La procura

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LA PROCURA

Tre atti di Turi Vasile

LE PERSONE

LUCIETTA

PAOLO

DON MICIO

DONNA FELICIA, 50 anni

IL PODESTÀ

'GNA 'NZULA, 22 anni 'GNA MARA, 25 anni PADRE DON SANTO IL SIGNOR 'NTONI IL CARABINIERE

VINCENZO, 30 anni

SPERANZA

MARIA

LUCIANO

BRASI COSADUCIARO

MASTRO JACHINO

VANNI L'ORBO

MASSARO PEPPE

Ragazze, uomini, donne, bambini A Caropepe

ATTO PRIMO

LA SCENA

La piazzetta di Caropepe.

Di fronte: Verso la sinistra dello spettatore la chiesa con scalinata: verso la destra una strada che si apre tra la chiesa e un muro, e ha per sfondo il cielo.

Lato destro: Casa di Donna Felicia e casa di 'gna 'Nzula, entrambe con finestra al primo piano, e sportello alla porta d'en­trata.

Lato sinistro: Casa del Podestà con balcon­cino e casa di 'gna Mara con finestra.

Nel mezzo: Verso destra, un sedile di ferro rotondo, attorno ad un lampione.

(Altalzarsi del sipario la scena è vuota. Un coro di voci bianche si avvicina: è un canto siculo, melodico e fascinoso. Si distinguono il suono di una fisarmonica, e scoppi di risa argentine. Incuriosita la 'gna Mara sporge il capo dalla finestra di casa sua e sta a guardare le scene seguenti. Sulla strada compaiono Lucietta e sua madre, seguite da Don Micio e da al­cune ragazze. Tutte portano sottobraccio grosse brocche colme d acqua).

Le ragazze             - Evviva la sposa!

Felicia                    - Grazie, grazie ragazze. Ma ora la­sciatela: non vedete come è pallida? Da più di un mese non dorme quasi e man­gia poco.

Le ragazze             - Evviva Lucietta!

Felicia                    - Non le fate confusione, per carità. M'atterrisco che domani lo sposo la trovi dimagrita e brutta.

Micio                     - Ce ne andiamo subito, donna Feli­cia, se pensate così. Noi volevamo farle un po' di festa.

Lucietta                 - (impacciata) Ed io ringrazio di cuore tutta la compagnia.

Speranza                - Donna Felicia, è l'ultimo giorno che Lucietta sta con noi e ci contate le pa­role e i minuti... Poi col marito e coi figli che verranno ci penserà più di mettersi a ballare e cantare come noi?

Maria                     - Meglio così, per quanto è vero Id­dio. Ah! mi potessi maritare pure io domani.

Micio                     - Ad una ad una tutte se ne vanno e non tornano più. Io solo non me ne vado mai.

Speranza                - Sentiremo la tua mancanza, Lu­cietta, specialmente i primi giorni. Più di quando se ne andò Nella, tua cugina e Rosa la Pagliuzza...

Maria                     - Beate loro! Che ne abbiamo della vka in questa terra? I figli e la religione, Gesuzzo benedetto!

Micio                     - Tu eri la migliore per cantare e in­tonavi così bene, che tutti si fermavano a sentirti. Ed ora te ne vai. Per sempre.

Lucietta                 - (trasognata) Per sempre...

Felicia                    - (visibilmente commossa) Che me la piangete per invidia mia figlia che do­mani va sposa, ah! Male lingue! (Entra bruscamente in casa).

Micio                     - Pure tua madre è commossa, ma non c'è che fare. Il tempo passa e il sentimento cambia: sì attacca alla madre al marito ai figli, ed è sempre un altro, che so, come un'altra vita. Quand'ero piccolino mi te­nevo stretto alle sottane di mia madre, e mi pareva che non si potesse campare in un altro modo. Invece ora se me ne ricor­do mi addolora sì, ma penso che è una cosa già passata. E i miei fratelli! L'ultimo che mori faceva il meccanico a Catania. Due estranei diventammo. Ogni tanto ve­niva a Caropepe: un abbraccio un saluto e partenza. Quanto tempo è passato da al­lora... Maledetta la chiacchiera, ragazze! Lucietta ha bisogno di riposo. A casa! A casa!

Speranza                - Addio Lucietta. Sii felice e con­tenta e... non piangere domani sull'altare quando ...Dicono che si piange dicono.

Maria                     - Di gioia si piange.

Micio                     - E di dolore no?

Speranza                - Addio. Domani canteremo per te tutta la Messa.

Le ragazze             - Addio, Lucietta, addio!

(il gruppo si sparpaglia e scompare da par­ti diverse. Sull'angolo della casa è Paolo)

Paolo                     - Lucietta!

Lucietta                 - (che stava per entrare, spaventata) Gesuzzo!

Paolo                     - Ti ho spaventata?

Lucietta                 - Assai assai, Paolo. Ma ora vat­tene. Se ti vede mia madre!

Paolo                     - Lucietta: mi vuoi bene?

Lucietta                 - E lo puoi dubitare?

Paolo                     - Dimmelo allora.

Lucietta                 - Paolo. Ti voglio bene.

(Dalla finestra la 'gna Mara scoppia in una risata sguaiata. Lucietta entra svelta svelta in casa quasi a nascondersi per la vergogna).

Paolo                     - 'Gna Mara! 'gna Mara! Sempre in mezzo ai piedi vi ho!

Mara                      - Gua! Non si può ridere alla finestra?

Paolo                     - Siete una mala erba. Meritereste...

Mara                      - Per quello che merito c'è solo mio marito.

Paolo                     - Vostro marito!

Mara                      - Ci avreste a ridire?

Paolo                     - Sono fatti che non mi interessano.

Mara                      - E allora voi tubate ed... io rido. Ah! Ah! Ah!

Paolo                     - 'Gna Mara, ricordatevi che noi due non abbiamo niente da dividere.

Mara                      - E chi dice questo?

Paolo                     - Ridete, che vi fa buon sangue, ma a tempo e a luogo.

Mara                      - Io rido di Donna Felicia che accom­pagna la figlia all'acqua e la nasconde al fidanzato. E il fidanzato invece...

Paolo                     - Basta e non mi fate gridare. Se no per l'anima...

Mara                      - Calmatevi. Non avete nessun diritto sopra di me. Non l'avete voluto e basta. Pigliatevi quella smorfiosa di Lucietta morta di fame. (Chiude con furia le im­poste).

Paolo                     - (urlando) È questo eh? È questo che ti scioglie la lingua e ti apre gli occhi, stre­ga maledetta. Non avevo a che farmene di una viperaccia come te. Ci hai ancora il ve­leno cne t'esce fuor del naso perchè non t'ho voluto?

Felicia                    - (uscendo dalla porta di casa sua) Ma Paolo, che fai qua? Non è giusto far­ti vedere da queste parti a gridare come un pazzo.

Paolo                     - Io... io sono contento, e gridavo, sì gridavo la mia gioia.

Felicia                    - Ma parlavi di veleno. E che c'entra il veleno?

Paolo                     - Già. Mi son tolto un veleno...

Felicia                    - Come?

Paolo                     - No... Un veleno.

Felicia                    - O avevi a ridire con qualcuna? Che so! mi pare...

Paolo                     - Ma, donna Felicia, che andate pensando ancora alle mie spalle. Mi avete tor­mentato per mesi e mesi di domande; vi siete informata con tutte le comari del pe­se fino alla mia terza generazione passa­ta, ed ora, alla vigilia... Dio di fede e d'a­more!...

Felicia                    - Senti, Paolo: io ti dò Lucietta. Ma statti accorto. Sono una femmina di forza e che vigila sempre: ho gli occhi aperti io. Mi è morto il marito sei anni fa, sei anni fa a novembre che viene, per disgrazia; e l'uomo a casa mia l'ho fatto io. Stai accor­to, ti dico.

Paolo                     - A che pensate...

Felicia                    - Da queste parti poi non ri ci voglio. La gente mormora, la gente sparla, e tu non devi vedere Lucietta prima di domani mattina.

Paolo                     - Va bene, donna Felicia, va bene. Raccomandatemi a Lucietta. Io penso sempre a lei.

Felicia                    - Hai parlato col dolciere?

Paolo                     - Ci ha pensato mio padre. Verrà sta­sera a parlare con voi.

Felicia                    - Non ti ci vuoi occupare affatto di questo matrimonio, figlio santo! Lasci rare a tuo padre. Eppure sei un uomo ormai, e hai fatto il soldato in marina.

Paolo                     - È che a certe cose non ci voglio pen­sare.

Felicia                    - Ma quando sarai sposato a tutto penserai tu, a tutto dico. Devi fare Tinteresse della tua casa, capisci? e non l'inte­resse dei tuoi fratelli o che so, dei gabellotti. E quello che ti spetta governalo tu, con le tue stesse mani; tu mi ascolti? Ma poi ci sarò io, fino a che il Signore mi darà un po' di vita. A me mi ascolterai, mi ascolterai; non è vero?

Paolo                     - Va bene, donna Felicia, va bene. Ma ricordatemi a Lucietta mi raccomando. Voglio che non si emozioni troppo e dite­le che io mi sognerò a lei stanotte, tutta bella, con una corona di oro sulla fronte come una regina, e un mazzo di bàlico sul petto.

Felicia                    - Pulcinella, che lingua! Ci penso io, non dubitare. Ed ora vattene.

Paolo                     - Beneditemi, donna Felicia.

Felicia                    - Amen e così sia.

(Felicia guarda Paolo che va via, e poi fa per entrare in casa).

Micio                     - (sopraggiungendo) Donna Felicia! O donna Felicia!

Felicia                    - Che c'è, don Micio?

Micio                     - Mi manda Turiddu il pastore.

Felicia                    - Che vi ha detto?

Micio                     - Ha detto che va bene.

(Felicia entra in casa sua. Don Micio sic. de, con un sospirone di sollievo, al sedile di ferro, e prova ad accordare qualche no­ta. È un pomeriggio estenuante di prima­vera. Si oae il canto di un carrettiere giun­gere e allontanarsi nello stradale: Sta finistredda di cammira scura quanti suspiri m'ha fattu jttari!)

Mara                      - (dal di dentro della sua casa) Pi ruzzi! Piruzzi! Piruzzi! (Si affaccia sulla soglia di casa col grembiule raccolto e chiamando ancora le galline che la seguono) Piruzzi! Piruzzi! Piruzzi! (lascia cadere il mangi­me e scuote il grembiule, poi accorgen­dosi di Don Micio) Ah, don Micio. Vi ripassate la suonata per il festino di do­mani?

Micio                     - (guardandola) Siete una gran bella femmina, 'gna Mara, una gran bella femmina ringraziato Dio. Specialmente quan­do date il granone alle galline.

Mara                      - Che vergogna! Un vecchio come voi.

Micio                     - E per questo lo dico, perchè sono vecchio. (Sospira) Ai mie tempi non ve l'avrei detto che siete bella: ve l'avrei fat­to capire. Che gran bella femmina che siete 'gna Mara quando date i\ granone alle galline. Ma io sono un vecchio chiacchie­rone, il vecchio più chiacchierone di tutta Caropepe. E quando non parlo, suono. (Suona una leggiera tarantella in sordina).

Mara                      - Con quei due soldi di pensione che vi danno spassate il tempo a rompere le teste alle persone. E quella cricca di ra­gazze che va all'acqua! Non si sente altro che musica e canzoni in tutta Caropepe. Ma quanto è vero Dio non la contate giu­sta don Micio, non la contate giusta. Ci sentite piacere a stare in mezzo a auella gioventù, a tutte quelle vergini... (vedendo TnTzula comparire sulla soglia di casa, e correndole incontro) 'Gna Nzula final­mente!

'Nzula                    - Che c'è 'ena -Mara?

Mara                      - Avete visto? Stamattina donna Feli­cia non ha pensato che a vendersi il suo vino. Pensate: oggi, vigilia di domani che si sposa sua figlia Lucietta.

'Nzula                    - È miserabile; per un soldo si fa­rebbe sparare.

Micio                     - Mhl Avete la lingua lunga tutte e due!

Mara                      - Voi fatevi gli affari vostri.

Micio                     - Sì, come ve li fate voi!

Mara                      - Pareva una generalessa. Bastiano di qua, Jano di là. Presto, che il tempo è pe­so d'oro. Non le scappava manco una mez­za goccia del suo vino.

'Nzula                    - Dobbiamo dire la verità: donna Felicia è una femmina fina che sa fare.

Mara                      - E invece i due fidanzati gliela fanno a modo loro sotto il naso.

‘Nzula                   - Andate là, che dite!

Mara                      - Sui sette sacramenti!

'Nzula                    - Io non ci posso credere. Con quella sorveglianza!

Mara                      - Che vi pare di essere, 'gna 'Nzula?

'Nzula                    - E chi gliela può fare se ha più di cento occhi!

Mara                      - Mi dovessero portare a Mazzarà, al Santuario di San Vito, morsicata da un cane.

Micio                     - Magari Dio!

'Nzula                    - E che sapete? Che avete visto? È mezz'ora che parlate e non avete detto niente. Che hanno fatto?

('Ntoni e il podestà vengono ragionando tra di loro. Di lì a poco sopraggtungeranno Maria e Speranza)

Mara                      - Guardate, c'è il podestà con il padre di Paolo. Ora non ve lo posso raccontare.

'Nzula                    - Deve rifletterci prima con la fanta­sia. Ho già capito. Basta.

Mara                      - Se è così... venite a casa mia!

(La 'gna Mara e la 'gna 'Nzula entrano nella casa della prima).

'Ntoni                    - Per chi conclude un matrimonio, compare signor podestà, sapìte che ci de­ve 'ssìre la convenienza. Oggi o domani mi capita un partito migliore: io mi aggiu­sto per il bene di mio figlio. Va bene che in confidenza non c'è più che fare un giorno prima dello sposalizio, ma non è giusto cne una villana si prenda gioco di me e dei miei denari Non saccio la vo­stra 'piniòne in proposito, ma immagino, compare signor podestà, ch'essa sia favo­revole a quello che io voglio sostenere.

 Il Podestà             - Signor 'Ntoni: come compare e come primo cittadino cM Caropepe vi prometto il mio aiuto. Ma vi confesso che donna Felicia mi pare un osso duro da rodere.

'Ntoni                    - Ossa dure ce ne ha più di uno, com­pare signor podestà; ma vi pare giusto che oltre al mobilio - ce lo fazzo io a Paolo perchè è l'usanza - vi pare giusto che ol­tre al mobilio devo pagare il trattamento di domani?

Il Podestà              - Qui ci avete ragione. Ah, ecco don Micio che sì prende il sole.

Micio                     - Benedìcite, signor podestà. Benedi­cite, signor 'Ntoni.

'Ntoni                    - Buongiorno.

Micio                     - Se disturbo...

'Ntoni                    - Ma no, Don Micio, potìte restare. Si tratta di quella avara di donna Felicia. Mi deve dare metà del trattamento, o per lo meno...

Il Podestà              - Metà del trattamento è buono. Intercederò per voi.

‘Ntoni                    - Vi arringrazio. Venite con me da commare Felicia e sono sicuro che si per­suaderà se ci sarìte voi.

Il Podestà              - E allora, compare, andiamo.

'Ntoni                    - (in saluto) Don Micio!

Micio                     - Servo.

(/ due entrano in casa di donna Felicia).

Speranza                - Le altre stanno venendo.

Micio                     - (rivolto a Maria) Viva Maria! Sem­pre con il muso? Luciano come ti sopporta?

Maria                     - Luciano. Ci credete, don Micio, che mi vuol bene?

Micio                     - Ma che hai nel cuore tu? Certe vol­te mi fai spaventare. Ci hai una bocca del Mongibello nel tuo cuore, per quanto è vero Dio.

Maria                     - Il meglio di me si sta pigliando, e sposare non mi vuole. Qualche giorno farò qualche pazzia. Lasciamo stare, don Mi­cio: quello che è destino è destino. (Vengono le altre ragazze).

Le racazze             - Don Micio! Don Micio!

Micio                     - Finalmente. Era un pezzo che vi aspettavo per andare all'acqua assieme.

Speranza                - E Lucietta? È in carcere sempre?

Micio                     - E che carcere! Figuratevi che ci son sopra il podestà e il signor 'Ntoni che par­lano di affari.

Le ragazze             - Di affari?

Speranza                - Che affari hanno da spartire in­sieme tutti e tre?

Micio                     - Ma come! II matrimonio di Paolo e Lucietta. Il podestà, sapete, è un testimo­nio. Ora pare che non si vogliono accorda­re all'ultimo momento. Il Signor 'Ntoni vuole metà del trattamento di domani.

Le ragazze             - E perchè?

Micio                     - Perchè? Che vi pare che è il matri­monio? Un contratto come un altro. Si-pi­gliano prima tutti gli accordi e poi se con­viene si firma. Io so che in città uno si può fidanzare magari per mezzo dei giorna­li. Si mette un annunzio, sì, assieme a quelli delle occasioni, delle vendite all'a­sta, e dopo un paio di giorni ecco trovato uno sposo o una sposa con tutte le mi­sure domandate. Così dalle parti nostre. Il primo che capita, basta che sia sempre un buon partito, riingraziando a Dio. Ah! Ma­gari io un tempo lontano lontano mi ero montata la testa di chi sa che cosa. Ave­vo il fuoco di Mongibello nelle vene. Ora sono vecchio.

Maria                     - Ma Paolo e Lucietta si amano!

 Li ragazzi             - Si amano!

Micio                     - Si amano. Belle parolel Dite invece che l'una piace all'altro. La 'gna Grazia ha fatto da ruffiana: 'Ntoni e Felicia han­no steso il contratto, e Paolo e Lucietta si a-fiia-no. (Ride). Passerà pure il tempo del­l'amore e speriamo che abbiano la pazien­za di sopportarsi e di compatirsi dopo i primi giorni.

Speranza                - Ma don Micio!

Le ragazze             - Don Micio!

Micio                     - (sospira) Avete ragione, ragazze, io parlo troppo. Sono il vecchio più chiac­chierone di Caropepe. Andiamo all'acqua ora che è tardi, e cantate per tutta la stra­da. L'amore è come la lava del Mongibello: trabocca, arde, brucia tutto, poi si spe­gne, si indurisce. Ma non mi date inte­sa, e credeteci all'amore, credeteci! Ma an­diamo che e tardi ora, maledetta la chiac­chiera, e l'acqua è lontana quasi un mi­glio. (Se ne vanno cantando. La 'gna Ma­ra e la 'gna 'Nzula si afacciano alla fine­stra incuriosite),

Mara                      - Che c'è?

'Nzula                    - Quel pazzo di don Micio: immagi­no che se ne va all'acqua con le ragazze appresso.

Mara                      - Già, è proprio lui. Se sapeste quello che m'ha detto. Pure i vecchi» mi guardano e mi ammirano. Tutti m'avrebbero voluto, e quello smorfioso di Paolo Ballasciocchi ...lasciamo stare... a me, a me, la figlia del carrettiere di Carlentini.

'Nzula                    - Manco se diceste: la baronessa di Palagonìa!

Mara                      - Vi sentite migliore di me?

'Nzula                    - Ho buon marito e basta.

Mara                      - Andate là, che pure a voi Paolo ha fatto gola. Vi ricordate quando venne in licenza vestito da marinaio?

'Nzula                    - Eccolo! È con Padre don Santo. (Padre don Santo e Paolo, provenienti calla strada entrano in chiesa),

Mara                      - Si va a confessare, immagino.

'Nzula                    - SI. Va a confessarsi.

Mara                      - Deve averne sulla coscienza.

'Nzula                    - E perchè?

Mara                      - Ha girato il mondo con la nave lui.

'Nzula                    - E che c'entra questo con la religio­ne? E poi come siete esagerata, tutto il mondo!

Mara                      - Ve lo giuro sull'anima di mia madre. Me lo ha detto lui quando...

'Nzula                    - Siete una vera bugiarda, 'gna Mara. E chi vi crede più?

Mara                      - Basta. Con voi non si può andare mai d'accordo.

'Nzula                    - La colpa è vostra.

Mara                      - Gua! La colpa è mia?

'Nzula                    - Sì, vostra e della lingua che ci avete.

Mara                      - 'Gna *Nzula, non mi mettete con le spalle al muro.

'Nzula                    - Che mi vorreste dire...

Mara                      - Non costringetemi a buttarvi fuori.

'Nzula                    - A me, a me, questa falsa e strafallaria! (Scompare dalla finestra, seguita da 'gna Mara. Ma le voci si odono gridare dall'interno della casa). Me ne vado con i miei piedi da questa casa che puzza.

Mara                      - Che vi pare che è, la casa di un vil­lano? È la casa di un carrettiere, di Vicenzo il carrettiere.

'Nzula                    - Vi strappo gli occhi dalle orbite se parlate ancora e vi mozzo la lingua. Che vi pare: non lo so che avete gettato la iet­tatura nella mia casa? Ma non ce la fate, ve lo dico io.

                              - (Mentre le due comari si insultano sulla soglia di casa, compare un carabiniere se­guito da due o tre monelli sbrindellati e sporchi, curiosi e intontiti spettatori delle scene seguenti. I ragazzi hanno tra le ma­ni un cerchio di ferro per uno).

Il carabiniere         - (a 'Nzula che è uscita) Si­gnora!

Mara                      - E che mi avete preso per una maiara, villanaccia che non siete altra! Dite piutto­sto che voi ci avete gettato il malocchio sulla mia casa per invidia.

'Nzula                    - (tremando tutta) Se non sta zitta io faccio qualche cosa... Mi sento tremare fino alle midolla.

Il carabiniere         - Signore!

Mara e 'Nzula        - (spaventate) Oh?!

Mara                      - La colpa è sua, signor brigadiere. L'avete sentita voi stesso. « Io faccio qual­che cosa »... minaccia... minaccia a me. (Scoppia in singhiozzi).

Il carabiniere         - Ma che lagrime ora. M'im­porta poco delle vostre chiacchiere a me! Io cercavo Paolo Rcstuccia.

'Nzula                    - Prendeva impresa per non restare indietro, signor maresciallo; ma la colpa è tutta sua che mi voleva cacciare da casa sua.

Il carabiniere         - O insomma lo avete visto Paolo Restuccia? Questo m'interessa.

'Nzula                    - Paolo Restuccia? E chi lo conosce?

Mara                      - Paolo Rcstuccia!

'Nzula                    - Ma non dev'essere del paese imma­gino.

Mara                      - E manco di Carlentini perchè se no...

Il carabiniere         - Ma è nato e cresciuto qua. Paolo... sì... quel giovane... Paolo che ha fatto il marinaio.

Mara                      - Ah, Paolo Ballasciocchi! Se non vi spiegate chiaro!

Il carabiniere         - Paolo Restuccia: più chiaro di» così!

'Nzula                    - Ma se non dite l'ingiuria come si fa a conoscere la gente?

Il carabiniere         - Insomma ho capito: con voi ci perdo le parole.

Mara                      - Ma no, aspettate. Lo abbiamo visto.

'Nzula                    - È qua.

Il carabiniere         - Dove?

Mara                      - In chiesa che si confessa. Ma se si tratta di informazioni... vi giuro che di me vi potete fidare.

'Nzula                    - Che ha fatto di male?

Mara                      - Di noi potete fidarvi come di voi stesso.

Il carabiniere         - Uhi Siete curiose!

Mara                      - Se non si può sapere niente, pazienza.

'Nzula                    - Noi avevamo tutte le buone inten­zioni per favorirvi.

Il carabiniere         - Grazie. Troppo gentili.

Mara                      - Ma se sono cose segrete... che so...

Il carabiniere         - Non c'è niente di segreto. È una chiamata alle armi.

'Nzula                    - Una chiamata alle armi?

Il carabiniere         - (leggendo) Si. Deve presen­tarsi domani ad Augusta.

Mara                      - Domani? (scoppia a ridere) Domani! Domani! Viva lo sposo di Lucietta! Cucù!

Il carabiniere         - Ma che vi prende?

'Nzula                    - La vipera ride sul dolore degli altri.

Mara                      - (isterica) 'Gna 'Nzula! 'Gna 'Nzula!

Il carabiniere         - Non ricominciate adesso, per carità; ne ho abbastanza delle vostre chiac­chiere. In sostanza avete detto che Paolo è in chiesa. Se è vero che si confessa...

Mara                      - Sull'anima di mia madre!

Il carabiniere         - Grazie, ma lasciate stare i morti: non vi avevo detto di giurare. Se è vero dunque che si confessa mi conviene di aspettarlo qua. E niente chiacchie­re, eh! In caso contrario vi spedisco a casa vostra tutte e due, oppure...

Mara                      - (spaventata) Bella Madre di Dio! È lei la mala lingua.

(Escono dalla casa, di Donna Felicia il Podestà e 'Ntoni, insoddisfatti per la cat­tiva riuscita del colpo).

Il podestà              - Che vi dicevo, compare 'Ntoni? È una vecchia stagionata che non cede mai.

'Nzula                    - Guardate. Là c'è il padre di lui, di Paolo, quello col podestà.

'Ntoni                    - Se ne approfitta compare signor po­destà, se ne approfitta perchè non si può tornare indietro a questo punto.

Il carabiniere         - Buon giorno» podestà. Buon­giorno.

Mara                      - (con gioia perversa) Questo e matri­monio che va all'aria. Sciù! Sciù! Paradiso!

Il carabiniere         - Signor Restuccia, avrei una cosa per vostro figlio Pao!o.

'Ntoni                    - Per mio figlio... Paolo?! Che ci ha a vedere mio figlio con i Reali Carabi­nieri ?

Il carabiniere         - In sostanza niente di male. E’ solo una chiamata alle armi.

Il podestà              - Solo?!

'Ntoni                    - Avite detto... una chiamata alle armi?

Il carabiniere         - Sì. O meglio, rettifico, un richiamo. Deve presentarsi domani ad Augusta.

'Ntoni                    - Domani! Domani! E che siete paz­zo? Domani! E chi gliela leva la caparra al dolciere ora! Chi glieli leva i soldi al sarto al macellaio al pastaro al parroco... Voi siete pazzo! Facciamo magari dopo­domani.

Il carabiniere         - Signor podestà, fatelo zitti­re, se no sarò costretto a metterlo dentro per oltraggio alla divisa.

Il podestà              - Compare 'Ntoni, calmatevi. Cal­matevi, compare "Ntoni, per l'amor di Dio.

'Ntoni                    - Domani! Domani! Io ci perdo tutto il capitale! Bigliettoni da mille compare si­gnor podestà. E come campo e come cam­po con questa pietra nel cuore? Domani!

I monelli                - (schernendolo saltellano, e corrono via a dare la notizia per il paese gridando) Domani! Domani!

'Ntoni                    - Figli di cani. (Si agita, e dispera­to. Si precipita alla porta ai Donna Felicia e batta) Commare Felicia! Commare Felicia! Sangue di...

Felicia                    - (affacciandosi dalla finestra) Che c'è, compare 'Ntoni? O che siete impaz­zito?

'Ntoni                    - Scendete! Scendete!

Felicia                    - Adagio. Adagio. Con la calma si arriva a tutto. Ih! che furia (Scompare).

Mara                      - Questo è un matrimonio che non si combina più!

'Nzula                    - Ci godete sopra, anima dannata?

Mara                      - Paolo se Io merita. È la mano di Dio che si fa sentire.

Felicia                    - (uscendo di casa) Eccomi. Che c'è?

'Ntoni                    - Benedetta la vostra santa calma! C'è che domani questo matrimonio non s'a da fare.

Felicia                    - Madonna Santa! Non s'ha da fare?

II podestà              - Sopportate, sopportate con pazienza donna Felicia, voi siete forte...

'Nzula                    - Ora donna Felicia schiattai

Mara                      - E Lucietta, l'angelo dell'altare!

'Ntoni                    - Domani, capite, il matrimonio non s'ha da fare. Ed i miei soldi via! via! via! come se li avessi rubati...

Felicia                    - Compare 'Ntoni che mi volete coprire di ridicolo per tutto il paese di Caropepe? Ah! no. A questo non ci voglio arrivare. Siete più avaro dì un ebreo e in­dietro non volete restare per l'orgoglio che ci portate nel cuore. Ma così davvero non me la aspettavo.

'Ntoni                    - Eoreo! Cuore! Che diavolo dite. Il matrimonio non si può fare.

Felicia                    - (eroica) Va bene. E cedo. (Con un sospiro) Vi pagherò metà del trattamento. Ma ha da essere mLgliore del migliore che s'è visto in Catania.

'Ntoni                    - Che trattamento del diavolo! Il ma­trimonio non si può fare perchè Paolo do­mani parte per soldato.

Felicia                    - Paolo... parte per soldato? Per sol­dato avete detto? E mia figlia come mi resta ora? Come mi resta mia figlia?

'Ntoni                    - Ai miei soldi, sangue di Giuda la­dro, ai miei soldi che squagliano non ci pensate voi? Quasi tutto ho pagato per do­mani, quasi tutto, capite? Io mi faccio mo­rire per un soldo, e Dio lo sa come, tanto ch'ero venuto da voi per accordarmi... Va­do per farmi la croce e mi accieco un oc­chio.

Felicia                    - I soldi. Sempre coi soldi voi. Ma mia figlia ha avuto cento partiti, signori miei, cento partiti da scegliere. Tano, Jano, Santo, Luciano: il fiore dei giovani per mia figlia LucLetta. Ed ora mi capita que­sta malanova sulla schiena. Ahimè! Ahi­mè! Che male ho fatto io Maria, Madre di Dio!...

'Ntoni                    - Vostra figlia! Maritatela con un al­tro allora.

Felicia                    - E chi la vuole, e chi la vuole, figlia sventurata, dopo che vostro figlio ha pre­so impegno?

(Richiamata dai lamenti della madre, Lucietta si fa alla soglia di casa sua).

Mara                      - Eccola quella dei cento partiti. Guar­datela 'gna 'Nzula, la vostra Lucietta.

'Nzula                    - Siete una vipera siete!

Mara                      - Sciù! Sciò! Paradiso!

Lucietta                 - Mamma, mamma, che ti piglia ora?

Felicia                    - Figlia delle mie visceri, figlia degli occhi miei. È il destino, è il destino! Non c'è che fare. Sei nata sotto cattiva stella.

Lucietta                 - Mamma I Che è successo di male? Mamma I

Felicia                    - Oh, lo scandalo, lo scandalo. E lei mi resta nubile, e nessuno la vuole perchè è stata una volta fidanzata.

'Ntoni                    - E ì miei soldi, sangue di Giuda, dove li trovo più?

Lucietta                 - Madre Santissima del Rosario! Che è successo?!

Il podestà              - Ecco Lucietta: non ti impres­sionare. Paolo domani parte.

Lucietta                 - Domani parte? E come? E per­chè?

Il podestà              - Lo hanno richiamato per sol­dato.

Lucietta                 - Signore Iddio, ho aspettato da lunghi mesi questo giorno di liberazione: ho aspettato con tanta pazienza. (si ode un coro dt voci bianche avvici­narsi),

'Ntoni                    - Che c'è ora? Che c'è?

Il carabiniere         - Sono le ragazze che tornano dall'acqua. C'è don Micio con loro.

'Ntoni                    - E Paolo auel bacchettone non si fa vedere. Dove si e ficcato?

Mara                      - È in chiesa che si confessa.

'Ntoni                    - Chiamatelo, sangue di Giuda! Pen­sa a confessarsi lui di questi momenti. (Mara entra in chiesa). (Entrano intanto Don Micio e le ragazze. La scena andrà man mano animandosi di gente che verso la fine delVatto sarà una piccola folla. I personaggi principali, so­spinti verso la ribalta, rimarranno sempre ai primo piano).

Le ragazze             - (colpite perchè Lucietta pian­ge) Lucietta!

Micio                     - Tu piangi, Lucietta: che hai?

Felicia                    - Oh, voi! Non me la tormentate.

Lucietta                 - Don Micio, don Micio, domani non mi sposo più.

Le ragazze             - Non si sposa? - Come? - Che dice Lucietta? - Ah, non si mari­ta. - E Paolo che fa? Già, Paolo...

Micio                     - Non ti. sposi più? perchè?

Lucietta                 - Perchè Paolo parte per soldato-domani.

'Ntoni                    - Stasera, diavolone!

Micio                     - E piangi?

(Lucietta scoppia in singhiozzi).

Micio                     - E ti metti a piangere? Come se non ti dovessi maritare più; come se Paolo par­tisse... per non tornare più, mai più. No Lucietta, così no. Hai poca fede allora, hai poca fede! Non ti ricordi quando strappa­ste insieme - tu e Paolo - i petali della margherita bianca? E la margherita disse sì. L'avevo colta lontano, in un cimitero dell'Etna, e il fiore che nasce in terra sa­cra non sbaglia mai. Tu piangi. Ed egli forse va alla guerra. Fuori da questa mo­notonia dove non c'è niente eia sperare. Non piangere, Lucietta: vi amerete lo stes­so e sempre; vi amerete in modo nuovo, in modo vero, e il Mongibello e il cielo e le sciare e i fiori ti parranno diversi e ti parleranno di lui.

Felicia                    - E zitto, linguaccia del diavolo! Lo intossicate di più il cuore di mia figlia.

'Ntoni                    - Aspetta! Aspetta! Fiori! Zagara! E i denari, sangue di Giuda?

La gente                - Le congiunture della vita! - Tanti progetti, immagino, tanti sogni. - Era destinato così, non c'è che fare donna Felicia. Domani? - È possibile questa fa­talità? - Qualcuno ha gettato il maloc­chio sulla cosa. - Domani.! Domani!

Il podestà              - (non sapendo che dire) Basta, basta! Se no faccio sgombrare la piazza.

La gente                - Paolo va soldato - Dicono che ci sarà la guerra. Gesummaria! - Povera Lucietta! - Povero lui! - Amaro per chi parte non per chi resta in questo caso - Coraggio -. Donna Felicia...

Felicia                    - Bastai Andatevene a casa e fatevi t fattacci vostri.

(Paolo è apparso sulla scalinata della chie­sa: L folla tace d'incanto e fa ala mentre egli passa. Dietro a Paolo sono Padre don Santo e Mara).

Paolo                     - Lucietta!

Lucietta                 - Paolo! (Si abbracciano).

Felicia                    - Scandalo! Scandalo! Gesummaria, la figlia mi rovina. Divideteli, figli di cani, divideteli. (La trattengono).

Paolo                     - Tu mi aspetterai.

Lucietta                 - Paolo, ti aspetterò.

Paolo                     - (improvviso) E ci sposeremo. Ci spo­seremo lo stesso! Fosse anche per procura.

Lucietta                 - Sì. Per procura.

'Ntoni                    - Sangue di Giuda ladro!

Felicia                    - Ma è uno scandalo! È uno scanda­lo! Degenerati!

(Ma la parola che corre sulle labbra della folla prima mormorata poi gridata in on­data d'entusiasmo è una sola: La procu­ra! La procura! Paolo ragiona a bassa vo­ce col parroco e col podestà!).

Paolo                     - (alzando la voce) Voi, voi signor po­destà, sarete a rappresentarmi dinanzi al santo altare. (Applausi).

'Ntoni                    - Io spese non ne faccio più, manco se mi dovessero scannare!

Felicia                    - A me sta da decidere, non vogliol

La gente                - Il podestà! Che parli il podestà! Si. Fuori il podestà - Fuori, fuori. Vogliamo il podestà!

(Il podestà sì ritira in casa e presto appare al balcone).

La folla                  - Bene! Bene!

Il podestà              - Cittadine e cittadini di Caropepe. La Patria ha richiamato alle armi il vostro concittadino Paolo inteso Ballasciocchi. Egli doveva sposare domani mattina Lucietta intesa Cannizzara. Come lo può fare più? Quindi lo sposalizio per domani sfumo. Ma i due su nominati giurano da­vanti a Dio e davanti agli uomini che si sposeranno lo stesso, al giorno della Ma­donna del Carmine, anche se Paolo non sarà allora tornato dal richiamo militare. Nel quale caso io, primo cittadino di Ca-ropepe, lo rappresenterò orgoglioso dinan­zi all'altare e onorato di fare la presenza di un grande marinaio d'Italia! Si spose­ranno, vuol dire, per procura. (Applausi).

Il podestà              - (rivolto ai fidanzati) Ed ora ab­bracciatevi, e il Signore vi benedica.

Felicia                    - (al massimo dellesasperazione ve­dendo i due giovani abbracciati) Scandalo! Scandalo! Figlia ti maledico! Ti ma­ledico!

TELA

ATTO SECONDO

(Don Micio e le ragazze sostano nella piazza sperando di vedere almeno Lucietta, la promessa sposa maledetta dalla madre).

Micio                     - (declamando): « ... Cu voli puisia vegna 'n Sicilia ca porta la bannera di Vittoria; li so nnimici n'avirannu 'nvidia ca Diu ci desi ad idda tanta gloria. Canti e canzuni 'avi a centu milia e lu pò diri cu grannizza e boria: evviva evviva sempre la Sicilia la terra di l'amuri e di la gloriai ».

Le ragazze             - (gridano, poi restano come in at­tesa) Bene! Bravo a Don Micio!

Speranza                - (infine) È inutile, Don Micio; non la fa manco affacciare alla finestra.

Micio                     - Manco affacciare! A questo punto siamo arrivati.

Speranza                - Meglio che ce ne andiamo. Si di­ce che le maledizioni delle madri non fan­no avere ne luce né pace ai figli che l'han­no meritate. Povera Lucictta!

Micio                     - Non è giusto tenerla carcerata così! Piange davanti a Dio come un delitto.

Speranza                - Dicono che le maledizioni delle madri hanno effetto, fino alla morte. Ma­gari se sposa per procura, Lucietta non ve­drà provvidenza.

Micio                     - Magari? Ormai per forza si deve maritare.

Speranza                - Si. Ma provvidenza non ne ve­drà, povera Lucietta!

Micio                     - E chi lo sa? Tutto per due parole dette da una madre che non ragiona più, in un momento di collera?

Speranza                - Ma dicono che Iddio l'ascolta, e la maledizione resta in questa vita e nell'altra.

Micio                     - Tutti dicono così: ma poi chi sa?

Speranza                - E Paolo è lontano... con questa guerra...

Micio                     - Beato lui che è partito lontano. Io sempre qua tutta la vita, inchiodato a que­sta terra; mai ho passato, mai, lo stretto di Messina. Sempre a Caropepe si può dire. Dicono che al di là dello stretto la Sicilia diventa agli occhi tuoi bella dieci volte tanto, e le vuoi bene cento volte tanto.

Speranza                - E la povera Lucietta se ne va gior­no per giorno dal dolore e dalla desolazio­ne. È diventata un pane cotto, come una pera sfatta.

Micio                     - Andarsene all'altro mondo è anche un modo per passare lo stretto di Messina.

Le ragazze             - Don Micio!

Micio                     - Non c'è pericolo che mi morsichi la lingua quando parlo così, diavolone! Ma dicevo per me, non vi impressionate, non per Lucietta, che beata lei! si trova nel fiore degli anni, noi E dopo tutto che sia­mo nati a fare in questo mondo? Perchè ci torturiamo sotto il sole, chi zappa e chi mangia sul lavoro degli altri, chi se la pas­sa bene e chi muore di fame?... Il signor 'Ntoni che pensa al suo denaro, donna Felicia che ha il suo egoismo di madre, la 'gna Mara che non accorcia mai lo scilin­guagnolo, il podestà che non sa da quale lato voltarsi... e nessuno ha pace, nessuno ha calma. Tutto perchè? Per un matrimo­nio che ha da essere un contratto con gli utili di banca e una funzione di moralità.

 Maria                    - Ma ormai niente potrà dividerli, bea­ti loro che si vogliono bene tutti e due. Niente, e il giorno della Madonna del Car­mine si sposeranno.

Micio                     - Eh, Signore Iddio, questa è una cosa vera. Si sposeranno lo stesso. Gli altri non vogliono, gli altri maledicono, e Lucietta fa la volontà di Paolo che è lontano. Poi anche lei se ne andrà via da questa Caro-pepe dove si campa ogni giorno la stessa vita, e si metterà a camminare su strade nuove e grandi, su strade, lo sapete? più lunghe assai, più larghe dello stradone di Valcorrente. Se ne andrà in spirito, sì ca­pisce... (ride nervoso e tormentato) Chiac­chiere! Chiacchiere! Hai ragione, Speran­za. Lucietta diventa come il pane cotto, co­me una pera sfatta: se ne va Lucietta, se la squaglia. Questo ci ha (guadagnato. E io mi diverto a fare quattro chiacchiere con voi... Malandrinerie, ragazze, e basta. Bisogna esserci dentro nelle cose per capirle al com­pleto. Bello parlare discutere impiantare magari un sistema di filosofia, ma chi lo sa quello che c'è nel cuore di Lucietta! Pao­lo le ha data una parola. Sì, qui ci vuole, le ha dato l'amore. Ma per una parola vera che dice l'amore, dieci ne dice donna Fe-licia, cento il Signor 'Ntoni, mille la 'gna Mara. E quella che l'ha detta la parola, se ne va, se ne va, non la sostiene... perchè l'hanno condannata a morte.

Le ragazze             - (spaventate) Maria Vergine! Don Micio!

Mìcio                     - Che mi esce dalla bocca io non lo so. È la vecchiaia, sì, è la vecchiaia, ragazze, non ci fate caso. E ora via! via! a ca... a ca­sa. Non so manco io quello che dico. Le vostre madri vi aspettano e ini malediran­no l'anima se ritardate. Le maledizioni re­stano... evvero Speranza? (Le ragazze fanno per allontanarsi ma Spe­ranza si avvicina titubante a Don Mìcio).

Speranza                - (timida) Don Micio!

Micio                     - Che c'è, Speranza?

Speranza                - C'è qui Maria, che è triste.

Micio                     - Maria, che ti succede?

Maria                     - Luciano... non mi vuole più.

Micio                     - Ah! Luciano non vuole questo fiore di ragazza? Beh, fallo schiattare dalla rab­bia: c'è Turi che ti va appresso da mesi e mesi.

Maria                     -Ma io... ma io, Don Micio... gli voglio bene. Vi giuro che commetto una pazzia.

Mìcio                     - Ah, gli ti sei attaccata con tutta l'ani­ma, cuore di zucchero! Gli vuoi bene! Scommetto che non pensi ad altro che a lui, che sogni lui, che sei triste per lui! Guardate che zolfanelli sono le ragazze. E gli uomini vi pigliano pel naso. Gioca­no scherzano e quando si stancano basta! È difficile che pure essi la prendano sul se­rio come voi. Ah, no Maria, non piangere ora. Farabutto! Un fiore di ragazza. Non piangere: hai due occhi belli come due pia­neti e te li sciupi così. Mascalzone! Ma ci penserò io, non dubitare, ci penserò io, don Micio il suonatore, per quanto è vero che sono figlio del Mongibello. E ora non pian­gere Maria, e presto a casa, a casa, via! ragazze!

Le ragazze             - Arrivederci Don Micio, arrive­derci!

(Don Micio saluta con un gesto stanco e siede sul sedile di ferro, scotendo il capo e

 borbottando frasi incomprensibili. Le ra­gazze si soarpagliano ed escono per patti diverse dalla scena).

Mara (al solito affacciata alla finestra) L'a­vete finita con le ragazze, Don Micio, la vostra predica?

Micio                     - Ah, ci siete anche voi, bella femmi­na? E già, dove non siete voi?

Mara                      - Che ci vorreste dire?

'Nzula                    - (di rimando, dalla sua finestra) Ve lo spiego io, 'gna Mara. Voi siete sempre negli affari degli altri. Vi basta?

Mara                      - Guarda chi parla! La lingua lunga di tutto il quartiere.

'Nzula                    - Ma se con voi nessuno ce la vince...

Mara                      - Perchè? Voi ci sputate?

'Nzula                    - Io mi interesso sempre delle cose giuste.

Mara                      - Gua! La santarella...

‘Nzula                   - E voi siete un'anima d'inferno!

Mara                      - Che ci avete da dire, 'gna 'Nzula? Parlate chiaro se vi basta l'animo.

'Nzula                    - Lo sa tutto il paese che vi siete mes­sa d'accordo con donna Felicia per pun­gere Lucietta a disdire la procura.

Mara                      - E perchè? Voi non siete dalla parte di Lucietta? Questione di partito...

'Nzula                    - Io sono dalla parte delle cose giuste.

Mara                      - Gua! Voi siete sempre dalla parte che va contro di me, vi pare che non l'ho ca­pito? Quando fu l'affare della gallina - non me lo posso scordare più 'gna 'Nzula - quando fu l'affare della gallina voi sola mi foste contraria in tutto Caropepe.

'Nzula                    - Parlate quanto un giudice orbo.

Mara                      - E già! Perchè voi ci sputate!

Micio                     - E basta oca, che porcheria è! Non si può stare un momento in pace a prendere un po' di fresco sulla pubblica piazza. Se continuate ancora me ne vado...

Mara                      - E chi vi tiene?

Micio                     - Linguacce maledette! (E se ne va brontolando)

'Nzula                    - Voi lo sapete che nessuno a Carope­pe vi può vedere.

Mara                      - Dovrei avere un naso di patata e le gambe storte come voi.

'Nzula                    - Ah, questa non me la tengo, brut­ta ruffiana.

Mara                      - Ruffiana, Ruffiana a me! E chi lo di­ce, non siete degna di portarmi le scarpe-Ruffiana! Scendete nella piazza se vi ba­sta l'animo.

(Gna Mara e 'gna Nzula scompaiono di botto dalle finestre, ed escono poco dopo dalle porte insultandosi a vicenda. Il po­destà che entra in quei momento fa in tem­po ad evitare lo scontro).

'Nzula                    - Le gambe storte a me! A me che ce l'ho dritte...

Mara                      - Sì. Gambe a cancello!

Il Podestà              - Ohe, Ohe! Mi parete due galli parati. Ferme, ferme, diavolone! È possibile che passiate tutto il santo giorno a le­ticare, è possibile? A casa mia non c'è più un minuto di pace per i vostri gridi. Ave­te una voce, gna Mara, che si porta la testa.

'Nzula                    - Non si può resistere con questa strafallaria...

Mara                      - Sentite? Sentite, signor podestà? Pro­voca e non vuol essere toccata...

Il Podestà              - (bonario e divertito) Fate la pace e non se ne parli più.

'Nzula                    - La pace?

Mara                      - La pace!

Il Podestà              - La pace. Non sono questioni mortali le vostre, le conosco. Tutto al più la 'gna Mara dirà che le hanno rubato una jallina, e voi giurate invece che se l'è :Ila e mangiata lei stessa... Mettetevi d'ac­cordo, che diavolo! I cittadini devono ri­spettare il vicinato e devono essere cortesi educati gentili con tutti... È una «scioc­chezza...

'Nzula                    - No, signor podestà, qui non è una sciocchezza.

Il podestà              - Non è una sciocchezza?

'Nzula                    - Quella là non fa altro che pungere la povera Lucietta per farle rinunciare alla procura...

Il Podestà              - Rinunciare alla procura?... Voi? Ah, voi? Badate ai fatti vostri! Badate ai fatti vostri 'gna Mara.

Una voce               - (dalla casa del podestà) Mariddo! o Mariddo!

Il Podestà              - Vengo, sto. venendo. Un mo­mento. Badate ai fatti vostri che mi state facendo spazientare. Finché è donna Feli­cia, passa! perchè la madre vale avanti a tutto e si compatisce, ma voi no, voi no, per quanto è vero Iddio. E ricordatevi che ora e è la guerra, che Paolo è là, con la morte a un passo per il bene vostro, mio, di tutti quanti. Quello che vuole lui è sacro. Guai a toccarlo.

'La voce                 - Mariddo!

Il Podestà              - Sì vengo! (A padre don Santo che è uscito in quell istante dalla chiesa) Ah! Padre don Santo, io ho che fare: vi raccomando queste pecorelle... (se ne va in casa).

(La 'gna 'Nzula è tutta un sorriso di trion­fo e di sfida. La 'gna Mara trema dalla rabbia, tanto che volta sdegnosamente le spalle, e infila la porta di casa senza par­lare. Poco dopo comparirà di nuovo alla fi­nestra).

Il Parroco              - Sante figliole, sempre a letica­re, evvero?

'Nzula                    - È lei che va contro la procura.

Il Parroco              - Già, la procura. Non si parla di altro nel paese. Ho sentito dire persino che... Oh! venite qui, finalmente! (Sono entrati tre bambini dai quattro ai cinque anni. Uno di essi ha un piccolo tamburo a tracolla e le mazzole nei pugni).

bambini                 - (in coro) Benedicite, padre don Santo.

Parroco                  - Benedetti figlioli. Aspettate che vi prendo il crocifisso. (Entra in chiesa).

'Nzula                    - (chinandosi verso un bambino) Vie­ni qua, dammi un backizzo, ninnarcllo mio, vieni. Ahò! Ahò! Cittì babau! Dam­mi un baciuzzo.

Il bambino             - (piagnucolando) No, no. Brutta, brutta tu.

Mara                      - (dalla finestra, con una risata stentata) Ah! ah! ahi (Scompare, e la 'gna 'Nzula si volta inviperita, ma sopraggiunge don Santo con un crocifisso di legno tra le mani).

Il Parroco              - (consegnando il crocifisso ad un bambino) Mi raccomando, gridate forte. Poi vi darò le caramelle.

bambini                 - (in coro) Benedìcite, padre don Santo.

Parroco                  - Benedetti. (E’ li guarda andare verso la strada', il bambino col crocifisso avanti, seguito dal tamburino che batte il tempo).

 I bambini              - (monotonamente canterellando) Tutti i bambini alla dottrina nella parrocchia domani mattina...

II Parroco              - Che dicevo? Ah! La procura è una gran bella cosa, una cosa santa. Egli è là, tra mare e cielo, e Lucietta, qua, a Caropepe, gli diviene sua sposa nel nome di Dio. La guerra! Tra tante cose brutte, per­mette alle anime nobili entusiasmi nuovi e sacrifici sublimi... Già, anche la guerra è una volontà del Signore.

'Nzula                    - Pure mio marito è laggiù. Dev'esse­re lontano lontano, se le sue lettere non mi arrivano più. L'ultima volta mi scrisse tan­te cose belle, che mi sono messa a piangere per la gioia...

Il Parroco              - (pensoso) Dov'è ora lui?

'Nzula                    - In Africa. Chi lo poteva dire che lui, un contadino dopo tutto, dovesse andare cosi lontano, dove ci sono i neri. (Una pausa).

Il Parroco              - Tra poco comincerà il Rosario (Si avvia).

'Nzula                    - Benedicite, padre don Santo.

Il Parroco              - Benedetta. (Entra in chiesa). ('Gna 'Nzula fa per entrarsene, ma sulla soglia si arresta per un attimo: vede don­na Felicia, che è uscita, andare dritta alla casa di 'gna Mara. La porta di 'gna 'Nzula ha il caratteristico sportello: cercherà di vedere senza essere veduta).

Felicia                    - (bussando) 'Gna Mara, o 'gna Mara.

Mara                      - (aprendo) Commaruccia Felicia, be­nedicite.

Felicia                    - A voi!

Mara                      - Entrate, avanti, avanti!

Felicia                    - Non posso entrare: ho da dirvi sol­tanto due parole.

Mara                      - Come volete, commare.

Felicia                    - lo... ora me ne vado dal podestà.

Mara                      - Dal podestà?

Felicia                    - Sì. Vado a tentare l'ultima botta. Se ci riesco a convincerlo, Lucietta è cosa facile.

Mara                      - Sante parole! Voi siete la testa, e Lu­cietta è il cuore...

Felicia                    - Perciò, dicevo, vado dal podestà. A voi vi raccomando la mia casa.

Mara                      - State tranquilla, commare Felicia, e non dubitate.

Felicia                    - Quella è la porta, quella è la fine­stra. Nessuno si deve avvicinare; è fidan­zata mia figlia.

Mara                      - Quanto è vero Dio, non s'avvicine­rà nessuno.

Felicia                    - Il Signore ve le renda, 'gna Mara. (Mentre Felicia entra dal podestà, Mara siede sulla soglia della casa di donna Feli­cia, come un segugio disposto a far buona guardia. Passa qualche' uomo che torna dal lavoro, mentre si ode il suono della fisar­monica di don Micio avvicinarsi).

Mara                      - (desiderosa di attaccare discorso con qualcuno) Ohe! Massaro Peppe, come an­drà la vendemmia quest'anno?

Il Massaro             - Non dire oggi quello che sarà domani.

Mara                      - (a Don Micio che è entrato) E basta che diavolo! Suonate sempre una cosa! Zi-ghiti Zughi ti Zìghiti Zùghiti. Cambiatela maestro!

Micio                     - (smettendo di suonare) Vi disturba?

Mara                      - Sicuro che mi disturba: si porta la testa.

Micio                     - Quando è cosi... (riattacca a suonare)

Mara                      - E a chi parlo, al muro?

Micio                     - lo sono sulla pubblica piazza, e posso suonare fino a quando mi stanco, bella mia. Se non vi piace io non la cambio e voi ve ne potete andare.

Mara                      - E... no.

Micio                     - (smettendo di suonare e fissandola) Perchè no? Che ci avete la còlla a quello scalino là?

Mara                      - È come se ce l'avessi.

Micio                     - Uh! Uh! Ci sono intrighi nell'aria. Mi pareva!

Mara                      - Intrighi? Per chi m'avete presa?

Micio                     - Per carità, non vi volevo offendere 'gna Mara. Lo sapete, io vi rispetto sem­pre. (E tace volutamente).

Mara                      - (dopo un po') È che io sono pruden­te, se no me ne passerei dei piaceri a rac­contarvi certe cose...

Micio                     - Avete sempre l'aria dei misteri voi, e all'ultimo invece... di sotto non c'è nien­te. Tutto fumo.

Mara                      - Guai Volete farmi parlare? Ma è co­me se mi avessero cucita la bocca col fil di ferro.

Micio                     - (comprende che è andato oltre e vuole tastare il terreno in altro senso) Non me ne importa niente. Io cercavo donna Feli­cia e basta.

Mara                      - Commare Felicia non'c'è più.

Micio                     - E che, è morta?

Mara                      - Non c'è più in casa volevo dire, che spirito di patata!

Micio                     - Allora io me ne vado (Pausa) Me ne posso andare.

Mara                      - Andatevene. Chi vi tiene?

Micio                     - Avete ragione. (Si avvia verso la stra­da, ma si volta vivacemente battendosi la fronte con la palma della mano) La vostra chiacchiera mi ha fatto scordare che... Po­vera gente! Hanno bisogno del mio aiuto e io me ne sto qui a chiacchierare con voi. (Annusando) Sentite? Il fumo arriva fino al nostro naso. Ahi il fuoco, il fuoco. Ffff... Ti porta via la roba come se niente fosse. (Fa finta di andarsene).

Mara                      - (impressionata) Don Micio! Ma che andate dicendo... U fuoco?

Micio                     - È che io sono prudente, se no me ne passerei dei piaceri a raccontarvi certe cose.

Mara                      - (alzandosi) Ho gli occhi io... vedrò se c'è da vedere. Gesummaria! È vero, il fuoco!

Micio                     - E perchè, che ho forse due lingue io?

Mara                      - Dov'è, dov'è, santo cristiano? Parlate!

Micio                     - Alla roba... alla roba di Massaro Pie­tro.

Mara                      - Gesummaria! Da mio cognato!

Micio                     - Ah, già. È vostro cognato... non ci pensavo...

Mara                      - E ditemi, ditemi dove andate con que­sta boria! tutta la casa?

Micio                     - Quando c'ero io, si. Ora vado a ve­dere. Può darsi che abbia preso fuoco an­che il magazzeno.

Mara                      - Ah! Se ci potessi arrivare io là sottoI

Micio                     - E chi ve l'impedisce?

Mara                      - Ho degli impegni.

Micio                     - E allora fate morire come cani il pa­rentado.

Mara                      - No. Questo no. Sentite, Don Micio, voi non ci avete interessi, evvero? Già, che interessi ci avreste, santo cristiano?... Restate a far la guardia voi alla casa di donna Felicia, ed io vado e torno.

Mici                       -    - (negando) Mai, Maral

Mara                      - Siete proprio di cattivo sangue.

Micio                     - E poi perchè? Che ci starei a fare sullo scalino di una casa che non è mia...

Mara                      - Donna Felicia... Signore Iddio quan­te cose che nù fate dire...

Micio                     - Non ci siete abituata, femmina di po­che parole?

Mara                      - Donna Felicia è andata dal podestà e non vuole che si avvicini nessuno a casa sua. Lucietta è sola...

Micio                     - Diavolone! A voi non si può dire di no; come si fa? Tornate presto. (Vedendo che Mara sta per andarsene) Portatevi un secchio almeno, e riempitelo alla fontana. Che cuore avete? Così aiutate almeno il parentado...

Mara                      - (corre in casa e torna col secchio) Io vado. Don Micio, mi raccomando.

Micio                     - Non avete pensiero. (A quella che è scomparsa) Giacché ci siete, tornate doma­ni mattina.

'Nzula                    - (balzando fuori) Don MicioI È vero? La roba di Massaro Pietro piglia fuoco? E perchè non suonano le campane allora? Si­gnore Iddio che disgrazia! Cinque figli ci aveva, sventurato.

Micio                     - Mi avete fatto spaventare, 'gna 'Nzula.

'Nzuia                    - E perciò, è vero?

Micio                     - Caspita! Qui pure i muri hanno gli orecchi. Come avete sentito?

'Nzula                    - Ma è vero? È vero?

Micio                     - Io che ne so!

'Nzula                    - Come? E che avete imbrogliato alla 'gna Mara?

Micio                     - Quello che mi pare 'gna 'Nzula, quel­lo che mi pare. Ho visto un po' di fumo alle Casazze e mi è venuto di dire quello che ho detto. La verità è che debbo vedere Lucietta.

'Nzula                    - Io casco dall'aria: che ci avete a che fare con Lucietta voi?

Micio                     - Devo darle una lettera.

'Nzula                    - Una lettera?! E che siete pazzo?

Micio                     - Una lettera di Paolo.

'Nzula                    - Ma se si scrivono di fitto!

Micio                     - Chi, Paolo e donna Pelicia volete dire? Lo sapete meglio di me chi le legge e le controlla quelle lettere che partono, e quelle che arrivano diventano di tutti, rin­graziando la lingua di 'gna Mara. Ora che e in sacra alleanza con donna Felicia, la commare Felicia, non gliene scappa una. Paolo immaginava qualche cosa, quando mi disse che avrebbe mandato a me una lettera ogni tanto per Lucietta. Questa qua è la prima che mi arriva. Pensate: dicono che è venuta in aeroplano, beata lei.

'Nzula                    - E allora fate presto a darle quella lettera, chiacchieronel prima che ritorni la vipera.

Micio                     - Faccio presto, sì. Ma quella ci met­terà una setumana per andare e tornare, dato che si ferma a tutte le porte per fare la pettegola. La conosco bene. (Don Micio sta per bussare alia porta di Feucia).

Felicia                    - (affacciandosi dal balcone del pode­stà)

 'Gna                      - (Mara! O 'gna Mara!

'Nzula                    - Maria Santìssima!

Felicia                    - Dove si è ficcata quella strafai lana! (Al balcone si affaccia pure il Podestà) E voi, che fate lì vicino alla mia porta? Non mi posso fidare di nessuno, di nessuno, Santa Rosalia benedetta!

Miao                      - Facciamo noi la guardia ; state tran­quilla donna Felicia.

 Felicia                   - Ma la 'gna Mara dove se ne è an­data? Io a lei conosco e basta!

Micio                     - Non so. È venuta... è venuta una femmina a chiamarla.

Felicia                    - Che butti sangucl

Il podestà              - Beh! Fatemi un piacere voi, don Micio, non vi seccate: andateci voi a chia­mare 'Ntoni Ballasciocchi È qui a due passi.

Micio                     - Va bene, signor Podestà.

Il podestà              - E subito, mi raccomando. (A Felicia) Perciò voi mi capite, voi mi ca­pite donna Felicia: io non posso cedere. A me mi pare un delitto francamente, e poi che c'entro io? Io, fino a un certo punto. Se Lucietta non vuole, allora, sono dispo­sto...

Felicia                    - Vedrete, vedrete signor podestà che vi convincerete. Ci pensate dov'è Paolo in auesti momenti? A me mi dissero che 1 Africa è come se fosse un altro mondo a parte: a parte, capite? Solo gli aeroplani vanno e vengono una volta ogni tanto. E io marito mia figlia con uno di laggiù, e per procura? Manco se fossi pazza! Ve­drete che compare ‘Ntoni vi convincerà: voi siete un uomo di buon senso... e poi... (Felicia e il Podestà si ritirano).

Micio                     - (che ha fatto finta in cento modi di darsi da fare e di andarsene) Ahimè! (Dando la lettera alla 'cna Nzula) Pensa­teci voi, per carità. (Esce).

('Gna 'Nzula non si sa decidere, infine bas­te alla porta, ma si affacciano di nuovo donna Felicia e il Podestà).

Felicia                    - 'Gna 'Nzula!

'Nzula                    - (spaventata) Che c'è?

Felicia                    - (scorgendo la porta di casa sua aperta e Lucietta sulla soglia) Che fai tu fuori? Chiudi subito ti dico.

Lucietta                 - Battevano ed ho aperto. (Si ritira).

Felicia                    - Siete stata voi, 'gna 'Nzula?

*Nzula                   - (confutai - Sì... io, sono stata io, don­na Felicia. Ma non l'ho fatto apposta. SI, vi giuro che non l'ho fatto apposta. Ho battuto... ho battuto la testa.

Felicia                    - Ma non vi sto mangiando!

'Nzula                    - Eh! Dicevo...

Felicia                    - Chiamatemi il parroco, per carità.

'Nzula                    - Subito, donna Felicia, subito.

Felicia                    - Vi ringrazio.

Il podestà              - Ditegli di venire un momento a casa mia. (La 'gna 'Nzula entra in chiesa).

Felicia                    - Dunque, signor podestà, eravamo rimasti...

Il podestà              - Eravamo rimasti che io non so nemmeno che vi debbo dire. Ci avete tanta insistenza e tanta perseveranza che pure la pietra dura si rammolla... Ah! Qui ce com­pare 'Ntoni. Respiro!

Felicia                    - Le cose si aggiusteranno meglio, meno male!

'Ntoni                    - (rumoroso) Baciamo le mani.

Felicia                    - Salite, salite, signor 'Ntoni.

Il podestà              - (formalmente, e abbattuto nell’intimo) Salite... compare. (Quando 'Ntoni Ballasciocchi è entrato, e Felicia e il Podestà si sono ritirati, don Micio si guarda attorno ansiosamente. Ma eccol 'Gna 'Nzula esce dalla chiesa assie­me a Padre don Santo. Quest'ultimo va in silenzio dal Podestà).

Micio                     - (a "Nzula) Che avete fatto?

'Nzula                    - Niente.

Micio                     - Che iettatura!

 'Nzula                   - Stavo per dargliela la lettera a Lu­cietta, quando mi richiamò donna Felicia.

Micio                     - (scotendo il capo) Ahimè! C'è con­siglio in casa del podestà. Il buon senso sie­de a tavolino e vuol decidere lui...

'Nzula                    - Che volete dire?

Micio                     - Bah! Cose che passano per la testa di un vecchio chiacchierone. Ma non ci vedo chiaro in questa seduta plenaria,

'Ntoni                    - (affacciandosi, con un vocione) Gen­te! Gente!

Micio                     - Che c'è?

'Ntoni                    - Facìtemi il piacere don Miciuzzo, chiamatemi un momento a Brasi, il cosaduciàro  (Si ritira).

Micio                     - È divenuto un quartiere generale! (Parte).

('Nzula siede melanconicamente sul gradi­no di casa sua, ma ha pace per poco),

'Ntoni                    - (affacciandosi ancora come un bolide) Don Micio! Ohe don Micio, un mo­mento I

'Nzula                    - Se ne è andato don Micio.

'Ntoni                    - A me mi giova pure Jachino il fa­legname: e ora come faccio!

'Nzula                    - (con un respiro di rassegnazione) E va bene! Ci vado io, ci vado io. Tanto... (Esce).

Felicia                    - (affacciandosi lei pure) E che è, non arrivano?

'Ntoni                    - Li ho mandati a chiamare ora ora: che perdite la calma, commaruccia bella?

Felicia                    - Io, la calma? Siete voi piuttosto che v'eccitate tutto.

'Ntoni                    - (parlando con se stesso) Aspettate... vediamo. Uno là; due... tre... sì. Un altro a Brasi. No no, a Brasi niente manco. Beh! insomma caparra questa volta non ce n'è con nessuno, grazie al Signore... già... non ce n'è. Oh, la parola sono sicuro me la re-stituis... (Si confonde) restituisc... restitu-tuiscono, botta di sangue! E poi cos'è la pa­rola, signori miei? Una perdita di fiato e niente più.

Felicia                    - Se l'altra volta vi hanno restituita la caparra, figuriamoci ora la parola!

Il podestà              - (che non si vede) A Caro pepe son tutti brava gente. Gli affari non li guar­dano quando si tratta di alleggerire le pe­ne del prossimo.

Felicia                    - Oh, gli affari chi» li guarda certi mo­menti?

'Ntoni                    - (evidentemente poco persuaso) Già... già... Ah! ecco qui Jachino. 'Gna *Nzula ha Latto presto! Salite, salite pure, Mastro Jachino simpaticone.

(Infatti sono comparsi 'Nzula, e Jachino in abito di lavoro da falegname).

Iachino                  - Sempre agli ordini, padrone "Ntoni. (Entra in casa).

'Ntoni                    - (nell'atto di ritirarst) Avite detto che se va bene, poi ci farete l'intero tratta­mento?

Felicia                    - Meno i confetti, si capisce.

'Ntoni                    - È patto?

Felicia                    - (solennemente) Io, una volta parlo: è patto. (Si stringono la mano, poi rien­trano).

(Sopraggiunge don Micio che cerca di sor­reggere il dolciere, brillo e buffissimo, piecolo e rotondo com'è).

Brasi                      - Ma dove mi portate, comparuccio mio, ma dove mi portate con questi chiari di luna?

Micio                     - Coraggio Brasi, siamo arrivati.

Brasi                      - Che vuole da me la gente non lo ca­pisco. Io sono maffìoso, sangue di Giuda: tenetemi, tenetemi che l'ammazzo. (La trat­tengono su richiesta).

Tutti                      - Finitela. Che v'è successo sangue di Giuda! Calmatevi.

Il podestà              - Si può sapere che avete?

Mara                      - Mi ha imbrogliato che bruciava la ro­ba di mio cognato Pietro: imbrogliato dico, a me! A me, capite. M'aveva fatto credere che casa e magazzeno erano in mezzo al fuoco. Aaaah! L'ammazzo! Tenetemi, tenetemi, se no faccio qualche pazzia. Lo zimbello del paese mi fa diventare questo vecchio rimbambito. E donna Fclicia, che mi dirà ora? Mi aveva lasciata la casa nelle mie mani, mi aveva lasciato pure Lucietta.

Il parroco               - Calmatevi. Tanto donna Felicia ha altro da pensare in questi momenti. (A Don Micio) E voi, perchè imbrogliate? Che vergognai

Micio                     - Padre don Santo io...

(Ma compare Donna Felicia nel vano del­la corta. Ha un sorriso di trionfo sulle labbra).

Tutti                      - Ebbene, donna Felicia?

Felicia                    - Ha ceduto, Viva Maria! La lettera la scriverà!

'Ntoni                    - Ah! Ah! Lo dicevo io, a mani vo­stre... Còsi va bene! Ora v'invito tutti a bere un bicchierino a casa mia. Alla salute di Paolo e del suo matrimonio, quando ri­tornerà. Tutto alla sua salute; capirete, è mio figlio!

Brasi                      - (singulto) A me manco tre bicchierini di rosolio mi fanno male. Andiamo, faccia­mo presto prima che scuri.

 ('Ntoni, il podestà. Brasi e Jachino via dal­la strada. Il Parroco entra in chiesa. La 'gna Mara si volge verso la 'gna 'Nzula, e scoppia in una risata trionfante e provo­catoria, alla quale 'Nzula non risponde, ma che riceve con quel suo nuovo essere inerte e pensoso. Mara poi entra da don­na Felicia a congratularsi). Ìli rosso del tramonto accarezza di se tutta a scena).

Micio                     - 'Gna 'Nzula, la lettera.

'Nzula                    - Eccola. No. Non la strappate don Micio, non la strappate. Leggiamola piut­tosto. È come se mi scrivesse mio marito. Via, Don Micio, non mi dite di no. (Dopo questa breve agitazione la donna si ricom­pone e attende).

Micio                     - (ci pensa un po' su, poi scuote il capo e apre la lettera) «Carissima Lucietta, im­magino che le mie lettere vanno per tut­to il quartiere, certamente per causa di cjuella mala lingua di 'gna Mara. Perciò ti scrivo a mezzo di don Micio per dirti che ti penso sempre e che ti voglio tanto bene. Aggiungo pure che abbiamo affon­dato due piroscafi e che mi hanno promos­so Sottocapo. Queste cose le voglio dire so­lo a te, perchè non ne sia pieno tutto il paese. Sei contenta di questo privilegio? Aspetto con ansia la giornata della Madon­na del Carmine che quando verrà io sarò felice. Mi pensi sempre? Io di giorno ti penso e di notte ti sogno. Basta, sperando che la presente ti trovi in buona salute co­me ti posso assicurare di me, riceviti baci ed abbracci dal tuo affezionatissimo Paolo che ti vuole tanto, tanto bene ». (Pausa)

 'Nzula                   - Datemela don Micio, per favore. (Don Micio le dà la lettera e 'Nzula se la stringe al petto) Sono due mesi che non ricevo posta e mi pare che qui mi scriva          (È giunta sulla soglia di casa sua e ripete trasognata) e mi pare che qui mi scriva lui... Tra qualche mese saremo in due ad aspet­tarlo. Mi palpita. Mi palpita aua dentro. Il cuore mi dice che sarà maschio... (entra). (Don Micio è rimasto silenzioso, e scuote ancora il capo).

I bambini               - (entrando e ancora in processione, stagliandosi sul cielo di fuoco) Tutti i bambini alla dottrina nella parrocchia domani mattina.

(« / primi rintocchi dell’Ave Maria »).

TELA

ATTO TERZO

La stessa scena degli altri atti. È il giorno dei-Madonna del Carmine: sui gradini della chiesa sta accoccohto Vanni l'orbo, massa di stracci vecchi e sporchi. Una fascia annodata alla nmea gli passa sugli occhi, e la mano de­stra protende un capace barattolo di latta. Le ultime due tre comari escono dalla prima Messa)

Vanni                    - (lamentevole) Per l'anima dei vostri morti fatemi la carità... Per l'anime sante del Purgatorio fate la carità ad un povero padre di sette figlie femmine... Dagli oc­chi non ci vedo, dagli orecchi ci sento poco... Fatemi la carità in questo santo giorno della Madonna del Carmine... fa­temi la carità per il rinfresco delle ani­me dei vostri morti in omnia sechila se-chilòrum amen. (Nessuna gli ha dato ret­ta, e allora scatta energico in piedi e pro­rompe disperatamente) Disgraziati! Cor­nuti! Che vi pigli una botta di veleno e una botta di sangue, speriamo a Dio! Maledico ogni ora e ogni momento... no, a voi! a voi! Vi maledico, e all'anima dei vostri... (Udendo rumore si accoccola di botto, e uscendo da chi sa dove una grossa corona da Rosario, recita a modo suo le Li­tanie) Va s'insigna a divozione, ora pro-nòbi. Consulàti st'afflittori, ora pronòbi. Ausilio ‘n cristianòrum ora pronòbi...

Il Parroco              - (uscendo) Vanni!

Vanni                    - Padre don Santo.

Il Parroco              - (dandogli qualcosa) Pigliati que­sto, basta che te ne vai!

Vanni                    - Già, e lo sposalizio?

Il Parroco              - Quale sposalizio?

Vanni                    - Ma come! Quello della procura...

Il Parroco              - Che state dando numeri? Non si fa più.

 Vanni                   - Bella Madre di Dio, e come faccio? Che ne sapevo niente,.altro che numeri! Se no che ci venivo a Caropepe per la Madon­na del Carmine!... Ffurfù! Popolo di pez­zenti e di mangioni.

Il parroco               - Sono povera gente, tu lo sai. Beato chi dà loro qualche soldo!

Vanni                    - Ma quando venni l'ultima volta il matrimonio si doveva fare.

Il Parroco              - SI. Dopo, la procura è andata in fumo.

Vanni                    - E che so io! Sono tre settimane che ci manco da Caropepe, e credevo che oggi po­teva essere una buona piazza. Ma già... la procura... la procura... Che sono queste cose! Quando mai s'è letto! Con le mie fi­glie o marito vicino o niente. Però a me mi doveva capitare la congiuntura! A quando a quando speravo di pigliarci qualche soldo...

Il Parroco              - Ed ora vattene, Vanni, vattene. Tra poco verrà la gente per la seconda Messa ed io so le tue chiacchiere e le tue maledizioni, offendono la santa Casa di Dio.

Vanni                    - Mi cacciate, Padre don Santo? Non mi fate bestemmiare se siete un uomo ri­morato di Dio. Non ho niente da man­giare per oggi.

Il Parroco              - Vanni! E quello che t'ho dato?

Vanni                    - Padre don Santo, oggi non ho dove andare.

Il Parroco              - È inutile, davanti alla chiesa non ti ci voglio; hai capito? (Vanni protesta borbottando).

'Nzula                    - (facendosi sulla soglia della chiesa) Siamo pronte per la prova, padre don Santo.

 Il Parroco             - Vengo vengo. ('Nzula rientra) Perciò, Vanni, addio. Il Signore t'accompa­gni.

Micio                     - (venendo dalla strada, vestito a festa) Benedicite, padre don Santo, che c'è?

Il Parroco              - Vanni voleva istallarsi qui per oggi. Credeva che ci fosse lo sposalizio.

Micio                     - Quale sposalizio?

Il Parroco              - Quello di Lucietta... La procura.

Micio                     - Già.

Vanni                    - Ma io non ho dove andare, sangue di... (ma un gesto del parroco Vinterrompe, facendolo mugolare) Abbiate pietà di un povero orbo che dagli occhi non ci vede e dagli orecchi ci sente poco.

Il Parroco              - Ho da fare le ultime prove con il coro, per la Messa di mezzogiorno. Don Micio, a Vanni pensateci voi, per favore. (Entra in chiesa)

Micio                     - Andatevene di qua. Voi lo sapete che padre don Santo non ci vuole nessuno.

Vanni                    - A questo mondo un povero orbo non si può guadagnare onestamente la vita.

Micio                     - Orbo! Orbo! Cantateglielo agli asi­ni! Voi siete orbo come io sono zoppo.

Vanni                    - Ehi! Ehi! Compare, tenete la lingua a posto.

Micio                     - Io sono vecchio, ma la lingua Ge­summaria ce l'ho pronta come in gioventù.

Vanni                    - Tcnctevela per voi la vostra lingua, senza offendere il prossimo ingiustamente. (Un coro di voci bianche ha già intonato il Kyrie con accompagnamento di organo).

Micio                     - Ma se vi ha visto Brasi il Cosaducia-ro, a Catania; senza fazzoletto davanti agli occhi! A chi gliela contate? Orbo! Ci ave­te fatta la professione su di una disgrazia che può capitare agli uomini; ci avete fat­ta tutta la vita. Coniglio siete, coniglio compare Vanni l'orbo. Il pane si guadagna lavorando, si guadagna sudando e buttan­do il sangue dalla mattina alla sera. Io mi sono rotta la schiena per cinquantanni a zappare la terra. Ora son vecchio e non servo più a niente. Per questo sono un po­vero infelice, per questo parlo sempre co­me un giudice orbo, compare. (Pausa) E ora filate via; non mi fate uscir le scaglie.

Vanni                    - Maledetto I Che vi si spezzino le gam­be in quattro e la lingua in due. Me ne vado sì, me ne vado. Ma spero in Dio che non ritorniate a casa se non stecchito sopra un cataletto.

Micio                     - (facendo le coma) Corna, compare, cornai

Vanni                    - Gesù! Gesù! Fulminatelo all'istante questo cuore di macigno, fategli venire una morte subitanea...

Luciano                 - (dalla strada e investendolo) Cam­minate proprio come un orbo, Vanni.

Vanni                    - Chi sei? A momenti mi scaricavi a terra...

Luciano                 - Sono Lucifero in persona.

Vanni                    - Portati don Micio all'inferno. Io non ci vengo.

Luciano                 - Manco Lucifero vi vuole, per quan­to siete brutto. (Le campane suonano per la seconda Messa)

Vanni                    - Me la fai un po' di carità, oer l'anima dei tuoi morti che piangono in Purgatorio? Sono un povero padre di sette figlie fem­mine...

Luciano                 - Ai cani si, ma a voi no. Dicono che ci avete i bigliettoni da mille...

Vanni                    - Disgraziati e bastardi! Ma c’è Dio che vi guarda e vi maledice. Quello che farete all'ultimo dei miei lo farete a me, amen. Ricordatevene in eterno, amen.

Luciano                 - Non cominciate a rompermi la te­sta col vostro latinorum. O ve ne andate oppure...

Vanni                    - (levando malediente le braccia al cie­lo) Dici Dio! Che ci stai a fare là? (Se ne va via, dalla strada, maledicendo an­cora).

Luciano                 - Voglio vedere chi c'è in Chiesa  (fa per andarsene).

Miao                      - (fermandolo) Luciano!

Luciano                 - (diffidente) Ah, mi volete parlare don Micio?

Micio                     - Sì. Tanto in Chiesa non c'è nessuno che ti può interessare. La prima Messa è finita da un pezzo.

Luciano                 - Per certe cose sono sordo, caro don Micio.

Mìcio                     - Ah, sei sordo evvero? Luciano  - Per certe cose si.

Micio                     - Ma non eri né sordo né muto né orbo quando mettesti gli occhi su Maria e la facesti innamorare pazza.

Luciano                 - Don Micio... cose passate.

Mìcio                     - Passate per te!» Ma per lei no, pezzo di mascherato, per lei no. L'hai stregata, capisci? Ed ora non pensa che a te, non sogna che te, piange pure, piange. Come se tu fossi tutto su questa terra...

Luciano                 - Ma don Micio, nemmeno voi mi parete. Che me ne faccio delle lagrime io! Non si vendono... Voglio l'onore, sia loda­to Iddio. Voi lo sapete che sua nonna, morta e buona dov'è, lasciò figli e marito per andarsene col carabiniere.

Micio                     - Che te ne importa, Luciano, di sua nonna? Maria era un fiore immacolato, e tu, solo tu...

Luciano                 - E la gente, don Micio! La gente parla e sparla. Si dice che certi vizi si por­tano nel sangue dalla nascita...

Micio                     - Dove troverai un cuore più sincero? E due occhi più belli in tutta Caropepe? Una bocca più rossa, un nasino di pasta reale?... Luciano, Luciano, vedi che il tuo delitto piange davanti a Dio.

Luciano                 - Basta, don Micio. Indietro non si può tornare.

Micio                     - Che hai impegni?

Luciano                 - (esitante) Sì...

Micio                     - Con chi?!

Luciano                 - Con Grazia la Nera.

Micio                     - Grazia la Nera, quella di quaran­tanni!?

Luciano                 - Sì.

Micio                     - E tu la cambi con Maria? Cambi un mazzo di balico con un fascio di sarmenti?

Luciano                 - Don Micio, l'onore (si bacia la de­stra dopo avere con questa accennato a terra) l'onore, ringraziando a Dio, due case, una vigna, un palmento e l'assenna­tezza dei trentacinque anni, perchè tanti ne ha.

Micio                     - Ma da dove t'è venuto in testa.

Luciano                 - La colpa manco è mia. Fu Concet­ta la Pinta a fare da ruffiana. Mille lire di sensalìa m'è costato! Glielo disse a mia madre e a mio padre, ed ieri sera mi sono fidanzato. Basta. Non ho tempo da perdere io. Dite a Maria che la finisca di fare la smorfiosa. Io vezzi non ne mangio. Per ora mi marito, e poi... chi lo sa... se non fa scontroserie... Basta. Baciamo le mani e buona mattinata. (Via dalla strada).

Micio                     - (disperandosi) Come Vanni l'orbo mi metterei a gridare, a maledire. O Dio, per­chè mi avete fatto nascere sano, con tutti i sentimenti, in questa terra dove il sole non manca mai, vicino alla montagna, vi­cino al mare più bello che si può vedere, in mezzo al profumo delle zagare e del ba­lico? Ahimè! Che vale poi la bella vista di Catania e di Acitrezza, i lumi dei carretti che tremano sullo stradone di Valcorrente, i canti d'amore che i carrettieri cantano nella notte? Sì, come Vanni l'orbo mi met­terei a maledire, perdonatemi Signore... Ci lusinghiamo, ci esaltiamo. No che non ci colpiamo noi se il mondo è tanto bello, se Mongibello pare che è fatto per dire: Sono maffioso e me ne vanto... (ride di follia; ride) Luciano, 'Ntoni, Felicia: tutti gli stessi, tutti con l'interesse, tutti attac­cati allo stesso carretto con una sonagliera al collo, e si trascinano gli altri... (È uscita dalla sua casa Lucietta. Il coro ha ripreso a provare, lontano, è il Gloria).

Lucietta                 - Don Micio!

Micio                     - Ah, Lucietta.

Lucietta                 - (con lentezza) Don Micio. Era la mia giornata, era tutto per me, oggi. An­che lui, Paolo, in qualunque parte della terra si trovasse: era mio, tutto mio. (Pau­sa) L'organo. Il coro. (Piange) Le cam­pane. Tutto per me, tutto per me...

Micio                     - Lucietta

Lucietta                 - Tutto per me in questo santo gior­no, bella madre di Dio. Vi pare, non lo so che voi mi date torto? Ma che potevo fare? Una contro cento, una contro cento, don Micio, non si può.

Micio                     - No, Lucietta. Tu non dovevi cedere se credevi... se credi ancora.

Lucietta                 - Tutti contro di me, don Micio. Mia madre che piangeva come se la scannassero, che malediceva come se io fossi una pupa di pezza senza cuore. Ed ora ne ho rimorso per quello che ho fatto; per quello che mi hanno fatto fare. Gli uomi­ni partono, se ne vanno lontano lontano, perchè c'è la guerra. E se li abbandonia­mo noi davanti alla morte, se li lasciamo soli, che ci sono andati a fare là, che ci vanno a sperare?

Micio                     - Lucietta, Lucietta! Signore Iddio è vero? E allora non ti angustiare, non ave­re questa pietra che ti macina il cervello. Tu non l'hai abbandonato: tu sei con lui! Lucietta. La procura, che vale? Sono po­che parole che un uomo dice, sono due si tutt'al più. Che valgono le parole, che va­le la cerimonia il velo il coro l'organo le bestemmie di Vanni l'orbo ormai?... (Sono entrate altre persone in chiesa. La na Mara che ha fatto la spia sulla soglia i casa interviene interrompendo il dia­logo).

Mara                      - Lucietta, sola? E tua madre dov'è?

Lucietta                 - Ha la febbre. A messa non ci può venire.

Mara                      - Si fida di te allora, ti manda sola, e tu vai chiacchierando piazze piazze con i maschi, non ti vergogni, dico?

Lucietta                 - Me ne stavo andando a Messa, 'gna Mara. Don Micio, don Micio! Ditele voi di chi stavamo parlando...

Mara                      - Don Micio è sempre un maschio, co­me tu sci una ragazza. Guarda che finta ingenuità, ci può credere una? Bell'amore che ci porti a Paolo! Te ne approfitti...

Lucietta                 - (improvvisamente aggressiva) 'Gna Mara!

Mara                      - Buona, buona! Quando toccano quel tasto diventa come una tigre. (Viene avanti dalla strada Vicenzo, il ma­rito di 'gna Mara, vestito a festa e con un involto portato con ostentazione),

Vicenzo                 - Bacio le mani a tutta la compa­gnia! (scorgendo la moglie) Ohe! Mara! Che ci fai qua?

Mara                      - Niente, Vicenzo. Due parole con Lu­cietta e me ne andavo. Sai, donna Felicia ha la febbre, e a Messa non d può andare.

Vicenzo                 - Fila dritta a casa! (Poiché 'gna Mara lo ubbidisce, si rivolge a Don Micio) Sono stato a comprare tre quarti di carne di prima qualità. Alle feste ci tengo io, so­no cattolico apostolico romano, (a Luciet­ta) Così la procura è andata in fumo, eh? Ma certo, voi siete una picciotta ragionevole, e sale ne avete nella testa in quantità-Bacio le mani. (Entra in casa).

Lucietta                 - (riprendendo il dialogo) No, don Micio. L'intenzione, il sentimento, oh! so­no parole che non impegnano. L'intenzione senza i fatti è niente.

Felicia                    - (uscendo precipitosa) Figlia scellera­ta, figlia snaturata! Nemmeno con la feb­bre mi dai un minuto di pace. In piazza, ancora in piazza, ed io ti mando in chie­sa per la Santa Messa. Gesùl Gesù! che ma­le mi è capitato. La festa mi scoppia, mi scoppia; oh! crescete figlie, allattatele, por­tatele avanti con tutte le cure e poi... Gesù! Gesù! Questa disgrazia non ci voleva. Pre­sto, presto, ora. Perchè mi guardi?

Lucietta                 - Me ne vado, me ne vado, mamma.

Micio                     - Le ho data chiacchiera io, donna Fe­licia, non vi agitate, Gesummaria. Che sta facendo Lucietta di male? (Lucietta entra in chiesa)

Felicia                    - (guardandola andar via) Non mi da pace. (Viene gente dalla strada).

Micio                     - Ma le volete bene davvero, donna Fe­licia, a vostra figlia Lucietta?

Fklicia                   - Certe volte siete sconclusionato quando parlate...

Micio                     - E che vi ho detto? Se le volete bene, a vostra figliai

Fblicia                   - (incamminandosi) La testa mi sta scoppiando. Non ho tempo da perdere con voi. (Don Micio la segue insistente. Spa­zientita) Che diavolo volete si può sapere ?

Micio                     - Io vi domando se le volete bene a vo­stra figlia.

Feucia                    - E torna! Che mi volete far perdere la pazienza? Certo che le voglio bene: è sangue mio!

Micio                     - No che non le volete bene!

FelicU                   - Ma che state impazzendo?

Micio                     - Magari! Non le starei a vedere a ca­pire certe cose...

Feucia                    - Insomma: che mi volete dire?

Micio                     - Vi voglio dire di maritarla vostra fi­glia se le volete bene. Oggi, in quattro e quattr'otto, per procura. Non vedete che se ne va, che sta squagliando giorno per giorno come una campana al fuoco? E le volete bene? Era un bottone di rosa, ora non si conosce più.

Felicia                    - Pensate ai fatti vostri, che ci spera­te... Avete la pensione, tanto per campare con una gamba a cavallo questi altri pochi giorni, e vi date pensiero per le disgrazie degli altri...

Micio                     - (testardo) Voi non le volete bene, don­na Felicia, per quanto è vero Iddio.

Felicia                    - Vi compatisco, don Micio poveretto, vi compatisco.

Micio                     - C'è poco da compatire. Se le voleste bene le lascereste cascare la carne addosso giorno per giorno?

Felicia                    - Basta! Ne avete avuto figli don Mi­cio? No? E allora state zitto e non parlate. Voi non potete considerare quello che ci ho qua dentro, quando penso che deperisce giorno per giorno. Vi pare non la guardo io mia figlia, non la curo? Ma lei manco mi calcola, manco si confida... E io che sono, non l'ho fatta io mia figlia, non le ho dato io la vita? Perchè mi tormentate pure voi? Non mi basta il pensiero che ho e che mi martella il cervello? Non sono niente io per mia figlia di fronte a Paolo? E lui chi è? Lui Te ha dato forse la luce e il sen­timento, lui? Lasciatemi in pace, don Mi­cio. Mi fate dire cose che non vanno per la via, santo crisdano benedetto.

Il carabiniere         - (comparendo improvviso) Buon giorno. Il podestà è in casa?

Micro                     - Sì, mi pare; non lo so.

Felicia                    - Che portate?

Il carabiniere         - Niente. Un telegramma.

Felicia                    - Gesummaria! Un telegramma? Ma­le nuove allora...

Il carabiniere         - Mi pare, ma non sono sicuro.

Felicia                    - Buone notizie voi non ne portate mai.

Micro                     - Andiamo andiamo. Il podestà a que­st'ora è ancora in casa o sta per uscire.

Felicia                    - No. Aspettate che lo chiamo io mio compare. (Feucia si avvicina con gli altri alla porta del podestà e batte forte).

Il Podestà              - (uscendo) Che c'è? Ah! Buon giorno a tutti.

Il carabiniere         - Ho un telegramma per voi, signor podestà.

Il podestà              - Per me?! Vi ringrazio. Vediamo. (Le mani gli tremano mentre straccia la carta) Paolo! Paolo... Restuccia... è prigioniero! (Si fa verso il sedile e siede pesante­mente asciugandosi la fronte con un am­pio fazzoletto variopinto) Santa Rosalia be­nedetta! Paolo... Paolo Ballasciocchi è pri­gioniero! (Pausa).

Il carabiniere         - Non è mica morto poi. In so­stanza non c'è da lamentarsi, poteva andare peggio...

Mara                      - (irruente da casa) L'ultima che è suo­nata era la terza, evvero? O la seconda? (Nessuno risponde) Uh! Ma... che è succes­so, si può sapere?

Il carabiniere         - Leggete.

Mara                      - (leggendo) Santa Luciuzza benedetta!

Vicenzo                 - (irato da casa) Mara, o Mara! E dove te ne vai di tutta mattina, sfaccenda­ta? Pare che la tua casa ti puzzi, sangue di Giuda. Cammina dritta a casa se no ri dò una scarozzata di bastonate sulla schiena... ma che avete? Pare che è morto qualcuno (Tenta di accennare a un riso banale).

Mara                      - Paolo Ballasciocchi... è morto!

Il carabiniere         - Non morto, prigioniero. Non pigliate una cosa per un'altra.

Vicenzo                 - Prigioniero? Uhm! Gli faranno la pelle quei cannibali, o di dritto o di storto.

Mara                      - (sfogandosi finalmente) O… povero giovane che peccato grande che è! Ma ora isogna... bisogna avvertire la famiglia il signor 'Ntoni il parentado il vicinato il pae­se... Io corro allora...

Vicenzo                 - (fermandola) Non ti pigliare tan­ta premura. Può darsi che a loro non fa tanto piacere.

Il Podestà              - (dolorosamente) Sì, ‘gna Mara. Fatemi questo favore. Avvisate suo padre. O prima o poi Io deve sapere sempre. Dite­gli che l'andrò a trovare tra qualche ora e... fategli coraggio.

Mara                      - Vicenzo, non ci vieni? A quest'ora la Messa è già dopo il Vangelo. Il calice è scoperto, e l’abbiamo perduta. Non fa nien­te, andiamo: è per opera di carità. Vieni! Sentiremo la Messa cantata... (Marito e moglie si allontanano). (Felicia siede accanto al podestà mentre aon Micio scuote di tanto in tanto le ma­ni congiunte e piange, e il carabiniere guar­da impassibile, freadó).

Felicia                    - Signor podestà! Signor podestà!

Il Podestà              - Donna Felicia.

Felicia                    - Vi ringrazio.

Il Podestà              - Di che?

Felicia                    - Vi ringrazio per avermi aiutata. Avevo ragione; vedete, a non volere la pro­cura, e a fare... quello che ho fatto... (Pau­sa) A me mi dispiace, quanto è vero Dio; un pezzo di giovane che da una porta non ci passava, tanto era alto. (Pausa) Ma ave­vo ragione a pensarle certe brutte cose io. Vi ringrazio, signor podestà, vi ringrazio con tutto il cuore...

Il Podestà              - Non c'è di che ringraziarmi in questo momento, donna Felicia. Quello che di male ho fatto, ormai lo feci.

Felicia                    - Di male? Ma di male non faceste niente...

Il Podestà              - Niente? Ci vedete poco questa volta nelle cose della vita, donna Felicia. E Paolo come è partito? Col dolore nell'ani­mo, donna Felicia, col dolore nell'ani­mo. Ma a voi non interessa questo; a voi interessa che il matrimonio non è andato a male, e non vi curate di vostra figlia che ci perde l'anima al pensiero di aver tradito il picciotto che le vuol bene, e un soldato della Patria. Che vi interessa se il cuore di vostra figlia sanguina come quello di Cri­sto all'orto degli ulivi?...

Felicia                    - (disperandosi) Gesù, Gesù! che mi state dicendo, podestà!

Il Podestà              - Tutti contro di lei, povera ani­ma innocente. Tutti con la brutta scusa del­la ragionevolezza; e il signor 'Ntoni per volere gli interessi suoi, e voi, donna Fe­licia..

Felicia                    - E io?

Il podestà              - Per gelosia, per egoismo di ma­dre, e questo è vero.

Felicia                    - (scoppiando in singhiozzi) Che di­ritto ci avete pure voi a straziarmi cosi, si­gnor podestà? La vita mia ci ho perso die­tro una figlia sola. Mio marito, morto è buono, era un cane per me: mi trattava come una schiava e basta... Io non avevo che una figlia sola, e Paolo me l'ha presa con tutto il sentimento, come se non fosse carne della mia carne, sangue del mio san­gue. Che diritto avete a straziare cosi il cuore di una madre, signor podestà, che di­ritto ci avete!... (Singhtozzi).

Il podestà              - (commosso) Calmatevi, donna Fe­licia, per carità. È una cosa dolorosa. Io so: è il dolore di tutte le madri quando le figlie vergini escono di casa, e non ritornano più, mai più. Le madri che l'hanno fatte, allattate, cresciute, gonfiate, le madri non hanno più diritto sul cuore delle figlie, do­po tanto soffrire. È doloroso, donna Felir eia, e... vi domando scusa se vi ho fatto pensare a certe cose. Ma è l'amore! è l'amore da cui nasce la vita... (Vociare di gente che viene dalla strada. In testa è 'Ntoni, seguito da Mara, Vicenzo e paesani. 'Ntoni si pianta nel mezzo del­la scena e si lamenta senza manco una la­grima),

'Ntoni                    - (ululando) O figlio mio! Fiato del­l'anima mia! che morte che facesti... Come eri bello. Quando ritornavi - vestito da soldato - fiato mio! Comeri bello - quando mi ridevi e quando mi chiamavi - padre mio! - A sei mesi parlavi! - a un anno camminavi... Ahimè! Che gran disgrazia! - Che gran disgrazia, Signore Iddio...

Il podestà              -Compare, abbracciamoci. Ma sen­za piangere, perchè pure è un peccato avan­ti a Dio.

Il carabiniere         - Paolo è un prigioniero, non si può dire affatto che... è morto. (La gente mormora sommessa e interes­sata).

'Ntoni                    - Che mi diclte? Ah, non è morto Pauluzzo mio?

Il podestà              - C'è speranza, compare, c'è spe­ranza. E quando c'è speranza - dice un motto antico che non si sbaglia mai - c'è vita. Leggete, leggete il telegramma.

Il carabiniere         - Ecco. Qua. Vedete? In so­stanza...

'Ntoni                    - Ma sempre c'è pericolo!

Il podestà              - Fatevi coraggio, siete un uomo.

'Ntoni                    - Come potrei campare senza Paolo? Mi ha tirato sempre l'acqua al mio mulino, mi guadagnava un sacco di palanche la set­timana...

Il podestà              - li parroco non c'è?

Mara                      - Dice la Messa.

(Gente comincia ad uscire dalla chiesa).

Vicenzo                 - È all'ultimo Vangelo.

Felicia                    - (presa da un pensiero improvviso) Gesummaria, e Lucietta, e Lucietta?... e mia figlia?

Il podestà              - Povera innocente!

Micio                     - La chiamo?

Il podestà              - Aspettiamo che esca.

Micio                     - Non le diciamo niente?

Felicia                    - No, bisogna darle tutto. Così capi­sce come aveva ragione sua madre...

Il podestà              - È meglio che le diciamo tutto. Se... va peggio, almeno è preparata.

('Ntoni rompe finalmente in singhiozzi, scuotendo tutto il suo massiccio corpo).

(Altra gente esce dalla chiesa. Commenti, domande si intrecciano si rincorrono si con­fondono).

La gente                - È morto? - Chi? - Ma no, che dite... È morto. - L'ha detto il pode­stà! - Prigioniero - Non lo so. – E 'Lucietta? - Si doveva maritare con lui, povera figlia! - È inutile, non c'è desti­no. - Non c'è che fare! - Benedetta sua madre che ci ha pensato... Benedetta dav­vero...

Vanni                    - (sulle prime si ode soltanto la sua voce, alta e rocd) Fate la carità a un povero orbo! Per l'anima dei vostri morti non mi abbandonate. Dagli occhi non ci vedo... da­gli orecchi ci sento poco. Fatemi la carità! (È comparsa sul portone della chiesa Lu­cietta. Ella sta parlando con Padre don Santo e con 'gna 'Nzula quando si accorge della folla che ha taciuto di botto e si è rivolta a lei, al suo apparire. Tutti volgono infatti le spalle al pubblico. Lucietta è af­fascinata. La scena diviene statica e si fissa in un attimo di suprema aspettazione. In­fine Il podestà si fa varco, seguito da don­na Felicia, e sale la scalinata della chiesa).

Il podestà              - (mostrando a Lucietta il tele­gramma) Lucietta cara, non ti impressio­nare. È cosa da niente. Cose che succedono ai vivi; tutto si accomoderà. E non ti im­pressionare che non è niente ti dico...

Lucietta                 - Paolo! Allora l'hanno preso? Me lo diceva il cuore che sarebbe successa una disgrazia.

Felicia                    - Vedi tua madre come ha la testa a posto? Vedi come si ragiona, figlia mia?

Lucietta                 - (dì botto, supplichevole) Signor Podestà, voi che siete tanto buono, signor podestà, per l'anima di vostro padre, spo­satemi! È Paolo che lo vuole, è Paolo che lo dice. È tanto solo, lontano. Sposatemi, po­destà! (La gente mormora si agita freme).

Lucietta                 - Ricordatevi le sue parole: « sarete voi a rappresentarmi davanti al santo Al­tare ». Vi ricordate? Vi ricordate signor podestà?

Felicia                    - Dio di Fede e d'amore, è pazza! è pazza!

 Lucietta                - Non sono pazza. Egli è nell'incer­to: io debbo essere accanto a lui. Lo vuole lui, l'ha detto lui...

Felicia                    - Gesummaria! 'È pazza! Pazza è! at­taccatela prima che commetta qualche paz­zia!

Vanni                    - Fate la carità a un povero orbo, fate la carità, per l'anime sante del Purgatorio...

Lucietta                 - Sposatemi, podestà! Io sono sua, sposatemi! Lo voglio! Padre don Santo, aiutatemi voi! 'Gna 'Nzula, don Micio, do­ve siete? Venite qua, venite. Padre don Santo, aiutatemi voi! Lo vuole lui, l'ha detto lui! La procura! La procura!

La folla                  - La procura! La procura! La pro­cura!

( I protagonisti, mischiati nella folla si per­dono, non si notano più).

La folla                  - La procura! La procura!

(il Podestà ritto sulla scalinata accanto alla sposa vuole parlare. Tutti tacciono. Ecco: distende lento, solenne il braccio, prende fiato, sta per dire: Cittadini! il silenzio è perfetto).

Il podestà              - Citt...

Micio                     - (riprendendolo mentre cade in ginoc­chio) Cittadini di Caropepe, per quanto è vero Iddio io vi dichiaro che in questo momento si può credere all'amore!...

TELA

 

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