La savana

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Ray Bradbury

LA SAVANA

UN A TTO SCRITTO PER

«THE PANDEMONIUM THEATRE COMPANY»

TRADUZIONE DI

LIANA C. FERRI

PERSONAGGI

GIORGIO HADLEY (35 anni)

LIDIA (32)

PIETRO (12)

VANDA (13)

DAVIDE Mac LEAN

ELETTRICISTA

Ho scritto La savana perché il mio inconscio la sapeva più lunga suibambini di quanto e stato detto spesso. Tutto è cominciato con un eserci­zio di associazione di parole, operazione alla quale mi abbandono spessoquando al mattino, appena alzato, mi siedo dinanzi alla macchina pervere e lascio cadere sulla pagina tutto ciò che può aver voglia di arrivarci.Su un pezzetto di carta scrissi la parola 'nursery*. Ma nursery di ieri, michiesi. No Di oggi? No. Di domani? Sì! Nel futuro a cosa somiglierà unanursery? Due ore dopo, i leoni, al calar della notte, si ritiravano nelle profondità della savana, il lavoro era terminato, scrissi la parola 'Fine' e mi fermai.

L'ALLESTIMENTO SECONDO L'AUTORE

In un lavoro teatrale di science-fiction, piùci si ostina a creare il mondo di domani, piùsi corre al fallimento. Sobrietà, era questa laconsegna per le nostre scene e costumi. Ne Lasavana le diverse zone abitabili della casa delfuturo non erano evocate che da complessi mo­tivi geometrici costruiti con del nylon a colorivivaci e con altre fibre sintetiche. La casa so­migliava a un fragile arazzo. Tutti i muri era­no quasi trasparenti. La porta principale chedava nella sala dei giochi consisteva in unastruttura che ricordava una tela di ragno e sipoteva allargare o stringere a seconda che siserravano o si allentavano le sue trame di fittifili multicolori. Menzionerò anche un fattorepsicologico di minor conto; il solito sipario tra­sparente, utilizzato da anni in migliaia di la­vori teatrali, risulta irritante se crea un osta­colo tra gli attori e il pubblico. Il fatto di uti­lizzare — come facemmo — dei fili e dellecordicelle a colori vivaci fu una buona innova­zione. Il pubblico non aveva mai l'impressio­ne di essere tenuto a distanza, di esser respintoo infastidito, ma malgrado tutto si riusciva acreare la sensazione che c'era un vero murotutte le volte che occorreva.

All'inizio, quando feci l'adattamento tea­trale de La savana, avevo l'intenzione di farproiettare su un grande schermo delle imma­gini filmate di leoni. Sarebbe stato un errorecosì madornale che faccio fatica a credere diaverlo potuto pensare.

Ricorsi allora alla lezione che mi era statatanto amabilmente fornita dal mio amico Char­les Laughton : mettetevi al centro della scena econ l'aiuto delle parole create quell'universo,quei concetti, quelle belve carnivore.

Bisognava dunque che il pubblico diventasse,di volta in volta, la savana e i leoni dal pelostrinato dal sole. Così, quando si trovavano nel­la sala dei giochi, i miei attori fissavano, e poifacevano scorrere lo sguardo sul pubblico tra­sformato in immensità selvaggia. Questo me­todo dette risultati eccellenti.

La nostra riuscita la dovemmo al fatto chesi utilizzava il suono, diffuso dai quattro angolidella sala a mezzo di bande sonore. Ciò ci per­mise di far aggirare i leoni ruggenti attorno ealle spalle del pubblico, tenendolo sempre unpo' sul chi vive, non sapendo mai da qualelato si sarebbe levato, dietro le erbe alte, il rug­gito delle belve.

Fu così che riscoprii una vecchia verità. Unabattuta ben scritta e ben detta crea più imma­gini che non tutti i film del mondo. I cinesiavevano torto. Una sola parola vale quanto unmigliaio di immagini.

Ne La savana ci sono più di quarantadueeffetti sonori e altrettanti, se non di più, effet­ti di luci.

Ciò vuol dire che c'è bisogno di un diret­tore di scena, di un tecnico delle luci, di uningegnere del suono di primissimo ordine e dainervi di acciaio. Il minimo errore può squili­brare la rappresentazione de La savana, può farimpazzire gli attori e costringere il regista apassare il resto della notte nel più vicino bar.

Di conseguenza, le prove tecniche de La sa­vana risultano sfibranti. Bisogna lavorare finoa notte tarda nei giorni che precedono la primarappresentazione per assicurarsi che suono, lu­ci e attori funzionino tutti perfettamente all'u­nisono. Gli attori debbono rispondere ad ognieffetto sonoro o luminoso con precisione scat­tante e miracolosa, solo così saranno rilassatie reagiranno con verità a quell'Africa situata'aldilà', dissimulata fra gli spettatori.

L'ingegnere del suono che elaborerà la bandasonora de La savana deve essere quasi un com­positore di musica elettronica. La scena in cuiGiorgio ordina alla sala dei giochi di costruirglil'Egitto, le piramidi, la Sfinge, Parigi nell'oraazzurra del crepuscolo, ecc., deve essere elettro­nicamente orchestrata in modo da sentir sca­turire quei monumenti dalla terra per innal­zarsi poi verso il cielo, circondando il pubbli­co dai suoni provocati da queste creazioni elet­triche.

***********************

Il sipario si apre su una stanza completamentevuota, spoglia di qualsiasi mobile o arredo. Lemura sono formate da tende trasparenti e oc­cupano la totalità della parte anteriore dellascena. Le pareti sono visibili quando la sorgen­te luminosa è di fronte e scompaiono quando lailluminazione viene dal fondo. Al centro unaporta che immette nella parte abitata di unacasa dell'anno 1991, zona che occupa la secon­da metà del palcoscenico. L'arredamento ècomposto da poltrone, lampade, un tavolo, del­le sedie e alcuni quadri astratti. Quando i per­sonaggi si trovano nella zona abitata i proiettoriche illuminano la stanza 'vuota' — la sala deigiochi — sono spenti e il pubblico può vedereciò che succede nella zona abitata. Non appenai personaggi entrano nella sala dei giochi le lucisi spengono e si accendono quelle della sala deigiochi, variando di tono e di intensità a secon­da del momento.

Quando si alza il sipario la luce è accesanella 'sala dei giochi', ma è una luce flebile.Un elettricista è chinato verso il pavimento esta lavorando, alla luce di una torcia elettrica.Manipola e verifica un complesso quadro elet­trico installato nel pavimento e protetto da unagriglia. Dal soffitto e da tutti i lati della stanzaprovengono dei ronzii, degli acuti sibili, gli sfri­gola dell'alta frequenza e l'elettricista ne rego­la via via il volume e il suono.

Giorgio Hadley, un uomo sui trentacinqueanni, entra, traversa il salone e va a guardaredentro la stanza dei giochi. I rumori e le ombreintermittenti che si producono nella stanza loaffascinano, lo incantano addirittura. La stes­sa cosa si ripeterà spesso durante tutta la com­media e egli fisserà lo sguardo incantato in di­rezione della inesistente quarta parete e scru­terà con intensità e entusiasmo quella che èla parte più importante della sala dei giochi,ossia la sala del teatro dove si trova il pubbli­co. Numerosi suoni e svariati effetti di luceperverranno appunto sia dai lati che dal fondodella sala del teatro.

Alla fine, con viva eccitazione, Giorgio sivolta e chiama a gran voce:

Giorgio: Lidia! Lidia! Vieni qui!

Lidia compare. È una giovane donna di circa

trentadue anni, dall'aspetto fresco, ordinalo.Indossa un abito semplice ma costoso, troppo,per una casalinga.

Giorgio (facendole dei cenni con la mano):Vieni qui. È quasi pronto!

Lidia lo raggiunge e si ferma vicino a lui sullaporta della sala dei giochi nel momento in cuicessano i ronzii e i sibili. L'elettricista chiudecon forza la griglia, si rialza, si avvia verso idue lenendo in mano la sua cassetta dei ferri.

Elettricista: Io ho finito. Ora tocca a lei,signor Hadley.

Giorgio: Grazie, Tom.

L'elettricista si volge verso la sala dei giochi.

Elettricista (indicandola con il suo caccia­vite)': Ecco la sua nuova... come dicono idépliant?... « La Sala dei giochi elettrodi­namica della vita felice! » E che razza disala!

Lidia (con tono lugubre): Lo spero bene!...Costa trentamila dollari!

Giorgio (prendendola per un braccio): Dimen­ticherai il prezzo quando vedrai cosa sa fare.

Elettricista: È sicuro di saperla far funzio­nare?

Giorgio: Me l'ha spiegato alla perfezione.

Elettricista: Bene. Io scappo. Godetevela ebuon divertimento. (Esce)

Giorgio: Arrivederci, Tom.

Giorgio si volta e vede che Lidia fissa con ariaun po' sgomenta la sala dei giochi.

Giorgio: E allora?

Lidia: Allora...

Giorgio: Chiamo i bambini.

Arretra verso il vestibolo e chiama:

Giorgio: Pietro! Vanda! (Strizza l'occhio conaria furbesca e rivolto alla moglie dice) Saiche colpo quando la vedranno!

Dopo qualche secondo compaiono un ragazzodi dodici anni e una bambina di tredici. Sonotutti e due piuttosto pallidi e hanno l'aria diaver dormito male. Nel momento in cui entra­no nel vestibolo Pietro sta discutendo con lasorella e cerca di convincerla.

Pietro: Lo so. lo so, a te il pesce non piace. D'accordo. Ma il pesce è una cosa e pesca­re         un'altra! (Voltandosi verso il padre) Io e papà ne prenderemo di grossissimi, non è         vero, papà? Giorgio (facendo finta di non capire): Come? Cosa ?

Pietro (con una certa apprensione): Si va a pescare, no?... Al lago di LOON... Non te lo         ricordi?... Oggi... Me l'hai promesso...

Giorgio: Ma certo. Sì.

Il loro dialogo è interrotto da una soneria e da un vibratore. Lo schermo di un apparecchio TV — incastrato nel muro in modo che non si possa vederlo — emette segnali luminosi inter­mittenti. Giorgio preme un bottone. Quando lo schermo diventa luminoso, delle ombre tremo­lanti passano sul suo volto.

Giorgio: Sì... Dica...

Voce della segretaria trasmessa via radio:

Signor Hadley?... Giorgio (impacciato dallo sguardo del figlio):

Sì. Dica pure...

Voce della segretaria: La conferenza dei di­rigenti è fissata per le 11. L'elicottero che viene a prenderla è già partito.

Giorgio: Ma io... Bene, grazie.

Con un gesto secco Giorgio chiude la televisio­ne, ma non si risolve a voltarsi per guardare in faccia suo figlio.

Giorgio: Mi dispiace, figliolo. Quando i pa­droni decidono io... Io devo obbedire, no?

Pietro annuisce in silenzio.

Lidia (cercando di allentare la tensione): Beh. su, non è poi così grave. Guardate, la nuo­va sala dei giochi è pronta.

Giorgio (sollevato): Sì. Tutto a posto... Ah! Figlioli, non avete idea di quanto siete for­tunati!

Sempre nel più assoluto silenzio i ragazzi guar­dano la stanza dei giochi, mentre Giorgio spa­lanca la porta perché possano vederla meglio.

Vanda: è tutto qui?

Pietro: Ma... è vuota!

Giorgio: Sembra vuota. Ma è una macchina, una grande macchina, molto più che una macchina!

Ha preso il tono di un venditore ambulante e.mentre parla, cerca di guidare i ragazzi a su­perare la soglia. ma i due ragazzi non si muo­vono. Inquieto li supera e preme un commutatore. Immediatamente si ode un ronzio. Len­tamente, ma con vivacità, Giorgio Hadley en­tra nella sala.

Giorgio: E ora. attenzione! Guardate. Guar­date bene. (Sulla battuta alza gli occhi alsoffitto e con tono enfatico prosegue) Atten­zione!

Il ronzio aumenta.Sempre impassibili i due ragazzi aspettano.

Giorgio lancia loro un'occhiata e con tono daimbonitore dice :

Giorgio: Sia fatta la luce!

Il colore grigio e opaco del soffitto scomparesotto una luce splendente, proprio come quan­do la sfolgorante lama del sole buca una coltredi nubi. Degli edifici sonori cominciano a pren­dere forma a colpi di musica elettronica.Sorpresi, i ragazzi si proteggono gli occhi conle mani e da sotto quello schermo guardano ilpadre.

Giorgio: Parigi. L'ora azzurra del crepuscolo...L'ora dorata del tramonto... Una torreEiffel, per favore... e che sia di bronzo!...E un Arco di trionfo splendente come il ra­me!... Che le fontane sprizzino lava incan­descente!... E la Senna? Che diventi untorrente d'oro!La sua figura è immersa nella luce dorata cheinvade la stanza.

Giorgio: E ora l'Egitto! Pietre bianche e roven­ti diano forma alle piramidi! Che una sfingevenga scolpita nelle sabbie millenarie! Ecco!Là... Bene! Bene!... Vedete, figlioli? Entra­te, su! Entrate! Non rimanete lì come statue!

I ragazzi, in piedi ai lati della porta, non si muo­vono. Giorgio fa finta di non rilevare il loro at­teggiamento.

Giorgio: Basta! Fermate tutto!

Le luci si spengono : solo il volto di Giorgio è il­luminato dalla debole luce di un piccolo riflet­tore. La musica elettronica cessa.

Giorgio: E allora! Che ne pensate, eh?

Vanda: È bello.

Giorgio: Bello?! È un miracolo, è un vero mi­racolo! In ciascuno di quei muri c'è un oc­chio di gigante, un orecchio di gigante, uncervello di gigante, che ricordano ogni città,paese, collina, montagna, oceano... Ricorda­no il canto di ogni uccello, ricordano qualsia­si musica che esista al mondo. E fornisconotutto in tre dimensioni, Io capite? Basta chie­dere qualsiasi cosa, la stanza udirà e obbe­dirà.

Pietro (guardando il padre negli occhi): Parlicome un venditore ambulante.

Giorgio (sconcertato): Davvero? Beh, niente dimale. In ciascuno di noi c'è sempre un latoistrionico che ogni tanto schizza fuori. Fa be­ne: ci scarica. Avanti, figlioli, entrale...

Vanda fa un timido passo avanti. Pietro non simuove.

Giorgio: Pietro, non mi costringere a...

Il rombo di un elicottero invade la casa. Tuttialzano il capo. Ombre gigantesche volteggianodavanti a una finestra. Giorgio, felice di quelladiversione, si avvia rapido verso la porta.

Giorgio: È il mio elicottero... Lidia, mi accom­pagni alla porta?

Lidia (esitante): Giorgio...?

Giorgio (seguitando a camminare): Divertitevi,figlioli. (Si ferma come colpito da un'idea)Pietro? Vanda? Neanche un 'grazie'?

Vanda (calma): Grazie tanto, papà. (Dà unagomitata al fratello)

Pietro (freddo): Grazie...

Rimasti soli i due ragazzi si volgono verso la por­ta della sala dei giochi. Vanda allunga un brac­cio nella stanza e subito la stanza si mette a ron­zare, ma in modo strano, diverso. Il suono è dif­ferente da quello udito quando a entrare nellastanza era stato Giorgio. Ora, il ronzio ha unaqualità atonale.

Vanda avanza nella stanza vuota, si volta e at­tende che Pietro la raggiunga, cosa che fa a ma­lincuore. Il ronzio si fa più intenso.

Vanda: Non so cosa chiedere. Tu. Parla tu.

Chiedile di farci vedere qualcosa.Pietro cede, chiude gli occhi, si concentra, poisussurra qualcosa.

Vanda: Che hai detto? Non ho capito.

Pietro: La stanza ha capito. Guarda.Indica con il capo. Delle ombre scivolano sullepareti, dei colori si dilatano sui muri. I ragazzisgranano gli occhi evidentemente affascinati daciò che il pubblico intravede a malapena.

Vanda: Un Iago! Il lago di LOON!

Pietro: Si.

Vanda: Oh, com'è azzurro! Si direbbe che ilcielo è cascato dentro l'acqua! E c'è una bar­ca, bianca come la neve... Guarda, vieneverso di noi!Si ode lo sciabordìo dell'acqua, il rumore deicolpi dei remi.

Vanda: C'è qualcuno che rema!Pietro: Un ragazzo.Vanda: C'è qualcuno dietro di lui...Pietro: Un uomo.

Vanda: Ehi, ma sei tu e papà!

Pietro: Credi? Sì, hai ragione... La barca s'èfermata. Abbiamo buttato le lenze. Peschia­mo. (Improvvisamente eccitato) Guarda. Hopreso un pesce grosso... Enorme!

Vanda-, Com'è bello!... (Si ode rumore di ac­qua agitata) Sembra d'argento!

Pietro: È una bellezza!... Accidentaccio! Ma­ledizione!

Vanda: Oh, ha strappato l'amo! Scappa!...

Pietro: Non è stata colpa mia...

Vanda (delusa): La barca... Se ne va... Si alzala nebbia. Non riesco più a vedere la barca...e neanche te, e neanche papà.

Pietro: Neanch'io.

Vanda (disperata): La barca è sparita. Fallatornare, ti prego, ti prego.Pietro: Torna! Torna indietro!In lontananza, l'eco ripete le sue parole. La saladei giochi si oscura.

Pietro: è inutile. La stanza s'è rotta.

Vanda: Tu fai finta. Non provi sul serio. Torna!Torna!

Pietro: Torna!

Lidia, che è entrata in quel momento, si preoc­cupa.

Lidia: Pietro, Vanda? Va tutto bene?Pietro: Sì, benone...

Lidia (consultando l'orologio): Avete già pro­vato il Messico? Il volumetto delle istruzio­ni dice meraviglie delle rovine Azteche. Al­lora... Se avete bisogno di me mi trovate incittà alle 10,45, dalla signora Morgan alle11,30 e dalla signora Harrison alle 12,10.Ho messo la suoneria della colazione auto­matica su mezzogiorno e quindici. Mangiate,tutti e due! All'una registrate su nastro levostre lezioni di pianoforte e di violino. Ilvostro impiego del tempo sta scritto sul qua­dro elettrico...

Pietro: Lo sappiamo, mammina, va bene...

Lidia: Divertitevi, e già che ci siete non dimen­ticate Bombay, l'India e il resto.

È uscita da un attimo quando si ode come il rom­bo di un tuono. Pietro, tenendo un braccio stesocon un gesto di comando, si mette a gridare,mentre punta un dito verso una parete.

Pietro: Avanti! Ora! Subito! Lo voglio!Una invisibile valanga precipita rombando dauna montagna trascinandosi dietro torrenti di di­struzione. Vanda afferra il braccio del fratello.

Vanda: Pietro! No!...

Pietro: Ancora! Ancora! Avanti...

Vanda: Pietro, ti supplico, smettila! Basta! Fer­mala!

Il rombo della valanga si smorza, si fa ovattato,si spegne.

Vanda: Che hai fatto? Che cos'era?

Pietro (la guarda con una strana luce negli oc­chi): L'hai vista, no? Una valanga! Ho fat­to precipitare una valanga giù da una mon­tagna, centomila tonnellate di pietre e rocce.Non lo sai cos'è una valanga?

Vanda (guardando in giro): Guarda, il Iago s'èriempito. È sparito. La barca è sparita. Papàe tu siete scomparsi!

Pietro: Sono stato io? È scomparso tutto! (Unpo' sconvolto) Già!... Hai ragione... Ehi!ma allora... quest'arnese... è divertente!(Sottolinea le parole in modo strano) Toccaa te, ora, prova qualcosa...

Vanda: Io?... Il ponte di Londra! Fatemi vede­re il ponte di Londra.Delle ombre ruotano lentamente proiettandoopache strisce. Pietro e Vanda, in piedi, guar­dano attentamente.

Pietro: Vanda, sei un'idiota! Che gusto c'è! Epensa a qualcosa, su, pensa!... Vedrai... Oravediamo se... (Una pausa) Scendano le tene­bre! Che sia... la notte!

Oscurità totale. Pausa.

Le luci si riaccendono. Si ode il rumore di unelicottero che atterra e che riparte. Entra, da si­nistra, Giorgio Hadley.

Giorgio: Salve! Eccomi tornato a casa.

In un angolo del palcoscenico, sull'estremo latodestro, una minuscola alcova che è solo un pic­colo settore della cucina. Lidia è seduta e fissauna macchinetta che sta mescolando qualcosa.Giorgio traversa il palcoscenico e le va vicino.

Giorgio: Ciao. Come va?...

Lidia (alzando il capo e guardandolo): Ah. Seitu?... Bene.

Giorgio: Vorrai dire: benone! Alla perfezione!Mentre tornavo, in quel mio elicottero, pensavo: Dio buono, che casa! Ci viviamo dalgiorno in cui son nati i ragazzi e non c'è maimancato niente! Una vita stupenda! Inim­maginabile!

Lidia: Inimmaginabile, è così, però...

Giorgio: Però cosa?

Lidia: Questa cucina. Non so come dire... Èegoista. A volte, mi pare che sarebbe con­tenta se non ci mettessi piede, se la lasciassilavorare da sola, per suo conto. (Cerca disorridere) Sono una stupida, vero?

Giorgio: Senza dubbio! Ma come? Abbiamo onon abbiamo tutti questi apparecchi che cifanno risparmiare tempo? Nessuno del vici­nato ne possiede neanche la metà!

Lidia (poco convinta): Si, certo, hai ragione.(Una pausa) Giorgio... Vorrei che tu dessiun'occhiata alla sala dei giochi.

Giorgio: Non mi dirai che s'è guastata!? Santocielo, sono appena due mesi che ce l'abbiamo!

Lidia: Guastata? No. non esattamente. Be', vaia guardare... poi ne parliamo.

Lo prende per il braccio e gli fa attraversare ilpalcoscenico.

Giorgio: Saggia decisione. (Scherzoso) Ti se­guo. Che cosa ti preoccupa?

Lidia: La prima volta che ho osservato quella'cosa' che ti mostrerò, è stato un mese fa.Poi, s'è ripetuta spesso. Non volevo allar­marti, ma ora. che la 'cosa' si ripete di con­tinuo... beh... Ecco...

Apre la porta sulla battuta. Giorgio entra nellastanza dei giochi e guarda come se scrutasse

qualcosa situata molto lontano. Silenzio.

Giorgio: Santo cielo, che calma!

Lidia: Sì. Troppa!

Giorgio: Aspetta. Ho capito... Questa è... laAfrica!

Lidia (un po' lugubremente): Africa...

Giorgio: E allora? Ma santo Dio, esiste forseun bambino al mondo che non abbia avutovoglia di andare in Africa? Uno solo che,chiudendo gli occhi, non riesca a immaginar­si la savana?... Un ardente cielo di un blu in­tenso. L'orizzonte lontano migliaia di chilo­metri, la polvere che odora di api schiaccia­te, polverizzate e di antichi manoscritti e dichiodi di garofano e di cannella... Alberispelacchiati, solitudine... la savana. E unafrore particolare, umido. Lo senti?

Lidia: Sì.

Giorgio: Questo significa che nelle vicinanze cidev'essere una polla d'acqua, « Badrone! »(ride) Oh, Lidia, è perfetto! Una meraviglia!Ma questo sole... scotta! Guarda, ho la fron­te imperlata di sudore. Una vera collana diperline! (Gliele mostra). Ma sto divagando.Mi hai portato qui perché eri preoccupata.Be ... non vedo niente di anomalo.

Lidia: Aspetta di esserne impregnato.

Giorgio: Impregnato di cosa? Io...

Ombre passano sui loro volti. Giorgio alza il ca­po e guarda interrogativamente. Lei fa lo stesso,ma con espressione di disgusto. Dall'alto arrivaun secco rumore, un fruscio: è il rumore pro­dotto dallo sbattere di ali di grossi uccelli chelanciano strane strida.

Lidia: Oh! Brutte bestiacce! (segue con lo sguar­do gli uccelli che descrivono dei cerchi sul­le loro teste): Sono avvoltoi. Riconosco chequando Dio ha creato questi rapaci ha bat­tuto il record della bruttezza! È questo cheti preoccupa?

Lidia: Questo è soltanto una parte. Guardatiin giro.

Giorgio si guarda in giro lentamente, attenta­mente. Dall' estrema destra giunge come un pos­sente ruggito. Giorgio ammicca, sorride e dicealla moglie.

Giorgio: Potrebbero essere... leoni?

Lidia: Sì. Certo... E non mi piace avere deileoni in casa!

Giorgio (divertito): Beh, non è che siano pro­prioincasa. Toh! Guarda quel grosso ma­schio. Un muso come una fornace rovente euna criniera simile a un campo di grano. So­lo a guardarlo ci si brucia gli occhi. E ecco­ne un altro — una leonessa — e un'altro an­cora, è un branco intero... Non è uno spetta­colo superbo? Uno splendore... una vera epropria tappezzeria intessuta di fili d'oro eraggi di sole. (Reagendo a un pensiero im­provviso) Ma che stanno facendo?

Lidia: Mi pare stiano... mangiando.

Giorgio: E cosa? (Strizza gli occhi per vedercimeglio) Una zebra, o il piccolo di una giraf­fa, mi sembra.

Lidia: Ne sei sicuro?

Giorgio (facendosi schermo con la mano): No,è un po' tardi per poterlo dire. Hanno quasifinito il pasto... Anzi... hanno finito sul se­rio. Si dirigono verso la polla d'acqua. (Lisegue con lo sguardo)

Lidia: Dimmi un po', Giorgio.. Poco fa. men­tre si veniva qui... non hai... sentito un urlo            nella sala da gioco?

Giorgio (le lancia un'occhiata): Un urlo? no.Per l'amor del ciclo non mi dire...

Lidia: Va bene. Lasciamo perdere. Però... i leoni rifiutano d’andarsene.

Giorgio: Come sarebbe a dire: rifiutano d’andarsene?!?

Lidia: Sì. E anche l'Africa. Senti, Giorgio, sono 31 giorni che la sala non cambia. Un giorno dopo l’altro quel cielo con lo stesso sole giallo, un giorno dopo l’altro quei leoni sono là, coi loro denti affilati come pugnali, si grattano, uccidono, si ingozzano di carne rossa e fumante, lasciano scie di sangue sotto gli alberi, e uccidono e sbavano e ricominciano tutto da capo. Ogni giorno si rimpinzano: non cambia mai niente. Non ti sembra strano che i ragazzi non chiedano mai uno spettacolo diverso?

Giorgio: No! Tutti i ragazzi adorano l ’Africa! Sai, il gusto della violenza, la vita nuda e cruda, aspra, viscerale. Ehi, voi, venite qui, ehi !...

Fa schioccare le dita, tende la mano e schiocca ancora le dita. Si volge sorridendo verso Lidia.

Giorgio: Guarda, vengono a renderti omaggio.

Lidia (nervosamente, con voce strozzata): No, ti supplico... Non cosi vicini...

Ora il ruggito dei leoni è molto forte, proviene da destra, e va aumentando di intensità. Sempre dal lato destro la stanza diventa di un giallo più carico.

Giorgio: Andiamo, Lidia, non avrai mica paura?

Lidia: No, no... è che... Non hai provato niente? Si direbbe che possono vederci!

GIORGIOMa certo! Si tratta di un’illusione, però è a tre dimensioni! È come fuoco, quello, guardalo. (Allunga il braccio) Emana calore come un forno acceso. Senti come respira forte, si direbbe il ronzio di uno sciame di api attorno a un favo. (Allunga ancora di più la mano) Si ha l’impressione di poterlo toccare, di poter passare la mano su quella criniera bronzea, dorata...

Lidia(urlando): Attenzione!

Si ode un ringhiare orripilante. Delle ombre galoppano nella sala dei giochi. Lidia arretra, corre via, Giorgio sbalordito e incapace di fermarla non può far altro che seguirla. Lidia chiude la porta sbattendola con forza e ci si appoggia contro. Giorgio ride ma lei sta quasi per scoppiare in lacrime.

Giorgio: Lidia, mia cara, Lidia!

Lidia: I leoni stavano per...

Giorgio:Stavano per fare cosa? Andiamo, si tratta di apparecchi, di macchine elettroniche, di registrazioni sonore, di visualizzazioni!

Lidia: No, è qualcosa di più! Molto di più! Ascoltami bene, esigo, capisci? esigo che tu dica ai ragazzi che questi giochi africani devono finire!

Giorgio (la conforta, la bacia): OK. Parlerò ai ragazzi.

Lidia: No, non basta. Devi dare ordini precisi. Ogni giorno, per un mese, ho cercato di parlare con loro. Tutto inutile, appena possono filano via a passeggiare sotto quel dannato cielo africano! T i ricordi quella sera, tre settimane fa quando, per punire i ragazzi, hai interrotto il circuito dell’intera sala per 24 ore?

Giorgio(ridacchiando): Altro se lo ricordo! Come mi hanno odiato! È un’arma efficace. Se si comportano male interrompo di nuovo il circuito.

Lidia: E loro ti odieranno di nuovo.

Giorgio: E che mi odino! dopo tutto, è normale odiare il padre quando ti punisce.

Lidia: Sì, ma loro non dicono una sola parola. Ti guardano e basta. E ogni giorno che passa, quella stanza diventa sempre più calda, la savana più vasta e più sinistra, e i leoni diventano grandi come il sole.

C’è un attimo di impaccio e di disagio. Poi, si ode il rumore stridente di un vibratore. Giorgio preme un pannello nella parete. Si sente lo sfrigolio di un megafono e quindi:

Voce di Pietro : Mamma, stasera non veniamo a cena.

Voce di Vanda: Siamo alla festa dell’automazione, all’altro capo della città. Va bene?

Giorgio: Io credo che però...

Voce di Pietro : È una cosa fantastica.

Voce di Vanda: Sensazionale...

Ronzio. Fischio. Silenzio. Lidia guarda fissamente il soffitto da cui sono discese le voci dei suoi figlioli.

Lidia: Niente buonasera, niente arrivederci, nienteper favore, niente ringraziamenti.Giorgio le prende affettuosamente una mano.

Giorgio: Lidia, sei stanca, hai lavorato troppo...

Lidia: Credi? Ma allora com’è che in questa casa niente va come dovrebbe, né la sala dei giochi, né le quattro persone che ci vivono dentro?

Tocca la porta della sala dei giochi.

Lidia: Senti qua. Vibra come sotto il soffio di un forno gigantesco.

Toglie via la mano come se si fosse bruciata.

Lidia: I leoni... non possono uscir fuori, vero? Non possono, vero?

Giorgio scrolla sorridendo il capo. Lidia si allontana precipitosamente.

Giorgio: Dove stai andando? Lidia si ferma prima di uscire.

Lidia: Vado a premere quel tal bottone... che ci preparerà la cena. Tocca un pannello della parete. Le luci si spengono .

Fine della scena.

Musica nell’oscurità. Mentre le luci si riaccendono progressivamente si vede Giorgio in poltrona. Sta fumando la pipa, poi guarda l’orologio. Per un attimo ascolta la musica stereofonica del suo apparecchio Hi-fi. Poi si alza e con gesto impaziente spegne l apparecchio. Si avvicina alla radio, l’accende e per un momento ascolta le notizie.

Notiziario del tempo : Domani si prevede una temperatura di 18 gradi al mattino, di 22 nel pomeriggio, con qualche pioggia intermittente.

Spegne l’apparecchio e torna a guardare l’orologio. Accende un apparecchio televisivo incassato nel muro e del quale non si vede lo schermo. Per un momento, il fantomatico pallore dello schermo riempie la stanza. Giorgio contrae il viso, annoiato. Accende la pipa. Si ode una suoneria elettrica.

Voce di Lidia: Giorgio, dove sei? Nel salone?

Giorgio: Sì... Non riesco a dormire.

Voce di Lidia: I bambini sono a casa, vero?

Giorgio: Li ho aspettati... (Preoccupato e impacciato) Non sono ancora tornati. Voce di Lidia: No?! Ma è mezzanotte! Scendo subito...

Giorgio: Ma non serve...

Ma Lidia ha riattaccato. Giorgio cammina avanti e indietro nervosamente agitato, vuota la pipa, la ricarica, lancia un occhiata alla porta della sala dei giochi, decide di non entrare, ma, dopo un altra occhiata, ci ripensa, si avvicina. Gira la maniglia e lascia che la porta si apra da sola. All’interno la stanza è quasi buia. Giorgio se ne sorprende.

Giorgio(pensando a voce alta): Ehi, che succede? La savana è scomparsa? Ma... no. È calato il sole. Gli avvoltoi si sono appollaiati sugli alberi, là in fondo. È il crepuscolo. Gli uccelli cantano. In cielo compaiono le stelle. La luna è al primo quarto. Ma voi. dove...? Siete ancora lì, eh?

Si odono deboli ringhi e ruggiti.

Giorgio: Cosa state aspettando, eh? Perché non ve ne volete andare? Via, via! Parigi, il Cairo, Stoccolma, Londra, tutte queste città con i loro milioni di abitanti sparivano non appena ricevevano l’ordine. E voi, perché no? (Fa schioccare le dita) Andatevene! Via! Seguitano deboli ringhi e brontolii.

Giorgio: Vogliamo un nuovo ambiente, un paese nuovo, nuovi animali e gente! Vogliamo vedere Alì Babà e i quaranta ladroni! La torre pendente di Pisa! Sala dei giochi, mi senti? È un ordine! Obbedisci! Subito!

Dall’oscurità arriva l’agghiacciante risata di uno sciacallo.

Giorgio: Ehi, tu, piantala, piantala! Che la sala cambi! Che cambi, subito! (Contono debole e meno autoritario)... ora, subito...

I leoni brontolano. Delle scimmie arrampicate su alberi lontani lanciano grida. Un elefante barrisce. Giorgio rincula. Lentamente richiude la porta, mentre Lidia entra in scena.

Giorgio: Avevi ragione... questa maledetta stanza s’è scassata. Non vuole obbedire più!

Lidia: Non vuole, o non può?

Accende una candela posata su un tavolo posto in un angolo della scena.

Giorgio: Accendi la luce! Che stai a gingillarti con le candele?

Lidia fissa la fiammella e accende una seconda e una terza candela.

Lidia: Preferisco le candele. C’è sempre la possibilità che si spengano e allora posso riaccenderle. Almeno ho modo di fare qualcosa. Se un qualsiasi aggeggio di questa casa si guasta, se le porte elettroniche si incastrano, o se si blocca l’inceneritore dell’immondezza, io non ci posso far niente e devo telefonare a un tecnico o a uno specialista di cellule fotoelettriche perché venga a ripararle. Lo capisci ora perché mi piacciono le candele?

Giorgio è seduto. Lidia gli va vicino.

Lidia: Giorgio, è possibile che poiché i ragazzi hanno pensato e pensato all’Africa e ai leoni e a quegli orribili avvoltoi, continuamente, un giorno dopo l’altro, la stanza offra uno scenario’ fisso perché, ormai, è psicologicamente condizionata?

Giorgio: Domattina chiamerò uno specialista di elettronica.

Lidia: No, chiamerai il nostro psichiatra.

Giorgio(fissandola sbalordito): Davide Maclean?

Lidia: Sì. proprio lui!

La porta d'ingresso viene aperta e Pietro e Vanda compaiono correndo e ridendo.

Pietro : ...nell’ultima, c’è una vecchietta in una fabbrica di orologi!

Vanda: Non io, però, non io!

Giorgio: Ragazzi!

I ragazzi si fermano, impacciati.

Giorgio: Lo sapete o no che ore sono?

Pietro: Ma sì, è mezzanotte, e allora?

Giorgio: E allora?! Avete l ’abitudine di rientrare sempre così tardi?

Pietro: Qualche volta. Il mese scorso siamo rientrati tardi, tu stavi sbevazzando con i tuoi amici e non hai fatto scenate, te lo ricordi? E così...

Giorgio:Basta! Silenzio! Ne discuteremo più tardi. Per il momento parliamo un po' dell’Africa! La sala dei giochi...

Pietro: La sala dei giochi?

Lidia cerca di allentare la tensione. Con tono volutamente leggero.

Lidia:Vostro padre ed io torniamo da una spedizione nella savana africana; la terra dei leoni, delle polle d’acqua, degli avvoltoi e roba simile...

Pietro: La savana africana? Mai visto roba del genere nella sala dei giochi. E tu. Vanda?

Vanda: Neanch’io... Si scambiano un occhiata complice.

Pietro : Corri, va a guardare e riferisci.

Vanda scappa via. Giorgio allunga una mano per fermarla, ma invano.

Giorgio: Vanda! Ma Vanda ha già superato la porta della sala dei giochi.

Giorgio si alza di scatto. Pietro lo guarda senza tradirsi e mantenendosi calmissimo.

Pietro : Sta’ calmo, Giorgio. Guarderà e farà il suo rapporto.

Giorgio: Non mi serve nessun rapporto! Ho v isto coi miei occhi! E smettila di chiamarmi Giorgio! Pietro (tranquillo): Va bene... papà.

Giorgio: Levati di mezzo, lasciami passare. Vanda! Vanda ritorna correndo.

Vanda: Niente Africa! Non è mica l’Africa!

Giorgio la fissa, sbalordito dalla sua faccia tosta.

Giorgio: Ora lo vedremo...

Spalanca la porta della sala dei giochi, entra e si ferma sorpreso. La savana è scomparsa. Verdi rigogliosi giardini hanno invaso le pareti della sala. Pettirossi, rigogoli, fringuelli cantano in coro; mossi da una brezza leggera, alberi proiettano mobili ombre su cespugli di fiori coloratissimi. Delle farfalle che svolazzano instancabili mettono delicate ombre sul volto di Giorgio la cui espressione si rabbuia vedendo i suoi figlioli che si guardano sorridendo. Subito, sotto lo sguardo del padre, smettono di sorridere.

Giorgio: Tu! Sei stata...

Lidia: Giorgio!

Giorgio: È lei che ha cambiato l’Africa in... (indica) questa...

Vanda: Ma papà, questa è Spring Valley, in aprile...

Giorgio: Smettila di dire bugie! Sei stata tu a cambiare tutto! Andate a letto!

Pietro prende per mano Vanda e esce dalla stanza. I genitori li seguono con lo sguardo epoi si voltano per ritrovarsi circondati dal verde fogliame, dalle ombre delle farfalle, e dal canto degli uccelli.

Lidia: Sei sicuro di non essere stato tu a cambiare scenario, senza rendertene conto?

Giorgio: Né io né tu possiamo cambiarlo! I ragazzi hanno passato tanto di quel tempo nella sala dei giochi che ormai obbedisce solo a loro!

Lidia: Oddio! Oddio! quanto mi dispiace che tu Labbia fatta installare!

Giorgio fissa le verdi ombre, le deliziose macchie di luce primaverile.

Giorgio:A me no. M i rendo conto che a lungo andare, per vie traverse, può aiutarci a capire meglio i nostri figlioli. Domattina presto chiamerò il nostro psichiatra.

Lidia (sollevata e contenta): Sia lodato il cielo... Fanno qualche passo diretti verso la porta. Lidia si ferma di colpo e si china per raccogliere qualcosa da terra.

Lidia: Un momento...

Giorgio: Che cos’è?

Lidia: Non lo so. Secondo te, cosa può essere?

Giorgio(toccando l’oggetto): Cuoio. Ma guarda un po’!... È il mio vecchio portafoglio!

Lidia: Come ha fatto a ridursi in questo stato?

Giorgio: Sembra ci sia passata sopra una macchina.

Lidia: Oppure... che sia stato masticato. Guarda, ecco i segni lasciati dai denti. Giorgio: Che diavolo dici! Sono segni di ruote dentate!

Lidia: E questa?

Si rigirano il portafoglio fra le mani e l’osservano.

Giorgio: Questa macchia nerastra?... Cioccolata, credo...

Lidia: Lo credi davvero? Si porta l’oggetto al naso, l ’odora, lo tocca, torna a odorarlo.

Giorgio: È sangue!

La stanza è invasa da una verde luce primaverile. Dopo il silenzio che è seguito all’ultima battuta, il canto degli uccelli è aumentato di intensità. Gli sposi contemplano i colori teneri, la scena deliziosa nella sua naturale semplicità. Un attimo dopo, in lontananza, si ode come un urlo che si va spegnendo, poi, come un secondo grido, chi sa? Giorgio sussulta.

Lidia: Ecco! Questa volta hai sentito!

Giorgio: No.

Lidia: Sì. Lo so che hai sentito!

Giorgio: Ma se ti dico di no! Non ho sentito niente! Mio Dio, com’è tardi! Andiamo a letto?

Giorgio butta per terra il portafoglio e si affretta ad uscire. Appena è uscito, Lidia raccoglie quello straccetto di cuoio, se lo rigira fra le dita, si avvia e guarda, attraverso la porta aperta, nella sala dei giochi. Gli uccelli cantano, le ombre di un verde dorato disegnano motivi di foglie, di rami che stormiscono. Lidia descrive la scena a se stessa.

Lidia: ... alberi di meli fioriti... fiori di pesco... così bianchi...

Nel salone, nel fondo della scena, Giorgio soffia su una candela: la spenge.

Lidia: ... così belli...

Giorgio spenge le altre candele. La scena piomba nel buio. Fitte della scena.

Qualche minuto di silenzio e di buio, dopo di che si ode il rombo di un elicottero che si avvicina alla casa. Rumore di porta aperta e poi richiusa. Le luci si accendono e Giorgio introduce Davide Maclean.

Giorgio: Davide, sei stato molto gentile a venire così di buon’ora.

Davide: L ’ora non ha importanza se mi dai una buona colazione...

Giorgio: Certo, te la preparo io stesso... ossia... accendo la macchina per preparartela... Quella è la sala dei giochi. Penso che preferisci esaminarla da solo.

Davide: Certamente.

Giorgio: Vedrai, niente di grave. Ora, con la luce del giorno, me ne rendo perfettamente conto. Ma... vedi tu. Torno subito.

Giorgio esce. Maclean posa per terra una borsa da medico, si china e ne estrae qualche utensile. Sono piccoli strumenti, per niente adatti a uno psichiatra: si tratta di attrezzature per la riparazione di apparecchi TV . Maclean apre un pannello nella parete e per la prima volta si vedono intricati viluppi di fili, di bobine, di proiettori, di lenti. Sta verificando quella complessa installazione quando la porta della sala dei giochi si apre e Pietro compare. Scorgendo Maclean il ragazzo resta interdetto e siferma di colpo.

Pietro: ’Giorno'... Lei chi è?

Davide: Mi chiamo Davide Maclean.

Pietro: Ripara attrezzature elettroniche?

Davide: Non esattamente.

Pietro(riflettendo): Davide Maclean... Ah. ora ricordo, lei è quello che legge cosa c è scritto nelle bozze che abbiamo sulla fronte e sul cranio.

Davide: Magari fosse così semplice! Pel momento son qui per vedere cosa avete scritto tu e tua sorella sui muri di questa stanza.

Pietro: Noi non ci abbiamo scritto niente... Ah, sì, ora capisco cosa vuol dire. Lei è sempre così sincero?

Davide: Quando si mente, la gente se ne accorge!

Pietro: Macché! E Io sa perché? Perché la gente non ascolta. Si interessa soltanto a se stessa. E così, mentire o non mentire non ha importanza. Davide: Sul serio la pensi così?

Pietro(sinceramente sorpreso): Credevo che tutti la pensassero così?!

Si appoggia alla porta della sala dei giochi per sospingerla e rientrarvi.

Davide: No, non entrare.

Pietro: Devo pulire la stanza. David si mette tra lui e la porta.

Davide: Se non ti dispiace, preferirei che restasse com’è. Pietro esita. I due si squadrano attentamente.

Pietro : E va bene. Non fa nulla. Vada pure.

Pietro si allontana di qualche passo, prilla su se stesso, guarda fisso la porta, poi corre via e scompare. Maclean resta un attimo a fissare in direzione del ragazzo ormai scomparso, poi si volge verso la porta della sala dei giochi e apre lentamente. Dal colore che si intravede si capisce che è ricomparsa l’Africa. Si odono deboli, lontani ruggiti e fruscii di ali. Maclean, dopo un rapido sguardo in giro va a inginocchiarsi sul pavimento vicino alla griglia, l’apre ed esamina le complesse apparecchiature: luci brillano, si accendono, si spengono a intermittenze calcolate, grazie a meccanismi ben funzionanti. Davide tocca un interruttore, un bottone, una bobina di pellicola, un tabulatore, ecc. In seguito a quelle manipolazioni il colore della stanza si fa più acceso, si ha la sensazione che nella stanza regni un calore interno, accecante, simile a quello di una esplosione atomica. Aumentano di intensità anche i ruggiti e le strida acute degli uccelli. Maclean continua a trafficare.

I ruggiti si fanno fortissimi, le strida degli uccelli acutissime. Si ripetono, sempre uguali, identici, come avviene quando un disco si incanta perché è rigato. Maclean è sconvolto. Si ode il fracasso violento di un battere di ali. Il ruggito dei leoni diminuisce progressivamente. Mentre la sala piomba nel silenzio, il colore delle pareti si tinge di macchie rossastre che si allargano, che colano lungo le pareti fino a che tutta la stanza diventa scarlatta, come fosse invasa dalla rossa, sanguinolenta luce di un tramonto infuocato. Lentissimamente Davide chiude la griglia e arretra con espressione pensosa fino al salone.

Entra Lidia che reca un vassoio con la colazione: caffè e toast. Maclean è così immerso nei suoi pensieri che Lidia, per non disturbarlo, posa delicatamente il vassoio su un tavolo e versa il caffè nelle tre tazze che ha portato. Quando Giorgio entra resta, a sua volta,sorpreso dall’atteggiamento di Maclean. Marito e moglie si scambiano un’occhiata. Attendono. Alla fine Maclean si avvicina, prende una tazza e sorbisce pensosamente qualche sorso di caffè, poi comincia a parlare.

Davide: Giorgio... Lidia... ascoltate...

Esita un attimo, beve ancora un po’ di caffè, come se volesse riflettere ancora.

Davide: Quando detti la mia approvazione alla installazione di quella sala dei giochi, lo feci in base ai risultati di questo tipo di divertimento che erano eccezionalmente buoni. Non soltanto queste sale forniscono' ai bambini atmosfere fantasiose entro le quali essi possono concretizzare desideri e sogni, esse mettono. inoltre, a disposizione di noi adulti — genitori, educatori, psichiatri — se lo desideriamo, i grafici che i loro pensieri hanno lasciato sui registratori inseriti nei muri. È come se avessimo modo di consultare, per così dire, delle carte stradali che possiamo analizzare con comodo, per vedere quali vie stanno percorrendo i nostri ragazzi e dove sono diretti; ci è così possibile aiutarli a proseguire lungo quei sentieri. Gli esseri umani comunicano fra loro con difficoltà, ci sono tante cose che vorremmo dire senza riuscirci, così, grazie ai muri di queste stanze dei giochi. possiamo comunicare con il mutuo linguaggio dello spirito. Novantanove volte su cento la cosa funziona. I ragazzi utilizzano queste sale, i genitori osservano i grafici registrati sulle pareti e tutti sono felici e contenti. Ma in questo caso... (tace dicolpo)

Lidia: In questo caso?

Davide: Temo che la sala sia diventata un canale per convogliare pensieri distruttivi invece che un mezzo per riuscire a liberarsene. Giorgio... Lidia, come mai i vostri figli vi odiano tanto?

Lidia (sbalordita): Ci odiano? Ma è impossibile!

Giorgio: Siamo i loro genitori!

Davide: Lo siete sul serio? Parliamone un po’ ...

Maclean passeggia per la stanza, indicando una porta, un certo pannello elettrico, una macchina, ecc.

Davide: Che razza di vita fate? Macchine lucidano le vostre scarpe, rifanno i vostri letti, vi soffiano persino il naso! Macchine ascoltano, o apprendono, o parlano in vece vostra. Macchine per ventilare la casa, per portarvi in città a 140 chilometri all'ora, e per sollevarvi su, in cielo. Via, lontano da casa, sempre via, lontano da casa vostra. Vi chiamo al telefono ed è una macchina che automaticamente mi risponde per informarmi che siete assenti. Da quanto mai tempo non siete scesi dalla vostra auto per passeggiare fuori città con i vostri figli e respirare un'aria vostra, solo vostra, ossia che non sia stata respirata da altre migliaia di persone? Da quanto tempo non avete fatto volare un aquilone assieme ai vostri figli, da quanto non siete andati nei boschi a cogliere fragole selvatiche con loro? Da quanto tempo? Da quanto tempo? Da quanto tempo?

Maclean si siede. I genitori tacciono. Senza che nessuno se ne sia accorto, Pietro e Vanda sono entrati dalla porta di fondo. Maclean beve il suo caffè e lo finisce. Con tono ponderato e sommesso riprende a parlare.

Davide:Voi siete stati assenti. E in seguito alla vostra assenza questa casa e le sue macchine, questa sala dei giochi, sono diventati il solo giardino dove i vostri figli hanno potuto metter radici. Ma quando si costringono i fiori a crescere in una serra meccanica, allora non bisogna sorprendersi se vengono fuori orchidee esotiche, bizzarri gigli tigrati o piante carnivore.

Giorgio: Cosa dobbiamo fare?

Davide: Forse è troppo tardi, ma ora vi chiedo che, dopo aver recitato stupidamente per anni il ruolo di Babbo Natale ,vi mettiate a recitare un ruolo che ai vostri figli sembrerà quello del Burbero spietato.

Giorgio: Vuoi che chiuda l’interruttore generale della sala dei giochi?

Davide:Della sala, della casa, di quel maledetto innaffiatoio automatico del prato! Di tutto! Andate fuori, state fuori, uscite! Mandatemi i ragazzi perché li curi, ma prima curateli voi stessi. Guardateli con i vostri occhi, mostrate loro le vostre facce, parlate con loro direttamente e non a mezzo di microfoni, fate che le loro orecchie sentano il calore del vostro fiato, pettinate i loro capelli con le vostre dita, lavategli la schiena con le vostre mani, cantate delle canzoncine per loro, correte un po’ con loro prima che si mettano a correre da soli, per andar lontano e uscire completamente dalla vostra vita.

Giorgio: Ma se spengo le macchine di questa stanza, lo shock...

Davide: Meglio uno shock violento, netto, piuttosto che lasciare che i ragazzi si allontanino sempre più dalla realtà.

Giorgio: Sì... Hai ragione... Apre la porta della sala dei giochi. Ne emana una luce scarlatta. All’interno, le pareti sembrano colare sangue.

Giorgio reagisce con decisione. Si inginocchia dinanzi alla solita griglia e tira per aprirla. Pietro compare di colpo sulla porta e si ferma.

Pietro : Giorgio! No! No!

Maclean e Lidia scattano in piedi.

Davide: Fermati. Giorgio... Non davanti ai ragazzi!

Giorgio apre la grigliacon gesto brusco. Pietro lo raggiunge con un balzo e la richiude con forza.

Pietro: No. Giorgio! No! No!

Davide: Dammi retta. Aspetta...

Giorgio(al figlio): Levati di mezzo.

Pietro: Giorgio!

Giorgio(calmo e fermo): Non devi chiamarmi Giorgio.

Spinge il figlio lontano da sé, apre la griglia ma il ragazzo non rinuncia e cerca di impedirglielo, dimenandosi come un ossesso. Dalle mura scarlatte sprizzano grida con un rumore simile al frangersi di enormi ondate. Davide e Lidia come pietrificati guardano Pietro e suo padre che lottano l ’uno contro l ’altro decisi a raggiungere lo scopo che si prefiggono. I muri rimbombano dei battiti del cuore delle belve, riverberano la luce in lampeggiamenti sinistri, valanghe di zebre fuggono con un fitto rumore di zoccoli e gazzelle scappano in preda al panico e gnu zoccolano via in mezzo a un diabolico frastuono di urla, di strida. Giorgio strappa la mano di suo figlio dalle attrezzature, lo sospinge via duramente e spenge in rapida successione tutti gli interruttori. Si ode il violento barrire degli elefanti, il grido, Furio finale di molte creature che spirano, colpite da morte elettronica... Questi rumori si spengonocome quando un disco rallenta e si smorza perché la carica del grammofono si esaurisce. Nella sala infuocata tutti i colori scivolano a macchia d olio giù per i muri e scolano sul pavimento come se sgorgassero da una fiasca. Silenzio. La stanza piomba piuttosto rapidamente nell’oscurità. Giorgio sbatte violentemente la griglia, la chiude a chiave e ci si pianta sopra. Sospinto dal padre Pietro è caduto per terra e lì è rimasto. Ora piange e singhiozza. Sono i soli rumori udibili in quella stanza buia.

Pietro: Tu! Tu!...

Giorgio(fra sé e sé): Sì... Io... Proprio io...

Pietro(rialzandosi): Tu li hai ammazzati! Li hai ammazzati tu! Ti odio! Vorrei che fossi morto! Vorrei che fossi morto!

Giorgio gli molla un ceffone.

Stupefatto, Pietro si porta la mano alla guancia, si alza, schizza via e scappa dalla stanza. Vanda, che era rimasta sulla soglia, sbalordita da quanto è successo, lo segue. Giorgio tende una chiave che ha in mano a qualcuno, ma non a una persona precisa, il suo è un gesto di liberazione.

Giorgio(con tono di voce bassissimo): Bisogna chiudere la porta. È Lidia che la prende e esegue. Giorgio tende altre chiavi.

Giorgio:Ora... spengi il riscaldamento, gli orologi parlanti, i libri-cassetta, la TV. i telefoni, la macchina per lavarsi, quella per rifare i letti, spengi tutto!

Lidia prende le chiavi, scruta il volto del marito e poi esce precipitosamente. Davide la guarda allontanarsi.

DAVIDE:  Ti sei comportato male, Giorgio, molto male... Sei stato brutale... brutale...

Si affretta a raggiungere Lidia.

Giorgio, rimasto solo, appoggia il capo contro la porta della sala dei giochi, ascolta intensamente, con gli occhi chiusi e fra sé e sé mormora.

Giorgio: Sì, certo, ma sono morti! Siete morti tutti là dentro?! Bene. (Con tonoesausto) Perfetto...

Come sfinito traversa la stanza e, prima di uscire di scena, si volta a guardare ancora la porta della sala dei giochi.

Giorgio: Chi sa se... anche la sala dei giochi mi odia? Si... certamente! Nessuno, niente ama morire, neanche una macchina.

Esce.

Oscurità totale.

Musica.

Dopo qualche minuto si va accendendo una lampada posta vicino a un letto dove Lidia è sdraiata. Uno schermo scuro è sceso tra il letto e il fondo della scena così che la camera forma un tutto unico. Lidia si solleva sentendo entrare qualcuno.

Lidia: Giorgio?

Lidia vede il marito sul lato sinistro della scena: le dà le spalle. Fermo dinanzi a una finestra immaginaria tiene lo sguardo rivolto verso V esterno, come se scrutasse qualcosa fuori. Sta fu mando .

Lidia: Giorgio? Non riesci a dormire?

Giorgio: E chi potrebbe?

Lidia: Io no di certo! Impossibile!

Giorgio: E mezzanotte passata.

Lidia: Lo so. Ascolta. La casa è sinistramente silenziosa. (Si solleva e rimaneseduta, in ascolto) Prima, la casa, ronzava, vibrava, sempre, sempre... Era come un motivo in sordina... benché Labbia ascoltato per anni e benché abbia cercato di imitarlo, non sono mai riuscita a canticchiarlo... non mi è mai riuscito...

Giorgio: Si deve essere grati al Signore per le grazie che ci dispensa, anche per le più piccole. Mi ha fatto un effetto strano andare e venire per casa, chiudere l ’interruttore del riscaldamento, degli arnesi per pulire, lucidare, lavare. Per un’ora ho avuto l ’impressione che stavo trasformando la casa in un cimitero... e io ne ero il becchino! Ma è roba passata. Mi sto abituando...

Lidia: Anche i ragazzi si abitueranno. A forza di piangere han finito con l’addormentarsi, e finiranno col perdonarci.

Sta come in ascolto, quasi udisse un qualche rumore.

Lidia: Dimmi, è possibile che Pietro e Vanda possano... pasticciare, alterare le macchine della sala?

Giorgio: Alterare?

Lidia: Non voglio che cerchino di fare qualcosa là dentro, che si mettano a trafficare, a riparare, ad aggiustare... Non possono mica far niente a quella stanza, vero?

Giorgio: A quella stanza? Perché dovrebbero fare qualcosa a quella stanza? Comunque, sanno bene che i muri sono imbottiti di fili e sanno che rufolarci dentro significa venir investiti da una tremenda scarica elettrica.

Lidia resta ancora un attimo in ascolto, poi prende un tono disinvolto per cambiar corso ai suoi pensieri.

Lidia:Oh! come sono contenta di partire domani! Montagne! Pesca! Vivere all’aria aperta dopo tanti anni! Che bellezza!

Giorgio: Davide ha detto che dopo colazione viene a prenderci col suo elicottero per portarci al lago. Che caro amico!

Giorgio va verso il letto e si siede sulla sponda, accanto alla moglie.

Giorgio: Lidia?

Lidia:Sì? Le prende una mano. La bacia teneramente sulla guancia, ma lei si scosta con gesto brusco.

Giorgio: Che c’è?

Lidia: Oh, ascolta, ascolta...

In lontananza si sente il rumore provocato da branchi di antilopi in corsa pazza, e poi il ruggito di molti leoni.

Vanda e Pietro(da molto, molto lontano): Mamma! Papà! Aiuto! Aiuto!

Lidia: I bambini!

Giorgio: La stanza dei giochi! Devono aver forzato la porta!

Pietro e Vanda(voci remote) Mamma! Papà! Aiuto! Aiuto! Oh...

Lidia: Pietro! Vanda! Veniamo...

Giorgio: Figlioli! Eccoci! Eccoci! Arriviamo...

I due genitori scappano via e scompaiono nel buio mentre le luci della camera si smorzano. Nel buio si seguitano ad udire le voci di Pietro e Vanda.

Pietro : Papà, papà, presto! Fai presto!

Giorgio: Coraggio, stiamo arrivando!

Lidia: Bambini miei, dove siete? Dove?

Vanda: Qui! Qui! Le luci si accendono.

Giorgio e Lidia arrivano correndo sulla porta della sala dei giochi.

Giorgio: Sono qui dentro...

Lidia:Pietro! Vanda! Fanno qualche passo e si guardano intorno.

Lidia: Com’è strano...

Giorgio: Avrei giurato che...

Guardano a destra, a sinistra e poi di fronte — verso la quarta parete — ossia verso il pubblico.

Lidia: Giorgio... è tornata... l’Africa, il sole, la savana, gli avvoltoi...

Arretra di un passo, anche Giorgio fa per voltarsi e in quel preciso istante la porta si chiude con violenza. Giorgio ci si slancia contro.

Giorgio: Maledizione! È stata una corrente di aria...

Dall’esterno si sente il click della serratura che scatta. Giorgio tenta invano di girare la maniglia. Picchia dei colpi contro la porta.

Giorgio: S’è chiusa!

Lidia: Non può essere! Non si può chiudere da sola!

Giorgio(riflettendo): Hai ragione! Pietro? Vanda?

Lidia: Giorgio, guarda, laggiù, sotto gli alberi...

Giorgio:Aprite, figlioli, aprite... Lo so che siete lì!

Lidia: I leoni... escono fuori dal folto degli alberi...

Giorgio(scrollando la porta): Pietro, Vanda, non fate gli stupidi! Aprite la porta!

L’intensità della luce aumenta, dall’alto piove il bagliore accecante del sole. Il fruscio prodotto dallo sbattere delle ali degli avvoltoi si fa più forte. Ombre passano veloci sul volto di Giorgio e Lidia. Il ruggito dei leoni si intensifica e si avvicina.

Lidia: Giorgio! Guarda! Guarda! I leoni corrono verso di noi!

Giorgio lancia uno sguardo verso la quarta parete, è chiaramente inquieto, allarmato, quasi preso dal panico, picchia grandi colpi contro la porta.

Giorgio: Calmati, Lidia. Pietro, Vanda, carogne che non siete altro! Spaventate vostra madre! Aprite! Aprite! Mi sentite!?

Lidia: Corrono! Corrono verso di noi! Eccoli! Eccoli !

Giorgio: Pietro!!!

Lidia: Oh, Giorgio, le grida... quelle grida! Ora so... ora so quello che non ho mai detto... le conoscevo quelle grida... quelle voci... erano la mia e la tua voce! S’era noi che si gridava, Giorgio, tu ed io!

Giorgio: No! No! Impossibile! No! Figlioli, ascoltatemi! Mi sentite?

Martella disperatamente contro la porta coi pugni chiusi, si volta, resta come paralizzato, stravolto dalla paura.

Lidia: Oh, Giorgio! Giorgio! Fermali! Fermali!

Alza le mani a protezione del viso, cade in ginocchio per terra.

Lidia: Stanno per saltarci addosso! Fa qualcosa! Fermali! FERMALI!

Giorgio: Ma non possono! Non possono! È impossibile! Non possono! No! No!

La luce è accecante. I leoni ruggiscono. Un’ombra gigantesca sorge dalla platea, invade il boccascena, come se i leoni, formando un branco compatto, solido come una parete, proiettassero quell’ombra. Il palcoscenico scompare inghiottito dal buio. Questa oscurità inghiotte anche tutte le luci. Nel buio fitto grida e urla di Lidia e Giorgio. Gridano ancora poi, di colpo, le loro voci tacciono. I ruggiti, i borbottii delle belve si vanno affievolendo, si spengono del tutto. Dopo un silenzio piuttosto lungo si ode il rumore di un elicottero che atterra poco lontano. Dal buio giunge la voce di Davide Maclean che chiama.

Davide (sereno): Giorgio! Lidia! Eccomi qua... Giorgio? Lidia?... Dove siete?

Lentamente le luci si riaccendono. Siamo ancora nella sala dei giochi. Rivolti verso il pubblico Vanda e Pietro sono seduti per terra su due cuscini di velluto. I loro volti sono impassibili, p rivi di espressione, i volti di chi ha già provato tutto ciò che la vita può riservare. È come se i due ragazzi non udissero più, né vedessero più, né potessero più provare emozione alcuna. Su un cuscino posto in mezzo a loro sono disposte delle tazzine, dei piattini, una zuccheriera, un bricco per il latte. Vanda sostiene nelle mani bianchissime e gelate una tazzina col suo piattino. Anche Pietro ha in mano una tazzina. La porta della sala dei giochi si apre. Maclean lancia dentro uno sguardo distratto e non scorge subito i due ragazzi.

Davide: Giorgio...

Non finisce la frase. Alza il capo e aguzza lo sguardo come per scrutare in lontananza, aldilà della savana. Si ode il debole ruggito dei leoni. Poi il fracasso dello sbattere delle ali degli avvoltoi che piombano a frotte giù dal cielo. Schermandosi gli occhi Davide guarda in su verso il sole rovente. Rivolge infine lo sguardo sui due ragazzi, li scruta e dall’ espressione del suo volto ci si rende conto che comincia a indovinare p rima, a capire poi quello che hanno fatto.

Davide(con sgomenta lentezza): Pietro?... Vanda?...

Pietro volge lentamente il capo. Il suo sguardo fissa il vuoto, va oltre la persona che l’ha interpellato.

Pietro(con tono incolore): È lei. signor Mac Lean?

Vanda si volge ancora più lentamente, come un automa che non vede e non sente, tende verso Davide la tazzina che ha in mano e chiede con voce bianca, atona.

Vanda: Una tazza di tè? Oscurità completa.

FINE

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