La riserva

La riserva

di Giuseppe Manfridi


Al mio amico Giancarlo Scarchilli,

i cui sogni hanno gli stessi colori dei miei


VOCE UOMO:Lo Sceriffo, cos lo chiamavano, era lass. Stavolta non se ne stava a braccia conserte accanto alla panchina. Era sopra una nuvola, e guardava gi. Vittorio Mero la partita lha sempre guardata. E anche ieri lha fatto. Si solo stupito un poco quando Roberto Baggio ha allargato sul prato la maglia numero 13. La sua. Intorno a quel lembo azzurro, come se una scheggia di cielo fosse caduta sul prato, i suoi compagni avevano fatto cerchio e si tenevano per mano. Visto dallalto, era un cerchio perfetto. Limmagine del Sole. E Mero quel cerchio lha visto vibrare. Intorno, i fotografi facevano scattare i loro flash. Mazzone, in piedi, severo, guerreggiava con le lacrime. Ma cera, dentro lo stadio, unatmosfera strana, popolata di misteriose presenze. E, in mezzo a quel cerchio che pulsava, sembrato come se quella maglia allimprovviso cominciasse a gonfiarsi. Come se un soffio venuto dal mare la riempisse. Quasi che Mero, ridotto a puro spirito da un TIR micidiale, fosse ancora l. Ora, per i suoi occhi, tutto era trasparente, anche le montagne. Dalle nuvole vedeva tutti i campi dItalia. Ed erano tutti raccolti in un minuto di silenzio. Un minuto solo per lui. Per Vittorio Mero, un fante del calcio. (Via il giornale) Gazzetta dello Sport di luned 28 gennaio 2002. Quella che stiamo per raccontarvi , appunto, la storia di un minuto. Di un minuto appena. Di un minuto di silenzio, e del suo protagonista. Ora, il nostro Vittorio non Vito Mero. Non lui, ma uno come lui e quello che ascolterete per loro... per tutti i fanti del calcio, e per tutti i prediletti dagli Dei. - Ecco, larbitro ha fischiato. La lancetta ha iniziato il suo giro. Vieni, ragazzo, questo minuto tuo. Fallo durare quanto vuoi. - Signori, silenzio.

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VITTORIO: Com successo?... Quand che il mister mha detto: Di, preparati, tocca a te?... Non mi ricordo nulla. Eppure devessere successo per forza. Sono qui. Tocca a me. Sono qui, senza la tuta addosso... col mio 24 sulle spalle... sono qui, con gli scarpini allacciati ad aspettare il fischio dinizio. Sono qui, circondato dal gesso. Improvvisamente qui, dove la luce pi forte. Giorno e notte, pi forte che altrove. Col sole, con le nuvole, coi riflettori accesi... non cambia nulla. Qui, c sempre la stessa luce. La pi forte possibile. Quella che ti inchioda al centro delle cose. Di te. Di tutto. Luce che trasforma ci che tocca in luce. Me. Tutto. Ora. Qui, nel cuore del cuore del mondo. Razza contadina, la nostra, che si nutre di terra ancora. Cos diceva il vecchio Seba. Lultima, forse. E il mio paesaggio questo. Quello del mare sognato dal bambino che non lha mai visto. Dellorizzonte oltre lorizzonte. Quello di cui fai parte, e non lavresti mai detto. Vedere dove sei, da dove non sei. Com successo? Non ricordo nulla. Eppure, guarda... i portieri tra i pali... uno l, uno l... gli esterni sulle fasce... le punte nel cerchio di centrocampo... e noi della difesa in mezzo. Fermi. Statue nel vento. In attesa. Ai quattro punti cardinali, le bandierine del calcio dangolo. La panchina lontana... i barellieri accoccolati, i rincalzi ad aspettare, infreddoliti, seduti, con i cappucci di lana in testa... Dario, Giovanni, Andrea... e quelli ancora chiamati per cognome come da ragazzi in classe, o come in caserma... Napoli, Milano, Senegal... e gli striscioni del Commando, la pista datletica, le guardie alluscita degli spogliatoi, e i cani, lunghi, molli - ho visto muoversi cos le lontre dello zoo - col muso basso a fiutare il trtan. Immagini lente a volume spento. Tutto lontano, e io qui a pestare lerba. Coi tacchetti piantati nelle zolle, i muscoli scudisciati dai crampi, intrappolati dal terrore. Hai voluto la bicicletta? Ora pedala. Aiutami, Seba... qui tutto vero... sugli spalti c la mia gente in silenzio che aspetta, e questi attorno sono i miei compagni. Quelli che, nove su undici, ancora mi chiamano ragazzino. Anzi, no... nove su dieci. Nove. Oggi, lundicesimo... sono io. Davvero io.

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Strano vento. Se sto fermo, mi solleva le mani che quasi ci galleggiano dentro. Ed cos leggero. Mi attraversa, mi scuote. Disseta. Va gi nella gola a spegnersi nei segreti del corpo. E riempie. Travolge. Ma quieto, senza furia. Staattento, non fidarti! Al vento basta carezzare una foglia per strapparla dal ramo. E lemozione, ecco cos. Come se lavessi tirata fuori di me, e adesso mi venisse incontro soffiata da chiss dove. Arriva dal buio di fuori, si fa succhiare e si mischia alle carni, alle giunture, e frena, trattiene, vischiosa come una colla. E ha unanima. Tu sai cos... sai di chi. E lanima del nemico. Del tuo nemico interiore, che peggio di qualsiasi avversario. Non ha numero, n maglia. E la somma di tutti i tuoi limiti. Sa come marcarti e come anticiparti, ma oltre quei limiti zero. Spingiti al di l e lo metterai in ginocchio, poi chiuso con lui, chiuso col resto che si trascina appresso. Via! Spazzato via come polvere dalla mano. Conosci le parole da ripeterti, fallo. Le conosci, fallo. Difenditi, attacca. Ecco che arriva, sbrigati, fallo!... Dio, se soffro!... Il pi difficile non darlo a vedere. Questo, lo sai, il mondo che ti viene addosso. Si passa come per la cruna di unago. Non c, su questa terra, chi prima o poi non debba imparare che significhi passare per la cruna di unago. Accade gi da bambini, e capisci che non ti piace neanche un po, che ci stai troppo male. Che quella mano in pancia a strizzarti lo stomaco, una parte di te che serve solo a torturare il meglio di te, quello che invece parteggia, e fa il tifo, che spera, che lotta. Vuoi sapere quello che penso per davvero, Seba?... Beh, pigliala come una bestemmia, ma io detesto lemozione, Giuro. E ho fatto di tutto per non vivere daltro. Da sempre a farmi mettere sotto esame. Non mi bastavano quelli normali di tutti, ne ho voluti mille di pi. E ogni volta lo stesso crampo. E la stessa vergogna. E una balla ripetersi: d la carica. A me solo la rabbia d la carica, o la gioia. Ma la gioia alla fine, mai allinizio. E lemozione tramutata in risultato. Allora s che facile dire: amo le emozioni, le emozioni forti. Perch le hai superate, e sai quello che sei riuscito a ottenere. Sai quello che non hai perso. Ora, per me, la gioia significherebbe la certezza di avercela fatta prima di avercela fatta. Aver vinto, prima di aver vinto. Non vuoi pensare e pensi lo stesso. Sei costretto. Continui a ripeterti: non pensare! Non pensare! Non pensare! Come se la concentrazione massima fosse innanzitutto questo. Fissare loggetto, ma senza pensarci. Come me adesso, che lo faccio convinto di riuscire a non pensare. E da questassenza rumorosa rumorosa rumorosa, rumorosissima del pensiero, non emerge che lui, il mio uomo. Lavversario. Non mollarlo. Usale tutte. Non distrarti! E lazione, le marcature, il gioco, il pallone, la partita. Momenti in cui il tempo diventa un campo minato. Quando sembra non corrispondere mai a quello che . Attimi che sono romanzi, e minuti che si compattano in un battito di ciglia. Non vuoi pensare, e intanto pensi lo stesso. Pensi che non devi, che non ce la fai, non distrarti! - Due dietro! Fuorigioco, fuorigioco! - pensi a non pensare, e pensi che stai pensando, e pensi che pensi troppo a non pensare a niente, e pensi che-pensi che-pensi che!...

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Io, quando non penso a niente, sai a cosa penso, Seba? Te lho mai detto?... A dei goal. Davvero. E un film in proiezione continua che fa scorrere i suoi fotogrammi come in un dietro le palpebre della coscienza. Un po tipo il mio computer. Quelle immagini che fluiscono senza interruzione quando la macchina spenta. L sono pesci che boccheggiano, nella mia testa goal. Il mio after dark sono goal, parate, palloni spizzati con le unghie o che scheggiano il palo, azioni su azioni che neanche un mago riuscirebbe a fare, e che invece poi scopri qualcuno ci riesce. Ne immagino in quantit pazzesche, e nei modi pi folli. Rilanci dalla difesa che entrano dritti in porta. Passaggi di petto messi di petto in rete. Slalom a seminare legioni di avversari. Cross di tacco al volo insaccati di tacco al volo. Colpi di testa a livello terra tra nugoli di caviglie. Lanci di prima che tagliano il campo a fette, palla sul palo, ancora tiro, ancora palo, ancora tiro, palo, schiena, e vai... la rete che si gonfia e che ricasca. Effetti che avvitano traiettorie come quelle di un coriandolo. Goal come quello in planata di Falcao a Pisa, poi di corsa a tirar su la manica della maglia urlando, il goal di un cigno, il goal di un cigno! O come la rovesciata annullata a Rumenigge con la punta dello scarpino a scorticare il cielo; o come quella di Pruzzo a Torino al novantesimo; goal come quello di Ramon Diaz in Coppa UEFA, spalle alla porta e un sinistro che un siluro; o come quello di Cassano allInter, tre pallonetti in uno, tipo quello di Owen al suo debutto; o come quello di Van Basten alla Russia, al volo dal fondo sulla palla a spiovere; o come quelli di Baggio su punizione... palloni nel sette come fringuelli che tornano al nido; o come quelli di Cruyff, poemi iniziati dalla propria met campo, Seba diceva: Guardalo, quel diavolo... scompare e poi riappare! Ma dove accidenti se nera andato prima di rispuntare per buttarla dentro?; o goal come quelli invisibili di Gerd Muller, lidolo di mio fratello, che era talmente scarso da farne qualcuno ogni tanto ma per caso, e che quando gli riusciva si metteva a strepitare: Uno cos potevamo farlo solo in due, o io o lui. Goal come quelli che non ho mai segnato, ma che, se riesco a immaginarmi, mimmagino pure di poter fare. Da difensore, ma saprei farli. Prima salvo lo zero a zero, poi segno luno a zero, poi salvo luno a zero. Fischio finale e sugli scudi. Potrei. Basta che il Mister si decida a dirmi: Se vuoi, sganciati, Vittorio, e posso farli. So che potrei. Se vuoi, sganciati. Giuro. Basta dirmi: Va, entra, e se te la senti provaci. Ma io me la sento sempre. Ogni minuto che passo ad aspettare, sarebbe per me il minuto giusto. Ogni minuto quello in cui me la sento, ogni singolo minuto. Il fatto che noi riserve della difesa entriamo solo quando le cose vanno bene, mai come possibili salvatori della patria, mai. Eppure, per una volta almeno, mi piacerebbe. La squadra perde, ed entro io. No, per carit, impossibile. Sarebbe una follia. Questo il punto... che quando mi tocca, se mi tocca, la partita si gi scelta il proprio eroe. Io, alla peggio, corro solo il rischio di mandare tutto a puttane e basta. Ma un giorno o laltro. Un giorno o laltro. Oggi, ad esempio. Perch no?... Un mio goal, potrei. Nella mia testa ne ho messi in cantiere uninfinit. Basta scegliere, cogliere lattimo, e farne uno. Quello. Il mio. Oggi, ad esempio. Sono qui. Eccomi. Perch no? Potrei. Lo so che potrei.

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Beh, logico che sia emozionato. Lho voluto con tutte le mie forze questo momento, ora ce lho. Innanzitutto, crederci. Che sia vero. E vero. Non pu essere che tanta attesa me lo faccia sembrare impossibile. Inatteso, per troppa attesa. Lho sentita dire una volta a mio padre una frase del genere. Ma lui si ricorda ancora del nonno e della terra, dove, dice, attendere tutto. Al punto che te lo dimentichi di stare ad aspettare, e quando quello che aspettavi arriva, lhai talmente desiderato che ti sorprende come lesaudirsi dun sogno e pensi No, impossibile. Sar questo. O come quando andava a caccia... non per sparare, dice, ma per aspettare di farlo. Il senso l. Non avessi imparato da lui come si fa ad aspettare, oggi mica lo so che lavoro farei. Questo no, non avrei retto di sicuro. Il calciatore? Magari. Faccio mica il calciatore, io... faccio la riserva, che tutta unaltra storia. Gente pi forte di me non ce la farebbe mica. Dico pi forte a giocare, non ad aspettare. No-no, proprio tutta unaltra storia. Essere pronti chiss per quando. Sempre pronti, chiss per quando. Chiss se, ma sempre pronti. Ogni minuto in cui non ti si chiede nulla, un minuto in cui ti si pu chiedere di dare tutto. Qualsiasi cosa accada o non accada. Larte di aspettare, dimenticarsi di aspettare. Se limpari puoi farcela. Crescere cos. E diventare grandi, cos. Uomini. Adulti. maturi. Quando a fare qualsiasi altra cosa saresti ancora giovanissimo, tu gi una vita che aspetti. Gi una vita che ti spacchi le ossa, che le tratti come ferro da battere; e i tuoi muscoli, come piombo fuso. Sempre in officina, in piena manutenzione. Tu e il tuo corpo, solo con il tuo corpo. Quelli, un po tutti, ti dicono: Non vero, ma cos. Sempre a protestare, e piantala... qui siete tutti alla pari. Dal primo allultimo. Tu, come gli altri. Cazzate! Non pu essere cos. Non deve. E neanche vero che protesto. A fare il lavoro che faccio, non protestare significa molto. Per carit, nessuninvidia. Lo so, c chi si merita di avere eserciti di specialisti anche solo per ununghia incarnita, e chi no. Ma sono le regole e le accetto. Poi anche tra noi c riserva e riserva. Quella di diciottanni, e quella di ventisette. Una bella differenza. Pare poco, non lo . Quando, come me, sei una riserva per sempre, ma in serie A, beh vuol dire che bene o male qualcosa conti. Vuol dire che in qualche modo hai vinto e ce lhai fatta. E che fra le decine di migliaia, tu appartieni alle centinaia. Non poco. Vuol dire che pure tu hai qualcuno o qualcosa a cui dire grazie. A te decidere se pi a te stesso, a chi tha insegnato, a chi tha voluto, o al presidente che, in fondo, ti ha preso in simpatia. O, perch no, ai compagni che dicono: Serve, fa spogliatoio. Pure a loro. Sono cose che pesano quand il momento di rinnovare il contratto, pesano, eccome. Perci, tutto bene. E grazie... grazie dal profondo di me stesso. Sono dove volevo essere. Nellultima fila degli eletti, ma fra gli eletti. Io non dimentico. Non sono il tipo. So riconoscere a ciascuno quello che mi ha dato. Come a me stesso quello che debbo solo a me e a nessun altro. Il giorno per giorno. Questo mi debbo. La solitudine del giorno per giorno. Mia e del mio corpo. O come al vecchio Seba, che stato il primo a mettermi sotto torchio quando avevo neanche quattordici anni. Se una cosa mha insegnato stata questa: Tu e il tuo corpo sarete sempre soli. Per quello che ha bisogno lui, ci vuole una pazienza che solo tu potrai dargli. Tu e nessun altro. Ricordatelo bene, Vito. Queste ginocchia, senti me, possono diventare i tuoi peggiori strumenti di tortura! Ci sono passato, vuoi che non lo sappia? Beh, il giorno che accadesse, aspettati tutta la compassione che vuoi, ma punto e basta. Chi non si salva da s, nessuno lo salva. Sarete soli tu e lui, tu e il tuo corpo, che, se si ferma, capace di tirarsi a fondo tutto quello che hai fatto. Ripeti: soli, io e lui. Ripeti! Occhi, Seba. Soli, io e lui. Soli. Tu con la tua voglia, lui col suo dolore, e basta. Dovrai chinarti, su quel dolore. Nessuno come te. Auscultarlo. Non farai altro. Ti sveglier, ti stordir, non ti far dormire. Lamerai. Impazzirai per lui. Un fratello non ti sarebbe pi vicino. Rimarrai con gli altri, ma diverrai una cosa a parte. E ci vorr tempo. Tanto di quel tempo che sar meglio non mettersi a contarlo. Attorno, il tuo nome comincer a farsi piccolo piccolo, come a spegnersi. E si parler sempre meno di te, sempre meno dei tempi di recupero e di come ti stai massacrando in palestra, allora tu tappati le orecchie per non sentire il silenzio che ti stringer dassedio. Prosegui, va avanti. Che tanto, se non sar questo, sar dellaltro. Dellaltro?, lui zitto. Come se non avesse voluto dirlo. Come se questultima cosa gli fosse quasi scappata. Dellaltro cosa, Seba? Lascia perdere, di, lascia perdere Dellaltro cosa, Seba? Su, che mhai capito. No, dimmelo. Cosa?, va nel suo bugigattolo, io lo seguo, e continua a parlarmi. Per dirmi che?... Che?... Niente. Buio assoluto. Me lha poi data la risposta? Mica me lo ricordo. Forse s. Se me lha data, deve essere stato una risposta che non mi andava di sentire, e che invece mi sarebbe servita molto. Moltissimo. Pi o meno questa: Pure se arriverai in alto, anche in alto c chi non arriva tanto in alto quanto vorrebbe. A stare fra i grandi, ti servir poco essere un grande. L dovrai essere un grandissimo. E questo, di te... io non lo so... non lo so, non lo so... Vero, Seba, che era questa?... Vero che s?... Ma io avevo gi imparato a tapparmi le orecchie. Non lo so... Un po mi stimava, un po mi voleva bene, il vecchio Seba. Povero vecchio Seba. Non era ancora arrivato agli anta, e gi era per tutti il vecchio Seba. Tanti anni ancora davanti, ma tutta la vita gi alle spalle. Quando sar vecchio sul serio, non potr mai essere pi vecchio di quanto lo fosse allora. Il calcio non gli ha mai saputo dare quello che desiderava. Prima in campo, poi in panchina. Da quattro soldi il campo, da quattro soldi la panchina. Mi sentivo di avere grandi responsabilit nei suoi confronti. Come se io fossi la sua ultima possibilit. Uno di cui potesse dire: Lho scoperto io. Una mia creatura. Roba mia!. Questo s che lavrebbe compensato di tutto. Quando lho chiamato per dirgli: Seba, sono in A, dallaltra parte del filo lho sentito piangere e riattaccare. Ma mica subito. Ci ha messo un mucchio di tempo prima di decidersi. Continuava a balbettare qualcosa, tipo una frase che non cera verso di tirar fuori tutta intera. Smetteva e ci riprovava. Alla fine ha rinunciato e messo gi. Che potevo fare? Lho lasciato solo con il suo pianto. Perlomeno, mi dico, ho saputo regalargli quel pianto. Stava per dirmi: Lo sapevo, ne ero convinto. Sei un grande, Vittorio, lo sapevo, sei un grande, ecco... questa la frase che non riuscito a terminare. Solo che, per lui, essere un grande significava essere un grande a met. Quello che cercava era un grandissimo. Ah, quanto avrebbe voluto che lo fossi io! Allinizio pi per s, ma poi pi per me che per s. Perch solo i grandissimi hanno diritto a soffrire di meno. Un po di meno. Ettore grande, Achille grandissimo. Chi, fra i due, linvulnerabile?. E lui non voleva che io soffrissi troppo. Come mia madre e mio padre, lo stesso. Ma con loro non cera il pallone di mezzo, con Seba s. Lui non che mi avesse avuto, mi aveva scelto. Seba tifava per me nel modo giusto, sperando quello che speravo io. Che la mia felicit fosse al culmine di una sola strada. Di quello che volevo e non altrove. Ehi, ventiquattro!... Da domani la smetti di scorticarti le ginocchia su questi campetti infami. Da domani cominci con me, e si far sul serio. Perch mi stimava. E dove finiva la stima, cominciava lamore. Cose che difficile capire subito. Quello che dicono arriva sempre dopo. Cose che anche difficile capire il momento esatto in cui le capisci. Quando avviene, sei gi cambiato e ancora non lo sai. S, mi amava. Perci mi ha detto parole che ho cercato di dimenticare. Gliele suggeriva il cuore, ed erano tremendamente vere. Parole che non volevo capire sino in fondo. Specchi. Era troppo presto per riconoscermi nellimmagine in cui mi sarei visto riflesso. Meglio scansarli. Anche questo me lha insegnato lui. Merito suo quel che so fare, colpa sua quel che non sapr mai fare. Tutte cose che mha insegnato lui... Tappati le orecchie e chiudi gli occhi. Se il mondo ti caccia in un angolo, tu fa lo stesso con lui e insisti. Lunica cosa che devi fare insistere. Anche se sar io a dirti: Non ce la farai, dammi il diritto di dirtelo con la certezza che tu insisterai lo stesso e chi se ne frega. Alla faccia mia e di tutti. Dammi dellimbecille, dimostrami che non ci capisco un cazzo. Anche il Dio che ti ha fatto come ti ha fatto ne sa meno di te su quello che puoi. Chiunque pu diventare ci che non . Alla faccia mia e di Dio. Dacci dellimbecille, a tutti e due. Quante volte mi sono chiesto: Sono arrivato abbastanza in alto?, per me s, ma per lui? Per il vecchio Seba?... Gli baster quanto lho portato in alto? Fra i grandi, solo fra i grandi. Via! Via! Via!... Roba di ieri. Guardami ora, Seba. Guarda dove sono ora! Oggi, adesso, qui. Dove il sole sempre pi forte. Dove anche lombra acceca. Nel cuore del cuore. Dove avresti voluto essere tu... a ventanni con le tue gambe o a quaranta con le mie. Con me al posto tuo come se fosse lo stesso. E io ci sono. Con te. Per te. Qui, dove tutto scosso da lampi. In campo fin dallinizio, da titolari in serie A. Io e te. Insieme.

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Per, strano. Il Mister non mi ha fatto capire niente per tutta la settimana. Come sempre. Ma lui dice: Io ti tengo docchio! Lo so che ci sei. Pedala, pedala, e io altroch se pedalavo!... Il fatto che lo dice a tutti. Le prime volte ci ho creduto... cio che queste parole fossero solo per me... ci tornavo a casa che mi battevano in testa sino a stordirmi. S, battevano, come mi batteva il cuore quando me le sono sentite dire. Mamma e pap che non capivano... mangiavo e le sentivo, mi mettevo davanti alla tivv e le sentivo, uscivo con Nadia e le sentivo. Le sentivo pure mentre la baciavo o quando con lei parlavo daltro. Roba concreta, da toccare. Da stringere forte nel pugno chiuso per non mandarla persa. Erano la mia preda, quelle parole. Me le portavo sotto le coperte e mi addormentavo ripetendole allinfinito... Ti tengo docchio. Lo so che ci sei, lo so che ci sei..., e la mattina appresso mi risvegliavo quasi col terrore che non mi fossero state dette per davvero. Poi la gioia di ricordarmi che invece era andata proprio cos, che non me le ero sognate affatto, e che sputare lanima in allenamento sarebbe finalmente servito a qualcosa. Che c chi ti guarda, chi ti aspetta. Come sto aspettando io, e con una tale forza, che quando poi quello che aspetti arriva, sembra come che ti colga alle spalle di sorpresa. Ti tengo docchio, lo so che ci sei... gi. Solo che uno, prima o poi, coi compagni ci parla, e se pure una cosa che ti vorresti tenere segreta dentro per proteggerla e coccolartela meglio, c sempre qualcuno che viene e chiacchera, magari lo fa apposta per smontarti, o magari perch uno fatto in modo diverso da te, che se pu darsi le arie non vede lora, e insomma scopri che quelle stesse identiche cose il Mister le dice pi o meno a tutti. Pi o meno a tutti. Allinizio mastichi amaro, ma poi pensi: giusto cos. Nessun problema, giusto cos. E che, in fondo, questi tutti non che siano tanti, e che limportante farne parte. Stare nel gruppo. Essere fra quelli a cui le dice. Come me. Per intanto strano lo stesso. S, perch lui quando vuole farti capire qualcosa la maniera ce lha. Comincia che ti tiene sulla corda per quasi tutta la settimana, poi quand venerd gi un segnale importante se ti schiera fra i titolari, ma questo pu succedere comunque. Magari lo fa solo per provare certi movimenti o per tenere sotto pressione il centrocampo piazzandogli dietro una difesa pi inesperta. Il verdetto quello vero viene dopo. Dipende da una certa cosa, se la fa oppure no. Dipende se ti guarda come di trequarti con unocchiata che, zaf, un lampo... unocchiata buttata quasi di spalle, con un cenno del capo fatto cos, girandosi dallaltra parte, di scatto, un po nervoso. E senza sorridere. Senza il minimo accenno di sorriso. Lo fa quando tu gi praticamente non ti aspetti pi nulla, quando finita lultima sgambata te ne stai andando dritto sotto la doccia, allora lui-lui... sembra che non abbia da dirti un accidente, invece ti viene affianco, ti supera veloce, poi si volta, tinquadra, e ti lancia quello sguardo che che tu lo sai cosa vuol dire... diavolo, lo sai benissimo. E anche se con me non lha mai fatto, per me lhanno detto gli altri. Quelli a cui succede. S, me lhanno detto. Che quando ti guarda cos, insomma, vuol dire che devi stare in campana. E che domenica c caso che scendi in campo. E che la maglia tua.

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Ma come sono arrivato qui allo stadio? Non mi ricordo neanche del pullman e tutto il resto. Non si pu pensare tanto senza pensare a niente. Gambe pensanti, gambe pesanti. Non distrarti!... Cio, mi ricordo, ma non di questa volta qui. E come se mi tornassero in mente tutte assieme le innumerevoli altre volte che abbiamo imboccato il tunnell fino al parcheggio dellimpianto, col magazziniere che lavora in societ da trentanni e che dicono abbia quellaria cos storta perch tifa da sempre per unaltra squadra, e coi tifosi fuori a sbandierare, tranne il giorno che ci hanno tirato addosso di tutto, di tutto. Cinque di fila ne avevamo perse, cinque. Vaglielo a spiegare che stavamo peggio noi di loro. Uno salta su, saggrappa dio sa dove, e mi stampa il suo ringhio contro il finestrino. Era una smorfia di sofferenza. Ma mica reale, quasi come unimmagine del vetro. Mi spaventa, non mi va. Ci d un pugno contro che un altro po lo sfascio. Quello crolla gi come se lavessi colpito sul serio su un nasone livido e largo che era gi rotto di suo. Penso: Eccolo l... un fottuto cascatore. Di quelli pronti a cercare il rigore al minimo contatto. E rialzati, scemo!. Forse lo penso adesso, o forse, non lo so, mi ricordo solo adesso di averlo pensato allora. Tutto mescolato e gira a mille, gira a mille. Non distrarti, non distrarti!... Mi avrebbero linciato. Sul serio, mica per finta. Come quello vola gi, certi cori da boia!... A me, per, non dispiaciuto affatto. Anzi. Nemmeno mezzo minuto avevo giocato in quelle cinque maledettissime partite, ma condividere la pena della sconfitta come uno che ci avesse messo parecchio di suo, beh per me stato importantissimo. Vita vera allo stato puro. Quelli fuori si erano quasi scordati dei miei compagni tanto gli aveva preso voglia di farla pagare a me per tutti. A me, che non centravo niente e, improvvisamente, centravo tanto. Sono dovuto rimanere a bordo almeno mezzora pi degli altri, sfilati via senza che quasi nessuno ci facesse caso. Un poliziotto urla: Quello non si muove, aspetta l. Agli ordini. Mezzora da solo, nel pullman vuoto, in mezzo al putiferio. La borsa sulle ginocchia a lisciarmi la cravatta della societ. E un fuoco vero dentro. Il fuoco dei momenti che contano. Un fuoco che il volto non esprime, che sfugge al percorso del sangue nelle vene e ti riempie come il vento di questo pomeriggio qui. Sembravano scimmie arrampicate sopra i reticolati. Nono lo dico per insulto, capitato anche a me. So che significa dannarsi per la squadra, e la rabbia che ti prende quando tutto gira storto. Lattine di vernice volavano come bengala. Mi hanno fatto sentire quello che non sono mai stato: un titolare. Il pi titotare dei titolari. Come quello che aveva pi colpe di tutti. E dunque... novanta minuti per cinque volte miei. E quellidiota che, intanto, s fatto portare allospedale. Trauma da riflesso. Mai sentita. Poi i dirigenti che mi vogliono far leggere un comunicato di scuse, e io che debbo dire s. Radio e televisioni, in citt, erano impazzite. Quel giorno la partita valeva niente rispetto a quello che ero diventato io. Lincarnazione stessa del fatto. Del motivo per cui. Si era l per me. Lo far, non lo far? Lo legger, non lo legger? Pare di s, dice di no. Tribune stracolme, e mi ritrovo con un microfono e un foglietto tra le mani. Ecco, pure l, ad esempio, ho vissuto. Il presidente mha confidato che gli ha preso un colpo quando mha visto appollottolare il comunicato ufficiale e buttarlo via. Parlo cos, come mi viene. Dico quello che mi detta il fuoco che mi si era acceso dentro durante quella mezzora passata, da solo, ad allisciarmi la cravatta. Oltre il finestrino, un film muto in bianco e nero. Io in mezzo. Vivo. Sollevo il microfono, e mi sorprendo a sentire la voce che sento. La mia. Sono qui per voi. Brusii, gente che zittisce altra gente, altri che zittiscono quelli che zittiscono, e lo stadio che sembra afflosciarsi come una vescica forata. Fiuuuuuu. Deglutisco, li guardo ancora. Ma stavolta per cercarne uno, uno solo. Alzo il dito come a indicarlo. E tu?... Sei l in mezzo, lo so. Bendato? Non farmi ridere. Quel rigore lhai rubato, caro mio. Tutta manfrina..., La muraglia ha qualche cedimento. Spifferi. Sibili. Fischi. Ma non molti. Da un punto preciso. Guardo verso quel punto. Tu non hai tutti i diritti, anchio ho i miei. Siamo fratelli, cazzo... perch vuoi dire di no? Solo io so quello che sai pure tu. Solo io, come te, come voi, ci credo. Solo io, come voi, non rido di chi piange per una partita persa. Solo io, solo noi, lo sappiamo, e allora?... Se il mondo ci lascia fuori, urliamo che siamo noi il nostro mondo. Un mondo tutto intero. Finito. Compiuto. Che sa capire laltro che tanto poco sa capire noi. Vuoi che ti chieda scusa? Oggi sei venuto per questo o per vederci vincere? Se il tuo orgoglio ha un prezzo cos basso, va bene, lo faccio, ma a un patto: scendi e fa lo stesso tu con me, chiedimi scusa per avermi costretto a fare una cosa tanto scema. Noi ci meritiamo di pi. Noi, quelli seduti a guardare, proprio noi. Ci meritiamo di pi. Molto di pi. Prima erano fischi e buu, poi di nuovo niente. Silenzio. E poi di nuovo qualcosa, e di nuovo silenzio. Il mostro dalla mille teste stava pensando con tutte le sue mille teste. Una per una, separata dalle altre. E faticava. Ne sentivo quasi lo sforzo. Quella perplessit in cui il cervello solo come il corpo quand solo. Olio canforato e pedalare. Da soli. Nessuno che mavesse capito, ma anche nessuno che mavesse frainteso. Della cosa, poi, non s parlato pi. Neppure i miei compagni mi avevano capito. Ma nessuno... nessuno che mi abbia chiesto di spiegargli quello che avevo detto. O cercato di dire. O forse solo pensato. Roba di anni fa. Queste gradinate sembra abbiano dimenticato tutto. Io so che non cos. Lhanno messo da parte. Lo conservano nelle loro viscere. Certe cose entrano nelle cose e non se ne vanno pi.

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Unidea matta, mia, che ho sempre avuto. Che tutte le partite continuino a esistere per sempre. Mescolate le une alle altre. Che un campo sia perennemene abitato da ogni azione che vi stata giocata. Da ogni goal, da ogni parata, da ogni lancio, da ogni dribbling, da ogni bestemmia, da ogni sputo, da ogni abbraccio, da ogni colpo di testa, da ogni traversa, da ogni cross, da ogni volo, da ogni rigore segnato, da ogni rigore sbagliato, da ogni s, da ogni no, da ogni barella, da ogni fuga sulle fasce, da ogni liscio, da ogni cambio, da ogni rovesciata, partite da nulla, partite desordio, partite daddio, finali, amichevoli, ultime spiagge, da ogni scritta sul tabellone, da ogni minuto di recupero, sofferto, dilatato, contratto, da ogni triplice fischio. Per questo ha senso dire la forza della maglia. So che significa. Non meraviglioso, perci, vestire quella della squadra che ho sempre amato? E perci ho detto le cose che ho detto. Perci le vivo e le porto in me. Io qui indosso e calpesto il passato. Il mio passato. Di me bambino, di me cresciuto. Di me da solo per la prima volta in curva, e poi di me per la prima volta in panchina. Di me sino a quello sguardo senza sorriso che mi dice: Sta in campana, ragazzo. Domenica tocca a te. Cos, Vittorio. Quello che senti, quello che pensi. Non ci badare, va da s. Lascialo scorrere, adrelaina pompata dal cuore. Te la regala il corpo senza chiederti nulla. E smettila di osservarti troppo. Non distrarti!... Ah, il vento. Soffia da ogni direzione. Non sai mai che dire del vento. Se ti contro oppure no. I difensori lo vogliono a favore, poi c la volta che ti fa mancare limpatto tenendosi la palla che ti sembrava filasse bella liscia. Anche gli attaccanti lo vogliono alle spalle, poi c la volta che spari in rete e te la fa schizzare anni luce sulla traversa. Meglio il fango. Pi democratico e meno astuto. Ma questo vento qui diverso. Sembra soffi solo per me, che mi muovo con lui. Perch allimprovviso questa leggerezza esagerata? Non che non mi senta in forma, anzi... certo, i muscoli sono ancora un po imballati, ma limportante starci con la testa. Volevo unoccasione? Servito. Prima regola: inutile cercare di spaccare il mondo a tutti i costi, sarei fregato. Daccordo, la mia occasione, ma meglio dimenticarselo. Tutto sta a giocare come so. Certo, pu anche starci che allinizio mi tengano un po fuori partita. Comprensibile. La fiducia bisogna sapersela conquistare. Ma allora perch mi sorridono?... S che mi sorridono. Anche il capitano mi sorride. Ma non per incoraggiarmi. Ha laria di dirmi: non ne hai bisogno. E sembra che sia davvero contento di sapermi con lui in mezzo al campo. E pure il Mister!... Sembra tranquillo. Mi sa che non lo sto deludendo affatto. Naturale, perch dovresti?... Se si fida di te, tu fidati di lui. Sa quello che puoi fare, per questo che oggi ti ha schierato dallinizio. Il tuo tocco... gli serve il tuo tocco. Sa pure che sbaglierai, lha messo in conto. Ma il tuo tocco, quello l che vuole. Quel tocco che mio e di nessun altro. Quello per cui ho cominciato, che mha fatto inseguire un sogno che unombra tessuta tra i fili di questerba qui. Il sogno su cui mi sto sollevando adesso. Lui ha bisogno del tuo tocco pi di quanto ne abbia bisogno tu. Non cercare altro. E non distrarti, santo cielo, non distrarti!...Da quant che cominciata? Il tempo sembra acqua, scivola da tutte le parti a viverlo da quiggi. Quanto manca alla fine ancora? E finir? Finir mai questa partita che, gi lo so, non scomparir mai pi? Incastrata fra mille altre, non scomparir mai pi. Chiss come va sugli altri campi. I tabelloni non dicono nulla, sono come incandescenti. Colpa del sole. Troppo, troppo, troppo esagerato. Tutto per gira a meraviglia. La squadra va alla grande. Io pure. Come tutti. Anche di pi. Nessuno che lo dica ma chiaro che lo pensano... Merito tuo, cos che pensano. Lo sento, lo capisco. Cosho sbagliato? Poco, praticamente nulla. Ce la stai facendo. Ce la sto facendo. La battaglia sta per iniziare. Che sar mai di noi? E sufficiente, amico mio, che questa giornata termini e lo saprai. E il segno che cercavo. Questo vento ecco cos, la giornata che va. Io ci sto viaggiando dentro, e tutto accade senza ferirmi.

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Ma Nadia?... Dov Nadia?... Dio mio, non riesco a vederla. Eppure, se fosse in tribuna dovrebbe stare l. Non distrarti! Nemmeno mi ricordo se glielho detto che sarei sceso in campo. Non distrarti! Tutto successo cos velocemente. Pu mai essere che mi sia dimenticato, per qualche istante, io di lei? Non distrarti! Non distrarti! Un ultimo ricordo, quale? Di pochi giorni fa, ma come se fosse lontanissimo, come perso nei secoli dei secoli. Come in fondo a qualcosa. A un imbuto infinito. A un imbuto di luce. Non stava bene, s. Una stupidaggine, mi dice, ma di uscire neanche se ne parla, vieni tu. Sua madre, di fretta, la vedo solo per un attimo. Mincrocia. Senza simpatia, al solito, lo so. E cos. Lei, con me, un no perenne, da quando mha incontrato la prima volta - a casa sua, per caso, il peggio del peggio. Non doveva, capitato - e, ormai, qualsiasi cosa accada, tiene il punto. Avrebbe voluto dellaltro per sua figlia, ovvio. Nadia dice: colpa delle amiche. Il padre no, il padre meno. Lui ci parla con me. Poco di calcio, eppure ne capisce. Allinizio pensavo lo facesse per mettermi alla prova. Quasi un esame per vedere se ho solo un pallone al posto del cervello o se c pure, hai visto mai, dellaltro. Poi invece ho realizzato che lo fa, perlomeno cos credo, per rispetto. Come a dirmi: Gi ci penseranno talmente gli altri a romperti le scatole, sta tranquillo, non mi ci metto pure io. Parliamo di cinema, un po di libri. Lui mha fatto leggere uno che si chiama mi pare Carver - racconti brevi, anche in ritiro facile - io, invece, a lui Soriano. Quellargentino che conosceva Maradona e lha visto palleggiare con le arance... Osvi, lho toccata sei volte con la mano. Dimmi solo: te ne sei accorto? Io? No Certo. Neanche un arbitro potrebbe. Due righe, un racconto. Gli piaciuto. Insegna Lettere. Ha baffi sottili, e pochi pochi. Un giorno mha fatto conoscere una poesia che io poi ho voluto imparare a memoria. Parla di tifosi come su un ciglio ai confini delluniverso a guardare di l unultima partita. Lultima delle partite possibili. Ultima gara, dice, ultima gara. Ci sono le ombre della sera, i respiri contratti, il freddo, il cuore in gola, insomma tutto. E quel finale che mi fa venire i brividi tanto mi sembra di sentirlo: Piaceva / essere cos pochi intirizziti / uniti, / come ultimi uomini su un monte / a guardare di l lultima gara. Non il pi caldo abbraccio che si possa immaginare? Per me s. Anche se, confesso, la prima volta che me lha fatta leggere, leffetto stato cos cos. Allora, la volta appresso, me lha data battuta a macchina. Tienla con te. Giorno verr, giorno verr..., giorno venuto. Aveva capito che lavrei capita. Lho capita. Il mio monte una panca su cui sto infagottato in un piumino rosso trentaquattro giorni lanno. Meno questo. Ma stato anche lass, e l, e l, e l... e ovunque cera da andare andavo. Senza una lira in tasca e sai chi se ne frega. Ore e ore appeso ai predellini per finire sbattuto dietro un pilone a vedere uno spicchio di campo appena, con la pioggia senza pioggia, era lo stesso. Bene cos. Panini acciaccati e birre calde, scortati allo stadio cinque ore prima. Vissute tutte dalla prima allultima, so che vuol dire. Bene cos. Senza un cazzo per ripararsi e vaffanculo!... Non distrarti! Bene cos. Non distrarti, Vito, non distrarti! Uno come me era di quelli che spiaccicava la sua rabbia contro i finestrini, ma da fuori. Questo prima di trovarmi dallaltra a domandarmi quale fosse, in fondo, quella giusta. Insomma, voglio dire che come se lavessi scritta io. E anzi ora che ce lho dentro, lho davvero scritta io - cos mi dico: scritta io. Perci grazie a chi lha fatto e a chi dopo me lha data, ma tutto qui: oggi, quella poesia, mia. Inutile dirmi no. Quello che so, quello che conta. Mia. La verit?... Che ci sto bene, io, col pap di Nadia. Gli ho anche raccontato del vecchio Seba. Lui dice: Sei fortunato. Hai avuto un poeta per maestro, io allora gli ho detto: Noi, per, lo chiamavamo il filosofo, e lui: Filosofi lo siamo tutti, poeti no. Da pensarci, ma vero. E un tipo giusto il pap di Nadia. A volte me ne accorgo lontano un chilometro che frigge per parlare di domenica, cio tanto per rendersi conto di come la vedo io sulla formazione e cose insomma di questo tipo. Si capisce che ne ha una voglia cane ma mai che vada oltre. Io per me non mazzardo, per mi piacerebbe. Il fratellino, Lori, quello, poi, figurarsi. Tredicianni, stravede. Sono il suo orgoglio. Beh, insomma andata cos, che alla fine, daccordo... non uscire, vengo io. E non ricordo di quando ci siamo risentiti appresso. E se. Ma per forza. Allora quando? Pioveva. Anche molto. Il motorino di sotto con la macchina in officina che chiss quando me la ridanno. Una botta che sembrava da poco, e invece. Di tempo ne ho pochissimo. Mi tocca la fisoterapia e rischio di far tardi. Le domando: Domenica vieni?, lei ha un mal di gola che se la mangia ed quasi senza voce: Perch, giochi?, ma io l ancora pensavo di no. Pu essere. Non credo. Se si vince, magari entro Insomma, no Tho detto. Se si vince, probabilmente s, e invece. Lavesse saputo!... Non distrarti!... Lavesse saputo!... Questo sogno non solo il mio. Certi sogni sono come certe poesie. Chi li condivide come se li avesse fatti; chi le sente come se le avesse scritte. E adesso come dirle che le sto dedicando ogni gesto, ogni attimo? Magari, dopo, qualcuno verr a domandarmelo... se le cose vanno per il verso giusto, perch no?... La mia prima partita da titolare. Perch no?... Cos, almeno, potr farglielo sapere. E importante che lo sappia. E che ci creda. Magari pure un po arrabbiata con me. Dio, quanto vorrei che fra noi due fosse per sempre!... La mia Nadia ha i capelli dun colore che cambia con le ore del giorno. A ogni minuto posso inventarmela diversa, ed sempre lei. Mi ci vorrebbe nulla a riconoscerla se ci fosse. Non c. Forse, non in tribuna. No, la vedrei lo stesso. Non distrarti! Quello un tempo era il mio posto. Sempre l. Oggi i settori li hanno tutti un po scambiati, ma quando pagavo era sempre quello. Il giorno che smetto ci ritorno. Tanto ormai ho imparato come si fa a veder bene dappertutto, che mi costa?... Hey, tu, ragazzino... d, lo sai che hai occupato il posto di chi adesso sta lavorando per te a fare quello che ci aspettiamo entrambi?... Accadesse, vorrei abbracciarti. Salire fin lass e abbracciarti. Giuro, lo far. Mi raccomando, io ero in gamba, cerca di essere allaltezza. Occhi? Daccordo?... Tu fa la tua parte che io faccio la mia. Cos, bravissimo! E di l che si comincia, da dove sei tu. Da quel posto l. Guarda... c mamma, per. O santo cielo, lei allo stadio... aveva giurato che mai e poi mai... questo incredibile. Ma non capisco... la vedo come se stesse crescendo, ma crescendo a dismisura. Come se fluttuasse, divenendo tutta la gente che mi preme addosso con grida e canti. E il suo viso... sembra quasi che si stia dilatando... e i suoi occhi... cos strani... e fissi. Ma dov che mi cercano?... Mamma! Dio santo, mamma... dove guardi? Io sono qui!... Sono qui!... Guardami o vattene. Mi distrai. Non distrarti, Vito, non distrarti! Il tuo avversario furbo. Pi furbo che voloce. E in campo chi furbo, si fa svelto come il pallone e lo fa sudare al posto suo. Gambe pensanti, gambe pesanti. Mamma, ti prego, non distrarmi, non distrarmi.

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Count down. La gloria una schiuma che nasce dalla terra, quando i fili derba sussurrano il tuo nome e si dicono lun laltro che sei tu il prediletto. Per una volta, tu. Affida le tue corse al libro del campo. Con le punizioni di Agostino e lurlo di Valerio spaccato da un armadio vestito rosso fuoco, lo ricordi? Io s. Crac. Gli infermieri che rientrano e tutti noi che ci sporgiamo a fiato mozzo per sapere, muti. Uno che fa un segno come a dire rotto, e laltro cos, una croce sopra. E il bomber che savvita e la rovescia di testa in rete con gli inglesi, ti ricordi? Io s. Era di qui. Langolo era esattamente questo. Dal vertice dellarea, esattamente questo. Io, ora, sono sono sono dentro quel salto. Lo abito, mappartiene. E l... lo stop di petto e la mezza girata al volo di Pierino. Va, raggiungila, guardala da dentro. Ti ricordi? Io s. E di qui partiva Kawasaki. Te le ricordi le sue fughe sulla fascia? Io s. Eccole! Ancora adesso scavano laria. Volaci dentro, facile. Ripeti e inventa. Nessuno potr pi sottrati allo spazio dove incidi i tuoi gesti come a colpi di vernice. E uno stadio che parla e che racconta. Sapr dire anche di te. Tu, mille volte qui dentro. Dal primo sguardo sul verde che abbaglia, e su loro, i tuoi eroi sparsi sul terreno, che poi dopo restavano con te per sempre notte e giorno, qualsiasi cosa facessi, ovunque. Sui libri di scuola e alle prime feste dove andavi immusonito senza il coraggio di spiccicare parola con quella che tha avvelenato due anni di liceo e che neppure ti vedeva. Ma avevi loro. Il tuo esercito dentro. Invisibili custodi, angeli, e forza. Oggi, invece, sei tu che abiti in loro. Nei loro gesti. In quel che hanno fatto, con quello che fai. Nei loro tocchi, con i tuoi.

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Count down. Sempre meglio. Il tempo passa, e ormai chiaro che il Mister ha deciso, mi lascer in campo sino allultimo, sicuro. Non me la leva questa partita. Questa partita mia. Mia, sino in fondo mia. Forza, Vito... il tuo sogno laria che respiri, lo spazio dove sei. E la leggerezza in cui galleggi e che ti fa arrivare per primo su tutti i palloni, in tutti i contrasti. Forza, Vito! Forza! Fatti pieno di tutto ci che avviene. Questo campo la mia terra. Questerba la mia casa. A dirmelo non la solita voce sforzata da dentro, no... ma qualcosa che sta fuori. E il sorriso del mio capitano, e quello di tutti i miei compagni, e della gente attorno. E anche lo stupore di mia madre, e la gioia di Nadia che non c. A quando, amore mio, a quando? Chi ti sta raccontando quello che succede? Sei sola? O con chi? Chi che ti parla di me adesso? Cos che te lo dice? E cos lontana questa sera, cos lontana, a quando? Listante, perdonami, mi tiene incarcerato. Manca poco. Pochissimo. Non sbagliare, non sbagliare. Attento allultimo minuto! Allultimo istante dellultimo minuto. Vi sono errori a cui non c rimedio, sono quelli che stai rischiando adesso. Da te dipende. Non distrarti. Oggi la tua squadra ha capito che ha bisogno di te... che ha un dannato bisogno di te. La mia squadra, la mia di sempre, la sola, ha bisogno di me.

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Count down. Count down. Pochi attimi ancora ed finita. Gi sento le pacche sulle spalle. Mimmagino i voti in pagella. Gli articoli, le interviste, le trasmissioni... ma timporta? Tutto questo nel futuro, te ne importa? Che continui cos per sempre. Sta. Resta. Ridono, si sbracciano, eppure muti. Eppure fermi. Perch? Non c cosa attorno che non trattenga il respiro. In nome di che? Per me? Non c chi non mi guardi, chi non mi pensi. Tutto si fatto cos tremendamente addosso. Lasciatemi a me stesso. Un po pi solo. Pi da parte, di lato. Tutto questo troppo, mi fa paura. Non significa quello che sembra. Non significa quello che sembra. Lasciatemi un po pi da solo. A capire. So, sento, che c qualcosa da capire. Intermittenze. Lampi. Le bandiere, troppo in alto, scosse. E sdruciture strane. Com sdrucito il vento che sibila e smette. Carico di cose. E suoni. Di nomi. Di facce. Poi silenzio, poi di nuovo. Mi passa affianco e non mi tocca. Scompiglia le figure, e non lo sento. Viene da quella porta in fondo. Da oltre la pista, l. Da oltre i cani poliziotto che fiutano a muso basso. Di l esce, e l ritorna. Ne ho visti di giocatori venir fuori da l sotto, dalle porte della terra! Bambino, pensavo: non esistono... l che si formano, escono, giocano, e tornano a disfarsi. Il buio fa, il buio disfa. Regala e riprende. Ora, invece, tutto ripete: Capisci!. Ma dio mio, finita? Ancora no?... Non distrarti. E proprio adesso che non devi pensare. Gambe pensanti, gambe pesanti. Scendo. Scale di corsa. Salutata di fretta. Povera Nadia! Amore mio, perdonami. Sono arrivato anche tardi per rimanere niente. E so che ci teneva. Un bacetto appena, cos, sulle guance, allungando il collo, quasi buffo, un po strano. Tutto qui? Fa che mi ammalo, ci manca solo questa! Sei ridicolo Di, amore, cerca di capirmi. La strada lucida. Diluvia. Cerata addosso, prendo il motorino e vado. C vento. Come questo. Di pi. Picchia di traverso. In barca, una volta, stavo con mio padre, un vento cos ci ha rovesciato in mare. Notte fonda. Luci che guizzano, e il Mister che non mi dice niente, eppure... mi raggiunge, mi supera, e di trequarti mi lancia quellocchiata senza lombra dun sorriso, io lo so cosa vuol dire, tutti lo sappiamo: Sta in campana, ragazzo, domenica la maglia tua. Ma lha fatto?... Seba... lha fatto? E possibile che non ti abbia telefonato e non te labbia detto?... Hai pianto? Stai piangendo?... Motori che arrancano. Le ruote dei camion pi alte della mia testa. La strada buia. Troppo buia. Lucida e buia. Lha fatto? Quando? Ricordo quello che stato o solo quello che vorrei?... Tutto si scuote. Il vento urla. Maledettissimo vento, smettila di avercela con me! Fischia, arbitro, fischia!... S, ora, cos cos cos!... Dio mio, andata... ho iniziato a esistere. Finalmente ho iniziato a esserci pur io, e di dedica ne ho una sola. Amor mio, amor mio, amor mio... nulla mai potr confonderci, neanche quello che sta per avvenire e che sar moltissimo, vedrai, moltissimo. Il pi e il meglio. E pericoloso, lo so. Ti ha sempre spaventato che potesse succedere per davvero. Ecco, ci siamo, ma mano nella mano. In due. Mi ritroverai a ogni istante. Il nostro segno, ricordi? Quel verso che mhai insegnato tu per riconoscerci ovunque, di qui allinfinito, per leternit. Cos?... Si stanno spegnendo le luci?... Ma quali?... Non cera niente da spegnere. Eravamo in pieno giorno. E il cielo era quello aperto e limpido di una splendida domenica pomeriggio. Allora com che adesso si sta spegnendo tutto?... E dov che stanno andando gli altri?... Gli spogliatoi sono di l. La porta quella. Perch non vengono?... Dov che restano?...

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VOCE RAGAZZA: La mia giovinezza, amore, era spartita con la tua. Spenta la tua, svanita anche la mia. Tutto spezzato. Tutto finito. Tutto, tranne noi due. Mi si pu togliere ogni cosa, ma non quello che ci siamo gi dati. Non quello che siamo stati. Io, per te, non cambio. Perdonami se domenica non ci sar. Me lhanno chiesto in tanti di venire, anche i tuoi compagni, ma non ci sar. Se mi cercherai in tribuna, la tua piccola non sar l. Potessi sapere io dove sei tu!... Ti raggiungerei ovunque, starei con te ovunque. Tesoro caro, confonder questa lettera con altre mille tra i fiori su cui hanno steso la tua maglia. Non voglio che sembri la pi importante. Noi sappiamo che lo , questo mi basta. Trovala. Leggila. E parlami ancora... parlami ancora. Ricordi il nostro segno di riconoscimento, Vito?... Usalo. Chiamami. Io di qui lo sto facendo. Addio, piccolo genio alato... la tua stellina, forse, la sola a sapere quello che riuscivi ad essere anche quando non avevi un pallone tra i piedi.

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