La tempesta

WILLIAM SHAKESPEARE

LA TEMPESTA

Commedia in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Digitazione telematica di Filippo Raponi

con un saggio su "PROSPERO"

di Harold W. Mandefield

Titolo originale: "THE TEMPEST"

Alla memoria di Harold W. Mandefield,

nel ricordo della nostra amicizia, e del comune

amore per il poeta di Stratford.

NOTA INTRODUTTIVA

Il 29 luglio dell'anno 1609 giunse a Londra la notizia che il vascello "Sea-Adventure", sorpreso da una violenta burrasca nel mare delle Bermude era andato a fracassarsi contro quelle coste ed equipaggio e passeggeri erano affondati. Il vascello faceva parte di un convoglio di altri nove, che trasportavano 500 coloni verso la Virginia, la terra del Nuovo continente (ancora denominato "Indie Occidentali") dove gi nel 1585 sir Walter Raleigh aveva stabilito una colonia inglese, chiamando "Virginia" quella terra in onore della "vergine" regina Elisabetta. La spedizione era partita da Plymouth nel maggio di quell'anno 1609.

Un anno dopo, maggio 1610, giunse altra notizia che tutti quelli che erano a bordo del "Sea-Adventure" erano giunti sani e salvi in Virginia, dopo aver trovato rifugio in un'isola delle Bermude, dove avevano anche potuto costruirsi rudimentali mezzi natanti idonei a permettere loro di proseguire il viaggio fino a destinazione.

Sembra che Shakespeare, oltre che dalla voce popolare, abbia potuto leggere un pi dettagliato resoconto della vicenda dalla lettera di uno dei passeggeri del "Sea-Adventure", William Strachey, lettera che fu pubblicata a stampa in seguito, nel 1625.

Nello stesso periodo circola in Inghilterra una "History of Italy", autore certo William Thomas, in cui si parla della spedizione in Italia (1494) di Carlo VIII, re di Francia, su invito del duca di Milano, Lodovico Sforza, detto "Il Moro", che siede abusivamente su quel trono ducale dopo averne spodestato il nipote Gian Galeazzo Sforza, figlio del fratello Galeazzo Maria. Gian Galeazzo ha per moglie Isabella d'Aragona, figlia del re di Napoli Alfonso II. Alfonso II ha anche un figlio maschio di nome Ferdinando, detto dai napoletani "Ferrandino".

L'usurpatore Lodovico ossessionato dal timore che gli Aragonesi di Napoli rivendichino i diritti di Isabella, duchessa spodestata; sollecita perci Carlo VIII, sovrano di una Francia divenuta salda e potente dopo la terribile bufera della guerra dei cento anni, a far valere a sua volta i suoi diritti dinastici sul regno di Napoli, come discendente degli Angioini, predecessori degli Aragonesi su quel trono.

Da queste due vicende, l'una a lui contemporanea, l'altra storica, Shakespeare prende lo spunto del suo dramma. Il tema del duca di Milano spodestato da un suo parente - nella specie il fratello Antonio in luogo dello zio spodestato -, che il motivo centrale della commedia, e la presenza di personaggi con i nomi dei personaggi reali (Alonso, contrazione di Alfonso, e Ferdinando suo figlio) talmente palese nella trama della "Tempesta", che stupisce come nessun curatore - per quanto mi sia riuscito di indagare - enumeri questo tra i materiali di cui si servito Shakespeare nella tessitura di questo lavoro. Non solo i nomi, ma la situazione e i rapporti di ostilit tra l'usurpatore duca di Milano e il re di Napoli vi sono chiaramente accennati: "The King of Naples being an enemy to me inveterate...", dice Prospero alla figlia.

All'interno di questo impianto poi Shakespeare maneggia e mescola i materiali pi vari ed originali: prende i nomi di Prospero e Stefano dalla commedia dell'amico Ben Jonson "Ciascuno a suo modo" ("Every man in His Humour"); inventa Trinculo, il marinaio beone, da "trincare" ("drink") e Sicorace, la strega madre di Calibano, dal greco "sus", "porco" e "korax"", "corvo"; trae il nome di Gonzalo forse da un'assonanza con "Gonzaga", un noto casato italiano; riallaccia personaggi e motivi della commedia con altri di sua precedente creazione: il duo Calibano/Ariel quasi simmetrico al duo Puck/Ariel del "Sogno d'una notte di mezza estate"; di questo anche l'atmosfera evanescente del mondo magico e soprannaturale evocato da Prospero; l'innamoramento a prima vista di Ferdinando e Miranda non diverso da quello di Romeo e Giulietta, e la coppia somiglia in tutto alla coppia Florizel/Perdita del "Racconto d'inverno"; il motivo della usurpazione e della congiura Antonio/Sebastian riecheggia Macbeth; il motivo della rinuncia di Prospero ad esercitare le funzioni di sovrano riecheggia Re Lear; il tema del figlio perduto e ritrovato presente nei suoi ultimi "romances", "Pericle, principe di Tiro" e "Cimbelino"); amalgama il tutto con ispirazioni da altre fonti letterarie ("Le Metamorfosi" di Ovidio, che ha letto nella traduzione inglese di Arthur Golding; il saggio "I Cannibali" di Montaigne che ha letto nella traduzione inglese di Giovanni Florio, l'"Eneide" di Virgilio, che ha letto da giovinetto nella Grammar School di Stratford), ne crea un intreccio nuovo ed originale che ben s'acconcia al gusto del pubblico per le storie di maghi, di isole incantate, di naufragi in mari lontani, di mostri, di avventure.

Questa volta, per, a differenza delle precedenti commedie romanzesche, Shakespeare non mette sulla scena gli avvenimenti come accadono nel tempo e nello spazio: nella "Tempesta" la storia/avventura gi finita; tutta l'azione concentrata nello spazio di due ore - il "tempo reale" di durata di una rappresentazione scenica. Quello che successo prima ce lo fanno sapere i personaggi: Prospero racconter a Miranda la vicenda dell'usurpazione, della sua cacciata da Milano, del viaggio in mare e dell'approdo all'isola; Ariele rinfaccer ad Alonso, Sebastian e Antonio i loro "peccati" contro Prospero; Calibano ricorder quando sua madre e lui erano i soli padroni dell'isola; Gonzalo ci far sapere del matrimonio della figlia del re di Napoli, Claribella, con il re di Tunisi.

La "Tempesta", insomma, tutta una retrospettiva. E non difficile vedere in essa - come lo fa ormai universalmente la critica - una retrospettiva allegorica che il poeta fa di se stesso e della sua arte.

Quando scrive "La Tempesta" Shakespeare ha 47 anni. Il ciclo delle grandi tragedie concluso; la fama e l'agiatezza sono raggiunte. L'estro quasi esaurito, l'animo stanco pensa al ritorno fra opere serene a Stratford, dove ha acquistato una cospicua propriet immobiliare. Le ultime opere "Timone di Atene", "Pericle, principe di Tiro", "Enrico VIII", "I due nobili cugini" sono pi d'officina che di poesia; vi si sente sempre pi presente l'opera dei collaboratori; la voce del poeta infiacchita, e il poeta prende congedo dal palcoscenico; prima di farlo, e di ritirarsi in eterno silenzio, si volge indietro e compendia se stesso e il proprio cammino artistico nell'immagine di Prospero, il mago "bianco" che ha tenuto sotto il potere magico del suo genio la materia tragica, e alla fine, gettando la bacchetta e mettendo cos fine al mondo magico, la sua favola dice di una libert riconquistata; e, come Ariele, dopo aver suscitato musiche e incanti, apparenze mostruose e terrori, guida gli uomini, prima resi folli poi fatti rinsavire, al compimento di un disegno benigno, cos Prospero/Shakespeare, ricomponendo un ordine sconvolto, riconsacra la legittimit di un potere, restituisce al duca non pi mago il suo ducato, e mette fine all'inimicizia tra Milano e Napoli con le nozze di Ferdinando e Miranda; cos il selvaggio e mostruoso Calibano esce di scena con parole di saggia contrizione e di buoni proponimenti, s che Prospero pu dire di lui: "Riconosco come mia questa creatura".

In verit, Calibano non il mostro favoleggiato dal mito o dalla favolistica di tutti i tempi, dal Minotauro a Frankenstein. Se nel gesto di Prospero che getta il manto e spezza la bacchetta si riconosce il drammaturgo che, dopo aver dato vita nel suo mondo immaginario e fatto muovere sulle scene centinaia di personaggi, si congeda dal teatro, in Calibano che, prima di uscir di scena, dice: "Com' bello oggi il mio padrone!... D'ora innanzi sar bravo, / voglio riguadagnare il tuo favore. / Che razza di somaro sono stato..." si riconosce il poeta che guarda in retrospettiva la sua formazione e ne denuncia, con un atto di autocritica, le manchevolezze.

Perch Calibano, nella sua bruttezza fisica e morale, poeta.

Nei primi giorni che Prospero nell'isola, solo con la sua Miranda ancora infante, Calibano l'unico compagno della sua vita (Ariel ancora imprigionato nel cavo di un tronco). Calibano ama la sua isola, ne conosce le bellezze e le mostra a Prospero; questi insegna a Calibano a parlare e a dare un nome al sole e alla luna. Quando descrive al marinaio Stefano le bellezze dell'isola, Calibano canta (II, 1): "... ti condurr dove fioriscono i meli selvatici..., / dove fabbrica il nido la ghiandaia...; / t'insegner come si prende al laccio / l'astuta ed agilissima bertuccia; / ... dagli scogli / ti porter i giovani gabbiani". E ancora (III, 2): "L'isola piena di questi sussurri, / di dolci suoni, rumori, armonie.../ A volte son migliaia di strumenti / che vibrando mi ronzano agli orecchi; / altre volte son voci s soavi, / che pur se udite dopo un lungo sonno, / mi conciliano ancora con Morfeo, / e allora, in sogno, sembra che le nuvole / si spalanchino e scoprano tesori / pronti a piovermi addosso; ed io mi sveglio / nel desiderio di dormire ancora". Se non poesia questa...

E il mostro-poeta lui stesso, Shakespeare. I poeti creatori hanno un senso acuto d'essere diversi dall'opera che intraprendono per cantare il mondo in cui operano; e, per converso, hanno un senso altrettanto acuto, e pi tormentoso di quanto il primo era superbo, d'essere modificati da quel mondo. Lo Shakespeare della "Tempesta" si sente diverso dallo Shakespeare-Calibano, ma cosciente di essere stato da quello modificato attraverso uno stadio necessario del suo processo di formazione. Calibano - scrive Ren Girard nel suo recentissimo saggio su Shakespeare ("Shakespeare - Il teatro dell'invidia", traduz. di G. Luciani, Adelphi, Milano, 1998, pagg. 547-548) - simboleggia il sentimento non ancora educato, la poesia prima del linguaggio... Prospero che inizia Calibano alla parola lo stesso Shakespeare che trasforma in opera letteraria, ancor prima del linguaggio, l'ispirazione di questo mostro; costui rappresenta non soltanto ci che precede la letteratura, ma una modalit di quest'ultima, che l'ultimo Shakespeare (quello della "Tempesta") disapprova, anche se riconosce la sua importanza cruciale nel proprio processo creativo. Calibano simboleggia cio tutta quella parte dell'opera shakespeariana che, popolata da mostri com', pu apparire essa stessa mostruosa. Shakespeare non ne contesta la qualit poetica, ma individua in essa un elemento di disordine, di acrimonia, di violenza e confusione morale, che retrospettivamente condanna come "mostruoso".

Da questa "mostruosit" l'ultima tappa di Shakespeare non la drammaturgia di prima: essa procede pi in l, non rappresenta pi ma osserva il ristabilirsi della legge, il ricomporsi di un equilibrio della normalit, il riaffiorare di quelle necessit elementari di pace serena che l'ondata dello spirito sfrenato sembrava aver definitivamente sommerso; "gli incantesimi sono finiti"- annuncia al pubblico l'Epilogo, che propone cos una fondamentale fiducia nell'uomo, nelle forze elementari e ragionevoli che governano la sapienza umana.

Prospero/ Shakespeare l'uomo dell'Umanesimo e del Rinascimento.

PERSONAGGI

ALONSO

re di Napoli

SEBASTIAN

suo fratello

PROSPERO

legittimo Duca di Milano

ANTONIO

suo fratello e usurpatore del Ducato di Milano

FERDINANDO

figlio del re di Napoli

GONZALO

vecchio e probo consigliere del re

ADRIANO

FRANCESCO

gentiluomini

CALIBANO

schiavo selvatico e deforme

TRINCULO

buffone

STEFANO

cantiniere, ubriacone

IL CAPITANO DELLA NAVE

IL CAPO NOCCHIERO (Nostromo)

MARINAI

MIRANDA

figlia di Prospero

ARIELE

spirito dell'aria

IRIDE

CERERE

GIUNONE

NINFE

MIETITORI

personaggi della "Masque" in forma di spiriti

Alcuni SPIRITI al servizio di Prospero

SCENA: a bordo di un vascello in mare; poi in un'isola deserta

NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione quello dell'edizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare, "The Complete Works", Collins, London / Glasgow, 1960, pagg. XXXII - 1376), con qualche variante suggerita da altri testi: in particolare quello delle edizioni separate dell'"Arden Shakespeare", a cura di H. F. Brooks e E. Jenkins (London, 1951) e della pi recente edizione dell'"Oxford Shakespeare", curata per la Clarendon Press, Oxford, U.S.A. da G. Taylor e G. Wells, pagg. XXXIX - 1274. Quest'ultima contiene anche "I due nobili cugini" ("The Two Kinsmen") che manca nell'Alexander.

2) Alcune didascalie sono state aggiunte dal traduttore, di suo arbitrio, laddove gli sia sembrato richiederlo la migliore comprensione dell'azione scenica alla lettura, cui questa traduzione essenzialmente ordinata e intesa (il traduttore convinto della irrapresentabilit di Shakespeare sulla scena del teatro moderno e che l'unico modo di gustarne genuinamente la parola e il mondo poetico leggerlo).

3) Il metro l'endecasillabo sciolto, che pi d'ogni altro s'avvicina al pentametro giambico del "black verse", intercalato da settenari. Ad altro metro s' fatto ricorso quando, per citazioni, strofette, madrigali e altro, in accordo col testo, si dovuto far sentire uno scarto stilistico.

4) I nomi dei personaggi sono stati, per quanto possibile, italianizzati.

5) Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzioni precedenti, in particolare della prima versione poetica di Giulio Carcano, di quelle di Cesare Vico Lodovici, di Gabriele Baldini, di Giorgio Melchiori, dalle quali ha preso in prestito, oltre all'interpretazione di passi non ben chiari, intere frasi e costrutti: di tutto ha dato credito in nota.

6) Il traduttore ha creduto di integrare la sua opera aggiungendo, a mo' di appendice alla sua versione, il saggio "Prospero" di H. M. Mandefield: un dotto ed esauriente studio sul mondo fiabesco-sovrannaturale che il pi cospicuo dei materiali costituenti il tessuto del dramma. Il saggio, in inglese nell'originale, una "Memoire" presentata dal Mandefield per la sua laurea in lingua e letteratura inglese all'Universit di Bordeaux nel 1936.

ATTO PRIMO

SCENA I - A bordo di un vascello in mare. Tempesta, tuoni e fulmini

Entrano il CAPITANO e il CAPO NOCCHIERO

CAPITANO -

Capo nocchiero!

CAPO NOCCHIERO -

Son qui, capitano.

Che c'?

CAPITANO -

Coraggio, d voce alla ciurma:

che si diano daffare, forza, forza!

O qui coliamo a picco(1)... Avanti! Presto!

(Esce)

Entrano alcuni MARINAI

CAPO NOCCHIERO -

Forza, ragazzi! Forza, fate cuore!

Voi, qua, imbrigliate la vela maestra!

Attenti al fischio, l, del capitano!

Ventaccio cane, soffia s'hai polmoni!

Soffia, fino a scoppiare!

Entrano ALONSO, SEBASTIAN, ANTONIO,

FERDINANDO, GONZALO e altri

ALONSO -

Ehi, l, nostromo!

Mi raccomando, attenti alla manovra!

Il capitano, dov' il capitano?

Mettete all'opera tutta la ciurma.

CAPO NOCCHIERO -

E voi tenetevi sotto coperta!

ANTONIO -

Il capitano! Dov' il capitano?

CAPO NOCCHIERO -

(Porgendo orecchio al fischio del capitano)

Non lo sentite?... Ma via dalla tolda,

che ci state intralciando la manovra!

Il vostro posto gi, sotto coperta;

se rimanete qui,

date solo una mano alla burrasca.

GONZALO -

Ehi, brav'uomo, sta' calmo, per favore!

CAPO NOCCHIERO -

Ditelo al mare di star calmo!... Fuori!

A quest'onda ruggente

importa poco il titolo di re

Tutti in cabina e zitti!

E non ci disturbate pi.

GONZALO -

Va bene.

Ma ricrdati di chi hai a bordo.

CAPO NOCCHIERO -

Nessuno che mi prema pi di me.

Voi siete un membro del real consiglio:

se il poter vostro ha tal capacit

da ridurre al silenzio gli elementi,

e comandarli che si stiano in pace,

noi qui non toccheremo pi una corda;

ma se non possedete un tal potere,

non vi resta che ringraziare Iddio

d'avervi fatto viver fino ad oggi,

e prepararvi al peggio, se verr,

ma gi in cabina.

(Agli uomini)

Su, ragazzi, forza!

Forza e coraggio! Avanti! E fate cuore!

E voialtri toglietevi dai piedi!

(Esce)

GONZALO -

L'aspetto di costui mi riconforta:

sulla faccia non ha marcato il crisma

d'uno che deve morire affogato;

piuttosto d'uno nato pel capestro(2);

e tu, destino amico, per favore,

non desistere pi da tal proposito,

e fa' che la sua corda d'impiccato

sia la gomena nostra di salvezza,

perch credo davvero che la nostra(3)

questa volta non ci sar d'aiuto.

Se quello non nato per la forca,

allora il nostro caso disperato.

(Escono)

Rientra il CAPO NOCCHIERO

CAPO NOCCHIERO -

Tirate gi il velaccio di maestra!

Forza, ancora pi gi! Pi gi! Pi gi!

Portatelo all'altezza della gabbia!

(Un grido sottocoperta)

E peste a queste maledette grida!

Fanno pi strepito dell'uragano

e coprono i comandi!

Rientrano SEBASTIAN, ANTONIO e GONZALO

Di nuovo qui! Ma che ci avete a fare?

Volete proprio che molliamo tutto,

e che coliamo a picco tutti quanti?

Vi siete messi in testa di affogare?

SEBASTIAN -

Un accidente a quella tua golaccia,

cane ringhioso, blasfemo, spietato!

CAPO NOCCHIERO -

Fatela voi, allora, la manovra!

ANTONIO -

Vatti a impiccare, rognoso cagnaccio!

Alla forca, figliaccio di puttana,

con questo tuo sbraitare da villano!

Scommetto che paura d'affogare

ce n'hai assai pi tu, che tutti noi.

GONZALO -

Ma quello non s'affoga, garantito,

fosse pur questo scafo men robusto

e resistente d'un guscio di noce,

e facesse acqua come una baldracca

che non pu contenersi dal pisciare!

CAPO NOCCHIERO -

Su, sottovento! Su, coi due velacci!

Al largo ancora, via! Tenersi al largo!

Entrano dei MARINAI, inzuppati

MARINAI -

Tutto perduto! Tutto! Alle preghiere!

Ormai non ci rimane che pregare!

Perduto, tutto! Preghiamo! Preghiamo!

CAPO NOCCHIERO -

E che! S'ha da finire a bocca asciutta?(4)

GONZALO -

Il re e il principe sono in preghiera.

Andiamo sotto ed uniamoci a loro,

ch una ormai la sorte di noi tutti.

SEBASTIAN -

Io non ne posso pi con questa gente!

ANTONIO -

Ci stiam facendo portar via la vita

da degli ubriaconi...

(Indicando il capo nocchiero)

E questo maledetto boccalone!...

Potessi agonizzare in faccia al mare

per il passaggio di dieci maree!(5)

GONZALO -

No, no, impiccato quello ha da finire,

anche se sembra che ogni goccia d'acqua

intorno a noi voglia dire il contrario,

e il mare spalancarsi ad inghiottirlo.

(Grida confuse all'interno)

VOCI DA SOTTOCOPERTA -

Piet di noi! Andiamo in pezzi!

In pezzi!...

Addio, moglie!

Addio, figli!

Addio, fratello!

Si schianta tutto!

Andiamo in pezzi!

In pezzi!

ANTONIO -

Andiamo ad affogare accanto al re.

(Esce)

SEBASTIAN -

Andiamo a dargli l'ultimo saluto.

(Esce)

GONZALO -

Ah, darei mille jugeri di mare

per un acro di terraferma asciutta,

coperta solo d'eriche e ginestre!...

Sia fatto sempre il volere di Dio,

ma avrei voluto morire all'asciutto.

(Esce)

SCENA II - L'isola. Davanti alla grotta di Prospero

Entrano PROSPERO e MIRANDA

MIRANDA -

Se con le vostre arti,(6) padre mio,

avete scatenato in tal fragore

l'acque selvagge, con le stesse arti

fatele ritornare ora alla calma.

Pare come se il cielo voglia piovere

sol pece infetta, non fosse che il mare

sollevando i suoi flutti tanto in alto

da arrivar fino a lambirgli la guancia,

sembri volerne incenerir l'ardore.

Ah, la pietosa vista

di tutta quella gente che soffriva!

Ho sofferto pur io insieme a loro!

Un cos bel naviglio,

che senza dubbio aveva nel suo fianco

chi sa qual nobile creatura umana,

tutto ridotto in pezzi!

Oh, quel grido che m'ha colpito il cuore!

Tutte perite, povere creature!

Avessi avuto il potere d'un dio,

avrei piuttosto fatto sprofondare

il mare nei precordi della terra,

prima ch'esso inghiottisse, come ha fatto,

una s bella nave,

col suo carico umano.

PROSPERO -

Rassernati,

caccia via dal tuo animo l'angoscia,

e di' al tuo cuore tanto impietosito,

che non stato fatto nessun male.

MIRANDA -

Oh, giorno di sventura!

PROSPERO -

Nessun male, ti dico. Quel che ho fatto,

l'ho fatto, figlia, sol per amor tuo,

per te, mio solo bene,

per te, mia figlia, che non sai chi sei,

n di dove io provenga,

n ch'io sono assai pi di questo Prospero

padrone di una misera spelonca,

e tuo padre, non pi grande com'era.

MIRANDA -

Saper di pi di me

non s' mai mescolato ai miei pensieri.

PROSPERO -

tempo dunque ch'io ti faccia edotta.

Dammi la mano, e toglimi di dosso

questo magico manto... Cos, bene.

(Si toglie il mantello e lo depone a terra)

(Al mantello)

Rimani l, mia arte.

(A Miranda)

E tu asciugati gli occhi, e datti cuore.

Quel naufragio, la cui orrida vista

t'ha toccato cos profondamente

tutte le fibre della compassione,

l'ho predisposto io, con la mia arte,

e col preordinato accorgimento

da far che di quelle anime non una,

anzi, che dico, non un sol capello

di quante creature in quel vascello

tu hai sentito urlare

e visto sprofondare, andasse perso.

Ma siedi: devi saperne di pi.

MIRANDA -

Pi d'una volta avete cominciato

a dirmi chi son io,

ogni volta fermandovi a met;

e lasciandomi a vane congetture,

concludevate: "Aspetta, non ancora".

PROSPERO -

Adesso l'ora. Ed lo stesso tempo.

che ti sollecita ad aprir gli orecchi.

Sta' dunque ben attenta.

Hai tu memoria alcuna di tua vita

avanti di venire in questa grotta?

Non credo: non avevi ancor tre anni.

MIRANDA -

Eppure s, qualcosa mi ricordo.

PROSPERO -

Che cosa, un'altra casa, altre persone?

Qualunque immagine ti sia rimasta,

sforzati di descriverla.

MIRANDA -

lontano... Pi simile ad un sogno

che a qualcosa di vero, di reale

che la memoria possa garantire...

Non c'eran delle donne intorno a me,

per accudirmi, forse quattro o cinque?

PROSPERO -

C'erano, s, Miranda, ed anche pi.

Ma com' ch'hai s vivo quel ricordo?

Che altro vedi nel buio passato

e nell'abisso del tempo trascorso?

Se hai questo barlume di memoria

del tempo prima di venire qui,

potresti forse pure ricordare

come ci sei venuta.

MIRANDA -

No, signore,

di questo proprio non ricordo nulla.

PROSPERO -

Miranda, ancora dodici anni fa,

s, dico bene, dodici anni fa,

tuo padre era il signore di Milano,

il Duca, un principe tra i pi potenti...

MIRANDA -

Che dite! Non sareste voi mio padre?

PROSPERO -

Tua madre, quello specchio di virt,

mi diceva che tu eri mia figlia;

e tuo padre era Duca di Milano,

e di questi eri tu l'unica erede,

una non meno illustre principessa.

MIRANDA -

Oh, cielo! Allora quale turpe intrigo

ci costrinse ad andare via di l?

O fu la nostra buona sorte a farlo?

PROSPERO -

L'uno e l'altra, figliola, l'uno e l'altra.

Furono certamente turpi intrighi,

come tu dici, a strapparci di l;

ma fu altres la nostra buona sorte

a farci poi toccare queste prode.

MIRANDA -

Ohim; mi sento sanguinare il cuore

al pensiero delle tribolazioni

alle quali vi devo aver esposto,

e di cui ho perduto ogni ricordo.

Ma seguitate a narrarmi, vi prego.

PROSPERO -

Mio fratello, tuo zio, Antonio il nome...

Ti prego, ascolta a quale mai perfidia

pu giungere un fratello...

lui, la persona ch'io, dopo di te,

tenevo cara pi di tutto il mondo!

Alle sue mani avevo confidato

la cura degli affari del mio Stato,

ch'era, fra tutte l'altre signorie,

la prima, come primo fra quei duchi

era tenuto Prospero,

per dignit di rango impareggiato

ed amore dell'arti liberali;

a queste avendo posto ogni mio studio,

decisi di affidare a mio fratello

la cura degli affari di governo,

estraniando me stesso dallo Stato,

tutto preso e rapito a penetrare

gli insondati misteri della vita.

E quel tuo zio sleale... Ma mi segui?...

MIRANDA -

Attentissimamente, padre mio.

PROSPERO -

... perfezionata ch'ebbe l'esperienza

d'accogliere o respingere le suppliche,

d'avanzar questo e rimuover quest'altro

per non farlo salire troppo in alto,

si dette a rinnovar tutte le nomine

della gente che gi era stata mia,

o a rimpiazzarla e plasmarla a suo modo;

sicch tenendo in mano le due chiavi,

della funzione e del suo titolare,

accord, nel concerto dello Stato,

tutti i cuori a quel tono e a quella chiave

ch'erano pi graditi alle sue orecchie;

si svilupp, in sostanza, come un'edera

che ricopr il mio principesco tronco

succhiandone la linfa ed il vigore...

Ma mi ascolti?

MIRANDA -

S, certo, mio signore.

PROSPERO -

Stammi bene a sentire, te ne prego!

Io, negligendo ogni mondana cura,

tutto dedito a coltivar la mente,

in solitudine, con quegli studi

che, se non fossero cos segreti,

sovrasterebbero sicuramente

nel general concetto della gente

ogni diversa attivit dell'uomo,(7)

fui causa inconsapevole

che in quel mio falso e sleale fratello

si risvegliassero maligni istinti,

sicch la mia fiducia in lui riposta,

come il buon genitore del proverbio(8),

ingener in lui tale doppiezza

senza limiti, come illimitata

era stata la mia fiducia in lui.

Investito cos di tal potere

qual poteva non solo derivargli

dall'introito di tutte le mie rendite,

ma da tutto che si potesse trarre

dall'esercizio delle mie funzioni,

egli, come uno che della sua mente

abbia fatto una tale peccatrice

da credere alle stesse sue bugie

a forza di ripeterle a se stesso,

si persuase d'esser lui il duca,

essendo solamente il mio vicario,

e se ne assunse pure esteriormente

l'aspetto e le reali attribuzioni.

Gonfiandosi cos la sua ambizione...

Ma mi ascolti?...

MIRANDA -

La vostra storia, padre,

aprirebbe le orecchie pure a un sordo.(9)

PROSPERO -

... e perch non vi fosse alcuno schermo

tra questa parte da lui recitata

e quello ch'egli vi rappresentava,

decise d'esser lui, e lui soltanto,

il signore assoluto di Milano.

Per me, i miei libri, la mia biblioteca

erano gi un ducato sufficiente.

E come egli pens ch'io fossi inetto

a reggere le briglie del governo,

tanta fu la sua sete di potenza,

che strinse un patto con il re di Napoli,

impegnandosi a farsi suo vassallo,

a corrispondergli un annuo tributo,

a riconoscer la propria corona

suddita della pi grande di quello,

ed a piegare - ah, povera Milano! -

il mio ducato che mai fino allora

aveva conosciuto sudditanza,

alla pi vergognosa soggezione.

MIRANDA -

Oh, cieli!...

PROSPERO -

E senti a quali condizioni,

e a quali eventuali conseguenze;

e dimmi s'ei pu dirsi mio fratello.

MIRANDA -

Mi sentirei in peccato, padre mio,

se giudicassi men che nobilmente

la mia nonna, che fu d'entrambi madre;

altre volte, per, virtuoso grembo

dette alla luce disonesti figli.

PROSPERO -

Ecco dunque l'accordo: il re di Napoli,

da quell'inveterato mio nemico

ch' sempre stato, porse buon orecchio

alla richiesta; ch'era che quel re,

in cambio dell'omaggio di vassallo

e di non so qual gravoso tributo,

s'impegnava a cacciare me ed i miei

dal mio ducato e consegnare a lui,

in pienezza d'onori e di poteri

la mia bella Milano.

Cos, assoldato ch'ebbe alla bisogna

un'accozzaglia d'uomini felloni,

la notte stabilita, a mezzanotte,

Antonio apr le porte di Milano,

da dove, nell'oscurit pi fitta,

quelli ch'erano stati a ci preposti

mi trascinaron via, e te con me,

che piangevi.

MIRANDA -

Oh, che pietosa storia!

Quel mio pianto, di cui non ho memoria,

sento che torna a stringermi la gola,

e quel che dite mi strappa le lacrime.

PROSPERO -

Stammi ancora a sentire, per un po',

che ti devo condurre, col racconto,

fino agli avvenimenti pi vicini;

se no, sarebbe vano il mio parlare.

MIRANDA -

Come mai non ci tolsero la vita?

PROSPERO -

Giusta domanda, figlia, e conseguente.

Ebbene: nella lor grande ambizione

di rivestire dei pi bei colori

i lor torbidi intenti, ben sapendo

quanto il popolo mi volesse bene,

manc loro il coraggio

di marcare d'un tal cruento segno

la loro turpe impresa. A farla breve:

ci caricarono in fretta su un barco,

e ci spinsero qualche lega in mare(10),

dove avevano pronta una carcassa,

una goletta tutta sconquassata,

senz'alberi, n vele, n cordame,

abbandonata perfino dai topi.

In quel misero legno

ci lasciarono a sciogliere da soli

i nostri pianti in seno al grande mare

che rispondeva strepitando intorno,

e a sospirare ai venti, che, pietosi,

ci rinviavano i loro sospiri,

quasi in un gesto d'affettuoso torto.

MIRANDA -

Ahim, chi sa che peso sar stata

per voi, in quei terribili momenti!

PROSPERO -

Un angelo, sei stata, un cherubino,

ch' riuscito a sostenermi in vita:

sorridevi serena innanzi a me,

come pervasa da una forza d'animo

che sembrava ispirata in te dal cielo;

e mentre, affranto dal mio grave peso,

io spargevo nel mare amare lacrime;

quel tuo sorriso ridestava in me

un arcano coraggio per resistere

contro qualunque avversit futura.

MIRANDA -

E poi, come giungemmo a questa riva?

PROSPERO -

Fu grazie alla Divina Provvidenza.

Avevamo con noi un po' di cibo

e un po' d'acqua da bere,

che un nobile di Napoli, Gonzalo,

incaricato dell'esecuzione

di quel tristo disegno, impietosito,

ci aveva dato, insieme a ricche vesti,

biancheria, stoffe ed altre utili cose

che poi ci furono di grande aiuto;

non solo, ma sapendo, quel Gonzalo,

quanto cari mi fossero i miei libri,

mi riport dalla mia biblioteca

un certo numero di quei volumi

che per me valgono pi del ducato.

MIRANDA -

Come vorrei conoscerlo, quell'uomo!

Se solo un giorno potessi incontrarlo!

PROSPERO -

Ora mi alzo. Tu resta seduta,

(Si alza e riprende da terra il manto magico)

ch'io ti racconto quale fu la fine

di quella dolorosa traversia.

Come Dio volle(11), approdammo a quest'isola

e qui, con me come tuo pedagogo,

tu hai appreso con maggior profitto

di quanto sappian altre principesse

ch'hanno pi tempo e pi agio di te

da dedicare a inutili diporti,

e meno premurosi precettori.

MIRANDA -

Il ciel ve ne rimeriti, signore!

Ma spiegatemi - ch questo pensiero

ancora mi martella nella mente -

per qual ragione avete suscitato

questa burrasca.

PROSPERO -

Ti dir anche questo.

Per non so quale strano suo capriccio,

la provvida Fortuna, a me benigna,

ha tratto a queste rive i miei nemici;

e la mia preveggenza mi rivela

che il mio zenith(12) sotto il buon influsso

d'una benigna stella, il cui favore

s'io non curassi o tenessi in mal conto,

farebbe s che le mie buone sorti

declinerebbero sempre di pi.

Ora basta. Non chiedermi pi niente.

Vedo che inclini al sonno:

salutare per te questo sopore;

non devi fare nulla per resistergli.

Eppoi, si sa, non ci riusciresti...

(Miranda s' addormentata)

(Chiamando)

Presto, mio spiritello! Presto! Qua!

Avvicinati, Ariele, ora son pronto!

Entra ARIELE

ARIELE -

Evviva, mio magnifico padrone!

Salute, venerabile signore!

Eccomi pronto ad ogni tuo volere:

si tratti di volare, di nuotare,

di buttarmi nel fuoco, o cavalcare

sulla cresta delle ricciute nuvole,

Ariele sempre ai tuoi alti comandi,

con ogni magica sua facolt.

PROSPERO -

Dimmi un po', spiritello, hai suscitato

punto per punto la tempesta in mare

che t'avevo ordinato?

ARIELE -

Punto per punto, come tu volevi.

Piombato sopra il vascello del re,

ora a prua, ora al centro, ora sul cassero,

or di qua or di l per le cabine,

ho fiammeggiato dovunque terrore.

A volte mi scindevo in varie fiamme,

andando a divampare in vari posti:

sul pennone maggiore, sul bompresso,

ardevo tutto in separate fiamme,

per poi riunirmi in un unico incendio.

I fulmini di Giove, precursori

del fragore terribile del tuono,

e il lacerarsi di solfuree nubi

sembrava che cingessero d'assedio

il possente Nettuno,

tanto da riempire di tremore

i suoi superbi flutti, e da scrollare

perfino il suo terribile tridente.

PROSPERO -

Bravo, il mio coraggioso spiritello!

E ci fu alcuno tanto saldo e intrepido

al quale tutto questo finimondo

non sia valso a sconvolger la ragione?

ARIELE -

Nessuno. Non c' stata una creatura

che non sia impazzita di paura,

fino a compiere gesti disperati.

E tutti a bordo - meno i marinai -

si son gettati nell'acqua schiumosa,

lasciando il barco da me messo in fiamme.

Ho visto il figlio del re, Ferdinando,

con i capelli ritti da sembrare

che avesse in testa un intero canneto,

gettarsi in mare il primo, avanti a tutti,

gridando: "S' spopolato l'inferno!

Perch i diavoli stanno tutti qui!"

PROSPERO -

Cos! Cos! Ben fatto, spiritello!

Ma non stato vicino alla riva?

ARIELE -

Vicino, s, padrone.

PROSPERO -

E tutti salvi?

ARIELE -

Tutti, s. Non s' perso un sol capello.

Sugli abiti che li han tenuti a galla,

non una macchia, pi nuovi di prima.

Poi, secondo che tu m'avevi detto,

li ho dispersi per gruppi in tutta l'isola,

mentre il figlio del re l'ho spinto a riva

solo, lontan dagli altri,

e l'ho lasciato in un remoto anfratto,

a rinfrescar, seduto e sconsolato,

l'aria coi suoi sospiri,

con le braccia incrociate, ecco, cos...

PROSPERO -

E della nave del re, della ciurma,

che n'hai fatto? E del resto della flotta?

ARIELE -

La nave regia sana e salva all'ncora,

in quella stessa fonda insenatura

donde tu mi chiamasti quella volta,

per mandarmi, nel cuore della notte,

a cercarti rugiada alle Bermude,

sempre battute da un mare in tempesta;

e l sta ben nascosta; e i marinai,

stipati tutti sotto nelle stive,

vuoi per effetto d'un mio sortilegio,

vuoi per le grosse fatiche del viaggio,

li ho lasciati a dormire come ciocchi.

Quanto agli altri navigli della flotta,

da me dispersi, si son poi riuniti,

e veleggiano nel Mediterraneo,

in rotta verso Napoli, avviliti,

perch credono tutti d'aver visto

colare a picco la nave del re

e perire l'illustre personaggio.

PROSPERO -

Ariele, hai ben compiuto questo incarico.

Ma c' altro lavoro che t'aspetta.

Che ora volge il giorno?

ARIELE -

Dev'essere al di l della met.

PROSPERO -

Di due clessidre almeno(13). Ebbene, Ariele,

qui si tratta noi due

di mettere a profitto il nostro tempo

da qui alle sei.

ARIELE -

Altro lavoro ancora?

Ebbene, mio padrone,

visto che tu m'affibbi nuovi compiti,

lascia ch'io ti ricordi la promessa

che m'hai fatta e non hai pi mantenuta.

PROSPERO -

Ehi, l! Saresti in collera con me?

Che mi vuoi chiedere?

ARIELE -

Di liberarmi.

PROSPERO -

Prima che sia spirato tutto il tempo?...

No! Nemmeno a parlarne!

ARIELE -

Te ne prego, non ti dimenticare,

padrone mio, dell'ottimo servizio

che t'ho reso per tutto questo tempo:

mai detta una bugia,

mai uno sgarro, mai il muso lungo,

mai mugugno o proteste...

e tu m'avevi fatto la promessa

dell'abbuono d'un anno.

PROSPERO -

E tu, ti sei scordato, spiritello,

i tormenti da cui t'ho liberato?

ARIELE -

Certo che no.

PROSPERO -

E invece s, mi pare.

Che fatica ti potr mai costare

se ti mando a pestare un po' di limo

sul fondo dei salsedinosi abissi,

o a volare sulle pungenti raffiche

di tramontana, o a calarti per me

nelle indurite vene della terra

quando le brucia il gelo?

gran fatica far questo per me?

ARIELE -

No, no, signore.

PROSPERO -

Allora sei bugiardo

e anche malizioso, spiritello.

E te la sei scordata quella strega,

quella perfida strega Sicorace,

che, incurvata dagli anni e dal livore,

somigliava a un uncino?

ARIELE -

No, signore.

PROSPERO -

S, invece. Avanti, di', dov'era nata?

Te lo ricordi? Avanti, parla, dimmelo!

ARIELE -

Ad Algeri, signore.

PROSPERO -

Ah, s? Davvero?

Ecco, lo vedi? Io, di tanto in tanto(14)

ti debbo rinfrescare la memoria

e ripeterti quello che sei stato,

perch tu te lo scordi... Quella strega,

quella dannata strega Sicorace,

per via dei suoi malefici incantesimi,

che sono orribili solo a parlarne(15),

fu, come sai, cacciata via da Algeri;

e sol le fu risparmiata la vita

per una certa cosa che avea fatto.

vero o no?

ARIELE -

Verissimo, padrone.

PROSPERO -

Quella megera dalle occhiaie livide(16)

era incinta allorch fu trasportata

da alcuni marinai su quest'isola,

e qui abbandonata;

e tu, che dici d'essere mio schiavo,

eri allora suo servo, spiritello;

ma troppo delicato di natura

per adempiere a tutte le bisogne

terrigne e odiose ch'ella t'imponeva,

rifiutasti di dare esecuzione

a certe sue terribili ingiunzioni,

e lei, nell'implacabile sua rabbia,

coadiuvata dalle sue ministre,

le pi potenti entit dell'inferno,

t'imprigion nello spacco d'un pino,

e l tu sei rimasto, dolorante,

perch'ella nel frattempo venne a morte,

lasciandoti l dentro,

a emettere lamenti interminabili,

come i giri di mola d'un mulino.

L'isola allora non era onorata

da alcuna forma umana, salvo il figlio

che la strega vi aveva partorito,

un autentico cucciolo di strega,

lentigginoso, un vero mostriciattolo(17).

ARIELE -

Calibano, suo figlio?

PROSPERO -

E chi, se no?

Sciocco! di lui che parlo. Calibano,

lo stesso che tengo ora al mio servizio.

Dunque, dico, tu sai perfettamente

in che tormenti t'avevo trovato;

eran cos strazianti i tuoi lamenti

da ridestare l'ululato ai lupi

e intenerire il cuor perfino agli orsi,

le bestie pi spietate per natura:

un supplizio d'inferno,

che quella strega Sicorace, morta,

non ti poteva ormai far pi cessare.

Fu solo la virt della mia arte,

quando qui giunsi ed udii le tue grida,

ad aprir la mascella di quel pino

e trarti fuori.

ARIELE -

Grazie a te, padrone!

PROSPERO -

Ora, per, se seguiti il mugugno,

spacco una quercia, e ti c'inzeppo dentro,

e ti lascio nel suo nocchiuto ventre

a urlare e sbraitar dodici inverni.

ARIELE -

No, perdono, padrone: d'ora in poi

sapr ben obbedir ai tuoi comandi,

e far di buona voglia il mio servizio

di bravo spiritello. Sta' sicuro.

PROSPERO -

Bravo, cos va bene. E fra due giorni,

io ti prometto di renderti libero.

ARIELE -

Eccolo qua, il mio nobile padrone!

Che c' da fare? Di', che c' da fare?

PROSPERO -

Prendere le sembianze d'una ninfa,

una ninfa del mare,

invisibile a tutti fuor che a me(18).

Va', prendi quella forma, e torna subito.

Su, alla svelta, e con molta diligenza!

(Esce Ariele)

Prospero s'avvicina a Miranda che dorme

Su, svegliati, cuor mio!

Hai ben dormito, svegliati, mia cara!

MIRANDA -

(Risvegliandosi)

La stranezza di quel vostro racconto

m'ha messo addosso uno strano torpore.

PROSPERO -

Scuotilo, adesso, e vieni via con me:

andiamo dal mio schiavo Calibano,

uno che non ci fa mai concessione

di garbatezza nelle sue risposte.

MIRANDA -

un essere malvagio, quello, padre,

e non mi piace manco di guardarlo.

PROSPERO -

Non possiamo purtroppo farne a meno

nelle presenti nostre condizioni:

ci accende il fuoco, raccoglie la legna,

e ci sbriga tante utili faccende.

(Chiamando)

Ehi, Calibano!... Schiavo, dove sei?

Zolla di terra, dico a te, rispondi!

CALIBANO -

(Da dentro)

Di legna in casa ce n' gi abbastanza!

PROSPERO -

Vieni fuori, ti dico! Vieni fuori!

C' dell'altro da fare qui per te.

Avanti, tartaruga! Ti decidi?

Rientra ARIELE nelle sembianze d'una ninfa marina

Oh, dolce apparizione!

Mio delizioso Ariele, una parola...

All'orecchio...

(Gli sussurra qualcosa all'orecchio)

ARIELE -

Va bene. Sar fatto.

PROSPERO -

(Chiamando)

Ehi, tu, schiavo bilioso,

concepito dalla tua trista madre

col diavolo in persona, vieni fuori!

Entra CALIBANO

CALIBANO -

Vi piova addosso una guazza maligna,

a tutti e due, la stessa che mia madre

schiumava con la penna d'un corbaccio

dal pelo di paludi putrescenti!

E il pestifero vento di libeccio

vi soffi addosso a coprirvi di pustole!

PROSPERO -

E tu, per queste belle tue parole,

statti pur certo che stanotte stessa

sarai talmente assalito dai crampi

e da feroci trafitture ai fianchi,

da toglierti il respiro per lo spasimo

e tanti spiritelli in forma d'istrici

- ch quello della morta ora notturna

proprio il tempo del lor maleficio -

ti faranno punture cos fitte,

da ridurti la pelle un alveare,

e con aculei ancora pi aguzzi

dei pungiglioni dell'api operaie.

CALIBANO -

E inghiottiamoci anche questo rospo!(19)

Ma quest'isola mia,

da parte di mia madre, Sicorace,

e tu me la sottrai, da usurpatore.

I primi tempi della tua venuta

in questi luoghi mi volevi bene(20),

e mi tenevi grandemente in conto;

m'offrivi a bere spremute di more

e m'insegnavi quali nomi dare

alla luce pi grande e alla pi piccola

ch'ardono in cielo di giorno e di notte.

Ed io, che pure ti volevo bene,

ti mostrai le bellezze di quest'isola:

le fresche polle, le pozze salmastre,

le plaghe sterili e quelle feconde...

Maledizione a me, perch l'ho fatto!...

Ora vorrei che ti piovano addosso

i malefici tutti di mia madre,

e rospi, e scarafaggi, e pipistrelli!

Perch'io solo son qui tutti i tuoi sudditi,

io, che pur ero qui re di me stesso,

e mi vedo ora da te relegato

in questa ruvida balza rocciosa,

tutta l'isola essendomi interdetta!

PROSPERO -

Bugiardissimo schiavo,

sensibile soltanto alle sferzate,

mai alla gentilezza!

Malgrado fossi un mucchio d'immondizia,

io ti trattai con ogni umana cura,

e t'alloggiai nella mia stessa grotta,

finch tu non osasti di attentare

all'onore di questa mia bambina.

CALIBANO -

Oh, cos vi fossi riuscito

(ma tu giungesti in tempo ad impedirlo),

perch a quest'ora t'avrei popolato

quest'isola di tanti Calibani!

PROSPERO -

Aborrito furfante, sul cui viso

giammai s'imprimer marchio di bene,

giacch solo di male sei capace!

Io, per piet, m'ero presa la cura

d'insegnarti a parlare, ad ora ad ora,

ed altre cose, quando tu, selvaggio,

non sapevi nemmeno articolare

quello che avevi in animo di dire,

e ciangottavi suoni incomprensibili,

come un impasto di materia bruta;

e dotai di parole i tuoi pensieri.

Ma la tua vile e perversa natura,

se pure tardo non eri ad imparare,

aveva in s quello che fa impossibile

ad ogni essere buono starti accanto.

Giusto, pertanto stato, pi che giusto

averti confinato in questa roccia,

che men di quel che avresti meritato(21).

CALIBANO -

vero, tu m'insegnasti a parlare;

e l'unico vantaggio ch'io ne traggo

questo: che ora posso maledire.

Perci ti colga la peste bubbonica

per avermi insegnato il tuo linguaggio!

PROSPERO -

Va' via, seme di strega!

Va' a raccogliere legna! Ed alla svelta,

perch debbo affidarti altri servizi.

E che! Tu fai spallucce, malabestia?

Bada che se trascuri i miei comandi

o li eseguisci di cattiva voglia,

io ti riduco tutto un torciglione,

a spasimare coi crampi dei vecchi,

ti riempio le ossa di dolori

cos atroci da farti urlare tanto

da far tremar le belve nelle tane.

CALIBANO -

No, no, ti prego!

(Tra s)

M' forza obbedirgli:

la sua arte di mago ha tal potere,

da soggiogare anche il dio di mia madre,

Stebo, e far di lui un suo vassallo.

(Esce Calibano)

Rientra ARIELE, invisibile, suonando e cantando;

dietro di lui, attratto da quella musica, FERDINANDO

ARIELE -

(Canta)

"Alle spiagge dorate,

"la mano nella mano,

"a baciarvi venite,

"e il selvaggio baccano

"dei marosi zittite.

"Leggeri saltellate

"qua e l per queste prode,

"ed ogni spiritello

"intoni il ritornello". Udite, udite!

VOCI DI SPIRITI -

(All'interno)

Bau-bau. I cani latrano...

Bau-bau...

ARIELE -

Udite! Udite!

Sento il verso del tronfio(22) Cantachiaro

gridar gioioso il suo chicchirich.

FERDINANDO -

Da dove pu venire questa musica,

dall'aria o dalla terra?... Ora cessata.

Accompagna di certo un dio dell'isola.

Me ne stavo seduto su una riva,

piangendo ancor la perdita

del padre mio, quando udii questi suoni,

scivolar fino a me sopra quell'acque,

e placar, con la lor dolce armonia

la furia dei marosi e il mio dolore.

E poi di l mi son messo a seguirla,

o forse stata lei a trascinarmi...

svanita... Ah, no, ecco, riprende.

ARIELE -

(Canta)

"A cinque tese sotto

"dell'acque sta sepolto

"tuo padre, e non morto,

"ch la magia del mare

"lo seppe trasformare

"in cosa ricca e strana:

"son l'ossa sue coralli

"e perle le pupille;

"ed ogni ora le ninfe

"fan per lui rintoccare

"la funebre campana".

VOCI DI SPIRITI -

(Dall'interno)

Din-don.

ARIELE -

Ecco: io sento la campana.

FERDINANDO -

Le parole di questa melodia

ricordano mio padre ch' annegato:

questo non qualcosa di mortale,

n suono che provenga dalla terra...

Ecco, adesso lo sento su di me...

PROSPERO -

(A Miranda)

Le frangiate cortine dei tuoi occhi(23)

solleva, e dimmi che vedi laggi.

MIRANDA -

E che cos'? Uno spirito? Dio mio,

in che modo si va scrutando intorno!

E che stupenda figura s' dato...

ma di certo dev'essere uno spirito.

PROSPERO -

E invece no, figliola:

quello uno che mangia e beve e dorme

ed ha gli stessi esatti nostri sensi.

Quel gagliardo che tu vedi laggi

un di quelli che han fatto naufragio;

e se la sua persona

non fosse un po' sciupata dall'angoscia,

questo tarlo che rode la bellezza,

potresti dirlo davvero un bell'uomo.

Si vede che ha smarrito i suoi compagni,

e va vagando intorno per trovarli.

MIRANDA -

Io lo direi un essere divino:

perch non ho mai visto sulla terra

nulla di cos nobile.

PROSPERO -

(Tra s)

Ma bene!

Tutto procede, vedo,

come l'animo mio mi suggeriva.

(Parlando ad Ariele, invisibile)

Spiritello, sagace spiritello!

Per questo, fra due giorni sarai libero!

FERDINANDO -

(Vedendo Miranda)

Questa dev'essere senza alcun dubbio

la dea cui fan corteggio quelle musiche.

(Forte)

Permettimi, di grazia, una preghiera:

ch'io ti chieda se abiti quest'isola,

e se puoi darmi qualche buon consiglio

su come meglio ho da condurmi qui;

e infine - ma la cosa pi importante -

dimmi, prodigio, sei fanciulla o no?

MIRANDA -

Prodigio no; fanciulla, s, di certo.

FERDINANDO -

Mi rispondi nella mia stessa lingua?...

Cielo! Se invece di trovarmi qui,

fossi dove si parla questa lingua,

sarei di tutti quelli che la parlano

il pi alto.

PROSPERO -

Il pi alto? Che vuol dire?

Che saresti se fosse qui ad udirti

il re di Napoli?

FERDINANDO -

Quello che sono:

un uomo come un altro che stupito

di sentirti parlar del re di Napoli.

Quel re mi sente: e per questo io piango.

Il re di Napoli adesso son io,

dopo aver visto con questi miei occhi,

che da allora non cessano di piangere,

mio padre, ch'era il re, annegare in mare...

MIRANDA -

Cielo, misericordia!

FERDINANDO -

... con tutti i nobili della sua corte,

il Duca di Milano

e con esso il suo valoroso figlio.(24)

PROSPERO -

(A parte)

Il Duca di Milano,

e la di lui pi valorosa figlia

potrebbero smentirti, giovanotto...(25)

ma non ora, non questo il momento...

Si sono detti amore al primo sguardo...

Ariele, mia delizia,

per questo ti dar la libert!

(A Ferdinando)

Una parola, gentile signore:

temo che siate su una falsa strada...

una parola...

MIRANDA -

(Tra s)

Ma perch mio padre

gli si rivolge con tanta durezza?

il terzo uomo che ho visto, ed il primo

per il quale il mio cuore ha sospirato...

Ah, piet possa indurre il padre mio

a star dalla mia parte!...

FERDINANDO -

Oh, se tu sei fanciulla, come dici(26),

ed il tuo cuore non volto altrove,

far di te la regina di Napoli.

PROSPERO -

Piano, signore. Ancora una parola.

(Tra s)

Son gi l'uno dell'altra...

Ma la faccenda un po' precipitosa,

e convien ch'io vi metta qualche intoppo;

perch una troppo facile vittoria

non svilisca il valor della conquista.

(A Ferdinando)

Ancora una parola. Ascolta bene:

tu usurpi un titolo che non tuo,

e vieni su quest'isola da spia,

con l'intenzione di carpirla a me,

che ne sono il padrone.

FERDINANDO -

Questo no!

Com' vero ch'io sono un uomo vivo!

MIRANDA -

In un cos bel tempio, padre mio,

io credo che non pu albergare il male;

ch se i maligni spiriti albergassero

in una simile bella dimora,

i buoni avrebbero gi fatto a gara

per andare a convivere con loro.

PROSPERO -

(A Ferdinando)

Seguimi.

(A Miranda)

E tu non perorar per lui.

Costui un traditore.

(A Ferdinando)

Andiamo, vieni:

voglio legarti collo e piedi in ceppi;

avrai l'acqua del mare per bevanda,

e per cibo molluschi d'acqua dolce,

radici disseccate e gusci vuoti

di ghiande stati loro culla. Vieni.

FERDINANDO -

No. Ad un trattamento come questo

resister finch il mio avversario

non si dimostrer di me pi forte.

(Fa per snudare la spada, ma Prospero,

con un incantesimo, gli impedisce di muoversi)

MIRANDA -

Padre mio, siate buono,

non imponetegli s dura prova;

egli cos gentile,

che da lui non c' nulla da temere(27).

PROSPERO -

Oh, dico, dev'essere il mio piede

a dirmi quel che deve far la mano?(28)

(A Ferdinando)

Traditore, rinfodera la spada,

ch d'essa non potresti mai servirti,

n oseresti colpirmi,

per quanto ti rimorde la tua colpa.

E smetti quella guardia, ch'essa inutile:

ch'io con questa bacchetta, con un colpo,

ti mando l'arma a terra e ti disarmo.

MIRANDA -

(Aggrappandosi alla veste del padre)

Oh, padre mio, vi supplico!

PROSPERO -

Allontnati!

Non aggrapparti alle mie vesti. Via!

MIRANDA -

Piet, padre. Rispondo io per lui.

PROSPERO -

Zitta! Se dici ancora una parola,

mi spingi a redarguirti brutalmente,

se non addirittura a detestarti!

Come! Difendi un impostore?... Zitta!

Tu pensi che ci sia soltanto lui

al mondo di cos piacente aspetto,

perch non hai veduto ancora altr'uomo

che lui e Calibano... Scioccherella!...

Se confrontato con la maggioranza

del suo sesso, costui un Calibano,

e al suo confronto gli altri sono angeli.

MIRANDA -

Vuol dire allora che i miei desideri

sono molto modesti, se son paghi

di non averne visti altri pi belli.

PROSPERO -

(A Ferdinando)

Allora, via, obbedisci, ch i tuoi nervi

son ritornati quelli dell'infanzia,

e tu non hai pi forza.

FERDINANDO -

vero, vero.

Mi sento tutti i sensi prigionieri,

come in sogno. Ma questo sfinimento,

la stessa perdita del padre mio,

il naufragio di tanti cari amici,

le minacce da parte di quest'uomo

cui son costretto a ceder mio malgrado,

non sarebbero peso insopportabile

s'io potessi mirar questa fanciulla

anche attraverso la grata d'un carcere,

e anche non pi d'una volta al giorno.

E andassero pur gli altri tutti liberi

per i quattro cantoni della terra:

per me quella prigione

sarebbe spazio pi che sufficiente.

PROSPERO -

(Tra s)

L'incanto ha cominciato a funzionare.

(A Ferdinando)

Andiamo!

(Ad Ariele)

Un ottimo lavoro, Ariele!

(A Ferdinando)

Deciditi a seguirmi.

(Ad Ariele)

Ascolta bene

quello che ancora devi far per me.

MIRANDA -

(A Ferdinando)

Rassicrati. Questo padre mio

non poi d'indole cos malvagia

come ti pu apparir dal suo parlare.

Quello che ha fatto e detto fino ad ora

insolito del suo comportamento.

PROSPERO -

(Ad Ariele)

Ariele, sarai libero, folletto,

libero come i venti di montagna.

Ma attento ad eseguire puntualmente

i miei comandi.

ARIELE -

Sillaba per sillaba!

PROSPERO -

(A Ferdinando)

Allora, ti decidi? Andiamo, seguimi!

(A Miranda)

E tu non intercedere per lui!

(Escono)

ATTO SECONDO

SCENA I - Altra parte dell'isola

Entrano ALONSO, SEBASTIAN, ANTONIO, GONZALO, ADRIANO, FRANCESCO e altri

GONZALO -

(Al re)

Signore, vi scongiuro, state allegro;

ne avete ben motivo, come tutti,

ch l'essere scampati dalla morte

bene che compensa largamente

tutto ci che possiamo aver perduto.

La cagione che vi fa stare afflitto

delle pi comuni: tutti i giorni

ci sono mogli d'uomini di mare,

armatori di navi da trasporto,

o mercanti che l'hanno noleggiate

ch'hanno a dolersi per disgrazie simili;

ma tra milioni d'uomini sono pochi,

che possono gridare, come noi,

al miracolo d'essersi salvati.

Dunque, mio buon signore, fate cuore,

cerchiamo di pesar dentro di noi

afflizione e conforto con saggezza.

ALONSO -

Sta' zitto, te ne prego!

SEBASTIAN -

(Ad Antonio, a parte)

Questi conforti sono zuppa fredda

per lui.

ANTONIO -

(A Sebastian, a parte)

Per il suo confortatore

non ha nessuna voglia di desistere.

SEBASTIAN -

(c.s.)

Guardatelo: sta dando nuova carica

all'orologio della parlantina.

Tra poco batter di nuovo l'ore.

GONZALO -

(Al re)

Signore...

SEBASTIAN -

(c.s.)

E una. Cominciamo il conto.

GONZALO -

... quando ci si presenta una disgrazia,

chi la riceve ne ricava...

SEBASTIAN -

(Forte)

... un dollaro(29).

GONZALO -

... un dolore, s, avete detto giusto,

pi giusto ch'io credessi che pensaste.

SEBASTIAN -

E voi l'avete inteso giustamente,

meglio di quanto io non l'abbia detto.

GONZALO -

(Al re)

Perci dicevo appunto, mio signore...

ANTONIO -

Ah, ma che spendaccione mai costui

della sua lingua!

ALONSO -

(A Gonzalo)

Risprmiati, prego!

GONZALO -

Bene. Ho finito... Eppure, tuttavia...

SEBASTIAN -

... e tuttavia lui seguita a ciarlare.

ANTONIO -

Chi dei due, tra lui ed Adriano,

ora far "chicchirich" per primo?

SEBASTIAN -

Io dico il vecchio gallo.

ANTONIO -

Io il galletto.

SEBASTIAN -

Ebbene, allora scommettiamo. Quanto?

ANTONIO -

Una bella risata.

SEBASTIAN -

S, ci sto.

ADRIANO -

Quest'isola, bench sembri deserta...

SEBASTIAN -

(Ridendo forte)

Ah! Ah! Ah! Ah! Cos siete pagato(30).

ADRIANO -

... inabitata, e quasi inaccessibile...

SEBASTIAN -

... pure...

ADRIANO -

... pure...

ANTONIO -

Quel "pure" gli era d'obbligo.

ADRIANO -

... ci dev'esser nell'aria tutt'intorno

una sottile, fine temperanza...

ANTONIO -

"Temperanza" era infatti una donzella

sottile e delicata(31)...

SEBASTIAN -

... ed anche fine,

com'egli ha s sapientemente detto.

ADRIANO -

Qui l'aria spira dolce, delicata...

SEBASTIAN -

... come avesse i polmoni cagionevoli...

ANTONIO -

... o sentisse un profumo di palude.

GONZALO -

E c' tutto che serve per campare.

ANTONIO -

vero; solo che mancano i mezzi.

SEBASTIAN -

Ah, di quelli ce ne son pochi o nulli.

GONZALO -

E come l'erba appare tutt'intorno

d'una freschezza rigogliosa, verde...

ANTONIO -

In verit il terreno appare bruno...

SEBASTIAN -

... e il verde occhieggia solo un po' qua e l.

ANTONIO -

Beh, non s' mica sbagliato di molto.

SEBASTIAN -

No, s' soltanto sbagliato di tutto.

GONZALO -

... ma la cosa pi strana, inusitata,

direi quasi incredibile, si ...

SEBASTIAN -

... come tutte le cose inusitate...

GONZALO -

... che le robe di queste nostre vesti

quantunque siano state, e lo son state,

inzuppate dal mare, e come bene,

hanno serbato freschezza e colore

quasi, non che gualcite all'acqua salsa

fossero state tutte tinte a nuovo.

ANTONIO -

Se sol potesse parlare una tasca,

non direbbe ch'egli racconta frottole?

SEBASTIAN -

S, se non fosse tanto disonesta

da mettersele in tasca, e zitto e mosca.

GONZALO -

Si direbbe che queste nostre vesti

abbian serbato tutta la freschezza

di quando le indossammo il primo giorno,

pel matrimonio della principessa

figlia del re, la bella Claribella,

col re di Tunisi.

SEBASTIAN -

Gran belle nozze!

E che bella fortuna abbiamo avuto

a ritornare a casa sani e salvi.

ADRIANO -

Tunisi non aveva avuto mai

la grazia, prima d'ora, d'un gioiello

di regina di tale perfezione.

GONZALO -

No, da quando la vedova Didone...

ANTONIO -

Vedova un corno! Che c'entra la vedova?

Sentitelo! La "vedova Didone"!...

SEBASTIAN -

Eh, come la prendete, Santo Dio!

E che, allora, se avesse ricordato

anche il "vedovo Enea"?...

ADRIANO -

La "vedova Didone" avete detto?

Ma quella, ora che ci penso meglio,

non era affatto regina di Tunisi,

ma di Cartagine.

GONZALO -

E Tunisi, signore, era Cartagine.

ADRIANO -

Cartagine?

GONZALO -

S, s, parola mia.

ANTONIO -

Eh gi, "parola sua": la sua parola

pi potente dell'arpa di Anfione(32).

SEBASTIAN -

Ha innalzato le mura di Cartagine,

con le case, coi tetti e tutto il resto.

ANTONIO -

Chi sa allora che nuovo impossibile

combiner altrettanto facilmente.

SEBASTIAN -

Mettersi in tasca magari quest'isola

come una mela e portarsela a casa,

in regalo a suo figlio.

ANTONIO -

E cospargere il mare di sementi

per far nascer qua e l tanti isolotti.

ALONSO -

(Come trasalendo, svegliato dalle sue meditazioni)

Eh, gi...

ANTONIO -

(Vedendolo finalmente partecipare al colloquio)

Alla buon'ora(33)!...

GONZALO -

(Al re, come continuando un discorso interrotto)

Si diceva, signore, che i nostri abiti

sembrano affatto nuovi,

come quando li abbiam portati a Tunisi

al matrimonio della vostra figlia,

ora regina.

ANTONIO -

Ed anche la pi splendida

che Tunisi abbia visto fino ad oggi.

SEBASTIAN -

Escludendo, per, mi raccomando,

la vedova Didone.

ANTONIO -

Ah, s, s, certo:

Didone vedova! Didone vedova!

GONZALO -

(c.s.)

E non forse questo mio corpetto

fresco, in un certo senso,

come la prima volta che lo misi?

ANTONIO -

Ben pescato quel "in un certo senso"!

GONZALO -

... s, dico, come quando l'indossai

al matrimonio della figlia vostra.

ALONSO -

Tu m'inzeppi le orecchie di continuo

di parole che suonano indigeste

allo stomaco dei miei sentimenti.

Mai l'avessi sposata in quel paese

mia figlia Claribella!

Ho perduto mio figlio, nel ritorno,

ed anche lei, da quel che posso intendere,

perch lontana com' dall'Italia

non spero ormai di rivederla pi.

O tu, ch'eri l'erede dei miei regni

di Napoli e Milano, qual mai mostro

ha fatto di te in mare il suo boccone?

FRANCESCO -

Ma forse, maest, ancora vivo,

perch'io l'ho visto che fendeva l'onde

a vigorose bracciate, sicuro,

e, cavalcando sulle loro creste,

quasi muovendosi in groppa a loro,

scansandole riottose lungo i fianchi,

e rompendo di petto le pi alte,

che, gonfie, gli venivano davanti;

e tener alto fieramente il capo

nel ribollir dei marosi infuriati,

e farsi remo delle forti braccia

per raggiunger la riva,

che, corrosa dal morso dei marosi,

pareva quasi volersi abbassare

per accoglierlo a lei.

Son sicuro che giunto vivo a terra.

ALONSO -

No, perduto!

SEBASTIAN -

Se cos fosse, Altezza,

non avreste che a ringraziar voi stesso,

per non aver voluto far felice

di vostra figlia questa nostra Europa,

preferendo accoppiarla a un africano;

cos lontana, ormai ella bandita,

dagli occhi vostri, che hanno ben ragione

di lacrimare, per ci, di dolore...

ALONSO -

Non parlarne, ti prego!

SEBASTIAN -

... e noi qui tutti a pregarvi in ginocchio

e ad insistere in tutte le maniere

di desistere! Ed ella, poverina,

combattuta nell'animo com'era

tra repugnanza e obbedienza di figlia,

che non sapeva da che parte pendere!

Vostro figlio perduto, come temo,

ed a Milano e a Napoli,

per effetto di quel vostro negozio

ci saranno pi vedove

di quanti uomini riporteremo

per consolarle. E ci per colpa vostra(34).

ALONSO -

Oh, s, cos com' soltanto colpa mia

la perdita di tutte la pi cara(35).

GONZALO -

Signor Sebastian, quel che dite vero,

ma non n gentile n opportuno,

che lo stiate a ripeter proprio ora;

non fate che inasprirgli ancor la piaga,

quando dovreste porgergli l'impiastro.

SEBASTIAN -

Bella immagine!

ANTONIO -

Ed anche assai chirurgica!

GONZALO -

Quando voi siete annuvolato, sire,

maltempo per tutti qui.

SEBASTIAN -

Maltempo?...

ANTONIO -

Pessimo, anzi.

GONZALO -

Vedete, signore,

s'io dovessi colonizzar quest'isola...

ANTONIO -

(A parte, a Sebastian)

Seminerebbe ortiche.

SEBASTIAN -

(A parte, ad Antonio)

Oppure lappole o malva selvatica.

GONZALO -

... e fossi il re, sapete che farei?...

SEBASTIAN -

(c.s.)

Cesserebbe per sempre di sbronzarsi,

per assoluta mancanza di vino.

GONZALO -

... farei che nella mia comunit

si facesse ogni cosa all'incontrario

di quello che si fa solitamente:

niente commerci, di nessuna specie;

niente magistrature;

l'ignoranza per legge obbligatoria;

ricchezza, povert, servit, niente;

obbligazioni, successioni, termini,

confini, decime, vigneti, niente;

niente metalli, grano, vino, olio;

sconosciuto il lavoro: tutti in ozio;

anche le donne, ma innocenti e pure.

Nessuna sorta di sovranit...

SEBASTIAN -

(c.s.)

Anche se lui vorrebbe esserne il re.

ANTONIO -

(c.s.)

Gi, la fine di questo suo statuto

sembra non ricordarsi del principio.

GONZALO -

... Tutti in comune i beni della terra,

prodotti senza sforzo n sudore.

E niente tradimenti, fellonie,

spade, picche, fucili ed altri ordigni,

niente bisogno d'ordini qualsiasi:

ch la natura dovrebbe produrre

tutto da s, in misura sufficiente

a nutrire il pacifico mio popolo...

SEBASTIAN -

(c.s.)

E niente matrimoni fra i suoi sudditi?

ANTONIO -

(c.s.)

No, niente, amico mio, tutti in panciolle,

le prostitute come i lestofanti.

GONZALO -

... Governerei con tale perfezione,

da non rimpiangere l'et dell'oro.

SEBASTIAN -

(c.s.)

Salute a Sua maest!

ANTONIO -

(c.s.)

Viva Gonzalo!

ALONSO -

Basta, ti prego. Quel che dici nulla.

GONZALO -

Lo credo anch'io, signore.

Ma lo facevo per offrire l'estro

a questi riveriti gentiluomini

dai polmoni cos pronti e sensibili

che sanno ridere appunto di nulla.

ANTONIO -

Era di voi che si rideva, infatti.

GONZALO -

Di me che nulla sono, certamente,

rispetto a voi, in queste allegre ciance;

perci potete pure seguitare

a ridere di nulla.

ANTONIO -

Che stoccata!

SEBASTIAN -

S, se non fosse caduta di piatto.

GONZALO -

Voi siete uomini di ardito stampo:

capaci anche di svitar la luna

fuori della sua sfera,

se rimanesse cinque settimane

senza cambiare fase.

Entra ARIELE, invisibile, intonando una musica solenne

SEBASTIAN -

E perch no?

E ce ne serviremmo di lanterna

per andare a cacciare pipistrelli.

ANTONIO -

(A Gonzalo)

Suvvia, signore, non ve la prendete.

GONZALO -

No, no, state tranquillo.

Non metto a repentaglio il mio buon nome

per simili bazzecole...

E dal momento che mi sento addosso

una gran pesantezza...

non mi vorreste conciliare il sonno

continuando con le vostre risa?

ANTONIO -

Mettetevi a dormire ed ascoltateci.

(S'addormentano tutti, tranne ALONSO,

SEBASTIAN e ANTONIO)

ALONSO -

E che, si sono addormentati tutti?

cos, tutti d'un colpo?

Anch'io vorrei poter chiudere gli occhi

ed insieme con loro i miei pensieri...

e sento ch'essi sono inclini a farlo.

SEBASTIAN -

Vogliate compiacervi, monsignore,

di non respingere una tale offerta:

il sonno non fa visita al dolore

se non in rari casi,

e quando ci succede, un vero balsamo.

ANTONIO -

Noi due, signore, mentre riposate,

staremo qui a farvi buona guardia

e a vegliare alla vostra sicurezza.

ALONSO -

Grazie. Mi vince un pesante torpore.

(S'addormenta - Esce Ariele)

SEBASTIAN -

Che strana sonnolenza

s' impossessata di tutti costoro.

ANTONIO -

Sar un effetto del clima.

SEBASTIAN -

Perch allora non fa calar le palpebre

anche a noi? Io non mi sento affatto

disposto al sonno.

ANTONIO -

N mi sento io.

Ho al contrario lo spirito ben desto.

Si sono sprofondati nel letargo

tutti, come se fossero d'accordo,

tutti di colpo, come folgorati...

Ah, quale idea(36), mio nobile Sebastian!

Quale idea mi balena... No, no, niente!

Eppur mi par di leggertelo in viso,

Sebastian, quello che potresti essere:

l'occasione ti chiama,

ed io gi mi figuro, nella mente,

scendere sul tuo capo una corona.

SEBASTIAN -

Che dici? Sei ben sveglio?

ANTONIO -

Certo. Non senti che ti sto parlando?

SEBASTIAN -

S, lo sento ma questo tuo parlare

quello d'un che dorme, certamente:

parli nel sonno, tu. Ma che dicevi?

Bizzarro modo di dormire, il tuo:

ad occhi aperti, in piedi,

parlare, muoversi, gesticolare,

e tuttavia dormire come un sasso!

ANTONIO -

Sei tu che lasci, nobile Sebastian,

dormir, anzi morir, la tua fortuna...

Hai gli occhi chiusi, pur essendo sveglio.

SEBASTIAN -

Tu russi invece, ma nel tuo russare

in suoni articolati io colgo un senso.

ANTONIO -

Sono pi serio, infatti, del mio solito:

e tu anche devi esser come me,

se ascolti bene ci che sto per dirti:

un consiglio che se vorrai seguire

ti farai grande tre volte di pi.

SEBASTIAN -

Io sono, in verit, un'acqua stagna.

ANTONIO -

Ed io t'insegno a diventar corrente.

SEBASTIAN -

Insegnamelo, allora,

perch ho una pigrizia ereditaria

che mi fa sempre seguire il riflusso.

ANTONIO -

Ah, se potessi solo indovinare

come carezzi questo mio disegno,

mentre lo prendi a gioco in questo modo!

Come cos spogliandolo, lo vesti!

Chi per paura oppure per accidia

se ne rimane in balia del riflusso,

spesso si trova con la chiglia a fondo.(37)

SEBASTIAN -

Continua, te ne prego.

Dal tuo occhio e dal tuo atteggiamento

sembra proprio che voglia venir fuori

qualche cosa di grosso ingombro: un parto,

che sembra procurarti un gran travaglio.

ANTONIO -

Ecco di che si tratta, mio signore:

nonostante che questo gentiluomo

(Indicando Gonzalo)

labile di memoria - come labile

nella memoria altrui sar egli stesso

una volta sotterra - sia riuscito

in qualche modo a persuadere il re

- ch della persuasione egli lo spirito,

e fare il persuasore il suo mestiere -

che il figlio Ferdinando ancora vivo,

io ti dico al contrario ch' impossibile

che non sia annegato, come lui

che giace addormentato avanti a noi,

impossibile stia nuotando in mare.

SEBASTIAN -

Anch'io non spero pi che Ferdinando

non sia annegato.

ANTONIO -

Qual grande speranza

non viene a te dal tuo "non spero pi"!

Ch nessuna speranza per quel verso,

s alta speranza per un altro,

che la stessa ambizione riluttante

a spingere lo sguardo s al di l

per timore di ci che pu scoprirvi.

Convieni tu con me

che Ferdinando affogato?

SEBASTIAN -

S, morto.

ANTONIO -

Dimmi allora: chi dopo di lui

l'erede alla corona?

SEBASTIAN -

Claribella.

ANTONIO -

Quella che vive a Tunisi, regina,

almeno dieci leghe pi lontano

di quante occorrano per arrivarci

nel tempo di una vita?

Quella che non potrebbe aver notizia

di quanto accade a Napoli

- salvo che non le faccia da corriere

lo stesso sole, l'Uomo della Luna

essendo troppo lento alla bisogna -

prima che al mento d'uno nato oggi

sia cresciuta una barba da rasoio?

Quella da cui partiti veleggiando

per ritornare a casa, tutti quanti

fummo inghiottiti da un mare in tempesta,

ed i pochi di noi

che furon risospinti in terraferma

sono ora votati dal destino

a recitare un altro atto del dramma

di cui quel che passato appena il prologo,

e il resto che si deve ancora svolgere

spetta a voi ed a me d'interpretare?

SEBASTIAN -

Ma che discorso questo? Che vuol dire?

Che la figlia di mio fratello a Tunisi,

vero; ch'essa sia l'erede al trono,

vero, com' vero, tuttavia,

che c' tra i due paesi un certo spazio.

ANTONIO -

Uno spazio ciascun palmo del quale

grida: "Come potr mai Claribella

misurarci per ritornare a Napoli?

Che se ne resti a Tunisi, e Sebastian

si svegli finalmente dal suo sonno!".

(Indicando i dormienti)

Ecco: se non il sonno, ma la morte

si fosse impadronito di costoro,

non sarebbero peggio, a riguardarli,

di quel che ci si mostrano.

C' chi pu governare bene Napoli

quanto costui che dorme qui disteso;

e ci son gentiluomini capaci

di sciogliere la lingua in vaniloqui

come questo Gonzalo... Come lui,

io stesso sarei in grado di gracchiare

con l'aria pi solenne e compassata...

Ah, se pensassi quel che penso io!

Che scala non sarebbe questo sonno

per salire pi in alto!... Mi capisci?

SEBASTIAN -

Credo di s.

ANTONIO -

E come accogli allora

il destro che ti porge la fortuna?

SEBASTIAN -

Ora mi viene in mente che tu stesso

hai spodestato tuo fratello Prospero.

ANTONIO -

Infatti. E guarda come mi stan bene

addosso questi suoi paludamenti:

molto meglio che i panni miei di prima.

I suoi vassalli, ch'erano miei pari,

ora sono miei sudditi.

SEBASTIAN -

Ma per la tua coscienza?

ANTONIO -

E dove sta di casa la coscienza?

Fosse un gelone a un piede,

avrei messo magari le pantofole;

ma in petto questa dea non me la sento.

Venti coscienze che si frapponessero

tra mezzo a me e il ducato di Milano,

potrebbero ghiacciarsi e poi disciogliersi,

prima d'avere il tempo necessario

a procurarmi il minimo disturbo.

Qui c' il fratello tuo, addormentato.

Non varrebbe la terra su cui giace,

se fosse quel che appare: un uomo morto.

Con non pi di tre pollici di lama

di questo docile mio pugnaletto,

io potrei metterlo a dormir per sempre;

mentre anche voi, con lo stesso sistema,

potreste chiudere in eterno gli occhi

a questo preistorico nonnulla,

questo Messer Prudenza,

che non potrebbe pi rimproverarci

per questa azione. Quanto a tutti gli altri,

si prenderanno da noi l'imbeccata,

come il gatto si lappa il suo lattuccio:

regoleranno sempre l'orologio

all'ora che gli fisseremo noi.

SEBASTIAN -

D'accordo, caro amico,

il tuo caso sar il mio precedente:

al modo stesso che tu hai seguito

per avere Milano, io avr Napoli.

Snuda dunque la spada: un colpo solo

t'affrancher dal tributo che paghi,

ed io, che sar re, t'avr assai caro.

ANTONIO -

Snudiamo insieme allor le nostre spade,

e quando alzo la mia, tu fa' lo stesso

e lasciala cadere su Gonzalo.

SEBASTIAN -

Ah, c' ancora qualcosa che ho da dirti...

(Si appartano per parlare sottovoce)

Musica - Rientra ARIELE, a loro invisibile

ARIELE -

(All'orecchio di Gonzalo)

Il mio padrone, con la sua magia,

ha previsto il pericolo che tu,

che sei suo amico, stai ora correndo,

e mi manda a tenervi tutti in vita,

altrimenti fallisce il suo progetto.

(Canta all'orecchio di Gonzalo che dorme)

"Mentre tu stai russando,

"la congiura occhialuta va tramando

"di toglierti di mezzo, e come e quando.

"Se tieni alla tua testa,

"scaccia il sonno e ti desta.

"Svegliati, su, alla lesta!".

ANTONIO -

Che aspettiamo? Sbrighiamoci, su, presto!

GONZALO -

(Svegliandosi)

Oh, buoni angeli, salvate il re!

(Scuote il re)

Ehi, su, svegliatevi!... Ma che succede(38)?

(Ad Antonio e Sebastian)

Che sono quelle spade sguainate?

E quegli sguardi torvi?...

ALONSO -

(Svegliandosi)

Che succede?

SEBASTIAN -

Stavamo qui a vegliare al vostro sonno,

quando ad un tratto ci giunse all'orecchio

un sordo riecheggiare di muggiti

come di tori, o piuttosto leoni.

Non so come non v'hanno risvegliato.

Le orecchie mie ne furono intronate,

paurosamente.

ALONSO -

Non ho udito nulla.

ANTONIO -

Oh, s, davvero un orribile strepito,

da spaventare l'orecchio d'un mostro;

da scatenare un vero terremoto!

Doveva essere, sicuramente,

il ruggito d'un branco di leoni.

ALONSO -

Hai udito qualcosa, tu, Gonzalo?

GONZALO -

In fede mia, signore, quel ch'ho udito

stato solo un canto a mezza voce

e molto strano, che m'ha risvegliato.

Dopodich vi ho scosso ed ho gridato,

ch, appena aperti gli occhi,

ho visto quelle spade sguainate.

Un rumore c' stato, questo s.

Sar bene perci che stiamo in guardia,

e ce ne andiamo via da questi luoghi,

spade in pugno.

ALONSO -

S, andiamocene, meglio;

e mettiamoci ancora alla ricerca

del povero mio figlio.

GONZALO -

Dio lo scampi

da queste belve che sono nell'isola.

Perch son certo ch'egli qui.

ALONSO -

Muoviamoci.

(Escono tutti)

ARIELE -

(A parte)

Prospero, il mio padrone,

sapr cos quel che ho fatto per lui...

Va', va' sicuro in cerca di tuo figlio!

(Esce)

SCENA II - Altra parte dell'isola, brulla, senza vegetazione.

Entra CALIBANO con un fascio di legna e un mantello

CALIBANO -

Tutti gli umori pi pestilenziali

che il sole succhia da pantani e stagni

ricadano su Prospero, e lo infettino

e lo riducano tutto una piaga,

a pezzetto a pezzetto, a oncia a oncia.

Gli spiriti che sono al suo servizio

mi ascoltano, lo so, e tuttavia

non mi posso tener dal maledirlo.

Quelli per non mi punzecchieranno

n mi verranno a mettere paura,

assumendo le forme di folletti,

o a rotolar nel fango,

o a condurmi la notte fuori strada

prendendo forma di tizzoni accesi,

se lui non gli d l'ordine di farlo.

Ma me li veggo sguinzagliati intorno

per ogni inezia: a volta come scimmie,

a farmi smorfie e digrignare i denti

e darmi morsettini; o come istrici,

a rotolarsi sopra la mia strada,

mentre cammino scalzo,

e subito a drizzare i loro aculei,

ogni volta che poso il piede a terra.

Tal'altra volta sono dei serpenti

che m'avvinghiano tutto da ogni parte,

fischiando con le lor forcute lingue,

da uscire pazzo.

Entra TRINCULO

Toh, eccone uno,

che viene certo a me per tormentarmi

perch ho tardato a portare la legna.

Ora mi butto lungo lungo per terra,

forse cos non si accorge di me.

(Si stende a terra bocconi sotto il mantello)

TRINCULO -

Qui si prepara un nuovo temporale,

e non si vede arbusto n cespuglio

sotto cui ripararsi in qualche modo.

Lo sento gi dal fischiare del vento.

Quella nuvola nera - e come grossa! -

ha l'aria d'un immenso otre maligno

pronto a rovesciar gi acqua a torrenti.

E io, se tuona ancora come prima,

dove metto al riparo la mia testa?

(Scorge Calibano disteso a terra)

Ehi, oh! Che vedo qui? Un uomo? Un pesce?

Morto? Vivo?... Dev'esser proprio un pesce,

all'odore di rancido e stantio,

come di baccal... Uno strano pesce!

Se fossi in Inghilterra, come un tempo,

a possedere un pesce come questo,

anche dipinto sopra un cartellone,

non ci sarebbe bifolco laggi,

che non fosse disposto, la domenica,

a pagare uno scudo, per vederlo.

Da quelle parti, un mostro come questo,

ad avercelo in proprio, ti fa ricco.(39)

Qualsiasi rara bestia, in quel paese,

pu fare la fortuna d'un cristiano.

Non darebbero il becco d'un quattrino

per aiutare un mendicante stroppio,

ma son prontissimi a buttarne dieci

per ammirare un pellerossa morto.

Per questo ha le gambe, come un uomo...

e per prime due braccia... come un uomo.

(S'avvicina a Calibano e lo tasta)

Uh, questo ancora caldo!

Allora debbo cambiare opinione,

non posso pi pensarla come prima:

pesce, questo non ; un isolano,

colpito appena da qualche saetta.

(Tuono)

Ahi! Ahi! Qui ricomincia il temporale!

Sar costretto a trovare riparo

sotto il mantello qui, di questo coso;

non c' altro scampo a portata di mano.

Eh, come la sventura ti pu dare

le compagnie di letto pi impensate!

Mi riparo qua sotto,

finch non sia passata la bufera.

Entra STEFANO, cantando, con una

bottiglia in mano, fatta di scorza d'albero.

STEFANO -

(Canta)

"In mare, in mare

"non voglio pi andare,

"voglio in terra crepare...".

un motivo piuttosto volgaruccio

per essere cantato a un funerale.

Ma il mio conforto ce l'ho qui con me.

(Beve alla bottiglia, e poi canta)

"Il capitano, il mozzo, il colubrina,

"ed io, con il nostromo ed il secondo

"ce n'andavamo insieme per il mondo

"a far l'amore chi con Mariannina,

"chi con la Giulia chi con l'Adelina;

"ma a nessuno piaceva Caterina,

"perch con la sua lingua viperina,

"Caterina era un guaio:

"non c'era marinaio

"che non gridasse: "Vatti ad impiccare!"

"ch lei smontava tutte le sue brame

"con l'odore di pesce e di catrame;

"ma un qualunque sartore

"la poteva grattar dov'... il pudore!

"E allora, amici, a mare!

"Caterina si vada ad impiccare!".

Anche questa piuttosto volgaruccia.

Ma ho sempre qui la mia consolazione.

(Beve)

CALIBANO -

Non stare a tormentarmi!... Aiuto! Aiuto!

STEFANO -

(Scorgendo a terra Calibano e Trinculo)

Ohi, ohi! Che roba questa?

Non ci sar mica il diavolo, qua sotto?

Volete farci qualche scherzo, eh?,

truccati da selvaggi e pellirosse...

Non sar mica scampato al naufragio

per venir qui a morire di paura

per le tue quattro gambe! Marameo!

Perch lo sai che dice il vecchio adagio:

"Non c' barba di uomo a quattro zampe

che sia capace di farlo arretrare";

e questo detto sar sempre vero

finch il naso di Stefano fa aria.

CALIBANO -

Ohi, ohi, lo spiritello mi tormenta!

STEFANO -

Questo dev'essere un mostro dell'isola,

un mostro a quattro zampe,

in preda ad un attacco di terzana.

Ma dove diavolo l'avr imparata

la nostra lingua?... Beh, solo per questo

voglio prestargli un poco di sollievo;

se riesco a guarirlo ed ammansirlo,

e a portarmelo a Napoli con me,

sar un vero regalo,

degno d'ogni pi grande imperatore

ch'abbia calzato scarpe di coppale.

CALIBANO -

Ohi, ohi, non tormentarmi pi, ti supplico!

Un'altra volta sar pi sollecito

a portare la legna sotto casa.

STEFANO -

Discorre nel delirio della febbre,

e dice tutte frasi scombinate...

Gli dar un sorso dalla mia bottiglia.

Se non ha mai bevuto vino prima,

pu darsi che gli passi questa fitta.

Se potessi far tanto di guarirlo

e d'addomesticarlo, nessun prezzo

ch'io possa chiedere per lui, nel venderlo,

sar troppo alto; e chi lo comprer

si rifar la spesa, largamente.

CALIBANO -

Finora troppo male non m'hai fatto,

ma capisco da questo tuo tremore

che ti prepari a farmene di molto;

Prospero che agisce su di te.

STEFANO -

Girati verso me, apri la bocca.

Ecco qualcosa, gatto,

che ti far parlare(40); apri la bocca,

questo ti scroller, te l'assicuro,

la tremarella una volta per tutte.

(Lo fa bere alla bottiglia)

Eh, qui ti sta vicino un vero amico,

e tu non te ne accorgi... Bevi ancora,

apri quelle ganasce un'altra volta!

(Gli d ancora da bere)

TRINCULO -

(Da sotto il mantello di Calibano)

Questa voce mi pare di conoscerla...

Dovrebb'essere di... Ma no, impossibile!

Quello a quest'ora sar gi annegato...

Ma questi sono diavoli!... Ohi, ohi!

STEFANO -

Quattro gambe e due voci... Strano mostro!

La sua voce davanti

fatta per dir bene dell'amico;

quella di dietro per parlarne male,

e pronunciare frasi calunniose...

Se mi riesce di tirarlo su

con tutto il vino di questa bottiglia,

gli passer la febbre... Un altro sorso!

(Gli d ancora da bere)

Ma penso che per questa bocca basti;

ne faccio dare una sorsata all'altra.

TRINCULO -

Stefano!

STEFANO -

Come! Tu con l'altra bocca

mi chiami a nome? Oh, Dio, misericordia!

Altro che strano mostro! Questo un diavolo!

meglio che lo lascio l com':

non ho il cucchiaio col manico lungo.(41)

TRINCULO -

Stefano!... Se tu sei davvero Stefano,

toccami... parlami... Io sono Trinculo,

l'amico tuo, non avere paura.

STEFANO -

Se sei Trinculo, allora, vieni fuori!

Ti tiro io per le gambe pi piccole;

perch se qui ci sono gambe piccole,

sono quelle di Trinculo, sicuro.

(Lo tira fuori da sotto il mantello di Calibano)

E tu sei proprio lui, non c' alcun dubbio!

Ma come t' potuto capitare

di metterti qui a fare da seggetta

a un vitello lunare come questo?

O lui che caca Trinculi?

TRINCULO -

Era qui,

morto, ho creduto, colpito da un fulmine...

Stefano, allora non sei annegato...

A vederti, davvero mi vien fatto

di sperare che tu non lo sia pi.

Ma s' calmato adesso il temporale?

Perch per ripararmi in qualche modo

dalla sua furia m'ero intrufolato

a terra, qui, sotto questa gabbana

del vitello lunare, che tu dici,

e che m' parso proprio fosse morto.

E cos, Stefano, anche tu sei vivo?

Eccoci, allora: due napoletani,

Stefano, e sani e salvi tutti e due!

STEFANO -

Oh, no, ti prego, non farmi girare(42):

il mio stomaco ancora un po' incostante(43).

CALIBANO -

(Tra s)

Se questi due non sono degli spiriti,

son due belle creature.

E quello l dev'esser proprio un dio,

perch ha con s un liquore celestiale.

Mi devo inginocchiare innanzi a lui!

STEFANO -

(A Trinculo)

Come hai fatto a salvarti, me lo dici?

E come mai sei capitato qui?

Voglio che giuri su questa bottiglia

di dirmi come hai fatto a venir qui.

In quanto a me, ho trovato la salvezza

su una botte di vin secco di Spagna

gettata in mare da quei marinai;

s, te lo giuro su questa bottiglia

fabbricata da me, con le mie mani,

da una corteccia d'albero,

dopo che venni sbalestrato a riva.

CALIBANO -

E su quella bottiglia io giuro a te

d'esserti sempre suddito fedele,

perch il liquore suo non terrestre.

STEFANO -

Trinculo, allora, giura, avanti, su,

e raccontami come l'hai scampata.

TRINCULO -

Nuotando fino a riva, come un'anatra.

Io nuoto come un'anatra, lo giuro.

STEFANO -

Qua, bacia il libro santo.

(Gli porge la bottiglia, e lo fa bere)

Potrai saper nuotare come un'anatra,

ma un'oca sei ed un'oca rimani.

TRINCULO -

(Dopo aver sorseggiato alla bottiglia)

Oh, buono, Stefano! Ce n'hai dell'altro?

STEFANO -

L'intera botte, amico;

e la cantina dove sta nascosta

un anfratto roccioso, in faccia al mare.

(A Calibano)

E tu, che dici, vitello lunare?

Come va la tua febbre? T' passata?

CALIBANO -

Tu sei piovuto qua dal cielo, vero?

STEFANO -

S, dalla luna: l'Uomo della Luna

d'una volta, ero io, te l'assicuro.

CALIBANO -

Infatti ti ci ho visto l, e t'adoro.

Mi ti mostrava sempre la padrona,

te, col tuo cane e il tuo fascio di rovi(44).

STEFANO -

Vieni, giura anche tu su quel che dici,

e bacia il libro sacro.

(Gli fa dare un altro sorso alla bottiglia)

Dopo vado a riempirla. Giura ancora.

(Gli fa dare un altro sorso)

TRINCULO -

Per la luce del giorno! Questo mostro

mi pare proprio un gran babbeo di mostro!

E io, che avevo paura di lui!

cos debole che non sta in piedi...

Tu "l'Uomo della Luna"... L'ha bevuta,

questo babbeo di mostro credulone!

Una bella sorsata, mostro, eh?

CALIBANO -

Ogni palmo di terra di quest'isola

voglio mostrarti, buono a darti frutto;

e baciare i tuoi piedi, inginocchiato!

Sii tu il mio dio, ti prego!

TRINCULO -

Luce santa!

Un empio mostro, un mostro ubriacone!

Se appena appena il suo dio s'addormenta,

gli leva dalle mani la bottiglia.

CALIBANO -

(A Stefano)

Voglio baciarti i piedi,

voglio giurarti d'essere tuo suddito.

STEFANO -

Avanti, allora: inginocchiati e giura.

(Gli porge la bottiglia)

TRINCULO -

Ci sar da morir dalle risate

con questo mostro testa-di-capretto.

Ma che schifo di mostro!

Mi viene quasi voglia di picchiarlo.

STEFANO -

Avanti, bacia il libro.

TRINCULO -

Ma gi sbronzo!

Per che brutto mostro, abominevole!

CALIBANO -

(A Stefano)

Ti mostrer le migliori sorgenti.

E andr per te a cogliere le more;

e a pescare, e a raccogliere la legna

per portartene quanta te ne occorre.

Peste al tiranno che fin qui ho servito!

Non gli porter pi manco uno stecco!

Voglio seguire te, soltanto te,

uomo meraviglioso!

TRINCULO -

Vedi un po'!

Proprio tutto da ridere a scompiscio

questo mostro che fa una meraviglia

d'un arnese sbornione come te!

CALIBANO -

(A Stefano)

Lascia ch'io ti conduca, te ne supplico,

dove fioriscono i meli selvatici;

ti scaver con le mie unghie lunghe

le gustose radici della terra;

ti porter nei luoghi

dove fabbrica il nido la ghiandaia;

t'insegner come si prende al laccio

l'astuta ed agilissima bertuccia;

ti guider nei boschi di noccioli;

ti porter talvolta dagli scogli

i giovani gabbiani. Vuoi venire?

STEFANO -

Senti, adesso, ti prego, facci strada,

senza dir pi nemmeno una parola.

Sai che ti dico, Trinculo?

Che col fatto che il re con il suo seguito

sono tutti annegati, siamo noi

i legittimi eredi di quest'isola.

Che te ne pare?...

(A Calibano)

Qua la mia bottiglia!

Compagno Trinculo, presto riempita.

CALIBANO -

(Canta sguaiatamente, da ubriaco)

"Padrone bello, addio!

"Addio, padrone bello!".

TRINCULO -

Ulula, il mostro. Mostro ubriacone!

CALIBANO -

(c.s.)

"Pi non far recinti per pescare;

"pi non porter legna da bruciare;

"pi non avr taglieri da grattare,

"n piatti da lavare.

"Bau-bau, Calibano

"ha cambiato sultano.

"E tu trvati un altro

"che gli passi la mano.

"Allegria, libert!

"allegria, libert!".

STEFANO -

E bravo il nostro mostro! Facci strada.

(Escono)

ATTO TERZO

SCENA I - Davanti alla grotta di Prospero

Entra FERDINANDO con un ceppo sulla spalla

FERDINANDO -

Ci son divertimenti

che a gustarli richiedono fatica,

e proprio in questa fatica sta il gusto;

ci son lavori vili

che si posson fare a nobil fine,

ed anche le pi umili mansioni

posson servire altissimi propositi.

Questo servizio mio, rozzo e gravoso,

mi sarebbe pesante quanto odioso,

se non fosse ch'io servo una padrona

che vivifica pure ci che morto

e rende ogni fatica un godimento.

Ah, cento volte pi cortese lei

che suo padre, un lunatico scorbutico

che pi aspro con me non si potrebbe:

eccomi, per suo ordine, costretto

a trasportare ceppi a mille a mille,

e a metterli a catasta.

La soave mia giovane padrona

nel vedermi cos affaticato

s'intenerisce e dice, tra le lacrime,

che mai ebbe s alto esecutore

una s vile ed umile mansione...

Ma io sto divagando... Qual sollievo

per non per questa mia fatica

il trattenermi in s dolci pensieri!

Ma eccola che viene.

Entra MIRANDA. Nel fondo, non visto, PROSPERO

MIRANDA -

Oh, non affaticatevi cos,

ve ne prego! Vorrei tanto che un fulmine

avesse incenerito tutti quanti

quei ceppi che dovete accatastare!

Vi prego, deponetelo per terra

quello, e vogliate riposarvi un poco.

Son sicura che quando sar al fuoco

quel ceppo pianger pel dispiacere

d'avervi affaticato. Riposatevi.

Mio padre tutto immerso nei suoi studi,

e qui, per due - tre ore, non verr.

FERDINANDO -

Ho paura, diletta anima mia,

che il sole caler

prima ch'io abbia scaricato tutto(45).

MIRANDA -

Se volete sedervi per un poco,

qualche ciocco potrei portarlo io;

quello che avete in spalla, per esempio,

datelo a me, che l'accatasto io.

FERDINANDO -

No, preziosa creatura. Questo no.

Mi si spezzino i muscoli, piuttosto,

e mi si rompa la spina dorsale,

prima ch'io debba vederti abbassata

a compiere un lavoro cos vile,

restandomene qui seduto in ozio.

MIRANDA -

Se va bene per voi questo lavoro,

perch non lo dovrebbe anche per me?

Anzi, per me sarebbe pi leggero,

perch lo sosterrei di miglior animo,

perch voi lo eseguite controvoglia.

PROSPERO -

(Tra s)

Povero verme mio! Sei contagiato!

La tua presenza qui n' gi una prova.

MIRANDA -

Vi vedo stanco.

FERDINANDO -

No, no, mia diletta;

anche la notte una fresca mattina

per me, quando mi trovo accanto a te.

Dimmi qual il tuo nome, te ne prego,

ch'io lo ricordi nelle mie preghiere.

MIRANDA -

Miranda... (Oh, padre mio, t'ho trasgredito!).

FERDINANDO -

Miranda! Oh, tu, mirabile creatura,

vertice d'ogni umana ammirazione!

Degna di quanto pi prezioso al mondo!

Molte donne hanno attratto

il mio occhio ammirato, e molte volte

l'armonia della lor dolce favella

ha incatenato il mio vigile orecchio;

e pi d'una, per numerose grazie

m' piaciuta: nessuna mai, per,

con s totale abbandono dell'anima,

ch'io non finissi per trovare in essa

una qualche nascosta imperfezione

che m'apparisse cos in disaccordo

con le pi nobili sue qualit,

da relegarle in ombra tutte quante.

Ma tu, oh!, tu, che sei cos perfetta,

e cos impareggiabile,

fosti creata con le miglior parti

d'ogni umana creatura messe insieme.

MIRANDA -

Io non conosco alcuna del mio sesso;

non ho mai visto altro viso di donna

se non il mio, guardandomi allo specchio.

N ho mai visto nessuno prima d'ora

di cui potessi dir che fosse un uomo,

all'infuori di voi, mio buon amico,

e del mio caro padre.

D'altre fattezze umane sono ignara;

ma giuro sul pudore mio di donna,

ch' il gioiello di tutta la mia dote,

che non vorrei altro compagno al mondo

all'infuori di voi; n la mia mente

sa figurarsi altra immagine d'uomo

che mi possa piacere oltre la vostra...

Ma m'accorgo che vado chiacchierando

in maniera aberrante, gi dimentica

delle paterne raccomandazioni.

FERDINANDO -

Miranda, io sono un principe di sangue,

ed anzi, credo - ma cos non fosse! -

un re; n soffrirei di portar legna,

questo servizio degno d'uno schiavo,

pi di quanto m'andrebbe di soffrire

un noioso moscone sulle labbra.

Senti quel che ti dice la mia anima:

fin dal primo momento che t'ho vista

il mio cuore volato al tuo servizio,

e l resta, per essere tuo schiavo;

ed per amor tuo, solo per esso,

ch'io son questo paziente portalegna.

MIRANDA -

Vuol dire che mi amate?

FERDINANDO -

O cieli! O terra!

Siatemi voi benigni testimoni,

e coronate voi le mie parole,

se sincere, d'un esito felice!

E s'io mento, volgete a mia rovina

quanto di meglio abbiate a me serbato!

S, Miranda, al di l di tutto al mondo

io amo, e ammiro, e stimo, e onoro te.

MIRANDA -

(Asciugandosi una lacrima)

Sciocca che sono! Mi viene da piangere,

per qualcosa che mi fa s felice!

PROSPERO -

(Tra s)

O fausto incontro di due rari affetti!

Possa il cielo versare le sue grazie

in quel che vien nascendo fra di loro!

FERDINANDO -

Piangi? Perch?

MIRANDA -

Per questa mia pochezza

che non sa offrire quel che vorrei dire,

e meno ancora sa come accettare

quello che, se mi manca, morir.

Ma questo come un gioco da bambini:

ch l'amore pi cerca di nascondersi,

pi traspare, massiccio, smisurato.

Via, dunque, pudiche reticenze!

Ed ispirami tu, santa innocenza,

a dir semplicemente quel che sento.

Sar tua moglie, se mi sposerai;

se no, morir vergine, ma tua.

Tu puoi negarmi d'esser tua compagna;

non d'essere - lo voglia o no - tua serva.

FERDINANDO -

Mia padrona sarai, o mia diletta,

ed io per sempre ai piedi tuoi, tuo suddito,

umilissimamente.

MIRANDA -

Mio marito?...

FERDINANDO -

S, tuo marito, e con pi forte ardore

d'un prigioniero per la libert.

(Le porge la mano)

Eccoti la mia mano.

MIRANDA -

Ecco la mia,

e con essa ti do tutto il mio cuore.

Ed ora arrivederci. Fra mezz'ora.

FERDINANDO -

Oh, mille e mille volte arrivederci!

(Escono Ferdinando e Miranda)

PROSPERO -

Io non sar felice come loro,

cui tutto ci venuto di sorpresa,(46)

ma non saprei come pi compiacermene.

Torno al mio libro magico,

perch prima di cena, col suo aiuto,

dovr far luogo ad alcuni incantesimi.

(Esce)

SCENA II - Altra parte dell'isola

Entrano CALIBANO, STEFANO e TRINCULO

STEFANO -

Non dirmi niente. Ci berremo l'acqua

quando la botte si sar vuotata;

prima, non una goccia.

Perci barra diritta e all'abbordaggio!

Servo-mostro, alla mia salute, bevi!

TRINCULO -

Servo-mostro?... Che isola bislacca!

Pare che gli abitanti siano cinque

in tutta l'isola, noi tre compresi(47).

Se gli altri due hanno il nostro cervello,

davvero qui lo Stato messo male!

STEFANO -

Bevi, su, servo-mostro, s'io te l'ordino!

Hai gli occhi come infissi nella testa.

TRINCULO -

E dove vuoi che li abbia, nella coda?

Sarebbe un mostro ancor pi portentoso.

STEFANO -

Ci ha lasciata affogata la sua lingua

nel vin di Spagna, il nostro uomo-mostro.(48)

A me non ce la fa nemmeno il mare

ad affogarmi; ho dovuto nuotare

per trentacinque leghe in lungo e in largo,

avanti di toccare questa costa,

ma ce l'ho fatta... Mostro, d'ora in poi,

per la luce del giorno, sarai tu

il mio luogotenente, su quest'isola(49),

o il mio reggi-bandiera.

TRINCULO -

Il tuo luogotenente,

se cos intendi; perch quanto a reggere,

lui non regge se stesso sulle gambe.(50)

STEFANO -

A correre non ci obbliga nessuno,

signor mostro.

TRINCULO -

E nemmeno a camminare;

vi baster stare accucciati a terra,

tranquilli e senza dire una parola.

STEFANO -

E parla, dunque, vitello lunare,

parla almeno una volta in vita tua,

se sei un bravo vitello lunare!

CALIBANO -

Come stai, tuo onore?

A te vorr leccare anche le scarpe.

Lui non voglio servirlo:

lui non coraggioso come te.

TRINCULO -

Ignorantissimo mostro, tu menti!

Io son capace di menarle sode

a un capo-sbirro. E mi dai del vigliacco?

E s' potuto mai dar del vigliacco

a uno che ha bevuto tanto vino

com'io oggi? E avresti la pretesa,

tu che sei mezzo pesce e mezzo uomo,

di propinare agli altri tutt'intera

una bugia mostruosa come questa?

CALIBANO -

(A Stefano)

Senti come si fa gioco di me?

E tu glielo permetti, mio signore?

TRINCULO -

"Mio signore" lo chiama... Dico io

se un mostro debba esser tanto idiota.

CALIBANO -

Ecco, lo senti ancora?... Te ne prego,

mordilo tanto da farlo morire.

STEFANO -

Trinculo, frena quella tua linguaccia.

E bada che se fai l'ammutinato...

t'impicco al primo albero che incontro(51).

Questo povero mostro ora mio suddito,

e non deve soffrir che tu l'oltraggi.

CALIBANO -

Ti ringrazio, mio nobile signore.

Vuoi compiacerti d'ascoltare ancora

quella supplica che ti presentai?

STEFANO -

Perbacco, se mi voglio "compiacere"!

Inginocchiati, e dimmela daccapo.

Io resto in piedi, e Trinculo lo stesso.

Entra ARIELE, invisibile

CALIBANO -

Ecco, come t'avevo detto prima,

io qui sono soggetto ad un tiranno,

uno stregone, che con l'arte sua,

m'ha rubato quest'isola.

ARIELE -

Bugiardo!

CALIBANO -

(A Trinculo)

Bugiardo sarai tu, buffo scimmione!

Come vorrei che questo mio padrone,

valoroso com', ti distruggesse!

Io non gli dico nessuna bugia!

STEFANO -

Trinculo, se continui a interromperlo,

giuro su questa mano,

che ti faccio saltare qualche dente.

TRINCULO -

Interromperlo, io? Non ho parlato.

STEFANO -

Allora zitto, e non fiatare pi.

(A Calibano)

E tu va' pure avanti con la supplica.

CALIBANO -

Dicevo dunque che quello stregone

s' impossessato con la sua magia

di quest'isola e l'ha strappata a me.

Se tu volessi, con la tua potenza,

far vendetta per me sopra di lui,

perch so che il coraggio non ti manca...

STEFANO -

Ah, questo pi che certo!

CALIBANO -

... mentre che manca a questo coso qui,

tu diverrai padrone di quest'isola,

e io tuo servo.

STEFANO -

S, ma come fare?

Puoi tu condurmi dalla parte avversa?

CALIBANO -

S, certo, mio signore.

Te lo consegner che sta dormendo,

e puoi ficcargli un chiodo nella testa.

ARIELE -

Bugiardo, non puoi farlo.

CALIBANO -

Che razza di buffone variopinto

questo strofinaccio da cucina!

(A Stefano, indicando Trinculo)

Imploro la tua altezza di picchiarlo,

e toglierli di mano la bottiglia.

Quando non l'avr pi,

per togliersi la sete, acqua di mare

si dovr bere, ch'io non gli dir

dove son qui le polle d'acqua dolce.

STEFANO -

Trinculo, non cacciarti in altri guai:

se m'interrompi un'altra volta il mostro,

io, te lo giuro sopra questa mano,

chiudo fuor dalla porta la clemenza

e ti riduco come un baccal.

TRINCULO -

Perch? Che ho fatto? Non ho fatto niente!

Vuol dire che mi metto pi lontano.

STEFANO -

Neghi d'avergli dato del bugiardo?

ARIELE -

Bugiardo tu.

STEFANO -

Bugiardo a me? Toh, prendi!

(Percuote Trinculo)

E se ci pigli gusto alle legnate,

prova a dirmi bugiardo un'altra volta.

TRINCULO -

Ma io bugiardo non te l'ho mai detto!

E che! Ti sei perduto, col cervello,

anche l'udito?... questa tua bottiglia!

A tanto ti riduce, a berne troppo,

il vin di Spagna! Un canchero al tuo mostro,

e a te ti porti via le dita il diavolo!

CALIBANO -

(Ride forte)

Ah! Ah! Ah! Ah!

STEFANO -

Continua la tua storia.

(A Trinculo)

E tu, tienti lontano, per favore.

CALIBANO -

Dunque, come dicevo, suo costume

al pomeriggio farsi un sonnellino;

l, dopo avergli preso prima i libri,

tu gli potrai strappare le cervella,

o sfracellargli il cranio con un ciocco,

o conficcargli nel ventre una pertica,

o tagliargli la gola col coltello.

Senza quei libri, tienilo presente,

egli un povero sciocco come me;

e non c' un sol genietto o spiritello,

cui possa comandare, perch tutti

l'odiano a morte, come l'odio io.

Bada per a bruciare solo i libri;

tiene anche l preziose suppellettili

- cos li chiama - da arredar la casa,

quando riuscir ad averne una.

Ma la cosa cui fare pi attenzione

la grande bellezza di sua figlia.

Lui stesso dice che non ha l'eguale.

Io, altre femmine non ne ho mai viste,

tranne mia madre Sicorace e lei;

ma lei superiore a Sicorace

quanto il massimo superiore al minimo.

STEFANO -

proprio tanto bella, questa figlia?

CALIBANO -

S, mio signore; degna del tuo letto,

garantito; e chi sa che bella prole

sarebb'ella capace di portarti.

STEFANO -

D'accordo, mostro. Uccider quell'uomo;

sua figlia ed io saremo re e regina

- e salvi Iddio la nostra maest! -

e Trinculo e tu stesso vicer.

Che ne dici di questo piano, Trinculo?

TRINCULO -

Eccellente, mi pare.

STEFANO -

Qua la mano.

Mi dispiace d'averti maltrattato

poc'anzi, ma pel resto di tua vita

bada a bonificarti quella lingua.

CALIBANO -

Tra una mezz'ora sar addormentato.

Sei deciso a spacciarlo?

STEFANO -

Sul mio onore.

ARIELE -

Io corro ad avvertirne il mio padrone.

CALIBANO -

Mi fai felice. Al colmo della gioia.

Dobbiamo festeggiarlo! Me la canti

la canzone che m'hai insegnato prima?

STEFANO -

Tutto quello che vuoi, mostro... Su, Trinculo,

cantiamo; voglio accontentarlo in tutto.

(Canta)

"Beffa e deridi,

"deridi e beffa,

"e pensa a uffa(52)".

CALIBANO -

Il motivo, per, non era questo.

(Ariele suona il motivo della canzone su uno

zufolo, accompagnandosi con un tamburo)

STEFANO -

E questa che roba ?

TRINCULO -

il motivo del nostro ritornello

suonato dal ritratto di Nessuno.

STEFANO -

Se sei un uomo, vieni fuori, mstrati.

Se sei un diavolo, fa' come vuoi.

TRINCULO -

Oh, perdono! Piet dei miei peccati!

STEFANO -

L'uomo morendo salda tutti i debiti.

Io ti sfido!... Ah, ah! Misericordia!

CALIBANO -

Hai paura?

STEFANO -

No, no, mostro, nessuna...

CALIBANO -

Padrone, non dovete aver paura.

L'isola piena di questi sussurri,

di dolci suoni, rumori, armonie,

che non fanno alcun male, anzi dilettano.

A volte son migliaia di strumenti

che vibrando mi ronzan negli orecchi;

altre volte son voci s soavi,

che se ascoltate dopo un lungo sonno,

m'inducono di nuovo ad assopirmi;

e allora, in sogno, sembra che le nubi

si spalanchino e scoprano tesori

pronti a piovermi addosso; ed io mi sveglio

col desiderio di sognare ancora.

STEFANO -

Che felice regnare sar questo:

potr godermi la musica a uffo.

CALIBANO -

Dopo, per, che avrai soppresso Prospero.

STEFANO -

Questo sar tra poco cosa fatta.

Ho bene in mente quello che m'hai detto.

TRINCULO -

Il suono s'allontana. Seguitiamolo,

e poi daremo mano alla faccenda.

STEFANO -

Mostro, va' innanzi tu. Noi stiamo dietro.

Vorrei proprio vederlo com' fatto

questo fanatico di tamburino,

che ci sta dando dentro a tutto spiano!

Andiamo, allora?

TRINCULO -

Io ti seguo, Stefano.

(Escono)

SCENA III - Altra parte dell'isola

Entrano ALONSO, SEBASTIAN, ANTONIO, GONZALO, ADRIANO, FRANCESCO ed altri

GONZALO -

Per la nostra Signora che sta in cielo,

Sire, non ce la faccio proprio pi.

Queste mie vecchie ossa sono a pezzi;

e questo luogo un vero labirinto

con tutti questi suoi camminamenti

dritti, tortuosi... Con licenza vostra,

debbo fermarmi a riprendere fiato.

ALONSO -

Ti capisco, Gonzalo, vecchio mio,

perch mi sento anch'io tutto sfinito

dalla stanchezza. Sediamoci un poco.

vano ormai lasciarmi lusingare

dalla speranza. Devo abbandonarla.

Colui che ci affanniamo a ricercare

in fondo al mare, e questo si fa beffa

d'ogni nostra ricerca in terraferma.

Lasciamolo per sempre al suo destino.

ANTONIO -

(A parte, a Sebastian)

Ha perso le speranze. Buon per noi.

Ma voi, per un banale contrattempo(53),

non abbandonerete, spero, il fine

che vi siete proposto di raggiungere.

SEBASTIAN -

(A parte, ad Antonio)

Alla prima occasione, senza indugi,

faremo il colpo.

ANTONIO -

Allora questa notte.

Spossati come son dalla fatica

del lor tanto vagare in lungo e in largo,

non vorranno tenersi certo vigili,

e, del resto, nemmeno lo potrebbero,

come quando le forze erano fresche.

SEBASTIAN -

Ho detto questa notte. Punto e basta!

(Musica strana e solenne)

Entra, in alto, PROSPERO, invisibile.

In basso, entrano strane apparizioni recando

una tavola imbandita, e intrecciano intorno ad essa

una danza con graziosi gesti di saluto che invitano

il re e gli altri a sedersi a tavola; indi dileguano.

ALONSO -

Sentite, amici? Che musica questa?

GONZALO -

Meravigliosa musica! Soave!

ALONSO -

Cieli benigni, assisteteci voi!

SEBASTIAN -

Uno spettacolo di marionette,

cos animate, da sembrar viventi!

Davvero creder, da qui in avanti,

che gli unicorni esiston veramente,

e che in Arabia fiorisce una pianta

dove s'asside in trono la Fenice,

e questa abbia davvero l il suo regno.

ANTONIO -

E cos io: non potr fare a meno

di creder ciecamente agli uni e all'altra;

e se c' ancor qualcosa d'incredibile

che va cercando d'essere creduta,

venga pure da me, ch trover

uno che pronto a giurare che vera.

I racconti di chi ha girato il mondo

non furono mai frottole inventate,

anche se ancora c' qualche imbecille

che ad ascoltarli rimanendo a casa,

seguita a sostenere che son frottole.

GONZALO -

Se mi mettessi a raccontare a Napoli

quanto abbiam visto qui, son sicuro

che non c' un cane che mi crederebbe;

d'aver visto, cio, questi isolani

- ch certamente eran gente dell'isola -

i quali, pur sotto mostruose forme,

hanno modi piacevoli e gentili

quali pochi - o direi quasi nessuno -

possiedon della nostra specie umana.

PROSPERO -

(A parte)

Hai detto bene, onesto gentiluomo;

ch tra coloro che son qui con te

ce n' qualcuno pi tristo del diavolo.

ALONSO -

Sono ancor tutto preso di stupore

per quelle forme, quei gesti, quei suoni

che avevano, pur senza dir parole,

un eccellente lor muto parlare.

PROSPERO -

(c.s.)

Risrbati le tue lodi alla fine.

FRANCESCO -

Si sono dileguati in modo strano.

SEBASTIAN -

Che importa? Hanno lasciato da mangiare,

e i nostri stomaci ce n'han bisogno.

(Ad Alonso)

Non volete assaggiarne, Vostra Grazia?

ALONSO -

Io? No.

GONZALO -

Non c' da aver paura, Sire,

delle stranezze che vediamo intorno(54).

Quando eravamo ancora dei fanciulli,

chi avrebbe mai creduto, di noi tutti,

che sui monti esistessero degli uomini

forniti di gorgiere come i tori,

con due bisacce pendule di carne

per sottogola? O che ci fossero altri

con la testa incastrata dentro al petto?

Pure, di ci, qualsiasi viaggiatore

assicurato a cinque contro uno(55)

ci pu fornir testimonianza certa.

ALONSO -

Beh, mi sieder a tavola a mangiare,

anche se questo pasto sia il mio ultimo...

Tanto, ormai non m'importa pi di nulla;

per me passato il meglio della vita.

Fratello, ed anche voi, monsignor Duca,

venite qui a sedere insieme a noi.

Mentre tutti si accingono a sedere a tavola,

scoppiano tuoni e fulmini

Entra ARIELE, in forma di arpia; svolazza, battendo le ali

sulla tavola imbandita, che, con abile trucco, fa arretrare

in fondo fino a farla scomparire

ARIELE -

(Piantandosi davanti ai tre, al posto della tavola)

Peccatori voi siete, tutti e tre;

dal mare, non mai sazio, vomitati

sopra quest'isola disabitata,

per volont del Fato, al quale spetta

armonizzare questo basso mondo(56)

assegnando a ciascuno la sua parte,

e che ha deciso che voi siete indegni

di vivere pi a lungo in mezzo agli uomini.

(Alonso e gli altri snudano le spade)

Vi ho reso tutti pazzi.

E la pazzia fa l'uomo temerario

al punto d'impiccarsi o d'annegarsi.

Sciocchi che siete! I miei compagni ed io

siamo tutti ministri del Destino;

e s'anche foste in grado di colpirci,

la materia di cui le vostre spade

son fatte pu altrettanto facilmente

ferire il fragoroso vento, o fendere

con colpi che farebbero sol ridere,

l'acqua che si richiude su se stessa,

che distaccare un pelo alle mie ali.

E invulnerabili al pari di me

son pure i miei compagni.

Perci non ci provate: noi faremo

le vostre spade talmente pesanti

che non potrete manco sollevarle.

Vi ricordo, piuttosto - perch questo

il mandato che m' stato commesso -

che voi tre siete rei d'aver cacciato

da Milano il buon Prospero, suo duca,

abbandonandolo in balia del mare

- che su di voi se n' poi vendicato -

insieme all'innocente sua figliola;

per la qual turpe azione

le superne celesti potest

che possono talvolta differire

il lor castigo, mai dimenticarsene,

ebbero a scatenar contro di voi

e mari e terre e tutti gli elementi.

Te, Alonso, hanno privato di tuo figlio,

e t'annunciano, adesso, per mia bocca,

che una lenta, continua distruzione,

peggiore d'una morte subitanea,

seguir passo passo il tuo cammino;

e che voi tutti quanti siete qui,

se volete sfuggire alla lor collera,

(che altrimenti s'abbatter su voi

qui stesso, su quest'isola deserta),

non avrete altra via di salvazione

che un totale e sincero pentimento,

accompagnato dal proponimento

di seguire una vita intemerata.

(Ariele svanisce in un rombo di tuono)

Al suono di una dolce melodia, entrano di nuovo

le stesse apparizioni di prima che, danzando

questa volta con ogni sorta di gesti smorfiosi,

portano via la tavola imbandita

PROSPERO -

Ottimamente, Ariele! Quell'arpia

me l'hai interpretata egregiamente,

e con grazia davvero cattivante.(57)

Non hai omesso nemmeno una virgola,

delle istruzioni che t'avevo dato

su quello che dovevi dire loro,

ed anche i miei minori spiritelli

han sostenuto tutti la lor parte

con buona grinta e gran naturalezza.

I miei potenti incanti vanno a segno,

ed ora questi, che son miei nemici,

son tutti preda della lor pazzia,

tutti quanti in totale mio potere.

Ora li lascio al lor vaneggiamento

per tornare dal giovin Ferdinando,

ch'essi credono morto nel naufragio,

e dalla cara, a lui e a me, Miranda.

GONZALO -

In nome di ci ch' pi sacro al mondo,

signore, perch state cos immobile,

con quello sguardo fisso, sbigottito?

ALONSO -

Oh, mostruoso, mostruoso!

M' parso che parlassero le onde,

come per ricordarmelo;

che lo cantassero i venti, ululando;

m' parso che anche il tuono,

quella orrenda, profonda canna d'organo,

come a bordone del mio maleficio,

mi ripetesse quel suo nome: Prospero!

Perci sicuro, il letto di mio figlio

nel fondo melmoso dell'oceano;

ma io lo cercher anche pi in fondo

di quanto possa andare lo scandaglio,

per giacermi in quel fango insieme a lui.

SEBASTIAN -

(A parte, ad Antonio)

Vengano pure i diavoli, a legioni!

Uno per uno, li sbaraglio tutti!

ANTONIO -

Ed io con te, e solo a te secondo!

(Escono Sebastian e Antonio)

GONZALO -

Tutti e tre fuor di senno, disperati!

La loro grave colpa,

come un veleno a effetto ritardato,

comincia a mordere le lor coscienze.

(Ad Adriano)

Voi che avete pi sciolte le giunture,

seguiteli, vi supplico, di fretta,

e tratteneteli, se necessario

dal fare ci cui questo lor delirio

potrebbe indurli.

ADRIANO -

Va bene. Seguitemi.

(Escono)

ATTO QUARTO

SCENA I - Davanti alla grotta di Prospero

Entrano PROSPERO, FERDINANDO e MIRANDA

PROSPERO -

Se t'ho trattato con troppa durezza,

te ne ripaghi il premio che ricevi;

perch t'ho dato un terzo di me stesso,

tutto ci per cui vivo,

e che affido oramai alle tue mani.

Le angherie alle quali t'ho costretto

altro non furono che le mie prove

per saggiare l'amore tuo per lei;

e tu l'hai degnamente superate.

Or io sanziono, qui, davanti al cielo,

questo dono prezioso, Ferdinando.

Non ridere di me

se la esalto cos: vedrai tu stesso

com'ella superi di gran misura

ogni lode che possa mai raggiungerla.

FERDINANDO -

Di ci non potrei esser pi convinto,

fosse un divino oracolo a negarlo.

PROSPERO -

Prendi dunque mia figlia, Ferdinando,

come mio dono, e come degno acquisto

fatto da te con il dovuto merito.

Ma attento: se tu voglia innanzi tempo

infrangere il suo nodo virginale,

prima, cio, che siano celebrate

le cerimonie del rito sacrale,

non che piover dai cieli dolce grazia

a rendere feconda questa unione,

sar l'odio, lo sterile rancore

dall'occhio bieco e la torva discordia

a cospargere il vostro sacro talamo

di tali e tante nauseabonde erbacce

da costringere entrambi a detestarlo.

Cerca, pertanto, di tenerti saggio

fin che Imene non getti su voi due

il propiziante raggio suo soave.

FERDINANDO -

Cos com'io da questo nostro amore

spero giorni sereni, bella prole,

e una vita da lui vivificata,

dichiaro che il pi buio nascondiglio,

il luogo pi propizio ed invitante,

il pi sfrenato stimolo dei sensi

che il genio pi malefico

possa ispirare in umana creatura,

mai non potranno volgere in lascivia

l'onor mio e rubare il terso filo

della celebrazione di quel giorno,

ond'io debba ridurmi a concepire

che i cavalli di Febo siano zoppi,

e che la notte sia stata costretta

a restare in catene sulla terra(58).

PROSPERO -

Ben detto. Siedi e parlale. Ella tua.

Ariele, mio solerte servo! Ariele!

Entra ARIELE

ARIELE -

Son qui, padrone, pronto ai tuoi comandi.

PROSPERO -

Tu e i compagni tuoi subordinati

avete egregiamente soddisfatto

al precedente compito affidatovi.

Ora debbo impiegarvi nuovamente

per un trucco di analoga natura.

Va', raduna la frotta degli spiriti

che ho messo al tuo comando,

e falli qui venire in tutta fretta:

debbo mostrare a questa giovin coppia

qualche prova della mia arte magica.

Gliel'ho promesso, ed essi se l'aspettano.

ARIELE -

Subito adesso?

PROSPERO -

S, in un batter d'occhio.

ARIELE -

Finito non avrai di dire "va'",

o tratto il fiato a dir "cos", "cos"

che ciascun di loro sar qua,

con le sue smorfie e i suoi lazzi. Ti va?

E il mio padrone di pi m'amer.

Vero, padrone?

PROSPERO -

S, di tutto cuore,

mio dolce Ariele. Per non tornare

fin che io non ti chiamo.

ARIELE -

Bene, inteso.

(Esce)

PROSPERO -

Bada a tenerti virtuoso con lei.

Non allentar la briglia alle effusioni.

I giuramenti, pure i pi solenni,

son per il sangue come paglia al fuoco.

Tienti astenuto quanto pi lo puoi,

altrimenti addio voti e giuramenti.

FERDINANDO -

Non abbiate paura, mio signore.

La bianca, fredda, virginale neve

che siede da regina sul mio cuore

buon freno all'ardore del mio sangue(59).

PROSPERO -

Bene. Su, allora, vieni, caro Ariele!

E vedi di portar qualcuno in pi

che non in meno dei tuoi spiritelli.

Apparite, e silenzio!

Guardate solo. Non una parola.

Musica dolce

INTERLUDIO(60)

(In maschera, cantato e danzato)

Entra IRIDE

IRIDE -

"Cerere, nostra provvida signora,

"lascia per qualche tempo

"le tue maggesi ricche di frumento,

"d'avena, veccia, segala e piselli;

"lascia i tuoi monti ricoperti d'erba,

"dove pasturano le folte greggi,

"le vaste praterie,

"con le biche dei fieni che le nutrono;

"lascia le prode dei tuoi ruscelletti

"che il rugiadoso Aprile, ad un tuo cenno,

"orla di vaghi gigli e di peonie

"per intrecciarne virginali serti

"alle gelide Ninfe di quell'acque;

"lascia i folti scopeti, la cui ombra

"cerca lo sconsolato garzoncello

"respinto dall'amata;

"lascia i vigneti allacciati alle canne;

"lascia le sterili coste rocciose,

"dove spesso t'indugi a prender aria;

"ti chiama qui la regina del cielo,

Scende dall'alto GIUNONE

"della quale son io l'arco pluviale

"e il messaggero. Sua Sovrana Grazia

"ti vuole qui, su questa proda erbosa

"compagna dei suoi giuochi.

"Scendono gi veloci i suoi pavoni(61).

"Vieni, feconda Cerere, ad accoglierla.

Entra CERERE

CERERE -

"Salve, multicolore messaggera,

"sempre obbediente alla sposa di Giove,

"tu che con l'ali tue di zafferano

"spargi sopra i miei fiori

"stille di miele e piogge rinfrescanti

"e incoroni, inarcata nell'azzurro,

"i miei boschi e le spoglie mie pendici,

"ricca cintura all'altera mia terra.

"A qual bisogna mi vuole compagna

"la mia regina, su quest'erba fresca?

IRIDE -

"A celebrare un contratto d'amore,

"e dispensare generosi doni

"a due felici amanti.

CERERE -

"Arco celeste, dimmi, tu lo sai

"se ci saranno Venere e suo figlio

"a fare da corteggio alla regina?

"perch dal giorno ch'essi complottarono

"d'assistere il fuligginoso Dite

"quando rap mia figlia(62),

"ho ripudiato la sua compagnia

"e quella del bendato suo marmocchio.

IRIDE -

"Non temere. Tu non li incontrerai.

"L'ho vista mentre, fendendo le nubi,

"correva con il figlio verso Pafo(63),

"sul suo carro trainato da colombe.

"Pensavano d'aver, con la lor arte,

"gettato un qualche filtro di lascivia

"su quel giovine e quella giovinetta,

"che han fatto giuramento

"di non anticiparsi il pagamento

"dei diritti del talamo nuziale

"finch Imene non abbia accesa loro

"la sua teda(64). Ma fu vano incantesimo.

"Di Marte l'infiammata concubina

"pertanto ha desistito dall'impresa,

"abbandonando il campo,

"e il suo dispettosissimo marmocchio

"ha spezzato, deluso, le quadrella,

"giurando che mai pi vorr scoccarne,

"se non per gioco a tirare sui passeri,

"come un qualsiasi altro monellaccio.

CERERE -

"Ecco, arriva l'augusta maest

"della grande Giunone, mia regina.

Giunone s' posata in terra

GIUNONE -

"Come sta la mia provvida sorella(65)?

"Vieni, unisciti a me nel benedire

"questa coppia di amanti,

"cos che la lor vita scorra prospera

"e onorata nei lor discendenti".

CANZONE

GIUNONE -

(Cantando)

"Siano onori e ricchezze

"compagni a vostre nozze benedette,

"lunga vita, abbondanza,

"e bella e numerosa figliolanza.

"Ore felici su di voi Giunone

"invoca, con la sua benedizione".

CERERE -

(Cantando)

"Sia di messi sempre ornata

"per voi due ciascuna annata,

"vigne e grappoli giganti,

"piante turgide, pregnanti;

"e, finita la raccolta,

"primavera un'altra volta.

"Sempre lunge da voi sia

"ristrettezza e carestia.

"Questa la benedizione

"di Cerere alla vostra sacra unione"...

FERDINANDO -

Oh, maestosa visione!

E questa musica, quale armonia!...

(A Prospero)

Ma debbo credere che siano spiriti?

PROSPERO -

Spiriti, s, che la mia arte magica

ha voluto evocar dai lor confini

per recitarvi questa fantasia.

FERDINANDO -

Ch'io possa allora viver qui per sempre!

Con un padre cos straordinario,

capace d'operar tali incantesimi,

questo luogo diventa un paradiso!

PROSPERO -

Silenzio, figli miei: Giunone e Cerere

si sussurran qualcosa d'importante.

Lo spettacolo non terminato.

Perci restate fermi ed in silenzio,

altrimenti si spezza l'incantesimo.

Giunone e Cerere bisbigliano tra loro, poi fanno

cenno a Iride, come a darle un qualche incarico

IRIDE -

"Ninfe, che siete Najadi chiamate,

"e nei tortuosi rivi dimorate,

"di giunchi coronate,

"e dagli occhi innocenti,

"l'onda crespa lasciate

"delle chiare correnti,

"accorrete obbedienti

"di Giunone agli appelli.

"Caste Ninfe, venite,

"e cortesi supplite

"questo patto d'amore

"onesto a celebrare."

Entrano alcune NINFE

"E voi, che il gran falciate,

"con le facce abbronzate,

"i solchi abbandonate,

"e con noi tripudiate.

"Oggi giorno di festa,

"copritevi la testa

"con cappelli di paglia;

"e ciascuno in pariglia

"con una ninfetta

"s'appresti a intrecciare

"gioiosa quadriglia.

Entrano alcuni MIETITORI, nel lor costume,

si uniscono alle ninfe, intrecciando con loro

una graziosa danza, verso la fine della quale

PROSPERO si leva all'improvviso in piedi e

pronuncia qualche parola (magica)

PROSPERO -

(Tra s)

M'ero dimenticato

del bestial Calibano e dei suoi complici

e dell'infame lor cospirazione

per uccidermi; e questa quasi l'ora

di esecuzione della lor congiura.

(Agli spiriti)

Ben fatto. Andate, voi. finito.

Gli spiriti, con uno strano, cupo, brusio

si dileguano, malinconici

FERDINANDO -

(A parte, a Miranda)

Strano, tuo padre dev'essere preda

d'un pensiero che molto lo sconvolge.

MIRANDA -

Infatti. Mai lo vidi prima d'oggi

in s violenta e smoderata collera.

PROSPERO -

Ferdinando, ti vedo assai turbato,

come sgomento: non aver paura.

I giochi di magia son terminati.

Come t'avevo detto, quegli attori

erano solo spiriti dell'aria,

ed in aria si son tutti dissolti,

in un'aria sottile ed impalpabile.

E come questa rappresentazione

- un edificio senza fondamenta -

cos l'immenso globo della terra,

con le sue torri ammantate di nubi,

le sue ricche magioni, i sacri templi

e tutto quello che vi si contiene

destinato al suo dissolvimento;

e al pari di quell'incorporea scena

che abbiam visto dissolversi poc'anzi,

non lascer di s nessuna traccia.

Siamo fatti anche noi della materia

di cui son fatti i sogni;

e nello spazio e nel tempo d'un sogno

racchiusa la nostra breve vita.

Mio caro, ho l'animo alquanto turbato,

il mio vecchio cervello un po' sconvolto.

Perdona questo mio svigorimento.

Ma di me non dovete preoccuparvi.

Ritiratevi, se cos vi piace,

nella mia grotta a riposare un po'.

Io muover qui fuori quattro passi,

per acquietare questo mio malessere.

FERDINANDO e MIRANDA -

V'auguriamo di ritrovar la quiete.

(Escono, entrando nella grotta)

PROSPERO -

Ariele, vieni, presto!

Entra ARIELE

Cos. Grazie.

ARIELE -

Dai tuoi pensieri non mi stacco mai.

Che cosa mi comandi?

PROSPERO -

Spiritello,

dobbiamo ora affrontare Calibano.

ARIELE -

S, comandante. Quando, poco fa,

nello spettacolo facevo Cerere,

avevo quasi voglia di parlartene;

non l'ho fatto per tema d'irritarti.

PROSPERO -

Dov'hai lasciato, di', quei tre furfanti?

ARIELE -

Te l'ho detto: eran tutti paonazzi

pel molto vino ch'hanno tracannato

e che li ha resi tanto ardimentosi

da tirar sciabolate contro l'aria

perch osava soffiare loro in faccia,

e percuoter la terra sotto i piedi

perch osava baciar loro le piante:

sempre tesi, per, nel lor proposito.

Ho preso allora a battere un tamburo,

al che li ho visti drizzare le orecchie

come puledri bradi, il naso in aria,

le ciglia in su, come a fiutar la musica.

Ho talmente stregato i loro orecchi,

che, al pari di vitelli appena nati,

si son messi a seguire il mio muggito,

come appresso alla loro madre mucca,

intrepidi, tra morsi di pruneti,

aculei di ginestre,

punture di saggine e di roveti,

che bucavano i loro stinchi molli,

sicch li ho trascinati fino qui,

lasciandoli sommersi fino al mento

in questo stagno lurido di schiuma

vicino alla tua grotta, il cui fetore

sovrasta pure quello dei lor piedi.

PROSPERO -

Ottimamente, fringuellino mio!

Tienti ancora invisibile per poco,

e vammi a prendere, dentro alla grotta,

tutto il ciarpame di vesti che trovi,

e portamele qui; saranno l'esca

per catturar quei ladri.

ARIELE -

Vado, vado!

(Entra nella grotta)

PROSPERO -

Un diavolo, un demonio in carne ed ossa,

quel Calibano:(66) non c' insegnamento

che riesca a cambiarne la natura.

Le cure che, per pura umanit,

gli ho dedicato, son servite a nulla,

tutte invano; e a misura che il suo corpo

si fa pi ripugnante con l'et,

s'incarognisce anche la sua anima.

Ma voglio metterli tutti a tortura,

fino a farli mugghiare come bestie.

Rientra ARIELE, carico di vistosi, luccicanti costumi

Bravo. Appiccali, vieni, a questo tiglio.(67)

PROSPERO e ARIELE si fanno invisibili, pur

rimanendo in scena, mentre entrano CALIBANO,

STEFANO e TRINCULO, tutti zuppi maceri

CALIBANO -

Piano, vi prego, senza far rumore:

che nemmeno la talpa, sottoterra,

riesca a udire un solo vostro passo.

Ecco, siamo davanti alla sua grotta.

STEFANO -

Quel tuo folletto, che a sentire te,

mostro, non ci doveva far del male,

s' portato con noi, n pi n meno,

come un qualunque fior di farabutto.

TRINCULO -

Io puzzo, mostro, dalla testa ai piedi,

di piscio di cavallo, ed il mio naso

se n' molto indignato.

STEFANO -

E il mio lo stesso.

Bada, mostro, che se mi salta al naso

d'arrabbiarmi con te...

TRINCULO -

... saresti un mostro

da poter dire bello che spacciato.

CALIBANO -

Un poco di pazienza, mio signore,

e conservami ancora per un poco

il tuo favore: il lauto guiderdone

verso il quale sto per accompagnarti

ti ricompenser d'ogni disagio.

Parla piano, per, che qui silenzio,

profondo come il cuore della notte.

TRINCULO -

S, ma l'aver perduto le bottiglie

in mezzo a quel maledetto pantano...

STEFANO -

... non solo disgrazia e disonore,

ma una perdita, mostro, senza pari...

TRINCULO -

... pi del bagno che ho fatto, per mio conto.

E di tutto dobbiamo ringraziare,

mostro, l'inoffensivo tuo folletto.

STEFANO -

Sai che ti dico? Io la mia bottiglia

me la vado a riprendere, laggi,

dovessi averne fin sopra i capelli

per la fatica che mi coster.

CALIBANO -

Ti prego, mio sovrano, statti calmo.

Ecco, questa la bocca della grotta.

La vedi?... Niente strepito, e va' dentro!

Compi questo magnifico misfatto

che far tua quest'isola per sempre,

e che far di questo Calibano

l'eterno leccatore dei tuoi piedi.

STEFANO -

Qua la mano. Comincio a intrattenere

nella mia mente pensieri di sangue.

TRINCULO -

O, re Stefano! O Pari! O degno Stefano!(68)

Guarda, guarda che ricco guardaroba

c' qui in serbo per te.

CALIBANO -

Lascialo perdere,

grullo, non vedi che tutto ciarpame?

TRINCULO -

Oh, oh, mostro, che dici!

Noi di rigatteria ce ne intendiamo!

O Re Stefano, quanta bella roba!

STEFANO -

Trinculo, togliti via quel mantello!

Quella roba per me!

TRINCULO -

L'avr Tua Grazia!

CALIBANO -

L'idropisia l'affoghi, questo tnghero!

E che! Impazzite per certe robacce?

Ma lasciatele perdere,

e pensate piuttosto all'assassinio!

Se quello l si sveglia,

ci copre di punture in tutto il corpo,

e allora s che saremo ridotti

anche noi come questa cianfrusaglia.

STEFANO -

Calma, mostro, silenzio...

(Rivolto all'albero al quale Ariel ha appiccato i vestiti)

Signor tiglio,

non forse per me questa casacca?

Ora che la casacca sotto il tiglio,

vuol dir che me la piglio,

perch questa casacca ben mi sta(69).

TRINCULO -

Fa' pure. Se cos ci corre l'estro,

ognun di noi sa rubar da maestro.

STEFANO -

E grazie a te per l'arguta facezia.

Toh, prendi, un bel vestito per compenso.

Finch di questa terra sar re,

l'arguzia trover la sua merc.

Rubare con la corda ed il livello

un'eccellente prova di cervello.

Eccoti, toh, in compenso, un'altra veste.

TRINCULO -

Mostro, mettiti il vischio nelle dita

e via col resto.

CALIBANO -

No, non voglio nulla.

Stiamo perdendo tempo,

e fra poco saremo tutti e tre mutati in oche

selvatiche o in bertucce senza fronte.

STEFANO -

Coraggio, mostro, muovi quelle dita,

aiutaci a portare questa roba

l dove tengo il mio baril di vino,

altrimenti ti caccio dal mio regno.

Forza, prendi su questo.

TRINCULO -

E questo.

STEFANO -

E questo...

S'interrompe per l'improvviso frastuono

di abbaiamento di cani e voci di cacciatori

Entrano alcuni spiriti in forma di segugi e, incitati

da Prospero e da Ariele, si buttano ad inseguire i tre

PROSPERO -

Di, di, Montagna!

ARIELE -

Di, Argento! Argento,

da questa parte!

PROSPERO -

Forza, Furia, forza!

Sotto, Tiranno! Sotto! Addosso, addosso!

Calibano, Stefano e Trinculo fuggono,

incalzati dalla canizza; spariscono nel fondo

(Ad Ariele)

Corri, va', ordina ai miei folletti

di torturare le loro giunture

con spasimi di secche convulsioni,

di stirar loro la muscolatura

con i crampi dei vecchi, e punzecchiarli

da ridurgli la pelle maculata

peggio che il leopardo o la pantera.

ARIELE -

Senti come ruggiscono!

PROSPERO -

Date loro la caccia fino all'ultimo.

I miei nemici son ora ridotti

tutti alla mia merc.

Presto le mie fatiche avranno termine,

e tu potrai volare in libert.

Ma resta un poco ancora al mio servizio.

(Escono)

ATTO QUINTO

SCENA I - Davanti alla grotta di Prospero il cui ingresso semichiuso

Entrano PROSPERO, nel suo mantello magico, e ARIELE

PROSPERO -

Il mio disegno sta venendo a capo;

gl'incantesimi vanno tutti a segno;

i miei folletti mi sono obbedienti

ed il tempo procede a mio favore.(70)

Che ora volge del giorno?

ARIELE -

L'ora sesta;

quella in cui mi dicesti, mio signore,

che sarebbe cessato il nostro impegno.

PROSPERO -

Cos ti dissi, infatti, s, sul punto

di scatenare la tempesta in mare.

Ma dimmi, spiritello,

che n' del re e di tutto il suo seguito?

ARIELE -

Ancora tutti confinati insieme

esattamente come li hai lasciati,

secondo l'ordine che tu m'hai dato:

imprigionati nel bosco di tigli

che protegge, signore, la tua grotta

dalle intemperie; n possono muoversi,

se non sarai tu stesso a liberarli.

Il re, con suo fratello e tuo fratello

son fuor di s dalla disperazione

e gli altri l, tra sgomenti ed afflitti,

a compiangerli; e pi di tutti, quello,

mio signore, che tu indicasti come

"il buon vegliardo, nobile Gonzalo":

le lacrime gli scorron per la barba

come gocce di pioggia al freddo inverno

sovra un tetto di canne;

agiscon cos forte su di loro

gl'incantesimi tuoi,

che a vederli tu stesso proveresti

un moto di piet.

PROSPERO -

Tu credi, spirito?

ARIELE -

A me, s'io fossi creatura umana,

accadrebbe cos.

PROSPERO -

E cos a me;

sento che accade adesso;

ch, se tu che non sei che un soffio d'aria

sei toccato da tanta commozione,

io, che appartengo alla lor stessa specie,

e che provo le lor stesse passioni,

non mi dovr sentire pi di te

mosso a piet di questo loro stato?

Anche se m'han ferito nel profondo

coi gravissimi torti che m'han fatto,

faccio che la ragione in me prevalga

a nobilmente contrastar la collera;

ch perdonare pi nobile agire

che vendicarsi. Essi sono pentiti,

ed io non spinger il mio castigo

pi in l d'un semplice aggrottar di ciglia.

Va' dunque a liberarli, Ariele, presto.

Vo' romper gl'incantesimi,

restituire a ciascuno di loro

la perduta ragione, a far che tornino

nuovamente se stessi.

ARIELE -

Vado subito,

e te li riconduco qui, signore.

(Esce - Prospero disegna un cerchio col bastone)

PROSPERO -

Elfi delle colline, dei ruscelli,

dei tersi e placidi laghi, dei boschi;

e voi che lungo le sabbiose rive

su cui non lascia orma il vostro piede

vi divertite ad inseguire il flutto

che si ritrae, e quando rifluisce

a scansarlo, fuggendo via da esso;

voi, gnomi, che al chiarore della luna

tracciate verdi cerchi d'erba amara,

che i greggi si rifiutan di brucare;

e voi, cui solo piace divertirsi

a far spuntare i funghi a mezza notte,

e che gioite quando dalle torri

udite batter l'ora della sera,

io fino ad oggi con il vostro aiuto

(per deboli artigiani che voi siate),

ho potuto abbuiare il gran meriggio,

stanar dagli antri i riottosi venti,

e scatenarli ovunque, in mare e in terra,

destar di colpo strepitosa guerra

tra il verde mare e il ceruleo cielo,

accendere del fragoroso tuono

le paurose fulminee saette,

e con esse spaccar di Giove stesso

la salda quercia(71), scrollar dalla base

il monte che nel mare si protende,

strappar dalle radici il cedro e il pino.

Le tombe hanno svegliato, al mio comando,

i lor dormienti, aperti i lor coperchi,

e li han lasciati uscire,

s potente si dimostr finora

la mia magica arte.

Ma ora all'esercizio di tale arte

io faccio abiura, null'altro chiedendo,

come ultimo servizio, che produrmi

qualche istante di musica celeste

perch'io possa raggiungere il mio scopo

d'agire sovra i sensi di coloro

cui questo aereo incanto destinato;

poi spezzer questa mia verga magica,

e la seppellir ben sottoterra

e in mare scaglier tutti i miei libri,

che vadano a sommergersi pi in fondo

di quanto mai sia sceso uno scandaglio.(72)

(Musica solenne)

Rientra ARIELE, seguito da ALONSO, GONZALO,

SEBASTIAN, ANTONIO, ADRIANO e FRANCESCO;

tutti gesticolano stranamente, come impazziti. Prospero

ha tracciato in terra un grande cerchio nel quale essi

entrano, restando l fermi, incantati.

(Prospero li osserva un poco, poi continua)

Un solenne alitare d'armonie,

la pi efficace tra le medicine

a una mente sconvolta

per curare sconvolte fantasie,

ridoni la salute al tuo cervello

che inutile ti bolle ora nel cranio.

Fermi l dove siete! A farvi immobili

l'incantesimo d'una magia.

Mio buon Gonzalo, uomo venerando,

i miei occhi, per simpatia coi tuoi,

son vaghi di versar lagrime amiche.

(A parte)

L'incanto si va rapido sciogliendo

e il risveglio dei sensi, come l'alba

che s'insinua furtiva nella notte

a dissiparne il buio poco a poco,

comincia in loro a disperdere i fumi

che ne offuscan la limpida ragione.

(Forte)

Buon Gonzalo, mio vero salvatore,

leale amico di colui che servi,

sapr ricompensar, tornato in patria,

e non solo a parole, i tuoi servigi.

Alonso, tu sei stato efferatissimo

con me e con mia figlia;

e ad istigarti stato tuo fratello;

e di ci tu, Sebastian, sei pentito...

(Ad Antonio)

Tu, che sei mio fratello,

ed hai aperto il cuore all'ambizione,

scacciandone rimorso e fratellanza;

tu, che insieme a Sebastian - nel cui cuore

pi pungente dev'essere il rimorso -,

hai pensato di uccidere il tuo re,

per snaturato che tu sia, fratello,

io ti perdono...

(A parte)

Ecco, a poco a poco,

si riscuotono le loro facolt,

ed il flusso che avanza avr tra breve

ricoperto nuovamente il litorale

della ragione, che sta ancora immerso

in fangosa putredine.

Nessun di loro, che pure mi guardano,

sarebbe in grado ancor di riconoscermi.

Ariele, va' veloce alla mia grotta,

portami qua cappello e spada. Presto!

(Esce Ariele)

Voglio mutarmi d'abito, e mostrarmi

qual ero un tempo: Duca di Milano.

Su, Ariele, che fra poco sarai libero.

Rientra ARIELE e, cantando, aiuta Prospero

ad indossare le vesti che gli ha recate

ARIELE -

(Cantando)

"Dove succia la pecchia, anch'io fo' succio,

"nei calici di primule mi giaccio.

"Quando canta il cuc il suo ritornello,

"io me ne volo in groppa a un pipistrello,

"a inseguire l'estate,

"nel regno delle fate,

"per vivere in letizia

"nella fresca delizia

"di ramoscelli dal fiore ingemmati".

PROSPERO -

Eccolo, il mio squisito cardellino!

Come mi mancherai, mio dolce Ariele!

Ma devi avere la tua libert.

Cos dev'essere, cos sar.

Va', invisibile sempre come sei,

alla nave del re: sotto coperta

ci troverai, ancora addormentati,

i marinai; svegliami, ti prego,

il capitano ed il capo nocchiero,

e falli venir subito da me.

ARIELE -

Mi bevo l'aria e non avr il tuo polso

fatto due battiti, ch'io sar qui.

(Esce)

GONZALO -

Quest'isola davvero la dimora

d'ogni sorta di triboli, di angosce,

di meraviglie e di stordimenti!

Oh, che una qualche potenza del cielo

voglia guidarci fuor da questi luoghi

pieni di cose tanto spaventose!

PROSPERO -

(Ad Alonso)

Guardami adesso, re: io sono Prospero,

l'oltraggiato signore di Milano.

E per meglio convincerti che lui

quel duca, vivo, colui che ti parla,

io t'abbraccio, ed a te e ai tuoi compagni

do un cordial benvenuto in casa mia.

ALONSO -

Se tu sei quel che dici, oppure no,

o se sei uno di quegli incantesimi

che gi m'han tratto in inganno, non so;

il tuo polso per lo sento battere

come quello d'un uomo in carne e sangue;

e dal primo momento che t'ho visto

ho sentito placarsi nel mio spirito

quell'afflizione che m'aveva invaso

come una forma, temo, di pazzia.

Se tutto questo vero ed reale,

si tratta d'una ben strana vicenda.

Se cos , rassegno il tuo ducato

nelle tue mani, e ti chiedo perdono

dei torti che t'ho fatto. E tuttavia

mi chiedo sempre come sia possibile

che Prospero sia vivo, e in questo luogo.

PROSPERO -

(A Gonzalo)

Prima di tutto, mio nobile amico,

lascia ch'io stringa in un cordiale abbraccio

codesta veneranda tua canizie,

virtuosa e proba al di l d'ogni limite.

(Abbraccia Gonzalo)

GONZALO -

Se tutto questo sia reale o no,

davvero non mi sento di giurarlo.

PROSPERO -

che ti trovi ancora sotto il fascino

d'ingannevoli immagini dell'isola,

che ti fanno stentare a riconoscere

quello che c' di vero innanzi a te.

Ma siate tutti benvenuti, amici!

(A Sebastian e Antonio)

Quanto a voi due, miei bravi gentiluomini,

potrei, se solamente lo volessi,

scatenar su di voi l'ira del re,

denunciandovi come traditori;

ma voglio dire "basta" a tutto questo...

SEBASTIAN -

(A parte)

Sembra che il diavolo gli parli dentro.

PROSPERO -

... s, finirla per sempre.

(Ad Antonio)

Quanto a te,

scelleratissimo signore, a te,

ch'io non potrei chiamare mio fratello

senza sentirmi infettare la bocca,

di tutte le tue colpe nefandissime,

io ti perdono; ti chiedo soltanto

il mio ducato che, so, d'altra parte,

non potresti comunque ricusarmi.

ALONSO -

Se sei Prospero, devi raccontarci

come ti sei salvato, e come accade

che ti trovi a incontrarci in questi luoghi

dove siamo soltanto da tre ore

gettati a queste rive da un naufragio

nel quale ho perso - oh, straziante ricordo! -

il mio diletto figlio Ferdinando...

PROSPERO -

Di questo assai m'affliggo, monsignore.

ALONSO -

... una perdita tanto irreparabile,

che la stessa rassegnazione umana

si dichiara incapace a rimediare.

PROSPERO -

Ad essa, forse, non vi rivolgeste,

penso, con sufficiente forza d'animo.

Ch per eguale perdita io stesso

posso dire d'aver dalla sua grazia

ricevuto sovrano lenimento,

ed ora sono rassegnato e in pace.

ALONSO -

Una perdita eguale?

PROSPERO -

E dolorosa

per me altrettanto, ed anch'essa recente;

ed a renderla meno sopportabile

ho mezzi di conforto assai pi deboli

di quelli vostri: ho perduto mia figlia.

ALONSO -

Una figlia! Anche voi! Oh, santo cielo!

Saperli adesso entrambi vivi a Napoli,

re e regina col!... S'esser potesse,

vorrei magari io stesso esser sepolto

nella melma del limaccioso letto

in cui si giace adesso il mio figliolo.

E quando la perdeste, vostra figlia?

PROSPERO -

Nel corso del recente fortunale.

Ma m'accorgo che questi gentiluomini

sono per questo incontro s confusi

da non sapere pi cosa pensare(73);

stentano a credere che gli occhi loro

dicano il vero, e che le lor parole

siano fatte di fiato naturale.

Ma per quanto voi siate ancor sbalzati

fuori dai vostri sensi, siate certi

che quello ch' davanti agli occhi vostri

ben Prospero, duca di Milano,

da l sbalzato fuori con violenza

e che, per un capriccio del destino

venne sospinto sopra questi lidi

dove il naufragio ha gettato anche voi,

per essere sovrano di quest'isola.

Ma di ci basta, ch questo discorso

che a farlo ci vorrebbero pi giorni;

non storia da raccontare a tavola

n adatta a questo nostro primo incontro.

E dunque, benvenuto, signor mio.

Quella grotta, vedete, la mia corte:

ho poco sguito, qui, nessun suddito.

Ma guardate, vi prego, nel suo interno:

poich m'avete reso il mio ducato,

io voglio compensarvi con qualcosa

che vi sar di pari gradimento;

mostrarvi, almeno, una tal meraviglia

da procurarvi altrettanta letizia

quanta ne ha procurata or ora a me

l'aver riottenuto il mio ducato.

Si spalanca l'apertura della grotta e compaiono alla vista

FERDINANDO e MIRANDA, intenti a una partita a scacchi

MIRANDA -

Ah, no, caro signore, voi barate!

FERDINANDO -

Oh, no, Miranda, no, dolce amor mio!

Non lo farei giammai, per tutto il mondo!

MIRANDA -

S, invece. Ma se pur fosse la posta

una ventina di regni, ugualmente

direi che il vostro gioco regolare.

ALONSO -

Se ancora questo avesse a dimostrarsi

un altro degli incanti di quest'isola,

sar per me come l'aver perduto

tristemente, per la seconda volta,

l'unico mio dilettissimo figlio.

SEBASTIAN -

Oh, gran miracolo!

FERDINANDO -

Talora i mari,

per quanto minacciosi, hanno piet.

Li avevo ingiustamente maledetti.

(S'inginocchia al padre)

ALONSO -

D'un genitore al colmo della gioia

ti circondino le benedizioni.

Alzati e dimmi com' che sei qui.

MIRANDA -

Oh, meraviglia! Quanta bella gente!

Come son belle le creature umane!

Oh, splendido, smagliante nuovo mondo

che contieni abitanti come questi!

PROSPERO -

Nuovo solo per te, Miranda mia.

ALONSO -

Ferdinando, chi quella fanciulla

con cui giocavi? La sua conoscenza

non pu esser pi vecchia di tre ore.

forse lei la benigna deit

che ci ha divisi e poi riuniti insieme?

FERDINANDO -

creatura mortale, mio signore;

immortale per la Provvidenza

ond'essa mia. L'ho scelta, padre mio,

in un momento in cui nessun consiglio

avrei potuto chiedere a mio padre,

ch non credevo pi d'averne uno.

la figlia del Duca di Milano,

del quale tanto spesso avete udito

esaltata l'illustre rinomanza,

ma che mai prima avete conosciuto.

Da lui ben posso dir d'aver avuto

la vita in dono una seconda volta;

ch di lui fa di me un secondo padre

ora l'amore di questa fanciulla.

ALONSO -

Tale sar per lei anche tuo padre.

Anche se suoner abbastanza strano

che un padre chieda perdono a sua figlia.

PROSPERO -

Basta, non pi, signore!

Non carichiamo il peso dei ricordi

con tristezze che sono ormai passate!

GONZALO -

Se non fossi rimasto fino ad ora

ammutolito da un interno pianto,

avrei cos parlato: "O di benigni,

abbassate lo sguardo sulla terra,

e fate scendere su questa coppia

una corona di benedizioni!

Ch certamente siete stati voi

a tracciare in anticipo il cammino

che doveva condurci fino qui".

ALONSO -

Ed io, Gonzalo, ti rispondo: "Amen!".

GONZALO -

Era dunque disegno degli di

che il Duca di Milano,

venisse sbalestrato da Milano,

perch la sua progenie

dovesse diventare re di Napoli?

E dunque rallegriamoci, signori,

d'una gioia che superi ogni gioia!

E siano scritti su colonne eterne,

a caratteri d'oro, questi eventi

tutti accaduti in uno stesso viaggio:

Claribella trov marito a Tunisi,

suo fratello trov una moglie qui,

nel luogo stesso ove s'era smarrito;

Prospero ha ritrovato su quest'isola

il suo ducato, e ognun di noi se stesso

dopo che ognun se stesso avea smarrito.

ALONSO -

(A Ferdinando e Miranda)

Ragazzi, datemi le vostre mani:

cingano sempre dolore e sventura

quel cuore che non faccia per voi voti

d'ogni felicit.

GONZALO -

E cos sia!

Entra ARIELE con il CAPITANO e il

CAPO NOCCHIERE della nave del re

Oh, guardate, signore, altri dei nostri!

Lo dicevo - oh, mio spirito profetico -

che fintanto che fosse stata in piedi

sulla terra una forca, era impossibile

che quest'uomo perisse per naufragio!

Ed ora dimmi un po', grande blasfemo,

che scaricavi, con le tue bestemmie,

da bordo in mare la divina grazia,

non sacramenti pi?

La terraferma ti fa stare zitto?...

Che notizie ci porti?

CAPO NOCCHIERE -

La pi bella

quella di trovar qui sani e salvi

il nostro re con tutti i suoi compagni.

L'altra, altrettanto bella,

che il nostro vascello,

che sol tre ore fa abbiam creduto

schiantato e andato in pezzi in mezzo al mare,

intatto e saldo al largo,

pronto al comando come il primo giorno

che al suo timone siamo scesi in mare.

ARIELE -

(A parte, a Prospero)

Tutto questo mia opera, signore,

da quando t'ho lasciato, poco fa.

PROSPERO -

(Ad Ariele, a parte)

Il mio ingegnosissimo genietto!

ALONSO -

Questi non sono eventi naturali.

Ogni istante ne reca di pi strani.

Come siete arrivati fino qui?

CAPO NOCCHIERE -

Cercherei di spiegarvelo, signore,

se fossi ben sicuro d'esser sveglio.

Stavamo tutti - non sappiamo come -

stesi morti dal sonno ed ammucchiati

sottocoperta, quando, poco fa,

siamo stati svegliati da un frastuono

confuso e misterioso di ruggiti,

urla, lamenti, stridii di catene

ed altri rumoracci, tutti orribili;

e subito ci siam trovati in piedi,

liberi tutti e l, davanti a noi,

il nostro bravo vascello reale

tutto rimesso a nuovo, e il capitano

a saltar dalla gioia nel vederlo.

Subito dopo, in un batter di ciglio,

come in un sogno, non posso dir altro,

ci siam trovati divisi dagli altri

e qui portati, ancor mezzo storditi.

ARIELE -

(A parte, a Prospero)

Ho lavorato bene, eh?

PROSPERO -

(A parte, ad Ariele)

Benissimo,

mio diligente spirito! Sei libero!

ALONSO -

Questo l'intrico pi straordinario

in cui un uomo si sia mai trovato:

c' in tutta la vicenda qualche cosa

di pi di quanto accada in natura.

Ci vorrebbe per me solo un oracolo

a correggere un tal convincimento.

PROSPERO -

Mio signore e sovrano,

non tormentatevi troppo la mente

nell'andarvi a cercare spiegazioni

alla bislaccheria di questi eventi;

alla prima occasione,

che son certo non tarder a venire,

vi spiegher tra noi, da solo a solo,

tutto quanto accaduto,

e troverete ogni cosa plausibile.

Frattanto state pure di buon animo,

e pensate di tutto per il meglio.

(Ad Ariele)

Vieni qua, spiritello:

va', metti Calibano in libert

coi suoi compagni, e sciogli l'incantesimo.

(Esce Ariele)

(Ad Alonso)

Allora, come state, Vostra Grazia?

C' ancora, della vostra compagnia,

qualche strano individuo

del quale forse non vi ricordate,

e che manca all'appello. Eccoli qua(74).

Rientra ARIELE, spingendo avanti a s

CALIBANO, STEFANO e TRINCULO,

tutti e tre con indosso gli abiti rubati

STEFANO -

Ciascun per tutti, e nessuno per s(75).

Perch al mondo questione di fortuna.

Coragio, mostro gradasso, coragio!(76)

TRINCULO -

Se non son vane spie

le finestre che porto sulla fronte(77),

ecco una vista quanto mai piacevole.

CALIBANO -

O Stebo(78), se questi son spiriti,

son davvero magnifiche creature!

E com' bello, oggi, il mio padrone!

Ma ho paura che mi castigher.

SEBASTIAN -

(Indicando i tre)

Ah, ah, che roba questa, Don Antonio?

Da comprare in contanti?

ANTONIO -

Cos pare.

Uno di loro senza dubbio un pesce,

e un pesce ha sempre un prezzo di mercato.

PROSPERO -

Ecco, guardate un po' le vestimenta

che si son messe addosso questi tre,

e dite voi se possano mai essere

quello ch'essi vorrebbero apparire.

Questo sgorbio, sua madre era una strega

d'una stregoneria cos potente

da manovrar le fasi della luna,

l'alterno rifluir delle maree,

esercitandone, insomma, l'influsso,

senza averne il potere naturale.

Questi tre tomi m'hanno derubato,

e questo mezzo uomo e mezzo diavolo

(ch, di fatto, il bastardo d'un demonio)

ha complottato insieme agli altri due

per togliermi la vita.

Due di questi compari son dei vostri,

e per vostri dovete riconoscerli;

l'altro, questa creatura delle tenebre,

la riconosco invece come mia.

CALIBANO -

Stavolta sar pizzicato a morte.

ALONSO -

Ma quello non Stefano,

quello sbornione del mio cantiniere?

SEBASTIAN -

E sborniato , infatti, pure adesso.

Ma il vino dove diavolo l'ha preso?

ALONSO -

Anche Trinculo cotto, che barcolla.

Ma dove avran potuto procurarsi

questo elisire che li ha s indorati?

(A Trinculo)

Dimmi un po', tu, come diavolo hai fatto

a ridurti in codesta salamoia?

TRINCULO -

Mi ci trovo, in questa salamoia,

dall'ultimo momento che vi ho visto,

e ho paura che non potr pi spremerne

le mie ossa. Ne avr per il vantaggio

di non essere punto dalle mosche.

SEBASTIAN -

E tu, Stefano, eh, come ti senti?

STEFANO -

Non mi toccate: io non sono Stefano,

io sono tutto un crampo.

PROSPERO -

Volevi farti tu il re dell'isola,

eh, compare?

STEFANO -

Un re ben malandato,

allora sarei stato.

ALONSO -

(Indicando Calibano)

E quello l?

Mai visto un coso pi strano di questo.

PROSPERO -

Deforme d'animo, come d'aspetto.

Manigoldo, va' dentro alla mia grotta,

e facci entrare pure i tuoi compari.

E se vuoi, come pare, il mio perdono,

puliscila e rassettala a dovere.

CALIBANO -

Lo far! D'ora innanzi sar bravo,

voglio riguadagnarmi il tuo favore.

Che razza di somaro sono stato

a scambiar per un dio questo sbornione,

e ad adorare questo idiota pazzo.(79)

PROSPERO -

Via, via, vattene via!

ALONSO -

Via di qua,

e rimettete a posto quel bagaglio,

dove l'avete preso.

SEBASTIAN -

Anzi, rubato.

(Escono Calibano, Stefano e Trinculo,

entrando nella grotta)

PROSPERO -

(Ad Alonso)

Invito cordialmente Vostra Altezza

e tutti gli altri della compagnia

a entrare in questa mia povera grotta,

dove riposerete questa notte;

che, penso, passeremo in buona parte

in tali conversari che, di certo,

ce la faranno apparire pi corta:

io vi racconter della mia vita,

e di tutte le sue peripezie

dal giorno in cui son giunto su quest'isola.

E domattina ce ne andremo insieme

a raggiungere in mare il vostro barco,

per far rotta su Napoli,

dove spero vedere celebrato

il matrimonio di questi due giovani

nostri figli diletti; e di laggi

poi ritirarmi nella mia Milano,

dove uno su tre dei miei pensieri

sar volto alla tomba.

ALONSO -

Sono impaziente d'ascoltar da voi

tutta la storia della vostra vita,

che sar certo strana e affascinante.

PROSPERO -

Ed io ve la dir davvero tutta;

e vi prometto bonaccia di mare,

venti propizi e vele s veloci

da farvi presto raggiungere al largo

il resto della vostra real flotta.

Ariele, mio pulcino,

a te di fare che tutto questo accada

per il meglio: il tuo ultimo servizio.

Poi, torna pure libero nell'aria,

e vivi lieto. Addio!

Favorite, vi prego, entrate tutti.

EPILOGO

(recitato da Prospero)

I miei incantesimi sono finiti;

sol mi restano ora le mie forze,

piuttosto scarse, per la verit.

Ora sta a voi decidere, signori,

s'io debba rimanere sempre qui,

racchiuso in questo luogo solitario,

o partire per Napoli con loro.

Ma spero che non sia vostra vaghezza

ch'io resti relegato su quest'isola

- e per vostro incantesimo, in tal caso -

avendo riottenuto il mio ducato

e perdonato a tutti i traditori;

che vogliate al contrario

magicamente con le vostre mani

sciogliermi e liberarmi da ogni laccio,

e gonfiare col vostro fiato amico

le mie vele, altrimenti il fallimento

di tutto il mio progetto

ch'era quello di farvi divertire.

Non ho pi spiritelli al mio comando

n magico potere d'incantesimi;

e la mia fine sar disperata

se non venga da voi

una tal penetrante intercessione

in mio favore presso la piet,

da assolvermi da tutte le mie colpe.

E se a voi piace d'esser perdonati

dei peccati, dall'indulgenza vostra

fate ch'io venga assolto anch'io dei miei.

(Esce)

FINE

Harold W. Mandefield

PROSPERO

Tesi di laurea

in lingua e letteratura inglese

Traduzione di

Goffredo Raponi

Facolt di Lettere

Universit di Bordeaux

Aprile 1936

SOMMARIO

INTRODUZIONE

1. Prospero, protagonista e regista della "Tempesta".

CAPITOLO I - IL MAGO

2. Prospero il diretto discendente di una generazione di maghi e incantatori. 3. Il sapiente di Orlans, di Chaucer. 4. Famosi alchimisti dell'epoca. 5. La magia nel dramma religioso francese. 6. La magia nel teatro elisabettiano: Marlowe, Greene, Peele, Dekker, "L'allegro diavolo di Edmonton". 7. Munday e Ben Jonson. 8. La grande popolarit della magia e i tratti essenziali della figura tradizionale del mago. 9-10. Il tradizionale incantatore: Arcimago. 11-12. Prospero come dominatore dell'universale. 13. Shakespeare era superstizioso? 14. I poteri di Prospero e la loro spiegazione razionale. 15. Prospero e la mitologia germanica. 16-17. Il "magico accettabile" di Shakespeare. 18. Gli espedienti tecnici per farci accettare il magico. 19. Lo scetticismo dei personaggi come razionalizzazione del magico. 20. Realt e irrealt nella magia di Prospero. 21. Prospero e Oberon. 22. La magia di Prospero come chiave dell'economia dello spettacolo. 23. Prospero-mago e il palcoscenico.

CAPITOLO II - IL DUCA

24. C' una fonte storica in Prospero? 25. La cospirazione nella vita e nel dramma. 26. Prospero, un illuminato principe italiano. 27. Un despota pieno di esperienza. 28. Il Prospero di Renan: un aristocratico. 29. Prospero l'imperturbabile. 30-31. La sua "crudelt" di aristocratico della Rinascenza. 32. Il suo metodo di dominio: "divide et impera". 33. L'atmosfera italiana della "Tempesta" e l'atmosfera tedesca della "Sidea". 34-35. Prospero e Ludolfo.

CAPITOLO III - L'UOMO

36. L'umanit di Prospero l'aspetto pi originale del personaggio. 37-38. Uomo e non superuomo. 39. Il padre. 40. Il suo "supremo sacrificio": secondare l'amore della figlia. 41. Un vecchio sotto il peso del passato. 42. Austerit e amarezza. 43. Prospero, il pedagogo. 44. Prospero come modello del mago del romanzo cavalleresco. 45. Un saggio, quasi un filosofo. 46. Prospero, una "Mente". 47. Lo spirito dell'indulgenza e del perdono. 48. Il pentimento redime l'anima. 49. Una saggezza non cristiana, ma umanistica. 50-51. La sua morale sessuale: forse un'eco dell'esperienza personale del poeta. 52. Grande sacerdote del mistero dell'amore. 53. Il poeta-filosofo. 54-55. L'immaterialismo dell'idealista. 56. Il suo pessimismo, filosofia della disillusione. 57. Il poeta-sognatore. 58. Sognatore, ma anche uomo d'azione. 59. La sua concezione del "sociale". 60. Originalit della concezione shakespeariana.

CAPITOLO IV - PROSPERO SHAKESPEARE?

61. Una identificazione "impressionistica". 62-63. Critiche alla suddetta identificazione. 64. L'uomo-Shakespeare migliore dell'uomo-Prospero. 65. "La Tempesta": una sinfonia da interpretare.

CONCLUSIONE

66. Prospero una creazione della fantasia poetica, e niente altro.

INTRODUZIONE

1. Prospero, protagonista e regista della "Tempesta"

Della "Tempesta" Prospero il protagonista e il regista allo stesso tempo. La "Tempesta" , nella sostanza, un mono-dramma dove Prospero, il pi cospicuo di tutti i personaggi, torreggia alto su tutti, come la figura di un uomo al centro di un quadro simmetrico. Tutto il corso dell'azione scenica regolato dai mutamenti del suo umore: dalle sue parole possiamo seguire le fluttuazioni della vicenda, la cui intensit si rafforza o s'attenua a seconda dell'umore di lui. Cos, quando il vecchio Duca si mette a contemplare retrospettivamente le vicissitudini della sua vita, lo spettatore cullato in un dolce scorrere d'immagini poetiche; quando, invece, egli deve attendere al presente, a piegare gli altri alla sua volont, a fronteggiare chi complotta contro di lui, l'azione si fa rapida e compressa; quando infine pervaso dallo spirito del perdono e dalla gioia per la felicit della figlia, il dramma s'innalza alla luminosa serenit della scena finale.

interessante notare che anche in termini quantitativi, dell'economia generale del lavoro, Prospero di gran lunga il personaggio pi importante. La "Tempesta" consta di circa 1985 righe (tra versi e prosa), di cui la parte di Prospero occupa circa un terzo (605); e la proporzione diviene ancor pi significativa se si considera che egli non compare affatto nel II atto, e che questo, da solo, contiene circa 500 righe(1).

Proposito di questo studio tracciare un ritratto, per quanto possibile esauriente, del personaggio, analizzando la sua personalit sotto i suoi tre aspetti: il mago, il duca, e pi importante di tutti, l'uomo: ora padre amoroso, ora vecchio gentiluomo, in qualche modo soggetto a difficolt ed errori, ora uomo di pensiero, che ha perduto tutte le illusioni della vita ed ha elaborato nella sua mente un proprio sistema improntato a poetico idealismo, etico e metafisico ad un tempo.

Dopo aver scrutato sotto questi tre aspetti il comportamento del personaggio, tenteremo un approccio al problema di sapere se Shakespeare, nel creare il personaggio, avesse in mente una qualche rappresentazione simbolica di se stesso, e se tale interpretazione sia plausibile.

CAPITOLO I

IL MAGO

2. Prospero il diretto discendente di una generazione di maghi e incantatori

Allo spettatore del XVII secolo che l'ha visto per la prima volta apparire sulla scena, Prospero deve aver fatto senza dubbio l'impressione di un mago, un incantatore su di un'isola incantata. Nel "diario" di Henslowe(2) leggiamo che l'attore che lo interpretava indossava una "roba" da renderlo invisibile; ossia, come dato immaginare, un lungo manto trapunto di stelle luccicanti e di lune crescenti, in mano una bacchetta e il libro, in testa un cappello a punta e il mento coperto da una barba bianca fluente, quale si vede nel ritratto di John Dee, l'astrologo ufficiale della regina Elisabetta(3). la tipica presentazione del mago da palcoscenico; ma si tratta solo di apparenza esteriore, perch la figura di Prospero ben lontana dalla forma stereotipata, solitamente associata al libro magico, alla bacchetta e al mantello stellato.

Shakespeare si stacca da questa tradizione. Quale essa fosse nella letteratura inglese prima del XVII secolo varr la pena di esporre, esaminando alcune significative figure di tali personaggi, come l'illusionista del "Frankelein's Tale" di Chaucer, il mago Arcimago della "Feerie Queen" di Spenser, stereotipi dell'infinita variet di maghi, stregoni, incantesimi che i drammaturghi del periodo pre-shakespeariano rinvennero nella conoscenza del popolo e misero in scena con tutti i loro misteriosi attributi esterni; i quali, come vedremo in seguito, hanno in comune certe caratteristiche che concorrono alla tipizzazione del personaggio-mago dell'epoca.

3. Il sapiente di Orlans di Chaucer

Nel XIV sec. cominciarono a giungere in Inghilterra i primi racconti di magia dal favoloso oriente; il Cavaliere dei "Racconti" di Chaucer, divertito ed eccitato - come lo erano in realt molti giovani dell'epoca - da queste storie di meraviglie e di portenti(4), parla di una magica presenza alla corte di Cambuscan (ossia Gengis Khan), del cavallo di bronzo, della spada incantata, dello specchio magico, dell'anello magico; e avendo ci sollevato fra i pellegrini un certo gusto per la magia, l'onesto Franklin parla dell'amore di Aurelio per Dorigene, una bella e nobile dama di Armorica, la quale, per gioco, promette di corrispondere all'amore di lui se egli sar capace di far sparire pietre e rocce dalla riva del mare. Aurelio si strugge dalla disperazione, finch suo fratello pensa a un certo sapiente che vive a Orlans, il quale con le sue arti magiche potr eseguire quanto imposto dalla donna. I due partono per Orlans e sono ricevuti dal mago nel suo studio, in mezzo ai suoi libri. Questi, per offrire ai due fratelli un esempio dei suoi poteri magici, li fa sedere a una tavola imbandita che, rotto l'incantesimo, si dimostra fantastica e irreale, come quella imbandita da Barmecido davanti a Sciacavac. Dopodich, cominciano a parlare del loro affare e il mago accetta di fare l'operazione, ma "less than a thousand pound he would not have"(5). Aurelio accetta a sua volta, e il mago, per mezzo di astrologici espedienti, riesce a creare agli occhi di tutti l'illusione che le pietre sono sparite. Poi, per, Aurelio non riesce ad ottenere da Dorigene l'adempimento della promessa, e il mago, con gesto magnanimo, rinuncia al compenso e se ne ritorna ad Orlans.

4. Famosi alchimisti dell'epoca

Si pu ricordare anche, stante la larga popolarit del tipo da lui impersonato, la colorita figura dell'alchimista dell'altro racconto, il "Canon's Yeoman's Tale", che sfruttando la credulit e la fiducia di un onesto prete di Londra, lo truffa, vendendogli la ricetta per fabbricare l'argento. La presenza di alchimisti dello stesso tipo nella letteratura inglese durata a lungo e in forma cospicua; il pubblico inglese ha sempre mostrato curiosit e interesse per le scienze occulte, e l'alchimia era una delle pratiche pi importanti.

"Magia" ("magic") era il termine generico col quale si indicavano varie pratiche, specialmente astrologia, alchimia, cabala e demonologia. Erano tutte vietate dalla legge, perch si riteneva che vi si trovassero arcane conoscenze e formule create per la mistificazione dei non iniziati. un fatto, per, che ciarlatani e maghi godevano di larga popolarit, e il ricordo dei pi celebri di loro stato tramandato fino a noi: in Germania, tradizionale terra di misteriose leggende, Alberto Magno, Giovanni Trittenheim, Cornelius Agrippa, autore di un trattato sulle scienze occulte e di un commentario sull'opera di Ermete Trismegisto, il "divino Pymander"(6); in Svizzera, Paracelso, un medico che si dice inventore del famoso "elisir di lunga vita" e creatore dell'"Homunculus"; in Inghilterra, per non parlare di Dunstano, di Michele Scoto e di Ruggero Bacone, troviamo la strana figura di quel John Dee, che la regina Elisabetta ebbe come suo istruttore di mistici segreti(7); Edoardo Keller, un veggente nella sfera di cristallo, associato pi tardi allo stesso Dee; e ancora de Lannoy, che si dice fosse incaricato della protezione personale della regina e avesse una stanza in Somerset House, dove esercitare in segreto le pratiche proibite dalla legge; Harriot, un dotto astronomo del quale si ricorda che Christopher Marlowe dicesse: "Mos non era che un negromante, e questo Harriot sa farlo meglio"(8).

L'elenco potrebbe allungarsi a piacere: ma basti questo a dare un'idea dell'interesse generale per le scienze occulte, in Inghilterra come altrove, tra l'et di Chaucer e quella che precedette immediatamente Shakespeare.

5. La magia nel dramma religioso francese

Nell'epoca elisabettiana, com'era da attendersi, i maghi abbondano, nei libri e sulle scene. Il dottor Faustus forse il pi eminente, e comunque il primo nel tempo, almeno in Inghilterra. Ma nel continente il dramma religioso francese contiene molti riferimenti al mondo della magia:

"I prodigi diabolici e magici non hanno meno successo di quelli divini: il pubblico si delizia di travestimenti e di esorcismi, e manifesta una curiosit tutta profana per gli artifici della magia"(9).

Per introdurre la magia nella scena religiosa erano spesso citati due passi delle Scritture: uno dall'Antico Testamento, ed l'invocazione dello spirito di Samuele fatta dalla pitonessa di Endor(10), messo in scena da Jean de la Taille nella sua tragedia "Saul il furioso" (1572), dove si mostra in lunghi, pleonastici sviluppi, tutta la meticolosa conoscenza della Rinascenza in fatto di magia(11); sviluppi che possono apparire oziosi e fastidiosi al lettore moderno, ma che erano seguiti con interesse dal pubblico di allora, assetato di eventi soprannaturali. L'altro passo delle Scritture in cui si allude alla magia quello della conversione di Simon Mago nel VII capitolo degli "Atti degli Apostoli"; contenuto in un dramma recante appunto il titolo di "Simon Mago", successivamente riveduto e modificato in quello di "Atti degli Apostoli", dove, aggiungendo arcano ad arcano, il revisore presenta un incantesimo di Simone, il quale rimproverato per questo da San Pietro:

"Il pubblico era talmente avido di riti magici, che il revisore ha voluto mettere in scena un incantesimo di Simon Mago."(12)

Questi pochi esempi (a citarli tutti, sarebbero a non finire) mostrano la domanda di soprannaturale da parte del pubblico; e gli autori di teatro prima di Shakespeare, come vedremo, indulsero in pieno a questo gusto popolare. Solo Shakespeare - e forse Marlowe, se si escludono le scene comiche del suo "Dottor Faustus" - si dimostr sufficientemente maturo, rispetto al suo tempo, per considerare la magia non pi fine a se stessa, ma come mezzo per costruire un dramma, il cui tema sar non gi il soprannaturale, ma l'umano.

6. La magia nel teatro elisabettiano: Marlowe, Greene, Peele, Dekker, "L'allegro diavolo di Edmonton"

Marlowe, dunque, ha in comune con Shakespeare questo: che forse l'unico drammaturgo del tempo a presentare sulla scena un grande mago, non gi come personaggio da commedia, non come soggetto di curiosit, ma come una figura tragica. questa la ragione che c'induce a tracciare un parallelo tra Prospero e Faustus.

Notiamo, innanzitutto, come, prima di accingersi a scrivere il suo dramma, Marlowe abbia dovuto studiarsi attentamente tutto il ponderoso bagaglio da offrire al pubblico in una rappresentazione di magia, compresi gli intermezzi farseschi - della cui dubbia autenticit siamo peraltro consapevoli - intesi ad offrire un contrappeso di popolaresca comicit ai comportamenti del protagonista; egli riesce, infatti, sotto questo aspetto, a soddisfare il gusto delle platee facendo un uso abbondante degli effetti di facile drammaticit offerti dalla tradizione popolare.

Il grande successo del "Doctor Faustus" deve avere indotto Greene a soddisfare anch'egli la pubblica domanda di soprannaturale, producendo il suo "Frate Bacone e Frate Bungy", dove, nella sotto-trama, due negromanti si fanno a vicenda dei trucchi magici, in gara con i maghi tedeschi, con grande divertimento del pubblico.

Marlowe e Greene furono le avanguardie, subito seguite da molti sulla stessa strada; sicch cominciano ad apparire sulle scene le pi diverse specie di personaggi dotati di poteri soprannaturali. Nel "Racconto della vecchia massaia" ("The Old Wive's Tale", 1592) la deliziosa fantasia arcadica di George Peele, un incantatore tiene imprigionata, grazie ai suoi magici artifici, una giovane fanciulla, e ne sopprime la memoria; sar ella, insieme coi suoi fratelli, alla fine liberata dai cavalieri erranti Eumenidi. Il "Vecchio Fortunato" ("Old Fortunatus", 1600) la storia di un pover'uomo, vecchio e scalcagnato, al quale appare la Fortuna e gli consegna una borsa di denaro inesauribile; egli viaggia a Cipro, Babilonia e Roma, e intrattiene il Sultano con trucchi di magia, come aveva fatto con il Papa il Dottor Faustus.

C' anche un lavoro anonimo, assai popolare, attribuito erroneamente a Shakespeare, "L'allegro diavolo di Edmonton", in cui un certo Peter Fabell costringe, con arti magiche, Coreb, uno spirito inviato a lui dal diavolo, a dargli "la libert di antivedere di sette anni il momento in cui mi prenderai"(13). In realt, questo Peter Fabell non ha nessuna parte nel lavoro, ma introdotto al solo scopo di offrire "un'offa al gusto popolaresco del pubblico"(14).

7. Munday e Ben Jonson

Con Antony Munday, nella sua commedia "John a Kent, and John a Cumber", si torna al genere iniziato da Greene: due maghi che si sfidano in una "gara di maestria"; qui, in realt, il soggetto ha una impressionante rassomiglianza con quello della "Tempesta", rassomiglianza che, secondo il Rev. Ronald Bayne(15), tutt'altro che casuale:

"Shrimp, un folletto di John del Kent - egli scrive - si rende invisibile e, col mezzo di una musica nell'aria, conduce fuori strada i nemici del suo padrone, finch cadono tutti a dormire per la stanchezza. Questo getta una luce su quello che dev'essere stato lo spunto di Shakespeare per dar vita al suo personaggio di Ariele e alla squisita poesia della "Tempesta"...

Comunque sia, magia e incantesimi sono nell'aria, al tempo che Shakespeare scrive i suoi capolavori. Nel 1610 - un anno prima della data probabile della "Tempesta" - Ben Jonson, ritenuto allora il maggior commediografo del tempo, metteva in scena la forte figura del suo Alchimista, che inganna tutti fino a che inganna se stesso ed costretto a fuggire con tutto quanto pu portare con s. La vicinanza delle due date interessante, perch mostra che la moda della magia e di tutto il resto era veramente in auge quando Shakespeare si decide a scrivere il suo lavoro.

8. La grande popolarit della magia e i tratti essenziali della figura tradizionale del mago

Questo mostra altres come l'esercizio delle scienze occulte di ogni genere, se pur vietato dalla legge, fosse in gran voga all'inizio del XVII secolo; e il teatro, specchio del gusto popolare, se ne appropria. Il gran numero di maghi e incantatori che esso esibisce testimonia del successo delle rappresentazioni di questo mondo fantastico; n sono soltanto le classi pi basse a volervi assistere: l'interesse non minore fra i pi illuminati membri dell'aristocrazia. Gli stessi sovrani ne lanciavano la moda: Elisabetta ha al suo servizio due famosi occultisti, Dee e de Lannoy; e Giacomo I scrive un trattato che reca il titolo: "Daemonologia, h.e. adversus Incantationem sive Magiam Institutio" (16), nel quale attacca la posizione di scetticismo assunta in questo campo da un certo Reginald Scott, il quale teneva in conto di "storia di vecchie comari" la credenza nell'esistenza di poteri soprannaturali. Questo scetticismo era, a quel tempo, un paradosso che lo stesso Sir Thomas Browne(17), cinquant'anni dopo, doveva ritenere non meritevole di considerazione.

Sul palcoscenico, il personaggio-mago si presenta negli aspetti pi vari, su ciascuno dei quali si appunta, a volta a volta, l'interesse dell'autore. Egli "uomo di scienza e di mistero", che fa uso di stravaganti pratiche occulte e di trucchi mistificanti, evoca gli spiriti in latino, cui accompagna strane locuzioni. un essere lontano dal comune livello degli uomini, e vive soprattutto per perseguire o il diavolo o spregevoli fini materiali. Egli mago, e nient'altro che mago. Poich ha aspirato a sollevarsi al disopra degli altri uomini, quando cade nessuno gli dimostra simpatia. Si noti ancora, come corollario di tutto questo, che quasi tutti i maghi del teatro elisabettiano, ad eccezione del Dottor Faustus, sono figure comiche, che ingannano il prossimo, quando non gli capita d'ingannare se stessi.

9. Il tradizionale incantatore: Arcimago

Il tipo di mago da palcoscenico che abbiamo fin qui cercato di delineare prende origine principalmente dalla credenza popolare, dalla volgare immagine del "sapiente" che ha penetrato i segreti della natura, ma che poi s' mescolata con quella del comune incantatore; quest'ultimo, derivato dalla poetica medioevale, una figura del romanzo cavalleresco. Nella "Feerie Queen" di Spenser troviamo il capo incantatore, Arcimago, un grande stregone che inganna Sir Guyon e cerca di indurlo, con le sue astuzie, ad uccidere il virtuoso Cavaliere Redcross, la cui figura richiama quella di Eumenide, il cavaliere errante del "Racconto della vecchia massaia" di Peele: Arcimago cerca la rovina di Sir Guyon sol perch questi "d'ogni bene nemico" ("to all good enemy")(18). L'intero poema di Spenser , naturalmente, una "continua allegoria di tenebrosa concezione" ("a continued allegory of darke conceit"), come egli stesso la definisce, e Arcimago la personificazione dell'ipocrisia.

Arcimago, come figura allegorica, di scarso interesse per il nostro studio di Prospero, ma esso reca bene impresse le stimmate del suo modello Atlante, nell'"Orlando Furioso" dell'Ariosto, un poema epico-cavalleresco pieno degli ideali della cavalleria errante, la cortesia e la devozione alla donna amata. Coerentemente con questa tradizione poetica della cavalleria, il mago-impostore veniva introdotto nella vicenda del dramma per mettere in opera tranelli e insidie ai danni del cavaliere; il quale, mantenendo la sua incrollabile fedelt attraverso tutti questi tranelli, dimostra perci la sua devozione alla donna del cuore.

Prospero si pone all'incrocio di queste due tradizioni; ed proprio al modo del mago di questa tradizione che lo troviamo ad angariare, con i suoi incantesimi, la coppia dei giovani innamorati, il loro amore essendo cos suscitato nel momento in cui ostacolato.

10. Tale era, dunque, il materiale che Shakespeare si trovava a disposizione al momento di creare il personaggio di Prospero. E se avesse scelto di servirsene, gi maturo commediografo com'era, pieno di tanta esperienza, avrebbe senza dubbio superato Marlowe o Ben Jonson nel mettere in scena una figura - tragica o comica che fosse - di mago tradizionale, vigorosamente stagliata. Le colorite scene di stregoneria del "Macbeth" offrono una sufficiente idea di quel che avrebbe potuto fare. In passato, invero, egli aveva seguito pi o meno la tradizione: i suoi grandi protagonisti, le sue trame pi toccanti sono rifacimenti di vecchi soggetti, da lui rimodellati e rinnovati, con un soffio di nuova vita. Nella "Tempesta", questo "grande servitore del suo tempo" - come qualcuno lo ha definito - si astiene dal compiacere in pieno il gusto prevalente; talch l'arte magica di Prospero sta tutta nelle parole che gli sentiamo pronunciare, prima dell'apparizione di Ariele:

...and by my prescience

I find my zenith doth depend upon

a most auspicious star, whose influence....(19)

Ecco: "zenith", "stella propizia", "influsso": in tre parole tratte da un manuale di astrologia, di sicura suggestione, in cui "more is neant than meets the ear", Shakespeare spazza via tutto il materiale di cui avrebbe potuto far uso e lo riduce a questa delicata indicazione. D'altro non ha bisogno, se non che dell'aerea presenza d'uno spiritello ultraterreno, Ariele, del libro, della bacchetta e del mantello. Pi di tanto sarebbe stato troppo, perch la sua preoccupazione di non alienare da Prospero la nostra umana simpatia col caricarlo di eccessiva stravaganza; egli vuole che l'incantatore rimanga comunque un uomo, e fa trasparire questo suo intento mostrando Prospero che, ad un certo punto, si libera del mantello per parlare a Miranda da padre a figlia: "Lie then, my art!" (20).

La veste di mago la personalit esteriore di Prospero; e Shakespeare, per tema di cancellare tutto quanto umano in lui, e far di lui un personaggio "unidimensionale", si astiene appunto dal far uso delle impressionanti risorse della magia offerte in gran copia dalla tradizione teatrale del tempo.

11. Prospero come dominatore dell'universale

Certo, di magia nella "Tempesta" ce n' molta. La vicenda ne tutta permeata; la sua presenza rivelata dalla musica e dalla presenza degli spiriti nell'isola: ma c' pi magia nella stessa isola che nel mago. Prospero agisce sui poteri della natura dal di fuori; la sua arte consiste nel piegarli alla sua volont, non gi nel creare una nuova forza a sua disposizione. Ariele lo trova nell'isola, quando vi giunge, non lo evoca con esorcismi infernali. Possiamo dire, perci, che Prospero meno di mago: soltanto un uomo in possesso di poteri soprannaturali, ma d'una qualit superiore a quelli attribuiti agli altri grandi maghi; questi, infatti, dominano, di regola, solo due degli elementi fondamentali della natura, cio la terra e l'acqua, che Prospero ha gi a sua disposizione attraverso Calibano, il mostro terraneo che svolge le basse mansioni ("the dirty work") di provvedergli acqua e legna. Calibano, nato dall'unione del diavolo con la dannata strega Sicorace, un semi-diavolo, un bastardo di diavolo, una creatura della tenebra, venuto dalle viscere della terra. Un s basso semi-diavolo potrebbe essere evocato e dominato da un qualunque altro mago il cui limitato potere operi sugli elementi della terra e dell'acqua; ma Prospero domina anche gli elementi pi nobili - l'aria e il fuoco; e spiriti della specie superiore, com' Ariele, erano, secondo la generale credenza, assai difficili da evocare e dominare dalla comune magia(21).

Shakespeare espande dunque le facolt soprannaturali di Prospero, concedendogli di avere come suo servitore un tale spirito, e perfino di tenerlo al suo comando di giorno. Col suo aiuto, egli governa tutto il proprio operato sull'isola:

...(Thou) think'st it much to tread the ooze

of the salt deep,

to run upon the sharp wind of the north,

to do me business in the veins o'the earth

when it is baked with frost...(22)

Qui gli elementi menzionati sono solo tre, ma del pi sottile, il fuoco, Ariele partecipe esso stesso, per sua propria natura, in quanto appare nella forma di fuoco fatuo sul ponte della nave, e, alla sua prima apparizione sulla scena ha detto:

"...I come

to answer thy best pleasure: be't to fly

to swim, to dive into the fire, to ride

on the curl'd clouds...."(23)

Attraverso Ariele, che solo aria ("but air"), Prospero un mago universale, il suo dominio abbraccia tutto il creato, non solo la parte terranea di esso: "alta magia", non solo "maestria negromantica", svegliare i morti dalle loro tombe. Prospero pu governare tutte le cose sulla superficie della terra, evocare dai loro antri i riottosi venti, oscurare il sole a mezzogiorno, scatenare la guerra tra il verde mare e l'azzurra volta del cielo, "dar fiamma al pauroso rumoreggiare del tuono"(24). Sicch, anche visto come un semplice mago, Prospero ben si merita la lode del verso di Marlowe:

"A sound magician is a mighty god."(25)

12. Prospero , infatti, una possente divinit, pi potente, in realt, del Dottor Faustus, perch gode di una piena indipendenza dai poteri del diavolo. Questa indipendenza era necessaria al personaggio, se Shakespeare voleva - come abbiamo visto che ha fatto - non estraniarsi da esso, come fa, invece, Marlowe col suo Faustus; il che non era certamente in accordo con la pi ortodossa credenza popolare, secondo la quale uno che ha pi potere delle altre creature umane pu solo aver derivato tale potere dal diavolo, ed aver impegnata, per questo, la sua anima; in ogni caso, il possesso di tali poteri doveva mettere in pericolo la salvazione: l'"Ibrido" chiama la vendetta della "Nemesi", perch nulla pi sgradito alla divinit che l'eccesso del potere. E Prospero, se pur non si trova in un tale stato di empiet, sente che la sua comunicazione col soprannaturale pericolosa; nessun uomo pu mescolarsi impunemente con gli elementi e gli spiriti.

13. Shakespeare era superstizioso?

Se Shakespeare fosse o no superstizioso, non lo sappiamo, n abbiamo modo di saperlo. possibile che lo fosse, come possibile che non lo fosse. Noi siamo per questa seconda ipotesi, suggeritaci dalla constatazione che, in tutti i casi in cui egli ha dovuto mettere in scena esseri soprannaturali o accadimenti tratti dalla leggenda popolare, ne ha fornito sempre una spiegazione razionale, che possiamo o no accettare. Ce ne fornisce un esempio il prof. Stoll nel suo saggio sugli spettri nel teatro shakespeariano(26). Dopo aver messo in risalto l'obiettivit degli spiriti in Shakespeare, e confutato la teoria secondo la quale essi sarebbero solo finzioni della fantasia, Stoll assicura che l'autore "spiritualizza" le sue apparizioni:

"Questo specialmente vero nel suo ultimo lavoro, dove egli conferisce ai suoi spiriti una propria drammatica e psicologica coerenza. Anche se non bene accolti, questi visitatori si direbbero "attesi", e nessuna meraviglia che il moderno lettore sprovveduto li prenda per mere allucinazioni o simboli."

Stoll porta quindi l'esempio dello spettro di Banquo nel "Macbeth", e mostra che molti prodigi che nemmeno si vedono sulla scena, la gente semplice, generalmente creduta superstiziosa, dice di averli visti.

14. I poteri di Prospero e la loro spiegazione razionale

Ora per venire alla "Tempesta" e ai poteri soprannaturali di Prospero, troviamo che Shakespeare non si discosta dal metodo descritto dal prof. Stoll; perch lascia a ciascuno di noi di farsi una interpretazione razionale di questi poteri. La sua concezione della magia s'accorda con la "coerenza psicologica": Miranda cade addormentata, dopo il lungo colloquio col padre, nel quale questi l'ha sollecitata a concentrare al massimo la memoria; Miranda risponde poi come in sogno, gli occhi perduti verso l'orizzonte dove ha fatto da poco naufragio il bel vascello. Sarebbe anacronistico parlare qui di "mesmerismo" o di "ipnotismo": Mesmer vissuto nel XVIII sec. e Braid nel XIX, e prima di loro il "magnetismo animale" non lo si conosceva nemmeno di nome. Ci non vuol dire che non esistesse come fenomeno anche allora, e che lo stato di concentrazione in cui cade Miranda non rassomigli stranamente a quelli in cui opera il magnetismo animale. Vien da pensare che Shakespeare abbia vagamente avvertito che Prospero potesse esercitare i suoi poteri su anime e spiriti con la forza della volont: mantenere il dominio su Ariele gli richiede un immenso sforzo, e questo alla fine lo stancher, s che egli rinuncia ad usare la sua arte: il che ci offre una possibile spiegazione sul potere sovraumano del personaggio. Cos anche, quando nella scena prima del II atto Ariele mette a dormire gli uomini del vascello sfasciato, sentiamo suggerire, per bocca di Antonio: "It is the quality of the climate", "Sar l'effetto del clima (dell'isola)" (II, 1, 193).

15. Prospero e la mitologia germanica

Come mago, Shakespeare ha badato a disegnare in Prospero un mago imperfetto: "My charms crack not, "I miei incantesimi van tutti a segno", egli dice all'inizio dell'atto V, quasi a significare che, a differenza, per esempio, del Sacripante di Peele, non ha una completa e assoluta sicurezza sulla riuscita dei suoi incantesimi. Il "il mesmerista, il magnetizzatore della mente" della memoria non si crede del pari infallibile; il che accresce umanit alla sua figura, pur nulla sottraendo alla sua maest.

Dopo la formale rinuncia alla magia, Prospero conserva per s soltanto quella parte di essa che fa grande un mago: la gloriosa memoria del suo dominio sugli "elfi" delle colline, dei placidi laghi, dei boschi, sugli gnomi delle campagne, sugli spiritelli che danzano al chiaro di luna e si nascondono sotto gli ombrelli dei funghi(27).

Qui Shakespeare si rif chiaramente alla mitologia germanica; e nello spettatore la credenza dell'esistenza degli elfi e degli gnomi s'aggiunge al suo istintivo timore degli innumerevoli poteri dello scienziato, del sapiente che dispone di un "libro magico". Questi due elementi, mescolati insieme, suscitano, nella nostra mente, un senso di mistero che resta connesso con la figura di Prospero.

16. Il "magico accettabile" di Shakespeare

Ecco dunque i due elementi di cui si serve Shakespeare per renderci plausibili i poteri soprannaturali di Prospero: l'appello alla nostra credenza nella mitologia delle fate e degli elfi, e la libert che egli ci lascia di pensare o no, a nostro arbitrio, se sia o no ipnotismo quello che il Duca di Milano esercita sugli altri per assoggettarli alla sua volont.

la sua tecnica teatrale; che risalta ancor meglio se analizziamo la maniera magistrale con la quale egli riesce ad ottenere, per il suo mago, una "sospensione della volont, e perci della facolt comparativa dello spettatore"(28); al quale dunque la magia di Prospero deve apparire, se non "possibile" o "probabile", quanto meno "accettabile. Vediamo di dimostrarlo con una breve rassegna dei mezzi impiegati per risvegliare nello spettatore "lo stato passivo del nostro senso della probabilit" per dirla con un'appropriatissima frase del Coleridge(29).

Questi mezzi tecnici possono ridursi a tre: primo, l'immediata esecuzione degli ordini di Prospero da parte di Ariele; secondo, lo scetticismo di alcuni personaggi, per aiutarci a credere nel soprannaturale; infine, e questo il pi originale nel poeta, la realt elevata allo stesso livello del soprannaturale, dando ad essa un'aria di irrealt e di mistero.(30)

17. A conforto della tesi secondo la quale Shakespeare suggerisce, se pur senza un impegno diretto, una spiegazione razionale al soprannaturale al quale ci fa assistere, si veda la scena in cui Prospero ferma in alto, e tiene in suo dominio la spada di Ferdinando levata a colpirlo. Il meccanismo assolutamente nuovo; lo troviamo, bens, anche nel "Racconto della vecchia massaia" di Peele e nella "Sidea" di Jakob Hayrer, ma Shakespeare lo tratta con arte diversa e pi raffinata:

"...put thy sword up, traitor,

Who mak'st a show, but darest not strike, thy conscience

is so possessed with guilt...(31)

Volutamente, Shakespeare fa intendere che l'immobilit di Ferdinando deriva, pi che dal potere magico di Prospero, dalla sua cattiva coscienza: un confronto fra questa scena e quella pi grossolana della "Sidea" di Ayrer basta a dare la misura dell'abisso che separa i due lavori, e come Shakespeare getti nuova luce sulla scena nell'usarla in modo da conferire al potere magico di Prospero una spiegazione razionale.

18. Gli espedienti tecnici per farci accettare il magico

Abbiamo visto come uno dei mezzi con cui Shakespeare ci aiuta a credere ai poteri soprannaturali di Prospero la rapidit con cui fa eseguire i suoi ordini da Ariele, si tratti per questi di prendere la forma di una arpia o di una ninfa dei fiumi: l'ordine, appena dato, subito eseguito. L'espediente, riferito alla magia, elementare e non caratteristico di Shakespeare: Marlowe ne fa uso nel "Dottor Faustus" quando fa prendere a Mefistofele la forma di un frate francescano. A segnare la differenza, sarebbe pi esatto dire che Shakespeare prima ci pone davanti all'accadimento soprannaturale, e solo dopo ci spiega che esso accaduto per ordine di un mago. L'esempio pi eloquente di ci la stessa tempesta, con cui si apre il dramma: la spiegazione ci data solo quando la nostra curiosit stata stimolata, come non sarebbe se l'evento ci fosse stato anticipato. Cos anche di Miranda, che ha la miracolosa visione che il "bel vascello" dovesse avere a bordo chiss quale "valorosa creatura", e che poi, non meno miracolosamente, s'innamora di Ferdinando al primo sguardo: il prodigio avviene prima, e la spiegazione della sua origine magica viene in seguito, con la frase che Prospero mormora tra s: "It works", "Funziona"; la sequenza temporale viene rovesciata, e il nostro spirito critico si ritrova fortemente mitigato, mentre l'effetto scenico di Prospero si mantiene, a sua volta, ad un alto livello.

19. Lo scetticismo dei personaggi come razionalizzazione del "magico"

Lo scetticismo, l'incredulit in generale - stato osservato - lo stato psicologico che prepara la via alla credenza del soprannaturale. Shakespeare fa un uso scientifico dell'incredulit espressa da certi personaggi, col fine di conquistare l'animo dello spettatore al soprannaturale. Un esempio classico di questo metodo la scena di apertura dell'"Amleto" dove i superstiziosi soldati di sentinella aspettano la riapparizione dello Spettro, mentre Orazio, l'istruito, lo scettico, li deride:

"Tush, tush, 't will not appear..."(32)

Salvo a cambiare subito idea, dopo che lo Spettro apparso di nuovo e ad ammettere di essere stato colto "da terrore e meraviglia" ("with fear and wonder"); e noi, nel vedere che questo scettico, di cui prima eravamo inclini a condividere i dubbi, si convince, siamo necessariamente convinti anche noi e disposti a credere al fenomeno.(33)

Nella "Tempesta" gli incantesimi di Prospero sono percepiti subito da tutti i personaggi. Nella prima scena dell'atto II, solo i due tristi, Antonio e Sebastian, sono gli ultimi a credere alla volont di Ariele e ad addormentarsi; e quando, nell'atto III, la tavola imbandita viene misteriosamente portata via dinanzi a loro, e gli altri - Alonso, Gonzalo e tutti gli altri cortigiani - sono impietriti dallo stupore, Sebastian dice, ridendo, trattarsi di "a living drollery", "una buffonesca diavoleria", e Antonio dichiara di essere pronto ad aiutarlo a "sbaragliare le loro legioni, un diavolo alla volta"(34).

Il che ci porta a tenere in spregio questi due incorreggibili furfanti; e d'ora in poi noi stessi saremo contrari al loro atteggiamento, e specialmente al loro scetticismo, vogliosi come siamo di abbandonarci nelle mani del poeta per farci infondere una "illusione volontaria".(35)

20. Realt e irrealt nella magia di Prospero

Ma il risultato tecnico pi sorprendente di Shakespeare consiste - come abbiamo accennato - nel farci accettare i poteri soprannaturali di Prospero col tingere d'irreale la realt. All'inizio, con la scena della tempesta, siamo immersi nel reale. tutto un magistrale insieme di particolari realistici: lo scorbutico capitano della nave, l'attivo capo-nocchiere, i marinai che vanno e vengono sul ponte, il loro gergo, le grida dei passeggeri disperati sottocoperta: tutto concorre a costruire un'atmosfera quanto mai realistica; ci par quasi di fiutare l'odore salso del mare. Questo effetto il poeta riesce ad ottenere magistralmente, malgrado le rudimentali dimensioni e condizioni del palcoscenico. Non gli servono scenari elaborati, perch lo spettatore sente il contatto immediato con la realt.

E tuttavia non c' nulla di meno reale. Gi la stessa tempesta - per non parlare dei fuochi fauti creati da Ariele sulla tolda - qualcosa che suscita sempre stupore e meraviglia; meravigliosa e stupenda quanto lo stesso creato, perch sentiamo in essa scatenarsi reconditi poteri della natura. In ogni fortunale, anche il pi ateo dei marinai si raccomanda a Dio, crede in Dio: in questo, noi crediamo in Prospero.

Lo stesso pu dirsi della fine della seconda scena del I atto. L'amore a prima vista certamente nel novero delle cose naturali, o almeno siamo abituati a considerarlo tale sulla scena; qui esso assume le tinte meravigliose del mistero: amore, sonno, tempesta, universo, tutto forma una storia meravigliosa, un racconto irreale.

Dopo questa tempesta, noi siamo pronti ad assistere a tutto, perch essa forma un insieme indiscriminato, definito dal Tieck "insolito" ("ungewonlich" - op. cit.)

La realt innalzata al livello del meraviglioso, e la magia di Prospero ne viene abbassata al livello di realt.

21. Prospero e Oberon

Nel "Sogno d'una notte di mezza estate", come nella "Tempesta", gli spiriti sono assennati e i mortali sono dissennati. C' per una sostanziale differenza nel modo come Shakespeare tratta il soprannaturale tra l'inizio e la fine della sua carriera di drammaturgo. Nel lavoro precedente infatti il mondo del soprannaturale tenuto accuratamente separato da quello dei mortali. Tra i due non c' dialogo: unica vistosa eccezione la scena in cui nel "Sogno" Titania s'innamora di Bottone; ma questi, in quel momento, difficilmente pu dirsi un mortale, perch un uomo stregato; e pu difficilmente definirsi un dialogo la scena in cui Puck si mette ad imitare le voci di Demetrio e Lisandro. Il drammaturgo ha evitato di mescolare i due mondi, per non spezzare il fascino dell'illusione. Prospero, diversamente da Oberon, parla con tutti i mortali dell'isola, perch uomo anche lui, al quale i poteri soprannaturali derivano non gi dalla nascita ma per propria acquisizione conoscitiva. Ariele, diversamente da Puck, si rivolge anch'egli ai mortali: "Voi siete tutti e tre peccatori!..."(36)

Si ha insomma l'impressione che il poeta, al termine della sua carriera, ha raggiunto una maggior padronanza dei suoi mezzi d'illusione: la lunga esperienza del palcoscenico gli ha permesso di misurare l'estensione della credulit immaginativa che un autore pu attendersi dallo spettatore. Di qui, la maggiore unit dell'atmosfera e la maggior sicurezza nel delineare il personaggio. Non ci sono, in realt, in questa favola, corde dissonanti nel passaggio dalla realt alla magia, e viceversa.

22. La magia di Prospero come chiave dell'economia dello spettacolo

Grande anche il valore spettacolare vero e proprio della "Tempesta": gli eventi naturali e soprannaturali, il fortunale in mare, le spade alzate e bloccate in aria per incanto, le mitologiche mimetizzazioni di Ariele, la sparizione della tavola imbandita, tutto concorre a rendere il lavoro pieno di effetti teatrali. E tutto armoniosamente intonato al carattere del protagonista: lo sfondo degno della figura centrale del quadro.

Nel descrivere il rapporto di Prospero con gli altri personaggi, abbiamo gi osservato come egli, per effetto della sua magia, sia anche il loro regista: essi entrano ed escono dalla scena a suo piacimento. Nel primo atto, prima di introdurre Ariele, egli pone Miranda a dormire, perch ella non deve udirlo; Calibano il successivo ad essere da lui chiamato sulla scena, mentre Ariele stato mandato in cerca di Ferdinando. Quando Shakespeare deve presentare un nuovo personaggio, basta che faccia ricorso alla potente arte di Prospero, e il personaggio appare come dev'essere. Prospero consapevole della sua parte, o meglio della parte che riesce a produrre: uno che osserva, e anche di ci consapevole, e i suoi discorsi son fatti invariabilmente di un contenuto giro di frasi; soprattutto nell'epilogo, dopo aver finito di recitare la "masque": "Ora i nostri incantesimi sono terminati...".

Sulla maest del personaggio torneremo pi tardi; per ora ci interessa notare come la concezione di Prospero-mago renda la struttura generale della "Tempesta" pi sciolta e insieme pi compatta di quella del "Sogno d'una notte di mezza estate": tutti i personaggi, nel loro andare e venire, dipendono solo dalla volont dell'incantatore, sicch su questo che converge di continuo l'occhio dello spettatore.

23. Prospero-mago e il palcoscenico

A conclusione del nostro scorcio di Prospero, varr anche la pena di notare l'abilit con la quale Shakespeare ha saputo adattare il personaggio alle esigenze del palcoscenico. Sono note le critiche di Charles Lamb sulla inadattabilit del mondo della favola alla rappresentazione scenica. Anche Sir Walter Scott restringe in limiti strettissimi l'uso del soprannaturale sulla scena; e Hazlitt ha fatto autorevolmente eco all'opinione corrente, secondo la quale poesia e teatro non vanno d'accordo, scrivendo sull'"Examiner" (gennaio, 1816):

"L'ideale non ha posto sul palcoscenico, che un quadro senza prospettiva, e dove tutto in primo piano. Ci che soltanto una forma aerea, un sogno, un pensiero fugace diviene subito una realt che sfugge ad ogni manipolazione di regia."

Questa affermazione sufficientemente confutata - secondo noi - dal fatto che Shakespeare morto senza aver mai dato alle stampe "La Tempesta", mentre si certamente preoccupato di darla alla scena. confutata altres da quanto si detto sopra sulla tradizione di maghi e incantatori nell'Inghilterra elisabettiana, e sulla splendida maestria del poeta nel disegnare per la scena il suo grande mago. "La Tempesta" certamente un'opera che si pu gustare solo leggendola, la nostra mente essendo essa stessa un buon surrogato del palcoscenico nel rappresentarsi il dramma; ma altrettanto certamente un'opera scritta per il teatro, e non per essere solo tradotta in caratteri di stampa per la semplice lettura.

CAPITOLO II

IL DUCA

24. C' una fonte storica di Prospero?

Con la sua magia, Prospero il gran maestro che domina e governa gli elementi. Ma egli anche, per suo destino, un uomo di governo, perch "per dodici anni" ("twelve years since") stato Duca di Milano e potente signore ("Duke af Milan and a prince of power"). Che sia mai esistito un duca di Milano di nome Prospero, sembra pi che dubbio: il tempo della vicenda della "Tempesta" del tutto immaginario. C' stato, per, nella storia, un Alfonso (o Alonso) Quinto, il "magnanimo", che conquist Napoli e lasci il trono al suo figlio naturale, Ferdinando; mai a quell'epoca, n in altra epoca, c' stato un Prospero sul trono di Milano: la citt fu dominio dei Visconti fino al 1447 (morte di Filippo Maria), quindi proclamata repubblica, regime che dur solo tre anni, dopo i quali vi si install la dinastia degli Sforza. Fra i duchi di Milano i nomi di Antonio e Prospero non ci sono. Commines, citato da Malone ("Variorum Shakespeare" pag. 4), nel dar notizia di questo Alfonso e di suo figlio Ferdinando, assaliti dall'esercito di Carlo VIII di Francia, accenna a un certo Prospero Colonne (o Colonna), e pensa che sia stato questo per Shakespeare il punto di partenza.

"Prospero tuttavia - egli aggiunge - era, al tempo di Shakespeare, il nome di un maestro di maneggio a Londra, il quale era probabilmente napoletano (o anche, forse, milanese)".

Si pu anche ricordare che nell'anno 1447 un Prospero Adorno era stato nominato luogotenente del Duca di Milano a Genova; avendo congiurato contro Ferdinando, re di Napoli, venne esonerato dalla carica di "governor of the commonwealth" e sostituito da suo fratello Antonio Adorno(37). La rassomiglianza dei nomi e dei fatti abbastanza suggestiva; e forse Shakespeare deriv la sua favola da questo capitolo della storia d'Italia.

Comunque sia, su Prospero non c' da sbagliarsi: egli impersona il tipico principe italiano dei secoli XV e XVI, ossia un despota illuminato, circondato dall'intrigo. Furono del resto questi principi ad incoraggiare la rinascenza della cultura, in Italia come altrove. Elisabetta in Inghilterra e Francesco I in Francia non fecero che imitare la maniera italiana nel promuovere le arti e la cultura, in un'epoca in cui l'Italia primeggiava nel mondo come la terra dei principi dotti: Giulio II fu altrettanto mecenate che pontefice; cos Leone X e Paolo III. Gli Sforza, i Farnese, i Medici furono i fondatori di grandi biblioteche e protettori di letterati e artisti.

25. La cospirazione nella vita e nel dramma

Sul piano politico, questi principi erano dei despoti, costantemente minacciati da intrighi e da congiure. La storia d'Italia la storia di lotte intestine, di alleanze fra la fazione d'uno Stato con il principe d'un altro Stato, per rovesciare il principe del primo. Cos alla corte papale di Roma gli Orsini, i Savelli, i Colonna erano continuamente a complottare tra di loro, gli uni contro gli altri. Colui la cui spada vinceva aveva la meglio: "Francesco Sforza - nota Machiavelli - per il fatto che era armato, si lev da semplice soldato a Duca di Milano"(38). Queste inimicizie furono tra i motivi principali del successo di Carlo VIII di Francia in Italia, che vi fu accolto come colui che avrebbe saputo dominare i futili contrasti di quei principi e porre fine all'instabilit politica.

In Inghilterra, del pari, gli Stuart erano succeduti al trono, ma non erano affatto immuni da timori per la propria sicurezza. Di questa situazione il dramma di Shakespeare lo specchio migliore: la rappresentazione del suo "Riccardo II", con la scena della deposizione, da considerare come avente un significato politico di attualit;(39) nel "Riccardo III", il futuro re, nel suo monologo di apertura, "deciso a mostrarsi un furfante" ("determined to prove a villain") e aggiunge, digrignando i denti al modo del traditore della tragedia di Seneca:

"Plots have I laid, induction dangerous

By drunken prophecies, libels and dreams,

To set my brothers Clarence and the King

In deadly hate the one against the other."(40).

Riccardo III l'Antonio della "Tempesta", Clarenza il suo Prospero. Le storie di sovrani spodestati sono uno dei temi-bordone nel teatro di Shakespeare: l'assassinio di Duncano nel "Macbeth"; il caso del vecchio duca in "Come vi piaccia", bandito e mandato a vivere nella foresta di Arden, mentre suo fratello gli ha usurpato il trono e regna al posto suo; l'analogo caso di Re Amleto, assassinato e rimpiazzato dal fratello Claudio; la vicenda di "Misura per misura", dove il re, non deposto, qui, a differenza di "Come vi piaccia", se ne va volontariamente, nascosto sotto mentite spoglie. Il pubblico di Shakespeare, frequentatore del "Globe", e ancor meglio i cortigiani di Giacomo I erano addentro ai fatti della politica, e il capitolo "cospirazione" era una parte cospicua della conoscenza della materia. Il personaggio di Prospero-Duca delineato secondo il duplice filo conduttore della tradizione dinanzi descritta: prima come Duca di Milano, e poi come signore dell'isola.

26. Prospero, un illuminato principe italiano

A Milano, Prospero si faceva vanto dell'alto livello intellettuale della sua "signoria". Nelle arti liberali essa era senza confronti(41). Queste arti erano "tutto il suo studio", ed egli era tutto dedicato ad innalzare la qualit del suo intelletto. Prospero un gentiluomo-dotto, un filosofo ermetico: il suo petto assorto, il fraseggiare compassato tradiscono l'uomo che porta con s il peso della conoscenza. un bibliofilo, e la sua accettazione della vita solitaria in compagnia dei suoi libri simile a quella di un bibliotecario in pensione o di qualche oscuro studioso:

...me, poor man, my library

was dukedom large enough...(42)

Cos, come vedremo pi sotto, egli ha la naturale inclinazione di coloro che hanno acquisito il sapere: quella di dispensarlo agli altri. Egli infatti il coscienzioso pedagogo di tutti nell'isola: Miranda, Ariele, Calibano sono i suoi allievi, se pur i suoi sforzi abbiano avuto, in ciascuno di loro, un diverso risultato.

27. Un despota pieno di esperienza

Il ritiro di Prospero dagli affari pubblici, per dedicarsi ai libri, ha come risultato il nascere della cospirazione. Egli rovesciato dal fratello, che ha complottato col re di Napoli. Ma, raggiunta l'isola deserta, Prospero riacquista, con l'esperienza vissuta, la consapevolezza dei suoi poteri, e li applica ai fini pratici: domina con essi le cose materiali e spirituali del suo nuovo regno, e, come il Destino, "deve strumentare l'armonia di questo basso mondo, dando a ciascuno la sua parte"(43).

Ha imparato che la forza dell'intelletto pu essere applicata alle cose pratiche della vita; e per aver ignorato questa verit stato detronizzato. Riotterr il suo ducato dopo aver riconosciuto questo errore e cambiato il suo atteggiamento verso i "fini terreni". Perci ora egli il despota dell'isola, nel suo aspetto esteriore e nella sua politica; ma un despota illuminato. Ai suoi ospiti mostra quella che egli chiama "la sua corte", la grotta, scusandosi della sua povera apparenza: "Ci ho dentro solo qualche servo" (V, 1, 166). Ma, da buon principe del suo tempo, a quella misera corte d subito lustro offrendo agli ospiti un intrattenimento con grande sfoggio di costumi, di danze. Renan, nel II atto del suo "Calibano, seguito della Tempesta", lo mostra che offre al popolo di Milano un altro simile spettacolo; ma, interessato pi al lato politico della vicenda, Renan vede non tanto il valore poetico e filosofico del trattenimento, quanto quello politico: un principe saggio sa quale valore avessero i "circenses" presso le folle romane. Il suo Calibano, dopo essere sceso dal trono, soliloquia: "E allora, al di l e al disopra dell'utile c' l'ornamento, il lustro. Il lustro necessario. Eh s, le feste, le arti, i palazzi, le corti sono l'ornamento della vita. Non devo trascurarle(44)."

28. Il Prospero di Renan: un aristocratico

Prospero parla della "sua" isola. Nello stesso momento in cui vi ha messo piede, questo aristocratico nato ne ha preso possesso, ne divenuto "il signore". Nel dramma la maggior parte dei personaggi sono degli aristocratici: ci sono diversi cortigiani, un consigliere della corona, un duca, un re, suo fratello e suo figlio. Costoro formano la societ che d il tono all'opera, e su di loro Shakespeare studia l'inter-gioco delle passioni. Trinculo, Stefano e Calibano sono visti dal poeta come li vede Prospero: esseri "inferiori, incapaci di ricevere alcuno stampo di bont, nient'altro che oggetti da riderci sopra". Infine Prospero considera il servizio che gli rendono Ariele e Calibano come a lui dovuto da due schiavi; la sua legittimazione nel pretenderlo non mai messa in dubbio.

Questa assunzione di imperiosit la caratteristica del personaggio lungo tutto il dramma. Come mago, abbiamo gi visto come egli controlli gli eventi scenici; come duce, egli fa uso della sua esperienza di uomo di governo; sa il valore del tempo come tutti gli uomini d'affari le cui quotidiane bisogne devono essere sbrigate con metodo; sa la servit alla quale soggetto un sovrano assoluto; tiene costantemente d'occhio lo scorrere delle ore, e chiede, gravemente, al suo luogotenente Ariele: "A che ora il giorno?": perch prima che tramonti il sole ha da far questo e quello, e d ad Ariele gli opportuni ordini a questo effetto. Quando giunge l'ora della riunione generale, pronuncia un discorso ben ordinato, e non ha tempo per ulteriori inutili parole:

...No more yet of this:

for 'tis a chronicle of day by day,

not a relation for a breakfast, nor

befitting this first meeting...(45)

29. Prospero l'imperturbabile

Si pu dire di Prospero che assomigli al "Messer Oracolo" evocato da Graziano nel "Mercante di Venezia"; il tipo che dice (I, 1, 89):

...quando apro bocca

che nessun cane ardisca di abbaiare.

Anche Prospero ha bisogno di darsi un'aria di dura imperturbabilit ("entertain a wilful stillness"); il che non meraviglia, se si pensa che uno dei motivi del dramma la congiura da cui circondato. La congiura - come stato giustamente osservato - il tema che conferisce all'intera trama della "Tempesta" un che di musicale, perch ricorre sotto sotto lungo tutta la vicenda come un basso continuo in una "ouverture". Possiamo infatti contare tre congiure in tutto il lavoro: quella che ha rovesciato Prospero; quella che tramano Sebastiano e Antonio mentre Gonzalo e Alonso sono addormentati, e, come grottesca controparte di questa, quella tramata in pi bassa sfera da Stefano, Trinculo e Calibano; e giungiamoci pure la detronizzazione di Calibano, il quale, non senza un certo "fumus boni juris", accusa Prospero di avergli sottratto l'isola:

This island's mine, by Sycorax, my mother

wich thou takest from me(46)...

E il pensiero del complotto occupa a tal punto la mente di Prospero, che quando redarguisce Ferdinando, che ha sguainata la spada contro di lui, la prima cosa di cui lo accusa di volersi impadronire dell'isola a tradimento:

...thou dost here usurp

the name thou owes not; and hast put thyself

upon this island as a spy, to win it

from me, the lord on't(47)...

In nessun altro dramma di Shakespeare c' una tal ricorrenza del tema della cospirazione; e gli effetti psicologici di esso su Prospero danno luogo a una serie di atteggiamenti del personaggio che sembrano ostici e incongrui all'orecchio del lettore moderno, ma erano del tutto ovvii a quello dello spettatore dell'epoca.

30. La "crudelt" di un aristocratico della Rinascenza

I faticosi doveri dell'assoluto governo dell'isola hanno increspato di rughe la fronte di Prospero: governare prima un ducato e poi un'isola incantata ha richiesto in lui un'attenzione intensa e costante, e ha indurito il cuore del principe. Contro esseri come Calibano, che sono irreparabilmente malvagi, non c' altro da fare che tenerli soggetti con mano ferma, talvolta crudele. Prospero tortura Calibano e Stefano, tanto da far esclamare a costui: "Io non son pi Stefano, sono tutto un crampo" (V, 1, 286); e Calibano, alla fine, teme di essere "punito a morte". Il Duca, con questi rozzi esseri deve usare rozzi strumenti di comando. Cos, alla fine del IV atto, egli evoca spiriti in forma di cani e, come un gentiluomo elisabettiano che aizza la muta nel pieno della caccia, li scaglia contro i tre sciocchi vigliacchi. C' - non pu negarsi - qualcosa di assai crudele in tutto ci e nel modo come egli completer la tortura ordinando ai suoi folletti di torturare i tre "nelle giunture, con spasimi di secche convulsioni". Non che Prospero si compiaccia della crudelt; la usa perch fa parte del ruolo del principe. In una societ in cui le forme pi comuni di dar morte: veleno, acciaio, fuoco, erano precedute dalle pi atroci torture, siffatti metodi erano familiari alla cultura del tempo.

Questo atteggiamento dell'aristocratico della Rinascenza difficile da comprendere dal lettore moderno, la cui principale inclinazione la simpatia; e noi per Trinculo e Stefano sentiamo la stessa simpatia che per Shylock; i contemporanei di Shakespeare, ad ogni lamento di Shylock, non che compatirlo, ridevano. Noi siamo presi da compassione per il debole che soffre, e ci difficile restare impassibili, quando non addirittura compiaciuti, alla vista delle torture inflitte a Calibano e ai suoi due compari da Prospero, l'aristocratico principe dell'isola. Il pubblico di Shakespeare era familiare con i pericoli insiti nel dominio dispotico; n conosceva, d'altra parte, il nostro morboso gusto del patetico.

31. Questi due punti ci sembra richiedano un ulteriore approfondimento. Quanto al primo, possiamo dire che gli spettatori di Shakespeare vedessero in Prospero un uomo indurito dalle amarezze della vita, un vecchio principe il cui animo ha acquisito ormai una "stanchezza naturale" alla piet(48).

Quanto alla "crudelt" dei tempi, ci basti pensare alle opinioni del gentile poeta Edmondo Spenser sull'assoggettamento dell'Irlanda; ai sistemi di dominazione spagnola in Olanda, ai metodi dei cattolici in Francia per combattere l'eresia e il dissenso(49). Baster ricordare le parole di minaccia di Enrico V agli assediati di Harfleur ("Enrico V", III, 3, 13-14):

...moving like grass

your fresh fair virgins and your flow'ring infants(50).

La crudelt di Prospero tale, dunque, solo agli occhi del lettore moderno; il "Sotto, sotto, addosso, addosso, Furia!" con cui l'uomo aizza i suoi cani contro i tre malcapitati, come a caccia, appare, nel 1610, per nulla crudele, visti i torti che quell'uomo ha dovuto sopportare. Egli ha bisogno di essere duro, perch solo con la durezza si riesce a governare, anche se ci gli richiede uno sforzo interiore. Il turbamento che lo coglie dopo la "masque" del IV atto e che gli fa dire:

...A turn two I walk

to still my beating mind(51)...

sembra doversi attribuire pi alle sue riflessioni sulla vita in generale, alle dure necessit che le creature malvagie del mondo gli impongono, che non alla sua paura di queste. Giacch, come vedremo, il Duca di Milano , nel suo intimo, persona tutta pervasa dall'antica "filantropia"; e ci fa che la sua maest, malgrado tutto, rimanga intatta.

32. Il suo metodo di dominio: "divide et impera"

Come s'addice ad un avveduto sovrano, Prospero sa adattare i suoi sistemi d'imperio a ciascuno dei suoi sudditi. Con il delizioso, incorporeo Ariele, usa modi di comando di diversa natura: uno il richiamo al senso del dovere e di riconoscenza, nel ricordargli, non senza qualche durezza di tono, di averlo liberato dalle grinfie della strega Sicorace, accompagnato dalla minaccia di rinchiuderlo nel tronco d'una quercia:

Spacco una quercia e ti c'inzeppo dentro,

e ti lascio nel suo ventre nocchiuto

a urlare e sbraitar dodici inverni(52).

Ma, da principe-gentiluomo, Prospero sa il valore d'una promessa, e offre ad Ariele qualcosa in cui sperare: la sua liberazione "se far bene il suo compito di spirito". E intanto lascia ad Ariele - come sottilmente nota Charles Lamb - il piacere di tormentare a suo talento un sordido mostro come Calibano, che odia in quanto figlio della sua nemica Sicorace. Cos Prospero "divide per regnare": sfrutta i contrasti fra i suoi, per dominarli. Ariele si diverte a tormentare gli uomini, e Prospero sfrutta a suo profitto questa tendenza. la politica del "Principe" di Niccol Machiavelli, che influenza tutto il XVI secolo: un sovrano che regna e non governa rovesciato, perch la sua stessa remissivit e fiducia negli altri, incoraggia il crimine. Ecco l'origine delle rughe che solcano la fronte di Prospero. Il volto di Gonzalo non ha di queste grinze; ma Gonzalo un sognatore, uno che fantastica di regni senza sovrani, che non conosce l'amarezza del potere, e non riesce nemmeno a vedere la cospirazione che gli trama intorno. Gonzalo non uno studioso di Machiavelli, come lo spettatore s'accorge subito, dal suo parlare d'ottimista benpensante.

33. L'atmosfera italiana della "Tempesta" e l'atmosfera tedesca della "Sidea"

Prospero, dunque, la rappresentazione dell'autentico principe italiano del XVI secolo. nato a Milano; l'isola incantata - a torto creduta da alcuni ubicata nei Tropici, a causa della menzione del "marmoset", la scimmia dei Tropici, e del "clima equatoriale" - molto verosimilmente un'isola mediterranea: Lampedusa, secondo l'Hunter, tra Malta e la costa africana(53).

Anche se Shakespeare non si preoccupa mai di dare un nome a quest'isola, che deve conservare la sua atmosfera fantastica, da credere che avesse qualche nozione della sua ubicazione; nella sua mente, Prospero un principe italiano, non un signore del brumoso nord, come Lundorf, il protagonista della "Bella Sidea" di Jakob Ayrer. Tra i due c' la stessa differenza che c' tra i due lavori: nella "Sidea" non c', per cos dire, n cielo n aria; l'atmosfera continentale, il sole sempre nascosto dalle cupe foreste della Germania o della Polonia, dove esso non riesce a filtrare, come attraverso gli spiragli della foresta di Arden in "Come vi piaccia", o della foresta davanti alla grotta di Bellario, nel "Cimbelino". Runcifal un demonio di una bruttezza assai diversa da quella di Calibano: ricorda Mefistofele o Corebo, piuttosto che Calibano, e, tantomeno, Ariele. Allo stesso modo, Prospero assai diverso dal principe Ludolfo: egli un autentico grande d'Italia; Ludolfo un leggendario principe teutonico.

34. Prospero e Ludolfo

Un principe illuminato, Prospero, abbiamo detto. I suoi studi di magia hanno il crisma della dignit contro la ciarlataneria di Ludolfo. Egli pu organizzare dal nulla un sontuoso intrattenimento sull'isola, come Ludolfo non pu nella sua foresta.

Nel XVI sec. la Germania non era una "terra di sapere", come lo era invece l'Italia: tutta assorbita nelle intestine lotte di religione, assisteva da semplice testimonio all'esplosione artistica che aveva luogo negli altri paesi dell'Occidente. Restava la terra delle stregonerie, delle leggende. Ed esattamente ci che troviamo nel personaggio di Ludolfo, un personaggio da leggenda. Per Prospero, non impossibile rinvenire una traccia storica; Ludolfo un nome da leggenda, come leggendario il principato di Wiltau. Il principe tedesco sembra pi adatto a uno spettacolo di marionette; e a questo, forse, tendevano gli adattamenti fattine da Ayrer(54). Egli manca del tutto della principesca grandezza dei grandi personaggi italiani di Shakespeare. Nell'atto V egli dice a Pedergasto (il personaggio che corrisponde all'Alonso della "Tempesta"): "Prego Vostra Grazia di perdonarmi", e il perdono appartiene non a lui, ma al suo nemico. Talvolta, i personaggi di Ayrer affondano addirittura nel grottesco; la didascalia della scena finale del II atto dice: "Lo caccia via a bastonate, picchiandolo con il bastone sulla schiena, come fa anche sua figlia - ed escono"!

35. Ma laddove traspare la maggiore differenza tra i due personaggi, nella politica. Per Prospero, governare un'arte, da praticare con esperienza congiunta ad astuzia; per il tedesco Ludolfo, governare consiste solo nell'usare la forza fisica. Nell'epilogo del dramma di Ayrer, Molitore conclude:

Questa storia dimostra che da stolti resistere alla forza; perch il forte generalmente ha sempre la meglio(55)...

Ancora, nella scena di apertura, Ludolfo dice di aver "ucciso l'ambasciatore del principe di

Littau", e questi metodi sembrano il suo costume; basta osservare quel che egli dice all'inviato di Lindgasto:

Che il tuo principe faccia ci che vuole. Noi lo aspettiamo qui, e gli daremo una tale batosta, da fargli abbandonare ogni presunzione. Quanto a te, fuori dai piedi, o ti facciamo saltare(56)...

e alla propria figlia, la bella Sidea:

Tieni a posto la mascella, che Giove ti fulmini!(57)

e allo scudiero Engelberto:

Quanto a te, linguaccia, fuori dai piedi, o ti sbatto io fuori nella spazzatura, e ti mozzo mani e piedi, e ti do in pasto agli sciacalli: cos finisci di infastidirmi(58).

Basta questo a mostrare che, se lo sfondo in cui si muove la figura di Prospero quello di una intricata rete di congiure, quello in cui si muove Ludolfo uno scenario di bastoni, di spade che minacciano continuamente di abbattersi su chiunque intorno a lui, compresa la figlia. Egli assetato di vendetta, fino ad affermare che "il suo cuore vicino a spezzarsi, perch non pu vendicarsi". Quale diversit dal piglio principesco del vecchio Duca di Milano, che riflette, come il principe della "Ballata dell'isola incantata", il "peso di corone e di cure di regni", ma possiede anche la splendida maest dei tradizionali principi italiani!

CAPITOLO III

L'UOMO

36. L'umanit di Prospero l'aspetto pi originale del personaggio

Finora, la nostra analisi degli elementi del lato pi umano della personalit di Prospero stata condotta su una prospettiva storica: l'uomo come s' formato secondo la nozione del suo tempo. Se scendiamo nel profondo, e passiamo dalla storia alla psicologia, il personaggio ci appare nel suo aspetto pi compiuto, perch eterno. La distinzione pu sembrare artificiale, ma corrisponde in qualche modo alla doppia realt del personaggio.

Nel disegnarlo, Shakespeare ha sotto mano, ereditati dal passato, temi prestabiliti, come quello del sovrano spodestato e bandito, e l'altro del grande mago. Questi due elementi, da soli, avrebbero potuto gi dar volume al personaggio, conferendogli efficacia scenica. Ma a questa realt esteriore il poeta ha aggiunto un elemento pi originale e allo stesso tempo pi umano.

In molti personaggi shakespeariani, possibile distinguere i tratti psicologici originali da quelli che possiamo chiamare stereotipo-tradizionali, o come temi accettati comunemente sulla scena e nella letteratura: cos l'Amleto di Shakespeare insieme vendetta e problema filosofico; l'Enrico V delle "Cronache" di Holinshed solo patriottismo, quello del drammaturgo patriottismo e la bonaria, e la bonaria e faceta semplicit del principe Hal; e ancora, Shylock personaggio pi umano del vecchio mostruoso furfante del modello del Barabba di Marlowe. In tutti questi personaggi, la penetrazione psicologica di Shakespeare aggiunge un nuovo elemento umano.

Vediamo come questo si presenta nel cuore e nella mente di Prospero.

37. Uomo e non superuomo

Shakespeare, come abbiamo visto, col fine evidente di non far sentire lo spettatore come estraniato dal suo personaggio, non fa di Prospero un mago perfetto in tutto e per tutto, il cui potere sul soprannaturale sia totale e assoluto. Prospero, come un uomo qualunque, teme la rabbia del mare, e lascia il suo posto indifeso da possibili attacchi di Calibano. Egli deve apparire uno della nostra specie umana. A differenza di Ariele, soggetto a passioni e turbamenti, e possiede un cuore capace di provare compassione per le altre creature umane. Quando Ariele gli dice che "il re e i suoi compagni sono immersi nel dolore e nello sconforto", e il buon vecchio Gonzalo ha le lacrime che gli scendono lungo la barba bianca, e gli aggiunge che lui, lo spiritello, se fosse una creatura umana, non potrebbe "non sentirsi invaso da piet", Prospero gli risponde, scuotendo il capo:

"... And mine shall.

Hast thou, which art but air, a touch, a feeling

Of their afflictions, and shall not myself

One of their kind, that relish all as sharply,

Passion as they, be kindlier mov'd than thou art?"(59)

Questi versi sono essenziali per la comprensione del personaggio: egli rivendica la consanguineit di specie con gli altri uomini, anche se sa che tra loro ci sono dei criminali, e tra questi uno

ch' io non potrei chiamare mio fratello

senza sentirmi infettare la bocca(60).

38. sorprendente constatare come certi critici abbiano potuto trascurare l'esplicita intenzione di Shakespeare di darci un Prospero-uomo, fino al punto di definire Prospero - come ha fatto il danese Georg Brandes - "la pi alta personificazione della nobilt umana, l'uomo del futuro, il superuomo" ("Der Typ der hocsten Veredlung der Menschennatur, der Zukunftmansch, der Uebermansch")(61). Questo, oltre ad essere un anacronismo - giacch non si pu presumere che Shakespeare immaginasse nemmeno vagamente di precorrere le teorie di Darwin -, confutato dallo stesso Prospero, che si dichiara, come abbiamo visto, "one of their kind", "uno della loro specie": uomo, dunque, e non superuomo, con tutti gli attributi e le passioni umane; uno a cui si applica quanto egli dice di Ferdinando a Miranda, quando questa gli chiede se il bel giovane che le apparso sia uno spirito:

"...Quello uno

che mangia e dorme ed ha gli stessi sensi

che abbiamo noi, gli stessi."(62)

Quest'uomo soggetto alla collera, preda della violenza; come quando dice, all'indirizzo di Calibano e degli altri compari: "Li batter fino a farli muggire come bestie!": questa non la "crudelt a sangue caldo" che abbiamo chiamato "crudelt aristocratica"; qui l'uomo, preda del suo rancore. L'uomo, che, del resto, sa anche commuoversi, e dire a Gonzalo che piange di commozione:

"I miei occhi, per simpatia coi tuoi,

son vaghi di versar lacrime amiche;(63)

l'uomo consapevole dell'interno conflitto tra l'istintiva commozione e la ragione, che questi sentimenti sa tenere a freno:

"...Ma la ragione ha preso parte in me

a contrastar nobilmente la collera.(64)

39. Il padre

Il pi umano dei suoi sentimenti per il suo amore di padre per Miranda. Ella "la sua unica erede" ed stata sua compagna dei dodici anni nell'isola. Miranda , come sembra, orfana di madre perch Prospero le parla di sua madre al passato:

"Your mother was a piece of virtue..."

Ella stata il suo unico conforto durante tutte le traversie incontrate insieme: il suo sorriso di bimba stato quello di "un cherubino che lo ha conservato alla vita"; ella ha infuso in lui una forza "celeste" ("from heaven"; I, 2, 152) che lo ha aiutato a sopportare tutto. A volte la commozione lo vince al punto che non riesce a finire la frase, e parla sommesso, in uno stile agitato, fatto di esclamazioni e di sospensioni.

La felicit di sua figlia la prima preoccupazione di Prospero. Tutto quel ch'egli ha sofferto e sopportato stato per amore di Miranda. Se nel I atto egli riflette nel ricordo del passato, verso il futuro che il suo animo teso per tutto il resto del dramma. Si compiace a contemplare il destarsi degli istinti femminili nella fanciulla, come se tutto il dramma tendesse ad una fine: il matrimonio di Miranda, per il quale deve avvenire una generale riconciliazione, la rappacificazione degli animi. Il padre consente al "supremo sacrificio" del distacco da sua figlia, per la felicit di lei.

Quando, mentre ella seduta sull'erba, il padre le parla del passato, e vede che ella non gli presta molta attenzione, le deve chiedere ripetutamente: "Ma tu mi ascolti?". Gli editori del "New Cambridge Shakespeare" cos spiegano questa poca attenzione di Miranda: "Ella guarda verso il mare (quel mare dove affondato il vascello) che aveva forse a bordo qualche nobile creatura". E se Prospero triste, questa una delle ragioni della sua tristezza: sua figlia lo sta dimenticando, per il bel principe che sta per portarla via al suo vecchio padre. Ma non egoismo, il suo: egli vuole solo la felicit di sua figlia.

40. "Il supremo sacrificio": secondare l'amore della figlia

Egli lo sente bens come un sacrificio supremo; ma per assicurare la felicit di sua figlia, egli deve secondare l'amore nel cuore di lei, il casto "amore-a-prima-vista" che ella sente per Ferdinando. E questo fine persegue attraverso due strade: la prima di natura magica, l'altra di natura umana. La magia fa nascere quell'amore, l'astuzia dell'uomo lo mette a prova di costanza.

Che Prospero usi, alla bisogna, i suoi poteri magici, lo si capisce subito dalle parole che pronuncia tra s e s nel I atto, al primo incontro dei due giovani:

"...It goes on. I see.

As my soul prompts it...(65)

dubbio che egli abbia usato un filtro d'amore, come quello che ha unito Tristano a Isotta, o anche il succo d'un fiore, come Puck: i suoi mezzi sono pi naturali. L'amore ch'egli ha acceso nel cuore dei due giovani ha bisogno di conferma, ma questa non sar ottenuta per magia. Prospero sa che non c' miglior mezzo per raggiungere quel fine che comprimere i primi slanci amorosi. Egli sa leggere nel cuore degli uomini, e sottopone Ferdinando a faticose incombenze, con l'immediato effetto di rendere pi profondo il suo stesso amore e quello di Miranda(66).

Qui sta anche una delle maggiori differenze tra la "Tempesta" e "La Bella Sidea": nel lavoro tedesco, Ludolfo costringe Engelberto a portare ciocchi di legno per lui per vendetta contro il di lui padre, il suo vecchio nemico Lindegasto, e ordina a Bruncifal di badare a che non ci siano incontri tra i due giovani. La riconciliazione fra i due principi nemici si avr ugualmente con il matrimonio dei loro figli; ma mentre nel lavoro di Shakespeare tutto predeterminato nella mente di Prospero, sia l'innamoramento che la riconciliazione finale, nell'altro questi due eventi si verificano contro la volont del mago.

41. Un vecchio sotto il peso del passato

L'esperienza frutto dell'et matura. Ma che et ha Prospero? Nel testo non c' alcun cenno che aiuti a determinarla. tuttavia verosimile ch'egli sia sui sessanta, perch in diversi punti egli allude alla sua tarda et e alla vicinanza della tomba. Quando chiede di esser lasciato solo, il primo motivo che adduce la sua "infermit":

"Bear with my weakness; my old brain is troubled;

be not disturbed with my infirmity".(67)

Nel suo ultimo intervento, alla fine del dramma, dice di volersi ritirare a Milano, dove:

"Every third thought shall be my grave."(68)

A quel tempo, un uomo sessantenne era senza dubbio considerato, pi che non oggi, molto avanzato negli anni; Shakespeare stesso si ritir all'et di 47-48 anni, e attese tranquillo la morte, che sopravvenne quando aveva solo 57 anni. Possiamo dire quindi che Prospero "vecchio". Egli ha la dignit dell'et, parla come uno abituato a vedersi circondato dal rispetto che a quell'et si deve. Anche Gonzalo vecchio, ma troppo ciarliero per essere oggetto di pari rispetto; Prospero, pur nella sua benevolenza, austero, grave, ha perduto ci che di giovanile pu essere invece rimasto nel vecchio consigliere del re.

Una delle inclinazioni dell'et quella di richiamare alla mente le memorie del passato, il cui sbocco naturale la "laudatio temporis acti". In Prospero c' in grande misura questo svilupparsi della memoria; egli vive a volte nel passato, tanto da sembrare l'incarnazione di questa facolt. Con Miranda, indaga "l'oscuro abisso del tempo trascorso" per vedere se mai ella ne ricordi alcunch. Ariele appare come uno spirito "momentaneo" - cos l'ha definito qualcuno - effimero e di corta memoria, a fronte di Prospero, il quale gli deve ricordare da quali tormenti lo abbia liberato. E l'onda dei ricordi rende tanto pi notevole l'indulgenza dell'animo di Prospero: quest'uomo dalla memoria di ferro, alla fine, nel nome della riconciliazione, spazza via dalla mente di tutti il passato con queste parole:

"Let us not burden our remembrance with

a weariness that's gone".(69)

42. Austerit e amarezza

L'austerit di Prospero anche assoluta mancanza dell'humour; una cosa di cui pieno, ad esempio, Gonzalo. Consapevole della sua maest, Prospero parla della sua arte magica, cos potente, con compiacimento, e chiama se stesso "Primo Duca"; ma sulle sue labbra non spunta mai un sorriso divertito: la sua olimpica sovranit al di sopra dell'humour. C' qualcosa di strano nel fatto che quest'uomo austero, distaccato, sia stato generalmente considerato dalla critica come il ritratto del pi "umoristico" scrittore di teatro che sia mai esistito, il creatore di Falstaff, di Petruccio e di Bottone, i cui lazzi erano il divertimento dei clienti della "Taverna della Sirena". Molto avanti nell'et, Prospero ha perduto tutta la stragrande allegrezza della giovent; e la sua bonomia talvolta cos spirituale ed interiore da risultare meno appariscente della sua amarezza, e anche della sua rudezza. Che pensare, infatti, di un padre che, vedendo la figlia innamorarsi a prima vista di un bel giovane, borbotta fra s:

"Povero verme mio, sei contagiato"?(70)

E ancora: che pensare di un padre che chiama sua figlia "wench", termine che, anche nell'inglese elisabettiano, ha qualcosa di spregiativo? L'"Oxford English Dictionary" dice che la forma colloquiale arcaica con cui ci si rivolgeva benevolmente a una donna, figlia, o moglie, o amante che fosse; ma tra gli esempi forniti sotto la stessa voce c' una citazione dell'"Enrico VIII" dove Griffith chiama "wench" una persona di servizio; e un'altra citazione da Scott in cui si legge: "Credo che tu menti, "wench" - disse il padre"; dove, chiaramente, il padre redarguisce sua figlia, e non ha certo l'aria di parlar con lei bonariamente. Sicch possiamo dire che, anche usato in tono benevolo, in quel "wench" di Prospero a Miranda sottintesa in lui l'idea di rivolgersi a una "femmina": ci che mostra, nel vecchio gentiluomo, una certa mancanza di delicatezza. Infatti, altrove nel testo, il termine assai naturalmente unito a "foolish", come nella frase "foolish wench" con cui il padre redarguisce la ragazza.

Ancora un esempio del parlare amaro di Prospero sono i versi:

"Thy mother was a piece of virtue, and

she said thou was my daughter..."(71)

Perch Prospero fa questa osservazione alla figlia? Se fatta in tono serio, anche a voler mettere da parte tutta la nostra vittoriana leziosaggine, essa inutile, e mostra la stessa mancanza di delicatezza; se detta in tono scherzoso ancora peggio, non diversa, si pu dire, da quella di Falstaff alla "Taverna della Testa di cinghiale".

"That thou art my son, I have partly thy mother's

word, partly my own opinion.(72)

Ma lo scherzo, in bocca a Prospero, si fa ghigno: messo accanto a "wench" e "poor worm", non lascia dubbio che il poeta intendesse mostrare qualche tratto di amarezza nel carattere del vecchio; il quale proclama bens di essere della stessa specie umana degli altri, ma nei suoi sentimenti verso il prossimo si nota sempre un senso di superiorit: col pensiero e la meditazione costante egli si sollevato sul normale livello umano; il "saggio vecchio" nel quale la saggezza dell'et fa il paio con la rigidezza.

43. Prospero, il pedagogo

Questo canuto uomo di pensiero, serio, sentenzioso, richiama a tratti il maestro di scuola: la sua classe sono tutti gli abitanti dell'isola: Calibano, Ariele e Miranda. A Calibano ha insegnato a parlare, un insegnamento dal quale l'allievo ha tratto l'unico profitto di maledire il suo padrone; e il padrone lo punisce come un furfante che gli abbia combinato qualche brutto scherzo alle spalle; Ariele, invece, il bravo scolaretto che s'ingrazia il favore del maestro raccontandogli favole; tuttavia un allievo piuttosto incline alla sbadataggine, che il maestro non manca di rimproverargli. In compenso, come un ragazzetto appena entrato all'elementare, egli compuntamente dichiara di "non dire bugie" e di emendarsi:

"...Pardon, master;

I will be correspondant to command

and do my spiriting gently."(73)

In premio a ci, ricever elogi e incoraggiamenti e, alla fine, la libert.

Ma il maggior lustro di Prospero insegnante, il suo vanto, la giovane Miranda:

"... and here

have I, thy schoolmaster, made thee more profit

than other princess' can, that have more time

for vanier hours, and tutors not so careful.(74)

Ecco, senza forzare il testo, la parola l: Prospero si considera "maestro di scuola" ("schoolmaster"). Altrove, la sua rigidezza richiama l'idea del giudice; ma c' sempre in lui una dignitosa austerit che ispira del rispetto; anche se, a vederla bene, quella di chi si sente "pieno di s".

44. Prospero, come modello del mago del romanzo cavalleresco?

Ma a che cosa da attribuirsi quel lato "rigido e rude", del carattere di Prospero, che l'aspetto pi triste della sua vecchia et? Secondo il prof. Schucking(75), esso non si giustifica con le disgraziate vicende della sua vita e la coscienza dei suoi obblighi di principe e uomo d'azione. Il fatto che Prospero sia vecchio e consunto dagli affanni non basterebbe a conciliare tra loro i lati spiacevoli del suo carattere. Gli che - sostiene lo Schucking - l'intera atmosfera del dramma quella di un romanzo cavalleresco, e che in qualche sconosciuto romanzo del genere Shakespeare deve aver trovato la fonte per il suo lavoro: dove, appunto, si ritrova il tema del tradizionale giovane cavaliere errante (Ferdinando), servo devoto della donna amata (l'illibata Miranda), a dispetto di tutte le fatiche a lui imposte dal padre di lei, un vecchio malvagio incantatore sul modello del Sacripante e dell'Arcimago; donde la necessit, per Shakespeare, d'includere nel carattere di Prospero un certo numero di tratti comuni a questi vecchi maghi. Miranda non assomiglia a nessuna delle giovani donne dipinte prima da Shakespeare: Desdemona e Giulietta non scambieranno mai l'uomo amato per un dio, perch Shakespeare, con tutto il suo romanticismo, resta sempre un realista. Nella "Tempesta", invece, i personaggi hanno qualcosa di cortigianesco convenzionale; e Prospero - conclude lo Schucking - l'unica figura di cui si possa dire che il poeta, in un altro periodo della sua carriera, avrebbe creato in maniera diversa. Egli manca della infinita ricchezza dei tratti umani, della corrispondenza di sensi personali che anima, con tanta magica attrazione, le altre grandi figure del suo teatro.

Questa teoria, per quanto affascinante, e basata su un'analisi certamente accurata del testo, lascia per aperto il problema della fonte da cui possa essere scaturita. Inoltre, a noi riesce difficile scoprire alcuna traccia di senilit nella mano che ha tracciato il carattere di Prospero. Se il personaggio manca della violenta piena di umane passioni che troviamo, per esempio, in "Re Lear", perch Prospero soprattutto "una mente", e la sua saggezza e il suo "fior d'ingegno" equilibrano e prevalgono su tutto quanto si agita nell'anima.

45. Un saggio, quasi un filosofo

Questa saggezza, a differenza di quanto accade altrove in Shakespeare, quasi una filosofia di vita, insita nel personaggio. Essa si esprime nelle stesse parole, non frutto di letture fantasiose n di zelo critico. Le parole che Prospero pronuncia nell'epilogo sono esplicite; c' in esse, poeticamente espressa, una filosofia: "Noi siamo fatti della stessa stoffa dei sogni". L'uomo che ha scritto questo epilogo ha attribuito a Prospero un sistema mentale, che egli stesso pu non aver adottato, ma che ha fatto di Prospero, volutamente, coscientemente, un idealista. Egli ha una sua propria visione della vita, con il suo fondamentale problema del bene e del male; e questa ha modellato anche il suo atteggiamento verso la societ e il mondo che lo circonda.

Tutto questo costituisce ci che diciamo la saggezza di Prospero; chiamarla filosofia "tout court" sarebbe forzare il senso di questo termine; perch Prospero non filosofo di professione. La sua "filosofia" non un prodotto di pura intellettualit: conoscenza del cuore e dei sentimenti, una visione intuitiva della vita.

46. Prospero, una "Mente"

Prospero la stessa Mente. continuamente assorto in pensieri. Le sue lunghe "tirate" sono intervallate da lunghi silenzi, di meditazione. A volte, il pensiero fin troppo rapido per tradursi in parola: le idee gli si affollano alla mente, e rendono perfino sconnesso il parlare; questo, sotto il peso del pensiero, carico sempre di sfuggenti paragoni, si esprime in uno stile assai peculiare dell'ultimo Shakespeare. Si veda il passo in cui Prospero riesce a condensare, in pochi versi, tutte le condizioni di fatto e psicologiche che indussero suo fratello Antonio a detronizzarlo:

"Mio fratello, tuo zio, di nome Antonio...

ti prego, ascolta a quale mai perfidia

pu giungere un fratello...

Lui, la persona ch'io, dopo di te,

tenevo cara pi di tutto al mondo!

Nelle sue mani avevo confidato

la cura degli affari del mio Stato,

ch'era, fra tutte l'altre signorie,

la prima, come primo era tenuto

Prospero fra quei duchi,

senza eguali per dignit di rango

ed amore dell'arti liberali;

a queste avendo posto ogni mio studio

decisi di affidare a mio fratello

la cura degli affari di governo,

estraniando me stesso dallo Stato,

tutto preso e rapito a penetrare

gli insondati misteri della vita.

.....................................

Investito cos di tal potere

qual poteva non solo derivargli

dal gettito di tutte le mie rendite,

ma da quanto potesse egli ottenere

con l'esercizio delle mie funzioni,

egli, come uno che della sua mente

abbia fatto una tale peccatrice

da credere alle stesse sue bugie,

a forza di ripeterle a se stesso,

si persuase d'esser lui il duca,

essendo solamente il mio vicario,

e se ne assunse pure esteriormente

l'aspetto e le regali attribuzioni"(76)

Per una mente alacre come quella di Prospero la parola troppo lenta; le frasi escono affollate, quasi convulsamente sconnesse, perch il suo pensiero abbisogna d'una propria grammatica, capace di esprimere con efficacia i suoi paragoni. Ma su qual sistema si muove quel pensiero?

47. Lo spirito dell'indulgenza e del perdono

Dal punto di vista morale, il pensiero di Prospero volto all'ottimismo. "La Tempesta" una commedia a lieto fine: si conclude con la realizzazione del fine di Prospero, che la riconciliazione. Prospero impersona lo spirito del perdono, non meno che quello della buona memoria dei torti ricevuti. questo - come stato osservato da molti critici - il tema comune al trittico delle commedie "romantiche": "Cimbelino", "Il racconto d'inverno" e "La Tempesta". La prima di queste finisce con la riconciliazione di Cimbelino, Imogene e Postumo; nel "Racconto d'inverno" si ha pure una generale riconciliazione, grazie al perdono di Ermione e al rimorso di Cleonte. La ricorrenza del tema ha fatto pensare al riflesso biografico di esso: Shakespeare, estraniato dalla famiglia, sogna la riconciliazione. Ma la supposizione non trova alcun preciso fondamento. Tutto ci che si pu dire che nel primo periodo della sua vita i temi trattati dal poeta sono stati la vendetta e la punizione: "Amleto" la storia di una vendetta; "Macbeth" quella della punizione con il rimorso e la morte. In seguito, forse per l'usura e la stanchezza del tema, il pensiero del drammaturgo cambi. Alla domanda: "Se odio porta odio, dove finisce l'odio?" egli d una risposta. Nel "Coriolano" la risposta : "Nel perdono"; una risposta diversa da quella data dal poeta in precedenza alla stessa domanda.

E il precetto morale che sta alla radice di quella che abbiamo chiamata la "saggezza" di Prospero, appunto il perdonare. Egli dice ad Ariele:

"...the rarer action is

in virtue than in vengeance: they being penitent,

the sole drift of my purpose doth extend

not a frown further..."(77)

Altrove, nel "Mercante di Venezia" e in "Misura per Misura" il poeta ha gi fatto l'esaltazione del perdono. Porzia dice a Shylock:

"It droppeth as the gentle rain from heaven

Upon the place beneath. It is twice blessed:

it blesseth him that gives and him that takes..."(78)

E Isabella dice ad Angelo:

"...well, believe this:

no ceremony that to great ones longs,

not the king's crown nor the deputed sword,

the marchal's truncheon nor the judge's robe,

becomes them with one half so good a grace

as mercy does"(79)

Ma le parole di Porzia e di Isabella appaiono piuttosto superficiali a fronte di quelle di Prospero; il quale non fa un discorso sul tema, infiorandolo pi o meno di retorica, ma l'enunciazione di un principio al quale ha informato tutta la sua vita.

48. Il pentimento redime l'anima

Prospero dunque crede nel pentimento e perdona i malvagi pentiti; i buoni per lui meritano un premio: a Ferdinando d "un terzo della sua vita", ad Ariele d la libert; quanto al buon vecchio Gonzalo, egli riceve da Prospero il primo, affettuoso saluto di benvenuto, con le lacrime agli occhi, e la promessa che:

"Sapr ricompensar, tornato in patria,

e non solo a parole, i tuoi servigi."(80)

Anche qui troviamo un punto in comune con la fine del "Racconto d'inverno", laddove Leonte si strugge di dolore e di pentimento per aver oltraggiato Ermione. Qui lo stesso pentimento il premio che cancella la colpa; nella "Tempesta" la morale la stessa: Prospero premia il bene e perdona il male. Ma il perdono pu esser concesso solo dopo il pentimento del colpevole: non il chiuso rimorso, ma l'aperta manifestazione del pentimento il lavacro dell'anima. Prospero, come la stessa divinit, non vuole la morte del peccatore, ma che l'anima vinca la propria debolezza e viva: una morale che pu dirsi idealistica, in cui il materiale, l'errore, cancellato dall'interno pentimento; un pentimento al quale si giunge attraverso la sofferenza. Prospero impone a suo fratello Antonio una pena fisica e morale, facendogli credere che Ferdinando morto; quando certo che il dolore per questo lo ha redento, gli d il suo perdono.

49. Una saggezza non cristiana, ma umanistica

Nel precedente paragrafo abbiamo intenzionalmente usato un linguaggio teologico; in realt, le virt cui Prospero si richiama, il sistema morale che ha adottato s'accordano, in via di massima, con le virt teologali e i principi della morale cristiana.

Ma lo spirito diverso. I valori morali di Prospero sono umani, la loro superiorit sta "in re ipsa", in loro stessi, e nell'essere fatti valere da un mortale in quanto uomo, e non nel nome di poteri celesti. Un cristiano potrebbe rivolgere a Prospero la stessa domanda rivolta a Ges dagli Scribi: "Che cos'hai da farti perdonare?" La saggezza di Prospero non pi cristiana di quella di Socrate: il bene trionfa non gi in forza di sanzioni dall'alto, ma per la volont di un uomo giusto. Il Diavolo, padrone di Calibano, svanisce all'occhio dello spettatore come la figura di un demonio in una tregenda di streghe agli occhi di fanciulli terrorizzati: di lui restano solo i soliti, popolari e superficiali attributi. Esso non lo Spirito del Male, n il tentatore della mitologia medioevale o dell'Inferno puritano di Milton.

Le altre virt cui Prospero si richiama sono essenzialmente umane, e si chiamano "temperanza". Il codice morale del personaggio umanistico, nel senso di un perfetto equilibrio tra passione e ragione, tra razionale e irrazionale. Qui sta la grande differenza tra Prospero e il Dottor Faust: quest'ultimo lotta per raggiungere l'infinito: infinito piacere, infinito potere, infinita conoscenza; la sua storia la storia di una lotta smodata alla ricerca dell'assoluto; ricerca che, alla fine, si dimostra vana, la sua vita un fallimento, la sua morte una morte eterna. Faustus spirito giovane, Marlowe, il suo creatore, uomo ancora "immaturo", privo dell'equilibrata saggezza di Prospero, che sta sempre nell'aurea mezzeria tra moderame della ragione e piacere.

La morale della "Tempesta" perci una norma di condotta per quanto possibile "in equilibrio", un'arte di stare al mondo che riecheggia piuttosto l'"art de vivre" di Montaigne, risultato di uno sforzo continuo verso il proprio innalzamento spirituale e morale:

"Ma la ragione ha preso parte in me

a contrastar nobilmente la collera."

(V, 1, 26-27)

50. La sua morale sessuale: forse un'eco dell'esperienza personale del poeta.

C' un campo della morale, tuttavia, in cui Prospero si schiera pi fortemente in difesa della "temperanza": il campo della morale sessuale. L'amore che nasce tra Ferdinando e Miranda una necessit dell'umana natura; ma Prospero li ammonisce: "Sappiate aspettare!" In una lunga tirata all'inizio del IV atto, egli predica a Ferdinando:

"No sweet aspersion shall the heavens let fall

To make this contract grow: but barren hate,

Sour-eyed disdain, and discord shall bestrew

The union of your bed vith weeds so loathly

That you shall hate you both."(81)

Per azzardato che possa sembrare - nota Sidney Lee(82) - andar cercando, nelle creazioni drammatiche di Shakespeare, allusioni alla sua vita, non si pu non vedere in questa insistenza un riflesso personale; allo stesso modo che nella "Dodicesima notte" - altro lavoro epitalamico - nel dialogo tra il Duca e Viola.

DUCA - ...E di quanti anni?

VIOLA - La vostra et, pi o meno, mio signore.

DUCA - Troppo vecchia, perdio! buona regola

che la donna si cerchi, per marito,

uno di lei pi avanti nell'et.(83)

Pi sotto, Prospero insiste:

"Bada a tenerti virtuoso con lei,

non allentar la briglia alle effusioni..."

Messo in relazione con certi eventi biografici di Shakespeare - il suo matrimonio all'et di 18 anni, con un contratto irregolare e con una donna pi anziana di lui, la nascita di Susanna dopo sei mesi dalle nozze, che deve certamente aver fatto scandalo - l'ammonimento di Prospero pu, con qualche ragione, almeno in questo caso, echeggiare la personale esperienza di vita del poeta. Donde, in chiave poetica, l'ideale della "sanit sessuale" raccomandato a Ferdinando e Miranda.

51. Questo ideale trova la sua rappresentazione simbolica nella pantomima che Prospero mette in scena per edificazione della giovane coppia, "come premesso". Le forze istintive della natura vi sono rappresentate da Cerere, la dea della fertilit, del rigoglio della terra e degli opimi raccolti. Cerere, come sembra, non sempre obbediente alla sposa di Giove, Giunone Pronuba, se la si sente salutare da Iride con queste parole:

"Salve multicolore messaggera,

sempre obbediente alla sposa di Giove!"(84)

Giunone, al contrario, simbolizza la legge umana, che tiene infrenati i desideri ispirati da Cerere, e patrocina la fecondit della "coppia benedetta". Ancora una volta, la vera sanit sta nel mezzo, tra gli impulsi di Cerere e l'austera dignit di Giunone.

Per altro verso, tuttavia, Prospero mostra di essere favorevole al ritorno dell'uomo alla natura: in seno alla natura che egli ha trovato rifugio e conforto contro i mali delle citt, degli Stati e dei principati; della natura egli ha penetrato i segreti; a contatto con la natura ha allevato sua figlia, e qui ella ha trovato l'equilibrio e la sanit mentale, che sono i suoi ideali di padre; infine, il suo perdonare ai nemici e la sua tolleranza possono anch'essi riconoscersi come salutari effetti della natura, che ha restituito la calma ai suoi nervi scossi da tante sciagure. Nella "Tempesta" c' questo qualcosa di arcadico, di ritorno dell'uomo alla natura, a Cerere/Demetra: uno sfondo naturale non diverso da quello che si ritrova nel "Calendario pastorale" di Spenser; ed quest'atmosfera pastorale ad ispirare a Ferdinando gli stessi platonici o petrarcheschi sentimenti che a Obbinal o Colin Clout, e che gli fa promettere a Prospero che non permetter mai al suo "peggior genio" di "mescolare l'onore alla lussuria"(85).

Prospero, dunque, ha fatto della natura la sua maestra; in essa ha trovato la quiete per se stesso, e una "magistra vitae" per sua figlia Miranda.

52. Grande sacerdote del mistero dell'amore

L'iniziazione di costei all'amore fa della "Tempesta" un autentico "mistery play", con Prospero nella veste di alto sacerdote del mistero dell'amore. Egli celebra i riti d'Imene con sussiegosa e religiosa maest, dominando l'insieme degli accadimenti che si svolgono nelle due ore di durata del dramma, avendo come fine ultimo l'unione di Ferdinando e Miranda, in vista della perpetuazione della specie umana, che egli ama.

Nessun altro poeta, prima di Shakespeare (eccetto, forse, Lucrezio), aveva concesso un s alto posto all'amore, la forza che anima il mondo.

Qui esso riceve una sorta di crisma di divina maest: il mare stato messo a ruggire, gli elementi della natura sono stati scatenati, tutto per il fine di un matrimonio. "La Tempesta", nella sua essenza, un epitalamio di grande respiro. Il mago d ripetutamente atto della presenza di divini poteri su di lui, e questo contribuisce a rendere pi forte l'atmosfera di tutto il lavoro: egli parla di "Provvidenza divina", di "Provvida Fortuna, ora mia cara sposa", di una "arcana fortezza" di cui si sente infuso dal cielo. Nell'Inghilterra del XVI secolo, pronunciare il nome di Dio su un palcoscenico era considerato blasfemo: Shakespeare, con una circonlocuzione, introduce la nota religiosa nel parlare di Prospero.

53. Il poeta-filosofo

A questo punto, giover dir qualcosa sulla generale concezione che Prospero ha dell'universo. stato gi osservato come Shakespeare sia un poeta, non un metafisico. Il suo pensare poetico, ma coerente; egli penetra la realt con l'intuizione, che strumento pi adatto alla ricerca che non siano la ragione e l'analisi: "poeta" nel senso greco di "creatore"; e come tale egli pu rivendicare una parentela con la deit. Egli il grande creatore di illusioni: ha promesso alla giovane coppia di porre davanti ai loro occhi qualche "capriccio della sua arte", e mette in scena la pantomima, con tutta la sua irrealt. Per gustare a pieno questa creazione poetica, bisogna trovarsi in uno stato di poetica ricettivit, perch la poesia incantamento, un incantesimo articolato in parole provenienti dal di fuori di noi. Silenzio e pacifica contemplazione sono necessari al Maestro delle illusioni per far funzionare i suoi incantesimi:

"...Sweet, now, silence!

Juno and Ceres wisper seriously:

there's something else to do; hush and mute,

or else our spell is marr'd."(86)

Il poeta Prospero culla le menti di tutti nell'isola con "i capricci della sua arte", e tutti ne sono conquistati, incantati, eccetto quelli che sono infetti dentro dal peccato e dal male. Con la sua poesia, Prospero tiene le anime in suo potere; la poesia, intesa nel senso pi ampio, qualcosa che pu stranamente agire in noi, come il clima dell'isola; i pensieri di Prospero hanno la libera e sciolta tessitura del poeta, ma formano sempre un insieme armonico, come le parole di una canzone. Ariele pi che un musicista, Prospero pi che un poeta; essi possono trasportare gli uomini in un mondo fantastico, immaginario; e tutti i personaggi umani della "Tempesta", compreso Calibano, sono pieni di meraviglia e di deliziato stupore, e desiderosi di "sognare ancora" un sogno come quello suggerito alle loro menti dal poeta dell'isola.

54. L'immaterialismo dell'idealista

Di fronte alla natura, Prospero un idealista, per due ragioni: perch nega la stessa obiettivit del mondo materiale, e perch crede che il materiale sia dominato dallo spirituale. Ancora una volta, senza voler correre anche noi alcun rischio di anacronismo ma solo per comodit dialettica, possiamo dire che Prospero prefigura per un certo verso i principi della filosofia di Berkeley nel primo di questi suoi modi di essere, e quelli della filosofia di Schopenhauer nel secondo. Ascoltiamolo quando dice che tutti i fenomeni materiali sono illusori, non altro che la visione d'una realt effimera:

"And like the basic fabric of this vision,

the cloud-clapp'd towers, the gorgeus palaces,

the solemn temples, the great globe itself,

yea, all which it inherit, shall dissolve

and, like the insubstantial pageant faded,

leave not a rack behind..."(87)

Ecco, le parole sono l: "insubstantial" termine assai vicino a "immaterialismo", che definisce la filosofia di Filonio. E i sogni di che son fatti, se non di pensiero immateriale? "Sia pur la qualit sensibile ci che vuole: forma, suono, colore - leggiamo in Berkeley - sembra egualmente impossibile che essa debba sussistere in ci che non la percepisce".(88) Allo stesso modo, nel suggestivo mondo del nostro filosofo-poeta, forme, suoni, colori non lasceranno traccia di s.

C' per, nella filosofia del vescovo di Cloyne l'ottimistico anello della fede cristiana; un ottimismo che difficile rinvenire nel diniego della realt materiale di Shakespeare: qui l'uomo lasciato a s stesso a oscillare nel vortice dei sogni, in un flusso continuo di fantasie, nell'intervallo tra un sogno e l'altro: quello che ha preceduto la nostra nascita e quello che seguir alla nostra morte. La filosofia di Berkeley si basa sulla obiettivit della percezione; questo concetto, nella poesia drammatica di Shakespeare non c', naturalmente; ma queste parole di Prospero dicono anch'esse, pi o meno direttamente, che i nostri sensi ci ingannano; ed egli, gran maestro nell'arte di "oscurare" le immagini delle cose visibili, pu dire a Gonzalo:

"...You do yet taste

some subtilities of the isle, that will not let you

believe thing certain..."(89)

Ma nella sua lunga tirata dei vv. 153 e segg. che meglio traspare la cosciente dissociazione che egli fa (un concetto non molto comune a quel tempo) tra le nostre percezioni e la realt obiettiva che esse ci trasmettono:

"They devour their reason and scarce think

Their eyes do offices of truth, their words

Are natural breath: but, howsoe'er you have

Be justled from your senses, know for certain...(90)

Senza voler forzare il senso della semplice frase "Whether their eyes do offices of truth", non si pu fare a meno di notare come, nel mondo della fantasia che Prospero domina, quando parla di questi uomini scampati al naufragio, il primo suo pensiero di dubitare dell'efficienza dei loro sensi, non della realt che essi vedono.

55. Idealista Prospero, anche perch crede alla superiorit dell'intelletto umano sulla natura (o, possiamo dire, della "cosa sostanziale" a noi presentata dalla percezione dei nostri sensi). Questa superiorit accertata e stabilita dalla forza della volont e dell'energia. La natura dunque soggetto della volont, e solo con un immenso e possente sforzo Prospero pu dominare gli elementi.

In tempi a noi pi vicini, Schopenhauer e il suo "volontarismo" ci hanno assuefatti all'idea che l'intera realt sia soggetta all'esistenza di una cieca, eterna energia, distinta dalla molteplicit come dall'unit, supporto alle immagini della nostra mente, le quali non sono altro che rivelazioni individuali di questa energia, che in ciascuno di noi si traduce in forza della volont. Shakespeare, per citare un giudizio del Masefield, "avverte talora che la sua mente diventa pura energia, e i suoi pensieri partecipano della natura della pura energia, e come questa indistruttibili; e dunque, per questo, reali, mentre lui, Shakespeare, nella sua materialit polvere. Il pensare intenso la sola realt"(91).

Se ci possiamo permettere ancora un anacronismo - certamente non pi azzardato del chiamare Calibano "l'anello perduto della teoria darwiniana tra l'uomo e la scimmia" - possiamo dire che intendiamo esattamente questo quando diciamo che la saggezza di Prospero preannuncia il pensiero che sta alla base del "volontarismo": l'intensit del suo pensiero e la sua forza di volont, la sua energia mentale dedicata esclusivamente a mantenere il dominio sulla natura suggeriscono che, al di l dell'apparenza esterna delle cose, dietro "le montagne ammantate di nuvole" e lo stesso immenso mondo, egli percepisce l'esistenza di una qualche spirituale, eterna realt. Shakespeare, forse, strabuzzerebbe gli occhi dallo stupore a udire questa interpretazione della sua opera; ma le sue parole son l, abbastanza esplicite, a legittimare questa idea.

56. Il suo pessimismo, filosofia della disillusione

Una filosofia non mai completa, se non coronata da un sistema etico: l'ultimo scopo della saggezza dell'uomo morale. Abbiamo visto, per Prospero, a che cosa mirino le sue regole pratiche di moralit (paragrafi da 47 a 54): ad esprimere, cio, una norma di condotta, non gi alla ricerca dell'intimo senso della vita.

Qual , allora, l'atteggiamento di Prospero verso la vita? Non , come ci si potrebbe attendere, il pessimismo buddista di Schopenhauer, basato esclusivamente sulla filosofia della disillusione. Prospero sembra curarsi poco di questa parola; la mente sua ha travalicato gli angusti confini del nostro universo ed egli mostra una sorta di generale indifferenza verso le soddisfazioni che esso pu offrire. La stessa perdita del suo ducato non gli pesa poi nel profondo, n lo rallegra eccessivamente il suo riacquisto; ha raggiunto un punto in cui anche la sua magia gli indifferente, ed egli getta via da s il magico manto.

Una cosa, vero, lo tocca pi di tutte, ed la felicit di sua figlia; per questo che egli ha chiamato a raccolta tutta la sua energia. Ma - osserva il dr. Garret(92) - si ha l'impressione che, seppur fallissero i piani da lui imbastiti a questo fine, "la sua vita non se ne troverebbe amareggiata pi di tanto". Il Gran Maestro dell'illusione, come era da attendersi, ha scartato tutte le illusioni gettandole via dalla sua mente, guarda tranquillo gli uomini come esseri portati via dalle loro passioni, preda di qualche idea, spesso idea fissa. Se c' qualcosa che ci fa sentir lontani da Prospero non l'infinito potere della sua magia, ma l'infinita altezza del suo pensare. "Come bella l'umanit! O meraviglioso nuovo mondo!" - l'ottimistica giovanile esclamazione di Miranda, emblematica rappresentante dei mortali che trovano un naturale diletto nella vita.

"Nuovo solo per te" - la pessimistica risposta di Prospero, maestro dell'esperienza di quella vita. Se l'esperienza della vita contro la vita, meglio che restiamo sordi alla voce dell'esperienza e alla risposta di Prospero.(93)

57. Il poeta-sognatore

Ma Prospero, per sua natura, un sognatore, e non pu vedere della vita il lato pratico. Il sognatore una presenza tipica del dramma shakespeariano; dove, in generale, chi vince l'uomo d'azione. Ma ci non dice necessariamente che il tipo dell'uomo d'azione sia l'ideale di Shakespeare. Uomo d'azione stato egli stesso, nel senso che ha condotto una vita particolarmente attiva, e si pu dire che abbia avuto successo. Ma gli uomini che egli ammira sono "gli spiriti sottili, pi raffinati" come gli Amleto, i Bruto e i Prospero.(94) C' un filo conduttore di disillusione che corre lungo tutti i lavori di Shakespeare e che comincia, forse, con la tristezza di Antonio:

"Perch son cos triste, non lo so..."(95)

e con quella, appartenente allo stesso periodo creativo del poeta, di Jacopo il Melanconico, il quale conclude il suo famoso "Tutto il mondo un palcoscenico" con un pensiero sull'assoluta vacuit della vita umana: il settimo stadio della vita dell'uomo, l'ultima scena della sua esistenza

" quella detta la seconda infanzia,

l'et del puro oblio: senza pi denti,

senz'occhi, senza gusto, senza nulla."(96)

Poi viene il carattere di Bruto, privo di senso pratico, carico di idealismo e di "gentilezza", l'opposto dell'ambizioso Cassio. E anche nel periodo della grande creazione poetica di Shakespeare, quando dipinge Amleto e Macbeth, facile discernere molte linee in cui tracciato questo generale sentimento della vanit della vita. Quando Macbeth, gi col cuore malato, apprende la morte di Lady Macbeth, prorompe in una serie di amare esclamazioni in cui si esprime tutto il suo senso di stanchezza della vita:

"...e tutti i nostri ieri saran valsi

a rischiarare il cammino dei pazzi

verso la loro morte polverosa.

Basta, breve candela, basta, spegniti!

La vita solo un'ombra che cammina;

un povero attorello

che s'atteggia di sopra a un palcoscenico

per il tempo assegnato alla sua parte,

e poi di lui nessuno udr pi nulla;

un racconto narrato da un'idiota,

pieno di grida, strepiti, furori

che non significano proprio niente."(97)

A questa filosofia della vita Amleto dar poi il tocco finale: egli chiude insieme con Prospero, la lista dei "sognatori" di Shakespeare. Quando si accertato che suo padre stato assassinato da Claudio, il "sognatore" Amleto, per tre atti, temporeggia e non cessa di interrogarsi "perch la coscienza ci fa tutti vili".

58. Sognatore, ma anche uomo d'azione

Prospero appartiene alla generazione dei Bruto e degli Amleto; come questi, si interroga su quanto valga il vivere su questa terra, e giunge fino a trasformare in mito la metafora "vita uguale illusione", che era stata gi di Jacopo il Melanconico di "Come vi piaccia" e di Macbeth (e ancor prima di Platone); e, dopo aver allestito, con l'aiuto dei suoi spiriti, una pantomima, paragona a questa il mondo: il quale "svanir nell'aria come l'edificio senza fondamenta di questa visione".

Perci la vita, per Prospero, non che illusione, come lo stata per Jacopo e per Amleto. Ma la sua saggezza non s'arresta l, va pi lontano: egli ha scoperto che l'"Aurea Norma" non esiste, e perci rivaluta i valori umani. Sono questi, ai suoi occhi, la vera realt; e se pur l'azione non gli congeniale, come non lo era per Amleto, Prospero ha in pi l'esperienza di vita, la quale gli ha insegnato che l'azione un dovere dell'uomo, e che trascurare di perseguire i fini mondiali peccato: glielo hanno insegnato i dodici anni di solitudine vissuti nell'isola. Malgrado la stanchezza dell'et e dei trascorsi affanni, egli forza la sua volont ad agire.

I primi "idealisti" shakespeariani erano inclini a tenere in spregio l'azione, come vil cosa, non adatta all'uomo di intelletto: in Prospero, l'azione ha posto non meno che il pensiero. questo, molto probabilmente, l'ideale di vita dell'ultimo Shakespeare, e Prospero riassume forse la sua idea dell'uomo d'azione: Enrico V, pur incline all'azione per natura, non cessa mai d'interrogarsi sul significato della propria esistenza; Amleto, in un continuo alternarsi di pause e di riflessioni, si sottrae all'azione; Prospero, pur conservando il dignitoso atteggiamento del puro idealista, agisce, e con successo, perch ha imparato ad essere uomo d'azione. L'amore per l'umanit sentimento necessario nell'uomo d'azione, e Prospero, superata la fase della disperata misantropia di Timone di Atene e di Tersite, crede nei destini dell'umanit, e guarda fiducioso al futuro.

59. La sua concezione del "sociale"

Questo atteggiamento verso l'umanit determina la filosofia politica di Prospero, la sua visione della societ. Nel capitolo II abbiamo analizzato il comportamento di Prospero-Duca; ora possiamo definire meglio il personaggio e dire che la sua concezione della societ non anarchica. Gli abitanti dell'isola, prima del naufragio, formano gi quello che il primo nucleo di una societ, la famiglia, col padre, lui, Prospero, la figlia, Miranda, il servo, Calibano. L'autorit esercitata dal padre, l'obbedienza dalla figlia; il servo addetto ai lavori materiali, ai quali deve attendere senza recalcitranze o mugugni. L'anarchia, nella "Tempesta" c', ma presentata come forza aberrante della societ, contraria al senso della realt. La forma pi rozza di anarchia quella rappresentata dal trio Stefano-Trinculo-Calibano, i quali formano, per cos dire (per lo spazio di un'ora) un "reame anarchico": dove c' il re, che si proclama tale da un momento all'altro, e Calibano che, in preda alla follia, canta un inno alla libert. Il risultato il servaggio di tutti: tutti e tre sono preda dei pi bassi loro istinti, e cos cadono in potere di Prospero, il sovrano di un'isola organizzata.

L'altra forma di societ anarchica lo Stato-Utopia idealizzato da Gonzalo "se fosse il re dell'isola". Shakespeare non vede di malocchio la societ presentata da Gonzalo; lo prova il fatto che la mette in bocca a uno dei personaggi pi graditi, mentre i malvagi lo deridono. Solo che non la ritiene applicabile: tanto da far dire, allo stesso Gonzalo, che egli, Gonzalo, fonderebbe una siffatta societ "se dovesse colonizzare l'isola". una visione arcadica, da non mettere in pratica, enunciata volutamente al condizionale, dal principio alla fine.

Tra questi due estremi, e da essi ben distinta, sta la filosofia sociale di Prospero: uno Stato con poteri costituiti, con le sue istituzioni (il matrimonio, la famiglia), la gerarchia delle funzioni, con alla base il servizio domestico, e al vertice, con il consenso della Divina Provvidenza, un saggio governante, libero dalla folla irrazionale e dalle selvagge speculazioni di uno smoderato idealismo.

60. Originalit della concezione shakespeariana

A conclusione del nostro studio del Prospero-uomo, non possiamo non porre in evidenza la sua originalit. Nel teatro, e specialmente nel dramma elisabettiano, l'ottica del palcoscenico richiede concezioni lineari, figure suscettibili d'essere contenute in una formula, situazioni in cui sono in gioco uno, o al massimo due problemi. Non ci si pu attendere dagli spettatori che abbiano a considerare, in un solo istante - la dizione dell'attore e il volgere dell'azione scenica - le infinite sottigliezze che pu offrire un narratore in centinaia di pagine contenenti, oltre al dialogo dei protagonisti, analisi interiori, digressioni narrative, minuterie descrittive. Il teatro tra le prime e pi tradizionali forme d'arte proprio perch resta conchiuso nello spazio e nei vecchi artifici del palcoscenico: "protasi", unit d'azione, monologhi, segrete consultazioni, lettere aperte indebitamente, malintesi, colpi di scena, ecc. Le risorse del drammaturgo sono poche, ed egli si trova costretto ad operare nelle stesse condizioni tecniche dei suoi predecessori. Da qui le ripetizioni dei temi e delle situazioni nella storia del dramma. Se, com' avvenuto per il cinema, il palcoscenico cambia, la tecnica subisce una rivoluzione.

La commedia tradizionale mette in scena miserabili, giovani in preda agli eccessi della lor giovane follia, becchi, vecchi genitori barbogi, ragazze travestite da uomo, ubriaconi; la tragedia, a sua volta, presenta le passioni in tutte le loro forme: amore, gelosia, ambizione, patriottismo, fervore religioso: tutte affezioni, le une e le altre, che promanano dal cuore. Con la figura di Prospero, Shakespeare riesce ad attrarre l'interesse dello spettatore verso un uomo avanti nell'et, la cui personalit centrata non intorno al Cuore, ma intorno alla Mente.

"La Tempesta" un banchetto intellettuale di idee; l'idillio e la cospirazione ne sono solo il sottofondo. La vera novit della creazione shakespeariana risiede nella figura del saggio-mago. Le difficolt tecniche per farlo muovere erano, come abbiamo detto, innumerevoli, perch il palcoscenico indicato soprattutto per l'inter-gioco delle passioni, non per quello di un sistema di pensiero: bisognava presentare la saggezza di Prospero attraverso le sue azioni. E questo quello che fa il poeta. Se volessimo definire Prospero con una parola, non potremmo usare nessun termine tipico della critica teatrale, come "un mago", o "un principe", o "un padre": dovremmo riferirci alla saggezza della sua concezione della vita, prendendo a prestito, magari, un'espressione di Woodsworth, e dire che egli "echeggia la costante, triste musica dell'umanit" ("the still, sad music of humanity"); oppure "che ha guardato alla vita imperturbabilmente, e l'ha vista tutta per intero"; o anche, usando l'epiteto applicato da Platone al filosofo ideale, che egli "sinottico", non ha delusioni perch sa vedere tutti i multiformi aspetti della vita.

Qui la grande originalit di Shakespeare: nell'essere riuscito a dar vita a un personaggio drammatico che soprattutto "Mente".

CAPITOLO IV

PROSPERO SHAKESPEARE?

61. Una identificazione "impressionistica"

Sin dagli inizi, certa critica ha creduto di ravvisare nel personaggio di Prospero una figura simbolica rappresentante lo stesso poeta, alla maniera di Goethe nel suo Secondo Faust o di Milton nel suo Sansone. La tesi ha un certo fascino, ed stata per lungo tempo confortata da largo consenso. Non insolito sentir menzionare Shakespeare come "Prospero" o come "il Grande Mago", volendosi indicare, con tali metafore, che il poeta, nello scrivere "La Tempesta" ha inteso fare il ritratto di se stesso. "La Tempesta", si argoment, virtualmente, se non letterariamente, l'ultimo suo lavoro; e questa sarebbe la ragione che indusse Heminge e Cordell a porla in testa agli altri lavori pubblicati nell'in-folio, essendo essa ancora fresca nella mente del pubblico.

La pi audace difesa di questa tesi forse quella fatta da Emile Montgut in un articolo apparso sulla "Revue des Deux Mondes"(98). Egli comincia col citare l'addio di Prospero agli Elfi, portato comunemente come argomento a sostegno di quella tesi. quello, infatti, l'unico passo citato, con qualche coerenza, a sostegno dell'opinione che l'autore fosse consapevole di una qualche rassomiglianza della sua persona con la sua creazione. Il Montgut perci continua:

"Prospero sembra che usi la parola "ore" come decenni della vita umana, e Shakespeare aveva gi passata la mezza stagione, o l'estate della sua vita. Quando Ariele canta che se ne voler felice "dopo l'estate", dobbiamo intendere non l'estate dell'anno, ma l'estate della vita, ad indicare che l'"ora" propizia al ritiro del genio alla fine di questa calda stagione, quando le sue ali possono distendersi nella piena luce del giorno."

Emile Montgut asserisce poi - piuttosto sconsideratamente - che l'isola incantata sulla quale Prospero/Shakespeare ha messo ordine con l'aiuto di Ariele (il suo genio) il palcoscenico elisabettiano. Appena vi ha messo piede, ha trovato Calibano.(99) "Perch non farsi arditi - soggiunge Montgut - fino a presumere che questo mostro, vicino alla natura, rozzo, brutale se pure sensibile alla poesia e alla musica... sia Marlowe?"

Pi cauti di lui, almeno in certe illazioni, sono altri sostenitori della stessa tesi, come il Dowden e il prof. Saintsbury(100); ma abbiamo portato quell'esempio perch tipico di certa poetica disinterpretazione del testo, dovuta ad uno sfrenato impressionismo. la stessa specie di ricerca che ha condotto ad altre grottesche identificazioni, come quella che ha visto in Prospero addirittura Giacomo I!

62. Critiche alla suddetta identificazione

La pi violenta reazione a siffatto metodo critico venuta dai critici della scuola storica.

"Il pi elaborato e suggestivo tentativo di ravvisare nei personaggi di Shakespeare il riflesso di fasi del suo sviluppo creativo - ha scritto il Boas (101) - stato fatto dal critico irlandese Edmard Dowden. Ma la tendenza della critica pi moderna nel complesso, quella di seguire altra rotta..."

Abbiamo gi menzionato i nomi dei proff. Schcking e Stoll che condividono la stessa opinione sull'argomento. Il primo insiste sul fatto che non possibile trovare, in nessuno dei lavori di Shakespeare, personaggi simbolici: i suoi spettri, ad esempio, contrariamente a quanto molti credono, non sono allucinazioni delle menti sconvolte dei personaggi; nessuno - egli scrive - al tempo di Shakespeare ha mai messo in dubbio la loro obiettivit, e non v' ragione di credere che l'autore abbia pensato diversamente dal suo pubblico. Schcking sostiene altres essere inverosimile che Shakespeare, con la "Tempesta" abbia voluto dare il suo commiato alla scena, dal momento che il "Racconto d'inverno" , di tutta evidenza, di data posteriore; senza parlare dei due lavori prodotti in collaborazione, il "Pericle" e l'"Enrico VIII".

63. Il prof. Stoll, dal canto suo(102), reca una serie di solidi argomenti per definire la personalit del poeta. Altri critici hanno costruito in proposito soltanto castelli in aria, fondandosi sulla dozzina di fatti della sua vita ritenuti per certi: Stoll fonda la sua conoscenza della personalit di Shakespeare su quella che pu definirsi una prova "a contrario". Egli afferma che l'unico dato certo che abbiamo su Shakespeare, che non abbiamo niente. Shakespeare era un uomo incurante della fama e della popolarit, desideroso, verosimilmente, di restare sconosciuto: una personalit sfuggente, "tutta immersa nel mondo della creazione", come Keats dice che debbono essere i poeti. questa la vera dote richiesta ad un drammaturgo e ad un attore, ed la ragione per cui Shakespeare era particolarmente dotato per il palcoscenico. Non solo egli non ha lasciato che pochissime tracce della sua attivit, a Londra come a Stratford, ma si guardato dal trasfondere le sue idee nei suoi lavori teatrali, o nei suoi sonetti.

"Definire il suo carattere, le sue preferenze, le sue convinzioni estremamente difficile... Egli non un fazioso, non un satirico, non un riformista, non un propagandista di alcun credo: lascia andare il mondo come va, non ha parole di simpatia o antipatia per nessuno, n per i Purit n per gli affamati invasori scozzesi, n per i truculenti e turbolenti irlandesi; non ha sorrisi di scherno per le mode del tempo, come l'annusar tabacco, lo stuzzicarsi i denti e altro; non ha implicazioni in affari di chiesa o di governo; non ha niente da dire, direttamente o indirettamente, sugli spagnoli o sui cattolici, sul commercio dei titoli, sui monopoli, o sul conflitto, che allora cominciava a nascere, tra il trono e il popolo; non ha opinioni riguardo all'Irlanda, non ha curiosit riguardo all'America..."(103)

Questo dunque l'uomo Shakespeare: uno che scrive di teatro "obiettivamente", tenendosi volutamente lontano dall'immedesimarsi nelle sue creature. In questa condizione, come pensabile che egli celebri da s l'altezza della sua arte, o che ambisca raffigurare se stesso sulla scena come il padrone del mondo, con addosso qualcosa di divino? Se si riflette a tanto, le tesi del Montgut appaiono abbastanza ridicole; ed estremamente improbabile l'ipotesi che Shakespeare abbia voluto raffigurarsi in Prospero.

64. L'uomo-Shakespeare migliore dell'uomo-Prospero

Che risposta dare dunque alla domanda se Prospero sia o no Shakespeare? Da parte nostra, riteniamo del tutto improbabile che il poeta abbia voluto impersonarsi nel Grande Saggio. Resta comunque il diritto di ciascuno alla propria interpretazione; e non si pu negare che nella "qualit del clima" dell'isola incantata ci sia qualcosa che suggerisca alla mente, anche se non esplicitamente, il simbolismo: nell'armonia dell'insieme, nel gioco delle simmetrie e dei contrasti, lo spirito critico pu ravvisare relazioni astratte che possono servire da simboli. I lineamenti dei personaggi sono indistinti, suscettibili perci di ampia interpretazione. Quello di Prospero partecipa anch'esso di questa generale impressione, sicch qualche passo del suo parlare, come quelli del V atto (tratti da Ovidio) si presta ad essere collegato con fatti della vita dell'autore. Ed forse vero che Prospero una parte di Shakespeare, un aspetto della sua personalit; la quale per molto pi complessa: Shakespeare molto pi di Prospero, perch anche Amleto, Timone, Falstaff e molti altri; in ciascuno di questi personaggi udiamo la sua voce. Egli non nessuno di loro, e tutti insieme.(104)

Quanto a noi, se fossimo richiesti della nostra opinione, non esiteremmo a dire che Shakespeare migliore di Prospero. Nella nostra mente la figura del "gentle" Shakespeare, seminascosta all'ombra di un angolo, la figura di un uomo maturo e pieno di equilibrio, morto nel pieno dell'et, diverso dal suo amico Jonson, i cui ultimi lavori sono stati definiti "parti di una mente squilibrata". E allora Prospero appare, sotto molti aspetti, il suo contrario; giacch Prospero vecchio, mostra segni di decadimento fisico; irritabile oltre i limiti della semplice impazienza (Ariele gli dice: "Avevo paura di irritarti")(105); sempre al centro della scena e si mostra in piena luce; e infine, come abbiamo notato, manca assolutamente di senso dell'"Humor": come una poesia didascalica, ben lontano da quello che Shakespeare.

A noi piace pensare a Shakespeare come ad un "fanciullo fantasioso", mentre Prospero, per dirla con Anatole France,

"non interpreta i fenomeni cosmici con l'aiuto della fantasia e del sentimento. Egli non crede che alla scienza. Calibano ha tutta un'altra fede: sua madre Sicorace era una strega. Ed ci di cui n Ariele n Prospero vogliono tener conto... Pensate come pittoresco Cetebo, come colpisce l'occhio, piantato l come un palo e tutto maculato di vermiglio e di azzurro... sicuro Prospero che Cetebo non sia il vero dio?..."(106)

65. "La Tempesta", una sinfonia da interpretare

Prospero, dunque, per noi, non Shakespeare, e viceversa. Ma non abbiamo comunque la pretesa di formalizzarci in questa posizione negativa e di negare "a priori" alcun credito ad altra credenza. Un lavoro come "La Tempesta" come una sinfonia, e giustifica ogni interpretazione. Il lettore moderno, in questa nostra et della scienza, si sente trasportato verso tutto ci che gli sembra obiettivo; perci la sua interpretazione preferita sar quella obiettiva. Ma noi dimentichiamo troppo facilmente che la nostra epoca solo un'epoca della storia umana; vediamo gli errori dei tempi passati e siamo ciechi ai nostri. dunque concepibile che la nostra ricerca di obiettivit possa sembrare erronea ai critici delle et future.

Comunque sia, attribuire a Shakespeare la stessa mente di Prospero non sminuire l'uomo-Shakespeare? "La Tempesta" un lavoro di respiro cosmico, e la sua fine precorre la fine ultima, la grande vittoria finale del Sonno e della Morte. L'uomo-Shakespeare sfugge ad ogni sforzo di scoprirne la personalit. Forse che Eschilo o Omero parlano di loro stessi? Ed era forse costume dei drammaturghi elisabettiani parlare di se stessi? Avremmo volentieri visto il grande Goethe meno prodigo dei suoi sorrisi, delle sue lettere, delle sue interviste. Milton ha dipinto se stesso nei tratti di Sansone, ma c' da domandarsi se il suo "Samson Agonistes" non possa sembrare pi bello ad un lettore che non abbia mai saputo chi ne sia l'autore.

Perch non guardare a Prospero come a un uomo di profonda saggezza, gi vicino alla tomba e pieno di un sentimento di universale carit? Solo in questa misura possiamo dire che egli un ritratto artistico di Shakespeare, o almeno dello Shakespeare che a noi piace immaginare.

CONCLUSIONE

66. Prospero: una creazione della fantasia poetica, e niente altro che questo

Nelle ultime fasi dello sviluppo del suo genio drammatico la facolt di Shakespeare di tratteggiare i personaggi sub un radicale cambiamento. Il periodo che va dal "Mercante di Venezia" al "Coriolano" come una opulenta galleria di ritratti, una galassia di figure:

"per almeno un decennio Shakespeare ha lavorato con l'energia dinamica di una forza della natura".(107)

Prima di allora, personaggi come Silvia, Giulia, Demetrio, Lisandro e la stessa Giulietta col suo Romeo sono "avvolti d'ombra"; i re e i signori dei primi lavori storici sono scarsamente identificabili. Verso la fine della sua carriera, Shakespeare mostra meno realismo nella tipizzazione delle sue creature: la fantasia ha il sopravvento sull'osservazione; Ferdinando, Postumo, Perdita, Miranda sono, in qualche misura, astratti, idealizzati. Prospero appartiene a questo terzo episodio creativo. Non possiamo dire che Shakespeare l'abbia tratto dall'osservazione della vita: non ci aspetteremmo mai d'incontrare un Prospero per la strada, cos come non ci aspettiamo un Falstaff, un Macbeth, una Desdemona.

Pi di tutti gli altri personaggi shakespeariani, Prospero una creazione di pura fantasia. Molto del suo fascino risiede nel fatto che, al culmine dell'azione drammatica, Shakespeare gli mette in bocca una professione di fede trascendentale, tratta dal "Diario" del conte William Alexander Stirling; e altres che, rubando da Ovidio e abbellendo a suo modo, profonde in lui accenti musicali di mitologica poesia, quando Prospero sta per scoprire e vanificare il complotto ordito contro di lui dai tre balordi.

67. Tutto ci ci induce a concludere che "La Tempesta", pi di tutti gli altri lavori di Shakespeare, solo poesia; e Prospero, tolto dal suo contesto, non ha pi significato di quanto abbia Belfebe, se lo togliamo dal contesto della "Feerie Queene". Supponiamo che Prospero esca fuori dalla "Tempesta", e lo vedremo dileguarsi nell'aria. Robinson Crusoe perde ogni realt dopo che ha lasciato l'isola; cos Prospero, se tratto fuori dal poema. Sarebbe come immaginare una Monna Lisa priva di quel suo lontano, acquoreo sfondo di rocce e rivoletti. Il poema nel suo intero lo sfondo su cui si erge il ritratto di Prospero; i suoi pensieri, i suoi sentimenti sono continuamente riflessi dal resto del lavoro, che ce li "estende" anche al di l della sua stessa intenzione. Come mago, egli circondato dalla stessa magia dell'isola. Ariele "aderisce" magicamente al suo pensiero; la cospirazione serve a collaudare la sua qualit di principe. Infine, i suoi pensieri sono condivisi da altri personaggi del dramma: Gonzalo d voce alle idee di Prospero quando paragona il Sonno alla Morte, o quando esclama:

"...O di benigni,

abbassate lo sguardo sulla terra

e fate piovere su questa coppia

una corona di benedizioni..."(108)

L'impressione generale dunque quella di una appropriata, armonica consonanza tra Prospero, il mago immaginifico, e gli immaginari accadimenti dell'Isola Incantata.

FINE

(1) "Or we run ourselves aground": "to run aground" non - come vedo tradotto altrove - "arenarsi", "andare in secco", o addirittura "andare di traverso", ma semplicemente "andare a fondo" ("to the bottom of the sea"). I personaggi a bordo di questa nave, in mezzo alla tempesta in alto mare, non temono di andare in secca - che sarebbe, in certo modo, la salvezza - ma di perire annegati.

(2) Allusione ad un vecchio proverbio inglese, secondo il quale "chi nato per la forca non muore annegato". Cfr. anche il detto "To have gallows on one's face": "avere la forca in faccia", "avere l'aspetto di uno predestinato ad essere impiccato".

(3) Cio il cordame che abbiamo a bordo, sineddoche per tutta la nave.

(4) "What, must our mouths be cold?": "Che! Le nostre bocche debbono finire gelate?". Qui qualche testo ha la didascalia: "Estrae la bottiglia e beve"; che forse in tono con l'azione scenica. Nella marineria inglese si diceva che quando i marinai sono in difficolt in mare, si danno al bere.

(5) Antonio d del pirata al capo nocchiero; i pirati, in Inghilterra, erano condannati alla forca, installata sulla riva del mare, all'altezza del limite della bassa marea, e dovevano restarvi appesi per il tempo di tre maree; per Antonio, il capo nocchiero dovrebbe restarcene per il tempo di dieci.

(6) Miranda sa che il padre possiede magici poteri.

(7) "Overpriz'd all popular rate": "superarono ogni stima popolare". Per "rate" nel senso di "estimation", v. anche pi sotto, II, 1, 103: "And in my rate, she too...".

(8) Il proverbio inglese di cui riferimento : "Un genitore superiore alla media ha spesso un figlio inferiore alla media, in proporzione".

(9) "Would cure deafness": "curerebbe la sordit".

(10) Se non una distrazione del copione, la conferma che Shakespeare - come ha notato il Dover Wilson (J. Dover Wilson, "New Cambridge Shakespeare", Cambridge 1921-66) - di geografia ne mangiava poca. Tra l'altro, era convinto che a Milano vi fosse il mare, se anche ne "I Due Gentiluomini di Verona" fa imbarcare Valentino da Verona per raggiungere Milano via acqua.

(11) Non nel testo.

(12) Cio il punto pi alto della parabola ascendente, il culmine della buona sorte.

(13) "At least two glasses": cio, in questo caso, due ore; la clessidra nautica era normalmente costituita da due recipienti di vetro in cui la sabbia, nello scorrere dall'una all'altro, impiegava mezz'ora ("half-hour glass"). La vicenda della "Tempesta" si svolge dalle due alle sei del pomeriggio.

(14) Il testo ha: "Once in a month", "Una volta al mese".

(15) Testo: "Terrible to enter human hearing"; "troppo terribile perch orecchio umano possa udirne".

(16) "The blue-eyed hag": si credeva che le occhiaie livide nella donna fossero segno di gravidanza.

(17) Non nel testo.

(18) "Be subject to no sight cut thine and mine; invisible to every eyeball else"; letteralm.: "da non essere soggetta ad altra vista che la tua e la mia, restando invisibile ad ogni altra pupilla".

(19) "I must eat my dinner": passo controverso; molti lo intendono nel senso che Calibano reclami il suo pasto, non si sa se pranzo o cena (tutta l'azione del dramma si svolge, come si sa, nel pomeriggio); altri, pi correttamente, intendono semplicemente che Calibano, sentendosi impotente dinanzi alla minaccia di Prospero, dica: "Devo inghiottire il boccone, che del resto il mio pasto quotidiano". Il che coerente con l'"I must obey" del v. 372 pi sotto, dove lo stesso Calibano spiega perch costretto ad obbedire, suo malgrado, agli ordini di Prospero.

(20) "Thou strok'st me": la forma attiva dell'espressione idiomatica "to be struck on someone", "esser preso d'affetto per qualcuno" (normalmente dell'altro sesso).

(21) "(Thou)... has deserved more than a prison": letteralm.: "Tu hai meritato pi che una prigione" (per la tua vile e perversa natura). Questa tirata di Prospero da molte edizioni assegnata a Miranda, perch cos figura nell'in-folio; ma l'attribuzione a Prospero chiaramente suggerita da tutto il resto del dialogo tra i due.

(22) "Strutting": nello stesso senso cfr. "Amleto", II, 1, 31: "... so strutted and bollowed...".

(23) Parafrasi poetica per "le tue palpebre". La battuta farebbe intendere che Miranda sia ancora insonnolita; il che giustificherebbe ulteriormente l'attribuzione a Prospero della sua precedente invettiva contro Calibano.

(24) Di questo personaggio, figlio dell'usurpatore Antonio, non c' pi traccia nel dramma.

(25) "Giovanotto" non nel testo.

(26) "Come dici" non nel testo.

(27) "He's gentle, and not fearful": "fearful" sta qui nel senso di "not to be feared", "da non esser temuto".

(28) Senso: un mio inferiore (il mio piede) deve atteggiarsi a mio precettore? Il rimprovero rivolto, chiaramente, a Miranda, che Prospero considera suo "piede".

(29) "A dollar": Sebastian, per prendersi gioco di Gonzalo, gioca sull'omofonia di "dolour", "dolore", che era la parola che quello stava per pronunciare quand'egli l'ha interrotto, e "dollar", "dollaro". Il "quibble" doveva far ridere il pubblico; specie perch Gonzalo non se n' nemmeno accorto.

(30) Antonio ha vinto la scommessa, perch il primo a "cantare" stato il gallo pi giovane, Adriano, e poich la posta era una grossa risata, Sebastian gliela paga, ridendo forte.

(31) Si gioca sulla parola "temperanza" ("temperance"), che Adriano intende come quella del clima, mentre Antonio finge di intendere la temperanza "virt", una delle pi rigorosamente osservate dai puritani, che davano spesso questo nome alle loro figlie. I sarcasmi verso le bigotterie puritane sono frequenti in Shakespeare.

(32) "His word is more than miraculous arp": l'"arpa miracolosa" evocata da Antonio quella del mitologico eroe greco Anfione, figlio di Giove e di Antiope, a lui donata da Apollo, in verit una cetra (all'epoca l'arpa non si conosceva); egli ne traeva suoni cos dolci da muovere i sassi, sicch con essi riusc ad edificare senza alcuno sforzo le grandiose mura di Tebe (cfr. Dante, Inferno, XXXII, 10-11: "Ma quelle donne (le Muse, divinit del canto e della danza, condotte da Apollo) aiutino il mio verso / che aiutaro Anfione a chiuder Tebe".

(33) Queste due battute sono controverse. La prima attribuita generalmente a Gonzalo: la grafia dell'"in-folio" ha un "I", invece dell'ormai pacifico "Ay", che potrebbe corrispondere al pronome "Io", ma senza punto interrogativo, che tutti i curatori hanno giudicato necessario per dare un senso all'"Ay..." di Gonzalo. Ma le due successive battute di Antonio e dello stesso Gonzalo suggerirebbero l'attribuzione di quell'"Ay..." ad Alonso, come segno del suo risvegliarsi dai dolorosi pensieri in cui era immerso (tra l'altro non sa se suo figlio Ferdinando vivo o no), e del suo rientro nel dialogo. Mi sono attenuto a questa interpretazione.

(34) Giova ricordare che la "tempesta" del titolo del dramma quella che ha colto la nave del re di Napoli in navigazione verso una meta non indicata, come non indicata geograficamente l'isola cui i naufraghi approdano. L'incertezza dei luoghi e dello scopo del viaggio fa parte dell'atmosfera di mistero e di magia che avvolge tutto il lavoro. Sebastian certo di poter portare indietro se stesso e i compagni approdati nell'isola meno il principe Ferdinando, che crede morto annegato, ma non altrettanto certo che il resto della flotta si sia salvato.

(35) Si capisce che allude al figlio.

(36) "What might, worthy Sebastian... O, what might?": "Might" qui "idea", "intenzione"; nello stesso senso cfr. "Sogno di una notte di mezza estate" V, 1, 91-92: "Noble respect / takes it in might not in merit" = "in the intention, not in the performance".

(37) "Most often do so near the bottom run": "the bottom run" termine della nautica ed indica quella parte bassa dello scafo che collega le ossature dei due fianchi dello stesso, e sale verso l'alto restringendosi.

(38) In molti testi - compreso l'Alexander - questa battuta attribuita al re; ma il nesso del discorso e dell'azione scenica suggeriscono di darla a Gonzalo; il che sarebbe avvalorato dal seguente: "vi ho svegliato..." dello stesso Gonzalo al re, con quel che segue.

(39) Nei primi anni delle conquiste inglesi in America (dopo il 1497) venivano portati in Inghilterra, ed ivi esposti al pubblico, a pagamento, molti indiani pellerossa, che, poi, difficilmente sopravvivevano.

(40) "La birra fa parlare anche i gatti" diceva un proverbio. Stefano sicuro che il vino abbia lo stesso effetto.

(41) Allusione ad un antico proverbio scozzese: "Chi mangia col diavolo ha bisogno d'un cucchiaio col manico lungo".

(42) Questa frase di Stefano lascia intendere che Trinculo, in segno d'allegria, l'abbia abbracciato, e si sia messo a fare con lui giravolte, come per un passo di danza.

(43) "My stomach is not constant": cio potrebbe ancora dar fuori (come ha fatto, verosimilmente, per il mal di mare durante la recente burrasca).

(44) Nella fantasia popolare, la personificazione della luna ("L'Uomo della Luna") era un uomo con una lanterna accesa in mano e un fascio di sterpi sotto il braccio. Questa figura si credeva di scorgere sulla faccia della luna piena. Ma al tempo di Shakespeare s'indicava per "man in the moon" qualunque Tizio che dovesse fare qualcosa, specialmente d'illecito, ed in tal senso l'espressione usata sopra da Antonio, II, 1, 254, quando dice a Sebastian che nemmeno "l'uomo della luna" sarebbe abbastanza veloce da recare notizie da Napoli a Tunisi. L'"uomo della luna" anche un personaggio dell'Interludio del "Sogno d'una notte di mezza estate".

(45) Testo: "Before I shall discharge what I must strive to do", "prima ch'io abbia esaurito il compito che devo sforzarmi di eseguire".

(46) Per lui, Prospero, l'innamoramento tra i due l'effetto scontato dei suoi incantesimi. Si vedr pi sotto che la troppo facile riuscita dell'incantamento, non che compiacerlo, come dice adesso, lo preoccuper: Miranda troppo innocente ed ingenua per non aver bisogno di esser protetta dalle sofferenze che pu procurarle questo "amore a prima vista".

(47) Gli altri due sono quelli che Trinculo ha sentito nominare prima da Calibano, cio la padrona di questi e il di lei padre.

(48) Stefano vuol dire che il mostro Calibano s' chiuso in un ostinato silenzio; pi sotto lo inciter a parlare.

(49) "Su quest'isola" non nel testo.

(50) "Quibble" sul significato delle parole "standard" e "stand". Stefano dice: "Tu sarai il mio portabandiera" ("Standard" per "standard bearer"). Trinculo spezza in due la parola, fingendo di intendere "stand hard", "stare in piedi a malapena".

(51) "T'impicco" non nel testo, che ha solo: "If you prove a mutineer... the next tree". Stefano si sente capo dello Stato dell'isola e, come il capitano d'una nave, dove gli ammutinati venivano impiccati all'albero maestro, minaccia d'impiccare "al prossimo albero" chi gli disubbidisce, come Trinculo.

(52) Il testo ha: "thought is free", "il pensiero libero". "A uffa" la forma napoletana (Stefano napoletano) per dire "liberamente", "a macca", "senza spese".

(53) Cio l'intervento di Ariele, che ha dato la sveglia a Gonzalo, e questi ad Alonso.

(54) "Delle stranezze che vediamo intorno" non nel testo, che ha soltanto: "Sir, you need not fear"; ma l'aggiunta necessaria, per evitare di riferire la paura del re al mangiare, non ai fenomeni strani che stanno accadendo: a questi si riferisce, in realt, Gonzalo.

(55) Era costume dell'epoca che, prima d'intraprendere un viaggio in terra sconosciuta, si depositasse, presso appositi assicuratori, una certa somma, che veniva persa in caso di mancato ritorno, ma che si riceveva quintuplicata se il viaggiatore, al ritorno, dimostrasse d'aver raggiunto la meta indicata.

(56) Il mondo per Ariele, spirito aereo, "basso".

(57) Testo: "A grace it had, devoring": "devoring" qui usato - come mai altrove in Shakespeare - nel senso figurativo passivo di "lasciarsi divorare (dagli sguardi, dalle simpatie)". Cfr, in analogo senso il "With eager eyes devouring... the breathing figures of Corinthians" dal "All for Love" di Dryden. Chi ha inteso che quel "devoring" si riferisse alle vivande ha dimenticato che Ariele di vivande non ne ha "divorata" nessuna.

(58) Senso: se mai dovessi possedere Miranda prima delle nozze (rubando a quel giorno il suo "terso filo"), so che l'unione non sarebbe benedetta dal cielo, e diverrebbe tanto detestata da far sembrare i giorni e le notti vissute insieme troppo lunghi.

(59) Il testo ha "del mio fegato" ("of my liver"), l'organo che si riteneva la sede delle passioni dei sensi. Ma come tradurre in italiano "del mio fegato", senza rischiare di volgere in ridicolo un testo cos drammatico?

(60) Questo interludio epitalamico ha fatto pensare che "La Tempesta" fosse stata scritta da Shakespeare in occasione delle nozze della principessa Elisabetta, figlia di Giacomo I e di Anna di Danimarca, con Federico V, re di Boemia (1613). Studi successivi hanno accertato che il dramma venne invece rappresentato a corte due anni prima (novembre 1611) dalla compagnia dei "King's Men" cui Shakespeare apparteneva. La critica pi recente attribuisce lo spunto dell'opera alla curiosit che si aveva all'epoca pei resoconti dei viaggi avventurosi, accompagnati da naufragi e soggiorni in isole deserte, sulle rotte atlantiche aperte da Colombo, con cui Shakespeare deve aver mescolato, nel creare la figura di Calibano, la lettura dei saggi di Montaigne sui cannibali, pubblicati in inglese da Giovanni Florio nel 1613.

(61) Il pavone - con il cuculo e la capra - era l'animale sacro alla dea Era/Giunone.

(62) il mito di Persefone, la fanciulla figlia di Cerere/Demetra, rapita da Ade/Dite, con il consenso di Giove, mentre coglieva fiori in Sicilia con altre giovinette; ispiratrice dell'amoroso complotto fu Venere con suo figlio Cupido.

(63) Pafo - antico nome di Cipro - l'isola famosa per il culto di Venere, detta perci anche Pafia e Ciprigna.

(64) Imene, il dio che presiedeva alle nozze, era raffigurato con una torcia in mano, con la quale illuminava il cammino della sposa verso la casa dello sposo.

(65) Giunone e Cerere sono sorelle perch entrambe figlie di Crono e di Rea.

(66) Non nel testo.

(67) "Come, hang them on this line": sui vari significati della parola "line" che pu stare per "albero di tiglio" (come qui parso pi probabile), "corda per stendere i panni" ("clothes-line"), "linea dell'equatore" ("equinoctial line", con riferimento all'usanza di rapare i capelli a chi per la prima volta traversasse l'immaginaria linea dell'equatore), o anche "linea a piombo" ("plomb-line", con riferimento all'uso del filo e della livella, nel senso di "lavoro fatto a regola d'arte") sono basati i giochi di parole della scena che segue, nel dialogo tra Calibano, Trinculo e Stefano.

(68) Trinculo riecheggia qui la ballata di Jago, al II, 3, 82-90 dell'"Otello": "King Stephen was a worthy Peer...", dove si parla di un re chiamato Stefano, di sarti e di vestiti.

(69) Il testo ha, come detto, tutt'altro gioco di parole: "Ora che la casacca sotto la linea (dell'equatore; v. la nota sopra)... sta per perdere i capelli e diventare una casacca calva". Ma in italiano non ha nessun senso.

(70) "And time goes upright with his carriage": "E il tempo va in giusta direzione, con quello che ci pu comportare". "Carriage" qui nel senso di "meaning", come in "Amleto", I, 1, 94.

(71) La quercia, con l'ulivo, era l'albero sacro a Giove.

(72) "... and deeper than did ever plummet sound / I'll drown my books": distruggere i libri magici gesto simbolico per rinunciare al patto col mondo paranormale; cos anche Faust nel "Doctor Faust" di Marlowe, V, 1, 1982: "I'll burne my books".

(73) "That they devour their reason": "da divorarsi il proprio senno", "da rodersi il cervello" (Lodovici).

(74) Non nel testo.

(75) Testo: "Every man shift for all the rest, and let no man take care of himself": "che ciascuno si sbrogli per conto degli altri, e nessuno pensi solo a stesso". Ho tratto di peso il bell'endecasillabo, che sintetizza benissimo, mi pare, il concetto, dal Lodovici.

(76) Sic! nel testo inglese.

(77) Perifrasi per "gli occhi".

(78) Chi sia questa divinit invocata da Calibano, e ch'esso ha chiamato "il dio di mia madre", non si sa. Il Melchiori (Giorgio Melchiori, Shakespeare, Laterza, Bari, 1994, pag. 617) suggerisce che Shakespeare pu averlo tratto da una "History of Travaile" di Richard Eden (1577) dove si parla di Indie Occidentali che era allora il nome delle Americhe, e di un dio-demonio Setebos.

(79) Questa ultima battuta di Calibano, con la quale il personaggio esce di scena, considerata dalla critica pi recente una delle chiavi della interpretazione della "Tempesta" come allegoria autorappresentativa ed autocritica, da parte di Shakespeare, della propria opera letteraria. (V. in proposito la "Nota introduttiva").

(1) Le cifre si riferiscono alla numerazione dell'edizione Clarendon 1874 della "Tempesta", a cura di W. A. Wright.

(2) Citato dal Furness nel "Variorum Shakespeare"- (H. H. Furness, "A New Variorum Edition of Shakespeare", vol. IX, pagg. 77 e 354).

(3) Ved. E. B. Knobel & Robert Steele, in "Shakespeare's England", vol. I, cap. XV "Astronomy and Astrology". "Alchemy", pagg. 444-475. Il ritratto figura alla pag. 472 del vol. II.

(4) Cfr. E. Leguis, "Chaucer", pag. 205.

(5) "Non l'avrebbe fatto per meno di mille sterline", cfr. W. W. Skeat, "Chaucer - Complete Works", ediz. F. N. Robinson, 1933, rigo 1224.

(6) Auguste Prost, "La vie et les oeuvres de Cornelius Agrippa", (2 vol.), Parigi, Champion, 1881-82.

(7) Cfr. il capitolo sull'alchimia in E. B. Knobel & Robert Steel, op. cit., vol. II, pagg. 471-472.

(8) "Moyses was but a juggler, and that one Harriot can do more than hee", citato da Miss A. M. Clarke nell'articolo "Harriot" nel "D.N.B."

(9) Raymond Lebgue, "La tragdie rligieuse en France - 1514-1573", pag. 10 (Parigi, 1929).

(10) "Samuele", I, XXVIII, 7 e segg.

(11) Raymond Lebgue, op. cit., pag. 422.

(12) ibid., pag. 34.

(13) Introduzione, 11, v. 71-72.

(14) "Cambridge History of English Literature", vol. V, pag. 252.

(15) Ibidem, pag. 317.

(16) Il titolo completo suona: "Demonologia: contro la condannabile opinione di due principalmente del nostro tempo, uno dei quali, di nome Scott, un inglese, non si vergogna di negare pubblicamente, attraverso la stampa, che possa esistere qualcosa come la stregoneria; continuando cos l'errore dei Sadducei nel negare l'esistenza dello spirito" (citato da J. Dover Wilson in "What happens in Hamlet", 1935).

(17) Cfr. "Religio Medici", Golden Treasury, pp. 49-50.

(18) "The Fairie Queen", libro II, canto I, stanza 5.

(19) "...e m'avverte la mia antiveggenza

" che il mio zenith sotto il buon influsso

" d'una propizia stella, il cui favore..."

N.B. - Tutte le traduzioni italiane del testo sono tratte dalla traduzione di Goffredo Raponi.

(20) "Ecco, rimani oziosa l, mia arte!" (I, 2, 125).

(21) V. Skottowe, "Life of Shakespeare etc...", II, 315, citato da H. H. Furness in "Variorum Shakespeare", pag. 378.

(22) "...e che fatica mai ti pu costare

"se ti mando a pestare un po' di limo

"in fondo ai salsi abissi,

"o a volare sulle pungenti bore,

"o a calarti, per rendermi un servizio,

"nelle indurite vene della terra

"quando le brucia il gelo..."

(I, 2, 252-256)

(23) "Eccomi pronto ad ogni tuo volere,

"si tratti di volare, di nuotare,

"di buttarsi nel fuoco,

"di cavalcare le ricciute nuvole..."

(I, 2, 252-256)

(24) V, 1, 41-45.

(25) "Un grande mago una possente divinit".

(26) E. E. Stoll, "Shakespeare's Ghosts", in "Shakespeare Studies", 1927, The Macmillan Co., New York, pagg. 187-254.

(27) V, 1, vv. 33-58.

(28) Secondo il saggista ungherese Gyukai ("Le surnaturel dans le thatre de Shakespeare", ediz. francese, pag. 10), una delle tre condizioni alle quali deve rispondere l'uso del soprannaturale sulla scena che "esso deve fondarsi su semplici credenze o, quanto meno, che abbia il fascino delle antiche leggende dei nostri ricordi d'infanzia". Questa anche l'opinione di Gustav Freitag, in "Die Tecnik der Dramas", Leipzig, 1876, pagg. 44-53.

(29) S. T. Coleridge, "Shakespearian Criticism", ed. Thos. M. Rayos, Constable, vol. I, pag. 129.

(30) Il lato estetico del problema stato, come sempre, oggetto di speciale attenzione da parte della critica tedesca, e da parte del Coleridge, discepolo dei filosofi tedeschi. V. specialmente L. Tieck, "Behandlung des Wunderbaren im Shakespeare", in "Kritische Schriften", Tauschnitz, 1848, pp. 39 e segg.; Fr. Gundolf, "Shakespeare u. der deutsche Geist", Berlino, 1911, (passim).

(31) "Rinfodera la spada, traditore,

"che fai soltanto mostra di servirtene,

"e mai non oseresti di colpirmi

"per quanto ti rimorde la tua colpa!"

(I, 2, 469-471)

(32) "Poh, poh, non apparir..."

(I, 1, 30).

(33) Orazio - nota I. D. Wilson ("Amleto", New Cambridge edition, 1934, pag. 144) - filosofo e studioso, e pu essere considerato della scuola di Reginald Scott. Quando per vede lo Spettro, naturalmente, il suo atteggiamento cambia. Cos il nostro di spettatori.

(34) III, 3, 103-104.

(35) Coleridge, op. cit., pag. 130.

(36) "Ye are there men of sin...", II, 3, 52.

(37) Ibidem, pag. 343 (estratto dalla "Storia d'Italia" di Thomas, 1561).

(38) Citato da Hauser e Renaudet ne "Les dbuts des temps modernes", collezione "Popoli e civilt", pag. 14.

(39) "Nel 1598, un Essex disgustato e di pessimo umore assunse un atteggiamento di opposizione politica, e il governo divenne, o disse di esserlo, consapevole di un pericoloso parallelo tra la stessa Elisabetta e il deposto Riccardo... Alcuni mesi dopo, l'8 febbraio 1601, Essex tentava la rivolta. Il giorno prima, alcuni suoi sostenitori erano andati al "Globe" (il teatro dove recitava la compagnia di Shakespeare - N.d.T.) e avevano persuaso Agostino Phillips a riesumare un vecchio dramma su Riccardo II"... quasi certo si trattasse del lavoro di Shakespeare". (E. K. Chambers, "William Shakespeare", vol. I, pp. 353-354).

(40) "Ho tramato complotti,

"iniettato negli animi il veleno

"con profezie, calunnie, fantasie

"per seminare un rancore mortale

"tra mio fratello Clarenza e il re".

(I, 1, 32-35)

(41) E. E. Stoll, "Poets and Playwrights", University of Minnesota Press, Minneapolis, 1930, I, ????, 73 e seg.

(42) "...Per me, meschino, la mia biblioteca

"era un ducato largo a sufficienza..."

(I, 2, 77-78)

(43) "Hat to instrument this lower world" (III, 3, 54).

(44) Cfr. H. H. Furness, nel "Variorum Shakespeare", pag. 385.

(45) "Ma lasciamo per ora questa storia,

"ch' discorso da far giorno per giorno,

"non di quelli da raccontare a tavola,

"n adatto a un primo incontro come questo".

(V, 1, 162-165)

(46) "...quest'isola mia,

"da parte di mia madre, Sicorace,

"e tu me la sottrai da usurpatore".

(I, 2, 331-332)

(47) "Tu usurpi un titolo che non tuo,

"e vieni su quest'isola da spia,

"con l'intenzione di carpirla a me,

"che ne sono il padrone..."

(II, 1, 453-456)

(48) Il Dover Wilson, nell'analizzare l'atmosfera politica regnante in Danimarca al tempo di Amleto, scrive: "Fra cent'anni, quando l'umanit, emergendo dall'era comunistica o corporativistica che sembra essere la nostra, si trover avviata verso una qualche struttura sociale oggi inimmaginabile e imprevedibile, i lettori o gli spettatori di lavori edoardiani come "Il Maggiore Barbara" o "L'eredit di Voysey" non sapranno di perdere molto del sapore di quei lavori, per l'incapacit di comprendere i fatti economici assunti da Bernard Shaw e da Granville-Baker e da loro presupposti nella comune coscienza del pubblico" (J. Dover Wilson, "What happens in Hamlet", 1934, pp. 26-27).

(49) E. E. Stoll, "Poets and Playwrights", pag. 37.

(50) "Falciando come tanti fili d'erba

"le vostre fresche vaghe verginelle

"ed i vostri fiorenti fanciulletti".

(51) "Io muover quattro passi qui fuori

"per acquietare questo mio benessere..."

(52) I, 2, 295-296.

(53) Citato da W. A. Wright nell'introduzione alla sua traduzione della "Tempesta" (Clarendon Press, 1884, pag. XIV).

(54) K. Fouquet, "Jackob Ayrer's "Sidea", Shakespeare's "Tempest" und die Marchen" 1929); "Raccolte (dall'A.) - dice il frontespizio - da diversi antichi poeti e scrittori con speciale riguardo al suo proprio passatempo e divertimento, e composti in versi tedeschi per la scena".

(55) V. "Variorum Shakespeare", ristampa, pp. 340-341.

(56) Ibidem, pag. 327.

(57) Ibidem, pag. 328.

(58) Ibidem, pag. 327.

(59) "...e cos accade anche a me.

"Se tu, che sei soltanto soffio d'aria

"sei toccato da tanta compassione,

"io, che son della loro stessa specie,

"e che provo, con pari intensit,

"le lor stesse passioni",

"non dovr esser mosso pi di te

"a piet della lor condizione?"

(V, 1, 20-24)

(60) V, 1, 130.

(61) Georg Brandes, "William Shakespeare", Copenaghen, 1896, citato da Levin L. Scuckin in "Charakterprobleme bei Shakespeare", Lipsia, Tauschnitz, 1927, pag. 282.

(62) I, 2, 412-413.

(63) "Mine eyes, even sociable to the show of thine

"fall fellow drops..."

(V, 1, 63-64)

(64) "Yet with my nobler reason 'gainst my fury

"do I take part..."

(V, 1, 26-27)

(65) "... Ma bene!

"Tutto procede, vedo,

"come l'animo mio mi suggeriva!"

(I, 2, 419-420)

(66) Si pu trovare un confronto con questo nella confessione messa in bocca a Dorinda nella versione di Dryden dell'"Isola incantata": "No, confesso che mi sentirei beata anche solo a guardarlo. Sento che questo fa parte della mia natura, perch mio padre me l'ha proibito" (in "Variorum Shakespeare", pag. 408).

(67) "Perdona questo mio svigorimento,

"il mio vecchio cervello un po' in subbuglio.

"Ma non preoccupatevi di me."

(IV, 1, 134-135)

(68) "...di ogni tre dei miei pensieri

"uno sar rivolto alla mia tomba".

(V, 1, 310-314)

(69) "Non cerchiamo il fardello dei ricordi

"con tristezze che sono ormai passate!"

"(V, 1, 198)

(70) "Poor worm, thou are infected!"

(III, 1, 31)

(71) "Tua madre, quello specchio di virt,

"mi diceva che tu eri mia figlia".

(I, 2, 56-57)

(72) "Che tu sia figlio a me,

"in parte ho la parola di tua madre,

"a conferma, ed in parte la mia idea".

("Enrico IV - Parte I"; II, 4, 393-394)

(73) "No, perdono, padrone; d'ora in poi

"sapr ben obbedire ai tuoi comandi

"e far di buona voglia il mio servizio..."

(I, 2, 296-298)

(74) "E qui, con me come tuo pedagogo,

"tu hai appreso con maggior profitto

"di quanto sappian altre principesse

"ch'hanno pi tempo per futili cose

"e meno premurosi precettori".

(I, 2, 171-174)

(75) Levin L. Schucking, "Charakterprobleme bei Shakespeare", Lipsia, Tauschnitz, 1927.

(76) I, 2, 66-77 e 97-104.

(77) "...E perdonare fu sempre pi nobile,

"se pur pi raro, che trarre vendetta.

"Essi sono pentiti,

"ed io non voglio spingere il castigo

"pi in l d'un semplice aggrottar di ciglia".

(V, 1, 27-30)

(78) "Come pioggia gentil scende dal cielo

"sulla terra, due volte benedetta,

"perch dalla sua grazia ricoperto

"chi l'ha concessa e chi l'ha ricevuta".

("Il Mercante di Venezia", IV, 1, 179 segg.).

(79) "...tenete bene a mente questo:

"non c' insegna di grado o di grandezza

"regal corona o spada di vicario,

"non c' bastone di gran maresciallo,

"non c' toga di giudice

"che possan conferire a chi li porta

"nemmeno la met di quella grazia

"che conferisce all'uomo la clemenza".

("Misura per misura", II, 2, 58-63)

(80) "...I will pay thy graces

"home both in words and deed".

(V, 1, 70-71)

(81) "Dolce grazia non piover dal cielo

"a rendere feconda questa unione,

"ma sar l'odio sterile, il rancore

"dall'occhio torvo, sar la discordia

"a cospargere il vostro sacro talamo

"di tali erbacce e tanto nauseabonde

"da costringere entrambi a detestarlo".

(IV, 1, 24-29)

Si pu osservare che un analogo ammonimento d Ludolfo nella "Sidea" di Ayrer: "Badare a che nessun amoroso contatto ("spooniness") avvenga tra mia figlia ed Engelberto, tenergli d'occhio entrambi".

(82) Sir Sidney Lee - Voce "Shakespeare" del "Dictionary of National Biography", Vol. LI, pp. 348-397.

(83) II, 4, 27 e segg.

(84) IV, 1, 52-53.

(85) IV, 1, 30.

(86) "Silenzio, figli miei! Giunone e Cerere

"si sussurran qualcosa d'importante.

"Lo spettacolo non terminato.

"Perci restate fermi ed in silenzio

"altrimenti si rompe l'incantesimo".

(IV, 1, 99-102)

(87) "E, come questa rappresentazione

"- un edificio senza fondamenta -

"cos le torri ammantate di nuvole,

"i fastosi palazzi, i grandi templi,

"lo stesso immenso globo della terra

"e tutto quello che vi si contiene

" destinato al suo dissolvimento;

"e al pari di quell'incorporea scena

"che abbiam visto dissolversi poc'anzi,

"non lascer di s nessuna traccia".

(IV, 1, 151-158)

(88) G. Berkeley, "Tre dialoghi tra Ilas e Filonio", Dialogo I.

(89) " che ti trovi ancora sotto il fascino

"d'ingannevoli immagini dell'isola

"che ti fanno stentare a creder vero

"quello che c' di vero innanzi a te".

(V, 123-125)

(90) "...da sembrar che si siano divorata

"la lor stessa ragione, e che i lor occhi

"non gli dicano pi la verit,

"e che lor parole, a pronunciarle,

"non sian fatte di fiato naturale;

"ma, per quanto possiate esser sbalzati

"fuori dai vostri sensi, siate certi..."

(V, 1, 153 segg.)

(91) John Masefield, "Shakespeare and Spiritual Life", Oxford, 1924, pag. 29. Si veda anche la seguente espressione di Dowden ("Shakespeare, his Mind and Art", pag. 417): "Prospero una volont armoniosa e pienamente sviluppata" (sottolineatura nel testo).

(92) Citato in "Variorum Shakespeare", pag. 369.

(93) il dialogo tra Prospero e Miranda alla I scena dell'atto V, vv. 182-185.

(94) E. E. Stoll, "Poets and Playwrights", University of Minnesota Press, Minneapolis, 1930, pag. 42.

(95) "Il Mercante di Venezia", I, 1, 1.

(96) "Come vi piaccia", II, VII, 138 segg.

(97) "Macbeth", V, V, 22-28.

(98) Ristampata in "Variorum Shakespeare", pp. 359-360.

(99) Ibidem, pag. 360.

(100) " certamente pigro scetticismo rifiutarsi di vedere un commiato di Shakespeare al teatro nel suo addio agli Elfi e nel suo proposito di voler seppellire in mare i suoi libri" (George Saintsbury, "Storia della letteratura inglese", Cambridge, V, VIII, 206).

(101) Frederick S. Boas, "An Introduction to the reading of Shakespeare", London, Oxford Univ. Press, 1927.

(102) V. il suo articolo nell'anniversario dell'in-folio, 1923, in "Studi shakespeariani".

(103) F. S. Boas, op. cit., pp. 12-13.

(104) Edward Dowden, "Shakespeare, a critical Study of his Mind and Art", Londra, Henry S. King, 1875.

(105) IV, 1, 168-169.

(106) Cfr. "La vie Littraire", II, pag. 300.

(107) F. S. Boas, op. cit., pag. 48.

(108) "...Look down, you gods

"and on this couple drop a blessed crown".

(V, 1, 201-202)

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