La piacevole menzogna

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LA PIACEVOLE MENZOGNA

Un atto

di FERENC MOLNAR

PERSONAGGI

LUI

LEI

Commedia formattata da

 (L'azione di questa breve storia si inizia in quella parte del porto di Fiume da dove la nave prende il largo per dirigersi alla volta di Abba­zia. Una chiara, fresca mattina d'estate. Per­sone: una donna di trentacinque - trent'anni, in certi momenti perfino di vent'otto. Oggi, dopo una notte trascorsa in un vagone-letto, ne ha non meno di trentaquattro. Un uomo sulla qua­rantina.

Lei                                 - Sono lieta di trovarvi qui. Andate ad Abbazia?

Lui                                - Appunto.

Lei                                 - Allora abbiamo modo di far due chiacchiere. Ricordo la bella piacevole storiella di ieri...

Lui                                - (modesto) Oh!

Lei                                 - Alla fine del vostro racconto, il mio ani­mo fu invaso da un vivo senso di gratitudine e, più tardi, dal desiderio di compensarvi per la deliziosa storiella, raccontandovene una mia.

Lui                                - Quale onore e qual piacere.

Lei                                 - La mia storia è un po' vecchia, per ve­rità: è accaduta la bellezza di dieci anni fa; ciò nullameno essa vive più che mai nel mio cuore come un delizioso ricordo.

Lui                                - Vi prego, raccontate.

Lei                                 - Come ho detto, sono trascorsi dieci anni ormai. Attendevo mio marito che m'aveva promesso di raggiungermi: all'ultimo mo­mento ricevetti un telegramma con cui egli mi annunciava di non poter venire. Dovetti perciò partire sola. Presi un biglietto di pri­ma classe per Budapest.

Lui                                - Ebbene?

Lei                                 - Ora devo, un istante pensare. Ah, ecco: subito dopo Fiume salì nello scompartimento un tenente; non ricordo più se alla stazione di Plase o di Lokve. Il tenente prese ad os­servare il paesaggio fuggente: poi incominciò ad interessarsi della mia persona. Ne va­leva la pena, sfido io! Avevo un delizioso vestito azzurro-chiaro, ma ciò non importa. L'ufficiale era seduto accanto a me, ragione per cui i suoi occhi dovevano faticare non poco per corrispondere alle esigenze del sun­nominato interessamento ai suoi riguardi. Una lunga giornata mi stava dinanzi, con la prospettiva di rimanere rinchiusa con quel soldato in quella cella di velluto; la qua! cosa prese a interessarmi molto. Nulla di male, del resto...

Lui                                - Infatti...

Lei                                 - Il treno fece d'un tratto una svolta, co­sicché il sole giunse propizio a far cambiare posto al giovane ufficiale ;egli, infatti, si se­dette di fronte a me... Come è naturale, in­cominciò ad osservarmi attentamente; aveva due occhi stranamente eloquenti, cosicché col mio rapido intuito di donna indovinai il significato delle prime occhiate: « Scusate, signora; permettete che vi ammiri? ». Poi, evidentemente, si pose a supplicare; i suoi sguardi mi dissero: « Non notate come io sia già innamorato?

Lui                                - E voi?

Lei                                 - Smisi di leggere ; il che volle significare: « Sono disposta a consentire che il destino abbia il suo corso. Ecco ora allontano da me il paravento (il libro) che ci separa, affinché gli sguardi possano liberamente in­contrarsi ». Egli rispose con uno sguardo pieno di riconoscenza: « Vi ringrazio, si­gnora; però io rimango gentlemen e mi tengo sul terreno leale del linguaggio oculare.

Luì                                - Ed egli mantenne la sua promessa?

Lei                                 - Abbiate un po' di pazienza. Per qualche tempo mi osservò, in maniera molto riser­vata, devota, romantica. Poi fissò, lo sguardo sulle mie mani, atteggiando le belle labbra a un fine sorriso di ammirazione, quasi vo­lesse dire: ce Oh, che belle, bianche, tenere mani! ». Quindi guardò le mie scarpine. In quel momento il mio sguardo disse: «Ah!».

Lui                                - Che disse il vostro sguardo?

Lei                                 - «Ah! ». E' quel certo dolce, delizioso ce ah! » che ci esce dalle labbra allorquando due braccia amate ci stringono. Naturalmente io non lo pronunciai.

Lui                                - E l'ufficiale?

Lei                                 - L'ufficiale si comportò irreprensibil­mente. Non ne abusò. Mi guardò, poi, con uno sguardo accorato quasi volesse dire: « Peccato che due creature come noi, che si comprendono in virtù dei loro sguardi in maniera perfetta, non possano conoscersi, stringere alcun legame amichevole ». E pre­se congedo da me.

Lui                                - Come?

Lei                                 - Con gli occhi. Mi inviò un tenero, ri­spettoso bacio sulla fronte, con lo sguardo, ben inteso. Quando il treno giunse a Zaga­bria, il bel tenente discese; lo seguii con uno sguardo sospiroso e con un sospiro ac­corato. Egli era, evidentemente, un'anima nobile, elevata: l'ufficiale non osò nemmeno voltarsi. Sparì. Da quel giorno non l'ho più visto. Tuttavia ho serbato di lui un dolcis­simo ricordo.

Lui                                - Vi ringrazio.

Lei                                 - Dite?

Lui                                - Vi ringrazio sinceramente.

Lei                                 - Perché ?

Lui                                - Per l'amabile profilo che avete voluto fare della mia povera persona.

Lei                                 - Come? della vostra persona?

Lui                                - Appunto... Quel tenente ero io.

(Profondo silenzio. La donna impallidisce. L'uomo affonda la mano nella tasca interna della giacca, ne toglie il portafoglio e da que­sto un pezzo di carta azzurra).

Lei                                 - Che carta è?

Lui                                - Nulla. Forse...

Lei                                 - Dunque voi eravate quel tenente...

Lui                                - Appunto. Sono quattro anni che ho] rassegnato le dimissioni. Scesi a Zagabria. |

Lei                                 - Dunque eravate voi. E' orribile!

Luì                                - Orribile? Perché ? Non mi pare...

Lei                                 - Il vostro sguardo... sì... il vostro sguardo non mi sembrava nuovo...

Lui                                - Vero, eh? Ora incomincio a ricordare benissimo. Avevo dimenticato tutto, né avrei saputo rievocare l'episodio senza il vostro cortese concorso; perché... perché io non avevo alcuna ragione per ricordarmene. In­fatti io andavo ad Agraarn, dalla mia fidan­zata.

Lei                                 - Dio!

Lui                                - E... io, per la verità, non seppi com­prendere affatto i vostri sguardi, né i miei sognarono, nemmeno un istante, di fare delle dichiarazioni amorose. Quando osser­vai le vostre mani, dovetti sorridere, amaramente, al pensiero del mio futuro suocero; uno spilorcio di primissima forza. E sapete perché, poi, mi posi a osservare le vostre scarpine? Quando un uomo è sprofondato in pensieri assillanti, suole fissare lo sguardo in qualche oggetto: avrei potuto benissimo rivolgere lo sguardo alla lampadina elettrica, il caso volle invece che la pupilla si dilatasse appunto fissando le vostre scarpine. In quel momento, ricordo, pensai alla possibilità che il matrimonio potesse andare a monte, causa la sordida avarizia del babbo della mia fi­danzata. Quando sospirai, volli esprimere la conclusione dei miei pensieri: « Succeda quel che succeda, in fin dei conti non ho nulla da perdere ». Mentre voi credeste di tradurre il sospiro con una esclamazione ac­corata...

Lei                                 - Dio, Dio mio!

Lui                                - Il treno proseguì, ed io proseguii nella corsa dei miei pensieri: « se il padre avesse voluto dare il danaro, l'avrebbe già fatto ». Questo pensiero predominante mi costrinse ad atteggiare le labbra a un sorriso amaro che voi riteneste di tradurre in un « never-more ».

Lei                                 - E' spaventoso!

Lui                                - Come il treno fece per avvicinarsi ad Agraam, mi dissi: « Ci siamo; ora bisogna decidere. Andiamo alla carica ».

Lei                                 - Orribile!

Luì                                - Non ebbi il coraggio di distruggere le vostre illusioni, allora; ma adesso devo farlo poiché io non posso godere la stima, l'amore e il ricordo immeritati di una signora sincera come voi....

(Detto questo, assume un atteggiamento qua­si di vittoria. Tace).

Lei                                 - E' triste. Dunque voi eravate proprio quell'ufficiale.,.

Lui                                - Appunto, per servirsi. Mostrine gialle, una stelletta d'oro. Da Plase a Zagabria.

Lei                                 - Già. Peccato che voi abbiate distrutte le mie illusioni...

Lui                                - Peccato...

(La nave sta per entrare nel porto di Ab­bazia).

Lei                                 - Come è triste. Noi donne riteniamo l'uo­mo degno del nostro amore solamente quan­do la nostra fantasia ha lavorato a tutto an­dare per fasciarlo entro una aureola di virtù; succede pertanto che, spesso, la nostra fan­tasia vi illumina e noi, poi, ci si bea di que­sto splendore e ci si riscalda. Poi, ci toccano le disillusioni. Però vi hanno dei confronti...

Luì                                - Di che sorta?

Lei                                 - (con voce calmissima, indifferente) La storia che vi ho teste raccontata è, ad esem­pio, inventata di sana pianta.

Lui                                - Che dite?

Lei                                 - Di sana pianta inventata.

Lui                                - Veramente?

Lei                                 - Proprio così; oggi ho veduto Fiume per la prima volta.

Luì                                - Rimango di sasso, lo confesso. Però... Perdonate, guardate un po'. (Spiega la carta tolta dal portafoglio e fa per porgerla alla signora).

Lei                                 - Che carta è?

Lui                                - E' la prova che io ero fin da principio persuaso circa la vostra deliberata volontà di mentire; ecco: questa carta è una ricevuta dell'ufficio imposte da cui risulta che non sono stato ufficiale.

Lei                                 - Dunque avete mentito.

Luì                                - Sì.

Lei                                 - Grazie. Ora, favorite prendere la mia borsetta. Eccola, è accanto alla valigia.

Lui                                - Prego. E' questa? (Gliela porge).

Lei                                - Sì. (Apre la borsetta e ne toglie un gros­so libro). Che titolo ha questo libro?

Lui                                - (legge) « Il mio diario ».

Lei                                 - Bene. Sono abituata a portarlo sempre con me, ovunque io vada, affinché non pos­sa capitare tra le mani di alcun importuno. (Sfoglia). 1916. Ecco: favorite leggere; è la storia del tenente, riprodotta nei suoi più piccoli particolari.

Lui                                - (leggendo) E' così! Ma perché, prima, avevate mentito?

Lei                                 - Perché non avrei potuto smascherarvi e dimostrarvi di avermi mentito; in tal guisa le mie illusioni sono rimaste intatte.

Lui                                - Signora, i miei rispetti. (Si allontana).

Lei                                 - (trattenendolo) Piano, un istante. Vo­glio dirvi solamente due cose: anzitutto ba­date di non mettere gli occhi al servizio di una conquista femminile: c'è sempre peri­colo di rimaner conquistato. In secondo luogo evitate ogni tentativo di distruggere le mie illusioni. Noi, donne, siamo capaci di tutto, quanto ci si toccano le illusioni. E poi­ché l'illusione, in fondo, non è che una pia­cevole menzogna, siamo disposte a negare dieci volte cose spiacevoli pur che ci riman­ga la piacevole menzogna che si chiama il­lusione. Noi viviamo di menzogne e con que­ste ci difendiamo. « Tutto è menzogna », di­ce un poeta, e così dicendo mente egli stesso.

FINE

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