LA SORELLA
Commedia in cinque atti
Di GIAMBATTISTA DELLA PORTA
PERSONAGGI
Attilio giovane
Trinca suo servo
Balia di Sulpizia
Erotico giovane
Cleria giovane
Pardo vecchio
Gulone parasito
Trasimaco capitano
Pedolitro vecchio
Suo figlio
Costanza vecchia
Sulpizia giovane
Orgio vecchio.
Il luogo dove si rappresenta la favola Nola.
Commedia formattata da
ATTO PRIMO
SCENA I.
Attilio giovane. Trinca servo.
Attilio - E ti disse che Pardo mio padre m'avea ammogliato con Sulpizia?
Trinca - E mi disse che Pardo vostro padre v'avea ammogliato con Sulpizia.
Attilio - E la mia Cleria col capitano?
Trinca - E la vostra Cleria col capitano.
Attilio - E che le nozze si facevano per la sera seguente?
Trinca - E che le nozze si facevano per la sera seguente.
Attilio - E ti parea che lo dicesse da senno?
Trinca - E mi parea che lo dicesse da senno.
Attilio - Mi rispondi con le medesime parole, e tanto seccamente, che mi lasci mille desidri di sapere. Nelle cose d'amore o d'importanza bisogna dir tutte le minuzzarie, perch un minimo atto, una minima parola mi potrebbe indrizzare al rimedio.
Trinca - Ve l'ho riferito con le medesime parole, che mi son state dette, n pi n meno tantillo ve': non bisogna dimandarmene pi, che non sarete per saperne altro tutto oggi.
Attilio - S'affligessero cos te, come me, non schivaresti cos di ragionarmene.
Trinca - E perch so che v'affliggono, per schivo di ragionarvene.
Attilio - Se ben m'affliggono, pur nell'afflizione vi ritrovo qualche piacer mischiato. Ma ne' travagli, dove mi trovo, ci sono per li tuoi consigli; e meriteresti che ti spianasse le spalle, ch ancor tu ne patissi la parte del mio affanno.
Trinca - O gran miseria l'esser servo d'innamorati, i quali non sanno star nel mezzo, ma sempre sugli eccessi. Quando si trovano nelle calamit, ti vengono con certe furie adosso, che vogli aiutargli con l'opre o col consiglio, che non ti dan tempo a pensare. E l'uomo si pone a pericolo della forca, se si scuopre: e se per qualche bella invenzione il fatto succede bene, non si ricordano del consigliero e attendono a sollazzarsi; ma, quando si scuoprono gl'inganni e si veggono ne' pericoli, ti vogliono spianar le spalle, come ministri de' loro danni.
Attilio - Te l'ho detto come la sento.
Trinca - Ben sapete che il volersi sodisfare de illeciti amori e di poco onesti desidri suol partorir mostri d'infamia e di disgrazie, perch non si conseguiscono se non con inganni e sceleratezze, le quali al fin vengono a scoprirsi, e l'uomo cade poi in travagli peggiori; ma a ci m'indussero le vostre preghiere.
Attilio - Ancor che te ne pregava, non dovevi aiutarmi.
Trinca - Non dicevate cos allora, che, se non conseguivate la vostra Cleria, volevate andar disperso per il mondo o ammazzarvi con le vostre mani, e mi stavate con le ginocchia in terra pregandomi; e or non vi ricordate, che con le mie astuzie vi ho posto a cavallo.
Attilio - Anzi su un asino per esser scopato per tutto il mondo.
Trinca - Pacienza.
Attilio - Ors, che faremo per uscir di travaglio?
Trinca - I vostri travagli a voi s'appartengono. Con i vostri portamenti pi tosto mi sforzate a disservirvi che a servirvi.
Attilio - Rimedia con qualche medicina, tu che puoi.
Trinca - Non son medico, n fui mai a Padoa per istudiare.
Attilio - Col tardar, la malattia mi potrebbe uccidere.
Trinca - Pigliate silopi e medicine che vi purghino il corpo.
Attilio - Se tu non vuoi esser mio medico, sar io tuo. Ti dar un recipe di venti pugna sul mustaccio e di trenta calci nelle reni.
Trinca - No, no.
Attilio - So che con due parole tu puoi far miracoli.
Trinca - Non son negromante, che fo miracoli con le parole.
Attilio - Non ho visto al mondo pi colerico uomo di te, che avendoti detto, burlando, che ti voleva spianar le spalle, te l'hai preso da dovero. Se ben mostrava colera fuori, burlava dentro. Io offender te, che sei tutto il mio bene?
Trinca - Ho da servirvi nelle cose oneste, no nelle scelerate.
Attilio - Non cosa onesta salvar l'onor e la vita di Cleria mia insieme con me, che, succedendo quel che disegna mio padre, m'ucciderei con le mie mani?
Trinca - Cos dicevate allora. Non mi ci cogli pi.
Attilio - M'hai servito altre volte con molta prontezza; e or, pi che mai bisognoso del tuo aiuto, vengo con la medesima confidenza a pregarti che adopri tutto il tuo sapere e ci metti tutto il tuo studio.
Trinca - Il padron amorevole e grato fa sollecito il servidore.
Attilio - Servimi, ch ti dar un paio di calze.
Trinca - Un paio di calci pi tosto. Ma voi vi promettete molto di me e v'imaginati che con quella agevolezza che dite aiutami, che subito siate aiutato. L'invenzioni son facili a trovar, ma al riuscir ti voglio: il dir e il fare non mangiano spesso in una tavola: credete di me l'incredibile e pensate che possa l'impossibile.
Attilio - So che dalla tua scuola sogliono uscir molte buone opre.
Trinca - Or, poich m'avete per un tristo, vo' che ne veggiate l'effetto.
Attilio - Di grazia, di' presto, fa' presto.
Trinca - La prestezza quella che guasta i negozi: bisogna maturo consiglio e non prestezza.
Attilio - Chi troppo consiglia, non fa nulla.
Trinca - Sappiate che niuno, meglio ch'Erotico vostro amico, pu trarvi dal pericolo dove siete.
Attilio - Erotico, quanto prima m'era amico, tanto m' or inimico: l'amore un violento effetto dell'anima nostra, cos l'odio, che da l'amor nasce, crudelissimo.
Trinca - Come lo farete capace della verit, vi servir, come or ci impedisce il servire.
Attilio - Andiamo a trovarlo: ch usar vilt e cose che mi dispiacciono vo' che per amor mi divenghino dilettevoli.
Trinca - Andiamo.
SCENA II.
Balia, Erotico giovane.
Balia - Ahi, quanto poco durano i diletti d'amore, e quanti sono quelli che sovrastanno! Povera figlia, bisognarebbe aver un cuor di turco, per non crepar di dolore. Ma dove trover io Erotico, che il sostegno delle nostre speranze?
Erotico - Come dalla mattina il primo negozio va in fallo, tutti vanno a roverscio in quel giorno.
Balia - Ma eccolo. Signor Erotico!
Erotico - O carissima balia! La fortuna muter tenore, essendomi incontrato con la tesoriera de' nostri amorosi secreti, con l'aurora del mio sole. Che novella m'apporti della mia dolcissima Sulpizia?
Balia - Cattiva, la peggior che sia.
Erotico - Dimmela, non pi tardare.
Balia - Mi dispiace di darvela.
Erotico - Non dovevi cominciare, se non volevi darmela.
Balia - Sulpizia maritata.
Erotico - E con chi?
Balia - Con Attilio -
Erotico - Ahi, fortuna traditora, e che potevi tu farmi peggio?
Balia - Vi ha fatto peggio: che Orgio suo zio vuol che per questa sera si faccino le nozze, ch la brevit del tempo ne priva di consigli e di rimedi.
Erotico - Mi volevi dar una cattiva nuova, e or me ne di due.
Balia - Fortuna non comincia per una n per due.
Erotico - Ecci forse altro?
Balia - Altro s.
Erotico - Non pi, di grazia.
Balia - forza dirlo per potervi rimediare.
Erotico - Oh, misero me!
Balia - S' accorto il zio, ch'io sia stata la mezana de' vostri amori; e m'ha proibito che non vada fuor di casa n che vi ragioni, con grandissime ingiurie e minaccie.
Erotico - Questo l'ultimo crollo delle nostre ruine, ch non possiam avisarci, n conferirci insieme gli appuntamenti nostri. Sulpizia mia che dice di ci? come sta?
Balia - Sta pi innamorata e pi ostinata che mai. Voi sapete che, se tutte le donne al principio son ritrose ad amare, come amor pone la radice nella natura loro e vi penetra sul vivo, se ci attacca di modo che non pu pi sradicarsene. Pensate poi che sar, quando si generano poi le radici delle radici? Ella sdegna la vita senza voi.
Erotico - Non deve sdegnarla, sapendo quanto amorevole e caro albergo ha nel mio core, e la certezza che amo cos lei, come ella ama me, e come tutti i nostri pensieri son drizzati ad un segno.
Balia - Chi ama, teme, e teme sempre del peggio.
Erotico - Come pu temere, se il nostro vicendevole amore cominci da fanciullezza, dalle nostre libere volont concordi insieme, e conservatosi poi s lungo tempo che non basta maligna stella a disunir tanta corrispondenza di amore? E se nel nostro amoroso corso ci accade qualche intoppo, abbia speranza che un giorno ci ristoreremo con tanta pi dolcezza, con quanta pi amarezza abbiamo passata una tempesta di cos maligna fortuna.
Balia - La tempesta, che voi dite, passer subito; ma la sua s'ingagliardisce da un rabbioso vento di gelosia, ch ha inteso che Pardo disegna darvi Cleria per moglie, ed ella insospettita che la bellezza di Cleria non vi distorni da amar lei, onde arde di un doppio fuoco: di amore e di gelosia.
Erotico - Io perda la vista degli occhi miei, se per altro gli ho a caro, che per mirar la sua bellezza, e se posso mirar altro che lei.
Balia - Vi ricorda che se ben non bella come Cleria, che voi ne ste cagione. Che se gli occhi suoi son scoloriti, e i giri d'intorno lividi, ricordatevi delle lacrime che l'avete fatto spargere, e quanto il sonno stato lontano da loro. Se il volto pallido e sbigottito, e la morte v'ha spiegato l'insegne sue, considerate i travagli e le pene che le date, e il tosco di che la nodrite. Ch se la fortuna volesse darle qualche sorte di contento, bisognarebbe che avesse un altro cuore, che lo bastasse a soffrire, cos il suo avezzo a soffrir sempre.
Erotico - O balia, quanto mi trafiggi il cuore in udirti! Io non potrei dir mai l'imperio che han sovra di me la bont, la bellezza, la grazia e i suoi onesti costumi; e come per un secreto voler d'amore cos impadronita della mia volont, che non posso voler se non quello ch'ella vuole.
Balia - Ma quanto ella avanzata dalle bellezze del corpo di Cleria, tanto ella avanza, con le bellezze dell'animo, Cleria di gran lunga. E vedete l'esperienza, che voi non tanto l'avete disamata, quanto ella con ogni forma di verace amore vi ave amato; non tanto voi disprezzata, quanto ella v'ha riverito. Non datele voi tanti disgusti, quanti ella se n'ha inghiottiti. E con la fede e costanza del suo amore, ha vinto i vostri disamori, i dispreggi e le passioni; e nelle voraci fiamme, dove gran tempo consumata, morta e incenerita, quasi novella fenice, ravvivata a pi bella e chiara vita e rinovellata sempre nel suo amore. Or di questa bellezza avrebbe a caro che ne faceste paragone con quella di Cleria, ch, consideratala da presso, la renderebbe fosca e contrafatta. E dove or nella sua faccia si veggono scolpiti i trofei e le spoglie della vostra crudelt, in quella dell'animo vedreste la gloria della sua fede e i trionfi della sua costanza.
Erotico - Balia, con le tue parole m'intorbidi l'animo di sorte che non si rasserenar pi mai. Giuro per la sua vita - ch non ho qui in terra maggior cosa da giurare - che nella maest del suo volto vi riluce una spezie d'imperio reale, che mi risveglia l'animo a gran desidri di gloria e m'innalza con gli occhi dell'intelletto a considerar quella dell'animo suo senza pari: e mi servo di quella sua bellezza, come occhiali, per innalzarmi a pi sublime grado di contemplazione, a quel sommo bene, a quella celeste ineffabil bellezza, anzi fonte onde scaturisce ogni bellezza. Per la priego, per quanto amor mi porta, che non entri in tal pensiero; e mi doglio ch'io non posso aperto mostrarle il cuore, ch'ivi vedrebbe risplender la sua bella imagine, come in un lucido e polito specchio, e star tanto occupato e ripieno di quella, che non v' pi luogo per altre, e che son chiuse le vie a tutte. E qual mai altra donna fu pi amorevole nella buona fortuna? qual pi costante nell'adversa? qual pi presta ne' serviggi? qual nell'assenza pi congionta col mio cuore? in qual altro cuore pi generosi spirti e nobilissimi pensieri? O donna d'eroica e incomparabil virt! Onde, nel complimento di tante sue azioni mi son pi confirmato nella venerazione della sua persona.
Balia - E che avendo ad esser di Cleria, vi supplica e vi scongiura, ch'in ricompensa dell'amor suo o per merito della vostra grazia, che in abito disconosciuto di paggio o di fantesca la riceviate in casa ne' vostri serviggi: se non come moglie, almeno come ministra della vostra felicit e spettatrice del suo primo amore; e in quell'abito vi mostrar in parte quell'umil servit con la quale desidera servirvi ogni ora. Prendetela per serva o per ischiava: ogni stato le sar felice e ogni fatica dolce.
Erotico - Dille che, non potendo altro, entrar in casa sua, e con un pugnale mi vendicher di quel barbaro e discortese suo zio; e in quella dolcezza di vendetta m'uccider ancor io.
Balia - Vi ricordo che siate diligente.
Erotico - Potrei esser privo di giudizio e di valore in ogni cosa, ma non in quello dove si tratta del suo serviggio.
Balia - Guardate, che vi sta mirando dalla fenestra e vi fa l'occhino: salutatela e mandatele un bacio, se la volete rallegrare.
Erotico - Ecco, la saluto e la bacio.
Balia - Non vedete, che s' inchinata da dentro la gelosia e vi ha ribaciato? Che volete che le dica da vostra parte?
Erotico - Che si scriva queste parole nel core: che l'amor mio va sempre crescendo di giorno in giorno, come crescono in lei la bellezza e l'onorate sue azioni, e che non per mancar mai: che non ho tempo di trattenermi con lei, perch corro per rimediare a cos strano accidente.
Balia - Si duole che molti giorni sono, che non siate venuto a ragionar con lei.
Erotico - Dille che non mai giorno, che, delle ventiquattro ore che sono, non ne ragioni sempre con lei le quarantotto.
Balia - Come, se non ci venete?
Erotico - La continua memoria che ho di lei, e quel ritratto, che mi sta nel cuor dipinto per man di amore col pennello della imaginazione, sta pi vivo nel mio core, che non ci sta l'anima istessa: ragionando io con lei ed ella meco, ci raguagliamo e dogliamo insieme delle miserie nostre.
Balia - Almeno passate di l.
Erotico - Se non ci passo col corpo, ci passo con l'animo mille volte; e quanto miglior l'animo del corpo, tanto pi degna quella vista di questa.
Balia - A dio.
SCENA III.
Erotico, Attilio, Trinca -
Attilio - Ecco, l'abbiam pur trovato al fine.
Erotico - (Non ci pi fede al mondo, non si trova pi uomo di cui possa fidarsi. Al tempo d'oggi la fede ritrovata per ingannar la fede. Ma io vo' tradir e ingannar ciascuno, poich ciascuno cerca tradir e ingannar me).
Attilio - Parla da s solo.
Trinca - Come quello che sta ne' travagli dove tu sei.
Erotico - (Vo' andarmene in qualche isola diserta, per non esser ingannato da uomo pi. Sulpizia farsi d'altri, eh?).
Trinca - Forse che parla d'altro?
Attilio - Come amor entra in un cuore, ne scaccia ogni altro pensiero, perch vuol regnar solo.
Erotico - (Ma Idio non mi dia cosa che desio, se non ne far vendetta tale, qual merita il mio dolore e la rabbiosa gelosia).
Trinca - Salutatelo.
Attilio - Signor Erotico, buon giorno.
Erotico - (Mi d il buon giorno chi desia darmi il malanno. Ma sar ben che gli parli; ch, se non posso impetrar da lui che la lasci, impetrare almeno che la lasci per qualche giorno). Idio vi salvi, signor Attilio -
Attilio - Come state?
Erotico - Tal che non posso trovar modo per dolermi del mio dolore.
Attilio - Di che vi dolete?
Erotico - Che non si trova pi fede n amicizia, perch un che mi credea fidel amico, sotto color d'amicizia m'ha tradito e assassinato.
Attilio - Costui sar il pi tristo uomo del mondo.
Erotico - Tal lo stimo io.
Attilio - Ditemi, di grazia, chi sia il traditor di fede e assassino d'amici, che prometto farne la vendetta per voi.
Erotico - vostro grande amico.
Attilio - Tanto pi dovete manifestarlomi, accioch possa guardarmi da lui.
Erotico - Fareste ben a farlo, perch ragionevole e debito vostro.
Attilio - Come si chiama?
Erotico - Attilio - E voi ste quello che mi tradite e assassinate, e mi fate il peggior officio che possa farsi; e avete un gran torto.
Attilio - Avete voi torto maggiore aver una tal stima di me - e io vi compatisco, perch ste fuor di voi stesso - perch'io son lealissimo con gli amici.
Erotico - Ma vi prego per quella cara amicizia, che un tempo fu s perfetta e incorrotta fra noi, che mi siate cortese di quello ch' mio, per rigor di giustizia e per debito di amore...
Attilio - Io non intendo il vostro parlare: o ch'io sia troppo goffo o che voi non esprimete bene il vostro concetto.
Erotico - che non prendiate Sulpizia per consorte.
Attilio - Deh, caro Erotico, chi ve lo dice?
Erotico - Tutta la citt. Ma sappiate che Sulpizia mio dono irrevocabile, perch ci abbiamo data la fede di essere sposi, e i nostri amori non son stati sterili: per non sarete per possederla legitimamente mai per moglie, n senza gelosia.
Attilio - Io prender la vostra Sulpizia per moglie?
Erotico - E sappiate che, se ben l'uomo per s non val nulla, la disperazione lo fa valoroso. Almeno trattenetevi per qualche tempo, accioch non vedano gli occhi miei cos nemico spettacolo e io abbia tempo a partirmi per andar disperso per il mondo: cos viverete senza mio sospetto.
Attilio - Voi potete promettervi di me come di voi stesso, perch stimo voi come un altro me stesso; e vi do potest che ve la godiate e procacciate per moglie, ch'io vi rinunzio ogni interesse che pretendesse in lei, e ve la rifiuto.
Erotico - Ella non cosa di rifiuto, per non voglio crederlo.
Attilio - Se non volete credere il vero, crederete il falso.
Erotico - E che credete ch'io creda?
Attilio - Ogni altra cosa, fuor che la verit.
Erotico - Piacesse a Dio che cos fusse!
Attilio - A Dio piace che cos sia.
Erotico - Dubito che non lo diciate, ch, confidandomi nelle parole vostre, mi attraversiate e la conseguiate con pi agevolezza.
Attilio - Io stimo che i nostri travagli abbino gran somiglianza e corrispondenza fra loro; ma accioch io non mi doglia di voi di quello che voi vi dolete di me, vi narrer il tutto, e vederete che, se voi avete ragione, io non ho il torto.
Trinca - Signor Erotico, se voi non tacete, e voi, padrone, non scoprite il fatto, consumaremo il giorno; e noi abbiamo carestia di tempo.
Erotico - Io taccio e ascolto, e per ascoltar meglio comprarei un altro paio di orecchie.
Attilio - Sappiate che, trovandosi Pardo mio padre a' serviggi della regina Bona in Polonia, ch la serviva di scalco, per stanziarvi pi aggiatamente mand a chiamar Costanza sua moglie e Cleria sua figlia, allora bambina, da Nola, perch condusse me seco, ch'era un poco grandetto. Accadde che, essendosi imbarcate in Bari per andar a trovarlo, per una fiera tempesta non s'ebbe pi nuova di loro; talch in avisi e in lettere a diversi amici, in diverse parti, s'andar consumando il tempo e le speranze, e fra tanto si tenne suspeso il dolore. Poi venne aviso come la barca era sommersa: e sommerse mio padre in un mar di lacrime e in una amarissima memoria di lor duro caso. Appresso s'ebbe nuova che, da alcune fuste di turchi rapite, erano state condotte in Constantinopoli. Duo anni sono, ebbe nuova di Costanza sua moglie, ch'era schiava di un bass, che, per esser decrepita, l'avrebbe venduta a buona derata; e che Cleria serviva un sangiacco fuor di Costantinopoli. Pardo mio padre mi sforz a far questo viaggio, e mi diede trecento scudi per lo riscatto e altri per lo viaggio, con lettere di favore a quei clarissimi in Vineggia, ch di l m'imbarcassi per Constantinopoli. Giunsi a Vineggia, in casa di un napolitano, chiamato Pandolfo, dove sogliono alloggiare tutti i passaggieri napolitani. Venne l'ora della cena, e ci sedemmo a tavola; e una giovane, chiamata Sofia, ci serviva. Ella, nel volgermi gli occhi sopra, mi lanci una fiamma nel core, che non cess mai serpir per tutto, fin che non fece ben l'officio suo. Io, sentendomi le vene diseccate dal fuoco, chiedea da bere, e per rinfrescarmi e per godermi di quella divinissima vista pi da presso. Ma facea contrario effetto, perch amor avea mischiato veleno e fuoco in quel vino che mi avvelenava e uccideva in un tempo. Cos, tra vivo e morto, non sapeva che mangiava o beveva o aveva; ma parea un di quei che si sognano mangiare: ch la mia cena fu la sua bellezza. Si lev la mensa, e tutto inebriato di amore, me ne andai a dormire, con speranza di riposare, pensandomi che l'infirmit dell'animo fossero come quelle del corpo, che col sonno s'acchetassero. Ma il sonno fu peggio che la cena: perch l'infirmit dell'animo nel giorno s'addormentano per la conversazione degli amici, ma nella quiete della notte si destano le pene e gli amorosi pensieri. Pur, verso l'alba, un leggier sogno m'occup le luci: neanche quel sogno mi lasciava riposare, perch mi rappresentava le parole e gli atti di Sofia. Parlava seco de' miei tormenti, l'abbracciava e baciava; e, pensando abbracciar lei, abbracciava me stesso e le lenzuola, e finalmente tutte fur larve e imagini del desiderato bene. Vien Trinca la mattina a sollecitarmi che m'alzi per partire, e m'interrompe cos gran piacere.
Erotico - V'alzaste, vi poneste in viaggio per riscattar la madre e la sorella.
Attilio - Che madre? che sorella? che viaggio? Tutte queste cose in tanto odio mi caddero, che maggior dispiacere non potea sentire, se col pensiero caduto vi fussi. Cos, fingendomi indisposto, ci componemmo con Pandolfo di riposarmi per alcun giorno in casa sua, non mancando mai con soffrenza e umilt batter l'inespugnabil rocca del suo pudico core. Quando mi passava da presso, la toccava un poco; e tanto m'eran pi care quelle rapite dolcezze, con quanti pi piacevoli sdegni e con pi modestia mi eran contese. E veramente la modestia quella che d spirito e ravviva la bellezza. Al fin mi rese certo che non meno ella mi amava, ch'era amata da me; come era donzella e gentil donna, che desiderarla per altro modo che per moglie, era un perder tempo. E veramente le sue azioni e maniere erano tanto oneste e d'incorrotta pudicizia, che mi toglievano ogni ardir di usarle violenza; e i suoi costumi mostravano lo splendor de' suoi natali e, anco schiava, mostrava la dignit del suo merito. Cos mi trovai servo della serva e schiavo della schiava. Al fin pagai ducento ducati, che per tanti Pandolfo l'avea riscattata; e feci libera chi ligato mi avea. Ma non tanto la feci libera del corpo, quanto ella mi rimase serva con l'animo. La sposai e fui possessor della sua bellezza....
Trinca - Deh, rassumete il fatto in breve somma, che, se volete raccontargli ogni cosa appuntino, consumaremo il giorno.
Attilio - ... Cos consigliato da Trinca, scrissi a mio padre da Vineggia, come fossi in Constantinopoli, che Costanza sua moglie era morta, e che avea riscattato Cleria per ducento ducati, e con lei me ne veniva a Nola - e portai Sofia mia innamorata sotto nome di Cleria mia sorella. - dove fin ora con grandissima consolazione vissuti siamo. Or considera, Erotico caro, che voglia abbia io di aver la tua Sulpizia per moglie, che non cambiarei la mia Sofia per quante reine ha il mondo.
Erotico - Non ascoltai mai narrazion di comedia con pi piacere, perch mi toglie da un mar di travagli. Or ditemi, come potremo aiutarci l'un l'altro?
Attilio - Ho fatto la parte mia in comedia, il resto tocca a Trinca -
Trinca - Ho caro che il signor Erotico ascolti la mia invenzione, accioch non m'ingannassi il giudizio. Ascoltate, e non mi replicate insin al fin del mio ragionamento. Pardo vuol maritar Cleria col capitano, perch non gli d dote; e Gulone parasito tratta le nozze. Proporremo voi a Pardo con la medesima condizione; e come che voi ste di maggior merito, stimo che l'otterremo. Poi diremo che Attilio vuol prender Sulpizia, perch il vecchio lo desia molto, e vuol che si sposino per la sera che viene. Diremo che volete abitare insieme, come amici di molti anni, o nella vostra o nella sua casa: il giorno, Sulpizia sar moglie di Attilio, e Cleria di Erotico dalla cintura in su; la notte, Sulpizia di Erotico, e Cleria di Attilio dalla cintura in gi; e bisogna scambiar le mogli fin che vive il vecchio, il qual non potr viver molto.
Erotico - Se sposer Cleria, come potr goder la mia Sulpizia? e se Attilio sposer Sulpizia, come potr goder la sua Cleria?
Trinca - Con la vostra impacienza interrompete me e turbate voi stesso: se mi ascoltavate, come v'ho detto da prima, intendevate il modo. Troveremo un amico, lo vestiremo da prete e diremo che sia il parocchiano; e sposeravvi. Come poi il vecchio sar morto, vi sposarete con i legitimi modi.
Erotico - Ah, ah, ah, come si pu trovar il pi bel caso, e da ridere?
Attilio - E da rider, sempre che ce ne ricordaremo. Gi il cuor, ch'era sepolto nella disperazione, comincia a ravvivarsi nella speranza.
Erotico - Ed il mio respira, ch'era gi morto nell'angoscia; e gi spero posseder la mia Sulpizia.
Attilio - Ed io la mia Cleria.
Trinca - Ed io la forca o la galera, se si scuopre.
Attilio - Speriamo che amore e la fortuna ci favoriranno.
Erotico - L'invenzione tanto bella, che porta seco i rimedi di tutti gli infortuni che ci potessero intervenire.
Attilio - Speriamo bene, che il mal non manca mai.
Erotico - La forza d'amore incredibile, quando egli guida gli avvenimenti: per speriamo in lui, che, come ha vinto tutti i di, cos vincer la fortuna.
Attilio - Amore innamor tutte le cose, non mai la fortuna.
Erotico - Non ci avviliamo ne' contrari avvenimenti.
Trinca - Non pi consigli: fatta la rissoluzione, comincisi l'essecuzione. Abbiam bisogno di prestezza, perch il tempo ne stringe; e quanto ci ha nociuto la passata tardanza, tanto ci giovi la presente prestezza: il mondo goduto da solleciti.
Attilio - Eccoci all'ubbidirti.
Trinca - Voi, Attilio, perch i vecchi sono ostinati, e i loro cervelli si muovono al moto della luna, umiliatevi a vostro padre. Gli ostinati si vincono pi tosto con l'umilt che con l'arroganza; e mostrate desiderar Sulpizia, ch, s come l'avarizia s'inganna con la liberalit, cos col mostrarsi volontoroso s'inganna chi vi crede. E voi, Erotico, parlandovi il vecchio di voler Cleria, mostrategli desiderarla.
Erotico - Sar pensiero mio particolare: finger ben la parte mia.
Trinca - N bisogna mostrar tanto affetto, che paia affettato.
Attilio - Che faremo del parasito che, s'almen non ci impedisce, ci differisce?
Erotico - Che del capitano?
Trinca - Lasciate fare a me, che fra il parasito e il capitano, e ambidue col padrone ci porr tanta zizania, che scompigliar e porr sossopra quanto s' fatto.
Erotico - Trinca, non potendoti or render premio condegno, ricevi almeno la mia confessione: che ricevo da te la vita e l'onore e quanto bene ho al mondo, e spero col tempo fartelo conoscere.
Attilio - Trinca, questo serviggio ti porter tanto utile, quanto serviggio che sia fatto a persona che faccia professione di conoscere i benefici.
Trinca - Fate che i fatti corrispondano alle parole. Partetevi, ch io vo a ritrovare il padrone, per cominciar ad ordir l'inganno.
Erotico - Mi parto: a dio.
Attilio - Tra tanto andr a casa; ch amor mi ha fatto bussola di naviganti, che, volgendola di qua e di l quanto si voglia, come si lascia libera, da se stessa si riduce alla sua tramontana: cos n per travagli che mi turbino, n per affanni che mi molestino, da una amorosa violenza mi sento tirar dove splende la chiara luce della mia stella.
SCENA IV.
Cleria, Attilio, Trinca
Cleria - Attilio, anima mia, fermatevi cost, ch son stata gran pezza aspettandovi in fenestra, per avisarvi che, se un poco pi foste tardato, non areste trovata la vostra Cleria in casa.
Attilio - Non vi dolete, occhio mio caro.
Cleria - Qual miseria che pareggi la mia? Mi sento l'anima cos ristretta nel cuore, che son per cader morta; n posso imaginarmi come questa tormentata anima possa reger questo tormentato mio corpo.
Attilio - Non vi struggete, o signora, pi cara a me che la luce degli occhi miei.
Cleria - Pensavami che la fortuna, - poich dall'uscir delle fascie cominci a farmi guerra, avendomi da bambina fatta preda de' turchi, privatami de' miei cari genitori, fattami serva di genti barbare, ricomperata come schiava, - avesse mutato proposito e volesse ristorarmi de' danni passati col farmi ambiziosa del titolo di vostra schiava, il che lo stimava per mia somma ventura. Ma or mi fa peggio che mai, ch vuol rovinarmi in tutto; perch questo sospetto cos m'inamarisce ogni bene, che mi toglie la speranza di non aver a sperar mai pi favilla di luce: e pur vivo? Son nata pur disgraziata!
Attilio - Io, dal primo punto che vi viddi, fui cattivato nell'amor vostro: per assicurativi, signora, che non meno a me duole il separarmi da voi, che voi da me, parendomi impossibile che l'un possa vivere senza la vita de l'altro. E come potrei io vivere, se i spiriti miei non prendessero alimento da una certa virt celeste, che sta occulta negli occhi vostri, dai quali prende vigor la mia vita? E tante volte mi ravvivo e rinasco nella mia istessa vita, quante volte vi miro. Son vostro, voglio esser vostro e, ancor che voi non voleste, pur son vostro; n tutto il mondo basta a far che non siate mia, poich dalla vostra libera volont me vi deste. Niuna cosa m' cara pi di voi; e chi mi togliesse voi e mi desse tutto il mondo, non mi farebbe nulla, ch in voi sola tutto quel ben che posso desiderare nella mia vita.
Cleria - O caro, o caro cor mio, volete scemar i vostri meriti per accrescer i miei, che non ne ho niuno. Ma le vostre parole vengono dettate dalla vostra bont, che avanzano di gran lunga i miei meriti: e tutte quelle lodi che mi date, tutte si piegano in voi, come i raggi del sole che, percotendo nei specchi, si piegan con pi forza: per, se alcuna cosa in me fusse di buono, tutto vien da voi stesso, che mi conferisce quelle qualit che voi dite: per resto consolata nelle vostre consolazioni. Laonde con l'amor che mi portate, chiamate a consiglio il bel vostro discorso, e consideriamo s' meglio fuggir di casa e andar dispersi per lo mondo. Conducetemi per dove volete, per luoghi deserti e senza via: vi son stata compagna nelle prospere, cos vi sar nelle fortune calamitose. ferma deliberazione dell'anima mia non esservi renitente in cosa alcuna: non mi riterr n muro n terra n cielo, seguane quel che si voglia; pur che sia insieme con voi, ogni luogo m' patria, ogni fatica m' dolce, niun pericolo mi spaventa. E veramente per amor non si denno stimar i pericoli.
Attilio - Non vorrei, cuor mio, andando cos di fuori, perder quello che ho in casa. Venendo con voi da Vineggia, mi parea esser un di quei che navigano di notte con una nave di cristallo, che temono sempre incontrarla e romperla in ogni scoglio.
Cleria - Se segue quel che disegna vostro padre, questa sera sar il fin della nostra giornata, e rester per noi una notte perpetua; e certo saria una notte, ch d'allora innanzi non sperarei veder altro sole. Per facciamo come quelli che han fatto naufragio, che per non morire s'attaccano ad ogni tavola che s'incontrano.
Attilio - Ahi, ch'essendo in casa mia, pensava esser in porto, dove sperava riposo di tutte le nostre amorose tempeste!
Cleria - Maladetto porto, dove s'affondano tutte le nostre speranze, e dove rabbiosi corsari cercano spogliarci de' nostri preciosi tesori: parvi bel porto questo?
Attilio - Anima mia, con la speranza del bene rasserenate la mente e il volto, e con le lacrime non ci facciamo cos tristo augurio, se non per altro, almeno per non dar tormento a me; ch a voi non piove una minima lacrimuccia dagli occhi, che a me tutti non siano rivi di sangue, che mi piovono dal cuore.
Trinca - E quando finiranno tante parole?
Cleria - Dolcissimo mio bene, non posso far che la miseria, dove mi trovo, non mi trafigga: bisognarebbe un cuor di sasso per non dolermi. Mi sforzer chiuderla nel mio cuore, ch ho pi a caro il vostro contento, che di sfogare il mio dolore.
Attilio - Statemi, di grazia, allegra e di buona voglia, ch il tempo suol apparar occasioni di remedi, e nelle adversit far cuor franco e valoroso.
Trinca - Che tanti cicalamenti! Ecco vostro padre.
Attilio - Trattienlo un poco.
Cleria - Venite su e rallegratemi.
Trinca - S, s, cicalate un altro poco.
Attilio - Non m'impedite, di grazia, che trattiamo cosa per uscir da affanni.
Cleria - E come?
Attilio - Non ho tempo di dirlo.
Cleria - Perdonatemi di grazia, ch la dolcezza di parlar con voi mi fa trapassare i vostri comandamenti.
Trinca - Vostro padre v' cos da presso, che vi vede. Andate su e, poich ste accordati in parole, accordatevi in fatti: informatela bene del negozio e fatecelo toccar con mano.
SCENA V.
Pardo vecchio, Trinca -
Pardo - Trinca, dove Attilio?
Trinca - A casa; e stimo ch'abbia una gran facenda per le mani.
Pardo - Io son molto mal sodisfatto di lui, perch non li vedo far cosa che mi vada a gusto: tanto mutato da quel di prima, che non mi par desso. Da quel benedetto giorno - per non dir maladetto, - che men la sorella da Costantinopoli, men seco la cagione della sua ruina. Ahi, tardo mio pentimento! Tutti i suoi pensieri tendono all'ozio. Prima, se alzava inanzi giorno, andava alla messa, poi allo Studio, tornava a casa, si poneva a studiare; e quando era l'ora del desinare, con gran fatica lo poteva distaccar da' libri; poi si dicea l'ufficio della Madonna: tutto diligenza, ubidienza e divozione. Or, tutto il giorno in letto, non s'alza insin ad ora di desinare, non si parte da casa mai; ad ogni altro pensa fuor ch'allo studio; divenuto insolente, mal creato, e mi beffeggia. Non va pi a messe, non dice officio; e la buona educazione, ch'ornava il suo nascimento, tolta via da usanza cos cattiva.
Trinca - Padrone, chi prattica con zoppi, al fin impara a zoppicare: vostro figlio stato in Turchia, dove non s'odono messe, n si dicono uffici - ch ben sapete che i turchi son mali cristiani, - n si usa levar mattino, n si va a Studio; anzi coloro che attendono a simili cose, li chiamano catamelechi, cio uomini di poco conto.
Pardo - Tutto il giorno a gracchiar con la sorella, e rider fra loro; e quando io vi son presente, pis pis dentro l'orecchie, e dagli atti e cenni conosco che si burlano de' fatti miei, si parlano in zergo e mi danno la baia, e stimano che non me ne accorga.
Trinca - Quello che voi chiamate zergo, son parole turchesche; e l'usa per farsi intendere dalla sorella che non intende ben l'italiano; e cos mezo turchesco parlano delle cose di Costantinopoli.
Pardo - Per dirtela, tratta troppo licenziosamente con la sorella: si baciano, si succhiano, si toccano, e fanno tutto il giorno alla lotta, l'un sopra l'altra, quasi che non se la pone di sotto.
Trinca - Son sorelle e fratelli carnali al fine, e il sangue tira e fa l'ufficio suo. E la legge maumettana di l comanda che le sorelle e fratelli trattino fra loro con molta amorevolezza: sar bisogno smaumettarsi a poco a poco. Poi vostra figlia allegra di condizione, burla volentieri, e or tanto maggiormente, che si vede libera dalla servit turchesca e in casa di suo padre e fratello: e questa amorevolezza la chiamano in turchesco tubalch.
Pardo - Io non voglio che non trattino insieme con molta amorevolezza, ma in fin ad un certo termine onesto e di creanza, e non con modi cos disonesti e di scandalo a chi li vede. Son tali, che m'hanno scemato gran parte dell'amor che li portava; e se mi son mai pentito di cosa mal fatta, mi son pentito di averlo mandato in Turchia a riscattar la sorella, perch ho comprato il mio male, e, per ricovrar la figlia, ho perduto i danari, la figlia, il figlio e me stesso, per il dispiacer che mi dnno.
Trinca - In Turchia usanza.
Pardo - E pur con Turchia, Turchia: il canchero che ti mangi! tutte le mal creanze le scusi con Turchia. Ti conosco per un scappato da mille forche; quanto pi gli scusi, pi l'accusi: se pur son usanze turchesche, or che siamo tra cristiani, bisogna viver da cristiani.
Trinca - Se voi l'aveste maritata, sareste uscito da intrico.
Pardo - Non ho trovato cosa a proposito.
Trinca - Ste di quei padri che prima muoiono, che maritano i figli, per non contentarsi mai.
Pardo - Or ho deliberato dar Sulpizia per moglie ad Attilio, e vo' che mi ubedisca, cos per l'obligo che mi tiene di figlio, come per l'onest della dimanda, e come per l'amor che mi porta: ch l'amor e l'ubedienza son sorelle carnali.
Trinca - V' tenuto per obligo, e farallo per cortesia e per amore.
Pardo - Se ben tenuto per obligo, facendolo per amore e cortesia, l'aver quello obligo io, che devo alla sua cortesia e amorevolezza. E vo' dar Cleria al capitano, e mi liberar della servit di aver femine a casa. Ho conchiuso iersera il parentado, e vo' che si sposino al tardi. In questo vorrei che usassi la tua astuzia, overo che non l'usassi contro me, ch'io non posso essere tanto studioso a guardarmene, quanto tu ingegnoso ad ingannarmi. Ben sai che ho san Mazzeo vicino a casa, e quel medico di casa Querciuolo, che ti suol medicare le spalle, quando il ricercano. Vorrei che li persuadessi a non esser ostinati, ch non venghi con loro a termini poco onorevoli, come non ho fatto per lo passato.
Trinca - Egli non ricusa Sulpizia, ce l'ho proferta da vostra parte: ne ha tanta voglia, che non vede l'ora che sia sera. Di Cleria non bisogna aver tanta fretta.
Pardo - Che vuoi che se invecchi in casa e poi non trovi can che la fiuti? meglio purgar la casa delle femine, che della peste. Avendo quel capitano, ar la buona ventura.
Trinca - Anzi l'arcimala ventura.
Pardo - Che li manca?
Trinca - troppo giovane: lasciamolo invecchiare un altro poco.
Pardo - Non ha quarant'anni.
Trinca - Ha quaranta malanni. Ne ha pi di sessanta: e che altro sono quei peli bianchi, che un richiamo di giovani, che dieno quello a vostra figlia, che non pu darle il marito? Egli come un asino zoppo, a cui mancando le forze del suo natural potere, si cade tra via, bisogna alzarlo a due mani e porlo per la strada. E se ben si vanta che sia stato colonello e generale di esserciti, credo ch'adesso non servirebbe se non per lancia spezzata.
Pardo - S'inchina assai volentieri a questo.
Trinca - Di ci statene sicuro, sta l'importanza nel potersi drizzare.
Pardo - ricco.
Trinca - S, d'anni; ma povero di robbe e di cervello, puzza di fallito, e ogni giorno piglia dinari a perdita; e se ben s'ha consumato tutto il suo patrimonio a dadi, non consumar certo il matrimonio con vostra figlia. Con quelle sue bravare se vuol smaltir per quel che non . Si pasce d'aria e vive di ruggiada come le cicale, mangia a tavola con la gloria e ambizione, e, essendo un becco, si vuol servir di vostra figlia per una vacca. E per mantener quel fumo del suo camino, quando ella non consentir, con una furia di bastonate le far far quel che vuole; talch mangiar sempre pi bastonate che pane.
Pardo - gentiluomo.
Trinca - Di casa Capodicervo, che ha pi corne in capo che capelli; suona di cornamusa, e s'udiranno per tutta Nola il suono de' suoi cornetti.
Pardo - N'ho buona informazione dal parasito: ne sta innamorato. Di che ridi?
Trinca - Non rido che stia innamorato; ma chi si vuol innamorar di lui? E poi date credito a quel furfante, feccia d'uomo: li servir per ruffiano a condurgli gli uomini a casa. Senza che, va dicendo mal di voi per Nola, che ste un pidocchioso; e fa le croniche della miseria di vostra casa: che sempre bevete il vin che si guasta, e, prima che finiate di ber quello, cominciate l'altro che si guasta; e che, quando viene a mangiar con voi, lo fate stentar in aspettar fino a mezogiorno; e che s'alza da tavola pi vto che quando ci venne. Talch voi non l'invitate a mangiare, ma a digiuno, vigilia e penitenza.
Pardo - Mira furfante, che si pone in bocca certi pezzi massicci di carne e certi bocconi tanto stravagantemente grandi, che non se li pu voltar per la bocca, e li trabocca gi come li mandasse in una cloaca, e con tanta furia che non mangia, ma trangugia; non beve, ma tracanna, ingorga e fa grondare il vino nello stomaco; che noi appena cominciamo a scaramucciare, ch'egli ha finito il fatto d'arme, che par figlio della fame, padre del diluvio, nipote della carestia, e pone tanta robba in una volta in quella sua voragine, quanto basta una settimana in casa mia: par che la fame ce l'abbia inviato per castigo della casa mia.
Trinca - E dice queste e altre cose.
Pardo - Che altre?
Trinca - Mi vergogno di dirle.
Pardo - Dille in tua malora, ch mi fai venir la rabbia.
Trinca - Dice che patite di non so che infirmit di stomacali, e che ci avete tanto prorito, che andate cercando chi ve li gratti.
Pardo - Mente e stramente per la gola.
Trinca - E dice averlo inteso da molti.
Pardo - Mente per l'orecchie.
Trinca - Ed egli conosce all'odore esser cos.
Pardo - Mente per lo naso.
Trinca - E che lo stima esser verissimo.
Pardo - Mente per lo cervello. E tu non sai che ci una bugia?
Trinca - E per questo un ribaldo, perch dice quello che non fu mai; e il peggio , che le genti lo credono, perch lo veggiono pratticare tanto domesticamente in casa vostra, che possa sapere i vostri secreti.
Pardo - Lo castigher ben io.
Trinca - Gulone come il canchero che, quanto meglio lo nudrite, pi incancherisce e infistolisce.
Pardo - Che rimedio ci sar?
Trinca - Quello degli infranciosati: con una dieta di pane e di acqua per quaranta giorni, ch lo consumi la fame e la sete in fin all'ossa. Come se li manca la biava, andr via. Per torniamo a noi. troppo gran peccato dar cos degna figlia a quel cervellaccio che riesce cos cattivo per ogni banda.
Pardo - La vuol senza dote, e il maritar una figlia senza dote qualche cosa: l'ho riscattata da' turchi e, or volendole dar dote, sarebbe un riscattarla di nuovo.
Trinca - Meritano i suoi buoni costumi d'esser riscattata diece volte, se bisognasse. Ma noi abbiamo Erotico pi ricco e nobile e d'altri costumi: e vi fa la medesima offerta.
Pardo - Che faresti tu, se fusse tua figlia?
Trinca - Se fosse voi?
Pardo - Fa' conto che ci sei: consigliami.
Trinca - Non per consigliarvi, ma essendo nell'esser vostro, questo partito mi parrebbe tanto buono, che non potrei dir di no.
Pardo - Far quanto tu dici: ch, non avendo errato mai con l'aviso de' tuoi avertimenti, voglio assicurarmi in questo ancora. Facciamo che amboduo si sposino per la sera.
Trinca - Come comandate.
Pardo - Di' a mio figlio che si ponga in ordine, ch'io aviser Orgio, zio di Sulpizia, del medesimo. Di' ad Erotico che venghi a trovarmi, e appuntiamo il tutto, ch, quando le persone sono d'accordo, mal il differire, ch sempre si pone in mezo occasione di disturbi.
Trinca - Far il tutto come m'imponete.
Fine del primo atto
ATTO SECONDO
SCENA I.
Gulone parasito, solo.
Gulone - Sempre ch'odo sputar filosofia da questi savioni, odo dir che la natura stata a noi benignissima madre. O che mai nascessero pi filosofi, e che si perdesse, in tutto, il collegio e la razza loro! perch, quando discorro fra me, trovo tutto il contrario: che la natura ci stata capitalissima nimica nel farci del modo che ci ha fatto. A che proposito far duo occhi, due orecchie, due faccie, due mani, due piedi, duo spalle, ed una bocca, dove sta tutta l'importanza? ch l'uomo vive per la bocca, e non per gli occhi n per l'orecchie. A che proposito far le budella cinquanta palmi lunghe, accioch peniamo tutto un giorno fin che il cibo si rassetti, si prepari e si smaltisca, e il gargarozzo, per lo quale sentiamo il gusto e l'esquisitezza de' cibi saporiti, di tre diti? ch'appena mangiato un boccone, cala gi, sparisce subito, come si mangiato non l'avesti? Doveva far il gargarozzo lungo un miglio, ch, calando gi per quello il cibo, durasse il diletto tutto un giorno; e le budelle far tre diti, dalla gola al buco di sotto, largo, aperto, che, subito inghiottito, uscisse fuori, e fusse l'introito uguale all'esito. A che proposito consumar tutto il corpo in gambe, in braccia e testa, e il ventre farlo picciolo? or non potea farlo come un sacco, per poter insaccar robbe assai? Che dispiacer si trova uguale a quello che di trovarsi in una tavola abondante e ben fornita di vivande e di vini eccellentissimi, poi aver un corpo picciolo e non poter divorare? ch tanta la rabbia e la disperazione, che vorrei allora con un coltello forarmi la pancia per poterlo cavar fuori e tornare a riempirlo. Almeno ci avesse una apertura nel ventre, che si aprisse e serrasse con bottoni come le vesti, ch, dolendoci il ventre o essendo troppo pieno, potessimo guardar che cosa sia dentro, e poi tornar ad affibbiarlo. A me par che sia stata benignissima madre agli animali, perch ha fatto al bue, alla capra e agli uccelli una saccoccia alla gola, ch il cibo ingoiato si riceve in quella, e dopo mangiato ruminano quel cibo, e mangiano di nuovo, e si trattengono tutta la notte. Or non potea farne un'altra all'uomo? accioch, trovandosi a mangiar ne' tinelli, dove per la fretta bisogna tranguggiare i bocconi senza masticargli, poi quando fussimo a casa, li potessimo ruminar di nuovo? Ha fatto al Gulone un budello largo e breve, che, quando ben satollato, passando per mezo a dui arbori stretti, scarica il cibo da dietro, e poi torna a satollarsi di nuovo? Non poteva la natura farmi una bestia come queste? darmi fame di lupo, bocca di rana, pancia di rospo, collo di grue, denti di cane, due lingue di serpe, stomaco di sturzo, che bevesse come cavallo, dormisse come ghiro e cacasse come una vacca?
SCENA II.
Trasimaco capitano, Gulone -
Trasimaco - Riniego Marte, se non t'ammazzo; ch ti son gito cercando per tutte l'ostarie, dubitando che non fossi restato in pegno, per riscattarti.
Gulone - M'hai interrotto un discorso che facea contro la natura.
Trasimaco - La natura fu sempre tua nemica, e sempre le fosti contrario.
Gulone - Come uomo di poco spirito, non posso penetrar nella grandezza e magnificenza sua, n toccarne il fondo.
Trasimaco - Nascesti col cervello a roverscio, per tutte le tue cose vanno al roverso: schivi le cose straordinarie e ti servi del snaturale. La forca che ti appicchi per la gola!
Gulone - Appicchimi per dove vole, ma non per la gola: la vo' intiera e sana per me.
Trasimaco - Ma dimmi s'hai ragionato con Pardo.
Gulone - S, bene.
Trasimaco - L'hai detto che son un Rodomonte, un Alessandro Magno de' nostri tempi? non rispondi, furfante?
Gulone - Non posso far ragionamenti, per la gola secca che ho.
Trasimaco - Tu a me menti per la gola? Mira a che pericolo ti poni.
Gulone - Dico che, per la gola secca che ho, non posso formar ragionamenti.
Trasimaco - In somma hai conchiuso le nozze?
Gulone - Se non bevo una voltarella e inumidisco il palato e la lingua e ristoro la virt, vengo meno.
Trasimaco - Non puoi dir s o no?
Gulone - Son cos affamato, che vedrei la fame nell'aria: il ventre sta vto e si bacia con la schena di maladetti baci. Ascolta come gorgoglia.
Trasimaco - Che sei di razza di cavalli, che, quando stai digiuno, il ventre gorgoglia? Odi.
Gulone - Non odo, ch le budelle fanno tanto rumore che m'impediscono l'udire.
Trasimaco - Non mi promettesti iersera darmi la risoluzione del matrimonio?
Gulone - vero che l'ho promesso; ma, venendo a casa vostra, mi incontr un amico, mi port a casa sua, e mi di a ber vini tanto grandi e fumosi, che m'empirono lo stomaco e il capo di fumi, che non vedeva la via per tornare, e fu bisogno dormir a casa sua.
Trasimaco - Affogaggine! Mancar della promessa non ufficio d'infame?
Gulone - Veramente, s; ch, se non fussi stato in fame, non sarei andato a casa sua, ma sarei venuto alla vostra.
Trasimaco - Dico che non ufficio d'uomo da bene.
Gulone - Io non fui mai uomo da bene, n ci voglio essere: se ci fussi, mi morrei di fame. Io son ladro, buggiardo, furfante e ruffiano, e cos sguazzo il mondo.
Trasimaco - Cos tratti gli amici?
Gulone - Io non ho amici altro che il principe della Trippalda, che il maggior amico che abbi: la trippa vacua il maggior nemico.
Trasimaco - Ed possibil che tu non vogli ragionar se non di mangiare?
Guidone - E tu di donne e di amori? Non ci differenza tra l'amor mio e il tuo: io fo l'amor con vitelle mongane, tu con vacche: carne ami tu, carne anco io: tu cruda e io cotta; e tanto miglior l'amor mio del tuo, quanto miglior la carne cotta della cruda. La carne cotta saporita e odorata, la cruda puzza, schiva e s'abborrisce; e come tu or fai l'amor con questa e or con quella, e sfoghi quei tuoi sfrenati desidri: e io, contra una tavola ben abondante, come un sfrenato innamorato, or mordo poppe di vitelle fredde, or inghiotto i tordi grassi - che stringendoli con i denti, mi cola di qua e di l il grasso, - or bacio becchieri e bottiglie, piene di vini brillanti e saltellanti, con saporitissimi baci, e sfogo l'ingordo desiderio del mio ventre. E mentre mi trastullo con questi, fo l'amor con le porchette, che si stanno arrostendo, pascendomi intanto di quei soavi odori.
Trasimaco - Io stimo che con quella gloria e animoso ardire con cui io entrerei in un steccato, tu in una tavola ben acconcia.
Gulone - La tavola ben acconcia il mio steccato, dove, con uno glorioso appetito e animosissimo ventre, mi riduco assai volentieri a scaramucciare e menar le mani.
Trasimaco - Non pi, ch ragionando di mangiare non finiresti tutto oggi. Hai conchiuse queste benedette nozze?
Gulone - Ed possibile che, come si tratta di ammogliarsi, vorrebbe ciascuno che le cose si trattassero a staffetta, e che volassero? Poveretti! non vedete che quanto pi presto la togliete, pi presto vi viene a fastidio, e vi pentirete?
Trasimaco - Sei molto pigro a trattare i negozi.
Gulone - Son pigro, secondo il tuo desiderio; ma presto, secondo il mio: a chi desia non si fa cosa con tanta prestezza, che non paia tarda. Dice che, volendola senza dote, venghi a sposarla.
Trasimaco - Ti ringrazio della nuova.
Gulone - Che pensi col ringraziamento avermi pagato, come se m'entrasse in corpo e me cavasse la fame e la sete? Troppa ingiuria fai tu al mio ventre.
Trasimaco - Troppa ingiuria fai tu alla mia liberalit, ch sai che non tengo le mani chiuse, quando bisogna. Portami la risposta e vieni a mangiar meco, ch'io fra tanto far porre in ordine e ar protezion del tuo ventre.
Gulone - E io fra tanto porr in ordine l'appetito.
Trasimaco - Vuoi che ci sia della lacrima?
Gulone - Della lacrimissima.
Trasimaco - Del greco?
Gulone - Del grechissimo.
Trasimaco - Ti aspetto con la buona nuova.
Gulone - Novissima buonissima. Or batto: toc, toc.
SCENA III.
Trinca, Gulone -
Trinca - Volpino, sali su quelle legna.
Gulone - (Legna per far fuoco per lo banchetto, ch Pardo ha promesso invitarmi a pranso. Ma queste legne non mi fan buono augurio, canchero!).
Trinca - Ti venghi a mente recar le corde.
Gulone - (Di cembali e di leuti, ch mi far una musica. Ma appresso al canchero, quel ti venga pur mi fa malo augurio).
Trinca - Non ti smenticar di cinquanta nespole acerbe.
Gulone - (Son frutti dopo pasto; ma pur le nespole acerbe solemo chiamar le btte. Ma vien fuor Trinca).
Trinca - Gulone, che si fa?
Gulone - Bene.
Trinca - Non tua usanza.
Gulone - Ti viene a visitar un tuo amico carissimo.
Trinca - Io non vo' amici carissimi, ma di buon prezzo, ch ho pochi dinari. Che sei venuto a far a quest'ora?
Gulone - E tu non sai l'usanza mia?
Trinca - Non mi ricordo.
Gulone - M' venuta una disgrazia, la maggior che mi possa venire.
Trinca - Dimmela, se non cosa di stato.
Gulone - Mi muoio della maladetta fame: io son venuto a sguazzare col tuo padrone.
Trinca - Sguazzarai come un cavallo per un pantano: il mio padrone sta irato teco.
Gulone - Scusa di mal pagatore: perch l'ho maritata la figlia, per non darmi la mancia, finge il colerico. Questo il frutto dell'obligo? Va' e stenta tu. Io vo' che mi faccia il beveraggio bonissimo.
Trinca - Ha promesso farti buttar in un fiume, ch beva benissimo.
Gulone - Che ha egli meco?
Trinca - Essendosi informato del capitano, ha ritrovato tutto il contrario di quanto gli hai detto; e se avesse fatto il matrimonio sotto la tua parola, arebbe annegata la figlia. Hai torto ingannarlo cos.
Gulone - Come egli ha ingannato me, cos ho ingannato lui.
Trinca - Non sai tu ch'egli sostiene quelle sue grandezze con l'ombra delle bugie e con falsa fama? E il peggio , che hai detto mal di lui al capitano...
Gulone - Possa digiunar un mese, se vero.
Trinca - Giurane su questa orecchia d'asino!
Gulone - Ho sempre dubitato che fussi un asino; ma or che me ne mostri l'orecchio, ti stimer tale da oggi avanti.
Trinca - ... Con dir che ti fa seder in un tavolino, e ti pone inanzi certe minestrine, certe insalate ricamate e gelatine figurate, e certe torte e bistorte, la carne minuzzata, le cose mal ordinate e cotte.
Gulone - Trinca, vero che ho detto che non posso aver peggio, quando le cose non son bene apparecchiate, ch il buon apparecchio il quinto elemento della tavola; e che le robbe sieno assassinate dal cuoco, quando non vedo pasticcioni, quarti di vitelli intieri, teste di cinghiali, e posto a tavola ogni cosa intiera; non star sempre il salame a tavola morbido e succoso. Che maggior torto si pu far alle torte, quando vengono fredde, e le midolle e i grassi gelati sopra? il brodo senza lardo e senza specie? gli arrosti secchi e mal impillottati? e il peggio di tutto, che il vin non sia eccellente, dolce, gagliardo e piccante? ch ci bisognarebbe la fame arcigulonica per divorarle. Di questo mi son doluto alcune volte, e non del mancamento.
Trinca - Tu sai che sempre sei stato in capo alla tavola; e ogni cosa venuto innanzi a te, e tu fai la parte e di quel che ti piace a gli altri; e ti sei alzato da tavola con la faccia pi rossa di un gambaro boglito.
Gulone - vero.
Trinca - Perch dici il contrario, quando mangi con altri? e quando mangi con noi, dici mal di loro?
Gulone - E perci vuoi entrar in colera meco?
Trinca - Il capitano ha detto tant'altre cose di te al padrone, che non si direbbero di un boia.
Gulone - Che pu dolersi di me il capitano? Che sia maledetta quella puttana che lo cac!
Trinca - Che, andando tu in casa sua, ti far dar cinquanta bastonate.
Gulone - Vada in bordello egli e la sua razza! (Queste son quelle legne che dicea poco innanzi, e cinquanta nespole acerbe).
Trinca - Il padrone ha giurato farti dar altre cinquanta bastonate.
Gulone - Cinquanta bastonate pi o meno poco importa.
Trinca - Farti romper la testa e sfreggiarti il volto.
Gulone - Facciami quel che vuole, gli sar sempre amico e non mi allontanar dalla sua tavola.
Trinca - Farti ligar in una camera terrena:...
Gulone - (Queste son corde ch'io stimava di cembalo).
Trinca - ... e farti dieci crestieri il giorno, accioch evacui bene; poi attaccarti con i piedi in su, finch vomiti quanto hai mangiato in casa sua; poi darti due fette di pane il giorno e un becchiero d'acqua...
Gulone - Cacasangue! Se mi ci coglie, mi facci il peggio che sa. Rompermi la testa, darmi cinquanta bastonate, cavarmi un occhio e sfreggiarmi la faccia, son cose ch'all'ultimo si ponno sopportare. Ma quel star a trippa vacua e senza mangiare, son cose insopportabili.
Trinca - ... Ha ordinato a Mazzafrusto e a Sgraffagnino che stieno alla posta, che subito entrato in casa ti attacchino bene.
Gulone - Se mi lascio prendere da Mazzafrusto che mi frusti e ammazzi, e da Sgraffagnino che mi sgraffigni! a dio, a dio.
Trinca - Ascolta una parola...
Gulone - Non ascolto parole.
Trinca - ... che importa molto.
Gulone - Che cosa?
Trinca - Vieni, ch il padrone ti aspetta a tavola con un piatto di maccheroni straordinariamente grossi, che appena ti capiranno nella bocca.
Gulone - Le tue parole m'hanno sconcio lo stomaco di sorte, che, se non vado a ristorarmelo altrove, non sar ben di me oggi.
Trinca - Oh, come scampa il poltrone! gi li par aver Mazzafrusto e Sgraffagnino alle spalle, che lo menino alla dieta. Il medesimo far col capitano: porr tanta zizania fra costoro, che li condurr che venghino alle mani e si rompino le teste. Andr al padron giovane a dirli quanto si oprato in suo serviggio.
SCENA IV.
Balia, Erotico, Pardo.
Balia - Sulpizia smania e non trova luogo per la gelosia di Cleria; mi manda se pu saper da Erotico alcuna cosa di nuovo.
Erotico - O balia, di' a Sulpizia mia, che trattiamo or cosa onde spero che sarem nostri.
Balia - Parlatemi, di grazia, pi particolarmente, e liberatela da tal passione.
Erotico - Basta, sapr ogni cosa, e verr io a dirglielo. Ma parteti da me: presto, presto, scstati.
Balia - Perch mi scacciate cos da voi?
Erotico - Per cosa che importa, lo saprai poi: scstati, allontnati da me.
Balia - Che fretta! ors, mi parto.
Erotico - Vorrei l'avessi fatto prima che detto. (Veggio Pardo venir alla volta mia, e stimo che venghi a ragionarmi delle nozze: non vorrei che, veggendomi ragionar con una vecchia, entrasse in sospetto che stessi innamorato).
Balia - (Il cacciarmi che fa Erotico con tanta fretta da s, mi fa sospettar qualche male. Veggio Pardo andar verso lui: qualche trama v').
Pardo - (Veggio Erotico; e mi par certo un gentil giovane: vien a me, vo' riceverlo come figlio). Ben venghi il mio caro Erotico, il mio carissimo figliuolo.
Erotico - Dio vi accresca salute e vita, mio carissimo padre e padrone: padre in amore, padrone in riverenza. Vo' baciarvi le mani.
Pardo - Non mi fate questo torto, ch non lo comporter: volete vincerla pure?
Erotico - Perch mio debito di farlo.
Pardo - Poich dite che mi ste figlio, potrete trattarmi come vi pare.
Erotico - E voi usando questi termini di cerimonie con me, un quasi non tenermi per quell'amorevol figlio, che dite che io vi sia.
Pardo - Copritivi.
Erotico - Desiderava in atto di riverenza star cos; ma, poi che volete che mi cuopra, mi coprir, essendo l'ubbidire un termine di creanza.
Pardo - Cos merita un par vostro, nobile, ben creato e virtuosissimo.
Erotico - Troppo gran cose stringete in breve fascio. Ma io vi resto con tanto maggior obligo, quanto meno conosco di meritarlo.
Pardo - Gi stimo che Trinca mio servo e Attilio mio figliuolo v'abbino detto quanto desiderio io abbia di apparentar con voi...
Erotico - Ed il desiderio, che ho di servirvi, cos vivo e ardente, che non so che fare che da voi fossi creduto.
Balia - (Fanno fra lor molte belle parole: vediamo dove riusciranno).
Pardo - ... e per darvi Cleria, la mia figlia, per moglie....
Erotico - Conosco non meritarla per le sue rare qualit; ma l'accetto per l'affezion che le porto, e per desiderio che ho di servirla.
Balia - (Ohim, parlano di dargli Cleria per moglie!).
Pardo - ... E stimo ancor che v'abbino riferito, che non son per darle dote altrimente.
Erotico - Mi basta la dote delli suoi meriti, la qual pi tosto soverchia che bastevole; e io mi terr ricchissimo, se mi vedr possessore di s infinito tesoro di grazie: onde mi parrebbe farle gran torto se non la rifiutasse.
Pardo - Io parlo chiaramente; ma contrastiamo dopo fatto il matrimonio.
Erotico - Io non posso trovar modo in ricompensar tanto beneficio, che mi si fa, in darmisi Cleria; e per mostrar quanto mi sia grata la parentela, io rifiuto ogni dote.
Balia - (Ragionano delle nozze di Cleria; e dice non voler dote. Gi si confrontano i contrasegni).
Pardo - Stimo che abbiate visto Cleria, per saper se vi piace la sua bellezza.
Erotico - L'ho vista, e mi piace tanto, che non mi piacque altra giamai altro tanto. Cos avesse auto ella maggior fortuna di aver conseguito sposo di maggior merito ch'io non sono, come ella stata favoritissima dalla natura cos delle bellezze del corpo come di quelle dell'animo.
Pardo - Ve l'ho dimandato, perch so che avete gran tempo seguita Sulpizia, la nostra vicina; e non vorrei, dopo aver sposata la mia figliuola, tornaste a lei, che mal agevolmente si scordano i primi amori.
Erotico - Se ben molte volte m'avete visto passar per cost, l'ho fatto pi per passatempo che per amor che portassi a Sulpizia; e vi giuro che mai mi piacque.
Balia - (O Dio, che parole son quelle che sento? or chi crederebbe che fussero uscite da quella bocca, dalla quale poco innanzi ne son uscite l'altre di s contrario tenore?).
Pardo - Io non vorrei che la lingua fusse differente dal core.
Erotico - Cavata mi sia la lingua insieme col core, se non vero quanto io vi dico.
Balia - (Aitati, lingua, avviluppa bugie e giuramenti, per ingannar qualche altra poverella).
Pardo - Perdonatemi, se ne dimando con tanta instanza, perch dubito che, per qualche sdegno o martello passato tra voi, vogliate tor mia figlia. Io non ho altra che costei; e dandole un marito che sia stato innamorato di un'altra, non saria fra loro un contento giamai, per vi prego a dirmelo liberamente.
Erotico - Voi che mi ste padrone, potete comandarmi, non pregarmi.
Pardo - Li vostri pari si pregano, non si comandano.
Erotico - Pi grazia ne ricevo quando mi comandate, che non il servigio che vi servo. Ma s'io amai giamai Sulpizia, faccia Idio che non conseguisca alcun desiderio; n son per amarla per l'avvenire, ch sempre pi tosto l'ho odiata che amata, e m'ho fatto beffe di lei. Ho ben amata la vostra Cleria dal primo giorno che la viddi; ma il rispetto dell'amicizia fra me e Attilio me ha vietato che non lo scoprisse, per non offenderlo con la mia indegnit. Ma, poich da voi mi vien offerta, apro il cuore e ve lo paleso.
Balia - (Ahi, lingua traditrice e bugiarda, che ti sia cavata insin dalle radici! non bastava affermarcelo cos semplicemente, se non confirmarcelo con giuramento?).
Pardo - Talch posso assicurarmi che non amate Sulpizia?
Erotico - Di grazia, caro padre, non me la nominate pi, se non volete che la biestemme.
Balia - (O povera Sulpizia, disamata, beffata e bestemmiata).
Pardo - Veramente, io non vi facea altra difficult in queste nozze: non l'ho voluta conchiuder con mio figlio, fin che da voi non me ne fussi certificato, ch'io temea sempre di Sulpizia.
Erotico - O maladetta sia Sulpizia!...
Balia - (Tu solo, e chi generotti!).
Erotico - ... che fosse morta...
Balia - (Tu ucciso, e morto!).
Erotico - ... e squartata!
Balia - (E tu fatto in mille pezzi!).
Pardo - Or che me ne sono assicurato, datemi la mano in segno del matrimonio.
Erotico - Ecco, volentieri ve la porgo.
Pardo - Ed io la stringo e bacio, in segno di parentela. Non manca altro che al tardo vengati col prete, e la sposiate. Mangiaremo cos alla domestica, e non facciamo come certi ignoranti, che nel banchetto spendono la met della dote.
Erotico - Maggior grazia riceverei, s'andassimo a sposarla ora.
Pardo - Andiamo fra tanto al sarto per le vesti.
Erotico - Andiamo dove comandate.
SCENA V.
Balia sola.
Balia - O mondo immondo, o mondo tutto pieno di fallacie e d'inganni, or chi pu vivere in te, che sia sicuro dalle tue insidie? O et maladetta, o crudelt, o barbarie, che a pena pu adeguarsi col pensiero! O Erotico infidele e disleale! O Sulpizia troppo sincera e amorevole, per non dir troppo semplice e troppo sciocca! Dove la fede che con tanti giuramenti fu data, e che tu osservata l'hai con tanta costanza dell'amor tuo? Taccino, come indegni di conversar fra gli uomini, coloro che incolpano le donne di volubilit e d'inCostanza. Ite voi, donne, fidatevi de' giovani del tempo d'oggi, e massime di costoro di prima barba, larghi di promesse e ricchi di giuramenti, che in un punto amano e disamano, come li va il cervello: sono come i sparvieri, avidi sempre di nuove prede, che, se bene han un uccello preso nell'unghie, se ne veggono un altro, lasciano quello che hanno, per acquistar quello che va volando. Ecco perch Erotico mi scacciava da s: e che trattava cosa buona per lei, e che molto l'importava. Misera Sulpizia! come restarai, poveretta, rinchiusa in una camera, mentre durer la tua vita, a pianger la colpa della tua sciocchezza, d'aver creduto ad un uomo, con freggio d'infamia da non risanarsi pi mai. E come duo occhi suoi soli potranno piangere tanta sciagura? Ma ella volger la colpa sovra di me, come che del tutto sia stata cagione: si doler di me, mi biestemmar, come consigliera e adiutrice. Ma chi non arebbono ingannata tante lacrime, tanti suspiri e tanta ostinazione di star i mesi e gli anni intieri, di giorno al sol dell'estate, e le notti intiere al freddo, alle pioggie e a' tuoni dell'inverno? Non ho cuore di darle tal nuova: so che gridar, tramortir, spiritar, diverr forsennata. O Iddio, aiutaci tu, che puoi.
SCENA VI.
Trasimaco, Trinca -
Trasimaco - Quanto pi desidero Gulone, men lo posso incontrare...
Trinca - (Per trovar il padron, vo cercando per le strade, ed egli deve star rinchiuso in camera. Ma veggio il capitano con le sue solite e accessorie stravaganze. Oh, come viene a tempo! credo che succeder il negozio, poich ogni cosa mi cade a proposito).
Trasimaco - ... per dimandargli se son concluse le nozze....
Trinca - (Senza che gli ne dimandi, son sconchiusissime).
Trasimaco - ... Ch, accapandosi per sua cagione, s'acquister l'amicizia mia e quella di Pardo....
Trinca - (Io porr tra voi tanta discordia, ch'in eterno sarete inimici).
Trasimaco - ... E sar possessore d'una donzella bellissima....
Trinca - (La donzella la deve aversi in corpo, e non boccon da tuoi denti).
Trasimaco - ... So ch'a lei sar caro, quando sapr ch'io la ricerco.
Trinca - (Non bisogna sperarci, ch'altri la possiede prima di te).
Trasimaco - Veggio il servo della sua casa, ne dimandar costui.
Trinca - (Finger non conoscerlo, per fargli pi creder quanto dico).
Trasimaco - Dimmi, galante uomo, Gulone in casa vostra?
Trinca - Potrebbe ben essere, ch il mio padrone ha gran piacere quando dice mal d'altri.
Trasimaco - Mi sapresti dir se ragiona mai dell'eroiche virt d'un capitano?
Trinca - Chi capitano?
Trasimaco - D'un detto il Fracasso che ritrovandosi l'altro giorno in mezo un squadron di scavezzacolli e di tagliacantoni, che lo volevano assassinare, egli scagliandosi in mezo a tutti, s'incan talmente, che a furia di crudeli fendenti, di orrendi mandritti e di orribili stoccate, cacciandosegli innanzi, li ruppe, li fracass e pose tutti in scompiglio....
Trinca - S, s, d'un certo capitano che certi mascalzoni vennero per assaltarlo, ma ch'egli si salv con una bella ritirata.
Trasimaco - ... Ed una notte, incontrandosi con birri che gli voleano tor l'armi, minuzz il capitano con tutta la birraria.
Trinca - Mi ricordo che disse, che s'incontr una notte con un bastone, che gli assett molto bene il giubbone adosso.
Trasimaco - Dico di certe sue virt illustri.
Trinca - S, s, ch'era un gran musico...
Trasimaco - Come musico?
Trinca - ... che cantaria molto ben la Girormetta su la striglia, che l'avea cantata tutto il tempo della sua vita.
Trasimaco - Non sar quel capitano che dico io.
Trinca - Un certo capitan Sconquasso o Fracasso o Babuasso, che s'avea posto questi nomi per spaventar le genti; che porta certi mustacci ingrifati e i peli della barba rabbuffati, con una ciera torta; e che parla con certi paroloni.
Trasimaco - Non me ne sazio, se non dar essempio a' pari suoi, se non sar un specchio a gli occhi di ciascuno. Non baster il cielo a scamparlo dalle mie mani, ancor che fiammeggi di lampi, ancor che rimbombi de tuoni. Non so se fra tanto potr sospender lo sdegno.
Trinca - Sar forse vostro amico?
Trasimaco - Non lo conosco. Passate innanzi.
Trinca - Non vorrei che v'adiraste meco.
Trasimaco - Dio te ne guardi, ch caderesti morto.
Trinca - Ve l'ho dimandato, perch m'avete cera di capitano.
Trasimaco - Son cos in fatti, come vi paio in ciera.
Trinca - E bisogno che rida, per non andar in pericolo di crepare.
Trasimaco - Di che ridete?
Trinca - Di nulla.
Trasimaco - So che non ste matto, che di nulla ridete; ditelo, di grazia, se pur qualche obligo non contende questa mia curiosit!
Trinca - Non obligo di secretezza che possa impedirmi che non vi compiacessi; ma desidererei che non lo ridiceste ad altri, ch m'impediresti di non udir pi da lui delle sue castronerie.
Trasimaco - Che Marte sia irato con me, n mi dia forza di spopolar citt, di sconfigere e disfar eserciti, se lo ridico; e perdonate alla mia curiosit.
Trinca - Egli l'onora di molti illustri titoli: d'un venerabil asino, e tanto grande, che basta per sei asini; di buggiardo, e che le verit le tiene tanto secrete in corpo, che ci han fatto la ruggine; che non soffi mai vento d'ambizione che non soffiasse in quel ballon del suo capo; e che nel tribunal della poltroneria, se si avesse a determinare chi fusse il magior poltron del mondo, senza dubio arebbe la sentenza in favore, perch basterebbe la sua poltroneria ad impoltronire tutti i poltroni del mondo; e che combatte pi con la lingua che con la spada...
Trasimaco - Benissimo.
Trinca - ... e che la sopraveste della sua nobilt un ragazzame. Dice che suo padre fu giudeo, sua madre lavandaia, sua ava puttana, suo zio boia ed egli ruffiano; che si tinge la barba per parer giovane; che li pende tra le gambe una borsa quanto una zucca; che ha mal francese di sette cotte; e che si vanta che il re di Francia lo vuol per suo compagno, stipendiato dal re Filippo, presentato dal Gran Turco, ma che si crepa della maladetta fame...
Trasimaco - Perch sparlar tanto di questo poveretto? che li venghi la peste alla lingua!
Trinca - ... Dice che l'invita a mangiar seco, e non mangia altro che vessiche sgonfiate; e che tanta la sua spilorceria e spedaleria, che si parte morto di fame.
Trasimaco - Come pu cicalar tanto?
Trinca - Ha lingua per sei cicaloni.
Trasimaco - Non devrebbe pratticar con lui.
Trinca - Dice che ci prattica per udir quelle sue millanterie, e se prende spasso de fatti suoi. Onde il padrone in modo se trafisse queste cose nel capo, che non sarebbe possibile cavarnele pi.
Trasimaco - Mi avete detto a bastanza, perch la materia abonda troppo.
Trinca - pi di quello che mi avete dimandato.
Trasimaco - Se posso ricompensar la fatica che avete durata per me, comandate e sarete servito.
Trinca - stato poco per sodisfar al debito mio con un par vostro.
Trasimaco - Restate in pace, buon rivelante.
Trinca - Andate in buon'ora, buon ascoltante, ser capitano.
Fine del secondo atto
ATTO TERZO
SCENA I.
Pedolitro vecchio.
Pedolitro - Ringraziato sia Idio, che pur son gionto al fin del mio viaggio, che son a Nola, patria mia. O Dio, che pericoli, che strazi, che fatiche, che spese! mangiar male, ber peggio, dormir in terra, assassinato dagli osti, da ladri, da fuorusciti e da vettorini. Oh, quanto si patisce fuor di casa sua! non lo pu credere, se non chi lo soffre. Veramente, gran bisogno me ne trasse fuori, riscattar un figlio unico di man di turchi. Ma niuna altra cagione me ne caver fuori, n figli n padri n anco per me stesso. Mai parea che finisse il viaggio, sempre ne restava a far pi del fatto. Le gambe ne han patito la penitenza. Mi vedo gionto a casa - e nol posso credere, n men che sia vivo, ma che qui sia gionto lo spirito mio. Ma chi costui che vien in qua? certo Pardo, mio antico amico. O, ben, che ho da trattar con lui. Signor Pardo, siate il ben trovato, non mi conoscete? Son Pedolitro vostro amico.
SCENA II.
Pardo, Pedolitro -
Pardo - Chi si potrebbe conoscere cos vecchio? e poi vestito alla turchesca? che ste stato prigione o ammalato, che avete cos vigliacca ciera? perdonatemi, cio macra e scolorita.
Pedolitro - Il mal mangiare, il peggior bere e il molto patire.
Pardo - Le tue vest?
Pedolitro - Me l'ho mangiate in Turchia.
Pardo - In Turchia se mangiano vesti?
Pedolitro - L'ho vendute e impegnate all'osterie per mangiare. Ma io mi rallegro che vi vedo pi allegro e giovane che non vi lasciai.
Pardo - Donde si viene?
Pedolitro - Da Costantinopoli, per riscattar questo mio figlio che da bambino mi fu rapito da' turchi.
Pardo - E voi ancor ben venuto, caro figlio.
Pedolitro - Io rispondo in sua vece, ch non sa parlar italiano: Che siate il ben trovato.
Pardo - Ho grande allegrezza che siate tornato salvo.
Pedolitro - L'allegrezza vi si raddoppiar, ch'io vi porto una buona nuova di l.
Pardo - Che forse il turco non arma alla primavera, e non infester le nostre marine?
Pedolitro - Dico, buona per voi.
Pardo - Voi siate il ben tornato, portandomi alcuna buona novella.
Pedolitro - Costanza vostra moglie vi saluta.
Pardo - Che forse dall'altro mondo?
Pedolitro - Che altro mondo? io non so altro mondo che questo, n mai mi son partito di qua.
Pardo - A che rinovellarmi la memoria e darmi questo dolore? ch mai mi ricordo della sua morte, ch'io non volessi esser morto mille volte. Costanza cara, io che fui cagion della tua rapina, son libero, e tu, per venir al mio comando, sei schiava. Oh, quanto la meritarei io la servit che per me tu hai patito!
Pedolitro - Voi piangete la viva, come fusse morta.
Pardo - Come viva?
Pedolitro - Come la stimate voi morta? se non morta fra duo mesi, che son di l partito, ella pi viva e pi gagliarda che mai.
Pardo - Ti fai beffe di me.
Pedolitro - Anzi, mi par che voi vi facciate beffe di me. Ma chi v'ha detto che sia morta?
Pardo - Attilio mio figlio e Trinca servo, i quali ho inviati col riscatto in Constantinopoli per lei e per Cleria mia figlia; e son alcuni mesi che son tornati di l, e ha menato seco Cleria sua sorella, e mi ha riferito che Costanza era morta quattro anni sono; che se fusse stata viva, l'arebbe riscattata e condotta a Nola.
Pedolitro - Anzi, ella viva e sana; e di vostra figlia non si sa nova se sia morta o viva pi di dieci anni sono, ma si tien per fermo che sia morta; ch'un sangiacco, cui ella serviva, l'avea menata fuori; e si dubita, per la gelosia della moglie, che l'abbia avvelenata, che vostra moglie n'ebbe a morir di dolore.
Pardo - Strane cose mi dite. Cleria in mia casa; e il mio figlio e servo me l'han referito, quanto io vi referisco.
Pedolitro - Ed io vi dico che tutto vi stato falsamente referito, perch conosco vostra moglie, a Nola, prima che vi fusse rapita, e la conosco pur quattro anni in Constantinopoli, dove mi son fermato per riscattar il mio figlio. Anzi, n di vostro figlio n del servo ho inteso cosa alcuna in Constantinopoli.
Pardo - Quasi che Constantinopoli fusse Nola, che si pu saper chi vi cpiti.
Pedolitro - Se ben Constantinopoli una citt grandissima, e pi di Napoli, le domeniche noi tutti cristiani ci veggiamo nel tempio di santa Sofia, dove ci ragguagliamo e consigliamo delle nostre fortune e ci aiutamo l'un l'altro.
Pardo - Quanto pi dite, men vi credo.
Pedolitro - Ma a che proposito volervi dir queste bugie? Ma io non vo' che mi crediate. Eccovi una lettera che vi manda: conoscete la sua mano?
Pardo - Questa la sua mano. O Dio, che stretta mi sento all'anima, che mi rest scolpita in mezo al cuore. Volesse Iddio che tu fussi viva, che verrei io in persona a riscuoterti; e quando non potessi, soffrirei in tua compagnia i tuoi dolori. Da che ti perdei, posso dir che non ho avuto un piacer in questa vita; e non meno l'ho amata morta, che l'amai viva.
Pedolitro - Leggetela, e vedete quanto vi scrive; e conoscete, quanto vi ha referito vostro figlio e il servo, tutto bugia, e quanto vero sia quel che vi dico.
Pardo - Mi avisa avermi scritto molte lettere, e di niuna mai averne ricevuta risposta, n per lei esser mandato il riscatto; che spera esserle donata la libert, e voler venirsene sola, come meglio potr.
Pedolitro - Credetemi ora?
Pardo - Ed accioch voi crediate esser vero quanto vi ho detto, vo' che ragionate con mia figlia. Ol, fate venir qua Cleria per cosa che molto importa.
Pedolitro - Fatela calar, ch mi piace che non troverete altro di quel che vi dico: che Costanza vostra moglie viva, e di Cleria non si sa novella.
SCENA III.
Cleria, Pardo, Pedolitro -
Cleria - Padre, che comandate?
Pardo - Costui venuto da Turchia...
Cleria - (Infelice me! costui sar venuto a far riscontro s' vero che sia Cleria, e quanto falsamente l'abbiamo dato ad intendere).
Pardo - ... e dice che Costanza sia viva.
Cleria - (Che affermar? che negher? io non so che debba affermar, n negare, n che mi fare. Oh, fosse qui Trinca!).
Pardo - Dimandatela voi.
Cleria - (Bisogna star in cervello). Volesse Dio che Costanza mia madre fusse viva! Ma voi come lo sapete?
Pedolitro - L'ho vista con questi occhi in Constantinopoli; e si duol del suo marito che in tanto tempo non abbi mandato a riscuoterla, e che Cleria sua figlia non sa se sia morta o viva, ma stima che pi tosto sia morta.
Cleria - Voi dite cose impossibili, e ste cos bugiardo nell'uno come nell'altro. Mia madre, che so che morta, dici che sia viva; e io, che viva sono, dici che morta sia.
Pedolitro - Io non ci ho, in questo, interesse alcuno, n per conto d'interesse direi la bugia: e non essendo di natura bugiardo, godo nel dir la verit.
Cleria - Dice che Cleria sia morta, e io viva sono: il testimonio t' presente.
Pedolitro - Ed io ti dico che tu Cleria non sei. Ma tu conosci chi son io?
Cleria - Certo, no.
Pedolitro - Tu non sai chi sia io? riconoscimi bene.
Cleria - Quanto pi penso, men ti riconosco.
Pedolitro - Perch schivi che gli occhi tuoi s'incontrino con i miei? ti vergogni, ti arrossisci e impallidisci.
Cleria - Perch odo cose di meraviglia.
Pedolitro - Ed io ti conosco molto bene in casa di Pandolfo napolitano, che tiene alloggiamento in Veneggia, dove sogliono alloggiare tutti i peregrini napolitani.
Cleria - Che Pandolfo? che alloggiamenti? Quanto pi segni mi di, men t'intendo.
Pedolitro - Che parlo arabico o tartaresco? Fai della stordita, per non accettar la verit.
Cleria - Fai tu del cattivo, per farmi accettare il falso.
Pedolitro - Non m'hai servito duo mesi in casa di Pandolfo in Vineggia, quando cadei infermo duo anni sono?
Cleria - O Dio, che ascolto!
Pedolitro - Dico che tu sei Sofia, intendi? a chi dico io?
Cleria - Non dici a me, che Sofia non sono, per non rispondo.
Pedolitro - Mi piace pi tosto dispiacer a te e dir il vero, che piacer a molti e dir il falso: dico che tu sei Sofia sua serva.
Pardo - Non meraviglia se t'inganni, ch nieghi il nome di Cleria e le di quel di Sofia: nieghi quel che vedi, e non conosci quel che ti sta innanzi.
Pedolitro - Anzi, ella dice esser quella che non , e niega quella che sia; e ancora persevera nella bugia.
Cleria - Anzi, tu pur ardisci d'infamarmi, che sia serva d'un alloggiatore.
Pedolitro - Non sei dunque Sofia? poveretta, perch inganni te stessa?
Cleria - Non piaccia a Dio che fussi Sofia, che tu dici, che sera serva d'altri e non figlia d'un gentil uomo.
Pedolitro - Ancor credete a costei?
Pardo - Le stracredo.
Pedolitro - Qual cagion vi muove, che crediate pi a costei che a me?
Pardo - Io credo al mio figlio e al mio servo.
Pedolitro - Fate male a credere a questi: guardatevi che non v'ingannino.
Pardo - Chi dunque costei?
Pedolitro - Colei che vi dissi da principio.
Pardo - Costei non Cleria?
Cleria - (Cos ti avesse rotto il collo per la strada!).
Pedolitro - Non so perch mi cenni e mi fai cert'atti: che mi vuoi significare?
Cleria - Io cenni? io atti? veramente sei fuor di cervello.
Pardo - Ors, non moltiplichiamo in parole: figlia, sali su. Tu, Pedolitro, poich sei forastiero, vieni a desinar meco.
Pedolitro - Ho desinato. Andr per saper alcuna novella de' miei.
Pardo - Potrete voi e vostro figlio fermarvi in casa mia e riposarvi, e poi a bell'aggio andar cercando de' vostri parenti.
Pedolitro - Non mi trattenete pi, di grazia.
Pardo - Almeno lasciate vostro figlio in casa mia, e voi andate cercando. Se li trovate vivi, verrete per vostro figlio; se non, restarete ad alloggiar meco.
Pedolitro - Questa cortesia accetto, che mio figlio resti con voi, mentre andr cercando.
Pardo - Veramente, la venuta di costui m'ha posto in grandissima confusione; la mano di mia moglie vera: perch costoro m'han detto, che sia morta? Dice che conosce costei in casa di un alloggiatore, e chiamata Sofia. A che proposito affermarlo cos costantemente, se non fusse vero? E mi son ben accorto che arrossiva, impallediva, respondendo s'intricava, e non sapea quello che dicessi, e m'accorsi che l'accennava. Ma quello, che m'accresce il sospetto, che in questo intrigo se ci trova intrigato il Trinca, che il maggior trincato, furbo, allievo di forche, maestro di furberie. L'astuzia sua m' di vergogna e di danno: e quando della vergogna poco conto ne facessi, ci il danno di pi di cinquecento ducati. Ma ecco che vengono molto allegri. Vedr come si risolveranno in questo fatto.
SCENA IV.
Trinca, Attilio, Pardo, Turco.
Trinca - Padron, il vostro figlio sta in punto per le nozze, e vi priega che l'affrettiate.
Attilio - Sta medesimamente Erotico ad ogni nostro comando.
Pardo - Ben, chi vi disse che Costanza mia moglie era morta, e che Cleria fusse viva? Quando voi foste a Constantinopoli? perch non rispondi? Chi non risponde subbito, sta pensando alla scusa.
Trinca - Come, non son stato io a Constantinopoli?
Pardo - N tu n mio figlio.
Trinca - Io non so come voi dite.
Attilio - (Ohim, siamo rovinati!).
Pardo - Che rispondi?
Trinca - Chi v'ha informato del contrario?
Attilio - (Come ti risolverai, Trinca?).
Pardo - Pedolitro, nostro cittadino, venuto ora di Constantinopoli, che ci and quattro anni sono per riscuoter cotesto suo figlio; e mi ha recato lettera di mano di mia moglie che desia venire, e che di Cleria non si sa novella, molti anni sono....
Attilio - (Mira la fortuna, a che ponto ha condotto costui di Turchia).
Pardo - ... Dice che quella Sofia, serva d'un allogiator in Vineggia: l'ho fatto affrontar insieme, e ce l'ha mantenuto in faccia.
Attilio - (Siamo spediti, non v' pi rimedio. Trinca perduto d'animo).
Trinca - Padron, cos vero quanto v'ho detto, quanto l'amor che vi porto; e se trovarete il contrario, vo' che mi ponghiate in galera.
Pardo - Senza il tuo volere, ti ci porr.
Trinca - Vien qua tu: come tuo padre ha detto una buggiarda buggia? rispondimi. Vedete che tace.
Pardo - A che ti affatichi parlargli? non risponde, perch non intende l'italiano.
Trinca - Gli parler in turchesco. Tu non mi scapperai. Cabrasciam ogniboraf, enbusaim Constantinopla?
Attilio - (O buon Trinca, o illustrissimo Trinca).
Turco - Ben belmen ne sensulers.
Pardo - Che dice?
Trinca - Che suo padre non fu mai in Constantinopoli.
Pardo - Dove dunque fu per riscuoterlo?
Trinca - Carigar camboco maio ossasando?
Turco - Ben sem belmen.
Trinca - Dice che sono stati in Negroponte.
Pardo - Da Negroponte in Constantinopoli ci sono molte miglia. Dimandagli che camino han fatto per venire in Italia.
Trinca - Ossasando nequet, nequet poter levar cosir Italia?
Turco - Sachina busumbasce agrirse.
Trinca - Dice che son venuti per mare, e non passati per Vineggia.
Pardo - O Dio, che umori stravaganti sono negli uomini! Che cosa ha spinto colui a dirmi cos gran bugia, che sia stato a Vineggia, e portarmi una lettera di mano di mia moglie? Che mondo questo?
Trinca - Bisognarebbe far un mondo a vostro modo, o riformarlo. Han falsificato la mano di vostra moglie, per farvi qualche burla.
Pardo - Certo che dovea star ubbriaco; e gi lo tengo per tale, che stava rosso nel volto.
Trinca - L'avete indovinata: e or gli lo vo' dimandare. Siati marfus naincon catalai nulai?
Turco - Vare hecc.
Trinca - Ho detto marfus che vuol dire ubbriaco; ha detto che poco inanzi intrato in una osteria nel viaggio, appresso Nola, e che ha bevuto molto bene, e che andava cadendo per la strada, e che appena or si potea reggere in piedi.
Attilio - (O Trinca divino, e come l'hai ben saldata!).
Pardo - Come in quelle due parole ha potuto dir tanto?
Trinca - La lingua turchesca in poche parole dice cose assai.
Pardo - Ors, ha voluto burlar Pedolitro - Quando ritorna, li vo' far un scorno da vergognarsene, e l'ar da oggi innanzi in quella opinione che si conviene. Andate a trovar Erotico; cercate Orgio, zio di Sulpizia. e diteli che stia apparecchiato per questa sera.
SCENA V.
Pedolitro, Pardo, Turco -
Pedolitro - Ho ritrovato vivo un mio fratello cugino; or vo' andar con mio figlio a casa sua. Della amorevole offerta, signor Pardo, ve ne resto obligatissimo.
Pardo - Pedolitro, la giusta cagion, che me ne di, mi fa prorompere in tanta rusticit. Ditemi si avete imparato in Turchia a beffeggiar gli amici.
Pedolitro - N qui n in Turchia convenevole.
Pardo - Perch darmi ad intendere che ste stato in Constantinopoli e visto mia moglie Costanza, e Cleria mia figlia chiamata Sofia e conosciutala serva d'un alloggiamento in Vineggia?
Pedolitro - Tal , qual vi ho detto.
Pardo - Come l'avete vista in Vineggia, se voi non vi ste mai stato?
Pedolitro - Ci son stato a mio dispetto duo mesi infermo.
Pardo - Se ste stato in Negroponte e venuto in Napoli per mare, come ste stato in Vineggia?
Pedolitro - In Negroponte? e quando? chi v'ha detto queste bugie peggior delle prime?
Pardo - Tuo figlio.
Pedolitro - Come mio figlio ha potuto dirvele, se non sa parlar italiano?
Pardo - Trinca, il mio servo, l'ha parlato in turchesco, che l'ha imparato a parlar in Constantinopoli.
Pedolitro - Questo ha detto mio figlio?
Pardo - Anzi, di pi, che avete bevuto nell'osterie e state imbriaco, e non sapete dove abbiate il cervello.
Pedolitro - Mi fo la croce. Ierusalas adhuc moluc acoce ras marisco, viscelei havvi havute carbulah?
Turco - Ercercheter biradam suledi, ben belmen ne sulodii.
Pedolitro - Dice che vero che un uomo l'ha parlato, ma che non intendeva che dicesse. Comis purce sulemes.
Pardo - Perch dunque li rispondeva?
Pedolitro - Accian sembilir belmes mie sulemes?
Turco - Accian ben cioch soler ben sen belmen sen cioch soler.
Pedolitro - Dice che, quantunque gli rispondesse e li dicesse che non intendeva quello che se li dicesse, pur gli parlava. Aman hierl cheret marfus soler, ben men comam me sulemes?
Turco - Aman hierl cheret marfus soler ben men comam me sulemes.
Pedolitro - Dice che sempre dicea marfus; ma non possea imaginarsi che cercava da lui. Io stimo che il vostro Trinca sia un gran trincato e buggiardo e volpe vecchia.
Pardo - Dite voi che sia s bugiardo?
Pedolitro - Ho errato in dir bugiardo, ma bugiardone.
Pardo - Voi accrescete l'ingiuria.
Pedolitro - Anzi dico bugiardissimo; anzi tengo per certo che vi abbi beffato.
Pardo - Non so che mi fa ostinato in saper la verit di questo fatto. Di grazia, se mi amate, ditemi chiaramente se mi avete detto la verit.
Pedolitro - V'ho detto la verit, e ne torrei ogni pena per confirmarla, se ne fusse bisogno. Restate sano, che vo' andar a quel mio cugino.
Pardo - E voi andate salvo, poich ste fatto libero.
Pedolitro - Ghidelum auglancic.
Turco - Ghidelum baba.
Pardo - Io credo che si se cercasse per tutto il mondo fra vecchi canuti il pi balordo, stordito, goffo e scimunito, che sarebbe da me di gran lunga avanzato di balordaggine e di sciocchezza, perch m'accorgo che sono stato beffato, aggirato da quel furfante di Trinca e da mio figlio. L'esser stato credulo n' stato cagione; e con aver sempre creduto che le bugie accompagnano ordinariamente le sue parole, e che mi voleva ingannare, non m'ha giovato crederlo. Ma s'io non me vendico, creda egli certissimo che sia goffo da vero, come mi stima. M'ha fatto sborsar trecento scudi e fattomi re de danari; ma io lo far diventar re di bastoni. Mi vergogno di me stesso, ardo d'ira e di sdegno, ma suspico che trama d'amore ne sia cagione. Ma ecco mi sovragionge quest'altra seccaggine del capitano. Non so che voglia questa bestia da me; fuggir per quella strada.
SCENA VI.
Trasimaco, Pardo.
Trasimaco - Fermatevi, gentiluomo, nella cui figlia fondato il trionfo della illustre mia generazione.
Pardo - Ho da far altro, perdonatemi.
Trasimaco - Sappiati che gli occhi balenanti e altitonanti di vostra figlia han fatto pi effetto nel mio cuore, che le bombarde e artigliarie ne' fianchi de' baluardi: onde io, che prendo le citt, castelli e campi, son preso e ligato dalle sue bellezze. S che, deposta l'orribilit del mio rigore e ammollita la ferit, vengo a chiederlavi per moglie, per non far mancar al mondo la razza de pari miei, e far una dozina di Marti, un'altra di Bellone, di Orlandi e di Rodomonti, e arricchirne il mondo: onde pu tenersi la pi fortunata e felice donna che viva, e cos voi a cui non poca autorit vi recar la qualit della mia persona.
Pardo - Non ho tempo da spendere in chiacchiere.
Trasimaco - Fermatevi, dispetto di Marte. Si trattengono a ragionar meco la maest di quel di Spagna e del Gran Turco, e voi non vi degnate ascoltarmi.
Pardo - Spedetela in brevi parole.
Trasimaco - Quanto v'ha detto di me quel furfante di Gulone, tutto mentita.
Pardo - M'ha detto che ste un gran capitano e ricco e veritiero.
Trasimaco - E se fosse un par mio, lo disfidarei, nudo, con meza cappa, ad uccidersi meco in un steccato, ch per manco d'un pelo ci son entrato cinquanta volte.
Pardo - Poco me se d.
Trasimaco - E son cavaliero da tutti i quarti: cerchesi nel mio parentado, tutte son croci di Malta, di S. Stefano, di S. Giacomo e di Calatrava.
Pardo - Forse dubitavano che non li fusse pisciato adosso.
Trasimaco - E quando veniva a mangiar meco, ho fatto come son solito di far a' miei squadroni: il pan a monti, i buoi a quarti, i capretti a squadre, il vino a botti: e se butta pi in casa mia, che non se ne vede in quelle de' gran signori.
Pardo - Ben bene.
Trasimaco - E vo' che veggiate che conto tengono di me i principi del mondo: ho pieno il petto, i calzoni e le valiggie di lettere che mi mandano. Ecco quella a punto del Gran Turco: All'illustrissimo e strenuissimo cavaliero, il capitan Trasimaco de Sconquassi, mio carissimo amico e generalissimo delle mie genti. Ecco quella del re Filippo: Al venerabilissimo e stupendissimo capitan Sconquasso de Sconquassi de Squassamenti, mio lugar teniente e general de' miei esserciti. Ecco quella del re di Francia: Al mio amatissimo Colonello e Maestro, sotto il quale ho imparato la milizia. Ecco quella de' veneziani e di altre republiche, ch'io non ne tengo conto; e io non son uomo di bugie, ma m' cara la verit.
Pardo - tanto cara, che la serbate per voi; n ve ne cavarebbe una di bocca quante tanaglie ha il mondo.
Trasimaco - Per non bisogna dar credito a furfanti; e volendo informarvi chi sia, andate in Persia e dimandate di me, che feci nella guerra fra turchi e persiani; andate in Tartaria e dimandate al Gran Can; andate al Giappone e dimandatene il re Quabacondono; gite nell'Indie, nel Messico, in Temistitan, e dimandate alli caccichi Abenemuchei, Anacancon, Aguelbana, Comogro, Ciapoton, Totonoga e Caracura, e altri e altri: cos saprete chi sono.
Pardo - Mi vo' partir or ora per cotesti luoghi, e come mi sar informato, tratteremo del matrimonio. A dio.
Trasimaco - Almeno vi parteste con pi creanza; ma t'escusa la vecchiaia, che tutto il mondo non ti scapparebbe dalle mie mani. Assai mi curo io di tua figlia! Ho le regine che mi pregano: mi dava una sua figlia il Turco, s'accettava il bellerbeiato della Grecia; una sorella il Principe di Transilvania, se voleva esser suo vaivoda; la regina Lisabetta d'Inghilterra mi volea per marito, se volea pigliar la sua protezion contro Filippo secondo. Ma buon per te, che ti sei partito; ch or, che mi bolle il sangue, non mi terrebbe il rispetto ch'eri un vecchio rimbambito, barboggio. Non dovevi invecchiare, se non volevi diventar cos ignorante.
SCENA VII.
Trinca, Trasimaco.
Trinca - (Ecco il capitano. O che maladetta sia la bestia, che ha pi dell'asino che del cavallo: non ho visto maggior poltrone che mangi pane: vorrei farlo venire alle strette col parasito: gonfiar il ballon del suo capo con mantaci di vantamenti).
Trasimaco - Frmati, o tu, di grazia; ch'or che ferve l'ardor dell'ira, e son tutto rabbia e furore, e la colera mi soverchia - ch l'induggio, che si frapone alle vendette, allarga le ferite del cuore, - vo' che sii spettatore del castigo, che vo' dar a quel poltron di Gulone, perch sei stato relator delle mie ingiurie.
Trinca - Io non vorrei che ti attaccassi adosso inimicizia cos grande; e bisogner grand'animo a torsela con esso.
Trasimaco - Puttanaccia, che me la faresti attaccare. Ho tanto animo che non lo cape il mondo tutto, e, standovi dentro, mi par di star in forno; desiderarei che fussero mille mondi, per stanziarvi pi a largo. Povero Alessandro Magno, che lo capiva un solo!
Trinca - Parlate basso, di grazia, che non fusse qui da presso, e vi sentisse.
Trasimaco - Sia maladetta quella maladettaccia sgualdrinaccia della fortuna, che mi fa udir questo. Ch'io parli basso? qual barba d'uomo mi basta a far paura? Vo' gridar che mi oda: vo' chiamarlo. O Gulone, Gulone, o furfantissimo Gulone!
Trinca - Egli ha poca voglia di far bene: verr gonfio d'ira a far questioni.
Trasimaco - Lo far scoppiare a calci. Va', chiamalo da parte mia.
Trinca - Andr a far l'ambasciata a vostro rischio: avertite che capitarete male: bilanciate prima e contrapesate le vostre forze.
Trasimaco - Io, quando avampo di furia e di sdegno, son pi furibondo e ho pi furie adosso che le furie dell'inferno; e voltando gli occhi furiosi sopra alcuno, i lampi che n'escono fuori, lo brusciano vivo vivo. Lo farei fuggire, ancor che fusse Marte: sappi che son nato dentro le miniere di ferro, nodrito fra gli acciai; n il mio cuor ebbe mai altro oggetto che infringere, ingoiare e smaltir gli uomini e i cavalli, armati di metalli e di bronzo.
Trinca - Quando Gulone ha fame, bravo, un mezo Orlando.
Trasimaco - Egli bravo? o Marte, e chi al mondo di me pi bravo, che fo venir la quartana all'istessa bravura? Se fusse altro che tu, che ardissi dirmi questo, li schiacciarei la testa com'una caldarrosta. Come egli si vedr intorno questa statuaccia del mio corpo, queste spallaccie di Atlante, con questi torreggianti gamboni, con queste nerborute braccia fulminar la mia taglianasi, troncabraccia e mietigambe, tu vedrai i motivi che far. Considera se son bravo, vedi che viso sfreggiato.
Trinca - Pi bravo fu quello che te lo sfreggi!
Trasimaco - Voglio dir che non fuggo n volto le spalle.
Trinca - N quello fugg o ti volt le spalle, quando sfreggiotti il viso.
Trasimaco - Ma bisogna allontanarsi da me, ch, quando ho prese l'armi e sto in furia di menar le mani, l'ira ministra fuoco e fiamme: cos m'incarno e m'insanguino, la vista mi s'accieca di sorte, che non conosco n amici n parenti, tutti gli guasto egualmente; e le tintinnate della mia spada s'odono un miglio.
Trinca - Eccolo che viene: o che portamento bizarro!
Trasimaco - O che portamento da bestia.
Trinca - (Stimo che oggi ar a crepar delle risa: sapendo quanto l'uno e l'altro sia poltronissimo, sar spettatore di un mirabil duello). Sar ben che m'allontani io.
Trasimaco - Fai da savio prti al sicuro. Ben venuto il poltrone.
SCENA VIII.
Gulone, Trasimaco, Trinca -
Gulone - Ben trovato il poltronissimo.
Trasimaco - La mala ventura ti ci ha condotto, ch ti ammazzi.
Gulone - S, pidocchi, come sei uso.
Trinca - Capitano, ti vuoi uccider con Gulone?
Trasimaco - S, bene.
Trinca - E tu, Gulone, ti vuoi uccider col capitano?
Gulone - Volentieri.
Trinca - Ors, fatela da valent'uomini, uccidetevi insieme.
Trasimaco - A me non conviene por la mia autorit in bilancia con un par suo. O molto indegno della grandezza dell'animo mio! E poi a questo duello ci manca una degna corona di signori e di cavalieri spettatori, che mi dessero poi quello applauso che merito, e rendessero la mia vittoria pi famosa. Poi, per non esser la sua profession d'armi, vo' che ceda l'impeto dell'ira alla ragione e alla nobilt della mia creanza: gli vo' far conoscere che son vero nobile, e cos vo' vivere e morire, per non voglio competere altrimente con lui.
Trinca - Ah, capitan valoroso, cos vi fate fuggire di mano un'occasion di farvi illustre? non saresti un pusillanimo, se schivaste un cos onorato pericolo?
Trasimaco - Vien qua tu; vero che hai detto mal di me? ch vo' farti in mille pezzi, ti guaster tutto.
Gulone - S, che vero.
Trasimaco - Or, poich hai confessato il vero, ti vo' perdonare. Tristo te, se me dicevi la bugia, tanto m' nemica.
Gulone - Io voglio dir di nuovo mal di te.
Trasimaco - Fatti in l che non lo senta, ch non me ne curo.
Gulone - Io vo' che tu lo senta.
Trasimaco - Tu mi vai punzecchiando e mi offendi troppo indiscretamente: non lo comporter, cancaro!
Gulone - Ti venga a mente come m'hai disfidato: e son rissoluto uccidermi teco.
Trasimaco - Arcitonante Giove, che audacia la tua? Tu mi fai inserpentire, inantropofagare, improcustire, inneronire: con un sgraffio ti sconquasser tutto, ti sgangherer le mascelle e i denti, che non potrai pi mangiare.
Gulone - Ed io quella lingua, che non potrai dir bugie.
Trasimaco - Ti sminuzzer le braccia, che non ti potrai pi imboccare.
Gulone - Ti romper quella testa busa, priva di cervello, ch non vi nascano tanti grilli.
Trasimaco - Ti torcer quel collo, che non dar tanta briga al manigoldo, quando ti ar a strozzare: cos non divorerai tante panelle, ch hai fatto carestia alle botteghe.
Gulone - O che manigoldo amorevole, o che franca lancia.
Trasimaco - O che franca pancia. Ti far dir altrimente, quando ti vedrai intorno questo fianco di balovardo...
Gulone - Bel balordo che sei.
Trasimaco - ... con questa spada in mano ...
Gulone - Con un spedo pi tosto, ch saresti meglio guattero di tinelli.
Trasimaco - ... frapparti il viso.
Gulone - Tu non hai altro che frappe.
Trasimaco - Non sei uso, com'io, alle batterie.
Gulone - Alle baratterie sei uso tu.
Trasimaco - Alle btte di bombarde e di artegliarie.
Gulone - Di correggie, stimo io.
Trasimaco - Mira il furfante che, burlandosi di me, scherza con la morte. Fatti indietro, poltrone.
Gulone - Ti sei fatto indietro tu, prima che lo dicessi. Tu sei come il gallo d'India: gonfia la gola, arrossisce la cresta, apre l'ali e le batte intorno, e sbuffa come si volesse far qualche gran cosa, poi si ritira. Frmati, schiuma de forfanti.
Trasimaco - A tradimento, ah? cos se tratta con i pari miei, trattenermi su le parole e poi attraversarmi le braccia? Falla da gentiluomo.
Gulone - Non fui mai gentiluomo: la far da quel che sono. Ingencchiati, raccomanda l'anima a Dio.
Trasimaco - E che, mi vuoi ammazzare?
Gulone - Tu sei indovino.
Trasimaco - Se fussi indovino, non sarei venuto a questo termine: almeno fammi una grazia, fammi viver due ore sole.
Gulone - Perch due ore?
Trasimaco - Che mi mangi quello apparecchio che avea fatto in casa per te; e, dopo mangiato, fammi morire, ch morr contento.
Gulone - Che apparecchio era il tuo?
Trasimaco - Una porchetta con una crustina sopra, che, masticandola, ti stride sotto i denti, poi si dilegua in latte in bocca; un pasticciotto di ostreghe boglite nel lor medesimo umore, che fanno a lor stesse un intingolo suavissimo, con certi aromati che ti fanno trasecolar la gola; un tegame di beccafighi con lardo e presciutto e cime tenere di zucche, di cui l'odore farebbe risuscitar i morti; una torta alla lombarda; con un vin prezioso di amarene che bacia, morde e d calci.
Gulone - Ahi, traditore, mi cavi l'anima col tuo apparecchio: e' par che mi tocchino la cima del fegado. Se con l'imaginazione ne godo, che sarebbe quando fussimo su l'atto prattico? e lo dici a tempo, che ho lo stomaco pi vto d'una vessica sgonfiata, e il pulmone brusciato per la sete. Ma tu mi vuoi tirar dietro questo tuo cibo, come i mastri di caccia tirano gli astori e li falconi; per a te non mancher di mangiare: ti dar alcune nespole, che te le mangi per amor mio; e comincia ad assaggiarle, ch, per esserno un poco acerbe, non so come le manderai gi.
Trasimaco - Ah, furfante! genti a pi, genti a cavallo, soldati, centurioni, dove ste? Ol, para, piglia! paggi, staffieri: e quando sarai stracco?
Gulone - Ecco, son stracco e ti lascio.
SCENA IX.
Trasimaco, Trinca -
Trasimaco - Amico, son partiti?
Trinca - S, bene.
Trasimaco - E non ci rimasto alcuno?
Trinca - Niuno.
Trasimaco - Mirate, di grazia, con diligenza.
Trinca - Niuno: ch tante parole?
Trasimaco - E vi paion parole queste? son tutte btte e gagliardissime e di gran carico.
Trinca - Veramente, carico delle vostre atlantiche spalle. Ma dove la vostra bravura? come nebbia, il vento l'ha portata via, e s' sparita.
Trasimaco - Fortuna cagnaccia! Orlando non volea combatter se non con un solo; e io aver cento assassini sopra!
Trinca - Non fu pi di un solo.
Trasimaco - Fur pi di cento con l'arme in asta. Trinca - Non vi fur arme, solo l'asta.
Trasimaco - Fur pi di cento, ti dico.
Trinca - Non pi di uno, canchero! ti dico.
Trasimaco - Cento cancheri, ti dico io.
Trinca - Chi lo pu saper meglio di me, che vi fui presente, e l'ho visto con questi occhi?
Trasimaco - Chi lo pu saper meglio di me, che ho patito le maladette btte su le braccia, sul collo e su le spalle, che andavano tutte a pieno, e parea che cadessero dal cielo?
Trinca - Non fu pi di un solo.
Trasimaco - Come? se mi sentiva pi legni addosso che non ha un bosco; e dove mi voltava, non vedeva altro che bastoni e cielo, e mi pareva che tutte le legne del mondo si fussero congiurate contro le mie spalle.
Trinca - Non fu pi di un solo, ti dico.
Trasimaco - Se avesse avuto cento braccia come Briareo, non potea far tanto macello: mi scoppettizava, mi bombardeggiava su le spalle, a guisa di batteria.
Trinca - Un solo fu.
Trasimaco - Perch non avisarmi? sei uomo di poca discrezione.
Trinca - Mi pensava che volessi usar qualche stratagemma di guerra, qualche astuzia di gran capitano.
Trasimaco - Io non consumo tempo in astuzie e stratagemme militari, mi risolvo alla prima.
Trinca - Stimava che volessi straccarlo; e come fusse stracco delle braccia, saltargli adosso e strangolarlo.
Trasimaco - Io mi terrei a vergogna uccider genti stracche, non son cose da pari miei vincer con astuzie; ma poich era un solo, perch non entrar in mezo e avisarmi?
Trinca - Dio me ne guardi, che mi fusse posto in mezo: mi avisasti prima, che, quando stavi infuriato, ammazzavi gli amici e gli nemici.
Trasimaco - vero quanto dici; ma, essendo un solo, dovevi avisarmi.
Trinca - Vi ste portato, con le spalle, da un Orlando, e avete fatto un gran resistere; non l'arebbon sofferte dieci asini e dieci muli: e con poco decoro avete difeso il gran decoro della vostra capitana.
Trasimaco - Ci ho fatto il callo a simil battaglie, non questa la prima volta: eccomi qui sano e salvo, in carne e in ossa; mi passato il dolore, e sento pi dolore che sia stato un solo, che delle btte.
Trinca - Lo potete andare a trovare, se volete far la vendetta.
Trasimaco - Bisogna tempo e commodo per le vendette, e non correre a furia. E poich s' fuggito, mi si rimollisce lo sdegno. Vo' perdonargli; e come soglio vincer tutti, cos vo' vincere me stesso. Viva, viva! e io insieme con lui. A dio.
Trinca - A dio. Non ho visto poltron simile a costui, a giorni miei.
Fine
del terzo atto
ATTO
QUARTO
SCENA I.
Costanza vecchia, sola.
Costanza - Io non posso se non infinitamente ringraziare Idio, poich egli infinitamente m'ha favorito. Chi credesse mai che, stata vent'anni schiava in man de turchi, mi fusse donata la libert dal mio padrone, per esser omai decrepita, e postami, con alcuni cristiani riscattati in compagnia, in una nave, venisse a Vineggia e indi a Nola mia patria? O terreno desiderato del paese! o aria, quanto mi sei pi cara di tutte l'arie del mondo! Se la fortuna mi favorisse in farmi trovar Pardo, il mio marito, e Attilio, il mio figlio, vivi, le perdonarei la servit di vent'anni e la perdita di Cleria mia figlia; mi faria dimenticar de tutti i passati disaggi; n io arei che pi desiderar in questa vita. Ma veggio un giovane venir cost; dimander di lui.
SCENA II.
Trinca, Attilio, Costanza.
Trinca - Veramente, quel vento che minacciava tempesta, s' dileguato in semplice ruggiada. Quel maladetto nolano, venuto da Constantinopoli, ci avea posto in evidente pericolo di perder quello che avevamo fin qui oprato felicemente.
Attilio - Mi era confuso e alienato di sorte, che era posto gi in disperazione; ma tu, con quella pronta bugia del parlar turchesco, la rimediasti assai bene.
Trinca - Una bugia a tempo val tant'oro.
Costanza - Gentiluomini, mi sapreste voi dir se Pardo Mastrillo fusse vivo?
Attilio - vivo e in buona sanitade ancora.
Trinca - (Cos fusse egli morto e sotterra!).
Costanza - Ed Attilio suo figliuolo?
Attilio - E Attilio parimente.
Costanza - Idio, per colmarmi d'ogni contentezza, m'ha voluto racconsolar con la vita di l'uno e di l'altro.
Attilio - Chi ste voi, che tanto vi rallegrate della lor vita?
Costanza - Son una donna che, quando Pardo e Attilio sapessero ch'io son viva e qui venuta, ne arebbono quella allegrezza che ne ho io.
Attilio - Ditelo, di grazia.
Costanza - A voi non appertiene saperlo.
Attilio - E forse me s'appertiene pi che ad altri, perch io son Attilio suo figliuolo.
Costanza - Ed io son Costanza tua madre, che or giunge da Constantinopoli, con assai pi desiderio di vedervi che della propria mia acquistata libertade.
Trinca - (Ecco l'altra perturbatrice d'ogni nostro bel disegno).
Attilio - (O Idio, che non si pu nel mondo godere un bene, che non sia mischiato di alcun male: ecco, acquistando la madre, perdo il mio bene).
Trinca - (Avemo resistito al primo impeto della fortuna; or non si pu pi, alla gran tempesta che ne ondeggia intorno).
Attilio - (O mal, come vieni presto! o ben,come vieni tardo!).
Trinca - (La sua venuta scompiglia quanto abbiam tessuto della nostra tela; e se l'altre se han potuto rimediare, a questa non ci ha rimedio alcuno).
Attilio - (Ho pregato Idio, che mi facesse veder mia madre, per non esser cosa, che pi desiderasse di vedere; or che la veggio, desidererei esser morto per non vederla, ch perdo Cleria, e io non vedr mai pi cosa che mi piaccia). Voi dunque ste Costanza?
Costanza - Io son quella infelice donna che venti anni son stata schiava di genti barbare.
Attilio - O madre, quanto mi sarebbe stata cara la tua venuta, se a pi opportuno tempo venuta fosse.
Costanza - Figlio, non intendo che vogliate dire.
Attilio - Dico che in ogni tempo che voi foste venuta, fuor che in questo, la vostra venuta mi sarebbe stata oltre modo gratissima.
Costanza - (Mi pensava che benigna fortuna m'avesse condotta in porto, alla mia patria conducendomi; ma or da contraria tempesta mi veggio risospinta fuori: la mia venuta, che stimava che fosse desiosamente desiderata, la veggio esser scacciata con fastidio). Figlio, se il mio venir ti apporta qualche noia, di grazia fammene consapevole.
Attilio - Madre, la cagion di ci non pu raccontarsi senza fastidio; entrate in casa, che ben di ragione che avendo sofferta tanti anni la servit di quei cani e tanti travagli nel viaggio, che vi riposiate; ma togliete a me ogni riposo, perch, entrando voi, ne cacciate me: ste voi fatta libera, per pormi in servit: voi acquistate la patria, io perdo la patria e quanto possedeva. N arei pensato mai che la vostra venuta fosse stata accompagnata da tanta amaritudine.
Costanza - Figlio, non mi trafissero mai tanto i morsi della servit, quanto or mi trafiggono i vostri dispiaceri. Onde vi prego per quello amor, che ragionevol che mi portiate, che mi manifestiate la cagione del disturbo; ch'io, cos povera feminella come sono, sar da tanto di tornarmene in Napoli e viver mendicando disconosciuta, per non darvi vergogna: che, se ben la nobilt nelle miserie fa risvegliar i spiriti generosi e signorili, con l'esser stata tanti anni schiava son spenti in tutto.
Attilio - Conosco, carissima madre, avervi offeso, e per mi vergogno manifestarlovi.
Costanza - L'offese de' figli alle madri non passano la pelle: non sar mai tanto grande, che non sia vinta dall'affetto materno. Voi tacete? Manifestatela, figlio, ch troverete quel che vi dico.
Attilio - Madre, se promettete di perdonarmi e di rimediarvi, che di un male non se ne faccino molti, vi spiegher il fatto come passi.
Costanza - Ti giuro, figlio, per quella grande affezion che ti porto, che spenderei questo avanzo di vita in tuo serviggio. Che se non m'adoperassi per un figlio, per chi debbo adoprarmi io?
Attilio - Poich cos volete, vi scoprir il tutto. Mi mand mio padre con trecento scudi in Constantinopoli, per lo vostro riscatto. Venni in Vineggia per imbarcarmi per col, e m'innamorai di una giovane bellissima, spesi i trecento ducati nel suo riscatto, la sposai, tornai a Nola, e diedi ad intendere a mio padre che voi eravate morta, e che avea riscattata Cleria, la mia sorella. E sotto nome di Cleria stata ricevuta, per non dargli tal disgusto in quel poco tempo che potr sopravivere. Or voi, entrando in casa e dicendo che quella non Cleria vostra figlia, lo farete morir di dolore, n si terrebbe sodisfatto se non mi diseredasse e mi cacciassi fuor di casa.
Costanza - E s'io dicessi che quella fusse Cleria mia figlia, ti saria di contento?
Attilio - Grandissimo.
Costanza - Vi prometto dirlo; e l'accetter per figliuola e per mia dilettissima nuora, mentre vivo, per amor vostro. Non sapete voi che le madri condescendono agevolmente a i desideri de' figliuoli, e li sono aiutrici verso i padri?
Attilio - Madre, ci facendo vi ar pi obligo che della vita che donato mi avete, quando mi partoriste; ch, amando costei pi dell'istessa vita, donandomi costei, mi donate la vera vita.
Trinca - Ma bisogna, padrona, quando v'incontrate, usar quelle accoglienze come si fosse la propria Cleria vostra figlia; e dimandandovi di alcune cose, le sappiate rispondere e, di quelle che non sapete, tacere.
Costanza - Non son tanto goffa, che non sapesse fingere questo poco; e quando mai far non lo sapessi, l'amor che vi porto, mi sar miglior maestro che costui: so quello che si debba dire e tacere, e non me lo far dir pi d'una volta.
Attilio - Trinca, sali su, fa' calar mio padre, che venghi a ricever la sua moglie tanto desiderata; e avisa la mia Cleria del trattato.
Trinca - Volentieri.
Attilio - Or l'accoglienze, madre cara, che non vi ho fatte al primo incontro, datemi licenza che le facci ora, che possa abbracciarvi e baciarvi a modo mio. Madre, cara sopra tutte le madri, madre che mi sei per natura e per obligo, madre che due volte di la vita al tuo figliuolo, che far, mentre sar vivo, per disubligarmi da tanto beneficio?
Costanza - Poco , figliuolo, quello che domandi che faccia per amor tuo; e prima che qui giungessi, ho desiata occasione di servirvi tutti.
Attilio - Ecco mio padre.
SCENA III.
Pardo, Costanza, Attilio -
Pardo - O Costanza, carne mia, sei tu dessa over io non son io? o forse questo un sogno? o fingo imagini a me stesso del desiderato bene? Tu sei ben dessa, e me ne sono assicurato, che con pi d'una guardatura ho confrontato l'imagine tua con quella che nel cuor impressa mi lasciasti.
Costanza - O marito, marito caro, che, avendo perduta la speranza di non averti mai pi a rivedere, or veggendoti e abbracciandoti, non lo credo.
Pardo - O moglie cara, o quanto ho pianto il mio peccato di averti mandato a chiamar da casa tua per condurti in Polonia, preponendo la mia comodit al tuo discomodo.
Costanza - Posso dir che, tenendovi cos abbracciato, tengo la cosa pi desiderata che abbia al mondo.
Pardo - Ed io l'anima mia; ch, rimasto senza te, rimasi un cadavero. Oh quanto mi sei or cara viva, poich tanto t'ho pianta morta? ch, avendo mandato il mio figlio in Turchia col riscatto, mi rifer ch'eravate morta. Piaccia a Dio s'allonghi tanto la vita mia, che faccia a te quella servit che per mia cagione hai fatta a quei cani.
Costanza - Bastami che m'amiate per l'avvenire, quanto m'amavate prima, o che m'amiate a par di quello, che v'amo io: che mi far subito dismenticare de' disaggi della passata servitude.
Pardo - Moglie, mi sento venire meno per l'allegrezza.
Costanza - Ed io non posso tener le lacrime.
Pardo - Vo' che abbiate un'altra allegrezza, che veggiate Cleria vostra figlia.
Costanza - O Dio, che sommamente desio vederla.
Pardo - Attilio, va' su e fa' calar la tua sorella.
Attilio - Vado.
Pardo - Come ste venuta cos sola.
Costanza - Lungo tempo bisogna, consorte mio, a narrar s lunga istoria della servit sofferta fra quei cani, de' lunghissimi travagli del viaggio, che non son stati minori.
Pardo - Ecco la tua figlia Cleria - Oh come, nel vedersi l'un l'altra, son tramortite ambedue! Oh, quanto l'amor grande tra la madre e i figli! O Dio, che sar questo? o Cleria, o Cleria, o Costanza mia, risvegliatevi!
SCENA IV.
Cleria, Costanza, Pardo, Trinca -
Cleria - O cara madre, o madre!
Costanza - O figlia, o figlia!
Pardo - Mira, figlio, che affezione, che non puon saziarsi d'abbracciarsi e di stringersi. Mira che lacrime mescolate di dolore e di dolcezza. Ors, non pi abbracciare e piangere; e non conturbate col pianto cos desiderato contento.
Attilio - Padre, mira che non ponno parlare.
Costanza - Ed pur vero, o figlia, che da poi s lungo tempo ti riveggia?
Cleria - O madre, come insperatamente vi veggio!
Costanza - Mentre eri tu, figlia, meco, la servit mi era leggiera e assai dolci i travagli, e per te mi smenticava di quella fortuna; ma, dopo che da me fosti separata, me si raddoppiaro gli affanni e ogni piacere m'era dispiacevole e noioso.
Cleria - Imaginatevi, cara madre, che non conoscendo al mondo altra che voi, e poi essendomi tolta, che disperazione era la mia.
Costanza - Figlia cara, come ti trovo in casa di tuo padre?
Cleria - Separata da voi, fui comprata da un sangiacco, e avanzando io in et, s'invagh di me quel cane; la moglie ne divenne gelosa, e, quando ei si part per affari del Gran Signore, mi consegn ad un servo, che mi vendesse. Cos capitando mio fratello in Constantinopoli, mi riscatt da quello e mi condusse qui a casa seco.
Costanza - Sia lode a Dio del tutto.
Pardo - Troppo sarete lunghe, se volete qui raguagliarvi delle passate fortune. Entrate, moglie, a riposarvi; che non mancher tempo a questo. Attilio, aiuta tua madre; io, tua sorella.
Attilio - Cos faremo.
SCENA V.
Trinca, Costanza, Attilio -
Trinca - Padrona, non siamo stati defraudati della speranza nostra, perch avete oprato pi di quel che ne prometteste: veramente l'amor della madre avanza tutti gli altri. Che lacrime ardenti ho visto sparger da gli occhi vostri! che affettuosi abbracciamenti! che vivi motivi di materni affetti! Sto per inchinarmi e baciarvi i piedi, per tanto obligo che v'ho per rispetto del mio padrone, e del mio; che, scoprendosi l'inganno, era spacciato il fatto mio.
Attilio - Il fingere stato tanto naturale, che confesso l'arte aver superato la natura. E chi sarebbe stato che, veggendovi, non avesse giurato che quella fusse la tua vera Cleria? e voi la sua madre? O cara madre sovra tutte le madri, lasciate che vi baci le mani: e quando mai potr ricompensarvi cotanta affezione?
Costanza - Figlio, non bisogna che m'abbiate obligo alcuno per ci, perch'io non ho finto cosa alcuna. La giovane, che innanzi condotta mi avete, la vera Cleria tua sorella, ch insiememente fummo rapite da' turchi.
Attilio - Ohim, che dici?
Costanza - Quel che la conscienza mi sforza a dire.
Attilio - Cleria mia sorella?
Costanza - Cos tua sorella, come io tua madre: conceputi d'un istesso seme, portati nove mesi e partoriti dal medesimo ventre mio.
Attilio - O crudeli effetti di fortuna, o essempi di somma infelicit, o infelice versaglio di compassione! e qual penitenza emender il mio fallo? Dunque, sar marito e fratello di mia sorella, padre de miei nipoti e zio de miei figliuoli? sar genero vostro e di mio padre?
Costanza - Figlio, l'ignoranza fa men colpevole l'errore del tuo non fallo. Guardati per l'avvenire non abusar la conversazione e l'amor di tua sorella, amala di puro e sincero amore: se la tocchi, toccala come sorella; se l'abbracci, abbracciala come sorella, ch, abbracciandola altrimenti, abbracciaresti la tua infamia e vitupro.
Attilio - O madre, come pu esser questo? che ricordandomi de quei primi fiori colti della sua bellezza, de' passati piaceri che ho gustati nella sua conversazione, delle godute bellezze e de' posseduti tesori delle sue grazie, che non cerchi spenger quelli ardenti e infocati effetti di amore nel godimento della sua persona?
Costanza - Avzzati a poco a poco a non mirarla, perch dalla vista dell'amata persona cresce la fiamma nell'intime midolle; avzzati a non parlarle, perch le parole son via alla concupiscenza: fuggi, quanto puoi, di trovarti da solo a solo con ella, accioch l'occasione non susciti l'uso, e ti conduca a qualche reo e biasmevol fine; allontnati da lei per qualche tempo, perch la lontananza degli occhi genera la lontananza dal cuore, e con generosa pazienza sopporta lo sforzo della tua inclinazione.
Attilio - Ahi, che non per cangiar loco si cangia il core; e se il luogo disunisce, amore unisce i cuori. E queste cose son facili a persuadere, ma impossibili ad essequirsi.
Costanza - Lascia pensieri cos sensuali e desidri cos brutti, e lasciatevi governare dal freno della ragione.
Attilio - Pazzo chi stima ch'uno innamorato possa reggersi da freno di ragione, perch l'animo in tutto offuscato dall'amorose passioni.
Costanza - Trovatevi un'altra sposa od innamorata pi bella.
Attilio - Amor non vuol cambio. O Cleria, in un medesimo tempo ti racquisto e ti perdo. Ritenerti non lece, ricusarti non posso: racquisto una sorella, perdo una sposa; e tu medesimamente acquisti un fratello, ma perdi un amante. O gran mutazione de' nostri desidri! O padre, non puoi dolerti pi di me, che t'abbia ingannato e non dettoti il vero: mi desti danari per riscattar la sorella e la madre, ecco v'ho riscattata la sorella e condottala a casa tua: e hai avuto da me quanto hai desiderato. N io posso dolermi se non di me stesso, perch solo ho ingannato me stesso.
Costanza - Figlio, del male almen n' uscito un tal bene.
Attilio - Ahi, che tanto movimento di sangue, che mi occup il core nella prima vista, stimava che fosse dalla tua bellezza; ma era dalla forza del sangue, perch eravamo nati di un medesimo sangue; e io sciocco non me ne accorgeva. O madre, quanto m' cara la tua venuta, tanto m' acerba: questo giorno me ti d e me ti toglie: nel giorno, che hai conosciuto tuo figlio, lo perderai: questo il primo giorno che mi vedi, e l'ultimo che mi vedrai, che forza che mi parta dalla casa, dalla vita e dal mondo tutto.
Costanza - Chi ti vieta, o figlio, che non vivi e stia in casa tua?
Attilio - O che crudel ricordo, ch'io viva! vuoi che resti vivo, per vedermi vivere d'un perpetuo morire? a chi non pu scampar in modo alcuno, gli assai men grave il morire. La morte un dolce porto de' miseri, a niuno chiuso, raccoglie tutti; e vuoi che resti in casa mia? La casa mia m'era cara per colei che ci abitava meco; ma, poich con quella non lece pi, torr da me stesso un perpetuo essiglio per non tornarci pi mai. Mi sarebbe la casa un vivo inferno, un perpetuo incendio ardente. O Idio, che insopportabil dolore quel ch'io sento, o qual miseria che pareggi la mia? o che gran meraviglia ch'io viva! O Cleria, io ti perdo, senza ch'altri me ti toglia; e sendo in casa mia, onde niuno mi caccia, forza che ti lasci e abbandoni. Per esser tu troppo congionta meco, forza che da te mi disgiunga. O leggi, o costumi umani a me contrari! S'armano contro me le leggi e i costumi de gli uomini. O madre, che amara novella m'hai tu data! o quanto pi grata mi saresti, se conceputo non m'avessi o generato in questa vita, overo uccisomi nella cuna. Che obligo debbo averti della vita, che m'hai data, se con una amara nuova mi togli la vita e l'anima insiememente? Goditi, madre, la tua figliuola nuovamente acquistata, e lascia che il tuo figlio vada tapinando per il mondo, senza suspetto che tratti pi mai con la sorella.
Costanza - O che disgrazia la mia! pensava dar allegrezza alla mia casa, e sono stata istrumento e ministra di crudel ufficio. Mi pensava che scampata dalla servit di genti barbare e ricovratami nella mia casa, avesse vissuto il restante della mia vita, felicissima. Ma sarebbe stato per me meglio, che fusse restata in man de' turchi, povera vecchia e disgraziata, e non fosse qui venuta spettatrice d'una miserabil tragedia. Ahi, che non cosa stabile o felice sotto le stelle! Figlio, era mia intenzione darvi piacere e non disgusto.
Trinca - Padrona, andate su e non fate penar vostro marito in aspettarvi. Ecco il compagno dell'allegrezze e de gli affanni vostri.
SCENA VI.
Erotico, Attilio, Trinca -
Erotico - Attilio mio, che rammarichi son i tuoi? Qual s grave accidente ti tien l'animo cos occupato, che t'ha trafigurato il sembiante? Voi tacete? forse non cos grave il dolor vostro?
Attilio - Tal, che men grave non pu trovarsi. La fortuna opra cose impossibili, ma possibili per farmi misero.
Erotico - Deh, narratemi la cagione.
Attilio - Deh, lasciami accompagnato dalla mia miseria, che viva in quella, poich cos comanda la mia disgrazia; e non vogliate saperla.
Erotico - Ditela, ch non mal senza rimedio.
Attilio - Solo al mio male non pu trovarsi rimedio. O voi, che con medicine cercate fuggir la morte, venete a scambiarla con la mia vita; ch, quanto pi chiamo la morte per rimedio de' miei mali, ella da me pi s'allontana. Che sia maladetta l'ora che nacqui, maladetto chi mi pose nella cuna, e maladetto chi mi diede il latte che bevei!
Erotico - Siate, o amico, conforme a voi stesso nella passata vita: che animo debole il vostro? ingannato pi tosto dal dolore che dalla ragione? Che? s' scoverto forse, che avete ingannato vostro padre e l'avete tolto i danari?
Attilio - Anzi s' confirmato che non stato ingannato, e son stati spesi i danari in quello che proprio desiderava.
Erotico - Forse la vostra Cleria v' stata tolta da casa, e avete carestia della sua vista?
Attilio - Sta in casa, n se ne partir pi mai, e morr per la troppa copia.
Erotico - V' stato forse interdetto il poter trattare e il ragionar con lei?
Attilio - Anzi, pi trattar e conversar con lei senza sospetto; e sar un nuovo Tantalo, star affamato in mezo i frutti che li pendono intorno, e assetato in mezo l'acqua.
Erotico - S' forse scoverto che non sia vostra sorella?
Attilio - Anzi, perch s' scoverta mia sorella.
Erotico - Di che dunque vi dolete, s' creduto quello che con tanta diligenza avete finto?
Attilio - L'esser scoverta mia sorella ha rotto tutti i miei e vostri disegni.
Erotico - Parlate troppo confuso, distinguete, troppo gran cose dite in brevi parole.
Attilio - Il mio male di s perversa sorte, che l'animo s'inorridisce di spavento e la lingua non basta manifestarlo.
Erotico - Dillomi tu, Trinca -
Trinca - gionta Costanza sua madre poco fa da Turchia, e ha detto che Cleria sua vera sorella carnale.
Erotico - Cleria sua sorella? o mostruoso accidente, o caso inaudito!
Attilio - O amor iniquo, e qual peccato commisi io mai, che avessi ad innamorarmi di mia sorella? O Cleria, che mai t'avessi vista, o avendoti vista non mi fossi piaciuta tanto, n ti avessi amata con s fervido amore! Oim, che son fuor di cervello: non so chi sia stato, chi sia, n chi debba essere. Son dispettoso, colerico e disperato: dubito che non s'apra la terra e m'inghiottisca, n so come mi sostegna. Son odioso agli uomini e a Dio, n so se viva al mondo uomo di me pi disgraziato.
Erotico - Il vostro miserabilissimo caso degno di compassione e mi ha commosso l'animo; e il buon amico deve esser officioso in dar consiglio e aiuto al suo amico nella cattiva fortuna, e nol facendo ne ha da render conti alle leggi dell'amicizia. Ma io confesso che non so n che aiuto n che consiglio possa darvi. Ma che pensate di fare?
Attilio - Morire per far meco morire la morte mia: ogni cosa mi dispiace, eccetto la morte: per pianger tanto, sospirer tanto, finch essaler lo spirito per la bocca e stiller per gli occhi l'avanzo della mia vita.
Erotico - Deprimete tanto caldo e tanta furia di amore.
Attilio - Amor quanto pi si cerca deprimere, pi si rinforza.
Erotico - Il tempo alleggiar il dolore.
Attilio - Ahi, che il tempo non scancellar dal cor mio s bella imagine, che con tanta fermezza ci fu impressa, n scancellar la memoria delle gioie passate. E che son altro quei ricordi che seminari inesausti di dolori?
Erotico - Mirando altre bellezze di donne, ti smenticherai delle sue.
Attilio - Ed in qual trover io quell'aria celeste che si vede in quel suo volto divino? in qual quelle suavi parole che parean uscire da la bocca de gli oracoli? dove quelli atti pieni di maest? dove i tesori della sua bellezza?
Erotico - La pacienza fa il tutto.
Attilio - O che debol rimedio la pacienza!
Erotico - Fate della necessit volont, e passarete bene. Ma a voi, che vi detta il pensiero?
Attilio - Molte cose mi vanno per la fantasia, ma una sola riuscibile: partirmi e andar disperso per il mondo.
Erotico - Dove anderete?
Attilio - Dove non via, dove non sono genti, al sole, alla neve, alle tempeste.
Erotico - Chi vi far compagnia?
Attilio - Sdegni, confusioni, spaventi, dolori, gemiti, suspiri e disperati pensieri.
Erotico - Che commodit portarete per i disaggi de' camini?
Attilio - Angoscie, amaritudini, la morte istessa.
Erotico - Di che viverete?
Attilio - Della propria morte.
Erotico - Deh, caro amico, non lasciarti cos trasportar dal dolore! E quel legame d'amicizia, che insieme ne stringe, mi astringe che non ti lasci partire.
Attilio - A dio, caro amico. Quando ti ricorderai del mio pietoso caso, vengati piet di me; non ho mancato dalla mia parte a far che Sulpizia fusse la tua. Trinca, resta felice, e Dio ti facci servir pi fortunato padrone di me: mi dispiace non poterti dar condegno premio de' tuoi fideli serviggi, ch mai nacque pi degno servo di te sotto le stelle: abbi compassion di me, che non posso sodisfarti, che, se gli oblighi restassero nell'anima dopo la morte, ti resterei obligato in eterno.
Erotico - Dimmi, caro fratello, come Cleria sapr il principio della tua partita, non sar il fin della sua vita? che sai che deliberazione ar ella fatta, e desia fartene consapevole? Onde, se non bastano i miei prieghi, per quel nome di Cleria, che ti fu s caro un tempo, che vi fermiate per questa notte sola in casa mia. Consigliamoci fra noi, che dobbiam fare. Non gran tempo questo che vi domando. Inviamo Trinca, intanto, in casa vostra, e sappiamo che dica o faccia Cleria, perch io ti vo' far compagnia.
Attilio - Quel nome di Cleria, che fu prima lo spirito della mia vita, or morte della mia vita; per, se m'amate, non me la nominate pi. Amor prima ci giunse, or crudel fortuna ci disgiunge; n ho altra speranza, che sol morte ne congionga. Io vo' andarmene solo; ch come il mio dolore solo e senza pari, cos solo e senza compagno vo' andar tapinando; e non m'uccidete pi con l'aver piet di me. Ahi, che mi voglio partire, e non posso, ch tutti i spiriti miei son occupati da un mortale dolore! Trinca, or che vai in sua casa, dille che il suo fratello va a morire, che pianga la mia morte, che non mi potr avvenir cosa pi cara, che veder le mie essequie onorate dalle sue lacrime.
Trinca - (Erotico caro, or che sta cos addolorato, forsennato e inesorabile, tiriamolo in casa vostra, ch gli innamorati si assordano a' consigli che li son dati; ch'io andr in casa fra tanto).
Erotico - Attilio fratello, perdonami, si t'uso violenza in strascinarti in casa mia.
Attilio - Oim, chi mi tira? dove sono? deh, perch, amico, non m'aiuti?
SCENA VII.
Pardo, Gulone -
Pardo - (E pur mi capita innanzi questo ghiottonaccio).
Gulone - (Ecco questo vecchio di Caronte, spavento di cimiteri: non posso fuggirlo). Signor Pardo, Idio vi dia il buon giorno.
Pardo - E a te dia Dio il malanno e la mala pasqua.
Gulone - Par che siate adirato meco.
Pardo - Toglimiti dinanzi, che mi vien voglia farti cader da bocca cotesti tuoi denti.
Gulone - Poca offesa t'han fatto sempre i denti miei.
Pardo - Me l'ha fatta la tua lingua.
Gulone - La mia lingua v'ha sempre lodato.
Pardo - Le lodi ch'escono dalla lingua di un par tuo, son vergogne degli uomini da bene.
Gulone - La mia lingua mai offese alcuno.
Pardo - Hai la lingua doppia come quella delle serpi, che punge e avvelena; per sparisci via, assassin, furfante.
Gulone - Avete potest dirmi quel che volete, perch vi son schiavo. Morrei pi tosto che restar di non mangiar teco, e ci mangiar oggi a vostro dispetto.
Pardo - T'ho detto che sei un furfante.
Gulone - Ed io vi dico che ste uomo da bene. Avemo detto una bugia per uno.
Pardo - Fa' che tu non accosti pi alla tavola mia.
Gulone - Che diavolo stimi, che se non ho la tavola con mesal bianco, ornato di frondi e di fiori, e di salvietti fatti a torrioni, che non sappia mangiare? buon vino e buona carne fa l'effetto.
Pardo - Non te n' mancato in casa mia.
Gulone - S, carne di asino, di quelli che portano le pietre per le fabriche, tutti pieni di cancheri e di guidaleschi: e se pur qualche pollo, senza testa, senza piedi e senza ali, e senza fegadelli e ventricelli, che te ne servivi per l'insalate, ti veniva tronco a tavola, che parea che fosse stato alla rotta di Ravenna. Bisognan pollastroni e galli d'India intieri intieri, ogni cosa a tavola alla tedesca, i catini pieni, e ogni un piglia quel che vuole.
Pardo - Creanza de pari tuoi! dopo aver diluviato e tracannato a tuo modo, vai dicendo il contrario.
Gulone - Minestre fredde e vin caldo, che bisognava tormi da tavola pi morto di fame, che quando ci venni.
Pardo - Mi dispiace l'onor che ti ho fatto; ma tu non pratticherai pi meco.
Gulone - Ed a che mi pu servir la tua vecchiezza? a darmi consiglio? Io non ho bisogno di consiglio, n fo mai cosa con consiglio.
Pardo - Se non vai via, chiamer alcun di casa, che ti spezzi l'ossa.
Gulone - Chiama Mazzafrusto o Sgraffagnino che mi prendano.
Pardo - Vo' entrarmene in casa, per tormi questa bestia dinanzi.
Gulone - A tuo dispetto, or vo ad un banchetto in casa d'un amico.
SCENA VIII.
Sulpizia, Erotico.
Sulpizia. - (Ecco il turbator della mia pace; e pur ardisce alzar gli occhi su le mie fenestre!).
Erotico - (Se l'imaginazione non mi rappresenta il falso, mi par che un chiaro splendore del mio sole venghi a ferirmi gli occhi: ella pur dessa. Vo' salutarla). Io vi saluterei, signora, se non facessi il contrario, perch ogni salute e ben ch'io spero, non pu venirmi altronde, se non da lei. Ma faccivi Idio cos lieta e contenta, come v'ha fatto la pi bella e graziosa dell'universo.
Sulpizia - Rendati Idio cos infelice e disgraziato, come tu hai me reso infelice e disgraziata.
Erotico - Oim, che quel che sento? ste voi dessa, over io son un altro? e che parole son quelle che odo?
Sulpizia - Quelle che mi detta il dolore, partorite da giusto sdegno, e quelle di che la tua infedelt me ne d cagione.
Erotico - E da quella bocca di perle e di oro posson uscir parole tanto odiose? Di grazia, se lo fate da scherzo, non le dite da vero. E che altro dirmi questo, che scannarmi con le man vostre?
Sulpizia - Toglitime dinanzi, brutto cane.
Erotico - O anima mia, se da te mi scacci, a chi devo ricorrer io? dove mi scacci, se le tue bellezze mi tengono legato con troppo saldi legami, e la luce de tuoi begli occhi m' s cara, che come nuova farfalla corro ad accendermi e morire in s bel foco?
Sulpizia - Le tante cortesie, ricevute da me, non meritavano tal guiderdone.
Erotico - Ho conosciuto veramente tanta gran cortesia non meritarla; ma la vostra gentilezza me ne ha fatto degno.
Sulpizia - Queste paroline melate usi tu per ingannar le povere semplicelle, per giongere a quel termine che desiate, e poi lasciarle. Ingannevoli volpi, che non desiate di noi se non la pelle. Sei forse ritornato per farmi alcuna nuova offesa?
Erotico - E che offesa vi feci mai, o mia generosa signora? E se pur vi sentite offesa da me, fate che lo sappia, che la confessar e mi sottoporr ad ogni penitenza; e da quella sarete forzata confessare che non vi ho offeso.
Sulpizia - Dimmi, traditore, ch'offesa ti feci io mai, se non l'averti amato pi del dovere? quanto tempo son stata nemica di me stessa per amar te? ch ti diedi l'imperio d'ogni mia volont e comprai il tuo amore a costo dell'onor mio. All'ultimo, per guiderdone, spenta la vergogna, la giustizia e l'onest, tradesti l'amore, la sposa e la fede; e mi lasci beffeggiata, schernita e rifiutata.
Erotico - Io schernir voi? e quando fu altro desiderio in me, che di servirvi e onorarvi e spender la vita per l'onor vostro? se non come voi meritevole, almeno come le deboli forze mie. Ed possibile - o amarissimo nodrimento della mia vita! - che da miei suspiri, e dalle lacrime ardenti che spargono gli occhi miei, non sia scaldato quell'agghiacciato gelo del vostro cuore, e non vi faccino piena fede della mia innocenza? E le tante esperienze fatte dell'amor mio non v'hanno gi fatta chiara quanto io v'ami? Qual iniquo destino ha turbata la serenit de' nostri cuori, quella suavit, quella dolcezza di due anime congionte insieme, come son state s gran tempo le nostre? dove quella fede che fu s sincera fra noi?
Sulpizia - Toltoti sia quel cuore fallace e disleale da quel petto, nido dove non si covano mai se non inganni e tradimenti; e quella lingua traditrice e bugiarda, la qual usi se non per ingannar coloro che si fidano in quelle tue parole. E come io sperava fede da un cuore, ove non ce ne fu mai?
Erotico - Io non posso altro rispondervi che, come signora e reina che mi ste, v' lecito fare e dirmi ogni ingiuria che volete. Ma non son questi i frutti, che sperava dalla vostra gentilezza e dalla nobilt dell'animo suo, che per ragion di mondo e per giustizia ste obligata di rendermi.
Sulpizia - Or che lo sdegno m'ha tolto quel velo dagli occhi, che cieca mi rendeva, e conosciuti i tuoi tradimenti, ti vo' fare ammazzare, e poi ammazzarmi io ancora; e mi consolar nella mia morte con la tua morte. Ti publicar per quello assassin che sei, che ancor dopo la morte resti l'infamia tua; far che non goderai di questo tuo nuovo amore, ch, scoverte le tue furfantarie, ti abbi il mondo per quel che sei. Spu, spu!
Erotico - Ahi, che la tigre non cos fiera, e non fera tanto efferata come la donna bella; e una bella si dee fuggir come una fera. Voi volete farmi ammazzare? fermatevi, signora, e vi priego, se pur v' rimasta qualche reliquia viva del primo amore, che vi degnate di esser spettatrice di questo ultimo segno, che posso darvi dell'infinito amor che v'ho portato e che vi porto, perch dinanzi a gli occhi vostri, come a mio idolo terreno, vo' trafiggermi con questa spada, e consegrarmi vittima vostra. Misero me, che sdegno questo? che donna sdegnata peggio che tigre. Dubito che alcuno non l'abbi dato qualche falsa informazione di me, e me le abbi figurato per disleale e discortese. O forse che le donne sono volubili: e come la luna fa una volta il mese, elle si voltano cinquanta volte il giorno; o forse quando la luna scema di lume, a lor le si scema il cervello. Sono come fanciulli, che vogliono e non vogliono, e non san star in un proposito, o sono mobili come il vento - e chi s'impregna di vento, partorisce aria; - o perch sono vogliose e desiderano sempre cose nuove; o forse lor costume peculiare di dar sempre dispiaceri e tormenti a coloro da' quali si conoscono essere amate e riverite. N si contentano della signoria de nostri corpi, se non sono tiranne dell'anima ancora; e vogliono che commettiamo idolatria in amar loro, come si fussero de. E quando il diavolo per lor mezo fece peccar l'uomo, ci lasci quella maladetta diabolica ambizione d'esser adorate come lui; n lasciano di tormentarci mai, se non vedono che sono adorate. O maladetti piaceri, che si gustano in amore; ch, se pur alcun se ne gusta, vien sempre mescolato con la paura di aver a finir fra poco tempo; anzi, quanto pi ti vedi amar fuor di misura, pi d certo presaggio d'aver pi tosto a finire. E la fortuna, per esser femina, sempre instabile e inconstante. Sperava questa sera sposarla: ecco la nostra favola ha mutato faccia. Ella cos meco sdegnata, che non sia per rappacificarsi pi giamai. Almen incontrasse la balia, ch m'informasse da lei, che ingiuria quella che dice aver da me ricevuta. Ma eccola che vien. - Balia, tu sia la ben trovata.
SCENA IX.
Balia, Erotico.
Balia - Io non vo' dirti il mal trovato. Ma mi meraviglio come non ti vergogni di comparirmi dinanzi.
Erotico - A me questo?
Balia - A te questo.
Erotico - E dici da vero?
Balia - E ti par che in un tale accidente non si parli da vero?
Erotico - Tutte due se sono accordate contro me. Ed possibile che non possa conoscere donde proceda questo sdegno? che non apro la bocca per dimandare, che mi saltano adosso infuriate, che non mi lasciano dir le mie ragioni?
Balia - Pensava che i piaceri, che ti fussero stati fatti, ti avessero posto in obligo da non sciortene giamai; ma tutto stato fatto al vento, malvaggio, ingrataccio, che tu sei.
Erotico - possibile che le donne abbino a pigliar tutte le cose per la punta, n vogliono ascoltar cosa, se non quelle che si confanno alla natura loro?
Balia - Cosa da gentiluomo! dopo cavate le voglie, van le povere donne per le lingue del volgo e per le bocche degli uominacci, e raccontate per essempio d'infelici.
Erotico - Ascoltami due parole, per amor de Dio.
Balia - Non bisognan pi belle parole n lacrime, instrumenti da ingannar le povere donnecciuole. L'amore converso in odio, e il piangere accresce lo sdegno.
Erotico - Ed possibile che non vogli lasciar l'ira per un poco e ascoltar le mie ragioni?
Balia - M'incolerisco di sorte, che se mai mi dispiacque d'esser donna, mi dispiace ora; ch si fussi uomo come te, ti caverei quelle intestine dal corpo. Ma. se non me ti togli dinanzi, cos donna come sono, ti caver cotesti occhi con i diti, e ti strappar il naso dalla faccia con i denti; e me ne insanguinarei insino all'unghie, cane ingrato e disconoscente.
Erotico - O che tu sei fuora di te o che ti sogni? che diavol t'ho fatto io, che non puoi temprar la lingua dall'ingiurie e narrarmi il fatto come passi?
Balia - Non posso pi patire l'importunit e la mala creanza di costui.
Erotico - Meglio sar entrarmene ad Attilio e tormi dinanzi l'occasione di qualche nuovo errore.
Balia - Veggio Orgio, e m'ha vista ragionar con Erotico, disgraziata me!
SCENA X.
Orgio, Balia.
Orgio - A dio, buona donna.
Balia - S, che son buona donna, e se nol credi, te ne giurer!
Orgio - Ti ho colta sul fatto, non puoi pi negarlo. Gi m'hai chiarito di quanto ne stava suspetto.
Balia - Che gran cosa che m'abbiate visto parlar con un giovane?
Orgio - Che parlavi di cose di stato, di astrologia o di filosofia?
Balia - Non si pu dunque parlar d'altre cose?
Orgio - Le baliaccie, che han figliane da marito, parlando con i giovani, non puon dar buon odor di loro. N fu mai figlia puttana, che la madre o la balia non le sia stata ruffiana.
Balia - Non vi potete doler di me, padron mio.
Orgio - Se tu m'avesti stimato padrone, e non una bestia, non mi aresti trattato nel modo che m'hai trattato.
Balia - Di che vi dolete di me?
Orgio - Chi ha portate e riportate l'ambasciate fra quel giovane e Sulpizia? o ridotti i loro amori nel termine dove or sono?
Balia - Volete dunque dir che vostra nipote sia una puttana, e io una ruffiana?
Orgio - Sotto s onorata maestra non potea imparar altre opre di quelle ch'ave imparate.
Balia - Questo guadagno dopo la servit di trent'anni in casa vostra?
Orgio - Questo guadagno io con te, dopo averti amata e onorata trent'anni in casa mia, che al fin avesti a svergognarmi la nipote?
Balia - Mai la casa vostra stata cos onorata e riverita, come mentre ci son stata io.
Orgio - Mi doglio ritrovarmi qui nella strada publica, che non vorrei far i vicini consapevoli de fatti miei, ch per risposta ti vorrei far cader questi pochi denti che ti sono restati in bocca, e trarti quei pochi capelli che ti ha lasciati il mal francese; ma faremo i nostri conti in casa, quando manco ci pensarai.
Balia - In casa vostra non entrer pi mai, poich in tal stima ci son tenuta.
Orgio - Tu ci entrerai per tuo dispetto, se non di buona voglia.
Balia - Io per forza?
Orgio - Tu s, e ti strasciner per li capelli.
Balia - Oim, oim, vicini, aiuto, aiuto!
Orgio - Ci bisognano uomini e non asini, a governar queste bestie.
Fine
del quarto atto
ATTO
QUINTO
SCENA I.
Balia sola.
Balia - A questo modo, eh? come l'infame e le cattive? Per ogni minimo disdegnuccio, subito sbalza di casa, e delle buon'opre di tanti anni non ce ne ricordiamo; n basta il caricarci di male parole, ma di bastonate ancora. Le bastonate dunque sono il prezzo della servit di trent'anni? E come le vecchie sien cagion de tutti i mali: Caccia la vecchia, uccidi la vecchia, impicca la vecchia e squarta la vecchia. Ma appiccata e squartata sia da dovero, s'io non me ne vendico: se non posso vendicarmene con le mani, me ne vendicar come posso: ne far tal vendetta, che non ti vanterai di avermi fatto ingiuria. Me ne andr alla casa di Pardo; e li manifester un fatto, che li far sborsar molte migliaia di scudi; e so che cavandosegli quei scudi di mano, li far peggio che se li cavasse il fegato, il polmone e il core. Forse che gli rincresce, all'assassino, del mal fatto? o viene a darmi qualche buona parola per sodisfazione e acchetarmi? Mira in che stima mi tiene! Ma perch pi perdo tempo in lamentarmi, e non batto la porta di Pardo? Toc.
SCENA II.
Pardo, Balia.
Pardo - Che buona nuova, balia mia?
Balia - Vengo con buona intenzione di farvi bene.
Pardo - Ed io vi ricevo con miglior volont.
Balia - Vi priego per l'antica amicizia che stata fra noi, per la vicinanza e per l'et vostra veneranda, che piacciavi darmi udienza per poco tempo.
Pardo - Balia mia, ho gran piacere che me si porga occasione d'impiegarmi ne' tuoi comandi, per aver tanto tempo conversato fra noi domesticamente, come buoni vicini.
Balia - Vengo a scoprirvi alcuni secreti di Orgio, che v'importano, poich egli per i suoi mali trattamenti non mi d cagione che gli abbia a nascondere.
Pardo - Mala cosa porsi fra dua che son stati gran tempo amici; che, raffreddatosi quell'impeto della colera, si riconciliano insieme e restano poi nemici i mezani.
Balia - Non ci luogo di riconciliazione pi, n che speri mai pi entrar in casa sua, poich egli mi ha dato delle bastonate cos sconciamente.
Pardo - Se ben v'ha trattato male per ira, gi non ne morrai per questo.
Balia - Orgio, dopo la servit di trent'anni, mi paga con prezzo di tanta ingratitudine.
Pardo - Ma che ste per dirmi?
Balia - Sappiate che Cleria, che vi fu rapita da turchi, e vi cost tanti dinari a riscattarla, non vostra figlia, ma Sulpizia, figlia di Filogono; e quella Sulpizia, che in casa nostra, Cleria vostra figliuola.
Pardo - Come dite voi questo? e come lo sapete?
Balia - Lo dico, che niuno lo pu saper meglio di me, ed cos. Quando voi generaste la vostra Cleria, la deste alla moglie di Filogono, che la lattasse, perch egli era allor poverello ed era vostro vicino: ella si latt la sua Sulpizia, che ora in casa vostra, e a me diede a lattare la vostra Cleria, sotto nome di Sulpizia.
Pardo - E perch tanto assassinamento?
Balia - Perch voi eravate in quel tempo, come ora ste, oltra modo ricchissimo, ed egli poverissimo: ch, dando a voi la sua figliuola, l'avreste maritata nobilissimamente, e la vostra figliuola, essendo egli poverissimo, l'arebbe umilmente collocata, con speranza che, dopo la vostra morte, si fussero scoverti a lei per veri padre e madre, e ch'ella fusse costretta poi darli onorevol vitto, e da sua pari. Eccovi la cagione.
Pardo - E pu cader in cuor di uomo un cos nefando pensiero?
Balia - Ma la morte priv l'uno e l'altra di tanta speranza, e Idio ne ha fatto la vendetta per voi, ch'essendo eglino venuti poi in miglior fortuna, arebbono voluto manifestarvi l'inganno e riaver indietro la loro figliuola; ma vi fu rapita da turchi: e allora piansero amaramente il peccato e il gastigo di Dio, e se ne moriro ambiduoi di disperazione e di doglia. Ma Filogono lasci la robba ad Orgio suo fratello, con condizione che, riavendosi la loro Sulpizia, cio la da voi stimata Cleria, se li consignassero diecimila ducati di dote, e, non ricuperandosi, si dessero alla vera vostra Cleria, cio la stimata loro Sulpizia, duemila ducati per lo suo casamento, e il restante ereditasse Orgio suo fratello. Or, scoprendosi che la vostra Cleria figlia vera di Filogono, sar forzato questo furfante darle diecimila ducati di dote: e cos io li vengo a far questo danno e le mie vendette.
Pardo - Ma che certezza ar io, che la vostra Sulpizia sia la mia vera Cleria?
Balia - Sulpizia vostra di pel rosso, come voi ste; gli occhi azurri, come i vostri; e il volto simile al vostro: e, se ben vi ricordate, ha una macchia rossa nel braccio sinistro, come goccia di vin rosso.
Pardo - O Dio, veramente mi ricordo di quella macchia rossa, e parmi or di vederla; e nella vostra Cleria mai pi ve l'ho vista. Ma io non conseguisca mai desiderio in mia vita, se, sempre che ho vista Sulpizia, non mi sentiva un certo movimento di sangue per la persona, tra carne e pelle, e non potea imaginarmene la cagione. La natura veramente facea l'ufficio suo, e per una certa occulta affezione l'ho sempre richiesta ad Orgio per darla per moglie ad Attilio, e ancor senza dote. O Dio, in che peccato era io per incorrere! Ma ben fece Orgio, che non lo volea mai consentire. E da che Attilio mi ha condotta la vostra Sulpizia in casa, non mi ha avuto mai grazia, n l'ho mirata mai di buon occhio. O vecchio per tanti anni deluso! Ma sai tu chi ha fatto il testamento di Filogono?
Balia - quel notaio che sta appresso la casa vostra.
Pardo - Lo conosco benissimo. Voi potrete trattenervi in casa mia, finch vi torni commodo, se non volete tornar nella vostra: e trattarete con Costanza mia moglie, che oggi gionta da Turchia, e ragionate de' signali, finch vada al notaio e veda il testamento di Filogono; ch ritrovandosi vero quanto dici, come so che ben vero, ne arai tal mancia, che ne restarai sodisfatta.
Balia - Non ricerco altrimente mancia di ci: mi gravava la conscienza sopra questo, e mi vendico di quel scostumato vecchiaccio che mi ha cos bestialmente mal concia.
SCENA III.
Orgio solo.
Orgio - Veramente l'ira una mala consigliera, e trasporta l'uomo a cose, che poi non se ne pu pi ritirare, perch l'animo alterato cagion di molti moti disordinati. La rabbia troppo acuta, che mi mosse cos subito, fe' che mi ricordasse pi tosto dell'error suo che del debito mio; perch d'una cosa, che ne potea far passaggio, ha fatto che non abbia avuto rispetto alla servit di trent'anni, onde io medesimo son stato ministro del mio male. Ho visto la balia ragionar lunghissimamente con Pardo, e son certo che l'ar rivelato della figlia quanto stato occulto fin ora, perch non ci era altri vivo che lo sapessi. Dogliomi del mio fratello, che d'una cosa, che volea ch'ad altri fusse occulta, non dovea farne consapevole una fantescaccia: ch le cose, che si devono tener occulte, non deve l'uomo fidarle a persona: ch, se l'uom istesso non pu tener secrete le cose sue, come si spera ch'altri le voglia tener secrete? Si guard di me, che l'era fratello, e si fid della balia; ch non lo seppi mai, se non quando fece testamento. E ho per certo che questa cicalona ce l'ar raccontato, perch ho visto ancora Pardo avviarsi per quella strada, dove abita il notaio, per veder il testamento. O verit, quanto sei difficile a nascondere, o quanto facile a discoprire, che non pu l'uomo tanto gi sepelirti, quanto pi tu assumi di sopra! Gi par che di ora in ora me lo veggia di sopra, con gridi, con minaccie e con ingiurie, che gli restituisca la figliuola sua e che mi tolga la mia: e il peggio sar, che bisogna che sborsi diecimila ducati per la sua dote. Conosco aver errato; ch non dovea cos rigorosamente castigar la balia, e dovea considerar ch'era vecchia, che i vecchi per se stessi sono colerici e ritrosi. Ma ogni uomo, che spunta di l, mi par che sia Pardo e che dica: - Dammi la mia Cleria e togliti la tua Sulpizia - Ma eccolo che viene, e alla volta mia. Idio mi aiuti.
SCENA IV.
Pardo, Orgio -
Pardo - Fermatevi, Orgio, che ho da parlarvi....
Orgio - (Questa ragionata non sar buona per me: che li torni la figlia).
Pardo - So che siamo vecchi e arrivamo agli ottanta, e abbiamo a star assai meno al mondo, che non siamo stati: anzi abbiamo il piede in staffa per partirci per l'altro mondo, dove non ci ritorno....
Orgio - (Il prologo della predica). Questo il peggio.
Pardo - E morti che siamo, abbiamo a render stretto conto delle nostre azioni a Dio, e molto pi delle restituzioni delle robbe, n si rimette il peccato se non se restituisce il rubbato....
Orgio - (Quando dovemo riscuotere, siamo predicatori; quando dovemo pagare, siamo diavoli).
Pardo - Or che siam vivi, possiam rimediare a quello che non possiamo, essendo morti. E tristi coloro che lasciano gli eredi, che restituiscano; che, come la robba ha fatto carne e sangue con l'uomo, non si restituisce pi mai....
Orgio - Di grazia, venghiamo al fatto: ch gi passata quaraesima, e mi volete far ascoltar la predica.
Pardo - Vostro fratello, di benedetta memoria...
Orgio - (Di maladetta!).
Pardo - mi scambi la figlia, tenendosi la mia propria, e mi di la sua per la mia....
Orgio - Ascoltate.
Pardo - Ascoltate, di grazia, voi, e non m'interrompete, accioch non cominciate a negar la verit, e poi, negata, la vogliate defendere fin alla morte; e vengamo a liti, contrasti e questioni. Non accade nasconder quel che palese: ho visto il testamento; e quel che lascia a sua figlia, quando si palesi il fatto, quanto vi dico.
Orgio - Io so ben che...
Pardo - Dio ce 'l perdoni! che essendomi tolta da turchi, ho mandato mio figliuolo sin in Constantinopoli a riscattarla; e mi costa pi di cinquecento ducati, senza l'altre spese e travagli. Per toglietevi la vostra Sulpizia e restituitime la mia Cleria.
Orgio - ... ancor ch'io potessi con qualche convenevole scusa difendermi da questa calunnia, io non so farlo; ma confesso liberamente che mio fratello ebbe torto.
Pardo - Di grazia, non entriamo in rettoriche; n bisogna mi doniate quello che non mi potete vendere. Vo' la mia figlia.
Orgio - Di grazia, non vi alterate e non alzate cos la voce. Toglietevi la vostra figlia, ma non l'onor mio; ch, restituendovi poi la figlia, voi non potete restituirmi l'onore. Toglietevela quando volete, ch non vi si niega.
Pardo - Sia ringraziata la bont divina, che prima scoverto si sia che sposati insieme; e che abbiamo spedito un negozio senza farci sentir dal mondo: e resteremo amici, come siamo stati sempre. Andiamo a casa mia o nella vostra, a far il cambio.
Orgio - Eccomi pronto a quanto volete.
Pardo - Venete a casa mia, che mangiaremo insieme, e poi ragionaremo de fatti nostri.
Orgio - Non posso, ho che fare, ci vengo con l'animo.
Pardo - Vo' che ci vengti in persona; e per la porta di dietro mandaremo a chiamar Sulpizia vostra, ch'io spasimo di vederla: e vi prego, concedetemi questa grazia.
Orgio - Faccisi quanto comandate.
SCENA V.
Erotico, Attilio -
Erotico - (Mira fortuna! m' forza di confortar costui, e ho bisogno di esser confortato io). Fermatevi, ch voglio esser partecipe delle vostre fatiche e compagno nelle vostre sciagure; ch le nostre fortune poich hanno una conformit fra loro, andiamo insieme.
Attilio - Avendo per compagno un amico cos caro come voi ste, la mia sciagura diverrebbe fortuna: per vo' andarmene solo e disperato.
Erotico - Il disperarsi un tradir se stesso, e, tradendo voi, tradite me insieme con voi: per consultiamoci un poco.
Attilio - L'anima mia in tanta confusione, che non ci luogo alcuno per consolazione.
Erotico - Ascoltate una parola.
Attilio - Non ho tempo.
Erotico - Vi spedir subito.
Attilio - Son contento; ma fate presto.
Erotico - A cos maladetto, insolito e sregolato accidente, andandoci con buon ordine, temperamento di effetto.
Attilio - Ors, hai finito?
Erotico - Non mi accurtate il tempo che mi avete dato.
Attilio - Voi lo prolungate pi di quello che v'ho promesso. Ho tanto in odio il mondo, questo sol, questa luce, che vorrei esser mille passi sotterra per non vedergli.
Erotico - Andiamo, come volete; ma non sarebbe bene aspettar Trinca, per saper qualche cosa di Cleria? che fa, che dice, che spera?
Attilio - Fa quello istesso che fo io; e mi affligono pi i suoi che i miei dolori, per schiver di udirlo.
Erotico - Ed io vo ancor disperato, non potendomi imaginar la cagione, come Sulpizia sia cos meco adirata.
Attilio - O casa, io mi parto per non averti a veder pi mai. Tu pur fosti ricetto un tempo di ogni mia gioia e consolazione: prego Idio, che resti cos contenta colei che alberga in te, quanto io mi parto mal contento e disconsolato.
Erotico - Attilio, tu m'hai mostro le lacrime; e stimo che non siano uomini al mondo pi disperati di noi. Ma veggio uscir Trinca da casa vostra molto allegro: aspettiamo, fin che ne sappiamo la cagione.
SCENA VI.
Trinca, Erotico, Attilio -
Trinca - (O Dio, e dove trover Attilio, il mio padrone, e Erotico, per dargli cos buona nuova?).
Erotico - Cerca di noi, e ci vuol dar una buona nuova.
Attilio - Niuna buona nuova pu esser per me, se non che Cleria fusse mia moglie; ma ci non potendo essere, dunque non buona per me.
Trinca - (Dove andr, in casa di Erotico over in piazza? ma stimo che sien partiti per disperati).
Erotico - Trinca, volgeti a noi.
Trinca - Io non posso pi celar l'allegrezza, e bisogno che sfoghi. V'apporto una grande allegrezza.
Attilio - Ne ho perduto ogni speranza.
Erotico - Si dee pi tosto perder la vita che la speranza.
Trinca - Consolatelo, signor Erotico.
Erotico - Non pu consolare il compagno, chi non pu consolar se stesso.
Attilio - L'allegrezza, che tu dici, come quell'olio che si pone alla lucerna, quando sta per spengersi.
Trinca - Per secreta volont di chi pu il tutto, quel caso disturbator delle nostre felicit or s' rivolto in accommodar le nostre difficolt; e possiam dir che siate morti e ravvivati in un punto.
Erotico - Trinca, ancor che la tua allegrezza vera non l'estimi, pur godo nell'imaginazione delle tue parole.
Trinca - Vi prometto far ambiduoi contenti.
Erotico - Troppo prometti.
Attilio - La fortuna traditora pur mi lusinga con nuove speranze, e pur le credo. Costui mi dice che mi render contento. e son certo che impossibile, e pur mi piace d'intenderlo.
Trinca - Stammi allegro, padrone, ch trovata la tua vera sorella.
Attilio - E questo il mio dolore. Ma sempre che sento nominar sorella, sento un orror scuotersi per tutta la persona.
Trinca - E cos arai la tua moglie desiderata.
Attilio - Cose contrarie: trovata la sorella e arai la moglie desiata. Cos, Trinca, ti beffi del tuo padrone?
Trinca - Avete il torto a dirlo. Voi arete la vostra Sulpizia ed Erotico la sua Cleria.
Attilio - Or ti beffi di l'uno e di l'altro.
Trinca - Io dico il vero all'uno e all'altro. Sappiate che per un mirabile accidente, per un benevolo incontro di fortuna, successa cosa tutta contraria a quella che minacciava la presente confusione.
Attilio - Dammi un succinto raguaglio del fatto.
Trinca - Orgio, avendo visto la balia ragionar con Erotico, la batt sconciamente.
Erotico - Oim, che dici? questa una mala nuova per me.
Trinca - Da questo disordine nata la vostra allegrezza: ch la balia se ne venne a Pardo, e l'ha manifestato che, quando partor Costanza e diede a lattar Cleria alla moglie di Filogono, scambi le bambine, e ritorn la sua Sulpizia a Costanza e si tenne la vera Cleria - A signali Costanza ha trovato vero quanto ha detto. Pardo and ad Orgio, e minacciandolo l'ha scoverto il tutto. In questo Costanza con tanti bei modi s' oprata con Pardo suo marito, che ottenne Sulpizia, figlia di Filogono, cio la vostra Cleria, per vostra moglie con diecimila ducati di dote, che li lasci il padre, ritrovandosi: dicendogli non deversi far resistenza a quello, che con tanti meravigliosi avvenimenti avea disposto l'alta bont di Dio, ma lasciarsi guidar da lei.
Attilio - Oim, che io mi sento incapace di tanta allegrezza, dubito che non mi suffochi l'animo. Ahi, che non potendola caper il mio petto, se ne versa fuori la miglior parte.
Trinca - Cos dal flusso e riflusso del mar della vostra fortuna, fra suavi scherzi e vari errori, ste stato ributtato al porto di salute.
Attilio - O madre, o cara madre, o tre volte madre, perch tre volte m'hai donato l'essere! O cieli troppo potenti, troppo influenti! o stupori, o meraviglie grandi, che da moglie mi diventi sorella e da sorella moglie! Ma Cleria che facea?
Trinca - Piangeva la poverella amarissimamente; e, non potendo esser vostra moglie, purch fusse amata da voi, si contentava non solo d'esservi sorella, ma umilissima schiava.
Attilio - Dunque Sulpizia la nostra Cleria sorella? Erotico caro, poich nelle angustie mi ste stato caro compagno, vo' che ancora mi siate nelle prospere: non potendo con alcun premio meritar la vostra affezione, vi prometto Cleria per moglie, poich per bellezza, per etade e per altre nobilissime parti, l'uno ben degno dell'altra.
Erotico - Voi sempre foste la mett dell'anima mia; or tutta vostra, e non ci resta pi alcun'altra parte del mio: e son tutto in anima e in corpo vostro. Perch dandomi Sulpizia, mi duoni la vita; e posso dir da oggi innanzi ch'io son vivo per voi, e per vivo per voi.
Trinca - Non bisogna che voi ce la promettiate, perch sua: che, scovertasi vostra sorella, la balia s'opr tanto con Costanza e con Pardo, che fusse data a voi; e io ricordando al padrone l'appuntamento di oggi, si son convenuti insieme che sia vostra moglie.
Erotico - O Dio, che nuova!
Attilio - Ed altro che di calze e di giubbone.
Erotico - E perch mi di contentezza di tanta importanza, te si prepara nuovo guiderdone, che partecipi delle nostre consolazioni.
Trinca - Or sei contento?
Attilio - E consolato ancora. I miei sensi sono tanto occupati dalla improvisa dolcezza, che non posso gustar piacere dell'allegrezza; e se non muoio or di dolcezza, non morr pi mai. Che fa mia madre?
Trinca - Sta con un piacer grandissimo, ch'essendo stata disturbatrice delle vostre gioie, or stata aiutrice delle vostre consolazioni; e mi d ordine, perch son aggionte nozze a nozze, che s'aggiungano feste a feste, conviti a conviti, e balli a balli.
Attilio - Or da un amor cos strano, mostruoso e fuor del naturale, cos malagevole da sperarsene bene, n' riuscito cos onorato matrimonio. E se ben Idio permette alcuna volta cose che dispiacciono, lo fa per trarne poi un grandissimo bene, come accaduto a noi.
Erotico - Se vi partevate disperato, or non areste avuto questo contento.
Attilio - M'hai fatto bene, non volendo.
Trinca - Questa volta abbiamo avuto pi ventura che senno. Gi s' inviato a chiamar Sulpizia per la porta del giardino, e vi stanno aspettando con gran disio di sposarse; e me hanno inviato fuori a chiamarvi col prete da vero, e non col falso parrocchiano.
Erotico - Entriamo, non facciamo aspettarci.
Attilio - Andiam, fratel mio.
Trinca - Spettatori, costoro non usciranno pi fuori; ch, come seranno appresso le loro spose, non li distaccarebbono dalle lor falde tutti gli argani del mondo, ch tira pi un pelo del manto delle donne, che diece paia di buoi. Partetevi; e se non stata di tanta aspettazione come desiavate, almeno favorite l'animo col solito applauso.
FINE
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