La parte di marito

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LA PARTE DI MARITO

Commedia in tre atti di Vincenzo Tieri

PERSONAGGI

GHERARDO FARRA

MARCO BOLERO

EDOARDO RIVA

ALESSANDRO SARTI

ALBERTO VENIERO

GIULIANO

GRETO

UN TIPOGRAFO

DIANA SANGIORGIO

BILLI ACCADÌA

ANDREINA  SANGIORGIO

DORA

GIUSEPPINA


Commedia formattata da

ATTO PRIMO

La direzione del teatro Duse. Una porta a destra e una a sinistra; una scrivania con due telefoni contro la parete di fondo; un tavolinetto con una macchina da scrivere presso la scrivania; divani e poltrone ai lati e nel mezzo della sala; moltissime fotografie di attori e di scene di commedie alle pareti. Sono le dieci di un mattino invernale, Dora è alla macchina da scrivere. Alessandro Sarti, direttore del teatro, detta passeggiando.

Alessandro                 - Una indisposizione del primo attore... no... della prima attrice... No. Tutto questo è ridicolo.

Dora                           - Debbo scrivere “tutto questo è ridi­colo “ ?

Alessandro                 - Ma no! Dico che è ridicolo, è assurdo.

Dora                           - (accennando a scrivere) “Tutto que­sto è assurdo “ ?

Alessandro                 - Signorina! E’ un comunicato per i giornali. Come volete scrivere che tutto questo è ridicolo e assurdo?

Dora                           - Allora non scrivo.

Alessandro                 - Dico che è ridicolo e assurdo quello che succede nel mio teatro, a sta­gione inoltrata, con dei pienoni che biso­gna mandar via la gente... (Va al telefono, forma un numero). Pronto?... Sindacato Attori?... Mi date, per favore, il Segretario Generale? No? E allora un funzionario, per favore... Pronto? Sono Sarti, direttore del Teatro Duse. (Vede entrare dalla sini­stra Edoardo Riva; dice al telefono) Scu­sate un momento. (E copre con la destra il microfono, guardando Edoardo in ma­niera interrogativa).

Edoardo                     - Non ne vuol sapere. Glie l'ho detto in tutti i modi. E’ irremovibile.

Alessandro                 - (al telefono) Scusate. Mi suc­cede un fatto strano... voglio chiamarlo solamente strano. Il signor Gherardo Par­rà mi pianta in asso la compagnia; la com­pagnia e il teatro... Perché? Perché... Non so perché... Così, improvvisamente, da un giorno all'altro... Trenta persone in mezzo alla strada, un teatro chiuso... Io vorrei parlare prima di tutto con il Segretario. Ma stasera, per favore, Perché... Ecco: grazie. Attendo una vostra telefonata. Non mi muovo di qui. (Depone il microfono).

Edoardo                     - Ha detto che è pronto a pagare qualunque penale.

Alessandro                 - E la ragione?

Edoardo                     - (reticente) Parole vaghe, generi­che. Esaurimento nervoso, non si sente più di affrontare la fatica di uno spettacolo in­tero, ha bisogno di riposo...

Alessandro                 - Così, da un giorno all'altro?

Edoardo                     - Questo non sarebbe accaduto se fosse stato lui il capocomico, se avesse avu­to lui la responsabilità della compagnia. Ma capirai: è uno scritturato. Presenta un certificato medico, è disposto a pagare an­che la penale... E io mi trovo con trenta persone su le spalle...

Alessandro                 - E io con un teatro chiuso, dove non so in questo momento quale cane chiamare...

Edoardo                     - Farai bene a protestare presso il Sindacato. Chi sa, con il suo intervento...

Alessandro                 - Tu ci speri?

Edoardo                     - Oh, Dio! L'uomo è duro. Lo co­nosco da troppi anni. Ma...

Alessandro                 - S'è montata la testa. L'abbia­mo chiamato “grande attore” nei nostri comunicati ai giornali...

Edoardo                     - (accomodante) No, non è per que­sto. Grande attore, lo abbiamo chiamato noi, ma lo ha chiamato prima di noi la critica” e prima della critica il pubblico... che... hai visto come affolla il teatro... (Sospira). Che peccato!

Alessandro                 - Allora tu credi che non si sia montata la testa?

Edoardo                     - Ma no. Non è tipo. Del resto, se fosse così, accetterebbe le mie proposte. Gli ho fatto proposte di ogni genere. Au­mento, cointeressenza, il solo suo nome in ditta, scelta del repertorio... E d'altra par­te, anche senza tutto questo, chi era il padrone finora? Lui. Non si è fatto mai niente senza la sua approvazione.

Alessandro                 - E’ stato un errore.

Edoardo                     - Errore! Si fa presto a dirlo. Ma il pubblico in teatro viene per lui. L'anno scorso - eri anche tu impegnato nella Compagnia - la gestione si chiuse con l'utile che sai... Tutto merito suo. Tu sai che la Compagnia... (Agita le mani come per direi a non era gran che). E il re­pertorio, se non fosse stato per quel pez­zo... (Vuol dire: “quella commedia che ha avuto grande successo”).

Alessandro                 - Di modo che noi dobbiamo su­bire il suo capriccio... Io metterò in teatro un circo equestre, tu andrai in giro con le marionette... (Entra il Tipografo, che rapidamente spiega per terra un grande manifesto murale, sul quale si legge: “Gherardo Farra in Mio marito di Marco Bolero”.

Tipografo                    - (in fretta) Va bene così?

Alessandro                 - (seccato) Niente, niente.

Tipografo                    - Non va bene?

Edoardo                     - (al Tipografo) Va bene. Ma forse non serve. Per ora, forse, non serve. La­sciatelo e sospendete la tiratura.

Tipografo                    - Me lo avete fatto rifare tre volte.

Edoardo                     - Forse lo spettacolo è rinviato.

Tipografo                    - Debbo sospendere anche le lo­candine?

Edoardo                     - Sì. Faremo due o tre giorni di riposo.

Tipografo                    - E perché?

Alessandro                 - (nervosissimo) Ecco un altro che vuol sapere il perché. Perché abbiamo fatto troppi soldi e siamo stanchi, ecco.

Tipografo                    - Ma io il lavoro l'ho fatto; e le locandine le ho preparate.

Edoardo                     - E sta bene. Sarete pagato. Adesso fate il piacere: lasciateci soli. Vi chiame­remo noi. (Lo spinge dolcemente verso la sinistra fino a quando non sia uscito).

Alessandro                 - (a Edoardo) Tu fai presto a dire che sarà pagato. Come sarà pagato? Per quello che mi riguarda, non pago un centesimo.

Edoardo                     - Perché? La colpa è mia?

Alessandro                 - Tua o non tua, io mi rifiuto di subire danni. Il pazzo lo hai tu in com­pagnia; non io nel mio teatro. E' la prima volta che il mio teatro si deve chiudere per il capriccio di un pazzo. Ma io lo co­munico ai giornali, e me ne infischio. Vo­glio fare lo scandalo. (A Dora). Scrivete, signorina: “La direzione del Teatro Duse ci prega di pubblicare...

Edoardo                     - Prima di dettarlo, dimmi: che cosa vuoi far sapere?

Alessandro                 - La verità.

Edoardo                     - Ma abbi pazienza, scusa. Vediamo prima, insieme, che cosa si può fare. Io non sono stato con le mani in mano. Ho fatto un telegramma a... Sandro Turchesi.

Alessandro                 - (sarcastico) Bene! Bene! Così in teatro, a cominciare dalla prima sera, ci saremo io, tu e le maschere.

Edoardo                     - (non convinto) Non è mica un cattivo attore.

Alessandro                 - (sarcastico) No. E' buono. E' troppo buono. Tre volte buono.

Edoardo                     - Tu dài retta alla critica...

Alessandro                 - Che critica! Io dò retta al pub­blico. E prima ancora dò retta a me stesso. In teatro ci sono nato. Me ne intendo.

Edoardo                     - Credo d'intendermene anch'io, efrancamente...

Alessandro                 - Del resto, a tuo rischio e peri­colo. Cambiamo contratto. Io né pago né accetto percentuali. Tu mi dài un tanto ogni sera... (Entra dalla sinistra Marco Bolero).

Marco                         - (allarmato) Ma è vero? (Guarda il manifesto che è rimasto disteso per terra, cambia volto). Ah, non è vero!

Edoardo                     - E' vero, è vero.

Marco                         - E la mia commedia?

Edoardo                     - (accennando al manifesto) Eccola: distesa per terra. Meglio distesa qua ora, che sul palcoscenico domani sera.

Marco                         - Oh!

Edoardo                     - Voi vi preoccupate della vostra commedia, e a me, della vostra commedia, non importa un fico secco. Già io la fa­cevo senza crederci. Ve l'ho detto fin dalla lettura.

Marco                         - A me bastava che ci credesse Ghe­rardo Farra.

Alessandro                 - Si vede come ci ha creduto!

Marco                         - Non si sarà ritirato per la mia com­media.

Edoardo                     - (a Marco) Può darsi che la vostra commedia abbia contribuito a fargli prendere questa incredibile decisione.

Marco                         - E che? L'obbligava qualcuno a farla?

Edoardo                     - Andiamo, signor Bolero!

Marco                         - Che cosa volete dire?

Edoardo                     - Voglio dire che... (Si ferma Perché vede entrare dalla destra Billi Accadia).

Billi                             - (dalla soglia della destra, fissando Edoardo) Dite, dite pure.

Edoardo                     - (a Billi) Se proprio ci tenete...

Billi                             - Ci tengo...

Edoardo                     - La commedia del signor Bolero, glie l'avete imposta voi. E' vero che glie l'avete imposta voi?

Billi                             - Prima di tutto non è vero. E se an­che fosse?

Edoardo                     - (nervosissimo, contenendosi a sten­to) Bè, Sarti, me ne vado. E’meglio che me ne vada.

Alessandro                 - (guarda tutti come per capire; poi a Edoardo) Perché non vieni anche tu al Sindacato quando mi chiameranno?

Edoardo                     - Ti aspetto di là.

Alessandro                 - (minaccioso guardando con in­tenzione Billi e Marco e parlando sempre a Edoardo) Al Sindacato, finalmente, potrai dire le vere ragioni...

Billi                             - Perché? Il Sindacato si occupa anche di queste ragioni?...

Alessandro                 - Di tutto si occupa il Sindacato.

Billi                             - E con questo a chi credete di far paura?

Edoardo                     - (a Billi) Naturalmente, voi non avete paura di nessuno. Ma voglio vedere che cosa farete senza Gherardo Farra. Mi voglio divertire.

Billi                             - Buon divertimento.

Edoardo                     - (agitandosi) Io mi domando e dico se è possibile che una donna possa perdere la testa fino a questo punto.

Billi                             - In ogni caso io la faccio perdere, la testa: non la perdo.

Edoardo                     - (c. s.) Eh, lo vedo. L'essenziale è che non la facciate perdere anche a me, cara signorina Accadia...

Billi                             - State tranquillo. Voi non mi piacete.

Edoardo                     - ... Perché se la fate perdere a me... più di quanto non l'abbia perduta facendovi diventare prima attrice...

Billi                             - Ah, non sapevo di dovere a voi que­sto onore...

Edoardo                     - Non lo sapevate? E allora vi di­co che, senza di me, voi a quest'ora sareste sempre una generica da compagnia di ter­zo ordine...

Billi                             - Senza di voi, cioè senza la vostra sordida avarizia...

Edoardo                     - Perché? Meritate più di quanto vi dò? Ah, signore Iddio, non mi fate parlare !

Billi                             - Per me, potete parlare fino a quando il fiato vi basti per non scoppiare. E se scoppiate, non mi vestirò a lutto. (Apren­do la borsetta). Volete vedere quante com­pagnie mi volevano scritturare quest'anno?

Edoardo                     - E adesso avrete modo di scegliere, adesso che siete riuscita a mandare per aria la mia Compagnia! Mi voglio diver­tire. Perché alla fine, caro Sarti, mi pare di non avere più alcun obbligo di discre­zione di fronte a questa mia nobile signora che si comporta come una...

Alessandro                 - Eh, ho capito, ho capito.

Billi                             - (ad Alessandro) Un po' tardi; ma avete capito anche voi.

Alessandro                 - (a Billi) Siete voi, dunque, la causa...

Edoardo                     - Ma naturale! E' lei. L'ingratitudine in persona. Ingrata con me, ingrata con colui che le ha creato un nome e le imbocca le parti come a una bambina... (A Marco). Siete testimone anche voi che senza Gherardo Farra, questa “grande at­trice “ non riuscirebbe ad aprire la bocca...

Marco                         - Signor Riva, mi pare che la bocca, potreste tenerla chiusa voi. Voi questo, voi quello... Date giudizi che non vi riguar­dano...

Edoardo                     - Non mi riguardano? Ma la Com­pagnia la pago io, caro signore.

Marco                         - E credete che pagare una cosa dia il diritto di giudicarla? (Gherardo Farra, che è già su la soglia della porta di destra interviene).

Gherardo                    - (ironico ma calmissimo) Ha ra­gione il mio amico Bolero. Chi paga una cosa non ha il diritto di giudicarla. Se io pago una donna, per esempio, perché mi faccia compagnia - dico compagnia gene­ricamente, non compagnia di prosa - ac­quisto forse il diritto di giudicarla? Ma nemmeno se lei si mette, contemporanea­mente, a far compagnia a un altro! (Tutti tacciono, un po' confusi, sia per l'autorità di colui che è entrato, sia per l'evidente al­lusione che egli ha fatto a Billi Accadia. Gherardo continua ironicamente). Il cri­tico giudica un quadro o una statua o un libro o una commedia Perché non li paga. Ma colui che acquista il quadro, la statua, il libro o che va a sentire, dopo aver pa­gato, la commedia, che diritto ha di giu­dicare? Non volevi dir questo, Bolero? (Una pausa). Io chiedo scusa se sono in­tervenuto in una discussione- che pure mi riguarda; ma voi parlate ad alta voce co­me se recitaste. Troppa voce. Nei dintorni c'è una folla di uditori: gli attori, il sug­geritore, i macchinisti, le maschere. Il mio camerino rimbombava della vostra voce e dei loro commenti. Non più nel mio ca­merino mi sembrava di essere; ma a bordo di una nave in partenza o in arrivo. E veramente non sapevo più, chiudendo la mia roba nei bauli, se fossi sull'atto di arrivare o di parure. (Ride). Se avessi po­tuto prevedere di poter provocare questo silenzio con la sola mia presenza, sarei entrato prima...

Edoardo                     - Vedi, caro Farra...

Gherardo                    - Finalmente uno parla.

Edoardo                     - ...tutto questo ti può dimostrare la nostra preoccupazione, il nostro ram­marico...

Alessandro                 - ...preoccupazione e rammarico anche per il danno che ce ne viene...

Gherardo                    - (dopo aver guardato prima Edoar­do e poi Alessandro, si volge a Marco, a Billi, a Dora) E tu? E tu? E voi? Non avete nulla da aggiungere? (Una pausa). La verità è che - non dico la preoccupazione, ma certamente il ramma­rico - è tutto mio. Non mi sorride affatto l'idea di star lontano dalle scene molti mesi, forse qualche anno...

Edoardo                     - Potevi almeno finire l'annata tea­trale...

Alessandro                 - Almeno questa stagione...

Gherardo                    - ... ma i nervi... Con i nervi non bisogna scherzare. (Guarda con intenzione Billi). Il nostro è tutto un lavoro di nervi. Voi sapete che mi ero specializzato nella parte di marito. Quanti mariti ho fatto! Ora gli attori sono come i mariti, vanno bene solo fino a quando va bene il loro sistema nervoso. L'arte dell'attore' come il matrimonio, è un giuoco di pazienza. (Guarda nuovamente Billi). Non mi pare, almeno per ora, di avere tutta la pazienza necessaria a sopportare tanta fatica. (Guar­da Marco). Mi dispiace per te, Bolero; per la tua commedia. (Guarda il manifesto). Anche tu l'avevi intitolata “Mio marito “. Era stato un gentile pensiero...

 (Suona il telefono),

Alessandro                  - (al telefono) Pronto... Sono io... Ah, grazie. Vengo subito. (Depone il mi­crofono; poi a Edoardo). E' il Sindacato. Ci aspettano.

Edoardo                     - (a Gherardo) Prima che noi an­diamo al Sindacato, caro Farra, vuoi rie­saminare la possibilità?...

Gherardo                    - Ah, andate al Sindacato?

Edoardo                     - Sì.

Gherardo                    - E perché?

Alessandro                 - Perché non possiamo lasciarci stritolare, così, dal vostro... (Stava per dire “capriccio “) ...dalla vostra decisione.

Gherardo                    - Stritolare?

Edoardo                     - (a Gherardo) Tu capisci che per noi... per me, per lui, per tutti... è un disastro.

Gherardo                    - Un disastro? Per tutti? (Guarda nuovamente Billi; poi a Edoardo) Vedi? Per tutti, meno uno, anzi meno una.

Edoardo                     - (seccato) Insomma noi facciamo i nostri passi. Chi dovrà pagare, pagherà. Andiamo, Sarti. (Edoardo e Alessandro escono per la sinistra).

Gherardo                    - (a Marco e a Billi) E voi non andate?

Marco                         - Io, veramente, avrei il diritto di an­dare. Perché io sono il più danneggiato dalla tua decisione.

Gherardo                    - Credi?

Marco                         - Eh, perbacco! Una commedia levata dal cartellone alla vigilia della prima rap­presentazione! Non vorrai mica dire che...

Gherardo                    - Bada che la tua commedia è brutta, Bolero.

Marco                         - Te ne accorgi adesso?

Gherardo                    - No. Me n'ero accorto anche prima.

Marco                         - Hai fama di attore tanto severo... E' dunque la prima volta che accetti una commedia che non ti piace?

Gherardo                    - (accennando a Billi) Piaceva a lei; quindi...

Billi                             - Ti eri sacrificato per me...

Gherardo                    - Sacrificato è una parola eccessiva. Mi ero rassegnato. Rassegnato a sacri­ficare te e lui.

Billi                             - Per vendetta?

Gherardo                    - (reprimendo un moto di ribellio­ne) Siamo alle carte scoperte. Meglio. Pare una scena di quelle che abbiamo re­citato tante volte. (Guarda Dora). Abbia­mo anche il pubblico.

Dora                           - (alzandosi) Oh, scusate! Vado.

Gherardo                    - Per me, se volete rimanere... La presenza del pubblico, sia detto con il do­vuto rispetto, mi eccita...

Dora                           - (comica) Grazie. Vado. (Esce per la destra).

Gherardo                    - Siamo, dunque, alle carte sco­perte. Lei, lui e l'altro. Il solito terzetto. L'immondo terzetto. (Mugolio di disgu­sto; una pausa). Facciamo una cosa, amici miei; non ne parliamo più. Non vi nascon­do che l'idea di vedervi naufragare, do­mani sera, in un mare di ridicolo, dinanzi a una platea gremita, mi faceva gola. Mi era perfino venuto il desiderio di recitar male; per lo meno, un po' peggio di quan­to io sappia. Ma non so tradire il mio pubblico e non so tradire la mia arte. Sono un uomo fedele. Appunto per que­sto, disprezzo l'infedeltà altrui.

Marco                         - Quanto a me...

Gherardo                    - (fermandolo) Ti prego. (Poi, co­me uno che ha capito). Tu non sapevi che tra me e lei?... (Vuol dire: “C'erano rap­porti d'amore”. Lo capisco. (A Billi). Tu non gli avevi detto che fra me e te?... Grazie del pensiero delicato. Ma il vostro errore consiste nel credere che io mi allon­tani per questo dalle scene. Ma no! Que­sta, se vogliamo, è stata la causa occasio­nale, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La verità è che io sono stanco del mio repertorio, mi voglio rinnovare. Mi è venuta a noia questa voce che io sia bravo soltanto nella parte di marito. Ogni com­media, un marito. Ogni marito, o il tra­dimento, o il pericolo del tradimento, o la paura del tradimento, o la tolleranza del tradimento... sono pieno della casistica del tradimento, ne ho fino alla gola. Gli autori, per me, le hanno inventate tutte. Se dovessi fare il marito nella vita, o sarei infelice io, o renderei infelice mia moglie, Perché le so tutte, le ho provate tutte, le indovino tutte. Credo che parlerei con le battute delle commedie che ho recitate, non avrei un solo accento della mia per­sonalità vera. Un manichino, una mario­netta: ecco quello che mi sentirei. In que­sto caso per esempio, io non sono un vero e proprio marito. Eppure sento che se do­vessi parlare... di quanto è accaduto... non riuscirei a trovare una sola parola mia, ve­ramente mia; e mi parrebbe di vedere da­vanti a me, sotto di me, la cuffia del sug­geritore, e dentro la cuffia un capo sopra un copione, e nel copione le parole degli altri, tutte le parole degli altri, meno che le mie. Ah, bisogna che mi liberi da que­sta angoscia, non ne posso più.

Marco                         - (a mezza voce) Ti chiedo... (Guar­da Billi) ...ti chiediamo scusa...

Gherardo                    - (ride) E di che? Questo è un dramma mio o, se vi piace meglio, una commedia mia: voi non c'entrate. Mi fa ridere il mio amministratore Edoardo Riva quando dice di volersi rivolgere al Sinda­cato. E che? Il Sindacato può rendersi conto di tutto questo? o io sono obbligato a soffocare tutto questo per far piacere al Sindacato? I nervi. Sono malato di nervi. E forse è vero. Ho bisogno di cambiare aria, di cambiare vita. Mi diverte il pen­siero di non sapere quello che farò. Forse stasera prenderò un treno, il primo che capita, quello che va in su o quello che va in giù, mi voglio fermare dove muore il treno; e, se mi tosse possibile, solo allora vorrei domandare: “Dove sono?”. E’ un vero peccato che questo non sia possibile!

Billi                             - (a mezza voce) Mi dispiace credimi, che tu soffra così...

Gherardo                    - Ti pare che io soffra? Oh! Fi­gurati che mi accingo a ricevere una sco­nosciuta. (Cava di tasca un biglietto da visita, lo legge): Diana Sangiorgio. Chi sarà? Non ho mai voluto ricevere le sco­nosciute, e adesso ne ricevo una. Mi per­seguita da ieri sera. E' tenacissima. Spe­riamo che non abbia un copione da farmi leggere. (Guarda di nuovo il biglietto da visita). On, guarda! Sotto il nome c'è scrit­to qualche cosa. Si chiama Diana San­giorgio in Farra: maritata Farra; mari­tata con uno che porta il mio cognome. Forse per questo... (Ride). Nella vita, dun­que, c'è un marito che si chiama Farra. Non vorrà mica darmi querela per essermi appropriato del suo nome? (Una pausa). Abbreviamo la scena degli addii. Vi saluto. (Va alla porta di sinistra, chiama il came­riere). Giuliano!

Billi                             - (un po' commossa) Arrivederci, Ghe­rardo...

Gherardo                    - (come uno che sia distratto e ab­bia fretta) Addio, addio! (Poi, a Giu­liano ch'è entrato dalla destra). C'è an­cora questa signora Sangiorgio maritata Farra?

Giuliano                      - Sì, signore.

Gherardo                    - Perbacco! Da quante ore?

Giuliano                      - Tre ore, signore.

Gherardo                    - Falla entrare nel mio camerino.

Giuliano                      - Non si può, signore. Il camerino è tutto pieno di bauli.

Gherardo                    - (ride) Sembra una scena di com­media. Come se stessi recitando, e dovessi continuare a recitare per forza qui dentro.

Unità di luogo            - (A Billi e a Marco). Pos­so chiedervi il permesso di rimanere solo?

Billi e Marco               - (insieme) Sì. (Si avviano verso la sinistra).

Gherardo                    - Bolero, non è poi tanto brutta la tua commedia: dicevo per dire...

Marco                         - (alzando le spalle) Oh!

Gherardo                    - (a Billi) E tu Billi, hai fatto progressi. Non reciti mica tanto male. Fa­rai carriera.

Billi                             - (alzando anche lei le spalle) Oh! (Bil­li e Marco escono).

Gherardo                    - (a Giuliano) Adesso puoi con­durre qui la signora.

Giuliano                      - I bauli, li faccio portare all'al­bergo?

Gherardo                    - No. Aspetta. Non ho ancora de­ciso. (Guarda nel vuoto sorridendo). Chi ti dice che questa Sangiorgio non sia una avventura? (Poia Giuliano). E’ giovane?

Giuliano                      - Sì.

Gherardo                    - E' bella? (Poi, subito). Già, io e te abbiamo gusti diversi. Vero, Giuliano?

Giuliano                      - Non so.

Gherardo                    - Sei triste anche tu della mia de­cisione?

Giuliano                      - Certo, questa vita mi piaceva...

Gherardo                    - Ah, già me l'hai detto un'altra volta. Era come se recitassi anche tu... An­che tu sai tutte le battute delle mie com­medie...

Giuliano                      - Meno quelle dell'ultima, signore.

Gherardo                    - E già! Tu le impari quando io le recito, non quando le provo. Ci tenevi proprio, a imparare anche questa?

Giuliano                      - No. Non mi piaceva.

Gherardo                    - L'avevi letta?

Giuliano                      - Sì.

Gherardo                    - E perché l'avevi letta?

Giuliano                      - Perché avevo sentito che voi non l'avreste recitata e volevo capire Perché...

Gherardo                    - E hai capito?

Giuliano                      - Io non debbo capire queste cose, signore.

Gherardo                    - Ohé, Giuliano! Non ti mettere a fare il cameriere da commedia. Da que­sta sera non si recita più, almeno per qual­che tempo. Se no, ti lascio qui, non ti porto con me.

Giuliano                      - (comico) No, signore. Non re­cito. Non reciterò. (Poi, recitando). Debbo introdurre la signora Sangiorgio?

Gherardo                    - (facendo l'atto di volergli lanciare addosso qualche cosa) E poi dice che non recita. Mascalzone! (Giuliano è già usci­to. Una Pausa. Gherardo ha un respiro di sollievo). Ah ! (Squilla il telefono). Pron­to?... No. Il signor Gherardo Farra non c'è. E' già partito. Chi lo voleva? Ah, il Sindacato... Mi dispiace, ma è già partito. (Depone il microfono, guarda verso la sinistra, vede entrare Diana). Prego.

Diana                          - (rapida, disinvolta) Credo che le presentazioni siano superflue. Voi cono­scete il mio nome, io conosco il vostro. Voi, ora, conoscete anche la mia persona; io conoscevo già la vostra. (Lo guarda). Siete eguale, abbastanza eguale al tipo che mostrate di essere dal palcoscenico, alme­no fisicamente. Tante volte, gli attori, visti nella vita, sono una delusione. Voi no. Me ne rallegro... anche con me.

Gherardo                    - Anche con voi?

Diana                          - Sì, perché io sono vostra moglie.

Gherardo                    - (guardandola e guardandosi intor­no con l'aria di chi tema di aver da fare con una pazza) Mia moglie?

Diana                          - No, non sono pazza. Vi prego di crederlo. Se volete sottopormi a qualche prova di saggezza, io ci sto. Non faccio alcuna prova di mia iniziativa, Perché, al­lora sì, mostrerei di... (Fa segno come per dire “di esser pazza”. I veri pazzi sono come i veri ubriachi: la prima cosa che fanno è quella di voler provare di non essere né pazzi né ubriachi. Io, come vedete, non voglio provare niente. Volete provare voi? (Una pausa). Che strano mo­do avete di guardarmi! Non vorrei, vera­mente, che il pazzo foste voi. M'hanno detto che avete un po' di esaurimento ner­voso. So che stasera non recitate. Vi siete fatto visitare da un medico?

Gherardo                    - Mi pare, signora, che, se non siete pazza, siete, per lo meno, piuttosto insolente.

Diana                          - Sì, lo so. Ma sono vostra moglie. Permetterete a vostra moglie qualche pic­cola insolenza. Ve ne ho già permessa una io. Nel matrimonio, qualche volta, acca­de... (Siede). Mi metto a sedere, Perché, tanto, voi non me lo direste. Che bisogno c'è che un marito tratti la moglie con buona educazione? Gli uomini sposano le donne appunto per non avere più la sec­catura di doverle trattare con buona edu­cazione. Dico bene?

Gherardo                    - (stringendosi nelle spalle) Vedo che ne sapete più di me...

Diana                          - Oh, più di voi no. Me ne guarderei bene. In fatto di teoria matrimoniale, voi siete un asso: lo so. D'altra parte, come moglie, farei malissimo a saperne o a mo­strare di saperne più di mio marito. Gli uomini ci tengono a questa superiorità. Bisogna accontentarli. Come vedete, sono anche una moglie docile. (Una pausa). Non avete domande da rivolgermi? Deb­bo cominciare io?

Gherardo                    - (c. s.) Fate pure.

Diana                          - Debbo cominciare, evidentemente, dallo spiegarvi Perché siete mio marito...

Gherardo                    - Mi pare...

Diana                          - Avevo letto spesso sui giornali di donne che allo Stato Civile risultano uo­mini, di uomini che risultano donne, di vivi che risultano morti, e qualche volta anche di uomini che si trovano ammogliati a loro insaputa e viceversa. Per la verità, non ci avevo mai creduto. Dicevo: frot­tole di giornali. Ma un giorno andai al Municipio di un paesetto per far da testi­mone alla nascita del primo bambino di una mia amica e vi trovai, dinanzi a un enorme registro, un vecchio cadente, alcoolizzato, istupidito - un rudere d'uo­mo, una specie di sopravvissuto - che era diventato un po' sordo, un po' cieco, e gli tremava la mano. Era costui, in quel paese, che vergava l'atto più importante di cui abbia bisogno ogni creatura umana per incominciare a essere qualcuno: l'atto di nascita. Egli poteva tranquillamente, in­consapevolmente, impunemente, sbagliare il sesso e le generalità, capovolgere la sorte dei bambini denunziati. Chi mai stava a controllare quello che egli scrivesse sul suo registro? E allora ho capito che i fat­terelli raccontati dai giornali non erano frottole. L'ho tanto capito che la settimana scorsa, avendo chiesto al mio paese i miei documenti per le pubblicazioni di matri­monio - mi dovevo sposare, - non mi meravigliai affatto di apprendere che io non sono nubile ma sono maritata, e che il mio marito siete voi: Gherardo Farra. Ecco. (Cava dalla borsetta un documento e lo mostra a Gherardo).

Gherardo                    - (dopo aver guardato il documen­to) Infatti...

Diana                          - Non crediate che io sia stata con le mani in mano. Sono andata al mio paese Ho controllato. 11 documento è perfetto. Voi siete mio marito. (Sorride). La cosa mi lusinga un poco.

Gherardo                    - (sorride anche lui) Grazie.

Diana                          - Avrebbero potuto maritarmi a uno sconosciuto, a un uomo antipatico, a un mostro. Invece no. Sono stati gentili.

Gherardo                    - (c. s.) Grazie.

Diana                          - Ora, eccoci qua: siamo marito “moglie. Dobbiamo decidere se ci convenga di rimanere così o di provocare una corre­zione dello sbaglio. Non mi pare una de­cisione che si possa prendere su due piedi, Perché - diciamo la verità - voi mi siete simpatico e io, forse, non sono anti­patica a voi. Sbaglio?

Gherardo                    - No, non sbagliate; ma io, in tutta questa faccenda, non c'entro affatto. Voi non siete mia moglie: voi siete mo­glie di un signor Gherardo Farra che non sono io. Io non mi chiamo Gherardo Far­ra. Gherardo Farra è il mio nome d'arte, il mio pseudonimo. Io mi chiamo Ghe­rardo Cobalto, sono figlio di Aurelio Co­balto, professore di liceo. Mio padre non voleva che io mi mettessi a fare l'attore; quando io gli disobbedii, m'impose di cambiar nome: io ne scelsi uno a caso: non sapevo di avere scelto il nome di un tale che evidentemente esiste e che, per isbaglio, è diventato vostro marito.

Diana                          - (sorpresa e delusa) Dite sul serio?

Gherardo                    - Oh, sì. (Cava di tasca un passa­porto). Ecco il mio passaporto. Gherardo Cobalto di Aurelio; in arte: Gherardo Farra. Volete accertacene?

Diana                          - (diffidente) Sì.

Gherardo                    - (porgendo il passaporto) Prego.

Diana                          - (dopo aver guardato il passaporto, re­stituendolo) E allora?

Gherardo                    - Allora bisogna cercare altrove. Qua non c'è niente da fare.

Diana                          - (ferita) Oh!

Gherardo                    - Chiedo scusa di avervi offesa, pur non essendo vostro marito, ma... (Una pausa). E' chiaro che lo sbaglio è avve­nuto Perché nella vita deve realmente esi­stere un Gherardo Farra che ha sposato una Diana Sangiorgio. E' probabile che esista un'altra Diana Sangiorgio, nel vo­stro paese o in una frazione del vostro paese. Sarà magari gente umile, gente sper­duta nelle campagne, di quella che ha sem­pre una nozione approssimativa delle sue origini e delle sue generalità. Purtroppo ce n'è ancora. A ogni modo non c'è che da cercare questo Gherardo Farra, fare Tatto notorio e tutti gli altri atti necessari a correggere l'errore, e poi sposare l'uomo che certamente sarà seccato di questo sin­golare e un po' ridicolo contrattempo. Tanti auguri e tanto piacere di avervi co­nosciuta.

Diana                          - Ve ne andate?

Gherardo                    - Sì, ho fretta. Quando siete en­trata, stavo dicendo appunto di essere già partito. Debbo partire.

Diana                          - Un momento, vi prego.

Gherardo                    - (sorridendo) Spero che il roman­zo non si complichi...

Diana                          - E’ curioso che adesso ho un po' di soggezione di voi...

Gherardo                    - Sarà Perché non sono più vostro marito.

Diana                          - E' Perché su questo errore dello Stato Civile, io avevo costruito, a mio modo, un piccolo castello.

Gherardo                    - (scherzoso) Ah, ah!

Diana                          - Se voi non aveste tanta fretta, vi racconterei. Sono decisa a raccontarvi tutto”

Gherardo                    - (guarda l'orologio) Quanto tem­po ci vuole?

Diana                          - Bastano pochi minuti.

Gherardo                    - Dieci? Ma non più di dieci.

Diana                          - Anche meno.

Gherardo                    - Sentiamo.

Diana                          - Io stavo per sposarmi contro la mia volontà.

Gherardo                    - Male! Siete antidemografica?

Diana                          - No. Stavo per sposare contro la mia volontà...

Gherardo                    - I crudeli genitori...

Diana                          - I miei genitori sono morti.

Gherardo                    - L'inumano tutore...

 Diana                         - Nemmeno. Una mia zia: Andreina Sangiorgio, ricchissima, che vuol farmi sua erede soltanto a patto che io sposi Alberto Veniero.

Gherardo                    - Chi è?

Diana                          - Un uomo ancora giovane, bell'uomo; ma - come dire? -( troppo energico: energico senza ipocrisie e senza sfumature.

Gherardo                    - Un uomo che non vi piace.

Diana                          - Ecco. Non mi piace lui ma mi piace la ricchezza di mia zia...

Gherardo                    - Mi pare che anche voi non usiate né ipocrisie né sfumature.

Diana                          - ...la quale ricchezza, unita alla mia... voi capite?

Gherardo                    - Capisco. Siete molto ricca?

Diana                          - Sì.

Gherardo                    - Rallegramenti.

Diana                          - Ora, questo errore dello Stato Civile era stato per me una manna.

Gherardo                    - Può esserlo ancora.

Duna                           - Poteva esserlo, se Gherardo Farra foste stato voi.

Gherardo                    - E perché?

Diana                          - Perché voi siete celebre, godete già la simpatia... forse  “la simpatia“ è trop­po... mettiamo la tolleranza di mia zia...

Gherardo                    - Lusingatissimo.

Diana                          - ...e io, a mia zia, in una scena bene recitata...

Gherardo                    - Sapete recitare?

Diana                          - Così, da dilettante... In una scena bene recitata avevo fatto credere alla zia che voi foste veramente mio marito...

Gherardo                    - Queste cose avvenivano una vol­ta nelle operette e anche nella posciadistica francese. Le ha copiate perfino il cinema­tografo. Per lo meno come attrice, siete un po' arretrata.

Diana                          - Credevo che voi, da uomo di spirito quale siete, da grande attore, poteste tro­vare... non dico divertente ma insomma, come dire?, provabile, l'emozione di essere mio marito.

Gherardo                    - (sogghigna) Ah, ah ! Provare nel­la vita quello che ho provato mille volte su la scena! (Ironico). Giungete proprio nel momento propizio... (Una pausa). Del resto, non siete originale nemmeno in que­sto. Un personaggio dì Jevreinoff, il dot­tor Paracleto, mandava gli attori a recitare nella vita le stesse parti che essi recitavano su la scena: il brillante per consolare don­ne tristi, l'amoroso per consolare donne senz'amore; e nella stessa vita, in America, esistono uomini che si lasciano prendere in affitto dalle donne sole. Non credo che sia divertente.

Diana                          - Non sarà divertente ma provabile: degno di essere provato.

Gherardo                    - (sorride alzando le spalle) No, no. (Una pausa). E poi a che servirebbe?

Diana                          - Servirebbe.

Gherardo                    - A voi.

Diana                          - A me e forse anche a voi.

Gherardo                    - Macché! Prima di tutto non mi va, per ora, di recitare. Ma anche venissi a recitare presso di voi la parte del marito, è già previsto quello che potrebbe accadere.

Diana                          - Cioè?

Gherardo                    - Finirei col farmi detestare da voi; oppure col farmi sposare sul serio: ipotesi entrambe da scartare.

Diana                          - Grazie per la seconda ipotesi! Ma voi non pensate alla terza.

Gherardo                    - Quale?

Diana                          - Soccorrere, appunto come un attore alla Jevreinoff, una creatura che ne ha bi­sogno.

Gherardo                    - Una creatura che ha bisogno di diventare più ricca di quanto non sia.

Diana                          - Siete contro la ricchezza eccessiva?

Gherardo                    - No. Mi piace. Ma la mia, non quella altrui.

Diana                          - (insinuante) Naturalmente non mi permetto di offrirvene una parte...

Gherardo                    - (ride, la guarda) E quanto mi offrireste?

Diana                          - La metà.

Gherardo                    - Già. Come marito... (Ride an­cora).

Diana                          - Non vi fate, forse, pagare, per re­citare?

Gherardo                    - Certo. Ma per recitare le parole altrui.

Diana                          - Per recitare le vostre, vorreste di più?

Gherardo                    - Siete una bella impertinente.

Diana                          - Lo spero. (Una pausa). Allora?

Gherardo                    - (un po' indeciso, nervoso, dopo un breve silenzio) Ma insomma, a vostra zia voi avete fatto credere di avermi spo­sato. E come?

Diana                          - Di nascosto. Un matrimonio ripa­ratore...

Gherardo                    - Ah! E poi, dopo il matrimonio riparatore, io e voi ci siamo separati...

Diana                          - Naturalmente

Gherardo                    - Perché naturalmente?

Diana                          - Voi siete un attore, avete sempre intorno a voi molte attrici e molte ammi­ratrici, vi occorre la vostra libertà...

Gherardo                    - E voi me l'avete concessa.

Diana                          - Ve l'ho concessa Perché non è vero. Se fosse vero...

Gherardo                    - Se fosse vero non me la conce­dereste?

Diana                          - No.

Gherardo                    - Anche se facessimo finta che fosse vero?

Diana                          - Anche.

Gherardo                    - (come fra sé) Debbo proprio ave­re assunta la faccia del marito. (Poi, con altro tono). Ma badate che io, come ma­rito, lo sapete voi stessa, le conosco tutte, le ho provate tutte.

Diana                          - Su la scena. Con le parole altrui.

Gherardo                    - Credete, dunque, che nella vita... (Vuol dire “che nella vita sarebbe un'al­tra cosa “?).

Diana                          - Sì.

Gherardo                    - Per merito vostro?

Diana                          - Sì.

Gherardo                    - Siete anche una bella presun­tuosa!

Diana                          - Lo faccio per mettervi alla prova.

Gherardo                    - Lo fate per mettermi alla prova, e me lo dite?

Diana                          - Sono una giocatrice leale.

Gherardo                    - (ha la tentazione di prenderla per le braccia, forse per farle del male o forse per baciarla; ma si frena).

Diana                          - (che ha capito) Prego.

Gherardo                    - Ah, permettete?

Diana                          - Se siete mio marito...

Gherardo                    - (con subita decisione, chiama) - Giuliano! (Poi, prima che Giuliano arrivi, a Diana) Dove abitate?

Diana                          - A Milano. (Entra Giuliano).

Gherardo                    - (a Giuliano) Spedisci i bauli a Milano. Partiamo stasera.

Diana                          - C'è un treno alle 12.

Gherardo                    - Con il treno delle 12.

Diana                          - (a Gherardo) Fa’ fissare due letti. Ce ne sono, perché è l'espresso di Zurigo.

Gherardo                    - (guardandola, un po' sconcertato e nervoso) Bene. Da' gli ordini tu stessa.

Diana                          - (allegrissima, precipitosa) Allora, Giuliano- senti: due letti ma non vicini e non sulle ruote: il 6 e il 9; puoi dirlo a nome mio al Direttore dell'ufficio dei va­goni-letto. (Poi, a Gherardo, sempre rapi­dissima) Sai, dopo colazione voglio dor­mire un poco: ci sono abituata... e mi pia­ce dormire proprio in un letto, spogliar­mi... (Prima ancora che Diana abbia finito di parlare, mentre Gherardo la guarda più sorpreso che divertito, cala la

 

TELA

ATTO SECONDO

Una bellissima sala di soggiorno in casa Sangiorgio, a Milano. Porte a destra e a sinistra. Veranda nel fondo. Le undici del giorno dopo.

Andreina                    - (entrando dalla destra insieme con Alberto) E' proprio vero, amico mio. Del resto, come poteva non esser vero? Un atto dello Stato Civile non si può né improvvisare né falsificare facilmente.

Alberto                       - E si è assoggettata per tanto tem­po a fare la mia fidanzata r Mi ha fatto arrivare quasi al giorno delle pubblica­zioni?

Andreina                    - Non ho capito che donna è. E' mia nipote, vive da tanto tempo, ormai, insieme con me; ma non si lascia capire. (Una pausa). Avrà voluto riprovare con voi le emozioni del fidanzamento.

Alberto                       - (irritatissimo) Emozioni... che le potevano costar care...

Andreina                    - (con vago pudore) Be', fino a un certo punto. Era già maritata...

Alberto                       - (c. s.) E questo... questo marito... come dire?... questo marito... singolare, per non chiamarlo col suo vero nome, la sposa, sta con lei pochi giorni, gli stretti indispensabili alla luna di miele, e poi la lascia libera... libera di fidanzarsi o di ma­ritarsi... insomma di tradirlo! Meritava che io gli rendessi questo servizio!

Andreina                    - (reticente) Che cosa volete che vi dica? E’un attore; ed è proprio lui, Gherardo Farra... (Con rancore) ...il cele­bre Gherardo Farra... Evidentemente la morale degli attori è una morale diversa dalla nostra. (Una pausa). A me dispiace che voi abbiate sofferto di tutto questo. Potete immaginare quanto ne abbia sof­ferto anch'io. Voi per me eravate - siete sempre - il marito ideale per mia nipote. Lei ha vissuto per anni troppo sola, trop­po libera: aveva bisogno di un marito energico come voi.

Alberto                       - E questo Farra com'è?

Andreina                    - Dio mio, fisicamente lo cono­scete anche voi. E’ molto meno giovane di Diana. Per il resto, non so. E' arrivato ieri, verso sera, con lei. Ha pranzato con lei; è andato a letto...

Alberto                       - (la guarda come per chiedere: “con lei?”).

Andreina                    - (comprendendo) Non so... im­magino. Per ora, certo, la sua camera è vicina a quella di Diana; ma non è la stessa. In questa casa non esistono ancora camere matrimoniali. Ma...

Alberto                       - (seccatissimo) E già!

Andreina                    - Chi può impedire, del resto, che?...

Alberto                       - (c. s.) Già, già!

Andreina                    - Ma non toccheranno un solo centesimo del mio danaro. Voi continue­rete a frequentare questa casa...

Alberto                       - Neanche per sogno!

Andreina                    - Dopo tutto, è casa mia. Posso ricevere chi mi piace.

Alberto                       - Non ve ne abbiate a male, signora Andreina; ma io non verrò mai più.

Andreina                    - E perché?

Alberto                       - Sarebbe, per me, una sofferenza atroce. E poi... volete che ve lo dica bru­talmente?... sarebbe una grave tentazione.

Andreina                    - (con pudore) Oh!

Alberto                       - Io non so fingere. Io mi ero inna­morato di lei. Io ramo ancora. (Con rabbia, quasi fra sé). Mi pento di averla rispettata!

 Andreina                   - (con tono di dolce rimprovero) -No! Voi siete un gentiluomo. (Una pau­sa). Del resto, non vi nascondo che ho qualche speranza...

Alberto                       - E che speranza, ormai! Da noi il divorzio non esiste. E poi non voglio i resti di nessuno.

Andreina                    - I resti! Io mi sono sposata due volte.. .

Alberto                       - Donna Andreina! Non dovete an­che voi, adesso, giocare con i miei nervi! (Una pausa). Per me lei era tutto: la pu­rezza, la fragranza della purezza, la poe­sia della purezza. Quella bocca, quegli occhi, quel colore... E' incredibile come una donna possa mentire anche con il suo colore... (La guarda, vede i suoi capelli dipinti, dice comicamente) Scusate...

Andreina                    - (dopo aver sorriso male) Che ab­bia mentito a voi è niente... (Si pente). ...voglio dire: è comune che una donna riesca a mentire con l'uomo che l'ama. Ma a me! Io sono donna come lei, seb­bene meno giovane...

Alberto                       - E secondo voi, che cosa dovrei fare io, per sposarla?

Andreina                    - (sospira) Capisco ch'è una con­dizione disperata.

Alberto                       - Mi fa rabbia la figura ridicola che mi tocca di fare fra gli amici. Ah, non immaginavo che una donna fosse capace di tanto! Ma forse, la figura ridicola, non la farò. La farò fare a lui, al marito. Dirò a tutti che passavamo per fidanzati, ma in realtà...

Andreina                    - Alberto, voi non siete capace di un'azione così poco elegante...

Alberto                       - Sono diventato capace di tutto.

Andreina                    - Non vorrete mettervi anche con­tro di me!

Alberto                       - Che c'entrate voi!

Andreina                    - Voi  avete frequentato la  mia casa. Sarebbe ingiusto che faceste passare la mia casa per un rifugio di adùlteri. (Entra dalla sinistra Diana).

Diana                          - Buon giorno, zia. Buon giorno, Al­berto. (Poiché nessuno dei due risponde, Diana si volge verso l'interno e chiama Gherardo). Vieni, Gherardo. Mia zia, già la conosci.

Gherardo                    - (a Andreina) Buon giorno, si­gnora... zia.

Andreina                    - (dura, ostile) Buon giorno.

Diana                          - (a Gherardo) Ti presento il signor Alberto Veniero. Mio marito.

Gherardo                    - Tanto piacere.

Alberto                       - (secco) Grazie. (Si volta dall'altra parte).

Gherardo                    - (dopo averlo guardato, stringen­dosi nelle spalle) Prego. (Una pausa; poi a Diana) Il signor Veniero è stato tuo fi­danzato?

Alberto                       - (voltandosi, sorpreso) Che cosa?

Diana                          - (guardando Gherardo, sorpresa an­che lei) Ma...

Gherardo                    - Non ho mai preteso che mia moglie stesse tanto tempo lontana da me, senza... per lo meno fidanzarsi.

Andreina                    - (a Gherardo, con tono di mera­viglia e riprovazione) Allora, voi sapete che...

Gherardo                    - Naturalmente. Che cosa volete che non sappiano i mariti? Sanno tutto, sempre. E' una stupida leggenda che il marito sia l'ultimo a sapere o il solo a ignorare.

Andreina                    - Ma è stata una voce: una voce calunniosa. Non vorrete mica immaginare che in casa mia...

Gherardo                    - La vostra casa è la più onorata e onorabile che io mi conosca. Non credo tuttavia che la voce fosse calunniosa. Tan­to meno diffamatoria. Credo anche che il signor Veniero avesse le intenzioni più serie.

Andreina                    - Le intenzioni più serie nel fidan­zarsi con una donna maritata?

Gherardo                    - E con chi si dovrebbero avere le intenzioni più serie, se non con una donna maritata? Una donna maritata non è una principiante: sa bene come si svol­gono le faccende matrimoniali, dall'a alla zeta. Suppongo che mia moglie si sia fi­danzata con il signor Veniero quando io ero malato. Era una malattia grave: po­teva concludersi con la catastrofe. Tanto fidanzarsi prima, tanto fidanzarsi dopo. Il guaio è che io... eccomi qui... non sono ancora morto. Ma... Se il signor Veniero avesse fretta... (Una pausa; poi a Diana) Vedi: non ha fretta, non ti ama.

Diana                          - (perplessa, sbalordita) Gherardo! Tu ti stai prendendo gioco di noi?

Gherardo                    - Di voi? Di te, meno che di tutti. Mi preoccupo del tuo avvenire. E' tradi­zionale che i mariti si preoccupino dell'avvenire delle loro mogli. Le stesse leggi del Regno dedicano pagine intere alla po­sizione della “vedova“, alla pensione del­la “vedova“. - Non si sa bene Perché; ma la morte del marito è sempre prevista con notevole anticipo su quella della mo­glie. Lo Stato ha una dura esperienza in materia. - Ora io non ho pensioni da lasciare; e nemmeno eredità. Sono povero. Perfino il mio nome, come quello di tutti gli attori, è scritto sull'acqua. E del resto, tu non hai bisogno né del mio nome né del mio denaro. Ma di un marito sì; di un marito puoi aver bisogno. Le vedove hanno un po' l'abitudine del marito. Perché, dunque, ti pare strano che io mi pre­pari a morire, anzi a premorire, sapendo chi sarà il mio successore? (Una pausa). Le mie semplici idee non trovano adegua­ta risonanza in questa assemblea. Allora bisogna che io cambi registro. Caro signor Veniero, potete andare. Non avete fretta che io muoia, non siete innamorato. Mia moglie merita un marito innamorato.

Alberto                       - (sdegnato, drammatico) Non so ancora, veramente, se darvi dell'istrione o del cinico...

Gherardo                    - Del cinico. Guai a voi, se non fossi cinico. Il cinismo dei mariti è la val­vola di sicurezza della tranquillità sociale. La convivenza umana è possibile in virtù del cinismo dei mariti. La diminuzione del numero degli uxoricidi è un contributo all'aumento della popolazione. (Con altro tono, caldo, minaccioso, drammatico, avvicinandosi a Alberto). Ma voi, giovanot­to, non dovete contare troppo sul mio ci­nismo. Il cinismo è la mia maschera, non i! mio volto. Il mio cuore sta soffrendo, il mio cuore sanguina. Voi avete gettato di­scredito sul mio nome, sul mio onore. So­pratutto voi avete offeso il mio amore, il mio amore per questa donna che è tutto per me: l'aria, la luce, la vita. Se io di­fendo la mia vita, c'è qualcuno che possa meravigliarsene o impedirmelo? Avanti, parlate, parlate tutti. Ho il diritto di di­fendere la mia vita? Esiste una legge mo­rale che si opponga a questo mio diritto di legittima difesa? Chi oserebbe sventolare le vecchie pagine di un codice di carta contro questa vampa d'amore che mi brucia in tutto Tessere, che fa di me un rogo? Che quest'uomo si levi dal mio sguardo, che il suo fiato smetta di avvelenare l'aria che respiro, o io non rispondo più dei mieti atti!

Andreina                    - (precipitandosi su Alberto e co­stringendolo a uscire per la destra) An­diamo, Alberto, andiamo. Quest'uomo dà segni di pazzia.

(Pallidissimo, sebbene con aria minacciosa, Alberto si lascia trascinar via da Andrei­na. Gherardo, ritornato rapidamente tran­quillissimo, accende una sigaretta).

Diana                          - Be', che vuol dire?

Gherardo                    - Niente. Faccio il marito. Ho fatto il marito cinico; ho fatto il marito passionale... Dal momento che il mio de­stino è quello di recitare la parte di marito anche fuori del teatro...

Diana                          - Ma forse c'è un malinteso. Io ti ho pregato di fare il marito con me, per me, non per la platea...

Gherardo                    - Con te, per te... (La guarda con intenzione).

Diana                          - Oh, non nel senso che tu credi. Ma nemmeno nel senso di marito come parte del terzetto coniugale. Marito nell'intimità - nell'intimità più lecita - Perché io possa provare la mia vocazione di moglie, scegliere il tipo che mi va.

Gherardo                    - Non so veramente quale sia per te l'intimità “più lecita “ fra un marito e una moglie. Quella tale per te sarebbe ille­cita? Tu capovolgi perfino il concetto cri­stiano del matrimonio. Comunque, non mi oppongo al tuo desiderio. Ti chiedo scusa di aver capito male. (Docile, umile). Ti prego di scusarmi. Sai, forse, (mando parlammo la prima volta, ero distratto. Non è possibile che tu ti sia espressa male. Sono io che non ho capito bene. Me ne dispiace sinceramente, Perché vorrei che nessuna ombra turbasse i rapporti fra me e te, questa incantevole serenità che può fare della nostra convivenza un idillio. (Le si avvicina, remissivo, carezzevole). E' ve­ro che mi hai già scusato?

Diana                          - (guardandolo) Ma figurati! Era per intendersi perfettamente, per evitare equi­voci.

Gherardo                    - Ebbene, quando io sbaglio, tu correggimi. Non avere esitazioni. Io vo­glio obbedirti. Non conosco nulla di più dolce che l'obbedienza a una donna come te. Di fronte a te mi pare di essere ritor­nato giovanissimo: un bambino. Ma non un bambino capriccioso, che fa le bizze. Un bambino tranquillo, vorrei dire un po' malato. Vuoi che usciamo?

Diana                          - Ma no!

Gherardo                    - Allora no. Vuoi che stiamo in casa?

Diana                          - Ma sì!

Gherardo                    - Mi rispondi come se non mi avessi ancora perdonato. Questo mi fa ma­le. Non credo di aver mancato fino al punto che tu mi debba far soffrire...

Diana                          - Ma insomma, che cosa ti prende? mi secchi, così.

Gherardo                    - (cambiando tono) Ho capito. Non ti piace il marito docile, remissivo.

Diana                          - (ride) Oh, sciocca! Non m'ero ac­corta che tu scherzavi.

Gherardo                    - (con tono improvvisamente ener­gico) No, non scherzavo! Facevo un gio­co di pazienza, per vedere fino a qual punto il tuo cervello capriccioso, irragio­nevole, possa pretendere che io diventi nel­le tue mani una femminetta, un imbecille. (Batte un pugno su un tavolo). Sono o non sono il padrone di casa? Mi hai eletto padrone, di tua spontanea iniziativa? Ho accettato di governare la tua vita? E allora lasciami fare. Voltaire diceva che una donna qualunque ha sempre il cervello di una gallina e una donna eccezionale ha il cervello di due galline. E' bene che tu lo sappia: io ti considero una donna ecce­zionale.

Diana                          - Sei un maleducato!

Gherardo                    - Chiedimi scusa!

Diana                          - Non ci mancherebbe altro.

Gherardo                    - (afferrandola per i polsi) Ti di­co: chiedimi scusa. Per ora mi contento delle tue scuse; più tardi, fra un minuto, pretenderò che tu t'inginocchi ai miei piedi.

Diana                          - (tentando di liberarsi) Ma che fai? Mi fai male. Non ammetto questa vio­lenza...

Gherardo                    - (lasciandola, con altro tono) Non ti piace nemmeno il marito energico. Il marito docile no; il marito energico no.

Diana                          - (sorride) Se mi piaceva un marito energico, sposavo Alberto Veniero.

Gherardo                    - Perché? Quello sarebbe un ma­rito energico? Ah, ah! Un ingenuo. Un piccolo adultero: vile.

Diana                          - Lo chiami adultero. Non crederai mica che sia stato il mio amante. Gherardo Non so. Diana Adesso vuoi offendermi sul serio.

Gherardo                    - Non mi fido delle donne. Tu sei la mia donna, io conosco e seguo passo per passo la tua vita, indovino i tuoi gusti, mi sforzo di appagare i tuoi desideri, ti vedo quando sei sveglia, quando dormi, quando mangi, quando ti vesti... Ho im­parato tutto della tua persona fisica e della tua vita fisica. Potrei descrivere a occhi chiusi la tua fronte, il colore cangiante dei tuoi occhi, il tremito delle tue narici quan­do aspetti il mio bacio, l'ombra che fanno le tua ciglia sul sommo delle tue gote, e il tuo modo d'abbandonarti, il tuo modo di ridere e di piangere... So tutto dei tuoi gusti: i colori che preferisci, i vestiti che adatti alle ore del giorno e della sera, il pudore con cui eviti certi gesti quando t'infili le calze o la sottana, l'eleganza con cui bevi in una coppa o ti servi del col­tello per tagliare una pesca piena di suc­co... E con questo? Io non so nulla della tua vita spirituale, dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni. Tu dormi accanto a me e forse sogni di un altro; mi parli o mi ascolti, e forse le tue parole, le mie parole evocano in te l'immagine di un altro. Non conosco tormento più crudele. Divento geloso delle ombre, dei fantasmi della mia fantasia; ti immagino sotto il fiato altrui, esperta delle carezze altrui. E la mia gelosia assume tali proporzioni, che vorrei vendicarmi di te tenendoti imprigionata, al buio, pur sa­pendo che questo non mi giova, non mi basta; e nemmeno mi basterebbe che il mio rivale prendesse corpo, diventasse qualcuno, fosse esposto alla mia ira e alle mie vendette... Mi viene la tentazione di pren­derti alla gola, di ucciderti, di vedere al­meno come è fatto materialmente il tuo cervello che mi tradisce... (Le si è avvici­nato, fa l'atto di prenderla alla gola).

Diana                          - (schermendosi) Questo sarebbe il ma­rito geloso?

Gherardo                    - (con altro tono) Potrebbe essere.

Diana                          - Non mi piace. E' un geloso troppo sottile, cerebrale.

Gherardo                    - Guardati dall'altro geloso, allo­ra. Si tormenta meno, ma tormenta di più gli altri. Arriva a casa improvvisamente, apre improvvisamente le porte che dovreb­bero rimanere chiuse, sequestra la corri­spondenza dal portiere, non permette che la moglie esca di casa sola, crea il deserto intorno alle mura della sua casa... Generalmente è tradito, Perché le donne in fatto di tradimento ne sanno una più del demonio; ma pesa, pesa quasi material­mente, soffoca. Eccolo. Entra. (Parlando, esegue). “Mi aspettavi alla finestra?”

Diana                          - (assecondandolo nel gioco) No.

Gherardo                    - (vivace- incalzante, per tutta la scena) T'ho vista. Ho visto la tua ombra attraverso le stecche delle persiane.

Diana                          - (continuando ad assecondarlo) Era il vestito che ho appeso alla finestra soc­chiusa per fargli prendere un po' d’aria. Non lo vedi?

Gherardo                    - Si; ma tu eri dentro il vestito. Il vestito non ha mica la tua faccia...

Diana                          - Allora me lo sarei levato mentre tu salivi le scale?...

Gherardo                    - Naturalmente.

Diana                          - E Perché?

Gherardo                    - (fa l'atto di andare a una finestra e di chiuderla) Non è che io dubiti di te; ma sai che nella casa di fronte c'è quell'imbecille dello studente che sembra esserci domiciliato sul marmo di un da­vanzale. A lungo andare potrebbe credere che tu... Te l'ho detto: preferisco che questa finestra stia sempre chiusa.

Diana                          - Sta bene. Non l'aprirò più. Farò in modo che in questa stanza si faccia la muffa.

Gherardo                    - Ci sono le porte, per l'aria. Le porte sono fatte appunto per dare aria alle stanze.

Diana                          - Ah, ecco.

Gherardo                    - E anche per far sentire il tele­fono, quando suona. Ho suonato per un quarto d'ora, stamattina. E due volte. La prima volta il telefono era occupato. Con chi parlavi?

Diana                          - Non ero io che parlavo. Era la ca­meriera che faceva alcune ordinazioni ai fornitori.

Gherardo                    - Non può essere. A quell'ora la cameriera stava rifacendo le stanze. Anzi, a quell'ora la cameriera non c'è. Scende nel cortile a battere i tappeti. Tu sei sola. Non potevi essere che tu al telefono.

Diana                          - E se fossi stata io, Perché dovrei negarlo?

Gherardo                    - Non lo so. Tu mi dici spesso delle bugie, o per lo meno mi nascondi la verità. Te lo dico io quello ch'è successo.

Diana                          - Sentiamo.

Gherardo                    - Tu telefonavi a qualcuno. Que­sto qualcuno ti ha detto che più tardi sa­rebbe passato dinanzi alla tua porta, sa­lendo le scale. E tu lo hai aspettato alla porta, Perché quando io ho telefonato per la seconda volta, tu non hai risposto su­bito: hai risposto dopo circa un quarto d'ora. Il che prova che anche la cameriera non c'era, che tu eri sola in casa, Perché non ti par vero di rimaner sola...

Diana                          - (sospendendo di seguire il gioco) No no. Questo tipo, poi, lo detesto.

Gherardo                    - Ti faccio osservare che hai già scartato sei tipi di marito.

Diana                          - Siamo già al sesto?

Gherardo                    - Il cinico, il passionale, il docile, l'energico, il geloso, come dici tu, cere­brale, il geloso grossolano... Eh; ma ce n'è tanti, sai. Credo di averli fatti tutti, nella mia carriera d'attore.

Diana                          - Ce n'è qualcuno che tu abbia fatto con più piacere?

Gherardo                    - Con più piacere? E meglio?

Diana                          - Con più piacere e meglio.

Gherardo                    - Son due cose diverse. Faccio me­glio il personaggio che più mi assomiglia; e più volentieri quello che mi assomiglia meno: anzi, quello che è il mio contrario.

 Diana                         - Perché?

Gherardo                    - Forse Perché siamo sempre il contrario di quello che vorremmo essere.

Diana                          - E tu come sei ?

Gherardo                    - Ah! Questo non appartiene ai nostri patti.

Diana                          - Ma se appartenesse ai nostri patti, tu sapresti dirmelo?

Gherardo                    - Mi pare una domanda che vo­glia mettermi in imbarazzo. Ne presup­pone o ne nasconde un'altra: c'è qualcuno che si conosca così bene da potersi per­fino descrivere? Tutti diciamo: “io sono così; io faccio così “: ma poi chi lo sa?

Diana                          - Ho l'impressione che un attore do­vrebbe saperlo a preferenza di chiunque.

Gherardo                    - Perché?

Diana                          - Perché un attore studia tanti tipi, tanti caratteri, tante psicologie; e li studia non soltanto per capirli ma per esprimerli. Ha dunque modo di paragonare sé stesso al personaggio che interpreta, stabilirne le differenze e le analogie, fare opera critica insomma. Criticare vuol dire conoscere.

Gherardo                    - Così dovrebbe essere. Certo, quando io faccio, per esempio, un marito casalingo, di quelli che girano in cucina, nelle camere da letto, guardano quello che fa la moglie, sorvegliano quello che fa la servitù...

Giuseppina                 - (cameriera di casa Sangiorgio, dalla sinistra) Permesso?

Diana                          - Vieni, Giuseppina.

Giuseppina                 - La cuoca desidera sapere quante uova occorrono per il dolce che ha ordi­nato il signore.

Diana                          - (a Gherardo) Hai ordinato un dolce?

Gherardo                    - Sì. (Poi a Giuseppina) Sette uo­va. Torlo e chiara. I torli sbattuti a parte; e così la chiara. La chiara sbattuta deve essere come quella che serve a chiarificare il brodo condensato per la gelatina. Burro, non più di due etti. Zucchero, molto. Se la cuoca vuole che io venga ad aiutarla...

Giuseppina                 - Non occorre, signore. Grazie. (Poi a Diana). Signorina, cioè, signora... Chiedo scusa: non c'ero abituata... La sar­ta ha lasciato i vestiti.

Diana                          - Va bene.

Giuseppina                 - Li ho messi, per ora, in ca­mera da letto.

Duna                           - Bene.

Giuseppina                 - Con permesso. (Esce).

Gherardo                    - (a Diana) Ti sei fatti dei vestiti nuovi?

Diana                          - Sì.

Gherardo                    - Quanti?

Diana                          - Due da mattina, due da pomeriggio, due da sera.

Gherardo                    - Troppi.

Diana                          - Troppi?

Gherardo                    - Allora pochi.

Diana                          - Nemmeno tanto pochi: ne ho già degli altri.

Gherardo                    - Come vuoi. Diana Ah, recitavi?

Gherardo                    - Bada che rapidamente hai già scartato altri due tipi di marito. L'avaro e il prodigo. Forse ti piaceva di più il ma­rito casalingo? Quello che ordina il dolce, istruisce la cuoca...

Diana                          - Per carità!

Gherardo                    - E nove! Amica mia, il matri­monio, per te, diventa impossibile.

Duna                           - Ma ora stavamo parlando sul serio e ricominci?

Gherardo                    - Ah, stavamo parlando sul serio? Non me n'ero accorto. E dicevamo?

 Diana                         - Stavi dicendo che quando fai un marito casalingo...

Gherardo                    - Non mi diverto. Ho qualche volta nostalgia della casa, della casa mia, delle pareti mie, dei mobili miei - forse per reazione alla vita sempre diversa, pro­miscua, estranea, degli alberghi - ma è una nostalgia generica, vaga, piuttosto let­teraria che reale. Sono abituato a farmi svegliare dal telefono che squilla sul co­modino, a cercare i vestiti e le cravatte nei bauli a partire, partire, partire... So­no poche ore che sto qui, e già capisco che non potrei rimanervi a lungo. Tu hai una casa bella ma borghese. Troppo ordi­nata. Si pranza alla tale ora e bisogna mangiare quello che c'è o quello che si e ordinato prima di desiderarlo; alle cinque, immagino, si prende il tè, l'odioso tè che non piace a nessuno; a mezzanotte in pun­to si va a Ietto... C'è un bilancio da guar­dare, una servitù da dirigere, un calcolo, sia pure largo, delle spese voluttuarie e della villeggiatura... No. Mi è piaciuta questa avventura Perché pareva diversa dal­le altre della mia vita. Ma non può durare.

Giuliano                      - (dalla destra) Si può?

Gherardo                    - Vieni Giuliano. (A Diana). Tu permetti?

Diana                          - Ti prego.

Gherardo                    - (a Giuliano) Novità?

Giuliano                      - Non so come abbiano fatto; ma già sanno che voi siete qui. All’UNAT hanno già un telegramma da Roma. Ho incontrato per caso alla posta, il direttore dell'UNAT, e ha voluto che andassi in ufficio con lui. M'ha dato il telegramma. Eccolo. (Glie lo porge).

Gherardo                    - (dopo averlo letto) Ho capito. C'è altro?

Giuliano                      - Al direttore dell'UNAT non ho dato il vostro indirizzo, naturalmente; ma egli attende una risposta.

Gherardo                    - Ci penserò. Vattene.

Giuliano                      - Avevo disfatto tutti i bauli.

Gherardo                    - Rifalli. Vattene.

Giuliano                      - Vado. (Esce per la sinistra).

Gherardo                    - Vi dispiace che io riparta? “

Diana                          - E' come se foste già partito. Mi date del voi. (Una pausai. Già l'esperimento era impossibile. Lo abbiamo progettato in un momento di ebrezza reciproca. Voi sie­te già stanco; e avete anche ragione. Po­teva essere interessante per voi fare la par­te del marito; ma sul serio, come marito vero, con una moglie vera. Perché all'espe­rimento è mancata la condizione indispen­sabile: la verità. Può aver giovato a me, Perché voi mi avete dato qualche idea dei vari tipi di marito...

Gherardo                    - Pochi, Ce ne sono tanti. Questo che ho fatto poco fa potrebbe essere il ma­rito antiborghese, il viaggiatore nato, l’anima inquieta... Neanche questo vi piace?

Diana                         - (continuando) Ha potuto giovare a me; ma a voi in che modo può giovare?

Gherardo                    - Che cosa?

Duna                           - L'esperimento.

Gherardo                    - Ah, voi parlate sempre dell'espe­rimento. Ma l'esperimento, se fosse vero, non vi darebbe più la possibilità della scel­ta. Voi sareste mia moglie; io sarei vostro marito. Vincolo indissolubile. Io sarei un tipo fisso: quel marito, quel carattere.

Diana                          - E quale? Questo m'incuriosisce. Vor­rei sapere come sareste, da marito vero...

Gherardo                    - Chi sa! Certo, avrei molti difetti.

Diana                          - Incorreggibili?

Gherardo                    - Credo di sì.

Diana                          - Sareste orgoglioso?

Gherardo                    - Molto.

 Diana                         - E poi?

Gherardo                    - E poi... fisicamente e spiritual­mente più forte di mia moglie; energico con dolcezza; prepotente non dogmatico ma persuasivo; maschio al momento opportuno ma normalmente disposto più a lasciarmi amare che ad amare; attento e vorrei dire industrioso o fantasioso nel cer­care i modi di rinnovare l'amore...

Diana                          - È un tipo che state costruendo estem­poraneamente o siete voi, per lo meno co­me credete di essere?

Gherardo                    - Non lo so. So che dopo appena una sera da quando non recito, mi sento irrimediabilmente attore. Non vedo più dove finisca la mia vita vera e dove inco­minci la vita finta che per me si rinnova ogni sera sul palcoscenico. Voi, dal canto vostro, avete contribuito a confondere le mie idee, trascinandomi a questa specie di compendio delle parti che ho recitate. Bi­sognerà ch'io vada. Da Roma mi si mi­nacciano sanzioni e ritorsioni. Non mi sen­to in grado di combattere. Non ne ho neppure la voglia.

Diana                          - Voi partite, e io che cosa dirò a mia zia?

Gherardo                    - Ah! Io faccio l'attore, non l'au­tore. A questo punto occorre un autore: un uomo capace d'inventare intrighi.

Duna                           - Potrò dire che voi, come all'epoca del nostro matrimonio riparatore, avete passato una notte con me e siete ripartito.

Gherardo                    - Ecco.

Diana                          - Intanto farò le pratiche Perché l'atto dello Stato Civile sia corretto...

Gherardo                    - Benissimo.

Duna                           - E per non perdere la ricchezza di mia zia, sposerò Alberto Veniero.

Gherardo                    - Ma sì.

Diana                          - Tanto, ho capito che difetto più, di­fetto meno, i mariti ne hanno tutti.

Gherardo                    - Certamente.

Diana                          - Magari, hanno un po' di ciascun di­fetto che abbiamo immaginato.

Gherardo                    - Sono le psicologie complesse. Una volta io ho fatto la parte di un marito af­farista. (Lo descrive con le parole e con l'azione) Sapete: di quelli che entrano ed escono di casa sempre indaffarati, con una enorme borsa di cuoio sotto il braccio... “C'è posta? ha telefonato nessuno? c'è sta­to nessuno? “, e passano ore alla macchina da scrivere, ore al telefono, ore in tassì, ore nelle anticamere dei Ministeri, occupando­si di cento cose, avviando mille progetti; senza mai trovare il tempo di lavarsi, di curarsi, di andare al cinematografo, di mangiare seduti a una tavola, di dare uno sguardo alla propria casa e alla vita della propria moglie... (La guarda) Non vi pia­cerebbe? - Ebbene, questo signore preten­deva a un certo momento di poter uccidere la moglie che lo aveva tradito, presentava un altro aspetto, inimmaginabile, del suo carattere. “Lavoravo per lei, sfacchinavo per lei; l'amavo “. Strano modo d'amare anno certe volte gli uomini.

Diana                          - Voi avete mai amato?

Gherardo                    - Sia detto in confidenza, io credo che gli uomini non siano mai compiuta­mente innamorati. Recitano. Recitano an­che loro.

Diana                          - Allora, per provare le emozioni dell'amore, bisogna recitare.

Gherardo                    - Credo.

Duna                           - Che ne direste, se io mi mettessi a fare l'attrice?

Gherardo                    - Potreste riuscire.

Diana                          - Mi prendereste nella vostra compa­gnia?

Gherardo                    - (la guarda) E perché no?

Diana                          - (ride) Me ne fate venire la tentazio­ne. (Una pausa) Per voi sarebbe un diver­sivo. Recitare con un'attrice nuova, con una donna nuova. Mostrare a un'attrice nuova la vostra bravura. Darle e riceverne delle emozioni impreviste. Perché io credo che la noia non tanto consista nel ripetere sempre la stessa cosa quanto nel ripeterla con la medesima persona, con la persona che già sa.

Gherardo                    - Esatto.

Diana                          - Forse per questa ragione non avete fatto alcuna resistenza alla mia proposta.

Gherardo                    - Può darsi.

Diana                          - Forse anche Perché... io non vi sono antipatica.

Gherardo                    - Forse anche.

Diana                          - Parlate sul serio, o state facendo la parte del marito... abulico? (Una pausa) Fra me e voi è ormai difficile stabilire i confini della verità e quelli della finzione.

Gherardo                    - È sempre difficile. Con tutti.

Diana                          - Ma se voi parlaste seriamente, io potrei - io che sono libera, non ho da render conto a nessuno - potrei partire con voi.

Gherardo                    - Partite.

Diana                          - Con voi?

Gherardo                    - Con me.

Diana                          - Stasera?

Gherardo                    - Stasera.

Diana                          - Badate che questo mio progetto ne potrebbe nascondere un altro.

Gherardo                    - Sono preparato a tutto.

Diana                          - È strano che voi, pur avendo am­messo che non vi sono antipatica, mi ab­biate sempre, in tutte queste ore, come si dice?, rispettata,

Gherardo                    - Voi siete una di quelle donne che si sposano. Io non ho nessuna inten­zione di prender moglie.

Diana                          - (Vorrebbe parlare; si ferma).

Gherardo                  - Dite, dite.

Diana                          - No.

Gherardo                    - Speravo che mi diceste: “non c'è bisogno del matrimonio per... sposarsi “

Diana                          - Stupido.

Gherardo                    - (colpito) Vi faccio osservare che non sono vostro marito.

Diana                          - Allora vi chiedo scusa. E vado ad annunziare a mia zia la nostra partenza. (Si avvia rapida verso l'uscita).

Gherardo                    - La nostra vita, ormai, è una con­tinua partenza.

Diana                          - (prima di uscire). Vi stavo dicendo che il mio progetto di fare l'attrice ne na­sconde un altro.

Gherardo                    - Quale?

Diana                          - Quello di diventare vostra moglie: moglie vera, naturalmente; e voi marito vero. (Esce rapida, allegrissima).

Gherardo                    - (comicamente allarmato, chiaman­dola) Diana! (E poiché ella non risponde, egli si volta al pubblico, dice:) Avete un bel mostrare alle donne tutti i difetti dei mariti. Niente. È come invitarle a nozze

TELA

ATTO TERZO

Un camerino del Teatro Duse, poco prima dell'inizio dello spettacolo. Due porte: unat a destra, con battente e tenda, da sul palco­scenico; l'altra, con sola tenda, nell'angolo sinistro del fondo, dà nello spogliatoio. Sono passati sei mesi dal secondo atto. Giu­liano sta preparando i vestiti a Gherardo Farra, li guarda di tanto in tanto nello spec­chio, gesticola come se recitasse.

Billi                               - (entrando nervosa e risoluta) Non c'è ancora ?

Giuliano                        - (con disappunto) Non c'è, signo­rina; ma... credo anche che... non voglia vedere nessuno, prima dello spettacolo.

Billi                               - Non me ne importa niente. Lo aspetto.

Giuliano                        - Ma... signorina... voi lo conosce­te meglio di me. Io non posso permettere che alcuno si fermi qui, in camerino, du­rante la sua assenza. Vi chiedo scusa, vi chiedo perdono; ma...

Billi                               - Eppure bisogna che io lo veda qui. In albergo non si fa trovare; in teatro, du­rante le prove, non mi riceve...

Giuliano                        - Lasciate almeno che io lo avver­ta, fatemi sentire che cosa dice...

Billi                               - Di mia iniziativa non esco. (Siede) Se volete provare a cacciarmi con la vio­lenza...

Giuliano                        - Ma che cosa vi ho fatto di male per mettermi in queste condizioni? Quello che passerà un guaio, stasera, sono io, si­gnorina. Fra l'altro, è una « prima ». Voi sapete come è nervoso lui alle « prime ».

Billi                               - Vorrei che i nervi gli scoppiassero; che non potesse neanche recitare!

Giuliano                           - (preoccupato, scostando la tenda della porta per vedere se Gherardo ven­ga) Perché non fate una cosa? Aspetta­telo in palcoscenico, all'entrata; oppure in uno dei camerini. Salvate me, se non vo­lete salvare voi stessa...

Billi                               - Oh, io non ho paura. Non ho mai avuto paura, di lui. Voi, Giuliano, lo sa­pete benissimo.

Giuliano                        - Già! Ma per non aver avuto pau­ra, è successo quello ch'è successo. - Ec­colo, viene; preferirei trovarmi sotto terra. (Billi si alza. Giuliano scosta meglio la tenda. Gherardo entra).

Gherardo                       - Ah, sei qui? Sei venuta a vedere lo spettacolo?

Billi                               - Sì. Ti dispiace?

Gherardo                       - No. Anzi! (Dà un'occhiata di rimprovero a Giuliano).

Billi                               - Non te la prendere con lui; lui non c'entra.

Giuliano                           - (tremando) Io... non... non c'entro.

Gherardo                       - (a Giuliano) Va, va! (E, quan­do Giuliano è uscito per la porta dello spo­gliatoio) Hai il biglietto, o vuoi che ti fac­cia segnare io un posto?

Billi                               - Ho il biglietto. L'ho comprato.

Gherardo                       - Bene.

Billi                               - Tu sai che io amo il teatro.

Gherardo                       - Benissimo.

Billi                               - Lo sai, che lo amo?

Gherardo                       - Si, lo so.

Billi                               - Lo sai; e m'hai costretta a venire a teatro da spettatrice, invece che da at­trice!

Gherardo                       - Se sapessi la voglia che ho io, di essere spettatore invece che attore!

Billi                               - Infatti! Sei mesi fa, quando ti saltò il grillo di abbandonare il teatro, lo hai abbandonato per una sera sola... Io, in­vece...

 Gherardo                      - Tu sei una brava attrice; troverai presto da lavorare.

Billi                               - Devi essere un incosciente o un rim­bambito.

Gherardo                       - Billi I

Billi                               - Perché io, uscita dalla tua Compa­gnia come ne sono uscita...

Gherardo                       - Ne sei uscita volontariamente, per ragioni di salute.

Billi                               - Ne sono uscita, perché sei un... (Si ferma, a uno sguardo minaccioso di Ghe­rardo) E io sono rovinata, ecco: sono ro­vinata... (Piange).

Gherardo                       - (nervosissimo) Giuliano! (Giu­liano entra). Dov'è il copione?

Giuliano                           - (indicandogli il copione, ch'è sotto i suoi occhi) Eccolo. (Una pausa. Poi, per saggiare il suo umore). Al primo atto in frac, non è vero? (Un'altra pausa). È tutto pronto,  nello spogliatoio.

Gherardo                       - (sfogliando nervosamente il co­pione) Vattene! (Giuliano esce nuova­mente per la porta dello spogliatoio). Non capisco perché tu abbia scelto proprio que­sta sera... O meglio, lo capisco benissimo. Ti piacerebbe che tutto andasse a rotoli, a catafascio. E' un bel modo di amare il teatro. Quando un attore dice: «amo il teatro », vuol dire: « amo me, sul tea­tro ». In questo, nessuno ti può negare che tu sia un'attrice nata. (Leggendo nel co­pione). « Ti amo, ti ho sempre amata. Me ne accorgo ora....»

Billi                                  - (credendo che egli parli a lei) Te ne accorgi tardi!

Gherardo                       - (suonando un campanello) Il suggeritore! (Giuliano entra in fretta dalla porta dello spogliatoio ed esce per quella del palcoscenico. Gherardo, continuando a leggere nel copione): « Me ne accorgo ora, perché ti ritrovo in tutti i miei pensieri, in tutti i miei ricordi... ».

Billi                               - Non è vero! Non è vero!

(Entra Greto, il suggeritore, insieme con Giuliano, il quale ritorna nello spoglia­toio).

Greto                             - (con un copione alle mani) Eccomi, signor Farra.

Gherardo                       - A pagina 12, terza battuta dove dice:  «Ti amo, ti ho sempre amata; me ne accorgo ora... ». Greto (continuando a leggere  nel proprio copione) « ...Me ne accorgo ora, perché ti ritrovo in tutti i miei pensieri, in tutti i miei ricordi... ».

Gherardo                       - Leva « in tutti i miei ricordi ». Greto (esegue) A « tutti i miei pensieri », punto.

Gherardo                       - Si.

Greto                             - C'è altro?

Gherardo                       - No, grazie.

(Greto esce).

Billi                                  - (esasperata) Son venuta per dirti una cosa sola.

Gherardo                       - Dimmela, purché sia breve.

(Esce per la porta dello spogliatoio).

Billi                                  - (parlando come se lui ci fosse) Per il debutto della tua nuova « prima attrice » chiamiamola così - tu dovevi scegliere qualunque commedia, meno quella di Marco Bolero. Quella commedia era mia, scritta per me. Non ho discusso il tuo di­ritto di cacciarmi dalla tua compagnia; discuto il tuo diritto di affidare a un'altra a una principiante - una parte pen­sata, amata, sofferta dall'autore attraverso la mia persona... (Ella parla voltando le spalle alla porta di destra che dà sul pal­coscenico; e su la porta di destra, è apparso, non veduto. Marco Bolero, che si fer­ma ad ascoltare. Billi continua). Vedi, te lo dico apertamente: vorrei non avere più fiducia nella commedia, vorrei che cadesse. E cadrà; perché la tua « prima attrice » è una generica qualunque, una cagnetta. Sa­rete puniti tutti, a cominciare dall'autore, che per le sue commedie tradirebbe chiun­que, anche sua madre. E quanto a te, si­gnor Farra, sta attento che non ti porti via anche la nuova recluta, come ti portò via me; perché tu sei il vero predestinato... Marco (che ha dato segni d'impazienza, ascoltando Billi, fa finta di arrivare in questo momento) Permesso?

Billi                                  - (voltandosi di scatto) Ah, siete voi? Buona sera, buona sera! Augurii per la vostra commedia! Andrà certamente bene, perché avete trovato la grande interprete, interprete degna di voi. Ci sono i capan­nelli di gente intorno ai manifesti: « Dia­na Sangiorgio. Ma chi è? ». Mai sentita nominare. Ma a lei certamente avrete det­to, come diceste a me. « Questa parte è vostra, l'ho scritta per voi ». Buffone!

Marco                            - (ostentando freddezza) Voi sareste una cara e buona creatura, se ogni tanto non cedeste a un malefico istinto di vol­garità.

Billi                               - Non è istinto. E' un modo di difen­dermi dalla volgarità altrui; dalla vostra, per esempio; e da quella del signor Farra.

Gherardo                       - (dall'interno) Giuliano, caccia via questa seccatrice!

Billi                                  - (rispondendo a Gherardo) Ah, non c'è bisogno che tu mi cacci. Me ne vado.

Gherardo                       - (dall'interno) Ecco, brava.

Billi                               - Me ne vado in sala. Vado a fare la spettatrice. Suggerirò dalla platea la parte alla grande attrice Diana Sangiorgio, perché la ricordo parola per parola...

Marco                            - (prendendola per un braccio) Voi non farete questo!

Billi                               - Lo farò. Sono venuta apposta. Prima farò l'applauso di sortita alia grande at­trice; poi k suggerirò la parte.

Marco                            - (costringendola a sedere su una pol­trona) E voi non uscirete di qui.

Gherardo                       - (dall'interno) Mandala via.

Marco                            - Questa è una pazza e sarebbe capa­cissima di farlo.

Gherardo                       - Mandala via. Non lo farà. {Rien­tra; ha già i pantaloni e la camicia del frac, coperti da una vestaglia; siede al ta­volo, incomincia a truccarsi). Se facesse questo, non amerebbe il teatro, non sareb­be un'attrice; dovrebbe, anzi, rinunziare per tutta la vita a fare l'attrice. (Billi scop­pia in un pianto dirotto. Gherardo, dopo una pausa, continua a parlare a Marco). Vedi: è un'attrice. Piange perché capisce che non lo farà. (Suona un campanello. Billi si alza, esce piangendo).

Marco                            - (quando Billi è uscita) E se lo fa­cesse? (Entra, in fretta, Edoardo Riva).

Edoardo                        - (a Gherardo) Hai chiamato?

Gherardo                       - (a Riva) Sta attento: nella sala c'è Billi Accadia, che minaccia di distur­bare la rappresentazione.

Edoardo                        - So il numero della sua poltrona, so tutto. Avrà ai lati due angeli custodi.

Marco                            - E a che servono? Quando avrà di­sturbato lo spettacolo, gli angeli custodi non serviranno a niente. Bisogna impe­dirle di entrare in sala; avvertire la polizia.

Edoardo                        - La polizia è già avvertita; ma im­pedirle di entrare in sala non si può.

Marco                            - (a Edoardo) Puoi darmi un posto vicino a lei? Ci starò io.

Gherardo                       - Sarebbe peggio, Bolero. Tu su di lei non hai più nessuna autorità. Un uomo non ha più nessuna autorità su la donna che fu la sua amante; specialmente se questa donna è un'attrice.

Marco                            - (colpito, guardandolo) Tu forse, vuoi riprendere un discorso increscioso...

Gherardo                       - No.

Marco                            - Sarebbe inopportuno, proprio sta­sera...

Gherardo                       - Ma no!

Marco                            - Io sono ancora in tempo a ritirare la mia commedia.

Gherardo                       - Ma che dici!

Marco                            - Se questa commedia ha proprio de­ciso di essere per me fonte di dispiaceri...

Gherardo                       - Non lo sarà. Per lo meno, da questa sera, non lo sarà più. (Una pausa). Sai: ho tagliato qualche parola in una battuta.

Marco                            - (triste) Fa come vuoi.

Gherardo                       - L'ho riguardata tutta, dopo la prova generale. Ho fatto una lieve modi­ficazione al finale del terzo atto.

Marco                            - (c. s.) Come vuoi.

Gherardo                       - Erano piccoli nei. Adesso va. Sento che va. (Come parlando a se stesso). Del resto, bisogna che vada.

Edoardo                        - (a Marco, sottovoce) State tran­quillo: quando lo dice lui... (Entra dalla destra Alessandro Sarti).

Alessandro                    - (triste) Abbiamo un teatro bel­lissimo. Il pubblico delle grandi prime. (Tutti lo guardano come per dire: « Eb­bene? »). Potevamo raddoppiare i prez­zi! - Non per togliere merito a nes­suno; ma sopratutto c'è molta curiosità per l'attrice nuova... (Gherardo ha un sor­riso di soddisfazione. Alessandro conti-tinua). Tutti dicono: « se è un'attrice lan­ciata da Farra, vuol dire che... ».

Gherardo                       - (a Marco) Come vedi, Bolero, l'aver lanciato Billi Accadia non mi ha ancora discreditato...

Alessandro                    - (a Gherardo) Ma... questa è molto brava?

Gherardo                       - (sorridendo) Moltissimo.

Alessandro                    - Se ne parla, se ne parla molto. Specialmente dopo il chiasso che i giornali hanno fatto per quell'errore... quell'errore dello Stato Civile... E' tutto chiarito, ora?

Gherardo                       - Si. Non si trattava nemmeno di un errore. Come io avevo previsto, esiste un'altra Diana Sangiorgio, nata nello stesso paese e sposata a un Gherardo Farra. Un semplice caso di omonomia.

Edoardo                        - (a Gherardo) Ma hai visto che un settimanale ha pubblicato anche la fo­tografia dell'altro Gherardo Farra?

Gherardo                       - Ah, sì?

Edoardo                        - E' un venditore ambulante: pic­colo, magro, con la barbetta a punta. « L'omonimo del grande attore ». E poi la storia del tuo nome d'arte. Ma dell'altra Diana Sangiorgio, della moglie del ven­ditore ambulante, non si hanno nuove.

Marco                            - (sorridendo) L'avrà uccisa il marito.

Alessandro                    - (a Marco) Perché non scrivete una commedia su un delitto che si scopre a causa di una omonimia?

Marco                            - E' pericoloso inspirarsi a fatti real­mente accaduti. Non ci crede nessuno. La realtà è illogica; o per lo meno ha una logica diversa da quella dell'arte.

Gherardo                       - (a Marco) Tu credi?

Marco                            - (a Gherardo) Perché? Tu non credi?

Gherardo                       - (pensando ad altro) Si, si.

Marco                            - Per esempio, un marito, che nella vita si trovasse nelle condizioni in cui tu ti troverai stasera come protagonista della mia commedia, agirebbe come io ho fatto agire il mio personaggio?

Gherardo                       - (sempre pensando ad altro) Già: non so.

Alessandro                    - (a Marco) E come agisce il vo­stro personaggio? Non conosco ancora la vostra commedia.

Marco                            - (ad Alessandro) Lasciate andare co­me agisce nella mia commedia. Ditemi, fiiuttosto, come agirebbe, secondo voi, nel-a vita. La situazione è questa: un tale sposa la vedova del suo più intimo amico morto in guerra. La sposa, dopo qualche anno dalla morte del marito, la sposa aven­dola sempre rispettata, la sposa con una comprensione quasi religiosa dei legami puri e sacri che legarono tutt'e tre fino alla morte di uno di loro. Ma ecco che il ma­rito, ritenuto e dichiarato morto, riappare improvvisamente, perché morto non era, ma soltanto sperduto. I suoi diritti legali sono incontestabili. Dinanzi alla legge è valido il primo matrimonio, non il secon­do. Ma il secondo esiste, è nato dall'amore, ha dato luogo a un amore non meno forte di quello che già esisteva fra la donna e il suo primo marito. Che farà questo primo marito?

Alessandro                    - E nella vostra commedia che cosa fa?

Marco                            - Vi sto pregando: lasciate andare quello che fa nella mia commedia. Ditemi che cosa farebbe nella vita.

Alessandro                    - Non posso giudicarlo in astrat­to. Bisogna che io sappia che cosa fa nella vostra commedia. Bisogna che io giudichi non soltanto il suo atto in sé, ma anche il suo atto attraverso le reazioni degli al­tri due.

Marco                            - Gli altri due si amano, sono felici; si sono abituati alla nuova felicità. Tutta­via sono pronti a sacrificarsi, si sacrificano per rispetto all'altro e per rispetto alla leg­ge; la quale legge, dal canto suo, ha mosso il suo meccanismo, ha annullato il secondo matrimonio.

Alessandro                    - E il primo marito è sempre innamorato di sua moglie?

Marco                            - Sempre. Più che mai.

Alessandro                    - Non so. Bisognerebbe trovarsi nei suoi panni.

Marco                            - Ebbene, il fatto è realmente acca­duto, e chi s'è trovato nei suoi panni, a un certo momento, esasperato dalla gelo­sia, incapace di sopportare l'ombra dell'al­tro sulla sua famiglia ricostituita, ha ucciso prima l'amico, poi la moglie...

Alessandro                    - Eh, perbacco! Era un pazzo.

Marco                            - Chiamatelo come volete; ma questo ha fatto nella vita. E se questo io gli avessi fatto fare nella mia commedia, molti, co­me voi, avrebbero protestato.

Gherardo                       - (che si è già truccato e vestito) Permettete che adesso protesti io, contro la vostra discussione e vi preghi di lasciar­mi in pace?

Alessandro                    - Giusto, giusto. (Poi a Marco). Vedrò che cosa fa questo marito nella vo­stra commedia. (Esce per la destra).

Edoardo                        - Io lo so; e starò a vedere che cosa ne dice il pubblico.

Marco                            - (a Edoardo) Vi raccomando di vigi­lare quella pazza di Billi Accadia.

Edoardo                        - Lasciate fare a me. (Esce per la destra).

Marco                            - (a Gherardo) Ciao, Farra. Ci ve­diamo dopo.

Gherardo                       - (scherzoso) Ti dovrei consegnare lo scudo e dirti come le madri spartane: <( o con questo o su questo ». In Docca al lupo.

Marco                            - In bocca al lupo.

 Gherardo                      - Mandami un momento Diana.

Marco                            - Si. (Esce per la destra).

Gherardo                       - (chiama) Giuliano!

Giuliano                           - (dalla porta dello spogliatoio) Ec­comi.

Gherardo                       - (mostrandosi) Non mi manca niente?

Giuliano                           - (guardandolo attentamente) Nien­te, signore.

Gherardo                       - (indicando il taschino del frac) -E il fazzoletto?

Giuliano                           - (mostra un fazzoletto che è sul ta­volo) Eccolo.

Gherardo                       - (prende il fazzoletto, lo mette nel taschino) Va a comprarmi le sigarette.

Giuliano                        - Vado, signore. (Esce per la de­stra. Immediatamente dopo entra Diana, vestita da sera, già preparata per lo spet­tacolo).

Gherardo                       - Vieni, vieni. (Va a chiudere la porta dietro la tenda).

Diana                            - Sarei venuta prima; ma avevi gente. (Si mostra). Va bene così?

Gherardo                       - Benissimo.

Diana                            - Ho una paura tremenda.

Gherardo                       - Paura di chi?

Diana                            - Paura del pubblico.  Paura  di  te.

Gherardo                       - La paura del pubblico ti passerà subito; appena sarai entrata in iscena. La paura di me, non la capisco. (Sorride).

Diana                            - (sorride anche lei) Paura di te attore, non di te uomo. (Una pausa). Tu forse preferiresti che io avessi paura di te uomo, piuttosto che di te attore. Ma oramai...

Gherardo                       - Oramai?...

Diana                            - Ti vedo dormire al mio fianco la notte, come un bambino. Il sonno è rive­latore del carattere. Sembri di carattere mite. Soltanto un po' vendicativo.

Gherardo                       - Vendicativo?

Diana                            - E' stata da me Billi Accadia.

Gherardo                       - Ah, è stata anche da te?

Diana                            - M'ha detto cose che sapevo. Ma è certo che di lei tu ti sei vendicato. Io sono stata lo strumento della tua vendetta. Mi accorgo tardi di essere stata per te niente altro che uno strumento di vendetta.

Gherardo                       - (la guarda) Perché mi dici que­sto, adesso?

Diana                            - Così. Forse perché sono nervosa; forse per la paura della prova che sto per affrontare. (Una pausa). Se questa prova andasse male, tu che cosa faresti di me?

Gherardo                       - Andrà bene.

Diana                            - La tua sicurezza mi fa capire che mi ami; per lo meno mi fa illudere che mi ami. Ma io, vivendo con te tanti mesi, imparando da te il mestiere dell'attrice, ho capito anche che il tuo amore è subordi­nato alla mia vittoria. In questo, anzi, sci eccezionale. Un attore normalmente si in­namora di una grande attrice se è un pic­colo attore e di una piccola attrice se è un grande attore. Tu, invece, mi vorresti già tua pari; e questo, in un temperamen­to come il tuo, è un segno di forte amore. Appunto per questo io so, io sento che se la prova fallisse, tu ti distaccheresti lenta­mente da me. Io dovrei eguagliarti per farmi amare.

Gherardo                       - Stai dicendo una quantità di co­se inesatte, arbitrarie. Ma son tutte cose che ne presuppongono una molto impor­tante, se è vera.

Diana                            - Che io ti amo.

Gherardo                       - Mi ami, dunque, veramente? Tanto?

Diana                            - Il mestiere e la vita dell'attore ti hanno tolto una gran parte della tua sen­sibilità di uomo. Tu ammetti, dunque, che io potrei aver fatto per te quello che ho fatto, senza amarti? Ti ho seguito, corro il rischio di perdere per te la ricchezza di mia zia, sono diventata per te attrice, mi sono abbandonata a te nel senso illimitato della parola; e tu mi domandi se io ti amo. E' terribile. Io, invece, non ti do­mando se tu mi ami. Io so che tu mi ami. Anche quello che tu hai fatto per me è un segno d'amore. Mi hai insegnato la tua arte; i più intimi segreti della tua arte. Ma io mi domando e ti domando se tu mi amerai sempre così. Nella tua vita sono passate troppe donne, specialmente attrici. L'ultima era tanto amata da te, che tu hai potuto a un certo momento odiarla, umiliarla, farla soffrire. Non è così?

Gherardo                       - (cambiando discorso) Senti: vor­rei riprovare con te quella scena del pri­mo atto, quella dell'incontro.

Diana                            - (come rassegnata) Sta bene. Ripren­deremo il discorso un'altra volta.

Gherardo                       - (nervoso) Perché? E' necessario riprenderlo?

Diana                            - Per me, si. Ho bisogno di capirti.

Gherardo                       - (c. s.) Di capirmi stasera?, ades­so?, a un quarto d'ora dallo spettacolo? Insomma, si può sapere che cosa t'ha detto quella maledetta?

Diana                            - Niente e tutto. So benissimo che lei ti amava per la sua carriera, cioè non ti amava. Tu, invece, l'amavi. L'amavi fino al punto che la lasciavi recitare con te, pur disprezzandola come attrice. Ho paura che tu sia di quegli uomini che tanto più ama­no quanto meno sono amati. E se fosse così, io con te, ora, sarei infelice.

Gherardo                       - (esasperato) Vogliamo provarla, dunque, questa scena del primo atto?

Diana                            - Si, si. Proviamola.

Gherardo                       - (dopo una pausa in cui ha fatto di tutto per frenare la sua esasperazione) -Mi pare che tu ancora non dica abbastan­za bene quel « tu?! ».

Diana                            -  (recitando) « Tu?! ».

Gherardo                       - (insegnando) Bisogna dare alla voce un tono più complesso: di sorpresa, di stupore, di paura. Qualunque uomo ti aspetti d'incontrare, meno che me. E' una festa, ti sei divertita, hai assaporato tutta la felicità del tuo nuovo amore. A me non pensavi affatto, non potevi pensare. Io ero morto, per te come per tutti. Ed ecco che improvvisamente entro, ti sono davanti, ti sono davanti anche con il proposito di sor­prenderti, di stupirti, di farti paura. E' una situazione scabrosa, scenicamente. Può diventare tanto drammatica quanto comi­ca. Dipende dal modo con cui tu dici que­sto: «Tu?! ».

Diana                            - (non ancora perfetta) « Tu?! ».

Gherardo                       - Un po' meglio. Così, come dico io: «Tu?!». Facciamo tutta l'azione. Tu muovi dalla sinistra, hai lasciato gli amici, sei lieta, spensierata...

Diana                            - (esegue, muovendo dalla sinistra verso la porta di destra, sulla quale improvvisa­mente appare Gherardo) «Tur! ».

Gherardo                       - (recitando a bassa voce, sarcasti­co) « Non debbo essere per nulla cam­biato, se hai potuto riconoscermi con tanta rapidità. Sono un morto che si conserva bene. Un morto imbalsamato ».

Diana                            - (recitando) « E' spaventevole ».

Gherardo                       - (recitando) « Tuttavia bisognerà non spaventarsi. Fa conto che io ti sia ap­parso in sogno e che tu, ora, ti sia sve­gliata. Guarda nella tua coscienza ».

Diana                            - (recitando) « Nella mia coscienza? ».

Gherardo                       - (smettendo di recitare, le si avvi­cina, la prende affettuosamente per le brac­cia) Hai capito, Diana ? Tutte le tue battute, in questa scena, debbono esprimere particolarmente lo stupore della donna che si ritrova davanti il marito ritenuto morto. Durante la prova generale, oggi, mi è par­so che i tuoi toni fossero ancora un po' incerti...

Diana                            - Potevi dirmelo.

Gherardo                       - Non mi piace di riprenderti da­vanti agli altri.

Diana                            - Io non me ne offendo.

Gherardo                       - Lo so. Ma non riesco mai a considerarti una qualunque, una scrittu­rata che si può protestare. Mi piace che il tuo prestigio sia alto in compagnia.

Diana                            - Allora debbo chiederti scusa di quel­lo che t'ho detto poco fa?

Gherardo                       - Si.

Diana                            - Ti chiedo scusa.

Gherardo                       - Accetto le tue scuse non per umi­liarti; ma perché tu comprenda che certi paragoni come quelli che hai fatti sono inopportuni. Io ho conosciuto altre donne, sopratutto attrici, le ho amate, le ho odia­te, mi sono vendicato di loro, ma tu per me non sei un'amante: sei una moglie. (La guarda; una pausa). Io sono pronto a fare di te la compagna di tutta la mia vita.

Diana                            - (appoggiando il capo sul petto di lui) -Oh!

Gherardo                       - Te lo dico prima di questa re­cita perché tu certamente stasera avrai un successo, e dopo il successo potresti inter­pretare male le mie parole.

Diana                            - (sorpresa) Perché?

Gherardo                       - (allontanandosi, quasi con pudo­re) Non so se riuscirò a spiegarti bene questo mio sentimento. E' un sentimento nuovo, che non avevo mai provato, nem­meno nelle mie numerose parti di marito. (Sorride). La parte di marito, di marito vero, l'ho sperimentata in questi sei mesi, vivendo vicino a te. (Una pausa). Se rifac­cio il corso della nostra avventura, dal prin­cipio a questo momento, riconosco le tap­pe della mia esperienza, che poi sono an­che le tappe del mio amore. Ti ho incon­trata per caso, in un modo romanzesco, forse anche un po' comico, e mi sono la­sciato incuriosire non tanto dalla finzione di quella parte di marito che mi affidavi, quanto dalla spensierata ingenuità con cui mi proponevi il tuo gioco. Sapevamo bene che potesse finire così - lo abbiamo an­che detto - ma non sapevamo il modo per cui sarebbe finita così. Il modo riguar­dava entrambi: te e me. Tu eri una ra­gazza libera, ricca, avida di sensazioni nuove, preparata a tutto per inconsapevo­lezza più che per curiosità. Io, invece, ero un uomo... si, insomma, un uomo vissuto, piuttosto stanco di amori finti e di amori veri, che tuttavia, a furia di recitare, di respirare l'aria del palcoscenico, aveva per­duto i contatti con la vita e istintivamente li ricercava. Giocammo al marimonio - ti ricordi? - come due bambini...

Diana                            - Tu, giocavi. Io ti vedevo, ti guarda­vo giocare; ma la mia ansia era quella di indovinarti attraverso le finzioni del gioco.

Gherardo                       - Indovinare me, il mio carattere vero, il fondo dei miei sentimenti... Ma non li hai indovinati.

Diana                            - Non li ho indovinati, perché tu, abituato a recitare, riuscivi a nasconderli.

Gherardo                       - No. Non ero io a nasconderli. Erano nascosti a me stesso, facevano fatica a rivelarsi perfino a me. La prima rivela­zione l'ebbi quando tu mi parlasti del pia­cere che si può provare anche nel ripetere cento volte la stessa cosa purché si ripeta ogni volta dinanzi a una persona nuova. Il piacere che avevo provato con te era un piacere fortissimo...

 Diana                           - Anche il mio era forte. Perché io ti conoscevo bene come attore; ma quel gior­no recitavi per me sola, ricevevi da me sola l'impulso, la ragione, lo scopo di recitare. Mi pareva che tu dedicassi a me tutta la tua perizia, tutta la tua arte...

Gherardo                       - Era così, infatti. L'attore recita sempre per qualcuno, quando recita bene. Poi, una sera, rivelasti a me un altro dei miei sentimenti; il sentimento del possesso esclusivo. Era in me senza che io lo co­noscessi.

Diana                            - Ti dissi: «sono tua; per la prima volta sono di un uomo, e quest'uomo sei tu ».

Gherardo                       - Nessun'altra donna era stata mia in tal modo. E da quel momento incomin­ciò la rivelazione più grande: io ti amavo finalmente come un marito.

Diana                            - (sorridendo di soddisfazione, con ma­lizia) E come amano i mariti? (Una pau­sa). Già, capisco: non tutti i mariti hanno lo stesso modo di amare. La domanda va posta diversamente, come io stessa forse te la posi quando ci conoscevamo appena: tu, da marito, come ami?

Gherardo                       - (dopo un breve silenzio) Tu sor­ridi, perché ti senti vittoriosa; e ancora io non so chi abbia vinto di noi due.

Diana                            - Hai vinto tu, perché io sono stata la prima a innamorarmi. Tuttavia aspetto ancora che tu mi dica come ami da ma­rito. (Giuliano bussa alla porta di destra).

Gherardo                       - Avanti.

Giuliano                           - (entra, portando le sigarette che depone sul tavolo) Ecco.

Gherardo                       - (a Giuliano) Va a cercare in sala Billi Accadia; pregala di venire da me, subito.

Giuliano                        - Vado, signore.

Gherardo                       - Dì al direttore di scena che alle 9,25  dia  i   segnali.

Giuliano                        - Bene. (Esce).

Diana                            - Che cosa vuoi fare?

Gherardo                       - (eludendo la domanda) M'ero dimenticato di dirti che alla scena finale del terzo atto ho accorciato la mia battuta.

Diana                            - Ma che cosa vuoi fare?

Gherardo                       - Ti sto dicendo che ho accorciato la mia battuta alla scena finale del terzo atto. L'attacco, per te, rimane lo stesso; ma ci si arriva priva. Io dico soltanto la prima frase e l'ultima della mia battuta: «Era come se non ti ritrovassi più »; e poi, su­bito: « mi sentivo morire ».

Diana                            - Ho capito. Qui dico la battuta mia. Ma perché hai fatto chiamare Billi? (Una pausa). Tu hai detto che vuoi fare di me tua moglie.

Gherardo                       - E' come se tu già lo fossi.

Diana                            - Mi dai, dunque, il diritto di sapere che hai in animo di fare?

Gherardo                       - Qualunque cosa io faccia, non può essere che per il tuo bene.

Diana                            - Per il mio o per il tuo?

Gherardo                       - Per quello d'entrambi. Nel ma­trimonio non c'è bene perfetto che non sia tanto del marito quanto della moglie.

Duna                             - Ne sei sicuro?

Gherardo                       - Sicurissimo.

Diana                            - Mi ricordo che, quando giocavamo al matrimonio, mi dicesti fra l'altro: « sa­rei un marito non dogmatico ma persua­sivo ». E' vero che mi dicesti così?

Gherardo                       - E' vero.

Diana                            - Ma intanto non soltanto vuoi fare qualche cosa che io non so; vuoi farla an­che partendo da un principio che merita di essere dimostrato.

Gherardo                       - Quale?

 Diana                           - Che il bene perfetto, nel matrimo­nio, sia tanto del marito quanto della mo­glie. Se, per esempio, tu dicessi ora a Billi Accadia di prendere il mio posto, anzi di riprendere il suo posto di attrice...

Gherardo                       - Sei brava. E' quello che voglio dirle.

Diana                            - Di riprenderlo stasera?

Gherardo                       - Oh, no. Fra otto, dieci giorni, quando le repliche della commedia saran­no finite.

Diana                            - E questo sarebbe per il tuo bene e per il mio?

Gherardo                       - Si.

Diana                            - Vuol dire che tu non hai fiducia in me come attrice?

Gherardo                       - Al contrario. Ne ho moltissima.

Diana                            - Non capisco. (Billi bussa alla porta di destra).

Gherardo                       - Avanti.

Billi                               - (entra con aria diffidente e ostile) -Che c'è?

Diana                            - Io vado.

Gherardo                       - (a Diana) No. Aspetta. (Poi, a Billi). Sorvolo i preamboli, Billi. Non far­mi quella faccia. Ho deciso di riprenderti in compagnia, al posto che avevi prima. Ti prego nuovamente, non farmi quella faccia. Dopo lo spettacolo, vieni su, firmia­mo il contratto con Riva.

Billi                                  - (guardando Diana) Perché?

Gherardo                       - (a Billi) Te lo dirò io dopo. Adesso è l'ora di andare in iscena. Accetti, Billi? (Poiché Billi continua a guardarlo con diffidenza, continua ridendo). Ma la vuoi smettere di fare quella faccia? Non è che io abbia paura delle interruzioni che hai minacciate. Già, tu non le faresti in nessun caso. Ma... come faccio, ora, a dirti in fretta tante cose?... la mia vita si orienta in un altro modo, io ho bisogno che Diana non assuma obblighi diversi da quelli co­niugali...

Billi                               - Vi sposate?

Gherardo                       - Sei la prima a saperlo.

Billi                                  - (con un sorriso amaro) Piacere.

Gherardo                       - Allora siamo d'accordo?

Billi                               - Si.

Gherardo                       - Grazie. A più tardi. (Billi esce).

Diana                            - E non hai pensato che questo po­trebbe farmi dispiacere?

Gherardo                       - (guardandola) Potrebbe fartene; ma non te ne fa.

Diana                            - E se me ne facesse?

Gherardo                       - Ti direi di scegliere: fra me e il teatro.

Duna                             - Allora mi ami meno di quanto io credessi?...

Gherardo                       - Molto di più. Volevi saperlo? Ecco: ti amo come un marito. Quando provavo con te questa commedia che do­vrebbe farti diventare attrice, ho avvertito dentro di me un disagio nuovo, un disagio che mi era ignoto. Tu hai visto che cosa è provare una commedia: è scoprire anime, analizzare sentimenti, toccare le radici delle passioni umane. E questo sarebbe niente; sarebbe fare della psicologia. Ma l'attore, tu lo sai bene, deve fare di più: deve immedesimarsi dei sentimenti e delle passioni altrui, vale a dire non soltanto deve comprenderli, ma deve anche renderli dinanzi agli altri come se fossero suoi.

Diana                            - E' una fatica interessante, bella: la più bella che io abbia conosciuta.

Gherardo                       - Ma è pure una fatica che cor­rompe, che può traviare. Non aver paura delle parole che ti dico, Diana. Provando con te questa commedia, mi pareva di cor­romperti, di traviarti. Ero sempre costretto a dirti: una donna in tal caso fa così; una donna in tal altro caso si regola così: e questo per i vizii come per le virtù, per gli errori e per i peccati come per le buo­ne azioni. Avevo l'impressione di darti del­le armi contro di me, fare di te la mia nemica, o per lo meno la fonte delle mie amarezze e dei miei dolori.

Diana                            - Credo che tu sbagli, Gherardo. Co­noscere gli errori umani non vuol dire commetterli.

Gherardo                       - Ma nel caso tuo, nel caso del­l'attrice, è come se li commettessi. Tu non li vedi come spettatrice; li rappresenti co­me attrice. Mille occhi li vedono attraverso di te come se fossero tuoi. E io - bisogna che te lo dica - ho paura e gelosia di questo. E' come se ti vedessi denudata in una piazza, è come se il tuo pudore di­ventasse oggetto delle curiosità altrui. So­no due fasi del medesimo tormento: la prima è quella d'insegnarti cose che non servono e non giovano al nostro amore; la seconda è quella di esporti al pubblico sen­za veli.

Diana                            - Ho capito. (Una pausa). Ma io farò l'attrice.

Gherardo                       - Diana I

Duna                             - Farò l'attrice, perché tutto quello che ho fatto in questi mesi, tutto quello che già immaginavo, tutto quello che ora mi hai detto ha destato in me la curiosità e il bisogno di recitare tutta la vita. E poi mi ha mostrato il rovescio della medaglia: quello che tu vuoi nascondermi o hai di­menticato per eccesso di egoismo.

Gherardo                       - Che cosa?

Diana                            - Che se io non facessi l'attrice, tu continueresti a far l'attore; e il tormento che tu non proveresti più per me, io sarei costretta a provare per te.

Gherardo                       - Ma io sono un uomo.

Duna                             - Ah, ecco. Sei un uomo. Diciamo più precisamente: sei un marito. Un ma­rito geloso, puntiglioso, prepotente, irasci­bile, egoista... Riassumi le qualità di molti mariti, forse perché li hai fatti tutti. Ora non è che tu non mi piaccia così come sei. Mi piaci; ti amo. Ma ho bisogno di sen­tirmi eguale a te; di avere le stesse tue ar­mi; di avere gli stessi diritti e i medesimi doveri. In un solo caso io rinunzierei a fare l'attrice: nel caso che tu rinunziassi a fare l'attore.

Gherardo                       - (dolorosamente) Diana, dici di amarmi, e mi poni una condizione ter­ribile.

Duna                             - E' la condizione che mi poni tu.

Gherardo                       - Io ho fatto l'attore tutta la vita.

Duna                             - Vuol dire che non ti senti capace di fare tutta la vita il marito. Fare il marito vuol dire rinunziare a qualche cosa, a una parte della propria libertà.

Gherardo                       - Ma tu a una parte della tua li­bertà non intendi rinunziare.

Duna                             - La mia rinunzia è subordinata alla tua.

Gherardo                       - Un ricatto.

Duna                             - Se questo è un ricatto - ricatto il mio, ricatto il tuo - vuol dire che l'amo­re non può vivere che ricattando. (Una pausa). Ma forse può vivere anche innal­zandosi al di sopra di tutti gli altri senti­menti umani che tentano di contrastarlo o di immiserirlo, come l'orgoglio, l'egoi­smo, la gelosia... Tu vuoi prendere pos­sesso di me, incominciando a negarmi al­cuni piaceri: il piacere di recitare, per esempio, che non nuoce né a me né a te, come tu credi, perché l'amore è bello se non commette il male conoscendolo, mai se non lo commette perché lo ignora. Tu vuoi affermare il tuo egoismo riservando a te il piacere che a me vuoi negare. Tu inventi una gelosia astratta come quella dell'attore per l'attrice che recita e sai bene che le luci della ribalta difendono la per­sona dell'attrice da qualunque sospetto e da qualunque curiosità impura. Tu forse non t'accorgi che in te la gelosia dell'at­tore è anche una gelosia arùstica, una pau­ra di essere eguagliato o superato... Il me­stiere di attore sembra avere accentuato in te i tuoi difetti di uomo. Ebbene, tu hai bisogno di una cosa Gherardo: fare an­cora l'amante di colei che sarà tua moglie. Non sei maturo per la parte di manto: voglio dire per la parte di marito perfetto o di marito meno imperfetto che sia pos­sibile. Come amante, hai tutte le genero­sità, tutti gli abbandoni, tutte le attrattive. Come marito, te ne spogli improvvisamen­te, forse ignorando che un marito perfetto non può non essere prima di tutto un amante perfetto. Sei bravo neH'imperso-nare tutti i mariti, perché ancora non rie­sci a essere un marito solo. Lo sarai. Lo sarai con me. Perché io saprò essere una moglie. (Si ode la voce del direttore di scena). La voce del direttore di scena (dall'inter­no) Chi è di scena, signori, chi è di scenai

Diana                            - (guardando con protettiva tenerezza Gherardo, che è rimasto immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto) Sono io di scena. (Sorride). Ci incontreremo fra poco: marito e moglie nella finzione. Non mi dici nemmeno «in bocca al lupo»?

Gherardo                       - (la guarda, con gli occhi lucidi di pianto; le dice con un lieve tremito nella voce) In bocca al lupol (Diana esce).

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