La riserva

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La riserva

di Giuseppe Manfridi

                                     


                                                        Al mio amico Giancarlo Scarchilli,

                                                        i cui sogni hanno gli stessi colori dei miei


VOCE UOMO:“Lo Sceriffo, così lo chiamavano, era lassù. Stavolta non se ne stava a braccia conserte accanto alla panchina. Era sopra una nuvola, e guardava giù. Vittorio Mero la partita l’ha sempre guardata. E anche ieri l’ha fatto. Si è solo stupito un poco quando Roberto Baggio ha allargato sul prato la maglia numero 13. La sua. Intorno a quel lembo azzurro, come se una scheggia di cielo fosse caduta sul prato, i suoi compagni avevano fatto cerchio e si tenevano per mano. Visto dall’alto, era un cerchio perfetto. L’immagine del Sole. E Mero quel cerchio l’ha visto vibrare. Intorno, i fotografi facevano scattare i loro flash. Mazzone, in piedi, severo, guerreggiava con le lacrime. Ma c’era, dentro lo stadio, un’atmosfera strana, popolata di misteriose presenze. E, in mezzo a quel cerchio che pulsava, è sembrato come se quella maglia all’improvviso cominciasse a gonfiarsi. Come se un soffio venuto dal mare la riempisse. Quasi che Mero, ridotto a puro spirito da un TIR micidiale, fosse ancora lì. Ora, per i suoi occhi, tutto era trasparente, anche le montagne. Dalle nuvole vedeva tutti i campi d’Italia. Ed erano tutti raccolti in un minuto di silenzio. Un minuto solo per lui. Per Vittorio Mero, un fante del calcio.” (Via il giornale) ‘Gazzetta dello Sport’ di lunedì 28 gennaio 2002. Quella che stiamo per raccontarvi è, appunto, la storia di un minuto. Di un minuto appena. Di un minuto di silenzio, e del suo protagonista. Ora, il nostro Vittorio non è Vito Mero. Non è lui, ma è uno come lui e quello che ascolterete è per loro... per tutti i fanti del calcio, e per tutti i prediletti dagli Dei. - Ecco, l’arbitro ha fischiato. La lancetta ha iniziato il suo giro. Vieni, ragazzo, questo minuto è tuo. Fallo durare quanto vuoi. - Signori, silenzio.

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VITTORIO: Com’è successo?... Quand’è che il mister m’ha detto: “Dài, preparati, tocca a te”?... Non mi ricordo nulla. Eppure dev’essere successo per forza. Sono qui. Tocca a me. Sono qui, senza la tuta addosso... col mio 24 sulle spalle... sono qui, con gli scarpini allacciati ad aspettare il fischio d’inizio. Sono qui, circondato dal gesso. Improvvisamente qui, dove la luce è più forte. Giorno e notte, più forte che altrove. Col sole, con le nuvole, coi riflettori accesi... non cambia nulla. Qui, c’è sempre la stessa luce. La più forte possibile. Quella che ti inchioda al centro delle cose. Di te. Di tutto. Luce che trasforma ciò che tocca in luce. Me. Tutto. Ora. Qui, nel cuore del cuore del mondo. “Razza contadina, la nostra, che si nutre di terra ancora”. Così diceva il vecchio Seba. “L’ultima, forse”. E’ il mio paesaggio questo. Quello del mare sognato dal bambino che non l’ha mai visto. Dell’orizzonte oltre l’orizzonte. Quello di cui fai parte, e non l’avresti mai detto. Vedere dove sei, da dove non sei. Com’è successo? Non ricordo nulla. Eppure, guarda... i portieri tra i pali... uno lì, uno lì... gli esterni sulle fasce... le punte nel cerchio di centrocampo... e noi della difesa in mezzo. Fermi. Statue nel vento. In attesa. Ai quattro punti cardinali, le bandierine del calcio d’angolo. La panchina è lontana... i barellieri accoccolati, i rincalzi ad aspettare, infreddoliti, seduti, con i cappucci di lana in testa... Dario, Giovanni, Andrea... e quelli ancora chiamati per cognome come da ragazzi in classe, o come in caserma... Napoli, Milano, Senegal... e gli striscioni del Commando, la pista d’atletica, le guardie all’uscita degli spogliatoi, e i cani, lunghi, molli - ho visto muoversi così le lontre dello zoo - col muso basso a fiutare il tàrtan. Immagini lente a volume spento. Tutto è lontano, e io qui a pestare l’erba. Coi tacchetti piantati nelle zolle, i muscoli scudisciati dai crampi, intrappolati dal terrore. “Hai voluto la bicicletta? Ora pedala”. Aiutami, Seba... qui è tutto vero...  sugli spalti c’è la mia gente in silenzio che aspetta, e questi attorno sono i miei compagni. Quelli che, nove su undici, ancora mi chiamano ‘ragazzino’. Anzi, no... nove su dieci. Nove. Oggi, l’undicesimo... sono io. Davvero io.

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Strano vento. Se sto fermo, mi solleva le mani che quasi ci galleggiano dentro. Ed è così leggero. Mi attraversa, mi scuote. Disseta. Va giù nella gola a spegnersi nei segreti del corpo. E riempie. Travolge. Ma quieto, senza furia. Sta’attento, non fidarti! Al vento basta carezzare una foglia per strapparla dal ramo. E’ l’emozione, ecco cos’è. Come se l’avessi tirata fuori di me, e adesso mi venisse incontro soffiata da chissà dove. Arriva dal buio di fuori, si fa succhiare e si mischia alle carni, alle giunture, e frena, trattiene, vischiosa come una colla. E ha un’anima. Tu sai cos’è... sai di chi. E’ l’anima del nemico. Del tuo nemico interiore, che è peggio di qualsiasi avversario. Non ha numero, né maglia. E’ la somma di tutti i tuoi limiti. Sa come marcarti e come anticiparti, ma oltre quei limiti è zero. Spingiti al di là e lo metterai in ginocchio, poi chiuso con lui, chiuso col resto che si trascina appresso. Via! Spazzato via come polvere dalla mano. Conosci le parole da ripeterti, fallo. Le conosci, fallo. Difenditi, attacca. Ecco che arriva, sbrigati, fallo!... Dio, se soffro!... Il più difficile è non darlo a vedere. Questo, lo sai, è il mondo che ti viene addosso. Si passa come per la cruna di un’ago. Non c’è, su questa terra, chi prima o poi non debba imparare che significhi passare per la cruna di un’ago. Accade già da bambini, e capisci che non ti piace neanche un po’, che ci stai troppo male. Che quella mano in pancia a strizzarti lo stomaco, è una parte di te che serve solo a torturare il meglio di te, quello che invece parteggia, e fa il tifo, che spera, che lotta. “Vuoi sapere quello che penso per davvero, Seba?... Beh, pigliala come una bestemmia, ma io detesto l’emozione, Giuro”. E ho fatto di tutto per non vivere d’altro. Da sempre a farmi mettere sotto esame. Non mi bastavano quelli normali di tutti, ne ho voluti mille di più. E ogni volta lo stesso crampo. E la stessa vergogna. E’ una balla ripetersi: dà la carica. A me solo la rabbia dà la carica, o la gioia. Ma la gioia è alla fine, mai all’inizio. E’ l’emozione tramutata in risultato. Allora sì che è facile dire: amo le emozioni, le emozioni forti. Perché le hai superate, e sai quello che sei riuscito a ottenere. Sai quello che non hai perso. Ora, per me, la gioia significherebbe la certezza di avercela fatta prima di avercela fatta. Aver vinto, prima di aver vinto. Non vuoi pensare e pensi lo stesso. Sei costretto. Continui a ripeterti: non pensare! Non pensare! Non pensare! Come se la concentrazione massima fosse innanzitutto questo. Fissare l’oggetto, ma senza pensarci. Come me adesso, che lo faccio convinto di riuscire a non pensare. E da quest’assenza rumorosa rumorosa rumorosa, rumorosissima del pensiero, non emerge che lui, il mio uomo. L’avversario. Non mollarlo. Usale tutte. Non distrarti! E l’azione, le marcature, il gioco, il pallone, la partita. Momenti in cui il tempo diventa un campo minato. Quando sembra non corrispondere mai a quello che è. Attimi che sono romanzi, e minuti che si compattano in un battito di ciglia. Non vuoi pensare, e intanto pensi lo stesso. Pensi che non devi, che non ce la fai, non distrarti! - Due dietro! Fuorigioco, fuorigioco! - pensi a non pensare, e pensi che stai pensando, e pensi che pensi troppo a non pensare a niente, e pensi che-pensi che-pensi che!...

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Io, quando non penso a niente, sai a cosa penso, Seba? Te l’ho mai detto?... A dei goal. Davvero. E’ un film in proiezione continua che fa scorrere i suoi fotogrammi come in un dietro le palpebre della coscienza. Un po’ tipo il mio computer. Quelle immagini che fluiscono senza interruzione quando la macchina è spenta. Lì sono pesci che boccheggiano, nella mia testa ‘goal’. Il mio ‘after dark’ sono goal, parate, palloni spizzati con le unghie o che scheggiano il palo, azioni su azioni che neanche un mago riuscirebbe a fare, e che invece poi scopri qualcuno ci riesce. Ne immagino in quantità pazzesche, e nei modi più folli. Rilanci dalla difesa che entrano dritti in porta. Passaggi di petto messi di petto in rete. Slalom a seminare legioni di avversari. Cross di tacco al volo insaccati di tacco al volo. Colpi di testa a livello terra tra nugoli di caviglie. Lanci di prima che tagliano il campo a fette, palla sul palo, ancora tiro, ancora palo, ancora tiro, palo, schiena, e vai... la rete che si gonfia e che ricasca. Effetti che avvitano traiettorie come quelle di un coriandolo. Goal come quello in planata di Falcao a Pisa, poi di corsa a tirar su la manica della maglia urlando, il goal di un cigno, il goal di un cigno! O come la rovesciata annullata a Rumenigge con la punta dello scarpino a scorticare il cielo; o come quella di Pruzzo a Torino al novantesimo; goal come quello di Ramon Diaz in Coppa UEFA, spalle alla porta e un sinistro che è un siluro; o come quello di Cassano all’Inter, tre pallonetti in uno, tipo quello di Owen al suo debutto; o come quello di Van Basten alla Russia, al volo dal fondo sulla palla a spiovere;  o come quelli di Baggio su punizione... palloni nel sette come fringuelli che tornano al nido; o come quelli di Cruyff, poemi iniziati dalla propria metà campo, Seba diceva: “Guardalo, quel diavolo... scompare e poi riappare! Ma dove accidenti se n’era andato prima di rispuntare per buttarla dentro?”; o goal come quelli invisibili di Gerd Muller, l’idolo di mio fratello, che era talmente scarso da farne qualcuno ogni tanto ma per caso, e che quando gli riusciva si metteva a strepitare: “Uno così potevamo farlo solo in due, o io o lui”. Goal come quelli che non ho mai segnato, ma che, se riesco a immaginarmi, m’immagino pure di poter fare. Da difensore, ma saprei farli. Prima salvo lo zero a zero, poi segno l’uno a zero, poi salvo l’uno a zero. Fischio finale e sugli scudi. Potrei. Basta che il Mister si decida a dirmi: “Se vuoi, sganciati, Vittorio”, e posso farli. So che potrei. “Se vuoi, sganciati”. Giuro. Basta dirmi: “Va’, entra, e se te la senti provaci”. Ma io me la sento sempre. Ogni minuto che passo ad aspettare, sarebbe per me il minuto giusto. Ogni minuto è quello in cui me la sento, ogni singolo minuto. Il fatto è che noi riserve della difesa entriamo solo quando le cose vanno bene, mai come possibili salvatori della patria, mai. Eppure, per una volta almeno, mi piacerebbe. La squadra perde, ed entro io. No, per carità, impossibile. Sarebbe una follia. Questo è il punto... che quando mi tocca, se mi tocca, la partita si è già scelta il proprio eroe. Io, alla peggio, corro solo il rischio di mandare tutto a puttane e basta.  Ma un giorno o l’altro. Un giorno o l’altro. Oggi, ad esempio. Perché no?... Un mio goal, potrei. Nella mia testa ne ho messi in cantiere un’infinità. Basta scegliere, cogliere l’attimo, e farne uno. Quello. Il mio. Oggi, ad esempio. Sono qui. Eccomi. Perché no? Potrei. Lo so che potrei.

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Beh, logico che sia emozionato. L’ho voluto con tutte le mie forze questo momento, ora ce l’ho. Innanzitutto, crederci. Che sia vero. E’ vero. Non può essere che tanta attesa me lo faccia sembrare impossibile. “Inatteso, per troppa attesa”. L’ho sentita dire una volta a mio padre una frase del genere. Ma lui si ricorda ancora del nonno e della terra, dove, dice, attendere è tutto. Al punto che te lo dimentichi di stare ad aspettare, e quando quello che aspettavi arriva, l’hai talmente desiderato che ti sorprende come l’esaudirsi d’un sogno e pensi “No, è impossibile”. Sarà questo. O come quando andava a caccia... non per sparare, dice, ma per aspettare di farlo. Il senso è lì. Non avessi imparato da lui come si fa ad aspettare, oggi mica lo so che lavoro farei. Questo no, non avrei retto di sicuro. Il calciatore? Magari. Faccio mica il calciatore, io... faccio la riserva, che è tutta un’altra storia. Gente più forte di me non ce la farebbe mica. Dico più forte a giocare, non ad aspettare. No-no, è proprio tutta un’altra storia. Essere pronti chissà per quando. Sempre pronti, chissà per quando. Chissà se, ma sempre pronti. Ogni minuto in cui non ti si chiede nulla, è un minuto in cui ti si può chiedere di dare tutto. Qualsiasi cosa accada o non accada. L’arte di aspettare, è dimenticarsi di aspettare. Se l’impari puoi farcela. Crescere così. E diventare grandi, così. Uomini. Adulti. maturi. Quando a fare qualsiasi altra cosa saresti ancora giovanissimo, tu è già una vita che aspetti. Già una vita che ti spacchi le ossa, che le tratti come ferro da battere; e i tuoi muscoli, come piombo fuso. Sempre in officina, in piena manutenzione. Tu e il tuo corpo, solo con il tuo corpo. Quelli, un po’ tutti, ti dicono: “Non è vero”, ma è così. “Sempre a protestare, e piantala... qui siete tutti alla pari. Dal primo all’ultimo. Tu, come gli altri”. Cazzate! Non può essere così. Non deve. E neanche è vero che protesto. A fare il lavoro che faccio, non protestare significa molto. Per carità, nessun’invidia. Lo so, c’è chi si merita di avere eserciti di specialisti anche solo per un’unghia incarnita, e chi no. Ma sono le regole e le accetto. Poi anche tra noi c’è riserva e riserva. Quella di diciottanni, e quella di ventisette. Una bella differenza. Pare poco, non lo è. Quando, come me, sei una riserva per sempre, ma in serie A, beh vuol dire che bene o male qualcosa conti. Vuol dire che in qualche modo hai vinto e ce l’hai fatta. E che fra le decine di migliaia, tu appartieni alle centinaia. Non è poco. Vuol dire che pure tu hai qualcuno o qualcosa a cui dire ‘grazie’. A te decidere se più a te stesso, a chi t’ha insegnato, a chi t’ha voluto, o al presidente che, in fondo, ti ha preso in simpatia. O, perché no, ai compagni che dicono: “Serve, fa spogliatoio”. Pure a loro. Sono cose che pesano quand’è il momento di rinnovare il contratto, pesano, eccome. Perciò, tutto bene. E ‘grazie’... ‘grazie’ dal profondo di me stesso. Sono dove volevo essere. Nell’ultima fila degli eletti, ma fra gli eletti. Io non dimentico. Non sono il tipo. So riconoscere a ciascuno quello che mi ha dato. Come a me stesso quello che debbo solo a me e a nessun altro. Il giorno per giorno. Questo mi debbo. La solitudine del giorno per giorno. Mia e del mio corpo. O come al vecchio Seba, che è stato il primo a mettermi sotto torchio quando avevo neanche quattordici anni. Se una cosa m’ha insegnato è stata questa: “Tu e il tuo corpo sarete sempre soli. Per quello che ha bisogno lui, ci vuole una pazienza che solo tu potrai dargli. Tu e nessun altro. Ricordatelo bene, Vito. Queste ginocchia, senti me, possono diventare i tuoi peggiori strumenti di tortura! Ci sono passato, vuoi che non lo sappia? Beh, il giorno che accadesse, aspettati tutta la compassione che vuoi, ma punto e basta. Chi non si salva da sé, nessuno lo salva. Sarete soli tu e lui, tu e il tuo corpo, che, se si ferma, è capace di tirarsi a fondo tutto quello che hai fatto. Ripeti: soli, io e lui. Ripeti!” “Occhèi, Seba. Soli, io e lui.” “Soli. Tu con la tua voglia, lui col suo dolore, e basta. Dovrai chinarti, su quel dolore. Nessuno come te. Auscultarlo. Non farai altro. Ti sveglierà, ti stordirà, non ti farà dormire. L’amerai. Impazzirai per lui. Un fratello non ti sarebbe più vicino. Rimarrai con gli altri, ma diverrai una cosa a parte. E ci vorrà tempo. Tanto di quel tempo che sarà meglio non mettersi a contarlo. Attorno, il tuo nome comincerà a farsi piccolo piccolo, come a spegnersi. E si parlerà sempre meno di te, sempre meno dei tempi di recupero e di come ti stai massacrando in palestra, allora tu tappati le orecchie per non sentire il silenzio che ti stringerà d’assedio. Prosegui, va’ avanti.  Che tanto, se non sarà questo, sarà dell’altro.” “Dell’altro?”, lui zitto. Come se non avesse voluto dirlo. Come se quest’ultima cosa gli fosse quasi scappata. “Dell’altro cosa, Seba?” “Lascia perdere, dài, lascia perdere” “Dell’altro cosa, Seba?” “Su, che m’hai capito.” “No, dimmelo. Cosa?”, va nel suo bugigattolo, io lo seguo, e continua a parlarmi. Per dirmi che?... Che?... Niente. Buio assoluto. Me l’ha poi data la risposta? Mica me lo ricordo. Forse sì. Se me l’ha data, deve essere stato una risposta che non mi andava di sentire, e che invece mi sarebbe servita molto. Moltissimo. Più o meno questa: “Pure se arriverai in alto, anche in alto c’è chi non arriva tanto in alto quanto vorrebbe. A stare fra i grandi, ti servirà poco essere un grande. Lì dovrai essere un grandissimo. E questo, di te... io non lo so... non lo so, non lo so...” Vero, Seba, che era questa?... Vero che sì?... Ma io avevo già imparato a tapparmi le orecchie. “Non lo so”... Un po’ mi stimava, un po’ mi voleva bene, il vecchio Seba. Povero vecchio Seba. Non era ancora arrivato agli ‘anta’, e già era per tutti il vecchio Seba. Tanti anni ancora davanti, ma tutta la vita già alle spalle. Quando sarà vecchio sul serio, non potrà mai essere più vecchio di quanto lo fosse allora. Il calcio non gli ha mai saputo dare quello che desiderava. Prima in campo, poi in panchina. Da quattro soldi il campo, da quattro soldi la panchina. Mi sentivo di avere grandi responsabilità nei suoi confronti. Come se io fossi la sua ultima possibilità. Uno di cui potesse dire: “L’ho scoperto io. Una mia creatura. Roba mia!”. Questo sì che l’avrebbe compensato di tutto. Quando l’ho chiamato per dirgli: “Seba, sono in A”, dall’altra parte del filo l’ho sentito piangere e riattaccare. Ma mica subito. Ci ha messo un mucchio di tempo prima di decidersi. Continuava a balbettare qualcosa, tipo una frase che non c’era verso di tirar fuori tutta intera. Smetteva e ci riprovava. Alla fine ha rinunciato e messo giù. Che potevo fare? L’ho lasciato solo con il suo pianto. Perlomeno, mi dico, ho saputo regalargli quel pianto. Stava per dirmi: “Lo sapevo, ne ero convinto. Sei un grande, Vittorio, lo sapevo, sei un grande”, ecco... questa la frase che non è riuscito a terminare. Solo che, per lui, essere un grande significava essere un grande a metà. Quello che cercava era un grandissimo. Ah, quanto avrebbe voluto che lo fossi io! All’inizio più per sé, ma poi più per me che per sé.  Perché solo i grandissimi hanno diritto a soffrire di meno. Un po’ di meno. “Ettore è grande, Achille grandissimo. Chi, fra i due, l’invulnerabile?”. E lui non voleva che io soffrissi troppo. Come mia madre e mio padre, lo stesso. Ma con loro non c’era il pallone di mezzo, con Seba sì. Lui non è che mi avesse avuto, mi aveva scelto. Seba tifava per me nel modo giusto, sperando quello che speravo io. Che la mia felicità fosse al culmine di una sola strada. Di quello che volevo e non altrove. “Ehi, ventiquattro!... Da domani la smetti di scorticarti le ginocchia su questi campetti infami. Da domani cominci con me, e si farà sul serio”. Perché mi stimava. E dove finiva la stima, cominciava l’amore. Cose che è difficile capire subito. Quello che dicono arriva sempre dopo. Cose che è anche difficile capire il momento esatto in cui le capisci. Quando avviene, sei già cambiato e ancora non lo sai. Sì, mi amava. Perciò mi ha detto parole che ho cercato di dimenticare. Gliele suggeriva il cuore, ed erano tremendamente vere. Parole che non volevo capire sino in fondo. Specchi. Era troppo presto per riconoscermi nell’immagine in cui mi sarei visto riflesso. Meglio scansarli. Anche questo me l’ha insegnato lui. Merito suo quel che so fare, colpa sua quel che non saprò mai fare. Tutte cose che m’ha insegnato lui... “Tappati le orecchie e chiudi gli occhi. Se il mondo ti caccia in un angolo, tu fa’ lo stesso con lui e insisti. L’unica cosa che devi fare è insistere. Anche se sarò io a dirti: ‘Non ce la farai’, dammi il diritto di dirtelo con la certezza che tu insisterai lo stesso e chi se ne frega. Alla faccia mia e di tutti. Dammi dell’imbecille, dimostrami che non ci capisco un cazzo. Anche il Dio che ti ha fatto come ti ha fatto ne sa meno di te su quello che puoi. Chiunque può diventare ciò che non è. Alla faccia mia e di Dio. Dacci dell’imbecille, a tutti e due”. Quante volte mi sono chiesto: “Sono arrivato abbastanza in alto?”, per me sì, ma per lui? Per il vecchio Seba?... Gli basterà quanto l’ho portato in alto? Fra i grandi, solo fra i grandi. Via! Via! Via!... Roba di ieri. Guardami ora, Seba. Guarda dove sono ora! Oggi, adesso, qui. Dove il sole è sempre più forte. Dove anche l’ombra acceca. Nel cuore del cuore. Dove avresti voluto essere tu... a ventanni con le tue gambe o a quaranta con le mie. Con me al posto tuo come se fosse lo stesso. E io ci sono. Con te. Per te. Qui, dove tutto è scosso da lampi. In campo fin dall’inizio, da titolari in serie A. Io e te. Insieme.

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Però, strano. Il Mister non mi ha fatto capire niente per tutta la settimana. Come sempre. Ma lui dice: “Io ti tengo d’occhio! Lo so che ci sei. Pedala, pedala”, e io altroché se pedalavo!...  Il fatto è che lo dice a tutti. Le prime volte ci ho creduto... cioè che queste parole fossero solo per me... ci tornavo a casa che mi battevano in testa sino a stordirmi. Sì, battevano, come mi batteva il cuore quando me le sono sentite dire. Mamma e papà che non capivano... mangiavo e le sentivo, mi mettevo davanti alla tivvù e le sentivo, uscivo con Nadia e le sentivo. Le sentivo pure mentre la baciavo o quando con lei parlavo d’altro. Roba concreta, da toccare. Da stringere forte nel pugno chiuso per non mandarla persa. Erano la mia preda, quelle parole. Me le portavo sotto le coperte e mi addormentavo ripetendole all’infinito... “Ti tengo d’occhio. Lo so che ci sei, lo so che ci sei...”, e la mattina appresso mi risvegliavo quasi col terrore che non mi fossero state dette per davvero. Poi la gioia di ricordarmi che invece era andata proprio così, che non me le ero sognate affatto, e che sputare l’anima in allenamento sarebbe finalmente servito a qualcosa. Che c’è chi ti guarda, chi ti aspetta. Come sto aspettando io, e con una tale forza, che quando poi quello che aspetti arriva, sembra come che ti colga alle spalle di sorpresa. “Ti tengo d’occhio, lo so che ci sei”... già. Solo che uno, prima o poi, coi compagni ci parla, e se pure è una cosa che ti vorresti tenere segreta dentro per proteggerla e coccolartela meglio, c’è sempre qualcuno che viene e chiacchera, magari lo fa apposta per smontarti, o magari perché è uno fatto in modo diverso da te, che se può darsi le arie non vede l’ora, e insomma scopri che quelle stesse identiche cose il Mister le dice più o meno a tutti. Più o meno a tutti. All’inizio mastichi amaro, ma poi pensi: è giusto così. Nessun problema, è giusto così. E che, in fondo, questi ‘tutti’ non è che siano tanti, e che l’importante è farne parte. Stare nel gruppo. Essere fra quelli a cui le dice. Come me. Però intanto è strano lo stesso. Sì, perché lui quando vuole farti capire qualcosa la maniera ce l’ha. Comincia che ti tiene sulla corda per quasi tutta la settimana, poi quand’è venerdì già un segnale importante è se ti schiera fra i titolari, ma questo può succedere comunque. Magari lo fa solo per provare certi movimenti o per tenere sotto pressione il centrocampo piazzandogli dietro una difesa più inesperta. Il verdetto quello vero viene dopo. Dipende da una certa cosa, se la fa oppure no. Dipende se ti guarda come di trequarti con un’occhiata che, zaf, è un lampo... un’occhiata buttata quasi di spalle, con un cenno del capo fatto così, girandosi dall’altra parte, di scatto, un po’ nervoso. E senza sorridere. Senza il minimo accenno di sorriso. Lo fa quando tu già praticamente  non ti aspetti più nulla, quando finita l’ultima sgambata te ne stai andando dritto sotto la doccia, allora lui-lui... sembra che non abbia da dirti un accidente, invece ti viene affianco, ti supera veloce, poi si volta, t’inquadra, e ti lancia quello sguardo che che tu lo sai cosa vuol dire... diavolo, lo sai benissimo. E anche se con me non l’ha mai fatto, però me l’hanno detto gli altri. Quelli a cui succede. Sì, me l’hanno detto. Che quando ti guarda così, insomma, vuol dire che devi stare in campana. E che domenica c’è caso che scendi in campo. E che la maglia è tua.

*****

Ma come sono arrivato qui allo stadio? Non mi ricordo neanche del pullman e tutto il resto. Non si può pensare tanto senza pensare a niente. Gambe pensanti, gambe pesanti. Non distrarti!... Cioè, mi ricordo, ma non di questa volta qui. E’ come se mi tornassero in mente tutte assieme le innumerevoli altre volte che abbiamo imboccato il tunnell fino al parcheggio dell’impianto, col magazziniere che lavora in società da trent’anni e che dicono abbia quell’aria così storta perché tifa da sempre per un’altra squadra, e coi tifosi fuori a sbandierare, tranne il giorno che ci hanno tirato addosso di tutto, di tutto. Cinque di fila ne avevamo perse, cinque. Vaglielo a spiegare che stavamo peggio noi di loro. Uno salta su, s’aggrappa dio sa dove, e mi stampa il suo ringhio contro il finestrino. Era una smorfia di sofferenza. Ma mica reale, quasi come un’immagine del vetro. Mi spaventa, non mi va. Ci dò un pugno contro che un altro po’ lo sfascio. Quello crolla giù come se l’avessi colpito sul serio su un nasone livido e largo che era già rotto di suo. Penso: “Eccolo lì... un fottuto cascatore. Di quelli pronti a  cercare il rigore al minimo contatto. E rialzati, scemo!”. Forse lo penso adesso, o forse, non lo so, mi ricordo solo adesso di averlo pensato allora. Tutto è mescolato e gira a mille, gira a mille. Non distrarti, non distrarti!... Mi avrebbero linciato. Sul serio, mica per finta. Come quello vola giù, certi cori da boia!... A me, però, non è dispiaciuto affatto. Anzi. Nemmeno mezzo minuto avevo giocato in quelle cinque maledettissime partite, ma condividere la pena della sconfitta come uno che ci avesse messo parecchio di suo, beh per me è stato importantissimo. Vita vera allo stato puro. Quelli fuori si erano quasi scordati dei miei compagni tanto gli aveva preso voglia di farla pagare a me per tutti. A me, che non c’entravo niente e, improvvisamente, c’entravo tanto. Sono dovuto rimanere a bordo almeno mezz’ora più degli altri, sfilati via senza che quasi nessuno ci facesse caso. Un poliziotto urla: “Quello non si muove, aspetta lì”. Agli ordini. Mezz’ora da solo, nel pullman vuoto, in mezzo al putiferio. La borsa sulle ginocchia a lisciarmi la cravatta della società. E un fuoco vero dentro. Il fuoco dei momenti che contano. Un fuoco che il volto non esprime, che sfugge al percorso del sangue nelle vene e ti riempie come il vento di questo pomeriggio qui. Sembravano scimmie arrampicate sopra i reticolati. Nono lo dico per insulto, è capitato anche a me. So che significa dannarsi per la squadra, e la rabbia che ti prende quando tutto gira storto. Lattine di vernice volavano come bengala. Mi hanno fatto sentire quello che non sono mai stato: un titolare. Il più titotare dei titolari. Come quello che aveva più colpe di tutti. E dunque... novanta minuti per cinque volte miei. E quell’idiota che, intanto, s’è fatto portare all’ospedale. Trauma da riflesso. Mai sentita. Poi i dirigenti che mi vogliono far leggere un comunicato di scuse, e io che debbo dire sì. Radio e televisioni, in città, erano impazzite. Quel giorno la partita valeva niente rispetto a quello che ero diventato io. L’incarnazione stessa del fatto. Del motivo per cui. Si era lì per me. Lo farà, non lo farà? Lo leggerà, non lo leggerà? Pare di sì, dice di no. Tribune stracolme, e mi ritrovo con un microfono e un foglietto tra le mani. Ecco, pure lì, ad esempio, ho vissuto. Il presidente m’ha confidato che gli ha preso un colpo quando m’ha visto appollottolare il comunicato ufficiale e buttarlo via. Parlo così, come mi viene. Dico quello che mi detta il fuoco che mi si era acceso dentro durante quella mezz’ora passata, da solo, ad allisciarmi la cravatta. Oltre il finestrino, un film muto in bianco e nero. Io in mezzo. Vivo. Sollevo il microfono, e mi sorprendo a sentire la voce che sento. La mia. “Sono qui per voi”. Brusii, gente che zittisce altra gente, altri che zittiscono quelli che zittiscono, e lo stadio che sembra afflosciarsi come una vescica forata. Fiuuuuuu. Deglutisco, li guardo ancora. Ma stavolta per cercarne uno, uno solo. Alzo il dito come a indicarlo. “E tu?... Sei lì in mezzo, lo so. Bendato? Non farmi ridere. Quel rigore l’hai rubato, caro mio. Tutta manfrina...”, La muraglia ha qualche cedimento. Spifferi. Sibili. Fischi. Ma non molti. Da un punto preciso. Guardo verso quel punto. “Tu non hai tutti i diritti, anch’io ho i miei. Siamo fratelli, cazzo... perché vuoi dire di no? Solo io so quello che sai pure tu. Solo io, come te, come voi, ci credo. Solo io, come voi, non rido di chi piange per una partita persa. Solo io, solo noi, lo sappiamo, e allora?... Se il mondo ci lascia fuori, urliamo che siamo noi il nostro mondo. Un mondo tutto intero. Finito. Compiuto. Che sa capire l’altro che tanto poco sa capire noi. Vuoi che ti chieda scusa? Oggi sei venuto per questo o per vederci vincere? Se il tuo orgoglio ha un prezzo così basso, va bene, lo faccio, ma a un patto: scendi e fa’ lo stesso tu con me, chiedimi scusa per avermi costretto a fare una cosa tanto scema. Noi ci meritiamo di più. Noi, quelli seduti a guardare, proprio noi. Ci meritiamo di più. Molto di più”. Prima erano fischi e ‘buu’, poi di nuovo niente. Silenzio. E poi di nuovo qualcosa, e di nuovo silenzio. Il mostro dalla mille teste stava pensando con tutte le sue mille teste. Una per una, separata dalle altre. E faticava. Ne sentivo quasi lo sforzo. Quella perplessità in cui il cervello è solo come il corpo quand’è solo. Olio canforato e pedalare. Da soli. Nessuno che m’avesse capito, ma anche nessuno che m’avesse frainteso. Della cosa, poi, non s’è parlato più. Neppure i miei compagni mi avevano capito. Ma nessuno... nessuno che mi abbia chiesto di spiegargli quello che avevo detto. O cercato di dire. O forse solo pensato. Roba di anni fa. Queste gradinate sembra abbiano dimenticato tutto. Io so che non è così. L’hanno messo da parte. Lo conservano nelle loro viscere. Certe cose entrano nelle cose e non se ne vanno più.

*****

Un’idea matta, mia, che ho sempre avuto. Che tutte le partite continuino a esistere per sempre. Mescolate le une alle altre. Che un campo sia perennemene abitato da ogni azione che vi è stata giocata. Da ogni goal, da ogni parata, da ogni lancio, da ogni dribbling, da ogni bestemmia, da ogni sputo, da ogni abbraccio, da ogni colpo di testa, da ogni traversa, da ogni cross, da ogni volo, da ogni rigore segnato, da ogni rigore sbagliato, da ogni sì, da ogni no, da ogni barella, da ogni fuga sulle fasce, da ogni liscio, da ogni cambio, da ogni rovesciata, partite da nulla, partite d’esordio, partite d’addio, finali, amichevoli, ultime spiagge, da ogni scritta sul tabellone, da ogni minuto di recupero, sofferto, dilatato, contratto, da ogni triplice fischio. Per questo ha senso dire ‘la forza della maglia’. So che significa. Non è meraviglioso, perciò, vestire quella della squadra che ho sempre amato? E perciò ho detto le cose che ho detto. Perciò le vivo e le porto in me. Io qui indosso e calpesto il passato. Il mio passato. Di me bambino, di me cresciuto. Di me da solo per la prima volta in curva, e poi di me per la prima volta in panchina. Di me sino a quello sguardo senza sorriso che mi dice: “Sta’ in campana, ragazzo. Domenica tocca a te”. Così, Vittorio. Quello che senti, è quello che pensi. Non ci badare, va da sé. Lascialo scorrere, è adrelaina pompata dal cuore. Te la regala il corpo senza chiederti nulla. E smettila di osservarti troppo. Non distrarti!... Ah, il vento. Soffia da ogni direzione. Non sai mai che dire del vento. Se ti è contro oppure no. I difensori lo vogliono a favore, poi c’è la volta che ti fa mancare l’impatto tenendosi la palla che ti sembrava filasse bella liscia. Anche gli attaccanti lo vogliono alle spalle, poi c’è la volta che spari in rete e te la fa schizzare anni luce sulla traversa. Meglio il fango. Più democratico e meno astuto. Ma questo vento qui è diverso. Sembra soffi solo per me, che mi muovo con lui. Perché all’improvviso questa leggerezza esagerata? Non è che non mi senta in forma, anzi... certo, i muscoli sono ancora un po’ imballati, ma l’importante è starci con la testa. Volevo un’occasione? Servito. Prima regola: inutile cercare di spaccare il mondo a tutti i costi, sarei fregato. D’accordo, è la mia occasione, ma meglio dimenticarselo. Tutto sta a giocare come so. Certo, può anche starci che all’inizio mi tengano un po’ fuori partita. Comprensibile. La fiducia bisogna sapersela conquistare. Ma allora perché mi sorridono?... Sì che mi sorridono. Anche il capitano mi sorride. Ma non per incoraggiarmi. Ha l’aria di dirmi: non ne hai bisogno. E sembra che sia davvero contento di sapermi con lui in mezzo al campo. E pure il Mister!... Sembra tranquillo. Mi sa che non lo sto deludendo affatto. Naturale, perché dovresti?... Se si fida di te, tu fidati di lui. Sa quello che puoi fare, è per questo che oggi ti ha schierato dall’inizio. Il tuo tocco... gli serve il tuo tocco. Sa pure che sbaglierai, l’ha messo in conto. Ma il tuo tocco, è quello lì che vuole. Quel tocco che è mio e di nessun altro. Quello per cui ho cominciato, che m’ha fatto inseguire un sogno che è un’ombra tessuta tra i fili di quest’erba qui. Il sogno su cui mi sto sollevando adesso. Lui ha bisogno del tuo tocco più di quanto ne abbia bisogno tu. Non cercare altro. E non distrarti, santo cielo, non distrarti!...Da quant’è che è cominciata? Il tempo sembra acqua, scivola da tutte le parti a viverlo da quiggiù. Quanto manca alla fine ancora? E finirà? Finirà mai questa partita che, già lo so, non scomparirà mai più? Incastrata fra mille altre, non scomparirà mai più. Chissà come va sugli altri campi. I tabelloni non dicono nulla, sono come incandescenti. Colpa del sole. Troppo, troppo, troppo esagerato. Tutto però gira a meraviglia. La squadra va alla grande. Io pure. Come tutti. Anche di più. Nessuno che lo dica ma è chiaro che lo pensano... “Merito tuo”, è così che pensano. Lo sento, lo capisco. Cos’ho sbagliato? Poco, praticamente nulla. Ce la stai facendo. Ce la sto facendo. “La battaglia sta per iniziare. Che sarà mai di noi?” “E’ sufficiente, amico mio, che questa giornata termini e lo saprai”. E’ il segno che cercavo. Questo vento ecco cos’è, la giornata che va. Io ci sto viaggiando dentro, e tutto accade senza ferirmi.

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Ma Nadia?... Dov’è Nadia?... Dio mio, non riesco a vederla. Eppure, se fosse in tribuna dovrebbe stare lì. Non distrarti! Nemmeno mi ricordo se gliel’ho detto che sarei sceso in campo. Non distrarti! Tutto è successo così velocemente. Può mai essere che mi sia dimenticato, per qualche istante, io di lei? Non distrarti! Non distrarti! Un ultimo ricordo, quale? Di pochi giorni fa, ma come se fosse lontanissimo, come perso nei secoli dei secoli. Come in fondo a qualcosa. A un imbuto infinito. A un imbuto di luce. Non stava bene, sì. Una stupidaggine, mi dice, ma di uscire neanche se ne parla, vieni tu. Sua madre, di fretta, la vedo solo per un attimo. M’incrocia. Senza simpatia, al solito, lo so. E’ così. Lei, con me, è un no perenne, da quando m’ha incontrato la prima volta - a casa sua, per caso, il peggio del peggio. Non doveva, è capitato - e, ormai, qualsiasi cosa accada, tiene il punto. Avrebbe voluto dell’altro per sua figlia, ovvio. Nadia dice: colpa delle amiche. Il padre no, il padre meno. Lui ci parla con me. Poco di calcio, eppure ne capisce. All’inizio pensavo lo facesse per mettermi alla prova. Quasi un esame per vedere se ho solo un pallone al posto del cervello o se c’è pure, hai visto mai, dell’altro. Poi invece ho realizzato che lo fa, perlomeno così credo, per rispetto. Come a dirmi: “Già ci penseranno talmente gli altri a romperti le scatole, sta’ tranquillo, non mi ci metto pure io”. Parliamo di cinema, un po’ di libri. Lui m’ha fatto leggere uno che si chiama mi pare Carver - racconti brevi, anche in ritiro è facile - io, invece, a lui Soriano. Quell’argentino che conosceva Maradona e l’ha visto palleggiare con le arance... “Osvi, l’ho toccata sei volte con la mano. Dimmi solo: te ne sei accorto?” “Io? No” “Certo. Neanche un arbitro potrebbe”. Due righe, un racconto. Gli è piaciuto.  Insegna Lettere. Ha baffi sottili, e pochi pochi. Un giorno m’ha fatto conoscere una poesia che io poi ho voluto imparare a memoria. Parla di tifosi come su un ciglio ai confini dell’universo a guardare di lì un’ultima partita. L’ultima delle partite possibili. Ultima gara, dice, ultima gara. Ci sono le ombre della sera, i respiri contratti, il freddo, il cuore in gola, insomma tutto. E quel finale che mi fa venire i brividi tanto mi sembra di sentirlo: “Piaceva / essere così pochi intirizziti / uniti, / come ultimi uomini su un monte / a guardare di là l’ultima gara”. Non è il più caldo abbraccio che si possa immaginare? Per me sì. Anche se, confesso, la prima volta che me l’ha fatta leggere, l’effetto è stato così così. Allora, la volta appresso, me l’ha data battuta a macchina.  “Tienla con te. Giorno verrà, giorno verrà...”, giorno è venuto. Aveva capito che l’avrei capita. L’ho capita. Il mio monte è una panca su cui sto infagottato in un piumino rosso trentaquattro giorni l’anno. Meno questo. Ma è stato anche lassù, e lì, e lì, e lì... e ovunque c’era da andare andavo. Senza una lira in tasca e sai chi se ne frega. Ore e ore appeso ai predellini per finire sbattuto dietro un pilone a vedere uno spicchio di campo appena, con la pioggia senza pioggia, era lo stesso. Bene così. Panini acciaccati e birre calde, scortati allo stadio cinque ore prima. Vissute tutte dalla prima all’ultima, so che vuol dire. Bene così. Senza un cazzo per ripararsi e vaffanculo!... Non distrarti! Bene così. Non distrarti, Vito, non distrarti! Uno come me era di quelli che spiaccicava la sua rabbia contro i finestrini, ma da fuori. Questo prima di trovarmi dall’altra a domandarmi quale fosse, in fondo, quella giusta. Insomma, voglio dire che è come se l’avessi scritta io. E anzi ora che ce l’ho dentro, l’ho davvero scritta io - così mi dico: scritta io. Perciò grazie  a chi l’ha fatto e a chi dopo me l’ha data, ma tutto qui: oggi, quella poesia, è mia. Inutile dirmi no. Quello che so, è quello che conta. Mia. La verità?... Che ci sto bene, io,  col papà di Nadia. Gli ho anche raccontato del vecchio Seba. Lui dice: “Sei fortunato. Hai avuto un poeta per maestro”, io allora gli ho detto: “Noi, però, lo chiamavamo il filosofo”, e lui: “Filosofi lo siamo tutti, poeti no”. Da pensarci, ma è vero. E’ un tipo giusto il papà di Nadia. A volte me ne accorgo lontano un chilometro che frigge per parlare di domenica, cioè tanto per rendersi conto di come la vedo io sulla formazione e cose insomma di questo tipo. Si capisce che ne ha una voglia cane ma mai che vada oltre. Io per me non m’azzardo, però mi piacerebbe. Il fratellino, Lori, quello, poi, figurarsi. Tredicianni, stravede. Sono il suo orgoglio. Beh, insomma è andata così, che alla fine, d’accordo... “non uscire, vengo io”. E non ricordo di quando ci siamo risentiti appresso. E se. Ma per forza. Allora quando? Pioveva. Anche molto. Il motorino di sotto con la macchina in officina che chissà quando me la ridanno. Una botta che sembrava da poco, e invece. Di tempo ne ho pochissimo. Mi tocca la fisoterapia e rischio di far tardi. Le domando: “Domenica vieni?”, lei ha un mal di gola che se la mangia ed è quasi senza voce: “Perché, giochi?”, ma io lì ancora pensavo di no. “Può essere. Non credo. Se si vince, magari entro” “Insomma, no” “T’ho detto. Se si vince, probabilmente sì”, e invece. L’avesse saputo!... Non distrarti!... L’avesse saputo!... Questo sogno non è solo il mio. Certi sogni sono come certe poesie. Chi li condivide è come se li avesse fatti; chi le sente è come se le avesse scritte. E adesso come dirle che le sto dedicando ogni gesto, ogni attimo? Magari, dopo, qualcuno verrà a domandarmelo... se le cose vanno per il verso giusto, perché no?... La mia prima partita da titolare. Perché no?... Così, almeno, potrò farglielo sapere. E’ importante che lo sappia. E che ci creda. Magari è pure un po’ arrabbiata con me. Dio, quanto vorrei che fra noi due fosse per sempre!... La mia Nadia ha i capelli d’un colore che cambia con le ore del giorno. A ogni minuto posso inventarmela diversa, ed è sempre lei. Mi ci vorrebbe nulla a riconoscerla se ci fosse. Non c’è. Forse, non in tribuna. No, la vedrei lo stesso. Non distrarti!  Quello un tempo era il mio posto. Sempre lì. Oggi i settori li hanno tutti un po’ scambiati, ma quando pagavo era sempre quello. Il giorno che smetto ci ritorno. Tanto ormai ho imparato come si fa a veder bene dappertutto, che mi costa?... Hey, tu, ragazzino... dì, lo sai che hai occupato il posto di chi adesso sta lavorando per te a fare quello che ci aspettiamo entrambi?... Accadesse, vorrei abbracciarti. Salire fin lassù e abbracciarti. Giuro, lo farò. Mi raccomando, io ero in gamba, cerca di essere all’altezza. Occhèi? D’accordo?... Tu fa’ la tua parte che io faccio la mia. Così, bravissimo! E’ di lì che si comincia, da dove sei tu. Da quel posto lì. Guarda... c’è mamma, però. O santo cielo, lei allo stadio... aveva giurato che mai e poi mai...  questo è incredibile. Ma non capisco... la vedo come se stesse crescendo, ma crescendo a dismisura. Come se fluttuasse, divenendo tutta la gente che mi preme addosso con grida e canti. E il suo viso... sembra quasi che si stia dilatando... e i suoi occhi... così strani... e fissi. Ma dov’è che mi cercano?... Mamma! Dio santo, mamma... dove guardi? Io sono qui!... Sono qui!... Guardami o vattene. Mi distrai. Non distrarti, Vito, non distrarti! Il tuo avversario è furbo. Più furbo che voloce. E in campo chi è furbo, si fa svelto come il pallone e lo fa sudare al posto suo. Gambe pensanti, gambe pesanti. Mamma, ti prego, non distrarmi, non distrarmi.

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Count down. La gloria è una schiuma che nasce dalla terra, quando i fili d’erba sussurrano il tuo nome e si dicono l’un l’altro che sei tu il prediletto. Per una volta, tu. Affida le tue corse al libro del campo. Con le punizioni di Agostino e l’urlo di Valerio spaccato da un armadio vestito rosso fuoco, lo ricordi? Io sì. Crac. Gli infermieri che rientrano e tutti noi che ci sporgiamo a fiato mozzo per sapere, muti. Uno che fa un segno come a dire ‘è rotto’, e l’altro così, una croce sopra. E il bomber che s’avvita e la rovescia di testa in rete con gli inglesi, ti ricordi? Io sì. Era di qui. L’angolo era esattamente questo. Dal vertice dell’area, esattamente questo. Io, ora, sono sono sono dentro quel salto. Lo abito, m’appartiene. E lì... lo stop di petto e la mezza girata al volo di Pierino. Va’, raggiungila, guardala da dentro. Ti ricordi? Io sì. E di qui partiva Kawasaki. Te le ricordi le sue fughe sulla fascia? Io sì. Eccole! Ancora adesso scavano l’aria. Volaci dentro, è facile. Ripeti e inventa. Nessuno potrà più sottrati allo spazio dove incidi i tuoi gesti come a colpi di vernice. E’ uno stadio che parla e che racconta. Saprà dire anche di te. Tu, mille volte qui dentro. Dal primo sguardo sul verde che abbaglia, e su loro, i tuoi eroi sparsi sul terreno, che poi dopo restavano con te per sempre notte e giorno, qualsiasi cosa facessi, ovunque. Sui libri di scuola e alle prime feste dove andavi immusonito senza il coraggio di spiccicare parola con quella che t’ha avvelenato due anni di liceo e che neppure ti vedeva. Ma avevi loro. Il tuo esercito dentro. Invisibili custodi, angeli, e forza. Oggi, invece, sei tu che abiti in loro. Nei loro gesti. In quel che hanno fatto, con quello che fai. Nei loro tocchi, con i tuoi.

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Count down. Sempre meglio. Il tempo passa, e ormai è chiaro che il Mister ha deciso, mi lascerà in campo sino all’ultimo, è  sicuro. Non me la leva questa partita. Questa partita è mia. Mia, sino in fondo mia. Forza, Vito... il tuo sogno è l’aria che respiri, lo spazio dove sei. E’ la leggerezza in cui galleggi e che ti fa arrivare per primo su tutti i palloni, in tutti i contrasti. Forza, Vito! Forza! Fatti pieno di tutto ciò che avviene. Questo campo è la mia terra. Quest’erba è la mia casa. A dirmelo non è la solita voce sforzata da dentro, no... ma qualcosa che sta fuori. E’ il sorriso del mio capitano, e quello di tutti i miei compagni, e della gente attorno. E anche lo stupore di mia madre, e la gioia di Nadia che non c’è. A quando, amore mio, a quando? Chi ti sta raccontando quello che succede? Sei sola? O con chi? Chi è che ti parla di me adesso? Cos’è che te lo dice? E’ così lontana questa sera, così lontana, a quando? L’istante, perdonami, mi tiene incarcerato. Manca poco. Pochissimo. Non sbagliare, non sbagliare. Attento all’ultimo minuto! All’ultimo istante dell’ultimo minuto. Vi sono errori a cui non c’è rimedio, sono quelli che stai rischiando adesso. Da te dipende. Non distrarti. Oggi la tua squadra ha capito che ha bisogno di te... che ha un dannato bisogno di te. La mia squadra, la mia di sempre, la sola, ha bisogno di me.

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Count down. Count down. Pochi attimi ancora ed è finita. Già sento le pacche sulle spalle. M’immagino i voti in pagella. Gli articoli, le interviste, le trasmissioni... ma t’importa? Tutto questo è nel futuro, te ne importa? Che continui così per sempre. Sta’. Resta. Ridono, si sbracciano, eppure muti. Eppure fermi. Perché? Non c’è cosa attorno che non trattenga il respiro. In nome di che? Per me? Non c’è chi non mi guardi, chi non mi pensi. Tutto si è fatto così tremendamente addosso. Lasciatemi a me stesso. Un po’ più solo. Più da parte, di lato. Tutto questo è troppo, mi fa paura. Non significa quello che sembra. Non significa quello che sembra. Lasciatemi un po’ più da solo. A capire. So, sento, che c’è qualcosa da capire. Intermittenze. Lampi. Le bandiere, troppo in alto, scosse. E sdruciture strane. Com’è sdrucito il vento che sibila e smette. Carico di cose. E suoni. Di nomi. Di facce. Poi silenzio, poi di nuovo. Mi passa affianco e non mi tocca. Scompiglia le figure, e non lo sento. Viene da quella porta in fondo. Da oltre la pista, lì. Da oltre i cani poliziotto che fiutano a muso basso. Di lì esce, e lì ritorna. Ne ho visti di giocatori venir fuori da lì sotto, dalle porte della terra! Bambino, pensavo: non esistono...  è lì che si formano, escono, giocano, e tornano a disfarsi. Il buio fa, il buio disfa. Regala e riprende. Ora, invece, tutto ripete: “Capisci!”. Ma dio mio, è finita? Ancora no?... Non distrarti. E’ proprio adesso che non devi pensare. Gambe pensanti, gambe pesanti. Scendo. Scale di corsa. Salutata di fretta. Povera Nadia! Amore mio, perdonami. Sono arrivato anche tardi per rimanere niente. E so che ci teneva. Un bacetto appena, così, sulle guance, allungando il collo, quasi buffo, un po’ strano. “Tutto qui?” “Fa’ che mi ammalo, ci manca solo questa!” “Sei ridicolo” “Dài, amore, cerca di capirmi”. La strada è lucida. Diluvia. Cerata addosso, prendo il motorino e vado. C’è vento. Come questo. Di più. Picchia di traverso. In barca, una volta, stavo con mio padre, un vento così ci ha rovesciato in mare. Notte fonda. Luci che guizzano, e il Mister che non mi dice niente, eppure... mi raggiunge, mi supera, e di trequarti mi lancia quell’occhiata senza l’ombra d’un sorriso, io lo so cosa vuol dire, tutti lo sappiamo: “Sta’ in campana, ragazzo, domenica la maglia è tua”. Ma l’ha fatto?...  Seba... l’ha fatto? E possibile che non ti abbia telefonato e non te l’abbia detto?... Hai pianto? Stai piangendo?... Motori che arrancano. Le ruote dei camion più alte della mia testa. La strada è buia. Troppo buia. Lucida e buia. L’ha fatto? Quando? Ricordo quello che è stato o solo quello che vorrei?... Tutto si scuote. Il vento urla. Maledettissimo vento, smettila di avercela con me! Fischia, arbitro, fischia!... Sì, ora, così così così!... Dio mio, è andata... ho iniziato a esistere. Finalmente ho iniziato a esserci pur io, e di dedica ne ho una sola. Amor mio, amor mio, amor mio... nulla mai potrà confonderci, neanche quello che sta per avvenire e che sarà moltissimo, vedrai, moltissimo. Il più e il meglio. E’ pericoloso, lo so. Ti ha sempre spaventato che potesse succedere per davvero. Ecco, ci siamo, ma mano nella mano. In due. Mi ritroverai a ogni istante. Il nostro segno, ricordi? Quel verso che m’hai insegnato tu per riconoscerci ovunque, di qui all’infinito, per l’eternità. Cos’è?... Si stanno spegnendo le luci?... Ma quali?... Non c’era niente da spegnere. Eravamo in pieno giorno. E il cielo era quello aperto e limpido di una splendida domenica pomeriggio. Allora com’è che adesso si sta spegnendo tutto?...  E dov’è che stanno andando gli altri?... Gli spogliatoi sono di là. La porta è quella. Perché non vengono?... Dov’è che restano?...

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VOCE RAGAZZA: “La mia giovinezza, amore, era spartita con la tua. Spenta la tua, è svanita anche la mia. Tutto è spezzato. Tutto è finito. Tutto, tranne noi due. Mi si può togliere ogni cosa, ma non quello che ci siamo già dati.  Non quello che siamo stati. Io, per te, non cambio. Perdonami se domenica non ci sarò. Me l’hanno chiesto in tanti di venire, anche i tuoi compagni, ma non ci sarò. Se mi cercherai in tribuna, la tua piccola non sarà lì. Potessi sapere io dove sei tu!... Ti raggiungerei ovunque, starei con te ovunque. Tesoro caro, confonderò questa lettera con altre mille tra i fiori su cui hanno steso la tua maglia. Non voglio che sembri la più importante. Noi sappiamo che lo è, questo mi basta. Trovala. Leggila. E parlami ancora... parlami ancora. Ricordi il nostro segno di riconoscimento, Vito?... Usalo. Chiamami. Io di qui lo sto facendo. Addio, piccolo genio alato... la tua stellina, forse, è la sola a sapere quello che riuscivi ad essere anche quando non avevi un pallone tra i piedi.”

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