La potenza delle tenebre

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LA POTENZA DELLE TENEBRE


Dramma in cinque atti

di Leone Tolstoj

Versione dal russo di Vittoria de Gavardo Carafa

Edizioni Paoline - Catania - 1963

PERSONAGGI

Petr - ricco contadino, 42 anni, passato a seconde nozze, malaticcio.

Anìssia - sua moglie, 32 anni, donna che ha velleità di eleganza.

Akulìna - figlia di Petr (del primo letto), 16 anni, un po' dura d'orecchio, un po' scema.

Aniùtka - seconda figlia di Petr, 10 anni.

Nikìta - bracciante, il rubacuori del villaggio, 25 anni.

Akìm - padre di Nikìta, 50 anni, contadino, brutto, mol­to timorato di Dio.

Matrèna - sua moglie, 50 anni.

Marina - orfana, 11 anni.

Una vicina.

La folla.

Mìtric - vecchio bracciante, soldato in congedo.

La comare di Anìssia.

Un'altra vicina.

Il sensale di matrimoni - contadino malinconico.

Il marito di Marina.

Prima ragazza.

Seconda ragazza.

Il poliziotto.

Il cocchiere.

Il paraninfo.

La sensale di matrimoni.

Lo sposo di Akulìna

Il capo del villaggio.

Donne, ragazze, invitati alle nozze.

Màrfa - sorella di Petr.

Matteo 5, 28 - Ed io vi dico che chiunque avrà guardato una donna per concupiscenza, nel suo cuore ha già commesso adulterio su di lei.

29 - Ora se il tuo occhio destro ti è di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te che pe­risca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nell'inferno.

ATTO   PRIMO

L'azione si svolge in autunno, in un grande villaggio. La scena rappresenta l'interno dell'izba di Petr, un'izba spaziosa. Petr, seduto su di un banco, ripara i finimenti del cavallo. Anìssia e Akulìna filano e cantano insieme.

Scena I

Petr, Anìssia, Akulìna

Petr         (guardando dalla finestra). I cavalli sono scappati di nuovo. Sta a vedere che ammazzeranno il puledro. Mikìta!1 Ohé! Mikìta!... E' diventato sordo. (Tende l'orecchio. Poi, rivolto alle donne): Smettetela voialtre! Non si sente nulla.

La voce di Nikìta (dal cortile). Che c'è?

Petr.        Porta  dentro i cavalli!

La voce di Nikìta. Li porto subito dentro. Un momento.

Petr         (scuotendo il capo). Che guaio questi braccianti! Se stessi bene non li terrei per niente al mondo. Con loro non si fa che peccare... (Si alza, poi si risiede) Mikìta!... Non viene mica quello. Su! Che ci vada una di voi! Akulina, riportali dentro tu.

Akulìna.    Chi?  I cavalli?

Petr. E chi altro vuoi portar dentro?

Akulìna. Vado (Esce).

Scena II

Petr e Anìssia

Petr. E' proprio un ragazzo buono a nulla... Non è adat­to per una famiglia. Tutto quello che fa lui...

Anìssia. E tu vali molto, tu? Ti alzi dalla stufa2 e vai a sederti sul banco. Sei buono solo a malmenar la gente.

Petr.        Se non la si malmenasse, dopo un anno la casa non esisterebbe più. Ah! Che gente!

Anìssia.    Tupretendi che si facciano dieci cose in una volta e poi dici anche delle ingiurie. E' facile co­mandare quando si sta sdraiati su una stufa.

Petr         (sospirando). Eh! Se non mi fosse venuto questo male che m'inchioda non lo avrei tenuto nemmeno un giorno.

La voce di Akulìna (dietro le quinte). Psi... psi... psi... (Si sente nitrire il puledro. 1 cavalli rientrano dal portone. Si sentono stridere i cardini del portone che si richiude).

Petr.        Chiacchiere! Chiacchiere! Non sa far altro che chiacchierare. Lo dico sul serio: non l'avrei tenuto.

Anìssia     (rifacendogli il verso). Non l'avrei tenuto!... Do­vresti darti un po' da fare e poi potresti parlare.

Scena III

Akulìna e detti

Akulìna     (entrando). L'ho riportato dentro con la forza. E' sempre quello grigio...

Petr.        E Mikìta? dov'è?

Akulìna.    Mikìta?... E' rimasto fuori.

Petr.        Perché è rimasto fuori?

Akulìna.    Perche è rimasto fuori? E' rimasto a chiac­chierare laggiù.

Petr.        Da questa ragazza non si cava una risposta sen­sata per tutto l'oro del mondo. Con chi è rimasto a chiacchierare?

Akulìna     (che non ha sentito). Che?

(Petr fa un segno con la mano ad Akulìna, la quale si siede e si mette a filare).

Scena IV

Aniùtka e detti

Aniùtka    (entra di corsa. Si rivolge alla madre). Sono ve­nuti il padre e la madre di Mikìta. Vogliono ripor­tarlo a casa. Che mi manchi il fiato se non è vero!

Anìssia.    Dici sul serio?

Aniùtka.   Parola mia! Che io possa morire se non è vero! (Ride). Sono passata vicino a Mikìta e lui mi ha detto: «Addio per ora, Anna Petròvna. Vieni al mio matrimonio. Io, — mi ha detto, — vi lascio». E s'è messo a ridere.

Anìssia     (al marito). Lo vedi quanto bisogno ha di te? Aveva intenzione di andarsene e tu dicevi : «Lo manderò via!...».

Petr.        E tu lascialo andare. Credi che non troverò degli altri braccianti?

Anìssia.    E i denari che gli hai anticipato?

(Aniùtka si avvicina alla porta. Ascolta quel che si dice, poi se ne va).

Scena V

Anìssia, Petr e Akulìna

Petr         (accigliato). I denari? Vuol dire che quest'estate non gli si darà nulla.

Anìssia.    A te fa comodo, che lui se ne vada. Farai economia di pane. E io, quest'inverno, faticherò co­me un somaro. La tua figliuola per il lavoro non ci ha mica una gran passione. E tu te ne starai a giacere sulla stufa: ti conosco!

Petr.        Che c'è? Io non ho parlato ancora e tu fai lavo­rare la lingua senza ragione.

Anìssia.    Ci son tante bestie qui. Non hai venduto la vacca e hai conservato tutti gli agnelli per l'inverno. Non c'è acqua non c'è erba che basti e tu vuoi la­sciar andar via il bracciante! Io non starò certo a fare il lavoro di un contadino. Mi butterò sulla stu­fa come te e vada pure tutto in malora. Tu fa' come credi.

Petr         (ad Akulìna). Va' a coglier l'erba. E' ora.

Akulìna.    L'erba? Va bene. (Si butta addosso un kaftan e prende una corda).

Anìssia.    Non lavorerò più per te, è sicuro. Basta! Lavo­ra tu ora.

Petr.        Smettila! Di che ti arrabbi così? Sembri una peco­ra che ha le vertigini.

Anìssia.    E tu sei un cane rabbioso. Non sei buono né a lavorare né a farmi divertire. Sei buono solo a rim­pinzarti. Cagnaccio maledetto!

Petr         (sputa, poi comincia a vestirsi). Uffa! Fammi la grazia, Signore!... Vado a vedere quel che fanno. (Esce).

Anìssia     (gridando, senza seguirlo). Demonio marcio! Musaccio!

Scena VI

Anìssia e Akulìna

Akulìna.    Perché insulti il babbo, tu?

Anìssia.    Vattene, stupida! Taci!

Akulìna     (avvicinandosi  alla   porta).   Lo so io perché l'insulti. Sei stupida tu! Sei tu una cagna! Non ho paura di te, io.

Anìssia.    Che vuoi, tu? (Si alza di scatto e cerca qualche cosa per colpirla). Bada, che te le dò!

Akulìna.    (aprendo la porta). Cagna! Strega! Questo sei tu! Strega! Cagna, Cagna! Strega! (Scappa via).

Scena VII

Anìssia sola

Anìssia     (pensierosa). Ha detto : «Vieni al mio matrimo­nio». Che si son messi in testa? Farlo sposare? Bada, Mikìta! Se è una manovra tua, allora io... Non posso vivere senza di lui. Non lo lascerò andar via.

Scena VIII

Anìssia e Nikìta

(Nikìta entra guardandosi intorno. Vede che Anìssia è sola e le si avvicina rapidamente).

Nikìta.     Che guaio, sorella mia! E' venuto mio padre. Vuol portarmi via. Mi ordina di tornare a casa. M'ha detto: «Ti faremo sposare una buona volta e te ne starai con noi».

Anìssia.    Sposa pure. Che me ne importa?

Nikìta.     Ah, sì? Io cerco di accomodar la faccenda il me­glio possibile e quella mi ordina di prender moglie. E perché poi? (Strizza l'occhio). Non ti ricordi di nulla?

Anìssia.    Ma prendi moglie! Credi che io non possa fa­re a meno di te?

Nikìta.     Perché fai la dispettosa? Guarda un po'! Non si lascia neppur carezzare!... Ma che hai oggi?

Anìssia.    Hoche tu mi vuoi lasciare... E se tu mi vuoi lasciare, io farò a meno di te. Te l'ho detto, ecco!

Nikìta.     Ma basta, Anìssia! Ti voglio dimenticare, forse? Ma nemmeno per sogno! Non ti lascerò mica. Ecco quel che intendo fare: anche se mi fanno prender moglie, tornerò qui da te, scapperò di casa.

Anìssia.    E che ne farò di te quando avrai preso moglie?

Nikìta.     Che vuoi, sorella mia?... Non posso andar con­tro la volontà del babbo.

Anìssia.    Tuti scarichi sul tuo babbo, ma son tutte storie quelle che tu mi racconti. Da un pezzo ti sei messo d'accordo con quella sudiciona della tua Marìnka. E' stata lei a scaldarti la testa. Non è certo venuta qui per nulla qualche giorno fa.

Nikìta.     Marìnka?!  Ne ho proprio un  gran bisogno di lei!... Ne ho poche di quelle lì, che mi si attaccano al collo!

Anìssia.    E allora perché è venuto il tuo babbo? Glielo hai detto tu di venire. Mi hai tradita. (Piange).

Nikìta.     Anìssia! Ci credi tu in Dio o non ci credi? Non l'ho neppur sognato. Non so nulla di nulla. Sono state tutte idee del vecchio.

Anìssia.    Ma se tu non vuoi... Sei forse un ciuco che si fa andar dove si vuole?

Nikìta.     Vedo che è impossibile andare contro la volontà del babbo, ma questa storia non mi va.

Anìssia.    Di' che non vuoi! Punta i piedi a terra.

Nikìta.     C'è stato un tale che ha puntato i piedi a terra. Ma poi, alla podesteria, è stato frustato ben bene... senza tanti complimenti. Io non ho voglia di pro­vare: si sente un certo solletico, a quanto dicono.

Anìssia.    Basta con gli scherzi! Senti un po' Mikìta: se tu prendi Marìnka, non so quel che sarò capace di fare... Mi ammazzerò. Ho peccato, sono andata con­tro la legge, ma ormai non posso tornare indietro. Se tu vai via, so quel che ho da fare...

Nikìta.     Ma perché dovrei andar via? Se avessi voluto, me la sarei svignata da un pezzo. Tempo fa Ivan Semenic mi ha offerto un posto di cocchiere... E che vita avrei menato! Ma non ho voluto andar lì, perché penso che sono adatto a tutto. Se poi tu non ci tieni a me, è diverso.

Anìssia.    Ricordati però questo: il vecchio, se non muore oggi, morrà domani. Allora butteremo la terra su tutti i nostri peccati e tu sarai il padrone di casa, no?

Nikìta.     Ma che stiamo a almanaccare? Che me ne im­porta di tutto questo? Io lavoro, m'affatico come se si trattasse di roba mia. Il padrone mi s'è affezio­nato e anche la sua donna, s'intende. E se ci si affe­ziona a me, non è colpa mia, è chiaro.

Anìssia.    E tu mi vorrai sempre bene?

Nikìta      (abbracciandola). Ecco! Lo vedi quanto bene ti voglio! Come se tu fossi nell'anima mia...

Scena IX

Detti, poi Matrèna

(Matrèna entra, si fa più volte il segno della Croce davanti alle immagini sacre. Nikìta e Anìssia si stac­cano uno dall'altra).

Matrèna.   Ioquel che ho visto non l'ho visto, quel che ho sentito non l'ho sentito. Si divertiva con una don­nina, lui. Ebbene? Anche un vitellino si diverte. Perché non ci si dovrebbe divertire? E' roba di gioven­tù... Figliuolo, c'è il padrone nel cortile che ti vuole.

Nikìta.     Ero venuto dentro a cercar l'ascia.

Matrèna.   Lo so,lo so, figliuolo mio.

Nikìta      (si china e prende l'ascia). Ebbene mamma, vo­gliono darmi moglie sul serio? Credo che sia proprio inutile. E poi, non ne ho voglia.

Matrèna.   Ah! Ah! Perché prender moglie, bello mio? E' il vecchio che ci tiene. Va, figliuolo, arrangeremo tutto da noi.

Nikìta.     E' straordinario, in verità. Mi si vuol dar mo­glie... non mi si vuol dar moglie... Non ci capisco nulla, proprio nulla. (Esce).

Scena X

Anìssia e Matrèna

Anìssia.    Zia Matrèna, volete dargli moglie davvero voi due?

Matrèna.   E come si fa a dargli moglie, cocca mia? Tu lo sai quali sono le nostre ricchezze. Il mio vec­chietto chiacchiera senza riflettere: «Che prenda moglie, che prenda moglie! ». Non sa quello che dice. I cavalli, lo sai, non lasciano la biada. Chi sta bene non va in cerca del bene. E' così anche in questa faccenda qui. Forse non lo vedo io (strizza l'occhio) da che parte pende la bilancia?

Anìssia.    Perché dovrei nasconderlo, zia Matrèna? Tu sai tutto: ho peccato, ho amato tuo figlio.

Matrèna.   Che novità! Non lo sapeva la zia Matrèna? Eh, bambina, la zia Matrèna è furba, furba, arcifurba. La zia Matrèna, cocca mia, vede quel che succede un arscin1 sotto terra. So tutto, cocca! So perché le donnine giovani hanno bisogno delle pol­veri che fanno dormire. Te ne ho portato un poco. (Disfa un nodo del fazzoletto e tira fuori una car­tina di polvere).

Quel che occorre lo vedo, di quel che non occorre non so niente, non me ne occupo. Proprio così. La zia Matrèna è stata  giovane anche lei, ha dovuto vivere anche lei con uno scemo, lo sai. Le so tutte io le settantasette diavolerie. Lo vedo, cocca mia, che il tuo vecchio sta per andarsene. E come fareb­be a vivere? Prova a pungerlo con una forchetta: non ne uscirebbe una goccia di sangue. In primave­ra lo sotterrerai di sicuro. Allora dovrai prendere qualcuno per il podere. E mio figlio perché non po­trebbe fare il contadino? Non è peggio d'un altro. E che ci guadagnerei io a portar via un figliuolo che sta tanto bene dove sta? Son forse la nemica del mio figliuolo, io?

Anìssia.    Dunque, non lascerà la nostra casa?

Matrèna.   No, non se n'andrà, rondinella mia. Che sciocchezza! Ma tu non lo conosci il mio vecchio: non ha un ingegno straordinario, ma se in quella zucca s'è ficcata un'idea, non la tiri fuori in nes­suna maniera.

Anìssia.    Ma come è cominciata questa storia?

Matrìna.   Cocca mia, quel figliuolino, tu lo sai, non disdegna le donne. E' bello, non c'è che dire. Stava alla ferrovia, lo sai. Lì c'era una ragazza, un'orfana, che faceva la cuoca e che si mise a corrergli dietro.

Anìssia.    Chi era? Marìnka?

Matrìna.   Proprio lei. Che le venga un accidente! For­se ci fu qualche cosa fra loro... può darsi anche che non ci sia stato nulla. Ma il mio vecchio fu infor­mato. Fu la gente?... Fu lei?...

Anìssia.    Che sfacciata! Che sudiciona!

Matrìna.   E così a quello scemo gli si è montata la te­sta. «Che sposi, — dice, — che sposi! Che si na­sconda il peccato! Prendiamolo in casa, — dice, — quel figliuolino e diamogli moglie».  Ho fatto di tutto per levargli quest'idea di testa. Macché «Va bene, — dico fra me, — va bene. Lo rigirerò in un altro modo». Ho fatto finta di acconsentire a quel che voleva lui. Bisogna saperli rigirare presto dalla parte nostra certuni. La donna, sai, mentre si butta giù dal letto, fa settantasette pensieri che l'uomo non ha il tempo d'indovinare. «Già, — gli dico, — vecchierello mio, l'idea è buona, ma bisogna pen­sarci su. Andiamo, — gli dico, — dal ragazzo e chiediamo consiglio a Petr Ignàtic. Che ci dirà quel­lo lì?». E siamo venuti.

Anìssia.    Oh! Oh! zietta. E allora? E se il padre glielo comanda?

Matrìna.   Se glielo comanda? Ma i suoi comandi an­dranno a finire sotto la coda del cane. Non t'agi­tare: non accadrà nulla. Andrò subito a discutere col tuo vecchio. La cosa passerà tanto per lo staccio che non resterà più nulla. Son venuta qui con lui, per l'occhio del mondo. Che? Il mio figliuolo vive nell'abbondanza, aspetta la felicità e io gli vado a procurare una vagabonda? Ma che son scema io?

Anìssia.    E' corsa qui da lui quella Marìnka. Credimi, zietta: quando mi hanno detto che gli davano mo­glie, m'è parso che mi spaccassero il cuore col col­tello. Credo però che lei ci sia nel cuore di lui.

Matrèna.   Uh! Cocca mia! Ma che è scemo, lui? Si met­terà mai a fare all'amore con una sudiciona, con una vagabonda? Mikìta, sai, è un ragazzo di testa. Sa a chi deve attaccarsi. Tu, cocca mia, non t'agi­tare: non lo porteremo via per niente, non gli da­remo moglie. Voi ci darete un po' di quattrinelli e... buona notte!

Anìssia.    Se andasse via Mikìta, credo che io me ne an­drei all'altro mondo.

Matrèna.   Sarebbe bello! E' mai possibile che un fiore di donna come te stia con quella vecchia ciabatta?

Anìssia.    Credimi, zietta, mi ha disgustato quel vecchio, quel muso di cane. Non ci vorrei neppure posar gli occhi su.

Matrèna.   E' troppo giusto! Ma guarda qua: (abbassa la voce e si guarda intorno) sono stata da quel vec­chietto a prendere un po' di quella certa polvere. M'ha empito tutte e due le mani di questa droga. Guarda un po'! «Questa — m'ha detto — è una medicina per dormire. Dagliene — m'ha detto — una presa, e gli verrà un sonno tale che tu potrai anche camminarci su. Questa — m'ha detto — glie­la puoi dar da bere. Non ha odore, ma è forte. Gliela darai sette volte, un pizzico per volta. Sette volte, ti dico. E sarai subito libera ».

Anìssia.    Oh!  Oh! Oh!... E che roba è?

Matrèna.   Ha detto che non lascia tracce. Ha preso un rublo. « E' impossibile darla per meno — ha detto — perché, sai, ci vuole un bel po' d'astuzia per pro­curarsela ». Gli ho dato quel che avevo, cocca mia, e ho pensato : «Se la prende, bene, se no la porto alla Hichajlovna».

Anìssia.    Oh! Oh! Oh! Ma ne può venir fuori qualche cosa di brutto?

Matrèna.   E che cosa, cocca mia? Come se il tuo fosse un uomo forte! Ma quello pare che faccia finta di esser vivo. Non ci starà più per molto tempo in questo mondo. E ce n'è tanti come lui!

Anìssia.    Oh! Oh! Povera testa mia!  Ho paura, zietta, che ne venga fuori un guaio. E che si fa allora?

Matrèna.   Si può ancora riportarla al vecchio.

Anìssia.    Si scioglie nell'acqua come quell'altra?

Matrèna.   Ha detto che è meglio scioglierla nel tè. Ha detto anche che non ci s'accorge di nulla. Non ha nessun odore. Oh! E' un uomo intelligente, quello!

Anìssia     (prendendo il pacchetto di polvere). Oh! Oh! Povera testa mia! La farei, forse, una cosa simile, se non menassi questa vita da carcerata?

Matrèna.   Non scordarti di darmi il rublo. L'ho pro­messo al vecchietto. Ci conta.

Anìssia.    Ma certo! (Si avvicina al baule e nasconde la polvere).

Matrèna.   Tu, cocca mia, tienla nascosta per bene, e che la gente non sappia nulla. Ma se, Dio non voglia, si viene a sapere qualche cosa, di' che serve per gli scarafaggi. (Prende il rublo). Anche questo, me l'hai dato per la polvere degli scarafaggi... (Smette di parlare di botto).

Scena XI

Detti, Petr e Akìm

(Akìm entra e si fa il segno della Croce davanti alle immagini sacre. Petr entra e si siede).

Petr.        E così, zio Akìm?

Akìm.       Tutto per il meglio. Ignàtic, tutto per il meglio, già... per il meglio. Affinché non faccia scemenze, dico io, vorrei prendere il ragazzo con me. E se tu... come dire?... Si può fare anche così. Tutto per il meglio...

Petr.        Bene, benone! Siediti e discorriamo. (Akìm si sie­de). Dunque?  Vuoi  dargli moglie?

Matrèna.   Eh! ce ne vorrà del tempo, prima che possa prender moglie, Petr Ignàtic! Tu sai le nostre con­dizioni, Ignàtic. Come fa a sposarsi? Ma se riuscia­mo appena a scaldarci il corpo col fiato! Altro che matrimonio!...

Petr.        Decidete quel che vi pare meglio.

Matrèna.   Non c'è bisogno di spicciarsi a sposare. La sposa non è mica come la fragola, che va a male se non si mangia subito.

Petr.        Ma, se volete dargli moglie, fate bene.

Akìm.        Vorrei, già... perché a me, non so come dire, è capitato un lavoraccio in città, che mi conviene, già...

Matrèna.   Ah, sì! Un bel lavoro! Pulire le fosse! Quando è tornato a casa, ieri, mi è venuto da vomitare. Puh!

Akìm.        Infatti da principio si sente un certo odore,... ma poi ci si abitua. E' un odore come di vinacce, ma è un lavoro che conviene. In quanto all'odore, poi, noialtri non dobbiamo farci troppo caso, già. Si può anche cambiar di vestito. Ma vorrei che Mi-kìtka tornasse a casa a disimpegnare il suo lavoro, già, e io disimpegnerei il mio in città...

Petr.        Tuvuoi tenere il figliuolo a casa, è giusto, ma per il denaro che ha avuto qui, come si fa?

Akìm.        E' giusto, è giusto, Ignàtic, quel che tu dici. Già questa è la regola: chi s'è impegnato, s'è ven­duto. Rimanga ancora qui, ma bisogna che prenda moglie, già. Lascia che venga per un po' di tempo.

Petr.        Si può far anche questo.

Matrèna.   Ma noi non siamo del medesimo parere. A te, Petr Ignàtic, voglio confidar tutto, come lo con­fiderei al Signore. Giudica tu se ha ragione il mio vecchio o se ho ragione io: lui ripete che deve am­mogliarsi. Ma chiedigli un po' chi deve sposare. Fosse magari una fidanzata sul serio! Sono forse una nemica del mio figliuolo, io? Ma si tratta d'una ragazza perduta.

Akìm.        Non è giusto, no, non è giusto che tu dica male di quella ragazza. L'affronto l'ha fatto mio figlio a lei.

Petr.        Quale   affronto?

Akìm.        Lei è stata... come dire... col mio Mikìtka, già, con Mikìtka...

Matrèna.   Lascia che parli io, che ho la lingua più sciol­ta: il nostro figliuolo, prima di venir da te, stava, come tu sai, alla ferrovia. Una ragazza gli s'appic­cicò addosso, una ragazza da nulla, di nome Ma-rìnka, che stava in qualità di cuoca nel loro artèl [1]. Ora quella ragazza dice che è stato il nostro figliuolo, che è stato Mikìtka a sedurre lei.

Petr.        Non è mica bella questa storia.

Matrèna.   Ma quella è una ragazza traviata, che corre dietro agli  uomini, è una vagabonda.

Akìm.        Ma tu, vecchia mia, non sei... già... tu non sei... non so come dire,  già...

Matrèna.   Eccoi ragionamenti che sa metter fuori que­st'aquila mia! «Già... già!...». Ma che «già!,» Non lo sai nemmeno tu. Ma tu, Petr Ignàtic, chiedilo alla gente che specie di ragazza è quella. Te lo di­ranno tutti che è un'ignorante, una vagabonda.

Petr         (ad Akìm). Ma, zio Akìm, se le cose stanno così non c'è ragione di dargli moglie. Non si tratta di un paio di lapti 2 che puoi levarti dai piedi quan­do ti pare, ma di una nuora.

Akìm         (riscaldandosi). Sono calunnie, vecchia, già... so­no calunnie le tue, perché quella ragazza è una buonissima ragazza... già. Mi fa pietà quella crea­tura, mi fa proprio pietà.

Matrèna.   E' come la starìtsa 3 Maremiàna 4, lui: s'affligge delle pene altrui e a casa non ha da man­giare. Ha pietà della ragazza, ma del suo figliuolo, no. Attàccatela al collo e portala in giro! Smettila una buona volta di dir scemenze!

Akìm.        Non sono scemenze, no.

Matrèna.  Sta’  zitto!  Lasciami  parlare!

Akìm.        No, non sono scemenze. Tu, o parli della ragazza, o parli di te, rigiri le cose come ti pare; ma Dio... non so come dire... rigirerà anche lui le cose come gli parrà. E anche in questo caso...

Matrèna.   Eh! Con te non si fa altro che consumarsi la lingua.

Akìm.        E' una ragazza laboriosa, che ha amor proprio e non so come dire... già... E poi, data la nostra po­vertà, non ci sarebbe da metter fuori molti quattri­ni e avremmo un braccio di più. Ma quel che con­ta più di tutto è l'affronto fatto alla ragazza, a una ragazza senza  genitori, ecco. E'  un  affronto...

Matrèna.   Ce n'è tante di ragazze, che dicono la mede­sima cosa.

Anìssia.    Tu, zio Akìm, da' retta a noi. Abbiamo tante cose da dirti.

Akìm:.       E Dio? E Dio? Non è anche lei una creatura umana, una creatura di Dio? Che te ne pare, Petr?

Matrèna.   Ma ripeti sempre la medesima cosa, tu...

Petr.        Via, zio Akìm, queste ragazze qui non bisogna starle a sentire. Il tuo figliuolo è qui, in carne e ossa. Che gli si chieda se è vero, non vorrà perder un'anima. Chiamatelo. (Anìssia si alza). Digli: «Il babbo ti vuole ». (Anìssia esce).

Scena XII

Detti meno Anìssia

Matrèna.   Sì, babbo, il tuo ragionamento è come l'acqua che si butta addosso ai cani che s'azzuffano, per se­pararli. Lascia che parli il ragazzo. E poi, al giorno d'oggi, non si può far sposare la gente per forza: bisogna interrogare il ragazzo. Non vorrà sposarla per tutto l'oro del mondo, non vorrà disonorarsi. Io son del parere che resti qui a servire il suo padrone. E poi, prenderlo per l'estate non serve... (A Petr). Dacci una decina di rubli e tentilo...

Petr.        Questo è un discorso prematuro. Bisogna procedere con ordine: se non s'è terminata una cosa, non bi­sogna principiarne un'altra.

Akìm.        Io, Petr Ignàtic, parlo perché voglio dir questo, già, io voglio dir questo: noi aggiustiamo le cose no­stre come meglio ci pare, ma ci scordiamo di Dio. Si crede di far bene, di tirar l'acqua al nostro muli­no, ma non si fa altro che sputarsi addosso. Si crede di far bene, già, ma senza Dio, tutto va di male in peggio.

Petr.        S'intende. A Dio bisogna pensarci sempre.

Akìm.        Guarda, tutto va di male in peggio, ma, se tu procedi secondo la legge e secondo il volere di Dio, tu sarai felice. Non bisogna ingannare. Perciò ho pensato: «Do moglie al ragazzo, cancello il pecca­to. Lui, secondo la legge, se ne sta a casa, e io, già... mi do da fare in città. E' un buon posticino quello che mi capita. Mi conviene». Si procede conforme al volere di Dio... è meglio. E poi è un'orfana... L'e­state scorsa, per esempio, hanno portato via la legna dell'amministratore. Gliel'hanno potuta fare. All'am­ministratore gli s'è potuta fare, già... ma a Dio no, ecco...

Scena XIII

Detti, Nikìta e Aniùtka

Nikìta.     M'avete chiamato? (Si siede e tira fuori il ta­bacco).

Petr         (con dolce rimprovero). Che? Non conosci le rego­le? Tuo padre ti manda a chiamare e tu tiri fuori il tabacco e ti metti a sedere. Alzati e vieni qua.

(Nikìta si alza e si appoggia alla tavola sorriden­do, disinvolto).

Akìm.        Mikìtka, ci sono state delle lagnanze sul conto tuo, già...

Nikìta.     Lagnanze? Che lagnanze?

Akìm.        Che lagnanze? Le lagnanze d'una ragazza, d'una ragazza senza genitori: Marìna, sempre Marìna.

Nikìta      (ridendo). Strano in verità. E di che può essersi lagnata? Chi t'ha parlato? Lei?

Akìm.        Ora io ti farò una domanda e tu devi risponder­mi: ti sei legato con quella ragazza, di' un po', ti sei legato?

Nikìta.     Non ci capisco un'acca nella tua domanda.

Akìm.        Non so come dire: avete fatto qualche sciocchez-za, già, qualche sciocchezza, tu e lei?

Nikìta.     Qualcuna. Con una cuoca ci si scherza quando non s'ha meglio a fare. Si suona la fisarmonica e lei balla. E poi? Che altre sciocchezze posso aver fatte?

Petr.        Via, Mikìta, non far bravure. Il tuo babbo t'inter­roga; tu rispondigli per bene.

Akìm         (solennemente). Mikìta, tu puoi nascondere qual­che cosa agli uomini, ma a Dio non si nasconde nul­la. Non t'azzardare a mentire, Mikìta! E' un'orfana, lei, che ognuno può offendere. E' un'orfana, già... Di' piuttosto come è stato!

Nikìta.     Ma se non c'è proprio nulla da dire! Ho detto tutto e non ho lasciato nulla... (Riscaldandosi). Lei sì che potrebbe raccontarne di belle! Si dice quel che si vuole, come si fa quando qualcuno è morto. perché non ha parlato di Fedka Mikìschkim? Che? Non si può divertirsi un poco al giorno d'oggi? La sa lun­ga quella lì!

Akìm.        Oh! Mikìtka, sta attento! Le bugie vengono alla luce. C'è stato qualche cosa o no?

Nikìta      (fra sé). Guarda un po'! Ce l'hanno con me ora. (Ad Akìm). Ma se dico che non so nulla! Non c'è stato nulla fra noi. (Con ira). Che io non possa stac­carmi da questa tavola! (Si fa il segno della Croce).  Non so nulla.

(Una pausa. Poi Nikìta ricomincia a parlare riscaldandosi sempre più).

Che? Avreste pen­sato di farmela sposare? Sarebbe uno scandalo, c'è poco da dire. Oggi non si ha il diritto di far sposare la gente per forza. Avete capito? E poi, ho giurato che non so nulla di nulla.

Matrèna    (al marito). Ma che zucca! Che grullo! Tutto quel che gli dicono lo crede e tormenta quella crea­tura senza ragione! E' meglio che stia qui, dal pa­drone. Il padrone ci dà dieci rubli per quel che ci occorre. Verrà il momento...

Petr.        Dunque, zio Akìm?

Akìm         (fa schioccare la lingua e si rivolge al figlio). Sta attento, Mikìta: la lacrima di un'offesa non cade per terra, cade sempre sulla testa dell'uomo. Fa' che questo non accada!

Nikìta.     A che ho da stare attento, io? Sta' attento tu. (Si siede).

Aniùtka.   Vado a dirlo alla mamma. (Esce di corsa).

Scena XIV

Petr, Akìm, Matrèna e Nikìta

Matrèna    (a Petr). Sempre la stessa storia, Petr Ignàtic! E' un attaccabrighe, e quando s'è ficcato una cosa in capo, non gliela levi in nessun modo... Ma ti ab­biamo disturbato senza ragione. Che il ragazzo se­guiti pure a star qui. Tienlo: è il servo tuo.

Petr.        E allora, zio Akìm?

Akìm.        Già... Io non volevo forzare il ragazzo ma... vo­levo solo... non so come dire...

Matrèna.   Non sai nemmeno tu quel che vuoi dire. Che il ragazzo seguiti come prima! Neppure lui ha vo­glia di andarsene. E che ne faremmo noi di lui? In qualche modo ci arrangeremo...

Petr.        Ma senti un po', zio Akìm: se tu non me lo lasci l'estate, a me l'inverno non serve. Se deve star qui, deve starci tutto l'anno.

Matrèna.   Ma sì. Resta impegnato per tutto l'anno. E se noi, a casa, in tempo di lavoro, avremo bisogno di aiuto, prenderemo qualcuno che venga a darci una mano. Che il ragazzo rimanga pure qui. Tu, dacci una decina di rubli.

Petr.        E il ragazzo ci resta un altr'anno?

Akìm         (sospirando). Ebbene, già, se è così... non so come dire... va bene.

Matrèna.   Un altr'anno, a cominciare dal sabato di San Dmìtri. Non ci far torti per il prezzo: dacci quei dieci rubli, facci questo favore. (Si alza e saluta).

Scena XV

Detti, Anìssia e Aniùtka

(Anissia si siede in disparte).

Petr.        Bene! Siamo intesi. Allora andiamo in cantina a bere qualcosa. Andiamo, zio Akìm, a bere un sor­sino di vodka.

Akìm.        Ma non bevo, io.

Petr.        Un po' di te lo berrai, no?

Akìm.        Il te è il peccato mio. Il te sì.

Petr.        Anche le donne prenderanno un po' di te. Tu, Mikìta riporta dentro le pecore e raduna la paglia.

Nikìta.     Subito.

(Tutti escono eccetto Nikìta. Abbuia).

Scena XVI

Nikìta solo

Nikìta      (accendendo una sigaretta). Come mi si son messi dietro! «Di', di', in che maniera ti sei divertito con le ragazze!». Queste storie sono un po' lunghe a raccontare. «Sposala!» mi dice. Se dovessi sposarle tutte, avrei un bel po' di donne. Ho proprio bisogno di prender moglie! Non sto mica peggio di uno spo­so e la gente m'invidia. M'è parso che qualcuno mi spingesse quando ho fatto il segno della Croce da­vanti a quell'immagine. Ho rotto il filo tutto in una volta. Si dice che a giurare il falso si prova spa­vento. Sciocchezze! Chiacchiere! E' tanto facile!

Scena XVII

Nikìta e Akulìna

(Akulìna entra col mantello addosso. Posa la corda che ha in mano, si toglie il mantello e si avvia verso la dispensa).

Akulìna.    Potevi almeno accendere un lume!

Nikìta.     Per guardarti? Ti vedo anche così.

Akulìna.    Ma smettila, tu!

Scena XVIII

Detti e Aniùtka

Aniùtka    (entra di corsa e dice a Nikìta sottovoce): Ni­kìta, va' presto: c'è qualcuno che ti vuole. Che mi manchi il fiato se non è vero!

Nikìta.     Chi è?

Aniùtka.   La Marìnka della ferrovia. E' lì dietro.

Nikìta.     Bugia!

Aniùtka.   Che mi manchi il fiato se dico una bugia!

Nikìta.     Che vuole?

Aniùtka.   Vuol che tu vada da lei. Dice che ha da dirti qualcosa. Le ho chiesto che cosa vuol dirti, ma lei non ha voluto parlare. Mi ha chiesto soltanto: «E' vero che va via di qui?». E io le ho detto: «Non è vero. Suo padre voleva portarlo via e dargli moglie, ma lui non vuole e rimarrà qui per un altr'anno». E lei m'ha detto: «Fallo venire un momento qui, per l'amor di Cristo. Bisogna che gli dica una paro­la». E' un pezzo che aspetta. Va'!

Nikìta.     Che Dio la benedica! Che ci vado a fare?

Aniùtka.   Ha detto : «Se non viene, andrò io da lui nel-l'izba. Che mi manchi il fiato se non ci vado!».

Nikìta.     Quando sarà stanca d'aspettare se ne andrà.

Aniùtka.   M'ha chiesto: «Dimmi: è vero che vogliono fargli sposare Akulìna?».

Akulìna     (avvicinandosi a Nikìta per prendere la conoc­chia). Chi vogliono far sposare ad Akulìna?

Aniùtka.   Mikìtka.

Akulìna.    Davvero? E chi l'ha detto?

Nikìta.     Lodice la gente. (Guarda Akulìna e ride). Di' un po', Akulìna, mi sposeresti tu?

Akulìna.    Te? Prima forse sì, ti avrei sposato, ora no.

Nikìta.     E perché ora no?

Akulìna.    Perché tu non mi vorresti bene.

Nikìta.     Ma perché non dovrei volerti bene?

Akulìna.    Perché non te lo permetterebbero. (Ride).

Nikìta.     Chi è che non me lo permetterebbe?

Akulìna.    La matrigna. E' sempre in collera e ti sta sem­pre a sorvegliare.

Nikìta      (ridendo). Ma senti! Ci vedi bene, tu?

Akulìna.    Io? E non ho da vedere? Son cieca, forse? Gliene ha dette oggi al babbo, gliene ha dette tante, quella strega dal muso gonfio! (Va nella dispensa).

Aniùtka.   Nikìta, viene a vedere. (Guarda dalla finestra). Viene. E' lei, per quanto è vero che son viva. Me ne vado (Esce).

Scena XIX

Nikìta, Akulìna (nella dispensa) e Marìna

Marìna     (entrando). Dunque, che intenzioni hai, tur

Nikìta.     Io? Non ho nessuna intenzione,

Marìna.    Mi vuoi rinnegare?

Nikìta      (alzandosi adirato). Che intendi dire? Che sei ve­nuta a fare?

Marìna.    Ah! Mikìta!...

Nikìta.     Siete buffe voialtre, in verità. Che sei venuta a fare?

Marìna'.    Mikìta!...

Nikìta.     Ebbene, che vuoi? Mikìta! Sì, sono Mikìta. Che vuoi? Vattene, ti dico!

Marìna.    E allora vuoi abbandonarmi? Vuoi dimenticare tutto?

Nikìta.     E che cosa ho da ricordare? Non sanno quel che dicono certi esseri! Ti sei messa in quel cantuccio, hai mandato Aniùtka a chiamarmi, io non son ve­nuto: vuol dire che non so che farmene di te, è chiaro. Dunque, va' via.

Marìna.    Non sai che fartene di me? Non ti servo più, ora. Credevo che tu mi volessi bene. Tu mi hai ro­vinata. E ora non sai cosa fartene di me...

Nikìta.     E' inutile che tu parli. E' assurdo tutto quel che tu dici. Ne hai raccontate di frottole al mio babbo. Vattene, fammi questa grazia.

Marìna.    Tulo sai che ho voluto bene a te solo; a nes­sun altro ho voluto bene. Che tu mi sposi o non mi sposi è indifferente. Io non t'ho fatto nessun torto. perché non mi vuoi più bene? perché?

Nikìta.     Ne hai fatte di chiacchiere inutili! Vattene! Che pazze le donne!

Marìna.    Quel che m'addolora non è il tuo tradimento. Tu m'hai promesso che m'avresti sposata. Non im­porta! Soffro perché tu non mi vuoi più bene, e, peggio ancora, perché adesso un'altra ha preso il mio posto. E io so chi è.

Nikìta      (avvicinandosi a Marìna, furioso). Eh! Con voi donne non si ragiona. Non capite nessun ragiona­mento. Vattene, ti dico, altrimenti farai accadere qualcosa di brutto.

Marìna.    Qualcosa di brutto? Mi vuoi picchiare? E poi? perché mi volti il viso? Eh, Mikìta!

Nikìta.     E' un guaio se vien gente. A che servono que­ste chiacchiere?

Marìna.    E allora è finito tutto? Quel che è stato è pas­sato e tu vuoi che io dimentichi... Ma, ricordatene, Mikìta: io avevo custodito il mio onore di ragazza più degli occhi miei. Tu m'hai rovinata senza ragio­ne, m'hai ingannata. Non hai avuto pietà d'una ra­gazza senza padre né madre. (Piange). M'hai rinne­gata, m'hai uccisa. Ma io non ti serbo rancore. Dio ti protegga! Se troverai una migliore di me, mi di­menticherai, ma se troverai una donna peggiore di me, ti ricorderai di me, allora! Te ne ricorderai, Mi-kìta! Addio, allora, visto che dobbiamo separarci. Quanto bene t'ho voluto! Addio, per l'ultima volta! (Fa per abbracciarlo. Gli prende la testa con tutte e due le mani).

Nikìta      (respingendola violentementé). Ah! Non si ragio­na con voialtre! Se tu non vuoi andar via, andrò via io. Resta pure qui, tu.

Marìna     (gridando). Belva! (Sulla soglia della porta). Il Signore non ti farà esser felice... (Esce piangendo).

Scena XX

Nikìta e Akulìna

Akulìna     (uscendo dalla dispensa). Che cane che sei, Ni-kìta!

Nikìta.     Perché?

Akulìna.    Come urlava! (Piange).

Nikìta.     E a te che te ne importa!

Akulìna.    Che me ne importa? Tu hai offeso lei e offen­derai anche me... cane che sei! (Rientra nella di­spensa).

Scena XXI

Nikìta solo

Nikìta      (una pausa). Fa anche la schizzinosa, questa qui. Mi piacciono come lo zucchero queste donnine... Ma quando hai peccato con loro... è un disastro.

Cala la tela


ATTO  SECONDO

La scena rappresenta la strada e l'izba di Petr. A sini­stra si vede un'izba con un vestibolo, che ha una scala nel mezzo; a destra una porta e una parte del cortile. Anìssia è sul davanti del cortile, occupata a maciullare la canapa. Fra il primo e il secondo atto sono passati sei mesi.

Scena I

Anìssia

(Anìssia è sola. Interrompe il lavoro e tende l'orec­chio).

Anìssia.    S'è messo di nuovo a brontolare. Dev'essere sce­so dalla stufa.

Scena II

Anìssia e Akulìna

(Akulìna entra portando un bastone ricurvo con un secchio a ognuna delle estremità).

Anìssia.    Chiama. Va' a vedere che ha. Eh, come grida!

Akulìna.    Perché non vai tu?

Anìssia.    Va', ti dico!

(Akulìna entra nell'izba).

Scena III

Anìssia sola

Anìssia.    M'ha stancata. Non mi dice dov'è il denaro. Ieri nel vestibolo. Lì deve averlo nascosto. Ma dove sia ora non lo so. Ha paura di separarsene. Ma è in casa. Purché io lo trovi! Ma ieri non l'aveva su di sé. Ora non lo so dov'è... M'ha stancata. Non ne posso più.

Scena  IV

Anìssia e  Akulìna

(Akulìna  entra annodando  il fazzoletto  che  ha al collo).

Anìssia.    Dove vai?

Akulìna.    Dove vado? M'ha ordinato di chiamare la zia Màrfa. «Chiamala — m'ha detto — falla venir qui da me. Muoio — m'ha detto: — bisogna che le dica una parola».

Anìssia     (fra sé). Manda a chiamare la sorella. Oh! Po­vera testa mia! Oh! Oh! Certamente vuol darlo a lei. Che ho da fare? Ohé! (Ad Akulìna). Non te ne andare!... Dove vai?

Akulìna.    Dalla zia.

Anìssia.    Non te ne andare, ti dico. Ci andrò io. Tu va' al ruscello coi panni. Altrimenti si farà sera e non avrai il tempo.

Akulìna.    Ma lui m'ha ordinato di andar dalla zia.

Anìssia.    Va' dove ti si manda. Ci andrò io da Màrfa, t'ho detto. Prendi le camicie che son sulla siepe.

Akulìna.    Le camicie? Perché non  vai a prenderle tu? Mi ha ordinato di andar dalla zia.

Anìssia.    T'ho detto che ci vado io. Dov'è Aniùtka?

Akulìna.    Aniùtka? Sta a badare ai vitelli. 

Anìssia.    Falla venir qui. Non scapperanno mica.

(Akulìna raduna i panni ed esce).

Scena V

Anìssia sola

Anìssia.    Se non vado m'ingiurierà. Se vado, darà lo stesso il denaro alla sorella e le mie fatiche saranno inu­tili. Non so proprio che fare. Mi pare che la testa mi si spacchi. (Riprende a maciullare la canapa).

Scena VI

Anìssia e Matrèna

Matrèna    (entrando con un bastone e un fagottino, come chi deve partire). Dio t'aiuti, cocca mia.

Anìssia     (si guarda intorno, interrompe il lavoro e batte le mani dalla contentezza). Non ci speravo, zietta. Dio ti manda proprio a tempo.

Matrèna.   Che c'è?

Anìssia.    Mi sento la testa tutta confusa. Che guaio!

Matrèna.   E' ancora vivo a quanto mi si dice.

Anìssia.    Non me ne parlare. Non è né vivo né morto.

Matrèna.   Non ha dato mica il denaro a qualcuno?

Anìssia.    Ha mandato or ora a chiamar Màrfa, sua so­rella. Dev'essere per via del denaro.

Matrèna.   Certo. Ma non l'avrà dato a qualcuno senza dirlo?

Anìssia.    Non l'ha dato a nessuno. Io lo tengo d'occhio come un avvoltoio.

Matrèna.   Ma il denaro dov'è?

Anìssia.    Non lo dice. Non mi è riuscito di saperlo. E poi, non mi riesce di saperlo per via di Akulìna. E' scema quanto mai, ma fa la spia, mi tien d'occhio. Oh! Povera testa mia! Son sfinita.

Matrèna.   Ah! Cocca mia, non lo metterà in mano a te quel denaro. E tu piangerai per tutta la vita. Ti man­deranno via dalla fattoria senza darti nulla. Hai sof­ferto tutta la vita, cara mia con un uomo che non ti piaceva, e, una volta vedova, dovrai chieder la ca­rità alla gente.

Anìssia.    Non me ne parlate, zia. Mi vien meno il cuore e non so che cosa fare e non ho chi mi possa dare un consiglio. Ne ho parlato a Mikìta, ma lui non ha il coraggio di mischiarsi in questa faccenda. Ieri m'ha detto che il denaro è sotto il pavimento.

Matrèna.   E tu non l'hai cercato?

Anìssia.    Non è possibile: lui è sempre presente. Mi sono accorta che ora l'ha addosso, ora lo nasconde.

Matrèna.   Ricordati, figliuola mia, che se sbagli un sol colpo non c'è più rimedio. (A voce bassa). Gli hai dato del tè forte?

Anìssia.    Oh! Oh!... (Vorrebbe rispondere, ma vede la co­mare e tace).

Scena VII

Dette e la comare

(La comare passa accanto all'izba, tende l'orecchio ai rumori che vengono dall'interno).

La comare (ad Anìssia). Comare Anìssia! Ohé! Anìssia! Tuo marito ti chiama.

Anìssia.    Tossisce sempre in questo modo. Sembra che gridi. Sta molto male.

La comare (avvicinandosi a Matrèna). Salute, nonna. Da che parte ti manda Dio?

Matrèna.   Da casa, cara. Son venuta a vedere il mio fi­gliuolo e a portargli le camicie. Ci penso al mio ra­gazzo, sai.

La comare. Lo so. (Ad Anìssia). Volevo, comare, veder diventar bianco quel che è rosso, ma vedo che è pre­sto. La gente non ha cominciato ancora a venire.

Anìssia.    Ma perché tanta fretta?

Matrèna.   Gli hanno portato il Viatico?

Anìssia.    Come no! Ieri è venuto il prete.

La comare. Anch'io l'ho veduto ieri, piccola madre. A che cosa si mantiene ancora quell'anima? Giorni fa stava proprio per morire, piccola madre. Lo misero sotto le immagini dei Santi. Già lo piangevano. Co­minciarono anche a lavarlo.

Anìssia.    Ma poi s'è ripreso, s'è alzato e ora ricomincia a trascinarsi.

Matrèna.   Gli avete dato l'Olio Santo?

Anìssia.    M'hanno consigliato di darglielo. Domani, se è ancora vivo, manderemo a chiamare il prete.

La comare. Deve farti pena, Anissiùccia. Perciò si dice: « Non sta male il malato, sta male chi gli sta vicino ».

Anìssia.    Si risolvesse in qualche modo questa situazione!

La comare. Già. Non è mica una cosa da nulla. E' ormai un anno che sta fra la vita e la morte e ti tiene le braccia legate.

Matrèna.   Ma anche rimaner vedova è un boccone ama­ro. Finché s'è giovani tutto va bene, ma quando s'è vecchi chi ci compatisce? Non è una consolazione la vecchiaia, lo posso dire io: non ho camminato molto e sono sfinita, non mi sento più le gambe... Ma il mio figliuolo dov'è?  

Anìssia.    Lavora. Ma tu entra. Prepariamo il samovar e con un po' di tè ti sentirai rianimata.

Matrèna    (sedendosi). Sono proprio sfinita, care mie. Ma l'Olio Santo è assolutamente indispensabile. Dicono che è un bene per l'anima.

Anìssia.    Sì. Domani manderemo per il prete.

Matrèna.   Bene. Meglio così. Domani, figlia mia, avremo un matrimonio.

La comare. Come? In primavera?

Matrèna.   Il proverbio non dice senza ragione: «Per il povero che sposa, anche la notte è corta». Sèmen Matvièvic sposa Marìna.

Anìssia.    Ha trovato la sua fortuna quella lì!

La comare. E' un vedovo. La prende per via dei bam­bini?

Matrèna.   Sì. ne ha quattro. Una donna di buon senso non l'avrebbe preso, ma lui se la piglia e lei è contenta. Hanno bevuto il vino, sai. Il bicchiere non era grande, l'hanno sparso per terra 1.

La comare. Guarda un po'! Ma se n'è parlato? Il mugik ha una buona posizione?

Matrèna.   Per ora non se la passeranno male.

La comare. Chi lo prenderebbe un uomo con dei bam­bini? Da noi magari Michajlov... Un mugik, picco­la madre...

La voce di un mugik. Ohe! Màvra, dove diavolo sei? Va' a riportar dentro la vacca!

(La comare esce).

Scena VIII

Anìssia e Matrèna

Matrèna    (parlando con tono indifferente mentre la co­mare se ne va). L'abbiamo maritata, figlia mia, per cancellare il peccato. Così quello scemo non ci pen­serà più per Mikìta. (Ad un tratto abbassa la voce). Se n'è andata. Dunque, gli hai dato il tè?

Anìssia.    Non me ne parlare! Sarebbe stato meglio se fosse morto di morte naturale. Intanto lui non muo­re e io ho macchiato l'anima mia col peccato. Oh! Oh! Povera testa mia! Perché mi hai dato quella polvere?

Matrèna.   Che fa quella polvere, figlia mia? Serve per far dormire. Perché non si ha da dare? Non fa mica male!

Anìssia.    Non parlavo della polvere per dormire, ma di quell'altra, di quella bianca.

Matrèna.   Ma quella lì, cocca mia, è una medicina.

Anìssia     (sospirando). Lo so, ma ho paura. Sono sfinita.

Matrèna.   Dunque, ne hai consumata molta?                 

Anìssia.    Gliel'ho data due volte.                                    

Matrèna.   E... nulla di speciale?

Anìssia.    Ci ho intinto le labbra anch'io nel tè: è appena appena amaro. E lui l'ha mandata giù insieme al tè e ha detto: «Anche il tè mi disgusta». E io ho ri­sposto : «A un malato tutto sembra amaro». Ma ave­vo tanta paura, zia!

Matrèna.   Non ci pensare. Più si pensa, peggio è.

Anìssia.    Sarebbe stato meglio che tu non me l'avessi da­ta e non m'avessi spinta al peccato. Quando mi tor­nano certi ricordi, mi sento l'anima sotto sopra. Per-che me l'hai data quella polvere?                           

Matrèna.   Ma che ti piglia, cocca mia? Che Cristo t'assi- sta! Perché butti tutto addosso a me? Bada, figlia mia, a non scaricar la testa malata sulla testa sana. Se la faccenda s'imbroglia, io me ne lavo le mani. Non so nulla, non ho idea di nulla. Bacio la Croce e dico che non ho dato nessuna polvere, che non ho veduto nulla, che non ho sentito parlare di quella polvere. Ma tu, figliuola mia, ricordati... Ieri si discorreva di te, delle tue pene, poveretta. Una figliastra scema, un mugik marcio, che non è altro che un peso... Non c'è da ricavar nulla da una vita simile... Anìssia. Non lo nego. Una vita come la mia fa accadere di queste cose, spinge a impiccarsi o a soffocare qual­cuno. E' mai una vita questa?

Matrèna.   Meno male che lo capisci! Ma non è il mo­mento di star lì a bocca aperta. Bisogna trovargli il denaro e fargli bere il tè.

Anìssia.    Oh! Oh! Povera testa mia! Non so che debbo fare ora e ho paura... Potesse magari morire di morte naturale! Sarebbe meglio. Non vorrei aver certe co­se sulla coscienza.

Matrèna    (irosa). E lui perché nasconde il denaro? Se lo porta via con sé, chi ne godrà? E' bello questo. Dio non lo voglia, ma temo che questo denaro andrà perduto. Non è un peccato il tuo? E che si deve fa­re? Stare a guardare?

Anìssia.    Non lo so. M'ha distrutta.

Matrèna.   Non lo sai? Ma la faccenda è chiara. Se tu fai ora un passo falso, te ne pentirai tutta la vita. Lui consegnerà il denaro alla sorella e tu non avrai nulla.

Anìssia.    Oh! Oh! Ha già mandato qualcuno a chiamar­la: bisogna che io vada.

Matrèna.   Aspetta un momento. Fa' prima preparare il samovar. Gli faremo bere il tè, poi cercheremo insie­me il denaro. Lo troveremo, sta' pur sicura.

Anìssia.    Oh! Oh! Purché non accada nulla!

Matrèna.   Che? Ma che stiamo a guardare? Vuoi che il denaro ti corra davanti agli occhi e ti caschi nelle mani? Muoviti!

Anìssia.    Allora vado a preparare il samovar.

Matrèna.   Va', cocca mia. Fa le cose come si conviene, per non avere a pentirtene poi... Finalmente!...

(Anìssia fa per uscire. Matrèna la richiama).

Bada: non parlar di questa storia a Mikìta. E' scemo quello, e se, Dio ce ne scampi, viene a saper qualcosa di quella polvere, Dio solo sa quel che sarebbe capace di fare. E' tanto pietoso, sai, che non sarebbe buono a sgozzare un pollo. Non dirgli nulla. Guai se sapes­se! Non ci penserebbe su...

(Si ferma spaventata. Petr appare sulla soglia della porta).

Scena IX

Detti e Petr

(Petr entra appoggiandosi al muro. Si trascina sulla soglia e parla con voce fioca).

Petr.        Com'è che non si riesce a farvi venire? Oh! Oh! Anìssia, chi c'è qui? (Cade su una panca).

Anìssia     (venendo fuori da un cantuccio). Perché ti sei trascinato fin qui? Avresti dovuto rimanere dov'eri.

Petr.        C'è andata la ragazza a prender Màrfa?... Sto ma­le... Oh! Venisse presto la morte!...

Anìssia.    La ragazza non ha tempo. L'ho mandata al ru­scello. Aspetta un pochino: appena potrò andrò io.

Petr.        Manda Aniùtka. Dov'è? Oh! Come mi sento ma­le! Oh! E' la morte!

Anìssia.    Homandato a cercarla.

Petr.        Oh! Ma dov'è?

Anìssia.    E' là! Che le venga un accidente!

Petr.        Oh! Non ho più forza. Mi sento un bruciore den­tro. E' come una vite che mi buca. Perché mi ave­te abbandonato come un cane? Non c'è nessuno per darmi da bere... Oh! Mandami Aniùtka.

Anìssia.    Eccola. Aniùtka, vieni dal babbo.

Scena X

Detti e Aniùtka

(Aniùtka entra di corsa. Anìssia ritorna nel cantuc­cio di prima).

Petr.        Va' tu... oh!... dalla zia Màrfa. Dille: «Il babbo ti vuole». Che venga, perché ho bisogno di lei.

Aniùtka.   Che c'è?

Petr.        Aspetta.  Dille  che  si  spicci...  Dille  che  muoio. Oh! Oh! (Esce di corsa).

Scena XI

Petr, Anìssia e Matrèna

Matrèna    (strizzando l'occhio). Dunque, figlia mia, bada bene alle cose tue. Va' nell'izba e fruga da per tutto: fa' come un cane che cerca le pulci che ha addosso. Butta tutto all'aria. Io vado subito a ispezionargli le tasche.

Anìssia     (a Matrèna). Mi pare che mi torni il coraggio quando ci sei tu. (Va verso la soglia. A Petr). Deb­bo prepararti il samovar? C'è la zia Matrèna che è venuta a vedere il figliuolo: berrai insieme a lei.

Petr.        Va bene. Prepara il tè.

(Anìssia va nel vestibolo).

Scena XII

Petr e Matrèna

(Matrèna si dirige verso il pianerottolo).

Petr.        Buon giorno.

Matrèna.   Buon  giorno, benefattore mio, buon giorno... Vedo che sei ammalato. Anche il mio vecchio se ne affligge tanto. Mi ha detto : «Va' a vederlo». Ti manda i suoi saluti. (Fa di nuovo un cenno di saluto).

Petr.        Me ne vado.

Matrèna.   Lovedo, infatti, Petr Ignàtic, che il male non gira nel bosco, ma si attacca alla gente. Sei deperito, cuore mio, sei deperito molto. Non ci fa diventar belli il male, eh?

Petr.        E' venuta l'ora della mia morte.

Matrèna.   Che vuoi farci, Petr Ignàtic? Dio vuole così. Ti hanno portato il Viatico, ti daranno l'Estrema Unzione, se Dio vuole. La tua baba1 sa tutto, gra­zie a Dio. Sarai sotterrato e sarai ricordato con tutto l'onore che meriti. E il mio figliuolo si occuperà del­la casa.

Petr.        Non c'è nessuno che stia ad ascoltare i miei ordini. La mia baba non è una persona assennata, perde il tempo in sciocchezze e io so tutto... Lo so... La ra­gazza è scema, è giovane anche. Ho messo su una casa e non c'è nessuno che se ne curi! (Piange).

Matrèna.   Ma quando c'è il denaro o qualche altra cosa si può comandare...

Petr         (rivolgendosi ad Anìssia che è nel vestibolo). E' an­data Aniùtka?

Matrèna    (fra sé). Guarda! Se n'è ricordato.

Anìssia     (dal vestibolo). S'è avviata subito. Ma tu ritor­na nell'izba. Ti vengo ad aiutare.

Petr.        Lasciami star qui questi ultimi momenti. L'aria è pesante lì dentro. Mi sento soffocare... Oh! Ho il fuoco nel cuore... Venisse almeno la morte...

Matrèna.   Se il Signore non la chiama, l'anima non se ne va. La morte e la vita sono nelle Sue mani, Petr Ignàtic. Non si può sapere quando verrà la morte. Qualche volta le si può anche sfuggire. Da noi in campagna un mugik era proprio ridotto al lumici­no e...

Petr.        No. Sento che morrò oggi... lo sento. (Si appoggia al muro e chiude gli occhi).

Scena XIII

Detti e Anìssia

Anìssia     (entrando). Dunque, vieni o non vieni? Non si può star lì ad aspettarti. Petr! Ohé! Petr!

Matrèna    (chiama Anìssia con un gesto della mano). Dun­que?

Anìssia     (a Matrèna, scendendo dal pianerottolo). Nulla.

Matrèna.   Ma hai guardato da per tutto? Anche sotto il pavimento?

Anìssia.    Nulla. Forse nel pagliaio... C'è andato ieri.

Matrèna.   Cerca, cerca ancora. Fruga per tutta la casa come se ci passassi la lingua su. Credo che oggi se ne va: ha le unghie livide e il viso colore della terra. E' pronto il samovar?

Anìssia.    Comincia a bollire.

Scena XIV

Detti e Nikìta

(Nikìta appare dalla parte opposta o, se è possibile, arriva a cavallo davanti alla porta di casa. Non ve­de Petr).

Nikìta      (alla madre). Come va, mamma? A casa tutti bene?

Matrèna.   Sì, grazie a Dio! Si vive finché si mangia il pane.

Nikìta.     E il padrone come sta?

Matrèna.   Parla piano. E' lì. (Accenna al pianerottolo).

Nikìta.     E tu lascialo stare. Che mi fa?

Petr.        (aprendo gli occhi). Mikìta! Eh, Mikìta! Vieni qua.

(Nikìta gli sì avvicina. Anìssia e Matrèna parlano a bassa voce).

Petr.        Perché sei tornato così presto?

Nikìta.     Hoterminato il lavoro.

Petr.        E il solco dietro il ponte l'hai terminato?

Nikìta.     E' troppo lontano, ci vuole troppo tempo per andar laggiù.

Petr.        Troppo lontano?  Ci vuol più tempo se ci si va di qui. Ora bisogna che tu vada lì apposta. Avresti potuto far tutto in una volta.

(Anìssia sta in ascolto senza farsi vedere).

Matrèna    (accostandosi). Ah! figliolino mio! perché non ti dai da fare per contentare il padrone? Il padrone è malato e si fida di te: tu dovresti lavorar per lui come per tuo padre e servirlo come ti ho coman­dato io.

Petr.        Anche tu ora! Oh, oh!... Tira fuori le patate, e le donne... oh, oh!... le rivolteranno...

Anìssia     (fra sé). Che? Ora rimango qui. Vuol di nuovo mandar via tutti. Deve avere il denaro addosso e vuol nasconderlo in qualche posto.

Petr.        ... altrimenti verrà il momento di piantarle e sa­ranno guaste. Oh! Non ho più forze! (Si alza).

Matrèna    (accorre sul pianerottolo e sostiene Petr). Vuoi ritornar nell'izba?

Petr.        Sì, accompagnami. ( Si ferma). Mikìtka!

Nikìta      (infastidito). Che c'è di nuovo?

Petr.        Non ti rivedrò più. Morirò oggi... Perdonami, per amor di Cristo perdonami se t'ho offeso... con parole, con atti... Se t'ho offeso qualche volta... perdonami!

Nikìta.     Che ho da perdonare? Siamo tutti peccatori.

Matrèna.   Ah! figlio mio, stallo a sentire!

Petr.        Perdonami, per amor di Cristo! (Piange).

Nikìta      (commosso). Dio ti perdonerà, zio Petr. Io non ho avuto nessuna offesa da te. Non mi hai mai fatto del male. Perdona tu me: forse sono io che ho qual­che colpa verso di te... (Piange).

(Petr esce singhioz­zando, sostenuto da Matrèna).

Scena XV

Nikìta e Anìssia

Anìssia.    Oh! Povera testa mia! Non l'ha fatto senza in­tenzione; ha certo avuto qualche idea... (Si avvicina a Nikìta). E tu mi dicevi che il denaro è sotto il pavimento: non c'è.

Nikìta      (non risponde. Piange). Non mi ha fatto mai del male. Ho avuto sempre benefizi da lui. Ed ecco quel che ho fatto!

Anìssia.    Basta ora! Dov'è il denaro?

Nikìta      (infastidito). E chi lo sa? Cercalo tu!

Anìssia.    Di che ti commuovi tanto?

Nikìta.     Mi fa pietà. Come mi fa pietà! Come piange­va! Ah!

Anìssia.    Guarda un po'! S'impietosisce, ora. C'è proprio da aver pietà! T'ha sempre ingiuriato, sempre, e po­co fa ordinava che ti si mandasse via dalla fattoria. Di me dovresti aver pietà!

Nikìta.     Perché mai dovrei aver pietà di te?

Anìssia.    Morirà, nasconderà il denaro...

Nikìta.     Non aver paura; non nasconderà nulla...

Anìssia.    Oh! Mikìtka! Ha mandato a chiamare la sorel­la. Vuol darlo a lei. Sarebbe un guaio per noi. Come faremo ad andare avanti se lui dà via il denaro? Mi scacceranno dalla casa... Dovresti darti da fare. M'hai detto che ieri sera è salito nel granaio.

Nikìta.     L'ho veduto scendere di lì. Ma chi sa dove l'ha cacciato!

Anìssia.    Oh! Povera testa mia! L'andrò a cercare lassù.

(Nikìta si allontana).

Scena XVI

Detti e Matrèna

Matrèna    (esce dall'izba, si accosta ad Anìssia e a Nikìta e dice a bassa voce). Non andare a cercarlo in nessun posto: l'ha addosso. L'ho sentito sotto le dita. E' at­taccato a un cordoncino.

Anìssia.    Oh! Povera testa mia!

Matrèna.   Se t'intenerisci ora, va' a cercarlo poi sull'ala destra dell'aquila che vola. Se viene la sorella, addio!

Anìssia.    Certo. Se quella viene, lui glielo dà. Che ho da fare? Oh! Povera testa mia!

Matrèna.   Che hai da fare? Guarda qui: il samovar bolle. Va' a preparare il tè e daglielo a bere. (A voce ancora più bassa). E quel che è in quella carta ver­salo tutto dentro al tè e faglielo bere. Dopo che ne avrà bevuto una tazza, prendigli il denaro. Non aver paura: non lo potrà ridire a nessuno.

Anìssia.    Oh! Ho paura.

Matrèna.   Non far tante chiacchiere e datti da fare. Io sorveglio la sorella, se mai accade qualche cosa. Non ti perder d'animo: prendi il denaro e portalo qua. Nikìta penserà a nasconderlo.

Anìssia.    Oh! Povera testa mia! Come farò? Ih... Ih!...

Matrèna.   T'ho detto di non far tante storie. Fa' come t'ho ordinato... Mikìta!

Nikìta.     Che c'è?

Matrèna.   Turesta qui vicino. Siediti su quel muriccio­lo. Se accade qualche cosa, ci sarà bisogno di te.

Nikìta      (agitando una mano). Queste donne quante ne pensano! Mi scombussoleranno la testa. Ma basta ora! E' meglio che vada a scavar le patate.

Matrèna    (afferrandolo per un braccio). Sta' fermo, ti dico.

Scena XVII

Detti e Aniùtka

(Aniùtka entra).

 

Anìssia.    Ebbene?

Aniùtka.   Era nell'orto della figlia. Viene subito.

Anìssia.    Che cosa si farà se viene?

Matrèna    (ad Anìssia). Spicciati. Fa' come t'ho detto io.

Anìssia.    Non ricordo più, non so più nulla. Tutto mi s'imbroglia nel cervello... Aniùtka! Va', piccina mia, va' a prendere i vitelli, può darsi che siano scappa­ti.. Oh! Non ho il coraggio.

Matrèna.   Va' subito. Fra poco non ci sarà più acqua nel samovar.

Anìssia.    Oh! Povera testa mia. (Esce).

Scena XVIII

Matrèna e Nikìta

Matrèna    (avvicinandosi al figlio). Dunque, figliolino mio; (si siede accanto a lui sul muricciuolo) ora c'è da pensare anche ai fatti tuoi e non bisogna agire alla cieca.

Nikìta.     A quali fatti miei bisogna pensare?

Matrèna.   A come farai a vivere.

Nikìta.     Come farò a vivere? Farò come gli altri.

Matrèna.   Il vecchio spirerà certo oggi...

Nikìta.     Che spiri pure! Dio l'abbia in gloria! E a me che mi fa?

Matrèna    (mentre parla non stacca un momento gli occhi dal pianerottolo). Eh! figliolino! Chi è vivo pensa a come vivere. Ora cocco mio ci vuol giudizio. Che in­tendi fare, tu? Io sono andata di qua e di là per occuparmi delle cose tue. Non ho più gambe, tanto ho camminato per te. Ricordatene, non mi trascura­re poi.

Nikìta.     Di che ti sei occupata?

Matrèna.   Delle cose tue, della tua sorte. Se non ci si pensa da principio, non si combina nulla. Conosci Ivan Mosèic? Io sono in buoni rapporti con lui. Ieri ci andai. Tu sai che una volta gli feci un favore. Abbiamo scambiato qualche parola. «Che mi consiglieresti, Ivan Mosèic? — gli ho detto. — Per esem­pio: un contadino vedovo riprende moglie, e, per esempio, ha due figlie sole, una dalla prima sposa e una dalla seconda. Se questo contadino muore — gli ho detto — un altro contadino potrebbe sposare la vedova e vivere nella fattoria? Questo secondo sposo può dar marito alle figliuole e restar solo nella fat­toria? — Certo — m'ha detto lui — ma bisogna darsi molto da fare. Col denaro si può concludere un affa­re, ma senza quello è inutile pensarci».

Nikìta      (ridendo). A chi lo dici! Bisogna sborsar denaro. Il denaro fa comodo a tutti.

Matrèna.   Allora, cocco mio, gli ho spiattellato tutti i fatti nostri. «Prima di tutto — m'ha detto — bisogna che il tuo figliuolo si faccia iscrivere in quel villaggio lì. Ci vuol denaro, bisogna dar da bere ai vecchi. Allo­ra l'aiuteranno. Ma — ha detto — ci vuol giudizio». Guarda: (tira un foglio di carta di sotto la sciarpa) ha scritto questo foglio. Leggi: tu che capisci queste cose.

(Nikìta legge, Matrèna lo ascolta).

Nikìta.     Questo foglio è un attestato d'iscrizione, è chiaro. Non ci vuol mica un grande ingegno per capirlo.

Matrèna.   Ma senti quel che ha consigliato Ivan Mosèic. «Prima di tutto, zia, — ha detto — bada a non lasciarti scappare il denaro. Se quella non ha nulla non troverà un altro uomo. Quando manca il denaro — ha detto — è come se mancasse la testa». Dun­que, sta' attento: il momento è venuto, figliolo.

Nikìta.     Che me n'importa? Il denaro è suo e se la sbri­ghi lei.

Matrèna.   Che modo di ragionare, figliolo! Se ne intende una donna di certe cose? Se lei mette la mano sul denaro, se ne saprà servire? Le donne lo sai come sono, ma tu sei un mugik e saprai agire di nascosto e mettere a posto ogni cosa. Tu hai più giudizio se c'è da sbrogliare certe faccende.

Nikìta.     Il giudizio di voialtre donne non è mica un gran che, in verità.

Matrèna.   Non è un gran che, dici? Ma tu prendi il denaro e avrai la donna in mano. Se, putacaso, quella dovesse mettersi a brontolare, la si potrà far tacere.

Nikìta.     Ma basta ora, o me ne vado.

Scena XIX

Nikìta, Matrèna e Anìssia

(Anìssia, pallida in viso, esce di corsa dall'izba).

Anìssia     (a Matrèna). L'aveva addosso. Eccolo qui. (Mo­stra il denaro che ha sotto il grembiale).

Matrèna.   Dallo a Mikìtka, che lo nasconda. Prendilo, Mi-kìtka, nascondilo in qualche posto.

Nikìta.     Da' qua.

Anìssia.    Oh! Povera testa mia! Lo nascondo io. (Va ver­so la porta di casa).

Matrèna    (afferrandola per un braccio). Dove vai? Tu fa­rai scoprire ogni cosa. Ecco la sorella di Petr. Dàllo a chi sa quel che ha da fare. Che sventata!

Anìssia     (si ferma, incerta). Oh! Povera testa mia!

Nikìta.     Dammelo, su! Lo nascondo in qualche posto.

Anìssia.    Dove lo nascondi?

Nikìta.     Che? Hai paura? (Ride).

Scena XX

Detti e Akulìna

(Akulìna entra con un mucchio di panni in braccio).

Anìssia.    Oh! Povera testa mia! (Dà il denaro a Nikìta). Mikìta, sta' attento!

Nikìta.     Di che hai paura tu? Lo nasconderò in modo che non lo potrò ritrovare neppure io. (Esce).

Scena XXI

Matrèna, Anìssia e Akulìna

Anìssia     (immobile e impaurita). Oh! Oh! E lui...

Matrèna.   Che c'è? E' morto?

Anìssia.    Sì, sembra morto. Ho preso il denaro e non se n'è accorto.

Matrèna.   Va' nell'izba. Viene Akulìna.

Anìssia.    Che? Io ho fatto il peccato e lui che farà col denaro?

Matrèna.   Basta! Va' nell'izba. Ecco anche Màrfa.

Anìssia.    Sì, mi son fidata di lui. Che succederà? (Esce).

Scena XXII

Màrfa, Akulìna e Matrèna

(Màrfa entra da una parte, Akulìna dall'altra).

Màrfa       (ad Akulìna). Sarei venuta da un pezzo, ma ero andata dalla mia figliuola. E il vecchio? Ha inten­zione di andarsene?

Akulìna     (posando i panni). Chi lo sa! Io ero al ruscello.

MÀrfa      (accennando a Matrèna). E quella lì di dov'è?

Matrèna.   Di Zuièvo. Sono la mamma di Mikìta e vengo da Zuièvo, cara. Buon giorno. Va giù, va sempre più giù tuo fratello, poveretto. E' venuto qui poco fa. «Mandami la sorella mia — ha detto — perché...». Ma che sia già morto?

Scena XXIII

Dette e Anìssia

(Anìssia esce dall'izba, mandaun urlo, si afferra ad un pilastro e si mette a singhiozzare).

 

Anìssia.    Oh! Oh! Oh! Chi mi rimane, ora? A chi mi appoggio ora io, povera vedova?  Sola per tutta la vita... Si son chiusi quegli occhi celesti...

Scena XXIV

Dette e la comare

(La comare e Matrèna sostengono Anìssia sotto le braccia. Akulìna e Màrfa entrano nell'izba. Accorre la folla).

Una voce tra la folla. Bisogna chiamar le vecchie! Bi­sogna comporlo!

Matrèna    (rimboccandosi le maniche). C'è l'acqua nella caldaia? Nel samovar ce n'è ancora. Ora faccio tutto.

Cala la tela

           


    

ATTO  TERZO

L'izba di Petr. E' inverno. Fra il secondo e il terzo atto c'è un intervallo di nove mesi. Anìssia, miseramente vestita è seduta al telaio e tesse. Aniùtka è sulla stufa. C'è anche Mìtric, vecchio bracciante.

Scena I

Mìtric, Anìssia e Aniùtka

Mìtric      (si avanza lentamente e si toglie il kaftan). Mise­ricordia! Che? Non è tornato il padrone?

Anìssia.    Che?

Mìtric.     Non è tornato Mikìta dalla città?

Anìssia.    No.

Mìtric.     Si vede che s'è messo a gironzolare. Oh! Signore!

Anìssia.    Hai terminato il lavoro sull'aia?

Mìtric.     Altro che! Ho finito tutto quel che c'era da fare e ci ho messo la paglia. Non mi piace lasciar le cose a metà. Oh Signore! Mikòla 1 misericordioso! (Si stropiccia un callo al piede). Sarebbe ora che il pa­drone tornasse.

Anìssia.    Perché dovrebbe aver tanta fretta? Ha il dena­ro, se la spassa con la ragazza, credo...

Mìtric.     Ha il denaro, è vero. perché non dovrebbe spassarsela allora? Ma Akulìna che è andata a fare in città?

Anìssia.    Chiedilo a lei perché il diavolo ce l'ha portata.

Mìtric.     Perché l'haportata in città? Perché ci son tante cose per chi ha denaro. O Signore!

Aniùtka.   Mamma, l'ho sentito coi miei orecchi : «Ti comprerò uno scialletto — le diceva — te lo com­prerò sul serio, per quanto è vero che sono vivo. Lo sceglierai da te...». E lei come s'è vestita bene! S'è messa un kaftan di pelliccia senza maniche e una sciarpa francese.

Anìssia.    Il suo pudore di ragazza lo serba finché è sulla soglia della porta, ma oltrepassata che ha la soglia, se ne dimentica. Che svergognata!

Mìtric.     O bella! Perché s'ha da vergognare? Se ci son denari ci si diverte. O Signore!... E' presto per la cena? (Anìssia non risponde). Intanto mi riscaldo un pochino. O Signore, Santa Vergine benedetta, santo Mikòla!

Scena II

Detti e la comare

La comare (entrando). Non è tornato il tuo sposo?

Anìssia.    No.

La comare. Sarebbe ora. Che si sia fermato alla nostra trattoria? Fèkla, la sorella mia, mi diceva che ci son tante slitte che vengono dalla città.

Anìssia.    Aniùtka! Ohé! Aniùtka!

Aniùtka.   Che c'è?

Anìssia.    Corri alla trattoria, Aniùtka! Va' a vedere se non è rimasto lì ubriaco!

Aniùtka    (scende con un salto dalla stufa e si butta ad­dosso un kaftan). Subito.

La comare.     Ha preso Akulìna con sé?

Anìssia.    Non ci avrebbe provato gusto ad andar solo. Quando vuole uscire con lei gli vengono in mente tutti gli affari. «Ho da ritirar denaro dalla banca», dice. Lei sola riesce sempre a abbindolarlo come vuole.

La comare (scuotendo la testa). Non ne parliamo.

(Una pausa).

Aniùtka    (sulla soglia della porta). E se lui è lì, che deb­bo dirgli?

Anìssia.    Guarda solo se è lì.

Aniùtka.   Bene. Ci vo' di volo. (Esce).

Scena III

Anìssia, Mìtric e la comare

(Una lunga pausa).

Mìtric      (con una voce che sembra un muggito). O Signo­re! O misericordioso Mikòla!

La comare (sussultando). Oh! Che paura! Chi è?

Anìssia.    E' Mìtric il bracciante.

La comare. Oooh! Mi ha fatto paura. Ho dimenticato di chiedere una cosa: dunque, comare mia, si dice che Akulìna è stata chiesta in sposa. E' vero?

Anìssia     (si scosta dal telaio e siede presso la tavola). Ci sono state delle inchieste da parte di certe persone di Dièdlov. Ma avranno sentito dir qualche cosa anche loro e non si son fatte più vive, e tutto è andato a monte. A chi può far gola quella lì?

La comare. E quella famiglia Lizùnov di Zuièvo?

Anìssia.    Ha fatto qualche passo anche lei, ma poi non s'è concluso nulla! Lui non vuol neppure vederli.

La comare. Bisognerebbe maritarla però...

Anìssia.    Bisognerebbe, sì. Non so come metterla fuori di casa. Non è facile. Lui non vuole, lei nemmeno. Non se l'è ancora spassata abbastanza con la sua bella!

La comare. Uh! Che vergogna! Non ci si può pensare. Ma se è la sua figliastra!

Anìssia.    Eh, comare! M'hanno abbindolata, m'hanno in­gannata tanto bene che non saprei neppure dire come abbiano fatto. E io, stupida che sono, non m'ero ac­corta di nulla, non immaginavo nulla e lo sposai. Io non sospettavo nulla e quei due s'erano già messi d'accordo.

La comare. Uh! Che roba!

Anìssia.    Più tempo passava più vedevo che mi nascon­devano qualche cosa. Ah! Comare! Che schifo la mia vita! Sarebbe stato meglio se non gli avessi voluto bene.

La comare. Meglio non parlarne!

Anìssia.    Che dolore, comare mia, dover sopportare un affronto simile da lui! Che dolore!

La comare. Dicono che qualche volta abbia anche le ma­ni leste.

Anìssia.    Altro che! Prima, quando era ubriaco, era cal­mo. Beveva anche prima, ma allora ci provava gusto a star con me. Ora, quando ha bevuto, mi salta ad­dosso e vuol pestarmi coi piedi. Tempo fa mi prese per le trecce e ci volle un bel po' di forza per libe­rarmi. E la ragazza peggio d'una serpe. Come pos­sono esistere arpie di questa specie?

La comare. Oooh! Comare mia! Sei davvero disgraziata, lo vedo. Ma perché sopporti? Hai preso uno strac­cione e quello ti comanda. perché non tagli corto?

Anìssia.    Eh! Comarina cara! Che si può fare quando s'ha un cuore come il mio? Quello che è morto era duro anche lui, ma io facevo quel che mi pareva. Ma ora non posso, comare. Appena lo vedo, mi vien me­no il cuore. Non so usar la forza contro di lui; quan­do gli vado vicino sono come un pulcino bagnato.

La comare. Oooh! Comare! T'hanno fatto certo un in­cantesimo. Dicono che Matrèna se ne intende di que­ste cose. Sarà stata lei.

Anìssia.    Lo credo anch'io, comare. Qualche volta vorrei farlo a pezzi, ma poi, quando lo vedo, il mio cuore non sa ribellarsi più.

La comare. T'hanno fatto certo un incantesimo. Non ci vuol mica molto tempo per andar giù. Quando ti guardo, mi fa specie vedere come ti sei ridotta.

Anìssia.    Hocerte gambe che sembrano stecchi. Ma guar­da quella scema di Akulìna! Era sempre tutta arruf­fata, scalza... Guardala un po' ora! Di dove l'ha pre­sa tutta la roba che ha addosso? E' lui che l'ha tutta rivestita. E lei sempre vestita a festa, s'è gonfiata co­me una bolla di sapone. E, stupida com'è, quando s'è messa una cosa in capo... «Sono io la padrona — dice, — la casa è mia. Il babbo, — dice, — voleva che mi sposassi». E' tanto malvagia... Dio ce ne libe­ri! Quando va in furia, strappa la paglia dal letto.

La comare. Uuuh! Che vita la tua, comare mia! E la gente t'invidia: «E' ricca!» dicono tutti. Ma, piccola madre, anche attraverso l'oro si vedono scorrere le lacrime.

Anìssia.    C'è proprio da invidiarmi! Tutta questa ricchez­za se n'andrà in fumo. Sperpera il denaro che è uno spavento.

La comare. Ma tu, comare, perché sei tanto poco furba? Il denaro è tuo.

Anìssia.    Se tu sapessi certe cose! Ho fatto uno sbaglio.

La comare. Io, comare, se mi fossi trovata nelle tue con­dizioni, sarei andata da un personaggio d'importan­za. Il denaro è tuo. perché deve sprecarlo lui? Non ne ha il diritto.

Anìssia.    Oggi a certe cose non ci si bada più.

La comare. Ma, comare, quando ti guardo vedo che hai perduto le forze.

Anìssia.    Sì, cara, ho perduto le forze, tutte le mie forze. Mi ha sfruttata. Non capisco più nulla. Oooh! Pove­ra testa mia!

La comare. (Tende l'orecchio) Viene qualcuno?

(La porta si apre e compare Akìm).

Scena IV

Dette e Akìm

(Akìm fa il segno della Croce, si toglie i lapti 1 e il kaftan).

Akìm.        Pace a questa casa. State bene? Salute, zietta.

Anìssia.    Salute, piccolo padre. Vieni da casa?

Akìm.        Hopensato... già... come dire? Ho pensato: «Va­do dal mio figliolo, già... Faccio una capatina dal mio figliolo». Non sono partito subito, ho pranzato, già, e sono partito. Come nevica! Già... è difficile camminare, è difficile, sì e... ho fatto tardi. E' a ca­sa il ragazzo? E' qui?

Anìssia.    No, è in città.

Akìm         (si siede sul banco). Ho un affare da discuter con lui, già... un affare. Gliene parlai tempo fa, già, gli parlai dei miei guai. Gli dissi che il mio cavallino m'era morto e che bisognava che me ne procurassi un altro, già... un cavallino qualunque. Perciò sono venuto.

Anìssia.    Mikìta me l'ha detto. Quando tornerà ne parlerete insieme. (Si alza). Mangia qualche cosa. Viene subito... (Chiamando) Mìtric! Mitrici vieni a cenare.

Mìtric.     O Signore! Mikòla misericordioso!

Anìssia.    Vieni a cenare.

La comare. Vado via. Buona sera. (Esce).

Scena V

Akìm, Anìssia e Mìtric

Mìtric      (scendendo dalla stufa). Mi sono addormentato senza accorgermene. O Signore! Mikòla misericor­dioso!

Akìm.        Oh! Mìtric! Che fai?

Mìtric.     Sono bracciante nella fattoria di Mikìta. Sto col tuo figliolo.

Akìm.        Oh! Guarda! Bracciante dal mio figliolo! Guarda!

Mìtric.     Prima stavo in città, da un mercante. Ma ho speso tutto il mio denaro per bere e son venuto in campagna. Non avevo un alloggio, perciò mi son messo a lavorare come bracciante. (Sbadiglia). Oh! Signore!

Akìm.        Già. E Nikìta che fa? Gli affari vanno in modo tale che ha preso... come dire?... che ha preso un bracciante?

Anìssia.    Eh, sì! Prima ce la faceva da solo, ma ora ha altro pel capo e ha preso un aiuto.

Mìtric.     Se ha denaro, che gli fa?

Akìm.        Ma è una cosa inutile, già, proprio inutile. Vuoi dire che ora... è viziato.

Anìssia.    E' viziato, è viziato ed è un gran guaio questo.

Akìm.        Ecco, già... si crede che le cose debbano andar meglio, e, come dire?... vanno peggio. Nella ricchez­za l'uomo prende i vizi, si prende i vizi.

Mìtric.     Anche i cani prendono la rabbia quando ingras­sano più del necessario. Come si fa a non prendere i vizi quando si sta troppo bene? Anch'io, quand'ero grasso, me la godetti. Per tre settimane bevvi senza smettere mai. Ci rimisi l'ultimo paio di calzoni che m'era rimasto. Quando non ebbi più nulla smisi di bere. Ma ora ho giurato di non ricascarci più.

Akìm.        E la tua vecchia dov'è?

Mìtric.     La vecchia, fratello mio, è a posto, è in città. Gi­ra per le bettole. E' conciata bene: un occhio strap­pato e uno pesto e il muso torto. O è ubriaca, o non le entra in bocca neppure un pasticcino di piselli.

Akìm.        Oooh! E come va?

Mìtric.     Qual è la situazione della moglie di un soldato? Ha la parte che le spetta.

(Una pausa).

Akìm         (ad Anìssia). Che c'è andato a fare Nikìta in cit­tà? E' andato a portar qualche cosa o a vendere qual­che cosa?

Anìssia     (apparecchia la tavola e fa le porzioni). E' usci­to con le mani vuote. E' andato a prendere denaro alla banca.

Akìm         (mangiando). E questo denaro lo impiegherete in qualche modo? Ne farete qualche cosa di questo de­naro?

Anìssia.    No, non lo toccheremo... Solo venti o trenta rubli... Il denaro che avevamo è finito e bisogna prenderne dell'altro.

Akìm.        Bisogna prenderne dell'altro? Già... Ma perché prenderne ancora? Oggi, per modo di dire, se ne prende un poco, domani se ne prende un altro poco, e, andando avanti così, si prende tutto quel che c'è.

Anìssia.    Prende il di più, ma il capitale resta sempre lo stesso.

Akìm.        Lostesso? Come fa a restare lo stesso? Tu pren­di e prendi e il capitale resta lo stesso? Metti una certa quantità di farina in una cassa o in un depo­sito e poi prendine una manciata: non diminuirà? Vedo che t'ingannano. Fatti spiegar bene ogni cosa, se no sarai ingannata. Come fa a rimaner sempre lo stesso capitale? Tu prendi e prendi e quello rimane lo stesso?

Anìssia.    Non ricordo più ora, ma allora fu Ivan Mo-sèic che ci consigliò. «Depositate il denaro alla ban­ca, — ci disse: — non scemerà e avrete gli interessi».

Mìtric      (che ha finito di mangiare). E' giusto. Io sono stato con un mercante. I mercanti fanno sempre co­sì: non bisogna far altro che depositare il denaro, stendersi sulla stufa e andar poi a riscuotere.

Akìm.        Tuparli in un modo speciale, già... Come si fa a riscuotere? Tu, per modo di dire, vai a riscuotere, ma quelli da chi andranno a prendere il denaro?

Anìssia.    Il denaro ce lo dà la banca.

Mìtric.     Ma come? La baba non te lo può spiegare. Sta' attento e te la darò io la spiegazione. Ascolta: tu, per esempio, hai del denaro, ma io, per esempio, ho il campo vuoto. La primavera è venuta e io non ho nulla da seminarci, oppure, per esempio, ho da pa­gar l'imposta. Allora vengo da te e ti dico: «Akìm, dammi un biglietto rosso1, te lo renderò dopo la raccolta, verso San Pokròv, e, per mostrarti la mia riconoscenza, ti darò una dessiatina2 per di più». Tu, per esempio, vedi che io ho di dove prendere: un cavallino, per esempio, o una vaccarella, e allora mi dici : «Dammi piuttosto due o tre rubli se vuoi usarmi un riguardo, e siamo pari». Io ho, per modo di dire, l'acqua alla gola e non so come venirne fuori. «Va bene», ti dico. E prendo i dieci rubli. In autunno raccolgo quel che ho nel campo, ti porto quel che ti spetta e tu, per giunta, intaschi tre rubli.

Akìm.        Ma questo lo fanno quelli che non hanno l'anima retta, quelli che hanno dimenticato Dio. Non sta bene...

Mìtric.     Aspetta: ora ti spiego tutto. Cerca di capirmi. Ecco quel che hai fatto: tu m'hai svaligiato, e Anìssia,  per esempio, ha del denaro che dà frutto. Non sa dove depositarlo, e poi (tu sai come son le don­ne) non sa come impiegarlo. Viene da te e ti dice: «Non sarebbe possibile far fruttare il mio denaro?». Tu rispondi: «Come no! E' possibile». E aspetti. Verso l'estate io ritorno e ti dico: «Dammi un altro biglietto rosso; ti tratterò bene...». E allora tu rifletti e pensi che se la mia pelle non mi è stata ancora tutta levata, se ne può ancora portar via un pezzo, e dai il denaro ad Anìssia. Ma se, per esempio, io non ho nulla, se non ho neppure un boccone da ma­sticare, tu ci pensi su e, vedendo che non c'è nulla da portarmi via, mi dici subito: «Va' con Dio, fratello!» e cerchi un altro, gli dai il tuo denaro e quello d'Anìssia e scortichi anche quello. La banca procede an­che lei in questo modo. E' un bel tiro, fratello mio, questo.

Akìm         (riscaldandosi). Ma che roba è questa? E' un'infa­mia, c'è poco da dire. I contadini... già... i contadini che fanno così, non sanno di far peccato? Questo non va d'accordo con la legge, no, non va d'accordo con la legge. E' un'infamia! E la gente istruita allora?...

Mìtric.     Ma questa, fratello mio, è la sua occupazione fa­vorita. Comprendimi: le persone poco esperte o le donne, che non sanno impiegare il denaro negli af­fari, lo portano alla banca. Quelli della banca danno gli avanzi di un pasticcino di piselli e si buttano sul loro denaro. Così si scortica la gente. Un tiro ben immaginato!

Akìm         (sospirando). Eh! Lo vedo, già, lo vedo: star senza denari è un guaio, già, è un guaio, ma aver denaro è un doppio guaio. Come? Dio ci comanda di lavo­rare, e tu depositi il denaro alla banca e dormi. E il denaro se ne sta a giacere e ti procura il cibo. E' una cosa brutta, una cosa non giusta.

Mìtric.     Una cosa non giusta? Oggi, fratello mio, non si va tanto pel sottile. E come si pela bene la gente! Ecco come si procede!

Akìm         (sospirando). Già, viviamo in un'epoca... già... E quelle ritirate che ho viste in città, come son venute fuori? Son tanto pulite, tanto eleganti che sembrano trattorie. E non servono a nulla, proprio a nulla. Ci siamo scordati di Dio, già, ce ne siamo scordati tut­ti... Grazie, cara, ora sono sazio, basta.

(Si alza da tavola, Mìtric si arrampica sulla stufa).

Anìssia     (che ha sparecchiato la tavola, col boccone anco­ra in bocca). Se almeno suo padre gli facesse una predica!

Akìm.        Che?

Anìssia.    Nulla. Parlavo sola.

Scena VI

Detti e Aniùtka

(Aniùtka entra).

Akìm.        Ma brava! Sempre affaccendata! Devi essere inti­rizzita.

Aniùtka.   Sono tutta gelata. Buon giorno, nonno.

Anìssia.    Dunque? E' laggiù?

Aniùtka.   No, non c'è. Ma Andriàn, che viene dalla città, l'ho veduto alla trattoria. «Il babbo, — ha detto, — è ubriaco fradicio».

Anìssia.    Vuoi mangiare? Ecco qua.

Aniùtka    (andando verso la stufa). Fa un freddo! Non me le sento più le mani.

(Akìm si toglie le scarpe. Anìssia lava i piatti).

Anìssia.    Piccolo padre!

Akìm.        Che vuoi?

Anìssia.    Marìschka mena una buona vita?

Akìm.        Non c'è male. Tira avanti. E' una donna assen­nata, tranquilla... già... una donnina che si dà da fa­re, una brava donnina, attiva, sottomessa... come si dice... una donnina che vale qualche cosa...

Anìssia.    Si dice che nel vostro villaggio c'è qualche pa­rente del marito di Marìnka che vorrebbe sposare Akulìna. Non ne sai nulla?

Akìm.        I Mirònov? Le donne hanno un po' chiacchierato, ma non c'è nulla di preciso. Non ne so nulla. Le vecchie dicevano qualche cosa... non ricordo... non ho memoria io. I Mirònov, già, sono dei contadini... co­me dire?... non sono cattivi...

Anìssia.    Vorrei che si sposasse presto.

Akìm.        Perché?

Aniùtka    (tendendo l'orecchio). E' qui.

Anìssia.    Non gli diciamo nulla. (Seguita a lavare i cuc­chiai che ha in mano, senza voltare la testa).

Scena VII

Detti e Nikìta

Nikìta.     Anìssia, moglie mia, chi è arrivato?

(Anìssia gli manda un'occhiata, poi si volta da un'al­tra parte senza rispondere).

Nikìta      (con voce minacciosa). Chi è arrivato? Non ri­cordi più?

Anìssia.    Smettila con queste arie d'importanza! va'!

Nikìta      (con voce sempre più minacciosa). Chi è arrivato?

Anìssia     (gli si avvicina e lo prende per un braccio). Co­me? E' arrivato lo sposo. Va' nell'izba.

Nikìta      (insistente). Meno male! E come si chiama lo spo­so? Parla chiaro.

Anìssia.    Si chiama Nikìta.

Nikìta.     Uh! Ignorante che sei! Di' anche il nome di suo padre.

Anìssia.    Akìmic, ecco.

Nikìta      (fermandosi sulla soglia della porta). Meno male! E, di' un po', il cognome non ce l'ha?

Anìssia     (ridendo e tirandolo per il braccio). Cilìkin. E come se ne vanta!

Nikìta.     Bene! (Si appoggia allo stipite della porta). No... Dimmi con quale piede Cilìkin entra nell'izba.

Anìssia.    Su, basta! Fai entrar dentro il freddo.

Nikìta.     Di': con quale piede entra? Lo devi dire per forza.

Anìssia     (fra sé). Mi fa venir la rabbia! (Ad alta voce). Col piede sinistro. Entra, ora!

Nikìta.     Meno male!

Anìssia.    Guarda chi c'è nell'izba.

Nikìta.     Il babbo? Non gli manco mica di rispetto a mio padre. Lo tratto con riguardo. Buon giorno, babbo! (Si inchina e gli tende la mano). I miei rispetti!

Akìm         (senza rispondere al saluto). Il vino! Ecco quel che ti fa il vino! Vergogna!

Nikìta.     Il vino? Ho bevuto, io? Eccovi tutta la mia col­pa: ho bevuto con un amico... alla sua salute.

Anìssia.    Va' a letto, su!

Nikìta.     Sposa, dimmi dove sono.

Anìssia.    Su, basta, va' a letto.

Nikìta.     Berrò prima un samovar insieme a mio padre. Prepara il samovar... Akulìna! Vieni qua!

Scena VIII

Detti e Akulìna

Akulìna     (vestita con eleganza, con le mani piene di pacchi, si avvicina a Nikìta). Perché hai buttato tut­to sotto sopra? Dov'è il lino?

Nikìta.     Il lino? E' lì il lino. Ohé Mìtric! Dove sei? Dor­mi? Va', porta dentro il cavallo!

Akìm         (che non ha visto Akulìna. Guardando il figlio). Ma lui che cosa fa? Il vecchio è sfinito, già... è mezzo morto e lui si da delle arie, già... «Porta dentro il cavallo! ». Puh! Che porcheria!

Mìtric       (scende dalla stufa e si mette i valenti) 1. O Signore! Dio misericordioso! E' nel cortile il cavallo? Dev'essere sfinito. Che gli venga la peste! Guarda come s'è conciato! O Signore! Mikòla santo! (Indossa la sciuba 2 e va nel cortile).

Nikìta      (sedendosi). Perdonami, piccolo padre. Ho bevu­to, è vero, ma che ci vuoi fare? Anche la gallina beve, no? Perdonami. Mìtric non si offenderà, farà quel che ha da fare.

Anìssia.    Debbo davvero preparare il samovar?

Nikìta.     Preparalo! E' venuto il babbo e voglio parlargli e prendere il tè con lui. (Ad Akulìna). Hai portato tutta la roba che hai comprata?

Akulìna.    La roba che ho comprata? Ho preso le cose mie e ho lasciato le altre nella slitta. Ecco, questo non è mio.

(Getta un pacco sulla tavola e chiude la sua roba in un baule. Aniùtka la guarda. Akìm, sen­za guardare il figlio, va a posare i suoi onuci 3 e i suoi lapti sulla stufa).

Anìssia     (uscendo col samovar). Ha il baule pieno e se­guita a comprar roba!

Scena IX

Akìm, Akulìna, Aniùtka e Nikìta

Nikìta      (prendendo un aspetto ragionevole). Non adirarti con me, piccolo padre. Tu credi ch'io sia ubriaco? Io sono perfettamente cosciente: bere non vuoi dire perder la ragione. Ora posso discorrere con te, pic­colo padre. Ricordo tutto. Mi hai chiesto del dena­ro, t'è morto il cavallo, mi ricordo. Tutto quel che chiedi lo possiamo fare, siamo in condizioni di far­lo. Se si trattasse di una somma grossa, bisognerebbe che tu aspettassi un pochino, ma questa somma qui te la posso dare. Eccola.

Akìm         (occupato a disporre i suoi indumenti sulla stufa). Eh! ragazzino... già... come dire?... La strada che hai presa non va.

Nikìta.     A che vuoi arrivare? Da un ubriacone non si deve pretender molto. Ma non ti confondere. Bevia­mo il nostro tè. Io posso far tutto quel che vuoi, pro­prio tutto.

Akìm         (scuotendo la testa). Eh! E-e-eh!

Nikìta.     Eccoti i denari. (Si fruga in tasca, tira fuori il portafogli, l'apre e prende un biglietto da dieci ru­bli). Prendi: questo è per il cavallo. Non posso mica scordarmi del padre mio! Non lo abbandonerò, ca­spita!... E' mio padre. Su, prendi! E' una cosa tanto naturale. Non me ne dispiace affatto.

(Si avvi­cina ad Akìm e gli mette in mano il denaro. Akìm non lo prende).

Nikìta      (acchiappandogli la mano). Prendi, ti dico. Te lo dò e mi fa piacere di dartelo.

Akìm.        Non posso prenderlo... già... non posso... discorre­re con te, perché tu non hai l'aspetto di un uomo.

Nikìta.     Non ti lascio andare. Prendi! (Mette per forza il denaro in mano ad Akìm).

Scena X

Detti e Anìssia

(Anìssia entra, poi si ferma).

Anìssia.    Via, prendilo. Non ti lascerà andare.

Akìm         (prende il denaro scuotendo la testa). Eh! il vino... Un uomo non è più un uomo...

Nikìta.     Meno male! Se me lo rendi, bene; se non me lo rendi... Dio ti benedica. Io son fatto così. (Vede Akulìna). Akulìna, mostra i regali che hai avuti.

Akulìna.    Che?

Nikìta.     Mostra i regali che hai avuti.

Akulìna.    I regali? perché devo mostrarli? Li ho già mes­si a posto.

Nikìta.     Tirali fuori, ti dico. Aniùtka sarà contenta di vederli. Faglieli vedere. Prendi lo scialle. Dammelo.

Akìm.        Uh! Uh! Veder certe cose fa disgusto! (Sale sulla stufa).

Akulìna     (prende lo scialle e lo stende sulla tavola). Ec­colo! Che c'è da vedere?

Aniùtka.   Com'è bello! Non è meno bello di quello di Stepanìda.

Akulìna.    Loscialle di Stepanìda? Che cos'è lo scialle di Stepanìda in confronto di questo qui? (Si anima e spiega lo scialle). Guarda un po'! Che qualità specia­le! E' roba francese.

Aniùtka.   E questo cotone a disegni quant'è bello! L'ha anche Màsciutka, ma uno più chiaro a fondo turchi­no... Questo è bello sul serio.

Nikìta.     E' bello, sì!

Anìssia     (indispettita, va nella stanza accanto, ritorna con un soffietto in mano e si accosta alla tavola). Su, ora l'avete visto.

Nikìta.     Ma guardalo!

Anìssia.    Che ho da guardare? Non ho forse mai veduto uno scialle? Porta via! (Getta lo scialle a terra).

Akulìna.    Che butti a terra? Butta a terra la roba tua! (Raccatta lo scialle).

Nikìta.     Anìssia! bada!

Anìssia.    A che ho da badare?

Nikìta.     Tucredi che io non abbia pensato a te. Guarda. (Le mostra un involto e poi ci si siede su). Un rega­lo per te. Ma devi meritarlo. Moglie, su che cosa sto a sedere?

Anìssia.    Smettila di far lo spavaldo! Non mi fai paura. Il denaro che ti serve per divertirti e per far regali alla tua grassona di chi è? E' mio!

Akulìna.    E' tuo? In che modo? Lo volevi rubare e non t'è riuscito. Scostati! (Vuol passare e le dà uno spin­tone).

Anìssia.    Anche gli spintoni, ora? Ne darò io uno a te...

Akulìna.    Vorresti darmi uno spintone?  Prova!  (Le si lancia addosso).

Nikìta.      Su! Donne! Donne! Basta!  (Si mette fra loro due).

Akulìna.    Si mette pure a provocar la gente! Dovrebbe star zitta! Dovrebbe ricordarsi di certe cose!  Credi che non si sappia nulla?

Anìssia.    Che cosa si sa? Di', di' pure quel che si sa!

Akulìna.    Souna certa storia sul conto tuo...

Anìssia.    Sudiciona che sei! Tu vivi col marito d'un'altra!

Akulìna.    E tu hai fatto morire il tuo!

Anìssia     (buttandosi addosso ad Akulìna). Bugiarda!

Nikìta      (trattenendola). Anìssia! Hai dimenticato?

Anìssia.    Chi vuoi spaventare, tu? Non mi fai paura!

Nikìta.     Via di qua! (Fa fare una giravolta ad Anìssia e le dà uno spintone).

Anìssia.    Dove ho da andare? Non mi lascio scacciare da casa mia!

Nikìta.     Via, ti dico! E non azzardarti a tornare!

Anìssia.    Non me ne vado. (Nikìta le dà uno spintone. Anìssia, piangendo, si aggrappa alla porta).

Che? Mi si butta fuori di casa mia? Che fai, furfante? Credi che non ci sia giustizia al mondo? Aspetta!

Nikìta.     Via! Via!

Anìssia.    Vado dal capo del villaggio! Avverto la polizia!

Nikìta.     Via, ti dico! (La spinge fuori).

Anìssia     (di dietro la porta). Mi strozzerò!

Scena XI

Nikìta, Akulìna, Aniùtka e Akìm

Nikìta.     Non mi fa paura!

Aniùtka.   O-o-oh! Mammina mia cara! (Piange).

Nikìta.     S'è spaventata... Ma perché piangi? Tornerà, non aver paura. Va a vedere che cosa fa il samovar.

(Aniùtka esce).

Scena XII

Akulìna, Nikìta, Akìm

Akulìna     (ripiegando lo scialle). Guarda quella screanza­ta come m'ha insudiciato lo scialle! Ma aspetta! Le farò a pezzi il mantello suo, parola mia, glielo farò a pezzi.

Nikìta.     L'ho scacciata. Che altro vuoi ora?

Akulìna.    M'ha insudiciato lo scialle nuovo. E' una ca­gna, parola mia! Se non fosse andata via, le avrei strappato gli occhi.

Nikìta.     Smettila con queste furie! Non c'è ragione d'in­furiarsi. Credi che io l'ami?

Akulìna.    Che tu l'ami? C'è proprio da innamorarsene di quel musaccio! Avresti dovuto piantarla allora: non sarebbe accaduto tutto questo. Avresti dovuto mandarla al diavolo. Ma, in ogni modo, la casa è mia, il denaro è mio. E quella dice che è la padro­na. La padrona!... Ma che padrona è lei quando c'è il marito? E' un'assassina... ecco quel che è. E farà lo stesso con te.

Nikìta.     Uh! La bocca di una femmina non si lascia tap­pare in nessun modo. Non sai neppure tu quel che dici.

Akulìna.    Lo soquel che dico. Non ci starò più con lei. La scaccerò di casa. Non può stare dove sto io. Pa­drona!... Non è la padrona. E' carne da galera!

Nikìta.     Su, smettila!  Che te n'importa di lei? Non la guardare, da' retta a me: il padrone sono io, e faccio quel che mi pare. Non l'amo più: amo te. Amo chi voglio amare. Sono un uomo che dispone di sé come gli piace. E lei la terrò sequestrata... Ecco dove la metto (mostra la suola delle scarpe). Eh! Se avessi la fisarmonica! Sulla stufa c'è il pane bianco Sul gradino c'è la polenta. E noi camperemo, E ce la godremo. E quando verrà la morte Moriremo. Sulla stufa c'è il pane bianco E sul gradino c'è la polenta...

Scena XIII

Detti e Mìtric

Mìtric      (entra, si toglie il kaftan e sale sulla stufa). Le donne si son di nuovo picchiate a quanto pare. Se le son date! O Signore! Mikòla misericordioso!

Akìm         (seduto sul bordo della stufa, si mette gli onuci e i lapti). Sali. Va' nell'angolo.

Mìtric      (salendo sulla stufa). Non si può spartire tutto.

Nikìta.     Dacci il liquore. Lo berremo col tè.

Scena XIV

Detti e Aniùtka

Aniùtka    (entrando, ad Akulìna). Sorella, l'acqua del sa­movar va di fuori. Nikìta. Dov'è tua madre?

Aniùtka.   E' nel vestibolo. Piange.

Nikìta.     Benissimo. Chiamala, dille di portare il samovar. E tu, Akulìna, dacci le tazze.

Akulìna.    Le tazze? Eccole qui. (Distribuisce le tazze).

Nikìta      (mette fuori da un armadio liquore, ciambelle e aringhe). Questo è per me... La canapa è per la don­na... Il petrolio è nel vestibolo. Ecco il denaro. Aspet­ta... (Prende una macchina calcolatrice). Ora vedrò subito... (Fa il conto sulla macchina). Farina di gra­no, otto grivne 1; olio di semi di lino... al babbo, dieci rubli... Piccolo padre! Vieni a prendere il tè.

(Una pausa. Akìm resta seduto sulla stufa e si avvol­ge le fasce intorno alle gambe).

Scena XV

Detti e Anìssia

Anìssia     (porta il samovar). Dove debbo posarlo?

Nikìta.     Posalo sulla tavola. Dunque, sei stata dallo sta-ròsta? Bene. Parla! Mangia qualche cosa e smetti il broncio. Siediti e bevi. (Le versa un bicchierino di li­quore). Ecco un regalino per te. (Le dà l'involto sul quale si era seduto. Anìssia lo prende senza dir nulla e scuote la testa).

Akìm         (scende dalla stufa, si butta addosso la sciuba, si accosta alla tavola e ci posa il biglietto di dieci ru­bli). Eccoti il tuo denaro. Riprendilo.

Nikìta      (che non ha visto il biglietto). Dove vuoi andare?

Akìm.        Me ne vado, me ne vado e scusatemi, in nome di Dio. (Prende il berretto e la cintura).

Nikìta.     Ma dove vai a quest'ora? E' notte.

Akìm.        Non posso, no, non posso rimanere nella vostra casa, già... non posso. Scusatemi.

Nikìta      Ma dove vai? C'è il tè pronto.

Akìm         (mettendosi la cintura). Me ne vado, perché non ci si sta bene qui da te, già... non ci si sta bene, Mikìta, in questa casa. Tu meni una cattiva vita, Mi-kìtka, una cattiva vita. Me ne vado.

Nikìta.     Basta con le chiacchiere. Siediti e bevi il tuo tè.

Anìssia.    Ma che c'è, piccolo padre? Si fa cattiva figura così davanti alla gente. Di che ti sei avuto a male?

Akìm.        Non mi sono avuto a male di nulla, già... nessuno m'ha offeso, ma vedo che il mio figliolo va verso la sua perdizione.

Nikìta.     Ma che perdizione? Spiegati!

Akìm.        Verso la perdizione. Ora sei completamente per­duto. Che ti dissi quest'estate?

Nikìta.     Mi dicesti tante cose...

Akìm.        Ti parlai di un'orfana, già, di un'orfana, alla quale hai fatto un torto. Ti parlai di Marìna.

Nikìta.     Eh! Ancora se ne ricorda! E' inutile ripensare alle cose di una volta. Il passato è passato.

Akìm         (riscaldandosi). Passato? No, figliolo mio, non è passato. Un peccato si attacca a un altro peccato, ne attira un altro. Tu sei preso nel peccato, lo vedo, af­fondi nel peccato.

Nikìta.     Siediti, bevi il tuo tè e basta con questi discorsi.

Akìm.        Non posso, perché le tue turpi azioni mi disgu­stano, mi disgustano assai. Non posso, no, non posso bere il tè con te.

Nikìta.     La fa un po' lunga!... Siediti a tavola.

Akìm.        Tustai in mezzo alle ricchezze, come dentro una rete, non so come dire. Ah! Mikìtka, l'anima è la cosa essenziale.

Nikìta.     Che diritto hai tu di venire a farmi la morale in casa mia? Non lo capisci che mi dai noia? Mi credi un ragazzino che si tira pel ciuffo? Oggi que­ste cose non si fanno più.

Akìm.        Proprio così. Ho sentito dire che oggi si tira il padre per la barba. Già... Ma questo porta alla per­dizione... alla perdizione.

Nikìta      (furioso). Noi campiamo senza chiederti nulla. Sei tu che vieni a chiedere a noi.

Akìm.        Parli di quel denaro? Eccotelo il tuo denaro! Va­do a chieder l'elemosina piuttosto, ma non lo prendo.

Nikìta.     Via, basta! perché t'infuri? perché disturbi la compagnia? (Lo prende per un braccio).

Akìm         (gridando). Lasciami! Qui non ci resto. Meglio passar la notte sotto una siepe che in questo fango! Puh! Dio, perdonami! (Esce).

Nikìta.     Ma che storie!

Scena XVI

Detti e Akìm

Akìm         (aprendo la porta). Ricordalo bene, Mikìta: l'ani­ma è la cosa essenziale. (Esce).

Scena XVII

Nikìta, Akulìna, Anìssia e Mìtric

Akulìna     (prendendo le tazze). Dunque? Debbo versare? (Nessuno risponde).

Mìtric      (manda un urlo). O Signore! Abbi pietà di me che sono un peccatore!

(Tutti trasaliscono).

Nikìta      (sdraiandosi sul banco). Oh! Che malinconia! Che malinconia! Akùlka!1 Dov'è la fisarmonica?

Akulìna.    La fisarmonica? Non ti ricordi? L'hai data a riparare. T'ho versato il tè. Bevi.

Nikìta.     Non ne voglio. Spegnete il lume... Oh! Che ma­linconia! Che malinconia! (Piange).

Cala la tela

 


ATTO  QUARTO

Autunno. Sera. Splende la luna. La scena rappresenta l'interno di un cortile. A destra un'izba abitata con una porta d'entrata. A sinistra un'izba disabitata e una canti­na. Si odono voci e grida di gente ubriaca, che vengono dall'izba. La vicina esce dal vestibolo e fa un segno con la mano alla comare di Anìssia.

Scena I

La comare e la vicina

La vicina. Perché non s'è fatta vedere Akulìna?

La comare. Perché non s'è fatta vedere? Sarebbe ben contenta di farsi vedere, ma non può. Sono venuti i parenti del pretendente per veder la fidanzata, ma lei, piccola madre mia, se ne sta in quell'izba fredda, a letto, e non vuol farsi vedere, povera ragazza!

La vicina. Ma perché?

La comare. Dicono che certi sguardi l'abbiano resa madre.

La vicina. Davvero?

La comare. Sul serio. (Le dice qualche cosa all'orecchio).

La vicina. Che brutto peccato! Ma i parenti del preten­dente verranno a saperlo.

La comare. E in che modo potrebbero saperlo? Son tutti ubriachi. E poi vanno a caccia della dote. Non è mica poco quel che dànno alla ragazza, piccola madre! Due sciube, sei sarafan1, uno scialle francese, una quantità di tela e del denaro per giunta, duecento ru­bli, a quanto si dice.

La vicina. Ma quando è capitato quel che è capitato i de­nari non danno la felicità.

La comare. Ssss!... I parenti del pretendente.

(Le due donne smettono di parlare ed entrano nel vestibolo).

Scena II

Il sensale

(Il sensale di matrimoni esce solo dal vestibolo. Ha il singhiozzo).

Il sensale. Mi par di stare in un forno. Fa un caldo! Voglio respirare una boccata d'aria fresca. (Respira). Dio sa in che modo andrà a finire... Non è una cosa che mi sorrida molto... Ebbene, farò quel che vorrà la vecchia.

Scena III

Il sensale e Matrèna

Matrèna    (uscendo dal vestibolo). E io che ti cercavo! «Dov'è il sensale? Dov'è il sensale?». E tu eri qui, caro mio... Dunque, caro, per grazia di Dio, tutto procede bene. Un matrimonio non si conclude con le chiacchiere. Le chiacchiere non sono affar mio. E, siccome siete venuti per una cosa buona, avrete a ringraziare Dio per tutta la vita. La fidanzata è una ragazza rara. Non ce n'è un'altra in tutto il paese che le si possa paragonare.

Il sensale. Questo è vero. Purché non c'ingannino in fatto di denaro.

Matrèna.   In quanto al denaro sta' tranquillo. Porta tutto quel che le hanno lasciato i genitori. Non è facile trovar centocinquanta rubli al giorno d'oggi.

Il sensale. Ne convengo. Ma si tratta del nostro ragazzo e vorrei che le cose s'aggiustassero il meglio possibile.

Matrèna.   Ti parlo sinceramente, amico: se non ci fossi stata io, un'occasione simile non l'avresti trovata mai. Anche i Kormìlin s'erano fatti avanti, ma io ho fatto fallire i loro progetti. In quanto al denaro t'ho detto la verità: il padre, Dio l'abbia in gloria, prima di morire ordinò che la vedova prendesse in casa Mikì-ta. Tutte queste cose me l'ha dette il mio figliolo. Il denaro però doveva essere di Akulìna. Un altro ne avrebbe approfittato di quel denaro, ma Mikìta glielo da tutto, fino all'ultimo kopek. Non è mica facile trovare una dote simile!

Il sensale. La gente dice che le è stato lasciato anche di più. Ma quel ragazzo sa fare...

Matrèna.   Eh! Colombini bianchi, la fetta di pane, quan­do è in mano d'un altro, è sempre grossa. Le danno tutto quel che è suo. Smetti di far conti e tieni fer­mo. Quella ragazza è come una fava fresca.

Il sensale. D'accordo. Ma alla mia baba e a me son ve­nuti certi pensieri sul conto suo. perché non s'è fatta vedere? Che sia malata?

Matrèna.   Eeeh! Malata? Non ce n'è un'altra in tutto il paese che si possa confrontare con lei. E' così soda  che non si riesce a pizzicarla. Tu l'hai vista ieri. E come lavora! E' un tantino dura d'orecchio, ma il morso di un baco non guasta una mela rossa. Non s'è fatta vedere perché ha il malocchio addosso. Le hanno fatto un incantesimo. E io so anche chi gliel'ha fatto. Sapeva che era stata chiesta in sposa e l'ha adocchiata... Ma io so come rimediare. Domani la ragazza s'alzerà. Non ti montar la testa sul conto suo.

Il sensale. Va bene. Allora l'affare è combinato.

Matrèna.   E' combinato. Ma tu non tornar più indietro e ricordati di me. Mi son data da fare. Non dimen­ticarlo.

Una voce di donna (dal vestibolo). Se si deve andar via, andiamo. Vieni, Ivan.

Il sensale. Eccomi. (Esce).

(Si sente nel vestibolo il rumo­re dei passi della gente che va via).

Scena IV

Anìssia e Aniùtka

Aniùtka    (esce dal vestibolo e con la mano fa cenno ad Anìssia di seguirla). Mammina!

Anìssia     (dal vestibolo). Che c'è?

Aniùtka.   Mammina, vieni qua, altrimenti ci sentono. (Vanno insieme verso la rimessa).

Anìssia.    Parla. Che c'è? Dov'è Akulìna?

Aniùtka.   E' andata nella rimessa. Che fa lì dentro? E' terribile! Dice: «Non ne posso più. Soffro troppo. Ora urlo con quanto fiato ho in corpo!».

Anìssia     Via! Che aspetti un momento! Che lasci che va­da via la gente!

Aniùtka.   Ah! Mammina! Come soffre! E s'infuria. «E' inutile, — dice, — che bevano per festeggiare la mia partenza. Non sposerò, — dice, — muoio ». Mammi­na! Purché non muoia! E' terribile. Ho paura.

Anìssia.    Non aver paura. Non muore. Ma non andarle vicino. Vattene.

(Anìssia e Aniùtka escono).

Scena V

Mìtric solo

Mìtric      (solo. Entra dalla porta grande e raccatta del pe­no sparso in terra). O Signore! Mikòla misericordio­so! Quanta vodka hanno .bevuto! Hanno fatto entra­re un odore! Anche il cortile hanno appestato. Ma no! Io non voglio! Guarda un po': hanno rovinato il fieno. Se si tratta di mangiare non mangiano. Sca­vano appena appena con la forchetta nel cibo. Guar­da! Un fascio di fieno hanno rovinato. Ma che odo­re! E' proprio come se lo avessi sotto il naso. Acci­denti!... (Sbadiglia). E' ora di dormire, ma non ho voglia di entrare nell'izba. Mi entra nel naso que­st'odore maledetto! (Si ode un rumore di carrozze che si allontanano). Ah! Signore! Mikòla misericor­dioso! Qui ognuno tradisce l'altro. Che cosa stupida tutta questa storia!

Scena VI

Mìtric e Nikìta

Nikìta      (entrando). Mìtric, va a riposare. Lo raccatterò io il fieno.

Mìtric.     Va bene. Buttalo alle pecore... Sono andati?

Nikìta.     Quelli sono andati... ma le cose non vanno. Non so più che fare...

Mìtric.     Che porcheria! Ma, in certi casi, ci son gli ospi­zi. Lì raccolgono tutto quel che si butta via. Daglie­ne finche vuoi. Non ti chiedono nulla e ti danno anche del denaro. Ma la donna deve far la balia. Oggi questa faccenda è una cosa facile.

Nikìta.     Ma tu, Mìtric, sta' attento a non chiacchierare se mai accade qualcosa.

Mìtric.     Che me ne importa di tutto questo? Tu fa' spa­rir le tracce come puoi. Ma come puzzi di vodka!... Vado nell'izba. O Signore! (Esce sbadigliando).

Scena VII

Nikìta solo

Nikìta      (rimane un pezzo senza parlare poi si siede sulla slitta). Ma che storie!

Scena VIII

Nikìta e Anìssia

Anìssia     (entrando). Ma dove sei, tu?

Nikìta.     Son qui.

Anìssia.    E te ne stai lì a sedere? Non c'è tempo da perdere.  Bisogna portarlo via subito.

Nikìta.     Che si fa?

Anìssia.    Te l'ho detto quel che c'è da fare. Fa' come t'ho detto.

Nikìta.     Sarebbe meglio portarlo all'ospizio.

Anissia.    Piglialo e portalo lì, se vuoi. Le porcherie ti fan­no gola, ma quando si tratta di fare i conti, vieni meno, lo so.

Nikìta.     Che ho da fare, io?

Anìssia.    Te l'ho detto: Va' in cantina e scava una fossa.

Nikìta.     Ma si potrebbe fare un'altra cosa...

Anìssia     (rifacendogli il verso). Si potrebbe fare un'altra cosa! No, non si può. Dovevi pensarci prima. Fa' quel che ti si dice di fare.

Nikìta.     Che storie! Che storie!

Scena IX

Detti e Aniùtka

Aniùtka.   Mammina! La levatrice chiama. La sorellina deve aver avuto un bambino. Grida.

Anìssia.    Bugiarda! Che ti venga un accidente! Sono dei gattini che miagolano. Va' nell'izba e dormi, altrimenti te le dò...

Aniùtka.   Mammina mia cara, parola d'onore... Dio mio!

Anìssia     (alzando la mano). Te le dò! Che non ti senta neppure fiatare!

(Aniùtka scappa).

Anìssia (a Nikìta). Va'. Fa' quel che t'ho detto. Se no, bada! (Esce).

Scena X

Nikìta solo

Nikìta      (dopo una lunga pausa). Ma che storie! Oh! Che maledizione queste donne! Mi dice: «Dovevi pensarci prima!».   Ma quando dovevo pensarci?   L'estate scorsa  quest'Anìssia mi s'è  appiccicata  addosso. E che? Sono un monaco io? E' morto il padrone e ho coperto il peccato come si doveva. Tutto questo non è colpa mia. Queste cose non accadono spesso, forse? Ma quella polverina! Ma l'ho spinta io? Se sapevo, l'avrei ammazzata allora. Cagna! L'avrei ammazzata, parola d'onore! Mi ha trascinato in queste porche­rie. Canaglia!  Da allora mi fa schifo. Quando la mamma  m'ha detto quella cosa, m'ha fatto tanto schifo che non avrei voluto neppure guardarla. Co­me posso seguitare a vivere con lei? E accadde quel­l'altra cosa... Quella ragazza che s'attaccava a me... Che dovevo fare? Se non fossi stato io, sarebbe sta­to un altro. E ora ecco come mi ritrovo! Nemmeno questa volta ci ho colpa io. Oh! che storie... (Tace pensieroso). Ne hanno  di  coraggio  queste  donne! Che hanno saputo almanaccare! Ma io non mi ci metto.

Scena XI

Nikìta e Matrèna

Matrèna    (entrando precipitosamente con una lanterna e una zappa in mano). Che fai lì a sedere, come una gallina che cova? Che t'ha detto tua moglie? Datti da fare, su!

Nikìta.     E voi che volete fare?

Matrèna.   Losappiamo noi quel che c'è da fare. Tu fa' quel che ti tocca.

Mikìta.     Mi abbindolate.

Matrèna.   Che? Vorresti tirarti indietro? Quando viene il momento di darsi da fare ti tiri indietro, tu.

Nikìta.     Ma lo sai di che si tratta? E' un'anima, una vita.

Matrèna.   Che anima! Che vita! Una vita che si regge a stento. E poi, dove si mette? Va', portalo all'ospi­zio, tanto non campa e, se il matrimonio va a mon­te, la ragazza ci resta sulle spalle.

Nikìta.     E se si viene a saper qualcosa?

Matrèna.   In casa propria si può far tutto. Faremo in modo che non si senta nulla. Ma fa' quel che ti dico. Noi siamo donne e senza un uomo non possiamo cavarcela. Su, prendi la zappa, scendi e datti da fare. Ti faccio lume.

Nikìta.     Che devo fare?

Matrèna    (sottovoce). Scava una fossicina. Noi lo pren­diamo e lo portiamo giù presto presto. Lo senti? Chiama da capo. Va'. Torno subito.

Nikìta.     Ma è morto?

Matrèna.   E' morto, sì. Ma bisogna spicciarsi. La gente è ancora sveglia. Sentirà, vedrà. Non domandano di meglio quei vigliacchi. E il sergente è venuto anche questa sera. Prendi (gli dà la zappa). Va' giù in cantina, scava una fossicina in un cantuccio. La ter­ra è molle. Poi spiana di nuovo la terra. La terra è la mamma nostra e spianerà ogni cosa come fa la vacca con la lingua. Va', va', figliolo!

Nikìta.     Voi m'abbindolate. Lasciatemi stare! Me ne vo­glio andare, parola d'onore. Sbrigatevela da sole co­me meglio potete.

Scena XII

Detti e Anìssia

Anìssia     (sulla soglia dell'uscio). Ha scavato?

Matrèna.   Perché sei andata via? Dov'è?

Anìssia.    L'ho coperto con uno straccio. Non si sentirà nulla. Ha scavato?

Matrèna.   Non vuole scavare.

Anìssia     (entra dì corsa furiosa) Non vuole? Vuole anda­re in prigione, a farsi mangiar dai pidocchi? Vado subito a dir tutto al sergente. Mi perdo anch'io, ma dico tutto.

Nikìta      (impaurito). Che dici?

Anìssia.    Che dico? Che voglio spiattellare tutto. Il de­naro chi l'ha preso? Tu. (Nikìta tace). Il veleno chi gliel'ha dato? Gliel'ho dato io. Ma tu lo sapevi, lo sapevi, lo sapevi! Ero d'accordo con te.

Matrèna.   Via, basta! Tu Mikìtka, perché t'avvilisci? Che si fa, ora? Bisogna darsi da fare. Va', cocco mio.

Anìssia.    Guarda lì! Che lumachina! Non vuole! M'hai beffata, ma basta ora! M'hai calpestata, ma è venu­ta l'ora mia. Va', ti dico, altrimenti so io quel che ti aspetta. Prendi la zappa e va'!

Nikìta.     Ma perché mi tormenti? (Prende la zappa ma rimane indeciso). Se non voglio andare... non vado.

Anìssia.    Non  vuoi  andare?   (Gridando).   Venite  tutti! Oooh!

Matrèna    (tappandole la bocca con la mano). Che fai? Sei impazzita? Ci va... Va', figliolo, va', bello mio.

Anìssia.    Ora faccio venir qui tutti.

Nikìta.     Basta! Oh! queste donne! Volete che io faccia presto? Va bene. (Si avvia verso la cantina).

Matrèna.   Cosìè, cocco mio; hai saputo divertirti? Ora sappi far sparire certe tracce.

Anìssia     (sempre più eccitata). S'è fatto beffe di me con quella sgualdrina. Ma basta ora! Almeno non sarò sola. Che sia anche lui un assassino! Così saprà quel che vuol dire.

Matrèna.   Eccoche va in collera. Non infuriarti, figlio­la mia. Calma! Calma!... E' meglio non perder la calma. Va' dalla ragazza, tu, e lui farà quel che de­ve fare.

(Va dietro Nikìta con la lanterna. Nikìta scende in cantina).

Anìssia.    Lascerò soffocare a lui la sua razzaccia immonda. (Eccitandosi sempre più). Ho fatto da sola quando ho dovuto far tirare le cuoia a Petr. Che sappia ora anche lui quel che vuol dire! Non voglio aver pietà di nessuno; neppure di me stessa voglio aver pietà.

Nikìta      (dalla cantina). Fammi lume!

Matrèna    (facendogli lume, parla ad Anìssia). Ha comin­ciato a scavar la fossa. Va'. Portalo qua.

Anìssia.    Non lo lasciare, altrimenti quel furfante se la svigna. Ora lo porto qua.

Matrèna.   Non dimenticare di fargli il segno della Croce. Se no glielo faccio io. Non ce l'hai, per caso, una crocettina?

Anìssia.    Me ne procurerò una. Lascia fare a me. (Esce).

Scena XIII

Matrèna (sola) e Nikìta (in cantina)

Matrèna.   Come s'è inviperita quella donna! A dire il ve­ro, ne ha viste di brutte. Ma, per grazia di Dio, que­sta faccenda finirà e non lascerà traccia. Ci libere­remo della ragazza senza peccato e il mio figliolino potrà campare in pace. La casa, per grazia di Dio, è piena di buona roba, e lui si ricorderà di me. Sen­za Matrèna come se la sarebbe cavata? Non avreb­be saputo sbrigarsela. (Curvandosi, a Nikìta). Dun­que? Sei pronto, figliolino?

Nikìta      (tirando la testa fuori dalla cantina). Che fate? Lo portate o no? Volete far presto? Quando s'è co­minciato, bisogna spicciarsi.

Scena XIV

Detti e Anìssia

(Matrèna va verso il vestibolo e si imbatte in Anìssia. Anìssia porta il bambino avvolto in uno straccio).

Matrèna.   Gli hai fatto il segno della Croce?

Anìssia.    Come no! Gliel'ho preso con la forza: lo teneva stretto... (Si avvicina e consegna il bambino a Nikìta).

Nikìta      (non lo prende). Porta tu.

Anìssia.    Tieni. Prendilo. (Gli getta il bambino).

Nikìta      (afferrandolo). E' vivo! Mamma mia! Si muove. E' vivo. Che farò io?

Anìssia     (gli strappa il bambino di mano elo gettanella cantina). Soffocalo subito: smetterà di campare. (Spinge Nikìta perché scenda in cantina). E' affar tuo. Sbrigatela da te.

Matrèna    (sedendosi su un gradino). Gli fa pena. Non ha il coraggio, poveretto! Ma che fare? Al peccato ha preso parte anche lui.

(Anìssia rimane a guardare giù in cantina. Matrèna sempre seduta sul gradino la guarda e le parla).

Iiih! Com'è turbato! E' doloro­so, ma non c'è altra via. Dove si metteva? Pensare che c'è tanta gente che li desidera i bambini e Dio non glieli manda! Nascono morti come quello della moglie del pope... E qui, dove non ce n'era bisogno, è nato vivo... (Guarda giù in cantina). Dunque?

Anìssia     (guardando giù in cantina). L'ha coperto con una tavola e ci s'è seduto su. Deve esser finito tutto.

Matrèna.   Aaah! Sarebbe meglio non commetter peccati! Ma che vuoi farci?

Nikìta      (viene fuori dalla cantina, tremando). E' ancora vivo! Non posso! E' vivo.

Anìssia.    Se è ancora vivo perché te ne vai? (Tenta di fermarlo).

Nikìta      (lanciandosi su Anìssia). Vattene o ti ammazzo!

(La prende per un braccio, Anìssia si libera, Nikìta le corre dietro con la zappa alzata, Matrèna si lan­cia contro di lui e lo ferma. Anìssia fugge sul piane­rottolo. Matrèna tenta di strappar la zappa di mano a Nikìta).

Nikìta      (alla madre). T'ammazzo... Ammazzo anche te... Ammazzo tutti!

Matrèna    (raggiungendo Anìssia sul pianerottolo). E' lo spavento. Non è nulla. Gli passerà.

Nikìta.     Che m'hanno fatto fare? Che m'hanno fatto fare? Quella vocina... quello scricchiolio sotto il mio peso! Che m'hanno fatto fare? E' ancora vivo. Sì, è vivo... (Tende l'orecchio). Quella vocina... quella vo­cina... (corre verso la cantina).

Matrèna    (ad Anìssia). Ora lo sotterra. (A Nikìta) Mikìta, prendi la lanterna.

Nikìta      (non risponde e seguita a tener l'orecchio teso). Non si sente più. Era un'illusione. (Fa qualche pas­so, poi si ferma). Come scricchiolavano quelle ossicine! Crr... Crr... A che m'hanno trascinato? (Tende di nuovo l'orecchio). Quella vocina ricomincia... sì, ricomincia... Ma che c'è? Mamma! Mamma! (Si av­vicina a Matrèna).

Matrèna.   Che hai figliolino?

Nikìta.     Mamma! Mamma cara, non ne posso più! Non ne posso più! Mamma cara! Abbi pietà di me!

Matrèna.   Sei spaventato, caro! Va', va' a bere un po' di vino per darti forza.

Nikìta.     Mamma cara, è venuta la mia ora. Come mi avete ridotto! Come scricchiolavano quelle ossicine! E quella vocina... Mamma cara! Come mi avete ri­dotto! (Si allontana e si siede sulla slitta).

Matrèna.   Va' a bere, caro. Di notte tutto fa più spaven­to. Ma aspetta un poco: verrà la luce del giorno, pas­serà un giorno, poi un altro e non ci penserai più. Aspetta un poco: mariteremo la ragazza e dimenti­cheremo tutto... Ma va' a bere, va' a bere. Andrò io a fare quel che c'è da fare in cantina.

Nikìta.     C'è ancora un po' di vino? Voglio bere. (Esce).

(Anìssia, che durante questo dialogo è stata presso la slitta, se ne allontana in silenzio).

Scena XV

Matrènae Anìssia

Matrèna.   Va', va' cocca mia. Ora faccio tutto io. Scendo giù e lo sotterro... Dove ha buttato la zappa? (Cerca la zappa, e, dopo averla trovata, comincia a calarsi in cantina). Anìssia, vieni qua. Vuoi farmi luce?

Anìssia.    E lui che fa?

Matrèna.   E' turbato assai. Tu sei stata troppo violenta con lui. Lascialo stare ora: si riprenderà, Dio lo aiu­ti. Ora faccio tutto io. Posa qua la lanterna che io possa vederci. (Scende in cantina).

Anìssia     (sulla soglia della porta dalla quale è uscito Nikìta). Ti sei divertito, eh? Hai fatto lo splendido. Aspetta ora: vedrai quel che vuol dire. Abbasserai la cresta.

Scena XVI

Dette e Nikìta

Nikìta      (esce frettoloso dal vestibolo e corre verso la can­tina). Mamma! Ah! Mamma!

Matrèna.   Che c'è figliolino?

Nikìta      (tendendo l'orecchio). Non lo sotterrare. E' vivo. Non lo senti? E' vivo! Si lamenta... Io lo sento...

Matrèna.   Ma come fa a lamentarsi? Ne hai fatto una pizza. Gli hai schiacciato la testa.

Nikìta.     Ma che è questo? (Si tappa gli orecchi). Si la­menta ancora! E' finita la mia vita! E' finita! Che m'hanno fatto fare? Dove debbo andare? (Si siede su di un gradino).

Cala la tela

APPENDICE

VARIANTE DELL'ATTO IV

Invece delle scene XII, XIV, XV e XVI si legga la variante che segue.

L'izba dell'atto I

Scena I

Aniùtka, Mìtric

(Aniùtka, svestita, ricoperta di un kaftan, è coricata su un cassapanca. Mìtric, seduto sulla stufa, fuma).

Mìtric.     Ma guarda! Hanno lasciato un odore di vodka. Che gli si cacci in bocca un pasticcino di piselli! Hanno versato in terra questo bel po' di ben di Dio... Neanche col tabacco si manda via quest'odo­re: pizzica il naso. O Signore! E' ora di dormire. (Si accosta al lume e fa per spegnerlo).

Aniùtka    (si alza di scatto e si mette a sedere). Non spe­gnere, nonnino, piccolo colombo.

Mìtric.     Perché non vuoi che spenga?

Aniùtka.   Nel cortile non si sente più rumore. (Tende l'orecchio). Senti? Son tornati nella rimessa.

Mìtric.     Che te ne importa? Devono chiederti il permes­so, forse? Buttati giù e dormi. Spengo il lume. (Tira giù il lucignolo).

Aniùtka.   Nonnino  d'oro, non  spegnere  completamente il lume. Lascia almeno un puntino di luce, grande come l'occhietto d'un topo, altrimenti ho paura.

Mìtric      (ridendo). Va bene, va bene. (Si siede vicino ad Aniùtka). Di che hai paura?

Aniùtka.   Come si fa a non aver paura, nonnino? La so-rellina si dimenava, batteva la testa sulla cassa. (A voce bassa). Lo so... Deve nascere un bambino... For­se è già nato...

Mìtric.     Che matta! Che ti vengano addosso le ranoc­chie! Devi sapere ogni cosa, tu. Buttati giù e dormi. (Aniùtka si butta giù). Meno male! (La ricopre col kaftan). Meno male! Se tu ne sai troppe, diventi pre­sto vecchia.

Aniùtka.   E tu non vai a stenderti sulla stufa?

Mìtric.     E dove vuoi che vada? Che sciocca! Devi saper tutto. (Le aggiusta il kaftan addosso e si alza). Resta stesa così e dormi. (Si accosta alla stufa).

Aniùtka.   Ha mandato un urlo, ma ora non si sente più.

Mìtric.     O Signore! Mikòla misericordioso! Che cosa non si sente più?

Aniùtka.   Il piccino.

Mìtric.     Non c'è nessun piccino, dunque non si può sen­tirlo.

Aniùtka.   Ma io l'ho sentito, per quanto è vero che re­spiro, l'ho sentito. Ha una vocina debole debole.

Mìtric.     Tu senti troppo. Non hai mai sentito la storia di una ragazzina come te che l'orco mise in un sac­co e portò via?

Aniùtka.   Quale orco?

Mìtric.     L'orco che verrà qui. (Sale sulla stufa). Funziona bene oggi la stufa. E' calda che è un piacere. O Signore! Mikòla misericordioso!

Aniùtka.   Nonnino, ti metti a dormire?

Mìtric.     Credi che mi metta a suonar le canzoni?

(Una pausa).

Aniùtka.   Nonnino!  Nonnino!  Smuovono la terra, Dio mio, smuovono la terra!  Non senti? Per quanto è vero che respiro... Smuovono la terra.

Mìtric.     Ma cosa viene in mente a questa figliuola? Smuo­vono la terra! Chi la smuove?  E' la vacca che si strofina al muro e tu ti figuri che si smuova la ter­ra. Dormi, ti dico, altrimenti spengo subito il lume.

Aniùtka.   Piccolo colombo, nonnino, non spegnere! Non lo faccio più... Dio mio, non lo faccio più. Che spa­vento!

Mìtric.     Spavento? Non aver paura e ti passerà lo spa­vento. Ha paura e dice che la prende lo spavento! Come fai a non lasciarti prendere dallo spavento, se hai paura? Che ragazzina scema.

(Una pausa. Si sente il canto di un grillo).

Aniùtka    (a voce bassa). Nonnino! Nonnino! Dormi?

Mìtric.     Che altro c'è?

Aniùtka.   Com'è l'orco?

Mìtric.     Ecco com'è:  quando gli capita davanti una ra­gazzina come te... che non vuole dormire, allora si accosta col sacco sulle spalle e... zàffete, la caccia nel sacco, ci caccia dentro anche la testa sua, le alza la carnicina e la frusta.

Aniùtka.   Con che cosa la frusta?

Mìtric.     Con una scopa fatta di rami di betulla.

Aniùtka.   Ma dentro al sacco non potrà vederci.

Mìtric.     Ci vede. Sta' pur sicura che ci vede.

Aniùtka.   Iolo morderei.

Mìtric.     No, cara, non lo morderesti.

Aniùtka.   Nonnino! Viene qualcuno! Chi è? Ah! Mam­mina cara! Chi è?

Mìtric.     Se viene qualcuno, che venga pure. Ma che ti piglia? E' la tua mamma, non c'è dubbio.

Scena II

Detti e Anìssia

Anìssia     (entrando). Aniùtka! (Aniùtka fa finta di dor­mire). Mìtric!

Mìtric.     Che c'è?

Anìssia.    Perché lasciate il lume acceso? Si può andare a letto anche al buio.

Mìtric.     Mi sono messo a letto or ora. Spengo subito.  (fruga nel baule brontolando). Quando serve una cosa, non la si trova mai.

Mìtric.     Che cerchi?

Anìssia.    Cerco la croce. Bisogna battezzarlo. Se, Dio ce ne scampi, muore, muore senza battesimo. E' pec­cato.

Mìtric.     Si sa: bisogna fare ogni cosa in regola... L'hai trovata?

Anìssia.    Sì, l'ho trovata. (Esce).

Scena III

Mìtric e Aniùtka

Mìtric.     Meno male! Altrimenti le avrei dato la mia. Oh! Signore!

Aniùtka    (si solleva di scatto, tremante). Oooh! Nonnino, non ti addormentare, per l'amor di Cristo! Ho tanta paura.

Mìtric.     Di che hai paura?

Aniùtka.   E' sicuro che il bambino muore? La levatrice battezzò quello della zia Anna e anche quello morì.

Mìtric.     Se muore lo sotterreranno.

Aniùtka.   Forse non morrebbe, ma c'è la Matrèna. Ho sentito quel che ha detto, per quanto è vero che re­spiro l'ho sentito.

Mìtric.     Ma che hai sentito? Dormi, ti dico. Metti la te­sta sotto il kaftan e basta.

Aniùtka.   Se campava, lo avrei tirato su io.

Mìtric      (fuori di sé). Oh! Signore!

Aniùtka.   Dove lo metteranno?

Mìtric.     Lo metteranno dove va messo. Non è affar tuo. Dormi, ti dico. Ecco la mamma... Te le darà.

(Una pausa).

Aniùtka.    Nonnino! Quella bambina che dicevi tu, l'ammazzarono?

Mìtric.     Perché avrebbero  dovuto  ammazzarla? Si fece grande.

Aniùtka.   Non dicevi, nonnino, che fu trovata?

Mìtric.     Già, fu trovata.

Aniùtka.   Ma dove fu trovata? Dimmi.

Mìtric.     In casa sua fu trovata. Eravamo arrivati in un villaggio. I soldati s'erano messi a rovistar la casa, quand'eccoti che scorgemmo quella bambina, che se ne stava bocconi. Si voleva ammazzarla, ma io ne ebbi pietà e la presi in braccio. Non voleva lasciarsi prendere. Si faceva pesante come un carico di cin­que pud 1, s'afferrava a tutto quel che le capitava sottomano. Non si riusciva a staccarla. Ma io la pre­si e l'accarezzai sulla testina, l'accarezzai, l'accarez­zai... Ma quella si rotolava come un porcospino. Poi mi guardò. Mi guardò e si calmò. Allora ammollii un biscotto nell'acqua e glielo diedi. Capì e si mise a mangiucchiarlo. Non sapevamo che farne di quel­la creatura: la prendemmo e le demmo da mangiare. Si abituò tanto a noi, che la portammo via quando ci mettemmo in marcia. Stava sempre con noi. Era una bella figliuolina.

Aniùtka.   Ma era battezzata?

Mìtric.     E chi la conosceva? Dicevano che non era bat­tezzata come si deve. Quella gente non era della no­stra religione.

Aniùtka.   Erano tedeschi?

Mìtric.     Eh! Quante cose vuoi sapere! Non erano tede­schi, èrano asiatici. Quelli lì son come gli ebrei, ma non sono ebrei. Somigliano piuttosto ai polacchi, ma non sono asiatici. Sono Krùdli... Krùgli 1 di so­prannome. Ma non ricordo più. Alla bambina met­temmo nome Sàschka. Era bella. Non ricordo più nulla, ma quella bambina l'ho sempre davanti agli occhi. Di tutto il mio servizio militare m'è rimasta in mente soltanto lei. Ricordo le botte che mi da­vano e quella bambina. S'attaccava al collo ora di uno, ora d'un altro di noi e ce la portavamo così. Che bambina! Un'altra di quella specie non si trova in nessun posto. Poi la demmo via: la moglie del co­mandante della compagnia l'adottò. E che buona fi­gliuola che fu! Come la rimpiansero i soldati!

Aniùtka.   Anch'io, nonnino, mi ricordo sempre di quan­do morì il mio babbo. Tu allora non stavi ancora con noi.  Chiamò Mikìta e  gli disse:  «Perdonami, Mikìta ». E si mise a piangere. (Sospira). Anche que­sto fa pena a ricordare.

Mìtric.     Altro che!...

Aniùtka.   Nonnino! Nonnino! Fanno di nuovo rumore in cantina. Ah! Mammina! Sorellina! Piccoli colom­bi! Oh! Nonnino! Che gli fanno? Vogliono buttarlo via? E' così piccino... O-o-oh! (Si copre la testa e piange).

Mìtric      (con l'orecchio teso). Infatti fanno qualche cosa di brutto. Che gli si gonfi il corpo come una mon­tagna! Sono infami assai le donne! I mugik non sono certo gente che meriti grandi lodi, ma le donne!... Son come le belve delle foreste: non hanno paura di nulla.

Aniùtka    (sollevandosi). Nonnino!' Nonnino!

Mìtric.     Che hai ora?

Aniùtka.   Pocofa uno che passava e che rimase qui la notte disse che quando muore un bambino, la sua anima va subito in cielo. E' vero?

Mìtric.     Chi lo sa! Sarà vero. Perché lo chiedi?

Aniùtka.    Vorrei  magari morire io...   (Scoppia in sin­ghiozzi).

Mìtric.     Se muori, non conti più nulla.

Aniùtka.   Fino a dieci anni siamo bambini e l'anima può ancora andare a Dio. Poi s'insudicia.

Mìtric.     E quanto t'insudicerai! Come fareste, sorelle mie, a non insudiciarvi? Chi pensa a insegnarvi qualche cosa? Che vedrai, che sentirai, tu? Soltanto delle co­se brutte. Io ho un po' d'istruzione, so qualche co­sa, non molto, ma più di una donna di campagna. Che cos'è una donna di campagna? Un mucchio di fango. Ce ne son tante di voi, ci son milioni di don­ne in Russia, ma son tutte cieche come le talpe. Voi donne non sapete nulla. Lavar la morte nel sangue, fare ogni specie di sortilegi, buttare i bambini alle galline nel pollaio... questo sanno fare le donne.

Aniùtka.   Anche la mamma l'ha fatto.

Mìtric.     Proprio così. Ci son milioni di donne e di ra­gazze e son tutte come le belve delle foreste. La donna vien su e muore senza aver veduto nulla, sen­za aver sentito nulla. Il mugik, almeno, impara qual­che cosa in trattoria, in prigione o quando va a fare il soldato. Ma la donna che cosa sa? Non sa nulla di Dio, non sa con precisione neppure che cosa sia il venerdì. «Il venerdì... il venerdì...». Ma prova a chiederle che cosa sia: non lo sa. Le donne son co­me i canini ciechi, che strisciano in terra e battono la testa contro i mucchi di letame... Sanno solo le loro canzoni sciocche. «Ho — ho, ho — ho!». Ma non sanno neppur loro che cosa significhi quel «ho — ho ».

Aniùtka.   Io, nonnino, so una metà del Pater Noster.

Mìtric.     Sai molto! Ma non si può neppure pretendere gran che da voi. Chi pensa a istruirvi? Solo un mu-gik ubriaco vi insegna qualche cosa a colpi di redini. Non so neppure chi ne risponda di voi. Delle reclute risponde il padre o lo zio, ma di voi non c'è chi ne risponda. Siete come una massa di bestia­me senza il pastore, voialtre donne. La razza vostra è la più sfacciata e la più stupida delle razze.

Aniùtka.   Che si può fare, allora?

Mìtric.     Non c'è nulla da fare... Copriti il capo e dormi. Oh! Signore!

Aniùtka    (alzandosi di scatto). Nonnino! C'è qualcuno che urla. Non viene dalla strada quest'urlo. Urla, pa­rola d'onore, urla, Dio mio! Nonnino caro, vieni qui.

Mìtric.     T'ho detto di coprirti il capo.

Scena IV

Detti, Nikìta e Matrèna

Nikìta      (entrando). Che m'hanno fatto? Che m'hanno fatto?

Matrèna.   Bevi un po' di questo vino. Bevi, cocco mio. Che hai? (Prende il vino e glielo posa davanti).

Nikìta.     Da' qua! Credi che non m'ubriacherò?

Matrèna.   Piano! Sono ancora svegli. Su, bevi.

Nikìta.     Perché? Perché hanno agito così? Avrebbero po­tuto portarlo in qualche posto.

Matrèna    (a voce bassa). Sta' quieto! Sta' quieto! Bevi un altro sorso di vino o fuma un poco e ti andran­no via tutti i pensieri.

Nikìta.     Mammina cara, è suonata l'ora mia... Sento quel­la vocina, quelle ossicine che scricchiolavano... Crrr... Crrr... Non sono più una creatura umana, io.

Matrèna.   Uuh! Quel che dici non ha senso. La notte tut­to fa spavento, è vero. Ma aspetta che faccia giorno: passerà una giornata, poi un'altra e non ci penserai più. (Si avvicina a Nikìta e gli posa una mano sulla spalla).

Nikìta.     Vattene! A che m'avete trascinato!

Matrèna.   Ma che hai, figliolino? (Gli prende una mano).

Nikìta.     Vattene! T'ammazzo! Sono capace di tutto, ora. T'ammazzo!

Matrèna.   Ah! Ah! Come s'è turbato! Va' a dormire.

Nikìta.     Non c'è più posto per me. Sono perduto.

Matrèna    (scuotendo la testa). Oh! Oh! Me ne vado. Lui starà un po' qui a sedere e si quieterà (Esce).

Scena V

Nikìta, Mìtric, Aniùtka

(Nikìta, seduto si copre il viso con le mani. Mìtric e Aniùtka sono assopiti).

Nikìta.     Quella vocina... la sento, parola d'onore! La sen­to bene... Ora lo sotterra!... Lo sotterra... (Corre ver­so la porta). Mamma! Non lo sotterrare! E' vivo...

Scena VI

Detti e Matrèna

Matrèna    (ritornando, a voce bassa). Ma che hai? Che Cristo ti aiuti! Che ti viene in mente? Come vuoi che sia vivo? Quelle ossicine sono tutte a pezzi.

Nikìta.     Dammi dell'altro vino! (Beve).

Matrèna.   Va' figliuolo. Ora dormirai e ti passerà...

Nikìta      (si alza, tende l'orecchio). E'  vivo... Lo sento... Non lo senti, tu? Ecco...

Matrèna.   Ma no!

Nikìta.     Mamma mia, la mia vita è finita! Che m'avete fatto fare? Dove vado, ora? (Esce di corsa dall'izba, seguito da Matrèna).

Scena VII

Mìtric e Aniùtka

Aniùtka.   Nonnino caro! Piccolo colombo! Lo hanno sof­focato...

Mìtric      (adirato). Dormi, ti dico. Che ti salti addosso un rospo. Ora prendo la scopa e te le do!... Dormi, ti dico.

Aniùtka.   Nonnino d'oro! C'è qualcuno che mi acchiap­pa per le spalle, che m'afferra con certe zampacce! Nonnino caro, è vero come è vero che io respiro! Voglio star vicino a te, nonnino d'oro, lasciami sa­lire sulla stufa! Lasciami salire, per l'amor di Cri­sto!... M'acchiappa... M'acchiappa... A-a-ah. (Corre verso la stufa).

Mìtric.     Ma guarda come l'hanno spaventata questa bam­bina, quelle sudicione! Che le ranocchie ci saltino su!... Vieni.

Aniùtka.   Ma non andar via, tu!

Mìtric.     Dove vuoi che vada? Vieni, vieni! O Signore! Mikòla misericordioso! Vergine santa di Kazàn! ­ Come l'hanno spaventata questa bambina! (La copre col kaftan). Su, su, sciocchina! Sei proprio una sciocchina, parola mia... L'hanno spaventata... Che sudi­cione! Bisognerebbe tapparle con un pasticcino di pi­selli quelle bocche...

Cala la tela

ATTO  QUINTO

Quadro I

La scena rappresenta un piazzale recinto da un muro. Sul davanti una macina per il grano. A sinistra un'aia. A destra una rimessa, la cui porta è aperta. Presso la porta c'è un mucchio di paglia. Nello sfondo si vede un'ìzba e si odono canzoni accompagnate dal suono dei tamburelli. Due ragazze sbucano da un viottolo, passano accanto alla rimessa e vanno verso l'izba.

Scena I

Le due ragazze

Prima ragazza. Guarda: siamo arrivate senza insudiciar­ci le scarpe. Che guaio passare per il sobborgo! E' pieno di fango.

(Le due ragazze si fermano e stro­finano i piedi sulla paglia. Una delle due si accorge che sulla paglia c'è qualche cosa).

Che è?

Seconda ragazza (guardando). E' Mìtric, il loro braccian­te. Guarda come s'è ubriacato!

Prima ragazza. Ma se non ha mai bevuto.

Seconda ragazza. Si vede che oggi ha bevuto.

Prima ragazza. Certo è venuto qui per prendere un po' di paglia. Guarda: s'è addormentato con una corda in mano.

Seconda ragazza (tendendo l'orecchio). Fanno ancora fe­sta. Allora non c'è stata ancora la benedizione. Dico­no che Akulìna non ha pianto.

Prima ragazza. La mia mamma ha detto che sposa con­tro voglia. Il patrigno l'ha minacciata, altrimenti non si sarebbe sposata per tutto l'oro del mondo. Quante se ne son dette sul conto suo!

Scena II

Dette e Marìna

Marìna     (accostandosi alle due ragazze). Buon giorno, ragazze.

Le ragazze. Buon giorno, zietta.

Marìna.    Andate al matrimonio, care?

Prima ragazza. La festa sta per finire. Siamo venute per vederne almeno un pochino.

Marìna.    Mandatemi il mio vecchio: Semen di Zuièvo. Credo che lo conoscerete.

Prima ragazza. Altro che! E' un parente dello sposo, è vero?

Marìna.    Sì, lo sposo è suo nipote.

Seconda ragazza. E tu perché non ci vai al matrimonio?

Marìna.    Non ne ho voglia, figliuola mia. E poi non ho neppur tempo. Debbo andar via. Non eravamo mica venuti per il matrimonio: andavamo in città con l'avena. Ci siamo fermati qui per dar da mangiare ai cavalli e hanno invitato il mio vecchio.

Prima ragazza. E dove siete scesi? Da Fedòric?

Marìna.    Sì, da Fedòric. Ma chiama il mio vecchio, cara. L'aspetto qui. Digli: «Marìna vuol andar via, i com­pagni attaccano i cavalli».

Prima ragazza. Vado io, giacché tu non vuoi andarci.

(Le due ragazze si avviano verso il cortile. Si odono canzoni e tamburelli).

Scena III

Marìna sola

Marìna     (pensierosa). Non ci sarebbe nulla di male se an­dassi, ma non ne ho voglia: non ci siamo veduti da quando m'ha rinnegata. E' già passato un anno... Pe­rò vorrei vedere coi miei occhi come gli va la vita con la sua Anìssia. La gente dice che non vanno d'accor­do: lei è una donna grossolana e bisbetica. Scommetto che lui più di una volta s'è ricordato di me. Voleva una vita comoda e ha preferito un'altra a me. Ebbene, Dio lo accompagni! Del male che m'ha fatto non me ne ricordo più. Allora l'offesa fu grossa, fu dolorosa assai, ma ora tutto è passato e ho dimenticato tutto. Lo vorrei vedere però... (Guarda nel cortile e scorge Nikìta). Eccolo! Ma perché viene? Che quelle figliuole gli abbiano detto qualche cosa? Perché ha lasciato gli invitati? Vado via.

Scena IV

Marìna e Nikìta

(Nikìta si avanza a capo chino e borbotta, agitando le braccia).

Marìna.    Com'è scuro in viso!

Nikìta      (vede Marìna e la riconosce). Marìna! Amica ca­ra! Marìnuschka! Che fai lì?

Marìna.    Son venuta a chiamare il mio vecchio.

Nikìta.     Perché non sei venuta al matrimonio? Avresti veduto qualche cosa. Avresti riso di me.

Marìna.    Perché avrei dovuto ridere di te?  Son  venuta per chiamare il mio vecchio.

Nikìta.     Eh! Marìnuschka! (fa per abbracciarla).

Marìna     (lo respinge, adirata). Smettila con queste storie! Il passato è passato... Son venuta per chiamare il mio vecchio. E' in casa tua o no?

Nikìta.     Bisogna dimenticarlo il passato? Non vuoi ricor­dartene più?

Marìna.    Non c'è bisogno di ricordarlo. Quel che c'era una volta ora non c'è più.

Nikìta.     E non ritorna?

Marìna.    No, non ritorna... Ma tu perché sci venuto qui? Il padrone di casa che lascia la festa!

Nikìta      (sedendosi sul mucchio di paglia). perché son ve­nuto qui? Eh! Se tu sapessi!... Sono sconfortato, Marìna, tanto sconfortato... Vorrei voltar gli occhi per non guardare. Mi sono alzato da tavola, ho lasciato tutta quella gente perché non ho voglia di veder nessuno.

Marìna     (accostandosi a Nikìta). Ma perché?...

Nikìta.     Perché, quando c'è da mangiare, non ho voglia di mangiare; quando c'è da bere, non ho voglia di bere e quando vien l'ora di dormire, non mi riesce di dormire. Che sconforto! Che sconforto! E quel che mi sconforta più di tutto è la solitudine, è non aver nessuno che mi distragga dalla mia tristezza.

Marìna.    Finché si campa, Nikìta, non mancano le ma­linconie. Ma io ora ho versato la mia dose di lagri­me e m'è passato tutto.

Nikìta.     Pensi al passato? Ai tempi antichi? Eh! amica, tu hai smesso di piangere; ora ho da piangere io.

Marìna.    Ma che hai?

Nikìta.     Hoche m'è venuto il disgusto di tutta la mia vita, che m'è venuto il disgusto di me stesso. Eh! Marìna, tu non hai saputo tenermi: m'hai rovinato e ti sei rovinata anche tu. La chiami vita, questa?

Marìna     (in piedi presso la rimessa, piange, sebbene si sforzi di dominarsi). Io della mia vita, Nikìta, non me ne lagno. Una vita come la mia... che Dio la con­ceda a ogni donna. Non mi lagno, no. Allora con­fessai tutto al mio vecchio e lui mi perdonò. Non mi rimprovera mai. Non sono scontenta della mia vi­ta: il vecchio è calmo e gentile con me. Io gli vesto i bambini, glieli tengo puliti e lui ha tanti riguardi per me. Perché dovrei lagnarmi? Si vede che Dio ha destinato così. E la vita tua come va? Tu vivi nel­l'abbondanza...

Nikìta.     La vita mia... Non voglio guastare la festa, ma prenderei volentieri una corda, questa qui... (prende la corda che è sulla paglia) la legherei a quella trave, farei un bel nodo scorsoio e ci metterei la testa den­tro. Ecco com'è la mia vita!

Marìna.    Zitto! Che Cristo ti salvi!

Nikìta.     Credi che io voglia scherzare? Credi che io sia ubriaco? Non sono ubriaco. Il vino non mi fa più nulla. Ma i dispiaceri.. i dispiaceri mi hanno consu­mato. Mi hanno consumato tanto che non mi piace più nulla. Ah! Marìnuschka, solo con te ho trascorso qualche bella ora... Ti ricordi... alla ferrovia... come passava presto la notte?

Marìna.    Non toccar certe piaghe, Nikìta! Ora noi due siamo sposati secondo la legge. Il mio peccato m'è stato perdonato. Non rimestare le cose d'una volta.

Nikìta.     E del mio cuore che ne faccio? A chi lo dò?

Marìna.    E che ne vuoi fare del tuo cuore? Hai una spo­sa: non andar dietro alle altre donne, sta' con la tua. Le volevi bene una volta ad Anìssia: voglile bene anche adesso.

Nikìta.     Oh, Anìssia?! E' amata come l'assenzio. M'ha legato i piedi come la malerba.

Marìna.    Sarà amara, ma è tua moglie... Ma perché stia­mo qui a chiacchierare? Va' piuttosto dai tuoi invi­tati e mandami mio marito.

Nikìta.     Eh! Se tu sapessi tutto!... Ma a che serve parlare?

Scena V

Nikìta, Marìna, il marito di Marìna e Aniùtka

Il marito di Marìna (uscendo dall'izba, rosso in viso ubriaco). Marìna! Padrona mia! Vecchia mia! Sei qui?

Nikìta.     Eccotuo marito: ti chiama. Va'.

Marìna.    E tu?

Nikìta.     Io? Ioresto qui. (Si sdraia sulla paglia).

Il marito di Marìna. Dov'è?

Aniùtka.   E' lì, zietto, vicino alla rimessa.

Il marito di Marìna. Che ci fai lì? Vieni alla festa. I padroni di casa ti vogliono. A festa finita andremo via anche noi.

Marìna     (andando incontro al marito). Non ne ho troppa voglia.

Il marito di Marìna. Vieni, ti dico. Berrai un bicchie­rino e farai gli auguri a quella birba di Petrùnka. I padroni di casa s'offendono se non vieni. Poi sbri­gheremo i nostri affari. (Prende la moglie per la vita e si allontana con lei, barcollando).

Scena VII

Nikìta e Aniùtka

Nikìta      (sollevandosi e mettendosi a sedere sulla paglia). Ah! L'ho veduta e mi sento ancora più sconfortato. Solo con lei la vita era vita. Ho rovinato la mia vita senza ragione. Mi s'è guastata la mente. (Si sdraia). Dove andrò a finire? Ah! Apriti, terra!

Aniùtka    (scorge Nikìta e gli si avvicina di corsa). Babbino! Eh! Babbino! Ti si stava cercando. Tutti han­no già dato la loro benedizione, anche il padrino. Hanno già dato la loro benedizione, te lo assicuro, e sono in collera...

Nikìta      (fra sé). Dove andrò a finire?

Aniùtka.   Che? Che dici?

Nikìta.     Nulla... perché non mi lasci in pace?

Aniùtka.   Babbino, vogliamo andare?

(Nikìta non risponde. Aniùtka lo tira per un braccio).

Nikìta      (liberandosi dalla stretta di Aniùtka). Lasciami.

Aniùtka.   Su, andiamo.

Nikìta      (prende una briglia e fa un gesto minaccioso). Va', ti dico, altrimenti te le dò!

Aniùtka.   Allora ti mando mammina. (Esce di corsa).

Scena VII

Nikìta solo

Nikìta      (alzandosi). Come faccio ad andar lì? come fac­cio a prendere in mano un'immagine sacra? Come faccio a guardarla negli occhi? (Si sdraia di nuovo sulla paglia). Ah! Se ci fosse una buca, mi ci butte­rei dentro. Nessuno mi vedrebbe più e io non vedrei più nessuno. (Si alza di nuovo). No, non ci vado... Vadano tutti in malora! Non ci vado!... (Si toglie gli stivali, prende la corda, si fa un nodo scorsoio intor­no al collo). Ecco! Così!...

Scena VIII

Nikìta e Matrèna

(Nikìta, vedendo venire la madre, si toglie la corda dal collo e si sdraia di nuovo sulla paglia).

Matrèna    (entrando precipitosamente). Mikìta! Eh! Mikì-ta!... Guarda un po'! Non risponde neppure... Mikì­ta! che hai? Sei ubriaco? Vieni, Mikìtuschka, vieni, cocco mio, tutti ti aspettano.

Nikìta.     Come m'avete ridotto! Non sono più un uomo.

Matrèna.   Ma che hai? Vieni, figliolo, vieni a dar la be­nedizione come si conviene, poi sarai libero. La gen­te t'aspetta.

Nikìta.     Come faccio a benedire?

Matrèna.   Non lo sai come si deve fare?

Nikìta.     Lo so, lo so. Ma chi debbo benedire? Che ho fatto con lei?

Matrèna.   Che hai fatto? Come ti viene in mente di ri­cordar certe cose! Nessuno sa nulla, né il gatto, né la gatta, né il pope Iermòschka1. E la ragazza ha acconsentito.

Nikìta.     Sì. Ma come ha acconsentito?

Matrèna.   Si sa, è stata forzata. Ma ha acconsentito. E poi, che si può fare adesso? Avrebbe dovuto pensar­ci allora. Ora non può tornare indietro e i parenti non possono sentirsi offesi: l'hanno veduta due volte la ragazza. E poi è una ragazza che porta denari. Non c'è più traccia di nulla.

Nikìta.     E in cantina che c'è?

Matrèna    (ridendo). In cantina? Credo che ci siano i ca­voli, i funghi e le patate. perché vai a ricordare le cose passate?

Nikìta.     Sarei contento se potessi fare a meno di ricor­dare. Ma non posso. Quando mi metto a pensare, sento... Ah! Come m'avete ridotto!

Matrèna.   Ma perché ripeti sempre le medesime cose?

Nikìta      (buttandosi bocconi sulla paglia). Ma mammina, lasciami stare. Non ne posso più!

Matrèna.   Ma devi venire. La gente chiacchiera. Il padre, tutt'a un tratto, se n'è andato e non è tornato a dar la sua benedizione. E' venuto il momento di baciar le sante immagini. Se ti vede così spaurito, la gente s'insospettirà. Cammina spedito e non ti si prenderà per un ladro. Se scappi davanti al lupo, t'imbatterai nell'orso. Non farti veder spaurito, figliolino, altri­menti si saprà ogni cosa.

Nikìta.     Come m'avete abbindolato!?

Matrèna.   Basta ora! Andiamo. Vieni a dar la tua bene­dizione in regola e tutto finirà.

Nikìta      (rimanendo bocconi sulla paglia). Non posso!

Matrèna    (fra sé). Ma che gli ha preso? Gli era passato tutto e ora ricomincia da capo. Lo hanno stregato, a quanto pare. (A voce alta): Mikìtka! Alzati! Guar­da: c'è anche Anìssia. Ha lasciato gli invitati.

Scena IX

Nikìta, Matrèna e Anìssia

Anìssia     (elegante, rossa in viso, un po' ubriaca). Che di­vertimento, mamma, che divertimento! E come se la godono gli invitati!... Ma lui dov'è?

Matrèna.   E' qui, cocca mia, è qui. S'è steso sulla paglia e non s'alza. Non vuol venire.

Nikìta      (guardando la moglie). Guarda! E' anche ubriaca. Fa schifo a guardarla. Come si fa a star con lei? (Si rigira sulla paglia). L'ammazzerò una volta o l'al­tra. Sarà un guaio di più!

Anìssia.    Guarda dove s'è andato a buttare! Che l'ubria­chezza gli abbia tolto le forze? (Ride). Vorrei sten­dermi anch'io accanto a te, ma non ho il tempo. An­diamo! Ti sorreggo io... Ma come si sta bene, in ca­sa! E' un piacere. E la fisarmonica! Come suonano bene quelle comari! Sono tutti ubriachi. Così si fa! Così è bello!

Nikìta.     Che cosa è bello?

Anìssia.    Un matrimonio, un matrimonio allegro. Tutti dicono che un matrimonio di questa sorta è una co­sa rara. Questa è una cosa onesta, bella. Su, vieni! Vieni con me... Ho bevuto un poco, ma posso sor­reggerti. (Lo prende per mano).

Nikìta      (ritira la mano, disgustato). Vacci sola. Ora vengo.

Anìssia.    Perché fai lo schizzinoso? Tutti i nostri guai sono finiti. Ci siamo levati di torno quella che ci da­va impiccio. Ora dobbiamo vivere e godercela. E' giusto e legittimo. Sono tanto contenta. Non so nemmeno dirtelo quanto sono contenta. Mi par di sposarti per la seconda volta. I-i-ih! Come son sod­disfatti gli invitati! Tutti ci ringraziano. Sono tutti invitati di riguardo. C'è Ivan Mosèic e il signor ser­gente. Ci hanno lodati anche loro.

Nikìta.     E tu resta con loro. Perché sei venuta?

Anìssia.    Bisogna proprio che si torni in casa. Non sta bene che i padroni di casa se ne vadano e lascino gli invitati. E invitati di riguardo come i nostri!

Nikìta      (alzandosi e togliendosi alcuni fili di paglia che gli si sono attaccati all'abito). Andate. Ora vengo.

Matrèna.   Il cuculo della notte canta meglio di quello del giorno. A me non hai voluto dar retta, ma a tua moglie ubbidisci subito.

(Matrèna e Anìssia fanno per andarsene).

Matrèna.   Vieni o non vieni?

Nikìta.     Vengo subito. Andate. Vengo. Darò la mia be­nedizione... (Le due donne si fermano). Andate! Vengo. Andate!

(Le due donne se ne vanno. Nikìta le segue con gli occhi pensieroso).

Scena X

Nikìta solo, poi Mìtric

Nikìta      (si siede e si toglie le scarpe). Credete che io ven­ga? Sì! Cercatemi sotto il soffitto se non mi vedete. Un nodo scorsoio... un salto... e cercatemi pure! For­tuna che la briglia è lì. (Rimane un momento pen­sieroso). Avrei potuto scacciare qualunque dolore, ma il dolore l'ho qui, nel cuore e non c'è modo di strapparlo di qui. (Getta una occhiata verso il cor­tile). Ritornano? (Rifà il verso ad Anìssia). «Come si sta bene! Come si sta bene! Vorrei stendermi anch'io accanto a te!». Uh! Vigliacca! Briccona! Vieni ad abbracciarmi quando mi staccheranno dal soffitto! Non mi resta che farla finita. (Prende la corda e la tira verso di sé).

Mìtric      (ubriaco, si alza e ferma la corda). Non te la do. Non la do a nessuno... La porterò io. Ho detto che porterò la paglia e la porterò. Oh! Sei tu, Mikìta? (Ride). Oh! Diavolo! Sei venuto a prender la paglia?

Nikìta.     Dammi la corda.

Mìtric.     No. Aspetta, tu! I mugik hanno mandato me: la porto io... (Si mette ad ammucchiare la paglia. Bar­colla. Tenta di mantenersi in piedi. Cade). Il vino è più forte di me...

Nikìta.     Dammi allora la briglia.

Mìtric.     T'ho detto che non te la dò! Eh! Mikìschka, sei stupido come l'ombelico d'un porco. (Ride). Ti vo­glio bene, ma sei stupido. Mi guardi perché ho be­vuto. Che il diavolo ti porti!... Tu credi che io abbia bisogno di te... Ma guardami: io sono un sottuffi­ciale! Tu non sai dire: sottufficiale del I Reggimento di Granatieri di Sua Maestà. Ho servito lo zar e la patria lealmente e in buona fede. E chi sono? Tu credi ch'io sia un soldato? No, non sono un soldato: sono l'ultimo degli uomini, sono un orfano, sono uno che s'è perduto. Ho giurato che non avrei più bevuto, e ora ho ripreso a bere... Credi ch'io abbia paura di te? Macché! Non ho paura di nessuno. Mi son rimesso a bere, sì, mi son rimesso a bere. E ora, per due settimane di seguito, m'ubriacherò: prende­rò le patate per noci. Venderò anche la mia croce, il mio berretto, impegnerò i miei documenti. Non ho paura di nessuno! Al reggimento mi frustavano perché mi passasse la voglia di bere. Mi frustavano, mi frustavano e mi chiedevano: «Non lo farai più?». E io dicevo: «Lo farò di nuovo». Perché avrei dovuto aver paura di loro? Io son fatto così. Sono come Dio m'ha fatto. Una volta giurai che non avrei bevuto, e non bevvi più. Ora ho ricominciato a bere... e bevo! Non ho paura di nessuno, non inganno nessuno: so­no quel che sono... Perché dovrei aver paura di loro, di quel mucchio di letame? Dovete prendermi come sono! Un pope una volta mi disse che il diavolo si vanta sempre. « Quando cominci a vantarti — mi disse, — ti vien subito la paura. E se ti metti a aver paura della gente, il demonio ti piglia e ti porta via ». Ma, siccome io non ho paura della gente, mi sento sicuro, e gli faccio uno starnuto nella barba a quel mariolo. E' carne di porco chi l'ha messo al mondo! Non può farmi nulla. Ecco, gli ho detto quel che gli spetta.

Nikìta      (facendosi il segno della Croce). Infatti... che m'e­ra venuto in mente di fare!... (Butta via la corda).

Mìtric.     Che dici?

Nikìta      (alzandosi). Mi dici che non bisogna aver paura della gente?

Mìtric.     C'è proprio da averne paura di quel mucchio di letame! Guardala un po' la gente mentre fa il ba­gno. E' tutta della stessa pasta. C'è chi ha la pancia più gonfia e chi l'ha più floscia. Questa è tutta la differenza. Di chi vuoi aver paura? Che un pastic­cino di piselli gli tappi la bocca!

Scena XI

Nikìta, Mìtric, Matrèna

Matrèna    (uscendo dall'izba chiama Nikìta). Dunque? Vieni o non vieni?

Nikìta.     Oh!... Vengo... E' meglio che vada. (Si avvia ver­so l'izba).

Cala la tela

Quadro II

Lo scenario è diverso: l'izba dell'Atto 1, piena di gen­te. Alcuni invitati sono seduti a tavola, altri sono in pie­di. In primo piano Akulìna e lo sposo. Sulla tavola le immagini sacre e il pane. Fra gli invitati ci sono Marìna, suo marito e il sergente. Le donne cantano delle canzoni. Anìssia dispensa il vino. I canti cenano.

Scena i

Anìssia, Marìna, il marito di Marìna, lo sposo, il cocchie­re, il sergente,

la sensale di matrimoni, il paraninfo, Matrèna, gli invitati e la folla.

Il cocchiere. Se bisogna andare, andiamo. La chiesa non è tanto vicina.

Il paraninfo. Aspetta un momento. Il patrigno deve dar la sua benedizione. Dov'è?

Anìssia.    Viene subito, amici cari. Bevete ancora un bicchierino. Non dite di no.

La sensale di matrimoni. perché si fa aspettar tanto? L'aspettiamo da un pezzo.

Anìssia.    Viene, viene subito. Una ragazza spelata quan­to tempo ci mette a farsi la treccia? Tanto gli ci vuole a lui per arrivar qui. (Dispensa dell'altro vino). Viene subito. Cantate intanto qualche altra canzone, belle mie.

Il cocchiere. Le abbiamo già cantate tutte le canzoni. S'è fatto aspettar tanto...

(Le donne ricominciano a canta­re. Mentre cantano entrano Akìm e Nikìta).

Scena II

Detti, Akìm, Nikìta

Nikìta      (tiene Akìm per un braccio e lo spinge avanti). Vieni, babbino: non si può fare a meno di te.

Akìm.        Non mi piacciono certe cose, già...

Nikìta      (alle donne). Basta! Tacete. (Gira lo sguardo su tutti quelli che sono nell'ìzba). Marìna, ci sei anche tu?

La sensale di matrimoni. Vieni, prendi l'immagine e da' la tua benedizione.

Nikìta.     Aspetta un momento. (Si volge intorno). Akulì-na, ci sei?

La sensale di matrimoni. Ma perché chiami la gente? Dove vuoi che sia? E' strambo assai quest'uomo!...

Anìssia.    Oh! Padri miei! Ma perché è scalzo?

Nikìta.     Babbo! Sei qui? Guardami. Compagni ortodossi, voi siete tutti qui. Eccomi davanti a voi! (cade in ginocchio).

Anìssia.    Mikìtuschka! Ma che hai? Povera testa mia!

La sensale di matrimoni. Che roba!

Matrèna.   Lodicevo io che ne ha bevuto un po' troppo di quel vino francese... Calmati. Che hai?

(La gente tenta di far alzare Nikìta, ma questi non da retta a nessuno e ha lo sguardo fisso davanti a sé).

Nikìta.     Compagni ortodossi, sono colpevole! Voglio con­fessarmi.

Matrèna    (prendendolo per una spalla). Ma che hai? Hai perso la ragione? Amici, è matto; bisogna portarlo via.

Nikìta      (respingendola). Lasciami stare. E tu, babbo, stam-mi a sentire. Prima di tutto: Marìnka, guardami! (Si china fino a terra, poi si rialza). Sono colpevole verso di te: t'ho promesso di sposarti, t'ho disono­rata, t'ho ingannata, t'ho abbandonata. Perdonami, in nome di Cristo! (Si china di nuovo fino a terra).

Anìssia.    Ma che t'ha preso? Non è proprio il momento! Nessuno ti chiede conto di nulla. Alzati! Perché di­ci queste cose?

Matrèna.   O-o-oh! L'hanno stregato! Che gli hanno fat­to? Ha la mente guasta... Alzati e non dir scemenze. (Lo tira).

Nikìta      (scuotendo la testa). Non mi toccare... Perdonami, Marìna, perdona, in nome di Cristo, il peccato che ho commesso verso di te.

(Marìna si copre il viso con le mani e non risponde).

Anìssia.    Alzati, ti dico. Perché dici certe cose? Come ti viene in mente di ricordarle? Smettila con queste scene! Che vergogna! Oh! Povera testa mia! E' matto sul serio!

Nikìta      (respingendo la moglie e volgendosi verso Akulìna). Akulìna, ora parlo a te. Ascoltatemi, compagni ortodossi! Sono dannato! Akulìna, sono colpevole verso di te. Tuo padre non è morto di morte natu­rale: è stato  avvelenato.

Anìssia     (manda un urlo). Povera testa mia! Ma che ha?

Matrèna.   Non è in sé. Portatelo via!

(Gli invitati si accostano e tentano di prenderlo).

Akìm         (allargando le braccia). Fermi, ragazzi! State fer­mi... già...

Nikìta.     Akulìna! L'ho avvelenato io. Perdonami in no­me di Cristo!

Akulìna     (scattando). Non è vero! Io lo so chi è stato.

La sensale di matrimoni. Ma che fai? Sta' quieta!

Akìm.        Oh! Signore! Che peccato! Che peccato orribile!

Il poliziotto. Prendetelo! Fate venire il capo del villag­gio e dei testimoni. Bisogna redigere un verbale. (A Nikìta). Alzati e vieni qua.

Akìm         (al poliziotto). Tu, bottone lucido1, aspetta: la­scialo parlare... già... lascia che parli...

Il poliziotto (ad Akìm). Tu, vecchio, non mischiarti in certe cose. Io debbo redigere un verbale.

Akìm.        Eh! Come sei, tu! Aspetta, ti dico. Lascia stare il verbale, già... Ora sta per compiersi l'opera di Dio... C'è un uomo che si pente, e tu pensi al verbale... già...

Il poliziotto. Che venga il capo del villaggio.

Akìm.        Lascia che si compia l'opera di Dio, poi potrai fare quel che hai da fare... già...

Nikìta.      Akulìna,  anche  verso  di  te  ho  commesso  un grande peccato; t'ho disonorata. Perdonami, in nome di Cristo! (Si china fino a terra).

Akulìna     (alzandosi da tavola). Lasciatemi! Non voglio sposare più. Fu lui che mi comandò di prender ma­rito. Ora non voglio più sposarmi.

Il poliziotto. Ripeti quel che hai detto.

Nikìta.      Aspettate, signor sergente, lasciatemi finir di parlare.

Akìm         (con slancio). Parla, figliolino, di' tutto! Ti sentirai sollevato. Confessati a Dio e non aver paura degli uomini... Dio! Dio! Eccolo!...

Nikìta.     Hoavvelenato il padre e ho rovinato la figlia, cane che sono! Le ho fatto violenza e ho ucciso il bambino.

Akulìna.    E' vero! E' vero!

Nikìta.     Hosoffocato il bambino in cantina, con una ta­vola di legno. Mi ci son messo su... l'ho soffocato... E quelle ossicine scricchiolavano... (Piange). Poi l'ho sotterrato! Sono stato io, io solo!

Akulìna.    Non è vero! L'ho spinto io...

Nikìta.     Non mi difendere. Non ho paura di nessuno ora. Perdonatemi, compagni ortodossi! (Si inchina fino a terra. Una pausa).

Il poliziotto. Legatelo. La vostra festa mi pare che sia finita piuttosto male. (Alcuni mugik si avvicinano con delle cinghie).

Nikìta.     Aspetta. Non ti mancherà il tempo... (Si inchi­na fino a terra davanti a suo padre). Babbo caro, perdona anche tu a questo dannato! Me l'hai detto fin dal primo giorno, quando mi son messo dietro a questa svergognata. M'hai detto: «Zampino ac­chiappato, uccello rovinato». Io, da quel cane che sono, non ho ascoltato le tue parole e tutto è an­dato come dicevi tu. Perdonami, in nome di Cristo!

Akìm:        (con slancio). Dio ti perdonerà, figliolino caro. (l'abbraccia). Tu non hai avuto pietà di te stesso, ma lui avrà pietà di te. Dio! Dio! Eccolo!...

Scena III

Detti e il capo del villaggio

Il capo del villaggio (entrando). Ci sono molti testimo­ni qui.

Il poliziotto. Procederemo subito all'interrogatorio.

(I mugik legano Nikìta).

Akulìna     (avanzandosi e mettendosi accanto a Nikìta). Dirò la verità. Interrogate anche me.

Nikìta      (legato). Non c'è bisogno d'interrogare. Ho fat­to tutto da solo. Io ho avuto l'idea, io l'ho messa in opera. Che mi si porti dove mi spetta di anda­re. Non dirò più nulla.

Cala la tela

1 Popolare per Nikìta.

2 Le stufe delle capanne russe sono larghe e danno un calore moderato, sicché i contadini se ne servono per dormirci su.

1 Misura di lunghezza (m. 0,711).

[1] Artèl:  associazione di operai.

2 Calzatura popolare.

3 Femminile di starets = eremita.

4 Santa ortodossa la cui bontà è famosa.

1 Detto  popolare  che  significa  che  la  virtù  della  sposa  ha subito degli attentati.

1 Donna.

1 Popolare per Nikòla.

1 Calzatura di scorza di tiglio.

1 Un biglietto da dieci rubli.

2 Misura agraria.

1 Calzatura di feltro.

2 Pelliccia di montone.

3 Strisce di stoffa che si avvolgono intorno alle gambe.

1 Grivna: moneta da 10 kopek.

1 Diminutivo di Akulìna.

1 Vestiti da contadini.

1 Un pud equivale press'a poco a 16 kg.

1 Mìtric vorrebbe dire Kùrdi.   Krùgli significa  tondi.

1 E' un proverbio russo.

1 Allude  all'uniforme del  poliziotto.

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