La ragione degli altri

Luigi Pirandello

La ragione degli altri
Commedia in tre atti fine 1985

PERSONAGGI

Livia Arciani
Elena Orgera
Leonardo Arciani
Guglielmo Groa
Cesare D'Albis
Ducci
Un Uscere
Una Cameriera
Un Tipografo

ATTO PRIMO

Sala di redazione del giornale politico quotidiano La Lotta. Uscio comune in fondo, che d su un corridojo. Due scrivanie, disposte lateralmente, quasi di fronte. Un tavolino in mezzo, ingombro di giornali. Due vetrine; scaffali; un canap; poltrone; seggiole. Alle pareti un orologio, un manifesto illustrato del giornale La Lotta; altri avvisi, ecc.
Al levarsi della tela, la scena vuota. Poco dopo s'apre l'uscio e Cesare D'Albis mostra dalla soglia la stanza vuota a Livia Arciani.

D'Albis: Ecco, vedete? non c'. Prego.(Lascia passare Livia:)Non c' davvero.
Livia: Ma s, lo credo... lo vedo.
D'Albis: No, scusate: insisto; ho voluto darvi la prova, perch non abbiate a sospettare.
Livia: Ma io non sospetto. Per me, pu ricevere chi gli pare e piace.
D'Albis: No, no! Al contrario! Ordine espresso, signora mia, di non introdurre mainessuno.
Livia: E... posso aspettarlo qua?
D'Albis: Ah! Volete... volete aspettarlo?
Livia: No, se non posso.
D'Albis: Ma s... perch no? S, che potete. Oh bella! oh bella! Voi diffidate.
Livia: Non diffido nient'affatto. Vedo che qua ci sono due scrivanie. Non vorrei incomodare.
D'Albis: Ma se non c' nessuno! E poi, che dite incomodare? Voi non potete incomodare. una fortuna! Non vi si vede mai! Siete... siete la donna del mistero...
Livia: L'orsa, gi.
D'Albis (sorpreso, sconcertato): No... che!
Livia: So che mi si chiama cos. E non me ne importa. Son orsa davvero. Lo dico perch lei... (Si corregge:)Voi... non so...
D'Albis (sorpreso, sconcertato):Vi chiedo scusa, se...
Livia: Ma no, che scusa? Siccome voi, m' parso, cercavate di tradurre gentilmente l'espressione... Ditemi pure orsa.
D'Albis: Senza nessun mistero?
Livia: Ma s, senza nessun mistero.
D'Albis: Impossibile. Orsa, con codesti occhi, impossibile, senza che ci sia sotto, ben covato, un mistero.
Livia: Se lo dite voi...
D'Albis: Lo sanno tutti.
Livia: Ah s? E che mistero allora? Curioso per che tutti saprebbero in me una cosa, che io non so.
D'Albis: Curioso? Che gli altri vedano in noi quello che noi non vediamo? Ma questo avviene sempre! Io non mi vedo, e voi mi vedete. Non possiamo uscire fuori di noi, per vederci come gli altri ci vedono. E pi viviamo assorti dentro, in noi stessi, e meno ci accorgiamo di quel che appare di fuori.
Livia: Oh Dio mio, e che appare in me?
D'Albis: Vedo i vostri occhi. E vedo che siete venuta qua.
Livia: Ma ve l'ho detto perch sono venuta; non c' nessun mistero: so che deve venire qua mio padre e sono venuta a prevenirne mio marito. Sospettate voi, invece, che ci sia sotto un'altra ragione misteriosa.
D'Albis: Ma la vostra impazienza, io la vedo, voi non la vedete.
Livia: Perch non so come fare adesso... Potessi almeno incontrare mio padre...
D'Albis: Ritorner presto, credo, Leonardo. Deve essere in tipografia. Aspettatelo. Ma favorite, meglio, in salotto. Dico salotto, per modo di dire. Siamo per ora qua in un attendamento provvisorio. Ma starete almeno un po' meglio. Venite.
Livia: No, grazie. Sar meglio che gli lasci un biglietto. Chi sa quando verr... Ritorner pi tardi, se mai. Ora gli scrivo.
D'Albis: Fate come vi piace.
Livia: E nel caso che mio padre venisse prima di lui?
D'Albis: Lo riceverei io. Avr molto piacere di conoscerlo. So che molto amico dell'onorevole Ruvo. Anzi avevo pregato Leonardo di condurlo qua, qualche giorno...
Livia: Sar qui tra poco certamente. Ma se il vostro uscere, avete detto, ha l'ordine cos rigoroso di non introdurre mai nessuno?
D'Albis: Oh, l'avvertiremo subito, il nostro Cerbero, non dubitate. Ecco. (Suona il campanello elettrico alla parete.)Vi assicuro che un ordine necessario, per la salute di quel pover'uomo di vostro marito, dacch voi siete per lui... permettete
Livia: Dite, dite pure.
D'Albis: Crudele.
Livia: Ah s? Io, crudele? E chi ve l'ha detto?
D'Albis: I suoi debiti! Ah, lo strillano ai quattro venti, sapete!
Livia (andando a sedere innanzi a una delle scrivanie):E che c'entro io nei suoi debiti? Vi assicuro che non c'entro affatto.
D'Albis: Lo so. Ma via, dovreste perdonare... Perch in fin dei conti...
Livia (indicando le cartelle su la scrivania):Possoscrivere qua?
D'Albis: Spero che non vi siate offesa di nuovo.
Livia: Oh, per cos poco...
D'Albis: Ah, no: sono molti. Crivellato. Aspettate: dove scrivete?
Livia: Non fa nulla: due parole: posso scriverle anche qua.
D'Albis: Ma no! Aspettate: vi far dare un foglietto da lettere. Perdio, ho sonato... (Risuona. Si sente picchiare all'uscio.)Avanti!

Entra l'uscere.

Livia: Scrivo qua: fa lo stesso. Una busta piuttosto.
D'Albis (all'uscere):Carta e buste, presto. (L'uscere via. D'Albis a Livia che scrive:)Volete scrivere l... Qua non c' mai niente. Dove passa Arciani, la tempesta! Sto pensando per, sapete?, che a rigor di termini non avrei dovuto far passare neanche voi.
Livia (sospende di scrivere e lo guarda, senza avere inteso bene):Neanche me? Come?
D'Albis: S, perch la disposizione, veramente, questa: Porta chiusa per tutti i creditori. Ora, siccome voi, senza dubbio...
Livia (riabbassa il capo e si rimette a scrivere):v'ingannate.
D'Albis: Non deve nulla a voi, vostro marito? (Livia fa cenno di no col capo.)Miracolo! Ma vi chiedo licenza di non crederci.

L'uscere rientra.

L'uscere (porgendo al D'Albis carta e buste):Ecco.
D'Albis (porgendole a Livia):Voil. (Poi all'uscere:)Bada: pi tardi ritorner la signora. Verr pure un signore...
Livia (chiudendo la lettera nella busta):Vecchio... piuttosto grasso... con fedine bianche...
D'Albis: Il signor...
Livia: Guglielmo Groa.
D'Albis: Groa. Tieni bene a mente. Lo lascerai passare. E basta, tu lo sai.
L'uscere: venuta pure, poco fa, quella signora...

Livia solleva appena il capo mentre scrive l'indirizzo su la busta.

D'Albis (contrariato):Ma che signora? Ma quando?
L'uscere: Sissignore, poco fa. Ha detto che deve ritornare.
D'Albis: Ma sar per il giornale! Ho capito. Va bene. Vattene... (L'uscere via.)Qualche pittrice che ha esposto; o qualche brava donna che vuol vendere un quadro di famiglia... Sapete che vostro marito, oltre il critico d'arte qua, fa pure... s'adopera con gli antiquarii o col Ministero...
Livia: Mi date spiegazioni, che non v'ho richieste.
D'Albis: S; perch voglio arrivare a una domanda un po' indiscreta.
Livia (levandosi dalla scrivania con la lettera in mano):La lascio qua?
D'Albis: No: la sua scrivania quella. Datela a me. Ecco: la mettiamo qua, bene in vista. (Osservando la busta:)Che calligrafia!
Livia: Oh s! Raspatura di gallina.
D'Albis: No. Forte, piena di... d'intenzione. E si vede: risponde a voi perfettamente. Mettiamola qua.
Livia: Io allora vado?
D'Albis: Come! E la domanda? Non permettete?
Livia: Dovrei andare veramente...
D'Albis: Breve breve. Aspettate. (Le si accosta; poi, piano, in tono confidenziale:) proprio vero che non siete gelosa? Eh, vi fate pallida... E anche poco fa...
Livia (seria):Ma nient'affatto! Calmissima. Avete detto voi stesso che non sono venuta mai qua. E non sono mai andata appresso a mio marito.
D'Albis: E allora, scusate, vostro marito uno sciocco! E appena viene, gl'insegno ci che appresi un giorno da un mastino.
Livia: Ah, mi congratulo.
D'Albis: Le bestie? Che dite! I maestri migliori. Era legato, poveretto, alla catena confitta per terra, presso la cuccia. Ma esso se la... se la passeggiava, diciamo cos, magnificamente, per quanto era lunga la catena, badando a voltarsi prima ch'essa gli desse la stratta al collo. Cos non la sentiva, libero e contento nella sua schiavit.
Livia: Sarei io, la catena?
D'Albis: Quel tanto di libert che gli concedete. Catena lunga abbastanza, pare. Mi sembra per che lui non se la porti a spasso bene o almeno con la filosofia di quella bestia intelligente. O forse la filosofia... Toglietemi un dubbio. S' interdetto da s, Leonardo?
Livia: Come sarebbe interdetto? Non capisco.
D'Albis: Dev'essersi impazzito... Vuole sul serio pagarsi i debiti (i suoi proprii, s'intende!) facendo il giornalista? Sarebbe da ridere, se non fosse un peccato. Perch, lasciamo andare, via: parliamo sul serio: Arciani ... un artista. Seguitando cos... Gi non fa pi nulla da un pezzo! L'Incredula, per bacco, ha certe pagine... Vi ricordate?
Livia: Io non l'ho letta.
D'Albis: Come come? Non avete letto il romanzo di vostro marito? Ah! quest' bella!
Livia: Ma so che voi ne avete detto molto male.
D'Albis: Non vuol dire. Questo non vuol dire. Avevo anch'io allora la malinconia d'appartenere a quella...   sapete come un imperatore chiamava i letterati?   categoria d'oziosi che per professione spargono il malumore tra la gente. Verissimo! Io, per professione, scrivevo male di tutto e di tutti. E m'ero fatto un bel nome, sapete? Peccato, bei tempi! Ora, tanto io che vostro marito, per l'arte, morti e sepolti. Voi per, coi vostri denari e con un po' d'indulgenza, perdonando, vostro marito dovreste risuscitarlo. S, s, e levarmelo dai piedi, per carit! Scriva versi, scriva romanzi! Il giornalista, vi assicuro, lo fa pessimamente! Si rovina lui, rovina il fegato a me... Ma voi volete andare.
Livia: S, ecco... devo andare.
D'Albis: V'ho trattenuta in piedi tutto questo tempo... Colpa vostra, potevamo...
Livia: Ritorner pi tardi. Mi raccomando il biglietto.
D'Albis: Non dubitate. V'accompagno.

Fanno per uscire. Entra un tipografo con un rotolo di bozze in mano. D'Albis al tipografo:

Si entra cos?
Il tipografo: L'uscere non c'era. Non c' nessuno...
D'Albis: Le bozze impaginate?
Il tipografo: Sissignore. Eccole.
D'Albis: Ecco, vengo subito. (A Livia:)Scusate.

La lascia passare avanti, e via con lei. Il tipografo svolge il rotolo delle bozze e le stende su la scrivania. Ritorna, poco dopo, il D'Albis.

Sono tutte?
Il tipografo: Seconda e terza pagina.

Per il corridojo si vede passare, attraverso l'uscio aperto, il Ducci.

D'Albis (chiamando): Pss!Ducci! Ducci!
Ducci (tornando indietro e affaccitindosi all'uscio):Eh?
D'Albis: Vieni, eh? Tu dici eh? Qui c' la seconda e la terza, da rivedere.
Ducci: Ma io non posso; scusa. Sono le quattro. Devo essere alla Camera: m'aspetta Bersi. M'ha detto che non pu trattenersi alla tribuna dopo le quattro e un quarto.
D'Albis: Bella, perdio! Mi piace! Tu devi andare, Livi non c', Arciani non viene; qui non ci sta pi nessuno; e mi tocca di rivedere a me le bozze? Neanche l'uscere c'... Che fa? Dove se ne va, quello stupido? Ma sai che per poco qui non mi faceva nascere... Hai visto chi stata qui?
Ducci: No, non ho visto nessuno.
D'Albis (si alza dalla scrivania e viene avanti col Ducci, poi, in gran mistero, sicuro della sorpresa):La moglie d'Arciani.
Ducci: Uh! l'Orsa?
D'Albis: Zitto, che lo sa!
Ducci: Che sa?
D'Albis: Che la chiamiamo l'Orsa. Me l'ha detto lei stessa.
Ducci: Oh va'!
D'Albis: Mi sono divertito un mondo a farla stizzire. Ma non mica una sciocca, sai? Tutt'altro. E ha un certo... un certo sapore, quella donnina...
Ducci: S, di legno quassio. Buono per le mosche.
D'Albis: No no, forte! (Prende la lettera di Livia dalla scrivania.)Guarda qua che scrittura. Piena... piena d'intenzione. Non ti pare?
Ducci (guarda, poi): Di mala intenzione, direi.
D'Albis: Non l'ha voluto dire. Ma certo venuta per sorprendere il marito. E per poco non c' riuscita, perch pare che l'altra sia venuta poco prima. Chiamo l'uscere per un po' di carta; e quell'imbecille glielo dice...
Ducci: Come! Le ha detto?
D'Albis: Non ha fatto il nome. Ha detto, rivolgendosi a me; Quella signora; soggiungendo che era venuta e che doveva ritornare.
Ducci: Perdio! E lei?
D'Albis: Niente. Impassibile. Io ho cercato di rimediare. Ma lei dice che non mai andata appresso a suo marito.
Ducci: E si vede! venuta qua...
D'Albis: Ah, per prevenirlo di non so che cosa, ha detto. Gli ha lasciato questa lettera... Ma appena viene Arciani, oh! io glielo dico:   Non voglio di quest'impicci qua. Fuori! fuori! qua, niente!   Quella una donnetta, caro mio... con quel pajo d'occhi... fredda... dura...
Ducci: Basta. Io scappo. Vado a liberare Bersi.
D'Albis: Oh, ritorna, appena finito il discorso del Ruvo, presto; voglio sapere l'impressione.
Ducci: S, s, a rivederci.

Via per l'uscio infondo. Il D'Albis ritorna alla scrivania, vi posa la lettera al posto di prima.

D'Albis: Le prime bozze?
Il tipografo: Eccole qua.
D'Albis (prendendo in mano alcune cartelle manoscritte):E queste?
Il tipografo:  il manoscritto.
D'Albis: Di chi? Che vuol dire?
Il tipografo: Dice il proto che l'ha corretto.
D'Albis: Arciani?
Il tipografo: Nossignore; il proto. Il signor Arciani non s' fatto vedere.
D'Albis: Neanche in tipografia?
Il tipografo: Nossignore.
D'Albis (con ira buttando all'aria le cartelle manoscritte e levandosi dalla ,scrivania):Perdio, pretende pure ch'io mi metta adesso a correggere le sue baggianate?
Il tipografo (raccogliendo da terra le cartelle):Aveva detto che sarebbe ritornato...
D'Albis: E come s'arrischia il proto a impaginare le bozze non corrette?
Il tipografo: Per fare a tempo...
D'Albis (ritornando alla scrivania):Da' qua. Dov'?
Il tipografo: Eccolo. Per, qua... guardi, in seconda pagina... aspetti. Nel manoscritto...
D'Albis: Che altro c'?
Il tipografo: No ... Tutto corretto bene. C' solo un punto ... segnato col lapis nel manoscritto ... ecco, l, sissignore... la quinta cartella ... Non lega bene.

Sopravviene, ansante, Leonardo Arciani.

Leonardo: Eccomi qua. Le bozze?
D'Albis: A quest'ora?
Leonardo: Da' qua, da' qua. Credevo di fare a tempo. Lascia, mi sbrigo subito.
D'Albis (esaminando le cartelle):Ma che pasticcio questo? Che c'entrano qua queste due cartelle?
Leonardo: Fa' vedere! (Leggendo:)Ilpomo d'onice dell'ombrellino, cerchiato d'oro, nelle mani di donna Maria ... . (Scoppia a ridere.)
D'Albis: Che diavolo hai fatto?
Leonardo: Le hanno composte? Sono due cartelle del romanzo che avevo perdute. Senti, senti come fa bene. (Legge le bozze di stampa:)IlSeicento invece finisce con eguale esuberanza in tutta la penisola e produce il pomo d'onice dell'ombrellino, cerchiato d'oro, nelle mani di donna Maria .... 

Scoppia di nuovo a ridere.

D'Albis: Ah, ti ci diverti, per giunta?
Leonardo: Ma s... senti...
D'Albis: Finiscila, perdio! Non ho tempo per codeste stupidaggini!
Leonardo (indicando il tipografo):Ma stupidi loro, vuoi dire!
Il tipografo: Ma noi, scusi...
Leonardo: Voi che cosa? Gi prima di tutto potevate bene aspettarmi un minuto: vengo di corsa dalla tipografia.
D'Albis: Te la pigli con loro, anche?
Leonardo: Ma ci vuol tanto ad accorgersi che queste due cartelle non c'entrano?
D'Albis (adirandosi):Tu,tu, tu, mio caro, non c'entri pi qua! E io sono stufo! E te l'ho detto! Incolpi gli altri? Chi l'ha cacciate dentro l'articolo queste? (Mostra le cartelle.)
Leonardo: Piano, ti prego. Sono del romanzo, t'ho detto.
D'Albis: E te lo scrivi qua, il romanzo?
Leonardo: Anche per istrada, dietro le spalle della gente che passeggia. Debbo consegnarlo fra otto giorni.
D'Albis: E che vuoi che me n'importi?
Leonardo: Ma importa a me, se permetti! 

Siede alla scrivania.

D'Albis: Che fai adesso?
Leonardo: Taglio le due cartelle.
D'Albis: Col giornale impaginato?
Leonardo: Saranno una ventina di righe: allungher l'articolo! Ne stai facendo un caso pontificale!
D'Albis: Ma perch voglio che questa sera si esca prima del solito, appena finita la discussione alla Camera!
Leonardo (che s' gi messo a scrivere):Va bene, vattene! (Al tipografo:)Via anche tu. Mi sbrigo in due minuti.
D'Albis (s'avvia, poi voltandosi):Oh, venuta tua moglie.
Leonardo (Stupito):Qua?
D'Albis: Qua, venuta qua. Anzi, poi debbo parlarti. Vedi che ha lasciato l un biglietto...
Leonardo: Per me?
D'Albis: Mi farai la grazia di leggerlo dopo. Aspettiamo te.
Leonardo: Eccomi, s, eccomi! Due minuti...

Via D'Albis e il tipografo. Leonardo si rimette a scrivere, ma, inquieto, guarda ogni tanto la lettera della moglie. Alla fine, non sapendo pi resistere alla tentazione, la prende, lacera la busta, legge. Dopo aver letto, sta un po' assorto, fosco, poi scuote il capo rabbiosamente, si passa una mano su la fronte e sul capo, e si raccoglie con violento sforzo a pensare, a scrivere. Due colpettini all'uscio. Leonardo grida:

Un momento! (L'uscere si mostra all'uscio.)Eh, perdio! Non sono una macchina!
L'uscere: No, sa? volevo dirle che c'...
Leonardo: Ho da fare. Non ricevo nessuno.
L'uscere (piano):La signora Orgera.
Leonardo: Adesso? Qua?
L'uscere: Era venuta circa un'ora fa...
Leonardo: Ma non possibile, adesso! (Dopo aver riflettuto un po':)Senti: chiunque venga a cercarmi...
L'uscere: Deve venire...
Leonardo: Lo so. Fa' entrare in salotto.
L'uscere: Sissignore.
Leonardo: Intanto... (Fa cenno di far passare la Orgera.)
L'uscere (sporgendo il capo dall'uscio e parlando nell'interno):Venga avanti, signora.

Entra Elena Orgera. L'uscere si ritira, richiudendo l'uscio.

Leonardo (seguitando a scrivere):Un momento, ti prego. (Prende di su la scrivania la lettera della moglie e gliela porge.)Leggi. (Si rimette a scrivere.)
Elena (legge con gli occhi soltanto, poi guarda con aria di sdegnosa commiserazione Leonardo che scrive):Me ne vado subito.
Leonardo: T'ho pregata, scongiurata di non venire a trovarmi qua.
Elena: Ma dove allora? Io non lo so pi! Se da una settimana non ti fai vedere?
Leonardo: Hai letto?
Elena: Ma ho da parlarti anch'io!
Leonardo (cercando di farla tacere): So, so...
Elena (seguitando):  Non son venuta per il piacere di vederti.
Leonardo: Ti prego... Sto per terminare.
Elena (dopo aver di nuovo scorso con gli occhi il biglietto di Livia, dice, venendo a posarlo su la scrivania):Dunque il vecchio comincia a sospettare; e lei, (sillabando:)generosamente te ne previene.. Cerca, poverina, di risparmiarti noje e dispiaceri. Io invece...
Leonardo (seccamente):   Tunon la conosci.
Elena: Ammirevole! Dico che ammirevole!
Leonardo: Non lo fa n per me, n per te.
Elena: Per suo padre? Ammirevole lo stesso!
Leonardo (raccogliendo le bozze e le altre carte di su la scrivania):Ecco fatto. (Si alza. Preme il campanello alla parete.)Sarei venuto, sai? a qualunque costo in giornata. (Si mette a leggere in fretta quel che ha scritto.)
Elena: Non stare a credere, ti dico, che mi prema che tu venga, se a te non preme. Vorrei solo...

Leonardo le fa cenno con la mano d'aspettare un po' in silenzio, e seguita a leggere. Si sente picchiare all'uscio.

Leonardo: Avanti. (L'uscere entra. Porgendogli le carte:)Ecco, al tipografo. (L'uscere via):Oh, dunque... Non mi stato proprio possibile. Gi te l'ho scritto.
Elena: Si tratterr ancora molto?
Leonardo: Il padre? E chi lo sa? venuto non so per che affare. Forse una scusa. Sospetto che qualcuno...
Elena: Ma lei stessa!
Leonardo: No, no. Ma che! Scusa, se venuta qua, a prevenirmi...
Elena: Politica. Come sei ingenuo!
Leonardo: Se avesse voluto rivolgersi al padre, lo avrebbe fatto da un pezzo, apertamente. Chi avrebbe potuto impedirglielo? E poi, perch fingere con me?
Elena: Ma che impegno, io non capisco... che interesse pu avere a star zitta cos, che il padre non sappia, non s'accorga di nulla?...
Leonardo: Che interesse? Prima di tutto, l'orgoglio!
Elena: Anche di fronte al padre, l'orgoglio?
Leonardo: Il certo questo: che il giorno dopo l'arrivo di lui, ella che da pi d'un anno non m'aveva rivolto la parola...
Elena: Ah! T'ha parlato? S' rotto il ghiaccio? Di'... di'
Leonardo: entrata nel mio studio per dirmi solamente che avessi saputo fingere almeno pei pochi giorni che suo padre si sarebbe trattenuto in casa nostra.
Elena: Facilissimo!
Leonardo: Che cosa?
Elena: Per te, fingere. Adesso capisco! E non t'ha detto altro?
Leonardo: Nient'altro.
Elena: Fredda, vero? impassibile, sublime! (Scoppia a ridere.)
Leonardo: Non mi pare che ci sia da deriderla per questo.
Elena: No, che! Ti pare? Me ne guarderei bene. Dico che sublime!
Leonardo: Ne ho poche, secondo te, noje, amarezze? Dovrei io stesso procurarmene altre?
Elena: Eh no, eh no...
Leonardo: Almeno di questo, mi sembra, dovremmo esserle grati, per qualunque ragione lo faccia.
Elena: Ah, ah, ah... Suole avvenire, caro... suole avvenire!
Leonardo: Che cosa?
Elena: Niente. Lo so io! Bada, non me n'importa... Vorrei soltanto che tu avessi la franchezza di dirmelo. Tutto, tutto, tranne la finzione, lo sai. Fingere, no! Non posso soffrirlo.
Leonardo: Ma che c'entra? Che dovrei dirti?
Elena: Oramai! Che vuoi pi?... Vecchia! E poi... (Pausa tenuta.)
Leonardo (seguitando ad alta voce il proprio pensiero):Proprio in questo momento! Ho fatto di tutto... Ma possibile! Per quanti sforzi si facciano, nella condizione in cui mi trovo... Senza dubbio, per, qualcuno, ripeto, ha dovuto scrivergli laggi... Sono oppresso dalla sua sorveglianza... non ne posso pi! Credo che mi faccia finanche spiare, capisci? Non sono venuto per questo.
Elena: E m'hai fatto un piacere. Sai perch sono venuta io? Jeri tornato quello della casa.
Leonardo: Daccapo?
Elena: E ritorner oggi. Volevo dargli un acconto dalla mia pensioncina. Niente! Tutto, subito, o via! Senza cerimonie.
Leonardo: Va bene, va bene; aspetta che gli parli io, a questo signore.
Elena: Inutile. Ha parlato chiaro. Non vuole pi aspettare.
Leonardo: Aspetter, perdio! Gli hai detto che io debbo avere  
Elena:   dal romanzo? Gi! Per farlo ridere...
Leonardo: Non c'era bisogno che gli parlassi del romanzo o d'altro: sono quattrocento lire che mi saranno pagate fra otto giorni, alla consegna del manoscritto. Se potr consegnarlo... sta' a vedere! Non trovo pi n modo n tempo di scrivere...
Elena: E dunque?
Leonardo: Ma un po' di pace! Un momento di requie! Qua, lo sai, per questo mese non posso pi chiedere nulla. Che consegner fra otto giorni? E non so come fare   questo il peggio   dove batter la testa... Non resisto pi!
Elena: Da un pezzo, eh! Cominci a comprenderlo soltanto ora, tu? (Sorgendo in piedi con un profondo sospiro:)Ma quando non se ne pu pi, sai, basta, si dice. Neanch'io resisto pi a vederti cos.
Leonardo (freddamente):Neanche tu... E poi?
Elena: Ma ti pare possibile seguitare cos? Scusa, ti pare possibile!
Leonardo: Il male appunto questo, cara: che deve essere possibile. Ti pare che ci vorrebbe tanto a svoltare tu di qua, io di l? Sarebbe comodo; ma non possiamo, n io n tu.
Elena: Perch, scusa? Se io ti lascio libero...
Leonardo: Libero? Come mi lasci libero?
Elena: Ma di tornartene in pace con tua moglie!
Leonardo (con forza):Tunon la conosci!
Elena: Ma se gi t'ha parlato... se venuta qua, finanche, a cercarti...
Leonardo (dopo averla guardata con sdegno):Fingi tu, adesso, di non capire.
Elena: Che cosa? Che tua moglie vuole che noi stiamo uniti? Debbo capir questo?
Leonardo: Questo, questo, s; e tu lo sai bene! Qua, qua, alla catena, dobbiamo stare! E non giova disperarsi. Lo dico anche a me, sai? Se occorre, anzi, bisogna ridere... ma s! come rido io, tante volte. Non m'hai sentito ridere? Vuoi vedere come rido? Ma so fare anche il buffone! Tant'altre volte, pazienza! Bisogna pure che mi lagni... Stretto, oppresso, soffocato cos, punto da tutte le parti, vuoi che non dica neppure ahi? Basta, no; basta, no; sai bene che non posso dirlo basta.
Elena: Ma io lo dico per te, dopo tutto. Non per me.
Leonardo: Grazie, cara. Non ci pensare. Lo direi anch'io per te; ma non lo possiamo n io n tu. Dunque, inutile parlarne. Sei stanca? Ti compiango, sinceramente. Perch io, per mia disgrazia, ho occhi anche per gli altri... vedo la vita che fai... purtroppo...
Elena: Meno male!
Leonardo: Ah, io s. E capisco che non si pu avere compatimento per gli altri, quando abbiamo troppo da soffrire per noi stessi. Se mi lagno perch non riesco a strappare questa rete di difficolt che m'avviluppa da tutte le parti e mi toglie il respiro! Eppure vedi, a me, fra tutto questo inferno, non mai venuto in mente di potermene uscire... Sono disposto, anzi, se quel vecchio imbecille ha la cattiva ispirazione di darmi in questo momento altre noje...

Si ode in questo momento la voce del Ducci gridar forte dall'interno.

Ducci: S, s... Viva Ruvo! Tra poco! (Apre di furia l'uscio e, d'improvviso, s'arresta.)Oh, scusa... Sta', sta'... prego... vado di l... Solo, con permesso... (Prende dalla scrivania alcune carte.)Ecco...(Avviandosi, piano a Leonardo:)C' in salotto ...
Leonardo: Grazie, lo so ...

Ducci s'inchina a Elena, e via richiudendo l'uscio.

Elena: Me ne vado.
Leonardo: S, sar meglio. gi qui. Non dubitare, verr prima di sera, immancabilmente.
Elena: T'aspetto, dunque. Credi che necessario. Non vuol pi aspettare.
Leonardo: Verr, verr, non dubitare. Addio.

Elena via. Leonardo rimane un po' su la soglia dell'uscio. Gli s'avvicina dal corridojo interno l'uscere.

L'uscere: Faccio entrare?
Leonardo: S.

Attende un po' sulla soglia, poi, all'appressarsi di Guglielmo Groa e del D'Albis, che conversano fra loro, viene ad appoggiarsi alla scrivania.

Guglielmo: Io, caro signore, povero provinciale, sono allocchito, ecco, proprio allocchito! Cose grandi a Roma, cose grandi! E anche lui, Nitto Ruvo diventato grande... Ma, per me, se vuol essere chiamato, si chiama sempre Nitto... (Salutando Leonardo:)Caro genero!
D'Albis (sorridendo):Come? come? Nitto?
Guglielmo: Sissignore. Benedetto, Nitto: noi, laggi, diciamo Nitto. Compagni di scuola, si figuri. Ma a un certo punto, io, impastato di creta, mi accorsi che se volevo restare uomo giudizioso, dovevo chiudere i libri. Li chiusi. Scrivo, come dice mio genero, privilegio con due g, vero, ma la testa, signor mio, un orologio! Nitto Ruvo invece continu a studiare, e, povero infelice, ecco qua che lo stanno facendo ministro.
D'Albis (scoppia a ridere):Oh bella! bella! Per lei un povero infelice?
Guglielmo: Lo stanno facendo ministro... Muore male, glielo dico io. Ma amico, sa! amico mio! amicone... Non ne dico male!
D'Albis: Eh, lo so che amico suo. Il Ruvo mi ha parlato bene di lei.
Guglielmo: Ah, lui parla bene, lo so! Parola facile, elegante... A sentirlo, pare che, come niente, il mondo tra le sue mani, in quattro e quattr'otto, lo vuole tondo? tondo! lo vuole uovo? uovo! Per, signore mio, io ho i peli bianchi. Gira gira, il perno uno! E con ci, badi, non dico che non auguro a Nitto Ruvo di diventare ministro. Per me, anche re. Sembra proprio che sia, come dicono loro, alla soglia del potere...
D'Albis: Gi dentro, senza dubbio! Abbiamo lottato senza tregua... E la lotta s' disegnata fin da principio cos, netta, precisa... e l'abbiamo condotta con tal rigore di logica, con tale semplicit di mosse, che proprio una soddisfazione per noi averla combattuta.
Guglielmo: Ges, Ges ... che cose! Ma piacere, sa, piacerone. .. Perch io, non ne ho l'aspetto, ma, nel collegio, sono, come suol dirsi, una colonna del Ruvo.
D'Albis: Eh, lo so bene!
Guglielmo: Ma re, ministro, il Ruvo, non ci facciamo illusioni, caro signore, gira gira...
D'Albis: Il perno uno?
Guglielmo: Uno!
D'Albis: Per...
Guglielmo: No, niente, scusi: lasciamo andare. Quando si parla di politica, io sono come un turco alla predica.
D'Albis: Quanto a questo, il vero turco, guardi, eccolo qua! (Indica Leonardo.)Scommetto che non sa neppure contro chi abbiamo combattuto. Ed vissuto qua, in mezzo a noi, nel fervore della lotta. Se ne sta l a scrivere il romanzo e, quando pu, me ne caccia qualche cartellina fra gli articoli.
Leonardo: Ho gi rimediato, sai?
D'Albis: S, caro. Ma io vorrei trovarmi presente per la votazione. Lei viene dalla Camera? A che punto ha lasciato la discussione?
Guglielmo: Non ci ho capito nulla!
D'Albis: Ma chi parlava almeno?
Guglielmo: Ah, sissignore... Lui, Nitto Ruvo.
D'Albis: Successone, eh? Sappiamo gi che cosa risponder il Governo. Battuto, battuto, in precedenza! Vado ad assistere al crollo finale. Con permesso.
Guglielmo: Padrone mio, caro signore.
D'Albis: Addio, Arciani.
Leonardo: Addio.

D'Albis via.

Guglielmo: S, s, lo lasci arrivare, il suo grand'uomo, e poi me ne sapr dire qualche cosa. Per curiosit: li d lui, vero, Nitto Ruvo, i... (strofina il pollice e l'indice, per significare i quattrini)a questo giornale?
Leonardo (distratto):Non so.
Guglielmo: Certo: se ne dicono bene... Molla! Molla! E balla, comare, che fortuna suona! Ma tu, levami un dubbio, non ti sei rivolto a lui, al Ruvo, vero?, per entrare a... come si dice?, a... a scrivere insomma in questo giornale?
Leonardo: Io? No, perch?
Guglielmo: Perch non vorrei, io che so di che pelame quell'animale, non vorrei che si credesse disobbligato con me per averti fatto entrare in un giornale stipendiato da lui.
Leonardo: Ma niente affatto. Io non lo conosco neppure. Presto qua, come altrove, il mio lavoro, e non credo d'aver bisogno del Ruvo o d'altri per scrivere in un giornale come questo.
Guglielmo: E ci provi gusto?
Leonardo: Ah, no davvero...
Guglielmo: E allora, perch lo fai? L'uomo, capisco, oggi cos (mostra il palmo della mano, poi il dorso)domani cos. Ma una volta mi dicesti che era un... dicevi una parolaccia curiosa: facchinaggio, ecco, facchinaggio...
Leonardo (accendendo un'altra sigaretta):S, mi pare.
Guglielmo (alzandosi):Figlio mio, permetti? (Gli leva la sigaretta e la butta.)Hai finito or ora di fumare: una porcheria! Ti rovini...
Leonardo (sorridendo, cavando un'altra sigaretta e accendendola):Ma mi lasci rovinare!
Guglielmo (prendendogli una sigaretta e accendendo al fiammifero di lui):Aspetta, mi rovino anch'io, allora. (Torna a sedere.)Facchinaggio, dicevi, gi! Che si poteva sopportare soltanto per passione, o per vanit, o per bisogno. vero, s o no?
Leonardo: Sar... non ricordo. Io, intanto...
Guglielmo: Passione, no, l'hai detto. E allora, per vanit? Bisogno, non ne hai.
Leonardo: Ah! non ne ho? E che ne sa lei?
Guglielmo: Tu hai bisogno? Tu scrivi qua per bisogno? Come... scusa... e perch non me l'hai mai detto, figlio mio?
Leonardo: No no no. Ah, basta, basta, ormai da parte sua. D'ora in poi, a me, provvedo io.
Guglielmo: Benissimo... Come diceva quello? Nobili sensi invero...
Leonardo (interrompendo):Senta, mi lasci fare, la prego. Lei non pu capire. Mi fa male, creda, entrare con lei in codesti discorsi. Dovrebbe intendere che di fronte a Livia, io...
Guglielmo: Livia? No, scusa: che c'entra Livia adesso?
Leonardo: Ma s che c'entra, perch dopo la rovina della mia casa e la morte di mio padre.
Guglielmo: mia figlia t'ha fatto pesare?  
Leonardo: no, no: lei no! lei, mai! Ma io, io, per me stesso...
Guglielmo: Va' va' va'! Mi vorresti far sorbire come un decottino a digiuno, adesso, che tu per conservare la tua... come debbo dire? in di pen den za di fronte a tua moglie, ti rassegni, ti sobbarchi a questa schiavit sotto altri?
Leonardo: Ma nessuna schiavit! Chi le dice ch'io sia schiavo? Questo poi no! Schiavo di nessuno...
Guglielmo: Ma di te stesso, scusa, schiavo del tuo stesso bisogno, se non d'altri! Quando... Ah caro mio, ho buona memoria io, sai? T'affannavi tanto un tempo a sostenere che lo... lo scrivere... l'arte, insomma, anche essa un lavoro, un gran lavoro, che ha bisogno d'indipendenza... dicevi cos: e ti sdegnavi contro quelli che sostenevano che fosse invece un divertimento, uno spasso: s... Lasciamo andare! L'indipendenza, l'hai avuta. Io e tuo padre, d'accordo, te l'abbiamo data. Poi, tuo padre, poverino, non per colpa sua, venuto meno agli impegni... ma tu, a casa tua,, grazie a Dio, con la dote di tua moglie... chi ti dice nulla? Puoi lavorare come ti pare e piace, o non far niente, che sarebbe meglio, a giudizio d'un povero ignorante.
Leonardo: Questo, scusi, perch le secca ch'io scriva in un giornale stipendiato, come lei dice, dal Ruvo?
Guglielmo: No. Non per questo soltanto, figlio mio.
Leonardo: E allora per che altro?
Guglielmo: Ora te lo dico. Perch tu, riducendoti cos, a vivere angustiato, afflitto  
Leonardo:   Ma nient'affatto!  
Guglielmo (seguitando):  colmisero frutto, sissignore, col misero frutto che puoi cavare da questo facchinaggio che t'avvilisce...
Leonardo: Ma nient'affatto!  
Guglielmo: Vorrei uno specchio per mettertelo sotto il naso! Mi pare... non so... mi pare che ti sia tutto immiserito... Non ti riconosco pi. Eh s, scusami... se puoi credere sul serio che il non dover pi nulla, materialmente, a tua moglie... Gi, vai a pensare a codeste miserie!
Leonardo: Ma non il denaro! non soltanto il denaro, creda!
Guglielmo: Sta' zitto! So che , perci ti parlo cos. Non facciamo storie! Sta di fatto, caro mio, che tu credi sul serio che codesto lavoro che fai, possa lasciarti libero d'ogni riguardo...
Leonardo: Chi glielo dice?
Guglielmo: Te lo dico io che me ne sono accorto. D'ogni riguardo, d'ogni rimorso, e abilitarti quasi a recare a tua moglie qualunque altro male...
Leonardo: Ma io non so perch lei mi parli cos. Livia si lamenta? S' forse lamentata con lei?
Guglielmo: No. Ma questo appunto il guajo! Che non si lamenta, n con me, n con te, n con nessuno! Ma del suo silenzio tu non dovresti approfittare!
Leonardo: Oh, insomma... Lei sa tutto? Mi dica che cosa vuole da me. inutile tenermi qua alla tortura. Non mi costringa a mentire ancora. Non ne posso pi!
Guglielmo: Io, a mentire? Non sia mai! Al contrario! Peccato, figlio mio, mentire... Io voglio anzi conoscere la verit, veder la ragione...
Leonardo: Vuol vedere la ragione? E poi?
Guglielmo: Come, e poi?
Leonardo: La ragione? Le dico subito che per me non ce n'. Le basta?
Guglielmo: Ah! Dunque... dunque t'accusi, cos senz'altro?
Leonardo: Ma accusarmi o scusarmi, al punto in cui mi trovo, proprio inutile, creda!
Guglielmo: Inutile? Ma abbi pazienza...
Leonardo: Non posso averne pi, di pazienza. Non si tratta pi, creda, di vederne la ragione, chi n'abbia pi, chi n'abbia meno, n d'accusare, n di scusare... Riconosco non solo la mia colpa; ma giacch ne sono stato punito, riconosco che la punizione stata giusta e non mi lagno.
Guglielmo (stupito):Tu?
Leonardo (con fredda tristezza, convinto, rassegnato):Non mi lagno.
Guglielmo: E, vedo, che... (Fa un gesto con la mano, per significare: vedo che accenni d'ammattire.)
Leonardo: No... purtroppo, no! Fossi pazzo davvero!
Guglielmo: Scusa. Per giunta, vorresti lagnarti, tu, riconoscendo...
Leonardo: Ma se le dico che non mi lagno!
Guglielmo: Grazie tante di questa concessione!
Leonardo: Riconosco pure, che vuole che le dica?, riconosco che Livia pi di tutti ha diritto di ribellarsi...
Guglielmo: Ma aver torto, aver ragione, dunque tutt'uno per te? E chi ha torto, non deve ... ?
Leonardo: Ma se io sono punito! Creda: sono gi stato punito...
Guglielmo: Come sei stato punito? Da chi?
Leonardo: Parli piano, la prego...
Guglielmo: C' qualcuno che si rompe di l? Parliamo piano. Da chi sei stato punito? Come? Mi pare... mi pare molto comodo darsi da s la pena, assoggettandosi a un po' di fatica per uno scrupolo sciocco! S, sciocco, perch quando a una donna hai tolto tutto: l'amore, la pace ... pu parere anche ridicolo, scusa, farsi scrupolo...
Leonardo: Ora lei mi offende...
Guglielmo: Io? No, figlio caro!
Leonardo: Ma che vuole allora da me? Mi lasci stare ... Vuol ragionare? Io non posso.
Guglielmo: E fare? Lasciamo di ragionare, adesso. Fare! Fare! Che intendi fare? Fra te e tua moglie la vita, capirai, a questo modo non pi possibile. Bisogna assolutamente venire a una soluzione qualsiasi. Mi sono provato a muoverne il discorso a quella santa figliuola: inutile: con lei non si pu parlare. Io la conosco per. Soffre in silenzio, sai, la povera figlia mia! E tu mostri di non accorgertene, perch cos ti conviene.
Leonardo: Se le dicessi che lei, Livia stessa, venuta qui, poco fa, a prevenirmi che lei gi sospettava, consigliandomi a mentire perch lei non sapesse nulla?
Guglielmo: Ah! Come? Lei? venuta qua?
Leonardo: Proprio lei, mezz'ora fa.
Guglielmo: Per costringerti a mentire?
Leonardo: Legga. (Gli porge il biglietto di Livia.)
Guglielmo (dopo aver letto):Un sacrificio di questo genere, per me? Volesse Dio, che fosse per questo! E allora, allora subito me la riporto via con me, la figlia mia! Ma che, no! Vedi che non sai comprenderla? lei spera ancora... aspetta che tu... No?
Leonardo: No. Livia sa che non pi in mio potere portarci rimedio. E non ne cerca, sa? N vuole che altri lo cerchi. Ha visto?
Guglielmo: Oh, dico, siete impazziti tutti e due? Tu, qua, fai un po' il tiranno, un po' la vittima; dici che sei punito; lei ti prega di non tradirti, per non farmi comprender nulla... A che gioco giochiamo? Io sono vecchio, Leonardo, so il mondo; so che hai errato; tu stesso hai la franchezza di confessarlo. Cose senza rimedio non ce n': la morte sola! Vediamo insieme, studiamo insieme quel che s'ha da fare. Siamo uomini! Conta su me. Tutto il mio ajuto...
Leonardo: Ma che ajuto pu darmi lei? Di denaro? Perch vede affannarmi cos?
Guglielmo: Ma anche d'esperienza... di tutto... Io posso  
Leonardo:   nulla! nulla! Lei non pu nulla! tutto inutile, creda!
Guglielmo: Ma che c' sotto? Perdio, di che si tratta, insomma? Un rimedio ci sar, se tu vuoi... Lo troveremo.
Leonardo: Non c' rimedio... Non c' rimedio...
Guglielmo: Lasciami almeno tentare!   No? Ma perdo, c' di mezzo mia figlia! Ho s o no il diritto di sapere? Posso lasciarvi cos? Tu confessi la tua colpa e vi ti ostini, e vuoi che io, padre, possa permettere che mia figlia continui a soffrire in silenzio, rassegnata, ostinata anche lei a tacere? Volete farmi impazzire? Se tu hai perduto ogni sentimento di rispetto, di lealt... se ti rifiuti finanche di ragionare, perdio!
Leonardo (Gridando):Non posso, le ho detto! Che vuol ragionare? Finisca una buona volta di tormentarmi!
Guglielmo (quasi inveendo):Io?

Si apre l'uscio e su la soglia appare Livia. Guglielmo e Leonardo restano accesi, sospesi, d'un tratto.

Livia (s'avanza perplessa, spiando nei volti del marito e del padre): Ho bussato... Nessuno m'ha sentito...
Guglielmo: Parlavamo... Discutevo con tuo marito...
Livia: Ho tardato molto?
Guglielmo: No; io ho anticipato, per parlare con Leonardo.
Livia (guardando costernata Leonardo):E...
Guglielmo: Sosteneva una tesi sbagliata, tuo marito. E volevo persuaderlo. Sosteneva che, in certe questioni... politiche, aver torto, aver ragione tutt'uno. Il pubblico, che il vero interessato, non parla, si ostina a non parlare. Chi ha torto, ne approfitta. E questa pareva a me una indegnit... una vera indegnit, ecco!

Silenzio. Leonardo raccoglie in fretta, con mani tremanti, le cartelle dalla scrivania. Livia, che ha tutto compreso, si reca il fazzoletto alla bocca per soffocare un singhiozzo irrompente. Guglielmo incalzando pi violento:

Una disonest che deve finire, perdio!
Livia: Babbo... no, babbo...

Leonardo prende il bastone, il cappello e fa per andare.

Guglielmo: Non vuol sentire ragione! Te ne vai? (Balzando in piedi:)Non basta andarsene!
Livia (trattenendo il padre con un grido):Ha la figlia, babbo! Ha la figlia! Non pu sentir ragione! (Leonardo via, di furia.)
Guglielmo (restando):Lui?
Livia: S. Una figlia.
Guglielmo (restando):Ah, per questo? (Si odono dall'interno, contemporaneamente, grida confuse, battimani, tra cui risaltano queste parole: Vittoria! Vittoria! Battuto!)Che succede?

A un tratto l'uscio si spalanca e tre, quattro accaldati, esultant vi si mostrano, tra cui Ducci.

Ducci (gridando):Ottantacinque voti di minoranza! Vittoria!
Guglielmo (inchinandosi comicamente):Me ne congratulo tanto, caro signore!

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