La moglie in calzoni

COMMEDIE

DI

JACOPO ANGELO NELLI

E notizie sin ora da me raccolte intorno a Jacopo Angelo Nelli sono poche e non tutte ben certe. Gli storici della nostra letteratura o non fanno di lui menzione o ne toccano di volo; Siena, sua citt natale, ne serba scarsi ricordi. E nondimeno fu uomo di molta e varia dottrina ed erudizione, convers o carteggi familiarmente coi pi ragguardevoli scienziati e letterati dell' et sua, quali i famosi abati Carli e Pasquini, il Gigli, il Sergardi, il Bsnvoglienti, il Fontanini, il Brancadori, il Capassi, il Lancisi, PAgazzari, il Marmi, il Forteguerri; e di quasi tutti fu intimo, specialmente in Roma, dove fece per molti anni dimora.

Compi, secondo si crede, il Vocabolario Cateriniano, lasciato interrotto dal Gigli alla parola: Raguardare; scrisse prose, sonetti, capitoli bernieschi, ebbe lode di poeta estemporaneo, compose una tragedia e insino una grammatica della lingua italiana. Nella commedia poi, come fu il pi prossimo tra i percursori del Goldoni, cosi anche di gran lunga il pi notabile; e tra i seguaci del teatro molieresco il meno servile, si che riusci quasi sempre originale e strettamente italiano. Ha lo stile comico spigliato, lucido e puro, il dialogo naturale e vivace, l'intreccio, se non peregrino, per lo pi franco e verisimile: la pittura de' caratteri felice. Spesso, ahim troppo spesso, urta nella farsa, ma abbonda di scene condotte con singolare maestria ; non rifugge da scherzi ed equivoci grossolani, ma d'ordinario gentilmente arguto. La sua lingua infine schietta, salvo qualche rara maniera che ai puristi non garber forse del tutto, e tanto ricca, duttile e graziosa, da essere assai difficile l'emularla nella commedia, il superarla a pena possibile. Al signor professore Giosu Carducci, che pens a promovere questa ristampa e all'ardito editore Sig. Zanichelli debbono quindi aver obbligo gli studiosi che pi non resti quasi sepolto in qualche biblioteca tanto tesoro, massime oggi che l' arte di scrivere ha grande bisogno di ritemprarsi alle antiche fonti, senza per questo cessare d'esser moderna. E glie ne saranno sopra gli altri riconoscenti gli autori drammatici, i quali vedranno quanto sia falsa l' opinione di chi afferma non avere l' Italia una lingua adatta al dialogo comico, si che sia forza ricorrere a quella de' cinquecentisti, dove pur e' tanto da studiare e da scegliere, o portare su la scena una specie di gergo che non nostro n di nessun popolo.

Ma tornando alla vita del Nelli, l'egregio Signor Dott. Curzio Mazzi ne trov, fra i manoscritti della biblioteca comunale di Siena, un cenno brevissimo nella Raccolta biografica d 9 illustri Senesi, lavoro di Ettore Romagnoli; e l'illustre Sig. Comm. Luciano Banchi e il valente bibliotecario Sig. Dott. Fortunato Donati fecero per me altre scoperte non certo inutili n di poco momento, non per tali da acquetare chi tenti ritrarre la gaja e bonaria figura dell'abate commediografo. Sino la data della sua nascita, non sicura per alcun documento autentico, pu essere messa in dubbio, perch, raffrontata a quella pi certa della morte, mostrerebbe che il brav' uomo vivesse novantasei anni, longevit poco credibile, anche in un abate del settecento. N mi sono mancati altri validi aiuti a siffatte indagini, e ne ringrazio cordialmente in primo luogo V insigne bibliografo bolognese sig. Dott. Alberto Bacchi Della Lega, poi alcuni amici carissimi: il Can. D. Gaetano Teloni, che mi don anche il primo tomo delle' Commedie edite in Milano dall'Agnelli nel 1762; il Dott. Giovanni Federzoni e V Avv. Augusto Franchetti, dei quali misi a dura prova l' affettuosa pazienza. Mi sovvennero ancora d' informazioni i Signori Professori Isidoro Del Lungo, Giacomo Zanella, Pietro Canal, Fabio Nannarelli e Domenico Gnoli; l'eruditissimo Dott. Eduardo Alvisi, il dotto Sig. Co. Francesco Fiorenzi di Osimo e il notissimo bibliografo mantovano Sig. March. Ippolito Cavriani. Ancora il Comune di Siena mi diede ogni agio di consultare la sua ricca collezione di manoscritti, e il sindaco Signor Banchi su nominato anche le sue proprie, fra le quali, notabilissima quella gi del Borghesi da lui ereditata. Mi fu altres consentito di ricopiare, traendole dalla biblioteca senese, tre commedie cercate invano, ch'io sappia, insino ad oggi, e un bel numero di lettere autografe del Nelli o al Nelli. E tuttavia le cure amorevoli di tanti valentuomini e la mia diligenza non diedero quel frutto ch'era da sperarne. Quanto poi alle opere stampate del Nelli, io non ho potuto veder altro che le sue commedie, e pur troppo non tutte. Nella Bibliografia dei testi di lingua a stampa citati dagli Accade* mici della Crusca, opera di Luigi Ra^olini ed Alberto Bacchi Della Lega (Bologna, Romagnoli, 1878.) si citano due raccolte di esse commedie, Tuna, cio l' edizione principe, incominciata in Lucca nel 1731, ripigliata in Siena venti anni dopo, poi interrotta di nuovo per quattro anni, e da ultimo condotta sino al volume sesto; l'altra uscita nel 1762 a Milano dalla tipografia dell'Agnelli in cinque volumi, contenenti le commedie, che sono ne' primi cinque dell' edizione Lucca-Siena, e solo mancanti di tre lettere dedicatorie. Se non che io ho ragione di dubitare che l'edizione senese non procedesse oltre al tomo quinto, e che il sesto non sia altro che il primo di una nuova incominciata a Lucca nel 1765, e rimasta proba bilmente in asso. Infatti questo tomo primo contiene appunto le commedie che la detta bibliografia assegna all'ultimo della prima edizione; ed ha il numero di pagine, il sesto, la data e il nome del tipografo, Filippo Maria Benedini, quali sono in essa descritti. Che se si ponga mente come il frontispizio non abbia numerazione di tomo, e soltanto in fondo all' ultima pagina del volume si legga: Fine del primo tomo, si dovr forse concludere che era facile cadere in si lieve errore, e che ormai cosa inutile il cercare pi oltre un volume che pare non sia mai esistito; rallegrandosi di averne il contenuto in questo da me per grande ventura trovato. Ma d' altra parte lo stesso Nelli, in una lettera del 23 febbrajo 1756 all' Ab. Carli, cosi discorre dell' edizione Lucca-Siena : Mi suppongo che Ella sappia che il primo tomo fu stampato in Lucca; e perch di questi non se ne trova pi, lo stesso Rossi ne promette assolutamente la ristampa. ! Il secondo, stampato dal medesimo, pu aversi, volendosi. Il terzo e il quarto sono gli stampati ultimamente, 3 il quinto si stampa Tenne poi la promessa? Ai bibliofili la risposta. al presente, e si ander continuando sino all' ottavo. Ma il fatto che il quinto fu pubblicato soltanto due anni appresso, si che avea ragione lAutore di scrivere: Questo stampatore Rossi si piglia poca briga di stampare con sollecita* dine le mie commedie, delle quali in un anno e mezzo non ne ha stampati che due tomi 1 , di tre commedie per ciascuno; e ci perch troppe cose intraprende a fare.

Oltre a ci l'Allacci nella Drammaturgia cita un tomo settimo delle commedie, il che dimostrerebbe all'evidenza che vi fu un tomo sesto; ma, siccome gli assegna la data del 1755, anteriore di due anni a quella del tomo quinto, convien dire ch'egli abbia errato o nel citare il tomo, siccome io credo, o nel citare la data.

Infine ho sott' occhi il Manifesto, col quale il Rossi avvisa a' letterati d'Italia avere in punto per metter sotto il torchio le Commedie inedite del Sig. Jacopo Angelo Nelli, che da molte parti vengono richieste da coloro, che hanno veduto e gustato le altre sei stampate in due tomi del oc medesimo; il primo in Lucca dal Marescandoli, del quale non se ne trova pi in vendita, ed il secondo in Siena pi modernamente dallo stesso Francesco Rossi. Queste che si promettono saranno quindici, che comporranno cinque tomi in dodici, e saranno tre commedie per tomo, conforme agli altri gi stampati. Annunzia quindi P ordine con che saranno pubblicate, che differentissimo da quello veramente seguito; onde, non potendosi supporre che siano uscite in luce da una stessa tipografa due edizioni del Nelli nello stesso tempo, si dee credere che P Autore le ordin poi altrimenti, n cosa del tutto improbabile che P edizione giungesse, come prometteva il Maniiesto, al tomo settimo. Certo che in quelP annunzio sono ricordate quasi tutte le commedie da me cercate in vano, cio: V amante scaltra, Il Misantropo disingannato, Il mondo alla rovescia. Gli Sposi travestiti, Il Gentiluomo prudente; e vi mancano solo: / Duelli sti^ V Accademia delle false dame, I Ripieghi amorosi o La Dama scaltra: se pure non sono una cosa stessa / Duellisti e / Vecchi rivali, U Accademia delle false dame e La Dottoressa preziosa, I ripieghi amorosi e L'Amante scaltra. Se quindi l'edizione fosse mai stata compiuta, con quale ordine non importa, e se qualche copia fosse scampata al singolare naufragio delle commedie nelliane, poco o nulla mancherebbe alla loro piena resurrezione. In tanta scarsit di notizie biografiche e bibliografiche sarebbe temerit poco scusabile il voler discorrere de' casi e delle opere del Nostro, senza tentare nuove indagini. Per che, seguendo anche in questo il savio consiglio del Sig. Prof. Carducci, al quale mi lega infinita gratitudine, ho divisato differire ad altro volume la pubblicazione degli studi, quali essi siano, da me fatti sul Nelli, ed eccitare frattanto la cortesia degli uomini di lettere e degli eruditi a volermi comunicare quanto possa valere a darmi luce e conforto. Cosi, se il mio lavoro non riuscir, pur troppo, degno del soggetto, non si dovr almeno imputarne ad altro che alla mia insufficienza la colpa.

Mi resta a dire delle norme che ho tenuto e terr in questa ristampa.

Il testo da me seguito quello della edizione Lucca-Siena per le prime quindici commedie, per le tre ultime quello della lucchese: ma ho corretto qualche rara volta la prima con la edizione Agnelli, dove mi parve necessario, notando a pie di pagina le varianti. N ho stimato dover tenere altro ordine da quello della prima stampa, fatta,, senz' alcun dubbio, sotto gli occhi dell' Autore. L' ortografa ho conservata qual era, quando non m' abbattei a errori tipografici manifesti. Tuttavia mi parve scrupolo pedantesco, del quale non mi avrebbe saputo grado il lettore, mantenere le majuscole dove l'uso moderno a ragione le vieta; rispettare sempre, anche a costo della chiarezza, la punteggiatura disuguale e trasandata dell'Autore ; lasciare accenti e apostrofi dov' erano al tutto fuor di luogo, n porre gli uni e gli altri a loro posto, seguendo per quelli la pronunzia toscana, per questi l'ortografia moderna. Ma d'altra parte non mi parso di aver diritto a scrivere diversamente da quel che allora si usava e da taluni si usa ancora, certe parole ; come jeri, noja, studj, doppo, ohib e molte altre; e quelle che l'autore scrisse in modo singolare forse per ragione di prnunzia o di dialetto. Siccome poi il Nelli scrive non pochi vocaboli ora in una maniera ora in un'altra, cosi, quando l'una di esse mi sembr erronea usai sempre la buona, quando l'una e l'altra fossero accettabili, le lasciai quali erano. Per si trover ad esempio: obligare e obbligare, roba e robba, soprafare e sopraffare, incomodo e incommodo, caminare e camminare, e sr vedranno ora divise ora no le preposizioni articolate.

Ho aggiunto al testo note brevissime, e soltanto dove mi parvero strettamente necessarie a dichiarare qualche parola o frase difficili a intendere dai pi anche con l' ajuto de' vocabolari. Resa cosi ragione dell' opera mia, auguro s lettore benevolo, e vada anche per il malevolo, perch l'augurio non sia ristretto a pochissimi, la vita singolarmente lunga, che, sino a prova contraria, dobbiam credere che toccasse allo spiritoso e bizzarro abate senese.

Jesi, 26 maggio 1883.

Alcibiade Moretti.


LA MOGLIE IN CALZONI

commedia del Signor Dottore Jacopo Angelo Nelli

LETTERA DELL' AUTORE

IN RISPOSTA

ALL ILLUSTRISSIMO SIGNORE

UBERTO BENVOGLIENTI.

Illustrissimo Signore,

ENDO a V. S. Illustrissima grazie ben

distinte della pazienza e bont, che ella

ha voluto avere, a mia preghiera, di leggere la mia

Moglie in Calzoni, e fare sopra la stessa quelle

osservazioni giudiziosissime, che ella mi trasmette,

delle quali parte mi servita per emendar la me-

desima, ove era luogo alla correzione, parendomene

giusta la critica; e parte mi serve di motivo a di-

fenderla e giustificarla in quei luoghi, che, al giu-

dizio suo e di altri, appariscono difettosi, e che,

secondo me, ammettono difesa e giustificazione: la

qual cosa si far da me con quella libert litteraria

ch'elia mi permette, e di che il suo aoimo tanto

giusto amatore.

Dir dunque che la sua riflessione di aver io

mancato di ardimento, anche per la terza spezie di

commedie, nel carattere di Ciprigna, una rifles-

sione ottima e giudiziosa: e l' assicuro che io pure

conosceva benissimo che, in dipingendo questo ca-

rattere, comecch di donna che si era usurpata ogni

autorit sopra del marito medesimo, conveniva toc-

care fatti e costumi pi ovvj, e praticati giornal-

mente, per renderlo pi plausibile ed accostante al

vero; ma il timore di far, anche involontariamente,

qualche ritratto troppo simigliante di persone, che

se ne sarebbero potute offendere, mi ha fatto at-

tenere alla caricatura, non cosi facile ad incontrarsi

nelle azioni famigliari e domestiche.

La sua disapprovazione al supposto, che si fa

nella scena quarta dell' atto primo, della real ces-

sione de' calzoni di Bonario alla moglie, per esser,

die' ella, questa una cerimonia fuori di uso, e me-

glio stato sarebbe farle dar le chiavi della casa e

degli scrigni, come altri han costumato in dimo-

strazione di autorit ceduta, non V ammetto intie-

ramente; anzi direi che per la sua particolarit e

stranezza, e perule circostanze del caso nostro, fosse

per esser pi gustosa e plausibile; tanto pi che

questa immagine fondata sopra un fatto total-

mente simile, seguito in persona di un cavaliere

di naturai firo e ardimentoso, il qulae, ritrovando

molte convenienze in un matrimonio con una ve-

dova dama, che per altro sapeva essere di carattere

altiero e soperchievole, e che colle sue oppressioni

e predominio aveva posto in disperazione il suo

primo marito, morto, si credette, per tal cagine,

si servi la prima sera delle nozze di questo stra-

tagemma, del quale si fnge si servisse Ciprigna con

Bonario, per intimorir con una tal risoluzione la

moglie, e renderla per sempre obbediente e soggetta.

La taccia d' inverisimilitudine data al fatto di

Raspa, allorch, nella scena X del medesimo primo

atto, manda le gioje all'orefice per Tanganetto,

goffo contadinello, stata da me preveduta; e per-

ci ho circostanziato talmente quella fidanza, che,

a mio credere, renduta affatto verisimile. Primie-

ramente si pone il detto Raspa in molt' angustia

per la necessit di risolvere, o di portar le gioje

al mercante armeno, o di andare ad impedire V en-

trata di Clarice in monisterio, cose tutte due di

somma premura per lui, ed in quanto all'impor-

tanza della medesime, ed in quanto alla sollecitu-

dine. Stando egli in questa esitazione, sopraggiunge

Tanganetto; si fa nascere allora, e non premedita-

tamente, il pensiero in mente del padrone di man-

dar le gioje pel servo, affine di poter egli andare

ad impedir la detta entrata; si d dimostrazione

ch'egli conosca la rozzezza si, ma insieme la fe-

delt ed attenzione al servigio del medesimo servo:

dice che gli far ben comprendere ci che debba

fare: che l'Armeno galantuomo, ed solo nella

citt: che ha parlato seco dell'affare. Inoltre si fa

che non palesi a Tanganetto ci che sia nella sca-

tola, e questa se gli dia sigillata, con istruzioni e

cautele ben distinte, e con dimostrazioni assai in-

dividuali. Tali circostanze colle seguenti parole^

eh' ei proferisce nell' atto di rimovere ogni dub-

biezza : no, no, le gioje non si posson perdere, e

Clarice sarebbe perduta per sempre, pare a me

che tolgano ogni ombra d' inverisimilitudine.

La scena XVII e XVIII ( l ) dell'atto terzo non

sono punto superflue, come si dice: perch nella

XVII si mostra la passione di Bonario, per essere

stato trattato si malamente dalla moglie; il che fa

letto alla risoluzione da prendersi contro di essa;

e nella XVIII si narrano alcune cose necessarie a

sapersi da alcuni de' personaggi che vi sono, e vi

si dimostra esser tutti uniti in ci che deve farsi

contro Ciprigna.

Accordo la lunghezza del terzo atto, non pr-,

porzionata agli altri due, ma non gi quella di

tutta la commedia; poich, non durando ella pi

che tre ore di recita, non pare che in ci sia di-

fettosa. La lunghezza in una commedia si attri-

buisce a difetto (quando questa non sia eccedente)

a cagione solamente del rincrescimento, che suol

nascere negli uditori per cose poco dilettevoli, di

maniera che una commedia, ancor di due ore sole

di rappresentazione, parr lunga, e tedier, se ella

sia disgustevole, o poco piacente. Al contrario poi

non ci rincrescer la dimora ancor di quattr'ore

in un medesimo luogo, quando questa sia accom-

pagnata da diletto e piacevolezza. Una riprova di

ci ne sono le nostre commedie del secolo XVI, 1

le quali si vedono quasi tutte eccedentemente lun-

ghe, e taluna di pi di quattr'ore di durata'. Vero

che io non giudico che il piacere di trattenersi

cosi lungo tempo nello stesso luogo procedesse sem-

pre, o totalmente, dalla vaghezza della commedia,

ma piuttosto dalla comodit di vedere o poter par-

lare a chi, fuori di tal congiuntura, non era per-

messo dal costume pi ristretto e cautelato di quei

tempi, come par che possa dedursi da ci, che si

legge nel fine del prologo della commedia degP In-

tronati, intitolata: d'Ingannati; ove dice, parlando

alle donne: Questi uomini se non avranno pia-

cere delle cose nostre, ci avranno da ringraziare,

che per quattr 9 ore almanco gli daremo comodit

di poter contemplare le vostre divine beitele. Dal

che si conosce che le commedie avevano quattr'ore

almanco di rappresentazione, e che non pertanto

gli ascoltanti non erano soliti lamentarsi di tal

lunghezza, a cagione del divertimento che in detto

tempo provavano, qualunque egli si fosse; perloch

resta provato ancora, che fa dimora di tre ore di

tempo in un istesso luogo, ove l'animo sia ben

divertito, non rincresce, e che una commedia, pur-

ch sia dilettevole, non pu dirsi peccar di lun-

ghezza per la rappresentazione di tre ore di tempo,

o poco pi. Confesso che questa regola non pu

adattarsi generalmente a tutte le nazioni, poich

ve ne sono alcune, che, pel fuoco loro naturale,

o pel ostume di esser sempre in moto' ed in

agitazione, non sono sofferenti di una quiete si

lunga ; ma non cosi dell 7 italiana, e molto pi

della spagnuola, che, per natura e per abito,

sono assuefatte a maggior sofferenza; alle quali,

pare a me, non son punto disdicevoli questi pre-

cetti.

Il ristringimento poi e del tempo e degli attori,

e del picciol teatro, a cui sono stat' obbligato, in

componendo la presente commedia, che servita

com' Ella sa, per un parti colar divertimento in cam-

pagna nel passato autunno, deve scusarmi, se per

essa non si vede tutta quella franchezza e libert

poetica, che si ricercherebbe, ed averei voluto,' per

dar maggior fuoco e vaghezza a' caratteri, all'in-

treccio, alla scenatura ed alla decorazione medesima.

EU' avverta ancora che il parlar di Tanganetto v

dialetto rusticale fiorentino, e non della plebe

della citt.

Ci che in queste mie riflessioni trover Ella

discordante dal suo sentimeato, intendo correggerlo

e sottoporlo al giudizio suo purgati ssimo; e divo-

tamente le bacio le mani.

Di V. S. ILLUSTRISSIMA

Di villa 8 aprile 1728.

Divotissimo e obbligatissimo servitore

Jacopo Angelo Nelli.


LA MOGLIE IN CALZONI

commedia del Signor Dottore Jacopo Angelo Nelli

INTERLOCUTORI

CIPRIGNA, moglie m seconde nozze di Bonario.

BONARIO, vecchio.

VALERIO, 1 figli del primo letto

CLARICE, amante di Buonamico, ) di Bonario.

BUONAMICO, amante di Clarice.

RASPA, maestro di casa di Bonario.

TANGANETTO, contadinello fiorentino, servo di Raspa,

FIUTA,

VESPINA, Serva di Bonario

La scena si finge in Firenze.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Sala.

Bonario, e Valerio con abito da viaggio.

Val. Ho risoluto. (Esce con risoluzione, ed ritenuto

da Bonario).

Bon. No, figliuol mio.

Val. Tutto tentate invano. In questo punto voglio partire.

Bon. E vorrai cosi abbandonar tuo padre?

Val. Non per abbandonar mio padre, ma per fuggir la

matrigna, ho destinato andarmene in lontani paesi.

Bon. Ma vedremo di porre qualche rimedio....

SCENA SECONDA

Clarice, Bonario e Valerio.

Clar. Signor padre....

Bon. Oh Clarice, sii pur benedetta, che siei venuta qui a

tempo per aiutarmi a levar di testa a Valerio la pazzia, che

ci si fitta, di volersene andar fuori di casa e del paese.

Clar. Io, signor padre, son venuta per prender la sua be-

nedizione, prima di ritirarmi in convento, ove ho gi disposto

le cose per esservi ricevuta.

Bori. Oh, com'a dire? Che novit' questa! Tu ancora

vorrai. ...

Clar. Signor si. Ho determinato soffrir pi tosto la clau-

sura di un monastero, che le stranezze della matrigna.

Bon. Ma la matrigna si far far da madre, e cosi sar

posto rimedio a tutto.

Val. Questo rimedio impossibile, perci la mia partenza

inevitabile.

Clar. Ed il mio ritiro sicuro, perch un male si perni-

cioso ed avanzato senza rimedio.

Bon, a Clar. Dunque tu mi vuoi lasciare ? (A Valerio:)

E tu vuoi abbandonarmi? Ed io ho da restar cosi solo....

SCENA TERZA

Vespina, e poi Fiuta, e detti.

Vesp. Signor Bonario, se mai l'avessi fatto scandalizzare

in tutti questi mesi, che sono stata al suo servizio, glie ne

dimando perdono, e nel medesimo tempo le chiedo buona

licenza,

Bon. Come! ancor tu....

Fiu. Signor padrone, lo prego a darmi quel po' di salario

che avanzo, perch non voglio pi stare al suo servizio.

Bon. Oh povero me! Tu, e tu, e tutti ve ne volete an-

dare? E questa casa se n'ander ella ancora?

Fiu. Aspetti un poco V. S., che se n'ander anch'essa,

giacch la aignora Ciprigna, vostra seconda moglie, ha co-

minciato a darle la balta.

Vesp. E perch io non ci voglio rimaner sotto, me ne

voglio andare adesso.

Bon. Ma che risoluzioni son queste vostre? Vi slete ac-

cordati tutti a volermi sotterrare?

Val. Anzi, perch viviate pi quieto, ho risoluto partire.

Clar. Tale ancora il mio sentimento, vedendo che dalla

mia dimora in casa prende ogni giorno pi la signora madre

nuovi motivi d'inquietudini di rancori.

Fiu. Ed io non mi vo' rompere ii collo con essa, ve'.

Fate bene, gli ha esser fatto male. Fate male, gli fatto

male e peggio. Non si sa per qual verso pigliarla. *

Vesp. I diavoli non ci starebbero con questa signora Ar-

cigna. Credo che la pensi la notte a come inquietarci il

giorno.

Bon. Ma potreste avere un po'' di pazienza ancor voi, ve-

dendo quanta ce n'ho io.

Vesp. Oh voi bisogna che ci stiate, signor Bonario, e

che vi rasciughiate l'umidit, che avete fatta a letto (i).

Ma noi...

Val. Questo tutto il male, signor padre; l'aver avuto

ed aver tanta pazienza cagione di tutti questi scandoli.

Bon. Ma ella dice che l'autorit in una casa....

Val. L'autorit in una casa deve stare appresso il capo

di essa, che siete voi; e non appresso di una donna sventata,

capricciosa, volubile, e. per dirla in una parola, senza punto

di giudizio.

SCENA QUARTA

Ciprigna e detti.

Cip. da parte. Bella combrccola ! qui si dovrebbe parlar

di me. (Sta ascoltando.)

Fiu. A queste sue lodi avrei da aggiunger ancor io qual-

che cosare! la di pi. Ma....

Vesp. Eh dillo pur, Fiuta, non ti peritare, no. Ma aspetta:

lo diro io per te. Chi ha visto mai una donna pi vana, pi

arrabbiata, pi muffettina, pi vendicativa di lei? Volevo

dire anche un po' civetta, ma non mi sono arrischiata.

Clar. La prudenza mi obt?lig' a tacere; ma.se io dovessi

parlare, potrei dir di belle cose.

Val. Qui non si finirebbe mai di raccontare le suescioc-

chezze ed i pessimi effetti dell'autorit, che si usurpata;

perci, signor padre, permettetemi che, senza perder pi

tempo, me ne vada....

Bon. No, Valerio mio. (Lo ritiene. ) Non voglio in alcuna

maniera che tu parta. Dove v' tu andare ora, nelle france

maremme? (i).

Clar. Date dunque licenza a me che entri nel monastero,

come ho destinato.

Bon. N meno. Tu ancora devi restare; abbi un poMi

pazienza, e vedrai come rimedier alle cose. 11 monastero ci

sar anche di qui a un anno.

Vesp. Io poi non ci resterei, se mi copriste d'oro.

Fiu. Ed io se mi faceste imperadore.

Cip. entrando in mezzo con autorit e sussiego. Buon

viaggio a lor signori. (Restano tutti attoniti.)

Val. fa una profonda riverenza, e parte sen\a parlare.

Cla. le fa un grand' inchino, e- parte.

Vesp. fa lo stesso.

Fiu. anch' egli fa il medesimo.

Cip. a Bonario. Che commedia questa, signor rime*

diator delle cose?

Bon. facendole ancor ei riverenza. Buon di a V. S. (Va

per partire, ed ritenuto da Ciprigna.)

Cip. ironicamente. No, signor consorte mio, non voglio

in alcuna maniera ch'ella parta; eh dove vorrebb' ella an-

dare adesso? nelle france maremme?

*. Bon. Io ho da fare altrove. ( Vuol di nuovo partire.)

Cip. lo ritiene. Abbia un po' di pazienza, e vedr come

rimedier alle cose. Si vuol forse far monaca ancor lei? Il

monastero ci sar anche di qui ad un anno.

Bon. facendo for\a di partire. Lasciatemi andare.

Cip. O se io la ricoprissi d'oro?

Boti, facendo la stessa f or ^a. Oh buono!

Cip. Ma se lo facessi imperadore, n meno farebbe grazia

di restare? (Lo lascia.)

Boti, da s. Non vorrei che coloro partissero da vero.

( Vuol partire.)

Cip. V. S. non risponde? Venga qua.

Bori. Non ho tempo di badare a ciarle. ( Vuol partire di

nuovo.)

Cip. lo ripiglia con sdegno. O state a .sentir dunque

questo mio discorso, che non saran ciarle. Chi vi pensate

voi di essere in questa casa, che volete dar nuove regole e

riforme? E chi comanda qui, io, o voi?

Boti. Io ho creduto fin ora d* essere il vostro marito, e

come tale....

Cip. Voi siete stato e sarete sempre il marito della pa-

drona; e come tale, non dovete impacciarvi che del vostro

giubbone e delle vostre calze.

Bon. Oh, e de' miei calzoni?

Cip. Questi gli porto e gli porter io, finch vivo. Non

bisognava che me gli aveste ceduti la prima sera, come me

gli cedeste, se gli volevate portar voi. Che se ne ha da fare

ogni giorno un nuovo contratto?

Bon. Ma io....

Cip. Ma voi non siete padron di nulla, ed a me tocca a

maneggiare e regolar le cose in questa casa, e non ad altri.

Bon. I miei figliuoli....

Cip. 1 vostri figliuoli staranno alla mia obbedienza, o se

Manderanno insieme colla cameriera ed il servitore, giacch

hanno voglia di andarsene. Si, se n' anderanno questo giorno,

n io voglio in casa tanti correttori ed esaminatori delle mie

operazioni.

Bon. Signora Ciprigna, di grazia, non vi alterate. Loro. . . .

Cip. Che non vi alterate? Ho sentito con questi miei

proprj orecchj in che maniera hanno parlato della mia per-

sona. Io non ce li voglio.

Bon. Supplichevole ginocchioni. Moglie mia cara, vi prego

per questa volta*... - '

Cip. Ora son la vostra moglie cara, ne 1 ? Andate, e se

niente niente mi state a stuzzicare, toccher ancora a voi ad

uscir fuor di casa. (Parte.)

Bpn. aliandosi bel bello 'tutto confuso, guarda se ve-

duto e sentito da Ciprigna. Oh diavolo, o versiera ! O po-

veri figliuoli 1 Povero Bonario! Povera casa mia! (Parte.)

SCENA QUINTA

Strada.

Valerio e Fiuta.

Val. E me lp assicuri per cosa certa?

Fiu. Oh buono! Che ve Io direi con tanta franchezza?

Val. Dimmi, come l'hai saputo?

Fiu. Jersera, prima d'andare a letto, mi venne voglia di

stare a usolare alla porta della camera di mons Raspa,

maestro di casa, ove sentii gente.

Val. E chi vi era su quell'ora si tarda?

Fiu. La vostra amabilissima matrigna. Gi io credetti che

fusse andata li colla scusa di riveder qualche conto, per poi

trattar d'altro, e non m'ingannai, perch intesi che i conti

si facevano sopra di voi e di vostra sorella.

Val. Questo furfante ha preso tropp' autorit in casa no-

stra, e troppa confidenza colla mia matrigna.

Fiu. Ogni astuto mugnajo tira l'acqua al suo mulino.

Egli lesto e qualche cosa di peggio, onde si approfitta

della congiuntura.

Val. Se si contentasse di approfittarsi solamente negl'in-

teressi, ancora, ancora chiuderei gli occhi; ma troppe altre

cose io scorgo, che son cagione....

Fiu. Non dite pi l, che io v'intendo. E la causa di ci

eccola. Mons Raspa comanda alla signora Ciprigna; la si-

gnora Ciprigna a vostro padre; e vostro padre a nissuno.

Val. Or bene; ed io per non impegnarmi a qualche strana

risoluzione, partir con sollecitudine. Ma che conti facevan

eglino sopra di me e di mia sorella?

Fiu. Intesi che da loro si meditava fare un viaggio a Li-

vorno, ove, disposte ben le cose con un certo capitano fran-

cese, che ci per far gente, senza vostra saputa, sareste poi

stato mandato a bordo della sua nave con qualche pretesto,

e li fatto arrestare, per mandarvi alla guerra, come vi dicevo.

Val. Si pu dar malizia e perversit maggiore? E di mia

sorella che intendesti?

Fiu. Di Tei il discorso era gi finito quando arrivai, e so-

lamente potei capire alla confusa che, se ella si fosse ostinata .

a quel matrimonio, 1' averebbon necessitata a farsi monaca.

Val E di che matrimonio parlavano?

Fiu. Questo poi non so. Ma mi suppongo del signor fuo- '

riamico; giacch sanno qualche cosa de' loro amori.

Val. Or basti; mia sorella credo che avr giudizio, ed io

non perder tempo a partire, per togliermi da ogn' impegno

di far qualche grosso sproposito.

Fiu. Ma veramente volete lasciar libero il campo a costei

df rovinare affatto la vostra casa?

Val, Tant', il cielo ci porr egli riparo. Tu, giacchi ti

sei offerto venir meco, va' prontamente a far venire i cavalli

dalla posta.

Fiu. lo sono all' ordine. Adesso vado.

Val. Aspetta. E meglio che venga ancor io; monteremo

a cavallo li, e passeremo da casa del signor Buonamico per

prender la mia valigia, che ho gi l mandata.

Fiu. Ma a denari come si sta?

Val. Ne ho a sufficienza.

SCENA SESTA

Buonamico e detti.

Buon. Dove con si gran fretta ed in quest'abito, signor

Valerio? Si ha da far viaggio?

Val. Tale la mia risoluzione.

Buon. E per dove, se lecito? Non credo gi per villa,

perch la valigia mandata da voi in mia casa, e I'. imbasciata

espostami, indicano un viaggio assai pi lungo, e con del

mistero.

Val. La mia partenza, caro signor Buonamico, non cer-

tamente per villa, ma per dove non saprei dirvelo.

Buon. Questo ben strano. O chi vi muove a ci fare?

Val. La disperazione.

Buon. Io m' immaginava di qualche cosa simile, attesa la

notizia che ho degli sconcerti di vostra casa, onde veniv' a

cercarvi, per offerirvi quell' ajuto e consiglio, che da me vi

si potesse prestare.

Val. Non meno poteva io aspettare dalla vostra amicizia,

e ve ne professo ben distinte le obbligazioni; ma ad altro

tempo riserver le vostre grazie, non avendone io bisogno al

presente.

Fiu. O che sproposito! E quando ne volete aver maggior

bisogno che ora?

Buon. Amico, guardate di non vi lasciar sedurre dalla

passione. Inutile dopo il fatto riesce alle volte il pentimento;

apritemi liberamente il vostro cuore, e palesatemi le vostre

pi particolari angustie. Pu essere che vi si trovi qualche

rimedio.

Val. Che rimedio volete trovare al predominio di mia

matrigna, ed alla dabbenaggine di mio padre?

Fiu. La medicina io la saprei, ma sarebbe un p 1 violenta.

Buon. No. Bisogna, per quanto possibile, operar sempre

con mansuetudine e prudenza.

Val. Fin ora ci non mi giovato a nulla, e voi lo

sapete.

Buon. vero, ma non perci dovete stancarvi. II cielo

determina ben spesso il premio per lo nostra sofferenza ad

' un punto che noi crediamo impossibile o lontano, e che tal-

volta sar probabile e vicinissimo.

- Val. Ma caspi te ra questa sofferenza alle volte ella scappa.

Tant', io non mi trovo provvisto di tanta virt, da soffrir

pi lungamente. Bisogna che io m'allontani dalla casa' e

dalla patria, per non mi trovare in necessit d'appigliarmi al

consiglio 'di Fiuta.

Buon. N l'uno n l'altro dovete fare. Or non vedete

che qualunque di questi passi, che voi faceste, sarebbe la

total rovina vostra e della casa?

Fiu. Veramente il signor Buonamico non dice male.

Buon. La vostra presenza qui necessarissima, se non

per altro, per tenere almeno in qualche soggezione la signora

Ciprigna.

Val. Io non saprei. Vada pur tutto in rovina, purch io

mi liberi da tante angustie ed inquietudini. Ho deliberato, e

voglio partire.

Buon. Ma a riflesso della signora Clarice, e mio, che sa-

pete che tanto amo, sar possibile che non vi lasciate per-

suadere a cangiar risoluzione? (Qui Buonamico fa pausa, e

Valerio resta pensoso.) Lasciando lei cosi esposta ai capricci

della matrigna si poco prudente e punto amorevole, come

possiamo noi sperar buon esito pel matrimonio con essa, fra

voi e me di si buon animo concertato?

Val. Caro amico, mi do per vinto.

Fiu. Miracolo!

Buon. La vostra docilit mi obbliga al maggior segno.

Val. Ma vedete, bisogna che pensiamo di proposito a do-

mar l'alterigia di questa donna, ed a frastornar tutti i di-

segni che ella ha formati contro di me e di mia sorella.

Buon. Ci si far con ogni sollecitudine e premura; ma

che disegni ha ella formati contro di voi e della signora

Clarice ?

Val. Meglio che da me l' intenderete qui da Fiuta, che ne

ha sentito egli stesso il concertato.

Fiu. Oh io ve gli dir a un puntino. Sentite. (Guarda

se ascoltato.) Ma quella, che vedo passar per quella strada

e camminar tanto in fretta, non sarebbe gi la signora Cla-

rice? E lei certo, e quell'altra V espina.

Val. Non ci dubbio. E ella senz'altro, che se ne va al

monastero, ove ha risoluto rinserrarsi.

Buon. Perch ci ? Impediamole tal risoluzione. E se vi

piace, potremo ritirarci tutti in mia casa, per ivi stabilire ci-

che convenga di fare.

Val. Ben volentieri. Intanto avremo l'onore di fere una

visita alla vostra signora madre non pera oche uscita di con-

valescenza.

Fiu. Si, ma se non ci sbrighiamo per raggiungerla, sar

un lasciare i cani alla volpe che intanata.

Val. Andiam pare. ,

Buon. Vi sieguo.

Fiu. Oh che gran zuppa! Almeno che la non si facesse

nel paniere.

SCENA SETTIMA

Bonario solo con agitazione.

O tapino me! la botta ita. Se la son fatta, come ave-

van detto. Cerca di qua, cerca di l per la casa, non si trova

n Valerio, n Clarice, n il servitor, n la serva. E ora

dove dar io di capo per rintracciarli? Ander al convento,

perch Clarice.... Ma chi sa qual convento sia questo, ove

ha detto d'entrare? meglio ch'io vada alla posta per im-

pedire che Valerio.... Ma se egli andato a pigliare i ca-

valli dal Fensi o da qualche altro, e che in questo mentre

se la batta ? Che far ? dove ander prima ? Uh i' mi sgraf-

fignerei il viso, mi strapperei i capelli e insino il naso dalla

disperazione. Oh che moglie! Oh che versiera! Se io po-

tessi.... Ma perch sto qui a cuocere il bu' (i), e non corro

alla (2) port'a S. Gallo, a S. Pier Gattolini, a S. Friano, a

S. Niccol e alla port'al Prato? O sicuro egli . per uscire

adesso a tutta posta da una di queste. Oh figli uol mio, va' pi

adagio, aspettami, aspettami. (Parte infuriato, ed incontran-

dosi con Ciprigna, resta attonito).

SCENA OTTAVA

Ciprigna; roons Raspa e detto.

Cip. Molto infuriato, signor consorte! Che avete i bini

dietro ?

Boti. Di dietro Tei ho ...

Cip, Me, volevate dir, non vero?

Bori. Chi dice questo? Pdico che ho bisogno.... (Vuol

partire, ed sempre tenuto da Ciprigna ogni volta he lo

tenta.)

Cip, Questo bisogno non sar poi tale, che vi pressi tanto,

da non poter restar due momenti colla vostra moglie

Bon. N due, n uno, n mezzo ci posso restare.

Cip. E si che ci resterete poi. Dovete riposarvi un poco;

non voglio che prendiate qualche scalmana.

Bon. Oh meschino! ora Valerio.... La riverisco, ci

rivedremo un'altra volta.

Cip. No, no, ho bisogno di voi adesso.

Bon, Serbate questo bisogno, perch io.... (Fa for\a

d? andare,)

Cip. con autorit. Ol! a chi parlo? (Bonario timido,)

Vorrei veder questa, che voi vi moveste!

Ras. Se la signora comanda, non ci da replicare.

Cip. Signor si. Io comando, e voi dovete ubbidire.

Bon. con voce umile. Ma se avessi una necessit da do-

vermi muovre?

Cip. La necessit si fa aspettare.

Bon. Ma s'ella non potesse?

Ras. Quando la signora comanda una cosa, ogni vostra

necessit puzza d'impertinenza, se non vuole ubbidirle.

Bon, Eh, signor maestro di casa, potrebb' essre che puz-

zasse piuttosto....

Cip. Sappia di ci che si voglia, voi per adesso dovete

restar qui, ed ascoltare i nostri discorsi.

Bon. Quanto sarann' eglino lunghi?

Cip. Quanto a noi parr.

Bon. Io me ne ,vo in sudor freddo dalla pena. ( Ci-

prigna parla basso con Raspa, il che osservandosi da Bo-

nario tenta andarsene ascosamente, ma veduto da Ciprigna

lo ritiene con sdegno.)

Cip. Come? ed avete ardire....

Bon. Oh io credevo che aveste gi finiti i discorsi.

Ras. Finiti, quando si hanno ancor da principiare! Non

sarebbe poco che fosser finiti per un'ora.

Bon. con voce timida. Un'ora?

Cip. Un' ora, e due, e tre, se vorremo.

Bon. Sia fatta la vostra volont. Principiamogli dunque.

Che cosa ho io da ascoltare?

Ras. Dovete ascoltare gli ordini della signora, ed esser

cieco in eseguirli.

Bon. Eh io vorrei esser cieco e sordo da vero, ch'i' non

vedrei, n sentirei....

Cip. lo tira per un braccio. Sentite dunque. K vostri

figliuoli primieramente devono contare in questa casa, come

se, non ci fossero.

Bon. Oh, e' conteranno come voi dite, sicuro, perch' e' son

costi che covano.

Cip. Come?

Bon. Come, eh' e' non ci son pi.

Ras. Non ci son pi?

Bon. Signor no, non ci son pi, perch son fuggiti. ( Vuol

partire, e Ciprigna lo f attiene.)

Cip. Venite qua. Che dite? Valerio e Clarice sono an-

dati via?

Bon. quasi piangendo. Oh, e' sono andati loro.

Cip. verso Raspa. Tanto meglio.

Boti. Tanto peggio.

Cip. a Raspa. Ora si viver pi quieti.

Ras. Voi non capite che voglia dire esser fuggiti fuori di

casa, e particolarmente Clarice.

Cip. Vuol dire che saranno tenuti per strani 0(1) capric-

ciosi. ( Mentre Ciprigna e Raspa parlano fra di loro, Bo-

nario a poco a poco si ritira ascosamente, e poi fugge.)

Ras. Che questa taccia non cada sopra di voi.

Cip. Io me ne rido; anzi vorrei che fosser partiti anche

di Firenze. Dite, son eglino.... f*Si volta per interrogar Bo-

nario.) Ma egli se n' andato. Per questa volta ci ha bur-

lato ambedue. Ma non son la padrona, se non me la fo

pagare.

Ras. La padrona, a quel ch'io vedo, non siete per anco

arrivata ad esserla bene bene.

Cip. Son per arrivata a tanto, che posso servir d'esem-

plare a tutte le mogli del paese. Basta che voi rqi reggiate.

Ras. Voi sapete con che premura io V abbia fatto fin ora,

e di quanto si sia accresciuta la vostra autorit in questa

casa, dopo che ci son io. Vuol esser per che siamo d 7 ac-

cordo, e che facciate conto de' miei consigli, che saranno,

come pel passato, a voi sempre vantaggiosi.

Cip. Io ben lo conosco, e ve ne sono obligata; ontle se-

guiter ci che mi consiglierete, specialmente sul particolare

de 1 miei figliastri.

Ras. I vostri figliastri temo che ci voglian dar molto

da fare!

Cip. Se son fuori del paese, che abbiam da temere? Se

poi non lo sono, tanto e tanto non mi dan soggezione.

Ras. Non dite cosi. Valerio giovane risoluto, ed ha

degli amici per la citt, che posson molto. Fra gli altri Buo-

namico, il cascamorto di Clarice, il quale ha del credito alla

corte, e se l'intende ben co' ministri.

Cip. Che ci pu fare?

Ras. Molto di male, vedete, se noi non avremo dell 1 ac-

cortezza in fare apparire il bianco per nero, e far lavorar

bene le nostre macchine.

Cip. Or io non mi perdo cosi facilmente d' animo. Son,

donna; vuol dire che mi son lecite molte cose, e la lingua

non mi. morir in bocca.

Ras. Dite bene. L/ esser donna di un gran vantaggio,

particolarmente quando si sa parlare e fngere, inventar fal-

sit con apparenza di vero, e far valere i privilegj del sesso.

Cip. Oh, oh, l'hanno a far meco. Ma pensiamo un poco

alla gita di Livorno.

Ras. Se Valerio partito, questa sar svanita.

Cip. Come svanita?

SCENA NONA

Fiuta a parte, e detti.

Ras. Signora si, perch non dovendosi far questo viaggio

che al solo fine di metter Valerio nella rete, come si era

concertato, or che egli non ci , sarebbe inutile.

Cip. Si in quanto a questo negozio, ma non in quanto al

mio gonio.

Ras. Il vostro genio bisogner che abbia pazienza; non

compie lasciar la casa negl' imbarazzi, ne'quali sono per porla

i vostri figliastri.

Cip. Che mi hanno da tener essi in soggezione? Tant',

ho determinato veder Livorno, e Io voglio vedere.

Ras. Separarmi da lei non lo vuol la politica de 1 miei

interessi, e andar senza Clarice non lo pu soffrire il mio

amore.

Cip. Che state pensando, che non mi rispondete?

Ras. Pensava che ci un impedimento ancor maggiore.

Cip. E qual ?

Ras. Che io non posso venire.

Cip. La ragione?

Ras. La ragione che non posso.

Cip. Oh a questo si rimedia facilmente. Ander senza

di voi.

Ras. Senza di me ?

Cip. Perch no?

Ras. Voi andar senza di me?

Cip. Signor si.

Ras. Ho paura che burliate!

Cip. Dico da senno.

Ras. E come regolarvi in molte contingenze? E poi il

decoro.... Basta, questa non cosa fattibile.

Cip. Ed io la trovo fattibilissima.

Ras. Ma questo non un andar d'accordo, e seguitare i

miei consigli, come diceste.

Cip. Intesi di quei, che risguardano gli affari della casa,

e non di quelli, che si oppongono alla mia autorit ed al mio

genio, che voi dovete sostenere e secondare in tutte le con-

giunture.

Ras. Non mi compie disgustarla; perci metter in

campo l'autorit di Bonario.

Cip. Voi ancora sta t'esitando?

Ras. Eh io, in quanto a me, non ' ci replico, ma vostro

marito, vedrete che ci aver ben della difficolta.

Cip. Mio marito? eh, eh.... di lui me ne rido. ( Via.)

Fiu. Manco male, il tempo si rabbrusca.

Ras. Bisogna che sia indiavolata bene di veder questo

Livorno, mentre si oppone cosi fuor del solito al mio vo-

lere; ma so ben per qual verso pigliarla. ( Via. )

Fiu. O questo di nido (1) ! stato il Cielo, che mi ha

fatto passar di qui, perch io sia informato delle cose, acci

possa servir bene i miei padroncini; ma, prima di ordir la

tela, mi convien vedere che capo aver la matasaa di u*> che

ho inteso. Come potr io fare a entrare in casa per sa-

pere.... (Pensa.)

SCENA DECIMA

Bonrio e detto.

Bon. Da S. Gallo non v' passato, chi sa che non sia....

(Non conosce Fiuta.) Galantuomo, averesti voi visto....

(Fiuta si volta.) Oh sei tu Fiuta? Dimmi, Valerio par-

tito? anche in Firenze? Da che porta passato? Dov'?

Dimmelo presto. 'Non mi rispondi? (Dice tutto con pre-

ster. )

Fiu. risponde nella stessa maniera. Io son io; Valerio

partito; anche in Firenze; dalla porta di casa; e in tasca

non ce l'ho.

Bon Ma che modo di rispondere il tuo?

Fiu. Ma che modo d'interrogare il vostro?

Bon. Tu rispondi tanto confusamente, ch'io non t'intendo.

Fiu. E voi mi domandate le cose tanto impicciatamente,

che non so quel che vi vogliate dire.

Bon. Io ti dimandavo se il mio Valerio era andato via.

Fiu. Ed io vi rispondo che di casa vostra partito.

Bon. Eh questo lo so da me. Dico di Firenze io.

Fiu. Ed io rispondo: di Firenze, signor no.

Bon. Ah, tu m' hai rimesso il flato in corpo. Dimmi dun-

que, dove si trova?

Fiu. Egli presentemente dovrebbe essere.... .

Bon E della Clarice ne sai nulla? ella in convento

o dove?

Fiu. Signor padrone, vuol ella ch'io le risponda a tuono?

Bon. Sicuro, questo voglio.

Fiu. La mi domandi dunque una cosa fcer volta; perch

io non ho cento lingue da rispondere a cento cose a un fiato.

Bon. Compatiscimi. Il desiderio di saper nuova de' miei

figliuoli mi fa esser cosi pronto.

Fin. I vostri figliuoli per ora sono in Firenze, ed in una

casa, che stanno meglio che nella vostra.

Bon. Oh sia ringraziato il Cielo. E in casa di chi?

Pi. Del signore Buonamico.

Bon. Manco male, sono in buone mani, via. Egli un

galantuomo.

Fiu. E di che sorta ! Ma con tutto che gli abbia ricevuti vo-

lentieri e gli faccia cortesie, unto son risoluti d' andarsene d

Firenze. La signora Clarice, essendo d'accordo ancor essa...

Bon. Oh no, Fiuta mio, di grazia andiamo adesso ad im-

pedirglielo. Tu m'hai dato una coltellata.

Fiu. da s. Ora il tempo. Vedete, signor Bonario, ■

ogni tentativo che si uccia gettato. Son troppo risoluti

di' andar via.

Bon. Oh! Come si potrebbe egli fare? Mi sento morire

dall'afflizione.

Fiu. Io veramente il modo per fermarli lo saprei, ma...*

Bon. Dillo su, che tu sii benedetto; qua! ?

Fiu. impossibile potersi mettere in opera.

Bon. Dillo, che forse non sar.

Fiu. Che occorre che io perda questo fiato, se tanto e

tanto sar come se non l'avessi detto?

Bon. Ma dillo uria volta in tanta malora. Tu mi tieni sulla

eorda con pene di morte.

Fiu. Lo sposar la signora Clarice al signore Buonamico.

Ora eccolo detto. Vi par che questa sia cosa fattibile?

Bon. O perch no? fattibile, fattibilissima, ed io glie

V imprometto.

Fiu. ride affettatamente. Ah, ah, ah, ah.

Bon. Tu te la ridi?

Fiu. Signor si, vedete.

Bon. Oh perch?

Fiu. Perch la vostra promessa vai poco. La signora Ci-

prigna quella che conta in casa vostra.

Bon. Ed io voglio far questo matrimonio, quando non

tese per altro, che per urla dare al diavolo.

Fiu. Ma vi riuscir egli?

Bori. Oh, non ella mia figliuola?

Fiu. Questo lo voglio credere; ma non basta. L'autorit,

che avevate sopra di essa e delle cose vostre, l'avete per-

duta, lasciando portare S calzoni a lei, che una vergogna a

sentirsi dire.

Bori, Ma che ci faresti, Fiuta mio? Se la prima sera ch'io

la presi, quand' i' mi fui cavat' i calzoni per andare a letto,

la gli messe nel mezzo della camera, serr V uscio a chiave,

si cav di sotto due pezzi di bastone, me ne fece pigliar uno

a me, senza saper ci che volesse fare, tenendo l'altro in

mano lei, e poi mi disse: Ora, marito mio, questi calzoni

hanno da esser portati da uno di noi solamente, e quello

gli porter, che gli vincer a forza di bastonate, quando non

me gli vogliate cedere amichevolmente.

Fiu. E voi allora, alzato il bastone, cominciaste a me-

nare alla peggio, e lei pi forte di voi, e gli perdeste, eh?

Boti. Oh ti pare, Fiuta,, che quello fusse il tempo per

me di fare alle bastonate? Io glie li cedetti alla buona pel

meglio, e perch....

Fiu. Oh il mio buon uomo, perdonatemi se ve lo dico.

Bon. Tu di' il vero, e di poi m'accorsi ch'io lo fui, per-

ch dice che in quelli sta l'autorit della casa e di tutto il

maneggio. Ma dimmi, non si potrebb'egli procurar di ripi-

gliarglieli?

Fiu. A forza di bastonate. A me mi darebbe l'animo.

Bon. Eh, non dico cosi io.

Fiu. Oh che credereste di fare un peccato a bastonar una

moglie si diavola? Anzi ho inteso dire che ce ne son di

quelle, che se ne pregiano di essere state bastonate dal

marito.

Bon. Le non saranno di questi paesi.

Fiu. Come no! Conoscete voi la signora Lisciarda Vec-

chiardelli?

Bon. Pia conosco.

Fiu. Or cotesta andava mostrando anche a chi non se

ne curava certi lividi fattigli dal marito pi giovane di lei di

venticinque anni, come sapete ch'egli .

Bori. Ma bisogna eh 1 ella sia pazza a spopolarsi (i) cosi.

Fiu. Che spopolarsi? Ella lo faceva per sua gloria.

Bon. Oh ve 1 che gloria! Fammi veder questa.

Fiu. Gloria, signor si, perch diceva che il marito le

aveva dato per gelosia di un bel giovane, e pretendeva cosi

di spacciarsi ancor desiderabile e fresca, bench ella si tenga

su la pelle con cent' acque stillate e chiare d'uova.

Bon. Or tal sia di lei. Questi discorsi non fanno per me,

n pe' miei figliuoli. Ritorniamo un po' a loro. Tu credi dun-

que che facendo questo matrimonio sarebber tutti contenti,

e non cercherebbero pi d'andar via?

Fiu. Senza dubbio.

Bon. Il negozio dunque fatto. Andiamo a trovarli.

Fiu. Ora non tempo; ritiriamoci prima nelle vostre

stanze per discorrerla meglio.

Bon. Come tu vuoi.

Fiu. da se. Cosi entrer in casa, per fiutar meglio le cose.

SCENA UNDECIMA

Valerio, Buonamico e Vespina.

Val. Egli un furfante, e me la pagher.

Buo, Flemma, signor Valerio. Non vi lasciate vincere

dalla collera.

Vesp. Oh il mio padroncino poi piglia fuoco per poco

ve 9 lui. Nulla, nulla che gli vada a traverso, subito, p, p,

p. Addio girandole. Chi sa che il povero Fiuta....

Buon. Si, chi sa che egli non abbia avuto impedimento

tale, da non poter ritornare con tutta la sollecitudine?

Val. Non lo vogliate scusare, perch gi so il suo natu-

rale. Egli non esce di casa, che non entri in venticinque bot-

teghe di barbieri; rifrusta tutti i caff, e vuol fiutar quanti

cappannelli vede per strada.

Vesp. Ha giudizio, non vuol ismentire il suo nome.

Buon. Ma come credete che facciano gli altri servitori?

Val. Ma intanto non si fa il servizio del padrone. Voi sa-

pete pure con quanta premura gli ho ordinato di andare con

buona maniera ad intendere che effetto aveva fatto in casa

di mio padre la nostra partenza, e ritornare immediatamente

a ragguagliarmene, acci potessimo pigliar le nostre misure

per ci che si ha da fare.

Buon. Bene, ma per far un simil negozio, bisogna tal-

volta pi tempo, che un non si supponeva.

Val. Ma son gi qua tu*' ore che partito.

'Vesp. Dico dieci iot Signor Valerio, il vostro pensiero

vola, ed il povero Fiuta camina a piedi.

Val. E tu fai pi parole che* non ti si conviene.

Buon. Sentite, signor Valerio: niuno senza qualche di-

fetto, e la servit non senza molti; perci quando si trova

che abbiano qualit buone nelle cose della maggiore impor-

tanza, conviene chiudere gli occhi ali 1 altre, "per non far peg-

gio. Fiuta per altro buon servizio.

Vesp. Se lo ? Si mette infin a cavarmi le scarpe a me

il poveraccio.

Buon., Ed ha per voi e per vostra sorella un grande affetto.

Val. Non posso negarlo.

Vesp. Odia a morte la vostra matrigna, che non poco,

e vorrebbe vedere impiccato mons Raspa, con quel contadi-

nello del suo garzone.

Buon, Or, giacch siamo su questo particolare del mae-

stro di casa, lasciamo Fiuta, e parliamo di lui.

Vesp. O ci siam per un pezzo, se si ha da dir quel che

se ne sa. *

Buon. A me basta solamente di essere informato, oltre a

quel che me ne avete detto, di alcune particolarit neces-

sarie pel nostro fine.

Val. E quali son elleno?

Buon. Di dove, e chi egli sia, e come s'introducesse in

Tostra casa?

Val. Del suo paese e nascita non se ne sa nulla.

Vesp. Oh di birbi, vedete, sar ; perch in casa ci venne

cencioso bene, e presto presto si rivesti come un cavalier

francese, che la ragione perch fra noi lo chiamiamo

mons Raspa.

Buon. Cattivo preludio. Ma, e in casa chi ve l'introdusse?

Val. Il capriccio, per non dire il genio, di mia matrigna.

Vesp. E quante diavolerie ci fumo anche allotta fra lei

ed il signor Bonario, che non ce laverebbe voluto! Emi ri-

cordo che quella sera era tanto indiavolata, che volle dormir

tre camere lontana a quella del padrone. *

Buon. E quel suo garzone che figura ci fa?

Vesp. Di mangiapane e di servitore del signor mons te-

soriere maggiore: che mi burla?

Val. Ora, signor Buonamico, volete saper altro? perch

mi par che V ora si avanzi per condur Vesp ina ove si de-

terminato.

Buon. No, tanto mi basta. Ora tu, Vespina, hai pur inteso

bene ci che devi fare?

Vesp. Oh, che credete eh' io sia come ser Stolido, che la

prima sera delle nozze non si ricordava pi d'aver moglie?

Non volete ch'io mi ricordi bene di tutta la lezione, se vi

ho proposto il negozio io ? Sentite se la so. Io mi ho da vestir

da Armeno mercante di gioje, per poi andar cosi travestita

dalla signora Arcigna....

Buon. Signora Ciprigna vuoi dire.

Vesp. E tutt'una. Per andar dunque da lei, a fine di le-

varle di mano, con pretesto di comprarle, quelle belle gioje,

che eran parte di dote della b. m. della vostra signora madre,

signor Valerio, ed in conseguenza vostre, e che la detta vo-

stra matrigna si usurpate, e che vuol vendere. Non cosi ?

Val. Cosi per appunto., le quali ho destinate per dote a

Clarice.

Vesp. E perch io mi rimetta un po' sul cinguettar al-

l'armena (giacch, quando stavo in Livorno con uno di co-

storo, la sapevo contraffare a perfezione ) mi volete condurre

a scuola da quel mercante armeno, che sta dal Ponte vec-

chio, con finzione d'andar li per contrattar qualche cosa.

Buon. Tu sei una ragazza di spirito, e spero riuscirai a

maraviglia nella tua opera.

Vesp. In altre* ancora mi darebbe l'animo di riuscir be-

none, se fussi sperimentata.

Val. Non perdiana pi tempo, ed al nostro ritorno do-

vremmo trovar quel briccon del servitore a casa. (Parie,)

Buon. Andiam pure. (Par te. )

Vesp. Gi mi par di sentirmi nascer la barba al mento,

e crescermi attorno le brachesse all'armena. Bisogna che io

pensi a qualche bel nome da pormi. (Pensa.) Sta'... l'ho

trovato. Diarbec. ( Via.)

SCENA DUODECIMA

Raspa, e poi Tanganetto contadino.

Ras. Ciprigna per mio consiglio si disposta a vender

quelle gioje, che erano dell'altra moglie di suo marito, e me

ne presi, giorni sono, io l'assunto. L'armeno, a cui ne ho

parlato, galantuomo, e mi ha promesso farle vedere ad un

forastiero, che ne va in cerca, caso che non voglia applicar

egli a questa compra. Se il negozio riesce, il mio guadagno

non ha da esser di meno che della met. Mi bisogna andar

da questo mercante, ma dall'altra parte troppo mi preme

adoperarmi a far ritornare in casa Clarice. Non vorrei.... Ma

sta' 1 Ecco qua il mio servitore, potr mandarle per lui, per-

ch fidato, e gli dar bene ad intender la cosa. Ma no,

meglio ch'io vada da per me. Ma se la mia Clarice.... No,

no: le gioje non si posson perdere, e Clarice sarebbe per-

duta per sempre. (Chiama Tanganetto.) Tanganetto, Tan-

ganetto ?

Tang. Oh buon di a liei, signoria.

Ras. Vien'qua, ascolta. Gi tu hai visto pi volte il Ponte

Vecchio.

Tang. Ser no pi voilte, V l'ho vist' una oilta sola, che

ghi era a senti canta 1 quii maggio, dove vo'mi menasti,

ch'enduro tanto.

Ras. Come a sentir cantar maggio?

Tang. Ser si, PaiUra sera in quella stanzona bella, dove

sionaano ghi zufoli e tanti liolini, e che ora venfa un mag-

giajolo a cantare, ora un ailtro, e po' se n' andaano, e poi

rieniano, e che uno voilse ammazzar i compagno, e una

maggiajola lo ritenne piagnendo, e cantando anche liei.

Ras. Oh scimunito ! Quella era una commedia in musica,

e non un maggio.

Tang. Basta i'io'eddi allotta ch'eghi er'accant'a mene.

Ras. Chi era accanto a te?

Tang. Quii.... come v'ate detto. s

Ras. Il Ponte Vecchio! O balordo che sei!

Tang. Pnon son balordo, s'i'lo senti 1 chiamar a pi d'uno

signor conte Ecchi.

Ras. lo dico ponte, e non conte.

Tang. Oh i' credeo che e'fussi tutt'una.

Ras. Il Ponte Vecchio quella strada sopr'Arno, ove

sono tante botteghe....

Tang. Che hanno quelle cassette di 'etro?

Ras. Si.

Tang. Oh cotesto eh' costie, lo so; Pei so' stato pi

voilte.

Ras. Or costi nella terza bottega a man mane 9 a andare

in l vi troverai un mercante armeno.

Tang. Oh chi eghi questo mercante armeno?

Ras. Questo uno che compra e vende delle gioje; un

uomo, che ha una gran barba, un berrettone in capo, una.

veste lunga di colore legata con una fascia in cintola, ed

un'altra sopra aperta.

Tang, E quand'io l'ho troato?

Ras. Gli hai da dimandar se quel mercante, che ha

parlato meco questa mattina; egli ti dir di si, ed allora gli

darai questa scatola, ( Gli d la scatola. ) che sigillata, di-

cendoli che ci dentro quel negozio che egli sa, e che que-

sta sera o dimattina sar da lui. Ma bada bene di non la

dare ad altri.

Tang. Ma e' sar pur lui quello, non vorre'pighiar erro.

Ras. Non puoi sbagliare, perch de' mercanti vestiti come

lui, e che parlin com' egli parla, non ce n' altri in tutta

Firenze.

Tang. Oh come parPeghi?

Ras. Non parla come noi.

Tang, Oh perch non parPeghi come noi?

Ras. Perch armeno.

Tang. F non lo 'ntender donche.

Ras. L'intenderai, l'intenderai. Va, e sbrigati, e sopra

tutto guarda di non perder la scatola, e di non la dare ad

altri; e se non ci russe, aspettalo.

Tang. Ser si. ( Via. )

SCENA DEC1MATERZA

Bonario e Fiuta.

Bon. Si far, si far questo matrimonio, e mia moglie bi-

sogner che abbia pazienza.

Fiu. E se s'intesta di no?

Bon. E io m'intester di si.

Fiu. Ella far il diavolo a quattro, e voi. ..

"Ba. Ed io Io far a sei.

Fiu. Bene, ma se ella vi volta il viso davvero, e vi dice

che non vuol queste teste dure per la casa?

Bon. Io le volter il sedere, e le dir che, se ho la testa

dura, me l'ha fatta indurir lei.

Fiu. O buono, cosi dovete fare, e star forte; perch, come

ho detto, con certa razza di donne bisogna farglisi avanti,

appuntar i piedi, e scaponirle.

Boti. Appunter anche il capo.

Fiu. Cosi mi piacete. Questa superbetta bisogna domarla.

Bon. Se la domer! Quando la fusse ancor pi sfrenata

del cavallo di Troia, la metter sotto, e terr in briglia.

Fiu. Oh che bella prova, se vi riesce; al vostro esempio

chi sa quanti mariti babbei si riscatteranno dalla schiavit

della moglie!

Bon. Vorrei- eh 7 ella venisse adesso, ed alla tua presenza

le vorrei far vedere che cosa sa fare un marito, quando gli

si solleva la bile. Le vorrei andare ini contro colle braccia al

fianco. ( Va incontro la scena in tal positura, e vedendo

venir Ciprigna, avvilito si volta a' Fiuta, dicendogli:)

Bon. Fiuta, vattene.

Fiu. Oh perch !

Bon. Perch si. Vattene presto.

Fiu. Ma che ci di nuovo?

Bon. Eccola. che viene. La voglio a solo, a solo, perch.:.

Vattene dico, vattene.

.Ftu. Ricordatevi che quando al marito gli* si solleva la

bile....

Bon. Ho inteso. Va 7 via in mal* ora, va' via.

Fiu. La scena non vuol esser brutta. Se mi riesce, 6tar

ascoltando a disparte. (Si nasconde.}

SCENA DECIMAQUARTA

Ciprigna e Bonario.

' Cip. accennando colla mano a Bonario. Venite, un po' qua,

il mio galantuomo.

Bon. andando verso Ciprigna con viso affrettatamente ri*

dente, e intimorito. Buon di a V. S.

Cip. Chi era colui, col quale adesso discorrevi?

Boti, Quello era, era.... Egli venuto qui, i' ci ero, e se

n' andato.

Cip. L'ho veduto che se n' andato; ma che affari ave-

vate voi seco?

Bori. Oh niente.

Cip. Come niente?

Boti. Signora no.

Cip. E ancora.... {Risentitamente.)

Bon. Signora si, signora si.

Cip. Voglio sapere che negozj avevate seco, dico.

Bon. Negozj! Io non.... Ecco: egli mi ha dimandato se

ero io il padrone di questa casa, perch ha trovato aperto,

entrato dentro, e non ci ha veduto un becco. Io gli ho ri-

sposto che non facevo la spia, e l'ho mandato a cercar dei

becchi e de' padroni altrove.

Cip. Come? ed avete tanto ardire di dir bugfe? (Com-

parisce Fiuta non veduto, in atto di ascoltare i loro di-

scorsi, e fa gesti muti a proposito di ci che ascolta). Vol-

tatevi in qua: guardatemi in viso; ancora non avete impa-

rato a conoscermi bene?

Bon. Eh, signora si. Io vi conosco pur troppo. E so,

pe' me' peccati, quanto tu pesi.

Cip. Che mi andate dunque vendendo frottole? QueHo

che parlava con voi mi pur parso Fiuta, stato servitor

di casa; dico stato, perch qui non ci metter pi piede.

Bon. Fiuta costi appunto. Egli adesso sar lontan le

miglia, che se n' andato via per le poste co' me' figliuoli.

( Neil' accennar alla scena si volta, e vede Fiuta^ che gli fa

segno di coraggio. )

Cip. Eh, i vostri figliuoli non sono tanto lontani, no, a

quel che ho saputo; ma ancor essi non occorre che pensino

di ritornar pi in casa.

Bon. E chi ci pensa ? ( Bonario si volta verso Fiuta y che

lo sgrida co' gesti. )

Cip. Fate bene a non ci pensare, perch sarebbe tut-

t' una.

Boti. Ma la legge per dice che i figliuoli non si possono

mandar via, e che....

Cip. Cotesta legge un'ignorante.

Bon. Ma pure ho inteso dire che Bartolo e Baldo di-

cono ....

Cip. Bartolo e Baldo devono star quieti, quando parlo io.

Bon. Ma se loro....

Cip. Ma se io la voglio cosi, m'intendete?

Bon. Oh povero me !

Cip. Povero voi? E di che vi lamentate? A vereste a rin-

graziare il Cielo, che vi ha dato una moglie, che si addossa

tutto sopra di s il peso della casa. ( Fiuta accenna a

Bonario. )

Bon. Se vi paresse troppo....

Cip. Che la sostiene colle sue attenzioni e vigilanza; e che

non come tante, che non pensano ad altro che a divertirsi

e spendere senza misura in vesti ed altre gale da donne, e

la mandano cosi in rovina.

Bon. Oh, i'avrei caro che voi vi divertiste un po' pi, e

spendeste davvantaggio in gonnelle, e lasciaste portare un

poco anche a me e' me 1 calzoni.

Cip. Come? Avreste dunque pi caro che io ricevessi in

in cks' ad ogni ora ogni sorta di conversazione....

Bon. Madonna si.

Cip. Me ne uscissi e di notte e di giorno, per andare a 1 di-

vertimenti, senza farvene saper nulla

Bon. Madonna si.

Cip. Far oggi un ritrovato in campagna in buona com-

pagnia; dimani un altro in citt con giovanetti di genio?

Bon. Madonna si.

Cip. E far viaggi a capriccio con persone di bel tempo?,

Bon. Madonna si, madonna si; giacch tutte queste cose le

fate ad ogni modo, e i miei calzoni....

Cip. Con codesti vostri calzoni m'avete rotto il capo, ed

ora per sempre vi dico che, se pi me ne parlerete, vi dar

questi calzoni nella bocca. (Con voce alta.)

SCENA DECIMAQUINTA

Raspa e detti.

Ras. Ol, ol, che rumore questo ? ( a Bonario ). Voi

fate pi fracasso in questa casa di quel che non farebbe la

signora. Che vergogna, che un marito abbia sempre da gridar

la moglie in questa forma?

Boti. Io ? Mi maraviglio.

Ras. Me ne maraviglio ancor io; perch le mogli vanno

trattate con piacevolezza ed amore, come compagne, e non

con strapazzo, come serve e schiave da catena.

Cip. Che non si crede ss' egli di volermi fare P uomo ad-

dosso, e trattarmi da servicciuola e sguattera di cucina.

Ras. Signor Bonario, siete fuor di strada; ed un uomo,

come voi....

Bon. Un uomo come me sar sempre.... L'ho avuto a

dire. Se T* lei quella....

Ras. Ma che non mi credete capace di farvi ragione, senza

6tare a strepitare? Quali sono i motivi (A Bonario.) delle

vostre differenze?

Boti. Oh e' son tanti. Ma in quest' ultimo si diceva di gale

e di divertimenti da prendersi senza saputa del marito....

Ras. Avete il torto.

Bon. Di fare e disfare a suo modo ogni cosa....

Ras. Ancor qui avete il torto.

Bon. D aver ella tutto il peso della casa....

Ras. Il torto, signor Bonario, il torto.

Bon. Oh quando mi farete voi dunque aver ragione?

Ras. Seguitate, seguitate pure.

Bon. Di non rivoler i miei figliuoli in casa.

Ras. Qui poi bisogna parlar con distinzione.

Cip. Vedete che pretensione temeraria egli averebbe?

Voler rimettere in casa quei scimunitelli a dispetto mio!

Ras. Ei non ha tutti i torti, no; non vi alterate.

Cip. Come? Che io abbia da vedermi di nuovo intorno

quelP impertinente correttor di Valerio?

Rasp. Signora no.

Cip. Dunque Clarice....

Rasp. Signora si, Valerio ben che stia fuori, e Clarice

ritorni in casa.

Cip. Che quella saputella ritorni?

Bon. Che il mio Valerio stia fuori?

Rasp.*Di che vi lamentate? Nessun di voi ne ha occa-

sione. (A Ciprigna: ) Voi non ce ne vorreste alcuno. (A Bo-

nario: ) E Voi ce li vorreste tutti e due. Se una torna e l'al-

tro no, mi par che possiate contentarvi ambidue.

Cip. Come, io contenta, quando mi si accorda la met

solamente di quel che io voglio?

Fiu. a parte. Gi. Le donne non si contentano mai a

met.

Rasp. ritirando a parte Ciprigna. Signora, voi non capite

ben la cosa. Non politica tenerli fuori tutti e due; primie-

ramente non sta bene che una fanciulla stia fuori di casa

del padre.

Cip. Che importa a me di questa fanciulla? Che l'ho

fatta io, che le abbia a far la guardia ?

Bon. a parte con Fiuta. Ma che posso fare ? hai pur sen-

tito che le ho detto le mie sillabe.

Fiu. Sono state sillabe, che non han concluso per una

parola di risoluzione.

Rasp. a Ciprigna a pa.rte. E pei non considerate che, non

rimettendo in casa Clarice, sar creduto che tutto il male

venga da voi, n vi potrete far forte sulla stravaganza di

Valerio ?

Cip. Cosi far conoscer meglio che la padrona son io.

Fiu. a Bonario. Bisognando, le si mette le mani addosso.

Bon. Ma se la le mette addosso a me ?

Rasp. a Ciprigna. Voi dovete fare a mio modo, e ve ne

dar le ragioni con pi tempo.

Cip. Eh non m'insegnate.... ( Voltandosi, vede Bonario

parlare von Fiuta ; Sdegnata contro esso 🙂 Oh temerario, ed

anche ardisci entrare in questa casa?

Fiu. impaurito. Cibori venuto per le robe della signora

Clarice, che quasi mezza entrata in convento.

Cip. Che convento, che panni, il mio ribaldone, ti far

ben io.... (Fiuta si ritira, ella lo seguita.)

Bon. Uh poveretto! Ora quando la gli rompe la testa.

(Parte.)

Rasp. Entrata in convento? Ci vuole astuzia e solle-

citudine.

Fine dell'atto Primo.


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Strada.

Vespina vestita da Armeno con barba.

Vesp. Chi ha lasciato scritto che noi altre donne non

siamo buone se non a far che il mondo non finiscale a far

disperar gli uomini; e che, a toglierci questa virt, non siamo

altro che bestie, merita che i suoi libri* come tanti altri, ser-

vano a rivestir V acciughe e le sardelle. Come ? Le donne

non son buone che a far figliuoli ? Oh, e chi non gli sapesse

fare non ha da esser buona a nulla ? Ah, ah, io me ne rido;

e fanciulla, fanciulla, come mi sono, e senza aver mai detto

un no ad alcun uomo, voglio far vedere che questo autore

una bestia lui. Che direbb' egli, se potesse cacciare il capo

fuori della sepoltura, e vedesse che Vespina buona anche

a far da uomo, e a far disperare una donna ? Cosi , io mi

son messa in capo di far dare al diavolo quella versiera della

signora Arcigna; e se ella ne ha fatte inghiottir tante a me,

ne far inghiottir qualcheduna a lei, che varr per tutte.

Questa di procurar di cavarle dalle mani quelle gio'e, che si

tien come sue, le vuol parere amara pi che assenzio. Ho

consigliato questa cosa per avere il gusto di vendicarmi di

tante tirannie, e poi per non iscoppiare; perch una riten-

zion di vendetta capace di far crepare noi altre donne, pi

facilmente che una ritenzion d'orina. La scuola, che ho

presa dal vero mercante armeno, mi par che mi abbia cac-

ciata in corpo tutta l'Armenia. Proviamoci un poco.... ma

sta 7 .... quello il servitor di Raspa. Vediamo di attigner

acqua, o torba o chiara che sia, se si pu, per la nostra mi-

nestra. (Si ritira da parte ascoltando.)

SCENA SECONDA

Vespina e Tamganetto.

Tang. La'este, barba lunga di sotto legata 'n cintola col-

l'ailtra'este sopra.... l' non credo di dir bene. (Pensa.)

Vesp. Che diamin dice costui ?

' Tang. Pnon isbaglio, e' m'ha pur detto ch'eghi ha

un berrettone, e che ghi riendugliolo di gioje.

Vesp. Sta' a vedere che si vendon le gioje come le

castagne? Che vuol egli mai dire?

Tang. E eh' e' non parla come noi, perch' un Ar-

madio.

Vesp. Dico una cassa io.

Tang. No, no, un Armadio, un Arm.... Arm.... me

meo, un Armeo. Basta, quii che compra e riende le gioje.

Vesp. Sta 7 : si comincia a far giorno. Questo un bar-

lume che potrebbe farmi strada a qualcosa.

Tang. N 'i Ponte 'ecchio a man mancina do' botteghe

dopo la prima.

Vesp. Barba, veste lunga, berrettone, Armeo vuol dire

Armeno, mercante di gioje, Ponte Vecchio. Adesso mi si

fatto lume chiaro.

Tang. Ghi ho da domandare se ghi quii ctye ha par-

lato co i padroqe questa mattina; e se dice di si, ghi dar

questa scatola, eh' suggellata,

Vesp. Mi piove appunto sul seminato. In quella sca-

tola non ci dovrebbon esser capi di chiodi. Rompiamo il

guado alla furberia. (Si fa avanti con delle giqje in

mano, osservandole da s, e mostrando non aver visto Tan-

ganetto. )

Tang. E s' e' non e' , i' V aspetter. ( Vuol andar

via, e vede Vespina.) Ma chi costui? E' par tutto l'Armeo;

s' e' non cicala come noi, ghi lui di sicuro.

Vesp. fingendo parlar da s.- Chesta star gioja, che baler,

baler.... millanta scuta.

Tang, Oh, e' non cicala lui. Eghi senz'ailtro. Ma

e' non 'n bottega (1).

Vesp. Cheste signor Raspa non benir, e mi non potir

aspettar.

Tang, Eghi ha raentoato i padrone, e non pu esser

ailtri che lui; e poi se v' lui solo 'n Firenze, i' ghi vo' un

po' cicalare, (A Vespina:) Buon di' e buon anno, que-

gl' iomo.

Vesp. Bon sgiurna mammalucca.

Tang. Eh vo'sbaghiate: i'non son di Lucca, i'son da Le-

gniaja (2); e vo' donde siete voi?

Vesp, Mi star di Merdin.

Tang, Oh ve' di doe !

Vesp, Star ciutada bella, granda.

Tang, E come lontano questo 'ostro paese?

Vesp. Quanto star lontano Culembac.

Tang. Che paesaccil Ma questo non i paese eh' e'

mi ha detto i padrone.

Vesp. O diavolo! Avevo fatto un buco nell'acqua.

Chesta star (3) cittada dentro mi' pais. Oh bella pais ! bella

pais 1

Tang. Oh, che paese donche i vostro?

Vesp. Pais armena.

Tang. Armeno? Ghi questo, ghi questo. E i

vostro mestiere, qual eghi?

Vesp. Mi comprar e bendir gioja. Bidir, bidir (i). (Gli

mostra varie gioje che ha in una scatola.)

Tang. Uh le son luccichenti ! Questa come si chiama ella?

Vesp. Chesta star diamanta, e chesta star un rubbina.

Tang. Un rabbino! E questa pi grossa?

Vesp. Star pietra preziosa cavat'al Gran Mogol.

Tang. Ma vo'non state a bottega.

Vesp. Chi aver ditta? Mi star bottega in Ponte Vecchia.

Tang. Ditemi, ate 'o' parlato stamattina co' i me padrone ?

Vesp. Chi star tu' patrona? come chiamar?

Tang. Si chiama i signor Raspa.

Vesp. Si, abir parlato chesta mattina, (2) e abir ditto che

aspettar, perch bolir portar gioja. (3)

Tang. Non accad 7 ailtro. Tenete: e 7 mi ha detto, ch'i 1 vi

dia (Gli d la scatola.) questa scatola, e ch'i 7 vi dica che

e 7 v 7 drento quii negozio, e che poi e 7 vi cicaler da s.

Vesp. Bena, bena. Star buona, star buona, mi far negozia.

Tang. Di so 1 nome e 7 non mi par che m' abbia detto

nulla; ma ghe ne vo 7 domandar a ogni mo\ Eh: i vostro

nome qul eghi?

Vesp. Mi 7 nomina?

Tang. Si.

Vesp. Diarbec, mercanta armena. Aver fretta andar bot-

tega. ( Via.)

Tang. A riedecci. O ve 7 che nomel Diaoilbecco!

SCENA TERZA

Valerio, Clarice, Buonakico e Fiuta

Buon. Abbi pazienza, Fiuta, bisogna condonar qual cosa

s naturale un p 7 focoso e subitaneo del signor Valerio.

Fiu. Voi avete un bel dire, signor mio, ma se io ho da

esser pagato di grida o di minacce, quando mi metto a ri-

sico di farmi bastonare per ben servirlo, vo' trovar altro pa-

drone, che paghi d'altro salario.

Clar. Oh via quietati. Valerio veramente un po' riso-

luto e ardente ne' primi moti, ma poi tu sai pure che ei si

rimette, ed tutto affetto e cortesia.

Fiu. La consolazione del Senza, che dopo esser stato fatto

eunuco, si rallegrava di aver voce in soprano 1 lo V ho 'n tasca,

che mi paghi il cerusico, dopo che mi ha fiaccato le braccia.

Perch non egli tutto affetto e cortesia innanzi?

Val. Per questa volta compatiscimi. Lo sdegno mi aveva

fatto giudicar sinistramente del tuo indugio. ,

Fiu, Bisogna prima esaminar le cose, padron mio, e poi

entrare in bestia, se conviene; e non voler subito trattar di

romper braccia e fracassar ossa, sul fondamento di quel che

uno stortamente si immaginato.

Val. Oh che correttore male a proposito!

Buon. Quietati, e termina il racconto che mi avevi prin-

cipiato.

Fiu. Per questa volta quietamoci; (1) ma chi sa ove io

ero restato?

Buon. Mi dicevi che il signor Bonario portato di genio

ai miei sponsali colla signora Clarice, e che mostra volerli

anche a dispetto della signora Ciprigna.

Fiu. Signor si.

Clar. Questo sar ben difficile ad accadere.

Fiu. A buon conto, alle persuasive del signor maestro

Raspa, ella si lasciata andare a permettere che voi, signora

Clarice, ritorniate in casa.

Oar. E mio fratello?

Fiu. Per lui spiovuto.

Clar. Senza di esso non ci ritorner mai.

Fiu. Ecco fotta Cosi voi guasterete tutta l'orditura della tela.

Buon. No, signora, non vostro decoro restar fuori dell

casa paterna.

Clar. Pi tosto entrer in monastero.

Val. E necessario che voi siate in casa, almeno per dar

mano alle nostre macchine, se bisogna.

Buon. Senza dubbio.

Clar. E dovr restar cosi esposta ....

Val. Non vi dubitate; non sarete da noi abbandonata, e

la nostra matrigna....

Clar. Eh, io temo pi la perversit del maestro di casa,

che le tirannie della matrigna. Sappiate che in molti rincon-

tri mi ha fatto conoscere aver egli dell' inclinazione per me.

Val. Come ! Ah temerario ! In questo punto vado a fargli

imparare....

Clar. No, fratello. Non bisogna precipitarsi per questo, ed

io a solo fine ve l' ho palesato adesso, perch non vorrei che

mi lasciaste lungo tempo sola in casa, esposta alle noje di

costui; del rimanente siate pur sicuro che sapr ben difen-

dermi da' suoi insulti, quando ne tentasse contro di me.

Val. Ma ho da soffrire ....

Fiu. Si, avete da soffrire che io regoli questo affare. In-

tanto la signora Clarice ritorner in casa, e noi farem lavorar

le nostre macchine per di fuori.

Clar. Signor Buonamico, lasciatevi almen qualche volta

rivedere.

Buon. Sarei troppo tiranno ancor di me stesso, se mi pri-

vassi di questa consolazione.

Fiu. Signori, qui non bisogna perder tempo in discorsi.

E necessario condurcela, prima che il tempo si rabbruschi

Buon. Noi P accompagneremo....

Fiu. Fino alla porta per, perch in casa sarebbe un sa-

crilegio mettervi piede.

Clar. Ma Vespina non ci , converr pure aspettarla.

Fiu. Vespina bisogna che stia quattro dita fuor dell'uscio

ancor lei. Oh se voi sapeste le belle cose che son seguite, e

che ho intese 1

SCENA QUARTA

Vespina vestita da Armeno, e detti.

Vesp. Diarbec, mercanta armena di Merdin, bolir comprar

gioja? Mi abir cavata pietra preziosa al Gran Mogol.

Cla. Oh, oh, la nostra Vespina.

Buon. E essa.

Fin. Vespina 1 Oh che mascherata questa?

Val. E cosi, Vespina, hai fatto il negozio?

Vesp. Mi star negoziatora granda; bidir. ( Mostra le giqje).

Val. Brava la mia Vespina! Mostra.

Vesp. Bolir mancia, bolir mancia prima.

Buon. Come ti riuscito presto e felicemente l'affare!

Clar. Di grazia, contaci come hai fatto.

Vesp. La fortuna mi ha soffiato nella pappa. Il caso cu-

rioso, e ve lo conter; ma ritiriamoci in qualche luogo, per-

ch qui....

Buon. Entriamo qua nel cortile di questo palazzo.

Val. Benissimo. (Partono.)

Fiu. a Vespina.. Vespina, che negozio questo, che lo

sappia ancor io?

Vesp. Vieni, che riderai ancor tu. (Partono.)

SCENA QUINTA

Sala.

Raspa e poi Ciprigna.

Rasp. A buon conto Tanganetto mi ha assicurato. che il

mercante armeno ha avuto le gioje. Egli ne a me e non ad

altri il debitore, avendogli io detto questa mattina che erano

mie proprie. Io me ne far quella parte.... ( Viene Ciprigna.)

Cip. Ora eccovi contento. La mia figliastra verr in casa,

n avrete pi da inquietarmi su questo.

Rasp. Ma, signora, ancor non siete persuasa che vi ci ho

consigliata solamente per ben vostro? Voi sapete pure la

corrispondenza di affetti fra lei e Buonamico, e quante volte

si discorso che bisogna impedirla, perch non ne segua il

matrimonio, al che Valerio par tanto inclinato.

Cip. In ci vado d' accordo. Ma per questo era necessario

farla ritornare in casa, per ispiare tutti i nostri andamenti,

giacch se n'era partita?

Rasp. Dunque doveva lasciarsi in casa dell' amante, ove

Valerio imprudentemente l'aveva condotta?

Cip. Signor no, ma doveva lasciarsi entrare in monastero.

Rasp. In monastero? Peggio; come se in tali luoghi....

Cip. Ma, e qui in casa?

Rasp. Qui in casa bisogna averle gli occhi addosso, e te-

nerla guardata al possibile: io, per servirvi, mi ci adoprer

quanto posso.

Cip. Tutto bene, ma se l'intender col padre.... -

Rasp. Ma la padrona non siete voi?

Cip. La sono, e la sar sempre. E per vero che nel tempo

che sar a Livorno....

Rasp. A Livorno?

Cip. Si, a Livorno. Ve l'ho pur detto un'altra volta.

Rasp. Ed io vi ho pur detto pi di una che vostro ma-

rito non vuole. Oh, eccolo appunto, egli ve lo sapr dir da s.

SCENA SESTA

Bonario e detti.

Rasp. va incontro a Bonario. Non egli vero, signor Bo-

. nario, che avete risoluto onninamente che la signora non

vada a Livorno? (Piano a Bonario:) Dite di si, e fate da

padrone.

Bon. Io.... eh, eh.... (Si trova imbarazzato, e finge

tosse. )

Rasp. a Bonario. Animo, che vi sosterr. (Forte.) Dite,

dite pur liberamente il vostro sentimento.

Bon, Signora si. Io veramente....

Cip. con risoluzione a Bonario. Che ! Voi avete tanto ar-

dire .... "

Bon. Eh, signora no.

Cip. Appunto vorrei veder che mi contrastiate in un ette.

Rasp. a Bonario. Coraggio. Ora il tempo di farsi stimare.

Bon. a Rasp. Ma non vedete che mi vuol mangiar vivo ?

Cip. Che ci da ridire adesso fra voi?

Rasp. Mi diceva che parlassi io per lui, voglio, obbe-

dirlo. Il signor Bonario qui, suo marito e nostro padrone, ( Si

cava il cappello, e gli fa riverenza) avendo inteso che V. S.

aveva imprudentemente risoluto di fare un viaggio senza

conclusione a Livorno, mi venuto a trovare, e mi ha detto :

Raspa, io non trovo ben fatto che mia moglie vada a Livorno.

Bon. piglia animo. Signora si, son io che ho detto tutto

questo.

Cip. Voi dunque.... (Sdegnata a Bonario, che si ritira

impaurito. )

Rasp. Adagio, signora: no perdinci ( lui che parla) no

che non voglio che partiate di Firenze.

Bon. Signora no.

Rasp. Ve lo proibisco assolutamente.

Bon. Assolutamente.

Rasp. La moglie bisogna che obbedisca al marito.

Bon. Al marito, signora si.

Cip. La rabbia mi rode.

Bon. E ci ancor di pi, ed che voglio maritar Clarice

al signor Buonamico.

Rasp. Pian, piano. In quanto a questo la signora non se

ne contenta.

Bon. Oh se me ne contento io.

Rasp. Ella la padrona, e me ne ha di gi parlato.

Bon. Come?

Rasp. E mi ha detto: lo sciocco di mio marito vorrebbe

far lo sproposito di maritar Clarice a Buonamico; ma io non

lo voglio assolutamente.

Cip. Signor no, che non lo voglio.

Rasp. Poffare ( lei che parla) maritar Clarice senza mio

consenso !

Cip. Signor si; che ci son per una* di pi in questa

casa io?

Bon. a Raspa. Ma non dicevi che il padrone....

Rasp. Bisogna aver pazienza, il marito deve obbedire alla

moglie, quando padrona.

Cip, Ti dia nel collo!

Bon. a Raspa. Ma voi....

Rasp. accennando a Ciprigna. Eh: eccola costi da s.

Cip. Misser si, voi mi ubbidirete a vostro marcio dispetto.

(Con disprezzo.) Guardate chi mi vorrebbe far l'uomo ad-

dosso. Foss'egli almeno un giovanotto d'armi, un capitano

di dragoni, pur, pure direi; ma un barbogio, col suo ferrajo-

lino e collare a grinze, farmi da bravo! A noi, via di costi.

Bon. se ne va umiliato. Oh pover a me ! Io non ho ri-

preso n men la stringa de' me' calzoni. ( Via.)

Cip. a Raspa. Non vi perdoner mai il tiro che mi avete

fatto. (Parte.)

Rasp. Signora, non entri in collera contro di me; le cose

s'aggiusteranno.

SCENA SETTIMA

Fiuta solo.

Fiu. porgendo gli orecchi or dall' una or dall' altra

parte. In questo appartamento non si sente alcun fracasso;

bisogna che non ci siano donne, o che elle dormano. Ho ri-

condotto nelle sue stanze la signora Clarice, che ci ritor-

nata volentieri, come il forzato in galera. La compatisco, la

poveretta sarebbe stata pi volontieri in casa del signor Buo-

namico. La speranza del matrimonio con esso, e poi quel

bel visino l'hanno fatta impaniar malamente. Ah, che s'ha

da fare? La giovent vuole il suo corso, e questo il lor

tempo. Mal s' avviene questo mestiero a chi ha i suoi cin-

quanta o sessanta carnovali sul groppone. Ma de 1 matti ce

n'ha da esser di tutte le sorte. Chi furioso; chi mammeo ;

chi avaro; chi scialacquatore; chi maligno, e chi minchione.

Oh, a proposito de' minchioni, ecco qua il nostro sior Bo-

nario. Questo veramente n' il patriarca. Ma bisogna pur

vedere se ci modo di fargli la carit di riscattarlo dalla

u vergognosa schiavit matrimoniale.

SCENA OTTAVA

Bonario e detto.

Fiu. Molto sopra pensiero, signor Bonario; che si fan

de' lunarj ?

Bon. Oh Fiuta. Non ti dubitare, la luna ha dato la volta

bene. ' '

Fiu. Male, la verser malamente dunque; che ci di

nuovo ?

Bon. Tutto il peggio che ci pu essere. Quel briccone di

Raspa mi ha preso anche lui per izzimbello.

Fiu. Io non me ne maraviglio punto, perch so i fini di

quel volpone, e dove sta legato il bandile della sua matassa ;

ma si vedr di strigarla me' che si pu.

Bon. Oh se questo mi potesse riuscire! averebbe a an-

dare al Barone (1) isso fatto; e la signora Ciprigna....

Fiu. La signora Ciprigna avess'ella a far meco, che col

segreto, che adoper un certo spadaccino amico mio colla sua

moglie, che era un diavolo, sto per dir quanto la vostra, la

vorrei far diventare un agnellino.

Bon. E che le fece?

Fiu. Ifi comparve avanti con due pistole accanto.

Bon. Due pistole!

Fiu. Signor si. Non lo sapete? Le donne hanno paura

dell' odor della polvere, quanto di un topo sotto la gonnella.

Bon. Seguita.

Fiu* Una spadona tanta (1) lunga al fianco, e con un ba-

stone alla mano.

Bon. E poi?

Fiu. E poi cominci,...

Bon. A menare?

Fiu. Signor no. Cominci a dirle che il padrone voleva

esser lui; che non ardisse fiatare, se no P sverebbe distesa

fredda li in terra; si fece dare tutte le chiavi di casa, e le

ordin immediatamente che se n'andasse a letto.

Bon. E tanto bast?

Fiu. E che ne dubitate? Eh, un uomo risoluto e col-

Parme alla mano farebbe tremare Biancon di Piazza (2), che

di marmo; considerate una donnicciuola, che con un soffio

si butta l a gambe levate.

Bon. Questa cosa mi ci va. Non (3) maraviglia che la

mia mi ha detto: se almeno fussi un giovanotto d'.armi, un

capitano di dragoni, pur pure le potrei far paura; ma che

del mio collare e ferrajolo se la ride.

Fiu. Se ve lo dico. Ora, signor padrone, bisogna che io

vi lasci, perch il signor Valerio ....

Bon. Che dice il poverino di dover star fuora di casa?

Fiu. Ve lo potete immaginare.

Bon. E la Clarice, quando verr ella?

Fiu. Oh che non V avete vista 1 L' ho gi ricondotta eh'

un* ora.

Bon. Si eh? E dove ella?

Fiu. V ho lasciata nel suo appartamento.

Bon. Manco male. V corro da lei. Addio, Fiuta. (Parte.)

Fiu. La riverisco. Viaggi, matrimoni; figliuoli mezzi di

qua e mezzi di l; rimpastare il marito babbeo; disfar la

moglie diavola; scoprir e rovinare tutte le furfanterie del

maestro di casa.... Uh quanta carne a fuoco! Al cuocerla

ce n'avvedremo. ♦

SCENA NONA

Clarice e Raspa.

Clar. Io ve ne sono obbligata.

Rasp. Vi assicuro che mi ci sono affaticato bene; e se

non ero io, non sareste ritornata certamente in questa casa.

Clar. Sarei stata in qualche altra.

Rasp* Tentiamo questa. Non era per conveniente

che vi tratteneste lungo tempo in quella del signor Buona-

mico, adesso ch'egli attende in breve la sua sposa di Bologna,

Clar. La sua sposa di Bologna? Non ho mai. inteso che

egli sia sposo. Questa mi giunge nuova.

Rasp. Giunse nuova anche a me jeri, quando ne sentii

parlare per cosa certa da un cavaliere, che disse aver trat-

tato egli questo parentado.

Clar. Eh che sar una falsa voce. Potrebbe mai ci

essere?

Rasp. La botta non ita a vto. Il cavaliere

degno di fede, del resto mi rimetto.

Clar. Ma chi questo cavaliere ?

Rasp. Oh, in quanto a questo, perdonatemi, non posso

palesarlo, perch me ne parl come in confidenza.

Clar. Ma se dite che cosa stabilita, e che in breve verr

la sposa, che repugnanza deve egli aver che si sappia ? E poi,

se avete rotto il segreto col palesarmi V essenziale, ben po-

tete dirmi ancora il rimanente.

Rasp. Giacch poi bramate saperlo, non ho difficolt di

nominarlo per compiacervi, a condizione per che non di-

ciate averlo da me inteso.

Clar. Ve ne do parola.

Rasp. Questo il signor marchese.... che dir?

Clar, Il signor marchese, chi ?

Rasp. Ma mi promettete pur di non parlarne?

Clar, Se io gi ve ne assicurai.

Rasp. Il signor marchese del Senso.

Clar. Non ho mai inteso nominar questo cavaliere.

Rasp. E facile, bench sia una famiglia assai nota, perch

egli forestiero, e non che pochi mesi che si trova qui

per alcuni affari del suo marchesato.

Clar. E dover crederlo ? Voi dunque siete suo amico ?

Rasp. Confidentissimo. Principiai a conoscerlo in Venezia

da giovanetto. Ma ritornando a noi, che risoluzione inconsi-

derata fu mai la vostra di uscir di casa?

Clar. La risoluzione fu prudente, perch fu di ritirarmi

in un monastero.

Rasp. E perch una giovane come voi, bella, spiritosa e

gentile, cacciarsi, sto per dire, in una sepoltura?

Clar. Per fuggir da un inferno.

Rasp. V'intendo. Volete dire per isfuggire la soggezione

della vostra signora matrigna; ma che voi siate benedetta,

perch non venir piuttosto da me, che io.... (Si accosta a

ei affettusamente.)

Clar. Uh, il signor padre mi chiama. ( Vuol partire, ed

ei la prence per un braccio. )

Rasp. Sentite, signora Clarice, sentite.

Clar. si sbroglia sdegnata. Eh lasciate. Il signor padre;

non lo sentite? ( Via.)

Rasp. Seguiter l'invenzione si bene incominciata, per

fomentar la sua gelosia, e renderle cosi (se possibile) odioso

l'amante. Senza un tal fondamento, non mi lusingo di cor-

rispondenza. Adesso il tempo di mettere in opera la mia

virt di saper contraffare i caratteri.

SCENA DECIMA

Strada.

Buonamico e Vespina da donna.

Buon. Ti giuro, Vespina mia, che la notizia intesa dalla

signora Clarice che quel temerario di mons Raspa abbia

dell'affetto per lei, 6 di pi ardito farglielo conoscere, mi ha

posto in una grand* agitazione di spirito; e tanto pi che

Fiuta mi ha riferito che la signora Ciprigna sia del tutto

contraria ai nostri sponsali.

Vesp. E voi vi pigliate pena di questo? Siete pur buono.

Buon. Non bisognerebbe che io l' amassi con quella tene-

rezza che io l'amo, per non ne provare angustia ed af-

fanno.

Vesp. Eh via, mandate .da banda ogni pensier malinco-

nico, e fidatevi sulla costanza e fedelt della signora Clarice.

Io so che ella vi ama da vero, e ne potete star sicuro.

Buon. Fin ora ne ho tutte le riprove; ma il mio affetto

ed il saper che voi altre donne siete suscettibili, e facili a

farvi mutar di pensiero, mi fa temere.

Vesp. Diavolo! Che credereste che la signora Clarice

fosse per cambiar voi per quel baron rivestito di mons

Raspa, che non si sa chi sia !

Buon, Io non sospetto di ci, che le farei troppo gran

torto; ma temo che possano distoglierla dall' amarmi; per

io vorrei che tu procurassi in qualche maniera parlarle, per

corroborare la sua costanza a mio riguardo.

Vesp. Vi servir per soddisfarvi, che del resto, crediatemi

che ci totalmente superfluo.

Buon. Ma come farai per abboccarti seco; perch vorrei

che ci seguisse con sollecitudine?

Vesp. Lasciate fare a me, n ve ne pigliate pena. Cronica,

serva vecchia di casa, mi vuol bene, ed mia confidente.

Considerate, discorrevamo, come si suol fare tra noi altre,

|e ore intiere sopra le scimunitaggini della padrona, della sua

superbiaccia, e de' mali trattamenti che fa alla povera ser-

vit! E sapete, le si tagliavan bene i panni addosso. Ora io

non ho paura che lei non mi apra; ed entrata che sar in

casa, me n' ander ascosamente nelle stanze della signora

Clarice.

Buon. Ma se qualcuno ti vede entrare, che lo dica alla

signora Ciprigna?

Vesp. Sar pensier del boja accomodar la scala alle

' forche, (i)

Buon. Dunque non penso pi a quest' affare, fidandomi

della tua fedelt e del tuo spirito.

Vesp. Oh, cosi va bene. Vado a fare il negozio. Fra poco

ci rivedremo. ( Via.)

Buon. Ti aspetter con ansiet.

SCENA UNDECIMA

Valerio, Fiuta e detto.

Val. infuriato, e ritenuto da Fiuta. Lasciami, che non

posso contener il mio giusto sdegno.

Fiu. Eh, che date in spropositi ! Oh che diami n, siete

composto di zolfo, di salnitro, di razzi matti, che vi accendete

in un subito?

Buon. Oh, signor Valerio, che nuovi motivi di collera vi

son sopraggiunti?

Val. Perdonatemi, amico, sopraffatto dalla collera, non vi

aveva osservato.

Buon. Ma pure, che ci di nuovo? ( Valerio mospra agi'

ta^ione, sen\a dir nulla.)

Fiu, Di nuovo che volete ci sia? Queste sfuriate in lui

. son cose gi vecchie. Perch ha visto passar da lontano

mori su Raspa, sbito ha preso fuoco la mina; e se non ci

ero io che la sventassi, mandava all'aria monti e montagne.

Voleva a tutt'i partiti dargli nella testa.

Buon. No, signor Valerio, non questo il modo di ga-

stigar costui, ed arrivare a 1 nostri fini; ogni trasporto di col-

lera per vendicarsi, di attori ci fa rei, e ci trasmuta le nostre

ottime ragioni in gran torto.

Val. Ma come contenersi? Vedete se egli temerario e

sfacciato. Mi vede venir incontro a lui, e mi fa la mala creanza

di svicolar per isfuggirmi.

Buon. Questo, perdonatemi, non segno di temerit e

sfacciataggine, ma pi tosto effetto della sua coscienza mac-

chiata, che non lo lascia soffrir la vostra presenza.

Fiu, Lo provo per me, che quando incontro un mio cre-

ditore, mi par d' incontrare il diavolo, e caccerei il capo non

so dove per non vederlo.

Buon. Lo stesso accade di chi deve risarcimento di offese

e di riputazione. Tutti son debiti.

Fiu. Uh quanti pochi se ne pagan di questi ancora! Ma

lasciamo un po' questi discorsi di debitori, e parliamo di

bestie. Qui bisogna vedere di trovar modo di domar T alte-

rigia della signora Ciprigna, e di farle diminuir l'autorit

che si usurpata, se volete concludere il vostro matrimonio.

Buon. Ma qual contragenio e odiosit pu ella aver meco,

per opporsi si ostinatamente a questi sponsali? Non so gi

di averla offesa mai in cos' alcuna; anzi le ho' sempre mo-

strato rispetto, ed usato cortesia.

Val. Che ragioni volete voi che si possano addurre delle

azioni d'una donna, che opera senza ragione?

Fiu. Oh, oh, voi che siete tanto virtuosi non le sapete

trovare: ve le dir io. Questa razza di donne son come

molti gran signori: vogliono essere adulate ed ingannate.

Non posson soffrirsi d'intorno un galantuomo, che conosca

i loro difetti, e gli dica la verit.

Buon, A questo costo non mi curo della loro amicizia.

Fiu. Ma se voi vi curate della signora Clarice, bisogna

batter forte su quel che v'ho detto.

Val. Qui bisognerebbe buttar gi buffa; entrare in casa

da padroni; se si trova opposizione, alzar le mani....

Buon. Eccovi alle solite levate, signor Valerio. Crediatemi

che non questo il modo. Jo pi tosto stimo bene levarle

quest'autorit per via giuridica.

Fiu. Ed io non approvo n l'una, n l'altra. Nella prima

uno si darebbe l'accetta ne' piedi da s, e si medicherebbe la

cancrena con l'agliata e aceto forte. Nella seconda ci vuol

del tempo, quattrini, prove, amicizie e pazienza, e Dio sa poi

se se ne riuscisse a bene. Io direi che facessimo le cose fra .

noi quietamente, lavorando con astuzia sott' acqua.

Buon. Non mi dispiace il tuo pensiero, se per hai tanto

in mano che possa riuscire; perch talvolta lecito vincere

o deluder l'inganno coli 1 inganno medesimo.

Fiu. Io non parlo in aria; col mio tanto fiutare e scal-

zare di qua e di l, son venuto a sapere molte cose che gi

vi ho dette, e molte che vi dir, sopra delle quali fabbriche-

remo le nostre macchine.

Val. Palesaci dunque quel che hai di nuovo e la tua

intenzione.

. Fiu. Andiamo in casa del signor Buonamico a discorrerla

con pace, perch non son cose da trattarsi per istrada.

Buon, Andiam pure.

Val. Vi sieguo.

Fiu. Per iscioglier tutta questa matassa, ci vorrebbe al-

meno un mese di tempo; ma pure bisogner farlo in poche

ore. Cervello mio, allo stretto jo.

SCENA DUODECIMA

Raspa solo, con lettera in mano.

Rasp. Sull'esemplare di un biglietto che ho potuto rin-

tracciare, scritto dal signor Buonamico ad un suo confidente

per affari, ho formato questo con tale imitazione, che da lui

medesimo non si distinguerebbe non esser suo' il carattere:

fingo che egli scriva all'inventato signor marchese del Senso,

toccante il suo imaginario sposalizio di Bologna. Questo bi-

glietto poi farollo, come per accidente, pervenir nelle mani

della signora Clarice. Cosi senza dubbio ella si corroborer

ne'conceputi sospetti, da' quali io spero ottenere il fine bra-

mato. Il pescar nell' acqua torbida sempre di vantaggio a

chi sa ben pescare. E per intorbidar quest'acqua ci vuole

l'arte di saper metter male fra le persone, colle quali si ha

da trattare! nella disunione fra coloro, che una volta erano

amici, oh quanto (se si ha accortezza) si fanno bene i fatti

suoi! ( Vede Tanganetto.) Ma dove va costui?

SCENA DECIMATERZA

Tanganetto, con lettera in mano e denaro, e Raspa.

Tati. E' si guadagna pi a stare 'ntorno alle signore, che

intorno alle pecore e alle somare; questi quattrini intanto....

Rasp. O l dove vai? ( Tanganetto asconde la lettera.)

Che cos' hai costi ?

" Tang. V v' ho una cosa, che non l' aete > da veder, n da

sapere.

Rasp. Come no?

Tang. Ser no, perch la signora Clarice la m' ha dato

questi quattrini, perch la porti senza che ve lo dica, e ve

la facci vedere.

Rasp. Qui sotto ci del mistero. In questo caso sar

meglio servirsi dell'astuzia che dell'autorit. Fai bene

adunque a non me ne dir nulla, e servir la signora Clarice.

Or via, vien'meco.

Tang. Ma s' i'ho da portar la lettera, come poss'io venir

con voi?

Rasp. Bisogna vedere dove tu l'hai da portare, perch

pu essere che mentre tu vieni con me la possi lasciare.

Tang. l'I' ho da portare in via.... Oh diascoil maledetto ! -

non me n'arricordo piti come la si chiama.

Rasp. Come farai dunque a portarla?

Tang. La via i'ia so, ma d'i nome non m'arricordo;

ditelo voi.

Rasp. Come vuoi ch'io Io dica, se non so a chi va la

lettera ?

Tang. Oh la lettera la va a quell'amico d* i signo' Varelio*

Rasp. Che poss' io saper chi sia ! Egli ne ha tanti degli

amici.

Tang. Quello che va sempre collui.

Rasp. Se non mi dici il nome, io non ti posso intendere.

Tang. Dov' eghi sta i' lo so, ma d' i nome me ne sono

scordato, come di quello della via. Ma vo'la potete vede' da

voi, eh' i' credo eh' e 7 ci sia scritto qui sopra. ( Gli d la

lettera. )

Rasp. dopo aver presa la lettera, e guardata alla sfug-

gita la soprascritta, finge ricordarsi non aver la scatola.

Oh mi sono scordato della mia scatola. Va 7 presto a pi-

gliarla, che ti aspetto qui, e poi vedremo a chi va la

lettera.

Tang. Adesso. (Ritorna.) Quella che nello stanzino,

n' eghi 'ero ?

Rasp. Si, quella.

Tang. V ho 'nteso. ( Via.)

Rasp. La poca esperienza di questo ragazzo, unita alla

tua rozzezza naturale, mi giova in molti rincontri. L'ho al-

lontanato di qui con quel pretesto per vedere il - contenuto

di questo biglietto di Clarice. (Lo apre, e finge legger da

s. ) La mia invenzione ha partorito V effetto che desideravo.

Ella lo rimprovera della sua infedelt pel creduto matrimo-

nio. Giacch la sorte mi ha dato in mano quest'occasione,

penso contraffar ancor la mano di lei, e scriver altro bi-

glietto in cambio di questo, nel quale mostri non curarsi pi

ella di lui, e gli proibisca di pi vederla ed amarla, senza

.spiegargliene alcun motivo. In tal forma sar maggiore la

.disunione, e pi difficile rintracciarsene l' origine. Vado in que-

sta bottega vicina a scrivere, donde potr veder quando ri-

torna il ragazzo.

SCENA DECIMAQUARTA

Vespina con differente gonnella, taffett e scuffia.

In quest' abito non avrei a esser riconosciuta. Mi sono

ingrossata con de' panni, non potendo altrimenti, sicch a

non vedermi in viso avrei a parer madonna Patassia 'ricogli-

trice. Certo che la non pi grossa dir me. L'andatura poi

la far cosi ( Cantina da donna grassa e vecchia. ) e la voce,

se bisogna, la far in questa maniera. ( Altera la voce,) O via,

via, non mi riesce male. Quando si tratta di servir due po-

veri innamorati, non so quel che non facessi. Ma che fo io

a camminar cosi adagio, e non mi affretto a andare dalla si-

gnora Clarice? Poverina, le parr mill'anni di vedermi, ed

aver nuova del suo caro Buonamico.

SCENA DECIMAQUINTA

Raspa e poi Tanganetto.

Rasp. Il negozio fatto, ed ho composto il biglietto in

maniera, che dovrebb' essere un zolfnello da accendere un

gran fuoco.

Tang. con una scatola da perrucche tutto ansante.

Eccola.

Rasp. Oh balordo, e che mi hai portato ?

Tang.^ La scatola che m'ate detto.

Rasp. Io ti ho detto la scatola da tabacco.

Tang. Oh quella non si chiama la tabacchiera? Ri-

torner....

Rasp. Oramai non occorre. Posa cotesta in bottega di

quello speziale, che tornerai a prenderla, e adesso va' a ser-

vir la signora Clarice, portando questa lettera.

Tang. A chi va ella?

Rasp, L scritta cosi male, che non l' ho saputa intendere.

Ma tu hai pur detto che sai dove la* devi portare.

Tang. V lo so sicuro.

Rasp. Va' dunque, e sbrigati, che io ander senza di te a

far quel che ho da fare, e poi passer a casa, ove ti star^

aspettando. Ma avverti di venir sbito sbito che arrivi da

me, che ti vo' mandare in un luogo. Hai inteso?

Tang. l'ho carpito bene.

SCENA DCIMSESTA

Camera.

Clarice e Vespina travestita, e poi Ciprigna a parte.

Clar. Quanto desideravo vederti! e se fossi venuta u

po' prima. ...

Vesp. Non ho potuto far pi presto, compatitemi. Ma voi

siete molto turbata. Eh fatevi animo, che uscirete presto di

questa prigione. Il vostro signor Buonamico si prote-

stato....

Clar. Non me ne parlare.

Vesp. Come? voi non volete dunque....

Clar. No, ti dico, non voglio n men sentir pi no-

minarlo.

Vesp. Non burlate gi?

Clar, Dico da senno. (Sentesi un po' di rumore, Clarice

si volta, e vede Ciprigna alla portiera.)

Vesp. E dov' quel grand 1 affetto....

Clar. basso a Vespina. Taci; mia matrigna alla por-

tiera; come faremo?

Vesp. Seguitate la mia finzione.

Cip, Chi costei che discorre con Clarice?

Vesp. muta voce, e parla forte. Signora si. Ho inteso che

cercava una cameriera, e perci ero venuta a vedere se avessi

potuto aver la fortuna di servirla io.

Clar. Qual il vostro nome ?

Vesp. Ghita Serviziati, chiamata comunemente Ghita della

stufa.

Clar. Oh perch della stufa?

Vesp. Perch, per istufare una donna, non ci stufajolo

che mi arrivi.

Clar. Come stufare una donna?

Vesp. Lavarla, ripulirla, attaccarle cornetti, e farle i

bagni d'acque odorifere secondo i bisogni. Quando te-

nevo bottega, chi serviva la maggior parte delle signore,

se non io?

Clar. Non sapeva che le donne andassero alla stuf.

Vesp. Oh ce ne va quelle poche; e da che venne

l' usanza che andassero in maschera alle stufe degli uo-

mini, mi convenne di smetter bottega, perch non si fa-

ceva pi nulla.

Clar. Di questa vostra abilit io non ne ho bisogno.

Vesp. Non dica cosi no, signora, perch la pulizia sta

bene a tutti, ed i bisogni posson venire.

Clar. guarda accortamente se Ciprigna partita, poi

basso a Vespina. La matrigna ci ancora.

Vesp. basso. State forte.

Cip. Questa l'ho per una donna d'abilit. (1)

Clar. Ma in grado di cameriera non avete servito nes-

suno ?

Vesp. Quel che ella dice! (2) Sono stata nelle prime case,

e non mi ci son trattenuta lungo tempo, perch una signora

mi levava all'altra.

Clar. Ma ultimamente chi avete servito?

Vesp. Ultimamente son escita di casa di una signora, che

pretendeva in bella, quando averebbe fatto spiritar il Paura.

Poi la pi difficile a servirsi del mondo. Un capello torto,

una piega un po' fuor di sesto del manto e il non mutarle

le saccoccia a proporzion delle giornate pi calde v o pi fre-

sche, uh figliuoli, sarebbe stato un crimanlesa !

' Clar. Bisogna che fosse strana davvero.

Vesp. Oh non si finirebbe mai, se si volesser dire tutte

le sue stramberie. Quel buon uomo del suo vecchio marito

lo sa, che non padrone n di dire, n di far nulla in casa.

Vuol portare i calzoni lei, e Io mangia colle parole . e cogli '

occhi, tenendolo come uno schiavo in catena.

Cip. Al sentire ce ne son dell'altre, che han giudi-

zio.

Vesp. Io per, che non ho questo vizio di ridir le- cose

de' padroni, come solito di ^ tutta la servit, non ne fiato

mai con alcuno.

Clar, Questa una buona parte.

Vesp. Oh posso aver tutti gli altri vizj, ma da questo me

ne so guardare. Ch' io le dicessi che i suoi cicisbei ora le do-

navano una galanteria, ora una gioja e ora un abito, il Cielo

me ne liberi.

dar. Ed, a come me l'avete figurata, trova chi la serva

con tal carattere?

Vesp. A modo! Oggi giorno il buon gusto andato a

apasso, e basta avere una scuffia per trovare avventori, o

aguajati o di garbo che sieno.

Clar. guarda nuovamente soft* occhio. Colei non se ne

va. {Basto.) Ma fin ora non mi avete detto gran cose della

vostra abilit per la camera.

Vesp. Qui, signora, il mio forte, so far scuffie d'ogni

aorta; perrucchini all'ultima moda, dar ' buon) aria ad un

manto, far guardinfanti a vela....

Clar. Come a vela?

Vesp. Signora si, colle corde e colle girelle per ammai-

narlo, quando si vuole, come una vela di nave. In quanto

a busti poi, non la cedo a chi ne 'trov l' arte. Datemi una

donna di gran panza, di spalle grosse, gobba e storpiata per

tutt'i versi, se non la fo tornare una pittura a frza di

apranghe di ferro e di guancialetti, ' non mi chiamale per

nome.

Clar. Di spranghe di ferro!

Vesp. Certo E ne fo ancora a molle e manticetti. Que-

c sta poi un' invenzione delle pi belle, e per molte delle

pi bisognevoli.

Clar. E come mai questa?

Vesp. Eccola. Si accomodano due facilissime molle

e d'avanti al busto con due manticetti di gentilissima pelle

color carnicino, che nel respirare si vanno poi alzando e ab-

tassando^ a proporzione che si allarga pi o meno la cassa

del petto, sicch 1' occhio ancor pi fino >ed attento ci re-

ster ingannato. Ed una che sia dalla Pieve Asciata, con

un di questi busti, se non la fo apparire che sia nata a (1)-

Poppiano, vo 7 che mi sia tagliato il naso.

Cip. Gran cose dice costei ! v

Clar. S 1 io n' avessi voglia, voi mi fareste ridere. L' in-

venzione bella certo.

Vesp. Delle pi belle ancora ne ho. Pomate da ammor-

bidire e acque corruganti per la rilassazione della pelje, e

e poi dar rimedj con tal gentilezza ed arte, che a chi dor-

misse ancora mi d l' animo dargliene mezza dozzina, senza

n men destarla.

Clar. Tutte queste son belle cose; ma io per grazia del

Cielo non mi par d' averne bisogno.

Vesp. Oh di che sorta sarebbero i suoi bisogni? Me gli

palesi, perch, se non la sono io, potrebbe esser che sapessi

trovar chi fosse abile a servirla.

Clar. Non dico per questo. Il vostro servizio mi piace-

rebbe molto. ( Basso a Vespina : ) Non se ne va ancora.

Vesp. basso a Clarice. Sar meglio che me ne vada io.

Cip. Ne vo' veder la hne.

Clar. Come vi dicevo, il vostro servizio mi piacerebbe,

ma non sta a me a prender la servit per questa casa.

, Cip. Volevo stare a vedere se avesse avuto tanto

ardire.

Clar. a Vespina. Vattene, e ritorna quando non sar in

casa. (Forte.) Io ho il padre, ed a lui solamente tocca....

Cip. si fa vedere. Tocca anche alia madre, signora mia.

< Dice ci con furia. Vespina si finge spaventata e fugge,

-e? Clarice fa riverenza e parte. )

Cip. seguitandola. Si, signora; a me e non ad altri tocca

a pigliar la servit, (Dentro alla scena.) e mandarla via.

M'intendete, signora mozzina?

SCENA DECIMASETTIMA

Cortile della casa di Bonario.

Fiuta e poi Bonario con brodiere sopra il giustacuore, una padrona (1),

un paro di pistle, una spada rugginosa, un cappello a pan di zuc-

chero con penna di cappone, in somma vestito da soldato con

molta caricatura.

Fiu. Mi vuol essere un po' difficile il penetrare chi sia

guel capitano, che doveva imbarcar Valerio a Livorno. Se

potessi. ... Ma chi costui ?

Bon. Viva Tarmi, viva la guerra. (Passeggia con ca-

ricatura.) ' *

Fiu. Oh ve' chi ! O che cosa ridicola! Non gi

impazzito ! Signor Bonario, signor padrone, che novit

questa ?

Bon. Oh appunto ti desideravo. Ora che ne dici tu ? Ti

pare che io abbia preso il verso buono adesso, per farmi ub-

bidir da mia moglie?.

. Fiu. Ma che pretendereste di fare ?

Bon. Il segreto di quello spadaccino amico tuo, ve'.

Fiu. Ma ve ne dar l'animo?

Bon. Poffare ! Se tu sapessi che coraggio m' hanno messo

addosso quest' armi, ti stupiresti. Ora non ci paura. Vorrei

affrontare Don Kerch, il gran Mogolle e i Dardanelli insieme,

che ho inteso dir che sien si forti.

Fiu. Ah, ah, ah, ah....

Bon. Tu te la ridi?

Fiu. Eh rido di quei Dardanelli e del gran Mogolle; e poi

ce la farem sotto.

Bori. Che sotto, che sotto ? Tu m' offendi.

Fiu. Ma siete risoluto davvero a farvi riconoscere e ri-

spettar come padrone a qualunque costo, ancorch biso-

gnasse alzar le mani?

Boti. Risoluto come un can mastino. Io non ho inteso a

sordo il racconto fattomi del tuo amico, e il discorso di mia e

moglie. Non ci era altra strada che questa.

Fiu. Chi pu sapere che questa scioccheria non pro-

duca qualche buon effetto? Ors dunque venite qua. Vi

voglio dare un po' di lezione, se vi contentate.

Boti. Volentierjssimo. Questo quel che ho caro.

Fiu. Primieramente affondatevi gi fino alle ciglia il cap-

pello con due mani; (Fiuta fa vedere in s tutti i gesti che

insegna a Bonario, ed egli V imita con storpiatura.) Poi

alzate la testa con imperio e risoluzione; quelle ciglia incre-

spate, e quella guardatura brusca e minaccevole; la mano

manca sul fianco. No, no, cosi, cosi. ( Gli accomoda la testa,

lo fa mettere in positura colla mano al fianco. )

Bon. Ora? (Fiuta si ritira indietro a riguardarlo.)

Fiu. Non ci siete ancor bene.

Bon In questa maniera?

Fiu. E passabile. La testa e la positura pi franca, l'aria

pi brusca* Ora cosi. Ma tenete a mente.

Bon. La vo' far cader morta solamente dalla paura.

Fiu. Oh, ma queste prove non bastano. Saprete voi ri-

sponderle a tuono, e con voce alta e risoluta?

Bon. Grider come un (1). bruciata jo di mercato. Giurer

e bestemmier come un (2) treccone, o sensal di frutte, e

minaccer come un (3) battilano arrabbiato. Lascia fare a me.

Fiu. Facciamone un po' di prova. Figuratevi che io sia la

signora Ciprigna, che vi venga a far da sopracapo al suo solito.

Boti. Si bene.

Fiu. Mettetevi cost. {Lo fa mettere da una parte, ed

egli entra, e poi riesce da una scena, imitando Ciprigna

alla voce ed a' gesti. )

Fiu. Che mascherata cotesta il mio sciocco, il mio ba-

lordo, il mio pazzo? Che si finito di dar la 'volta al cer-

vello, eh?

Boti, umiliato. Eh, signor no. Facevo cosi per mio spasso.

Fiu. Ohib, ohib. Se lo dicevo io che avresti dato in

cenci.

Bon. Ma....

Fiu. Ma le corna del Pazienza, che passa van le nuvole. Vi

pare che questo sia il modo di attutirla, e di mostrar la vo-

stra autorit sopra di lei ?

Bon. Oh come averei a rispondere?

Fiu. Che pazzo ? che balordo ? Balorda e pazza siete voi.

Io voglio far quel che mi pare, n vo' sopracapi ; m'in-

tendete?

Bon. Oh bravo. Si, si, questa buona. Cosi far.

Fiu. Seguitiamo. Come? Impertinente, temerario. Cosi

mi si ha da rispondere a me, eh?

Bon. Madonna si, in questa maniera. E chi vi par d'es-

sere a voi?

Fiu. Buono. La padrona e padrona assoluta, e voi do-

vete starmi sottoposto.

Bon. Che sottoposto, che sottoposto ? Io vo' portare i cal-

zoni, n so chi mi tenga che....

Fiu. Bravissimo; animo, animo. Ol, cosi mi si re-

plica a me?

Bon. A te e a chi fa per te. N mi stare a far da bellu-

xnore, che ti fo schizzare il cervello con questa pistla. ( Gli

va sul viso.)

Fiu. O manigoldo ! ( Gli d uno schiaffo. )

Bon. O canchero, Fiuta! Questo un po' troppo. (Con

voce dimessa. )

Fiu. Si fa per prova.

Boti. Eh prova m' incupola. Lo schiaffo l'ho sentito da vera

io. Queste prove le non mi piacciono.

Fiu. Ma figuratevi che ve V avesse dato lei, come assolu-

tamente ve lo darebbe. Come le averesti risposto per so-

prafarla ?

Boti. Averei tirato mano alla spada....

Fiu. Benissimo, cosi per l'appunto. Oh vedete se non

stato bene il provarlo! (Bonario a queste lodi vnostr' aver

preso animo, si agita e sbuffa.)

Fiu. da s. Comincio a sperarne bene.

Bon. verso Fiuta con voce alta. Qua tutte le chiavi. Spo-

gliatevi, e andate a letto, e se ardite fiatare....

SCENA DECIMOTTAVA

Ciprigna e detti.

Cip. di dentro. Che strepito quello? Chi fa in questa

casa da padrone?

Fiu. Eccola, ora il tempo. Animo ve 7 . Mi ritiro qua da

parte. Minacciate, e alzate le mani, bisognando. ( Via.)

Bon. tremando. La vien davvero. ( Via )

Cip. fuori. In questo luogo a me tocca a gridare....

( Guarda, n vede alcuno. ) Ho pur sentito qui alzar la voce*

Non ci nessuno Sar forse stato in qualcuna di queste

stanze a terreno. Vo'un po' vedere chi sar cosi ardito di

voler padroneggiare in questa casa. ( Via.)

Fine dell'atto Secondo.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Civile.

Raspa solo.

Rasp. Il cambiamento che mi riuscito far delle lettere

di questi due innamorati, colla mutazione de' sentimenti ed

immitazione de' loro caratteri, dovrebbe aver messo tale scom-

piglio ne 7 loro animi, da non si poter riunire cosi per fretta.

Al ritorno di Tanganetto colla risposta di Buonamico, ho

cambiato quella con altra; e di pi vi ho incluso, come per

isbaglio del medesimo Buonamico, il biglietto da me inven-

tato e scritto antecedentemente, diretto all' immaginario mar-

, chese del Senso: sicch Clarice non pu non restare intie-

ramente persuasa della finta infedelt del suo amante. La

fortuna in ci mi stata favorevole, lo confesso; ma l'iniqua

poi mi ha tradito nell' altro affare delle gioje, che era di

tanta importanza. L'Armeno mi giura e spergiura non aver

visto n gioje, n' ragazzo, e mi fa attestare da pi d'uno

non esser egli in tutt'oggi uscito di bottega. Io ho gran ti-

more che Tanganetto non sia stato ingannato: mi bisogna

esaminarlo, per rintracciarne il vero, e far con sollecitudine

le diligenze... .

SCENA SECONDA

Ciprigna e detto.

Cip. Sia ringraziato il Cielo; pur una volta vi siete rag-

girato intorno casa. Mi sono affacciata cento volte alla fine-

stra, per vedere se vi vedeva venire, e sbito che vi ho vi-

sto apparire sono scesa, perch bisogna che andiamo in que-

sto punto alla posta.

Rasp. Alla posta? ed a che fare?

Cip: venuto il capitano di quella nave francese. An-

diamo, vi dico, senza perder tempo.

Rasp. Adagio, adagio, signora : bisogna prima intendere se

vero che ci sia un capitano; chi egli sia; e che cosa si ha

da far da lui.

Cip, Oh, ecco sbito le vostre solite difficolt; me ne

sarei maravigliata. Questo quel capitano di quella nave,

dove si ha da far imbarcar Valerio; e lui medesimo me l'ha

mandato a dire che vi .

Rasp. Ma come sa questo capitano chi voi siate e le no-

tre intenzioni?

Cip. Come le sa ? Il Baruffi vostro corrispondente gli aver

detto tutto.

Rasp. Questa non mi par cosa probabile.

Cip. Se lo dico io che trovereste d'apporre al sale. (1)

Voi avereste a dire ancora che non vero che questo capi-

tano vi sia.

Rasp. Via, concediamovi tutto. Ma perch volete voi an-

dare a tf ovario?

Cip. Sentite! Questa l'altra adesso! Oh che non vi ri-

cordate della risoluzione di mandar per inganno Valerio in

Francia ?

Rasp. Bella cosa ! Primieramente non sta bene a voi l' an-

dare a cercar lui.

Cip. Eh che si fa alla francese: non ci si bada a queste

minute seccaggini.

Rasp. E poi, che assegnamento fate voi sopra la persona

di vostro figliastro, se egli non pi in casa, n in nostro'

potere?

Cip. Si discorrer con lui, e si trover qualche maniera

di far cadere Valerio nella trappola.

Rasp. Queste son cose da pensarle e ripensarle bene, prima

di proporle. Voi altre donne v'immaginate tutto facile, quando

si tratta di soddisfare a' vostri capriccj.

Cip. Questo pure un capriccio tanto mio che vostro.

Rasp. vero, ma le cose erano in altro piede quando fu

ci risoluto.

Cip. Ora io non saprei. Voglio parlare a questo signor

capitano; se non per altro, per intendere come vi sono de'fo-

restieri in Livorno, e come vi si fanno di belle feste.

Rasp, Conosco che ancora le sta in testa quel viaggio.

Cip. Quanto vi anderei seco volentieri 1 Oh a propo-

sito: avete voi riscossi i quattrini di quelle gioje? Quanto

n'avete voi cavato? Meno di cinquecento scudi non vale-

vano.

Rasp. Che dir? Le gioje.... Ma che credete, si-

gnora, che questi negoziati si faccino alla prima?

Cip. Sono pure parecchi giorni che le avete nelle mani.

E mi avete detto che un mercante armeno....

Rasp. Signora si, ma non ho avuto ancora risposta; e per

appunto adesso volevo andare per ricercarne. Ma chi sa se

aver fatto nulla?

Cip. E voi fatevi restituire le gioje; troveremo qualche

altro che le comprer. Questi denari verranno a proposito

pel viaggio.

Rasp. Andate in casa, e lasciatevi regolare.

Cip. Ma dal capitano....

Rasp. Eh, ora non tempo di pensare al capitano.

Cip. Vi dico che vi voglio andare io, e se non volete, ve-

nir meco, vi ander da me.

Rasp. Non mi compie adesso disgustarla. Io vi ser-

vir, ma non si trover in casa.

Cip. Vedremo. ( Via.)

Rasp. Questo capitano mi potrebbe mettere in nuovi

scompiglj; perci guardiamo che non gli parli a solo.

SCENA TERZA

Buonamico e Fiuta.

Buon. Ah che i miei timori non sono stati vani. Io gi

mi era supposto che Clarice non averebbe retto alle insinua-

zioni de' miei malevoli.

Fiu. Per dirvela, io non l'averei creduto mal, e sto per

dire, non lo credo n meno adesso. La signora Clarice mu-

tar di pensiero a vostro riguardo, e di pi a persuasione....

Non saprei, non lo posso credere.

Buon. Ma questo, ( Mostra la lettere/.) l'hai pur veduto,

suo scritto.

Fiu. Se ci fosse, si potrebbe dir davvero che gli amori

delle donne sono come i lunarj, da non fidarsene punto

n poco.

Buon. Ma chi non si sarebbe fidato a' giuramenti ed al-

l'espressioni di Clarice? Quante volte mi ha ella assicurato

che mi averebbe amato fino alla morte, e che mai per qua-

lunque accidente o violenza....

Fiu. Ditelo a me, che non mi parlava mai d'altri che di

voi. E per questo io torno a dirvi che non posso credere in

lei questa mutazione: che non vi sia sotto qualche inganno.

Buon. Vorrei potermene lusingare ancor io; ma l'avermi

Tanganetto giurato che ella medesima gli ha data questa let-

tera, con ordine che a me la portasse a suo nome, non mi

lascia luogo da dubitarne.

Fiu. Tanganetto ve l'ha portata?

Buon. Si.

Fiu. Questo corner mi sospetto.

Buon. Ma di chi volevi che si servisse, se in casa non ci

ha persona presentemente da potersi fidare?

Fiu. Di grazia, rileggiamola di nuovo, per vedere se vi si

potesse trovare attacco nissuno da rischiarire, la verit.

* Buon. Leggiamola. {Legge.)

Non vi rechi maraviglia, signor Buonamico, se il cuor

della vostra Clarice non pu esser pi a vostro riguardo

quel che stato altre volte: egli ha giusti motivi di con"

giare affetti; onde non dovete pi pensare a me, se non

per procurar di non trovarvi mai, ed in qualunque luogo

che sia, alla mia presenta : compatiiemi e datevene pace.

Clarice.

Or che ne dici?

Fiu. Qui ci son di gran cose, e son chiare; ma una tal

mutazione cosi subita, e senza dirne il perch, non mi par

che cammini.

Buon. Ah, che ne ho un'altra riprova convincentissima.

Vespina, che poco fa stata per parlarle, senza saper nulla

di questo, mi ha asserito averla trovata tutta sdegno contro

di me.

FiUf Ma che ragioni le ha ella detto d'averne?

Buon. Non ne ha potuto indagare i motivi, perch, giusto

in quel tempo che glie ne ricercava, sopraggiunta Ciprigna;

onde ella stata necessitata a partirsi.

Fiu. Sentite, signor Buonamico, qui sotto ci qualche

falsit e inganno. Io Voglio ritornare in casa, per rintracciar,

se posso, qualche lume maggiore pe' miei determinati rag-

giri, e nel medesimo tempo fiuter sulla traccia di quel vol-

pone di Raspa; giacch tutto il vostro male credo che

venga di li.

Buon. Ma come ci potrai avere libero V ingresso?

Fiu. Adesso liberissimo. Sentite il bel caso che mi si .

dato. Stavo col signor Bonario, dandogli lezione come doveva

fare a tener testa- contro la moglie, quando dia si sentita

gridare dalle sue stanze. Io son fuggito in certe stanze a ter-

reno, e il diavolo, anzi la nostra buona sorte, mi ha fatto

intoppare in lei. Nel vedermi mi venuta incontro, quasi vo-

lendomi mangiare colle parole. Sorpreso a quel modo, ho

dato spese al cervello (i), per trovar qualche invenzione? e

mi venuto in testa il capitano della nave. Sbito le ho

spiattellata la grossa bugia in questa forma : che passando io

dalla posta sono stato chiamato da un vetturino, che mi ha

presentato ad un certo signor Francese, di beli' aria guerriera,

che chiamavano signor capitano. Il vetturino gli ha detto:

signore, questo appunto il servitore di quella signora, che

ella ricerca (credendosi che io stssi ancor con V. S.); allora

egli m' ha interrogato con volto giojale : La signora Ciprigna

sta pur bene? Oh, ella una bella signora, di gran spirito,

e della quale il nome fa un gran fracasso in Livorno; ella

vi era aspettata con gran desiderio: che vuol dire che non

poi venuta? Io gli ho risposto che non ne sapevo la ragione;

ed egli mi ha replicato: Or basta, ditele che io sono arri-

vato in questo momento, e che aver l' onore di reverirla.

Gli ho domandato chi dovevo dire eh 1 egli era, e mi ha ri-

aposto: Ditele che sono mons della Timonire, il capitano

di quella nave francese che ella sa : e si ritirato a dar do-

gli ordini alla sua gente. A questo racconto appoco appoco

ella si agevolata e fatta maneggevole, come la cera a fuoco

lento. Io allora ho preso pi animo, e le ho ficcate dell 1 al-

tre carote di suo genio, alle quali ella finita di calare, e

mi ha detto di ritornar da lei, che pu essere che abbia bi-

sogno di me.

Buon. La tua astuzia ha saputo cavare l'antidoto dal ve-

leno, per ora: ma ella poi scoprir facilmente la tua falsit,

Fiu. Di questo me ne rido; ma la non finisce qui. Ho

pensato da questo accidente cavarne qualche utile maggiore,

Io voglio fare la figura del capitano, e, secondo le carte che

si verranno in mano, fare il gioco che potr.

Buon. Ma per le mie disgrazie non ci trovo rimedio i-*w

Fiu. Non vi perdete d'animo, penser anche a voi, la-

sciate fere; anzi fate una cosa, venite con me; e ae la ai-

gnora Ciprigna non in casa, voglio che parliate da voi alla

signora Clarice.

Buon. Ma ella mi proibisce....

Fiu. Ah, voi badate alle proibizioni delle donne

rate; eh? Si starebbe freschi. Le' fanno per sarci

V appetito, e per mostrare d'essere gelose che non si dea,

n si feccia.... Crediate a me chea ubbidire a queste proi-

bizioni si fa loro internamente del dispiacere, e ci ^ 4a *******ff

baccellacci e dappochi.

Buon. Temo di venire a incontrare un disp r ezz o mag-

giore; e credo esser meglio aspettar se fa replica alla mia

risposta, nella quale la prego dirmi quali sieno le mie man*

canze per potermi giustificare.

Fiu. La replica appunto! Gli occhi e la Bagna di un

amante hanno altra forza che la parole scarabocchiata sopra

una carta. Andiamo, andiamo. (Lo conduce.)

Buon. Il mio cuore non sa opporsi alle tue

SCENA QUARTA

Bonario solo.

Bisogna che quella me' moglie m'abbia fetto qualche

lia; che, quando la vedo, mi sento tutto abbassar l'orgoglio,

e distruggere tutte le buone risoluzioni che avevo fette* Oh

i'ia feci pur col manico la corbelleria quando la presi, E

pure un certo mio amico me V aveva detto che la moglie 4

come uno sbaglio di speziale, che dove si crede pigliare un

lattoario salutevole e grato, si piglia un* evacuazione avve-

lenata, che fa crepare. Ma e' incera riuscito si bene a quel*

P altra, ch'i' calai alla pania, e la presi fresca di et, perch

dtti fede a quel proverbio che dice: a cavai giovane vec-

chio cavalcante : ma i 1 ho dato in una bestia pazza, che m' ha

tirato gi di sella in maniera, che non ho pi coraggio di

rimontarci. Se tutto il male p 1 poi fosse il mio, direi: ben

mi sta; e me lo succhierei con pazienza; ma que' miei po-

veri figliuoli che colpa ci hann' eglino? Uh i' non posso pen-

sare a quel me' povero Valerio, che non, me ne scoppi il

cuore. Fuor di casa; senza quattrini; con degli incomodi. Chi

sa il poverino quanto stenta. Pio vo cercando per Firenze,

e non V intoppo mai: vorrei pur trovarlo per dargli.... (S*. m-

contra in Valerio,)

SCENA QUINTA

Valerio e detto.

Bon, Oh sia ringraziato il Cielo: che fai, Valerino mio

eh' tanto che non t'ho visto?

Val, Che vuol ch'io faccia, signor padre?

Bon, Triboli non vero, poveretto, fuor di casa tua?

Val, Eh, signor no.

Bon, Si, si, non me l'hai a dare ad intendere, e d pi

senza quattrini : tieni. ( Gli d un gruppo di denari, )

Val, La ringrazio, signor padre, ma non sono in tanta

necessit.

Bon, A vestiti, come stai?

Val, Competentemente. Ho portato meco tutti quei buoni

che aveva.

Bon, E poi saranno rotti, ve'? Piglia, fattene uno a tuo

gusto. (Gli d un altro gruppo di denari.)

Val. Servir per quando ne aver bisogno.

Bon. E la salute?

Val. Grazie al Cielo, la godo perfettissima.

Bon, Non hai n meno un dolor di capo?

Val, Sto perfettamente.

Bon, Ma se ti venisse? Poverino, non sveresti n meno

da pagare il medico, non vero? Prendi, eccoti dieci doppie.

(Gli d altro gruppo, ex lo ricusa.)

Val. Spero che ci non accadere, ma quando accadesse

ho denari soprabbondantemente a tal bisogno.

Bon. Eh, non dir bugie. Prendi, prendi. ( Gli fa pigliare i

denari. )

VaL Faccio per non disobbedirla.

Bon. In casa d'altri, lo so, si sta male: quanto ti com-

patisco !

VaL In casa del signor Buonamico sto, posso dire, ancor

meglio che in casa propria.

Bon. Eh non me l' hai a dire a me. Se ti viene una vo-

glia d' una coppia d' uova o d' un piccione, tu non te la puoi

cavare.

Val. In quella casa non manca niente. E poi basterebbe

che io parlassi, per esser soddisfatto di tutto.

Bon. Ma la servit....

Val. obbedientissima ad ogni mio cenno.

Bon. Non importa, ci vogliono delle mance. Eccoti dieci

altre. doppie. (Glie le mette in mano.)

y Val. Signor padre, V. S. ha troppa tenerezza per me,

ed io....

Bon. Non voglio che tu patisca: queste son venti pi per

la cioccolata e pel caff.

Val. Ma ella....

Bon. Zitto, zitto, non parlare, e goditele per amor mio.

Se tu sapessi quanto mi dispiace che tu abbi a stare fuor di

casa. Uh, uh, uh. (Piange.)

Val. Non s' affligga per questo. Io sto bene, ed in breve T

come spero, si cangeranno le cose.

Bon. piangendo. Uh, uh, uh. Abbi pazienza, figliuol me 7

caro, uh, uh, uh. Quella benedetta donna.... uh, uh, uh.

Val. Le si far mettere il cervello a partito.

Bon. Io non ci ho colpa, e vorrei.... uh, uh, uh.

Val. Non si tormenti in questa forma, le dico. Io sono

sicurissimo del suo affetto.

Bon. Bisogna che io me ne vada, perch mi sento scop-

piare il cuore. (Parte piangendo.) Sta 1 allegramente, figihiol

mo. ( Via.)

Val. Faccia lo stesso ella pure. Gran buon cuore che

ha mio padre verso di me, ed io sarei molto ingrato....

Bon. ritorna. Valerino mio, dimmi la verit: tu non hai

un quattrino?

, < Val Come, se me n'avete dati tanti voi adesso ?

Bon. Tu non me lo vuoi dire: tieni ancora questi; (Si

vota le tasche.) abbi pazienza, non ne ho pi, (Partendo.) uh,

uh, uh. Gli un figliuolo d'oro il poveretto. ( Via.)

Val. un padre che merita ogni obbedienza ed affetto.

SCENA SESTA

Camera.

Clarice e Vespina.

* Clar. Non si pu scusare in alcuna maniera il perfido, il

traditore.

Vesp. Se fosse vero ci che mi dite, avereste ragione, ma

questo impossibile. Il signor Buonamico sposo d'altri che

i voi, quando non vede per altr' occhi, n sente per altre

orecchie che le vostre? Eh via.

Clar. Ma le notizie che mi ha dato mons Raspa....

Vesp. E voi credete a quel birbone?

Clar. Io credo a' biglietti di Buonamico scritti di sua pro-

pria mano, che confermano ad evidenza le dette notizie. Sappi

che io sbito che l'ebbi intese con tante verisimili circo-

stanze, entrai in gran sospetto della verit, e per certificar-

mene, scrissi un biglietto a quell'infedele, rimproverandogli

la sua fellonia.

Vesp. E lui vi ha risposto?

Clar. Si.

Vesp. E che dice? ve lo confessa?

Clar. Egli me lo nega.

Vesp. Oh vedete dunque.

Clar. Ma con termini equivoci e con freddezza tale....

Vesp. Eh che sar la vostra paura, che ve lo far pa-

rer cosi.

Clar, Volesselo il Cielo. Ma un altro suo biglietto scritta

di suo pugno al signor marchese del Senso....

Vesp. A chi? Al marchese del Senso? E chi costui?

Clar. Il mezzano del suo matrimonio.

Vesp, Oh ve' chi ha preso per mezzano!

Clar, Questo biglietto, dico, scritto a questo signore, e

per isbaglio incluso in quello scrtto a me, pone in chiaro

il suo tradimento, e lo rende pi colpevole.

Vesp. Uh, quel che voi mi dite! Gli avete voi costi que-

sti biglietti?

Clar, Gli porto appresso di me, perch mi siano sempre

di stimolo ad abbonirlo.

Vesp. Di grazia leggetemeli, perch io gli possa dir le

mie sillabe. (1)

Clar, Questo in risposta al mio. (Legge.)

Signora, niun pu tener le lingue che non parlino, e se

U mio matrimonio fosse concluso, come dite esservi stato

significato, dovrei saperlo meglio di ogni altro. Per anche

som libero, e posso applicarmi ove mi porta il genio: ed in

testinionian\a di quanto vi asserisco, e per vostra quiete e

sicure\\a, vi mando qui accluso un attestato da me fatto, e

sottoscritto con mio giuramento, esser falsa la voce del ma"

trimonio palesatovi; e vi riverisco, Buonamico

Vesp, E dov' questo attestato che vi manda ?

Clar, Il cielo che detesta i tradimenti, ha fatto si che si

copra meglio il suo con quell' istesso inganno, ch'ei aveva

ordito per celarmelo. In vece di accluder quello nella lettera,

ci ha accluso per isbaglio un biglietto, che scrve al sopra-

detto marchese.

Vesp. Ti dia nel collo! (2) E che gli scrve?

Clar. Ascolta, e poi di' se non ho ragione di chiamarlo

un perfido, un traditore. (Legge nella soprascritta.)

Al signor marchese del Senso.

Caro amico,

La notizia che mi date, che la mia sposa sar pronta

ad ogni cenno a partir di Bologna per a questa volta, mi

ha ripieno il cuore di giubilo. Io altres mi disporr con

sollecitudine per V incontro da farlesi, e sar da voi per

accordare la giornata, e per ringraziarvi di tante vostre

premure per le mie consolazioni e vantaggi; il che farei

presentemente, se non mi trovassi carico di occupazioni. Te-

nete per anche segreto V affare ed amatemi.

Il vostro obi iratissimo amico e servo

Buonamico Fedeli.

Vesp. Ah scellerato! Se io lo potessi aver qui, me gli

vorrei mettere addosso co' graffi e co' morsi, peggio che una

cagna arrabbiata.

Clar. Pu darsi perfidia maggiore?

Vesp. N anche in Turchia si sentirebbe una cosa simile.

Oh vatti a fidare degli uomini ! Ah me lo diceva ve' la mia po-

vera mamma che son traditori, e che, per ottener qualche

cosa da noi altre ragazze innocentine, giurano e spergiurano;

fngono spasimi, svenimenti, fuoco che gli abbruccia il cuore

e le viscere.... Il malanno che gli colga dove si senton me-

glio, i bricconacci scomunicati. Ma a me non me la ficcano.

Dell'erba trastulla ne so dar quanto loro.

Clar, Or, Vespina mia, tu vedi in che stato mi ritrova

Vesp. Vi compatisco; ma fatevi animo, che degli uomini

ce ne sono degli altri, n tutti saranno come lui.'

Clar. La mia maggior pena di togliermi questo ingan-

natore, dal cuore.

Vesp. Eh, un chiodo scaccia V altro, e con un po' di

tempo anche ogni gran ferita si richiude. Ma io non glie la

posso perdonare. Non son tre ore che egli tutto tenerezze mi

diceva: Vespina mia, mi raccomando a te: va dalla signora

Clarice, dille che non mi abbandoni, se non mi vuol vedere

disperato: il mio grande amore mi fa temere.... le corna, che

ti sfondino, birbantone. Ma state, eccolo che vien di cost.

Clar. si volta. Ahim! Vespina, non mi abbandonare.

SCENA SETTIMA

Buon amico, Fiuta e dette.

Vesp. a Clarice. Fate vista di non lo vedere. ( Clarice si

volta da altra parte.)

Buon, a Fiuta. Eccola l'infedele: vedi come mi volta le

spalle?

Fiu. a Buonamico. E voi voltatele il sedere.

Clar. a Vespina. Il perfido non ardisce accostarsi.

Vesp. a Clarice. E voi mostrate di non curarvene.

Buon, a Fiuta. Com' possibile che si sia scordata si

presto di mei

Fiu. a Buonamico. Vien che le donne hanno poca me-

moria, non si ricordano punto oggi di quelli, a' quali fecero

jeri cortesie a sporte.

Clar. a Vespina. Mi par che egli sia molto inquieto: da

che pu procedere?

Vesp. a Clarice. Ve lo dir: perch egli aver dell 7 in-

quietudine.

Buon, a Fiuta. Osserva com' ostinata nella sua al-

terigia.

Fiu. Oh non donna?

Clar, a Vespina. Com' mal creato! Mi avesse almeno

salutata.

Vesp. a Clarice. Che maraviglia! Non uomo?

Buon, a Fiuta. Non posso pi reggere. Vado. ... (Si muova,

e si pente.) Ma no, la farei troppo insuperbire.

Clar. a Vespina. Veniva per parlarmi, e si pentito. An*

der io....

Vesp. a Clarice. Abbiate pazienza, che caler da s a

darci di naso, non vi dubitate.

Clar. a Vespina. Non posso pi contenermi. La mia pas-

sione mi spinge.... (Va, e si pente.) Ma no, troppo m'avvilire?.

Buon, a Fiuta. Voleva accostarsi, ma il saper d' esser rea

l'ha ritenuta.

Fiu. a Buonamico. Lassatela fare, che s' infiler da s

nella rete; ma no, siate voi il primo a rompere il diaccio, e

rimproveratela come si conviene.

Buon, a Fiuta. Ma che parole aver io....

Fiu. a Buonamico. Pigliate quelle del Mangia di Siena. (1)

Voi mi fareste dir qualcosa di bello.

Vesp. a Clarice. Fate una cosa: siate la prima voi a rom-

per visiera, e ditegli il fatto vostro fino a un finocchio.

Clar. a Vespina. Ed io devo azzardarmi....

' Vesp. a Clarice. O che credete che sia? S'azzardano

tant' altre.

Fiu. a Buonamico. Aspettate dunque: ander io a par-

lare a Vespina, che mi par che la sfrontatella la tenga

dalla sua.

Vesp. a Clarice. Anzi no; lasciate andar me ad abbor-

dare quel furfantello di Fiuta, che m'ha cera d'essere del

suo partito.

Clar. a Vespina. Si, sar meglio.

Buon, a Fiuta. Mi farai piacere. (Vespina e Fiuta si

muovono nello stesso tempo, e vanno ad abbordarsi, e par

lano tutti due a un tratto.)

Vesp. Si potrebb'egli sapere da voi, signor consigliere ... v

Fiu, Si ha curiosit di intendere da voi, signora segre-

taria.... (Restano tutti e due a un tratto di parlare, fa-

cendo cirimonie a chi ha da parlar prima. )

Fiu. a Vespina. Dica, dica pure, signora avvocatessa.

Vep. a Fiuta. Eh, dica pur lei, signor procuratore.

Fiu. a Vespina. So il mio dovere.

Vesp. a Fiuta. Ed io le mie convenienze.

Fiu. a Vespina. Orso, da che cosi comanda, io m'avan-

zer a domandarle da che procede.... (S' accosta a parlare

a Buonamico.)

Clar. a Vespina. Vieni, vieni, ho sentito gente, e credo

sia la signora madre. (Conduce via Vespina.)

Fiu. seguita il suo discorso, non avendo veduto partirle.

Si, da che procede nella vostra signora clientola.... ohi (A

Buonamico:) Che han fatto la sparizione?

Buon. Or che ne dici, pu darsi un disprezzo maggiore?

Fiu. Sapete quello che io ne dico? Che ho paura che

quel furfanto n di Raspa abbia stregonato il padrone, la pa-

drona, la figliuola, la cameriera e tutti quanti ; perch io non

mi ritrovo....

Buon. Mi ritrovo ben io, ed attribuisco tutto alla volubi-

lit di quella infedele di Clarice.

Fiu. Sapete come s' ha da fare a corbellarla? Si ha da

operare che suo padre ve la faccia sposare, giacch ve l'ha

promessa, ed io vi prometto di fare in maniera che ci segua.

Buon. Come? Io sposare una, donna che non mi pigliasse

di genio? Non sarebbe lo stesso che unirsi ad un demonio,

ad una furia?

Fiu. Eh, quando cominciano poi....

Buon. Non me ne parlare. Anzi ho risoluto di ringraziare

Valerio e il signor Bonario, e sciorre onninamente il trattato.

Fiu. Ma prima bisogna pure intendere....

Buon. Non voglio intender altro. Il signor Bonario potr....

SCENA OTTAVA

Bonario e detti.

Bon, Eccomi, signor Buonamco ; che dicevi di me ?

Buon. Io signore.... Fiuta.

Fiu. Che mi comanda?

Buon. Di' tu qui al signor Bonario.

Fiu. Io? Glie lo dica pur da s.

Bon. Che cosa c'? Vi vedo molto sottosopra.

Buon. Eh niente, niente. Fiuta?

Fiu. Signore.

Buon. Parla tu, e spiega....

Fiu. Io non so spiegare, vedete, e per questo sono stato

sempre un bu\

Bon. Ma non si pu sapere quel che vo' avete da dirmi?

Buon. Si signore. Fiuta non ti far pi pregare.

Fiu. Volete dunque che parli io?

Buon. Si, tu: fammi questo servizio.

Fiu. Oh, ora vi servo. (A Bonario:) Il signor Buonamco

con tutto il rispetto immaginabile.... (A Buonamco:) dico

bene?

Buon. Si, seguita. '

Fiu. E con tutti i pi ossequiosi ringraziamenti per la

bont che avete mostrato per lui, in quanto al matrimonio

della signora Clarice.... (A Buonamco:) Cosi?

Buon. Bene, bene.

Fiu. Vi prega a volerlo scusare, se ardisce di dirvi aper-

tamente.... (A Buonamco:) Va bene?

Buon. Benissimo. Tira avanti.

Fiu. Se ardisce di dirvi apertamente che qtiesta sera vor-

rebbe che la faceste sua sposa.

Buon. Non questo....

Bon. Volentierissimo. Oh che vo' siate benedetto, perch

non me lo dir sbito da voi ?

Buon. Io, signor Bonario....

Bon. Eh via, via, perch peritarsi, se gi ve l'ho pro-

messa ? '

Buon. Io non intendo....

Bon. Non vo' cirimonie. Fo questo parentado di -troppo

buon genio. Anzi, ora, guardate, vi voglio far venir qui la

Clarice. [Via.)

Fiu. Ah, ah, ah. (Ride.) Non vi ho servito nel coscetto,?

Buon. Ancor tu vuoi prenderti burla di me?

Fiu. Eh via, state zitto. So bene che non potevo secondar

meglio i vostri desiderj.

Buon. Ma tu ... .

Fiu. Ma voi mi avete voluto far parlare. *

Buon. La mia intenzione per non era che tu parlassi in

quella forma.

Fiu. Dovevate dunque parlar voi.

Buon. Ma il mio cuore non poteva ridursi ad una si do-

lorosa risoluzione.

Fiu. Oh vedete dunque.... Ma eccola la signora Clarice.

SCENA NONA

Bonario, Clarice e detti.

Bon. a Clarice. Va' presto a parlargli: voglio cosi io, e te

lo comando. Tu hai da essere la sua sposa. (A Buonamico:)

Eccovela qui, ve la lascio, perch le possiate parlare con

libert. Cosi si fa a far da padrone. (Via.)

Fiu. Ancor io me ne vado. Strigatevela tra voi. Non vo-

glio che mi scappi il raggiro della capitaneria. ( Via. )

Buon. E bene, infedele, posso io sapere il motivo de 7 vo-

stri disprezzi?

Clar. Ah traditore! me tacciate d'infedele, ed a me ri-

cercate il motivo dei miei giustissimi rigori? Perfido, crede-

reste ancora abusarvi della mia troppo grande facilit in cre-

dere ad uno spergiuro?

Buon. Io spergiuro? Se non avete altra difesa della vo-

stra infedelt, che accusare la mia innocenza di mancanza di

fede, troppo deboli saranno sempre le vostre ragioni.

Clar. Le mie ragioni hanno tutto l' appoggio di una retta

giustizia ; e non ho cessato di amarvi, se non dopo che vi ho

riconosciuto per traditore.

Buon. Me traditore! Oh Clarice, Clarice, cosi ricompen-

sate quel grande affetto e venerazione, che ho sempre avuta

pel vostro merito?

Clar. Iniquo, ed ancora pretendereste ingannarmi eoa

queste lusinghe?

Buon. Ma che prove avete voi della mia malvagit, de' miei

tradimenti ?

Clar. Le pi chiare, le pi evidenti che aversi possano.

Quelle che avete firmato co' vostri stessi caratteri.

Buon. Se non ne avete altre, la mia innocenza non teme

alcun giusto rimprovero, n condanna. Io bens co' vostri me-

desimi caratteri posso convincervi d'. una infedelt senza pari.

Clar. Dove, dove sono questi caratteri che mi condan-

nano per tale?

Buon. Questi son dessi. Ma non gi voi potrete colla stessa

evidenza sostenere le vostre mal fondate querele.

Clar. Come no? (Mostra i biglietti.) Questo pur vo-

stro carattere: qui si parla pure di un vostro matrimonio

concluso con altra, che colla vostra tanto amata Clarice. {Ir-

nicamente. )

Buon. Di un mio matrimonio con altra che con voi? Ah

siete delusa. Io no che noi sono, mentre in questo biglietto

apertamente mi dite non volermi amar pi.

Clar. Io ci vi ho scritto? Mentite.

Buon, le d il biglietto. Negatelo, se potete.

Clar. E voi, se potete, negate che questi non siano sen-

timenti segnati di' vostra mano. (Gli d i suoi biglietti. da-

scheduno legge da s, con atti di maraviglia ; nel qual

tempo ritornato Bonario, parla in disparte.)

Bon. Che gusto che ho di vedere che si divertiscano

un po' insieme i poveretti. Questa invenzione di mia testa.

Clar. Non posso negare il carattere, ma questi senti-

menti non son miei. (Rilegge.)

Buon. Che io non abbia ci scritto verit infallibile, ma

pure la mano.... Che confusione! ( Rilegge. )

Boti. Quanto godo che si - voglin bene a dispetto di

mia moglie! Le verr la rabbia; il matrimonio fatto adesso.

Clar, a Buonamico. E bene, che avete da rispondere?. La

confusione non vi lascia inventare altr' inganni?

Buon. Signora, in questo fatto ci un evidente tradi-

mento e falsit. Io giuro non avere scritto n l'uno, n l'al-

tro biglietto. -

Clar. Come? non quella vostra mano?

Buon. Ne ha tutta la somiglianza, ma indubitatamente al-

tri form questi caratteri.

Clar. Me ne assicurate?

Buon. Ne chiamo in testimonio il Cielo. (Clarice sta

pensosa, e Buonamico V osserva.)

Bon. Vorrei che quella diavola venisse adesso, e gli

trovasse insieme, perch vedesse quel che so fare.

Buon. Ancor ne dubitate? Siete molto pensosa?

Clar. Pensava che siamo stati ambedue traditi. La cer-

tezza che questo biglietto (Mostra il biglietto che ha in

mano.) non stato- scritto da me, e P uniformit del carat-

tere al mio mi fa creder vera la vostra asserzione)

Buon. Come? Non lo scriveste voi?

Clar. No certamente. Il mio era dettato di sentimenti af-

fatto diversi. Io mi lamentava con voi del matrimonio, che

avevate concluso, a tenore dell'asserzione fattamene da Raspa.

Buon. Da Raspa? Non accade altro: egli il macchina-

tore di quest'inganno.

Clar. Mi uniformo ancor io alla vostra credenza, per-

ch egli....

Cip. di dentro. Che tutto sia presto in ordine.

Clar. in voltarsi, vede Bonario. Oh, signor padre. (A Buo-

namico con agitazione:) Signor Buonamico, ecco mia matri-

gna. Partitevene, per isfuggire ogni contrasto.

Buon. Ma....

Clar. Fate a mio modo: sar meglio, non vero, signor

padre?

Boti. Eh, io me ne rimetto, e direi di si.

Buon. Parto per obbedirvi. ( Via.)

Bon. Sbrigatevi, fate presto.

Clar. Se V avesse la signora madre veduto meco, Dio ne

guardi.

Bon. Eh, se avesse voluto far da bellumora, Paverebbe

avut' a far meco. Le averei detto che vi avevo messi insieme

io, e che la volevo cosi.

Clar. In tal caso poi, quando voi mi aveste sostenuta....

Bon. Se io t' averei sostenuta ! Vorrei che fosse seguito,

e averesti veduto.... Oh, eccola tutta infuriata. Non aver

paura, ve'. (Si ritira.)

Clar. Dove va? Non mi lasci.

Bon. Sto qui da parte in tuo ajuto.

SCENA DECIMA

Ciprigna, Bonario a parte e Clarice.

Cip. Buonamico uscito di queste stanze! Ah sfacciata,

pettegola, che potrebbe far di peggio una baldracca?

Clar. Signora madre, non imputate cosi la mia onest.

Cip. Che onest, che onest? Oh vedete bella fanciulla

onesta, che introduce gli amanti in casa, per trattenersi seco

a solo a solo.

Clar. Io non ho introdotto alcuno in casa.

Cip. Voi no, eh? Oh chi dunque stato questi?

Bon. a Clarice. Non dire che sono stato io.

Clar. A me basta non essere stata.

Cip. E di trattenersi seco sola, lo negherete?

Bon. a Clarice. Non le dir che ci ero anch'io.

Clar. Io sola?

Cip. Voi sola, signora si.

Clar 1 . Eh, mi maraviglio di lei.

Cip. Serve a poco il dire: mi maraviglio di' lei. Bisogpa

nominar chi era con voi, perch vi sia 'creduto.

Bon. a Clarice, Non glie lo dire.

Clar. Lo vuol sapere?

Cip. Signora si, che lo voglio sapere.

Clar. Glie lo dir dunque.

Bon. Oh povero me!

Clar. La mia reputazione, il mio decoro e la mia pudi-

cizia. Oh veda quanti personaggi ci erano.

Bon. Manco male.

Cip. Bei personaggi che mi avete citato, e veramente di

grande autorit! {Ironicamente.) Eh, andatevi a vergognare.

Una fanciulla.... Basta, all'avvenire ci- piglier rimedio, e

vi terr serrata in una camera a pi chiavi. ( Via.)

Bon. Brava, la mia Clarice. Ti sei portata bene, via.

Clar.. Vi siete ben portato male voi. In cambio....

Bon. Via, via sta' zitta, sta' zitta, non ne parliam pi.

Clar. Non ne parliamo pi; ma intanto mi avete lasciata

nell'imbarazzo maggiore; e la mia riputazione....

Bon. Ora bisogna che vada fuori, sai? Ci rivedremo. ( Via.)

Clar. Che uomo mai che questo mio padre!

SCENA UNDECIMA -

Strada.

Valerio e Buonamico.

Val. E quel briccone di Raspa aveva egli tramato questo

inganno, per cagionar tali rotture?

Buon. Ne abbiamo indizj si chiari, che non pu mettersi

in dubbio.

Val. E mia sorella gli aveva creduto?

Buon. Una giovane sempre suscettibile, particolarmente

negli affari di amore; e tanto pi per aver egli si ben circo-

stanziato il trattato da lui supposto.

Val. Ma voi pure colla vostra accortezza dar nella rete?

Buon. 11 grande affetto cagiona sempre timore, ed il ti-

more non va mai disgiunto da una facil credenza. Ma senza

questo ancora: chi non averebbe creduto a i caratteri cosi

bene imitati di vostra sorella?

Val. Ma come supponete che sia egli che abbia ci fatto ?

Buon. Come i biglietti erano stati portati da Tanga netto,

mi riuscito facilmente con diversi interrogatorj suggestivi,

fattigli con molta accortezza, farmi da esso confessare che

mons Raspa ha egli prima avuto in mano .i detti biglietti.

Val. Essendo ci, non pi da dubitar del suo inganno.

Buon. Questo, grazie al Cielo, non pu pi nuocerci, ma

un 7 abilit simile di contraffare i caratteri, unita ad un animo

perverso, come il suo, chi sa quanti altri mali potr cagio-

nare, ed aver cagionati alla vostra casa?

Val. Un uomo iniquissimo, come questo, non va lasciato

vivere lungo tempo. Voi sapete pure che indignazione mi si

suscitata nel cuore pi volte contro di lui; e senza le vo-

stre persuasioni averebbe a quest'ora pagata la pena delle

sue perversit.

Buon. Non vi dispiaccia esservi contenuto.

Val. con indignazione. Eh che tanta continenza! Siimi

gente non va sofferta; ed or mi sento pi che mai accendere

il sangue.... (Infuriato.) In questo momento vado....

Buon, lo tiene. No, amico....

Val.. Eh, voi siete troppo .buono. Non crediate che io sia

pi per lasciarmi.... Ma eccolo l'iniquo.

Buon, lo tiene. Abbiate ancor flemma.

SCENA DUODECIMA

Raspa, e detti a parte.

Rasp. O destino perverso, cosimi tradisci? Mostrarmi

una bella apparenza pel buon fine della mie industrie, e poi

farmele tutte svanire in un punto!

Buon, ritenendo Valerio che fa for\a. Non vi movete,

compie l'ascoltarlo.

Rasp. Clarice mi fugge, e schernendomi sopra l' inven-

tato matrimonio, conosco aver ella scoperto l'inganno. Ma

ordir ben io altre trame. ,

Val. E ho da avere ancor pazienza? -

Buon. Si. (Sempre tenendolo.)

Rasp. Ciprigna mi ha mostrato volont di volerla forse

sposare a quel capitano francese che qui giunto, e che

non si potuto sapere ove sia alloggiato; ma trover modo

ben io perch non segua.

Val. a Buonamico. Che capitano?

Buon. Lo saprete.

Rasp. A questo ancor s'aggiunge la perdita oramai

delle gioje cavate di mano a Ciprigna ; poich dal discorso di

Tanganetto ho compreso averle ei consegnate a qualche furbo

vestito da Armeno, mentre, per quante diligenze io abbia

fatte, non mi riuscito trovare in Firenze altro Armeno,

che il mercante, che non le ha avute.

Buon, a Valerio. Parla delle gioje riscattate da Ve spina.

Rasp. Ah, stelle inique, vi detesto, vi abomino.

Buon, ritien Valerio che fa for\a. Fermo.

Val. E quest'empio si ha da soffrire!

Rasp. Ma tentate in vano di frastornare i miei gua-

dagni ed i miei piaceri. Sapr a vostro dispetto arricchirmi

colla roba di Bonario, e con inganno, o in altra forma, far

mia l'amata Clarice. ( Via.)

Val. infuriato tenta scappare da Buonamico, che sempre

lo ritiene. Ahempio, scellerato. ( A Buonamico 🙂 Lasciatemi.

Buon. Lo chiedete in vano.

Val. contro Buonamico. Siete un cattivo amico, rende-

temi voi soddisfazione colla spada....

Buon. Oh, signor Valerio, possibile che la vostra pas^

sione possa tanto sulla vostra ragione?

Val. pensoso per poco. Perdonatemi, il furore mi aveva

Buon. Non v'imputo questo ad errore contro di me, ma

bens contro di voi; perch questi vostri furori vi potreb-

bono essere un giorno di gran pregiudizio.

Val. Ma quell'iniquo si ha da lasciare impunito?

Buon. Non gi, anzi necessario che sia gastigato come

merita: ma questo gastigo non dalle nostre mani, ma dalla

Giustizia deve riceverlo.

Val. Questo sar il modo o di non ne far nulla, o di an-

dare assai in lungo.

' Buon. V ingannate. Voi non avete ancora esperienza di

tali cose. Abbiamo un. principe, che giusto, e che vuole la

prontezza e la rettitudine ne' suoi ministri: io poi ho confi-

denza con uno di essi, cui si aspetta una tal causa, e adesso

di questo passo vado a trovarlo, per rappresentargli le ini- .

quit. di costui, acci vi ponga rimedio opportuno.

Val. Se cosi , mi rimetto. Andate pure.

Buon. Ci rivedremo. ( Via.)

Val. Mi quieto, ma non di troppo buon animo, sulle pro-

messe dell' amico. Pi soddisfazione averei avuto a gastigare

quell' empio celle mie mani. Prego il Cielo per che non mi

si present pi davanti, che non so se potr contenermi;

come non so se potr frenare il mio sdegno contro la per-

versit della matrigna. Che viene a dire ? Voler maritare mia

Sorella a suo capriccio, e di pi ad un forestiero, che non si

sa.... Ma chi costui che viene a questa volta?

SCENA DECIMATERZA

Fiuta vestito da soldato

con caricatura alla francese, con baffi, e detto.

Fiu. sen\a aver visto Valerio. Vive les arme, morbleu.

Val. si fa avanti guardandolo. Che strana figura! non

sarebbe gi costui.... Ma.... Ma....

' Fiu. Non mi ha conosciuto; mi prender seco un

po' di spasso. Belle sittade eh', queste Florensia!

Val. E Francese. Chi sa che non sia quel capitano.

Fiu. Set un peccat che non sie le bord de la mar, comme

Ligurne. (Mostra discorrer da s.) Ma dove trovar la si-

gnore Siprigne?

Val. Egli desso senz'altro; mi sento agitare il cuore

per la collera.

Fiu. Non sa nulla del 'travestimento; sar pi bello

lo spasso. -*-

Val. Non posso contenermi. ( Gli passa avanti, lo

guarda in viso, e dopo averlo esaminato da capo a piedi,

lo prende per la manica del giustacore, che sar fuor di

moda, dicendogli con derisione:) E questa l'ultima moda di

Francia ?

Fiu. facendo il bravo. Uf, la mode, quest' belle! La

mode, monsie, la mode.

Val. Non sareste voi gi un certo capitan 1 di nave fran-

cese venuto a Livorno...?

Fiu. Je sone le capitene de le navire franscese venut' Li-

gurne. Che sci volet dir?

Val. E qui volete parlare ad una certa signora Ciprigna,

che ha un figliastro ed una figliastra....

Fiu. Serte. E chi me le vudr impedir? Morbleu !

Val. lo guarda, e ride con ' aria dispreizante. Ah, ah,

ah; la bella figura!

Fiu. cacciandosi il cappello con due mani, e mettendo

poi la destra sulla spada. Comman sgerni diable ! A un '

homm' come mo? Par la mor!

Val. con fermer e seriet. E che pretendereste di fare

di quella spada?

Fiu. in maniera raddolcita. La vender, monsieu, vulete

la comprar?

Val. tirando la spada. Gli uomini d'arme non sfuggono .

cosi vilmente le occasioni di battersi. Tjra quella spada, o

che t'uccido.

Fiu. Eh, signore, io sono uomo di lettere, e non d'armi;

che non riconoscete il vostro Fiuta?

Val. si ritiene perplesso, guardandolo. Ma perch in que-

st' abito, e perch non ti far conoscere sul bel principio?

Fin. Non averei avuto questo gusto, se mi fossi scoperto

da prima. La mutazion cieli' abito poi per ingannare la vo-

stra matrigna. Che non ve l' ha detto il signor Buonamico?

Val. Mi ha detto volermi palesare non so che cosa del

capitano, ma poi non ha avuto tempo a parlarmene, per le

cagioni che ti si diranno.

Fiu. Vi racconter io dunque tutte le mie macchine e

raggiri, che spero far giuocar bene a vostro profitto, ma non

tempo di contarvele qui: si fa tardi, e mi conviene far la

visita in questa forma alla vostra matrigna, che so mi sta

aspettando.

Val. Ma se ti riconosce?

. Fiu. Mi avevi riconosciuto voi, che mi volevi sbudellare?

Val. Per dirtela, la bile....

Fiu. Si, si, la bile e la linfa. Voi sempre avete cinquanta

mine in corpo, e gli date fuoco a tutte a un tratto. Ma tor-

nando a noi., io mi trasfigurer ancor di pi, perch non mi

abbia da conoscere, e poi il nome che ho preso Della Timo-

nire, che ho saputo esser quello del suo capitano, e il par-

lar .tutto alla francese serviranno ad ingannarla di pi, giac-

ch so che non le noto che io sappia questo linguaggio,

Val. Ma che pretendi con ci di fare?

Fiu. Andiamo, andiamo; lo saprete: adesso non ho tempo

da perdere.

SCENA DECIMAQUARTA

Sala.

Cipriota sola esce, parlando verso la scena.

Che si mandi a prendere dell' acque fresche e delle, cioc-

colate. Che il magnano ed il fornajo di casa, e quei due con-

tadini, che ho fatto Testare, stiano alla porta colle livree ad-

dosso, e siano preparate le torce in caso di bisogno* E sopra

tutto che quel gaglioffo di mio marito non si lasci vedere. ( Si

volta, parlando verso V udienza.) Il signor capitano Della Ti-

monire non dovrebbe star molto a venire a farmi la visita,

di che si muor di voglia ? a quel che mi ha detto oggi Fiuta.

Questo servitore, sottosopra, sarebbe un buon servizio, se

non l'avessero guastato i miei figliastri. E ritornato da me

con una premura, che non si pu dir di pi, per ringraziarmi

da parte di quel signore dell' avere io voluto visitarlo la

prima, e per significarmi il gran dispiacimento che ha avuto

che io non l'abbia trovato. E non 4i poteva trovar n meno,

perch dice che era andato a vedere alcuni palazzi, per fer-

marli per sua abitazione. Mi ha detto che uomo franco, li-

bero e senza suggezione, giusto come sono i Francesi e di

pi soldati, che non sta in galanterie, e che se ne va alla

militare; ma che per uomo di coraggio e bravo soldato

per mare e per terra. Io ci ho gi fatto due assegnamenti al-

meno, uno di andar seco a Livorno, e V altro di vedere se

gli potessi dar Clarice, quando egli per tornarsene in Fran-

cia, e mandarci nello stesso tempo Valerio, per levarmegli

tutti e due d' intorno. Raspa non vorrebbe in quanto a Cla-

rice, ma spero di farcelo poi acconsentire, perch le sue ra-

gioni non mi paiono troppo forti. ( Si sente romore dentro,

come di gran gente.) Ma che romore questo? Sicuro, sar

il capitano: ol, chi li? Non vorrei....

Fiu. di dentro. Mon ami, u madame ?

Cip. tutf agitata. E lui certamente: chi sa come mi sto.

(Si accomoda. )

SCENA DCIMAQUINTA

Fiuta da capitano, con cerotto a un occhio,

zoppo da un piede, e detta.

Fiu. Madame, u et vu'? Ah vus et isf, ma prensesse;

suffrite che je vu confess, madame, che le curasge de ma

curiosit non ha potute tenir pie' ferme le tambur battent

de votre merde.

Cip. Signor capitano, ella si compiace onorar troppo una

sua umilissima serva: e che pu ella trovare in me che sia

plausibile?

Fiu. Pardi, madame. La renom, la Fam de votre sciar-

mante bellesse a cosat (i) pi de tampte e de nofrasge in

tutt' Ligurne, che le pi fier sirocc in tutt' la mar.

Cip. La fama spesso bugiarda, e V. S. I 1 a vera speri-

mentata tale adesso, che non trova in me le qualit che

supponeva.

r Fiu. Le diable m' mporte, si le vostr' occh'insendiarj non

anne J fatt tjrescie le prime sguard ne le pi for baluard de

de mon chier.

Cip. Un si forte campione (\ Marte, com' ella , non

credibile che abbia si presto ceduto ad attacchi si deboli.

Fiu. Vu vu trompat, madame; vu v' ingannat. Le pi

bravi soldat'annebattut lo sciamade (2) l?amur. Sesar de

brusche memorie randett la piasse de sa libert la batte

rie des occh de Cleopatre. E je, chi ne he perdut un, comm

vu vedet, in un fier combatt, e non ha sedut punt le mie

bravur les assalt de le nemic, me le clpi de votre bel-

lezze, sge tramble, madame, je treme.

Cip. Non averei mai creduto, signore, che, qualunque si

sia questa mia avvenenza, dovesse cagionare si terribili ef-

fetti. Ma per verit stato un danno la perdita di quella vo-

stra pupilla.

Fiu. Eh, una bombe, madame, crepate subit .... eh, eh,

la gherre donne de quest regal. Je per me ne serve qual-

che volt, bench non si ved.

Cip. E a che mai se ne serve?

Fiu. Per lesger les escritture de le mie creditor. E subit

let, subit pagat.

Cip. Ed a cotesta gamba che strana avventura le ac-

caduta ?

Fiu. Ma sgiamb veramente ha patit un poeti, perch vult

fer resistanse une balle de cannon.

SCENA. DECIMASESTA

Bonario e detti.

Bon. a Ciprigna. Moglie mia cara, quella povera ragazza

cosi rinserrata....

Cip. a Bonario.. Via, zitto: chi v' insegna, scimunito, venir

qui a far mostra di voi, per far disonore a me e alla casa! 1

Bon. O come a dire? Non sono da vedere e da mostrare?

E poi io credo che il marito possa colla sua moglie....

Cip. Che moglie, che moglie? Via di qui. A chi dico io?

Bon. Ma....

Cip. Temerario, se non fosse il rispetto che porto a que-

sto signore, ti vorrei far vedere.. .'. A noi, vattene di qui. (Lo

spinge dentro.) Venire ad interrompere la conversazione d'un

signore di questa qualit!

Fin. Eh, madame, chi quest barbosge l, s' votre mari ?

Cip. Mio marito? Il ciel me ne liberi: mostrerei aver

avuto cattivo gusto.

Fiu. Me ho sentit che vu chiamar mie moglie.

Cip. Le dir; questo il maestro di casa, che da poco

in qua patisce di tanto in tanto di debolezze di cervello, n

sa quel che si dice.

Fiu. Quest' le vostre metre de case, chi s' appelle Rasp ?

Cip. Come sa ella il suo nome?

Fiu. Il conusciut par tutt: s' le pi gran frippon, le

pi gran furb che sie sopre le terre. Je ne ho intes parlar

Ligurne, ove an dett'che ha mandat vender serten bisgi.. .

Cip. Che cosa?

Fiu. Sert sgioje pur le press de sench sent escud.

Cip. Gioje per cinquecento scudi eh?

Fiu. Sertament.

Cip. E che gioje erano?

Fiu. Un ves (i) de perle: un otre de dia man, une baghe

sio un anelle bellissime, bellissime, chi valev sent doppie;

me Va vendut par une bagattelle.

Cip. Queste sono le mie gioje per l'appunto, e a me

mi ha detto che V Armeno non gli ha dato risposta.

Fiu. La bietta ci calzata.

Cip. Comincio a sospettare.

Fiu. Un mercant franscese vulev lo far meter an prison,

perch li ha derobat un orologie d'or d' Angleterre; me

come ha saput che vu serviv, non ha vulut vu disgustar.

Cip. Sono bene obbligata a questo mercante. Ora intendo

perch non voleva andare lui a Livorno*, e non voleva che

ci andasse io.

Fiu. E aspettav che vu medesim fussi venut Ligurne,

pur vu ne parlar. Me proposit, quando sci verret?

Cip. Io veramente ho pensato darci una scappata, ma....

Fiu. Ui, ui, madam, i fot i venir; bisgne venirsci pur

no far disperar tutt' quelli signor chi vus attende, e chi an

preparat tant bel fte pur vu divertir.

Cip. lo, come ho detto ( vi verrei, ma, non avendo eoa

chi venire....

Fiu. Parbleu, je vu terre compagnie.

Cip. Questo sarebbe un onore che io non merito.

Fiu. Pardi. ( Le porge la mano. ) Tusc, madame, s' et un

affer fet. negosie fatte; mete vus all'orden.

Cip. Ma quando pensarebbe di partire?

Fiu. Queste nott medesim, pur non me differir le piaser

de servir une si sciarmant perso a ne.

Cip. Cosi presto?

Fiu. Oh, oh, nus otre soldat siam spediti v.

Cip. Ma e dell' affare che ella sa del mio figliastro, quando

ne parleremo?

Fiu. A Ligurne.

Cip. Averei voluto anche trattar seco di un altro negozio

risguardante la sorella di lui.

Fiu. Farem tutt' a Ligurne avec comodit, con comodit.

Cip. Ma se questi non ci saranno?

Fiu, Farem le venir. Allon, allon, ma p re n sesse, non per-

diam terap, e partiam segretaman.

Cip. Si, ho caro anch'io di partire senza che alcuno lo

sappia, ma non aver i miei abiti tutti all'ordine.

Fiu. Non sci bisogne di tant abiti. A Ligurne je vu ne

traver de Franse medesfm; e pur le vojasge, comme vu

viasgeret con un Capitenne, vu devet andar abbigli, vestit' an

amazone, messe homme e messe donne.

Cip, Questa vestitura mi piacerebbe, perch sbrigativa

e propria da viaggio.

Fiu. E bien, ma sciarmant, je vad espedir un afifer, e in

un moment je ritorne.

Cip. Vada pure, star attendendola.

Fiu. Frattant non vu scordat de chi vous estim' otant

ch'une impera trise. ( Via.)

Cip. Serva devotissima. (Chiama.) Ol: chi li? Torce

al signor capitano della Timonire. La fortuna non mi po-

teva essere pi favorevole: vado a Livorno con un signore

di qualit, che mi far fare molti onori; mander i figliastri

in Francia, e far conoscere che io non' ho dipendenza da

alcuno, n meno dal marito medesimo. Quanto a Raspa co-

mincio ad esserne disgustata, e partir senza sua saputa, per-

ch non m' intorbidi V affare. Quel che mi d pena il tro-

var cosi sbito un abito, come diceva il capitano, da amaz-

zone. Credo d' averci qualche casacca da maschera, ma i cal-

zoni.... zitta, prender quelli che mi cedette la prima sera

quel babbeo di mio marito. Or bisogna he mi metta ali 7 or-

dine, non ho tempo da perdere.

SCENA DECIMASETTIMA

Strada, notte.

Bonario solo con lanterna.

Canchero, la cosa va peggiorando assai a quel eh 7 io veggo

N meno son padrone di lasciarmi vedere a chi viene in casa

mia, e di chiamare la mia moglie: mia moglie. Oh da quando*

in qua venuta l'usanza che l'aver marito a una donna sia

disonore, e quando qualcuno a farle visita, il pover uomo

sia obbligato a fuggirsene come un appestato, n possa ve-

dere i fatti suoi n meno dal buco della chiave? O Va 1 a tor

donna a' tempi d'oggi! Prima si sentiva dire qualche volta

ne 1 matrimonj : gli hanno affogato quella povera fanciulla, ora

bisogner sempre dire: quel pover uomo affogato pel verso.

Ne poss'io veder di pi? Una figliuola rinserrata come in pri-

gione, un figliuolo esiliato come un bandito, la servit cac-

ciata come furfanti, e '1 marito trattato in modo, che io me

ne vergogno solamente a pensarlo. La disperazione mi ha

cacciato di casa, e la disperazione credo che mi far. ... (S^ in-

contra in Buona mie o.)

SCENA DECIMOTT AVA

Buonamico, Valerio, Vespina e detto.

Buon. Oh dove si va, signor Bonario, su quest'ora?

Bon. A 1 pazzarelli, o a dare un tuffo in Arno.

Buon. Che cosa dite mai?

Bon. Oh,. vedete: una delle due m'ha da accadere; son

disperato.

Val. Cosa ci di nuovo, signor padre?

Bon. O sei qui, figlio mio? La disperazione mi vuol far

fare qualche sproposito.

Vesp. Eh, signor padrone, se volete far qualche spro-

posito de' pi piccoli, non cambiate almen quello di dare sulla

testa alla moglie, che per lo meno ne sarete lodato dalla mag-

gior parte de' mariti d' oggigiorno.

Bon. La lo farebbe ben lei di dar sulla testa a me, e la

me l'ha anche minacciato.

Val. Come? Ed ha avuto tanto ardire? Quando? In che

maniera?

Bon. In maniera, ch'ella mi ha minacciato e mandato via

come un ladro alla presenza d' uno, eh* ella chiamava signore,

e che a me pareva il bidello della Compagnia degli Storpiati;

e s non me n' andavo, la m' averebbe anche messo le mani

addosso.

Buon. Non era gi un capitano di nave?

Boti. Io ho piuttosto che e' lo fosse di galea. Basta, questa

la m' scottata molto. Se fossimo stati a solo a solo, pur .

pure la non mi sarebbe giunta nuova, perch la me n' ha

fatte dell'altre delle billere a quattr'occhi; ma alla presenza

d'altri, e di pi d'un forestiero....

Val. Signor padre, per questo capo non vi pigliate pena.

Boti. I'mi piglio pena pel capo e per le spalle io.

Vesp. Ma non sapete chi era quel capitano?

Boti. Che vo'tu ch'i sappia? Un brutto coso er'egli, poi.

Val. Quello era Fiuta.

Boti. Eh, Fiuta m' incupola! (1)

Vesp. Era lui davvero, davvero; non ci pensate.

Boti. Come diavolo!

Buon. Signor si, Fiuta, che si travestito in quella forma,

per ingannare la signora Ciprigna, anzi per metterla a dovere

e nella buona strada.

Bon. Ed ho paura che voi altri siate fuori di strada e

ingannati pel verso.

Val. Signor padre, non ne dubiti, la cosa sta cosi certo.

Bon. Ma se egli era tutto storpio, con un occhio intassel-

lato, e poi era franzese.

Buon. Tutto ci stato da lui fatto ad arte, pel fine che

vi si detto. (Bonario sta dubbioso.)

Vesp. Non ci pensate, vi dico. Era lui, luissimo; se l'ab-

biamo lasciato adesso, e ci ha raccontato in poche parole

tutta la scena fatta colla signora.

Buon. Cosi , e ci ha istruito di ci che per fare, e di

quel che dobbiamo operar noi: ed ora appunto venivamo a

trovarvi in casa per farvene tutto il racconto, e dirvi che

Raspa sar fatto prigione.

Bon. Prigione? O via,* dite su dunque perch'i 7 mi sento

far tanto di cuore.

Val. In casa, in casa la discorreremo, perch bisogna che

ci andiamo speditamente; anzi necessario entrarci di na-

scosto, e perci sar bene passare per la porta dell'orto.

Vesp. Ma, e la chiave?

Val. Il signor padre la suole aver sempre appresso di s.

Bon. Si, si, l'ho qui'n tasca.

Buon. Non perdiamo dunque pi tempo.

Val. Andiamo pure.

Bon. Tei corro come la gatt'al lardo.

Vesp. Ed io come il corvo alle carogne.

SCENA DECIMANONA

Raspa e Tanganbtto.

Rasp. E l'hai veduta uscir di casa col capitano?

Tang. Ser si. Con quel che ha un occhio solo, e che

fa lierenze (i) a ogni passo, che stato in casa stasera a

i tardi.

Rasp. E lui certamente, ed probabile che la con-

duca a Livorno. Ma hai inteso nulla di quel che dice-

vano?

Tang. Lui non lo carpio; ma liei ho carpito che ha detto:

A che ora ci sarem noi a Ligorno?

Rasp. Non occorr' altro ; la cosa come me la sono

immaginata. O diavolo, me la potevi far peggio? Son rovi-

nato, se ella parte: corro a vedere se posso trovarla, e im-

pedirglielo. Tu vieni con me. (A Tanganetto.)

Tang. l'err d'i sicuro; eh' are' io a far qui aibujo?

SCENA VIGESIMA

Prospettiva della casa di Bonario, con porta e ringhiera.

Fiuta, da capitano, e Ciprigna, vestita da nomo e inferrajolata, in

strada; e poi Bonario, Valerio, Clarice, Buonahico e Vespina

alla ringhiera.

Fiu. Je vu die che la lassat en case vostre.

Cip. Averete sbagliato, signor capitano, perch non m'

parso che ci abbiate lasciato n borsa, n altra cosa.

Fiu. Oh vantrebleu! pur chi me prendet vui? Pur un

busgtard ?

Cip. Io la stimo per quel signore ch'ella ; non entri in

collera, mi pareva cosi.

Fiu. Me vu sci fat de la difficult.

Bon. comparisce cogli altri alla ringhiera. Vo' dite che

l'ha da venir qui in strada, eh? (Ciprigna e Fiuta parlan

basso fra loro.)

Buon. Senza dubbio.

Val. Cosi ci ha assicurato Fiuta.

Bon. Ma io non sento nissuno.

Vesp. Date tempo al tempo.

Fiu. Je la lassat dan le votre cabinet, quand me aver

cambiat quelle dopie de Spagne.

Bon. Zitti, mi par di sentir gente.

Cip. Andiamo dunque; ma non vorrei che incontrassemo

qualcuno.

Fiu. Si je credess rancontrar le diable, volie riaver le mie

burse, u son soessant dopie e da vantasge.

Cip. Se ella nel mio gabinetto, la riaver senza fello.

Andiamo. ( S' incammina. )

Fiu. Oh diavolo! Non sento alcuno alla ringhiera; bi-

sogna pigliar tempo.

Cip. Ella non viene, signor capitano?

Fiu. Je scercav in mie saccosce, se. . . . ( Finge cercarsi in

tasca, e poi tosse e si spurga, )

Val. Son loro : quello il segnale. ( Si spurga. )

Fiu. sentendolo spurgo. Allon, allori, madame, non me

son engannat; in case votre sens dubie.

Cip. Ma mi pare....

Bon. State forti tutti, vedete; non mi abbandonate.

Fiu. Che vu par?

Cip. D'aver sentito gente.

Fiu. Che me import la sgent, le mie burse me import.

Cip. Ma l'entrare in casa adesso, si verr, a scoprire....

Fiu. Queste son des escuse. Si je non ho le mie denar,

par la mor....

Cip. Non s'alteri, non s'alteri: apro adesso la porta. ( Va

per aprir la porta, e trova serrato).

Bon. Cu, cu, l'uscio serrato, non s'entra pi.

Cip. O Cielo ! mio marito che* mi sbeffa.

Fiu. Vui non uvrit?

Cip. serrata la porta per di dentro.

Fiu. Che serrat, che serrat? Uvrit, 'vu die; o je con que-

st' espade ....

Cip. Adesso, adesso mi far aprire. Questa una be-

stia, bisogna entrare in casa, e mandar tutti i riguardi da

parte. (Bussa.)

Bon. Chi ?

Cip. Son io, aprite.

Bon. E chi siete?

Cip. La vostra moglie. Aprite, vi dico.

Bon. E io sono il vostro marito, e non voglio aprire.

(A Valerio:) Che ne dici, figliuolo?

Val. Bene, signor padre.

Cip. Ol, che risposte son queste? (Bussa forte pi

volte. )

Bon. forte. Vespina, dammi il mortajo, che ne vo'fare

una cuffia alla me 1 povera moglie, acci non infreddi a que-

st'aria notturna.

Fiu. che stava a parte, prende sdegnato Ciprigna. Me

quand vu disbrigat?

Cip. Le sessanta doppie glie le dar di mio.

Fiu. Me je sci ave v un anelle de sinchesent dopie.

Cip. Ma che ci ho da fare, se non voglion aprire?

Fiu. Comman, pardi! Je casser le porte, je bruscier le

meson. Je....

Cip. Signor capitano, abbia un po' di pazienza ...

Fiu. Che pasiens, che pasiens? Quest' un assassinament.

(Si sbatte infuriato.)

Cip. Oh povera me, in chi ho io dato? Aprite,

(Bussa.) dico, aprite, e adesso.

Bon. Non voglio aprir, dico, non voglio aprir mai.

Cip. torna a Fiuta. Signor capitano, . non sente che non

vogliono aprire? Io non ci ho colpa.

Fiu. Vus ete d'accord. Ah par la vantrebleu! Sgerni-

diable! Je prendr tutte quelle che pos. (Le porta via il fer-

raiolo, cappello, e resta in calzoni del marito, e con una

casacca a me\\a coscia.)

Cip. Signor capitano, signor capitano. Oh povera me!

fuggito questo briccone : ahim sono assassinata ! Chi sar

ora per me ? Oh almeno il mio Raspa, dov' il mio Raspa ?

SCENA VIGESIMAPRIMA

Raspa, Ciprigna, Tanganetto, e detti alla ringhiera.

Rasp. Questa la voce di lei.

Cip. Ah traditore!

Rasp. Signora, ove siete? Che vi accaduto?

Cip. O Raspa mio, siete voi? Il Cielo vi ci ha mandato;

sono stata tradita, sono stata assassinata.

Rasp. In che maniera? Da chi?

Cip. Quel capitano era un briccone, un ladro, che mi ha

tradito, e portato via....

SCENA VIGESIMASECONDA

II caporale degli sbirri con squadra, e detti.

// caporale. Ferma alla guardia.

Rasp. Che ci di nuovo?

Buon. Gli sbirri, che ^cercano Raspa.

Capor. volta la lanterna a Raspa. Te volevo. (Agli

sbirri:) Legatelo, e conducetelo in segreta. {Lo prendono.)

Cip. Eh, signor caporale, non questo il ladro : egli fug-

gito per di qua.

Capor. Questo Raspa del Truffa, e tanto mi basta.

Rasp. Ma il perch?

Capor. Il perch lo saprai poi. Legate anche quel suo

ragazzo.

Tang. Oh signori lustrissimi, ajuto, ajuto, io non ho fatto

nulla. (Piange.) Uh, uh, uh. (Gli sbirri partono co' pri-

gioni. )

Boti. L'han carpito il furfante.

Cip. Oh meschina! ancor questa mi mancava! Che far?

dove ander?

Vesp. Questa la non se V aspettava.

Clar. Non poteva giungere pi a tempo.

Cip. Ma di tutto cagione quel birbon di mi 1 marito.

( Va verso la porta arrabbiata. ) Dove sei, marito temerario ?

Aprimi questa porta. .

Boti. Chi quella che comanda cosi a bacchetta?

Cip. Sono la tua moglie, che comander anche a bastone.

Bon. Vediamo un po' questo bel cesto, che vuol coman-

dare a bastone: datemi il lume. (Portano due candelieri.)

Buona sera a V. S.

Cip. si volta. Che vedo ! Tutti si sono accordati a tra-

dirmi; ma se rimetto il piede in casa!

Bon. Oh siete voi, signora consorte? Ben tornata di Li-

vorno: come avete auto buon viaggio? Sarete stracca pove-

rina! Ma siete molto vestita alla leggiera; che avete coreo

la posta?

Cip. Il malanno che il Ciel vi dia. Aprite la porta, altri-

menti ....

* j/. Pian piano, aignora matrigna: in questa casa V. S.

ha finito di comandare.

Buon, Se ne dia pace, signora Ciprigna: il signor Bonario

vuol egli alP avvenire far da padrone, com'.

Clar. Ed egli, e non V. S., mi ha da tenere rinserrata,

se vorr.

Vesp. Lui, e non altri, ha da pigliare, e mandar via la

servit.

Cip. Ah, iniqui traditori! Giuro al Cielo....

SCENA ULTIMA

Fiuta vestito al suo solito, e detti.

Fiu. Oh, signora Ciprigna, come qui V. S. a quest'ora e

in quest'abito, e tutta sottosopra? Che l' mai accaduto di

strano?

Cip Tutti mi hanno tradito, tutti mi scherniscono, e quel

traditore del capitano .... Ah perch non gli ho io fra l' ugne

e fra i denti?

Fiu. Il capitano....

Cip. Si, quel briccone del tuo capitano era un furbo, un

ladro, un assassino.

Fiu* Mio ? Dica pur suo. Ma che le ha fatto ? ( Fra loro. )

Bon. Oh gli pur Taravo quel Fiuta.

Vesp. La sa tutta ve'.

Cip. Ecco qui come mi ha ridotta, e mi ha lasciata. Ah

iniquo, ah traditore!

Fiu. Ma perch in questa vestitura cosi impropria di lei

e del suo decoro?

Cip. Egli mi ha fatta vestir cosi con inganni, e poi mi ha

portato via il ferra jolo ed il cappello. Era un briccone, un

ladraccio, un manigoldo.

Bon. Lasciate fare a lui, che la ridurr a segno.

Fiu. Vedete come vn le cose. Chi non P averebbe cre-

duto un uomo di garbo? Eh se ne danno di questi marioli,

che studiano e campano su questi tiri.

Cip. Ah se io potessi.... Voglio con queste mie mani ... .

Perch non son io....

Fiu. Eh non s'agiti di pi: se ne vada in casa, che non

sta bene qui fuori in questa forma.

Cip. Quei furfanti, quei traditori mi hanno serrata fuori,

e non vogliono....

Fiu. Serrata fuori? E chi?

Cip. Non gli vedi lass, che mi stanno a sbeffare?

Fiu. Oh to', il signor Valerio in casa; Vespina e il signor

Buonamico ancora accanto alla signora Clarice di pi. E

come mai ....

Cip. Ah che si son accordati tutti: tutti si sono accor-

dati a schernirmi.

Fiu. Eh, che non sar poi vero. Ha ella provato a andar

seco colle buone, e raccomandarsi?

Cip. Io raccomandarmi?

Fiu. Oh, che lo averebbe a vergogna?

Cip. Io, che sono la padrona, raccomandarmi?

Bon. La padronanza finita.

Vsp. Eh, si : la padrona di starsene ali* uscio.

Fiu. Al sentire, signora mia, il padrone vuol essere il si-

gnor Bonario, e sottosopra credo che abbia ragione.

Cip. Ma se egli mi cedette....

Fiu. Eh, queste sono cessioni, che si rassomigliano ai giu-

ramenti degP innamorati ; tengon forte quanto la saliva. Creda

a me, ne 1 bisogni convien fare della necessit virt.

Cip. Prover a raddolcirmi. Ors voglio fare a tuo

modo.

Fiu. Ora far bene.

Cip. a Bonario. Signor consorte, la prego a volermi aprire.

Bon. Signora consorte, la prego a. stare un po' fuori.

Cip. Ma permetter che la sua moglie stia cosi in istrada

a quest'ora?

Bon. Lo permetter benissimo: chi l'ha fetta uscire?

Cip. Signor Valerio, signora Clarice, mi raccomando a voi.

Val. Il padrone il signor padre.

Clar. A lui tocca a disporre di tutto.

Cip. Signor Buonamico, almeno lei voglia dire qualche

parola per me.

Buon. Le mie persuasive non han merito, che basti per

una risoluzione di tanta importanza.

Cip. Io dar dunque in disperazione, giacch tutti mi

hanno abbandonato, e tutti sono contro di me.

Fiu. Veda come vanno poi le cose, signora. Ella ha irri-

tato ogn' uno, e adesso non ha un cane che sia per lei: bi-

sogna mantenersi tutti amici, per aver poi chi ci aiuti nei

bisogni: Ma io non la voglio abbandonare.

Cip. Ti sar bene obbligata, Fiuta mio.

Fiu. Lasci fare a me, purch per ella seguiti i miei con-

sigli.

Cip. Non mi partir da quel che vuoi. Che far meschina ?

Dove ander cosi abietta e vile?

Fiu. va verso la ringhiera. Signor Bonario, almeno, in

grazia mia voglia aprire alla signora, che pentita....

Bon. Non ne voglio- saper niente.

Fiu. s'inginocchia. Eccomi qui umiliato a supplicarla, a

scongiurarla....

Bon. Cotesta donna costi, che una spiritata, hai da

scongiurare, e non me.

Fiu. si a\\a. Eh via, si lasci piegare.

Bon. Lei s'ha da piegare, e non io.

Fiu. La signora Ciprigna s'accomoder a tutto quel che

ella vuole.

Bon. I miei calzoni rivoglio.

Fiu. E lei glie li restituir.

Bon. Ora in questo punto; che se gli cavin costi.

Fiu. Venga pur gi, che si accomoder ogni cosa.

Bon. a quelli che sono appresso di lui. Eh, venite anche

voi altri, e statemi alle costole, ve".

- Val. Non si dubiti.

Buon. Siamo con lei.

Fiu. a Ciprigna. Ora, signora padrona, (che per tale la

riconoscer sempre) bisogna che ella si spogli di tutta

quella autorit, che non se le conveniva, e la rimetta in

mano....

Cip. Come ? Io aver da esser sottoposta a' miei figliastri;

e il marito mi a vera da trattare come da schiava?

Fiu. Signora no, signora no; lei ha da esser rispettata

com' dovere, ed in casa.... si rimetta in tutto e per tutto

in me, e poi si lasci servire.

Cip. Fiuta, non mi tradire.

Fiu. Non si dubiti; ella sentir da s quel che vo 1 fare

in suo favore; ma bisogna lasciar da parte V alterigia. w ( Va

verso la porta, d* onde vengono tutti.)

Cip. Sono pur troppo umiliata e confusa.

Bon. Eccoci; ora che si ha da fare?

Fiu. V. S. ha da abbracciare qui la sua signora consorte

umiliata e pentita, e che promette non si prender pi mai

altra autorit di quella che piacer a lei di darle; riconci-

liarsi con essa, e rimetterla amichevolmente in casa.

Bon. V rivo' prima e' me 1 calzoni, e sentire dalla sua bocca

se veramente si accorda a quel che tu dici.

Fiu. Ma che ne dubitate ? Non vedete che'ella piange per

pentimento?

Bon. Eh delle lagrime delle donne me ne rido: ho sen-

tito sempre dire che la natura glie le d facilmente, per pur-

gar loro il cervello.

Val. Quando ne hanno per.

Fiu. Or questo della signora Ciprigna ripurgato a ba-

stanza, e per venite qua. ( Unisce insieme Bonario e Ci-

prigna.) Abbracciatevi tutt' e due di buon cuore, e rifate

la pace. Voi, signora, avete a riconoscere il marito come

superiore, e voi, signor Bonario, la moglie come vostra

eguale.

Cip, s'inginocchia a Bonario. Eccomi, signor Bonario,

a 9 vostri piedi, domandandovi perdono degli strapazzi e dis-

gusti, che vi ho cagionati colla mia alterigia, promettendovi

che alP avvenire dipender onninamente dalla vostra volont.

{Piange.)

Bon. comincia a piangere, e si vuole inginocchiare. Ed

io, moglie mia cara....

Val. Signor padre, senta una parola. ( Lo tira a parte,

impedendoli V inginocchiarsi, e poi sottovoce:) Che vor-

rebbe fare? Non si avvilisca.

Bon. a Valerio. Hai ragone; ma la poverina....

Val. Le faccia pur cortesia, ma con sostenutezza

Bon. Moglie mia, alzatevi, e non piangete. Ecco che io vi

abbraccio, e voglio che si stia sempre in pace e allegrezza.

Fiu. O che voi siate pur benedetti. Avete da far conto

d'essere sposi della prima sera.

Bon. Ma la disputa de 1 calzoni non ci ha da essere?

Cip. Assicuratevi, signor consorte, che non mi verr pi

pensiero di mettermeli, e saranno a voi restituiti.

Fiu. Ora voi, signor Valerio, riconoscerete sempre la si-

gnora per vostra madre, ed ella vi amer come figlio.

Val. Aver per essa tutto il rispetto immaginabile.

Cip. Ed io per voi tutta la tenerezza di madre.

Fiu. In quanto poi alla signora Clarice, giacch ella

destinata in isposa al signor Buonamico, supposto ancora il

consenso della signora Ciprigna

Cip. Non replico a quel che ha determinato mio marito;

tanto pi che devo desiderare ogni contento e vantaggio di

lei, e presentemente riconosco che maggiore non pu tro-

varne, che unirsi ad un giovane di tanto merito.

Clar. Signora madre, le protesto che sempre me le di-

mostrer per figliuola.

Buon. Ed io riconoscente delle mie obbligazioni.

Vesp. E di me non se ne dice nulla, eh?

Val. Tu (se per ne siete 'contenti prima, voi, e poi il

signor padre e la signora madre) potrai prendere per tuo

sposo il nostro Fiuta, a cui dobbiamo tutta la pace 'di que-

sta casa.

Bon. Se io ne son contento ? Anzi lo voglio, e di pi vo-

glio dar loro per regalo trecento scudi

Vesp. Fiuta, che ne dici? ,

Fiu. Io aveva voglia di non pigliar moglie, per non im-

pazzir colle donne; ma un* occasione si bella non mi par di

dovermela lasciare scappare: ma con questo per che i cal-

zoni gli voglio portar io.

Vesp. Ti dar anche la mia gonnella, se non vuoi altro.

Fiu. Noe, noe; questa voglio che la porti tu.

Bon. Ors andiamo in casa, a cenar tutti insieme allegra-

mente.

Buon. Benissimo: e li si potranno discifrar molte cose, che

a qualcheduno restano oscure; e consulteremo che modo

possa tenersi per fare scarcerar Raspa con quel suo ragazzo,

a condizione per che il primo abbia V esilio, bench meri-

tasse assai peggio.

Cip. A vero caro sapere i suoi delitti, per illuminarmi mag-

giormente, ed usare maggior prudenza per l'avvenire.

Bon Cosi si faccia. E dalla fatica, che ho provato io per

riavere i miei calzoni dalla moglie, ogn'uno impari a non

glie li cedere giammai.

Il Fine.