La regina Pomarè

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LA REGINA POMARE’

Commedia in tre atti

di UGO FALENA

PERSONAGGI

DOROTEA KAB

LA DUCHESSA DE CHANTIER

MOGNON

BLANDINA

LA SIGNORINA HARRISEN

TROLL

UNA SARTA

UNA COMMESSA DI DRECOLL

CARLO

IL CONTE DELIONS

IL DUCA DE CHANTIER

MORIVAL DAGOBERTO

WILSON

IL SOTTOSEGRETARIO ALLE BELLE ARTI

EMILIO

UN CAMERIERE D’ALBERGO

QUALCHE SIGNORE

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Il camerino di miss Doroleu Kah in un locale di varietà dei più reputati di Parigi.

Abbiamo adoperato il vocabolo camerino per rispetto alla tradizione; ma avremmo dovuto scrivere anticamera, che l'ambiente ha tutta l'apparenza di un ridotto o di un salone. Il camerino vero e proprio, è di là dai cortinaggi che drappeggiano una specie di alcova.

Per fortuna, la critica non legge le didasca­lie, altrimenti ci accuserebbe subito di peccare d'arbitrio. In quale teatro di questo mondo si è veduta l'anticamera d'un camerino d'artista? Potremmo rispondere che proprio a Parigi, Sa­rah Bernhardt ne possedeva una deliziosa; ma poiché ci si potrebbe obiettare che il teatro era suo, e che perciò degli ambienti ella poteva di­sporre a capriccio, preferiamo fard forti del caso speciale. Miss Kab guadagna all'anno, con la sua arte, qualche cosa come un milione, e può permettersi il lusso di pretendere in pat­to di scrittura un anticamerino vasto e lussuoso per ricevere gli amici. Pretesa assai comoda anche per noi che, senza troppo lambiccarci il cervello, riusciremo a convocare i diversi per­sonaggi necessari a reggere in piedi il primo atto, con approssimativa naturalezza.

Detto questo, non ci resterebbe che porgere qualche consiglio al capocomico sullo stile del­l'ambiente e sul modo di ammobiliarlo. Ma siamo alquanto perplessi. In materia di appa­rati scenici, la voce dell'autore raccoglie sempre scarso gradimento. Tuttavia, se il capocomico vuole accordarci un po' dì credito, presti bene­volo orecchio. Quanto allo stile, se proprio non può farne a meno, si serva pure della cosi-detta arte sintetica; ma con discrezione: perché, sovente, tal genere di arte non rappresenta che una pigrizia dello spirito, e, più sovente, è utile soltanto a raggiungere il mìnimo effetto con la massima spesa. Ad ogni modo, non se ne serva negli atti successivi, in cui ameremmo qualcosa di solido e reale, che è sempre più vicino alla fantasia di quel che non sia un surro­gato della medesima. Quanto ai mobìli e sopram­mobili, eviti tutto ciò che sappia di esotico. Egli giustamente potrebbe supporre che la no­stra protagonista prodiliga le strane cose che provengono dal suo paese d'origine. Cadrebbe in un grossolano errore. Ella, nonostante il co­lore, fuori di scena, nei modi esteriori, è di un pariginismo sconcertante. Ed eviti di metterne in mostra i ritratti. La diva ha il buon senso di comprendere che nessun ritratto può dare il singolare fascino che emana dalla sua persona.

 Non dimentichi molti specchi dì varia grandez­za     - questo sì        - molti fiori, una bella grada­zione di cuscini, una toletta - (le tolette, si sa, per le artiste celebri sono come le scrivanie per i poeti: s'incontrano in più di una, stanza), e di abbondare in tinte chiare e delicate. Miss Kab odia posare gli occhi su colori scuri. Per un riguardo all' autore, poi, dia l'ostracismo a qualsiasi paravento. Ci dorrebbe che un simile simbolico aperitivo stimolasse nel pubblico l'ap­petito di troppe grasse risate. Infine, se il pit­tore glielo consente, collochi una piccola porta di fronte all'alcova.

Dopo di che - secondo i gusti - diamo pure i tre colpì di bastone o di tam-tam o di cam­panello, e apriamo il velario,

 (Sera. Spettacolo inoltrato. Ambiente vivamen­te illuminato. Mister Wilson scrive seduto da­vanti a un minuscolo tavolino, creato per ben diverse mansioni. E' un tipo scialbo e apati­co, comicamente triste. E' in smoking e senza cappello. Mignon entra dall'alcova. E' ben matura, alta, formosa e molto tinta: il clas­sico esemplare della ballerina in pensione. Indossa con goffa pretensione un abito da passeggio. Anche lei è senza cappello. Troll appare dalla porticina. Reca un magnifico mazzo di fiori. Veste correttamente di nero con l'immancabile grembiule bianco, come si conviene alla cameriera di una diva. E' un grazioso trottolino).

Troll                              - Ancora un mazzo del principe geor­giano.

Mignon                         - (mostrando un vaso libero) Qui, qui. (mentre Troll dispone i fiori) Eccone uno che sarebbe pronto a sposarla, e sul se­rio, anche domani! Piccola Troll, tu non sai abbastanza che significhi il prestigio! Gli uomini, con le donne, agiscono come le si­gnore con le sarte. Preferiscono ditte accre­ditate. Quando io ballavo La fille mal gardée - allora si ballava... ecco: si ballava! fui lì per lì per diventare granduchessa. Se un certo Granduca non avesse avuto moglie! (vede giungere affannato il signor Morival, dalla porticina) Signor Morival! Anche oggi, eh? gli spettatori: uno sull'altro! Questa volta vi mettete da parte il milione!

Morival                         - (apopletico, rumoroso, trasandato: faccione rubicondo che, nonostante i baffi irrequieti, fa fede di eccellenti digestioni e di eccellenti affari. E' in marsina) Ah, proprio! Con una rivista che ne costa quattro! Vi pare che se guadagnassi poco più di che vivere, continuerei questo stupido mestiere di direttore di teatro? Ogni giorno una sto­ria nuova! Adesso è il turno di Varvil. Egli si rifiuta di cantare il « couplet » dal pal­chetto di proscenio, mentre miss Kab balla nuda, se non gli metto il nome « in grande » sul manifesto.

Mignon                         - Però, il « pezzo » lo avete scovato?

Morival                         - Ah, sì! Titolo di rivista felicissimo!

Mignon                         - Parlavo di miss Kab.

Mokival                         - Prima, il titolo!... Un buon titolo è metà del successo. « Parigi impazzisce!». titolo che riassume imo stato d'animo. Poi, le scene, i costumi, e, infine, sì, tra gli artisti, in testa, miss Kab... A proposito di miss Kab, signorina Mignon, voi che siete la sua dama di compagnia, dovreste dirle... Sono venuto per questo... Mister Wilson, sentite anche voi che siete il suo segretario!... Che dia­volo scrivete?

Wilson                           - (che si è alzato e avvicinalo) Un'in­tervista con miss Kab per un giornalista.

Morival                         - Vi raccomando il pezzo di colore. Diffondetevi in particolari sull'isola che le ha dato i natali.

Wilson                           - Non l'ho mai veduta!

Morival                         - Questo non ha importanza! Anche i lettori non l'avranno mai veduta!... Dun­que, dicevo: bisognerebbe pregare -miss Kab di non mettersi più, all'ultimo numero, quel­la cintura di banane sui fianchi. Pure - ha veduto? le sue compagne... (gesto sui fianchi che par voglia significare: scoperti.') E non è a dire: bianche come sono, sembra­no più nude di lei!

Mignon                         - Lo sapete. Miss Kab è uno strano tipo. Un miscuglio di monellerie scapigliate e di riserbi...

Morival                         - ... da donna onesta. Lo so! lo so! E per questo le voglio bene. Sul principio, quel suo dire no no a tutti, mi aveva spa­ventato. Ma poi quando ho veduto che più diceva no e più la gente accorreva a farselo ripetere, mi sono convinto che trent'anni di palcoscenico non bastano a formare un'espe­rienza. Debbo dirvi la mia opinione? Se fossi un uomo preposto alla morale pubblica, im­porrei a tutte le donne di ballare il charle­ston e il blacìc bottoni dalla mattina alla sera. E' un allenamento che preserva i corpi... da altre reazioni. Fate che miss Kab, per quindici giorni, balli la polka o il valzer... (a Mignon) come ai vostri tempi, e la vedrete cadere - o ricadere - tra le braccia del primo imbe­cille. Vero che non ha bisogno di danaro... ma il danaro serve anche... a pagare.

Mignon                         - Siete un demonio!

Morival                         - Che non vi condurrebbe all'inferno con se!

Il Conte Delions           - (appare dalla porticina, in­sieme al duca De Chantier) E' permesso? (I due personaggi sono in marsina. Il Conte è un uomo molto elegante, sopra i quaranta anni. Il Duca, un austero signore dall'ampia barba rettangolare. Non si può con precisione stabilire la sua età. Il colore ancor fresco del­la pelle potrebbe anche fargli attribuire cinquant'anni. Ma il candore della barba e dei capelli inducono a assegnargliene dieci di più. Nè a togliere dalla perplessità l'osserva­tore, interviene nessun segno di soverchia in­telligenza. Naturalmente, il Duca non sor­ride mai).

Morival                         - Oh! Conte!... (gli stringe con effu­sione la mano).

Conte                            - Signorina Mignon, posso aspettare miss Kab per presentarle il mio amico?

Mignon                         - Signor conte, voi siete di casa!

Conte                            - (presentando) Il signor Morival, di­rettore del teatro. Il duca De Chantier.

Morival                         - Onoratissimo... Caldo, eh?

Conte                            - E siamo appena alla fino di maggio!... Ultime recite, eh?, signor Morival?

Morival                         - Ultime tre. Qualche settimana di « sketchs », e poi la nuova grande rivista. Altro titolo mirabolante: « La regina Pomaré »! Bisogna illustrare la Storia anche al Varietà. Una regina mora veramente esistita sotto Luigi Filippo, che mise in scompiglio Parigi e fu a un pelo di far scoppiare la guerra... Parigi in scompiglio... Dorotea Kab protagonista... No? Un altro filone!... Mister Wilson, non dimenticate che dobbiamo an­cora firmare il contratto di riconferma!... (Una folata di quasi suoni che accompagnano la danza di miss Kab, penetra dulia porticina rimasta aperta).

Mignon                         - Miss Kab è in scena! è in scena!... Scusate! (insieme a Troll, esce a precipizio dalla porticina).

Morival                         - Pardon! (prende sottobraccio mister Wilson, e s'avvia anche lui) Mister Wilson, vedete? Tutto il fiore di Parigi passa qui dentro! Non mi sorprenderebbe d'incontrar­ci, una di queste sere, anche l'Arcivescovo! (escono).

Duca                             - Vi prego: chiudete quella porta. Quei surrogati di suoni non confanno ai miei ner­vi. (Il conte sorride, eseguisce) Grazie. Spero che mi perdonerete se ho abusato della vostra condiscendenza nel pregarvi di condurmi in questa specie d'inferno.

Conte                            - Oh! Tanto io ci vengo ogni sera!... Convenite però: un inferno lastricato di ele­ganze.

Duca                             - Vi confesso: è la prima volta che pon­go piede in un teatro di Varietà.

Conte                            - Ci ritornerete, caro Duca.

Duca                             - Non credo. Mi ci poteva trascinare sol­tanto una necessità grave. Voi sapete: mia madre non è più giovane...

Conte                            - (suo malgrado sorride).

Duca                             - Se ella potesse supporre che suo ni­pote!...

Conte                            - Persistete a ritenere che egli sia ve­ramente innamorato di miss Kab?

Duca                             - Follemente! Io ho cieca fiducia nei diari. Pei giovani poco più che ventenni, il diario è il riflesso dell'anima. In quello di mio nipote - che mi caso fortunato mi ha fatto scoprire - non appare che un nome: Kab. Kob. Sempre Kab! Non vi si parla che di foreste vergini e di vergini nere...

Conte                            - Non dev'essere forte in geografia vo­stro nipote, perché miss Kab non proviene dall'America del Sud.

Duca                             - Né dev'essere molto forte in fisiolo­gia poiché parla di verginità.

Conte                            - Dio mio! Nessuno potrebbe mettere le mani sul fuoco che miss Kab... (completa la frase con un sorriso ambiguo). Ma se esi­stono in circolazione molti diari del genere di quello di vostro nipote, bisognerebbe con­cludere che quanto si vocifera al riguardo, meriti fede... Scusate, Duca: anche ammes­so che vostro nipote sia innamorato, resta a vedere se sia innamorata miss Kab.

Duca                             - Oh! Innamorata, forse no. Ma amante, sì! A mio nipote non basta più il mensile di duemila franchi per i minuti piaceri... (Il Conte, suo malgrado, torna a sorridere). Fa dei conti col fioraio. Dimagra. Rincasa all'alba. E legge Baudelaire! Ma che cos'ha di diverso dalle altre donne, questa miss Kab che fa impazzire tutta Parigi?

Conte                            - Prima di tutto, il colore. E poi, poi... (gesto vago) Perché non avete voluto ammi. rarla sulla scena? Il numero che sta eseguen-do è uno di quelli che desta più furore. La avreste trovata anche voi, semplicemente de­liziosa!

Duca -                           - Sono venuto per parlare, non per ve­dere!... Ah, se mia madre potesse sospettare! Poveretta!... E non è a dire che il buon esempio sia mancato in famiglia! Quel ra­gazzo non aveva che a modellarsi sulla se­rietà di mio figlio... Capirete: la responsa­bilità... un orfano... Oh!... Una danzatrice, e negra per giunta!

Conte                            - Non è la prima volta che il sangue moresco si mescola al sangue francese. Anche Giuseppina Beauharnais era una creola...

Duca                             - Non sarebbe venuta al mondo se suo padre avesse avuto per parenti dei duchi De Chantier! Ciò che avrebbe anche permes­so alle cose di Francia di prendere una piega migliore...

Conte                            - E siete deciso?...

Duca                             - A tutto! Rompere la tresca con qua­lunque mezzo. Se occorrerà del denaro...

Conte                            - Mi permetto farvi osservare che miss Kab guadagna, soltanto in un anno, una som­ma corrispondente quasi al vostro patrimonio.

Duca                             - Incredibile! Per una donna che si mostra nuda! Spero, almeno, che non avrà l'ardire di spogliarsi qui, davanti a noi?

Conte                            - Oh! Ella non si mostra mai nuda davanti agli estranei.

Duca                             - Come?!

Conte                            - Cioè. Si mostra tra i compagni negri, sulla scena, quando la sala al buio dà la sen­sazione di annerire anche le facce degli spet­tatori. Si sa: i negri non conoscono ancora quella malizia che ha nome pudore. Ma qui o nelle «coulesses », non c'è pericolo che un bianco possa intravedere un palmo delle sue gambe... Figuratevi: si racconta che la notte, ella dorma con una camicia lunga si­no ai piedi e chiusa al collo e ai polsi. Come un'educanda!

Duca                             - Il terrore degli specchi!

                                      - (La porticina a destra si riapre bruscamente. Mignon e Troll riappariscono di corsa).

Mignon                         - Il numero è finito!

Troll                              - Eccola! Eccola!

Conte                            - Duca, vi raccomando. Siate... sì... non troppo brusco.

Duca                             - Sono uno Chantier! Per quanto dan­zatrice e negra, non dimenticherò di avere a che fare con una donna.

Mignon                         - (sulla porta, tendendo l'orecchio) Dieci... undici chiamate!

Troll                              - Dodici! Dodici!

Mignon                         - (inoltrandosi) Questa sera è stata in vena più delle altre. (S'ode una specie di coretto buffamente cadenzato che s'avvicina).

Duca                             - Che cos'è?

Conte                            - Sono i bianchi che fanno da negri per ammirazione.

                                      - (Difatti, miss Kob entra seguita da un codaz­zo di ammiratori, canticchiando con essi un brano del suo « couplet », e, con essi, ese­guendo una buffa marcia contorsionista che fa accapponare la pelle al povero Chantier. Accompagna canto e movenze, agitando con­vulsamente un bastoncino. E' bella, negra-, cioccolata, caffè e latte? Per ora non si ca­pisce. Si ha soltanto la sensazione di avere dinanzi un monellaccio da bassifondi. Abi­tacelo da maschio a scacchi bianchi e neri, logoro e senza garbo. Sciarpa di lana grigia avvolta attorno al collo. Berretto sulle venti­tré. Volto impiastricciato di nerofumo, e bocca ingrandita sino agli orecchi da due fregi di carminio).

Kab e Ammiratori         - (cantando) « Love boy, life is sweet, love boy, time is passing. Love boy, boy.

Duca                             - (ha un moto di repulsione).

Kab                               - (giunta nei pressi dell'alcova, si ferma di colpo e alterando comicamente voce e pro­nuncia) Adesso, tutte via! Via, Boy cam­bia!

Gli Ammiratori             - (che anch'essi si sono fermati di colpo) Deliziosa! Irresistibile! (Il Duca scuote la testa più che mai scanda­lizzato).

Kab                               - Via! Via! (minaccia col bastoncino i corteggiatori, protendendo viso e labbra, con una smorfia da clown) Uuuh!

Gli Ammiratori             - (indietreggiano, dando in una risata fragorosa).

Kab                               - (s'accorge del Conte) Hello! (corre a stampargli un bacio sul viso, e, poiché egli istintivamente porta la mano al viso) Non sporco!

Conte                            - (s'inchina, sorride).

Kab                               - (al Conte) Resta, tu. (vede il Duca. Al Conte) Amigo?

Conte                            - Sì, che vorrei permettermi presen­tarvi.

Kab                               - (squadra un attimo il Duca) Resta, voi! Lavo faccia. Cambio. Torno. Uno minuto. Fregoli! (agli ammiratori, tornando a scac­ciarli col gesto) Usci!... Troll? Mignon? Alò! (d'un balzo, scompare dietro al cortinaggio, seguita, dalle due donne).

Gli Ammiratori             - (escono, vociando allegra­mente).

Duca                             - (si lascia cadere seduto, esterrefatto).

Duca                             - (mentre il Conte richiude la porticina) E quella donna?... Mio nipote?... Tutta Parigi?... Oh!!

Conte                            - Tutta Parigi!

Duca                             - Vi giuro: se non fosse per mia madre, sarei preso da una voglia pazza di fuggire.

Conte                            - Pazientate pochi minuti, prima di giudicare.

Duca                             - Non vorrete darmi a bere che sotto quel nerofumo si nascondano gigli e rose?

Conte -                          - No, questo no. Ma esistono fiori che valgono altrettanto, benché di tinte diverse.

Duca                             - Scommetto che la vostra dea si cospar­ge di nerofumo per poi apparire meno nera.

Conte                            - Può darsi. In fatto di trucchi, tutte le donne, a qualsiasi razza appartengano, si rassomigliano.

Duca                             - Ma è proprio nera?

Conte                            - Dio mio, no... proprio nera, no. Conosco molte bianche che sembrano più nere di lei.

Duca                             - E quel gergo da « clown »? Oh! Una donna che si esprime quasi allo stato selvag­gio!... Tanto meglio! Sarò più spicciativo. Non dovrò consumare troppe parole con chi non è in grado di sostenere una conversa­zione.

Conte                            - Miss Kab adoperava dianzi quel sup­posto gergo per mantenersi in azione.

Duca                             - Non capisco.

Conte                            - Per continuare a interpretare fuori di scena il suo personaggio. Aspettate che abbia mutato vestito, e la udrete parlare la nostra lingua meglio che non parli quella inglese.

Duca                             - Tutte le qualità dell'assimilazione! Come le scimmie!

Conte                            - Siete terribile!

Duca                             - Sono coerente!

Conte                            - Duca, sapete perché mi sono prestato ad esaudire il vostro desiderio? Perché sono sicuro che appena vedrete Miss Kab nella sua vera luce, subirete la stessa sorte degli altri e non oserete più parlarle del diario di vostro nipote.

Duca                             - Non conoscete i Chantier!

Kab                               - (affacciandosi dalle cortine dell'alcova) Signori...

Duca                             - (si volge, vede, s'alza di scatto, sbalor­dito).

Conte                            - (con un sorriso di trionfò) Che vi di­cevo?

 (Per comprendere lo stupore del Duca e il sorriso di trionfo del Conte, dobbiamo soffer­marci un istante a descrivere miss Kab qua­le è ora apparsa ai loro sguardi. Il viso? De­lizioso. Capelli corti con un bel ricciolo sulla fronte, di un nero lucentissimo. Grandi oc­chi a mandorla. Bocca espressiva ma fine­mente disegnata, e guarnita di denti mera­vigliosi. E, negli occhi e nella bocca, un bian­co sorriso luminoso, tra dolce e birichino. Il colore è bruno, sì; ma non cupo. Effetto di accorta reazione al nerofumo di dianzi e alle tinte del vestito che indossa? Non sappiamo. Certo, esistono visi di donne bianche che l'estate, dopo una cura prolungata di bagni, potrebbero facilmente esser scambiati con quello di miss Kab. Il corpo? Un prodigio di flessuosità, per quanto sia dato indovinare dal nuovo ed elegante vestito di foggia ma­schile che la strana creatura indossa: il clas­sico costume messicano della metà del secolo scorso, del quale non c'è frequentatore di ci­nematografo, anche ignorante, che non possa fornire i più ampi schiarimenti. Pantaloni lunghi grigio perla, stretti alla coscia, e larghi e aperti verso le caviglie su un pieghetta-mento di seta che appare tra pendagli d'ar­gento. Fascia dello stesso colore, alle reni. Camicia a ricami e solino basso da cui scende una cravatta sottile e lunga. Insomma, un tipo ideale di quasi mora che se non può convincere uomini della tempra del Duca - i quali forse ebbero la sventura di conoscere personalmente la Venere Nera di Baudelaire - impressiona quanti quella Venere Nera co­nobbero soltanto a traverso i versi che l'im­mortalarono).

Kab                               - Prego. Comodi. A che debbo, Conte, la visita?

Conte                            - Il mio amico desiderava...

Kab                               - Conoscermi? (puntando gli occhi in faccia al Duca) Piaciuto « Boy, boy»?

Conte                            - (per evitare che la domanda resti senza risposta) Molto.

Duca                             - (quasi suggestionalo dallo sguardo di Kab, a denti stretti) Molto.

Kab                               - Tutta Parigi ne va pazza!

Duca                             - (forzandosi a mascherare l’impreveduto imbarazzo) E... non solo conoscervi, si­gnorina; ma chiedervi una grazia.

Kab                               - Chiedete pure, (aggirandosi su se stessa) Piace questo costume, Conte, eh?

Conte                            - (sorridendo) Molto.

Duca                             - (c. s.) Molto.

Kab                               - Il signore dunque diceva: una grazia?

Duca                             - Appunto.

Kab                               - Sono tutta orecchi.

Duca                             - Si tratta di una cosa molto delicata... E' difficile spiegarsi...

Kab                               - (cerca e prende una sigaretta) Le cose delicate sono sempre difficili a spiegarsi... Un fiammifero?

Duca                             - Non fumo! (Pronto, il Conte accende lui la sigaretta a Kab) Signorina... mia madre non è più giovane...

Kab                               - Lo credo.

Duca                             - E voi sola potete evitarle un dispia­cere.

Kab                               - Vuol vedermi danzare e non può recarsi in teatro?

Duca                             - No!

Kab                               - ?

Duca                             - La signorina faciliterà il modo di farmi capire se mi consentirà qualche breve do­manda.

Kab                               - Pronta a rispondere.

Duca                             - Il ventidue, cioè venerdì scorso, vi siete recata verso le diciassette da Coty ad acquistare profumi?

Kab                               - Aspettate... Venerdì?... Sì, sì. Anzi ricordo di averne trovati dei pessimi.

Conte                            - Nulla di straordinario. Da quando il signor Coty è stato eletto senatore, non fab­brica più profumi possibili.

Duca                             - (che al sì di Kab non ha potuto frenare un impercettibile moto di soddisfazione) Mar­tedì non siete andata alla chiesa della Mad­dalena a portare dei fiori?

Kab                               - Sì, sì... E dovrei andarci tutti i giorni, tanti ne ricevo!

Duca                             - (c. s.) Mercoledì non vi lasciavate tra­scinare da un piccolo cavallo di legno sul Carosello all'imboccatura del Ponte Nuovo?

Kab                               -  Sì, sì! E, per una volta tanto, mi sono divertita io, e da morire! (Nuovo gesto di soddisfazione del Duca) Ma scusate, signore: siete forse un commissario di polizia?

Duca                             -! !

Conte                            - Oh, pardon! Ho dimenticato le pre­sentazioni. Il Duca De Chantier. Miss Doro-tea Kab.

Kab                               - Duca, come avete potuto conoscere tutti questi... interessanti particolari?

Duca                             - Da un piccolo diario.

Kab                               - Perduto da un giornalista?

Duca                             - Da un innamorato.

Kab                               - (scoppia a ridere) Ah, ah! Ah, ah! Ah, ah!

Duca                             - ? ?!

Kab                               - Vostra madre, il diario, il dispiacere... L'innamorato sareste per caso voi?

Duca                             - ... Mio nipote!

Kab -                             - Scusate, scusate. Ma ogni giorno ne .ascolto e ne vedo di... di tutti i colori, che non mi avrebbe sorpreso... E il diario di vo­stro ili potè non contiene che la cronaca delle mie gite pomeridiane?

Duca                             - Oh! Altro ancora! Senza contare il sottinteso.

Kab                               - E l'« altro ancora », dice?

Duca                             - Cose che rivelano un cuore travolto dalla passione. S'invoca il destino di chi può vivere nella vostra isola, sotto le palme... che so?... tra canti e suoni di tribù...

Kab                               - Ah! Tacete, vi prego! Voi toccate il mio Iato debole! La mia isola?! Non potete farvi un'idea di ciò che io provi, quando ri­penso a quel minuscolo angolo di terra sper­duto nell'Atlantico! Ho sentito l'infinito sol­tanto laggiù. Sapeste che gioia, la sera, dopo aver danzato tutto il giorno per ringraziare il Creatore - e non per divertire gli uomini - perché, o signore, nel mio paese, la danza conserva il suo carattere sacro, sdraiarsi sopra un prato e guardare su... su... in alto! No, non piovono dollari, ne biglietti di banca; ma... come spiegarsi?... qualcosa di più... di più... (toccandosi il cuore).,, che fa bene qui. Il vento soffia sugli alberi, e come un concerto di sassofoni si spande all'intorno, con la dolcezza che sanno trovare certe nonne brontolone quando cullano i bambini. Allo­ra, per poco che socchiudiate gli occhi, pro­vate la sensazione che, per una volta tanto, e per voi, le stelle si mettano a danzare... a danzare... (s'accorge che la sigaretta si è spenta. Al Duca) Un fiammifero?

Duca                             - (che era rimasto a bocca aperta, si ri­compone) Non fumo.

Kab                               - Vi trovereste bene anche voi nella mia isola. Lì, non si fuma, (accendendo la siga­retta al fiammifero che, pronto, le porge il Conte) Spiegatemi, ora, che relazione passi tra il diario che avete scoperto e la grazia che volete chiedermi.

Duca                             - Non lo indovinate?

Kab                               - No.

Duca                             - Signorina, il Duca mio nipote è l'erede del nome di Chantier. La famiglia accarezza dei progetti sul suo avvenire... Una fidanzata in vista... una piccola cugina... vecchia ari­stocrazia... Non vorrei che... Insomma, si­gnorina, vi pregherei di... di invitare mio nipote a... a...

Kab                               - ... a non scrivere più diari.

Duca                             - Ecco. Siete intelligente.

Kab                               - E vostro nipote è figlio?...

Duca                             - Del mio defunto fratello maggiore.

Kab                               - Che, naturalmente, era... meno gio­vane di voi.

Duca                             - Appunto.

Kab                               - (cercando un portacenere per deporre la sigaretta) State tranquillo, Duca. Preghe­rò vostro nipote di... di guarire. Non faccio altro che rivolgere preghiere simili, tutto il giorno, dacché sono a Parigi.

Duca                             - (sottovoce, al Conte) A inteso? Non m'ero ingannato. La tresca esisteva.

Kab                               - Senonché c'è una lieve difficoltà.

Duca                             - ?

Kab                               - Io non conosco vostro nipote.

Duca                             - Eh?! Possibile?!

Kab                               - Mai visto!

Duca                             - Vi avrà scritto?

Kab                               - Mai scritto!

Conte                            - (sottovoce al Duca, sorridendo) Ve­dete?

Kab                               - Vero che io non leggo tutte le lettere che ricevo. Ma il mio segretario, puntual­mente, me ne fa un riassunto ogni mattina per evitarmi possibili brutte figure. Il nome dei Chantier mai udito pronunciare prima di avere avuto il piacere di conoscervi.

Duca                             - Oh! Ma, allora...

Kab                               - Mandatemi o conducetemi vostro nipote, e vi servirò.

Duca                             - Signorina, sarebbe lo stesso che met­tere la paglia vicino al fuoco. Un ragazzo!...

Kab                               - Ah! E' giovane sul serio vostro nipote?

Duca                             - Giovanissimo! Un fanciullo quasi. Tro­verò io il mezzo per distrarlo. (per conge­darsi) Sono davvero mortificato di avervi di­sturbato per nulla...

Wilson                           - (affacciandosi un attimo dalla porti­cina) Miss Kab? Lo sketch « il grattacielo » sta per terminare!

Kab                               - (rivolta all'alcova) Mignon? Troll? Il sombrero! Il fazzoletto per la testa!

Duca                             - Signorina...

Kab                               - Se volete trattenervi nel mio camerino, non fate complimenti. Tanto io non debbo apparire sulla scena che un minuto.

 Duca                            - No, grazie. Ho già troppo abusato. Signorina...

Conte                            - Cara amica...

Kab                               - (togliendo un fazzoletto rosso di mano a Troll, che frattanto è entrata con Mignon) Troll, accompagna i signori, (si siede davanti alla toletta, e, aiutata da Mignon, annoda il fazzoletto attorno alla nuca).

Duca                             - (avviandosi col conte verso la porticina) Oh! Ma dunque mio nipote è proprio un idiota! Innamorarsi per raccontarlo soltan­to al proprio diario!

Conte                            - Il che significa: voi non vi sorpren­derete più che miss Kab possa destare delle passioni.

Duca                             - Trovo che a guardarla si finisce col trovarla meno nera. Ah, mio vecchio amico! La povera razza bianca si trova in un pessi­mo bivio. Pericolo giallo... Pericolo nero... (escono. Troll richiude la porta. Subito Kab balza in piedi, afferra Mignon, e, in un im­peto di allegria quasi infantile, la costringe a girare vertiginosamente).

Kab                               - Ah, Mignon! Mignon!

Mignon                         - Signorina, che vi piglia?

Kab                               - Ho scoperto quello che cercavo!

Mignon                         - Che cosa?

Kab                               - Un uomo innamorato sul serio di me!

Mignon                         - - Ma se ce ne sono a centinaia!

Kab                               - Non così! Pazzamente! Perdutamen­te!... Figuratevi, non lo ha confessato a nes­suno!

Mignon                         - Certo, questo è un buon sintomo. E... con voi?

Kab                               - Non si è confessato neanche con me!

Mignon                         - E, allora, come fate a sapere?...

Gab                               - Una storia troppo lunga a raccontare.

Mignon                         - Almeno, ricco?

Kab                               - Non lo so!

Mignon                         - Bello?

Kab                               - Non lo so! So che è un Duca. Che si chiama Chantier.

Mignon                         - Il signore con la barba venuto poco fa?

Kab                               - Sciocca! Suo nipote! Giovanissimo!

Mignon                         - Ebbene, poiché conosciamo il no­me, domani potremo appagare la vostra cu­riosità.

Kab                               - No! Voglio appagarla subito! Sapere che roba è questo adoratore così discreto... Bisogna cercarlo... Sarà certo in teatro...

Mignon                         - Ah, sì; una cosa facile pescarlo in quel mare di gente!

 Kab                              - Possibile che non si sia mai servito di un mezzo per farsi riconoscere, per farsi notare?... Ah! Sì! Le violette! Le violette!... Quel mazzolino di violette inviato puntual­mente due volte il giorno non può essere che il suo!... Cercate quello mandato stasera! Cercate!... Troll? Cerca! Cerca!...

Mignon                         - Ma con tutti questi mazzi non è pos­sibile...

Kab                               - Ah! Eccolo!

Mignon                         - Dove?

Kab                               - Lì! Lì!... Sul petto di Troll!

Tkoll                              - (che, insieme a Mignon, s'affannava a girare a cercare, si ferma, ricorda, arrossi­sce) Ah già... (togliendo un minuscolo mazzolino di violette appuntato al corpetto) La signorina mi scusi. Ma trattandosi di un mazzolino così poco costoso, mi ero presa la libertà...

Kab                               - Da'! Da'! (afferra il mazzolino) Con que­sto amo, dalla scena, saprò io stessa pescare il donatore!

Wilson                           - (entrando di corsa) Signorina, di scena!

Kab                               - Vengo! (afferra e calca il sombrero por­tato dianzi da Mignon).

Wilson                           - Il principe georgiano vi prega di riceverlo nel prossimo intervallo.

Kab                               - Ah, questi principi georgiani! Vogliono sposarsi tutte le artiste! (a Wilson) No! Non voglio vederlo! Né oggi, né mai! (si slan­cia fuori).

Wilson                           - Che le è preso?

Mignon                         - Colpo di fulmine!

Troll                              - Innamorata!

Wilson                           - Eh?!

Mignon                         - E quello che è più allarmante, di uno che non conosce.

Wilson                           - Allora la cosa è veramente seria?

Mignon                         - Non ci sono che le ballerine capaci di ogni ingenuità...

Wilson                           - Specialmente quando non sono an­cora cadute!

Mignon                         - Altro che l'allenamento del signor Moriva!! Aspettava l'uomo che l'amasse!

Wilson                           - Signorina Mignon, giacché possiamo parlarci come in famiglia, credete realmente che miss Kab non sia mai caduta?

Mignon                         - Oh! Davanti a me, mai! A meno che Troll non sappia...

Troll                              - Oh! La signorina Kab la notte dorme sempre sola.

Wilson                           - Vero che le cadute possono anche effettuarsi di giorno; ma quelle non contano. La cosa è dunque preoccupante, perché se miss Kab si sposasse...

Mignon                         - ... l'arte...

Wilson                           - ... addio! Salvo un pretendente spiantato...

Troll                              - Mister Wilson, dev'essere così! Perché egli non manda che mazzolini di violette da un franco.

Wilson                           - Allora, c'è da preoccuparsi meno. Ad ogni modo, bisognerà sorvegliare.

Mignon                         - Sarebbe una iattura che l'arte per­desse...

Wilson                           - (volgendo il capo verso la porticina) Sentite che scroscio d'applausi! Basta che ella attraversi soltanto la scena...

Kab                               - (rientra di corsa) Ah, Mignon, Mignon! Avete udito? Quando mi sono trovata nel centro della ribalta, ho sfilato il mazzolino dal bolero, (lo agita) l'ho mostrato al pub­blico, e là: un bacio! Un delirio! Se egli si trovava tra la folla, avrà compreso     - ve­drete! e si precipiterà nel camerino, ap­pena si riempirà di gente, (s'accorge soltanto adesso, togliendosi e deponendo il fazzoletto e il sombrero, del mazzo di fiori del princi­pe georgiano) Ah, questi fiori di quell'insop­portabile georgiano! Ve l'ho detto mille vol­te: via via! (afferra i fiori e li getta lontano. A Wilson) E voi andate a dire al principe che, questa sera, non venga a farmi da man­tice coi suoi sospiri! Ne ho .abbastanza che alloggi allo stesso albergo! (Wilson esce).

Mignon                         - La gente comincia a venire...

Kab                               - Ah, Mignon! Per ogni faccia nuova che vedrò apparire, sarà un'emozione, (e poiché vede inoltrarsi dalla porticina un piccolo si­gnore dalla barba biondiccia, accompagnato da Morìval e seguito da due o tre visitatori di dianzi) Dio! Non sarà questo signore con la barba!

Morìval                         - Kab! Mia grande Kab! Il sottose­gretario alle Belle Arti ha voluto farti l'ono­re di venire personalmente...

Kab                               - (respirando) Signor ministro...

Il Sottosegretario          - (barba tra bionda e grigia. Calvo. Miope. Da buon ministro democrati­co, indossa lo smoking con una cravatta nera svolazzante, e porta un cappello floscio in mano; ma non ha dimenticato il bottone ros­so della Legion d'Onore all'occhiello) Si­gnorina, nella mia qualità di rappresentante delle Belle Arti francesi, sono fiero di esprimere i sensi della mia ammirazione a chi, come voi, onora così squisitamente la... la madre di tutte le arti.

Kab                               - Grazie, signor ministro. Grazie.

Morìval                         - Kab! Mia grande Kab! Il governo ha sempre frequentato il mio teatro, ma non era mai salito sul palcoscenico. Da domani, pregherò Varvil di cantare il suo « fox-trott » dal palchetto di proscenio, quando tu danzi nuda, in uniforme da ministro!

I Visitatori                    - Graziosa! Graziosa!

Un Visitatore                - Ma vogliamo che ella danzi senza la vesticciola di banane.

I Visitatori                    - Sì! Sì! Abbasso le banane!

Morìval                         - L'ho già detto, (a Kab) Tanto, an­che nuda, tu sei vestita del tuo colore.

Un Visitatore                - Ben detto!

Kab                               - (poiché appare un nuovo gruppo di visi­tatori) Pardon, signor ministro. Altri buo­ni amici... (s'avvicina al gruppo, stringe via via le mani che si protendono) Buona sera... Conosco tutti... Cioè... (ma si ferma davanti all'ultimo. E' un bel giovane di ventotto anni che indossa una marsina di taglio perfetto).

Carlo                             - (inchinandosi con estrema compitezza) Carlo Chantier.

Kab                               - Il Duca?!...

Carlo                             - Sì, signorina.

Uno dei nuovi visitatori         - Il duca Carlo De Chantier che ho il piacere di presentarvi.

Carlo                             - Signorina...

Kab                               - (gli porge la mano, fissandolo; egli gliela sfiora appena con le labbra).

Un altro dei nuovi visitatori   - Ohi! Non l'ho mai veduta fissare un uomo con tanta in­sistenza!

Un altro                         - Quel brigante di Chantier ne ha di fortune! Ogni donna basta che lo veda!...

II primo                         - E faceva il prezioso quando lo ab­biamo invitato a seguirci!

Kab                               - (che, frattanto, si è ritrovata vicino a Mi­gnon) Ah, Mignon! E' proprio il mio ti­po! M'ero alquanto spaventata quando lo zio aveva parlato di un quasi fanciullo. Ma già: quel buon uomo, con l'affare della mamma ancora in vita, deve considerarsi un ragazzo anche lui!

Il Sottosegretario          - Signorina, non vorrei im­portunarvi di più...

Kab                               - (mal celando una certa impazienza) Oh, no: signor ministro! Ma, pur troppo, quan­do un'artista deve mutar vestito...

Morìval                         - ... e non indossarne alcuno...

Il Sottosegretario          - (sorridendo) ... ha bi­sogno di maggior tempo. Di nuovo: compli­menti.

Kab                               - Signor ministro...

                                      - (Mignon e Troll rientrano nell'alcova).

Morival                         - Eccellenza, vi accompagno.

Kab                               - Grazie a tutti... Grazie a tutti... (a Car­lo, rimasto ultimo, fermandolo nell'atto di uscire) Voi restate, (con un rapido gesto gar­bato, accosta il battente della porta dietro di se). "Vi ringrazio di essere salito.

Carlo                             - Quando avete agitato il mazzolino di violette, m'è sembrato che invitaste tutto il teatro a rovesciarsi nel vostro camerino, e allora...

Kab                               - Invece - vedete? non ci siete che voi.

Carlo                             - E' una fortuna di cui non vorrei abu­sare. Avete pur detto, dianzi, che dovete cambiarvi...

Kab                               - Posso ancora disporre di un po' di tempo...

Carlo                             - Quanto?

Kab                               - Un minuto.

Carlo                             - Poco davvero.

Kab                               - Colpa vostra. E' da mesi che sono qui! Perché avete aspettato proprio le ultime re­cite?

Carlo                             - Perché odio la gente che affolla i camerini degli artisti.

Kab                               - Avete ragione. Anch'io. Sapeste! Do­ver sorridere a tutti... Ascoltare un'infinità di scempiaggini, di consigli... Avete anche voi dei consigli da darmi?

Carlo                             - Nessuno.

Kab                               - Neanche complimenti da rivolgere alla mia arte?

Carlo                             - Neanche. Non che non li meritiate. Ma temerei commettere dei plagi.

Kab                               - E di me, personalmente, che pensate?

Carlo                             - Quello che pensa tutta Parigi.

Kab                               - No, no! Quello che pensa tutta Parigi lo conosco. E' un pensiero molto limitato. Non si sofferma che sulle mie gambe. Do­mandavo quello che pensavate di me come... come donna.

Carlo                             - Come donna?... Per rivelarvelo, non basterebbe il minuto di cui potete disporre.

Kab                               - Allora se voglio saperlo?...

Carlo                             - Dovreste essere tanto buona da con­cedermi di rivedervi.

Kab                               - (lo guarda un istante in silenzio; poi, sor­ridendo) Concesso. Cosi anch'io vi rivelerò qualche altra cosa... Un piccolo vostro segreto che sono venuta a conoscere.

Carlo                             - Bisogna allora che ci rivediamo pre­sto. Io non mi faccio più forte di quello che sono. La curiosità è un debole anche degli uomini... specie se provocata da... una donna.

Kab                               - Domani.

Carlo                             - Domani.

Kab                               -  Alle diciotto, al mio albergo.

Carlo                             - Alle diciotto, al vostro albergo.

Kab                               - (prende il mazzolino di violette deposto dianzi sulla toletta) Prendete... Vi ap­partiene.

Carlo                             -  No... Le violette non si addicono che a voi. Vorrei ammirarvi in una danza, tutta vestita di violette. Credo che aggiungereste un nuovo successo agli altri.

Kab                               - Vedete? Avete finito col porgermi un consiglio anche voi. Ma questa volta lo se­guirò.

Carlo                             - Mi obbligherete a non mancare a nes­suna delle vostre rappresentazioni.

Kab                               - Resterete questa sera al mio ultimo nu­mero?

Carlo -                           - E me lo domandate?

Kab                               - E se io vi pregassi di non rimanere?

Carlo                             - Dovrei supporre che la vostra gra­ziosa offerta di amicizia non sia stata che un piccolo giuoco.

Kab                               - (dopo un attimo appena di silenzio) Restate, allora.

Carlo                             - Permettete? Mi avete offerto un fio­re... Prendo una di queste magnifiche rose tea. Le preferisco.

Kab                               - (prevenendolo, prende la rosa da un vaso sulla toletta) Tenete. (Gliela infila all'oc­chiello) Amate i colori bruni?

Carlo                             - (fissandola negli occhi) Sì... perché li protegge la luna.

Kab                               - (turbata, e cercando mascherare il turba­mento con un sorriso, gli stringe la mano bruscamente, come per congedarlo) Buo­na sera, buona sera... Sono passati due mi­nuti. (Carlo sorride, s'inchina, esce. Kab fissa un istante, seria, la porta da cui egli è uscito; poi, chiama Mignon:) Mignon? Mi­gnon?

Mignon                         - (appare dal cortinaggio, recando la vesticciola di banane).

Kab                               - (strappandogliela dalle mani:) No! No! Il mio vestito che più copra! Cambio danza!

Mignon                         - Eh?!

Kab                               - (con un tono involontariamente comico-melodrammatico che è una rivelazione)  Non posso danzare nuda davanti a lui! (A Wilson che appare:) Voi... avvisate il di­rettore che cambio l'ultimo numero. Stasera non ballo nuda!

Wilson                           - Ma c'è da procurarsi una causa per danni!

Kab                               - Non importa! Via! Obbedite! Obbe­dite! (L'ordine è così energico, che i due escono in fretta, senza replicare, ciascuno dalla sua parte).

Kab                               - (rimane un attimo pensierosa; poi, pren­de sulla toletta uno specchio, vi si contem­pla) Basterebbe un leggero tono più chia­ro... una sfumatura quasi...

Dagoberto                     - (appare dalla porticina. E' un ra­gazzo poco più che ventenne, ridicolo e im­pacciato. La temerità che lo ha spinto a var­care la soglia del camerino di miss Kab. ren­de la sua timidezza anche maggiore. Si man­gia parecchie lettere. E' in smoking).

Kab                               - (si volge al rumore, vede, e, stupita e stiz­zita:) Eh?! Che volete?... Chi siete?

Dagoberto                     - Signorina, vi prego... Uria pa­rola...

Kab                               -! ?

Dagoberto                     - Poiché ho veduto che questa sera sulla scena, voi... Non montate in collera!... (Facendosi coraggio:) Signorina, l'uomo dei mazzolini di violette è davanti a voi!

Kab                               - Eh!?

Dagoberto                     - Sì. Io. Dagoberto de Chantier!

Kab                               - De Chantier!?... Ma esistono altri Chantier?

Dagoberto                     - Sì. Mio cugino Carlo... Mio zio...

Kab                               - Ah! Allora, voi siete l'uomo del diario?

Dacoberto                     - Ah, signorina, voi sapete...? Non mi dite nulla!... Per ora, mi basta che voi sappiate... Mi basta! Mi basta! (Esce di spal­la, sconvolto dall'emozione).

Kab                               - Mignon? Mignon? (A Mignon che ap­pare, seguita da Troll). Non era lui...! Spo­gliami pure!

Morival                         - (si precipita nel camerino come un bolide, seguito a sua volta da Wilson) Ma sul serio non vuol...?

Mignon                         - (mentre Troll aiuta Kab a togliersi bo­lero e panciotto, pronta gli si avvicina;) No. Balla. Balla nuda!

Morival                         - Volevo ben dire! Capricci d'arti­sta. Ma per fortuna, miss Kab è un'artista negra!

Fine del primo atto

 

ATTO SECONDO

Il salotto dell'appartamento di miss Kab in un grande albergo di Parigi. Ciò che ci dispen­sa da ogni descrizione, poiché i salotti degli appartamenti dei grandi alberghi internazionali su per giù si rassomigliano tutti.

Porta nella parete di fondo che conduce in una minuscola anticamera sui corridoi. Porta in una delle pareti di lato, che dà nelle altre stanze. Finestra alla parete opposta.

Pomeriggio inoltrato.

(La signorina Nora Harrisen è intenta a mo­dellare, in un angolo, una statuina di miss Kab, non ancora completa. E' un tipo magro e slavato di svedese senza attrattive, benché porti un berretto di velluto nero alla Raffael­lo. Anzi, a cagione del berretto, con i suoi capelli a zazzera tirati dietro gli orecchi e gli occhiali a stanghetta, ha l'aspetto di un se­minarista alla vigilia degli esami. Indossa sul vestito un camice di tela grezza alquanto mac­chiato di creta. Naturalmente, accento stra­niero. Morival, sbuffando, passeggia in lungo e in largo, in attesa di essere ricevuto da miss Kab. Porta sotto il braccio un'elegante scatola di cartone da bambola).

Morival                         - (fermandosi davanti alla signorina Nora) Signorina, voi sie­te la scultrice che eseguisce la statuina per miss Kab?

Nora                              - (continuando a lavo­rare di pollice e di stecca) Io, signore.

Morival                         - Svedese?

Nora                              - Nora Harrisen.

Morival                         - Casimiro Morival, direttore della « Nuo­va Babilonia ».

Nora                              - Ah! Il teatro dove agisce miss Kab?

Morival                         - Come vedete sia­mo un po' colleghi. Io la faccio ballare. Voi la fate star ferma.

Nora                              - Non crede sia co­sa... molto... come dite?... facile, farla star ferma!

Morival                         - Immagino!

Nora                              - Io deve lavorare mentre lei parla, riceve...

Morival                         - Tutti i personaggi celebri posano

in codesto modo.

Nora                              - Ma io ha paura che oggi, come ieri, come altro ieri, impossibile... come dite?... lavorare (indicando le stanze interne, e ac­compagnando il gesto con una smorfia espres­siva) Pessimo umore!

Morival                         - Non vi preoccupate. Appena miss Kab avrà scambiato qualche parola con me - vedrete! , umore eccellente, (piantandosi davanti al cavalletto) Brava! Assomigliante! E lo sarà di più quando fonderete la statua in bronzo.

Nora                              - Oh! no! Scolpirà io stessa in marmo per esporre « Salon ».

Morival                         - Costringerete il pubblico a met­tersi gli occhiali affumicati per riconoscere il soggetto. Sono stato più pratico io. Guar­date! (cava dalla scatola e mostra un fantoc­cio tipo Lenci, rappresentante miss Kab un po' più nera che ella non sia) Miss Kab nel costume di protagonista della nuova rivista ce La Regina Pomaré ». Ne ho ordinato due­mila esemplari che farò porre in commercio. Nuova trovata, eh? Non giudicate anche voi il fantoccio grazioso? E' assomigliante!

Nora                              - Sì... ma un poco troppo nera.

Morival                         - (riponendo il fantoccio nella scatola) Ho voluto cosi per maggior « reclame ».

Mignon                         - (entra dalle stanze interne: è senza cappello) Signor Morival, sono dolente, ma miss Kab, oggi, non può ricevervi.

Morival                         - Eh?! Le avete almeno mostrato il contratto di riconferma?

Mignon                         - Sì.

Morival                         - Ebbene?

Mignon                         - Non lo ha neanche letto.

Morival                         - Inaudito!

Mignon                         - Ha detto che torniate domani. An­che voi, signorina Harrisen... Oggi miss Kab è troppo occupata per posare... Si scusa... Domani...

Nora                              - Peccato! Oggi proprio che avevo tro­vato... (completa la frase plasmando l'aria col pollice). Io ha paura che si apre prima il « Salon » che io finisce statua. (Una ca­meriera d'albergo appare dal fondo dopo aver picchiato).

Mignon                         - Che c'è?

Cameriera                      - Una commessa di Drécoll. (in­troduce una giovane sarta e una ragazza che porta una scatola di vestiti; e torna ad uscire).

Mignon                         - Ah! I vestiti per miss Kab! Depo­neteli lì, signorina. Oggi miss Kab è troppo occupata. Abbiate la cortesia di ritornare do­mani.

La Sarta                        - Signora...

Mignon                         - Arrivederci. (Le due giovani escono dopo aver lasciato la scatola).

Morival                         - Farmi venire in albergo per la seconda volta, e rimandarmi indietro!

Mignon                         - (con un sottinteso che l'irritazione di Morival non raccoglie) Non siete il solo ad essere rimandato indietro, signor Morival!

Morival                         - Eppure, iersera, ha veduto all'ul­tima rappresentazione che feste ho saputo organizzarle! E non le meritava! Ha ballato come una corifea!

Nora                              - (che, frattanto, s'è tolta il camice, ha ri­coperto l'abbozzo in creta e s'è forbita le dita con un po' d'acqua di Colonia, prende congedo) Signori...

Morival e Mignon         - Signorina... (Nora esce dal fondo).

Morival                         - Le avete detto che ho concesso quanto desiderava: aumento paga, riposi?...

Mignon                         - Sì, sì... Signor Morival, voi mi sie­te troppo amico perché io non sia sincera con voi. C'è qualcuno che vuole scritturare miss Kab per una a tournée » nel Nord America.

Morival                         - Eh!?... Miss Kab non mi farà un simile torto. Io che mi sono rovinato per lei!

Mignon                         - Questo poi...

Morival                         - E chi è l'impresario?

Mignon                         - Ma io... io... non so. Ecco! Do­mandatelo al signor Wilson! (mostra mister Wilson che è apparso dal fondo).

Morival                         - Mister Wilson, siate franco. Io vi ho voluto sempre bene. E' vero che un im­presario americano vuole portarci via miss Kab?

Wilson                           - (esita) Ebbene, sì! Ma per ora non ha che raddoppiato la vostra cifra.

Morival                         - Raddoppiata?!

Mignon                         - (lanciando un'occhiata preoccupata in direzione delle stanze interne) Parlate piano!

Morival                         - E chi è questo animale d'impresa­rio che paga come un Nabab?

Wilson                           - Il principe georgiano Zuklumi.

Morival                         - Ma non voleva egli sposare Miss Kab?

Mignon                         - Sì. Ma poiché non ci riesce, pur di starle vicino!...

Morival                         - Anche i principi impresari, ades­so! E' un mestiere che non si può più eser­citare!

Mignon                         - Sottovoce, signor Morival!

Morival                         - Ora capisco perché la ragazza in questi ultimi giorni s'è fatta da così a così... (gesto della mano che si rivolta).

Mignon                         - Veramente io credo che la ragione sia un'altra...

Morival                         - Sentite, Mignon. Voi esercitate un grande ascendente su miss Kab. Fatele ca­pire che Parigi... è Parigi. Vi prometto un regalo. Assegnerò anche a voi una parte nella nuova rivista che vi starà a pennello. Quella della grande Caterina, Imperatrice delle Russie.

Mignon                         - Immaginate se vi servirò! Se non avessi avuto questa intenzione, non vi avrei avvisato. Non posso pensare senza raccapric­cio a recarmi in America, io che detesto la soda e ho bisogno di tonici prima e dopo il pasto!

Morival                         - Brava! Anche voi, mister Wilson, influite! Mi conoscete: non dimenticherò il vostro servigio.

Wilson                           - Non dubitate. Lo faccio già. Ogni volta che vedo il principe, non manco mai di sollevare nuove difficoltà.

Morival                         - E lui?...

Wilson                           - Non batte ciglio. Le supera sempre.

Morival                         - Ma allora?...

Wilson                           - Non vi preoccupate. Io soffro ter­ribilmente di mal di mare...

Morival                         - Bene! Bene!

Wilson                           - ... e la sola idea di una lunga tra­versata...

Morival                         - Non vorrei, però, che la tentazione di rivedere la vostra patria fosse più forte del vostro mal di mare.

Wilson                           - Io sono di Besancon, signore. Non ho di americano che il cognome...

Morival                         - Posso dunque contare su voi due!... (stringe con effusione le mani ad entrambi, prende il cappello) Ah! Consegnatele que­sto... (cava dalla scatola il fantoccio per mo­strarlo) Il primo campione... Miss Kab in costume da Regina F'ornare. Magnifico, eh?

Wilson e Mignon          - Magnifico!

Morival                         - (tornando a riporre il fantoccio e de­ponendo la scatola su un tavolo) Vedrete! le farà più effetto di un aumento di paga. Mi raccomando! Se non si riesce, addio nuo­va rivista... Capirete: la Regina Pomaré era mora, e non posso farla diventare bianca! (si picchia alla porta di fondo).

Mignon                         - Avanti.

Cameriere                      - Il signor Principe Zuklumì.

Morival, Mignon, Wilson       - Oh!?

Mignon                         - Favorisca. (// cameriere esce).

Wilson                           - (gesto supplice) Signor Morival...

Mignon                         - Non fate trapelare... Per carità! Egli non vuole figurare!

Morival                         - Sono un uomo di mondo! (Il Prin­cipe appare).

Mignon e Wilson          - Signor Principe...

                                      - (Il Principe è uno di quegli uomini di sta­tura sotto la media, grassi e tondi, che sem­brano nati col krauss che indossano, pel qua­le hanno una speciale predilezione. Capelli neri lucidi e impomatati, sfumatura di baffi all' americana, che vuol illudersi di ricacciare indietro i quarant'anni suonati; occhi al­quanto obliqui e a fior di pelle; gote rosse e paffute; perenne sorriso di uomo che vuol sedurre quanti avvicinano la donna che ama. Veste con una eleganza da principe di ope­retta. Egli fa per inoltrarsi, ma Morival, sull'atto di uscire, si ferrila bruscamente da­vanti a lui).

Morival                         - Signor Principe, io mi chiamo Mo­rival. Casimiro Morival. Direttore della « Nuova Babilonia ». Trent'anni di palcosce­nico. Il che equivale a un brevetto d'esperienza, che dà diritto a consigliare gli esordien­ti. Signor Principe, in America già ci sono troppi negri! (e bruscamente esce).

Mignon                         - Non ha potuto star zitto!

Principe                         - (che ha ascoltato Morival senza al­terare il sorriso, senza alterare il sorriso si rivolge a Mignon) Miss Kab?

Mignon                         - E' dolentissima... ma oggi è così occupata...

Principe                         - Oh! Non vorrei arrecarle disturbo per tutto l'oro del mondo. Volevo soltanto sapere se ella è finalmente d'accordo sul con­tratto d'America.

Wilson                           - Signor Principe, in massima sì; ma sapete... le spese che miss Kab deve soppor­tare...

Mignon                         - Le persone che deve condurre con sé...

Wilson                           - Le altre offerte...

Principe                         - Un piccolo aumento ancora?...

Mignon                         - (guardando Wilson) Ecco... già...

Wilson                           - (sottovoce a Mignon) Vedrete: dirà di no. (al Principe) Altri... dieci dollari il giorno.

Principe                         - (senza scomporsi) Io glie ne darò quindici, così eviterete il fastidio di dover venire nuovamente da me. Mi auguro che ora la signorina si deciderà a firmare.

Wilson                           - (guardando Mignon) Sì, sì... Ma ve­dete... Temo che miss Kab esiterà ancora perché... perché odia la soda.

Principe                         - Quando saremo a New York, se la sete ci tormenterà, andremo a soddisfarla nel mio yacht.

Mignon                         - Ah, sì?

Principe                         - Se non è che questo...

Mignon                         - (guardando Wilson) Gli è che - una mia supposizione - ho paura che miss Kab soffra anche... un poco... il mal di mare...

Principe                         - Se proprio soffrisse... più di un poco, potremo, anche rispettando il contrat­to... (sorriso più accentuato) non partire.

Mignon e Wilson          - Oh!!

Principe                         - Scusate. Mi ero dimenticato una piccola formalità (a Mignon) Voi vi siete data molte premure in questo affare...

Mignon                         - Io?!

Principe                         - ... E io debbo sdebitarmi. Deside­ravo offrirvi un piccolo ricordo, ma... non conoscendo i vostri gusti... (ficca le dita nel taschino del panciotto e cava uno chèque) Ho preferito lo sceglieste voi.

Mignon                         - Ma signor Principe... io sono con­fusa...

Principe                         - (dandole lo chèque) Prego, prego... (o Wilson, tornando a ficcare le dita nel ta­schino del panciotto e cavando un altro chèque) Anche a voi... senza che ripeta le stesse parole...

Wilson                           - Signor Principe...

Principe                         - (dandogli lo chèque) Prego, prego...

Mignon                         - Questi si chiamano impresari!

Wilson                           - (guardando con la coda dell'occhio Mi­gnon) Del resto, io credo che miss Kab potrà per qualche mese anche adattarsi a , bere la soda.

Mignon                         - (a sua volta, guardando con la coda dell'occhio Wilson) E che possa ingan­nare il mal di mare ballando il jazz a bordo.

Principe                         - Tanto più che nel piroscafo, c'è un'orchestra munita di tutto il necessario. (per avviarsi) Se ci fosse qualche novità, io non mi muovo dall'albergo.

Mignon                         - Signor Principe, state tranquillo. Io credo che la signorina abbia parecchie buone ragioni per firmare.

Principe                         - Signori...

Mignon e Wilson          - Signor Principe... (il Principe esce dal fondo).

Mignon                         - Mi dispiace per Morival e per la parte di grande Caterina, ma davanti a certi argomenti!... Eppoi, tutto sommato, credo che l'America sia proprio quello che occorra a miss Kab in questo momento. La distra­zione! Voi capite? Dorotea Kab che non ride più? Come... una fontana che non funzioni.

Troll                              - (entrando dalle stanze interne) Oggi non ci si combatte!

Mignon                         - Oggi?! Da tre giorni!

Troll                              - Adesso, è andata in bestia perché non trova più il romanzo che lèggerà.

Mignon                         - I suoi romanzi a lieto fine!

Troll                              - (cercando sui mobili)  Qui non c'è... Qui nemmeno... Chissà dove lo avrà messo lei! Avevamo ben ragione, sere fa, di preoc­cuparci che avesse trovato un uomo seria­mente innamorato di lei.

Mignon                         - Il guaio si è che lo ha incontrato e non incontrato.

Troll                              - Cioè?

Mignon                         - Sbagliato indirizzo. Scambiato un uomo per un altro.

Troll e Wilson               - Ah!

Mignon                         - Tanto è vero che non ha voluto più vederlo, né mi è stato più possibile strapparle di bocca una parola. E sapete che a me non nascondeva nulla!

Troll                              - Poteva anche fingere di non essersi accorta di aver sbagliato indirizzo, e non renderci tutti pazzi con i suoi nervi!

Mignon                         - Mia piccola Troll, bisogna pazien­tare per pochi giorni. Io e il signor Wilson «rediamo di aver trovato il mezzo per gua­rirla. Perché sarebbe un peccato si alterasse il bel carattere di una così impagabile crea­tura, nevvero signor Wilson?

Wilson                           - Mortale!

Mignon                         -  Per ora la nostra consegna non deve essere che questa: mandargliele tutte buone. (squillo furioso di campanello).

Troll                              - Mi chiama! Una nuova sfuriata! (fa per avviarsi).

Mignon                         - Portatele i vestiti che le ha mandati Drécoll.

Wilson                           - E il fantoccio di Morival! Lei in co­stume da Regina Pomaré. Riuscisse a cal­marla!

Troll                              - (prende in fretta le due scatole che le sono porte, in fretta torna ad avviarsi...) Ah, dimenticavo... (nuovo furioso squillo di campanello) Sentitela! Sentitela!... La signo­rina ha detto che deve venire il conte Delions. Lo riceverà. Farà un'eccezione per lui.

Mignon                         - Così si sfogherà con qualcuno! (17 campanello torna a squillare più che mai).

Troll                              - Ih! (entra di corsa nelle stanze in­terne).

Mignon                         - Intanto con tutte queste storie non si pensa neanche lontanamente a trascorrere un mese in campagna. Io non sono abituata a passare l'estate a Parigi, e il sole già scotta. Vi confesso, caro signor Wilson, che se avessi potuto supporre un inconveniente simile, avrei fatto i miei patti in precedenza. (U campanello torna a squillare nervosamente due volte) La sfuriata ora tocca a me! (en­tra di corsa nelle stanze interne).

Wilson                           - Non vorrei che ce ne fosse una por­zione anche per me. E' più prudente fare due passi sui Boulevards. (s'avvia. Sulla porta di fondo si picchia) Avanti!

Cameriere                      - Il signor conte Delions.

Wilson                           - S'accomodi.

Cameriere                      - (introduce il Conte e torna ad uscire).

Wilson                           - Signor Conte...

Conte                            - Volete usarmi la cortesia di annun­ciarmi a miss Kab?

Wilson                           - (impaziente di uscire) Viene subito la signorina Mignon... Scusate, signor Conte. (esce in fretta, dal fondo).

Mignon                         - (riappare, s'avvia svelta verso la por­ta di fondo) Oh, signor Conte...

Conte                            - Volete avere la cortesia di annun­ciarmi...

Mignon                         - Ecco la piccola Troll. Io ho una commissione urgente... Scusate, (esce anche lei, in fretta, dal fondo).

Troll                              - (riappare di corsa, raggiunta subito alle spalle, dal fantoccio, lanciato da una mano troppo nervosa, dalle stanze interne).

Conte                            - (Non mi pare di essere arrivato in un buon momento!).

Troll                              - (inchinandosi per raccattare il fantoccio caduto in terra, s'accorge di Delions) Oh, signor Conte...

Conte                            - Desideravo mi annunciaste a miss Kab, ma se credete che abbia male scelto l'ora...

Troll                              - No, no, signor Conte. La signorina s'era incollerita... con questo piccolo fan­toccio.

Conte                            - Il suo facsimile!

Troll                              - Già. Messo in commercio dal signor Mo rivai.

Conte                            - (prendendo in mano il fantoccio e osser­vandolo) Grazioso. Andrà a ruba. E perché è andata in collera con lui?

Troll                              - Dice che non le assomiglia. Eppure...

Conte                            - Somigliantissimo! Forse un po' trop­po nero. Ma già: miss Kab è abituata a ve­dersi in fotografia, e ]a fotografia schiarisce. (restituendo il fantoccio) Esponetelo per qual­che giorno al sole, e vedrete: quando sarà leggermente scolorito, miss Kab lo troverà perfetto.

Troll                              - Allora, lo depongo qui. (lo colloca sopra una poltrona rivolta verso la finestra) Vado subito ad annunciarvi, signor Conte. (rientra nelle stanze interne).

Conte                            - Non ci si inquieta con un fantoccio... Ma sono cose che non mi riguardano. (Kab appare dalle stanze interne. Elegantis­sima, non c'è bisogno dirlo. E' non c'è bi­sogno dirlo, senza alcuna traccia di nervi, come si conviene, davanti agli altri, a una donna di classe, degna di considerazione).

Kab                               - Conte...

Conte                            - Non giungo inopportuno?

Kab                               - No, no. Per quanto mi sia imposta di riposarmi qualche giorno sul serio, non ho voluto chiudere la porta sul viso anche .a voi. Prima di tutto, perché mi avete scritto che partite per la villeggiatura; poi, perché voi siete il solo uomo capace di mettermi di buon umore.

Conte                            - Siete forse di cattivo umore, oggi?

Kab                               - No, no... ma sapete... dopo tante rap­presentazioni... un po' di stanchezza...

Conte                            - Infatti, sul vostro viso, oggi c'è... non so... qualcosa che...

Kab                               - Che lo peggiora?

Conte                            - No. Non si può adoperare con voi un'espressione simile... Si direbbe che siate un poco più pallida.

Kab                               - Complimento pietoso come certe bugie. Voi sapete che io non posso impallidire.

Conte                            - Eppure... Specchiatevi.

Kab                               - (getta uno sguardo a uno specchio sulla parete, inarca le sopracciglia) Forse il ri­flesso dell'abito si diverte a creare questa vostra illusione.

Conte                            - Sarà. Comunque, oggi, il vostro aspet­to è così... così... come dire?... bon enfant, che io non dovrò spendere molte parole per scusarmi con voi.

Kab                               - Scusarvi di che?

Conte                            - Della gaffe di tre sere fa.

Kab                               - ?

Conte                            - Sì. Di avervi condotto quel... non più giovane Duca.

Kab                               - Ah!

Conte                            - E di avervi costretta ad ascoltare le sue ciance sul diario del nipote. Ma avrei giurato che il Duca, vedendovi, avrebbe de­sistito da... dall'interrogatorio.

Kab                               - Invece? Veduto? Un dissidente!

Conte                            - Posso però garantirvi che, alla fine del colloquio, era dissidente a metà.

Kab                               - Quel tanto necessario a rifiutare il suo... capolavoro di nipote.

Conte                            - Esatta definizione: capolavoro. Nean­che lo aveste veduto!

Kab                               - Veduto!

Conte                            - Ah!?

Kab                               - Sì. Nel mio camerino. Mezz'ora dopo usciti voi.

Conte                            - Incredibile! Ma chi gli ha dato il coraggio?...

Kab                               - A metà anche questo. Dieci parole e il nome. Dagoberto! Anzi meno di dieci pa­role, a causa delle lettere mancanti. E via a precipizio!... Buffissimo!... Quel suo Duca zio mi fa l'effetto di quelle mogli goffe che vivono nel continuo terrore di vedersi rubare i propri mariti da tutte le donne. Immagino se avesse un figlio!

 Conte                           - Lo ha. Carlo de Chantier.

Kab                               - Ah!

Conte                            - Avete veduto anche lui?

Kab                               - No, no! Il cugino me ne fece per caso il nome... Non avrei supposto davvero che i! Duca avesse un figlio... E questi non desta nel padre le stesse apprensioni del nipote?

Conte                            - No. Il Duca ha la più grande stima della serietà di lui.

Kab                               - (cercando mascherare il grande interesse che prende al discorso) Si?

Conte                            - Carlo de Chantier studia diplomazia. Rimanda ogni anno gli esami, è vero; ma questo basta a garantire il padre che il figlio possiede la prima qualità di un uomo di giu­dizio: la prudenza.

Kab                               - Sicché una persona seria?

Conte                            - Accorta.

Kab                               - ?

Conte                            - Per Carlo de Chantier, la diplomazia è un paravento dietro al quale si nasconde agli occhi del padre, allo scopo di dedicarsi a studi... più leggiadri e meno fastidiosi.

Kab                               - Quali?

Conte                            - Le donne.

Kab                               -!

Conte                            - Già. E le donne di cui egli si occu­pa, là: pronte a farsi studiare.

Kab                               - Suppongo si tratterà di donne?...

Conte                            - Corsi elementari? No. Tutto ciò che c'è di superiore. Se la donna non è molto in vista, non abbia fatto parlare di se almeno mezza Parigi...

Kab                               - Niente?... E quelle che hanno fatto parlare di se mezza Parigi...

Conte                            - Non so come egli faccia, di quali arti disponga, quale dono possegga... tutte ai suoi piedi! Cioè, conosco il suo modo d'introdursi. Giungere sempre ultimo. Quando gli altri si sono già scalmanati a corteggiare Allora le donne nel trovarselo inaspettata mente di fronte, taciturno, con quella sua aria di uomo distratto e fatale, non possono fare a meno di domandarsi: « Ma chi è co­stui che non s'era accorto di noi? ». E il ghiaccio è rotto.

Kab                               - Ah, così?

Conte                            - Così! Mi sorprendo anzi che non ab­bia ripetuto l'esperimento con voi. Ma già: capiva bene...

Kab                               - Che non sarei stata pane per i suoi denti!

Conte                            - Insomma, Carlo de Chantier si sente investito da una specie di missione amatoria. Da questo lato, non parrebbe figlio di suo padre. Ma deve avere ereditato la singolarità dal nonno - il defunto marito di... « mia madre non è più giovane »... la Duchessa - un uomo che fu, a quel che si dice, arbitro della moda e dei cuori femminili nel Secondo Impero.

Kab                               - E naturalmente il... vostro Chantier con­sidererà tutte le donne stupide?

Conte                            - Al contrario! Chiedete a uno scrit­tore se siano stupidi i lettori che leggono i suoi libri: vi dirà che sono stupidi quelli che non li leggono. Carlo de Chantier trova stu­pide soltanto le donne che hanno il buon senso di dirgli di no... Quando ce ne sono. (poiché Kab alle ultime parole si è messa a passeggiare) Mi sembrate nervosa...

Kab                               - No, no! (sforzandosi a sembrare alle­gra) Per tornare al vecchio Duca, che ne vuol fare di quel... rubacuori di nipotino?

Conte                            - Per ora lo ha condotto fuori...

Kab                               - Ah?

Conte                            - Un breve viaggio di distrazione. Vi­sita ai santuari di Francia.

Kab                               - Poteva risparmiarsi la spesa!

Conte                            - Poi lo fidanzerà e lo sposerà alla cuginetta.

Kab                               - Carina?

Conte                            - (allargando le braccia come per dire: giudicate dal nome!) Si chiama Blandina!

Kab                               - Anch'io mi chiamo Dorotea. Il nome non basta a provare che...

Conte                            - Non tutti sono ugualmente in grado di sopportare certe sventure.

Kab                               - Il che vorrebbe significare: anche voi non mi trovate sprovvista di qualche fascino.

Conte                            -  Avete fatto girare la testa...

Kab                               - ... a mezza Parigi?...

Conte                            - A tutta!

Kab                               - Parigi non è un uomo!

Conte                            - E' una raccolta di uomini in cui si può scegliere con latitudine. .

Kab                               - E voi credereste che... che un bianco potrebbe innamorarsi sul serio di... (indi­cando il fantoccio quasi per dare alla doman­da un tono scherzoso)... di una negra così?

Conte                            - Prima di tutto, voi non siete una negra... (indica a sua volta il fantoccio) così; eppoi, ho sempre pensato che Eva fosse bru­na e che soltanto i poeti e i pittori l'abbia­no diffamata, ossigenandola.

Kab                               - (incoraggiata dall'arguta galanteria del conte e come tentata da un'inchiesta che de­ve prospettarsi nel suo pensiero) Delions.. se voi feste in me... e doveste scegliere in quella raccolta... che tipo mi consigliereste?

Conte                            - (Lo dicevo che il fantoccio era un paravento!). Ditemi qual'è l'uomo che vi sta a cuore o... nella fantasia, e vi consigliere.

Kab                               - ... Nessuno.

Conte                            - Allora, non posso darvi consigli. Ho dieci anni di troppo per dirvi: scegliete me. Ma... appunto per i dieci anni di troppo... poiché ho deciso pensionarmi dal servizio at­tivo... se un giorno aveste bisogno di un amico a cui confidare qualche vostra pena, contate su me.

Kab                               - (ridendo, gli stringe la mano) Addio, Delions. E’ un saluto al vecchio Duca!

Conte                            - Temo non rivederlo che al suo ritor­no, a Cannes, ove .appunto mi reco domani e ove c'incontriamo ogni estate.

Kab                               - Ah! E' lì che avete stretto amicizia?

Conte                            - Già. Vi posseggo una bicocca. Io abi­to il pianoterra. I Chantier il piano superiore per godersi... la vista di un castello che non posseggono più!

Kab                               - Mi par di vedervi nella vostra bicocca. La sera, giuocare la partita con la vecchia Duchessa...

Conte                            - - Ah, no! Non scambio con lei che il buongiorno e la buonasera, le rare volte che l'incontro. Io odio quelle signore venerande che sembrano ritratti di .altri tempi, animati. Mi mettono sempre addosso la voglia di do­mandarmi: « Che faccia ci sarà stata sotto? » Preferisco una partita a écarté con l'altro ni­pote, Carlo.

Kab                               -  Ah! Perché... viene anche lui a Cannes?

Conte                            - Diamine! Vi si incontrano parecchie belle signore. Veniteci anche voi a trascorrere il vostro mese di riposo! Ci si sta bene d'in­verno, vero; ma poiché c'è abbastanza ac­qua per rinfrescarsi...

Kab                               - (tornando a ridere) Addio, Delions.

Conte                            - Miss Kab... (le bacia la mano, ed esce dal fondo).

Kab                               - (ora non è più ridente. Fa qualche passo, pensando; scorge il fantoccio) Ti avevo buttata via perché eri troppo negra? No! Hai ragione! Negre, negre, bisogna essere! Più negre ancora! E far vedere che non siamo pupattole simili alle altre, con le quali si può giocare, giocare... (Mignon rientra dal fon­do) Avete riveduto il principe?

Mignon                         - Quando gli ho comunicato che vi avevo riferito il colloquio avuto dianzi con lui, e che siete forse propensa a firmare, è apparso così felice!... Per la prima volta non l'ho veduto sorridere!

Kab                               - Imbecille! Propensa non vuol dire firmare!

Mignon                         - Esitereste ancora? Mi avete pur fatto dirgli che lo riceverete prima di pranzo!

Kab                               - (distratta da un altro pensiero) Che ora è?

Mignon                         - (guardando il suo orologio al braccio) Tre minuti alle diciotto.

Kab                               - (fa manovrare l'apparecchio telefonico sopra un tavolo) Parlo col concièrge? ... (a Mignon, con ostentata naturalezza) Andate a prendermi un ventaglio, scusate. Fa caldo. (tornando a parlare al telefono appena scom­parsa Mignon) Pronto!... Sentite. Se viene il solito signore... Quello che passa ogni giorno alle diciotto e chiede di me... Sì: lui... Fa­telo salire, (toglie la comunicazione, e, a Mignon che le porta il ventaglio) Grazie. Voi salite nella vostra camera... E non vi fate più rivedere che tra mezz'ora. (Mignon esce dal fondo. Con l'intonazione di chi dica: a noi due!) E adesso... (un'occhiata davanti allo specchio. Poi s'avvicina al fantoccio, lo pren­de) Voi, a letto. Siete troppo piccina, voi! (lo caccia in un cassetto. Si picchia all'uscio di fondo) Avanti.

Cameriere                      - Il signor duca Carlo De Chantier.

Kab                               - Entri, (il cameriere introduce Carlo, poi torna ad uscire).

Carlo                             - Signorina, sono tre giorni che, alle diciotto precise, in ossequio al vostro invito, non ho mancato di picchiare alla vostra porta...

Kab                               - (fredda, e senza guardarlo) Signore, po­che parole. Io non ho che due minuti...

Carlo                             - (con un sorriso imperturbabile) E' già molto. Il doppio che al nostro ultimo ed unico colloquio.

Kab                               - (volgendosi verso di lui) Ascoltatemi bene. Signore, io sono molto schietta e odio gli equivoci. Da circa due mesi, ogni giorno, ricevevo mattina e sera, puntualmente, all'albergo e a teatro, un mazzolino di violette che m'inviava uno sconosciuto. In mezzo a tante insistenze volgari e fastidiose, una co­stanza così umile e discreta - vi confesso - aveva finito col commuovermi un poco. Quan­do, sere fa, siete apparso nel mio camerino, ho creduto foste voi Io sconosciuto dei maz-zolini. Questo vi spieghi perché vi avevo in­vitato a passare in albergo. Questo vi spieghi perché, poi, per tre giorni non vi ho ri­cevuto.

Carlo                             - (che, da uomo esperto delle inevitabili schermaglie in una impresa galante, non ha battuto ciglio) Non mi spiega, però, perché mi ricevete oggi.

Kab                               - Per dirvelo. Per risparmiarvi inutili gite.

Carlo                             - (dopo un attimo di silenzio) Posso al­meno consumare i due minuti?

Kab                               - Servitevi!

Carlo                             - Dovete convenire che io sono anche stato più discreto del vostro sconosciuto ado­ratore... Non mi sono fatto vivo neppure con dei modesti mazzolini di violette, e ho aspet­tato la terzultima recita per procurarmi il piacere di avvicinarvi.

Kab                               - (con una punta d'ironia) Quello di giungere buon ultimo può impressionare le bianche, non...

Carlo                             - Io ho detto: avvicinarvi. Se voi non mi aveste invitato a restare nel camerino, mi sarei limitato a baciarvi la mano e a ripartire in silenzio.

Kab                               - (con un sorriso agro) Sicché: colpevo­le, io?

Carlo                             - No... Il colpevole   - seppure è esatto il termine   - è un elemento nel quale voi, più dì chiunque, dovreste nutrir fede. Il caso. Questo piccolo Dio che spesso intervie­ne a regolare gli avvenimenti umani con suf­ficiente saggezza.

Kab                               - Quante volte avete ripetuto discorsi si­mili?

Carlo                             - (che ha subito capito che miss Kab è stata informata sul suo stato di servizio ama­torio) Sono lieto di avervi almeno ispirato un granello di curiosità...

Kab                               - ?

Carlo                             - ... tanto da indurvi a compiere una piccola inchiesta su di me.

Kab                               - Su di voi?!

Carlo                             - Debbono avervi detto che ho avuto molte amanti.

Kab                               - (un poco sconcertata) Difatti.

Carlo                             - Ma nessuno deve avervi detto come io sia uscito, ogni volta, da questo genere di sport apparentemente dilettevole.

Kab                               - Non m'importa saperlo!

Carlo                             - Peccato! Perché vi sareste persuasa che come voi da tempo andate cercando un nomo che vi ami sul serio, così io da tempo, inutilmente, vada cercando una donna che meriti sul serio di essere amata. Ma, già: il mondo, quello nostro - diciamo pure: il bianco - giudica dalle apparenze. Credete, per esempio, che tutta quella parte di Parigi protesa ai vostri piedi, vi abbia compresa?

Kab                               - E voi?...

Carlo                             - Credo di sì.

Kab                               - La vostra può essere una presunzione.

Carlo                             - Volete che io... vi ponga davanti a voi stessa?

Kab                               - Fate.

Carlo -                           - Vedete? Prima bella qualità -  tra le minori: - nessun timore di essere inve­stigata. Prima tra le maggiori - la qualità che le assorbe tutte: Voi siete onesta, com­pletamente onesta, sotto ogni riguardo onesta. Nessuno lo crede. Neanche quelli che osten­tano crederlo. Ma è così. Non vi domando se sia vero perché è.

Kab                               - (che, non insensibile all'inaspettato: ri­tratto di se stessa, posto davanti ai suoi oc­chi, sente perder terreno e non vuol dimo­strarlo) E come riuscite a capirlo?

Carlo                             - Soltanto un uomo che abbia... discre­tamente peccato - purché non sia uno sciocco - fissando due occhi femminili può comprendere se dietro ad essi si nasconda una fanciulla o stia in agguato... la donna, (sicu­ro di essere vicino a far breccia) Ma non voglio tediarvi di più... (s'inchina e s'avvia),

Kab                               - No, no! Restate, (attenuando subito il precipitoso invito) Non desidero partiate con l'impressione che le vostre parole mi abbiano... turbata.

Carlo                             - Resterei... ma, vi confesso, sono tur­bato io. Per un attimo, ho usurpato nella vo­stra fantasia la parte del... del... Aiutatemi a cercare la parola per apparire meno ridicolo.

Kab                               - Non occorre dirla. Ho capito.

Carlo                             - Ebbene, non potete immaginare che cosa io provi nel ritrovare, anche qui, ades­so, l'identico volto malinconico che avevo so­gnato scoprire sotto la maschera della monel­la indiavolata, sere fa, nel vostro camerino.

Kab                               - ' Può essere anche un volto stizzito, (de­siderosa di non darsi per vinta e di soffocare l'istintivo compiacimento) E se vi foste in­gannato nel giudicarmi? Non c'è donna che non abbia cominciato, per forza, con l'essere onesta.

Carlo                             - Ma voi vi conserverete sempre tale, perché appartenete a quella categoria di don­ne che si offrono soltanto all'uomo che amano.

Kab                               - E se lo avessi scovato?

Carlo                             - Non ne andreste in cerca.

Kab                               - E chi vi autorizza a ritenere che io ne vada in cerca? Non già, spero, la stupida storia delle violette.

Carlo                             - Oh, no! La vostra sensibilità... che ha una voce diversa dalle vostre parole, e che è così dissimile da quella delle nostre donne... troppo beneficiate dalla civiltà... Una sensibilità che conserva il profumo della vostra isola...

Kab                               - (col tono beffardo di chi si appigli a un ultimo scampo per non cedere al turbamen­to) Della mia isola!?

Carlo                             - Sì. Della vostra isola, delle vostre foreste...

Kab                               - E voi mi amereste per questo? Perché vengo come... da un altro mondo?

Carlo                             - Più semplice. Più schietto. Più istin­tivo...

Kab                               - Disingannatevi, allora!... (ride) Duca, io non ho mai veduto la mia isola di cui parlo tanto sovente! Non l'ho mai veduta per la semplice ragione che mi hanno con­dotta in Francia, sulle coste della Brettagna, quand'ero così... (gesto della mano per ac­cennare un bimbo di pochi mesi). Tutto un trucco, dunque? Eh! Bisognava pur man­giare! E mangiare, per una negra, significa servire gli uomini. 0 come serva o come amante. Ma il caso - ora sì che conviene parlare del caso! volle che invece di ser­virli, li divertissi gli uomini! Un giorno che danzavo sulla spiaggia per ingannare lo sto­maco, un uomo - un impresario di barac­che     - mi vide, ce Ragazza, di dove sei? ». « Delle Antille ». « Vuoi far fortuna? ». ce Sì! ». a Allora devi fingere di essere arri­vata dall'America soltanto con l'ultimo piro­scafo, e devi imparare un po' d'inglese ». «Eppoi? ». « Ballare, ballare, come adesso, e anche peggio ». E io finsi di essere arrivata con l'ultimo piroscafo, imparai a masticare l'inglese e ballai, ballai, e i danari, giù, subito a cappellate, tanto che mi domando ancora se non sia debitrice ad essi della mia onestà!... Ora che ho affidato alla vostra discrezione il piccolo segreto della mia for­tuna, vedete bene: io sono francese, fran­cese... Una donna simile a quelle che vi cir­condano. Una bianca anch'io. Una bianca con l'aggravante di un po' di nero! (conge­dandolo col gesto) Dopo di che mi pare inu­tile...

Carlo                             - (ormai sicuro di aver fatto breccia) Inutile mentire ancora.

 Kab                              - ?!

Carlo                             - Sì. Perché una donna non confida ad un uomo un suo segreto a tutti sconosciuto, se l'istinto non le suggerisce di aver fiducia in lui.

Kab                               - No!

Carlo                             -  Voi dite no, ma il tremito delle vostre labbra non accenna che sì!

Kab                               - No! No!

Carlo                             - (l'afferra per le braccia, la costringe a guardarlo:) Guardatemi!... Vi amo! Vi amo!... Ditemi che vi duole lo ripeta... Non potete?

Kab                               - (con uno scatto sincero, quasi selvaggio) Ah! ascoltatemi, Chantier, l'uomo che amerò, sarà mio, mio, unicamente mio!

Carlo                             - Vostro! Vostro!... (Stringendola a se) Piccola creatura che si credeva strappata alla sua isola e non si accorgeva di averla portata con sé!

Kab                               - (non più padrona di se, brusca ma suppli­chevole) Adesso, andate, andate.

Carlo                             - Quando vi rivedrò? (E poiché ella esita a rispondere) Non già fra altri tre giorni?

Kab                               - Subito!

Carlo                             - Ah!

Kab                               - Fate un giro nell'hall... al bar... dieci minuti. Il tempo d'impartire qualche ordine, di mettermi il cappello... Eppoi, tornate. Mi condurrete a pranzo dove vorrete...

Carlo                             - ... in un posto solitario...

Kab                               - (svincolandosi da lui) Adesso, andate, andate!... (Carlo esce). (Kab disfatta dall'e­mozione, si accascia sopra un divano, affon­dando la testa fra le braccia. Frattanto, du­rante la scena, la luce è andata man mano declinando).

Mignon                         - (rientra dal fondo, intravede miss Kab raggomitolata sul divano)  Fate gli esercizi spirituali, così, mezzo al buio? (Dà la, luce). (Di colpo Kab si solleva sul busto, come ri­chiamata alla realtà. La sua faccia ha una su­bitanea e stanca espressione di sgomento). Che vi succede?

Kab                               - Mignon... io debbo avere commesso una sciocchezza!

Mignon                         - Eh?!

Kab                               - Scusate... quando amavate, avete mai sbagliato?

Mignon                         - Sempre!

Kab                               -! !! (Si alza).

Mignon                         - Al contrario degli uomini, noi po­vere donne siamo troppo sincere..

Kab                               - Sicché se aveste parlato con un uomo che... che non vi dispiaceva... due Volte sole, anzi una    - che la prima non conta - e l'i­stinto vi avesse spinto a credergli, avreste creduto?

Mignon                         - Avrei dato retta all'istinto anche al primo colloquio.

Kab                               - Ah, sì?

Mignon                         - Ma, oggi, se tornassi indietro, in­vece di ascoltare l'istinto, pretenderei prove su prove.

Kab                               - Ritenete, dunque, che quello che chia­miamo istinto... non sia che il nostro deside­rio mascherato? Credere... credere... a qua­lunque costo...

Mignon                         - Qualcuno è stato qui?

Kab                               - Sì.

Mignon                         - Quello dei mazzolini?

Kab                               - Lui e... non lui. Tutti e due insieme... Ma questo non importa. L'importante è che io l'ho ricevuto come un nemico, pronta a battermi con lui, ad avvilirlo, e man mano che egli parlava, mi sono sentita un'altra... quasi una cosa sua...

Mignon                         - E che vi ha detto per ridurvi in tale stato?

Kab                               - Che mi amava perché mi giudicava profondamente onesta.

Mignon                         - Metodo infallibile con le ragazze sentimentali!

Kab                               - Ah, no! Non può averlo detto per ade­scarmi!

Mignon                         - (spaventata) Perché... Amica mia, forse... egli... durante la mia assenza?

Kab                               - No! Ho soltanto accettato di andare a pranzo con lui...

Mignon                         - (respira).

Kab                               -  Stasera, in campagna...

Mignon                         - In un posto solitario...

Kab                               - Come fate a saperlo?

Mignon                         - Si usa sempre così! Ah, figlia mia, io non andrei. Avrei paura, domattina, sve­gliandomi, di dover dire a me stessa: che sciocca! Date ascolto a chi ha dovuto ripe­terselo parecchie volte!... Invece, lo invite­rei qualche volta a colazione... Le colazioni sono meno pericolose... Vorrei imparare a conoscerlo... assicurarmi... E quando pro­prio fossi sicura che egli mi volesse bene sul serio, gli direi netto netto: io sono una bra­va ragazza, e non c'è una ragione al mondo che, come le altre brave ragazze che io debbo fare una gitarella con voi, non la faccia dal sindaco e il curato.

 Kab                              - Sì, sì: avete ragione... Dopo quello che aveva detto anche Delions... Ma come fare adesso?

Mignon                         - Egli deve venirvi a prendere?

Kab                               - Sì. Qui. Subito.

Mignon                         - Lo riceverò io. Gli dirò che un affa­re importante vi ha improvvisamente costret­ta a uscire. Che gli scriverete... Non sarà una bugia perché dovete conferire col Principe.

Kab                               - Non mi parlate di lui!

Mignon                         - Non ne parlerò!... Se egli vi ama, vedrete: non fiaterà.

Kab                               - Ma se mi ama, soffrirà?

Mignon                         - Più soffrirà, e più sarà segno che vi ami, e voi vi persuaderete che il suo non è un capriccio. (Si picchia con discrezione all'uscio di fondo).

Kab                               -  Ah! Eccolo... No, no: fatelo entrare, Mignon!

Mignon                         -  Se tremate così, soltanto a sentirlo! Ah, no! Voi siete miss Kab! Una donna sul... sul piedestallo! Ci vorrebbe si dicesse: « an­che tu - eh? è bastata una spintarella, e giù, come le altre a ruzzoloni! ». Ce ne sia una sola, ma ci sia! Io debbo difendere l'o­nore della classe! (La spinge verso le stanze interne).

Kab                               - Diteglielo almeno con garbo... perché... perché io lo amo, Mignon!

Mignon                         - Se non lo avessi capito, vi avrei detto: andate. (Kab esce. Mignon richiude la porta).

Mignon                         - Avanti! (Carlo appare). (La compa­tisco! Un bel giovane!) Signore...

Carlo                             - (molto gentile) Siete la dama di com­pagnia di miss Dorotea Kab, signora?

Mignon                         - (Bella anche la voce!) Sì, signore...

Carlo                             - Volete essere tanto cortese di annunciarmi? Carlo Chantiei'/. Ho un appunta­mento con lei.

Mignon                         - Sì... Difatti... La signorina mi ha prevenuta... Ma...

Carlo                             - Non è ancora pronta?

Mignon                         -  No, no... Mi ha incaricato di dirvi che... che è dovuta uscire.

Carlo                             - Ah?

Mignon -                       - Già... H signore immaginerà certo: contratti in corso, fine stagione, un mondo di affari... Una chiamata inattesa l'ha ob­bligata con suo grande rammarico... Vi scri­verà, signore. E, frattanto: si scusa... si scusa...

Carlo                             - (che, senza alterare un muscolo della faccia, ha lanciato una rapida occhiata alla porta da cui è uscita Kab, ben persuaso che ella sia chiusa nelle sue stanze:) Oh! Non c'è di che! (Per avviarsi:) Giacché siete tan­to gentile, volete incaricarvi di una piccola ambasciata anche per me?

Mignon                         - Dite pure, signore.

Cablo                            - (ancora più gentile, se possibile) Dianzi, in questa stessa stanza, la signorina... così per giuoco... mi ha domandato che cosa pensassi di lei... (Col più rassicurante e ama­bile dei sorrisi:) Ha preteso che indovinassi... come potrei dire?... il suo ritratto morale. Preso alla sprovvista, ho tentato acconten­tarla. Ma poi, mi sono accorto di essere ca­duto in un tenue ma imperdonabile errore. Vorrei ripararlo. Abbiate l'amabilità di dirle che ho sbagliato... sulla seconda parte.

Mignon                         - Non mancherò.

Carlo                             - Grazie.

Mignon                         - Signore... (Carlo esce dal fondo).

Mignon                         - (aprendo la porta delle stanze inter­ne) Miss Kab! Miss Kab!

Kab                               - Ebbene?

Mignon                         - Che vi dicevo?... Continuate a comportarvi così, e vi verrà dietro come un ca­gnolino. E' stato di una gentilezza... Figu­ratevi: mi ha persino dato incarico di una piccola ambasciata!

Kab                               - Quale?

Mignon                         - Ha detto che, dianzi, parlando d voi, è caduto in un errore... Nel... nel traccia re... non so... ah! il vostro ritratto morale,

Kab                               - (la guarda, muta, ansiosa).

Mignon                         - Che ha sbagliato sulla seconda parte

Kab                               - (ha un guizzo, un lampo d'angoscia negli occhi).

Mignon                         - Qual'è questa seconda parte?

Kab                               - Che ero una donna onesta!... Non lo crede più! Cioè... non Io ha mai creduto!... Un giuoco, un tranello, come diceva Delions! (Furente, risoluta:) Il Principe! Il Principe! Chiamate il Principe! Firmo il contratto d'America!

Mignon                         - (sbigottita) Adesso, non precipitate.

Kab                               - Firmo! Firmo! Andate! Andate! (E, mentre Mignon s'avvia suggestionata dall'or­dine imperioso, s'abbatte sul divano sin­ghiozzando:) Ah! Vile! Vile! Vile!

Fine del secondo atto

 

ATTO TERZO

Salotto pianoterra nella villetta di Delions a Cannes.

Questa volta siamo completamente ligi alla tradizione e ai più passatisti vocaboli tecnici, nel descrivere la scena. Ma il merito non è no­stro. La villetta ha qualche secolo sulle spalle, e Delions, come tutti i vieux gargons che furono un po' libertini, è un sentimentale della più bell'acqua. Perciò, abbondanza di ricordi per­sonali, e mobili signorili ma giù di moda con­servati con quella cura meticolosa dovuta alle cose di famiglia. Il tutto, però, ingentilito dal colore delle stoffe che, per essere in origine mol­to chiare, non hanno avuto ragione di sbiadire.

Portale, nel fondo, che dà sopra un giardino ricco di palme. Finestra a destra, in prima, guarnita di tende di cretonne a fiorellini. Por­ta, in seconda, a sinistra, che conduce nelle stanze interne. Di speciale-, non lungi dalla finestra, una vecchia e como­da poltrona che desterebbe l'invidia di qualsiasi pie­vano; e nell'angolo tagliato in fondo a sinistra, una specie di vano, forse base di qualche antica torre. E' buon mattino. Buon mattino da gente che cam­pa di rendita. Cioè, poco più poco meno delle dieci. Le tende della finestra sono al­zate, e da quel che si scorge dell'esterno, la giornata ap­pare bellissima.

(La vecchia Duchessa De Chantìer è seduta sulla pol­trona. E' vecchia davvero, ma simpatica. Veste di nero e porta sul capo una specie di cuffietta di merletti ugual­mente neri, da cui esce qual­che ciocca di capelli candi­dissimi. Quando cammina si appoggia a un bastone di ebano.

Delions contempla, sorri­dendo, Blandino. Veramen­te, tutti e tre i personaggi sorridono, come meglio com­prenderemo dalle battute che seguono.

Delions, non c'è bisogno dirlo - e l'osser­vazione valga anche più tardi per Carlo - indossa sotto una giacca chiara, un paio di calzoni bianchì che cadono a piombo sopra un magnifico paio di scarpe, anch'esse scru­polosamente bianche. E' il meno che si possa pretendere da una persona elegante, in una stazione balneare.

Quanto a Biondina, dopo le parole di De­lions al secondo atto, non dovremo molto di­lungarci a descriverla. E' quello che si dice un frutto acerbo, reso più acerbo dai capelli, a dispetto della moda, conservati lunghi, ben­ché non davvero degni di tanto rispetto, e rac­colti sulla nuca in un ciuffo ispido che pare un simulacro di palma insecchita. E' brunetta di natura, e ridotta più bruna da un mese di bagni assidui più di sole che di mare. Perché è bene dirlo subito; dall'atto precedente, è trascorso appunto un mese).

Blandina                       -  Sono bruna abbastanza?

Il Conte                         - Punto giusto, signorina Blandina.

Blandina                       - Peggio o meglio di prima?

Il Conte                         - Domandatelo ai vostri occhi che sono diventati più vivi. E adesso: andate a farvi tagliare i capelli come le vostre compa­gne di spiaggia: fatevi un bel riccio sulla fronte e sembrerete - come si dice a Napoli - uno « scugnizzo » perfetto.

Blandina                       - Vado!

La duchessa                  - E non stare poi a bruciarti an­cora sulla rena! Pensa che, da un momento all'altro, deve arrivare tuo zio con Dagoberto.

Blandina                       - Ah, zia! Credete che Dagoberto si deciderà a domandare la mia mano?

La Duchessa                 - Ti abbiamo condotta qui, con noi, per questo!

Blandina                       - (corre ad abbracciare la prozìa:) -Ah, zia, zia!... (Si ricorda della presenza di Delions). Pardon, signor Conte! (scappa dal fondo, confusa).

La Duchessa                 - Vorrei sapere perché vi è sal­tato il ticchio di far diventare Blandina nera come una mulatta.

Il Conte                         - E' un mio piccolo segreto.

La Duchessa                 - Meno male che è un segreto che ha giovato a trasformarla. Permettete che mi trattenga un poco ancora qui?

Il Conte                         - Siete la padrona, signora duchessa.

La Duchessa                 - Se risalgo nel mio apparta­mento, non esco più. Senza contare che di lassù, la vista di quel castello che ci appar­tenne un giorno... un peso...! E dire che mio figlio ci conduce tutti gli anni ad ammirarlo per compensarci di averlo perduto! Quando penso che non l'ho mai abitato, e che mio marito se l'era già mangiato prima di spo­sarmi...

Il Conte                         - Speriamo che vostro figlio possa riscattarlo. Voi non ignorate che quell'origi­nale dell'attuale proprietario, il quale non si muove mai da Londra, mi ha incaricato di trovare un acquirente, e che io, in attesa de­gli eventi propizi, scarto ogni offerta.

La Duchessa                 - E, allora, a meno di un terre­moto, bisognerà sempre vederselo davanti!... Peccato! Perché... a Parigi... fa meno caldo che qui.

Il Conte                         - Siete deliziosa, signora Duchessa.

La Duchessa -               - Ooh! Adesso non vi mettete a farmi la corte, cattivo soggetto! Confessate piuttosto che, negli anni «corsi, mi considera­va!» una vecchia bisbetica.

Il Conte                         - Non avevo mai goduto le vostre vi­sitine nel mio pianoterra! Eppoi, permettete che sia sincero. Quest'anno, mi sembrate rin­giovanita.

La Duchessa                 - Ringiovanita, è esagerato. Ma un po' fuori di... di minore età, sì. Che vo­lete? Salvo la breve parentesi del mio matri­monio io ho sempre vissuto con un papà vicino. Prima     - è un pezzo oramai! quel­lo vero. Poi: mio figlio. E siccome il... secon­do papà, quest'anno, ha commesso la teme­rità di mandarmi sola, si capisce che... che io abbia saltato un tantino la cavallina. Ma dato che il papà sta per ritornare, e che bi­sognerà privarci del piacere di queste scap­patelle nel domicilio di un giovinotto...

Il Conte                         - Adesso, esagerate voi, Duchessa.

La Duchessa                 - ... vorrei pregarvi di una pic­cola missione. Una specie di... come si dice? inquisizione.

Il Conte                         - Nientemeno!

La Duchessa                 - Voi siete molto amico di mio nipote Carlo...

Il Conte                         - Molto.

La Duchessa                 - Da un mese che siamo qui, mi sono accorta che egli è... è soverchiamente preoccupato.

Il Conte                         - Voi sapete meglio di me, Duchessa, che Carlo è un ragazzo oltremodo serio.

La Duchessa                 - Questo lo può credere mio fi­glio. Ma, quanto a me, ho troppo imparato durante la... parentesi che vi ho accennata, per non aver capito che mio nipote è tutt'al-tro che... uno stinco di santo. Orbene, quando un giovane che non è uno stinco di santo, pas­sa delle ore disteso a contemplare il cielo - specie se non ci sono nubi né stelle - non può essere che sconvolto da... da qualche gra­ve turbamento. (Mostrando con l'indice un punto fuori la finestra:) Guardate! Eccolo lì. Naso all'aria. Immobilità assoluta. Disteso sopra un'amaca...

Il Conte                         - Difatti.

La Duchessa                 - E ci sta da un'ora! Voi perché credete ci stia?

Il Conte                         - Per goderci il fresco.

La Duchessa                 - Con quel po' po' di sole?! Io conosco per esperienza personale che cosa significhi quel... quel dormire a occhi aperti. Sapete come intuivo, in precedenza, le fre­quenti assenze di mio marito? Quando lo vedevo, anche lui, ore ed ore, disteso, immobile naso all'aria, in contemplazione del soffitto se non del cielo. Era... era., il periodo incubatorio della cottura. Carlo deve essere inna­morate. Investigate!

Il Conte                         - Vi servirò.

La Duchessa                 - Non fategli capire, però, che io c'entri per qualche cosa. Noi dobbiamo cercare soltanto di... di...

Il Conte                         - Curarlo.

La Duchessa                 - Ecco. Ma se «copriamo che c'è una medicina capace di fargli del bene... an­che se mio figlio non ne approvi la ricetta... (completa col gesto la frase). Vedete? Dagoberto non è un'aquila, e non è un'aquila Blandina. Se riusciremo a unirli, avremo mes­so insieme proprio...

Il Conte                         - Una coppia assortita!

La Duchessa                 - Ma Carlo è un'altra cosa! Egli, al contrario di mio figlio, rassomiglia strana­mente al mio povero marito. Non vorrei che egli fosse infelice come sua nonna, e... forse come suo nonno. (Alzandosi) Basta: ripren­do la mia passeggiatala. Ripasserò dopo es­sermi fermata nella chiesetta qui vicina a pregare un po' per i peccati degli altri, giac­ché a me, con tanta sorveglianza, non hanno dato tempo di commetterne. Volete che pre­ghi anche per voi?

Il Conte                         - Sì, per essere assolto dal peccato di non aver compreso sino ad oggi che siete semplicemente adorabile.

La Duchessa                 - Adulatore! (Varca il portale di fondo, e si allontana nel giardino a sinistra).

Il Conte                         - (si avvicina alla finestra) Carlo?... Ohi?... Vieni qui! Ti prenderai un'insolazio­ne! (Dopo un istante Carlo appare dal lato destro del giardino. E' agitatissimo). (Cera scura, sul serio!) Dimmi un po': hai qual­che noia?

Carlo                             - Io?! No!... Perché mi rivolgi questa domanda?

Il Conte                         - Mah!... Dacché siamo a Cannes, mi sembri un funerale!

Carlo                             - Non so che trovi in me di diverso.

Il Conte -                      - Prima di tutto, non fai più con me ogni sera la solita partita.

Carlo                             - Ti vincevo sempre. La cosa comincia­va a essere poco gentile verso di te.

Il Conte                         - Eppoi, non parli più.

Carlo                             - Di che dovrei parlare?

Il Conte                         - Ma di quello che hai parlato sem­pre. Di donne. Vuoi che ti manifesti il mio pensiero? Quando un uomo del tuo stampo non parla più di donne, segno che il suo cer­vello è occupato da una sola. Tu devi essere innamorato.

Carlo                             - Vuoi fare una partita?

Il Conte                         - Perderesti tu, questa volta.

Carlo                             - Ebbene, sì! Giacché vuoi saperlo: in­namorato! Come un pazzo o come uno scioc­co! Perdutamente, stupidamente...

Il Conte                         - Hai trovato una donna che ti ha detto di no?

Carlo                             - No... Cioè...

Il Conte                         -  Cioè: una donna onesta?

Il Conte                         - Sì, onesta! E per avere diffidato della sua onestà - capisci?  per la maledet­ta voluttà di far dello spirito, l'ho perduta, e sapevo che m'amava!

Il Conte                         - Cos'è, una donna maritata?

Carlo                             - Se ti ho detto che è una donna onesta!

Il Conte                         - Ohi? Tu offendi tutti i mariti!

Carlo                             - Non scherzare! non è il momento!... Ho detto onesta per pura. Pura, comprendi?

Il Conte                         - Ah! Una signorina? E se sentivi di non poterne fare a meno, perché non hai pen­sato a sposarla?

Carlo                             - Perché è una signorina, sì... ma... ma...

Il Conte                         - Ma... ma...? Ah! Povera?

Carlo                             - Ricca.

Il Conte                         - E allora?... Ah! Borghesuccia?

Carlo                             - Quello che è! Quello che è! Che t'im­porta saperlo? Puoi forse fare qualcosa per me?

Il Conte                         - Nulla! Specie se non mi dici chi ella sia. Insomma, chi è questa donna?

Carlo                             - » Non posso dirtelo, capisci? Non posso dirlo a nessuno! Neanche questo conforto! Perché se tu sapessi chi è, se si sapesse chi è, nonostante che a tutti piaccia, mi rideresti sul viso, mi riderebbero sul viso. Io! Capisci? Io! Carlo Chantier! L'uomo che si vantava di non avere amato mai, di non innamorarsi mai, a cui bastava un niente per conquistare una donna: innamorato, innamorato!

Il Conte                         - Lo vedo!

Carlo                             -  A tal punto che la sposerei... anche a costo delle beffe! E adesso che sai di nulla poter fare per me, dimmi almeno se è domani che parte da Marsiglia il transatlantico per l'America.

Il Conte                         - Carlo, che vuol dire questa doman­da? Non vorrai commettere pazzie? Pensa a tua nonna, a tuo padre...

Carlo                             - Ma che pazzie! Non ho intenzione al­cuna di partire. Se voglio sparire, non ho che da continuare a stendermi sull'amaca per aspettare un colpo di sole! (Esce concitato, dal giardino a destra).

Il Conte                         - Pura, onesta, che piace a tutti e che farebbe ridere tutti... Che razza di donna può essere?... (Dopo un attimo di riflessione, come preso da un'idea, chiama rivolto verso le stanze interne:) Emilio?

Emilio                           - (tipo di vecchio cameriere molto accu­rato, entra dalla porta di sinistra) Signor Conte...

Il Conte                         - Nessun treno parte nella mattinata per Marsiglia?

Emilio                           - No, signor Conte.

Il Conte                         - Bene... Mettetevi di guardia al ga­rage, e non fate uscire nessuna automobile senza mio ordine: né mia, né dei Chantier.

Emilio                           - Sarà fatto, signor Conte.

Il Conte                         - Andate. (Emilio esce dal giardino, a destra). La prudenza non è mai troppa... Aveva colpito giusto la Duchessa! E io che non mi ero accorto!... (Miss Kab timidamente appare dal giardino, a sinistra. E' graziosa­mente vestita come una signorina e porta in mano il piccolo panama che si è tolto, certa­mente a causa della grande caldura. Il Conte al rumore dei passi, si volge. Equivoca). Ah, cara Blandina! Ora sì che siete perfetta! (Ri­conosce miss Kab) Oh! voi!... Scusate... Vi avevo scambiata..; Ma come mai a Cannes?

KLab                             - Siete solo?

Il Conte                         - Solo.

Kab                               - Non temete. Nessuno mi vedrà. Due pa­role in fretta, e riparto subito. Domani debbo imbarcarmi per l'America.

Il Conte                         - Anche voi?!

Kab                               - ?

Il Conte                         - No. Non ci badate... Sedete!... Scu­sate se pecco di ospitalità, ma la sorpresa di vedervi... Venite da lontano?

Kab                               - No, no. Da Villefranche ove ho passato il mio mese di riposo.

Il Conte                         - Da Villefranche? A due passi da qui! Averlo saputo!

Kab                               - Ho voluto vivere per una volta tanto, poiché mi era permesso, nella più stretta clau­sura.

Il Conte                         - Ma vi prego: sedete!

Kab                               - No, grazie. Tanto quello che debbo dir­vi è così breve che posso dirvelo anche in piedi. Anzitutto: durante questo mese nessu­no vi ha parlato di me?

Il Conte                         - Nessuno.

Kab                               - Parola da gentiluomo?

Il Conte                         - Parola.

Kab                               - Allora, ascoltatemi. L'ultima volti che ci vedemmo a Parigi, voi mi diceste: se un 1 giorno avrete bisogno di un amico sincero, ri­cordatevi di me.

Il Conte                         - Oggi ne avete bisogno e ve ne siete ricordata. Brava! Parlate pure.

Kab                               - Si tratta... (esita).

Il Conte                         - Dopo l'ultimo nostro colloquio, non I ci vuole molta chiaroveggenza a indovinare! di che si tratti. (Punta l'indice sul cuore e E strizza l'occhio) Eh?... (Strana giornata!) | Avete finalmente trovato l'uomo...

Kab                               - Credevo averlo trovato.

Il Conte -                      - Capisco. Dovete attraversare lo [ Atlantico, ed egli non vuol seguirvi.

Kab                               - No. Parto perché non mi segua.

Il Conte                         -  Com'è difficile comprendere gl'in­namorati d'oggigiorno! Insomma, lo amate?

Kab                               - Lo detesto.

Il Conte                         - Ed egli?

Kab                               - Mi detesta.

Il Conte                         - Anche questo può essere un modo di amarsi come un altro. Non molto comodo! Ma data... tanta identità di sentimenti, quel­lo che non riesco a capire è su che cosa potrei consigliarvi.

Kab                               - Conte, io debbo farvi una confessione I che... non è molto facile a farsi. (Con una I specie di pudore). Io... io sono onesta.

Il Conte                         - L'ho sempre sentito dire, ma ades­so che voi stessa lo confermate... con tanta discrezione, non lo metterei più in dubbio.

Kab                               - Orbene, egli mi fece credere di amarmi soprattutto per questo. Perché ero onesta.

Il Conte                         - (che ha un subitaneo lampo rivelatore negli occhi) Ma sedete! La storia mi inte­ressa! (La costringe a sedere e si siede anche lui accanto a lei) Siete arrivata in treno?

Kab                               - Sì.

Il Conte                         - Non vi preoccupate per il ritorno. Vi accompagnerò con la mia auto. Dunque vi amò perché eravate onesta.

Kab                               - Sapeste che parole seppe trovare per convincermi. La vita che conduco, l'ambiente che frequento, la mia diavoleria sulla scena, la mia stessa notorietà, non possono certo procacciarmi giudizi troppo benevoli, e trovare finalmente uno che vi dica: no, tu sei così  e così, si capisce che...

Il Conte                         - ... non lasci insensibile.

Kab                               - Ecco! Io non restai insensibile, e, e...

Il Conte                         - Cadeste?

Kab                               - No, no! Qualcuno mi protesse.

II Conte                        - Il vostro angelo custode. Brava!

Kab                               - Ma egli non crede alla mia onestà.

Il Conte                         - (Mascalzone!).

Kab                               - Avete detto?

Il Conte                         - Nulla. Non ci badate. Continuate.

Kab                               - E io, indignata, compreso che le sue belle parole non avevano avuto altra inten­zione che di nascondere un basso tranello...

Il Conte                         - ... lo metteste alla porta...

Kab                               - ... e firmai un contratto con l'America per porre tra la mia porta e lui l'Oceano di mezzo.

Il Conte                         - Ma adesso, in procinto di imbar­carvi, siete venuta da me perché non vi sen­tite più abbastanza forte per mettere... tutto questo Oceano davanti alla vostra porta.

Kab                               - Forte, fortissima! Il mese di solitudine ha anzi fortificato i miei sentimenti di...

Il Conte                         - ... avversione.

Kab                               - Ecco! Un uomo che ha diffidato dell'o­nestà di una donna, tornerebbe daccapo a dif­fidarne. Eppoi, ci sarebbe anche voluto che mi si accusasse di mirare a un grande matrimonio :

Il Conte                         - Perché lui... è titolato?

Kab                               - Sì.

Il Conte                         - (Mi pareva impossibile che non avesse pensato anche a lei! Glielo do io il transatlantico in partenza!).

Kab                               - Capirete: non posso dimenticare di es­sere danzatrice e negra.

Il Conte                         - Quanto a questo, siete diventata quasi bionda.

Kab                               - -E' il sole della Costa Azzurra che mi ha bruciato i capelli.

Il Conte                         - Ma vi ha rispettato il viso. L'amore è un cold cream prodigioso. Un poco più che vi foste innamorata, e sareste diventata bian­ca addirittura.

Kab                               - E io, invece, voglio essere negra, e anche più di prima!

Il Conte                         - Ih!.. In conclusione: siete venuto da me per uno sfogo, non per un consiglio?

Kab                               - (alzandosi)  Per un servigio. Prendete questa busta. (Gliela porge) Apritela posdo­mani quando già sarò in alto mare. Mi date parola di non aprirla prima?

Il Conte                         - (che si è alzato anche lui) Parola.

Kab                               - Troverete dentro la busta il nome..

Il Conte                         - ... della persona...

Kab                               - Appena la incontrerete, voi dovete far­mi il piacere di dirle semplicemente questo: Dorotea Kab è partita col principe georgiano.

Il Conte                         - Sul serio?...

 Kab                              - Che volete? Giacché a mantenersi one­ste non si è credute, tanto vale non esserle!

Il Conte                         - Badate: c'è pericolo che il piro­scafo affondi. Il principe georgiano pesa non meno di un quintale e mezzo.

Kab                               - Opererà da salvagente!

Il Conte                         - State tranquilla: vi servirò. (Con l'aria apparentemente più candida di questo mondo) Tanto più che, oggi, in questo genere di missioni, mi trovo allenato. Figuratevi: prima che giungeste voi, ho già sostenuto un colloquio confidenziale sul genere del vostro. Ma maschile. Un amico, Sapete? Il cugino di quello del diario. Carlo Chantier.

Kab                               - Ah!

Il Conte                         - Mi pare avervene parlato di sfug­gita un giorno.

Kab                               - Sì, sì: mi pare.

Il Conte                         - E di avervi detto che abita qui, con la sua famiglia, nella mia bicocca, al piano superiore.

Kab                               - Sì, sì: mi pare. E mi pare che mi dice­ste anche che vi abitano perché c'è un vec­chio castello di faccia...

Il Conte                         - (tendendo l'indice verso la finestra) Eccolo lì. Austero. Come la barba del Duca padre e zio. Ebbene, il mio povero amico è innamorato pazzo. Immaginate: per quanto io abbia fatto, non sono riuscito a strappargli di bocca il nome della persona che ama.

Kab                               - Ah, no?

Il Conte                         - Quando certi riserbi sono tenaci, la passione... divampa! Ma non vorrei an­noiarvi con questa storia...

Kab                               - No, no... Mi avete promesso di ricon­durrai in auto!... E il vostro amico... soffre?

Il Conte                         - Da non ridire! Raddoppiate quello che vorreste soffrisse il vostro - cioè; l'ex vostro - e ne avrete un'idea approssimativa.

Kab                               - Raddoppio!

Il Conte                         - Vi ho fatto ritornare il buon umore!

Kab                               - Quando raccontate qualche storiella, lo fate con un garbo che...

Il Conte                         - ... diverte.

Kab                               - Eppoi, il pensiero che gli uomini sof­frano, consola.

Il Conte                         - E, allora, consolatevi. Perché pos­siate valutare le sofferenze del mio amico nel­la giusta misura, dovete sapere che Carlo Chantier era un rompicollo.

Kab                               - Lo so.

Il Conte                         - Come lo sapete?

Kab                               - Me lo diceste voi...

Il Conte                         - Ah, già... Che memoria!... Senonché, d'un tratto, pare che egli abbia subito un colpo di fulmine sotto la specie, anche per lui, di donna onesta. Non ci sono di terri­bili che i colpi di fulmine! Egli si è chiuso qui a Cannes, e trascorre tutto il giorno o... (Toma a puntare l'indice verso la finestra) Vedete quell'amaca?

Kab                               - Si.

Il Conte                         - ... o disteso su quell'amaca, o a passeggiare in questa stanza per dirmi che è l'ultimo degli sciagurati...

Kab                               - Ah, sì?

Il Conte                         - Che aveva trovato la migliore delle creature e l'ha perduta per fare l'uomo di spi­rito...

Kab                               - Ah, sì?

Il Conte                         - La più pura delle donne...

Kab                               - Ah, sì?

Il Conte                         - Che correrebbe in capo al mondo per riafferrarla, per sposarla magari...

Kab                               - Ah, sì?

Il Conte                         - E che se non la riafferra, si spara!

Kab                               - (in un impeto di gioia, salta al collo del Conte e gli imprime due sonori baci sulle guance) Delions! Delions! (Sull'atto, riap­pare dal fondo Carlo che sobbalza e non osa credere ai propri occhi).

Il Conte                         - Non ti spaventare! Sono destinati a te!

Carlo                             - Mi spiegherai tu?...

Il Conte                         - Stupido! Lo sai pure che sono con­fidente nato! Tu ti sei confidato, lei si è con­fidata... Tu l'ami, lei ti ama... La vuoi, lei ti perdona... E andate a farvi benedire!

Carlo                             - (avvicinandosi a Kab, e prendendola per le mani come chi si appresti a un discorso affettuosamente esplicativo) Kab...

Kab                               - Zitto, zitto. Fatevi -dire soltanto che adesso sono felice di poter partire sollevata. Mi sentivo oramai così incapace di far ridere, che ero sicura in America mi avrebbero senz'altro protestata!

Carlo                             - Ma voi non partirete più!

Il Conte                         - Non fosse altro per quel principe georgiano che vi attende sul piroscafo.

Carlo                             - (alterandosi) Cosa?

Kab                               - Ma no! E' il mio impresario!... Ah, Carlo, come sono contenta di sapere che mi amate veramente! Non so dirvi... Ho una vo­glia di ridere... di ridere...

Carlo                             - (accorgendosi che ella piange) Kab...?

Il Conte                         -  Lasciala ridere, lasciala ridere. Le fa bene. (Guarda un po' dove bisogna cercare una donna onesta!).

Carlo                             - Kab!... Su!... Dia brava!

Kab                               - (sorridendo davvero) Finito... Finito...

Carlo                             - E, adesso: rompere il contratto!

Kab                               - Sì! sì!

Carlo                             - Un mezzo ci sarà?

Kab                               - La penale.

Carlo                             - Ecco, già: la penale. Si paga, e a posto!

Kab                               - (con voce incerta) Quaranta mila dol­lari.

Carlo e il Conte             - (sobbalzando) Eh?!

Carlo                             - Un milione!?

Il Conte                         - Un milione!?

Carlo                             - Ma un altro mezzo da attaccarsi per rompere questo contratto, ci sarà! (A De­lions) Tu devi avere studiato diritto un giorno...

Il Conte                         - Molto prima di te.

Carlo                             -  Ah! Ho trovato!... Delions? La spo­so!... Il matrimonio rompe ogni contratto.

Kab                               - (stringendogli le mani con effusione) Ah, Carlo!

IL Conte                       - (s'avvicina a Carlo, lo tocca sulla spalla)  Scusa. Ti sei dimenticato...

Carlo                             - Che cosa?

Il Conte                         - (gesto di una barba) Tuo padre.

Carlo                             - Già... mio padre...

Il Conte                         - (a Kab) Voi lo conoscete...

Kab                               - (gesto esortativo a tacere).

Il Conte                         - (correggendosi) Dico: conoscete le fisime della vecchia aristocrazia...

Carlo                             - Delions, parlagli tu! Giacché l'hai ini­ziata, completa l'opera! Sai che mio padre è un uomo austero, ma una volta che un'idea gli è penetrata nel cervello.

Il Conte                         - Ma il difficile è fargliela entrare!

Kab                               - Carlo, non insistete. Capisco benissimo io stessa che non vi sarà possibile ottenere da vostro padre quanto vorreste chiedergli.

Carlo                             - Alla peggio io posso fare della mia vi­ta quello che voglio. Non ho più madre. Il maggiorasco appartiene a mio cugino Dagoberto. Eppoi, alla mia età, io non ho bisogno di consensi!

Kab                               - Ah, no, Carlo! Io non consentirei mai che voi compiste un atto contro la volontà dei vostri parenti... Rinunciate, Carlo... Il solo fatto che abbiate avuto un pensiero così te­nero, basterà a confortarmi...

Il Conte                         - (s'accorge che ella ha una gran voglia di piangere) (Ora torna... a ridere!).

Carlo                             - (al Conte) Me la vuoi far morire? De­lions, tu parlerai a mio padre!

Il Conte                         - Ti giuro che se si fosse trattato di parlare a una donna... (Come preso da una idea subitanea) Ah! Trovato chi potrà parlar­gli! Chi lo persuaderà!

Carlo e Kab                   - Chi?

Il Conte                         - Lo saprete dopo! (A Carlo, indi­cando il giardino di là dalla finestra). Adesso tu, là, a distenderti un'altra volta sull'amaca.

Carlo                             - Che vuoi fare?

Il Conte                         - (spingendolo fuori) Va'! Va'! E non

ti muovere! Kab            - Ma tutto quel sole lo ucciderà! Il Conte   - Se non l'ha ucciso prima, state tran­quilla: egli non creperà adesso. E voi, là! Nella mia stanza da letto. Non ho di meglio da offrirvi. (Spingendola verso le stanze in­terne a sinistra). E non uscite fuori che quan­do vi chiamerò... Ah! Se fosse necessario che io facessi... un piccolo acquisto per conto vo­stro, mi autorizzate?...

Kab                               - Fate tutto quello che volete. Siete un angelo!

Il Conte                         - Sì, ma decaduta! (La fa entrare nelle stanze interne). E che Dio ce la mandi buona! (Dà un'occhiata nel giardino, a de­stra; trasalisce. Corre a tirare le tende alla finestra. Attende apparentemente disinvolto. La duchessa s'inoltra dal giardino a destra) Duchessa, fatta la passeggiata, la pre­ghiera?

La Duchessa                 - Ho anche acceso una candela a Sant'Antonio perché vi assistesse nel collo­quio con mio figlio. Parlato?

Il Conte                         - (che non trova molto agevole comin­ciare) Sì... Accomodatevi, prima.

La Duchessa                 - (si siede sulla poltrona, e, dopo un attimo di attesa) Dunque?

Il Conte                         - Il caso... è grave.

La Duchessa                 - Non dev'essere molto grave perché i vostri occhi hanno un'aria troppo maliziosa.

Il Conte                         - Grave come... diagnosi. Vostro ni­pote è innamorato cotto.

La Duchessa                 - Ed è tutto quello che avete sa­puto scoprire? Che fosse molto innamorato ne ero già persuasa. Non vi avrei pregato d'in­vestigare.

Il Conte                         - Innamorato di... una donna...

La Duchessa                 -! ?... Ah! Forse, volete dire: non libera?

Il Conte                         - Liberissima!... Non di costumi, in­tendiamoci.

La Duchessa                 - Una ragazza per bene, sicché? Questo rappresenta già una gran cosa.

Il Conte                         - Però...

 La Duchessa                - C'è forse qualche impedi­mento?

Il Conte                         - No, no!

La Duchessa                 - Non è         - (cattolica? Su questo, proprio - vedete - non potrei transigere.

Il Conte                         - Cattolicissima. Si chiama Dorotea!

La Duchessa                 - Nome serio. Sul resto, purché si possa sperare la felicità, e la ragazza sia buona, onesta...

Il Conte                         - Quanto a onestà: garantita!

La Duchessa                 - Lo avevo sempre intuito che quel ragazzaccio, in fondo, possedeva un tuo re! Non mi rendo conto, però, delle vostre reticenze. Condizioni assai modeste?

Il Conte                         - Eh! Figuratevi: voleva sposarla un principe georgiano ricchissimo!

La Duchessa                 - E, allora, noi che siamo sem­plicemente duchi - e non ricchissimi - non possiamo essere troppo esigenti. Conti­nuate.

Il Conte                         - (esita, poi) Signora Duchessa, per­donatemi se vi rivolgo una domanda eh» vi parrà strana e... indiscreta.

La Duchessa                 - Dite.

Il Conte                         - Amate... la danza?

La Duchessa                 - Volete dire se l'amaro?

Il Conte                         - Già.

La Duchessa                 - Mio Dio, un pochino, sì, da ragazza. Anche più di un pochino. Un giro di valzer o una polca, eh sì, non lo rifiutavo. Ma quando mi sono accorta che a mio marito piacevano più le ballerine che la danza, ho finito con l'odiarla. (Al Conte, che aveva se­guito le prime parole con segni di giubilo, cascano le braccia). Ma perché questa do­manda? Alla piccina piace danzare? E chi non balla oggigiorno? Se tutto è qui!... Tan­to più che se mio nipote avrà una moglie che saprà ballare, c'è da augurarsi che non andrà a cercare chi ballerà fuori di casa.

Il Conte                         - (completamente rimontato) Siete di questo parere? E, allora... permettetemi un'altra domanda. Quando voi vi recate al teatro o al cinematografo, e assistete a una di quelle vicende di amori contrastati e avven­turosi, vi commuovete?

La Duchessa                 - Sì, sì... Ma quando torno a casa, se ripenso che sono troppo avventurosi e contrastati, ci rido sopra.

Il Conte                         - (prendendo il coraggio a due mani) Ascoltatemi, Duchessa. Non per nulla vi ho detto che si tratta di una cosa grave. Suppo­nete che qui ci sia un ambiente che non è un educandato, che anzi è agli antipodi di un educandato, e clic in esso a contatto di ogni tentazione e di ogni cattivo esempio, viva una fanciulla e si conservi pura onesta come poche donne della nostra società, che fareste per lei?

La Duchessa                 - (alzandosi) La proporrei per la santificazione, ma non le darei mio nipote. (Avvicinandosi al Conte, e piantandogli gli occhi in faccia) Cos'è questo... educandato?

Il Conte                         - II... il teatro.

La Duchessa                 - E l'educanda... ballerina?

Il Conte                         - (espressione della faccia e gesto della mano che par voglia dire: press'a poco).

La Duchessa                 - (passeggiando, incollerita) Co­me il nonno! Come il nonno!...

Il Conte                         - Signora Duchessa, calmatevi! Sen­tite. Se ve lo dicesse il nostro curato, vi direi: diffidate: è un ingenuo come tutti i santuomini. Ma se ve lo dico io, dovete credermi. E' una ragazza eccezionale. Tanto eccezionale che pur di non darvi un dolore, Duchessa, nonostante il suo amore           - ... perché anche lei... innamorata pazza... domani s'im­barca per l'America.

La Duchessa                 - Così si distrarrà!

Il Conte                         - Ma non so che... che cosa avverrà di vostro nipote! (Sollevando uno dei lembi della tenda alla finestra) Guardate! Disteso sempre sull'amaca.

La Duchessa                 - Ma vi pare che non sia cotto abbastanza? Volete farlo andare all'altro mondo ad ogni costo con quel sole a piombo?

Il Conte                         - (facendo ricadere la tenda) Du­chessa, tanto se egli deve trovare una forma di suicidio...

La Duchessa                 - Perché... ha manifestato l'in­tenzione...? Dio mio! Dio mio!... Ah, questi benedetti ragazzi!... Sentite, Delions, voi sie­te un uomo di mondo... Non si potrebbe tro­vare una via di mezzo?... (Abbassando il tono della voce, tanto pare enorme anche a lei quello che sta per dire) Giacché Carlo non può fare a meno di... quella donna... perché... perché... non ne fa... la sua amante?

Il Conte                         - Duchessa?!  Voi siete patronessa dell'Istituto delle giovani ravvedute, e non mi pare che un provvedimento simile rientri negli statuti dell'opera.

La Duchessa                 - Vero! Vero!... Ebbene... in­tanto... cercate d'impedire che la ragazza parta...

Il Conte                         - Lo avrei già fatto se non avessi te­muto d'incorrere nella collera del Duca.

La Duchessa                 - Ah, sì! Mio figlio! E' proprio il caso di parlare di lui! Tutto ciò forse accade per colpa sua. Si tratta della vita di mio ni­pote, caro mio! E per una volta tanto mi ri­corderei di essere io... la madre e non la fi­glia di mio figlio! Credete non sarei al caso di metterlo a posto nonostante la sua barba?

Il Conte                         - Sì! sì!

La Duchessa                 - Sarei capace anche di fargliela tagliare!

Il Conte                         - Compireste un'opera di carità, Du­chessa!

La Duchessa                 - Dunque, non vi occupate di lui...

Il Conte                         - E infatti... non me ne sono occu­pato... La ragazza aspetta le mie istruzioni per decidersi a partire o no.

La Duchessa                 - E, allora, correte subito da lei... Ditele di non partire per ora... Poi vedremo che ci sarà da fare... Non perdete tempo... E' lontana?

Il Conte                         - No... A due passi.

La Duchessa -               - Come?!

Il Conte                         - In paese. (Tornando ad indicare la finestra) Là!

La Duchessa                 - Sull'amaca anche lei?!

Il Conte                         - No. In quel Castello, di cui oggi è diventata... proprietaria.

La Duchessa                 - (tornata di colpo burbera) Eh?!... Ma, allora, tutto questo non è stato che un trucco?

Il Conte                         -  Seppure, un trucco del destino... (Dopo un attimo di silenzio) Parlatele, Du­chessa. Il vostro cuore giudicherà meglio di quel che non abbia giudicato io... Parlare, non vuol dire consentire.

La Duchessa                 - (che è rimasta incupita e immo­bile; dopo un nuovo attimo di silenzio, e sen­za abbandonare il tono burbero) Chiama­tela.

Il Conte                         - (per avviarsi) Vado!... Ma...

La Duchessa                 - (spaventata) Che altro c'è di nuovo coi vostri ma?

Il Conte                         - Niente di grave...

La Duchessa                 - Vorrei vedere che altro ci po­trebbe essere ancora di più grave!

Il Conte                         - La signorina è bruna.

La Duchessa                 - Bruna o bionda, che volete m'importi? Non deve mica piacere a me!

Il Conte                         - Gli è che è più bruna delle altre.

La Duchessa                 - ? ?

Il Conte                         - E'... è una negra.

La Duchessa                 - (con un sobbalzo) Eh?!

Il Conte                         - Duchessa, voi siete assai devota del­la Madonna di Monserrato, la Moreneta: anch'essa era negra! (Finge di avviarsi di cor­sa verso il fondo per uscire).

La Duchessa                 - (lasciandosi cadere seduta sulla poltrona) Dio mio! Dio mio! Ma io impe­dirò ad ogni costo...

Il Conte                         - (che, giunto verso il fondo, ha invece deviato, e, svelto ma sulla punta dei piedi, s'è avvicinato alla porta di sinistra e l'ha aper­ta senza far rumore, pian piano chiama Kab, le mostra la Duchessa, le fa cenno con largo gesto di gettarsi ginocchioni davanti a lei).

Kab                               - (presa da grande soggezione, fa per fug­gire verso il giardino).

Il Conte                         - (pronto, la trattiene. La spinge verso la Duchessa).

Kab                               - (cade in ginocchio facendosi forza per non scoppiare in singulti).

Il Conte                         - (non sapendo far di meglio, presen­ta) Miss Doro te a Kab.

Kab                               - Signora Duchessa., signora Duchessa... (Ma i singulti, questa volta, scoppiano sul serio).

La Duchessa                 - (che sente la propria burbanza messa a repentaglio da quell'atteggiamento e da quel pianto, dopo un istante) Fatela rialzare, Delions.

Il Conte                         - (aiutando Kab ad alzarsi) Su... la signora Duchessa vi prega di calmarvi... (Alla Duchessa) Ecco, vedete, comincia a calmarsi.

La Duchessa                 - (a Delions, sottovoce) Ma... non è poi mica tanto negra!

Il Conte                         - Sapete... ho voluto dir velo per uno scrupolo.

Kab -                             - Signora duchessa, state tranquilla, ripar­tirò, ripartirò!

La Duchessa                 - Volete andare a mostrare le gambe ancora per tutto l'universo?

Kab                               - No, no! Non le mostrerò più! Ma ripar­tirò lo stesso. Io non sono una stupida. Mi rendo esattamente conto che purtroppo una negra...

La Duchessa                 - Questo riguarda soltanto chi dovrebbe scegliervi...

Kab                               - E che una danzatrice...

La Duchessa                 - Questo, sì. Riguarda, invece un po' gli altri...

Kab                               - Ma che colpa ne ho io se Dio mi ha fatta nascere in un posto piuttosto che in un altro? Se ha voluto per forza che ballassi? Tutti mi acclamano, tutti mi desiderano; le signore vogliono conoscermi, imitano i miei vestiti, si tagliano i capelli al par di me...

La Duchessa                 - (a Delions) Come avete fatto fare a Blandina!

 Kab                              - Ma se io finalmente amo un uomo, e ne sono riamata... nossignori: allora, no! allora, no! Io dovrei essere di tutti, non di uno... Ep­pure, le suore missionarie che mi condussero con loro dall'America quand'ero ancora lat­tante, mi avevano insegnato che si deve ama­re uno solo...

La Duchessa                 - (Oh, benedette missionarie! Non avevano altro da fare!).

Kab                               - Ebbene, signora: io parto... Io non so quello che accadrà di me... ma qualunque cosa vi potranno dire sul mio conto domani .. ricordatevi che io non ero cattiva, che vistavo bene a vostro nipote... come forse non glie ne vorrà nessun'altra! (S'abbatte sopra una seg­giola al lato opposto, e scoppia di nuovo a piangere).

La Duchessa                 - (dopo un silenzio, lentamente si alza. Al Conte, sottovoce) Ah, Delions? Come tutto cambia nel mondo! Anche le bal­lerine non sono più le stesse!

Il Conte                         - Ditelo a me!

La Duchessa                 - Però se acconsentissi... conve­nite... l'idea di un possibile pronipote mu­latto...

Il Conte                         - Anche Alessandro Dumas padre era mulatto, e fu un grande uomo.

La Duchessa                 - Si, ma anche un grande scio­perato!

Il Conte                         -  Almeno, questa volta, nella vostra famiglia, non s'interromperebbe la serie.

La Duchessa                 - (che è tentata di ridere) Non è il momento di fare il lepido!. . (S'avvicina a Kab, e con un tono che ormai non ha di burbero che l'intenzione) Ragazza mia, cal­matevi... Io non posso decidere così su due piedi... Per ora, non partite, restate qui...

Kab                               - (solleva gli occhi lacrimosi improvvisamen­te illuminati da un sorriso, verso la Duchessa).

Il Conte                         - (che, frattanto, è corso alla finestra, e, tra le tende, ha rivolto degli inutili gesti di richiamo a Carlo, e finalmente è notato da lui) Oh! (Ho sudato più io, che lui sull'a­maca!).

La Duchessa                 - - Cioè: restar qui, no... Nel vo­stro Castello.

Kab                               - (stupita) Nel mio...?

Il Conte                         - (pronto, le fa un cenno d'intelligen­za) Sss!

La Duchessa                 - Impareremo meglio a cono­scerci... e chi sa che poi... quando ci saremo conosciuti meglio... (Timorosa d'intenerirsi troppo presto, con tono ruvido) Ma non parlate più di quel che potrebbe accadere doma­ni!... Di... di... possibili cose brutte!...

Carlo                             - (che è apparso sul portale, in fondo, e ha udito le parole della nonna, si slancia ver­so di lei, felice) Ah! nonna!

La Duchessa                 - (con una furbanza a cui più nes­suno crede) Ho parlato di cose brutte, non di cose belle!

La voce di Blandina     - (dal giardino) Zia! Zia!

La Duchessa                 - Blandina! (Attimo d'imbaraz­zo, subito superato. Ai due giovani) Nascon­detevi! (Indicando il vano, in fondo, a sini­stra) Lì! (Carlo conduce Kab nel vano).

Blandina                       - (entra di corsa. Ora ha i capelli ta­gliati corti e pettinati come miss Kab. Se non rassomiglia troppo a quest'ultima, pare però della sua famiglia) Lo zio con Dagoberto!

Il Conte                         - Qui, voi! Facciamo una sorpresa! (Nasconde la giovinetta dietro di se, spalla contro spalla. Il Duca e Dagoberto apparisco­no anch'essi dal fondo, in abito da viaggio. Il duca è rosso per la stizza).

Il Duca                          - Madre mia...

Dagoberto                     - Nonna...

Il Duca                          - Sono furente! Abbiamo dovuto fare la strada a piedi dalla stazione. L'automo­bile non si è fatta viva.

Il Conte                         - (M'ero dimenticato di averle messe sotto sequestro!). (A Biondina: A voi, adesso! (Con una mossa rapida, la costringe a mettersi in mostra).

Dagoberto                     - (sbalordito) Eh?!

Blandina                       - Dagoberto!

Dagoberto                     - (non credendo ai suoi occhi) . Blan­dina?!... Oh! come ti trovo diversa!... Stai proprio bene così!

Il Conte                         - Ragazzi? Perché non andate a fare una bella passeggiata in giardino? Chi sa quante cose Dagoberto dovrà raccontare sul suo viaggio!

Dagoberto e Blandina   - Andiamo! Andiamo! (Escono di corsa dal fondo, raggianti).

Il Duca                          - (rasserenato) Che vi dicevo che avrebbero finito con l'intendersi?

Il Conte                         - Voi siete sempre l'uomo delle idee!

Il Duca                          - Meno male che lo si riconosce!

Il Conte                         - (che, frattanto, è passato vicino al vano, sottovoce a Kab) Scusate se ho dovu­to... calunniarvi con quella riproduzione. Ma avete veduto? Indispensabile!

Il Duca                          - E mio figlio?

La Duchessa                 - Tuo figlio... tuo figlio... Giac­ché siamo in tema di felicità, ti avverto che occorrerà... fidanzare anche lui.

Il Duca                          - (al colmo dello stupore) Carlo?!... E con chi?

La Duchessa                 - Con...

Il Conte                         - (pronto, tendendo l'indice in direzione della finestra) La proprietaria di quel ca­stello.

Il Duca                          - Venduto!?

Il Conte                         - Come vedete, uscito dalla porta rientra per la finestra.

Il Duca                          - E chi è questa fanciulla?

La Duchessa                 - (indicando Kab che, frattanto, sollecitata dai suoi gesti, si è inoltrata con Carlo) ... Miss Dorotea Kab.

Il Duca                          - (con un sobbalzo) Eh!? ... Ma... ma­dre mia... forse voi ignorate...

La Duchessa                 - So, so... Ma... (con un tono quasi solenne) Lodovico, voi siete uomo d'ono­re, e i Chantier non hanno mai transatto con l'onore. Vostro figlio Carlo ha sedotto la si­gnorina.

Kab                               - (istintivamente, alla Duchessa) Ma no!

La Duchessa                 - (sottovoce) Figlia mia, biso­gna pur fare qualche sacrificio!

Il Duca                          - (con pari tono quasi solenne) Signo­rina, l'azione compiuta da mio figlio è ripro­vevole. Ma i Chantier conoscono il loro do­vere di gentiluomini.

Il Conte                         - Voi siete tutto di un pezzo!

Il Duca                          - (sottovoce) Ma, allora, il diario di Dagoberto?

Il Conte                         - Si vede che anche vostro figlio ne scriveva uno e. non l'avevate trovato.

Il Duca                          - Ma come mai ella ha comperato il Castello?

Il C«NTE                      - Sapete? Dalle sue parti, invece dell'anello, si costuma scambiare un regalo.

Il Duca                          - Almeno, mia madre potrà chiudere gli occhi tranquilla!

Il Conte                         - (E' una fissazione!).

Kab -                             - Noi trascorreremo, cara Duchessa, ogni anno un po' di tempo a Parigi, ma anche molto qui... nel castello dei Chantier. (Il vec­chio Duca non può fare a meno di lisciarsi la barba: indice massimo della sua emozione). Tra tante palme, così, mi parrà di trovarmi finalmente a casa mia.

FINE

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