La neve sporca

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LA NEVE SPORCA

Un prologo, tre atti e quattro quadri

Di GEORGES SIMENON

Adattamento per la scena di Georges Simenon e Frederic Dard

Titolo originale dell’opera “LA NEIGE ETAIT SALE”

Versione di Gianni Nicoletti

PERSONAGGI

IL VECCHIO SIGNORE

FRANK

TIMO

KROMER

NOUCHI

IL SIGNOR HOLST

MINNA

LOTTE

BERTA

SISSY

IL COMMISSARIO

IL COMANDANTE

PRIMO SOLDATO

SECONDO SOLDATO

IL MUTO

L’EUNUCO

(il muto e l’eunuco non parlano)

Commedia formattata da

Nel prologo sono presenti: Il vecchio signore, Frank, due soldati, poi Lotte, Berta, Minna, Sissy, Holst, Kromer e Timo. In contrasto con il realismo dei tre atti che seguono, il prologo dov'essere nettamente surrealista. Un muro grigio-bianco contro un cielo bianco. Paletti di ferro e filo spinato si disegnano duramente al disopra del muro. Si possono scor­gerò i rami d'un albero spoglio. La luce fredda dà l'impressione d'un mattino di neve e di gelo.

All'alzarsi del sipario la scena è vuota. Dietro le quinte, pesanti passi militari sottolineano e accentuano il ritmo sordo d'un tam­buro. Frank, circondato da due soldati con la baionetta in canna, entra da destra. I tre personaggi, come tutti, nel prologo, danno l'impressione di burattini articolati. L'espressione del viso è fissa. L'uniforme dei soldati non è quella di alcuna nazione. Cappotti ampi e lunghi, stivali, ed equipaggiamento per un clima rigido. Tutto rivela in loro un'estrema durezza fisica e morale. Nel mo­mento in cui i tre uomini stanno per giungere nel centro della scena, il vecchio signore entra da sinistra. Parla con voce decisa.

 

PROLOGO

Il vecchio Signore - Alt. (Frank e i due soldati eseguiscono; si voltano verso il pubblico. Malgrado la sua rigidezza, Frank è un po' più umano, meno meccanico. Le sue scarpe sono senza lacci, ha la testa nuda, e indossa un soprabito di pelo di cam­mello che dev'essere stato, una volta, molto bello. Il viso è magro, lo sguardo calmo, indifferente e quasi sereno. Il colletto del soprabito è alzato e Frank tiene le mani in tasca. Il vecchio signore invece, che ha passato la sessantina, è piccolo, magro, asciutto e con i lineamenti acuti. Vestito di nero e bianco, con la cura dì un funzionario meticoloso, porta grossi occhiali cerchiati d'oro o d'argento e tiene in mano una cartella. Quando tutti sono fermi, apre lentamente questa cartella, bagna un dito sulle labbra, e legge con voce mo­notona, senza tradire la minima emozione) Signore e signori, l'individuo che vedete sarà fucilato tra pochi minuti. Risponde al nome di Frank Friedmaier. Anni venti. (Pausa. Sfoglia la cartella) Agli occhi degli uomini, ha meritato la sua sorte, e qualsiasi tribunale l'avrebbe condannato a morte. Nessuno potrebbe accordargli il beneficio delle attenuanti. Nessuno! Neanche lui stesso. Ma que­sto non significa che sia rassegnato. Il suo caso è molto più complesso: accetta semplicemente. Guardatelo: accetta. (Frank, che ha guardato fissamente il pubblico senza dar segno d'aver udito, stringe con gesto meccanico il colletto del soprabito e si passa le dita sulle labbra aride. Pausa. Il vecchio signore si volge ai soldati) Attenti. (I soldati ese­guiscono) Fianco dest-dest. (c. s.) Avanti. March. (Il tamburo, tra le quinte scandisce di nuovo il passo. Il vecchio signore, con la cartella sotto il braccio, si arrotola una sigaretta, passeggiando. Tamburo e passi si fermano. Una pausa molto lunga. Poi una scarica di fucili, e dopo qualche istante un altro colpo, isolato. Il vecchio signore ritorna lentamente al suo posto, e schiaccia con la scarpa la sigaretta dopo solo qualche boccata) Ecco fatto. Frank Friedmaier è morto. Il suo de­stino è compiuto. Ormai si può parlare di lui solo all'imperfetto. Ma quando è cominciata, questa storia1?(Sfoglia le sue carte. Lotte entra in scena, senza che il vecchio signore la guardi, e si ferma con la schiena contro il muro) Sua madre?(Lotte è una donna sui quarantacinque anni. Dev'essere stata assai bella, ed anzi è ancora desiderabile, paf­futa e forse un po' troppo curata. Indossa la pel­liccia, calze di seta, scarpe molto alte e un cap­pello con la veletta. Benché il suo trucco sia molto accentuato, non bisogna farne una caricatura. Non è la mantenuta volgare. Fa pensare piuttosto ad una donna che sì difende bene dalla vecchiaia, e conserva qualche sfumatura del 1910. Il vecchio signore, dopo averla squadrata dalla testa ai piedi, si volge al pubblico e legge) Carlotta Friedmaier, conosciuta con il nome di Lotte. Quarantatre anni. Carlotta Friedmaier non è mai stata iscritta nei registri della prostituzione, ma dall'età di sedici anni vive con il suo corpo. Ha avuto prima degli amanti ricchi, poi degli amanti poveri. Un funzionario della polizia, che era stato amico suo quando lei era giovane, è intervenuto molte volte perché non avesse noie. (Lotte si copre il naso e la bocca con un fazzoletto di pizzo appallottolato. Come i personaggi che seguiranno, deve dar l'im­pressione d'un quadro da museo che la guida spiega al pubblico) Lotte sognava di fare di suo figlio un medico o un avvocato, ma Frank non ha voluto. Da quando lasciò la campagna, dove aveva trascorso l'infanzia, Frank seppe. Forse sa­peva già prima, quando la madre andava a tro­varlo alla domenica, con un signore che non era sempre il medesimo, al quale diceva con falsa allegria, che nascondeva il timore : « Ecco il mio Frank... ». Forse Lotte sperava di trovar marito? O lo spera ancora? Dopo la guerra, ha trasfor­mato il suo appartamento in un bordello clan­destino... Vi attira le giovani ragazze che hanno fame. E ci sono molte giovani ragazze che hanno fame, e molti ufficiali che hanno fame delle gio­vani ragazze, delle giovanissime, anzi. (Entra Berta, una contadinella malamente civilizzata ma fresca, grassoccia e con un ampio seno. E' agghindata co­me una bambinaia vestita a festa; camminando maldestra va accanto a Lotte, che fa finta di non vederla) Questa si chiama Berta. I suoi genitori sono contadini. Tre mesi fa, a quest'ora, dava da mangiare alle galline e senza dubbio sapeva anche parlare la loro lingua. Non venne da Lotte perché aveva fame, ma perché la città l'attirava. E' forte e placida, e forse per questo è una delle poche che abbia resistito tanto tempo in casa Lotte. Ma per l'amore non vale niente; le capita di lanciare certe urla così strane, che l'uomo si ferma a mezzo. Frank diceva che era una mucca. (Entra Minna, giovane e dolce ragazza della media bor­ghesia. Indossa un tailleur azzurro mare, un cap­pello anche azzurro e tiene in mano una borsetta di perline bianche. Sembra sofferente) Minna. Ha un nome di famiglia, e dei genitori onesti e po­veri, come sempre succede. Aveva molta fame, tanta fame che le son stati necessari molti giorni prima di riabituarsi a mangiare. Quando è nuda, si sente molto imbarazzata, e gli uomini le fanno sempre male. Anche Frank le ha fatto male, ma lei non gli serba rancore. (Entra Sissy, una fan­ciulla bionda, timida, o meglio molto riservata, molto pallida e senza trucco. Scarpe con il tacco basso, un semplice berretto sulla testa. Tiene in mano una borsetta identica a quella di Minna) Sissy Holst. (Un'occhiata al pubblico) No. Que­sta non è una pensionata di Lotte, ma una vicina. La casa è grande, come una caserma, e poiché manca il riscaldamento, gli inquilini vivono im­bacuccati nei loro soprabiti, due o tre maglie, e perfino con i guanti. Sissy ha diciassette anni, è sola nella sua camera tutto il santo giorno, e dipinge delle maioliche per guadagnarsi un po' di danaro. (Entra il signor Holst, un uomo di circa quarantacinque o cinquanta anni, prematura­mente invecchiato. Dà una strana impressione di grigio, capelli, vestito, una grossa sciarpa di lana intorno al collo; perfino gli stivali sono grigi, con i gambali fatti alla meglio, di feltro, legati intorno alla gamba con uno spago. Porta un berretto da tranviere. Tiene in mano una scatola di ferrò smaltato che contiene il suo pranzo. Malgrado la povertà, ha una cert'aria intellettuale e un porta­mento discreto e signorile) Suo padre, il signor Holst. (Muove leggermente le spalle, con un vago gesto della mano) Anche lui, come Frank, ha ac­cettato. Ma ha accettato molto prima, e poi non la medesima cosa. Non è vero, signor Holst?(Non aspetta risposta, e il signor Holst non dà segno d'aver udito. Entra Kromer. Il vecchio signore guarda che ora è al suo orologio da tasca, e gira le pagine dell'incartamento come se fosse ora di finire. Kromer è un ragazzo sui venticinque anni, sanguigno, dalla pelle lucida, troppo nutrito e con lo sguardo insieme inquieto e cinico. Indossa una pelliccia, e guanti foderati; tiene un grosso sigaro tra le labbra) Kromer. Quando la gente ha fame, ci sono molti Kromer. Una ragazza ha detto che somiglia ad un giovane toro che non trova mai da soddisfarsi. Frank voleva fargli fare dei figli con Berta. (Entra Timo, duro, grande, forte e bruno, vestito da barman. Non ha l'aria d'un im­becille e sa comportarsi) Timo, l'universale Timo. Bisogna aver le mani pulite per entrare nel suo bar, in fondo al vicolo. Da Timo si trovano sem­pre acquavite, burro, maiale e caviale, delle donne docili, dei Kromer e degli ufficiali. Si ha bisogno dei Timo, in questo mondo. (Il vecchio signore ri­chiude la cartella e s'avanza lentamente verso il centro della scena, arrotolandosi un'altra sigaretta; poi l'accende e lancia il fumo verso i volti allineati, guardandoli con attenzione. Forte) Frank è morto. (Niente stupore; né sorpresa. Ciascuno resta fermo, solo accentuando il proprio atteggiamento. Lotte, con il fazzoletto sulla bocca, sta per mettersi a sin­ghiozzare; Berta è istupidita; Minna, contratta, si morde il labbro inferiore; Sissy guarda il cielo senza disperazione, ma senza sorriso; il signor Holst è grave, triste e sereno; Kromer, spaventato, lascia cadere il suo sigaro; Timo, imperturbabile, sembra dire che così è la vita. Il vecchio signore si toglie gli occhiali, con un gesto che sa molto di funzio­nario, e si dirige verso le quinte guardando l'ora i suo orologio).

ATTO PRIMO

Il locale di Timo è clandestino, in una casa sepa­rata dalle altre, in fondo ad un vicolo. Ha quindi solo in parte le caratteristiche del bar, o del « taba­rin». E' diviso in due sale; la prima, intera­mente visibile, dà sulla viuzza, e là si seggono i nuovi clienti, o si intrattengono quelli già cono­sciuti, o si trattano gli affari del mercato nero; nella seconda, che si vede solo in parte, sì mangia e si falla. La scena è quindi divisa a metà, diagonal­mente, da un tramezzo che forma un triangolo. Questo triangolo ha un'apertura mascherata da una tenda, a traverso la quale passano i clienti. Nel centro, una seconda apertura, più larga, dove c'è il bar; e così Timo, con un banco per ognuna delle due sale, può agevolmente servire i clienti da un lato e dall'altro. Da quest'apertura, inoltre, il pubblico può vedere i clienti nella seconda sala, quando s'avvicinano al bar. ha prima stanza è banale e molto povera, mentre la seconda, rischiarata da una luce rossastra o violacea, sa più di « tabarin ». Mu­sica sommessa. A sinistra, una porta rustica con un robusto catenaccio. Una finestra con imposte in­terne, e una fessura dalla quale il Muto guarda nella via prima di aprire la porta. Tra questa fi­nestra e la porta, un barile sul quale il Muto siede la maggior parte del tempo, occupato ad intagliare il manico d'un bastone. Quattro o cinque sgabelli dinanzi al bar. A destra, una panca, un tavolo, al­cune sedie e un armadio con le provviste. In qual­che parte, un attaccapanni. Il tramezzo diagonale deve ridurre il più possibile le dimensioni della scena, in modo da dare a questa prima sala un ca­rattere d'intimità. Il rigore del clima, del tipo dell'Europa centrale, sarà sottolineato da pellicce, ve­stiti pesanti e scarpe di gomma che in genere, en­trando, i clienti si tolgono.

 (Al levarsi del sipario, il Muto è sul suo barile, Frank è solo, con i gomiti sul banco del bar, nella fuma sala. Il suo soprabito e il cappello sono appesi all'attaccapanni. Timo, nel bar, girato verso la se­conda sala, ascolta quel che l'Eunuco, che si intra­vede appena, gli dice a bassa voce; intanto, dietro alla sua schiena, fa segno a qualcuno con la mano che ha compreso e che è d'accordo. Poi solleva la tavola che gli permette di passare dal bar alla prima sala, si avvicina all'armadio e tira fuori dalla tasca una chiave).

Frank                               - Cosa vuole, l'Eunuco?

Timo                                - La solita storia; farle mangiare. Crede che tutti crepino di fame, meno lui. S'è ficcato in testa che si possa fare quel che si vuole d'una don­na, con un pezzo di cioccolato. (Prende dall'arma­dio un pasticcio, un prosciutto già incominciato, zuppiere e bottiglie che posa sul banco, mentre la conversazione prosegue a mezza voce).

Frank                               - Non è poi del tutto sbagliato.

Timo                                - E' contento quando riesce a far prender loro un'indigestione. Mentre mi parlava, Nouchi mi faceva segno di non metterne troppo. Per for­tuna c'è Steffi che leccherà i piatti. Ho visto spesso l'Eunuco che ferma le ragazze e regala cioccolatini; ne ha sempre le tasche piene. Frank. E' un vizioso.

Timo                                - E chi non è vizioso? Di', a proposito, sei sicuro che è impotente?

Frank                               - L'ho visto.

Timo                                - E' andato da tua madre?

Frank                               - Una volta. Passa tutti i giorni alla stessa ora, andando in ufficio. Doveva aver sentito par­late della nostra casa, perché alzava il capo con aria d'invidia. Mia madre ha scommesso che avreb­be finito con il salire, e l'ha azzeccata. Minna non era ancora da noi. E Anny era occupata. (Al bar, Timo prepara su di un vassoio una cena per tre).

Timo                                - La figlia del birraio?

Frank                               - Mi son sempre chiesto cosa diavolo fosse venuta a fare. A meno che non le piacesse. Ora è la mantenuta di un ufficiale superiore, di non so quale comando.

Timo                                - Lascia andare.

Frank                               - Credi che ci sia qualcosa?

Timo                                - Dico semplicemente: lascia andare. E' più sano non occuparsi di certa gente.

Frank                               - Si può parlare dell'Eunuco?(Timo an­nuisce) Dunque, quand'è venuto, solo Berta era libera. E io sono montato sulla tavola.

Timo                                - Che tavola?

Frank                               - La tavola della cucina. C'è, sopra, una specie di sportello che permette di vedere quel che succede nella camera.

Timo                                - Che, ti eccita?

Frank                               - No. Ha cominciato col farle mangiare caramelle. Scommetto che ha sempre dietro bran­chi di ragazzini, al suo paese. Berta, che fa l'amore come una mucca, ha tentato di tutto. Non è su­blime, ma un'altra non avrebbe concluso di più.

Timo                                - ((che ha finito di preparare il vassoio) Spe­riamo che non si mettano a vomitare... (Battono all'imposta. Il Muto, dopo aver guardato per la fes­sura, va ad aprire la porta) Ecco Kromer. (Passa nell'altra sala con il vassoio. Kromer entra con aria importante e soddisfatta; ha un grosso sigaro in bocca. Si toglie la pelliccia, che appende all'attaccapanni, e tende i piedi al Muto che gli toglie le scarpe di gomma).

Kromer                            - Salve, Frank. Come va?

Frank                               - Così.

Kromer                            - (si siede al bar e guarda nell'altra sala) Bene. L'Eunuco sta ancora ingozzando le ragazze. Mi disgusta, quel tipo. E pure scommetto che non ha un grammo di cattiveria, dentro. I tuoi amori, Frank?

Frank                               - Che amori?

Kromer                            - La piccola bionda con la quale t'han visto all'Eden.

Frank                               - Sei tu, che m'hai visto?

Kromer                            - Non all'Eden, ma poi, da Taste.

Frank                               - Come mai non t'ho notato?

Kromer                            - (piano, con importanza) Ero nel salottino verde, con un generale. Chi è, la piccola? Non una pensionata di tua madre, in ogni caso, oppure non da molto tempo, perché avrebbe una faccia più nutrita, e Lotte l'avrebbe già vestita come si deve. (Timo è ritornato al bar. Stringe la mano a Kromer, gli serve da bere, e mentre ascolta la­vora, verso la seconda sala) La prima volta che ven­gono da Taste, hanno sempre un cappotto troppo corto, o troppo stretto, con un collo di pelliccia della madre o della nonna. Un mese dopo somi­gliano alla copertina d'una rivista. Vero?

Frank                               - Succede. Ma non con lei.

Kromer                            - Giura! Chi è?

Frank                               - Una vicina. Sissy.

Kromer                            - Carino, Sissy. L'hai avuta?

Frank                               - No.

Kromer                            - Non vuole?(Frank alza le spalle) Vi carezzate?

Frank                               - Beh, in ogni caso tu mi dai fastidio.

Kromer                            - Perché? E' vergine?(Frank annuisce) Come lo sai? Al cinema? Avete preso un apparta­mento?.

Frank                               - Vuoi cambiar disco?

Kromer                            - Beh, bastava che dicessi d'essere inna­morato... (Pausa) Guarda.

Frank                               - Dove?

Kromer                            - (gli mostra con discrezione qualcosa che aveva in tasca) Nella mia mano.

Frank                               - (con gli occhi splendenti) Dove l'hai preso?

Kromer                            - Me l'hanno regalato. Il generale. Leg­gi la marca.

Frank                               - E' proprio svedese. Posso toccarlo?

Kromer                            - Senti che filo.

Frank                               - (prende il coltello e fa scattare la lama. Ti­mo, che ha visto, s'assicura che nessuno li osservi. Il Muto, stupito, interrompe il suo lavoro) Pre­stamelo.

Kromer                            - (fa il furbo) Per farne che?

Frank                               - Nulla.

Kromer                            - Questi gingilli non son nati per far niente.

Frank                               - Prestamelo. Solo per un giorno. Solo per stanotte.

Kromer                            - (fa l'occhiolino a Timo) Ti fa voglia?

Frank                               - Cosa?

Kromer                            - Niente. E' un pensiero che abbiamo avuto tutti. Vero, Timo?

Timo                                - Faresti meglio a restituirglielo, Frank. (Frank lascia scivolare il coltello nella sua tasca. Nell'altra sala, l'Eunuco s'avvicina al bar, congestionato e ubriaco. Parla basso a Timo e conta del danaro che ha estratto dal portafoglio).

Kromer                            - (a Frank) T'ho già raccontato la storia del granaio?

Frank                               - (impaziente) Due volte.

Kromer                            - Vuoi che te la racconti, la terza? Era primavera, in campagna.

Frank                               - (lo guarda fisso, comprendendo) So.

Kromer                            - La ragazza era grossa, quasi quanto l'Eunuco, con due seni enormi che le arrivavano al mento. Abbiamo fatto l'amore nella paglia, e i fili di paglia mi facevano il solletico, irritandomi così come non ti dico. (L'Eunuco beve un ultimo bicchiere, che Timo gli offre all'altro banco) Era molliccia, e stupida. Se non avesse detto niente, sarebbe passata liscia. Invece si mise a sospirare: « Mi auguro che tu mi faccia fare un bambino », dice. Pensi? Era ridicolo, inaccettabile, assoluta­mente inaccettabile. All'idea di lei che mette al mondo un bambino, m'è venuto il voltastomaco. Così ho pensato che fosse più sicuro strangolare la madre. Era la prima volta, ma beh, ti assicuro che non c'è stato mai niente di meno impressionante.

Frank                               - (distratto, guarda l'Eunuco che passa nella prima sala, affibbiandosi il cinturone con la pistola nel fodero) Sì...

Kromer                            - Domanda a Timo.

Timo                                - ((che non ha ascoltato) Io?(L'Eunuco, al quale il Muto ha dato il cappotto, fa un segno di addio alle donne rimaste nella seconda sala, si av­via verso la porta ed esce vacillando).

Kromer                            - (seguendo la sua idea) Dico che anche tu hai... (gesto) zac!... E non una sola volta, eh? Quante, esattamente?

Timo                                - ((guardando Frank) Non puoi lasciar in pace la gente?(Frank si alza e va a prendere il cappotto) Dove vai? Dimentichi le soprascarpe.

Frank                               - Torno subito.

Timo                                - Ma... (Vuole dir qualcosa, ma Frank è già uscito. Con sospetto) Che diavolo ha?

Kromer                            - Credo che gli pruda di fare il salto.

Timo                                - Lo storia del granaio e della ragazza grossa? E' capace di crederti.

Kromer                            - Perché, tu. non mi credi?(Timo lo guarda con disprezzo, Nouchi è venuta ad appog­giarsi con i gomiti sul banco, nella seconda sala) Stai poco bene, Nouchi?

Nouchi                             - Dammi un po' di bicarbonato, Timo. Sennò sto male tutta la notte. (Timo glielo prepara).

Kromer                            - E pensare che migliaia di persone, in città, compresi i vecchioni rispettabili e le belle signore, striscerebbero nella neve sporca dal ponte fin qui pur di mangiare la decima parte di quel che hai mangiato tu.

Timo                                - Bevi. Se non ti senti bene, va a stenderti un po' nella cameretta. Ma cerca di non insudi­ciare. La tua amica tiene meglio di te.

Nouchi                             - Non tutti hanno lo stomaco di struzzo. (Esce).

Kromer                            - Sai dove potrei trovare degli orologi?

Timo                                - ((sorpreso) Orologi?

Kromer                            - Orologi antichi, di quelli che portavano i nostri nonni, delle cipolle d'oro o d'argento, con la cassa e dei cosi che suonano le ore o fanno una piccola musica.

Timo                                - Chi li vuole?

Kromer                            - Può sembrare idiota, ma se ci riesco è il più bel colpo che abbia mai fatto. Ho cono­sciuto un generale, strano tipo, un po' maniaco, che in gioventù ha fatto il meccanico delle loco­motive; già, questa gente tira fuori i generali dap­pertutto. E lui non ha che una passione: gli oro­logi. Ha già una bella collezione, dì due o tre­cento pezzi, a quanto m'ha detto, e passa il suo tempo a caricarli e a farli suonare. Quelli poi auto­matici, con delle figure che si animano premendo un bottone, lo fanno addirittura andare in brodo di giuggiole.

Timo                                - ((senza interesse) Posso fornirti cento pro­sciutti, se vuoi, caviale, whisky genuino, sigarette turche, biglietti da mille falsi, ma gli orologi non saprei dove trovarli. Perché non ne parli a Frank?

Kromer                            - Frank?

Timo                                - Dico che... Mi sembra che mi abbia parlato d'un orologiaio che conosce da quando era bambino, e che fa la collezione di orologi antichi. Me ne ricordo, era ubriaco; non parla della sua infanzia se non quando è ubriaco. A proposito, per dopodomani avrò bisogno di un centinaio di chili di burro.

Kromer                            - '...ccordo.

Timo                                - Adler ha sempre il camioncino?(Tac­ciono di colpo, perché hanno bussato alle imposte. Il Muto guarda dalla fessura, ed apre. Frank entra, calmo in apparenza, ma pallido e con lo sguardo fisso. Gli altri due lo osservano con attenzione, e soprattutto Timo).

Frank                               - (si siede al bar senza togliersi il soprabito, con una mano in tasca) Acquavite.

Timo                                - ((sospettoso) Doppio?

Frank                               - (che ha compreso) Non è necessario. (A Kromer) T'ho portato il coltello.

Kromer                            - (esaminando il coltello) Te ne sei ser­vito?(Frank non risponde) Non sei stato lontano.

Frank                               - All'angolo del vicolo della Conceria.

Kromer                            - Chi?(Frank estrae lentamente dalla tasca una grossa rivoltella dell'armata. Kromer fi­schia d'ammirazione; Timo guarda preoccupato nel­la seconda sala).

Timo                                - Attenzione. Ci sono ancora dei clienti.

Kromer                            - (a Frank) Un soldato?(Frank fa segno di no) Un ufficiale?(Guarda nell'altra sala) L'Eu­nuco?(Frank annuisce. Battono alla porta. Il Muto va a guardare).

Timo                                - Attenzione. (Il Muto sembra esitante e socchiude la porta con precauzione. Si intravede il profilo del signor Holst, vestito come nel prologo. Oltre alla sua scatola di ferro smaltato, ha anche un piccolo pacchetto. Timo, imbarazzato, esce dal bar e lo fa entrare).

Il signor Holst                 - Il signor Timo?

Timo                                - Sono io. Cosa c'è?

Il signor Holst                 - Il mio capo m'ha detto di portarvi questo, andando a casa. (Né credulo né ironico) Pare che siano quelle medicine che aspet­tavate.

Timo                                - So, grazie. Un bicchierino?

Il signor Holst                 - (già verso la porta) No.

Timo                                - Il capo non vi ha detto altro?

Il signor Holst                 - Nient'altro.

Timo                                - Un momento. (Apre la porta dell'armadio dove mette il pacchetto. Prende poi delle costolette che mostra al signor Holst) Forse preferite queste, all'acquavite?

Il signor Holst                 - Grazie, no.

Timo                                - ((tirando fuori il portafoglio) In questo caso...

Il signor Holst                 - Tanto meno, grazie. (Esce, e il Muto chiude la porta).

Kromer                            - Chi è?

Timo                                - Un conduttore del tram.

Kromer                            - Non lo conosci?

Timo                                - E' la prima volta che lo vedo. Ma non avevo dubbi su quel che trasportava.

Frank                               - E' il signor Holst.

Kromer                            - E chi lo conosce? Lo dici come se fosse il padreterno.

Frank                               - Il nostro vicino. Il padre di Sissy.

Kromer                            - Scommetto che hai avuto paura che fosse venuto a darti un fracco di legnate perché gli hai palpato la figlia.

Frank                               - No.

Kromer                            - Perché hai paura? Mi sono accorto bene che hai trasalito.

Frank                               - M'ha visto.

Kromer                            - T'ha visto scannare l'Eunuco?

Frank                               - E' passato davanti al vicolo proprio men­tre cadeva in terra. Si faceva luce con una lampa­dina elettrica, per scansare i mucchi di neve. M'ha riconosciuto.

Timo                                - Credi che ti denuncerà?

Frank                               - Son sicuro di no.

Timo                                - Perché?

Frank                               - Perché lo so.

Kromer                            - E' quel che nel catechismo chiamano fede. (A Timo) Cosa t'ha portato?

Timo                                - Fa conto che sia affar mio. In ogni caso, l'amico che gli ha dato il pacchetto doveva esser sicurissimo che non avrebbe avuto la curiosità di aprirlo. Di', dunque, Frank: farai bene a sbaraz­zarti di quel che hai in tasca. E' un gingillo che ti può mandare dritto dritto davanti al plotone d'esecuzione. Hai un bell'aver fiducia in lui...

Kromer                            - Passamela. T'ho prestato il coltello.

Frank                               - No. Me la tengo.

Kromer                            - Ancora un bicchiere?

Frank                               - Se vuoi. Ma non ho bisogno di ubria­carmi.

Kromer                            - Non t'ha fatto effetto?

Frank                               - (guardandolo) In ogni caso, non vedo ragione di parlarne.

Kromer                            - Gli hai preso il portafoglio?

Frank                               - (assente) No.

Kromer                            - - Sei troppo ricco?

Frank                               - Sono al verde.

Kromer                            - Vuoi guadagnarne a palate?

Frank                               - Come?

Kromer                            - Trovami orologi antichi. Pare che tu conosca un orologiaio che fa collezione. Metà e metà.

Frank                               - (dopo uno sguardo di rimprovero a Timo) È morto.

Kromer                            - Non ne parliamo più.

Frank                               - Se sua sorella vive ancora, deve aver ere­ditato gli orologi. Abitavano insieme, e non erano sposati. Deve avere almeno ottantacinque anni, perché era già molto vecchia quando io ero piccolo.

Kromer                            - Dov'è?

Frank                               - A quindici chilometri.

Kromer                            - Vacci subito. Non vedrai mai più tanto danaro nella tua vita. Senza contare che potrei farti avere la tessera che m'hai tanto chiesto.

 

Frank                               - La tessera rossa? Procurami una macchina e qualcuno che la guidi.

Kromer                            - Non hai che da passare il ponte e sceglierne una lungo il marciapiede; meglio una di quei signori.. A quest'ora ce ne dev'essere una fila davanti a Taste.

Frank                               - Voglio che mi si porti.

Kromer                            - Timo, vuoi telefonare ad Adler? 18-01, Digli da parte mia di venire col camioncino. (Timo, a malincuore, ma sapendo che è inutile opporsi, passa nella seconda sala) Allora, non ti viene da crepar dalle risa? Sarebbe comica, se ti riuscisse l'affare degli orologi, con la grana dell'Eunuco... Cosa pensi?

Frank                               - Non penso.

Kromer                            - T'ha fatto effetto, eh? Io quando ho mollato il collo della ragazza...

Frank                               - Piantala!

Kromer                            - A proposito di donne... ci tieni, alla piccola?

Frank                               - Che piccola?

Kromer                            - La figlia del conduttore del tram. Come hai detto che si chiama? Sissy. Sei sicuro che è vergine?

Frank                               - Perché?

Kromer                            - Perché, se tu non fossi innamorato...

Frank                               - Io, innamorato?

Kromer                            - In questo caso, passamela. Che c'è? ' Credi che non ci stia? Le comprerò quel che vuole, un mantello di pelliccia, se vuole... Dopo, ben in­teso. Ci dev'essere il modo di sistemare la faccenda. Tu me la porti... Non qui, a casa mia. C'è tutto quel ci vuole, a casa mia, bar, da mangiare a vo­lontà, e anche una vasca con acqua calda... Solo questo basterebbe a farla venire. Quando ti faccio segno, te ne vai con un pretesto e mi lasci con lei.

Frank                               - No.

Kromer                            - Credi che non ci stia?

Frank                               - Ne sono sicuro.

Kromer                            - Hai fede, come per il padre. Confessa che sei innamorato e che andrai a chiedere la sua mano al tipo del tram, una di queste mattine.

Frank                               - Non sono innamorato di nessuno.

Kromer                            - Allora?

Frank                               - Si vedrà.

Kromer                            - Come?

Frank                               - (bevendo e servendosi dalla bottiglia rimasta sul banco) Non so ancora. (Beve) Che giorno è, domani?

Kromer                            - Domenica.

Frank                               - Sei libero?

Kromer                            - Son sempre libero, per quello.

Frank                               - Passa da me verso la fine del pomeriggio.

Kromer                            - Da te? E tua madre?

Frank                               - La domenica va al cinema, e di solito porta anche le ragazze.

Timo                                - ((ritornando) Adler sarà tra una mezz'ora all'angolo tra il ponte e il canale, con il camion­cino. Dice che da queste parti ci sono troppe uniformi tra i piedi.

Kromer                            - (a Frank che si serve di nuovo da bere) Non avrai mica fifa, spero. Di', Timo, non trovi che ha l'aria di un uomo, ora?(Frank si lascia scivolare giù dallo sgabello, abbottona il soprabito, prende il cappello, mentre il Muto gli infila le scarpe di gomma).

Frank                               - Ti ritrovo?

Kromer                            - No. Porta gli orologi a casa mia. E non dimenticare, domani pomeriggio, per la piccola... (Frank esce senza salutare. Kromer rompe la punta d'un sigaro con i denti, e l'accende; poi, a Timo) Ha proprio quasi l'aria di un uomo. A te non pare?(Timo lo guarda gravemente, senza rispondere).

ATTO SECONDO

QUADRO PRIMO

La casa di Lotte. Una cucina al terzo o quarto piano d'imo stabile con molti appartamenti, che serve da camera di soggiorno. È una cucina del genere dei paesi del Nord, o dell'Europa centrale, molto pulita e luminosa. L'appartamento comprende poi tre camere da letto e un salottino in cui Lotte riceve i clienti. Due porte che danno in due delle camere, per la maggior parte del tempo sono aperte. Le me vanno e vengono in vestaglia, senza pudore. Una terza porta dà nel corridoio, ma non è l'en­trata principale dell'appartamento. L'atmosfera non sa di bordello, ma piuttosto di piccola casa borghese. Nella cucina, un fornello ben lucido o smaltato, ima gran tavola coperta da una tela incerata a scac­chi, un piccolo tavolo sotto ad uno spioncino, così che salendo su di esso si può guardare in una delle camere. Un buffet, poltrona di vimini, un letto pieghevole in ferro. Una finestra dà sulla strada, ma una tenda di mussolina impedisce di vedere il paesaggio.

(All'alzarsi del sipario, luce d'un meriggio d'inverno. Minna è seduta nella poltrona di vimini, con i piedi nel forno della cucina e una boccia d'acqua calda sullo stomaco, perché è sofferente. È spettinata, e indossa una vestaglia di seta, nuova e molto lus­suosa, alla quale si sente che non è ancora abituata; ogni tanto ne tasta il tessuto, con aria ingenua e meravigliata. Frank, in pantofole, pantaloni, e ca­micia sbottonata, è steso sul letto di ferro e legge un libro, fumando).

Minna                              - (timidamente) Non uscite?

Frank                               - No.

 Minna                             - Allora... restiamo soli?

Frank                               - No.

Minna                              - Aspettate qualcuno?

Frank                               - Sì.

Minna                              - Sissy?

Frank                               - Credevo che mia madre t'avesse consi­gliato di metterti a letto.

Minna                              - Preferisco star qui. È più caldo.

Frank                               - (senza molto interesse) Ti fa sempre male?

Minna                              - Un po' meno.

Frank                               - Cosa t'ha fatto, veramente?

Minna                              - (dando un'occhiata allo spioncino) Non avete guardato?

Frank                               - Non quel giorno.

Minna                              - Ho una vergogna tremenda, quando penso che guardate. Preferirei tanto che promette­ste di...

Frank                               - Che t'ha fatto?

Minna                              - Meglio non pensarci. Non so neanch'io, esattamente. Sembra che gli capiti di tanto in tanto, e che non sia responsabile... Dopo, domanda per­dono e piange. Vostra madre m'ha detto che ne ha rovinate delle altre... (Lotte esce dalla sua camera, in sottoveste, molto fresca e appetitosa, con le calze di seta ben tese).

Lotte                                - Vuoi abbottonarmi, Minna?(A Frank) Non esci?

Frank                               - Non credo.

Lotte                                - Non ti senti bene?

Frank                               - Mi sento benissimo.

Lotte                                - (con uno sguardo d'intesa a Minna) Perché non vai a letto? Sei tornato a casa alle cinque del mattino.

Frank                               - Non ho sonno.

Lotte                                - Non hai neanche dormito in camera tua.

Frank                               - Ho dormito con Berta.

Lotte                                - Hai qualcosa che ti tormenta.

Frank                               - Eh.

Lotte                                - Non è prudente lasciare il soprabito nel salotto. (Frank la guarda, con aria interrogativa) C'è una tasca... sì, più pesante dell'altra. (A Minna) Tu dovresti aiutare Berta a vestirsi. Altrimenti non sarà mai pronta... (Minna entra nella seconda ca­mera docilmente, e chiude la porta) Preferisco por­tare con me Berta, al cinema. Temo che finisca con l'annoiarsi, e non troverei nessuno per fare i servizi di casa. (Frank, seduto sulla sponda del letto, l'ascolta con ironia, comprendendo che parla solo perché non ha ancora il coraggio di affrontare l'ar­gomento che le sta a cuore) Non hai niente da dire?

Frank                               - Niente che ti riguardi.

Lotte                                - (indicando un giornale aperto sulla tavola)

                                        - Hai letto il giornale?

Frank                               - Ho dato un'occhiata.

Lotte                                - Guardami in faccia. Sai bene che puoi

dirmi tutto.

Frank                               - Esatto. Mi ricordo di un giorno che sei venuta a trovarmi in collegio: ho detto che eri una puttana.

Lotte                                - E tu, cosa sei?

Frank                               - (molto naturale) Un figlio di puttana.

Lotte                                - (con aria di comprensione) Sei stato tu, Frank?

Frank                               - Io cosa?

Lotte                                - Perché l'hai fatto? A che ti serve? Ti do tutto il danaro che vuoi.

Frank                               - Non dimenticare che devi vestirti. (Lotte entra nella sua camera e ritorna subito fuori infi­landosi un vestito. Frank, con naturalezza, le dà una mano per far passare la testa per la scollatura. Poi va alla finestra e scosta leggermente la tenda) Non nevicherà ancora, stanotte. E la neve vecchia è sporca. È nauseante.

Lotte                                - Frank!

Frank                               - Vuoi che t'abbottoni?

Lotte                                - Grazie. Eri solo?

Frank                               - Di cosa parli?

Lotte                                - Non vuoi dirmi niente?

Frank                               - No.

Lotte                                - Aspetti qualcuno?

Frank                               - Forse.

Lotte                                - Perché, l'altro ieri hai fatto venire quella piccola e le hai dato da mangiare?

Frank                               - Senza dubbio perché questa è una delle poche case in cui si mangia.

Lotte                                - Non fare il tonto. Ho dato un'occhiata in cucina, e non per curiosità. Non sapevo che fosse qui.

Frank                               - Invece c'era.

Lotte                                - E ho visto che era in uno stato da far pietà. Aveva certo più voglia di piangere che di mangiare quel che avevi messo sulla tavola.

Frank                               - Il giorno dopo è stata male.

Lotte                                - Perché l'hai portata?

Frank                               - Non è la prima, vero? Non eri tu, quando incontravo una ragazza carina, a chiedermi di darmi da fare perché potessi vederla?

Lotte                                - Non è la stessa cosa.

Frank                               - Perché abita sullo stesso pianerottolo?

Lotte                                - Non far l'imbecille. (Ha continuato a ve­stirsi, andando e venendo) Tu hai qualcosa che ti ronza in testa. Sei riuscito ad andare a letto con lei?

Frank                               - Non ancora.

Lotte                                - Stai per riuscirci?

 Frank                              - E' possibile, ma non fatale.

Lotte                                - Questa storia non mi piace, e non so perché. Da qualche giorno covi qualcosa, e non ti ca­pisco più.

Frank                               - Da qualche giorno?

Lotte                                - Parlo inutilmente; dici sempre tu l'ul­tima parola, e fai solo di testa tua.

Frank                               - Certamente.

Lotte                                - Cerca almeno di essere prudente. (Apre la porta della camera di Berta che, vestita, sta infi­landosi i guanti).

Berta                                - (entrando con Minna, a Frank) Posso piegare il letto, prima d'andar via?

Frank                               - Se ci tieni. (Berta piega il letto, dà un'oc­chiata al fuoco, e mette un po' d'ordine come una brava donna di casa che sta per uscire. Minna esita a sedersi sulla poltrona di vimini).

Minna                              - Volete la poltrona, signor Frank?

Frank                               - Grazie, no. (Minna si siede, e rimette la boccia d'acqua calda sul ventre, con un sospiro di sollievo. Lotte è entrata nella sua camera).

Berta                                - (a Frank) Sembra che abbiate già visto il film.

Frank                               - Che film?

Berta                                - All'Eden.

Lotte                                - (esce dalla sua camera, con pelliccia e cappello chiaro, come nel prologo. Guarda Frank, poi, rivolgendosi a Minna, falsamente allegra) Sta' attenta a lui, Minna. Credo che mangeremo in città.

Frank                               - Non preoccuparti per me.

Lotte                                - (con la mano sulla maniglia della porta) Nell'armadio c'è della lingua affumicata e del pro­sciutto, e anche un po' di maionese, credo... (Lotte e Berta escono. Lunga pausa. Frank va di nuovo alla finestra; è quasi notte; accende perciò la luce e abbassa con cura una seconda tenda, opaca. Guarda il suo orologio).

Minna                              - A che ora deve venire la ragazza? Ve lo domando per andarmene in tempo.

Frank                               - Non temere. Te lo dirò.

Minna                              - Non capisco ancora perché mi abbiate regalato questa magnifica vestaglia.

Frank                               - Perché l'ho vista in una vetrina. Ed era probabilmente la sola vestaglia imbottita, in vero raso, di tutta la città.

Minna                              - Ma perché proprio a me? So bene che vi sono indifferente. Se siete venuto a trovarmi due notti di seguito, in camera mia, è stato per curiosità, o per abitudine. Fate la stessa cosa con tutte, anche con Berta, che disprezzate.

Frank                               - Sì.

Minna                              - Non avreste preferito regalarla a Sissy?(Frank alza le spalle) L'amate?

Frank                               - (duramente) Lo vedrai tra poco.

Minna                              - Cosa avete intenzione di fare? Si di­rebbe che vogliate vendicarvi di non so cosa; farle del male; e pure...

Frank                               - E pure?

Minna                              - Niente... Non servirebbe a niente, dirlo. Solo a farvi infuriare con me. (Pausa) Non molto tempo fa ero come lei.

Frank                               - Vuoi dire vergine?

Minna                              - Non è tanto quello, che conta... Desi­derate una tazza di tè?

Frank                               - No. (Va all'armadio e prende una bottiglia e un bicchiere).

Minna                              - E' la quarta volta che vi vedo bere, oggi. Berta m'ha detto...

Frank                               - Cosa t'ha detto?

Minna                              - Che questa notte, o meglio questa mat­tina, eravate...

Frank                               - Ubriaco.

Minna                              - Sì. E' venuta poi a coricarsi qui, perché eravate disteso di traverso, e non riusciva a farvi muovere. (Frank guarda di nuovo l'orologio) Devo andar via?

Frank                               - Quando arriva Kromer.

Minna                              - Aspettate lui? L'ho visto una volta sola, e mi fa male guardarlo. Da quando son qui l'ho visto altre volte, ma credo che se dovessi fare la stessa cosa con lui...

Frank                               - Rifiuteresti?

Minna                              - Sì. Vi fa piacere?

Frank                               - Forse. Eccolo. Ma è inutile che scappi via così in fretta. Non è con te che farà l'amore, oggi. (Minna esce portandosi la boccia. Frank apre la porta a Kromer, vestito come nel primo atto, con una cravatta sgargiante).

Kromer                            - Sei solo?

Frank                               - No.

Kromer                            - Tua madre?

Frank                               - C'è solo una delle ragazze che si è la­sciata fracassare il ventre da un vizioso. Entra, non aver paura. Togliti la pelliccia. Scusa se ti ricevo in cucina, ma da noi la cucina è il sancta sancto-rum. (Gli offre da bere).

Kromer                            - Per ora no.

Frank                               - (servendosi) Hai visto il tuo generale?

Kromer                            - Stamattina. (Si fruga in tasca, e tira fuori un pacchetto che Frank apre, estraendone un fascio di biglietti da mille nuovi legati da un elastico) E' la tua parte. Metà e metà. Per strada ho fatto il calcolo, e ho visto che hai guadagnato circa duemila volte quello che il tuo conduttore del tram guadagna in un anno.

Frank                               - (intascando il danaro) La tessera rossa?

Kromer                            - Domani. Oggi gli uffici sono chiusi, ed è necessaria la firma del comandante militare e quella del capo della polizia politica. Cosa vuoi farne?

Frank                               - Dammi la pelliccia e il cappello, e to­gliti le soprascarpe. (Porta tutto in una delle ca­mere).

Kromer                            - Ho parlato con Adler.

Frank                               - (finge di essere indifferente) Ah.

Kromer                            - M'ha detto qualcosa che non capisco bene, ma che m'ha fatto un po' paura.

Frank                               - Credevo che tu non avessi mai paura.

Kromer                            - Paura per te. A proposito della vec­chia. M'hai raccontato, portandomi gli orologi, che sei stato forzato a tirare perché la sciarpa ti era caduta e la vecchia t'aveva riconosciuto. (Pausa) Adler dice che non è vero, e che sei stato tu, ap­posta, che ti sei tolto la sciarpa senza ragione.

Frank                               - Senza ragione?

Kromer                            - Che razza di ragione potevi avere? La vecchia tremava, supplicava... Vi ha aperto il co­fano dove teneva gli orologi, e voleva anche pre­pararvi il caffè.

Frank                               - Giusto.

Kromer                            - L'hai fatto apposta?

Frank                               - Sì.

Kromer                            - Per essere costretto a tirare? Non ti sei reso conto che aumentavi il rischio?

Frank                               - Sì.

Kromer                            - Comincio a credere che Timo abbia ragione.

Frank                               - Cos'ha detto Timo?

Kromer                            - (esitando) Che avevo avuto torto a pre­starti il coltello.

Frank                               - E perché?

Kromer                            - (si vede che mente) Non l'ha spie­gato. Credo che ti trovi giovane. (Guarda in una camera, la cui porta è rimasta semiaperta) Sei si­curo che la ragazza non dirà niente?

Frank                               - Sicurissimo.

Kromer                            - Mi domando se non faremmo meglio a lasciar correre. Se suo padre...

Frank                               - Oggi è domenica, e suo padre è sul tram da mezzogiorno alle due di notte; e certo non ha il diritto di lasciar la vettura in mezzo alla strada.

Kromer                            - Cosa conti di fare?

Frank                               - Devi solo entrare in questa camera e non far rumore.

Kromer                            - Ma la ragazza che è di là?

Frank                               - Minna? La farò passare nel salotto.

Kromer                            - Come fai ad esser tanto sicuro di lei? E' innamorata di te?

Frank                               - Forse. Ma non ha importanza. Aspet­terai in questa camera. Io la ricevo prima qui.

Kromer                            - Sissy?

Frank                               - Sì. La porterò nella camera di mia ma­dre, la più bella. Le tende son chiuse. A un certo momento, spegnerò la luce; non domanderà di me­glio, vedrai. Troverò poi un pretesto per uscire un minuto, e le farà anche piacere... e tu entrerai al posto mio.

Kromer                            - Se s'accorge?

Frank                               - Penso che sarà troppo tardi.

Kromer                            - E se accende la luce?

Frank                               - Hai mai visto una ragazza far luce in quei casi? Vieni a vedere la camera. (Vanno in­sieme verso la porta della camera di Lotte).

Kromer                            - Ma tu? Dove sarai?

Frank                               - Qui.

Kromer                            - (molto inquieto) Mi giuri che non te ne andrai?

Frank                               - Stai esagerando!

Kromer                            - Ma no, vecchio mio. E' per te. Non conosco la casa, io. Voglio evitare...

Frank                               - (che ha guardato l'orologio, spinge Kromer nella camera di Minna) Va... fra tre minuti è qui... (A Minna) Vieni fuori, tu. (Frank e Minna restano soli per un istante).

Minna                              - Signor Frank... ho sentito quasi tutto. Credo d'aver compreso...

Frank                               - Sei fortunata. (Si sentono dei passi nel corridoio, e un lieve grattare alla porta).

Minna                              - (piano, supplicando) Frank!... (Ma Frank la spinge fuori e chiude la porta. Poi va ad aprire l'altra. Sissy è là, con il cappotto, un berretto sulla testa e una borsetta di perline bianche, come nel prologo. Frank la fa entrare in silenzio, e chiude a chiave. Una pausa molto lunga).

Sissy                                - Sono venuta. (Frank le s'avvicina per prendere il cappotto, e quando lei s'abbandona con­tro di lui, la abbraccia con aria annoiata. Poi l'al­lontana da sé e parla con leggerezza).

Frank                               - Hai lavorato molto, oggi?

Sissy                                - Ho dipinto sei piatti. Non è faticoso. Sempre gli stessi fiori. Potrei quasi farli ad occhi chiusi.

Frank                               - Ti rende?

Sissy                                - Di che comprare un chilo di patate, ogni tanto. (Con un sorriso timido, cercando d'essere gaia) Perché non andiamo a passeggio?

Frank                               - (ironico) E poi al cinema?

Sissy                                - (senza accorgersi dell'ironia) Se vuoi.

Frank                               - Per fare la stessa cosa dell'altra volta?

Sissy                                - (lo guarda interdetta, non sapendo se deve piangere o sorridere) L'hai voluto tu.

Frank                               - Per abitudine.

Sissy                                - Ah!

Frank                               - Tutti i ragazzi lo fanno, e le ragazze lasciano fare. Ma non è divertente.

Sissy                                - No.

Frank                               - Perché m'hai lasciato fare? Appena si siamo seduti, tu ti sei chinata verso di me. (Pausa) Quando ho messo il braccio intorno alle tue spalle, m'hai avvicinato il tuo viso. (Pausa) ...la bocca... Credevi che avessi voglia della tua bocca. (Sissy si guarda intorno, invasa da un terrore crescente, mentre Frank continua con violenza sorda, con voce bassa ma dura) E appena sei entrata.., mi sono av­vicinato a te per toglierti il cappotto, e ti sei sciolta tra le mie braccia, già morbida...

Sissy                                - Ti chiedo perdono.

Frank                               - Perché sei venuta?

Sissy                                - (semplicemente) Così avevi chiesto, Frank.

Frank                               - E perché credi che t'abbia detto di ve­nire?! Rispondi: perché?! Cosa pensi che faremo? Cosa? Cosa?... L'amore!

Sissy                                - Frank!

Frank                               - So che non ne hai voglia. So che ti fa paura. Confessa che ti fa paura...

Sissy                                - Sì.

Frank                               - E forse neanche a me farà piacere.

Sissy                                - Allora andiamo, Frank.

Frank                               - No.

Sissy                                - Lasciami tornare a casa.

Frank                               - No.

Sissy                                - Perché?

Frank                               - Perché tu mi ami. Non hai mai detto che mi ami, ma stai per dirlo.

Sissy                                - Ti amo, Frank.

Frank                               - E' una catastrofe?

Sissy                                - Perché dici così?

Frank                               - Perché pronunzi quelle parole come se fosse una catastrofe, con aria tragica.

Sissy                                - Ti amo!

Frank                               - Così come ami tuo padre?

Sissy                                - Di più, credo.

Frank                               - Quanti anni ha, tuo padre?

Sissy                                - Quarantacinque. Perché?

Frank                               - Gliene davo sessanta. Non t'ha detto niente?

Sissy                                - Riguardo a cosa?

Frank                               - Non sospetta, allora.

Sissy                                - Se sospettasse, sarebbe tremendo.

Frank                               - (scettico) Credi?

Sissy                                - (con ribellione) Frank!

Frank                               - E' un uomo come un altro, no? Anche lui fa l'amore.

Sissy                                - Ti supplico!

Frank                               - Tua madre è morta?

Sissy                                - (esitando) No.

Frank                               - Sono divorziati?

Sissy                                - E' partita.

Frank                               - Con chi?

Sissy                                - Con un dentista. Ma non chiedermi di questo, ti prego.

Frank                               - Era bello, il dentista?

Sissy                                - Non so. Ero troppo piccola.

Frank                               - Tuo padre ha cercato di riprendersela?

Sissy                                - Non so. Non parliamo di papà.

Frank                               - Perché?

Sissy                                - Perché!...

Frank                               - Cosa faceva, prima?

Sissy                                - Scriveva libri e articoli.

Frank                               - Libri su che?

Sissy                                - Era critico d'arte.

Frank                               - Andava nei musei?

Sissy                                - Conosce quasi tutti i musei del mondo.

Frank:                              - E tu?

Sissy                                - Qualcuno. Londra, Berlino...

Frank                               - Alloggiavate in alberghi di lusso?

Sissy                                - Sì. Perché me lo chiedi?

Frank                               - E cosa fate, quando siete insieme?

Sissy                                - A casa?

Frank                               - Sì, quando tuo padre ha finito di con­durre il tram.

Sissy                                - Legge.

Frank                               - E tu?

Sissy                                - Legge ad alta voce. Mi spiega..

Frank                               - E ti diverti?(Senza aspettare risposta, guarda l'orologio, poi la porta della camera) Vieni.

Sissy                                - Come? Ora?

Frank                               - Ora.

Sissy                                - Non mi ami?

Frank                               - Non so.

Sissy                                - C'è ancora tempo...

Frank                               - No. (La spinge dolcemente verso la porta della camera e richiude dietro di sé. Dopo una pau­sa, Kromer esce dall'altra camera con la pelliccia e il cappello in mano, e cerca, senza far rumore, di raggiungere la porta d'uscita. Ma prima di esservi arrivato, Frank esce dalla camera, con i capelli in disordine, raggiunge Kromer, gli impedisce la fuga, riprende cappello e pelliccia, e l'obbliga ad entrare nella camera ove c'è Sissy. Appena solo, poggia pelliccia e cappello accanto a quelli di lei, e si liscia macchinalmente i capelli. Minna, spaventata, com­pare sulla porta della camera, e tutti e due si guar­dano, ascoltando. Improvvisamente si sente un gran fracasso nella camera di Lotte).

Voce di Sissy                  - Frank! Papà! Frank! (Rumore d'una seggiola rovesciata) Lasciatemi andare!... Per piacere!... (La porta si apre. La camera è illuminata, Sissy compare, in sottoveste, 'con i piedi nudi, proteggendosi il petto con le mani. Stravolta, traversa la scena correndo, senza guardar nessuno, ritorna sui suoi passi, prende il cappotto che infila fuggendo, mentre Frank s'incolla al muro per non essere visto. Quando Sissy è uscita, lasciando la porta aperta, Minna va a chiuderla non senza ascoltare i rumori dal corridoio).

Minna                              - Non è andata a casa sua... scende... (Va alla finestra, alza le due tende e guarda fuori. Kro­mer, furioso, esce dalla camera riannodandosi la cravatta e dirigendosi verso la pelliccia).

Kromer                            - Non so perché, ma sospettavo qual­cosa, in questa faccenda... E tu, non avresti potuto avvertirmi che c'era una pera elettrica sul letto?

Minna                              - (sempre alla finestra) Corre, a piedi nudi, nella neve, verso il fondo della strada... Il porti­naio ha cercato di fermarla, ma lei non se n'è nean­che accorta... Gira l'angolo, passa sotto l'ultimo lampione...

Kromer                            - Confessa che hai avuto un'idea ben balorda. (Frank lo guarda senza sentirlo, sempre immobile. Poi, con la testa nuda, senza cappotto, si precipita fuori. Minna, che è andata intanto a prendere nella camera le calze e le scarpe di Sissy, gli corre dietro, lo raggiunge nel corridoio e ritorna con le mani vuote) Dove va?

Minna                              - (seccamente) Non so.

Kromer                            - Credete che l'abbia fatto apposta?

Minna                              - Cosa?

Kromer                            - E' stata una stupida avventura. I vicini devono aver sentito.

Minna                              - Ce ne sono parecchi, per le scale.

Kromer                            - E' meglio che tagli la corda.

Minna                              - Sì. (Kromer afferra le sue cose e se ne va, dimenticando le soprascarpe. Minna le spinge in un angolo, poi va a cercare la boccia d'acqua calda e si siede sulla poltrona di vimini con una smorfia di dolore).

QUADRO SECONDO

 (Stessa scena del primo quadro. Sono circa le dieci del mattino. Luce fredda, invernale. Delle pentole sul fuoco. Il letto è disteso, e sopra di esso, in pi­giama, dorme Frank. Lotte, in accappatoio, è se­duta davanti ad una copiosa colazione. Accanto è apparecchiato per Minna. Le porte sono aperte. Disordine dovunque. Anche Minna è in accappa­toio, e all'alzarsi del sipario, è in ascolto alla porta semiaperta del corridoio, mentre Lotte l'osserva mangiando).

Lotte                                - (a mezza voce, per non svegliare Frank) E' il dottore?(Minna annuisce) Ha portato ancora l'infermiera?(Minna c. s.) E delle bombole d'ossi­geno?(Minna, spaventata, richiude vivamente la porta) Cosa c'è?

Minna                              - Ancora il vecchio di fronte, il pensionato; ha aperto la porta, m'ha vista e m'ha mostrato i pugni.

Lotte                                - E' un povero imbecille. Quel che non capisco, è perché non trasportino la piccola all'ospedale.

Minna                              - Forse non è possibile trasportarla...

Lotte                                - (sempre mangiando) E' certamente pol­monite. (Passa un piatto a Minna che intanto s'è seduta).

Minna                              - Credete che muoia?

Lotte                                - Non si può dir nulla prima di undici giorni, e siamo appena al quarto.

Minna                              - Mi dispiacerebbe, se morisse.

Lotte                                - Anche a me. Rischierebbe di costarci cara. (Passi precipitosi nel corridoio. Berta entra affan­nata, richiude vivamente la porta a chiave, posa la rete con la spesa su di una sedia e si toglie il. cappotto).

Berta                                - Sono ancora in casa. .

Lotte                                - (facendo segno di parlar piano, per Frank) T'han detto qualcosa?

Berta                                - No. E proprio per questo gli inquilini sono furiosi.

Lotte                                - Hanno arrestato qualcun altro?

Berta                                - Per ora, non so in quanti, perquisiscono la camera del violinista. Ce ne sono in borghese, e in uniforme.

Lotte                                - L'hanno fatto tornare?

Berta                                - Non l'ho visto, ma sembra che abbiano trovato delle carte nell'astuccio del violino. Faceva parte della resistenza.

Lotte                                - Chi te l'ha detto?

Berta                                - Ho sentito, facendo la coda. Poi qual­cuno m'ha mostrata a dito, e tutti han smesso di parlare. Non voglio più andare al mercato...

Lotte                                - Zitta.

Berta                                - Mi guardano tutti come se volessero sal­tarmi addosso. Perfino un ragazzetto m'ha sputato sul vestito, e sua madre non gli ha detto niente...

Lotte                                - Non è la prima volta che succede.

Berta                                - Qui in casa, forse, soprattutto quando porto su il carbone, ma non per strada. (Frank ha aperto gli occhi e ascolta senza che le donne se ne accorgano) E ora, andrà di male in peggio. Ci sono due soldati, ai piedi della scala, che non la­sciano entrare né uscire nessuno. Il dottore e l'in­fermiera han dovuto discutere a lungo e mostrare le loro carte, prima di poter salire in tutta la casa, gli inquilini sono con l'orecchio incollato alla porta... Le donne che sono andate a far la spesa non possono tornare a casa... e anch'io volevo aspettare con loro... E' impressionante... Si sente la madre del violinista che piange e grida che suo figlio è tubercoloso, e che morirà in prigione se non lo lasciano libero. (Lotte allontana da sé un piatto, sospirando) Si scostavano da me come se avessi la peste... poi un sottufficiale mi ha scorto, dal pianerottolo, m'ha sorriso, e mi ha fatto segno che potevo salire. E pensare che non l'ho mai visto.  

Lotte                                - E' tutto?

Berta                                - E non vi pare abbastanza? Se foste stata al posto mio, sapreste quanto la gente ci detesta. ( Credete che lo fucileranno?

Lotte                                - Il violinista? Ma no!

Berta                                - Non sarebbe giusto, perché non è stato lui ad uccidere l'Eunuco. (Lotte non risponde) Sa­pete bene che non è stato lui. (Guarda verso il letto, incontra lo sguardo di Frank e arrossisce) Per quel che mi riguarda, non ho più voglia di andare al mercato, vi piaccia o no... (Frank si siede sul letto, e le guarda una ad una; poi si alza. Ha la bocca impastata; senza neanche dire buongiorno, va all'armadio e prende la bottiglia).

Lotte                                - Frank!

Frank                               - Cosa?

Lotte                                - (guardando la bottiglia con aria di rimpro­vero) Ancora?(Frank alza le spalle e si versa da bere) Hai sentito quel che m'ha detto Berta?

Frank                               - Caspita!

Lotte                                - Vedi che son sempre gentili con me, che hanno cura...

Frank                               - Non è merito tuo.

Lotte                                - E' tuo, allora?

Frank                               - (prende il portafoglio dalla giacca e ne estrae una piccola tessera rossa che tende alla madre con negligenza) Leggi.

Lotte                                - Sai bene che non conosco la loro lingua.

Frank                               - C'è scritto che tutte le autorità militari e civili debbono lasciar libero il titolare di com­piere la sua missione, ed eventualmente di aiutarlo... Non ci sono neanche venti persone in città ad avere una carta come questa. Comprendi, ora?

Lotte                                - (inquieta e un po' indignata) Credo... (Volgendosi a Berta che ascolta dalla soglia della camera) Cosa aspetti, per cominciare a lavorare, tu? Chiudi la porta. (Berta, con un'occhiata incerta, esce e chiude dietro di sé) Sei stato tu che hai fatto arrestare il violinista?

Frank                               - Non sapevo neanche che esistesse. Se l'ho incontrato per le scale, non ho fatto attenzione.

Lotte                                - Ed è invece purtroppo quello che cre­deranno gli inquilini e la gente del quartiere, ve­dendo quella carta.

Frank                               - E poi?

Lotte                                - Va bene che qui riceviamo degli uffi­ciali, ma non è la stessa cosa. Sono dei clienti, e non possiamo metterli fuori. La prova che non possiamo metterli fuori, è che la gente non aveva prima lo stesso atteggiamento, con noi. Magari non ci rivolgevano la parola, si scostavano, ma non erano minacciosi, eccetto forse quando ci vedevano por­tar su il carbone...

Frank                               - (tagliando corto) Cos'ha raccontato, Min­na, a proposito del dottore e dell'infermiera'? Non ero ancora sveglio del tutto.

Lotte                                - Niente di speciale. Ha detto che forse era polmonite. Non vuoi dirmi quel che è successo? Non hai fiducia in me?

Frank                               - Non è questione di fiducia.

Lotte                                - Non sono tranquilla. Da tre giorni, suo padre non la lascia un minuto, e m'aspetto da un momento all'altro che venga qui... Qualcuno ha visto uscire Sissy da casa nostra, a piedi nudi, e fuggire come una pazza. L'hai raggiunta?

Frank                               - No.

Lotte                                - Non vuoi dirmi niente?

Frank                               - Non c'è niente da dire.

Lotte                                - Quando è tornata, sola, a notte alta, sembra che avesse le scarpe.

Frank                               - Le avrà trovate dove le avevo messe. Dato che t'interessa tanto, ti dico che non volevo farle paura. Sarebbe stata capace di gettarsi nel canale, dove le fogne impediscono all'acqua di gelare. Passeggiava accanto. Ho poggiato le sue scarpe ai piedi d'un albero, gridandole che le lasciavo.

Lotte                                - Perché non me l’hai detto prima?

Frank                               - Sono affari miei.

Lotte                                - E il resto?

Franck                             - Tanto meno.

Lotte                                - L’hai fatto apposta?

Frank                               - Come sarebbe a dire che l’ho fatto apposta?

Lotte                                - L’altro ieri sei entrato nel piccolo caffè all’angolo.

Frank                               - Avevo cinque minuti di tempo. Aspettavo il tram.

Lotte                                - Sai bene che razza di gente si riunisce là. E ci odiano. Sono poveri. E hai voluto pagare ap­posta con uno di quei grossi biglietti che ti riem­piono le tasche, da qualche giorno, senza prendere il resto...

Frank                               - (impacciato) Come lo sai?

Lotte                                - M'han riportato il biglietto. Dicono che non lo vogliono. Ascoltami, Frank...

Frank                               - Devo fare il bagno.

Lotte                                - Confessa che l'hai fatto apposta. Un gior­no o l'altro, se vai avanti così, ti faranno fuori all'angolo della via. Non saresti il primo. E se la scampi ora, dopo la guerra... Basta la carta che m'hai mostrato, e scommetto che la mostri a tutti, così come mostri il tuo danaro. Dimmi... guardami... Guardami un istante negli occhi. E' per lei?

Frank                               - Neanche per idea.

Lotte                                - Per me?

Frank                               - (breve esitazione) No.

Lotte                                - Sai che ho vissuto solo per te.

Frank                               - Sì.

Lotte                                - Ah, lo capisci? Allora, fammi la grazia d'ascoltare. Non voglio rimproverarti. Non l'ho mai fatto. Ma ora, ti prego solo di seguire il mio con­siglio. Credimi, è meglio che tu non ti mostri fuori, per oggi, e anzi per qualche giorno ancora. Hai sentito quel che ha detto Berta. (Capisce che Frank non l'ascolta) A che pensi? E' lei, che ti tormenta? Suo padre la cura, il dottore viene due volte al giorno con l'infermiera. Gli inquilini han fatto una colletta e le portano ogni giorno un po' di carbone. Oggi, tutti si occupano di loro, ma quando la pic­cola si sarà rimessa, nessuno penserà più a questa storia. Anche se è una polmonite, come dicono, non dura più di tre settimane. Non è per questo che devi tormentarti. Ascoltami seriamente, una volta. Sono tua madre.

Frank                               - Perdio!

Lotte                                - Stasera, o stanotte, poiché hai una carta che ti permette di circolare liberamente, devi par­tire, e passare qualche giorno altrove. Posso trovarti una camera tranquilla. Ne ho una, in casa della sola amica che mi resta, e avrebbe solo piacere. Verrò a trovarti, a curarti. Hai bisogno di riposo.

Frank                               - No.

Lotte                                - Hai sempre fatto di tua testa.

Frank                               - Sì. Vado a fare il bagno. (Esce).

Lotte                                - (comincia macchinalmente a sparecchiare. Minna entra dalla porta per la quale è uscito Frank. Indossa un vestito molto grazioso, giovanile, le due donne si guardano; poi Minna comincia ad aiutare Lotte) Non ha detto nulla, a te? (Minna fa se­gno di no) Questa notte?...

Minna                              - E' passato per la mia camera. Aveva bevuto.

Lotte                                - Non fa altro, da qualche giorno.

Minna                              - S'è coricato accanto a me, ma non aveva voglia di far niente. Ad un tratto m'ha chiesto a bassa voce: non hai paura?

Lotte                                - (fingendo di non comprendere) Paura di che?

Minna                              - Lo sapete benissimo.

Lotte                                - E tu avevi paura?

Minna                              - Non m'interessa quel che fa, né quel che ha nella tasca del soprabito. Ha ripetuto la sua domanda molte volte. Poi ho sentito che piangeva.

Lotte                                - Sei sicura?

Minna                              - Sì. Ho voluto abbracciarlo, ma si è al­zato, furioso, ed è venuto a coricarsi qui.

Lotte                                - Lo fa apposta.

Minna                              - Come?

Lotte                                - Si direbbe che abbia voglia di mandare tutto in malora. E allora, avremo dei guai... Mi domando se non farei meglio a chiudere la casa. Come va, col ventre?

Minna                              - Meglio.

Lotte                                - T'assicuro che non sono una donna cat­tiva. E pure, tutto ricadrà su di me. Non prefe­riresti tornare dai tuoi?

Minna                              - Mio padre m'ucciderebbe.

Lotte                                - Son cose che si credono. Forse che il signor Holst ha ammazzato Sissy? Ieri, dalla fine­stra, ho visto che andava in cerca di medicine. Frank gli è passato accanto. L'ha fatto apposta, penso. Lo guardava negli occhi. E lui non ha aperto bocca.

Minna                              - Non sono Sissy.

Lotte                                - (si alza vivamente, sentendo dei passi nel corridoio) Qualcuno... non è un cliente... Non verrebbe di là. (S'aggiusta un po') Lasciami. (Bat­tono alla porta. Minna esce. Entra un uomo di mezza età, calmo e austero. Ha un aspetto severo, ma non minaccioso).

Il Commissario                - Buongiorno, Lotte.

Lotte                                - Buongiorno, signor commissario... Entrate. Accomodatevi, prego... E' molto tempo che non ve­nite. Volete togliervi le soprascarpe?

Il Commissario                - Grazie. Son solo di passaggio.

Lotte                                - Un bicchierino?

Il Commissario                - (accettando tacitamente) Il tem­po è migliore. E tra qualche giorno, certo, avremo una schianta.

Lotte                                - (tanto per parlare) Allora, sempre molto lavoro?

Il Commissario                - Questi signori ce ne danno abbastanza, ma poi si lagnano che non siamo ze­lanti. E' vero che, spesso, quando arrestiamo qual­cuno, ci obbligano a rilasciarlo, senza spiegazioni. Ci capite qualcosa?

Lotte                                - Capisco quel che volete dire.

Il Commissario                - Sono mesi, ad esempio, che avremmo dovuto far chiudere il locale di Timo... (Si guarda intorno con aria innocente) E altri luo­ghi, anche, non precisamente in regola con la legge. Ma non si sa mai quel che vogliono, questi signori. Hanno le. loro opinioni, che non ci riguardano. Forse la sanno più lunga di quanto lasciano ve­dere...

Lotte                                - (spaventata) Credete?

Il Commissario                - Arrestano certa gente, e ne lasciano libera altra, senza una ragione apparente. Bene, Lotte, quant'è che ci conosciamo?

Lotte                                - Frank ha vent'anni... dunque...

Il Commissario                - (secco) Un bel mucchio di tempo, comunque.

Lotte                                - Un altro bicchierino?

Il Commissario                - Frank è in casa?

Lotte                                - Sta facendo il bagno.

Il Commissario                - A quest'ora? E' vero, magari, che ha l'abitudine di rincasare tardi. Dovrebbe però rendersi conto che le strade non son sicure, di notte... (Vede la porta che si muove, ma continua come se niente fosse) Anche nel quartiere, che è gene­ralmente tranquillo, accadono certe cose... Accadono un po' dappertutto. Anche in campagna. Leggete ' il giornale, Lotte? (La porta si apre del tutto, e Frank compare, vestito, con i capelli ancora umidi. Lancia al commissario un'occhiata diffidente e aggressiva) Buongiorno, Frank. Ero le mille miglia lontano dal pensare di trovarvi qui.

Frank                               - Perché?

Il Commissario                - M'avevan detto che eravate fuori città.

Frank                               - Io?

Il Commissario                - La gente chiacchiera, sapete. E noi siamo obbligati ad ascoltarla; è il nostro me­stiere. Per fortuna, con un orecchio solo, però. Al­trimenti finiremmo col mettere in galera mezzo mondo.

Frank                               - E' un vero peccato.

Il Commissario                - Cosa è peccato?

Frank                               - Che ascoltiate con un orecchio solo.

Il Commissario                - Perché, vi piacerebbe essere arrestato?

Frank                               - Da voi, soprattutto.

Lotte                                - Frank! Sai bene che non possono arre­starti. (Meraviglia del commissario. Lotte gioca tutto per tutto) Con la carta che hai...

Frank                               - Appunto.

Lotte                                - Che vuoi dire?

Frank                               - Quel che ho detto. (Si serve da bere, e tende il bicchiere verso il commissario) Alla vostra salute, signore.

Il Commissario                - Credevo veramente che foste in campagna.

Frank                               - Non ho mai avuto intenzione d'andarci.

Il Commissario                - Male. Vostra madre, Frank, è una buona donna, in fondo.

Frank                               - E' la vostra opinione?

Il Commissario                - So quel che dico. Vostra ma­dre è una bravissima donna, e avreste torto a du­bitarne.

Frank                               - Dubito di tante cose, guardate voi!

Il Commissario                - Quanti anni hai, ragazzo mio?

Frank                               - Premesso che spero di non essere il vo­stro ragazzo, dirò che ho quasi vent'anni; un'età della quale si parla molto, nei libri. E ora permettete a me di farvi una domanda. Voi siete commissario di polizia, se non sbaglio.

Il Commissario                - Commissario di divisione, per esser preciso.

Frank                               - Da quanti anni appartenete alla questura?

Il Commissario                - Ventotto, nel febbraio pros­simo.

Frank                               - Potrei essere vostro figlio, veramente. Vi devo rispetto. Ventotto anni, a far sempre lo stesso mestiere... L'è lunga, signor Hamling. (Riempie i bicchieri, e ne porge uno al commissario) Alla vo­stra salute.

Il Commissario                - Alla vostra, ragazzo.

Frank                               - Ai vostri vent'anni di buoni e leali ser­vigi.

Il Commissario                - (senza aver l'aria di notare l'ironia di Frank, vuota il suo bicchiere, si alza e prende il cappello) Mia cara Lotte, è ora che me ne vada, perché un sacco di gente m'aspetta in ufficio... (Fin­ge d'avviarsi) In realtà, l'altro ieri, hanno arrestato qualcuno, in questa casa, un violinista, credo... Ma non si sa mai che idee abbiano in testa, quei signori. Non mi meraviglierei se scorgeste dalla finestra due personaggi in abito civile, che han l'aria di non saper cosa fare. Io non li conosco... non sono dei nostri... Forse lo stabile ha una seconda uscita... Può esserci. Succede spesso che gli. stranieri non ci pensino. In campagna, la neve è meno sporca di qui. Buonasera, Lotte. (Esce. Lotte si precipita alla finestra; Frank è immobile. Poi Lotte corre nella camera vicina, ritorna con il soprabito di Frank, ritira dalle tasche i fasci di biglietti e la rivoltella e apre lo sportello della stufa per gettarvi dentro il danaro; Frank fa un salto e lo riprende).

Lotte                                - Hamling ha detto la verità! Sono fuori! Sul marciapiede di fronte... t'aspettano! (Frank infila tranquillamente il soprabito, e rimette in tasca i biglietti e la pistola) Sei pazzo!... Frank! (Frank, con il cappello in testa, s'avvia verso la porta) Per pietà! (Chiama) Minna! Minna! Digli che... (Minna compare, ma Frank è già uscito, ed ha chiuso la porta) ... Ci sono due uomini che l'aspettano sul marciapiede di fronte... vogliono arrestarlo... (Guar­da fuori, con le mani aggrappate alla tenda, insie­me a Minna. Berta entra, con una scopa in mano).

Berta                                - Che diavolo succede, ancora?

Lotte                                - (aggrappandosi alla spalla di Minna, che fa segno a Berta di tacere) Gli parlano... (Non osa più guardare. A Minna) Cosa fanno?

Minna                              - Quello con i baffi ha preso qualcosa dalla tasca di Frank... Frank accende una sigaretta... Camminano verso l'angolo della via...

Lotte                                - Cosa fanno?

Minna                              - Aspettano, davanti al caffè. (Pausa) Sal­gono sul tram... (Pausa) Il tram parte... Non si ve­dono più.

ATTO TERZO

QUADRO PRIMO

Una scuola nuova, in un quartiere nuovo della pe­riferia, per bambini, trasformata dall'esercito inva­sore in prigione supplementare. Una piccola casa nel cortile, un tempo studio del preside, è ora l'uf­ficio del vecchio signore, dove si svolgono gli inter­rogatori. La scena rappresenta quindi una camera molto semplice, dai muri crudamente bianchi. Una scrivania in legno chiaro, un cestino, una cassa­forte, uno schedario metallico. Un banco da scuola contro il muro. Una sola porta che dà nell'antica­mera. Una o due finestre, a traverso le quali si vede la candida luce della neve. Tutt'al più, il pro­filo nero di un albero spoglio. (All'alzarsi del sipario, il vecchio signore è seduto allo scrittoio. Non ha l'aria di un comandante, ma d'un funzionario che aspetta con una certa impa­zienza l'ora d'andare a mangiare. Non porta l'uni­forme, ma è vestito di nero, giacca un po' troppo attillata, colletto troppo alto, cravatta male anno­data; sembra strozzato nei suoi abiti. Occhiali con lenti molto spesse. Arrotola le sue sigarette con del tabacco che prende da una scatoletta di latta. Dà l'impressione d'esser poco curato. Frank entra, pre­ceduto da un soldato con la pistola in pugno, se­guito da un altro soldato, anche con la pistola, che richiude la porta. Il primo soldato indica a Frank il banco).

Primo Soldato                 - Là. (Frank indossa il suo sopra­bito, sgualcito. Non ha cravatta ne lacci alle scarpe. Si vede che ha dormito vestito. E' smagrito, febbricitante, cerca di capire con una certa ansietà e s'af­fretta a spiegare.' Invece di sedersi, s'avvicina al vecchio signore che non alza neppure la testa e con­tinua a scrivere. Il soldato gli sbarra la strada) Ho detto là!

Frank                               - (si siede, si rialza, si risiede, rivolgendosi tuttavia al vecchio signore) Spero che m'inter­rogherete, finalmente. Da tre settimane son qui, e nessuno mi permette di spiegare... (Il vecchio si­gnore resta imperturbabile. Il soldato, che gli mani­ festa un rispetto timoroso, fa segno a Frank di ta­cere. L'altro soldato resta di sentinella davanti alla porta. Dopo una pausa, il vecchio signore estrae un cipollone d'argento, lo carica e si alza. Anche Frank si alza) Suppongo (Il vecchio si­gnore, che l'ignora sempre, va alla cassaforte, la apre, con una chiave appesa alla catena dell'oro­logio, tira fuori una specie di fazzoletto che con­ tiene diversi oggetti, lo pone sullo scrittoio e ri­chiude la cassaforte. Guarda di nuovo l'orologio, da uomo abituato alla puntualità, ma senza impazienza. Si sente il rumore di un'automobile, dello sbat­tere d'una porta, e di passi pesanti sulla neve. Qualcuno attraversa l'anticamera. I due soldati battono i tacchi. Il Comandante entra, e il vecchio si­gnore, dopo averlo salutato senza una parola, pren­de alcune carte dallo scrittoio ed esce. Il Coman­dante è un uomo brizzolato, molto curato, che sa vivere; e quando vuole, sa esser seducente. Stivali magnifici, uniforme di stoffa fine. Si sfrega le mani, si toglie il cappotto, il berretto, dando un'occhiata a Frank che si era alzato, ma che il primo soldato ha fatto nuovamente sedere. Poi si riscalda le mani sulla stufa, accende un sigaro, e sbottona un po' la giacca per essere più a suo agio. E' evidente che s'è svegliato di buon umore e che quel lavoro gli pia­ce. Con un gesto ordina poi ai soldati di uscire e chiude la porta dietro di loro. Esamina infine Frank con simpatia intinta d'ironia protettrice).

Il Comandante                - (sempre in piedi) Friedmaier, vero?

Frank                               - E' il mio nome.

Il Comandante                - (si siede allo scrittoio, e dà un'oc­chiata a un foglio preparato per lui) Siediti, Friedmaier. (Frank, malgrado l'impazienza, si sie­de. Il Comandante apre il fazzoletto e mette in or­dine gli oggetti seguenti: una pistola, alla quale non presta attenzione e che poggia in un angolo; un astuccio per sigari, dal quale ne prende uno che annusa apprezzandone evidentemente la qua­lità. Sta per poggiarlo accanto alla pistola, ma poi si alza e offre il sigaro a Frank).

Frank                               - (rifiutando) Grazie... Devo spiegarvi...

Il Comandante                - Mi spiegherai subito, va bene?(In piedi, estrae ancora dal fazzoletto un mazzo di chiavi, un accendisigari, un temperino, e infine un portafoglio dal quale prende la tessera rossa, che non sembra impressionarlo).

Frank                               - Sapete cosa significa, quella carta?(Il Comandante la strappa e va a gettarla nella stufa. Torna poi allo scrittoio, estrae ancora dal fazzoletto un fascio di biglietti di banca, che esamina lenta­mente, e va poi a mettersi con le spalle contro la stufa).

Il Comandante                - Sai dove sei ora?

Frank                               - In una scuola.

Il Comandante                - (divertito) Bravo! In una scuola. Un strana scuola, no? Non è una prigione: è una scuola. Cos'hai notato, in questa scuola?

Frank                               - (sconcertato, cerca di capirlo e di tenergli testa) M'han chiuso solo in un'aula.

Il Comandante                - Ecco. Sei un ragazzo intelli­gente. Hai capito a volo. T'hanno dato un'aula tut­ta per te. Ed era, prima, una classe di almeno cin­quanta scolari. Ecco! Solo. E cosa c'è nelle altre aule?

Frank                               - Altri prigionieri.

Il Comandante                - Molti prigionieri?

 

Frank                               - Dalle voci, ne ho contato almeno quin­dici.

Il Comandante                - Ecco. Almeno quindici, in un'aula, e tu invece, tutto solo! E pure c'è una prigione in città, grandissima prigione, con celle vere e sbarre di ferro.

Frank                               - Suppongo che sia piena.

Il Comandante                - Può darsi che sia piena, ma si trova sempre un posto per un uomo solo. Tuttavia, non t'han condotto in prigione. Ecco! (Frank, dal suo posto, guarda qualcosa fuori, dalla finestra, e sembra che non l'ascolti più. Il Comandante segue il suo sguardo) E' una donna, no? Una donna che mette ad asciugare la biancheria alla finestra, là in alto, al terzo piano. In una prigione, non si pos­sono vedere le donne che s'affacciano alla finestra. E tu non sei in una vera prigione. La donna ha un bambino, lo si vede dalla biancheria. Fors'anche un marito che ritorna ogni sera e che va via al mattino, portandosi la colazione in una scatola di latta. Ha un marito, vero, Friedmaier?

Frank                               - (a malincuore) Sì.

Il Comandante                - Li vedi, dalla tua aula? E la sera, si vedono anche le due ombre che s'avvicina­no dietro alla tenda?(Frank annuisce) Forse anche il marito sarà arrestato, un giorno. (Passeggia, fuma il sigaro con voluttà, poi torna a mettersi con le spalle alla stufa) Hai contato i giorni, Friedmaier?

Frank                               - Ventisette.

Il Comandante                - Come li hai contati?

Frank                               - Segnando delle linee col gesso, sulla la­vagna.

Il Comandante                - Come uno scolaro, bravo. Sei ancora uno scolaro. E durante ventisette giorni hai avuto solo voglia di parlare con qualcuno, di par­larmi... (Pausa. Si ferma davanti a Frank e gli sof­fia in viso il fumo; il suo tono diventa subito più violento) Per dirmi cosa?

Frank                               - Non so di cosa mi si accusi.

Il Comandante                - Non sai di cosa ti si accusi, vero? E son ventisette giorni e ventisette notti che te lo chiedi... (Pensando a un'altra cosa) T'hanno bastonato?

Frank                               - Non me.

Il Comandante                - Hanno bastonato degli altri?(Frank annuisce) Li hai visti? »

Frank                               - Ho sentito.

Il Comandante                - E cosa hanno fatto ancora?

Frank                               - Altri li hanno fucilati. Ne fucilano qua­si ogni mattina.

Il Comandante                - Quanti ne hanno fucilati?

Frank                               - Ne ho contati venticinque che sono pas­sati davanti alla mia finestra, proprio al levar del sole.

Il Comandante                - Sempre, al levar del sole. E' ancora buio. Fa freddo. Camminano in fila. Cosa facevano, passando?

Frank                               - Alzavano il colletto del cappotto.

Il Comandante                - Tutti?

Frank                               - Tutti.

Il Comandante                - Perché avevano freddo, den­tro. E cosa facevano, ancora? Cantavano?

Frank                               - Alcuni cantavano, altri urlavano.

Il Comandante                - E' lo stesso. Urlavano o can­tavano. Ecco! E nessuno di quelli era stato giudi­cato. Quelli della vera prigione, in città, vengono giudicati, perché hanno fatto cose che si possono giudicare. Qui invece, c'è solo il vecchio signore che decide, senza render conto a nessuno. Come il preside d'una scuola, vero? Ed ha proprio l'aria d'un preside. Non lo conosci ancora. Non t'ha an­cora parlato. Forse non ti parlerà mai. Ed è meglio che non ti parli mai, che non si occupi di te. Per questo son venuto.

Frank                               - (amaro e lucido) Dopo avermi fatto a-spettare ventotto giorni per rendermi più malleabile.

Il Comandante                - (ammettendo) Ecco! Bisogna sempre lasciare agli altri il tempo di riflettere. Si riflette molto bene quando si è soli. Ed ora, son venuto. (Cambiando tono) Allora, amico mio, cos'è che dicono?

Frank                               - Chiedo solo di poter rispondere alle vo­stre domande.

Il Comandante                - Ecco! A quali domande, eh? Scommetto che non ne hai la minima idea.

Frank                               - No.

Il Comandante                - Non sai quel che hai fatto?

Frank                               - Non so di cosa m'accusino.

Il Comandante                - Ecco! Ecco! E tu vorresti sa­pere proprio quello che vorremmo sapere noi. E' così?

Frank                               - E' così.

Il Comandante                - Perché, forse, sai anche altre cose?

Frank                               - Non so niente.

Il Comandante                - Niente del tutto! Non sai pro­prio niente del tutto! Non è, scusa, nelle tue ta­sche, che han trovato questi?(Mostra il fascio di foglietti di banca) E' una sciocchezzuola, vero?

Frank                               - Danaro.

Il Comandante                - Danaro, sì. Molto, molto, mol­to danaro.

Frank                               - Me lo son guadagnato.

Il Comandante                - L'hai guadagnato, ecco! Ma quando si guadagna del danaro, c'è sempre una banca, o qualcuno, che lo procura. No? E io, semplicemente, voglio sapere chi te l'ha dato, questo danaro. E' facile. Non hai che da dirmi il nome. Ecco! (Lunghissima pausa) Non hai che da dirmi il nome.

Frank                               - Non lo so.

Il Comandante                - Non lo sai?

Frank                               - L'avrò avuto da molte parti.

Il Comandante                - (ironico) Vero?

Frank                               - Faccio un po' di commercio.

Il Comandante                - (c.s.) Vero?

Frank                               - Qua e là. Si scambia il danaro; e non si prende nota di chi...

Il Comandante                - (improvvisamente duro, furioso, colpendo lo scrittoio con un regolo) No! (Af­ferra uno dei biglietti, va verso Frank, e l'obbliga ad alzarsi. La sua voce, ancora sorda, è minacciosa) Non importa di che danaro si tratti, vero? Danaro che si prende qua e là e che si ficca in tasca senza darsi la pena di guardarlo vero?!

Frank                               - (spaventato) Sì.

Il Comandante                - No! (Lo prende per una spal­la e lo trascina dinanzi ai vetri; Frank macchinal­mente alza, la testa verso la finestra dove era ap­parsa poco prima la donna) Non si tratta della biancheria che s'asciuga, né della donna che sta sti­rando... Guarda qui, Friedmaier. (Distende un bi­glietto contro il vetro) E dimmi se è danaro qual­siasi... Avvicina il viso... Non aver paura.

Frank                               - Non ho paura.

Il Comandante                - Non hai paura, ma tremi tut­to. Guarda bene. Nell'angolo sinistro. Piccoli bu­chi, come fatti con uno spillo, vero? Sei piccoli bu­chi. Ecco! E i piccoli buchi formano un disegno. Ci sono gli stessi piccoli buchi in tutti i biglietti che si trovavano nella tua tasca e in quelli che hai speso.

Frank                               - (stupefatto, comprende che si tratta d'un dettaglio della massima importanza) Non lo sapevo.

Il Comandante                - Non lo sapevi, vero?

Frank                               - No, vi giuro che non lo sapevo.

Il Comandante                - (tornando allo scrittoio) Ma io sì.

Frank                               - Cosa significano, quei piccoli buchi?

Il Comandante                - lo so. Ed è per questo che è indispensabile che tu dica da chi hai avuto que­sti biglietti.

Frank                               - L'ignoro.

Il Comandante                - No.

Frank                               - Vi do la mia parola...

Il Comandante                - I biglietti son stati rubati.

 Frank                              - Non da me.

Il Comandante                - Non da te, lo so. (Frank non capisce più niente. Guarda ancora verso la donna della finestra e il Comandante cerca nuovamente di tentarlo) Ci sono molte altre finestre, nella città, e altre donne che stendono la biancheria ad asciu­gare, e uomini che rientrano alla sera, per man­giare... Invece, in questa scuola, c'è un vecchio si­gnore che giudica da solo, che è il solo padrone del destino di coloro che aspettano nelle aule... Se ti do al vecchio signore, Friedmaier, nessuno potrà riprenderti, neanch'io; e per te non ci sarà mai più una città, né strade, trams, vetrine, né finestre con donne, né ragazze, né cinema... Durerà forse due giorni, o sei mesi, un'ora o un anno. Capisci, Fried­maier?

Frank                               - (come stregato) Capisco.

Il Comandante                - E tutto finisce alla solita ma­niera, perché non potrebbe finire diversamente. E tu lo sai, come finisce. E' una strana scuola, que­sta... (Guardando i biglietti) Devi ben parlare, perché so dove questo danaro è stato rubato. (Lenta­mente) Dalla cassaforte del mio ufficio, alla quale possono avvicinarsi solo alcuni ufficiali dello Stato Maggiore.

Frank                               - (comprende che la sua situazione è dispe­rata, e parla a fior di labbra, quasi senza sapere quel che si dice) Mi dispiace...

Il Comandante                - Ti dispiace per quello che hai fatto, no?

Frank                               - (freddo e deciso) Mi dispiace. E niente altro.

Il Comandante                - Cosa ti dispiace?

Frank                               - Mi dispiace per voi, perché non ho nien­te da dire.

Il Comandante                - Te lo dico io invece: rimpian­gi solo di non aver saputo a tempo che noi face­vamo quei piccoli buchi sui biglietti. Vero?

Frank                               - Non so.

Il Comandante                - Rimpiangi d'aver mostrato quel danaro a mezzo mondo.

Frank                               - Non so.

Il Comandante                - E ora, di saperne troppo. Ecco. Rimpiangi di saperne troppo, Friedmaier. E tra po­co, ti dispiacerà di non aver parlato. (Va e viene, incapace di dominarsi; Frank, ermetico, guarda la finestra. Pausa molto lunga). Ti ricordi, ora; ci scommetto. Stai per ricordarti.

Frank                               - No.

Il Comandante                - Ma sì. Ne sono sicuro.

Frank                               - No.

Il Comandante                - Ma sì. (Si sforza di sorridere, come per scherzare) Un tal mucchio di biglietti da mille! (Feroce) Ti ricordi, Friedmaier.

Frank                               - No.

Il Comandante                - Alla tua età, si finisce sempre con il ricordare.

Frank                               - No.

Il Comandante                - Friedmaier, sei una carogna.

Frank                               - Lo so.

Il Comandante                - Friedmaier, tu parlerai.

Frank                               - No.

Il Comandante                - Friedmaier... (La collera gli sa­le al viso. Non si controlla più. Con il regolo in : mano s'è avvicinato a Frank e gli parla quasi sul volto. Ad ogni parola Frank fa segno di no) Fried­maier... Friedmaier... (Improvvisamente, perdendo il controllo sferza il viso di Frank con un colpo di regolo; Frank non si muove, non batte ciglio, non porta neanche la mano alla faccia. Subito il Co­mandante si calma, quasi stupefatto del proprio ge­sto. Va allo scrittoio, dove poggia il regolo, e fa qualche passo in silenzio. Poi, un po' vergognoso, riabbottona l'uniforme, indossa il cappotto e pen­de il berretto. Quasi a voce bassa) Non ritornerò più. Ti do al vecchio signore. (Apre la porta e fa segno ai soldati di rientrare; poi esce. Il vecchio si­gnore entra dopo una pausa, va a sedersi allo scrit­toio, sempre senza guardare Frank, e riordina con cura gli oggetti sparsi. Quando alza gli occhi, vede che Frank guarda fissamente dalla finestra, guarda a sua volta nella medesima direzione, sembra ca­pire ma non manifesta alcun sentimento).

Il vecchio Signore           - Sedetevi. (Un soldato resta in piedi accanto a Frank, l'altro è sulla por­ta, e tutti e due hanno la pistola in mano, indif­ferenti. E' la solita storia che comincia da capo. Appena Frank accenna a sedersi al banco, il vec­chio signore che s'è già chinato sulle sue carte, gli indica uno sgabello accanto allo scrittoio) Non là. Qui. (Frank siede, il vecchio signore sfoglia la sua cartella e parla con voce monotona, ma mol­to tagliente) Vi chiamate Frank Friedmaier, figlio di Lotte Friedmaier, prostituta, e avete vent'anni...

QUADRO SECONDO

Stessa scena del primo quadro. I personaggi sono al medesimo posto, e il sole penetra dalla finestra, che può anche essere aperta. Frank non indossa più il soprabito, ma una giacchetta consumata. In terra, c'è un pacco aperto del quale non si vede il contenuto.

(Frank è molto più calmo. La sua tensione nervo­sa è scomparsa. Sembra distaccato dal mondo, ma senza amarezza; continua a guardare spesso verso la finestra dove nel quadro precedente s'affaccia­va la donna, e si sente che cerca la sua immagine dolce e familiare. Sullo scrittolo, un mucchietto di carte con delle note scarabocchiate dal vecchio signore. Durante l'interrogatorio, questi prende a volte, come per caso, uno dei foglietti, vi dà una occhiata, e fa le domande con voce sempre ugua­le, ripulendo gli occhiali o arrotolandosi una si­garetta).

Il vecchio Signore           - Vostra madre ha manda­to un altro pacco: sardine, salsicce, sapone e cal­ze nuove. Forse ve lo darò tra poco.

Frank                               - Vi ringrazio.

Il vecchio Signore           - (esitando, come per sapere su qual punto Insisterà nell'Interrogatorio, prende uno dei foglietti, dandovi un'occhiata) Conoscete un certo Fred Kromer?

Frank                               - E' la diciannovesima volta che me lo , chiedete, e m'avete fatto scendere cinque volte, senza soprabito, nel colmo della notte, per ripe­tere la vostra domanda.

Il vecchio Signore           - (come se Frank parlasse a un sordo) Non avete mai incontrato qualcuno che si chiami così?

Frank                               - Non me ne ricordo.

Il vecchio Signore           - Frequenta comunque i vostri stessi luoghi, gli stessi ristoranti, gli stessi bar.

Frank                               - E' possibile.

Il vecchio Signore           - Siete sicuro di non aver mai bevuto con lui, da Timo?

Frank                               - Ho bevuto con molta gente, da Timo.

Il vecchio Signore           - Compreso un certo uffi­ciale, che è morto, e del quale vedo qui la pistola.

Frank                               - Riguardo a questo, m'avete già inter­rogato.

Il vecchio Signore           - Riguardo a molte cose. Vi piace fare delle scampagnate?

Frank                               - Non so cosa vogliate dire.

Il vecchio Signore           - Non avete mai fatto delle scampagnate con amici e amiche?

Frank                               - Non me ne ricordo.

Il vecchio Signore           - Ecco tuttavia una foto­grafia in cui vi si riconosce perfettamente. E forse vi ricorderete chi diavolo è il vostro amico in ma­niche di camicia, occupato ad abbracciare una signorina. (Pausa) La signorina si chiama Lili, e suo padre distribuisce i tagliandi del carbone al muni­cipio... il giovane si chiama Kromer. (Frank resta Impassibile. Senza insistere, il vecchio signore pren­de un altro foglietto) Parliamo della vostra amica Berta.

Frank                               - Ho già dichiarato che non è la mia amica.

Il vecchio Signore           - Non lo è più perché ha lasciato vostra madre il giorno stesso dell'arresto. Mi domando perché in casa vostra, quel giorno, si son sentite tante urla che gli inquilini si son spa­ventati.

Frank                               - Non c'ero.

Il vecchio Signore           - Andavate a letto con Ber­ta, vero?

Frank                               - Mi è successo.

Il vecchio Signore           - Spesso?

Frank                               - Una volta, due o tre, per settimana. Se­condo i casi.

Il vecchio Signore           - L'amavate?

Frank                               - No.

Il vecchio Signore           - E pure andavate a letto con lei.

Frank                               - Se mi comodava.

Il vecchio Signore           - E le parlavate?(Frank fa segno di no) Andavate a coricarvi con lei e non parlavate?

Frank                               - Beh, il minimo indispensabile.

Il vecchio Signore           - Cioè?

Frank                               - Non so.

Il vecchio Signore           - Non vi capitava di par­lare di quel che avevate fatto nella giornata?

Frank                               - No.

Il vecchio Signore           - Né le domandavate nien­te, di quel che aveva fatto lei?

Frank                               - Ancora meno.

Il vecchio Signore           - Non le chiedevate degli uomini che dormivano con lei?

Frank                               - Non ero geloso.

Il vecchio Signore           - Vostra madre riceveva degli ufficiali, dei funzionari...

Frank                               - E' possibile.

Il vecchio Signore           - Eravate spesso in casa, du­rante queste visite?

Frank                               - Credo di sì.

Il vecchio Signore           - Siete giovane e curioso.

Frank                               - Sono giovane ma non curioso. E tanto meno vizioso.

Il vecchio Signore           - Avete degli amici e delle relazioni. E' molto interessante sapere quel che di­cono gli ufficiali.

Frank                               - Mai, per me. (Risponde macchinalmente, pensando ad altro, perché guarda ancora fuori dalla finestra. Il vecchio signore segue il suo sguardo e Frank ne approfitta) Perché avete arrestato il ma­rito di quella donna?

Il vecchio Signore           - Avete visto?(Frank an­nuisce) Forse un giorno arresteremo anche la donna.

Frank                               - Hanno un bambino.

Il vecchio Signore           - Molta gente ha un bam­bino. Vostra madre ha avuto un bambino, una volta. Berta avrebbe potuto avere un bambino, anche da voi. E anche Anna Loeb. (Ha preso un'altra carta) Conoscete Anna Loeb?

Frank                               - Me ne avete parlato alle tre del mat­tino, invece di lasciarmi dormire, e vi ho risposto che conoscevo solo la birra Loeb, per la quale han fatto la pubblicità perfino sul tram.

Il vecchio Signore           - Vi domando se conoscete Anna Loeb.

Frank                               - No.

Il vecchio Signore           - Pure è stata una pensio­nata di vostra madre. La chiamavate Anny, se non mi sbaglio.

Frank                               - Forse avete ragione. Non so. Ma di so­lito ignoriamo il nome di famiglia di quelle ra­gazze.

Il vecchio Signore           - (mostrandogli la fotografia) La riconoscete?

Frank                               - Non ne sono sicuro.

Il vecchio Signore           - Ha dichiarato d'essere an­data a letto con voi.

Frank                               - E' possibile.

Il vecchio Signore           - Quante volte?

Frank                               - Non le ho contate.

Il vecchio Signore           - Perché l'avete portata da vostra madre?

Frank                               - Non l'ho portata io, da mia madre.

Il vecchio Signore           - Allora, chi l'ha portata? Volete dire che è venuta di testa sua?

Frank                               - Beh, non è incredibile... Serve a qual­cosa, continuare?

Il vecchio Signore           - Continuare a parlare di lei?

Frank                               - Di lei e di tutto. Sono almeno sette set­timane che m'interrogate una volta il giorno, spesso due o tre volte, e mi svegliate anche di notte. E sempre per chiedermi le stesse cose.

Il vecchio Signore           - (come se non avesse sentito) Se Anna Loeb s'è presentata a casa vostra, l'ha fatto perché vi conosceva e sapeva di trovare un rifugio.

Frank                               - Un rifugio?

Il vecchio Signore           - Volete dire che ignorate il passato di Anna Loeb?

Frank                               - Sapevo appena il suo nome e ignoravo anche che fosse la figlia del birraio.

Il vecchio Signore           - Chi l'ha mandata da voi? J

Frank                               - Nessuno.

Il vecchio Signore           - Vostra madre l'ha accettata senza raccomandazione?

Frank                               - Era una bella ragazza e faceva l'amore. Mia madre non domandava di più.

Il vecchio Signore           - Eravate innamorato?

Frank                               - No.

Il vecchio Signore           - E lei?

Frank                               - Non credo.

Il vecchio Signore           - Di cosa vi parlava?

Frank                               - Non parlavamo.

Il vecchio Signore           - Come passava il tempo?

Frank                               - Leggendo delle riviste.

Il vecchio Signore           - Che voi le procuravate?(Frank fa segno di no) Come se le procurava? Usciva?

Frank                               - Ora che mi ci fate pensare, credo che non sia mai uscita.

Il vecchio Signore           - Perché?

Frank                               - L'ignoro. E' rimasta da noi una setti­mana o due.

Il vecchio Signore           - Si nascondeva?

Frank                               - Non me n'è mai venuto il sospetto.

Il vecchio Signore           - Da dove venivano quelle riviste? Chi le imbucava le lettere?

Frank                               - Nessuno, suppongo.

Il vecchio Signore           - Non vi ha mai chiesto d'impostarle una lettera?

Frank                               - No.

Il vecchio Signore           - Né di trasmettere un mes­saggio?

Frank                               - No.

Il vecchio Signore           - Andava a letto con i clienti?

Frank                               - Per forza.

Il vecchio Signore           - C'era qualcuno che veniva apposta per lei? N

Frank                               - Dovreste chiederlo a mia madre, questo.

Il vecchio Signore           - L'ho già fatto.

 Frank                              - E cos'ha risposto?

Il vecchio Signore           - (ignorandolo) Non l'hanno mai chiamata al telefono?

Frank                               - C'è un solo apparecchio, in casa : quello del portinaio.

Il vecchio Signore           - So. (Mostrando una foto­grafia) Avete già visto quest'uomo?(Cenno negativo di Frank) E questo?(c. s.) E questo?(c. s.) Sono ufficiali.

Frank                               - Lo vedo dall'uniforme.

Il vecchio Signore           - Sapevate che Anna Loeb era ricercata?

Frank                               - Non ne ho mai sentito parlare.

Il vecchio Signore           - Sapevate che suo padre è stato fucilato?

Frank                               - Sapevo del birraio; ma ignoravo che fosse suo padre.

Il vecchio Signore           - E pure, s'è rifugiata in casa vostra, quando il padre viveva ancora. E suo pa­dre lo sapeva. Come vi ha lasciati?

Frank                               - Una mattina, credo; e io, la sera prima avevo bevuto. Non so altro.

Il vecchio Signore           - Avevate bevuto da Timo? Con Kromer?

Frank                               - Con molta gente.

Il vecchio Signore           - Prima di rifugiarsi da voi, Anna Loeb è stata l'amante di molti ufficiali, che sceglieva con cura. Suo padre lo sapeva; forse l'in­coraggiava. Ci hanno fatto molto male.

Frank                               - Non ho niente da dire.

Il vecchio Signore           - Neanche su Kromer? Né su di un certo Adler che vi ha accompagnato a prendere gli orologi e guidava il camioncino'?

Frank                               - Non so di che diavolo parliate.

II vecchio Signore           - Adler era stato preso a lavorare per noi e ad indagare sull'attività clande­stina, proprio con il camioncino che era attrezzato per questo. Poi abbiamo saputo che lavorava con­ temporaneamente per un'altra potenza. Quando l'ab­biamo arrestato, ha cercato di scappare. Ma prima d'essere fucilato, dieci giorni fa, ha cantato, e molto. Hanno lavorato come si deve, con lui.

Frank                               - Aspetto che facciate la stessa cosa con me.

Il vecchio Signore           - Forse non sarà necessario. C'è tempo. (Guarda l'orologio) E finiremo col met­tere le mani sull'amico Kromer. Suppongo che vi consideriate un eroe.

Frank                               - No.

Il vecchio Signore           - Cosa, allora?

Frank                               - Un farabutto.

Il vecchio Signore           - E io credevo che i fara­butti parlassero, se trattati in un certo modo.

Frank                               - (semplicemente) Provate.

Il vecchio Signore           - Vi farebbe piacere veder vostra madre?

Frank                               - No. E' già venuta due volte.

Il vecchio Signore           - E vi ha dato fastidio?(Frank alza le spalle e guarda dalla finestra) Le visite non vi piacciono. Bene, (Pausa) Vostra madre è qui, con Minna. Ho deciso di farla entrare. (Si alza, fa un cenno a uno dei soldati, che fa entrare le due donne. Lotte è in tailleur e cappello bianco. Minna è intimidita).

Lotte                                - (vedendo il pacco in terra) T'han dato il pacco, Frank. E' il meglio che ho potuto trovare, in fatto di calzini. La prossima volta, se il signore permette, ti porterò delle camicie. Ho fatto venire Minna, che parla sempre di te, e il signore ha avuto la gentilezza di lasciarla entrare. (Frank, impacciato, guarda alternativamente le due donne).

Minna                              - Buongiorno, Frank.

Lotte                                - Hai buona cera. Sono felice che mi ab­biano autorizzato a mandarti qualcosa da mangiare... (Il vecchio signore si è rimesso a sfogliare la car­tella con indifferenza) Bisogna che ti parli, Frank. Non aver paura... (Frank batte le ciglia) Ho molto riflettuto in sei settimane...

Frank                               - Sette.

Lotte                                - Già. Spero che non duri ancora a lungo. Vedi, Frank, se hai fatto qualcosa di male, o anche di molto grave, l'hai fatto perché ti sei lasciato trascinare. Ti conosco troppo bene... Ho avuto il torto di lasciarti frequentare degli amici più an­ziani di te... E in quest'ultimo tempo, delle per­sone serie m'han consigliato...

Frank                               - Chi?

Lotte                                - Per esempio Hamling, il commissario. So che non ti piace e hai torto. Capirai più tardi. E' un vecchio amico, probabilmente il mio più vecchio amico. M'ha conosciuto quand'ero una ragazza, e se non fossi stata stupida come tutte le ragazze... Si è sempre interessato di noi, di te...

Frank                               - (interrompendola) Bene.

Lotte                                - (seguendo la sua idea) Ti conosce meglio di quanto tu creda. E' persuaso anche lui che ti sei lasciato influenzare, ma che non vorrai confessarlo, per orgoglio. E, come ha detto molto bene, sarebbe un falso puntiglio d'onore.

 Frank                              - Non ho onore di nuovo il permesso di portarti un pacco; cosa vuoi che ci metta?

Frank                               - (sta per rispondere una volgarità, ma si trat­tiene) Quel che vuoi.

Lotte                                - Non è giusto che tu paghi per gli altri, capisci? Anch'io, senza volerlo, t'ho fatto molto ma­le, e me ne rendo conto solo ora. Uscirai di qui e ti curerò. Promettimi, Frank... prometti a tua ma­dre... Minna, diglielo...

Minna                              - (senza guardarlo) Sono molto infelice, Frank...

Lotte                                - E' l'ora... Non vuoi abbracciarmi?(Frank l'abbraccia docilmente, ma con indifferenza) E Min­na?(Frank bacia Minna sulla guancia) Grazie, si­gnore. Ho fatto tutto quel che ho potuto. (Esce, seguita da Minna. Frank è più concentrato e rab­buiato. Guarda la finestra).

Il vecchio Signore           - (sepolto tra le carte) Ce un'altra persona che vi vuol vedere... (Frank sembra molto commosso, e si volge vivamente verso la lot­ta. E' indispettito quando vede che i soldati fanno entrare Timo).

Frank                               - E beh, anche tu vieni a consigliarmi di spiattellare tutto quello che so?

Timo                                - ((vestito molto bene, soprabito di mezza sta­gione, calmo e perfettamente a suo agio) Ti vengo a dire di non fare il co..., beh; a certa gente va liscia, e mi tolgo tanto di cappello. Noi non siamo di quella razza, ed è meglio esser solo rego­lari. Ti sei comportato come un ragazzaccio... e hai fatto di tutto per farti inguaiare... E ora, reciti l'eroe, ma ti dico di cambiar disco, perdio! Per quel che riguarda Kromer, è al sicuro, e non sarà quel che spifferi a farlo prendere... E' tutto... Ora, se ci tieni proprio a farti imbottire di piombo, e a farti ridurre come un colabrodo, beh, accidenti, è affar tuo... Ma forse non è carino, proprio davanti a tua madre e a qualche altro... Ti saluto. (Al vecchio signore) Va bene, così?

Il vecchio Signore           - Vi ringrazio.

Timo                                - Tocca agli altri, allora. (Esce, dopo aver guardato Frank con una certa emozione).

Frank                               - Perché ha detto «agli altri»?

Il vecchio Signore           - Dimenticavo che non vi piacciono le visite. Rinunciamo, a quella lì?

Frank                               - Chi è? Chi siete ancora andato a cercare?

Il vecchio Signore           - Si tratta proprio di qualcuno che non sono andato affatto a cercare, ma che m'ha chiesto di vedervi.

Frank                               - (ansioso) Chi?

Lotte                                - Il signore è paziente, con te. Lo so. T'ha permesso di ricevere i miei pacchi. M'ha autoriz­zato a venire e a portarti Minna, che si tormenta tanto per te.

Frank                               - E' sempre malata?

Lotte                                - Ma no, non è malata. Cosa c'entra? Le ho fatto fare una visita accuratissima la settimana scorsa. Un dottore giovane, che non capisce niente, voleva toglierle tutto quel che ha nel ventre. Ma un altro che conosco da anni ha detto che non era necessario. E ora sta meglio. La faccio riposare.

Frank                               - Dove abiti?

Lotte                                - (impacciata) Ma... sempre là...

Frank                               - Con le donne?

Lotte                                - Eccetto Minna, che faccio lavorare il meno possibile, ce ne sono due nuove, signorine proprio come si deve.

Frank                               - Credevo che il tuo amico Hamling ti avesse consigliato di chiudere.

Lotte                                - Allora, sì. Non sapevo ancora del male fatto da Anna Loeb...

Frank                               - (dà un'occhiata al vecchio signore impassi-bile) T'han chiesto di continuare?

Lotte                                - M'han fatto capire che era meglio, da tutti i punti di vista.

Frank                               - (leggermente ironico) Insomma, va tutto bene, a casa.

Lotte                                - (senza capire l'ironia) Molto bene.

Frank                               - S'è ristabilita, Sissy?

Lotte                                - Credo; è probabile.

Frank                               - Non l'hai vista?

Lotte                                - C'è molto lavoro, sai... Non so se sia perché è venuto il bel tempo. Ma, a proposito di Sissy... (Accenna con gli occhi verso l'anticamera).

Frank                               - Cosa?

Lotte                                - (guardando il vecchio signore) Niente...

Frank                               - Non vorrai dire che Sissy?... (Guarda a sua volta la porta dell'anticamera).

Lotte                                - Senti, Frank. Non t'arrabbiare. Sei gio­vane ed aiutarti è compito dei vecchi. Ho detto che conoscevi Kromer, perché è vero. Era tuo amico, e non voglio che lo neghi. Nessuno mi toglierà di testa che è stato lui il tuo genio malefico, e ab­bastanza furbo da cavarsela e lasciarti nei guai. E' indispensabile che tu dica tutta la verità, tutto quel che sai, e questi signori ne terranno conto. Ne sono sicura. Ho fiducia. La settimana prossima avrò vecchio Signore Da due settimane, questa persona gira per tutti gli uffici, e solo per caso sono riuscito a sapere di lui. A proposito di Kromer...

Frank                               - Vi ho appena risposto.

Il vecchio Signore           - Vi faccio riportare nella tra aula?

Frank                               - (guardando la porta) Chi è, che aspetta?

Il vecchio Signore           - (fingendo di cercare nelle sue carte) Vediamo... Conoscete un certo Gerbardt Holst, che credo abiti sullo stesso pianerottolo di "tra madre?

Frank                               - Siete sicuro che sia stato lui a chiedere li vedermi?

Il vecchio Signore           - La richiesta porta il nome di due persone, la sua e quella della figlia. Chi preferite vedere?

Frank                               - (riflette a lungo) E5 lo stesso.

Il vecchio Signore           - (per la prima volta, manifesta meraviglia) Non avete preferenze?!

Frank                               - No. Son qui?

Il vecchio Signore           - Non vi spaventa, pensare di trovarvi faccia a faccia con il signor Holst?

Frank                               - Perché?

Il vecchio Signore           - Credevo d'aver sentito par­lare d'un certo inseguimento, di scarpe deposte tra lì neve, ai piedi d'un albero...

Frank                               - Lasciatelo entrare.

Il vecchio Signore           - Avete qualcosa da dirgli?

Frank                               - (riflettendo) No.

Il vecchio Signore           - Scuse da fargli?

Frank                               - (quasi candidamente) Neanche per idea.

Il vecchio Signore           - Ho il potere di mandarli via senza che vi abbian visto.

Frank                               - (a voce bassa, quasi controvoglia) Ve ne prego.

Il vecchio Signore           - Sarete gentile?

Frank                               - (a fior di labbra) Sì.

Il vecchio Signore           - Parlerete di Kromer?

Frank                               - (che guarda fuori dalla finestra con una specie di fervore) Sì...

Il vecchio Signore           - (guardando anche lui fuori dalla finestra) Può darsi che vi venga voglia di starvene anche voi dietro a una finestra, con una giovane donna che si occupa della casa. E forse con un bambino. (Pausa) Ma costa caro. Bisognerebbe essere molto gentili, molto molto, e con molta me­moria... (Indica i foglietti sullo scrittoio) Abbiamo tanto lavoro da fare, tutti e due... (Pausa) Ci tenete sempre, a farli entrare?(Frank annuisce. Il vecchio signore, con un gesto, ordina al soldato di far en­trare il signor Holst e Sissy. Il signor Holst indossa un vestito da città, molto frusto, ma che dev'essere stato elegante. Fa passare dinanzi a sé Sissy in tailleur blu mare, con un berretto sulla testa. Frank, immobile in mezzo alla stanza, guarda soprattutto il signor Holst, e le sue labbra si muovono come se parlasse, ma senza che si senta il suono delle pa­role. Sissy s'arresta a circa un metro da lui, senza avvicinarsi, e si volge verso il padre che ha l'aria di incoraggiarla).

Sissy                                - Frank... son venuta... per dirti...

Frank                               - Lo so... che non mi serbi rancore... (Com­prende che non è così) Che mi perdoni...

Sissy                                - (semplicemente, con sincerità) Sono ve­nuta per dirti che ti amo. (Frank la fissa intensa­mente, guarda il signor Holst e poi di nuovo Sissy. Il vecchio signore, seduto al suo tavolo, accende una sigaretta. Si vede che in fondo è il signor Holst che Frank guarda, e questi s'avvicina a lui e gli mette leggermente una mano sulla spalla).

Il signor Holst                 - (parla lentamente, senz'alzare la voce, con estrema semplicità) Niente paura, Frank. E non dovete neanche esser sorpreso. Du­rante tutta la sua malattia, Sissy ha parlato di voi, senza saperlo. Dopo, ha continuato. Ma io avevo già capito, perché ho avuto un figlio, Frank, un figlio un po' più grande di voi. Non c'era ancora la guerra, ed è successo in altro modo. Voleva diventare un grande medico. Null'altro contava al mondo, per lui. Quando son rimasto senza danaro, ha deciso di continuare ugualmente i suoi studi* e lavorava alla sera; faceva il barista. Un giorno, dei prodotti costosi, del mercurio e del platino, spari­rono dal laboratorio dell'Università. Poi, si verifica­rono degli altri piccoli furti. E poi, nello spoglia­toio, uno studente sorprese mio figlio a vuotare un portafoglio. Aveva ventun’anni; mentre lo condu­cevano nello studio del rettore, è saltato dalla fi­nestra del secondo piano. E' tutto, Frank; Sissy ha voluto vedervi per dirvi quello che avete sentito, e ci tenevo ad esserci anch'io... Anche quando non c'è la guerra, il mestiere di uomo è difficile... Il me­stiere di uomo è sempre difficile, e non tutti rie­scono... (Come per sfuggire all'atmosfera dramma­tica, aggiunge più leggermente) Ho avuto la fortuna, recentemente, di trovare un posto in un ufficio... Non sono più un conduttore di tram, e posso rien­trare presto a casa... Tutte le sere parliamo di voi, Sissy ed io, e questo l'aiuta a ristabilirsi... (Si allontana di due fossi per lasciare i due giovani soli).

Frank                               - (balbettando) Grazie... (Alza infine gli occhi su Sissy, la guarda con intensità dolorosa, e finisce con il tenderle con gesto maldestro la mano, nella quale lei mette la sua) Sissy...

Sissy                                - (come se questa parola bastasse) Sì, Frank. (Lunga pausa, durante la quale restano immobili. Poi il signor Holst ritorna verso di loro).

Il signor Holst                 - (a fior di labbra, senza crederci, e senza tentar di farlo credere) Tenteremo di ritornare, Frank.

Frank                               - (stesso tono) Ritornerete, certo... (Il signor Holst e Sissy si dirigono verso la porta. Sissy cam­mina dietro suo padre, con il viso rivolto a Frank, che non abbandona mai con gli occhi, come ipno­tizzata. Quando sta per sparire, parla con voce atona).

Sissy                                - Coraggio, Frank! (Esce. Frank resta im­mobile, con gli occhi fissi sulla porta).

Il vecchio Signore           - (dopo averlo osservato a lungo) Quasi un fidanzamento.

Frank                               - (sembra riprender coscienza; il suo sguardo vaga ancora sulla famosa finestra; parla per se stesso, con voce atona come quella di Sissy) Non è stato un fidanzamento; erano nozze. Nozze, tutte per noi. Ma non ci sarà mai una finestra con la biancheria ad asciugare, né una tenda dietro la quale s'accende la lampada. E neppure una culla... Il mestiere di uomo è difficile, e non ho saputo impararlo... Nessuno me l'ha insegnato. (Si volge verso il vecchio signore) E voi, voi volete che parli? Da sette settimane fate di tutto per farmi parlare, e poco fa m'avete strappato una mezza promessa. Solo, non l'ho fatto per aver salva la vita, perché non m'interessa...

Il vecchio Signore           - Sedetevi.

Frank                               - No.

Il vecchio Signore           - Siate calmo, e riflettete. Non c'è fretta.

Frank                               - (con voce uguale, ma chiara, e con lucidità tremenda) Non c'è fretta, è verissimo, perché sarà l'ultima volta che parlo. Qualsiasi cosa facciate. E' molto tempo che aspetto quest'istante, che mi preparo, e voi non sapevate quel che attendevo. Non sapevate né potevate sapere che non ho mai vissuto tanto intensamente come in queste setti­mane, steso bocconi, vestito, sul mio materasso. C'è gente che vive di più. Voi stesso vivrete forse an­cora molti anni, ma non vuol dire che abbiate sal­dato l'ultimo anello della catena, che l'abbiate chiusa in cerchio. Io invece l'ho fatto, e perciò ho finito. Ho anche celebrato le mie nozze, qui, alle quali avete assistito senza capire che erano proprio vere nozze. Ora, prima d'andarmene, voglio fare una dichiarazione. Ho rubato io gli orologi, ed ho uc­ciso la signorina Vilmos, sorella dell'orologiaio del mio villaggio. Avevo anche ucciso uno dei vostri sottufficiali all'angolo del vicolo della Conceria, perché volevo la sua rivoltella, forse, o più sempli­cemente perché avevo voglia d'uccidere. Ho com­messo azioni molto più vergognose, ho commesso il più grande crimine che si possa commettere, ma che non vi riguarda, e non riguarda nessuno. Non sono un esaltato, né un agitatore, né un patriota. Non sono neanche uno squilibrato. Sono un farabutto, e l'avete detto proprio voi poco fa. Da sette settimane m'interrogate, e ho fatto di tutto per guadagnar tempo, perché mi era indispensabile, e non per gli altri, non per salvar qualcuno: solo per me. Ora, è finita. Potete interrogarmi quanto volete, non dirò più una parola. Non guarderò neanche più la finestra che sapete, e voi capite quel che significhi. Potete anche torturarmi. Il dolore non mi piace, ma non lo temo. Potete promettermi la vita. Non la voglio. Desidero morire al più presto, nel modo che più vi piacerà. Personalmente non ho niente contro di voi; avete fatto il vostro lavoro meglio che potevate. Ho solo deciso di tacere, e ora avete sentito le ultime parole che usci­ranno dalle mie labbra. (Molto calmo, quasi sorridente, si volge verso i due soldati che aspettano ordini. Il vecchio signore, senza muoversi, senza emozione apparente, fa segno di portar via il prigioniero. Frank e i soldati escono. Solo, il vecchio signore raccoglie le carte, le infila nella cartella, la prende sotto il braccio, guarda l'orologio, e si avvia verso l'attaccapanni).

FINE

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