La soluzione chimica

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LA SOLUZIONE CHIMICA

testo teatrale di Giampiero Orselli

Personaggi in ordine di apparizione:

PIERO

BEVERONE

DONATA

LUCIA

GERARDO

TRAMA

LA SOLUZIONE CHIMICA – 1988

Piero e Donata si ritrovano per aspettare l'uscita dal carcere del loro amicoGerardo che fu arrestato per terrorismo cinque anni prima. E' un'attesa lunga e tormentata, durante la quale i due ripercorrono, in modo tragicomico, le tappe di un recente passato. Gerardo fu il fidanzato di Donata e il miglior amico di Piero, e il suo fantasma continua  a pesare come un macigno sul loro rapporto.

Nel frattempo, fa la sua apparizione uno strano personaggio, il  professore Beverone, che propone a Piero di mettere nell'acquedotto cittadino una sostanza chimica di sua invenzione, che dovrebbe cambiare il cervello della gente (una rivoluzione chimica contrapposta a quella illusoria e violenta degli anni di piombo). Poi finalmente Gerardo arriva e...

La Soluzione chimica, vinse nel 1988 la Prima Rassegna Drammaturgica dei Teatri Universitari Italiani e fu messa in  scena con grande successo di pubblico e di critica nel giugno dello stesso anno.



LA SOLUZIONE CHIMICA

Un riflettore si accende e ritaglia uno spazio nel proscenio. In controluce due personaggi stanno cominciando a parlare: Piero e  Beverone.

BEVERONE/ Ho lavorato, lavorato, lavorato, finchè non ho messo a punto una certa cosa che non vedo l'ora di mostrarti. Sta qui  dentro. (tocca un sacchetto di plastica che ha con sè).

PIERO/ Vuoi un pò di vino?

BEVERONE/ Acqua. Preferisco dell'acqua. Dammi pure quella del  rubinetto.

Piero gli porge un bicchiere che Beverone osserva in controluce  prima di bere.

PIERO/ Allora, raccontami le novità.

BEVERONE/ Tante, tantissime, ascolta. All'istituto di Fisica sono arrivati un bel pò di soldi. Da noi c'è qualcuno che fa ricerche livello sui nuovi materiali superconduttori. Una cosa grossa. C'è  di mezzo anche la Nato. Sai? In quelle cose lì i Giapponesi sono i più bravi e fanno stringere le chiappe a tutti. Buon per noi.

PIERO/ E allora?

BEVERONE/ E allora è piovuta la manna dal cielo. Capirai... una  piccola fetta me la sono ritagliata anche io. Uno non può mica rimanere fesso per tutta la vita. Così ho rimesso un pò a nuovo  il laboratorio. Tutto materiale di Taiwan. Ho lavorato un paio di mesi e alla fine il  risultato eccolo qui.

PIERO/ Cos’è quella roba?

BEVERONE/ Io la chiamo la "Rivoluzione chimica".

PIERO/ La rivoluzione chimica? Addirittura. E a che cosa servirebbe?

BEVERONE/ A cosa serve, vorrai dire? Nientemeno che a cambiare la  testa della gente.

PIERO/ Scusa?

BEVERONE/ Non eri tu caro Piero quello che viveva di  psicofarmaci? La sostanza giusta al momento giusto, dritta fino ai ricettori chimici del cervello. Non riesci a dormire? Un qualsiasi farmaco a base benzodiazepinica e tic... manie depressive e tic: il peggio è passato. Schizofrenia, atarassia, pene d'amore: tic, tic, tic. C'è una soluzione chimica a tutto. E  allora mi sono detto: perchè non inventare una sostanza che migliori la vita della gente? Che tolga l'aggressività, la  depressione, la stanchezza. Che tiri giù una volta per tutte, quei maledetti muri che abbiamo nella testa. E allora ho  inventato questa: la Rivoluzione chimica. Tu ne bevi una sola goccia adesso e ti assicuro che le prossime giornate saranno  diverse.

PIERO/ Ah si? E tu l'hai già provata?

BEVERONE/ Certo. E non solo su di me. Devi sapere che io in casa  ho una cane e un gatto. Li tengo in due stanze separate, sennò si sbranano. Bèh, l'altro giorno ho messo due gocce della soluzione  chimica nella ciotola del cane e una goccia in quella del gatto. Poi ho lasciato le porte aperte... quando i due si sono trovati  di fronte nel corridoio...

PIERO/ Vabbè, basta, ho capito.

BEVERONE/ Allora, che pensi?

PIERO/ Penso che tu sia pazzo. Eppoi mi spieghi come gliela fai bere alla gente quella schifezza.

BEVERONE/ Ho pensato anche a questo. Gliela faccio bere nell'acqua. Si. Nell'acqua del rubinetto (Beve un sorso dal  bicchiere). Una di queste sere andiamo su, all'acquedotto. Ci sono già stato. C'è solo un cancello che lo scavalcherebbe anche un bambino. Andiamo lì e versiamo questa nel canale maggiore. Rifornisce tutto il centro, compreso casa mia e casa tua, pensa.

PIERO/ Ah, meno male.

BEVERONE/ Fatto questo, i giorni seguenti, verifichiamo scientificamente le reazioni psicofisiche della popolazione attiva, immagazziniamo i dati nel computer e facciamo una prima redazione statistica per certificare le alterazioni e...

PIERO/ Scusa, ma come ti è venuta un'idea simile?

BEVERONE/ Senti Piero, voglio che partecipi anche tu.

PIERO/ Perchè proprio io?

BEVERONE/ Ho bisogno di un aiutante.

PIERO/ Perchè proprio io?

BEVERONE/ Se ben ricordo a te queste cose piacevano.

PIERO/ Ora non più.

BEVERONE/ Dai. Non raccontare balle al tuo vecchio amico.

PIERO/ No.

BEVERONE/ Ho bisogno di un testimone. Qualcuno che fissi  l'evento.

PIERO/ Ti ho detto di no.

BEVERONE/ Ho capito. Hai bisogno di tempo per pensarci. Ora è meglio che vada. Passerò domani a trovarti.

Beverone posa la bottiglia con il liquido fosforescente sul  tavolo poi esce di scena. La luce cala fino al buio. Musica.

LA SOLUZIONE CHIMICA

La luce cresce lentamente all'interno di una casa nei vicoli di Genova. A sinistra un letto matrimoniale dove dorme una donna  seminascosta dalle coperte. Al centro uno schermo T.V. e un registratore portatile il cui aspetto avveniristico contrasta con  l'arredamento decrepito. A destra un divano dove un uomo  comincia ad agitarsi. E' Piero, il protagonista della nostra  storia. Qualcosa di meno che trent'anni.Un'aria trasandata, da mattina dopo. Il suo mestiere? Professore precario in un liceo  privato.

PIERO/ (Si mette a sedere sul divano, con un balzo.) Ma che ore sono? (Prende la sveglia e la guarda con sgomento.) Le due e  mezza? Del pomeriggio?

Si alza e si trascina fino al letto matrimoniale dove sta  dormendo una ragazza.

PIERO/ Donata... Donata, sveglia! Sveglia dai... si, buonanotte.  (Prende il telefono sul comodino).

Pronto, eh, la segreteria... si, sono il professor Roversi si, lo so che non sono venuto. Perchè? Perchè mi sento male, si , sono qui in casa. Certo che sono sicuro di sentirmi male. Si va bene. Mandatemi pure la visita fiscale. (Mette giù la cornetta). Ma senti che stronzi!

(Torna dalla ragazza che non si è minimamente svegliata.)

Donata. Svegliati su. Eh... beata te. Quasi quasi prendo una pillola anche io e mi rimetto a dormire.

(Estrae dal comodino il cassetto e comincia a tirare fuori le  scatole dei medicinali).

Allora, vediamo un pò. No, questa meglio di no, che mi sveglio a  Natale. Questa mi fa il solletico. Ah, ecco. Valium. (Solleva la scatolina e legge a fatica gli ingredienti). Allora: componente attivo il loriazepam - 2 - cloro 5 - e 1 di benzodiazepam. Si, c'è anche lui. Perfetto. Dieci gocce dovrebbero bastare. Ehi, ma  è vuoto. Possibile? L'ho comprato la settimana scorsa (si volta  verso il letto). Donata, Donata! (la scrolla con rabbia e lei  risponde con un mugolio). Dai svegliati. Ti preparo un caffè.

Nel percorso verso la cucina Piero passa di fronte al registratore e lo accende a tutto volume. Rock rovente.

Donata finalmente si sveglia  e si solleva sul letto. Poco meno di trent'anni. Senz'altro bella.

DONATA/ Piero, maledizione! Spegni quell'affare!

PIERO/ (urlando dalla cucina) Ti piace? E' irresistibile.

DONATA/ Spegni quell'aggeggio infernale. 

Piero arriva con la tazzina ed esegue quell'ordine perentorio.

DONATA/ Santo cielo che sberla! Ho esagerato con il Valium.

PIERO/ Lo so. Se continua così dovremmo comprarne una confezione formato famiglia.

DONATA/ Tu hai dormito bene?

PIERO/  Come morto.

Donata si alza e scompare oltre la porta del bagno.

DONATA/ E quella ragazza che era qui ieri sera. Perchè se ne andata? (La sua voce è fuori campo).

PIERO/ Abbiamo litigato.

DONATA/ Per causa mia?

PIERO/ No. Tu non c'entri. E' per via dell'energia nucleare.

DONATA/ Dell'energia nucleare?

PIERO/ Si, ti spiego. Lei è una verde. Si insomma, è fissata con  i movimenti ecologisti. Bèh, subito dopo che tu sei andata a dormire lei mi chiede: ma tu cosa pensi delle centrali nucleari? Così. A bruciapelo.

DONATA/ E allora?

PIERO/ E allora ho commesso l'errore di raccontarle di quella volta che la macchina mi si è fermata in autostrada, subito dopo  il casello di Vercelli. Te l'ho mai raccontata ? Bèh, una  disavventura che non auguro a nessuno. Mi sono trovato senza benzina, in aperta campagna, di notte, nella nebbia, a camminare  per un'ora buona, con la mia brava tanica sottobraccio. Finchè in  lontananza non è apparsa una costruzione luminosa. Dovevi vederla  Donata. Sembrava un miraggio. Più mi avvicinavo e più quella costruzione sembrava incredibile. Una cattedrale di luce: con i  lumini, i faretti, i neon azzurri, i fari rotanti. Vai a sapere che era una centrale nucleare. Sembrava l'astronave di "Incontri  ravvicinati del Terzo Tipo". Lo spettacolo più bello che avessi  mai visto. E così ho continuato a camminare fino ai reticolati di  filo spinato. E più mi avvicinavo e più la luce diventava  intensa. Mi sembrava persino di sentire una musica... Pink Floyd.

Donata esce dal bagno avvolta in un accappatoio.

DONATA/ E poi?

PIERO/ E poi? E poi ci ho messo due giorni a convincere la Polizia di guardia che non ero lì per mettere una bomba.

DONATA/ E tutto questo, con la tua amica di ieri sera?

PIERO/ C'entra. Perchè io racconto tutta questa storia a quella strega e lei sai che fa? Si alza in piedi, mi dice stronzo e mi  molla pure un ceffone. Io resto allibito. Ma che fai? Sei impazzita? "Stronzo!" Si ancora una volta, e attacca un comizio. Dovevi sentirla."Sei uno stronzo. Tu fai l'esteta futurista  mentre quelli fabbricano le centrali. Ma lo sai cosa è una  centrale nucleare? E' una fabbrica di morte! Altro che cattedrale di luce. Stronzo. Esteta decadente. Stronzo, stronzo e fascista!" Capisci Donata? Fascista a me.

DONATA/ E così è andata via?

PIERO/ E così è andata via. Cioè, l'ho mandata via. Dopo quello che mi aveva detto.

DONATA/ Dì la verità Piero. Se ne è andata per me?

PIERO/ ... Si.

DONATA/ Mi dispiace.

PIERO/ Fa niente. Non era importante. Una di quelle storie di  sopravvivenza. Per tirare avanti. Creano più fastidio che altro. Ormai nelle faccende sessuali mi sono abituato quasi del tutto a fare da solo. Ma non sempre ci resisto. Così ogni tanto capita la  serata dell'agendina telefonica. Ma è sempre più raro.

DONATA/ Mi spiace. Appena arrivata ti ho subito creato dei  problemi. Ma a casa non riuscivo a stare. Era come se i muri mi si stringessero addosso. Ho cominciato a girare per tutte le stanze. Davvero. Non  riuscivo più a stare ferma.

PIERO/ Gerardo... quando è che lo rilasciano?

DONATA/ Non lo so ancora. Fra due o tre giorni. Forse anche domani. Ci sono le ultime formalità. Tutta una serie di menate. E' pazzesco. Ho aspettato cinque anni e adesso non riesco a sopportare queste ultime ore. Chi se lo aspettava più che lo  liberassero?

PIERO/ Già.

DONATA/ Non mi sembri contento.

PIERO/ Scherzi? Certo che lo sono.

DONATA/ Quando esce facciamo una festa, qui, in casa tua. Ti va  l'idea?

PIERO/ Si. Il tuo caffè è diventato freddo. Dammelo che te lo  scaldo di nuovo.

DONATA/ Accidenti Piero. Hai una faccia. Cosa c'è che non va?

PIERO/ Sto aspettando Lucia.

DONATA/ Ah... non credevo che la vedessi ancora.

PIERO/ E invece... qualche mese fa abbiamo stabilito un patto. Ci si vede un pomeriggio alla settimana. Il venerdì. Così per i  restanti sei giorni ognuno è libero di fare la sua vita, di avere  le sue storie, eccetera eccetera... ste' scemenze qui insomma.  Naturalmente la brillante idea è stata la sua. Io le ho dato le chiavi di casa così ogni venerdì pomeriggio arriva. Sempre più in  ritardo. Si parla un pò, poi io le preparo il tè, che non beviamo mai, poi si fa l'amore, come se fosse per caso e poi restiamo  lì...

DONATA/ E poi?

PIERO/... e poi lei salta su e sparisce per un'altra settimana,  lasciandomi lì con il terrore di non vederla più arrivare. E  poi...

Piero ha un attimo di improvviso silenzio. E' indeciso se  confidarsi. Poi crolla.

PIERO/ Niente. Non vuol più saperne di farlo con me.

DONATA/ Ah...

PIERO/  Non c'è verso. Saran tre mesi che va avanti così. Lei  arriva. Si toglie il cappotto. Si parla un pò, il tè, ci si  sdraia sul letto, tutto come sempre insomma. Tranne che...

DONATA/ Niente.

PIERO/ Niente. Non ti sembra strano?

DONATA/ No.

PIERO/ No? Come no?

   

DONATA/ Ma che ne so io? Quasi non la conosco. Chiedilo a lei.

PIERO/ Non posso. Ho troppa paura della sua risposta.

DONATA/ Magari per lei è un periodo così.

PIERO/ Si. Ma è un periodo così che dura da tre mesi.

DONATA/ (Si alza e comincia a muoversi per la casa).

Sai? Forse non dovresti far vedere che per te quella cosa lì è  così importante, sennò lei pensa che la cerchi solo per quello e  si irrigidisce. Già mi sembra di vederti, te, lì, con la bava alla bocca. Quando lei arriva tu devi fare finta che stai  pensando ad altro. Capisci?

PIERO/ No.

DONATA/ Come no?

PIERO/ No. Mi conosce troppo bene. Non ci crederà mai.

DONATA/ Tu provaci.

PIERO/ No. Lei è troppo più forte di me. Troppo sicura. Dovresti  vederla quando arriva...

Da qui in poi tutto quello che Piero dice avviene realmente  sulla scena alle sue spalle, mentre Donata rimane indietro, nella  penombra della scena, tra le luci che si abbassano su di lei fino a farla sparire. E' apparsa Lucia. Bellissima e molto giovane. Non le si darebbero neanche vent'anni. Una musica sottolinea il  suo ingresso.

PIERO/  Una regina. In punta di piedi. Si toglie il soprabito. Gli stessi gesti... uguali, calcolati. Lo specchio. Si tira su i  capelli. Poi rimane a guardarsi negli occhi.

(Lucia alle sue spalle sta facendo tutto questo.)

Sembra una sacerdotessa che si prepara per un rito sacro.

LUCIA/ Ciao Piero.

PIERO/ Ciao. Che ore sono?

LUCIA/ Le tre in punto.

PIERO/ Come mai così puntuale oggi, che ti è successo?

LUCIA/ Devo parlarti.

PIERO/ Ah si? Bene bene. Ti preparo un tè.

LUCIA/ No. Lascia perdere.

PIERO/ No. Te lo preparo. Semmai poi non lo bevi. Sai? Prima che tu arrivassi ero lì che stavo pensando. Ti chiederai a cosa  immagino.

LUCIA/ Senti Piero...

PIERO/ Te lo dico subito. All'immortalità dell'anima. E' una cosa  che mi ossessiona in questo periodo. Non riesco a pensare ad  altro.

LUCIA/ Piero senti...

PIERO/ No, ascolta. Io mi chiedo: possibile che siamo fatti soltanto di ossa, carne, capelli, tutta sta' schifezza quà, e non ci sia nient'altro. Io non sono credente, lo sai, ma metti che poi l'anima esiste per davvero e l'inferno e il paradiso, tutte quelle robe lì, lo sai che fregatura mi becco, peggio della  macchina che mi hanno venduto l'anno scorso...

LUCIA/ Piero, volevo dirti che non verrò più.

PIERO/ Vuoi un pò di tè?

LUCIA/ No.

PIERO/ Cosa vuol dire che non verrai più?

LUCIA/ Questa storia dei venerdì pomeriggio non ha più senso. Non  verrò più.

PIERO/ Ah, per questo che oggi sei così puntuale. Dovevi portarmi la bella notizia.

LUCIA/ Già.

PIERO/ Ah vabbè. Forse hai ragione. Del resto gli ultimi incontri  non sono stati un granchè.

LUCIA/ Ah certo. Non si finiva più sotto le coperte.

PIERO/ Ma no, dai. Lo sai che per me questa non è mai stata la cosa più importante.

LUCIA/ Ah, è vero. Tu pensi soltanto all'anima.

PIERO/ Senti... a me fa piacere che tu continui a venire. Anche se non finiamo a letto. Ho sempre tante cose da raccontarti.

LUCIA/ Ma se non sappiamo mai cosa dirci.

PIERO/ Non è vero. A me succedono sempre tante cose. Ieri sera ad esempio. Ero giù al bar con un mio amico, Paride si chiama, e...

LUCIA/ Piero, lascia perdere. Non mi interessa più.

PIERO/ Facciamo ogni quindici giorni.

LUCIA/ No.

PIERO/ Una volta al mese... all'anno. Ho bisogno di te.

LUCIA/ Tu non hai bisogno di me. Hai bisogno di una donna. Una  donna qualsiasi.

PIERO/ Questo non è vero. Io di donne ne ho quante ne voglio. Anzi, sai che ti dico? Stanotte qui ha dormito una donna. Guarda,  ha pure lasciato il reggiseno.

LUCIA/ Ciao Piero. E' meglio che me ne vada. Mi stai scadendo  proprio.

PIERO/ Senti. Ferma lì... oddio. Ti telefono stasera?!

Piero accenna a inseguirla. Poi crolla a sedere con la testa ìtra le mani. Luce su Donata che riappare.

DONATA/ Avevi ragione. Quella ti fa un culo così.

PIERO/ Si.

DONATA/ E tu sei proprio stupido.

PIERO/ Si.

DONATA/ Ha dimenticato la sciarpa.

PIERO/ Si. Sempre così. Ogni volta si dimentica qualcosa. Non ho mai capito fino a che punto lo fa apposta.

DONATA/ Su dai. Ti preparo qualcosa da mangiare. Stasera in T.V. c'è il festival di San Remo. Mi piacerebbe vederlo. A me quelle cose lì rilassano. E' tutto il giorno che sono pazza. Ho telefonato al carcere di Cuneo e poi all'avvocato di Gerardo. Non  si sa ancora nulla. Comunque è questione di ore.

PIERO/ (che non la ha minimamente ascoltata) Una volta con Lucia abbiamo provato a vivere insieme. Un inferno. La sera uscivamo. Ognuno per conto suo. Era lei che voleva così. Solo che nessuno voleva rientrare prima, sennò gli toccava aspettare l'altro. E così ogni sera rientravamo a casa sempre più tardi. Alla fine non  rientravamo più. Casa deserta. Praticamente due senza tetto.

DONATA/ Con Gerardo siamo riusiti a vivere insieme solo cinque giorni. Lui non voleva mai uscire di casa. Credevo che fosse per  me. Solo dopo ho capito che si nascondeva. L'ho capito quando è arrivata la polizia a cercarlo. In questura non volevano credermi. "Ma come, lei vive con un uomo e non sa neanche chi è e  cosa fa?  Ci vuole prendere in giro?" E invece era così. Io non sapevo niente. Me ne sono vergognata tanto che avrei quasi preferito confessarmi sua complice piuttosto che ammetterlo. Ho  provato una gelosia per quella sua vita nascosta, molto più che se avesse avuto un'amante.

PIERO/ Donata, sai una cosa strana? Ogni volta che facevo l'amore con Lucia mi sembrava di sentire il rumore di un treno in  partenza. Tu come lo spieghi?

DONATA/ Non lo so. E' così tanto che non faccio l'amore. Da  quando lo hanno arrestato. Cinque anni. 60 mesi. 1828 giorni. Li  ho contati oggi sai?

PIERO/ Si lo so.

DONATA/ E in questi cinque anni non ho mai...

PIERO/ Non sei mai andata a letto con nessuno. Lo so. Me lo hai già detto mille volte. Cristo! Lo sai che non li sopporto questi  discorsi da santa martire. Sono tutte balle. Non sei andata con nessuno non per ragioni di fedeltà ma perchè sei una donna ìisterica e hai più sensi di colpa che capelli in testa. E sei  pure frigida. Lascia stare Gerardo che non c'entra niente.

DONATA/ Ma senti che stronzo! Non me ne frega niente di quello che pensi tu. Io credo che sia stato importante aspettarlo per tutto questo tempo. Per me è stato importante e questo basta.

PIERO/ Donata, ma ti rendi conto? Hai passato delle notti intere sui treni per andarlo a trovare nelle prigioni di mezza Italia. Per essere lì, alle otto del mattino, muta, in mezzo ai parenti di Gerardo che ti guardavano pure male, perchè pensavano che eri  stata tu a traviarlo. Tu che non c'entravi niente.

DONATA/ Io credo che di una persona bisogna amare anche gli errori.

PIERO/ Balle. Tutte balle. Da scatola di cioccolatini. Perchè quando lui era fuori tu le tue storie te le facevi. Non lo  ricordi questo? Quella volta in casa dei miei. Dovevamo preparare quell'esame e invece... non ricordi?

DONATA/ No. Io non ricordo più niente. Davvero. Mi sembra di essere nata adesso. Adesso che lui torna in libertà. E anche tu  devi essere felice. Perchè tu eri il suo migliore amico. Non è  vero? Dimmi! E' vero o no? Tu eri il suo migliore amico? Eh?

PIERO/ Si, si, si! E' vero. Ero il suo migliore amico. Guardiamo  la T.V. Và che è meglio.

Piero accende la T.V. Sta cominciando il festival di San Remo. La musica della sigla sale sull'immagine di Donata e Piero,  immobili, uno di fronte all'altro. La luce si abbassa lentamente  fino a buio completo, mentre sale la musica.

Piero è seduto al tavolo di cucina. Immobile e pensieroso. All'improvviso dà un forte pugno su tavolo.

PIERO/ La rivoluzione chimica. Ma senti che stronzata!

Donata è a letto. Il pugno l'ha definitivamente svegliata.

DONATA/ Piero?

PIERO/ Sono qui.

DONATA/ Che succede?

PIERO/ Niente.

DONATA/ Ho sentito un colpo.

PIERO/  Ero io.

DONATA/ Non riesco a dormire.

PIERO/ Ma se sono 24 ore che stai dormendo. Sono io che non  riesco a dormire.

DONATA/ Perchè non vieni qui a sdraiarti un pò?

Piero si trascina fino al letto. Spegne la luce sul comodino.  Buio. Si percepiscono le loro voci e i loro movimenti.

DONATA/ Dai. Fermo con le mani. Ti caccio via sennò.

PIERO/ Dai Donata. Per favore.

DONATA/ No. Uffa. Vuoi stare buono?

PIERO/ Dai... o diventeremo troppo vecchi per farlo.

DONATA/ No.

PIERO/ Per favore. E' urgente.

Si sente ancora un pò di tramestio, poi improvvisamente  silenzio. Piero accende la luce ed esce dal letto.

DONATA/ Dove vai? Vuoi farmi sentire in colpa?

PIERO/ (Affacciandosi dalla porta del bagno). No. Voglio solo  riuscire ad addormentarmi. Se ci ho quel pensiero in testa non  c'è verso. (scompare).

DONATA/ Piero? Stai facendo sul serio?

PIERO/ (Voce fuori campo) Vuoi stare un pò zitta. Non riesco a  concentrarmi.

(Silenzio per un minuto buono. Lei tende l'orecchio attenta.  Finchè lui non esce.)

PIERO/ Ah. Ecco fatto.

DONATA/ Fatto? Io non ho sentito niente.

PIERO/ Cosa dovevi sentire? Le campane?

Piero rientra nel letto e la abbraccia. Lei lo respinge  nuovamente.

PIERO/ Stai tranquilla. Non sono più pericoloso.

DONATA/ A te basta masturbarti per non essere più pericoloso?

PIERO/ Si.

Piero si gira dall'altra parte. Adesso è lui che vuole dormire.

DONATA/ Piero?

PIERO/ Che c'è?

DONATA/ Piero non ti addormentare. Ho voglia di parlare un pò.

PIERO/ Argomento?

DONATA/ Gerardo.

PIERO/ Ah bene. Un argomento nuovo finalmente.

DONATA/ Non fare il cretino. Diamine. Mi sta venendo una paura folle di rivederlo. In carcere era diverso. Stava lì, oltre il  vetro, sapevo chi era, ma adesso. Ho paura di non capirci niente. Come allora. Prima che lo arrestassero.

PIERO/ Si lo so. Ma per capirci qualcosa bisorrebbe avere la  macchina del tempo e tornare a quegli anni. C'era una tensione tale che certe scelte sembravano normali. Gli anni di piombo. Ti  ricordi come ci sguazzavano i giornali. Ne parlavo ieri con un  tipo, Paride si chiama. Ha 51 anni e ha fatto il 68 ed è proprio come ti immagini che sia uno di 51 anni che ha fatto il 68. Uno spettacolo. Da come la racconta lui sembra che il 68 lo ha fatto  lui da solo. Eh si, perchè i fascisti lo hanno picchiato mentre  vendeva l'Unità nei quartieri dei ricchi, che solo lui a quell'epoca aveva il coraggio. Un eroe, insomma. Bèh, quando lui  attacca con gli anni sessanta io mi arrabbio. Mi arrabbio  proprio. E gli anni settanta? Dico, li vogliamo proprio dimenticare gli anni Settanta? Sembra che l'umanità intera li abbia rimossi. Non se ne parla mai. Una specie di gigantesco  cancro collettivo. Uno pensa agli anni Sessanta e subito gli  vengono in mente i Beatles, la 500 decappottabile, l'estate, i watussi, la voglia di vivere. Praticamente un juke-box rimasto acceso dieci anni. Poi arriva agli anni settanta e... buio, silenzio. Un suono muto, continuo, cupo. Roba da toccarsi le  palle. Eh si... ma a me così non sta mica bene. Ti faccio un  esempio. Ti ricordi quei grandi stanzoni nei vicoli dove si  facevano le riunioni politiche? Quegli stanzoni con i soffitti  dipinti? Ricordi? Ci sono tornato l'altra sera, quasi per caso, con questo tipo, il sessantottino. Erano dieci anni che non finivo in un posto del genere. Sul soffitto ci sono ancora tutti  gli angioletti, le colonne dipinte, le decorazioni floreali. E  poi ci sono le cose di sempre... i giornali, il ciclostile, le  bombolette degli spray. I manifesti, sempre gli stessi, quelli si  sbiaditi. Eppure se ti guardi intorno con più attenzione ti  accorgi che è cambiato tutto. Sono passati più di 20 anni e sembra un secolo. C' era la presentazione di un nuovo giornale, di stampo trotzkista, mi pare. Un tipo parlava e parlava, occhiali, barba lunga, maglione nero, di lana. Gergo da perfetto intellettuale di  sinistra, figlio di operai, che ha studiato ma si è dovuto fare un culo così... hai presente no? Bèh, sto qui parlava e parlava, plusvalore, strutture, sovrastrutture, caduta tendenziale del saggio di profitto. Citazioni perfette. Uno spettacolo. Sprecato, penso io, perchè in quella stanza non saremo stati più di dieci. Io per un pò ascolto, così, per non sentirmi in colpa. Poi l'occhio mi cade sull'unica ragazza presente in sala. Una ragazza bruna, seduta due file davanti, con dei lunghi riccioli neri che  le cadevano sulle spalle. Aveva il maglione con il collo largo e le si vedeva la spallina del reggiseno. Bèh, a me questo fatto mi ha colpito subito. Un reggiseno rosa. Lo sai che io ci ho il  gusto dei particolari. E così mi fisso. Solo che il mio amico se ne accorge. Lui è implacabile. "Che fai? Non segui? Ti sei  incantato?" E allora mi rimetto ad ascoltare l'oratore. Sta  parlando della politica delle multinazionali in Sud Africa. L'  argomento è interessante... il maglione della ragazza è molto ampio. Non riesco a indovinare la forma del suo seno. Mi sporgo lievemente dalla sedia. Lei ha l'aria di essere accoppiata con un gorilla seduto al suo fianco. Un tipo ripugnante che lei guarda di tanto in tanto con quel disprezzo tipico che c'è tra le coppie che stanno insieme da tanto tempo. Sento all'improvviso che  potrei quasi amarla. Ma amarla veramente. E così punto il mio sguardo su quella piccola striscia di tessuto rosa sopra la sua  spalla e... "Allora?", "E allora cosa?", "Che fai? Cosa guardi?", "Guardo quello che mi pare!". E si perchè a quel punto ho perso proprio la pazienza. E lui mi dice: "Lo so che guardi quello che ti pare, è questo il tuo problema. Anteponi il personale al politico. Sarebbe meglio che ascoltassi invece di distrarti". "Cosa?" Faccio io "Ma guarda che qui non ascolta nessuno!" La  bestemmia. E fai conto Donata, che senza accorgermene avevo pure alzato a voce. E adesso tutti ci stanno guardando e anche io li osservo, come in uno specchio, con amore e tenerezza, uno a uno,  quei pochi residui bellici, e la ragazza del reggiseno, con  quella sua bellezza viva, e giovane, che stona così tragicamente con tutto il resto... bèh, se in quel momento  fosse apparso  Gerardo, che per quelle storie lì ha mandato a pezzi tutto, mi sarei fatta una di quelle risate, come quando al cinema ho visto E.T. che usciva dal garage. Capisci? E invece ti ricordi le assemblee di quegli anni là? C'eri anche tu Donata. Ricordi? Ci  si infilava nei vicoli. Stretti negli eskimo. E per strada si faceva finta di non riconoscersi. Perchè eravamo tutti schedati, fotografati, pedinati. Ti ricordi con che vanto lo si diceva? E c'era sempre tanta gente. Tutti sudati, duri, incazzati. A me l'altra sera mi sembrava di essere alla Morgue. Sbiadito tutto. Per strada Paride mi dice: "E' normale. Adesso l'individualismo domina alla luce dei nuovi valori del capitalismo borghese. Tutti  vogliono diventare degli yuppies. La classe operaia non esiste  più. Adesso c'è il terziario creativo. Io quando avevo 20 anni mi sono fatto aggredire dai fascisti." E han fatto bene a menarti!  Se sei così scemo da andare in certi posti con l'Unità in mano! E  si, perchè quando lui parla ci ha ragione, ma ha un modo di dire  le cose che ti fa incazzare subito. Ci siamo fermati a guardare ìil porto. In silenzio. A un certo punto lui mi dà di gomito e dice: "L'ho visto come la guardavi quella. Eh?" E si. La guardavo. Perchè a me le ragazze piacciono così, maglione e blue  jeans. Niente trucco. Così. Trasandate, un pò selvagge, che è una cosa che per contrasto ne esalta la femminilità. Le ragazze degli  anni Settanta. Quando c'era la guerra. Ti ricordi Donata...?

Donata dorme. Piero le sistema addosso la coperta. Si accende una sigaretta. Poi spegna la abat-jour. La luce si abbassa  lentamente. Nel buio vediamo la luce della sigaretta che si agita  nella stanza e la bottiglia fosforescente con la soluzione  chimica posata sul tavolo.

Piero e Beverone, isolati da un riflettore al centro della  scena.

BEVERONE/ Allora hai proprio deciso? Niente. Del resto tu non hai mai avuto una grande sensibilità per gli appuntamenti con la storia.

PIERO/ Specializzato nel perdere autobus, vero?

BEVERONE/ Già.

PIERO/ Si. Ma se dio vuole ho perso anche quelli sbagliati.

BEVERONE/ Ah certo. Chi sta immobile non rischia di sbagliare  strada. Bàh. Certe volte mi chiedo perchè sono tornato. Si sta  bene lontano da questa città, sai? E' tornare che è un casino. Ti guardi intorno: qualche vecchia casa in meno, qualche grattacielo  in più, ma per il resto tutto uguale. E la cosa peggiore: fare il giro dei vecchi amici. Una depressione. Come andare al museo delle cere. Sembrate tanti orsi in letargo, tutti serrati nelle vostre tane. E sai che ti dico Piero: tu mi sembri quello ridotto  peggio. Sembri una salma. Se ti vedessi. Io quasi quasi taglio di  nuovo la corda.

(Prende la bottiglia con la soluzione chimica.)

Ma prima voglio fare questo. Gerardo è ancora in giro?

PIERO/ Lo stiamo aspettando. Cinque anni, capisci?

BEVERONE/ Certo. Il nostro famoso amico non poteva denunciare  nessuno. Era un pesce piccolo lui. Avrà messo un volantino, così, tanto per sentirsi Che Guevara. Quasi non lo riconoscevo quando è  finito sui giornali.

PIERO/ Ma cosa vuoi saperne tu? Dove sei stato in tutto questi anni? A torturare topi in qualche parte del mondo?

BEVERONE/ Al tempo Piero. Non è il caso. Anno 1978. L'università. Ti ricordi? Il celebre docente arriva in aula e invece di commentare la Divina Commedia distribuisce un questionario: "Sareste disposti in caso di necessità politica a entrare nella lotta armata clandestina?" Si o no: mettere crocetta. I risultati  alla lezione seguente. Ti ricordi? 70 x 100 di adesioni. Esaltante!... una trappola Piero. Per due o tre. Per Gerardo. E  tu?

PIERO/ Facevamo tutto insieme...

BEVERONE/ E hai fatto bene a non caderci... (solleva la bottiglia  della soluzione chimica sotto il naso di Piero). Ma con questa non  ci sarà bisogno di versare il sangue di nessuno. Nessuno si farà  del male. Quella che i mistici chiamano anima, non è nient'altro che un groviglio di legami chimici nel cervello. Basta collegare i fili giusti. Basta sapere quali sono i fili giusti. E io lo so. L'unica strada per cambiare la vita della gente è questa. E  io voglio percorrerla insieme a te, al più presto. Abbiamo già perso troppo tempo. Troppi anni. L'appuntamento è per domani, a mezzanotte, alla biglietteria della stazione. A mezzanotte Piero,  ricordati.

Beverone scompare nell'oscurità della stanza. Musica. Buio.

Quando la luce riappare vediamo Piero seduto al tavolo di cucina  che sta leggendo Repubblica. All'improvviso sul suo viso si  disegna un'espressione di gioia incontenibile.

PIERO/ Ehi, no, ragazzi, questo è troppo bello! E' crollata la  borsa di New York!

DONATA/ E' crollata cosa?

PIERO/ La borsa. Santo cielo. Mi sembra di vederli tutti gli yuppies, con le loro 24 ore che si lanciano dai grattacieli e si  spalmano sui marciapiedi. Altro che Gucci e Armani. Mi sembra di  vederli.

DONATA/ Ma che stai dicendo?

PIERO/ Devo telefonare subito a Paride. Sarà pazzo di gioia. Lui è veramente infallibile. Aveva previsto tutto. Vedrai che ora la  Borsa crolla, vedrai che ora la Borsa crolla. E io che non gli davo retta.

Piero va al telefono. Ogni suo gesto tradisce una grande  eccitazione e felicità.

PIERO/ Pronto Paride... hai visto che roba? Crollo verticale. Grande, eh? Peggio che il 29. The great depression. Furore. Mi sembra di vederli... eh? Come? (Improvvisamente Piero si  rabbuia). Ah... ho capito. Ciao. Si scusa. Ciao.

Piero mette giù e rimane per qualche secondo in silenzio.  Visibilmente incupito.

DONATA/ E allora? Che ti ha detto?

PIERO/ Niente. Aveva giocato tutti i suoi risparmi in borsa.

Piero torna al tavolo e si rimette a leggere il giornale. Donata  è rimasta allo specchio come rapita dalla sua stessa immagine.  Piero sfoglia Repubblica borbottando.

PIERO/ Ma guarda te.

Poi piega il giornale con rabbia. Prende la bottiglia con la  Soluzione chimica, la posa di fronte a sè e rimane a guardarla, immobile e pensieroso. Nel frattempo Donata ha cominciato a  parlare, di fronte allo specchio, pettinandosi lentamente i  capelli.

DONATA/ Stanotte ho sognato mio nonno. Si chiamava Piero, come te. Passava dei pomeriggi interi davanti a un mobile che stava  nell'ingresso. Stava lì a cercare la pipa. Si, perchè questo mobile aveva due cassetti. Lui apriva il primo, vedeva che era  vuoto e lo richiudeva. Così guardava nel secondo. Anche quello  era vuoto. Così lo richiudeva e tornava a guardare nel primo e  poi di nuovo nel secondo. Andava avanti così per delle ore. La pipa non l'ha mai trovata. Poi mi raccontava sempre che in porto  c' era una nave piena di serpenti. Perchè in Africa i marinai  avevano caricato delle strane uova, che poi col calore della  stiva si erano aperte ed erano venuti fuori i serpenti, che continuavano a moltiplicarsi e ce ne erano già almeno un milione  e non restava che dare fuoco alla nave. Pensa che ancora adesso  quando passo davanti al porto mi chiedo quale sarà la nave dei serpenti. Poi aveva un'altra strana abitudine. Ogni giorno mi  chiedeva se ero rimasta incinta. Fai conto che ha cominciato a chiedermelo che io avevo cinque anni, ma lui niente, imperterrito. Me lo chiedeva tutti i giorni ed è andata avanti  così, fino alla morte. Se pensi che quando è morto io avevo 17  anni. Non ci crederai, ma quell'anno sono rimasta incinta sul  serio. Anche se poi il bambino non è mai nato. Ehi, mi ascolti?

Donata si volta verso Piero che è sempre lì che guarda la  bottiglia della soluzione chimica.

DONATA/ Cosa è quella bottiglia?

PIERO/ E' la Rivoluzione chimica del professor Beverone.

DONATA/ E che sarebbe? Un callifugo?

PIERO/ No. Secondo lui è una cosa che se la bevi la tua vita cambia da così a così.

DONATA/ Cosa aspettiamo?

PIERO/ Oh no. Garantito che è un pacco. Conoscendo il personaggio. Anni fa aveva inventato un modo per insegnare a  parlare alle scimmie. Faceva esperimenti con una bertuccia. L'unico risultato è che la scimmia l'ha morso e gli è venuta l'epatite virale. Non ho mai capito perchè tutti i pazzi vengono  a cercarmi e soprattutto non ho mai capito perchè io dò corda a  tutti.

A questo punto senza che Piero se ne accorga entra in scena Gerardo. Un'apparizione silenziosa e immensa. Piero inconsapevole  ha continuato a parlare. Ora lo vede. Si alza in piedi. Anche  Donata si accorge di Gerardo, come vedendolo riflesso nello  sguardo sorpreso di Piero.

DONATA/ Gerardo!

Piero va incontro a Gerardo e lo aiuta a togliersi la giacca.

PIERO/ Vieni. Entra... dammi pure la giacca.

Donata corre tra le braccia di lui.

DONATA/ Come hai fatto a sapere che ero qui?

GERARDO/ Io non sapevo che tu eri qui... dove è il bagno?

Piero indica a Gerardo la porta, che lui raggiunge con un  percorso lento ed estenuante.

DONATA/ Come ti sembra?

PIERO/ Eh?

DONATA/ Hai sentito che ha detto?

PIERO/ Che ha detto?

DONATA/ Lui non sapeva di trovarmi qui. Probabilmente cercava  solo te. E si. Sennò sarebbe andato prima a casa mia e invece è venuto subito qui.

PIERO/ Ma che dici? Magari è andato là, non ha trovato nessuno ed  è venuto a cercarti qui.

DONATA/ Sarà, ma a me non sembra felice di vedermi.

PIERO/ Donata. Piantala con le menate. Siamo felici di vederlo,  no?

Gerardo esce dal bagno.

PIERO/ Vuoi mangiare qualcosa?

GERARDO/ No. Voglio solo sdraiarmi un pò.

Piero sospinge Donata verso di lui.

PIERO/ Andate pure in camera mia. Io adesso esco. Ci vediamo più tardi.

Donata cinge Gerardo alla vita, quasi a sorreggerlo. Li vediamo sparire nell'oscurità, nella parte sinistra del palco. Donata si  volta verso Piero e lo saluta con un Ciao, quasi impercettibile. Piero resta a guardare nella loro direzione per qualche secondo. Va in cucina. Poi torna in soggiorno. Si siede sul divano. Non  riesce a stare fermo. Infine si dirige deciso verso il telefono.

PIERO/ Pronto... vorrei parlare con Lucia... ah, ho capito. Grazie. (mette giù) Non c'è naturalmente. Non c'è mai. Sua madre  sembra che abbia un orgasmo quando te lo dice. "Non c'è, è  uscita, non so quando torna." Io adesso vado giù al circolo. Magari c'è Paride  e...

Una voce lo ferma. E' Donata. E' uscita dalla penombra e ora  cammina verso di lui.

DONATA/ Piero.

PIERO/ Donata?! Che c'è?

DONATA/ Gerardo vuole che vieni anche tu di là.

PIERO/ Cosa?

DONATA/ Vuole che vieni di là con noi.

PIERO/ Ma sei sicura?

DONATA/ Si.

Piero si avvicina al letto dove sono sdraiati Donata e Gerardo.

PIERO/ Allora. Come va? Io stavo per scendere giù al Circolo, a vedere se c'è Paride... un tipo. Dovresti conoscerlo Gerardo, è  uno che...

GERARDO/ Ho viaggiato tutta la notte sopra un treno deserto, completamente deserto. Mi sono fatto tutti i vagoni, avanti e  indietro... nessuno, nemmeno un passeggero. A un certo punto ho cominciato a pensare che non ci fosse neppure il conducente. Schegge di luce nella nebbia... all'alba Genova.

In cucina c'era mia madre che dormiva su una sedia, con il capo  poggiato su tavolo. Non l'ho svegliata. Sono andato in camera mia e sono rimasto un pò lì. Al buio. Poi ho deciso di venire a cercarti, Piero. Per strada ho visto gente. Sono passato  attraverso i giardini. Donne vecchie sedute sulle panchine. Un  uomo stava lavando la sua macchina... si allontanava di qualche  passo per guardarla. Una donna tirava una bambina per un braccio... lei piangeva disperatamente. La donna doveva esserci abituata. Continuava a camminare guardando fisso davanti a sè.  Nessuno mi ha guardato. Neppure il cameriere del bar della stazione. Il caffè era freddo. Troppo dolce.

La gente. A me non piace la gente. L'ho guardata stamattina,  proprio come cinque anni fa. Avevo appena dato fuoco alla mia carta di identità e l'avevo gettata nel cestino. Via tutto. Il nome, l'indirizzo, il colore degli occhi. Ma proprio in quel momento mi sono accorto che non mi piaceva la gente. Sul treno mi sono messo in uno scompartimento buio. Qualcuno aveva dimenticato un libro. C'era un racconto. Parlava di due sposi. Lui si chiama Arturo, lei Elide. Arturo ed Elide. Bèh, questi due fanno gli operai in una grande fabbrica del Nord. La loro casa è in periferia e per andare al lavoro devono prendere il treno. La loro casa è lontana dalla stazione e per arrivare fino alla stazione devono prendere la bicicletta. La stessa bicicletta in due. Eh si, perchè lui fa il turno di notte e lei quello di giorno. Quando lui arriva, all'alba, con la bicicletta, lei  parte, all'alba, con la bicicletta. E quando lei torna, a tarda sera con la bicicletta, lui parte. Ogni giorno si sfiorano per  pochi attimi. Quando lui arriva lei sta ancora dormendo. Le prepara il caffelatte prima di svegliarla. Poi la aiuta ad allacciarsi il reggiseno. Le sfiora appena la spalla nuda, con un  bacio, poi rimane a osservarla a lungo, alla finestra, finchè non è del tutto scomparsa nella nebbia. Poi si sdraia sul letto, ma dalla parte di lei, che è ancora calda... ehi, ma mi state  ascoltando? (sorride) (si alza) (prende la giacca).

Una volta in carcere un capo della camorra mi ha detto: "Ogni volta che parli con due persone tieni sempre d'occhio la terza". E chi è la  terza?" Chiedo io. "La terza sei tu".

(Gerardo guarda ancora verso di loro e pronuncia i loro nomi.)

Donata... Piero.

Se ne va in silenzio, così come era entrato. Piero e Donata si  abbracciano, mentre il buio cala su di loro. Musica. Buio.

La luce torna sull'immagine di Piero e Donata a letto. Lei si  sta rivestendo.

DONATA/ Devo parlargli.

PIERO/ Certo.

DONATA/ Devo capire cosa è successo cinque anni fa. Cosa è  successo in questi cinque anni. Cosa è successo a me. Dopo mi va  bene tutto.

PIERO/ Certo.

DONATA/ (facendogli il verso). Certo... stronzo.

Si china su di lui a baciarlo, prima di allontanarsi. Sulla  porta incontra Lucia che sta entrando. Tra le due donne corre uno  sguardo intenso e silenzioso. Poi Donata esce.

Lucia traversa  ieraticamente tutto il palcoscenico e arriva fino al letto dove  Piero sta dormendo.

PIERO/ Lucia.

LUCIA/ Ciao. Ho visto che eri in compagnia. Aveva l'aria un pò  stravolta. Che le hai fatto?

PIERO/ Ah... Donata.

LUCIA/ Ecco, Donata. Non mi ricordavo il nome.

PIERO/ E poi c'era anche Gerardo.

LUCIA/ Ah... e poi?

PIERO/ Dio come sei bella. Lasciati carezzare.

LUCIA/ No. Non sono venuta per questo.

PIERO/ Che sei venuta a fare allora?

LUCIA/ Non trovo più il mio foulard. L'hai visto per caso?

PIERO/ No. Non l'ho visto.

LUCIA/ Ah, bèh. Mi toccherà andarlo a cercare da qualche altra  parte.

PIERO/ No fermati. Ti preparo un tè. Semmai poi non lo bevi.

LUCIA/ Di che mi vuoi parlare?

PIERO/ Di niente. Parla tu. Voglio ascoltarti.

LUCIA/ E di cosa dovrei parlare io?

PIERO/ Parlami dell'università. Esami ne hai più dati?

LUCIA/ Dai Piero. Lo so benissimo che non te frega niente. Comunque se lo vuoi sapere ho appena dato l’esame in psicologia.

PIERO/ Ah si. Fantastico. E la tua stanza? L'hai ridipinta poi?

LUCIA/ Si. L'ho ridipinta e sul soffitto ho disegnato delle comete fosforescenti. Di notte continuano a splendere e sembra di  dormire all'aperto.

PIERO/ Ah, sai che ho rivisto Andrea? Te lo ricordi Andrea? Pensa che adesso fa il nano in un circo.

LUCIA/ Il nano? Ma se era più alto di te.

PIERO/ Si infatti. Fa un numero che si intitola "Il nano più alto del mondo". Ha un successo incredibile e guadagna pure bene.  Adesso i mestieri bisogna inventarseli. Terziario creativo si  chiama.

LUCIA/ Cosa ridi?

PIERO/ Non so. Mi sento strano. Eppoi anche tu ridi.

La luce si abbassa su Piero e Lucia che si stanno abbracciando.  Si sente il rumore di un treno in partenza.

Quando la luce torna Lucia si sta rivestendo.

LUCIA/ Perchè hai continuato a cercarmi in tutti questi mesi?

PIERO/ Non lo so. Non riuscivo più a trovarti.

LUCIA/ Quando mi guardi ho sempre l'impressione che i tuoi occhi mi passino attraverso e vedano qualche altra cosa.

PIERO/ E cosa potrebbero vedere?

LUCIA/ Ah, non lo so. Tua madre forse.

PIERO/ Mia madre!? Ah già. Hai appena dato l’esame in psicologia.

Suona il telefono.

PIERO/ Pronto?

BEVERONE/ Pronto Piero? Sono Beverone.

PIERO/ (Tappandosi il naso). Questa è la segreteria telefonica  del professor Piero Roversi. Al segnale acustico lasciare un messaggio. Plinnnn.

BEVERONE/ (Arrabbiatissimo). Piero, maledizione. Perchè non sei venuto all'appuntamento? Ho dovuto rinunciare.

(Piero mette giù il telefono) (Lucia nel frattempo si è  rivestita e sta andando via).

LUCIA/ A presto. (Lo bacia sulle labbra).

PIERO/ Il tuo foulard.

LUCIA/ Grazie.

(Lucia esce).

PIERO/ Questa volta ha dimenticato il reggiseno. Devo stare più attento.

(Piero va al telefono e fa il numero).

PIERO/ Pronto Donata. Sono Piero... vieni qui subito. Me ne frego  di Gerardo, tu vieni qui. O.K.?

(Mette giù la cornetta. Poi la risolleva e compone un nuovo  numero).

PIERO/ Pronto, Beverone? Ciao, sono Piero... funziona...

(Buio, lentamente. E musica).

FINE

Copyright: Giampiero Orselli  - 1987

gorselli@libero.it
 

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