenimenti, fuoco che gli abbruccia il cuore

e le viscere.... Il malanno che gli colga dove si senton me-

glio, i bricconacci scomunicati. Ma a me non me la ficcano.

Dell'erba trastulla ne so dar quanto loro.

Clar, Or, Vespina mia, tu vedi in che stato mi ritrova

Vesp. Vi compatisco; ma fatevi animo, che degli uomini

ce ne sono degli altri, né tutti saranno come lui.'

Clar. La mia maggior pena è di togliermi questo ingan-

natore, dal cuore.

Vesp. Eh, un chiodo scaccia V altro, e con un po' di

tempo anche ogni gran ferita si richiude. Ma io non glie la

posso perdonare. Non son tre ore che egli tutto tenerezze mi

diceva: Vespina mia, mi raccomando a te: va dalla signora

Clarice, dille che non mi abbandoni, se non mi vuol vedere

disperato: il mio grande amore mi fa temere.... le corna, che

ti sfondino, birbantone. Ma state, eccolo che vien di costà.

Clar. si volta. Ahimè! Vespina, non mi abbandonare.

SCENA SETTIMA

Buon amico, Fiuta e dette.

Vesp. a Clarice. Fate vista di non lo vedere. ( Clarice si

volta da altra parte.)

Buon, a Fiuta. Eccola l'infedele: vedi come mi volta le

spalle?

Fiu. a Buonamico. E voi voltatele il sedere.

Clar. a Vespina. Il perfido non ardisce accostarsi.

Vesp. a Clarice. E voi mostrate di non curarvene.

Buon, a Fiuta. Com'è possibile che si sia scordata si

presto di mei

Fiu. a Buonamico. Vien che le donne hanno poca me-

moria, non si ricordano punto oggi di quelli, a' quali fecero

jeri cortesie a sporte.

Clar. a Vespina. Mi par che egli sia molto inquieto: da

che può procedere?

Vesp. a Clarice. Ve lo dirò: perché egli averà dell 7 in-

quietudine.

Buon, a Fiuta. Osserva com'è ostinata nella sua al-

terigia.

Fiu. Oh non è donna?

Clar, a Vespina. Com'è mal creato! Mi avesse almeno

salutata.

Vesp. a Clarice. Che maraviglia! Non è uomo?

Buon, a Fiuta. Non posso più reggere. Vado. ... (Si muova,

e si pente.) Ma no, la farei troppo insuperbire.

Clar. a Vespina. Veniva per parlarmi, e si è pentito. An*

derò io....

Vesp. a Clarice. Abbiate pazienza, che calerà da sé a

darci di naso, non vi dubitate.

Clar. a Vespina. Non posso più contenermi. La mia pas-

sione mi spinge.... (Va, e si pente.) Ma no, troppo m'avvilire?.

Buon, a Fiuta. Voleva accostarsi, ma il saper d' esser rea

l'ha ritenuta.

Fiu. a Buonamico. Lassatela fare, che s' infilerà da sé

nella rete; ma no, siate voi il primo a rompere il diaccio, e

rimproveratela come si conviene.

Buon, a Fiuta. Ma che parole averò io....

Fiu. a Buonamico. Pigliate quelle del Mangia di Siena. (1)

Voi mi fareste dir qualcosa di bello.

Vesp. a Clarice. Fate una cosa: siate la prima voi a rom-

per visiera, e ditegli il fatto vostro fino a un finocchio.

Clar. a Vespina. Ed io devo azzardarmi....

' Vesp. a Clarice. O che credete che sia? S'azzardano

tant' altre.

Fiu. a Buonamico. Aspettate dunque: anderò io a par-

lare a Vespina, che mi par che la sfrontatella la tenga

dalla sua.

Vesp. a Clarice. Anzi no; lasciate andar me ad abbor-

dare quel furfantello di Fiuta, che m'ha cera d'essere del

suo partito.

Clar. a Vespina. Si, sarà meglio.

Buon, a Fiuta. Mi farai piacere. (Vespina e Fiuta si

muovono nello stesso tempo, e vanno ad abbordarsi, e par»

lano tutti due a un tratto.)

Vesp. Si potrebb'egli sapere da voi, signor consigliere ... v

Fiu, Si ha curiosità di intendere da voi, signora segre-

taria.... (Restano tutti e due a un tratto di parlare, fa-

cendo cirimonie a chi ha da parlar prima. )

Fiu. a Vespina. Dica, dica pure, signora avvocatessa.

Vep. a Fiuta. Eh, dica pur lei, signor procuratore.

Fiu. a Vespina. So il mio dovere.

Vesp. a Fiuta. Ed io le mie convenienze.

Fiu. a Vespina. Orso, da che cosi comanda, io m'avan-

zerò a domandarle da che procede.... (S' accosta a parlare

a Buonamico.)

Clar. a Vespina. Vieni, vieni, ho sentito gente, e credo

sia la signora madre. (Conduce via Vespina.)

Fiu. seguita il suo discorso, non avendo veduto partirle.

Si, da che procede nella vostra signora clientola.... ohi (A

Buonamico:) Che han fatto la sparizione?

Buon. Or che ne dici, può darsi un disprezzo maggiore?

Fiu. Sapete quello che io ne dico? Che ho paura che

quel furfanto n di Raspa abbia stregonato il padrone, la pa-

drona, la figliuola, la cameriera e tutti quanti ; perché io non

mi ritrovo....

Buon. Mi ritrovo ben io, ed attribuisco tutto alla volubi-

lità di quella infedele di Clarice.

Fiu. Sapete come s' ha da fare a corbellarla? Si ha da

operare che suo padre ve la faccia sposare, giacché ve l'ha

promessa, ed io vi prometto di fare in maniera che ciò segua.

Buon. Come? Io sposare una, donna che non mi pigliasse

di genio? Non sarebbe lo stesso che unirsi ad un demonio,

ad una furia?

Fiu. Eh, quando cominciano poi....

Buon. Non me ne parlare. Anzi ho risoluto di ringraziare

Valerio e il signor Bonario, e sciorre onninamente il trattato.

Fiu. Ma prima bisogna pure intendere....

Buon. Non voglio intender altro. Il signor Bonario potrà....

SCENA OTTAVA

Bonario e detti.

Bon, Eccomi, signor Buonamìco ; che dicevi di me ?

Buon. Io signore.... Fiuta.

Fiu. Che mi comanda?

Buon. Di' tu qui al signor Bonario.

Fiu. Io? Glie lo dica pur da sé.

Bon. Che cosa c'è? Vi vedo molto sottosopra.

Buon. Eh niente, niente. Fiuta?

Fiu. Signore.

Buon. Parla tu, e spiega....

Fiu. Io non so spiegare, vedete, e per questo sono stato

sempre un bu\

Bon. Ma non si può sapere quel che vo' avete da dirmi?

Buon. Si signore. Fiuta non ti far più pregare.

Fiu. Volete dunque che parli io?

Buon. Si, tu: fammi questo servizio.

Fiu. Oh, ora vi servo. (A Bonario:) Il signor Buonamìco

con tutto il rispetto immaginabile.... (A Buonamìco:) dico

bene?

Buon. Si, seguita. '

Fiu. E con tutti i più ossequiosi ringraziamenti per la

bontà che avete mostrato per lui, in quanto al matrimonio

della signora Clarice.... (A Buonamìco:) Cosi?

Buon. Bene, bene.

Fiu. Vi prega a volerlo scusare, se ardisce di dirvi aper-

tamente.... (A Buonamìco:) Va bene?

Buon. Benissimo. Tira avanti.

Fiu. Se ardisce di dirvi apertamente che qtiesta sera vor-

rebbe che la faceste sua sposa.

Buon. Non è questo....

Bon. Volentierissimo. Oh che vo' siate benedetto, perché

non me lo dir sùbito da voi ?

Buon. Io, signor Bonario....

Bon. Eh via, via, perché peritarsi, se già ve l'ho pro-

messa ? '

Buon. Io non intendo....

Bon. Non vo' cirimonie. Fo questo parentado di -troppo

buon genio. Anzi, ora, guardate, vi voglio far venir qui la

Clarice. [Via.)

Fiu. Ah, ah, ah. (Ride.) Non vi ho servito nel coscetto,?

Buon. Ancor tu vuoi prenderti burla di me?

Fiu. Eh via, state zitto. So bene che non potevo secondar

meglio i vostri desiderj.

Buon. Ma tu ... .

Fiu. Ma voi mi avete voluto far parlare. * •

Buon. La mia intenzione però non era che tu parlassi in

quella forma.

Fiu. Dovevate dunque parlar voi.

Buon. Ma il mio cuore non poteva ridursi ad una si do-

lorosa risoluzione.

Fiu. Oh vedete dunque.... Ma eccola la signora Clarice.

SCENA NONA

Bonario, Clarice e detti.

Bon. a Clarice. Va' presto a parlargli: voglio cosi io, e te

lo comando. Tu hai da essere la sua sposa. (A Buonamico:)

Eccovela qui, ve la lascio, perché le possiate parlare con

libertà. Cosi si fa a far da padrone. (Via.)

Fiu. Ancor io me ne vado. Strigatevela tra voi. Non vo-

glio che mi scappi il raggiro della capitaneria. ( Via. )

Buon. E bene, infedele, posso io sapere il motivo de 7 vo-

stri disprezzi?

Clar. Ah traditore! me tacciate d'infedele, ed a me ri-

cercate il motivo dei miei giustissimi rigori? Perfido, crede-

reste ancora abusarvi della mia troppo grande facilità in cre-

dere ad uno spergiuro?

Buon. Io spergiuro? Se non avete altra difesa della vo-

stra infedeltà, che accusare la mia innocenza di mancanza di

fede, troppo deboli saranno sempre le vostre ragioni.

Clar. Le mie ragioni hanno tutto l' appoggio di una retta

giustizia ; e non ho cessato di amarvi, se non dopo che vi ho

riconosciuto per traditore.

Buon. Me traditore! Oh Clarice, Clarice, cosi ricompen-

sate quel grande affetto e venerazione, che ho sempre avuta

pel vostro merito?

Clar. Iniquo, ed ancora pretendereste ingannarmi eoa

queste lusinghe?

Buon. Ma che prove avete voi della mia malvagità, de' miei

tradimenti ? •

Clar. Le più chiare, le più evidenti che aversi possano.

Quelle che avete firmato co' vostri stessi caratteri.

Buon. Se non ne avete altre, la mia innocenza non teme

alcun giusto rimprovero, né condanna. Io bensì co' vostri me-

desimi caratteri posso convincervi d'. una infedeltà senza pari.

Clar. Dove, dove sono questi caratteri che mi condan-

nano per tale?

Buon. Questi son dessi. Ma non già voi potrete colla stessa

evidenza sostenere le vostre mal fondate querele.

Clar. Come no? (Mostra i biglietti.) Questo è pur vo-

stro carattere: qui si parla pure di un vostro matrimonio

concluso con altra, che colla vostra tanto amata Clarice. {Irò-

nicamente. )

Buon. Di un mio matrimonio con altra che con voi? Ah

siete delusa. Io no che noi sono, mentre in questo biglietto

apertamente mi dite non volermi amar più.

Clar. Io ciò vi ho scritto? Mentite.

Buon, le dà il biglietto. Negatelo, se potete.

Clar. E voi, se potete, negate che questi non siano sen-

timenti segnati di' vostra mano. (Gli dà i suoi biglietti. da-

scheduno legge da sé, con atti di maraviglia ; nel qual

tempo ritornato Bonario, parla in disparte.)

Bon. — Che gusto che ho di vedere che si divertiscano

un po' insieme i poveretti. Questa è invenzione di mia testa.

Clar. — Non posso negare il carattere, ma questi senti-

menti non son miei. — (Rilegge.)

Buon. Che io non abbia ciò scritto è verità infallibile, ma

pure la mano.... Che confusione! ( Rilegge. )

Boti. — Quanto godo che si - voglin bene a dispetto di

mia moglie! Le verrà la rabbia; il matrimonio è fatto adesso.

Clar, a Buonamico. E bene, che avete da rispondere?. La

confusione non vi lascia inventare altr' inganni?

Buon. Signora, in questo fatto ci è un evidente tradi-

mento e falsità. Io giuro non avere scritto né l'uno, né l'al-

tro biglietto. -

Clar. Come? non è quella vostra mano?

Buon. Ne ha tutta la somiglianza, ma indubitatamente al-

tri formò questi caratteri.

Clar. Me ne assicurate?

Buon. Ne chiamo in testimonio il Cielo. (Clarice sta

pensosa, e Buonamico V osserva.)

Bon. — Vorrei che quella diavola venisse adesso, e gli

trovasse insieme, perché vedesse quel che so fare. —

Buon. Ancor ne dubitate? Siete molto pensosa?

Clar. Pensava che siamo stati ambedue traditi. La cer-

tezza che questo biglietto (Mostra il biglietto che ha in

mano.) non è stato- scritto da me, e P uniformità del carat-

tere al mio mi fa creder vera la vostra asserzione)

Buon. Come? Non lo scriveste voi?

Clar. No certamente. Il mio era dettato di sentimenti af-

fatto diversi. Io mi lamentava con voi del matrimonio, che

avevate concluso, a tenore dell'asserzione fattamene da Raspa.

Buon. Da Raspa? Non accade altro: egli è il macchina-

tore di quest'inganno.

Clar. Mi uniformo ancor io alla vostra credenza, per-

ché egli....

Cip. di dentro. Che tutto sia presto in ordine.

Clar. in voltarsi, vede Bonario. Oh, signor padre. (A Buo-

namico con agitazione:) Signor Buonamico, ecco mia matri-

gna. Partitevene, per isfuggire ogni contrasto.

Buon. Ma.ì...

Clar. Fate a mio modo: sarà meglio, non è vero, signor

padre?

Boti. Eh, io me ne rimetto, e direi di si.

Buon. Parto per obbedirvi. ( Via.)

Bon. Sbrigatevi, fate presto.

Clar. Se V avesse la signora madre veduto meco, Dio ne

guardi.

Bon. Eh, se avesse voluto far da bellumora, Paverebbe

avut' a far meco. Le averei detto che vi avevo messi insieme

io, e che la volevo cosi.

Clar. In tal caso poi, quando voi mi aveste sostenuta....

Bon. Se io t' averei sostenuta ! Vorrei che fosse seguito,

e averesti veduto.... Oh, eccola tutta infuriata. Non aver

paura, ve'. (Si ritira.)

Clar. Dove va? Non mi lasci.

Bon. Sto qui da parte in tuo ajuto.

SCENA DECIMA

Ciprigna, Bonario a parte e Clarice.

Cip. Buonamico uscito di queste stanze! Ah sfacciata,

pettegola, che potrebbe far di peggio una baldracca?

Clar. Signora madre, non imputate cosi la mia onestà.

Cip. Che onestà, che onestà? Oh vedete bella fanciulla

onesta, che introduce gli amanti in casa, per trattenersi seco

a solo a solo.

Clar. Io non ho introdotto alcuno in casa.

Cip. Voi no, eh? Oh chi dunque è stato questi?

Bon. a Clarice. Non dire che sono stato io.

Clar. A me basta non essere stata.

Cip. E di trattenersi seco sola, lo negherete?

Bon. a Clarice. Non le dir che ci ero anch'io.

Clar. Io sola?

Cip. Voi sola, signora si.

Clar 1 . Eh, mi maraviglio di lei.

Cip. Serve a poco il dire: mi maraviglio di' lei. Bisogpa

nominar chi era con voi, perché vi sia 'creduto.

Bon. a Clarice, Non glie lo dire.

Clar. Lo vuol sapere?

Cip. Signora si, che lo voglio sapere.

Clar. Glie lo dirò dunque.

Bon. — Oh povero me! —

Clar. La mia reputazione, il mio decoro e la mia pudi-

cizia. Oh veda quanti personaggi ci erano.

Bon. — Manco male. —

Cip. Bei personaggi che mi avete citato, e veramente di

grande autorità! {Ironicamente.) Eh, andatevi a vergognare.

Una fanciulla.... Basta, all'avvenire ci- piglierò rimedio, e

vi terrò serrata in una camera a più chiavi. ( Via.)

Bon. Brava, la mia Clarice. Ti sei portata bene, via.

Clar.. Vi siete ben portato male voi. In cambio....

Bon. Via, via sta' zitta, sta' zitta, non ne parliam più.

Clar. Non ne parliamo più; ma intanto mi avete lasciata

nell'imbarazzo maggiore; e la mia riputazione....

Bon. Ora bisogna che vada fuori, sai? Ci rivedremo. ( Via.)

Clar. Che uomo mai che è questo mio padre!

SCENA UNDECIMA -

Strada.

Valerio e Buonamico.

Val. E quel briccone di Raspa aveva egli tramato questo

inganno, per cagionar tali rotture?

Buon. Ne abbiamo indizj si chiari, che non può mettersi

in dubbio.

Val. E mia sorella gli aveva creduto?

Buon. Una giovane è sempre suscettibile, particolarmente

negli affari di amore; e tanto più per aver egli si ben circo-

stanziato il trattato da lui supposto.

Val. Ma voi pure colla vostra accortezza dar nella rete?

Buon. 11 grande affetto cagiona sempre timore, ed il ti-

more non va mai disgiunto da una facil credenza. Ma senza

questo ancora: chi non averebbe creduto a i caratteri cosi

bene imitati di vostra sorella?

Val. Ma come supponete che sia egli che abbia ciò fatto ?

Buon. Come i biglietti erano stati portati da Tanga netto,

mi è riuscito facilmente con diversi interrogatorj suggestivi,

fattigli con molta accortezza, farmi da esso confessare che

monsù Raspa ha egli prima avuto in mano .i detti biglietti.

Val. Essendo ciò, non è più da dubitar del suo inganno.

Buon. Questo, grazie al Cielo, non può più nuocerci, ma

un 7 abilità simile di contraffare i caratteri, unita ad un animo

perverso, come il suo, chi sa quanti altri mali potrà cagio-

nare, ed aver cagionati alla vostra casa?

Val. Un uomo iniquissimo, come questo, non va lasciato

vivere lungo tempo. Voi sapete pure che indignazione mi si

è suscitata nel cuore più volte contro di lui; e senza le vo-

stre persuasioni averebbe a quest'ora pagata la pena delle

sue perversità.

Buon. Non vi dispiaccia esservi contenuto.

Val. con indignazione. Eh che tanta continenza! Siimi

gente non va sofferta; ed or mi sento più che mai accendere

il sangue.... (Infuriato.) In questo momento vado....

Buon, lo tiene. No, amico....

Val.. Eh, voi siete troppo .buono. Non crediate che io sia

più per lasciarmi.... Ma eccolo l'iniquo.

Buon, lo tiene. Abbiate ancor flemma.

SCENA DUODECIMA

Raspa, e detti a parte.

Rasp. — O destino perverso, cosimi tradisci? Mostrarmi

una bella apparenza pel buon fine della mie industrie, e poi

farmele tutte svanire in un punto! —

Buon, ritenendo Valerio che fa for\a. Non vi movete,

compie l'ascoltarlo.

Rasp. — Clarice mi fugge, e schernendomi sopra l' inven-

tato matrimonio, conosco aver ella scoperto l'inganno. Ma

ordirò ben io altre trame. — ,

Val. E ho da avere ancor pazienza? -

Buon. Si. (Sempre tenendolo.)

Rasp. — Ciprigna mi ha mostrato volontà di volerla forse

sposare a quel capitano francese che è qui giunto, e che

non si è potuto sapere ove sia alloggiato; ma troverò modo

ben io perché non segua. —

Val. a Buonamico. Che capitano?

Buon. Lo saprete.

Rasp. — A questo ancor s'aggiunge la perdita oramai

delle gioje cavate di mano a Ciprigna ; poiché dal discorso di

Tanganetto ho compreso averle ei consegnate a qualche furbo

vestito da Armeno, mentre, per quante diligenze io abbia

fatte, non mi è riuscito trovare in Firenze altro Armeno,

che il mercante, che non le ha avute. —

Buon, a Valerio. Parla delle gioje riscattate da Ve spina.

Rasp. — Ah, stelle inique, vi detesto, vi abomino. —

Buon, ritien Valerio che fa for\a. Fermo.

Val. E quest'empio si ha da soffrire!

Rasp. — Ma tentate in vano di frastornare i miei gua-

dagni ed i miei piaceri. Saprò a vostro dispetto arricchirmi

colla roba di Bonario, e con inganno, o in altra forma, far

mia l'amata Clarice. ( Via.) —

Val. infuriato tenta scappare da Buonamico, che sempre

lo ritiene. Ah«empio, scellerato. ( A Buonamico 🙂 Lasciatemi.

Buon. Lo chiedete in vano.

Val. contro Buonamico. Siete un cattivo amico, rende-

temi voi soddisfazione colla spada....

Buon. Oh, signor Valerio, è possibile che la vostra pas^

sione possa tanto sulla vostra ragione?

Val. pensoso per poco. Perdonatemi, il furore mi aveva

Buon. Non v'imputo questo ad errore contro di me, ma

bensì contro di voi; perché questi vostri furori vi potreb-

bono essere un giorno di gran pregiudizio.

Val. Ma quell'iniquo si ha da lasciare impunito?

Buon. Non già, anzi è necessario che sia gastigato come

merita: ma questo gastigo non dalle nostre mani, ma dalla

Giustizia deve riceverlo.

Val. Questo sarà il modo o di non ne far nulla, o di an-

dare assai in lungo.

' Buon. V ingannate. Voi non avete ancora esperienza di

tali cose. Abbiamo un. principe, che è giusto, e che vuole la

prontezza e la rettitudine ne' suoi ministri: io poi ho confi-

denza con uno di essi, cui si aspetta una tal causa, e adesso

di questo passo vado a trovarlo, per rappresentargli le ini- .

quità. di costui, acciò vi ponga rimedio opportuno.

Val. Se cosi è, mi rimetto. Andate pure.

Buon. Ci rivedremo. ( Via.)

Val. Mi quieto, ma non di troppo buon animo, sulle pro-

messe dell' amico. Più soddisfazione averei avuto a gastigare

quell' empio celle mie mani. Prego il Cielo però che non mi

si presentì più davanti, che non so se potrò contenermi;

come non so se potrò frenare il mio sdegno contro la per-

versità della matrigna. Che viene a dire ? Voler maritare mia

Sorella a suo capriccio, e di più ad un forestiero, che non si

sa.... Ma chi è costui che viene a questa volta?

SCENA DECIMATERZA

Fiuta vestito da soldato

con caricatura alla francese, con baffi, e detto.

Fiu. sen\a aver visto Valerio. Vive les arme, morbleu.

Val. si fa avanti guardandolo. — Che strana figura! non

• sarebbe già costui.... Ma.... Ma.... —

' Fiu. — Non mi ha conosciuto; mi prenderò seco un

po' di spasso. — Belle sittade eh', è queste Florensia!

Val. — E Francese. Chi sa che non sia quel capitano. —

Fiu. Set un peccat che non sie à le bord de la mar, comme

Ligurne. (Mostra discorrer da sé.) Ma dove trovar la si-

gnore Siprigne?

Val. — Egli è desso senz'altro; mi sento agitare il cuore

per la collera.

Fiu. — Non sa nulla del 'travestimento; sarà più bello

lo spasso. -*-

Val. — Non posso contenermi. — ( Gli passa avanti, lo

guarda in viso, e dopo averlo esaminato da capo a piedi,

lo prende per la manica del giustacore, che sarà fuor di

moda, dicendogli con derisione:) E questa l'ultima moda di

Francia ?

Fiu. facendo il bravo. Uf, la mode, quest'è belle! La

mode, monsieù, la mode.

Val. Non sareste voi già un certo capitan 1 di nave fran-

cese venuto a Livorno...?

Fiu. Je sone le capitene de le navire franscese venut' à Li-

gurne. Che sci volet dir?

Val. E qui volete parlare ad una certa signora Ciprigna,

che ha un figliastro ed una figliastra....

Fiu. Serte. E chi me le vudrà impedir? Morbleu !

Val. lo guarda, e ride con ' aria dispreizante. Ah, ah,

ah; la bella figura!

Fiu. cacciandosi il cappello con due mani, e mettendo

poi la destra sulla spada. Comman sgerni diable ! A un '

homm' come moè? Par la mor!

Val. con fermerà e serietà. E che pretendereste di fare

di quella spada?

Fiu. in maniera raddolcita. La vender, monsieu, vulete

la comprar?

Val. tirando la spada. Gli uomini d'arme non sfuggono .

cosi vilmente le occasioni di battersi. Tjra quella spada, o

che t'uccido.

Fiu. Eh, signore, io sono uomo di lettere, e non d'armi;

che non riconoscete il vostro Fiuta?

Val. si ritiene perplesso, guardandolo. Ma perché in que-

st' abito, e perché non ti far conoscere sul bel principio?

Fin. Non averei avuto questo gusto, se mi fossi scoperto

da prima. La mutazion cieli' abito poi è per ingannare la vo-

stra matrigna. Che non ve l' ha detto il signor Buonamico?

Val. Mi ha detto volermi palesare non so che cosa del

capitano, ma poi non ha avuto tempo a parlarmene, per le

cagioni che ti si diranno.

Fiu. Vi racconterò io dunque tutte le mie macchine e

raggiri, che spero far giuocar bene a vostro profitto, ma non

è tempo di contarvele qui: si fa tardi, e mi conviene far la

visita in questa forma alla vostra matrigna, che so mi sta

aspettando.

Val. Ma se ti riconosce?

. Fiu. Mi avevi riconosciuto voi, che mi volevi sbudellare?

Val. Per dirtela, la bile....

Fiu. Si, si, la bile e la linfa. Voi sempre avete cinquanta

mine in corpo, e gli date fuoco a tutte a un tratto. Ma tor-

nando a noi., io mi trasfigurerò ancor di più, perché non mi

abbia da conoscere, e poi il nome che ho preso Della Timo-

nière, che ho saputo esser quello del suo capitano, e il par-

lar .tutto alla francese serviranno ad ingannarla di più, giac-

ché so che non le è noto che io sappia questo linguaggio,

Val. Ma che pretendi con ciò di fare?

Fiu. Andiamo, andiamo; lo saprete: adesso non ho tempo

da perdere.

SCENA DECIMAQUARTA

Sala.

Cipriota sola esce, parlando verso la scena.

Che si mandi a prendere dell' acque fresche e delle, cioc-

colate. Che il magnano ed il fornajo di casa, e quei due con-

tadini, che ho fatto Testare, stiano alla porta colle livree ad-

dosso, e siano preparate le torce in caso di bisogno* E sopra

tutto che quel gaglioffo di mio marito non si lasci vedere. ( Si

volta, parlando verso V udienza.) Il signor capitano Della Ti-

monière non dovrebbe star molto a venire a farmi la visita,

di che si muor di voglia ? a quel che mi ha detto oggi Fiuta.

Questo servitore, sottosopra, sarebbe un buon servizio, se

non l'avessero guastato i miei figliastri. E ritornato da me

con una premura, che non si può dir di più, per ringraziarmi

da parte di quel signore dell' avere io voluto visitarlo la

prima, e per significarmi il gran dispiacimento che ha avuto

che io non l'abbia trovato. E non 4i poteva trovar né meno,

perché dice che era andato a vedere alcuni palazzi, per fer-

marli per sua abitazione. Mi ha detto che è uomo franco, li-

bero e senza suggezione, giusto come sono i Francesi e di

più soldati, che non sta in galanterie, e che se ne va alla

militare; ma che però è uomo di coraggio e bravo soldato

per mare e per terra. Io ci ho già fatto due assegnamenti al-

meno, uno di andar seco a Livorno, e V altro di vedere se

gli potessi dar Clarice, quando egli è per tornarsene in Fran-

cia, e mandarci nello stesso tempo Valerio, per levarmegli

tutti e due d' intorno. Raspa non vorrebbe in quanto a Cla-

rice, ma spero di farcelo poi acconsentire, perché le sue ra-

gioni non mi paiono troppo forti. ( Si sente romore dentro,

come di gran gente.) Ma che romore è questo? Sicuro, sarà

il capitano: olà, chi è li? Non vorrei....

Fiu. di dentro. Mon ami, u è madame ?

Cip. tutf agitata. E lui certamente: chi sa come mi sto.

(Si accomoda. )

SCENA DÉCIMAQUINTA

Fiuta da capitano, con cerotto a un occhio,

zoppo da un piede, e detta.

Fiu. Madame, u eté vu'? Ah vus eté isf, ma prensesse;

suffrite che je vu confess, madame, che le curasge de ma

curiosité non ha potute tenir pie' ferme à le tambur battent

de votre merde.

Cip. Signor capitano, ella si compiace onorar troppo una

sua umilissima serva: e che può ella trovare in me che sia

plausibile?

Fiu. Pardi, madame. La renomé, la Fam de votre sciar-

mante bellesse a cosat (i) più de tampète e de nofrasge in

tutt' Ligurne, che le più fier sirocc in tutt' la mar.

Cip. La fama è spesso bugiarda, e V. S. I 1 a vera speri-

mentata tale adesso, che non trova in me le qualità che

supponeva.

r Fiu. Le diable m' àmporte, si le vostr' occh'insendiarj non

anne J fatt tjrescie à le prime sguard ne le più for baluard de

de mon chier.

Cip. Un si forte campione (\ì Marte, com' ella è, non è

credibile che abbia si presto ceduto ad attacchi si deboli.

Fiu. Vu vu trompat, madame; vu v' ingannat. Le più

bravi soldat'annebattut lo sciamade (2) à l?amur. Sesar de

brusche memorie randett la piasse de sa liberté à la batte»

rie des occh de Cleopatre. E je, chi ne he perdut un, comm

vu vedet, in un fier combatt, e non ha sedut punt le mie

bravur à les assalt de le nemic, me à le cólpi de votre bel-

lezze, sge tramble, madame, je treme.

Cip. Non averei mai creduto, signore, che, qualunque si

sia questa mia avvenenza, dovesse cagionare si terribili ef-

fetti. Ma per verità è stato un danno la perdita di quella vo-

stra pupilla.

Fiu. Eh, una bombe, madame, crepate subit .... eh, eh,

la gherre donne de quest regal. Je però me ne serve qual-

che volt, benché non si ved.

Cip. E a che mai se ne serve?

Fiu. Per lesger les escritture de le mie creditor. E subit

let, subit pagat.

Cip. Ed a cotesta gamba che strana avventura le è ac-

caduta ?

Fiu. Ma sgiamb veramente ha patit un poeti, perché vult

fer resistanse à une balle de cannon.

SCENA. DECIMASESTA

Bonario e detti.

Bon. a Ciprigna. Moglie mia cara, quella povera ragazza

cosi rinserrata....

Cip. a Bonario.. Via, zitto: chi v' insegna, scimunito, venir

qui a far mostra di voi, per far disonore a me e alla casa! 1

Bon. O come a dire? Non sono da vedere e da mostrare?

E poi io credo che il marito possa colla sua moglie....

Cip. Che moglie, che moglie? Via di qui. A chi dico io?

Bon. Ma....

Cip. Temerario, se non fosse il rispetto che porto a que-

sto signore, ti vorrei far vedere.. .'. A noi, vattene di qui. (Lo

spinge dentro.) Venire ad interrompere la conversazione d'un

signore di questa qualità!

Fin. Eh, madame, chi è quest barbosge là, s' é votre mari ?

Cip. Mio marito? Il ciel me ne liberi: mostrerei aver

avuto cattivo gusto.

Fiu. Me ho sentit che vu chiamar mie moglie.

Cip. Le dirò; questo é il maestro di casa, che da poco

in qua patisce di tanto in tanto di debolezze di cervello, né

sa quel che si dice.

Fiu. Quest' è le vostre metre de case, chi s' appelle Rasp ?

Cip. Come sa ella il suo nome?

Fiu. Il è conusciut par tutt: s'è le più gran frippon, le

più gran furb che sie sopre le terre. Je ne ho intes parlar à

Ligurne, ove an dett'che ha mandat à vender serten bisgiù.. .

Cip. Che cosa?

Fiu. Sert sgioje pur le press de sench sent escud.

Cip. Gioje per cinquecento scudi eh?

Fiu. Sertament.

Cip. E che gioje erano?

Fiu. Un ves (i) de perle: un otre de dia man, une baghe

sioè un anelle bellissime, bellissime, chi valev sent doppie;

me Va vendut par une bagattelle.

Cip. — Queste sono le mie gioje per l'appunto, e a me

mi ha detto che V Armeno non gli ha dato risposta. —

Fiu. — La bietta ci è calzata. —

Cip. — Comincio a sospettare. —

Fiu. Un mercant franscese vulev lo far meter an prison,

perché li ha derobat un orologie d'or d' Angleterre; me

come ha saput che vu serviv, non ha vulut vu disgustar.

Cip. Sono bene obbligata a questo mercante. Ora intendo

perché non voleva andare lui a Livorno*, e non voleva che

ci andasse io.

Fiu. E aspettav che vu medesim fussi venut à Ligurne,

pur vu ne parlar. Me à proposit, quando sci verret?

Cip. Io veramente ho pensato darci una scappata, ma....

Fiu. Ui, ui, madam, i fot i venir; bisógne venirsci pur

no far disperar tutt' quelli signor chi vus attende, e chi an

preparat tant bel féte pur vu divertir.

Cip. lo, come ho detto ( vi verrei, ma, non avendo eoa

chi venire....

Fiu. Parbleu, je vu terre compagnie.

Cip. Questo sarebbe un onore che io non merito.

Fiu. Pardi. ( Le porge la mano. ) Tuscé, madame, s' et un

affer fet. È negosie fatte; mete vus all'orden.

Cip. Ma quando pensarebbe di partire?

Fiu. Queste nott medesim, pur non me differir le piaser

de servir une si sciarmant perso a ne.

Cip. Cosi presto?

Fiu. Oh, oh, nus otre soldat siam spediti v.

Cip. Ma e dell' affare che ella sa del mio figliastro, quando

ne parleremo?

Fiu. A Ligurne.

Cip. Averei voluto anche trattar seco di un altro negozio

risguardante la sorella di lui.

Fiu. Farem tutt' a Ligurne avec comodité, con comodité.

Cip. Ma se questi non ci saranno?

Fiu, Farem le venir. Allon, allon, ma p re n sesse, non per-

diam terap, e partiam segretaman.

Cip. Si, ho caro anch'io di partire senza che alcuno lo

sappia, ma non averò i miei abiti tutti all'ordine.

Fiu. Non sci è bisogne di tant abiti. A Ligurne je vu ne

traverò de Franse medesfm; e pur le vojasge, comme vu

viasgeret con un Capitenne, vu devet andar abbiglié, vestit' an

amazone, messe homme e messe donne.

Cip, Questa vestitura mi piacerebbe, perché è sbrigativa

e propria da viaggio.

Fiu. E bien, ma sciarmant, je vad espedir un afifer, e in

un moment je ritorne.

Cip. Vada pure, starò attendendola.

Fiu. Frattant non vu scordat de chi vous estim' otant

ch'une impera trise. ( Via.)

Cip. Serva devotissima. (Chiama.) Olà: chi è li? Torce

al signor capitano della Timonière. La fortuna non mi po-

teva essere più favorevole: vado a Livorno con un signore

di qualità, che mi farà fare molti onori; manderò i figliastri

in Francia, e farò conoscere che io non' ho dipendenza da

alcuno, né meno dal marito medesimo. Quanto a Raspa co-

mincio ad esserne disgustata, e partirò senza sua saputa, per-

ché non m' intorbidi V affare. Quel che mi dà pena è il tro-

var cosi sùbito un abito, come diceva il capitano, da amaz-

zone. Credo d' averci qualche casacca da maschera, ma i cal-

zoni.... zitta, prenderò quelli che mi cedette la prima sera

quel babbeo di mio marito. Or bisogna òhe mi metta ali 7 or-

dine, non ho tempo da perdere.

SCENA DECIMASETTIMA

Strada, notte.

Bonario solo con lanterna.

Canchero, la cosa va peggiorando assai a quel eh 7 io veggo

Né meno son padrone di lasciarmi vedere a chi viene in casa

mia, e di chiamare la mia moglie: mia moglie. Oh da quando*

in qua è venuta l'usanza che l'aver marito a una donna sia

disonore, e quando è qualcuno a farle visita, il pover uomo

sia obbligato a fuggirsene come un appestato, né possa ve-

dere i fatti suoi né meno dal buco della chiave? O Va 1 a tor

donna a' tempi d'oggi! Prima si sentiva dire qualche volta

ne 1 matrimonj : gli hanno affogato quella povera fanciulla, ora

bisognerà sempre dire: quel pover uomo è affogato pel verso.

Ne poss'io veder di più? Una figliuola rinserrata come in pri-

gione, un figliuolo esiliato come un bandito, la servitù cac-

ciata come furfanti, e '1 marito trattato in modo, che io me

ne vergogno solamente a pensarlo. La disperazione mi ha

cacciato di casa, e la disperazione credo che mi farà. ... (S^ in-

contra in Buona mie o.)

SCENA DECIMOTT AVA

Buonamico, Valerio, Vespina e detto.

Buon. Oh dove si va, signor Bonario, su quest'ora?

Bon. A 1 pazzarelli, o a dare un tuffo in Arno.

Buon. Che cosa dite mai?

Bon. Oh,. vedete: una delle due m'ha da accadere; son

disperato.

Val. Cosa ci é di nuovo, signor padre?

Bon. O sei qui, figlio mio? La disperazione mi vuol far

fare qualche sproposito.

Vesp. Eh, signor padrone, se volete far qualche spro-

posito de' più piccoli, non cambiate almen quello di dare sulla

testa alla moglie, che per lo meno ne sarete lodato dalla mag-

gior parte de' mariti d' oggigiorno.

Bon. La lo farebbe ben lei di dar sulla testa a me, e la

me l'ha anche minacciato.

Val. Come? Ed ha avuto tanto ardire? Quando? In che

maniera?

Bon. In maniera, ch'ella mi ha minacciato e mandato via

come un ladro alla presenza d' uno, eh* ella chiamava signore,

e che a me pareva il bidello della Compagnia degli Storpiati;

e sé non me n' andavo, la m' averebbe anche messo le mani

addosso.

Buon. Non era già un capitano di nave?

Boti. Io ho piuttosto che e' lo fosse di galea. Basta, questa

la m'è scottata molto. Se fossimo stati a solo a solo, pur .

pure la non mi sarebbe giunta nuova, perché la me n' ha

fatte dell'altre delle billere a quattr'occhi; ma alla presenza

d'altri, e di più d'un forestiero....

Val. Signor padre, per questo capo non vi pigliate pena.

Boti. I'mi piglio pena pel capo e per le spalle io.

Vesp. Ma non sapete chi era quel capitano?

Boti. Che vo'tu ch'i sappia? Un brutto coso er'egli, poi.

Val. Quello era Fiuta.

Boti. Eh, Fiuta m' incupola! (1)

Vesp. Era lui davvero, davvero; non ci pensate.

Boti. Come diavolo!

Buon. Signor si, Fiuta, che si è travestito in quella forma,

per ingannare la signora Ciprigna, anzi per metterla a dovere

e nella buona strada.

Bon. Ed ho paura che voi altri siate fuori di strada e

ingannati pel verso.

Val. Signor padre, non ne dubiti, la cosa sta cosi certo.

Bon. Ma se egli era tutto storpio, con un occhio intassel-

lato, e poi era franzese.

Buon. Tutto ciò è stato da lui fatto ad arte, pel fine che

vi si è detto. (Bonario sta dubbioso.)

Vesp. Non ci pensate, vi dico. Era lui, luissimo; se l'ab-

biamo lasciato adesso, e ci ha raccontato in poche parole

tutta la scena fatta colla signora.

Buon. Cosi è, e ci ha istruito di ciò che è per fare, e di

quel che dobbiamo operar noi: ed ora appunto venivamo a

trovarvi in casa per farvene tutto il racconto, e dirvi che

Raspa sarà fatto prigione.

Bon. Prigione? O via,* dite su dunque perch'i 7 mi sento

far tanto di cuore.

Val. In casa, in casa la discorreremo, perché bisogna che

ci andiamo speditamente; anzi è necessario entrarci di na-

scosto, e perciò sarà bene passare per la porta dell'orto.

Vesp. Ma, e la chiave?

Val. Il signor padre la suole aver sempre appresso di sé.

Bon. Si, si, l'ho qui'n tasca.

Buon. Non perdiamo dunque più tempo.

Val. Andiamo pure. •

Bon. Tei corro come la gatt'al lardo.

Vesp. Ed io come il corvo alle carogne.

SCENA DECIMANONA

Raspa e Tanganbtto.

Rasp. E l'hai veduta uscir di casa col capitano?

Tang. Ser si. Con quel che ha un occhio solo, e che

fa lierenze (i) a ogni passo, che è stato in casa stasera a

i tardi.

Rasp. — E lui certamente, ed è probabile che la con-

duca a Livorno. — Ma hai inteso nulla di quel che dice-

vano?

Tang. Lui non lo carpio; ma liei ho carpito che ha detto:

A che ora ci sarem noi a Ligorno?

Rasp. — Non occorr' altro ; la cosa è come me la sono

immaginata. O diavolo, me la potevi far peggio? Son rovi-

nato, se ella parte: corro a vedere se posso trovarla, e im-

pedirglielo. — Tu vieni con me. (A Tanganetto.)

Tang. l'errò d'i sicuro; eh' are' io a far qui aibujo?

SCENA VIGESIMA

Prospettiva della casa di Bonario, con porta e ringhiera.

Fiuta, da capitano, e Ciprigna, vestita da nomo e inferrajolata, in

strada; e poi Bonario, Valerio, Clarice, Buonahico e Vespina

alla ringhiera.

Fiu. Je vu die che la é lassat en case vostre.

Cip. Averete sbagliato, signor capitano, perché non m'é

parso che ci abbiate lasciato né borsa, né altra cosa.

Fiu. Oh vantrebleu! pur chi me prendet vui? Pur un

busgtard ?

Cip. Io la stimo per quel signore ch'ella è; non entri in

collera, mi pareva cosi.

Fiu. Me vu sci fat de la difficulté.

Bon. comparisce cogli altri alla ringhiera. Vo' dite che

l'ha da venir qui in strada, eh? (Ciprigna e Fiuta parlan

basso fra loro.)

Buon. Senza dubbio.

Val. Cosi ci ha assicurato Fiuta.

Bon. Ma io non sento nissuno.

Vesp. Date tempo al tempo.

Fiu. Je la é lassat dan le votre cabinet, quand me aver

cambiat quelle dopie de Spagne.

Bon. Zitti, mi par di sentir gente.

Cip. Andiamo dunque; ma non vorrei che incontrassemo

qualcuno.

Fiu. Si je credess rancontrar le diable, volie riaver le mie

burse, u son soessant dopie e da vantasge.

Cip. Se ella è nel mio gabinetto, la riaverà senza fello.

Andiamo. ( S' incammina. )

Fiu. — Oh diavolo! Non sento alcuno alla ringhiera; bi-

sogna pigliar tempo. —

Cip. Ella non viene, signor capitano?

Fiu. Je scercav in mie saccosce, se. . . . ( Finge cercarsi in

tasca, e poi tosse e si spurga, )

Val. Son loro : quello è il segnale. ( Si spurga. )

Fiu. sentendolo spurgo. Allon, allori, madame, non me

son engannat; è in case votre sens dubie.

Cip. Ma mi pare....

Bon. State forti tutti, vedete; non mi abbandonate.

Fiu. Che vu par?

Cip. D'aver sentito gente.

Fiu. Che me import la sgent, le mie burse me import.

Cip. Ma l'entrare in casa adesso, si verrà, a scoprire....

Fiu. Queste son des escuse. Si je non ho le mie denar,

par la mor....

Cip. Non s'alteri, non s'alteri: apro adesso la porta. ( Va

per aprir la porta, e trova serrato).

Bon. Cu, cu, l'uscio è serrato, non s'entra più.

Cip. — O Cielo ! mio marito che* mi sbeffa. —

Fiu. Vui non uvrit?

Cip. È serrata la porta per di dentro.

Fiu. Che serrat, che serrat? Uvrit, 'vu die; o je con que-

st' espade ....

Cip. Adesso, adesso mi farò aprire. — Questa è una be-

stia, bisogna entrare in casa, e mandar tutti i riguardi da

parte. — (Bussa.)

Bon. Chi è?

Cip. Son io, aprite.

Bon. E chi siete?

Cip. La vostra moglie. Aprite, vi dico.

Bon. E io sono il vostro marito, e non voglio aprire.

(A Valerio:) Che ne dici, figliuolo?

Val. Bene, signor padre.

Cip. Olà, che risposte son queste? (Bussa forte più

volte. )

Bon. forte. Vespina, dammi il mortajo, che ne vo'fare

una cuffia alla me 1 povera moglie, acciò non infreddi a que-

st'aria notturna.

Fiu. che stava a parte, prende sdegnato Ciprigna. Me

quand vu disbrigat?

Cip. Le sessanta doppie glie le darò di mio.

Fiu. Me je sci ave v un anelle de sinchesent dopie.

Cip. Ma che ci ho da fare, se non voglion aprire?

Fiu. Comman, pardi! Je casserò le porte, je bruscierò le

meson. Je....

Cip. Signor capitano, abbia un po' di pazienza «...

Fiu. Che pasiens, che pasiens? Quest'è un assassinament.

(Si sbatte infuriato.)

Cip. — Oh povera me, in chi ho io dato? — Aprite,

(Bussa.) dico, aprite, e adesso.

Bon. Non voglio aprir, dico, non voglio aprir mai.

Cip. torna a Fiuta. Signor capitano, . non sente che non

vogliono aprire? Io non ci ho colpa.

Fiu. Vus ete d'accord. Ah par la vantrebleu! Sgerni-

diable! Je prendrò tutte quelle che pos. (Le porta via il fer-

raiolo, cappello, e resta in calzoni del marito, e con una

casacca a me\\a coscia.)

Cip. Signor capitano, signor capitano. Oh povera me!

È fuggito questo briccone : ahimè sono assassinata ! Chi sarà

ora per me ? Oh almeno il mio Raspa, dov' é il mio Raspa ?

SCENA VIGESIMAPRIMA

Raspa, Ciprigna, Tanganetto, e detti alla ringhiera.

Rasp. Questa è la voce di lei.

Cip. Ah traditore!

Rasp. Signora, ove siete? Che vi è accaduto?

Cip. O Raspa mio, siete voi? Il Cielo vi ci ha mandato;

sono stata tradita, sono stata assassinata.

Rasp. In che maniera? Da chi?

Cip. Quel capitano era un briccone, un ladro, che mi ha

tradito, e portato via....

SCENA VIGESIMASECONDA

II caporale degli sbirri con squadra, e detti.

// caporale. Ferma alla guardia.

Rasp. Che ci è di nuovo?

Buon. Gli sbirri, che ^cercano Raspa.

Capor. volta la lanterna a Raspa. Te volevo. (Agli

sbirri:) Legatelo, e conducetelo in segreta. {Lo prendono.)

Cip. Eh, signor caporale, non è questo il ladro : egli è fug-

gito per di qua.

Capor. Questo è Raspa del Truffa, e tanto mi basta.

Rasp. Ma il perché?

Capor. Il perché lo saprai poi. Legate anche quel suo

ragazzo.

Tang. Oh signori lustrissimi, ajuto, ajuto, io non ho fatto

nulla. (Piange.) Uh, uh, uh. (Gli sbirri partono co' pri-

gioni. )

Boti. L'han carpito il furfante.

Cip. Oh meschina! ancor questa mi mancava! Che farò?

dove anderò?

Vesp. Questa la non se V aspettava.

Clar. Non poteva giungere più a tempo.

Cip. Ma di tutto è cagione quel birbon di mi 1 marito.

( Va verso la porta ì arrabbiata. ) Dove sei, marito temerario ?

Aprimi questa porta. .

Boti. Chi è quella che comanda cosi a bacchetta?

Cip. Sono la tua moglie, che comanderò anche a bastone.

Bon. Vediamo un po' questo bel cesto, che vuol coman-

dare a bastone: datemi il lume. (Portano due candelieri.)

Buona sera a V. S.

Cip. si volta. — Che vedo ! Tutti si sono accordati a tra-

dirmi; ma se rimetto il piede in casa! —

Bon. Oh siete voi, signora consorte? Ben tornata di Li-

vorno: come avete auto buon viaggio? Sarete stracca pove-

rina! Ma siete molto vestita alla leggiera; che avete coreo

la posta?

Cip. Il malanno che il Ciel vi dia. Aprite la porta, altri-

menti ....

* j/. Pian piano, aignora matrigna: in questa casa V. S.

ha finito di comandare.

Buon, Se ne dia pace, signora Ciprigna: il signor Bonario

vuol egli alP avvenire far da padrone, com'è.

Clar. Ed egli, e non V. S., mi ha da tenere rinserrata,

se vorrà.

Vesp. Lui, e non altri, ha da pigliare, e mandar via la

servitù.

Cip. Ah, iniqui traditori! Giuro al Cielo....

SCENA ULTIMA

Fiuta vestito al suo solito, e detti.

Fiu. Oh, signora Ciprigna, come qui V. S. a quest'ora e

in quest'abito, e tutta sottosopra? Che l'è mai accaduto di

strano?

Cip Tutti mi hanno tradito, tutti mi scherniscono, e quel

traditore del capitano .... Ah perché non gli ho io fra l' ugne

e fra i denti?

Fiu. Il capitano....

Cip. Si, quel briccone del tuo capitano era un furbo, un

ladro, un assassino.

Fiu* Mio ? Dica pur suo. Ma che le ha fatto ? ( Fra loro. )

Bon. Oh gli è pur Taravo quel Fiuta.

Vesp. La sa tutta ve'.

Cip. Ecco qui come mi ha ridotta, e mi ha lasciata. Ah

iniquo, ah traditore!

Fiu. Ma perché in questa vestitura cosi impropria di lei

e del suo decoro?

Cip. Egli mi ha fatta vestir cosi con inganni, e poi mi ha

portato via il ferra jolo ed il cappello. Era un briccone, un

ladraccio, un manigoldo.

Bon. Lasciate fare a lui, che la ridurrà a segno.

Fiu. Vedete come vàn le cose. Chi non P averebbe cre-

duto un uomo di garbo? Eh se ne danno di questi marioli,

che studiano e campano su questi tiri.

Cip. Ah se io potessi.... Voglio con queste mie mani ... .

Perché non son io....

Fiu. Eh non s'agiti di più: se ne vada in casa, che non

sta bene qui fuori in questa forma.

Cip. Quei furfanti, quei traditori mi hanno serrata fuori,

e non vogliono....

Fiu. Serrata fuori? E chi?

Cip. Non gli vedi lassù, che mi stanno a sbeffare?

Fiu. Oh to', il signor Valerio in casa; Vespina e il signor

Buonamico ancora accanto alla signora Clarice di più. E

come mai ....

Cip. Ah che si son accordati tutti: tutti si sono accor-

dati a schernirmi.

Fiu. Eh, che non sarà poi vero. Ha ella provato a andar

seco colle buone, e raccomandarsi?

Cip. Io raccomandarmi?

Fiu. Oh, che lo averebbe a vergogna?

Cip. Io, che sono la padrona, raccomandarmi?

Bon. La padronanza è finita.

Vèsp. Eh, si : la padrona di starsene ali* uscio.

Fiu. Al sentire, signora mia, il padrone vuol essere il si-

gnor Bonario, e sottosopra credo che abbia ragione.

Cip. Ma se egli mi cedette....

Fiu. Eh, queste sono cessioni, che si rassomigliano ai giu-

ramenti degP innamorati ; tengon forte quanto la saliva. Creda

a me, ne 1 bisogni convien fare della necessità virtù.

Cip. — Proverò a raddolcirmi. — Orsù voglio fare a tuo

modo.

Fiu. Ora farà bene.

Cip. a Bonario. Signor consorte, la prego a volermi aprire.

Bon. Signora consorte, la prego a. stare un po' fuori.

Cip. Ma permetterà che la sua moglie stia cosi in istrada

a quest'ora?

Bon. Lo permetterò benissimo: chi l'ha fetta uscire?

Cip. Signor Valerio, signora Clarice, mi raccomando a voi.

Val. Il padrone è il signor padre.

Clar. A lui tocca a disporre di tutto.

Cip. Signor Buonamico, almeno lei voglia dire qualche

parola per me.

Buon. Le mie persuasive non han merito, che basti per

una risoluzione di tanta importanza.

Cip. Io darò dunque in disperazione, giacché tutti mi

hanno abbandonato, e tutti sono contro di me.

Fiu. Veda come vanno poi le cose, signora. Ella ha irri-

tato ogn' uno, e adesso non ha un cane che sia per lei: bi-

sogna mantenersi tutti amici, per aver poi chi ci aiuti nei

bisogni: Ma io non la voglio abbandonare.

Cip. Ti sarò bene obbligata, Fiuta mio.

Fiu. Lasci fare a me, purché però ella seguiti i miei con-

sigli.

Cip. Non mi partirò da quel che vuoi. Che farò meschina ?

Dove anderò cosi abietta e vile?

Fiu. va verso la ringhiera. Signor Bonario, almeno, in

grazia mia voglia aprire alla signora, che pentita....

Bon. Non ne voglio- saper niente.

Fiu. s'inginocchia. Eccomi qui umiliato a supplicarla, a

scongiurarla....

Bon. Cotesta donna costi, che è una spiritata, hai da

scongiurare, e non me.

Fiu. si a\\a. Eh via, si lasci piegare.

Bon. Lei s'ha da piegare, e non io.

Fiu. La signora Ciprigna s'accomoderà a tutto quel che

ella vuole.

Bon. I miei calzoni rivoglio.

Fiu. E lei glie li restituirà.

Bon. Ora in questo punto; che se gli cavin costi.

Fiu. Venga pur giù, che si accomoderà ogni cosa.

Bon. a quelli che sono appresso di lui. Eh, venite anche

voi altri, e statemi alle costole, ve".

- Val. Non si dubiti.

Buon. Siamo con lei.

Fiu. a Ciprigna. Ora, signora padrona, (che per tale la

riconoscerò sempre) bisogna che ella si spogli di tutta

quella autorità, che non se le conveniva, e la rimetta in

mano....

Cip. Come ? Io averò da esser sottoposta a' miei figliastri;

e il marito mi a vera da trattare come da schiava?

Fiu. Signora no, signora no; lei ha da esser rispettata

com'è dovere, ed in casa.... si rimetta in tutto e per tutto

in me, e poi si lasci servire.

Cip. Fiuta, non mi tradire.

Fiu. Non si dubiti; ella sentirà da sé quel che vo 1 fare

in suo favore; ma bisogna lasciar da parte V alterigia. w ( Va

verso la porta, d* onde vengono tutti.)

Cip. — Sono pur troppo umiliata e confusa. —

Bon. Eccoci; ora che si ha da fare?

Fiu. V. S. ha da abbracciare qui la sua signora consorte

umiliata e pentita, e che promette non si prender più mai

altra autorità di quella che piacerà a lei di darle; riconci-

liarsi con essa, e rimetterla amichevolmente in casa.

Bon. V rivo' prima e' me 1 calzoni, e sentire dalla sua bocca

se veramente si accorda a quel che tu dici.

Fiu. Ma che ne dubitate ? Non vedete che'ella piange per

pentimento?

Bon. Eh delle lagrime delle donne me ne rido: ho sen-

tito sempre dire che la natura glie le dà facilmente, per pur-

gar loro il cervello.

Val. Quando ne hanno però.

Fiu. Or questo della signora Ciprigna è ripurgato a ba-

stanza, e però venite qua. ( Unisce insieme Bonario e Ci-

prigna.) Abbracciatevi tutt' e due di buon cuore, e rifate

la pace. Voi, signora, avete a riconoscere il marito come

superiore, e voi, signor Bonario, la moglie come vostra

eguale.

Cip, s'inginocchia a Bonario. Eccomi, signor Bonario,

a 9 vostri piedi, domandandovi perdono degli strapazzi e dis-

gusti, che vi ho cagionati colla mia alterigia, promettendovi

che alP avvenire dipenderò onninamente dalla vostra volontà.

{Piange.)

Bon. comincia a piangere, e si vuole inginocchiare. Ed

io, moglie mia cara....

Val. Signor padre, senta una parola. ( Lo tira a parte,

impedendoli V inginocchiarsi, e poi sottovoce:) Che vor-

rebbe fare? Non si avvilisca.

Bon. a Valerio. Hai ragone; ma la poverina....

Val. Le faccia pur cortesia, ma con sostenutezza»

Bon. Moglie mia, alzatevi, e non piangete. Ecco che io vi

abbraccio, e voglio che si stia sempre in pace e allegrezza.

Fiu. O che voi siate pur benedetti. Avete da far conto

d'essere sposi della prima sera.

Bon. Ma la disputa de 1 calzoni non ci ha da essere?

Cip. Assicuratevi, signor consorte, che non mi verrà più

pensiero di mettermeli, e saranno a voi restituiti.

Fiu. Ora voi, signor Valerio, riconoscerete sempre la si-

gnora per vostra madre, ed ella vi amerà come figlio.

Val. Averò per essa tutto il rispetto immaginabile.

Cip. Ed io per voi tutta la tenerezza di madre.

Fiu. In quanto poi alla signora Clarice, giacché ella è

destinata in isposa al signor Buonamico, supposto ancora il

consenso della signora Ciprigna —

Cip. Non replico a quel che ha determinato mio marito;

tanto più che devo desiderare ogni contento e vantaggio di

lei, e presentemente riconosco che maggiore non può tro-

varne, che unirsi ad un giovane di tanto merito.

Clar. Signora madre, le protesto che sempre me le di-

mostrerò per figliuola.

Buon. Ed io riconoscente delle mie obbligazioni.

Vesp. E di me non se ne dice nulla, eh?

Val. Tu (se però ne siete 'contenti prima, voi, e poi il

signor padre e la signora madre) potrai prendere per tuo

sposo il nostro Fiuta, a cui dobbiamo tutta la pace 'di que-

sta casa.

Bon. Se io ne son contento ? Anzi lo voglio, e di più vo-

glio dar loro per regalo trecento scudi

Vesp. Fiuta, che ne dici? ,

Fiu. Io aveva voglia di non pigliar moglie, per non im-

pazzir colle donne; ma un* occasione si bella non mi par di

dovermela lasciare scappare: ma con questo però che i cal-

zoni gli voglio portar io.

Vesp. Ti darò anche la mia gonnella, se non vuoi altro.

Fiu. Noe, noe; questa voglio che la porti tu.

Bon. Orsù andiamo in casa, a cenar tutti insieme allegra-

mente.

Buon. Benissimo: e li si potranno discifrar molte cose, che

a qualcheduno restano oscure; e consulteremo che modo

possa tenersi per fare scarcerar Raspa con quel suo ragazzo,

a condizione però che il primo abbia V esilio, benché meri-

tasse assai peggio.

Cip. A vero caro sapere i suoi delitti, per illuminarmi mag-

giormente, ed usare maggior prudenza per l'avvenire.

Bon» Cosi si faccia. E dalla fatica, che ho provato io per

riavere i miei calzoni dalla moglie, ogn'uno impari a non

glie li cedere giammai.

Il Fine.

 

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