La stagione delle albicocche

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La stagione delle albicocche

LA STAGIONE DELLE ALBICOCCHE

Commedia in tre atti

di ALDO NICOLAJ

                                   

PERSONAGGI

Eugenia

Fedora

Flaminia

Giulio

Dottore

Vecchio Signore

Ercole

Andrea

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

La scena: una piccola piazza di periferia. In centro la facciata di una casa con un balconcino adorno di gerani. Sotto il balcone, un portoncino. A sinistra, separato da una stradina, un caffettuccio: qualche tavolo, delle sedie, piante verdi, un tendone colorato. A destra, dopo un’altra stradina, una terza casa con al pianterreno un negozio di mercerie: una vetrina piccola, piena di nastri, fettucce, bottoni e fili colorati, un’insegna in legno, vecchia e fantasiosa.

Eugenia                         - (bella donna, sui quarant’anni, sensuale e provocante, vestita con un abito di seta verde lucida, che mette in evidenza la pienezza del suo corpo, quasi gridando) Amore? Amore, dice? (ride, amara) Amore!?! Ci vuol altro per una donna come me!

Giulio                            - (spia dal balconcino per riferire, a voce bassa, all’interno. È un uomo sui 70 anni, faccia scavata, occhi vivissimi, capelli bianchi, pettinati all’indietro, che mettono in evidenza la drammaticità della sua maschera. Indossa una vestaglia di seta color granata)

Fedora                           - (la merciaia, zitella sui 45 anni, pettegola, curiosa, chiacchiera con Eugenia sulla porta del caffè) Bisogna accontentarsi, signora Eugenia. Non si può avere tutto su questo mondo.

Eugenia                         - Tutto? Tutto? (ripete la risata amara e beffarda) Una donna piena di vita come me, una donna forte, nel rigoglio della sua femminilità. Ma guardi come sono fatta. Guardi che bocca, che occhi, che carne. Ho un bisogno d’amore così prepotente che mi fa male. che mi fa gridare. Ma se grido, chi mi sente?

Fedora                           - Suo marito, signora Eugenia, suo marito.

Eugenia                         - Sì, mio marito. Non mi faccia parlare, signorina Fedora. Preferisco mordermi la lingua. Non parliamo d’amore. Specie al mattino presto. Non parliamo d’amore.

Flaminia                        - (d.d.) Frutta! Frutta fresca!

Eugenia                         - La fruttivendola. Vado a prendere il cestino. (entra nel bar)

Fedora                           - (attraversando la scena) Se si lamenta lei che ha un marito. che cosa dovrei fare io, allora, poveretta? (prende la scopa appoggiata alla vetrina e riprende a scopare)

Giulio                            - (verso l’interno) Le discussioni di sempre. Ha un bel vestito, oggi, la signora Eugenia. Verde. Dev’essere nuovo. (all’arrivo di Flaminia si ritira restando a spiare di dietro le persiane)

Flaminia                        - (entra spingendo il suo carrettino di frutta. È una donna sui sessant’anni) Frutta! Frutta fresca! (a Eugenia, che esce dal caffè) Buongiorno, signora Eugenia.

Eugenia                         - Un po’ in ritardo, stamane, signora Flaminia.

Flaminia                        - Che vuole? È sempre la solita storia. Le donne vengono per comprare e chiacchierano, chiacchierano, chiacchierano. Oggi, poi, non mancavano gli argomenti. Pare che una ragazza del quartiere popolare, quello che chiamano il quartiere cinese, sia andata a sposarsi coi bambini per mano.

Fedora                           - (interessata, con la scusa di scopare s’avvicina)

Eugenia                         - (ride) M’immagino che non ci sarà andata vestita di bianco.

Flaminia                        - Di bianco, invece. Col velo e i fiori d’arancio.

Fedora                           - (non resistendo alla tentazione) Chi è? Chi è? Come si chiama?

Flaminia                        - Non so. mi pare Maria.

Fedora                           - Una sfacciata. Senza pudore. (con stizza) E se l’è trovato, uno straccio di marito. Imbecilli gli uomini e stupide le donne come me, che si sono mantenute oneste. (si allontana)

Eugenia                         - (ride)

Flaminia                        - (richiamandola) Non vuole frutta, signorina Fedora?

Fedora                           - (ringhiosa) E perché dovrei comprarla? Me li compra lei i nastri, le fettucce, i bottoni? (entra nel suo negozio)

Eugenia                         - Vede la castità? Più acida del limone. (ride) Che mi dà, oggi, signora Flaminia?

Flaminia                        - Pesche. Di vigna. Le compri ché sono le ultime.

Eugenia                         - (tastando la frutta) Un poco durette, però.

Flaminia                        - Che vuole? Siamo a fine settembre. Il sole non le matura più ormai. Un chilo?

Eugenia                         - Un chilo. Al mattino quando mi alzo mi piace mangiare frutta.

Flaminia                        - Specie, poi, quand’è fresca come questa. Raccolta stamattina. (pesca le pesche) Che bel vestito! Nuovo?

Eugenia                         - (pavoneggiandosi) Nuovissimo. È la prima volta che lo metto.

Giulio                            - (che ha rimesso fuori la testa, verso l’interno) Che t’ho detto? Un vestito nuovo.

Flaminia                        - Elegante, sa? Di gran gusto.

Eugenia                         - La stoffa non è gran che. Me la sono comprata sul mercato. Ma ha un buon taglio e mi pende bene. Così leggero non potrò mettermelo per molto, ormai.

Flaminia                        - Non lamentiamoci. Guardi che cielo. Le mattine, bisogna dirlo, sono già fresche, ma basta che venga fuori che subito si scaldano. L’inverno, invece. Ma nevichi o geli, io alle cinque devo essere sul mercato.

Giulio                            - (continua a riferire quello che sente verso l’interno)

Eugenia                         - Io mi domando come faccia. Io a letto ci passerei tutta la giornata. Nemmeno per pigrizia, sa? Proprio così, per piacere. Il corpo libero tra le lenzuola. poter distendere le braccia, allungare le gambe. girarmi da un lato all’altro, con gli occhi chiusi, la testa piena di pensieri belli. Ah, che invenzione il letto, col soffice del materasso e il fresco delle lenzuola.

Flaminia                        - . e un marito vicino.

Eugenia                         - Non il mio. Quando mi entra nel letto, a me viene voglia di uscirne. Che farci? Sono troppo piena di vita, mentre lui, invece, è vecchio, è tranquillo. Con questo sangue nelle vene che mi ubriaca, non riesco a sopportarlo, un uomo che a letto viene soltanto per dormire. Mi prende un formicolio alle gambe. una voglia di agitarmi. di dar calci. che, per calmarmi, non mi resta che andarmene a passeggiare al fresco, in cortile.

Flaminia                        - Anch’io, alla sua età ero ancora piena di. temperamento. Mentre il mio povero marito, coi suoi reumatismi.

Eugenia                         - (ha messo le pesche nel cestino e ora ne addenta una) Che buone. Oh, mamma mia, mi sbrodolo tutto il vestito nuovo. A domani, signora Flaminia. (scappa di corsa nel caffè)

Flaminia                        - A domani. (grida a mezza voce) Frutta! Frutta fresca! (e guarda in su verso il balconcino)

Giulio                            - (apre le persiane, ed apparendo sul balcone) Toh, la signora Flaminia. Stamattina non l’ho sentita arrivare.

Flaminia                        - Come sta la signora?

Giulio                            - (con un sorriso) Male. Male. Sempre peggio.

Flaminia                        - Mi dispiace. Come ha passato la notte?

Giulio                            - Ha dormito, grazie, ma un brutto sonno agitato, tutto incubi. Aveva la testa in fiamme, come se se la mangiasse la febbre. (con un certo disappunto) Febbre, però, non ne aveva.

Flaminia                        - Ma è ancora in sé, vero?

Giulio                            - Piena coscienza.

Flaminia                        - La saluti da parte mia.

Giulio                            - (verso l’interno) La signora Flaminia ti saluta. Come? Sì, cara. (a Flaminia) Mia moglie ricambia i saluti. (piano) Fa fatica a parlare. Ma parla. Nonostante tutto, ancora parla. (guardando la frutta nel carrettino) Pesche?

Flaminia                        - Le ultime.

Giulio                            - (verso l’interno) Come dici?. No, cara. Sono finite, ormai, le albicocche.

Flaminia                        - È passata da un pezzo, la stagione delle albicocche.

Flaminia                        - (verso l’interno) Hai sentito? Bisogna aspettare l’anno venturo, ormai. (a Flaminia) La sua frutta preferita, le albicocche. E quest’anno come ne aspettava la stagione. Ma le albicocche sono venute e lei non ha potuto mangiarle. Gliene mettevo sul letto qualcuna, gialla, tenera, profumata. Lei le guardava golosa. le accarezzava con quella sua mano quasi trasparente. voglia, sì, ne aveva, ma mangiarle non poteva più. (pausa) Le mangiavo io. Che vuole, signora Flaminia, ormai la nutrono solo con sonde. con iniezioni. Vicino alla morte com’è, altro che albicocche!

Flaminia                        - Bisogna farsi coraggio, signor Giulio.

Giulio                            - Il coraggio non manca e non manca neppure a lei. Perché non le fa paura morire. (verso l’interno) Vero, cara, che non ti spaventa la morte? (a Flaminia) Sente? Dice di no. (piano) Ma questa benedetta morte non viene, non vuol venire. Ed è lungo aspettare. È lungo. (sospira) Mi dia i soliti limoni.

Flaminia                        - Una dozzina?

Giulio                            - Sì. Acqua e limone. Non prende altro da mesi, ormai. S’è ridotta a pelle e ossa. Grandi i limoni, mi raccomando. (scende un cestino con una cordicella)

Flaminia                        - (scegliendo i limoni e mettendoli nel cestino) Scelgo questo con la buccia liscia perché hanno più succo. Ecco fatto, signor Giulio. E si faccia forza. Bisogna sperare, bisogna sempre sperare.

Giulio                            - (tirando su il cestino) Sperare che muoia. E morirà. M’ha messo nel cestino il biglietto del conto?

Flaminia                        - Sì e con la data. Non le devo resto, no?

Giulio                            - No, va bene così. Grazie, buon lavoro, signora Flaminia. (rientrando in casa) Ecco i limoni, cara. Con la buccia liscia, perché.

Flaminia                        - (esce spingendo il carrettino e gridando) Frutta! Frutta fresca!

Vecchio                         - (sui settant’anni, tipo di pensionato, entra in scena dalla parte opposta a quella da cui sta uscendo Flaminia. Sbircia prima dentro al caffè, poi decide di sedere ad un tavolino)

Giulio                            - (riappare al balconcino per osservare il vecchio)

Vecchio                         - (batte le mani) Cameriere! Cameriere!

Andrea                         - (sui 50 anni mal portati. Fisicamente poco simpatico, sempre in cerca di confidenze, curioso) Cavaliere, buongiorno. Desidera?

Vecchio                         - Un gelato. Cioccolato e crema.

Andrea                          - Benissimo. (fa per rientrare)

Vecchio                         - Un momento. Come sta la nostra bella signora?

Andrea                          - Magnificamente, come sempre.

Vecchio                         - Bene, mi fa piacere.

Andrea                          - (entra nel caffè)

Vecchio                         - (tira fuori di tasca un giornale e si mette a leggere)

Giulio                            - (verso l’interno) Ha ordinato un gelato. A quest’ora del mattino. Mah! (dopo una pausa, al vecchio) Bella giornata, oggi. (silenzio) Bella giornata, no? (silenzio) Ehi, dico a lei, bella giornata, oggi.

Vecchio                         - (infastidito) Come? Già.

Giulio                            - Ha detto?

Vecchio                         - (troncando la conversazione) Ma sì, una bellissima giornata.

Giulio                            - (verso l’interno) Hai sentito, cara? Anche il signore del gelato dice che è una bellissima giornata. Del resto puoi rendertene conto anche tu. (al vecchio) Il sole le arriva sul letto. (verso l’interno) Che bel sole, eh? (al vecchio) Parlo con mia moglie. (piano) È a letto. Malata. Eh, sono mesi, ormai, che non si alza più. S’è consumata.

Vecchio                         - (non gli dà retta e continua a leggere)

Giulio                            - Pss! Pss! Scusi. Per favore.

Vecchio                         - (seccatissimo) Insomma, che c’è ancora?

Giulio                            - Cosa c’è scritto dopo la parola “Camera”?

Vecchio                         - Dove?

Giulio                            - Lì, sul giornale, in prima pagina. Quel titolo su tre colonne. “Discussa ieri alla camera. ” e poi non riesco più leggere.

Vecchio                         - La legge sull’industria.

Giulio                            - Grazie, molto gentile. (verso l’interno) Sai, cara? Alla Camera discutono ancora la legge sull’industria. Sì, hai ragione. (ride) Proprio così. (al vecchio) Mia moglie dice che alla Camera non sanno fare altro che discutere.

Andrea                          - (serve il gelato al vecchio. Poi, alzando gli occhi) Come sta la signora, signor Giulio?

Giulio                            - Come vuole che stia? Male. Siamo alla fine, ormai.

Andrea                          - Da mesi lo dice.

Giulio                            - Perché è così. Ogni giorno un poco peggio. La morte è sempre più vicina.

Vecchio                         - Ma non si potrebbe parlar d’altro? (ad Andrea) E la nostra signora Eugenia? Non s’è ancora fatta vedere?

Andrea                          - Sta facendo colazione. (indica l’interno)

Vecchio                         - Dove? Dove? (si alza, guarda attraverso la porta, saluta. Poi sposta la sedia per poter meglio vedere)

Andrea                          - Non c’è male come donna, eh?

Vecchio                         - (mettendosi gli occhiali) Che gambe! Che gambe!

Andrea                          - (rientra ridendo)

Giulio                            - Anche mia moglie aveva delle belle gambe. Ma ormai.

Vecchio                         - (indispettito gli fa cenno di star zitto)

Fedora                           - (frattanto è uscita dalla merceria e si è avvicinata al vecchio) Signore. Signore? (visto che questi non risponde perché troppo occupato a guardare verso l’interno del caffè. Gli batte leggermente sulla spalla)

Vecchio                         - (sobbalza) Eh? Che c’è?

Fedora                           - Scusi. Volevo soltanto dirle che se ha bisogno di qualche bella maglia pesante. o di un paio di mutande di lana, il mio negozio è quello. vede? Il negozio è piccolino, ma ho merce buona, merce d’una volta, che non si trova più sul mercato.

Vecchio                         - (seccato) Grazie. Non mi serve niente.

Fedora                           - Se le fa piacere può venir dentro a vedere. A volte si crede di non aver bisogno di niente, poi. vedendo la merce, ci si lascia tentare dalla qualità del prodotto e dal prezzo.

Vecchio                         - (c.s.) Le ripeto che non ho bisogno di nulla.

Fedora                           - Lo so. Ma se vuol vedere qualcosa.

Giulio                            - Pss! Pss! Scusi.

Vecchio                         - Ce l’ha ancora con me?

Giulio                            - No, vorrei parlare con la signorina Fedora.

Fedora                           - Sempre lì, lei?

Giulio                            - E dove dovrei essere? Questa è casa mia.

Fedora                           - Casa sua è dentro. Lei, vive sul balcone.

Giulio                            - Signorina Fedora, vorrei domandarle un favore.

Fedora                           - Dica, ma faccia presto.

Giulio                            - (al vecchio) È per mia moglie. Per mia moglie che agonizza.

Vecchio                         - (alza le spalle furioso)

Giulio                            - (a Fedora) Lei sa la passione che mia moglie ha per i suoi gerani.

Vecchio                         - (fa un gesto molto galante verso l’interno del caffè)

Giulio                            - . io le ho già detto che sono tutti fioriti: quelli screziati, quelli lilla, quelli rosa. Ma lei crede che glielo dica per farle piacere. che sia una bugia. Se invece lo sente dire da lei. Forte, però, con voce chiara.

Fedora                           - (con voce stridula) Che bei gerani fioriti! Tutti fioriti!

Giulio                            - (guarda dentro, poi a Fedora) Non ha sentito.

Vecchio                         - (verso il caffè) Che gambe, signora. Gambe da ballerina. Complimenti!

Giulio                            - (a Fedora) Più forte, per favore. E più chiaro.

Fedora                           - (gridando) Che bei gerani! Tutti fioriti!

Vecchio                         - (sorpreso da quell’urlo, guarda Fedora come fosse una pazza. Poi, verso il caffè) Glielo dico io, signora, che sono un intenditore. Sapesse quante ne ho viste di gambe. (si toglie galantemente il cappello) E alle sue faccio tanto di cappello.

Giulio                            - (a Fedora) Grazie. Ha fatto un’opera buona. (verso l’interno) Contenta, eh? Si, ridi. ridi. (a Fedora) Basta così poco per farla felice.

Fedora                           - (al vecchio) E poi, avrei anche delle pancere.

Vecchio                         - (sorpreso) Eh?

Fedora                           - Belle pancere. Per l’inverno. Quando si ha una certa età, bisogna riguardarsi. Pancere calde, di lana da pastore.

Vecchio                         - Ma che pancere! Mi lasci in pace, per favore, mia cara signora.

Fedora                           - (urtata) Signorina. (si avvia verso la merceria)

Giulio                            - Signore? Pss! Pss! Signore?

Vecchio                         - (alzandosi furibondo) Perbacco, ma che vuole ancora?

Giulio                            - Mia moglie sorride. Sorride contenta. Poverina. (piano) Gliel’ho già detto, no? Non c’è più niente da fare. È spacciata.

Vecchio                         - (abbottonandosi la giacca e coprendosi con la sciarpa) Cameriere!

Andrea                          - (comparendo) Signore?

Vecchio                         - (gli dà delle monete) Tenga il resto.

Andrea                          - Grazie, cavaliere.

Giulio                            - (verso l’interno) Se ne va. Ha lasciato anche la mancia.

Eugenia                         - (appare sulla porta sorridendo)

Vecchio                         - (le fa una scappellata ed un sorriso) Arrivederla, signora. Le auguro buona giornata e sono felice d’averla vista. (esce)

Eugenia                         - (saluta con un sorriso ed ammicca ad Andrea che la guarda)

Fedora                           - (sulla porta della merceria piega ostentatamente pancere e mutande, ma il vecchio esce senza rivolgerle uno sguardo)

Eugenia                         - (sedendo ad un tavolino) Non s’è ancora visto il dottore?

Andrea                          - (che pulisce con uno straccio i tavoli) Sono le undici e venti. E il dottore arriva alle undici e mezzo. Lui non è mai in ritardo, ma lei, signora Eugenia, è sempre in anticipo. (ride maligno)

Eugenia                         - Hai poco da ridere.

Andrea                          - Farà un figurone, con quel vestito nuovo.

Eugenia                         - Mi sta bene?

Andrea                          - Lei sta bene con tutti i vestiti. E credo anche. senza.

Eugenia                         - Stupido! Senza, ci guadagno.

Giulio                            - Buongiorno, signora Eugenia. (verso l’interno) La signora Eugenia.

Eugenia                         - Come va, signor Giulio?

Andrea                          - (piano, maligno) La lascio in buona compagnia, signora. (esce)

Eugenia                         - Che mi dice, oggi, di bello?

Giulio                            - Stavo ammirandola. Lei è ogni giorno più bella. Un fiore, come questi gerani.

Eugenia                         - Già, ma guardi quanti calabroni attirano, quelli. Io, invece. Mi dica, piuttosto, sua moglie.

Giulio                            - Debole, stamattina, debolissima. Se si solleva sui cuscini, le gira subito la testa. (verso l’interno) Come? Sì, sto parlando con la signora Eugenia. (a Eugenia) Parla così piano, ormai, che la si sente appena.

Eugenia                         - Vorrei salire per salutarla. Abito qui da tre mesi ed ancora non la conosco.

Giulio                            - Venga quando vuole. Mi fa piacere. (verso l’interno) La signora Eugenia, vuole salire per salutarti. Come? No?. Capisco. (a Eugenia) Mia moglie la ringrazia, ma oggi non può vedere nessuno. Si sente stanca. Troppo stanca. Con permesso. (si ritira)

Eugenia                         - (a Fedora che spolvera la vetrina) È naturale che qualcosa, sotto, ci sia.

Fedora                           - (posando il piumino) Come sarebbe a dire?

Eugenia                         - (va verso di lei) Neanche stamattina quel vecchio matto mi lascia salire dalla moglie.

Fedora                           - Uh, se non lascia salire me, che lo conosco da tre anni.

Eugenia                         - Un giorno una scusa, un giorno un’altra. È naturale che mi vengano dei sospetti.

Fedora                           - (prendendo dalla vetrina una matassa di lana gialla) Sospetti? E cioè?

Eugenia                         - (sottovoce) La moglie non è malata e lui è becco.

Fedora                           - No, che dice?

Eugenia                         - Quello che penso.

Fedora                           - Mi aiuta a dipanare? (le lancia una matassa e comincia a dipanare) Ma come può dire questo? Che sospetti ha?

Eugenia                         - Le pare logico che questa malata non veda mai nessuno?

Fedora                           - Nessuno, tranne il dottore.

Eugenia                         - Già, tranne il dottore. E lui, il marito, sempre lì, su quel balcone a dire che è moribonda, a dire che agonizza. E lei, non muore. Non muore mai.

Fedora                           - Però malata lo è.

Eugenia                         - E lei che ne sa? Mi spieghi quest’altro mistero, allora. Perché quando il medico sale nell’appartamento, il marito ne discende in fretta per lasciarlo solo con la moglie? Le pare bello questo?

Fedora                           - Bello no. Bello no.

Eugenia                         - Vuol sapere qual è il male di sua moglie?

Fedora                           - Un male qui. (indica il ventre)

Eugenia                         - Ma che male! S’è innamorata del dottore.

Fedora                           - Impossibile! Malata com’è?

Eugenia                         - Ma se il suo male fosse proprio l’amore? E se il signor Giulio cercasse di salvare la faccia e lasciasse fare? Perché se sua moglie fosse malata sul serio, lui si preoccuperebbe, no?

Fedora                           - Certo.

Eugenia                         - Non direbbe: “sta male”, ridendo, come fa ora. E non la lascerebbe ogni giorno sola col dottore. Il signor Giulio ha inventato la malattia per salvare le corna.

Fedora                           - (ridendo) Per salvare le corna. per salvare le corna. E il dottore sarebbe d’accordo con il marito. sarebbe d’accordo con la moglie. Oh, che storia buffa. Ma come le è venuta in mente?

Eugenia                         - A furia di pensarci.

Andrea                          - (dalla porta del caffè) Il dottore, signora.

Eugenia                         - Il dottore? (a Fedora) Con permesso. (le lancia la matassa) Continueremo dopo.

Fedora                           - Sì, continueremo dopo. continueremo dopo. (entra nel negozio)

Eugenia                         - (andando incontro al dottore) Buongiorno, dottore, come sta?

Dottore                         - (entra in scena. È un uomo sui 35 anni, che conserva però un suo aspetto, di ragazzo. È di poche parole, ma simpatico. Si sente che piace alle donne. È sempre un poco assorto e lontano) Buongiorno, signorina.

Eugenia                         - Che posso offrirle? (lo invita a sedere)

Dottore                         - Se Andrea mi porta il solito caffè.

Eugenia                         - (verso l’interno) Andrea, un caffè! (provocante) Mi fa piacere che stamattina.

Giulio                            - (affacciandosi) Oh, il dottore. (verso l’intermo) Il dottore. (al dottore) Sempre puntuale lei. Ho appena finito di rifare il letto ed eccolo qui, il nostro dottore.

Eugenia                         - (ha un movimento di stizza)

Dottore                         - (a Giulio) Come va stamattina?

Giulio                            - Questo me lo dirà lei, dottore. (verso l’interno) S’è seduto al caffè, con la signora Eugenia.

Andrea                          - (serve il caffè al dottore)

Giulio                            - Prende il caffè. Ora.

Eugenia                         - Signor Giulio, permette? Vorrei parlare un attimo col dottore.

Giulio                            - Prego, prego. Intanto preparo la siringa. (entrando) La signora Eugenia vuol parlare con lui. Pare che.

Andrea                          - (rientra)

Eugenia                         - (si scopre un poco le gambe. Pausa imbarazzante) Molti malati?

Dottore                         - I malati non mancano mai.

Eugenia                         - E cosa farebbero i dottori senza malati? Che ci siano molti malati per un dottore è una fortuna.

Dottore                         - . relativa. Stanotte, per esempio, m’hanno fatto alzare dal letto quattro volte per visite urgenti.

Eugenia                         - Sarà seccante per un medico, ma lo sarà ancor di più per la moglie del medico.

Dottore                         - Io sono scapolo.

Eugenia                         - Questo non vuol dire che dorma solo. (ride) Scusi una domanda, dottore. Per lei i malati sono tutti uguali?

Dottore                         - (divertito) Come sarebbe a dire?

Eugenia                         - Domando così. Per curiosità. Volevo sapere se capita che i medici abbiano delle predilezioni per i malati che curano.

Dottore                         - Professionalmente parlando, a volte può capitare che ci siano delle preferenze per i casi più interessanti.

Eugenia                         - (con intenzione) Come, per esempio, la signora del primo piano.

Dottore                         - Eh, no. Quello, è un caso anche troppo chiaro.

Eugenia                         - (c.s.) Però lei non la trascura.

Dottore                         - Faccio quanto posso. E vorrei fare di più. Purtroppo, però, la scienza.

Eugenia                         - (interrompendolo) Mi dica, dottore, che donna è? Io non l’ho mai vista. E neppure i vicini. È più giovane del marito? È bella?

Dottore                         - (grave) Dev’esserlo stata. E molto anche. Ma ormai il male ha fatto in fretta a farla sfiorire.

Eugenia                         - Ad ogni modo a lei piace ugualmente.

Dottore                         - (sorpreso) Come?

Eugenia                         - (capisce d’aver detto troppo e rinuncia) Nulla. M’era venuta in testa una certa idea.

Giulio                            - (appare provvidenzialmente sul balconcino) Oggi è giovedì, dottore, quante iniezioni?

Dottore                         - Due.

Giulio                            - Due siringhe, allora. (rientrando) Due iniezioni, cara.

Eugenia                         - (provocante) Mio marito è geloso di lei.

Dottore                         - (sorpreso) Di me?

Eugenia                         - Proprio così.

Dottore                         - (facendo il gesto d’alzarsi) Allora.

Eugenia                         - No, per carità. Stia. È geloso, ma non bisogna far caso a mio marito. È geloso perché ha capito che a me fa piacere vederla, dottore. Che al mattino non mi muovo di qui, finché lei non è venuto. Che ho della simpatia per lei, insomma.

Dottore                         - (un poco imbarazzato) Anch’io ho della simpatia per lei.

Eugenia                         - Non si direbbe. Mi pare, invece, mi eviti. O se proprio non può fare a meno di parlarmi, dice due parole e scappa via. Sapesse invece cosa vuol dire per me stare un poco con lei.

Dottore                         - Ho il mio lavoro. Non sa quante visite mi tocca fare ogni giorno, dopo questa.

Eugenia                         - A volte non mi saluta neppure.

Dottore                         - Non faccio caso. Quante volte sono per strada e il mio pensiero è ancora accanto al malato che ho appena finito di visitare. Mi preoccupo delle cure che devo consigliargli, delle complicazioni che potrebbero venire. Mi capita di passare davanti ad un amico e neppure vederlo. La nostra è una professione delicata e perciò.

Eugenia                         - Sì, lo so. Lei trova delle scuse gentili per dirmi che non la interesso. No, mi lasci dire, per favore. Oggi, chissà perché, le parole mi vengono fuori senza vergogna. Io, che vuole, sono una donna sola. Vivo in un ambiente che. (ride, amara) Non c’è bisogno che mi sforzi per descriverglielo. Non mi capita spesso il piacere di conversare con una persona colta, gentile, sensibile come lei. Per questo l’aspetto ogni giorno con tanta ansia. Del resto lei se ne è accorto, no? Io, a volte. No, mi scusi, sto dicendo delle sciocchezze che l’annoiano. Lei ha altre questioni a cui pensare.

Dottore                         - No, signora. Dica. dica.

Eugenia                         - È difficile, spiegarmi. Lino, mio marito. Si chiama Ercole, ma lo chiamo Lino. ha diciotto anni più di me. E poi, non è neppure questo. Non è che ci vogliamo male, tutt’altro. Ma siamo distanti, ecco. Distanti l’uno dall’altro. L’amore, l’amore, vero, se pur c’è stato, è già lontano, è già passato. E quando non c’è un amore che leghi. Una donna come me, con un certo temperamento. Toh, eccolo qui mio marito.

Ercole                            - (è un piccolo uomo mingherlino, insignificante e rinsecchito, male in arnese. Ha un grembiule alla vita ed un vecchio berretto in testa. Saluta il dottore con rispetto) Buongiorno, dottore.

Dottore                         - (ricambia il saluto, controlla l’orologio e si alza mentre)

Giulio                            - (apparendo sul balcone) Venga su, dottore, le siringhe sono pronte.

Dottore                         - (lascia delle monete sul tavolo) A domani, signora. A domani.

Giulio                            - (rientra in casa)

Eugenia                         - (a Ercole, aspra, mentre il dottore entra nel portoncino) Cos’è? Non sono più padrona di fare quattro chiacchiere senza che tu venga ad intrometterti a curiosare?

Ercole                            - (cascando dalle nuvole) Io?

Eugenia                         - Stavo parlando col dottore. Gli parlavo di cose mie, di cose intime.

Ercole                            - E di che cose intime devi parlare col dottore?

Eugenia                         - Dei miei disturbi, per esempio.

Ercole                            - Hai dei disturbi?

Eugenia                         - Certo che ne ho.

Ercole                            - (preoccupato) E che ti senti?

Eugenia                         - Dei dolori. qui, sui fianchi. E, poi, dei giramenti di testa improvvisi. E caldo e freddo insieme. Un formicolio per tutto il corpo. E il sangue me lo sento battere, pulsare così forte e caldo. come fosse mosto.

Ercole                            - Allora sei malata.

Eugenia                         - E di notte non riesco a dormire.

Ercole                            - Non me ne sono mai accorto.

Eugenia                         - Sfido, tu russi. E questo è il mio male.

Ercole                            - (senza capire) Il tuo male?

Eugenia                         - Proprio così. Tu russi disteso di traverso nel letto, con la pancia in su, calmo, pacifico. Un respiro regolare come il battito d’un orologio. Ed io ti guardo. Se ti potessi vedere, Ercole, come sei brutti quando dormi. Infilato nel tuo pigiama a righe. con quei peluzzi grigi che ti spuntano dal petto. gli occhi chiusi. la sbocca spalancata. Sembri un topo. Un brutto topo da fogna.

Ercole                            - E tu che bisogno hai di guardarmi mentre dormo?

Eugenia                         - Che bisogno ho? E me lo domandi? Ed hai anche il coraggio di domandarmelo?

Ercole                            - (grattandosi la testa) Vuoi che ne parli al dottore io, di quei tuoi disturbi?

Eugenia                         - Tu fatti gli affari tuoi. Anzi, quando mi vedi, come ora, col dottore, gira al largo.

Ercole                            - Come vuoi, tesoro, come vuoi tu. Faccio sempre quello che ti fa piacere.

Eugenia                         - Allora fila dentro e di ad Andrea di portarmi il solito aperitivo.

Giulio                            - (s’è tolta la vestaglia, s’è infilata una vecchia giacca ed è da qualche secondo uscito dal portoncino. Facendo l’atto di sedere accanto ad Eugenia) Posso?

Eugenia                         - (secca) Prego.

Ercole                            - (scuotendo il capo) Le donne. Bisognerebbe essere indovini per capirle.

Giulio                            - Mia moglie ed io ci siamo sempre capiti. Bastava ci guardassimo negli occhi e non c’era bisogno di parlare. Una comprensione perfetta, la nostra. (sospira) Ed ancor oggi, nonostante tutto, non facciamo certo fatica a comprenderci.

Ercole                            - Beati voi! (verso l’interno) Un aperitivo, Andrea.

Eugenia                         - (ironica) Del resto basta illuderci per trasformare il matrimonio in una bella favola.

Giulio                            - (continuando a parlare, quasi per se stesso, mentre Andrea serve l’aperitivo a Eugenia) Che bella donna, mia moglie. Bella veramente. Un viso perfetto ed un corpo che si sarebbe potuto scolpire. E non ha conosciuto altro uomo all’infuori di me. Io per lei ho rappresentato tutto il mondo. (nessuno l’ascolta. Ognuno pensa ai fatti suoi) Ed ora è distesa sul letto, disfatta, rinsecchita. e non riesce a morire. Ogni tanto chiude gli occhi e si fa tutta bianca. Ora muore, penso io, ora muore. Invece no. Neanche avesse sette anime in corpo come i gatti.

Fedora                           - (intanto ha messo fuori la sua sedia e s’è seduta a sferrucchiare)

Giulio                            - Quel filo di vita che la tiene ancora legata al mondo. quel filo sottile come quello di una ragnatela. che pare debba rompersi ad ogni soffio di vento. esiste. Come acciaio. Riapre gli occhi. sorride e non muore.

Fedora                           - Ha un modo di dire le cose. Come se le spiacesse.

Giulio                            - (pronto) Certo, mi spiace che non muoia.

Eugenia                         - (sbotta) Roba da matti! (Andrea scoppia a ridere)

Giulio                            - (ad Ercole che è accanto a lui) Scusi, le sarà capitato più volte di vedere un topo, no?

Ercole                            - Un topo? Un topo da fogna? (Eugenia ride)

Giulio                            - Un topo, un topo qualsiasi, meglio un topolino. Un topolino finito tra i denti di un gatto. Lei guarda il gatto e pensa: ora ne fa un boccone. Invece no, non se lo mangia. Apre la bocca ed il topolino un poco tramortito, scappa via credendo di farla franca. Ma, appena si crede al sicuro, zaff. La zampa del gatto, dopo averlo stretto un altro poco tra i denti, lo lascia nuovamente scappare, per riprenderlo poi non appena quello si sente al sicuro. Può durare ore ed ore questa storia. Ed è un’atrocità. Ebbene, la stessa cosa succede a mia moglie. La morte la prende e la lascia andare, la prende e la lascia andare. Così, come se giocasse. E lei, mia moglie, sempre più tramortita, sempre più disfatta, sempre più spenta. E sembra che la morte, di sotto al letto, rida.

Ercole                            - (non sa che dire, allarga le braccia, scuote la testa, sospira un) Eh! (e rientra nel caffè dicendo) Andiamo a lavorare, Andrea. (Andrea esce con lui)

Fedora                           - A me i topi non piacciono. Mi fanno schifo più che paura.

Eugenia                         - (guarda Giulio, poi) Ma lei è sicuro che il male di sua moglie esista davvero?

Giulio                            - Certo che esiste. Un male qui. (indica il ventre)

Eugenia                         - Da quando la conosco, signor Giulio, la sento parlare di questa morte che non viene. Ma, scusi, lei ci crede?

Fedora                           - (ride piano, una risata stridula)

Giulio                            - Alla morte? Certo che ci credo.

Eugenia                         - Sa? Perché io non vorrei che tutto questo male altro non fosse che una bella invenzione per mettere a posto le cose. A quanto pare, sua moglie, lei non l’ha mai fatta uscire. tenendosela sempre in casa tutta per sé. E, se, allora, supponiamo, sua moglie, per vedere qualcuno, un uomo che non fosse lei, avesse inventato la malattia? Ed essendo venuto il dottore che è un bell’uomo, simpatico, di quelli che piacciono alle donne. Mi segue?

Giulio                            - No.

Eugenia                         - Non importa, continuo lo stesso.

Fedora                           - Continui, signora, continui.

Giulio                            - Continui.

Eugenia                         - Allora, mi scusi, come si spiega che quando il dottore sale, lei scende? E sua moglie la lascia a letto, in un letto con le lenzuola pulite, le federe di bucato. Ogni giorno, sola con lui. Se fosse questa, supponiamo, la malattia di sua moglie?.

Giulio                            - (guarda un attimo la signora Eugenia, poi sorride bonario) No, signora, mia moglie è malata. Malata qui.

Eugenia                         - E perché, allora, lei la lascia sempre sola col dottore?

Giulio                            - (doloroso) Perché non voglio vedere. Non voglio vedere.

Eugenia                         - Allora ammette che qualcosa da vedere ci sia? (Fedora ride)

Giulio                            - Io, signora, ammetto una sola cosa: che non voglio vedere.

Eugenia                         - Contento lei.

Giulio                            - Proprio così. Contento io. (lunga pausa)

Fedora                           - (si mette a cantare in sordina)

Eugenia                         - (guardando in su) La fa lunga, oggi il dottore.

Giulio                            - (come a sé) Può darsi che stanotte si aggravi improvvisamente mentre dormo e muoia senza che neppure me ne accorga. Eh, sapesse quante volte ho sognato di svegliarmi al mattino e trovarmela accanto nel letto, immobile, con sul volto un bel sorriso gelido, di marmo bianco. (sospirando) Sarebbe troppo bello. sarebbe troppo bello. dormendo lei, dormendo io.

Eugenia                         - (andandogli incontro) Allora. come sta?

Dottore                         - Come ieri. Né peggio, né meglio.

Giulio                            - Né meglio, né peggio. (con un filo di speranza) Ma neppure meglio, però.

Dottore                         - Neppure meglio. (Giulio respira sollevato) Le darà le solite pastiglie. E acqua e limone.

Giulio                            - E. posso sperare in un peggioramento?

Dottore                         - È possibile. Ma non si può prevedere.

Giulio                            - Chissà, forse domani qualcosa succederà.

Dottore                         - Arrivederla, signor Giulio.

Giulio                            - Arrivederla, dottore. (entra nel portone)

Fedora                           - Bel sole, bel calduccio. Si sta bene seduti qui a lavorare.

Eugenia                         - (piano) Dottore. io vorrei.

Dottore                         - Mi scusi, ma devo scappare. Guardi qui, su questo taccuino, le visite che ancora mi restano.

Eugenia                         - Ma io devo parlarle. Dottore, sia buono, questione di un minuto. Io sono ammalata e vorrei che fosse lei a curarmi. È molto importante, per me, essere curata da lei.

Dottore                         - (la osserva) Malata? Cosa si sente?

Eugenia                        - Così. non glielo so dire. Ma ho dei capogiri. degli stordimenti. Il sangue che mi bolle dentro. Ed un non so che. (provocante) Che mi consiglia?

Dottore                         - Veramente. così, su due piedi. non saprei. Dovrei prima visitarla.

Eugenia                         - Dove ha il suo studio?

Dottore                         - (le dà il suo biglietto da visita)

Fedora                           - (osserva da lontano curiosa)

Eugenia                         - Verrò da lei per una visita. Sento che ho veramente bisogno di una buona cura.

Dottore                         - (la fissa un attimo, poi serio) Io credo che lei abbia bisogno di.

Giulio                            - (apparso in questo momento sul balconcino, forte). limone. Acqua e succo di limone. (verso l’interno) Te lo do, subito, cara. Saluto soltanto il dottore. Arriderla, dottore. Arrivederla, dottore.

Dottore                         - (saluta Eugenia con un inchino, sorride a Giulio e se ne va)

Eugenia                         - (resta furibonda in mezzo alla scena)

Giulio                            - (rientra in casa)

Fedora                           - (lanciando a Eugenia la matassa) E allora? Dipaniamo? (mentre le due donne cominciano a dipanare, cala la tela)

SECONDO ATTO

In scena Andrea e il vecchio signore.

Vecchio                         - (mentre beve il caffè che Andrea gli ha servito) Alla nostra età si stringe il cuore ad ogni foglia che cade. E guardi che mucchio di foglie, là, sotto quell’albero. Il freddo di stanotte ha fatto in fretta a farle cadere.

Andrea                          - Però si sta ancora bene al sole.

Vecchio                         - Sì, ma non scalda più.

Andrea                          - L’inverno è alle porte, ormai.

Vecchio                         - Al mattino e alla sera fa fresco e la notte è già fredda. Non esco più di notte.

Andrea                          - Dovrò portare in cantina sedie e tavoli. Lo farò domani o dopodomani.

Vecchio                         - Non abbia fretta. Quando comincerà la nebbia. Ora c’è ancora questo ultimo sole da godere. (pausa) Dentro c’è il termosifone?

Andrea                          - Macchè! Una stufetta che non scalda nemmeno molto. D’inverno mi vengono i geloni.

Vecchio                         - Brutta bestia l’inverno. I miei di casa me li ha portati via tutti la prima neve. Mia nonna, mio nonno, mio padre.

Giulio                            - (appare sul balconcino sorridendo. Ascolta disapprovando)

Fedora                           - (esce dal negozio e comincia a scopare)

Andrea                          - E perché deve farsi dei pensieri così brutti? Non pensi alle cose tristi, ma a quelle belle, a quelle allegre.

Vecchio                         - Ci provo, ci provo. Per questo sono qui. Sa cos’è che riesce un poco a distrarmi? Una bella donna. Quando vedo un pezzo di femmina. un monumento, come la sua padrona. con quegli occhi, quel seno. con quella pelle liscia, di seta. la tristezza non so più cosa sia. Penso alla vita, invece. Sissignore. Penso alla vita. Che bocconcino, la sua padrona. Fortunato lei che le vive accanto.

Andrea                          - Sì, come donna è fatta bene. Proprio bene.

Fedora                           - (scopando) Troppo pesante. troppo sciupata. e con quei fianchi.

Vecchio                         - E non si può vedere stamattina?

Andrea                          - È a letto. Si alza tardi. E lei viene qui, per la mia padrona?

Vecchio                         - Solo per vederla. Mi basta. Alla mia età basta poco per essere contenti. È sufficiente il piacere che entra per gli occhi. Ecco perché siedo qui ed aspetto. Quando la sua padrona arriva, io me la guardo e me ne vado contento. Non penso più alle cose tristi. alla morte.

Andrea                          - Pensi alla vita. La morte fa paura a tutti, ai grandi e ai piccini, ai giovani ed ai vecchi.

Giulio                            - (intervenendo) Questo lo dice lei.

Andrea                          - Il signor Giulio. Ci mancava.

Vecchio                         - (picchia col bastone a terra, contrariato)

Fedora                           - (che si è messa a sedere nel suo angoletto a fare la maglia) Buongiorno, signor Giulio. Come sta la signora, stamane?

Giulio                            - Male. (verso l’interno) Il vecchio che viene qui al mattino per guardare le gambe della signora Eugenia. (al vecchio) Ma è stupido aver paura della morte. La morte non deve far paura. (verso l’interno) Non è così, cara? (agli altri) Hanno sentito? Lo dice proprio lei, mia moglie, che è malata, che agonizza. Eppure non ha paura.

Vecchio                         - Per favore, lasci stare questi argomenti.

Fedora                           - (al vecchio) La povera signora è ammalata sul serio, sa? Viene ogni giorno il dottore, se n’è convinta, ormai, anche la signora Eugenia che non ci credeva.

Giulio                            - Vede, cavaliere, tutto sta nel familiarizzarsi con l’idea. (forte per farsi sentire nell’interno) Perché , la morte cos’è? Nulla un poco di fiato che se ne va. così. (si soffia sul palmo della mano). e addio al mondo, addio a tutto. La morte non è che pace, cavaliere. non è che silenzio. (verso l’interno) Come dici, cara?. Certo che verrà anche per te, la morte. Si fa desiderare ma verrà. E presto, anche. Forse oggi, forse domani. (agli altri) È impaziente. Impaziente di morire.

Fedora                           - Sempre allegro il signor Giulio, sempre di buonumore.

Giulio                            - Ha paura di non morire. Devo consolarla. (entra in casa)

Vecchio                         - (evidentemente sollevato) E come mai non è ancora scesa la padrona?

Andrea                          - Le piace dormire fino a tardi. Mi chiama, le porto il caffè. (insinuante). Lei è ancora a letto. Se lo beve e si rimette a dormire.

Vecchio                         - E così lei la vede tutte le mattine in camicia da notte?

Andrea                          - Sì.

Vecchio                         - Beato lei.

Fedora                           - (a sé) Non dev’essere certo una meraviglia, quando si sveglia. Senza rossetto, senza crema in faccia. passatella com’è.

Vecchio                         - E. se non sono indiscreto. che camicia da notte porta? Di pizzo?

Andrea                          - No, una camicia da notte come le monacelle.

Fedora                           - Chiamale monacelle.

Giulio                            - Sanno che mi ha detto mia moglie? (come compare sul balcone sorridente, il vecchio sbuffa) Che quando è nata s’è abituata alla vita, ed ora che la vita se la sente sfuggire, cerca di abituarsi alla morte. Del resto è logico. (gaiamente) Alla morte ci si deve abituare poco a poco. Un giorno un pensiero, il giorno dopo un altro e un altro ancora. E così, ci si arriva a non averne più paura. E si spera che arrivi, con gioia, come da ragazzi si pensava ad una vacanza. (al vecchio) Lei che ha raggiunto una certa età, tutto questo dovrebbe capirlo.

Vecchio                         - (furibondo) Sa cosa faccio, io, invece? Faccio le corna. Le corna.

Fedora                           - (sbirciando divertita) E le fa davvero. Le fa davvero.

Giulio                            - (imperturbabile) Questi gerani, per esempio, ancora poche settimane fa erano in fiore. Ora, di tanti fiori non n’è rimasto che uno. (verso l’interno) Un fiore lilla, cara, un fiore lilla. (agli altri) Ma anche questo, domani, dopodomani, fra tre giorni cadrà. E verrà il giorno in cui anche queste piante, che ora sono così verdi, seccheranno, e, allora, addio foglie, addio fiori. Altri ne verranno, ma queste non ci saranno più. (ride) In questo mondo è così per tutti. Muoiono gli alberi, i fiori, i pesci, le giraffe. Perché non dovremmo morire anche noi? È la legge. La vita, poi la morte. Che vorrebbe lei, l’immortalità?

Vecchio                         - (c.s.) E chi dice questo? Mi faccia il piacere, caro signore, si occupi degli affari suoi. Mi danno ai nervi le sue storie. (ad Andrea) Vengo qui per scacciare certi pensieri e debbo invece sentire le prediche che quello mi fa dal balcone. (fa per alzarsi)

Andrea                          - Non gli faccia caso. non gli faccia caso.

Fedora                           - Del resto, che ha detto di male? Cose vere, cose vere.

Giulio                            - (al vecchio che alza le spalle seccato) Scusi, ma a lei piacerebbe potersela prolungare la vita?

Vecchio                         - Ed anche a lei.

Giulio                            - (scoppia a ridere) Sbaglia. A me invece non piacerebbe ed a mia moglie neppure. (rientrando in casa) Che matto! Che matto.

Vecchio                         - (si alza e tirandosi su il bavero del cappottino) Che discorsi! Già con queste foglie che cadono e il vento freddo che tira, alla mia età, la malinconia fa presto a venire. Ci mancava ancora quell’altro. (paga) Tenga il resto.

Andrea                          - Grazie cavaliere.

Fedora                           - Signore? Ehi, signore? Guardi che ci vuole la lana per non prendersi i malanni d’inverno. Io ho delle maglie pesanti che.

Vecchio                         - (le volta le spalle)

Fedora                           - Non si lamenti, poi, se si buscherà una polmonite.

Vecchio                         - (fa le corna, poi ad Andrea) Mi saluti la sua padrona. Non dimentichi di dirle che tornerò domani, come al solito. Ma prima di sedere, baderò che quelle persiane siano ben chiuse.

Andrea                          - Arrivederla, cavaliere.

Vecchio                         - (andandosene) Faccio le corna. faccio le corna.

Fedora                          - Si compri delle buone maglie di lana, invece. (vedendo il vecchio andarsene senza farle caso, riprende a fare la maglia)

Andrea                          - (riporta la tazza del caffè nel bar. Giulio riappare al balcone)

Giulio                            - Instancabile, la signorina Fedora.

Fedora                           - A me il lavoro piace. Non sono come certe donne, che se ne stanno tutto il santo giorno con le mani in mano. E a quarant’anni suonati hanno le voglie come le ragazzine. Io, signor Giulio, non sono sposata. Dirò di più, non ho mai avuto un uomo che. (di fuori il grido della fruttivendola “Frutta! Frutta fresca!”)

Giulio                            - Ecco la fruttivendola.

Fedora                           - Un’altra pettegola, quella. Curiosa e chiacchierona.

Flaminia                        - (mentre Fedora rientra nel negozio con la sua sedia, fa il suo ingresso spingendo il carrettino) Frutta, donne. Frutta!

Giulio                            - Buongiorno, signora Flaminia.

Flaminia                        - Buongiorno a lei, signor Giulio. Come sta sua moglie?

Giulio                            - (ascolta un attimo verso l’interno, poi) Sa che mi sta dicendo? Di comprare delle albicocche. Delira, poveretta, già delira. È così debole, stamattina.

Flaminia                        - È troppo tempo che porta la sua croce.

Giulio                            - In due la portiamo, in due.

Flaminia                        - Pazienza, ci vuole pazienza. I soliti limoni?

Giulio                            - Sì, ancora una dozzina. (scende il cestello) Sa quanti limoni ho comprato da quando è cominciata la malattia? 4366. Il succo di 4366 limoni s’è bevuta, quella poveretta. Ed ancora è viva.

Flaminia                        - (ha messo i limoni nel cestello) Tiri pure su, signor Giulio.

Giulio                            - Ed ora saranno 4378. (tirando su il cestino) Che ha di buono, stamattina?

Flaminia                        - Fichi, uva, pesche. Guardi l’uva, è vaniglia. Questo grappolo pesa più di tre chili. Gli acini sono grossi come uova di piccione.

Giulio                            - (verso l’interno) Vedessi che uva. Bionda come miele. (silenzio) Non risponde. Non risponde più. Che sia morta? (entra nell’interno)

Fedora                           - (che stava spiando dalla bottega, si avvicina al carrettino)

Flaminia                        - Che uva, eh?

Fedora                           - La frutta dà acidità.

Flaminia                        - Lei alla frutta? (Fedora non risponde e va a spolverare)

Giulio                            - (appare sul balcone) Si è addormentata. È così debole stamattina. Il cuore quasi non batte più. Si muove appena. Piano, piano, come una piuma. Arrivederci, signora Flaminia. A domani. E domani i limoni saranno 4690. (rientra in casa)

Flaminia                        - A domani. (girando il carretto per poco non urta Fedora)

Fedora                           - Ehi, attenzione con quel carretto, mi viene addosso.

Flaminia                        - Stia tranquilla, ché ci tengo alla mia frutta. (si ferma davanti al caffè) Frutta! Frutta fresca, donne!

Eugenia                         - (uscendo) Buongiorno, signora Flaminia.

Flaminia                        - Non mi aveva sentito, stamane?

Eugenia                         - Aspettavo che quello lassù se ne fosse andato.

Flaminia                        - Bisogna aver pazienza, disgraziato anche lui. Da quanti mesi tira avanti così? Io, piuttosto di partire, come quella, preferirei morire sul colpo, senza nemmeno dire “mamma”.

Eugenia                         - E io che non volevo credere che fosse malata.

Fedora                           - (a sé) E che dicevo io?

Flaminia                        - Guardi che bella frutta, stamane. Ancora bagnata di rugiada. E che colori. Che mi compra?

Eugenia                         - Ho ancora frutta di ieri. Mio marito stava male ed ha saltato il pasto. Eh, un uomo come ce ne sono pochi. E dovevo metterci sopra le mani proprio io.

Fedora                           - (a sé) E si lamenta lei che ha un marito.

Flaminia                        - Certo, per una donna come lei il signor Lino non è l’uomo più adatto.

Fedora                           - (a sé) L’ha consumato lei. proprio lei.

Eugenia                         - Mi dia un poco d’uva.

Flaminia                        - Bianca o nera?

Eugenia                         - Bianca. Un grappolo mi basta. Me la mangerò subito e questa sarà la mia allegria. Gli acini sono come i baci, dicono le canzoni. Ed io, in mancanza di baci, mi accontenterò di acini. (posa il grappolo che Flaminia ha pesato nel cestino sul tavolo) Andrea, un caffè.

Flaminia                        - Allora. buona giornata.

Eugenia                         - (pagando) Le giornate buone sono finite. Ma non disarmo e continuo a sperare.

Flaminia                        - (avvicinandosi col suo carrettino) Coraggio, ognuno ha la sua spina.

Eugenia                         - (sedendo) Spina. Io ne ho un cespuglio.

Flaminia                        - (esce, si sentirà il suo grido allontanarsi)

Eugenia                         - Buongiorno, signorina Fedora.

Fedora                           - Oh, si è alzata? Io sono in piedi da tre ore.

Eugenia                         - Io invece ho dormito fino adesso. Ho dormito e ho sognato.

Fedora                           - Guardi questi nastri in vetrina. Mi si sono tutti sbiaditi.

Eugenia                         - Almeno si sono goduti il sole. (beve un sorso del caffè che Andrea le ha portato) Che porcheria! (lascia il caffè per l’uva)

Andrea                          - La miscela è buona.

Eugenia                         - Ma il caffè è pessimo.

Andrea                          - S’è svegliata male?

Eugenia                         - Se fossi una donna e ti costringessero a dormire con un uomo come mio marito, ti sveglieresti male anche tu, caro mio.

Andrea                          - Scusi, ma quando se l’è sposato, che s’immaginava? Che avesse delle virtù segrete? E, poi, cara signora, se invece di sognare la luna, si accontentasse di qualcosa più a portata di mano.

Eugenia                         - Sì, fammi anche tu la corte. Ma che ti credi? Che mi diverta a giocare con gli stecchi?

Andrea                          - (avviandosi verso il caffè) Ah, è venuta a cercarla.

Eugenia                         - (pronta) Chi? Il dottore?

Andrea                          - Il vecchio signore che le guarda le gambe. (via)

Eugenia                         - (sospira) Mio marito, il vecchio e. tu. Belle conquiste!

Fedora                           - (a sé) E si lamenta. E si lamenta.

Eugenia                         - Eppure brutta non sono, sto bene di petto e di fianchi, le gambe le ho dritte, il muso è fresco e liscio. In più ho temperamento, un carattere tutto festa. Perché a certi uomini non devo piacere? Me lo sai spiegare?

Fedora                           - Signora Eugenia, scusi se mi permetto, ma una donna per bene.

Fedora                           - Nessuno ha chiesto il suo parere.

Fedora                           - Volevo solo farle osservare che.

Eugenia                         - E vorrebbe farmi osservare qualcosa lei, una zitella!?!

Fedora                           - Meglio una zitella che.

Eugenia                         - Forza, dica. Dica la parola.

Giulio                            - (dal balcone) Sss! Silenzio, per favore, mia moglie dorme.

Andrea                          - (sbucando dal caffè) Calma. Possibile che ogni giorno debbano litigare?

Eugenia                         - (tornando al suo posto) Sempre lì, le orecchie tese a succhiare i nostri discorsi.

Fedora                           - Alla sua età, far la gatta innamorata. Vergogna! (rientra)

Andrea                          - Lei è troppo nervosa.

Eugenia                         - Nessuno mi vuole.

Andrea                          - (malizioso) Un tuffo lo si deve fare dove l’acqua è fonda. I medici hanno poco tempo per le donne.

Eugenia                         - (più calma) Se almeno mi dicesse un “No” secco, secco, cercherei da un’altra parte. O mi rassegnerei. Viene ogni giorno, mi sorride. Scopro un poco le gambe e lui me le guarda. E io, anche con le parole gli faccio capire che mi piace.

Andrea                          - E lui non si decide?

Eugenia                         - Mi parla, sorride. e poi corre da quell’altra parte. Preferisce ad una donna viva, una donna che muore.

Andrea                          - Il mondo è pieno di uomini.

Eugenia                         - (lontano) Già.

Andrea                          - Lei ne fa una malattia.

Eugenia                         - E tutto per quella lassù.

Andrea                          - Non se la prenda con lei. Ha un brutto male.

Eugenia                         - Vorrei sapere qual’è il suo male.

Andrea                          - Lo domandi al dottore.

Eugenia                         - Eh, quello non si sbottona. Non si sbottona mai.

Andrea                          - E pensare che vicino c’è chi non aspetta che una parola per.

Eugenia                         - E chi sarebbe?

Andrea                          - Io, signora Eugenia.

Eugenia                         - Tu? (scoppia a ridere) Ma se, per darmi un abbraccio come si deve, dovresti prendere le ferie. Per mettermi con te, tanto vale mio marito.

Ercole                            - (da d.) Eugenia? Eugenia?

Eugenia                         - Che c’è tesoro? (ad Andrea) Questo è un uomo, un atleta, un campione.

Ercole                            - (entrando) Che stai dicendo, tesorino?

Eugenia                         - Che sei bello, forte ed eccitante. L’uomo dei miei sogni.

Andrea                          - (ride)

Ercole                            - (compiaciuto) Dice sempre che le piaccio. (Andrea entra nel locale)

Giulio                            - (appare sul balcone) Scusi, signora Eugenia.

Eugenia                         - Che c’è?

Giulio                            - (preoccupato) Appena arriva il dottore, lo faccia salire.

Eugenia                         - Perché ? Che succede?

Giulio                            - Mia moglie sta male. Questa volta è la fine. (commosso) Sento che se ne va. Le voglio restare vicino. (rientra)

Ercole                            - Mi pare preoccupato sul serio.

Eugenia                         - Se fai caso a quello. Che vuoi da me?

Ercole                            - Senti, tesoro, quel vermouth che abbiamo comprato a damigiane, bisognerebbe imbottigliarlo.

Eugenia                         - E tu imbottiglialo.

Ercole                            - Sì, ma bisogna che tu mi aiuti.

Eugenia                         - Io non posso. Ho appena finito di mettermi lo smalto alle unghie.

Ercole                            - Puoi metterti i guanti di gomma.

Eugenia                         - E, poi, ho il vestito nuovo.

Ercole                            - Ti metti un grembiule.

Eugenia                         - E, poi, non ne ho voglia.

Ercole                            - Ma, Eugenia, quel vermouth.

Eugenia                         - Oh, Lino. Se non ce la fai da solo, ti fai aiutare da Andrea. C’è il sole, me lo voglio godere.

Ercole                            - Io non sento la fatica quando lavoro con te.

Eugenia                         - Io. doppia. Vattene in cantina. Cammina. (vedendo il dottore arrivare) Lasciami sola: devo parlare col dottore.

Ercole                            - Ancora disturbi?

Eugenia                         - Ed aumentano se non ti togli dai piedi. Buongiorno, dottore.

Ercole                            - Buongiorno, dottore. (entra nel caffè, ma resta sulla porta)

Fedora                           - (mettendo fuori la testa dalla merceria) Buongiorno, dottore.

Dottore                         - Buongiorno a tutti.

Eugenia                         - Si accomodi qui, vicino a me, dottore. (al marito) E tu in cantina, in cantina. (Ercole scompare)

Fedora                           - (venendo verso il dottore) Scusi, dottore, ma da qualche giorno ho un male qui. in gola. e ho paura che sia.

Eugenia                         - Non è nulla. Gola infiammata, gliel’ho già detto io.

Fedora                           - (spalanca la bocca) Guardi qui.

Eugenia                         - (seccata e nervosa) Non è nulla, vero, dottore?

Dottore                         - Veramente qui, senza lo specchietto.

Eugenia                         - Le pare che la possa visitare in mezzo alla strada? Lo lasci in pace, il dottore. Se ha bisogno di lui, vada a trovarlo nello studio.

Fedora                           - Come ha fatto lei?

Eugenia                         - Sissignora, come ho fatto io.

Fedora                           - Io almeno avrei un motivo, mentre lei.

Eugenia                         - Mentre io.

Fedora                           - Mentre lei.

Eugenia                         - Mentre io. Dunque, forza, parli.

Dottore                         - Succhi pastiglie di clorato di potassio, e il mal di gola le passerà.

Fedora                           - Grazie, dottore. (se ne torna a testa alta in merceria)

Eugenia                         - (dopo un silenzio) Allora, dottore, ha un momento per me?

Dottore                         - Deve parlarmi?

Eugenia                         - (dolorosa) Credo piuttosto che sia lei.

Dottore                         - (tossicchia imbarazzato)

Eugenia                         - (seria, dolorosa) Allora?

Dottore                         - Vede, signora Eugenia, lei non può capirmi. Mi sento avvilito, umiliato. Eppure non posso giustificarmi, non posso scusarmi.

Eugenia                         - (ironica) Andiamo, dottore, l’aiuto io. Forse ieri sera ha avuto una chiamata urgente, proprio mentre stava per venire da me. È così, vero? Io capisco. Prima si è medici, poi si è uomini.

Dottore                         - (imbarazzato) No, non avevo visite da fare, non m’hanno chiamato.

Eugenia                         - Allora? (pausa) Non le pare, dottore, che questa storia stia diventando troppo lunga? O devo invece ammettere che lei si diverta a prendermi in giro.

Dottore                         - Signora Eugenia, io.

Eugenia                         - (sfogandosi) Mi dica almeno cosa debbo pensare. Io ci perdo la testa. Lei viene qui, ogni giorno, mi guarda, mi sorride, resta a parlare con me. mi fa la corte. Sissignore, non lo deve negare: mi fa la corte. Quante volte mi ha detto che sono una bella donna? E poi, una donna sente quando piace a un uomo. Io ho della simpatia per lei, cerco di aiutarla. di venirle incontro. E lei che fa? Scappa via. Vengo ben tre volte nel suo studio con la scusa. sissignore, ho detto bene. con la scusa di farmi visitare. lei mi riceve, gentile e cortese, ma in presenza dell’infermiera. Anzi non lascia che se ne vada, come se non desiderasse star solo con me. Poi ieri, finalmente, lei si decide a darmi un appuntamento. Su mia richiesta, ammettiamolo, ma un appuntamento. Io aspetto. aspetto. E lei non viene. Non si fa vedere. (scattando) Ora basta, dottore, spieghiamoci una volta per tutte. Se crede di poter continuare così. sbaglia. Non sono di quelle che si lasciano giudicare da un uomo. Nemmeno da un dottore come lei. Insomma, che le ho fatto? (appassionata, dolorosa) Se la corte me la fa soltanto così. perché un uomo si sente quasi in obbligo di far la corte ad una donna che gli sta di fronte. la smetta, per favore. La smetta e mi lasci stare. E non si fermi più da me, prima di salire da quell’altra. Non cerchi più il mio sguardo mentre beve il suo caffè. Non abbassi lo sguardo per guardarmi le gambe. (sincera) Abbia pietà di me, lei che ne ha tanta per quell’altra. Perché io soffro. Lo vuol capire che soffro? Perché continua ad illudermi, se, poi, non ne vuol sapere di me? (pausa) Mi risponda. (più calma) L’ho aspettata più di un ora, ieri sera. Mettevo continuamente l’orologio indietro per illudermi che potesse ancora venire. (vedendo che Fedora ha messo la testa fuori per sentire, urla) E si occupi degli affari suoi, zitella inacidita! (Fedora sparisce. Di nuovo umile, dolorosa) Parli, dottore, mi dica qualcosa.

Dottore                         - (serio, pensoso) È inutile continuare, Eugenia. Lei ha ragione e io ho torto. Le domando scusa e non parliamone più.

Eugenia                         - (scattando) Ah, no, troppo comodo. Bisogna parlarne, invece. È arrivato il momento di una spiegazione. E io la pretendo.

Dottore                         - La pretende?

Eugenia                         - Si.

Dottore                         - E, allora, va bene. Come vuole. C’è qualcosa che m’impedisce di vederla.

Eugenia                         - Qualcosa o qualcuno? Dottore, chiaro, per favore.

Dottore                         - Qualcosa. qualcuno. (piano, semplicemente) La morte.

Eugenia                         - Eh? Cosa dice?

Dottore                         - La morte, sì, la morte. Lasci che le spieghi, signora, permetta che parli io, ora. (silenzio. Poi come una confessione) Io la vedo con piacere, la guardo come dice lei, con allegria, con gusto, come guarderei la vita. Quando le sono vicino provo, è naturale, tutto quello che un uomo normale prova per una bella donna. Ma quando sono lontano da lei e mi sorprendo a pensarla. Allora, non capisco perché. è un pensiero che mi ricorda la morte, il suo. E non riesco a vincerlo, questo pensiero, non riesco neppure a combatterlo.

Eugenia                         - Ma che c’entra la morte con me? Se io scoppio di salute!

Dottore                         - Lo so, lo so. Sarebbe bastato che la sua casa fosse stata un poco lontana di qui, in un’altra piazza. anche soltanto là, svoltato l’angolo. Allora tutto sarebbe stato diverso, bello e facile come un pensiero d’amore.

Eugenia                         - Ancora più chiaro, dottore, non arrivo a capire.

Dottore                         - Veramente credevo d’essermi spiegato. Insomma, quello che voglio dire è che, nel mio pensiero, lei si associa ad un’altra donna che.

Eugenia                         - Comincio a capire.

Dottore                         - (s.r.) Le parrà assurdo, le parrà pazzesco. Eppure lei, così piena di vita. di salute, di sangue. nel mio pensiero si associa ad un’altra donna. quella lassù. che è già fatta di morte. Lei qui, giù, la vita. L’altra, sopra, la morte. Eppure, lontano di qui. voi due diventate una cosa sola. E non posso più pensare a lei, Eugenia, come alla vita, senza pensare all’altra come alla morte. E non riesco a liberarmi da quest’impressione. non riesco.

Eugenia                         - (quasi a sé) Ma che abbiamo in comune noi due?

Dottore                         - Non lo so. Ma io ogni giorno vedo lei qui che mi aspetta, sana, sorridente. E, poi, salgo e vedo quell’altra sfatta, dolorosa. con quel marito, vicino, che non fa che parlare di morte. la cassa accanto al letto, pronta a riceverla.

Eugenia                         - La cassa? Che dice? La cassa già pronta?

Dottore                         - E la morte nell’aria, capisce? La morte dappertutto, come una presenza: dentro la casa, nelle stanze. ed anche fuori. sul balconcino, lassù tra i gerani. La morte nella strada. la morte anche qui, attorno a lei, Eugenia. Io sono medico, lo sa. E la morte mi dovrebbe essere familiare come una nemica consueta. Perché ne ho vista di gente andarsene. Ma mai così, con questo amore che culla la morte. Perché è amore, quello lassù, amore sano, amore vero. Ma amore e morte sono così uniti che fanno tutto uno. Pare incredibile, ma è così. E, allora, quando me ne vado di qui, e penso a lei, signora Eugenia, tutta questa atmosfera si impadronisce di me. non posso perciò pensare ad un atto d’amore con lei. La vedo, mi piace, la desidero quando son qui. forse perché qui lei mi rappresenta la vita. Ma se mi allontano, la sua presenza fisica sparisce e rientra anche lei a far parte di tutto quando la circonda. La morte s’impossessa anche di lei, signora Eugenia. Ed è inutile. Non posso più pensare di poterle dire nemmeno una parola d’amore.

Eugenia                         - (è tutta tesa verso di lui cercando di poter capire, sforzandosi di arrivare ad intendere. Ma la sua collera e la sua umiliazione sono più forti. Esplode) Ma, allora, lei che uomo è? Che uomo è?

Giulio                            - (richiamato dal grido di Eugenia, viene fuori dal balconcino) Il dottore è arrivato. Perché non m’ha chiamato subito? Deve salire, deve salire. Presto, presto, mia moglie è grave. Non apre più gli occhi. Fa fatica a respirare. Non parla più?

Fedora                           - (viene in scena)

Dottore                         - (senza guardare in faccia Eugenia, entra nel portoncino)

Eugenia                         - (guarda Giulio con uno sguardo carico d’odio)

Giulio                            - (si ritira subito in casa)

Eugenia                         - (esasperata, si agita come una belva. Poi con rabbia e con furore, scatta) Gliela farò vedere io a quel mostro.

Fedora                           - Cos’è successo? Che c’è? (Eugenia non ce la fa a parlare) Mi dica, si sfoghi con me. In fondo siamo amiche, no?

Eugenia                         - (esplode in un urlo) Ercole! Andra! Venite!

Fedora                           - Ma com’è pallida, signora Eugenia. Che c’è? Cos’è successo?

Ercole                            - (arriva dalla cantina asciugandosi le braccia al grembiule) Che c’è? (dietro di lui entra Andrea)

Eugenia                         - (indicando il balcone) È lui che le fa morire.

Ercole                            - Ma di chi stai parlando?

Andrea                          - Lui chi? Il marito?

Fedora                           - Spieghi come stanno le cose. Con calma.

Eugenia                         - È un pazzo. Bisogna farlo rinchiudere. Fa crepare sua moglie.

Fedora                           - Il signor Giulio? E come lo sa?

Eugenia                         - Me l’ha detto il dottore, ma era prima che avrebbe dovuto parlare.

Fedora                           - Ma che ha fatto? L’ha avvelenata?

Ercole                            - Calmati, cara. Non sono cose che ci riguardano.

Andrea                          - Ma che è successo, insomma?

Eugenia                         - Lui, quel pazzo. il marito, le tiene la cassa preparata accanto al letto. Alla moglie. Per invogliarla a morire. Per allenarla alla morte.

Fedora                           - Uh, questa è nuova. la cassa. Ecco perché non ci lascia salire da lei.

Andrea                          - Ma non è possibile, sono fantasie.

Ercole                            - Non impicciarti. Tra moglie e marito, non mettere il dito, lo dice il proverbio.

Eugenia                         - Ma non capisci? Non capisci? Dal giorno in cui s’è ammalata. le ha messo la cassa accanto al letto.

Giulio                            - (più pallido, col volto più scavato del solito, esce dal portone e si avvicina) Sì, proprio così. E loro che cos’hanno a ridire?

Eugenia                         - Lo sentite? Lo sentite?

Fedora                           - Ed ha anche il coraggio di affermarlo. È un sadico. (contenta di aver trovato la parola giusta, la ripete) Un sadico, un sadico.

Andrea                          - Andiamo, signor Giulio, non dirà che sia bello quello che fa.

Eugenia                         - Solo un criminale, solo un pervertito può.

Ercole                            - Calma, Eugenia, calma.

Eugenia                         - Ma che calma. In galera dovrebbe andare.

Giulio                            - Scusi, perché? È una bella cassa, di legno pregiato, lavorato ad intarsio. Fatta su ordinazione da un falegname di fiducia.

Eugenia                         - Degenerato!

Fedora                           - Sadico!

Andrea                          - Ed ha ancora il coraggio di parlare.

Ercole                            - Eh, si dovrebbe. (incoraggiato da Eugenia). vergognare!

Giulio                            - Vergognarmi? E perché? È una bella cassa, le ripeto, di legno pregiato. Ed ogni giorno vi aggiungo un ornamento. un cuscinetto, un fiocco. un nastro, che so io? L’ho foderata tutta in raso verde. Verde come il suo vestito. (Eugenia fa un salto indietro). Un lavoro difficile per chi non sa cucire. Di raso verde perché il verde è il colore della speranza.

Eugenia                         - Speranza che muoia.

Giulio                            - Proprio così. E vi ho messo dentro un guancialetto di piume che è una bellezza, con una fodera di lino rosa, tenero, tenero. Potrà affondarvi la testa come in una spuma. (movimento d’indignazione generale) E sopra, sul coperchio, dalla parte interna, ho dipinto delle stelle. delle stelle grandi, dorate ed azzurre, come quelle che sanno dipingere i bambini. Quando il coperchio si chiuderà, lei rimarrà avvolta in quel raso verde e, sopra, non avrà che stelle.

Fedora                           - Ma sua moglie è viva!

Giulio                            - (imperturbabile) Però morirà.

Andrea                          - E lei ha il coraggio di prepararle la cassa? A sua moglie che è ancora viva? A sua moglie!

Giulio                            - (candido) E se non fosse mia moglie, crede che gliela preparerei con tanta cura? Se non le volessi il bene che le voglio, proprio perché è mia moglie, scusi, ma che senso avrebbe? Ma se lei stessa mi approva, mi sorride, mi consiglia. Se anche lei capisce e me ne è riconoscente?.

Andrea                          - Ma la fa morire di spavento, quella disgraziata.

Giulio                            - Ma che spavento. È malata.

Eugenia                         - Andremo noi da sua moglie, ora. La faremo portar via da quella sua casa maledetta, la faremo ricoverare in una clinica, in un ospedale. E lei lo rinchiuderanno in un manicomio.

Ercole                            - Eugenia, perché te la prendi così?

Fedora                           - La signora ha ragione. È sensibile come lo sono io. E alle persone sensibili queste cose.

Andrea                          - Io rimango di stucco.

Fedora                           - Andiamo, signora Eugenia, saliamo dalla signora e le diremo che.

Giulio                            - Andare da mia moglie? Loro?

Eugenia                         - Certo! La faremo uscire noi da quell’incubo.

Ercole                            - Non ti eccitare, tesoro, stai calma.

Eugenia                         - Ma che calma! Ridaremo la vita noi a quella disgraziata.

Fedora                           - Insieme, andremo insieme.

Giulio                            - (guarda tutti senza capire perfettamente e poi) No, loro da mia moglie non andranno perché io lo impedirò. Cosa vogliono? Rovinare tutto? (sincero) Ma non capiscono che sono mesi e mesi che la preparo a morire così. che sono mesi e mesi che le sto vicino abituandola a pensare alla morte con dolcezza, senza paura. così come un ragazzo pensa a un giuoco per il giorno dopo?. E credono forse che mi sia stato facile? Che sia piacevole tenere una cassa da morto in casa e tra un fiocco e l’altro sorridere e scherzare? Che non senta un peso, qui, sul cuore, mentre dipingo le stelle? Ma mi sono fatto forza, sono riuscito a calmarla, a farla sorridere, mia moglie. Ed ora è serena. e la morte l’aspetta contenta, come una volta aspettava un nuovo giorno che doveva venire. Un giorno di vento, di pioggia o di sereno. (le sue parole così commosse hanno lasciato tutti un poco sconcertati)

Ercole                            - (imbarazzatissimo, scuote la testa, allarga le braccia in un gesto ampio) Eh, cari miei, la morte è la morte. (e se ne va ripetendo stupidamente questa frase)

Fedora                           - Che c’entra la pioggia o il sereno?

Eugenia                         - Però, se potessi parlare io a sua moglie, sa cosa le direi?

Giulio                            - Che le direbbe? Che la cassa andrà sottoterra? Che il suo corpo marcirà? Che la sua carne farà vermi? Per farle paura? Per vederla piangere e disperarsi? Per vederla soffrire al pensiero di andarsene da questo mondo e staccarsi da me? No, signora, la lasci in pace mia moglie. A lei penso io, che sono suo marito. Io, io soltanto. (supplichevole) E poi. ne ha così per poco, ormai. Lasciate che muoia in pace. Non voglio che soffra, ora, che mi deve abbandonare.

Dottore                         - (appare sul balconcino) Signor Giulio.

Giulio                            - Dottore?

Dottore                         - Venga su. Le stia vicino, in questo momento.

Giulio                            - (agli altri) Non se ne abbiano a male. Cerchino di comprendermi. (entra nel portoncino)

Fedora                           - (al dottore che è ancora sul balcone) E allora, dottore, come sta?

Dottore                         - (fa un gesto come per dire che non c’è più nulla da fare e rientra in casa)

Andrea                          - Il dottore avrebbe dovuto sentire il dovere di denunciarlo, se le cose stanno come dice.

Fedora                           - (allusiva) I medici, buoni quelli! Si preoccupano soltanto dei loro onorari. Poco fa, tanto per dire, ho detto al dottore che avevo mal di gola. Non m’ha neppure guardato. M’ha detto di prendere delle pastiglie di. come si chiamano?. Di potassio. come un qualsiasi garzone di farmacia. Ma se fossi andata da lui e avessi pagato la visita.

Eugenia                         - (dura) Gli peserà sulla coscienza la morte della moglie. Impazzirà per il rimorso. E quell’altro poi che.

Andrea                          - (a Eugenia) Ma lei ce l’ha con il signor Giulio o col medico?

Eugenia                         - (alza le spalle seccata)

Dottore                         - (esce dal portoncino e siede a un tavolo) Un caffè, Andrea. Fortissimo, mi raccomando. (Andrea entra nel caffè)

Fedora                           - E allora, dottore, dica. ci dica.

Dottore                         - (è pallido, preoccupato) Si sta spegnendo.

Eugenia                         - (ironica) Dovrebbe essere abituato a veder la gente morire. Fa parte della sua professione.

Dottore                         - Lo so. (pausa) Però lei non può immaginarsi come ripugni, a volte, restare impotenti. senza far nulla. Veder la morte venire e.

Eugenia                         - (con sarcasmo) Paura?

Fedora                           - Lei?!?

Dottore                         - Non è paura, Eugenia. È. (vorrebbe spiegarsi, ma non può. Mette la mano su quella di Eugenia. Eugenia ritira la sua mano)

Fedora                           - Si spieghi, dottore: se non è paura, cos’è?

Giulio                            - (appare sul balconcino e parlando con voce commossa verso l’interno) Sì. c’è ancora un geranio fiorito, cara. L’ultimo. Lilla. (coglie il fiore) Te lo metterò tra le mani e tu lo stringerai. lo stringerai. (rientra in casa)

Dottore                         - (reagendo alla commozione) Insomma, Andrea, questo caffè? (a Eugenia e Fedora, cercando di controllarsi e ridere di se stesso) È stupido, ma spesso noi uomini diventiamo così deboli. così deboli. non c’è che dire: voi donne siete più forti di noi.

Andrea                          - (esce dal caffè) Ecco il caffè, dottore, fortissimo e bollente.

Dottore                         - (beve il caffè)

Giulio                            - (appare sul balconcino) Dottore? Dottore?

Dottore                         - Vengo subito, signor Giulio. (posa la tazza)

Giulio                            - No. no. (fa appena un cenno come per dire che è inutile. Poi con la voce soffocata tra il pianto e il riso) Se n’è andata sorridente, dottore. se n’è andata senza soffrire. Faccia con comodo, dottore. Non c’è più nulla da fare. (rientra)

Eugenia                         - (ha un sospiro di sollievo)

Dottore                         - (fa per avviarsi)

Eugenia                         - (lo prende per un braccio) Non deve avere più fretta, dottore. Un momento ancora. Resti qui.

Dottore                         - (è troppo commosso per accorgersi ora di Eugenia. Rimane immobile, assorto)

Fedora                           - E ora, la cassa servirà.

Andrea                          - (prende la tazza del caffè e le porta via)

Fedora                           - (guarda il dottore, guarda Eugenia. Uno scampanio lontano) Uh, mezzogiorno. Ho dimenticato persino di farmi da mangiare, stamattina. (fa per avviarsi) Signora Eugenia, andiamo insieme, oggi, a farle visita? (indica il balcone)

Eugenia                         - (fa un cenno di sì. Fedora entra nella merceria)

Dottore                         - (si stacca da Eugenia e si avvia verso il portoncino)

Eugenia                         - (sfogandosi, senza più controllo, grida in mezzo alla piazza quasi apostrofando la morta) Cos’è? Me lo vuoi portare via anche da morta? Neanche ora me lo vuoi lasciare? (sempre più eccitata) Ma che ti credi? Di poter vincere sempre tu? Ti sbagli! Ho più diritto di averlo di te. Ora sono io, che sono viva, la più forte. (scoppia a piangere in un pianto forte, disperato. Sul balconcino si vedono le mani del dottore socchiudere le imposte)

Giulio                            - (apre il portoncino e vi inchioda un cartoncino listato a lutto. Poi richiude rientrando in casa)

Eugenia                         - (continua a piangere)

Flaminia                        - (fuori scena, fa sentire il suo grido da lontano) Frutta! Frutta fresca, donne! (mentre cala la tela)

TERZO ATTO

La stessa scena. Sul balconcino illuminato non ci sono più gerani. È verso sera. Si vedrà Giulio gesticolare dietro ai vetri come se parlasse. In scena sono Fedora ed Ercole, che stanno dipanando della lana.

Fedora                           - Dice bene, lei. Ma io sono sola. Non perché mi siano mancati i partiti. Anzi, tutt’altro. Ma sa com’è? Una donna quando è giovane fa la difficile. Questo è troppo grasso, quello è troppo magro, quello ha la pancia, questo ha le gambe corte. Eccomi, perciò, alla mia età, sola.

Ercole                            - Io mi sono sposato tardi, ma che moglie mi sono trovato. Eugenia ha il suo carattere, non lo nego. Critica quello che faccio, urla, brontola. ma che cuore, che cuore. E io con lei sono, come lo posso dire? Sono.

Fedora                           - Molle, troppo molle.

Ercole                            - Eh?

Fedora                           - (alludendo alla matassa) Le braccia sono molli. Le tenga più tese. Così dipano meglio. E allora sua moglie se ne vuole andare di qui, vero?

Ercole                            - Desidera un localino in centro. E come non darle ragione? Qui non c’è vita, non c’è commercio.

Fedora                           - Io non è che faccia affari, ma le mie cosette, le vendo. Tutte le donne del quartiere vengono da me per comprare. Non è certo merce che dia un forte utile. Ma sono sola e, per vivere, mi basta poco.

Ercole                            - Anch’io sono contento di andarmene di qui. Questo silenzio, questa calma mettono malinconia.

Fedora                           - Io mi comprerò un cagnolino, un bastarduccio qualsiasi. Tanto per avere qualcosa che mi respiri vicino.

Ercole                            - In centro, ne sono sicuro, mia moglie ridiventerà allegra come una volta. Vedere gente la distrarrà. Vorrei sapere come le è venuta tutta questa sua malinconia.

Fedora                           - Lasci andare. lasci andare.

Ercole                            - Eh?

Fedora                           - Le braccia, intendo. Me le tiene troppo tese.

Ercole                            - Io le dico: “se stai male, vai dal dottore”. Per carità. Non vuole nemmeno che lo nomini, il dottore. Dentro deve avere qualcosa.

Fedora                           - Un nodo, dev’esserci un nodo.

Ercole                            - Eh?

Fedora                           - Qui nella lana. Un momento. ecco, ora lo sciolgo. Mi diceva, dunque?

Ercole                            - Che mia moglie non è più lei.

Fedora                           - Certo, da un lato è un vantaggio vivere soli. Alla sera quando chiudo, non ho nessuno con cui litigare.

Ercole                            - Io con Eugenia non litigo mai.

Fedora                           - Mi corico e sono tranquilla.

Ercole                            - Anch’io quando mi corico sono tranquillo.

Fedora                           - E nel mio letto sono regina io.

Ercole                            - 10 dormo.

Fedora                           - E sua moglie?

Ercole                            - Soffre d’insonnia.

Fedora                           - Ho capito. Grazie, signor Lino, per oggi, basta. Guardi che bel gomitolo abbiamo fatto. (rientra nella merceria, mentre)

Vecchio                         - (viene in scena) Meno male che c’è ancora un tavolo.

Ercole                            - Questo non lo togliamo mai, che nevichi o piova, rimane sempre.

Vecchio                         - Non ci sarà da buscarsi un malanno a sedere qui?

Ercole                            - No, qui è riparato. I muri sono vecchi, caldi. (chiamando) Andrea? (si alza e va verso l’interno)

Andrea                          - (venendo in scena) Buona sera, cavaliere. Appena le cinque ed è già buio. Il solito rabarbaro?

Vecchio                         - 11 solito rabarbaro.

Andrea                          - (entra nel caffè brontolando) Notte, pare già notte.

Vecchio                         - Eppure sulla piazza grande c’era ancora luce.

Ercole                            - Qui il sole, d’inverno, non si vede mai.

Vecchio                         - E. come sta la signora?

Ercole                            - Bene, grazie.

Vecchio                         - È dentro, nel locale?

Ercole                            - No, è andata ai bagni pubblici, come ogni sabato.

Vecchio                         - Io, se avessi una moglie come la signora Eugenia, vorrei proprio avere un bagno in casa. Uno di quei bagni moderni, con le vasche rosa o celesti, lisce, lisce, cha paiono conchiglie. E l’acqua calda a tutte le ore del giorno e della notte.

Ercole                            - E perché?

Vecchio                         - Il piacere di vedere una bella donna dentro una vasca da bagno, signor Lino, dove me lo mette? Lì tra il vapore dell’acqua e il profumo del sapone. È un piacere della vita. Perché rinunziarci?

Ercole                            - Se tutti avessero un bagno in casa, a chi servirebbero i bagni pubblici? (il vecchio alza le spalle)

Andrea                          - (entra e servendo) Ecco il rabarbaro.

Vecchio                         - Mi fa piacere che ve ne andiate di qui. Brutto posto per un locale.

Ercole                            - I dolori reumatici mi sono venuti in questo buco.

Andrea                          - Un postaccio. I topi galoppano tra le travi come cavalli.

Ercole                            - Mia moglie ha ragione. Di qui bisogna andarsene.

Vecchio                         - Se loro non ci saranno più, non ci verrò nemmeno più io.

Ercole                            - In un locale in centro sarà diverso. Mia moglie siederà alla cassa. Ci sarà allegria, movimento. Lei verrà sempre a trovarci, vero?

Eugenia                         - (entra in scena. Ha un soprabito color girasole ed in mano il sacchetto della biancheria sporca) Eccoli i miei tre uomini. Che si fa? Consiglio di guerra?

Vecchio                         - Sempre bella la signora Eugenia, sempre bella. (a Ercole) Lei permette, vero?

Ercole                            - Come no, s’immagini.

Vecchio                         - Sempre bella!

Eugenia                         - Bella da vedere. (pausa) Il signor Giulio?

Ercole                            - È rientrato.

Eugenia                         - (guardando in su) Parla. continua a parlare. (sospira, poi) Arrivederci, cavaliere. Vado dentro.

Vecchio                         - I miei omaggi. E tanti complimenti. (Eugenia entra nel caffè)

Ercole                            - (seguendo la moglie) A presto, cavaliere.

Vecchio                         - (ad Andrea) Non c’è che dire. Una vera femmina. Una gran donna.

Andrea                          - Se non fosse la mia padrona, a quest’ora.

Vecchio                         - Che avrebbe fatto?

Andrea                          - (eloquente) Eh!

Fedora                           - (venendo fuori dal negozio) Oggi non vengono clienti. Strano perché a quest’ora nel mio negozio c’è sempre confusione. Le persone previdenti vengono a comprarsi le maglie di lana. Quest’anno in giro ci sono tante polmoniti. (silenzio) Già rientrata la signora Eugenia? Io non sono mai andata in un bagno pubblico e non ci andrò mai. Sa perché? E se mentre sono nuda qualcuno ne approfitta per entrare con una chiave falsa? (si mette ad aggiustare la vetrina)

Vecchio                         - Che nebbia! Penetra nelle ossa.

Andrea                          - Ma lei è ben coperto.

Vecchio                         - Non basta. L’umidità penetra dentro. (si alza e paga) Tenga il resto. Buonasera.

Andrea                          - Grazie, cavaliere, buonasera.

Giulio                            - (affacciandosi) Buonasera. (il vecchio appena lo guarda. Verso l’interno) Il vecchio che viene a guardare le gambe della signora Eugenia. (rientra)

Fedora                           - Se viene qualcuno gli dica che chiami forte, perché sono in cucina. Se non le spiace. (rientra)

Eugenia                         - (appare sulla porta) È bello sai, Andrea, il nostro nuovo bar. Di fronte c’è una fermata d’autobus, da un lato un cinema. Un posto allegro, pieno di movimento.

Andrea                          - Certo, meglio di qui, ne sono sicuro.

Eugenia                         - E vedessi, attorno, sui muri, quanti manifesti. Oggi ce n’era uno azzurro con una palma e il mare. Pareva mare vero. Guardandolo mi sono venuti gli occhi pieni di lacrime.

Andrea                          - Se continua così, lei si ammala, signora Eugenia.

Eugenia                         - (dopo una pausa) Che cielo nero. Nemmeno una stella.

Andrea                          - Un postaccio. E non ci viene nessuno. Almeno una volta ci capitava il dottore.

Ercole                            - (da d.) Andrea?

Andrea                          - Vengo, signor Lino. (entra nel locale)

Eugenia                         - (evidentemente ha freddo, ma non si decide ad entrare. Si accende una sigaretta)

Flaminia                        - (entra silenziosamente, spingendo il suo carretto mezzo vuoto)

Giulio                            - (appare sul balconcino) Buona sera, signora Flaminia.

Flaminia                        - Oh, signor Giulio. Da un pezzo non ci vediamo.

Giulio                            - Al mattino non ci sono. Vado da lei. Passo le ore là.

Flaminia                        - (lo guarda, ma non capisce) E. come va?

Giulio                            - Era meglio prima, signora Flaminia, era meglio prima. Che ha di buono su quel carrettino?

Flaminia                        - Pere, mele, castagne. Le serve qualcosa? Guardi le ranette, sembrano dipinte. E sanno di confetto. Gliene do un paio?

Giulio                            - E che me ne faccio?

Flaminia                        - Oh, bella, se le mangia.

Giulio                            - No, grazie. Mi piace vederla, la frutta, ma mangiarla. no, non mi sento più. (verso l’interno) La signora Flaminia, cara. Mi offre le mele. Sì, vengo dentro. Scusi, mi chiama mia moglie. (rientra in casa)

Flaminia                        - (resta a guardarlo a bocca aperta, poi guarda Eugenia interrogativamente)

Eugenia                         - (continuando a fumare) Proprio così.

Flaminia                        - S’è risposato?!?

Eugenia                         - No.

Flaminia                        - Ha detto che sua moglie lo chiamava.

Eugenia                         - Infatti, sua moglie.

Flaminia                        - Ma non è morta?

Eugenia                         - Pare che continui a vederla.

Flaminia                        - Eh?

Eugenia                         - Mancavano i fantasmi? Ora ci sono.

Flaminia                        - Lei li ha visti?

Eugenia                         - Io no. Li vede lui, il signor Giulio.

Fedora                           - (esce ed intervenendo) Non lo sapeva? Parla con la buon’anima della moglie. Guardi. guardi come discute, come gesticola.

Flaminia                        - Ma che strano! E che dice il dottore?

Eugenia                         - (ride amara) E chi l’ha più visto?

Flaminia                        - Ma che storia è questa?

Eugenia                         - Mio marito mi domanda che cos’ho, perché non canto, perché non rido più come prima, ma come fare? Certe sere, esco per fumare una sigaretta. mi salgono i brividi su dalla schiena. Guardi, guardi come si agita. L’ombra si fa grande. si prolunga per tutta la piazza. Arriva di qua, di là, dappertutto. E mi vien voglia di urlare, signora Flaminia, di urlare.

Flaminia                        - Dev’essere malato.

Fedora                           - La gente, dice che è il rimorso.

Flaminia                        - Ma che rimorso! Le ha sempre voluto bene. Erano così innamorati.

Fedora                           - Innamorati?

Flaminia                        - Me li ricordo appena sposati. Ma sa che le primizie, io, una volta, le compravo soltanto per loro? Passavo col carrettino, qui, al mattino presto. e lui, ancora in pigiama, vaniva sul balcone e metteva giù il cestello. Poi se la mangiavano a letto, la frutta. E con che allegria. Certi gridolini, certe risate. (sospira) Da invidiarli. Eppure, anche per il loro amore è arrivata la fine. (pausa) Coraggio, signora Eugenia, non si lasci impressionare. Lei è una bella donna, ancora giovane. dev’essere allegra, non deve rattristarsi. (si frega le mani) Già mi si gelano le mani. Che brutta bestia l’inverno. Se non fosse per le arance che fanno un poco macchia col loro colore, chi lo guarderebbe il mio carrettino? (si avvia) Vado perché sono in ritardo.

Fedora                           - E chi l’aspetta a casa?

Flaminia                        - Il gatto, povera bestia. Miagolerà affamato davanti alla porta. (esce)

Eugenia                         - (alludendo a Giulio) E quello continua a parlare. (pausa) Come sarebbe bella la vita se si potesse vivere dentro ad una vasca da bagno. distesi nell’acqua calda, profumata di saponetta. Il mondo, allora, è lontano. Non esiste.

Fedora                           - Mi sentirò sola ora che anche loro se ne andranno via.

Eugenia                         - In un certo senso mi spiace. Mi ricordo questa piazza quando arrivava la primavera. Si sentiva. nell’aria.

Fedora                           - Vado a dare uno sguardo a quel boccone di cena, che mi sono fatta. Carne in umido. La faccio al burro, io.

Giulio                            - (appare sul balconcino) Sola? (Eugenia sobbalza) Brutta serata eh? Sarà il freddo, sarà questo ventaccio. Il fatto è che siamo giù di morale, tutti e due.

Eugenia                         - (resistendo alla voglia di rientrare nel bar) Già, tutti e due.

Giulio                            - Lo è mia moglie, perciò lo sono anch’io. Non parla, non sorride. Prima pensavo che fosse per i gerani.

Eugenia                         - Per i gerani?

Giulio                            - Quando una pianta fioriva o metteva fuori un rametto, per lei era una festa. Ci teneva tanto ai suoi gerani. Allora li ho piantati attorno alla sua tomba invece di tenerli qui. Così le fioriranno vicino. Ma nemmeno i gerani sono bastati a farla sorridere di nuovo. (cercando di trattenere Eugenia che vorrebbe scappar via) Le ho anche fatto fare una lapide al cimitero. di marmo bianco, col suo nome scolpito accanto al mio. E lei neppure se n’è accorta. Ho comprato il terreno, dove c’è la sua tomba. Oh, non molto. Un rettangolino, ma sarà suo, per sempre. Ero sicuro che le avrebbe fatto piacere. Invece non se n’è rallegrata. Nulla più la fa contenta. Ogni giorno vado da lei, con qualche fiore. resto delle ore seduto a tenerle compagnia. Ma lei non si consola. Torno a casa e me la ritrovo qui, con quei suoi occhi tristi, lacrimosi. (indicando verso l’interno) Non le dico una bugia, la vede anche lei com’è, la vede.

Eugenia                         - (facendosi forza) Signor Giulio. se ne vada da questa casa, non pensi più a sua moglie. Dopo esserle stata per tanto tempo vicino, è naturale che continui a vederla. Come se fosse un fantasma.

Giulio                            - Io non vedo dei fantasmi. Vedo mia moglie, così com’è. così com’era. Sente? Mi chiama. Non vuole che la lasci sola. (verso l’interno) sto parlando con la signora Eugenia, cara. Sì, vengo. vengo. (rientra in casa)

Eugenia                         - (avanza sulla scena per guardare verso il balcone)

Ercole                            - (uscendo e vedendola) Sei pallida come un cadavere, che hai? (Eugenia sobbalza e lancia un grido e corre a stringersi a lui) Insomma, che hai?

Eugenia                         - Nulla. nulla. (continua a guardare verso il balcone) Guarda, s’è spenta la luce.

Ercole                            - Si sarà messo a letto. Perché fartene una tragedia?

Fedora                           - (è venuta fuori al grido di Eugenia)

Eugenia                         - Parla. Sentite come parla?

Fedora                           - E che dice?

Andrea                          - (che è venuto fuori anche lui) Non è certo la prima volta.

Ercole                            - Tu sei troppo sensibile, tesorino.

Fedora                           - È un’abitudine che viene a vivere soli.

Eugenia                         - Non parla da solo, parla con qualcuno.

Andrea                          - Noi a preoccuparci, e magari lui s’è portato a casa una donnina. (ride) Ecco perché ha spento la luce.

Eugenia                         - Smettila, Andrea.

Fedora                           - Se così fosse, me ne sarei accorta. Non sfugge mai nulla a me.

Eugenia                         - Cammina. Va avanti e indietro per la stanza. I passi, li sentite i passi?

Ercole                            - Tu hai la pelle d’oca. Tremi, vieni dentro, tesoro.

Fedora                           - 10 direi di chiamare il medico.

Eugenia                         - 11 medico?

Andrea                          - Giusto, telefoniamo al dottore. Così ci togliamo ogni responsabilità. Se è grave, se lo porta via.

Ercole                            - Ma perché impicciarci in cose che non ci riguardano?

Fedora                           - Telefoni lei al dottore, signora Eugenia.

Andrea                          - Il dottore almeno ci dirà se è pericoloso o no.

Fedora                           - Sono giorni che non mangia. Ascolti il mio consiglio, signora, telefoni al dottore.

Eugenia                         - E se non vuol venire?

Fedora                           - Facciamo così, lei fa il numero e io parlo. Andiamo, a quest’ora lo troviamo in casa. (la spinge nel caffè, seguita da Ercole ed Andrea. Si abbassa la luce in scena e s’illumina il balcone spalancato)

Giulio                            - (accende la luce) Non vuoi dormire, cara?. Non mi piace vederti così. Delusa? Perché? Io ho voluto soltanto che della morte non avessi paura. Non ti sono sufficienti le stelle dipinte per distrarti. né la lapide. né i gerani. Ti senti sola. Su, dormi. Già è vero, te ne stai tutto il giorno distesa. a riposare. È logico che non abbia sonno. Io invece. Sapessi come sono stanco, stasera. E non solo negli occhi ho il sonno. dappertutto. No, non è per questo. non lo nego, sono stati giorni duri. Anni duri. Quella forza che cercavo di darti, io non ce l’avevo. Per questo mi è costato tanto. Tu che nutrivi la morte nel ventre come un bambino. La morte che muoveva. cresceva. dava calci. Il nostro bambino. Eppure era meglio allora. Tu mi guardavi, mi sorridevi. Ora, invece, ti cerco, ti parlo. e tu rimani triste a guardare. E lasci che mi senta solo. Solo, senza siringhe. senza medicine da prepararti. senza speranze con cui illudermi. senza limoni da comprare. Sì, limoni. Quanti? Non ricordo più. Sono solo, in una casa vuota, con nell’aria odore di foglie secche. Sì, hai ragione. Di ore belle ne abbiamo avute. E quelle bisogna ricordare. Allora, per esempio. (sorride) Ci svegliava col suo grido. Tu dicevi: la fruttivendola. E io mi alzavo dal letto. (si sente il grido lontano di Flaminia: “Pesche, donne! Albicocche!”) Ridi, eh?. Pensi alle albicocche tenere, tenere. tutte chiuse nella loro camicetta di velluto. E il sapore, poi, fresco. zuccherato, dolce nella bocca. tutto aroma. tutto profumo. (la voce di Flaminia più vicina: “Frutta, donne! Albicocche. Sono le prime!”) Anche il nome hanno bello, giallo e sonoro. Albicocche. (la voce di Flaminia fa eco: Albicocche!) Ne vuoi, cara? Ne compriamo? (va al balconcino e, come parlando con Flaminia) Buongiorno, signora Flaminia, ci ha svegliati lei, stamattina. (fa scendere un invisibile cestello) Sì, albicocche. Le più tenere, le più dolci che ha, le più mature. (verso l’interno) Il cestino pieno, cara, il cestino pieno. (verso l’invisibile Flaminia) Ecco, così, grazie. (tira su il cestello) Che profumo. Le mangiamo a letto, sa? Come bambini golosi. Grazie, arrivederla, signora Flaminia. (parlando alla moglie) La stagione delle albicocche, bisogna ammetterlo, è la più bella dell’anno. Sì, cara. subito. (fa l’atto di prendere un frutto dal cestino) Questa che è la più matura. (come se la spaccasse in due) Ecco, metà per uno. (porge alla moglie metà del frutto e siede, come abbracciandola, insieme a lei sulla poltrona) Che buona! E del nocciolo che ne facciamo?. Come dici?. Come? (sorride mentre la luce si attenua su di lui che sparisce; e si riaccende sulla scena, dove sono Fedora, Eugenia, Ercole e Andrea)

Fedora                           - Delira, delira. Il suo discorso non ha senso.

Eugenia                         - (quasi a sé) Voleva le albicocche. Chissà perché.

Ercole                            - Sapete che vi dico? Soffre di allucinazioni.

Eugenia                         - Non si muove più.

Andrea                          - Si sarà addormentato. (il vento fa muovere le tendine del balconcino)

Fedora                           - Che impressione. Guardi quelle tende, sembra veramente che ci sia un fantasma, là sopra.

Ercole                            - Ma che fantasma. Vi montate la testa, voi donne.

Andrea                          - E se lo chiamassimo?

Fedora                           - E perché?

Andrea                          - Almeno così verrebbe fuori.

Eugenia                         - No, forse dorme. Lasciamolo dormire.

Dottore                         - (entrando) Buonasera. TUTTI Buonasera.

Dottore                         - Buonasera, Eugenia.

Eugenia                         - (evitando di guardarlo) Buonasera.

Dottore                         - Chi è il malato?

Ercole                            - Ci spiace averla disturbata. Ma mia moglie.

Eugenia                         - Io non volevo.

Fedora                           - Ma noi abbiamo insistito.

Andrea                          - Per tranquillizzarla.

Fedora                           - È per il signor Giulio. Bisognava vederlo poco fa. Parlava dal balcone. credeva di vedere la signora Flaminia. voleva comprare delle albicocche.

Ercole                            - Forse lei aveva da fare. Ma mia moglie. La guardi com’è pallida.

Andrea                          - Adesso pare tranquillo.

Eugenia                         - Sono contenta che sia venuto, dottore. Sto meglio anch’io, ora. Non potevamo lasciarlo così solo.

Dottore                         - Proviamo a chiamarlo. Signor Giulio? TUTTI Signor Giulio! (pausa lunga)

Eugenia                         - Non risponde. Non risponde.

Andrea                          - Forse dormirà. I vecchi hanno il sonno pesante.

Eugenia                         - Faccia qualcosa lei, dottore. Lo aiuti.

Dottore                         - Sì, ma come?

Andrea                          - Bisogna portarlo via di qui. Già prima si sarebbe dovuto fare. Almeno si sarebbe evitato che facesse morire sua moglie di crepacuore.

Dottore                         - (scattando) Ma che crepacuore! L’ha fatta morire in pace, sua moglie. Col suo amore ha vinto la morte, ecco come stanno le cose.

Eugenia                         - (appassionatamente) Ma ora è solo, dottore. ora è solo.

Dottore                         - (guardando Eugenia) Allora, Eugenia, lei ha capito. Ha capito che si trattava di una storia d’amore? (tutti, meno Eugenia, lo guardano senza capire)

Andrea                          - Proviamo ancora a chiamare: signor Giulio! TUTTI Signor Giulio! (pausa)

Andrea                          - Una scala. Ci vorrebbe una scala.

Fedora                           - Per far che?

Andrea                          - Per salire sul balcone.

Eugenia                         - Valla a prendere, Andrea.

Ercole                            - Giusto, la scala della cantina.

Andrea                          - (esce)

Ercole                            - Piange. La guardi lì, dottore, mia moglie piange. Eugenia, ma che ti succede?

Andrea                          - Ecco la scala. L’appoggiamo così.

Fedora                           - Chi ci sale?

Dottore                         - Io. (comincia a salire. Tutti lo guardano in silenzio. Lunga pausa. Arriva al balcone, scavalca la ringhiera, apre i vetri ed entra in casa. Silenzio. Torna sul balcone e fa un cenno come per dire che non c’è più nulla da fare. Si vedrà Giulio sulla poltrona, come addormentato)

Ercole                            - Morto?

Eugenia                         - Me lo sentivo, io. me lo sentivo.

Dottore                         - (scavalca la ringhiera e discende) Bisogna chiamare la polizia. Ma non ci sono dubbi. Un attacco cardiaco. Morto sul colpo.

Eugenia                         - Lei è venuto a prenderselo. Lei! (tutti si fanno attorno al dottore)

Dottore                         - È morto seduto sulla poltrona. Sorridente. Sereno. E nella mano teneva questo. (apre la mano e facendo vedere agli altri) Un nocciolo di albicocca.

Ercole                            - Un nocciolo di albicocca?

Fedora                           - Di questa stagione?

Andrea                          - E dove l’avrà trovato?

Dottore                         - (a Eugenia che, emozionantissima, sta per scoppiare a piangere) Su, Eugenia, del resto lei lo sapeva. L’aveva capito che si trattava di una storia d’amore. (tutti lo guardano senza capire. Fa saltare nella mano il nocciolo di albicocca, poi mettendolo nella mano di Eugenia) Lo tenga per ricordo, Eugenia. Sono sicuro che le porterà fortuna. Se fossi al suo posto, lo pianterei. (si allontana)

Eugenia                         - (scoppia in un pianto di liberazione tra le braccia di Ercole)

Fedora                           e Andrea      - (la guardano senza capire. Più forte s’illumina il balconcino di Giulio mentre cala la tela)

FINE

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