La pulce d’oro

La pulce d'oro

Commedia in tre atti di Tullio Pinelli

SIC AGE NE TIMEAS

PERSONAGGI

OLIMPIO

LUPO

FIORINO

FORTUNA

DAGHE

LUCILLA

VERNA

MIRTILLO

ATTO PRIMO

L'interno di un'osteria rustica. Dalle travi del basso soffitto, incrostato da una fuliggine nera, pende un traliccio sul quale posano le provviste.

A sinistra, un camino di pietra, ove Fortuna, piegata sulle ginocchia, tenta accendere un piccolo fuoco.

Pi in l, il vecchio Verna ha respinto al centro della tavola il piatto vuoto, ed ora sta seduto con il capo scarno appoggiato alla parete, i chiari occhi fissi al soffitto, la pipa pendente dalla bocca sdentata.

Alla stessa tavola, ma pi avanti, il mereiaio Daghe finisce rapidamente e in silenzio la sua minestra. piccolo, mingherlino, vestito di fustagno marrone; un paio d'occhiali a Stanghetta di ferro gli poggia sul lungo naso. Egli siede, tenendo vicino alle gambe la rettangolare cassetta delle mercanzie. Ancora a sinistra, in fondo. Mirtillo, il carrettiere, la testa poggiata sul palmo della larga mano, sonnecchia davanti alla bottiglia semivuota; ed il ciuffo arruffato gli pende sulla giovane faccia, segnata da una cicatrice. La luce violacea di una sera autunnale cade nella camera, attraverso la quadrata finestra del fondo, stagliando la castana capigliatura, gonfia e ricciuta, di Lucilla, che siede, calma, quasi accanto a Mirtillo, gli occhi gialli fissi oltre i vetri. Per qualche istante il silenzio rotto soltanto dal picchiettio del cucchiaio di Daghe sul piatto, e dal soffiare ostinato di Fortuna.

Poi la porta del fondo si spalanca, ed entra Olimpio, curvo sotto il peso di un giogo, cui stanno appese due secchie gocciolanti.

Olimpio corpulento, rosso in volto, col tondo cranio rasato. Occhi piccoli e scuri affondati nel grasso, piccoli baffi a rombo sotto il naso rubizzo. Una folata di vento freddo entra con lui, facendo sbattere le porte.

Olimpio - Io sono il padrone e io porto le secchie! Lucilla, aiuta tuo padre...

Daghe - Chiudi, che vien freddo.

Olimpio - (si volta, chiude l'uscio con una pedata) ...maledetto il demonio! (Entra a sinistra).

Mirtillo - (brontolando) Non si pu riposare, non si pu. (Ricade in torpore). (Pausa. Lucilla non si mossa. Fortuna ha acceso la lucerna).

Verna - (si rialza il bavero, silenziosamente).

Fortuna - Avete freddo, poveretto? Copritevi (gli ravvolge le gambe in uno scialle) e guardatevi dai malanni. (Pausa breve).

Verna - I figli, li vedete?

Daghe - Un po' di fuoco, se non vi dispiace.

(Accende il sigaro alla pipa di Verna, e si rovescia sulla seggiola).

Verna - Avete figli?

Daghe - (ridendo) Pu darsi ch'io ne abbia e pu darsi che io non ne abbia. Certo, non li conosco.

Verna - Se non ne avete, castratevi prima di averne.

Fortuna - (scoppia a ridere, poi si riprende) Non si dicono, queste cose. Si fa peccato.

- (Esce).

Daghe - Ta ta ta! Un uomo, finch uomo, ci tiene ad esserlo, e quando non lo pi, dicono che gli dispiaccia.

Olimpio - (affacciandosi alla porta del fondo) O Fortuna, chiudi le galline, che annotta. (Rientra a sinistra) Di notte le volpi son pi che le mosche, da queste parti. (Pausa).

Verna - Ritorno dal mio paese; e i miei figli non mi hanno lasciato entrare nella mia casa. Ma io sono il padre, e finch vivo, la terra e la casa sono mie. (Batte la mano ossuta sul tavolo).

Daghe - Vi conviene bere, e non pensarci pi.

Verna - (beve) Un po' di tabacco, un po' di vino, e il povero vecchio non ha altro. Bench, giuro che son sempre stato buon cristiano, senza vizi.

Daghe - Verna, Verna, vi hanno visto ubbriaco!

Verna - Io ubbriaco? Giuro che non vero. Ma adesso ho un chiodo, piantato qui, qui dentro (si batte la fronte) che non vuole andarsene. In confidenza, vi giuro che se le cose non cambiano, fermo la vita a qualcuno, giuro. (Tende il traccio).

Mirtillo - (sussultando) Mondo ladro, chi che schiamazza? Non si pu riposare, non si pu.

Daghe - Son questi vecchietti, Mirtillo, che han pi fuoco nel sangue di voi giovani. (Ride sommessamente) Eh eh, ammazzano, i vecchietti.

Mirtillo - (a Fortuna, che rientrata) Padrona, fatemi asciugare queste scarpe. (Le ha tolte, le getta a terra) Le vostre strade son piene di fango, ci potesse camminare tutta la vita quel ladro del mio padrone.

Olimpio - (entra, carico di fascine, che getta a terra) Io comando, e io porto le fascine. Lucilla... Guarda che faccia da principessa! (Facendo l'atto, da lontano) Uh! Un ceffone, su quella faccia da principessa!

Lucilla - Ahi!

Olimpio - Che c'?

Lucilla - Mi son punta un dito. (Venendo a lui) Piccolo padre, guarda come sanguina!

Olimpio - (torcendo gli occhi) Sanguina? Non vedo che sanguini. Tuttavia, voglio credere che sanguini. La colpa di tua madre, che ti alleva male.

Fortuna - Non avevo udito che la chiamassi, ti giuro.

Mirtillo - Fatemi luce; me ne vado a letto.

Olimpio - Buona notte. Io solo lavoro, qui dentro; e inunto, non sento quello che dicono questi signori. (Alzando la pesante sbarra della porta) Oh... oh...! Anche la porta bisogna sbarrarla. Oh....!

Lucilla - (che ritornata alla finestra) Oh, povero pap, che volevi chiuderlo fuori! (La porta si apre violentemente, quasi in faccia ad Olimpio, che arretra, e nel vano compare Lupo Fiorino. Lupo Fiorino alto, asciutto; muove scattando, elasticamente. Gli zigomi sporgenti sono rossi pel freddo; gli occhi, uno azzurro e l'altro nero, girano mobilissimi sulle cose. Di sotto il berrettone uscir una capigliatura arruffata, il cui color castano spartito in due da un ciuffo grigio, quasi bianco, che nasce a met della fronte. Porta cinghiato sulle spalle un sacco rigonfio; calzato di alti stivali di gomma, che gli giungono fino alle cosce).

Lupo Fiorino - Buona sera. (Sotto gli sguardi incuriositi di tutti, viene, non guardando nessuno, a destra; depone con calma il sacco sulla tavola; siede, distende le gambe, e, brontolando a mezza voce, si applica a ripiegare gli stivaloni sotto il ginocchio) Grondo acqua come una fontana. Vita da cani, per prendere un pesce. Tre ore in acqua, bisogna stare. (Ha aperto il sacco, ne trae un grosso pesce, lo palleggia) Eh eh! Non c' male, per. Oste, bne, che ne dite? Non ci son che io per acchiapparle, queste bestie.

Fortuna - (che, dall'ingresso di Lupo Fiorino, ha preso a ripulire meccanicamente la tavola ove egli seduto, per meglio poterlo squadrare) Oh, meraviglia!

Olimpio - Vi credo, signore. Ma, se lecito... (Si strofina le mani lungo le cosce. Poi) E tu smettila di spazzare, e fila! Indiscreta! Ma, se lecito, questi pesci vivono solo nella Lera, non vero?

Lupo Fiorino - Ivi infatti l'ho pescato.... (Ride) Anzi, volevo dire, nel Riotorto.

Olimpio - Nella Lera o nel Riotorto, signore? Perch, se vien dalla Lera, di frodo, e non sar mai detto che Toste Olimpio abbia cucinato un pesce di frodo.

Lupo Fiorino - Nella Lera, vi dico, con la fiocina.

(Olimpio arretra. Daghe nasconde la cassetta delle merci sotto il braccio; Mirtillo impugna la frusta).

Lupo Fiorino - Che dico? Nel Riotorto, con la lenza. (Ride) Insomma, nulla vi capiter per cagion mia, che nessuno osa toccarmi. Chi di voi il miglior cuoco?

Lucilla - (che si avvicinata, e lo fissa tenendosi abbracciata alla madre, il capo reclinato sulla spalla di lei) Io, signore.

Fortuna - Che, che! Tu, Lucilla, che non prendi mai una pentola, che dico? un cucchiaio in mano? Io, signore, son l'ostessa e la cuoca.

Olimpio - Credete a mia moglie, signore. Se date retta a mia figlia, con le sue buone grazie, vi porter all'inferno, perch graziosa, dico, graziosa.

Lucilla - (ride, strofinando il volto sulla spalla della madre).

Lupo Fiorino - Orbene, ostessa, porrete questo pesce a bollire; e quando sar perfettamente cotto, lo dividerete a met. L'una met sar per me, che ho fame; l'altra, la passerete finemente a setaccio, e ne farete tutta una sola pasta col brodo. Vi aggiungerete un pizzico di sale e poche spezie. Essa non mangia che questo cibo; cos preparato. E intanto, recatemi da bere.

Lucilla - (esce correndo e gorgheggiando) Da bere! Del vino da bere, subito!

Fortuna - Portate forse con voi qualche ammalata, signore?

Lupo Fiorino - (ride, ambiguo) Ammalata non , ammalata non ... (Apre il sacco).

Olimpio - Che stai a chiedere, comare? Cammina, alle pentole!

Fortuna - (esce rapidamente) .

Olimpio - Donna e curiosit. Donna e indiscrezione. Dico bene?

Lupo Fiorino - (ha tratto dal sacco una minuscola gabbia lucente, e la agita con ostentazione) Aria, aria, povera piccola bestia. Ora avremo la cena.

Olimpio - Che ci?

Lupo Fiorino - (senza lasciarlo accostare) State lontano.

Olimpio - Una gabbia d'oro? (Scoppia a ridere) Con licenza parlando, signore, la bestia che vi dentro mi pare una enorme pulce.

Lupo Fiorino - (arrogante) Perch ridete? Smettetela.

Olimpio - (mortificato) Scusate. Certo ho visto male. Non sar una pulce. E infatti, troppo grossa per essere tale.

Lupo Fiorino - (serio) una pulce.

Olimpio - (ricominciando a ridere) Oh sentite. Scusate, signore. Oh, sentite, Daghe!

Daghe - (ridendo discretamente) Forse che le pulci vi paion cosa tanto rara, da tenerne un campione in una gabbia d'oro?

Lucilla - ( rientrata, portando il vino, di cui riempie il bicchiere a Lupo Fiorino) Bevete. (Resta appoggiata al tavolo di lui, fissandolo).

Mirtillo - II mio cavallo pu fornirvene quante volete.

Lupo Fiorino - E voi stesso, per ci che vedo.

Lucilla - (pestando il piede) Ma bevete, signore! Gi vi ho riempito il bicchiere.

Lupo Fiorino - Grazie. (Beve).

Olimpio - E la tenete sempre cosi?

Lupo Fiorino - Sempre.

Olimpio - E di fame, non muore?

Lupo Fiorino - Essa mangia ogni giorno mezzo pesce cucinato come or ora avete udito.

Lucilla - (ride).

Lupo Fiorino - (ridendo) Non bisogna ridere

Olimpio - (sgranando gli occhi) Certo, perch sia tenuta cosi, meglio di un principe, voglio credere che sia una bestia assai particolare. Forse vien da qualche lontano paese.

Lupo Fiorino - Dall'Asia, nelle regioni africane, ove io stesso la presi.

Olimpio - E voi foste in paesi cosi lontani?

Lupo Fiorino - In questi ed in altri ancora. Poich mia madre era di quei paesi, ed era nipote dell'Imperatore, che mi aveva affezione, e in tutto mi ascoltava, e non faceva nulla senza udire il mio parere.

Daghe - Era un monarca saggio, veramente.

Mirtillo - (scoppia in una fragorosa risata).

Lupo Fiorino - Chi ride? Sappiate, che tutto vero ci che dico. Prova ne sia che da mia madre ho avuto quest'occhio nero, e da mio padre, ch'era dei paesi nostri, quest'altro occhio celeste.

Lucilla - Oh, che bugiardo! (Ride).

Olimpio - Che dici, disgraziata? Non vedi forse che i suoi occhi sono precisamente come egli dice? Non odi le cose meravigliose che narra?

Daghe - Animo, forestiero, bevete ancora, e seguitate a raccontare la straordinaria vita della vostra pulce. Versategli, versategli del vino.

Lupo Fiorino - Non ho bisogno di bere, per narrare. Tuttavia berr.

Fortuna - (entrando) Il pesce cotto.

Olimpio - (precipitandosi) Lasciatemi l'onore di nutrirla.

Lupo Fiorino - (trattenendolo) Per carit, fermatevi! Che, se vi morde, il vostro dito diventa d'oro, e per voi perduto!

Olimpio - (arretra spaventato, scotendo la

mano). Daghe - (ridendo senza ritegno) Ah ah! Questa buona!

Mirtillo - Che ha detto? Che ha detto?

Verna - (ride silenziosamente).

Lupo Fiorino - (violento) E credete forse, voi che ridete, ch'io la terrei come la tengo, se non avesse nel suo morso questa virt meravigliosa? (Batte un forte pugno sulla tavola).

Daghe - (sbigottito) Signore, non vi offendete, vi prego. Non vorrete far violenza a questo povero vecchio (Indica Verna, dal quale subito si scosta).

Lupo Fiorino - (passando il cibo nella gabbietta con un bastoncino) E ancora, credete che questa gabbia fosse d'oro? Era di legno, signori, di legno come questa tavola, ed eccola d'oro come la vedete, poich la morsic.

Mirtillo - (sbuffa rumorosamente, grattandosi la testa).

Fortuna - Allora, se ci vero, essa viene dal diavolo.

Daghe - Permettere, signore, una domanda?

Lupo Fiorino - (seguitando a cibare la pulce) Cento, ma rispettose.

Daghe - Rispettosissime. Com' che il cibo ch'essa morde non diventa oro?

Olimpio - Perbacco, giusto. Come rispondete, signore?

Lupo Fiorino - Se diventasse oro, non le sarebbe pi cibo.

Olimpio - esatto. Come rispondete, Daghe?

Daghe - E come essa distingue quel che cibo da quel che non cibo?

Olimpio - Ah, eccovi in un angolo! Sentiamo, rispondete.

Lupo Fiorino - Dal fatto, che se cibo, non le diventa oro; se non cibo, si tramuta in oro.

Olimpio - Bene, ah! bene! Non si pu dir meglio.

Lucilla - (ridendo). Oh, che sfacciato!

Mirtillo - Voi volete burlarci; e io non son uomo da lasciarmi beffare, e se mi salta la mosca al naso, per quel porco del mio padrone... (Afferra la frusta).

Fortuna - Ahi ahi! Mirtillo; non fate peccato!

Olimpio - Fermo, Mirtillo. Con la testa, bisogna ragionare. E io ragiono cosi: se tutto ci che egli dice non fosse vero, egli sarebbe senza dubbio l'uomo pi bugiardo del mondo; ma siccome ci non credo che sia, cos ritengo che tutto ci che dice sia vero. (Si guarda attorno, trionfante).

Daghe - Oh, se i mercati fossero pieni di persone quali voi siete, Olimpio! Tuttavia, udite, signore? Questo giovane, forte e gagliardo ben pi di me, e almeno quanto voi non vi crede; le cose che voi narrate sono cosi straordinarie che io stesso non posso farne torto a Mirtillo, perch oso dire che siamo gente istruita.

Lupo Fiorino - Giuro al cielo...

Mirtillo - In quanto a giurare, so giurare come voi, e spergiurare anche di pi.

Daghe - Con tutto il rispetto, voi non potete, sol perch siete forte, impedire la libera critica. Quindi non possiamo, non posso credervi, se non vedo attraverso le mie lenti, questa moneta morsicata dalla vostra pulce, e mutata in oro: cos il cielo lo volesse...

Lupo Fiorino - Per il demonio, vi far vedere! Venite qua, venite qua tutti, sacripante! Tenete ben stretta la vostra moneta, voi predicatore. E poich essa non entra nella gabbia, converr farne uscire la pulce. (Tutti gii si stringono attorno) Adagio! Adagio! Oh!

Daghe - Dov'?

Olimpio - Dov' andata? (Confusione generale. Tutti cercano sul la tavola, sulle seggiole, sconcertati, affannati).

Lupo Fiorino - Ah, maledetto, mi hai rovinato! La mia pulce! Ah, ti strozzo! (Si precipita addosso a Daghe).

Daghe - (fuggendo) Aiuto! Aiuto!

Fortuna - Figlia! Figlia mia! (Trascina Lucilla dietro un tavolo).

Olimpio e Mirtillo - (corrono a frapporsi tra i due).

Mirtillo - Fermo, sacripante!

Daghe - (resta barricato dietro un tavolo, difeso da Mirtillo).

Olimpio - (cade a sedere, ansimante) Oh, il mio cuore!

Lupo Fiorino - Mi ha rovinato! Lasciate che lo ammazzi!

Mirtillo - Indietro! O volete menar le mani?

Lupo Fiorino - (subito calmo, indietreggiando un poco) Con voi non ho nulla a che dire. (D'improvviso getta un grido di trionfo, scorgendo a portata di mano la cassetta delle mercanzie di Daghe. L'apre, e ne afferra a piene mani le merci) Vieni qui, come un cane, o ti rovino il patrimonio!

Daghe - (precipitandosi) Le mie merci! (Si arresta timoroso, disperato) Fermatelo!

Lupo Fiorino - (scagliando in tutte le direzioni bottoni, pettini, spille, specchietti) Ah, non vuoi venire? Prendi! Prendi!

Daghe - (con un grido straziante) Aiuto! Impeditelo!

Mirtillo - (sghignazza).

Lucilla - Oh bello! oh, bello!

Lupo Fiorino - Sul lastrico ti voglio! Sul lastrico!

Daghe - (mordendosi i pugni) Mi rovina! Ah, vile! Ferma! Ferma!

Olimpio - (ansante) Basta! Oh, il mio cuore!

Verna - (avanzandosi) Signore, arrestatevi. Voi non agite bene. Io, ve lo dico, che ho i capelli bianchi e che tutti stimano il miglior vecchio del paese.

Lucilla - (con un grido acuto) Ahi!

Lupo Fiorino - Che c'?

Olimpio - Maledetta! Sempre si lamenta, e nessuno la toccai

Lucilla - Ho sentito nella gamba una puntura.

Lupo Fiorino - (accorrendo) Una puntura? Una puntura, dite?

Daghe - (gettandosi carponi, lamentoso) Oh, i miei pettini d'osso!

Lucilla - Qui, nella gamba.

Olimpio - Badate ch'essa mente ogni giorno!

Fortuna - Non la mortificare, poverina!

Lupo Fiorino - Ragazza, per la mia testa, non mentite. Essa vi ha morsicato?

Lucilla - Una bestia mi ha morso.

Mirtillo - Cerca cerca! Bestie ne troverai!

Lupo Fiorino - E dopo che vi ha morso, per la mia testa, scomparsa tra la pelle e gli abiti?

Lucilla - (ridendo) La sento camminare nella schiena.

Lupo Fiorino - Seguitela, seguitela! Come vi ha morsicato? Non sentite, dove vi ha morsicato, una escrescenza?

Lucilla - (ridendo) Non so.

Olimpio - Ah, che voglia di' prenderla a ceffoni!

Lupo Fiorino - Non sentite una escrescenza, un porro, un cece, una lenticchia, qualcosa, dico, di rotondo e sodo?

Lucilla - Sento una escrescenza.

Lupo Fiorino - Ah, forse la mia pulce d'oro!

Fortuna - Povera, povera la mia Lucilla!

Daghe - (sorgendo carponi di sotto il tavolo, irritato) Aspettate a disperarvi, ostessa. Gioco che qui dentro non era la sola pulce in libert.

Lupo Fiorino - (assestando un calcio a Daghe, che gli tra le gambe) Prega il Cielo, tu, che sia la mia pulce. Che, dove morde dopo aver mangiato, lascia una escrescenza d'oro.

Olimpio - Signore, credete che sulla gamba di mia figlia sia rimasto un simile morso miracoloso?

Lupo Fiorino - Di questo appunto mi voglio assicurare. Appressatevi, Lucilla.

Fortuna - Marito mio...

Olimpio - Taci.

Fortuna - Marito mio, mia figlia una ragazza onesta!

Olimpio - Signore, signore, mia figlia una ragazza onesta! Io solo, che son suo padre, posso accertare il morso.

Lupo Fiorino - Scostati, oste. La pulce mia e so io quanto vale.

Lucilla - (ridendo) Mi fa il solletico!

Lupo Fiorino - d'oro! d'oro!

Olimpio - Oh, meraviglia!

Lupo Fiorino - la mia pulce d'oro! Daghe, voglio abbracciarvi! Lasciate che vi abbracci! (Lo abbraccia).

Daghe - (riottoso e soffocato) Lasciatemi! Villano!

Lupo Fiorino - Dite, dite, non mi offendete! Ho ritrovato la mia pulce! Sentite, Olimpio. (Gli prende la mano, e la passa sulla sottana di Lucilla).

Olimpio - Oh miracolo! Grosso come una nocciola! (Abbracciando Lucilla) Oh, figlia benedetta! Senti, Mirtillo.

Mirtillo - Uhm. (Tocca, si guarda attorno perplesso, si gratta la testa) Daghe, che ne dite?

Daghe - (ironico) Sentiremo.

Fortuna - Marito mio, come permetti che ognuno metta la mano sulla tua figliola? Non ben fatto.

Olimpio - Oh, donna sciocca ! Vorrei ohe tutto il paese fosse qui a toccare, a vedere la cosa meravigliosa che la sorte ha serbato a nostra figlia. Toccate, Daghe.

Daghe - un porro, un'escrescenza, infatti. Ma, d'oro? Bisogner vedere.

Olimpio - (sdegnato) Pretendereste di spogliare mia figlia?

Lupo Fiorino - Dite, Lucilla, non sentite che d'oro?

Lucilla - (ridendo) Sento che d'oro.

(Breve silenzio).

Daghe - Se essa lo dice...

Mirtillo - Ma quanto siete ricco, allora, voi?

Lupo Fiorino - (vagamente, tronfio) Uh...

Mirtillo - Tanto da comprare tutte le case di un intero paese?

Lupo Fiorino - Uh...

Mirtillo - Tanto...

Daghe - Sciocco, come pu misurarlo? Basta un morso, e una moneta gli diventa un marengo.

Mirtillo - (grattandosi la testa) Uff!...

Daghe - Se volete che facciamo la pace...

Lupo Fiorino - Volentieri, Daghe. Facciamola.

Mirtillo - La faccio anch'io la pace.

Olimpio - (prendendo le mani dell'uno e ponendole in quelle dell'altro) La pace, la pace, signori. Il mio cuore non regge alle risse, siate benedetti quanto siete in pace.

Daghe - (ha,afferrato la lucerna, con la quale squadra da vicino, da capo a piedi, Lucilla) Dove la sentite, la bestia?

Mirtillo - (afferrandola per un braccio) Non vi scende forse verso il piede?

Daghe - (afferrandola dall'altra parte) Verso qual piede, dite?

Lupo Fiorino - (accorrendo, brusco) Ohe, amici, indietro! (Li respinge violentemente).

Mirtillo - (bieco, come un cane allontanato dall'osso) Volete, forse regalarla alla ragazza?

Dache - Oso dire, signore, che potremmo aiutarvi a rintracciarla. Eccovi la lucerna.

Olimpio - (accorrendo) Ecco, signore, altra luce..

Lupo Fiorino - E che? Non hai che due lucerne, nell'ostera?

Olimpio - Signore, dicci, non due lucerne posso darvi.

Lupo Fiorino - Animo, allora, ostessa, accendi e portami le dieci lucerne, e quindici, se ci sono.

Fortuna - (precipitandosi, affannata) A servirvi, signore. Eccole, signore.

Lupo-Fiorino - E poi prendi tutte le panche della tua casa, e tutta la legna della legnaia, e fanne una catasta qui, vicino a tua figlia, e dalle fuoco.

Olimpio - Signore, che cosa volete fare? Che mia figlia bruci, e bruci anche la mia casa?

Lu>o Fiorino - E che bruci anche la tua casa, oste. O. sciocca gente, forse che tutto il fuoco che sapete fare paga un raggio di sole? E credete voi forse che in questa notte nera rischi il mio tesoro, che pu sparire sotto un piccolissimo angolo delle vostre cravatte?

Daghe - Oso dire, signore, che siamo gente onesta.

Lupo Fiorino - Con il sole l'onest si vede assai meglio. Animo, correte, datemi un sacco intatto ed una cordicella.

Lucilla - (precipitandosi) Un sacco! Un sacco!

Lupo Fiprino - Ferma, voi. Tutti (correndo) Un sacco! Un sacco!

Olimpio - Ecco il sacco.

Lupo Fiorino - Entratevi, Lucilla.

Olimpio - Insaccate mia figlia?

Lupo Fiorino - E la pulce con lei.

Olimpio - . sacrosanto.

Lucilla - (ridendo) Oh oh! Nel sacco!

Lupo Fiorino - Alzate un piede;

Daghe - Alzate l'altro.

Olimpio - Su, alla gola.

Fortuna - Non fatele male!

Lupo Fiorino - E questa cordicella; me l'assicuro al polso. Ora, oste, badate che ognuno entri nella camera che gli spetta, e che nessuno esca, domattina, prima ch'io sia sceso.

Mirtillo - E che? Ci volete tenere prigionieri?

Daghe - Io sono un uomo libero!

Lupo Eiorino - Daghe, non vi ho forse visto toccarla? E voi pure, Mirtillo? E chi pu dire che non passata su qualcuno di voi?

Daghe - (a Mirtillo) Tu l'hai toccata?

Mirtillo - (bieco) No.

Daghe - Io l'ho toccata, ma tu pure.

Mirtillo - Non ricordo; ed ora ho sonno.

Lupo Fiorino - Animo, oste, ognuno nella sua stanza.

Olimpio - Signore ad ognuno chiuder la porta col lucchetto. Avete ragione, signore. La notte ben scura sotto i boschi che abbiamo tutto attorno. E mia figlia, signore? Che ne debbo fare? Volete che la racchiuda in cantina? O nel solio? Che volete che ne faccia?

Lupo Fiorino - E come? Ancora non l'ho detto? Tua figlia dormir con me, s'intende.

Fortuna - Marito mio!!..

Lupo Fiorino - Voglio dire, nella camera stessa.

Olimpio - Nello stesso letto?...

Lucilla - (saltellando nel sacco, e ridendo) Io non ci vado. Io non ci vado.

Lupo Fiorino - Animo, aiutatemi a portarla di sopra. Daghe, Mirtillo, sollevatela.

Daghe - (sollevandola) Forza, Mirtillo:

Fortuna - Marito mio, questo grave peccato.

Olimpio - Ferma! Fermai Deponetela!

Mirtillo - (deponendola) Insomma, che facciamo? Ho sonno.

Lucilla - Che c'? Non si va pi?

Olimpio - Signore, mia figlia una ragazza onesta.

Lupo Fiorino - Te la compero, forse? Di che temi? Io s, che temo, a lasciarla con voi.

Fortuna - Ma, signore, non s' mai visto...

Lucilla - Piccola mamma, di che cosa hai paura? Io so di che cosa hai paura. Ma se mi toglie il sacco, perde la pulce; e se non me lo toglie, non c' nulla di male.

Olimpio - Senti come ragionai Ah, eran filosofessa, mia figlia!

Lucilla - Animo, sollevatemi. (Rabbrividendo) Oh, come dormir agitata, sapendo che c' un uomo nella mia stanza! Ma mi far la guardia, e le ombre che girano di notte non mi faran paura, questa notte.

Daghe e Mirtillo - (sollevandola) Oh! Forza!

Lupo Fiorino - (gettando sul tavolo un pugno di monete d'oro) Prendi, per il mio alloggio. Vi troverai incisa la figura dell'Imperatore d'Oriente, ch'era lo zio materno di mia madre. Andiamo.

Olimpio - (precipitandosi con la lanterna) Di qua, di qua signori. Attenzione alla scala!

Lucilla - (esce portata a braccia; gorgheg-giante) Buona notte, signori! Buona notte, signori! Buona notte!

Fortuna - (seguendola) Attenzione. Ah, mi pare di far peccato!

Olimpio - Figlia benedetta, buona notte! Chetai, Verna?

Verna - ( uscito dall'ombra, accanto al camino, ove rimasto seduto finora, ed esamina le monete che son rimaste'sulla tavola) Sto zitto, Olimpio.

Olimpio - E perch stai zitto? Ti par questa la sera da tacere?

Vbrna - Sto zitto, perch nessuno ha chiesto il mio parere. Quindi, sto zitto.

Olimpio - E che, ti ho forse offeso? Da galantuomo, ti ho offeso?

Verna - Hai interrogato quella testa pazza di Mirtillo...

Mirtillo - (rientrando) Che c ancora?

Verna - Hai consultato lo sciocco Daghe...

Daghe - (sospettoso, rientrando) Perch si
parla di Daghe? .

Verna - Ma il vecchio Vefna, che .non ha peccato davanti al cielo, non lo hai consultato. Peggio per te, Olimpio.

Olimpio - (addolorato) Che son queste parole? Credi che Olimpio non abbia una testa? Tutti abbiamo visto cose meravigliose, e non k> soltanto.

Verna - Bene, Olimpio, perch, la pulce non s' nascosta su di me, che sono vecchio?

Daghe - Avreste preferito, eh, Verna?

Verna - Non dico, non dico questo. Io dico, Olimpio, che da tutto ci nasceranno - nasceranno, dico - molte cose, e non cose soltanto. Ma ai vcchi non si bada. Buona notte. (Esce, da sinistra).

Olimpio - (sconcertato, preoccupato) Che cosa dice? Diavolo, che cosa dice? Che cosa, nascer?

Mirtillo - Ai vecchi, legherei una -pietra al collo, e gi nel fiume.

Daghe - O ritirarli tutti in un ospizio, ma tutti.

Olimpio - (ridendo forte) Non capiscono nulla, non capiscono. Ors; amici, ognuno entri in camera sua.

Daghe - (bofonchiando) Io sono un libero cittadino.

Oumpiq - (alzando la voce) Non fatemi irritare. Io sono responsabile, e le guardie cercherebbero me. Animo, in camera- E tu, Fortuna, portami il materasso. Di corsa

Mirtillo - (prendendo una lucerna) Buona notte.

Daghe - Ti gratti nella schiena?

Mirtillo - No. N la schiena n altro.

Daghe - Cos mi era parso. Buona notte. (Esce da destra).

Mirtillo - Bada a Daghe, - Olimpio. Non hai visto come moveva il braccio? (Esce da sinistra).

Olimpio - Sacripante! Qui non esce nessuno.

Fortuna - (entra, trascinando un pagliericcio, che mette attraverso la porta).

Olimpio - Qui non esce nessuno. Dammi un randello.

Fortuna - Per che fare?

Olimpio - Contro le volpi; e le faine. Io mi capisco. (Misurando il legno fieramente. nell'aria) Uno-due. Uno-due.

Fortuna - E a che ti serve, se non hai mai, osato battere un cane?

Olimpio - (offeso) Un cane? Un cane, o un ladro: vedremo, moglie. Io mi capisco.

Fortuna - Marito mio, lascia il bastone, e tendi bene, questa notte, le orecchie verso la stanza di quell'uomo.

Olimpio - Non dubitare.

Fortuna - Per Lucilla, dico. Per Lucilla. (Esce piangendo).

Olimpio - (aggiustandosi il letto) Donna sciocca. ben altro tesoro quello che custodisco. (Pone la candela a terra, vicino al materasso; si leva le scarpe, i calzoni) Cosa meravigliosa! Cosa non mai vista! Domattina voglio vederlo, quel porro, quell'escrescenza d'oro. E forse, con la punta di un coltello, lo potr estrarre. (Siede sul materasso) Buona notte, Olimpio. (Respira forte, pensieroso) Signore, tu mi hai creato Olimpio e mi hai dato diverse cose; e di ci ti ringrazio: ma guarda un po che sorte toccata a quel signore, che ha trovato quella bestia, quella bestia miracolosa!... (Pi basso) Eh?... Perch non avresti potuto farla trovare a me?... (Resta un momento assorto e silenzioso. Poi si scuote) Ma ti ringrazio, bada, ti ringrazio: non ti venisse in mente di togliermi anche quello che ho, per punizione! Ecco, ora tu credi ch'io ti sia grato solo per timore del castigo. (Si commuova) Ti ringrazio, Signore; ti sono proprio grato di tutto, perch bisogna cacciare le cattive tentazioni del demonio (Manda baci al Cielo) Ti raccomando di conservarmi, ti raccomando i miei polli, e la mia famiglia, anche quella bugiarda di Lucilla, che trovi presto marito, e la mia osteria, perch non ho altro per vivere. (Sorridendo, sornione) A te non si pu farla. vero, che anche mia moglie possiede qualche cosa. Ma tanto poca cosa (Irritandosi) Non si pu tenerne conto! E grazie intanto - vedi che ti son grato? - di avermi mandato un cliente che paga a pugni di monete d'oro... (Resta assorto un momento) Dov' il randello? Ch'io l'abbia qui vicino. (Nuovo silenzio) Preserva, questa notte, la mia anima... (Tende l'orecchio e gli occhi verso la scala. Resta assorto, e, lentamente, siede. Poi sbuffa rumorosamente, si gratta la testa, spegne la candela. La camera piomba nel buio).

TELA

ATTO SECONDO

Il sipario si apre sulla camera immersa nell'oscurit. La pallida luce notturna che attraversa i vetri opachi della finestra lascia intravedere a ridosso della porta la massa scura del giaciglio su cui disteso Olimpio. Nel camino, qualche brace ancora accesa spicca nel buio come un fiore rosso infocato. Breve silenzio. Poi la porta di sinistra si apre lentamente, scricchiolando. Qualcuno entra adagio, e si avanza verso il centro della stanza.

Olimpio - (sobbalzando) Chi entra? (La sua voce trema) Chi cammina?

Fortuna - (esita, fa l'atto di tornare indietro).

Olimpio - (da lontano, roteando il randello) Sacripante, chi cammina? Ora t'accoppo a randellate!

Fortuna - Ahi! Non bastonare tua moglie, Olimpo!

Olimpio - Ah, sei tu! Sei mia moglie! (Ansa, si irrita) Che cosa fai, qui? Che cosa fai, di notte per la casa?

Fortuna - Venivo a spegnere il fuoco.

Olimpio - Non vero. Il fuoco spento; il fuoco spento!

Fortuna - Allora, andavo a gridare al gatto.

Olimpio - Non vero, non vero. Non ho chiuso occhio, e gatti non ne ho sentiti. Per chi mi prendi? Mi stupisco di te. Le mogli restano nel loro Ietto, la notte. Torna a letto.

Fortuna - Ora ci torno. (Non si muove).

Olimpio - (strabuzzando gli occhi) Torna a letto!

Fortuna - Basso, basso, Olimpio!

Olimpio - (a voce pia bassa) Torna a letto!

Fortuna - Ora ci torno. (Non si muove). Olimpio, tu hai commesso grave peccato, per il quale il Signore ti punir; te solo, per mia fortuna, e non me. Ma ti punir.

Olimpio - Mi stupisco. Mi stupisco. Ti sei coricata buona moglie e ti sei svegliata megera.

Fortuna - Cos mi fossi svegliata; ma non mi son svegliata, perch non ho chiuso occhio, poveretta che sono. Io ti ricordo, Olimpio, se gi lo sapevi, e te lo dico, se non l'hai mai saputo, che Lucilla fin dalla nascita porta un grosso porro sulla gamba destra, ove tutti, per tua vergogna, l'avete toccata.

Olimpio - (allibito) Che? (Cade a sedere sul letto).

Fortuna - Fin dalla nascita, (in dalla nascita. E non d'oro, no, ma scuro come un cece. (Piangendo, querula) Ecco, la pi bella ragazza del posto, la nostra figliola, tu l'hai disonorata, dandola chiusa in un sacco a uno straniero. Oh, la mia Lucilla, in cui mi specchio, chi potr rendermela senza macchia, com'era prima? Ah, tuo padre, tuo padre, ti ha rovinata!

Olimpio - Una bugiarda, una grande bugiarda sempre stata. Ci non toglie, dico... Animo, Olimpio, ragioniamo, ragioniamo. (Quasi gridando) E tu intanto, non svegliar tutte le persone. Parla piano. Ragioniamo, Olimpio. Orbene, moglie, forse che Lucilla aveva fin dalla nascita un grosso porro anche sulla gamba sinistra?

Fortuna - Non le ho mai visto un porro sulla gamba sinistra. Ma sulla destra, non sulla sinistra, voi l'avete toccata.

Olimpio - Giuro, sulla mia testa, giuro ch'era la sinistra e non la destra. E come potrebbe essere diversamente? Che, se fosse diversamente, io sarei l'uomo pi sciocco del mondo, ed il potere della pulce d'oro sarebbe una favola. Ora, come ci possibile? Giuro e spergiuro, moglie, ch'era sulla gamba sinistra e non sulla destra. (Facendo da lontano l'atto) Uhi Che voglia di pigliarti a ceffoni! Quel che l'uomo fa e decide, donne, legge per voi. Un ceffone, ti starebbe pur bene.

Fortuna - (umile, rannicchiandosi tra le co-pene del letto) Zitto, zitto. Lasciami un posticino. Fa cosi freddo, questa notte. Dunque, Olimpio, proprio vero che tutto ci che morde, diventa oro.

Olimpio - (sedendo sul letto e avvolgendosi in una coperta). Nessuna donna ha mai dormito nella stanza di un uomo tanto ricco. (Pausa).

Fortuna - (sollevandosi sul gomito) La guardava. Non hai visto come la guardava?

Olimpio - Chi?

Fortuna - Essa potrebbe piacergli. Dico, capisci, dico Lucilla, a quel ricco forestiero.

Olimpio - Ah? Sicuro, un'idea, sicuro.

Fortuna - Essa potrebbe piacergli, perch bella.

Olimpio - bella, sicuro, bella. E lui un uomo. Potrebbe innamorarsene, come io di te, quando ti ho sposato.

Fortuna - Zitto.

Olimpio - E se domattina ce la chiedesse in sposa?

Fortuna - (ridendo) Zitto. Appunto questo pensavo.

Olimpio - Che nozze! Io aedo che saremmo vestiti tutti d'oro.

Fortuna - Oh, potrebbe aver figli, senza paura di miseria. Sarebbe la pi ricca signora di tutto il mondo.

Olimpio - Di tutto, di tutto il mondo. Ma credi forse che noi, suo padre e sua madre, non saremmo il padre e la madre pi ricchi di tutto il mondo?

Fortuna - (balzando a sedere sul letto, e tendendo l'orecchio) Zitto, zitto, Olimpio!

Olimpio - (spaventato) Che c'?

Fortuna - Non ti giungono rumori dalla camera ov' Lucilla? Ascolta. (Breve silenzio).

Olimpio - Non odo. Che dovrei udire?

Fortuna - Io forse ho udito. Io dico, Olimpio, che tu dovresti, domattina, non lasciar partire lo straniero, prima di aver parlato con Lucilla.

Olimpio - Non capisco.

(Silenzio. I due si fissano).

Fortuna - E se qualcosa successo, se ha fatto peccato, giusto che la sposi.

Olimpio - (stordito) Non creder mai che succeda qualche cosa, questa notte. (Scattando) Non dovevo lasciarla andare.

Fortuna - (trattenendolo) Basso! Basso! Ora fatto; e se il male successo, su a noi rimediarlo. Perch, non e vero?, tante volte si sono uditi questi fatti.

Olimpio - Si sono uditi, si certo. "Tortona Occorrer, domattina, interrogare accuratamente Lucilla. Perch - arrossisco a parlar di queste cose - non soltanto il peccato pi grave macchia l'onore di una ragazza. Noi donne, le sappiamo, queste cose; ma tu pure, Olimpio, che sei suo padre, devi capirle.

Olimpio - Ho capito, ho capito.

Fortuna - (aggrappandosi a lui) E dunque, Olimpio, ti supplico, non lasciarlo partire se prima...

Olimpio - Chi cammina?

Fortuna - Spegni, spegni la lucerna!

Olimpio - (goffo, affannato) Come? Dove? (Afferra la lucerna, ma non sa che farne).

Fortuna - Spegni! SpegniI

Olimpio - Che ne fo?

(Entra, adagio, sospettoso, Daghe, e dietro a lui, discinto, pia scarmigliato del solito, Mirtillo),

Daghe - Alta la lucerna, Olimpio. Alta, alta.

Mirtillo - Giuro, che si son cercati addosso come le scimmie, e l'hanno trovata.

Olimpio - O che, Mirtillo! E se pure l'avessi trovata, non era mia, e per onest bisognava restituirla, purtroppo. Ragionavamo, con mia moglie, della speranza...

Fortuna - (dandogli nel gomito) Zitto, Olimpio.

Olimpio - E che c'?

Daghe - Ragionare non peccato; ed anzi ci che distingue l'uomo dalla bestia. Di che ragionavate?

Olimpio - Della speranza, dico, con buona pace di mia moglie, che quel signore sposasse... Via, lasciami direi Sposasse Lucilla e ci diventasse genero.

Daghe - (ridendo sommesso) Tanti auguri, Canti auguri! (Saluta con la mano nella direzione della scala) Io invece non ho la fortuna di possedere una figlia a sua volta posseduta da quel signore.

Mirtillo - Ed per questo che ci siamo spogliati nudi come bruchi...

Daghb - Basta, Mirtillo, andiamo!

Mirtillo - E abbiamo ricercato, senza chiudere occhio, piega per piega dei nostri vestiti, quella maledetta bestia.

Olimpio - E che ne avreste fatto, se l'aveste trovata, postoche non vostra?

Mirtillo - Tu lo domandi, perch non hai mai creduto, un momento solo, di poterla proprio trovare.

Olimpio - Ebbene, io non voglio pensarci.

Fortuna - (querula) Perch, Olimpio? Se non per te, per tua moglie e per Lucilla.

Olimpio - Non voglio pensarci; e tu taci, sacripante! Perch ho sempre saputo ci che avrei fatto l'indomani; e diversamente, mi pare di perdere il cervello. Dunque, basta.

Daghe - Se tu credessi di trovare la pulce alzando l'orlo di quella coperta, forse non lo alzeresti? E perch essa non potrebbe essere rimasta l sotto?

Olimpio - (combattuto) No, certo. No, certo (Solleva la coperta, si protende, ansioso). . Daghe e Mirtillo ridono.

Olimpio - Non c' nulla, e voi lo sapevate, sacripante!

Mirtillo - Tant', hai cercato, galantuomo!

Olimpio - Giuro al cielo che sono galantuomo, e non cercher, dovessi...

Daghe - Zitto, zitto. Siamo tutti onesti. Ma non siamo anche tre miserabili, qui, intorno a questa lucerna?

Fortuna - Poveretti, poveretti, slamo. Io posso dirlo, che tengo i conti.

Daghe - Un mese, un breve mese basterebbe. E domattina, non dovrei rimettermi sulla strada fangosa, pieno di freddo, con la pesante cassetta a tracolla e pochi soldi in tasca. Guarda queste braccia, Olimpio, guarda queste gambe (si denuda il braccio, poi la gamba, mentre Olimpio, la lucerna alta, lo squadra), guarda le spalle, come tutte le ossa son piccole. Il mio corpo, l'ha detto un dottore, gracile.

Fortuna - Poveretto!

Olimpio - S, certo.

Mirtillo - E io, dunque? Come una bestia vivo. Guardate questa cicatrice dal naso alla fronte: dicono, maledetti, che l'ho avuta in una rissa. vro invece che son cascato dal carro dove m'ero addormentato di fatica. Vorrei comprarmi un letto, tutto d'oro, con tre materassi di piume, grande tanto da starci sdraiato con le gambe lunghe in tutti i sensi, e dormire, dormire, da levarmi il sonno che patisco da quando son nato, e mi tocca essere in strada prima del sole.

Olimpio - (che lo ha squadrato, ora porta sopra se stesso la luce della lucerna) Io pure, ho le ossa... No, non le ossa... ho una cicatrice... che dico?...

Fortuna - (esultante di aver trovato) Sei curvo, Olimpio, sei curvo! Ora lo vedo!

Olimpio - Son curvo, son curvo, moglie; e tu non mi hai mai guardato prima d'ora. Ho le spalle piegate, che non mi si drizzeranno mai pi, perch porto le legne, e le secchie, e le ho sempre portate, fin da ragazzo, come un mulo.

Daghe - Non pi fascine, non pi cassetta, non pi. carro. Spendi e risparmi, senza fatica, perch sei l'uomo pi ricco di tutta la terra.

Mirtillo - (intonando, cupo) L'uomo pi ricco di tutta la terra.

Olimpio e Daghe - (sommessi,-cupi, in coro) . morto alla guerra - morto alla guerra - L'uomo pi ricco - Di tutta la terra - morto alla guerra - Non torna mai pi.

Fortuna - Zitti! Piano! Non li svegliate.

Mirtillo - Circonda la pulce, con quattro sassi; e ti trovi quattro blocchi d'oro. Questo pu succedere.

Olimpio -Oh!

Daghe - E che sassi, che sassi! Di una pianta, che succede? Morsicata alle radici, per il succo, che, come si studia, tende a salire, in breve diventa d'oro in ogni ramo, in ogni pi piccolo ramo, e 4n tutte le foglie.

Fortuna - Oh oh!

Olimpio - Di pi. Io dico di pi. Perch se la pianta ha i frutti - un melograno, ad esempio - tu sgrani chicchi d'oro. Eh? Che ne dite?

Fortuna - (coprendosi la testa con la coperta) Oh, i miei occhi stravedono.

Olimpio - E questo non nulla. Perch il mio cervello, che lucido e ragiona come non mai, mi fa vedere le cose pi meravigliose, tutte possibili e vere.

Daghe - E se la lasci libera in una stanza, com' stata in questa... Che cosa brilla, laggi, contro il muro?

(/ tre uomini balzano in piedi, e si protendono, ingordi, ansiosi, nella penombra).

Olimpio - (smanioso) Brilla, brilla!

Fortuna - la luce della lucerna sul nostro piatto di rame, Olimpio. O non lo riconosci?

Olimpio - Ah!

Mirtillo - Ma in quell'angolo, allora?

Daghe - Brilla - eh! - brilla!

Fortuna - la luce della lucerna sulla nostra pentola, Olimpio. 0 non la riconosci?

Daghe - Forse che una pentola non potrebbe essere tramutata in oro?

Mirtillo - Un piatto.

Olimpo - (ridendo, come esasperato) Una pantofola.

Mirtillo - (id.) La mia scarpa.

Olimpio - Io dico di pi, di pi! Una scopa, un pezzo di legno, una sedia!

Mirtillo - Di pi, di pi! (Afferra Olimpio per il collo).

Olimpio - (avvinghiando Mirtillo e dibattendosi) Tutto tutto, mascalzone!

Daghe - (si rovescia all'indietro, ridendo istericamente).

ortuna - Fermo, Olimpio, che non reggi!

Mirtillo - (rovesciando Olimpio sul materasso) Prendi sul Ho il pugno secco, io.

(Tutti e tre restano - Mirtillo Olimpio ansanti - silenziosi, gli occhi fissi ne buio).

(Pausa).

Olimpio - Non abbiamo ragionato berie. Tutto questo non possibile.

Daghe - Oh, uomo, com' debole il tuo cervello! Postoche tu abbia in tuo potere quella pulce meravigliosa, come non possibile? E noi sappiamo che una persona la possiede, perch l'abbiamo vista.

Mirtillo - Per abbattere un uomo, basta un colpo secco, ma preciso, dato qui, sopra la nuca. Cade senza un soffio.

Olimpio - (sussultando, livido) Che dici?

Daghe - (le labbra tremanti) Perch dici questo? Mirtillo?

Mirtillo - (interdetto, poi confuso) Ah?... Volevo dire che Olimpio s' difeso male e non sa lottare.

Daghe - Ah..;

Mirtillo - Io, invece, sono stato macellaio, e queste cose le ho imparate. Anche le bestie, colpite cosi, non soffrono niente. come una carezza. (Pausa. S'odono, fuori, i cani ululare).

Olimpio - (convulso) Si soffoca, si soffoca, qui dentro. Perch urlan cosi, quelle bestie maledette?

Fortuna - Le faine, Olimpio. Ci saranno le faine.

Olimpio - Le faine?Voglio vedere. (Si infila i calzoni, le Scarpe) Via, alzati, muoviti.. Lasciami passare.

Fortuna - (sposta il pagliericcio, apre la porta) Prendi il randello, Olimpio.

Olimpio - Che randello! Che randello! Lasciami passare. Qui si soffoca. (Esce).

Daghe - Silenzio!

Fortuna - Scende la scala!

Mirtillo - (afferrando una seggiola) Vuol fuggire?

Fortuna - (si precipita sulla porta) Olimpio! Olimpio!

Daghe - (trattenendo Mirtillo) Silenzio!

Fortuna - Lo straniero fugge! (Lo scuote per un braccio).

Olimpio - Sacripante! (Si precipita sulla porta, la sbarra).

Daghe - (intanto, ha spento, la lucerna).

(La camera piomba nel buio e nel silenzio. Si odono le scale scricchiolare; poi il rumore attenuarsi; poi pia nulla). (Pausa).

Daghe - (riaccendendo, la lucerna) ritornato di sopra.

(Pausa. Tutti si guardano, muti).

Olimpio - Perch diavolo voleva andarsene?

Daghe - Eh ehi...

Fortuna - Marito, marito mio, se vuol par: tire, segno sicuro che ha ritrovato la pulce: e tu sai dov'era nascosta! (Piange).

Olimpio - E la portava via?...

Daghe - sua.

(Pausa).

Olimpio - E se partisse?

Fortuna - (selvaggiamente) Non deve partire, non deve partire, se ha disonorata Lucilla, senza sposarla!

Olimpio - (asciugandosi il sudore) E se partisse, dico? E se partisse?

Mirtillo - Sacripante, si provi a partire, e a lasciarci pi poveri e disperati di prima. Non fatemi salire il sangue al cervello.

Olimpio - (angosciato, stravolto) Ma se partisse?

Daghe - Eh eh!... A me ha rovinato tutta la merce, ha rovinato. Crede di poter partire cos?

Fortuna - Tu non lo lascerai partire, Olimpio, tu che sei padre.

Daghe - (sommesso) Padre o non padre, anche noi ci siamo. (Adagio, socchiude la porta).

Olimpio - Chiudete! Perch gli aprite la porta?

Daghe - Io non credo che partir; dico, non credo. Ma se volesse partire, la porta chiusa sarebbe un errore.

Mirtillo - Io non credo che partir. Tuttavia Daghe ha ragione. Un uomo dietro il battente della porta socchiusa, con questo randello, basterebbe a non lasciarlo partire.

Fortuna - Oh, questo peccato, e io non ho sentito nulla. E non sentirei nulla, lo dico fin d'ora, qualunque cosa capitasse.

Olimpio - (stravolto) Ma che cosa dovrebbe capitare? Non capiter nulla, non capiter.

Daghe - Lo so anch'io che non capiter nulla. Tuttavia, la porta lasciala socchiusa. (Cammina dalla porta che d alla scala verso la porta d'uscita) Uno - due - tre - quattro passi.

Mirtillo - (nascondendosi dietro il battente) E un uomo qui dietro.

Daghe - Al buio, al buio, si capisce.

Mirtillo - Un colpo ben dato, e non si soffre affatto. Io lo so, che abbattevo i tori.

Olimpio - (soffocato) Oh!...

Fortuna - Io .non sento, ricordatevi. Io non sento.

Daghe - Badiamo, si dice cos, per ragionare, che io son galantuomo; e tanto non partir.

Olimpio - (respirando) Siamo tutti galantuomini; e, certo, non partir.

Fortuna - Silenzio! (Pausa breve).

Daghe - (in un soffio) Discende le scale!

Fortuna - (aggrappandosi al braccio di Olimpio) Olimpio, Lucilla!...

Daghe - (spinge Olimpio dietro la porta) L!

Mirtillo - (mettendo nella mano di Olimpio il randello) A te!

Fortuna - Io non ho visto nulla! (Fugge da sinistra).

Daghe - (spegne la lucerna, scompare a sinistra) Via!

Mirtillo - (dileguandosi nel buio) Via! (La camera piombata nel buio. Solo, filtra dalla porta socchiusa la luce notturna, nella quale si disegna improvvisa l'alta figura di Lupo Fiorino, che avanza a lunghi passi, silenzio. Egli apre la porta e varca la soglia. In quell'attimo Olimpio sorge alle sue spalle, e nella luce violacea si stacca il suo gesto, violento nel colpo. Lupo Fiorino getta un grido soffocato e precipita. Subito tutto scompare, perch Olimpio ha chiuso con fracasso la porta). (Breve silenzio).

(Da sinistra, adagio, sorgono Daghe, Mirtillo, Fortuna, ognuno con una lanterna accesa in mano. Si scorge allora Olimpio, livido, addossato alla porta, come per tenerla chiusa). (Pausa).

Mirtillo - L'hai accoppato?

Olimpio - (stravolto, quasi demente) No!...

Mirtillo - (avanzandosi) Lascia vedere.

Olimpio - (gettando un grido convulso) No!... Gli sbarra la strada; poi, affannosamente, istericamente, si getta a raccogliere panche, seggiole, tutto ci che trova, addossandole contro la porta, in barricata. Tremante, estenuato, stravolto, siede adagio, gli occhi fissi sbarrati, sulla catasta).

TELA


ATTO TERZO

Le prime lipide luci dell'alba piovono attraverso i vetri, opachi per il freddo. Olimpio ancora seduto sulla catasta, immobile, al centro del semicerchio che attorno gli formano gli altri, seduti essi pure, ed essi pure silenziosi ed immobili, l dove sono entrati. L'aprirsi della tela quasi coincide con l'entrata di Verna, arzillo, riposato, ravviato. Scuote la magra persona nell'ampio lindo vestito, come un passero che esca, in un mattino d'inverno, di sotto le tegole brinate.

Verna - Buon giorno, ignori; buon giorno. (Getta il mantello sul tavolo, si guarda attorno, ride) Attendete l'uscita degli sposi? Eh, ehi Olimpio, non forse nato qualche cosa - un nipotino, poniamo - eh ehi - da quella pulce? (Si rannuvola, batte il bastone sulla tavola) Ma ai vecchi, non di mai ascolto. (Siede) Animo, ostessa, portatemi il caff, buono come il letto dove ho dormito. Mi pare di aver ventanni, stamattina. E se avessi i mici figli sotto i pugni, maledetti... Il caff, ostessa, il caff, e il conto, perch parto.

Fortuna - (si alta).

Olimpio - (scattando in piedi) Ferma, tu! Toma a sederei

Fortuna - Marito mio, un cliente mi chiede il caff, e il cnto, E devo preparare il caff per tutta la casa, e spazzare.

Olimpio - (gridando, gli occhi strabuzzati) Torna a sederei Torna a sedere!

Verna - (impermalito) Se pago, voglio il mio caff.

Olimpio - Non si fa pi il caff, per nessuno. Non si spazza pi. Non si fa pi nulla di quello che si faceva prima.

Verna - (cocciuto, picchiando il bastone sul tavolo) Nessuno mi ha mai perso il rispetto. Se pago, voglio il mio caff.

Olimpio - (gridando sempre pia forte) Chi, vuoi pagare? Chi, vuoi pagare? Me? (Scoppia a ridere) Lai Un caff: quattro monete! Sul naso, te le piazzo! Non si fa pi nulla di quello che si faceva prima, perch ho ammazzato un uomo!

Verna - (si alta, afferra il mantello) Avete bevuto tutti, questa notte. E con gli ubbrachi non si ragiona; io me ne intendo.

Olimpio - (lo afferra per le spalle, lo spinge violentemente verso i vetri della finestra) Vai a vedere! Cammina! Io, l'ho ammazzato. Vai a vedere!

Verna - (dibattendosi) Gi le mani! ( sospinto contro la finestra. Di colpo i suoi occhi si fissano su qualcosa, nella strada. Egli si irrigidisce, come diventato di pietra) Oh!...

Daghe e Mirtillo - (come gettandosi nella scia aperta verso la finestra dal vecchio, si precipitano essi pure ai vetri, e restano l, guardando).

Olimpio - Io l'ho ammazzato! Io l'ho ammazzatoi Una legnata sulla testa, l! Non ha sofferto nulla, come i tori. E tutto cambiato.

Verna - (agitato da un tremito) Apritemi la porta. Me ne vado; me ne vado.

Daghe - Ohe, ohe! Attenti!

Olimpio - (balzandogli incontro) No, che non te ne andrai!

Mirtillo - (lo ha afferrato per un braccio).

Verna - Gi le mani! O vi spacco la testa, assassini! (Alza il bastone).

Mirtillo - (strappandoglielo) Non dirlo, o son io che te la spacco!

Olimpio - (agguantando Verna alle spalle) Legalo, Mirtillo.

Verna - (dibattendosi, mentre Mirtillo, sfilatosi la cinghia, gli lega i polsi dietro la schiena) Oh, vergogna, vergogna! Al vecchio Verna! In galera, assassini!

Olimpio - (trascinandolo verso il tavolo) Legalo qui. Stringi forte. Fagli male! Fagli male!

Fortuna - Oh, Signore! Io non guardo.

Daghe - (seduto vicino a Verna, e giocherei-land con le corde che lo legano) Vi fanno male ai polsi, povero Verna? Mi spiace; mi spiace. Ma subito vi scioglieranno, perch certo ci metteremo d'accordo.

Verna - (con uno scoppio d'ira, la schiuma alle labbra) Io, il vecchio Verna, legato ad una tavola! Maledetti, non avrete nulla, da mei

Olimpio - Nulla? Nulla? Fortuna, dammi le forbici per sgozzare le galline.

Daghe - (trattenendo Mirtillo, che minaccia) Credo che non ci abbiate compresi. Noi non vogliamo farvi male; ma soltanto darvi la vostra parte d'oro: e poi ciascuno riprender la sua strada.

Verna - (cocciuto, cupo) No.

Mirtillo - Sacripante!

Olimpio - No? Ah? No? (Agitando le forbici) Credete che sia meglio arroventarle? Fanno maggior effetto. (Corre al camino) Fortuna, vieni qui. Soffia!

Fortuna - Olimpio!...

Olimpio - Soffia!

Fortuna - (tremante, si piega carponi, soffiando sulla brace).

Daghe - (sempre pia inquieto e nervoso) Animo, Verna, ragionate. Il ragionamento privilegio dell'uomo. Uno, due, tre, quattro e cinque - il quinto siete voi, Verna, - qui dentro sappiamo lo stesso segreto. O tutti, o nessuno, Verna. Va bene?

Verna - No.

Mirtillo - Ah, bastardo! (Impugna un bastone).

Olimpio - Soffia, Fortuna, soffia! Voglio divertirmi. Questo ferro, glielo pianto in un occhio; e con queste forbici gli taglio tutte le dita.

Fortuna - (inorridita) Olimpio, sei impazzito!

Olimpio - (gridando) Vai al diavolo!

Verna - (barcollante) Oh!...

Daghe - un segreto grande, Verna. Questo voi non lo capite. Un uomo ucciso sarebbe poca cosa;, ma ci che vi offriamo - un segreto grande - l'oro a volont; Toro, come si diceva... (Esitante, agli altri) Come si diceva, questa notte?

Olimpio - (tassativo) Una pianta d'oro, con tutte le foglie e tutti i frutti d'oro.

Verna - (ride seccamente).

Mirtillo - (ridendo) Uh!...

Olimpio - Che c' da ridere? Non si diceva forse cos, questa notte?

Daghe - Forse si diceva cosi. (Esitante) Dunque, Verna?... Ma oramai un segreto c', un segreto c', anche se non fosse - poniamo - il segreto di una pianta, d'oro. (Sempre pia pressante) Un segreto c'. Via, dunque, Verna! Voi non negate per virt, ma solo per odio a noi, voi che minacciate di morte i vostri figli. (Gli d un buffetto sul naso).

Verna - (in una specie d'esaltazione) Non avrete nulla, da me. Tutti sapranno che il vecchio Verna, da solo, ha resistito a tutti voi messi assieme, per mantenersi virtuoso, e principalmente perch la sua testa di ferro. E ne sar ancor pi onorato.

Daghe - (disperato) Nessuno lo potr sapere! Se i pugni non contano, se le bastonate non contano, se i ferri roventi non contano, non capite qual l'unica cosa che conti per salvare il segreto?

Verna - (barcollando) Ohi..,

Olimpio - (ha deposto lentamente, bieco, i ferri).

Mirtillo - (depone il bastone).

Verna - (trema; grosse lacrime gli rigano le guance) Morire? Dovr morire subito? Ahi ahi! Com' brutta, la morte, vista da Vicino!

Olimpio e Mirtillo - (rompono in una grassa risata).

Verna - Non ridete, maledetti, voi che vivete I Quando arriverete in punto di morte, credendo di essere vicini al cielo, allora vi ricorderete tutti i vostri peccati. (Gridando) Voglio confessarmi, prima di morirei

Daghe - Quali peccati vuoi confessare tu, onorarissimo Verna?

Verna - (irrigidendosi) Nessuno! (Di nuovo tremante) Oh, Signore, non voglio morire falso e bugiardo I Tanti peccati, che non ricordavo pi, perch ogni volta la cosa per cui peccavo mi pareva bella. Ma tutto passato, sono rimasti solo i rimorsi, che .mi porto via. (Gridando) Per questo non mi farete accettare il vostro oro, maledetti !

Olimpio - Basta, con queste storie. Io ammazzo tutti !

Mirtillo - (esitante) Come un cane?

Verna - Un momento! Un momento! Voglio confessarmi!

Fortuna - (singhiozzando) Non commettete sacrilegio!

Verna - Voglio confessarmi.

Daghe - (mettendogli una mano sulla bocca) Zitto!

Olimpio - (alzando il bastone) Io ammazzo tutti!

Daghe - (respingendo con l'altra mano Olimpio) Fermo!

Vbrna - (dibattendosi, soffocato) Voglio confessarmi, prima di morire! - (Morde la mano a Daghe).

Daghe - Ahi!... Maledetto! (Scuote la mano, caccia un fazzoletto in bocca al vecchio) Mordi fin che ti piace, ma taci! C' sempre tempo...

Olimpio - Quante storie!...

Mirtillo - (respingendolo) Fermo, l!

Daghe - Fermo! C' sempre tempo a chiudersi la porta.

(Lunga pausa Adagio il gruppo si compone. Tutti siedono, come esausti).

Mirtillo - (brontolando) Io domando perch Olimpio non ci ha lasciati uscire subito. A quest'ora saremmo chi sa dove. E intanto venuto il giorno.

Daghe - Di notte, quell'uomo cascato nel buio. Non si sapeva dov'era cascato, e che cosa c'era ai suoi fianchi.

Mirtillo - Ma adesso giorno.

Daghe - Hai solo da allungare lo sguardo oltre i vetri, e lo vedi nettamente, disteso in mezzo alla strada. Alla sua destra c' un ciglio, di cui si possono contare i fili d'erba; e sotto ha quattro sassi.

Mirtillo - E pu passare la gente.

Daghe - (alzandosi) E i gendarmi.

Olimpio - (balzando in piedi) Fuggiamo nei boschi.

Fortuna - Olimpio! Olimpio! E la casa? e Lucilla?

Mirtillo - (balzando in piedi) E di Verna, che ne facciamo?

Verna - (ostinato, gli occhi chiusi) Voglio confessarmi.

Daghe - E nei boschi, che ci facciamo?

Mirtillo - I banditi, eh? E le armi? E i viveri ?

Daghe - Io sono di costituzione delicata, e nei boschi non ho mai vissuto. (Siede adagio, imitato da Mirtillo)

Olimpio - (tremante) Ma qui, che ci facciamo? O i banditi, o la forca. Fuggiamo, presto.

Daghe - (smarrito) La forca? Che ci faccio, io qui? Io dovrei essere alla fiera di S.Agata. (Si alza, tremante) Sono sempre stato un commerciante onesto, non ho mai avuto nulla che dire con la giustizia.

Mirtillo - (livido) Io voglio andarmene, e subito. Quando succede qualche cosa, il primo ad essere accusato, non appena mi .guardano in faccia, sono sempre io.

Daghe - (smaniante) Che ci fa, quel morto, l fuori? Che ci fa, quel vecchio legato al tavolo?- Non normale, non normale. Io sono qui per combinazione.

Olimpio - Che discorsi sono? Per combinazione?

Daghe - (rivoltandosi, come morso) Chi ne dubita? Chi ha ucciso quell'uomo? Mi appello a Verna, che potr testimoniarlo. Voi stesso, Olimpio, vi siete confessato autore del delitto.

Olimpio - Non lo nego, signori.

Verna - Vi accuso tutti, io.

Mirtillo - Testimonio, Verna, testimonio.

Daghe - (correndo a scioglierlo) Come, tutti? Perch, tutti? In galera, lo portiamo, quell'uomo.

Verna - (sciolto, barcolla, vien meno) Vi accuso.

Daghe - Sviene! Presto, ostessa, un cordialel

Fortuna - (accorrendo) Poveretto, poveretto!

Olimpio - (che si rifugiato dietro un tavolo) Che cosa fate? Io l'ho ucciso, ma eravamo assieme.

Mirtillo - Assieme? Buon per te che Verna svenuto, e non ti sente.

Daghe - Assieme? Vorr sentirlo. Quando verranno qui i giudici, e tu sarai legato in mezzo alle guardie, e ti chiederanno di questa porta, che cosa dirai?

Olimpio - Quella? Ma la porta dove passo ogni giorno con le fascine.

Mirtillo - E la porta dove ti sei nascosto, tu solo.

Olimpio - possibile che sia la stessa ?

Daghe - E quando ti chiederanno di questo - proprio di questo - bastone, che dirai? Vorr sentirti.

Olimpio - Quello? Ma quello il matterello che ogni giorno adopero per la polenta.

Mirtillo - Ti sbagli, Olimpio. il bastone col quale, tu solo, hai calato il colpo sulla testa di quell'uomo.

Olimpio - No, non possibile!

Mirtillo - Non possibile? E questo ferro? E queste forbici? Le riconosci?

Olimpio - S, certo. Le forbici per i polli, che io non ho mai voluto adoperare. Il ferro per la cenere.

Mirtillo - E per gli occhi di Verna.

Daghe - Le cose ti accusano. Sicch, di te, che dirai, Olimpio?

Olimpio - (tremante) Che sono Olimpio, l'oste, marito di Fortuna.

Fortuna - Io gi l'avevo detto che non avrei visto nulla.

Daghb - L'assassino, devi dire, odi, Verna - l'assassino di quell'uomo.

Mirtillo - Tu solo, tu solo!

Olimpio - (cade in ginocchio, singhiozzando) Io l'ho ucciso! Io l'ho ucciso! Legatemi, trascinatemi alla forcai Io, Olimpio, l'onesto Olimpio, sono un assassino! Oh oh oh!

Daghe - Odi, Verna?

Mirtillo - (legando Olimpio, e trascinandolo davanti a Verna) E questo, non lo volevi forse uccidere come l'altro?

Daghe - Ma io ti ho salvato, Verna.

Olimpio - Perdonami, perdonami, vecchio onorarissimo Verna!

Verna - (l'agguanta per i capelli) Ti perdono, io che sono senza peccati: ma quello che giusto, giusto. (Lo percuote in volto).

Olimpio - (baciandogli le mani) giusto, quello che giusto. Battimi, battimi, che tu sia benedetto. Oh oh oh! Olimpio, l'oste Olimpio, assassino!

Fortuna - Marito mio, non mi comanderai di seguirti.

Olimpio - Mi lasci partire tutto solo? (Angosciato) Dovr andarmene tutto solo nella grande citt dove nessuno mi conosce; nella prigione; davanti ai giudici che mi guarderanno severamente?

Fortuna - (atterrita, gettandogli le braccia al collo) Io.ti saluto, io ti saluto! Vorrei seguirti, perch' so che la moglie-deve seguire il marito, ma il tuo peccato troppo grave, e non giusto, no, ch'io ne porti il peso.

Olimpio - (angosciato) Quello che giusto, giusto, s. Ma che farai, stamane, quando sar partito?

Fortuna - Spazzer, e far il caff.

Olimpio -Eh, gi. E dovrai portare le fascine e le secchie, perch questo lo facevo io.

Fortuna - Dar da mangiare ai conigli e alle oche.

Olimpio - Eh, gi. E farai il pranzo, come tutte le mattine.

Daghe - (che, con Mirtillo, ha frattanto disfatto la barricata) In marcia.

Mirtillo - Alla forca!

Fortuna - Allora, inteso ch'io resto?

Olimpio - (eroico, singhiozzando) Resta, s, resta! Quello che giusto, giusto. Io solo ho peccato - castigatemi, battetemi - ma tu sei innocente, e da solo sopporter la grande- citt, le prigioni, e i giudici. Uh uh uh! Addio caff, addio galline, addio moglie!

Una voce - (juori dalla porta) Apritemi! (Pausa).

La voce - Apritemi, mondo cane!

Verna - (nell'impassibilit generale, adagio si avanza, e apre la porta. Nel vano, compare Lupo. Fiorino, eretto, pallido, il volto e i capelli intrisi di sangue. Fortuna getta un grido, e si copre la faccia col grembiule. Mirtillo e Daghe fuggono in opposte direzioni. Olimpio resta immobile, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata).

Lupo Fiorino - (entra, avanza appoggiandosi alle sedie, ai muri, per non cadere) Cani, siete, tutti assieme. Pazienza la legnata - stupido io a partire come un ladro, me la son tirata (si ferma; fa una smorfia di dolore. Prosegue, con uno scoppio d'ira) Ma lasciarmi l fuori con la testa rotta un paio d'ore, bastardi! (Cade a sedere; poi, con una nuova esplosione d'ira, alzando la voce) Movetevi! Datemi da bere, che muoio di sete!

Daghe - (si precipita a servirlo).

Olimpio - (con un grido sovrumano) Non morto! Non morto!

Lupo Fiorino - (sussultando) Che? Morto?...

Olimpio - (balbettando, fuori di s) S, s!...

Daghe - No, morto! No, morto! Non ci ha mai pensato nessuno! Bevete, bevete.

Lupo Fiorino - Al diavolo! (Beve avidamente).

Daghe - Beve! Beve! (Gli palpa le braccia, le spalle).

Mirtillo - Beve, beve!

Olimpio - (rde, piange, trema da capo a piedi) Beve! Beve! Ah, non e vero che vado in citt! Non vero che sono un assassino; non vero che lascio la mia casa! Ah ah!

Mirtillo - Non vero che andremo sotto gli occhi dei giudici!

Daghe - Non accaduto niente di quanto accaduto!

Lcpo Fiorino - (pallidissimo) Che cosa sono queste grida? Mi rintronano il capo. Zitti!

Daghe - (preoccupato) Zitti!

Olimpio - Zitto, zitto! (Fa per prendere una sedia, si scorge le mani legate) Le mani legate? E perch? Ah, ma straordinario! Anche voi mi avete creduto un assassino!

Daghe - (sciogliendolo) No, mai, Olimpio, poich egli vivo.

Mirtillo - Da troppo tempo ti conosco, Olimpio.

Olimpio - Via, via le corde! (Cade a sedere) Io, Toste Olimpio, un assasino! Ma cos naturale che sia vivo! Perch ti sei tanto spaventata, Fortuna? Com'era, com'era possibile?

Fortuna - (ridendo convulsamente) Io, Fortuna, vedova di un impiccato? Com'era possibile?

Lupo Fiorino - (brontolando) Ridete? Lo so che faccio ridere. (Alza la voce) Non voglio che si rida di me. (Picchia un pugno sulla tavola) Basta, sacripante! E fasciatemi la testa, che cola sangue come una fontana.

Fortuna - (accorrendo) Poverino! Poverino!

Verna - Perch lo avete sciolto? Quello che giusto, giusto, e dai giudici si deve andare.

Lupo Fiorino - (sussultando) Dai giudici?

Mirtillo - No!

Daghe - (spaventato) No! Perch dai giudici? A far che, dai giudici, se nulla successo? Quante cose strane e incredibili dovremmo raccontare, incominciando dai rimorsi dell'onorato Vernai

Verna - (cupo, ritirandosi accanto al fuoco) Dovevate uccidermi.

Mirtillo - Nessuno, stato ucciso; e, da uomini, ogni cosa si chiude attorno a una bottiglia.

Lupo Fiorino - (cui Fortuna, con una bacinella accanto, ha cominciato a lavar la ferita) Ahi! Che maledetto colpo! Temevi che non te la sposassi, tua figlia?

Olimpio - Che hai fatto, a mia figlia?

Fortuna - Che le avete fatto?

Lupo Fiorino - Uhm... E se non lo sai, perch mi hai bastonato?

Fortuna - Voi l'avete sedotta?

Daghe - (conciliante) Ma s, certo.

Fortuna - Io non vi curo pi! Voi l'avete sedotta ?

Olimpio - (di malavoglia) Che dovrei farti? Dovrei punirti.

Mirtillo - (trattenendolo) No!

Daghe - (id.) L'hai gi punito.

Olimpio - L'ho gi punito, non vero? Non ho voglia di far altro.

Fortuna - (correndo verso la scala) Ah, disgraziata! Lucilla! Lucilla! (Si ode la voce di lei che insistentemente chiama, senza risposta, Lucilla).

Olimpio - Perch gridi? Lo sapevamo. (A Lupo Fiorino, confidenziale) Lo sapeva anche lei, non badarle. Grida per fartela sposare. (Minaccioso) E la sposerai!

Lupo Fiorino - (grattandosi la testa) Uhm. Che colpo maledetto! Non ti credevo da tanto (D un pugno cordiale nella spalla ad Olimpio) Se non era quel colpo, credo che non sarei tornato. Un bel colpo, da uomo. (Stringe la mano ad Olimpio) Pagami una bottiglia.

Fortuna - (entra, trascinando Lucilla assonnata e scarmigliata) Dormiva! Dormiva! Che hai fatto, disgraziata?

Lucilla - Nulla! Ti giuro che non successo nulla! (Piagnucolando) Perch mi sgridi?

Olimpio - Oh, che bugiarda!

Lucilla - Io non so che cosa possa dire quel signore. Ho dormito tutta la notte, e quello ch'egli dice sar successo a tradimento, nel mio sonno.

Lupo Fiorino - Smettila, che tanto ti sposo. Fasciami la testa, piuttosto.

Lucilla - Che vi successo? Poverino, come grondate sangue! (Si accinge, leggera, a fasciarlo) Che avete dunque detto? (Ridendo un poco) Oh, che sciocchezzai Ma dove avete picchiato? Potevate morire. Vi fa male? Hai detto che mi sposi? (Ride un poco) Io non ci penso. Eccoti fasciato. Quando, mi sposi?

Lupo Fiorino - Subito, ragazza. (Si alza) Io non mi posso fermare, e se tu vuoi essere la compagna di Lupo Fiorino, l'uomo dagli occhi diversi, devi seguirmi.

Lucilla - Ma tua moglie, voglio essere.

Lupo Fiorino - Di chiese le strade son ricche. Questi alti stivali han girato tutto il mondo, e lo gireranno molti anni ancora.

Fortuna - Gi parti? E le tue vesti? E le tue cose?

Lupo Fiorino - Non portaci nulla. Il mio sacco ha tutto per te. Olimpio - (lacrimando) Tu parti? O figliola bugiarda e cara, tu ci lasci?

Lucilla - (piagnucolando, ma contenta) Mi vuol portare via cos. Mi fa tanta pena.

Mirtillo - Allegra, allegra, sposa, che forse tu sposi il padrone dcila pulce d'oro.

Olimpio - (curioso, incerto) Oh, Mirtillo, forse non bene chiedergliene.

Daghe - Era forse una favola anche questa?

Lupo Fiorino - (ridendo) E che v'importa saperlo, poich seguir soltanto Lucilla e me lungo le strade del mondo? Se ci avete creduto, essa c'; se non ci avete creduto, essa una favola. Ma, prima solo, per questa favola, attraverser le campagne, sotto il sole e la pioggia, con la mia donna. Che v'importa saperlo? Essa il nostro segreto. Addio.

Lucilla - (appendendosi al braccio di lui, guizza via trillante) Addio! Addio!

Olimpio - (sul soglio della porta, lacrimante) Oh, addio, addio, Lucilla!

Daghe - Tutto normale, come ogni giorno. Sono partiti; e parte anche, come ogni giorno, il mereiaio, per la festa di S. Agata. Addio. (S' caricato la cassetta sulle spalle, ed esce).

Mirtillo - Parte il carrettiere, con il suo cavallo. Addio. (Esce).

Verna - Io scender a chiedere giustizia contro i miei figli, io, l'onorato Verna. (Esce).

Olimpio - Addio, addio! (Rientra, il volto rigato dalle lacrime) Ora scomparsa dietro l'ultimo svolto. Oh, partita quella che abbiamo messa al mondo, e ci ha lasciati soli, con la nostra vecchiaia che si avanza. (Si guarda attorno. Un sorriso lo illumina. Apre le braccia, cade a sedere in uno stiramento di beatitudine) Essi sono partiti; ma io resto, oste Olimpio e non assassino, io resto nella mia casa. E questo ci che importa!

TELA


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