La tigre e l’aquila

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Scena: una stanza di soggiorno. Al centro un divano. A sinistra un carrello con televisione. A destra il telefono su di un tavolino. Sullo sfondo a sinistra un’attaccapanni con un soprabito (si indovina fuori scena la porta di ingresso). Sulla destra un b

La Tigre e l’Aquila

due atti unici «collegati» di Giorgio Solieri

Primo Atto - L’Aquila

personaggi:

Enrico

La Giornalista

Voci di Radio e TV

Italia, anni Novanta

Scena: una stanza di soggiorno. Sul fondo una finestra ed una scaffalatura con alcuni libri appoggiati alla rinfusa, scatole, oggetti vari. Al centro, decentrato a sinistra, un divano con di fronte un tavolino basso da caffè ed accanto il telefono su di un altro tavolino. Sullo sfondo a sinistra un attaccapanni con svariati soprabiti, alcuni avvolti nel cellophane (si indovina fuori scena la porta di ingresso).Verso destra un bancone che separa la stanza da un angolo cottura. Tutta la stanza è ingombra di scatoloni semiaperti. È in corso un trasloco.

All’aprirsi del sipario Enrico è intento a sistemare l’appartamento.

Comincia a squillare il citofono.

Enrico si avvicina all’uscita di sinistra e stacca il citofono.

ENRICO             Ma chi è? Chi? Ah, è lei, portinaia…. Non mi dica che si è già formata la fila dei postulanti, per favore: sono qui da appena due ore….. Prego? …La fortuna? Ma di cosa parla? …Aah, la fortuna che l’appartamento l’abbiano affittato proprio a me….. ma guarda il caso, vero? …sì, sì ….Come? Giù in portineria… un che? Comitato di benvenuto… oh, Dio…. sì.... sì..... no... guardi.... no... non mi interessa... grazie... sì... sì, un grande onore... ovviamente per voi!… certo, anche a nome degli altri condomini... grazie, sì, però....Signora! È inutile che lei continui, non posso certamente star qui a sentirla... guardi, capisco che per lei poter star qui a parlare con me sia una novità, come dire, eccitante, ma ho altro da fare... (inizia a squillare un cellulare) Aspetti, però, non riattacchi: ho qualcosa io da dirle. (si avvicina all’attaccapanni e da una tasca di un soprabito trae un cellulare) Non sono riuscito a trovare uno straccio di lenzuolo decente! Avevo detto, mi pare, che le volevo di lino e quando chiedo una cosa sono abituato ad averla all’istante! (al cellulare) Pronto? Carletti? Cosa? No, parlavo alla portinaia.... ah, sì? Le pareva? Davvero? Ebbene, sappia che avrei anche potuto avercela con lei! ...Lei, Carletti, comincia a seccarmi con il suo pressappochismo! Io non credo di pretendere un granché, ma una cosa è certa: quel poco lo esigo fatto bene! (inizia a squillare il telefono)....Non me ne importa niente di quello che ha da dire... non stia a sprecar fiato: con me non esistono ragioni e lei lo dovrebbe sapere!

Enrico chiude il cellulare e va al telefono.

ENRICO             Pronto? Pronto? Pronto?....macchè.

Enrico si china dietro il divano. Il cellulare squilla di nuovo.

ENRICO             Pronto? Carletti, ancora lei? …..Come? ……Ah, senti, senti, senti…. E beh, certo, sono stato io..... Carletti, lei gioca col fuoco! Se prima non ha avuto modo di aggiornarmi su quegli sviluppi vuol dire che prima lei si è distratto, non certo che io l’ho interrotta!... Non stia a scusarsi, piuttosto, se mi vuol dire finalmente cosa c’è….. Come, come, come?....... La redazione del programma le ha riferito? E lei, Carletti, rappresentando me, si accontenta -no- si degna di parlare con una semplice redazione? Col direttore e col conduttore deve parlare, lei ......Non me ne frega niente delle regole della Rete: per me le regole sono diverse!... Ovunque! È abbastanza chiaro, Carletti? .....Ma cos’è: è diventato stupido di colpo? (ricomincia a squillare il telefono) ....Carletti: sono loro e quella loro dannata trasmissione a guadagnarci in pubblicità, gradimento e soprattutto qualità con la mia presenza! ......Basta, Carletti: lei sa cosa deve fare e sa cosa le capita se non lo fa. E si sbrighi!

Enrico chiude il cellulare e stacca la cornetta del telefono.

ENRICO             Pronto? Pronto? ....Ma andate a quel paese!

Enrico riprende a sistemare l’appartamento. Mostra di sentire qualcosa e si accorge del citofono ancora staccato. Lo prende in mano.

ENRICO             Pronto? Chi c’è là? Pronto?.... Sembra qualcuno che piange.... La portinaia! (ridacchiando) Ma guarda te: abbiamo la portinaia dal cuore tenero e sensibile... Poverina, che l’abbia offesa? Cominciamo bene! (a voce sempre più alta nel ricevitore) Signora? Signora? Signora? .... Oh, finalmente! Si sente meglio, ora? .....Bene, mi fa piacere perché volevo dirle.... Come? .....No, guardi, c’è un equivoco: non voglio affatto scusarmi, non mi interessa. Volevo solo concludere il discorso lenzuola..... Non me ne importa niente se le lenzuola sono di bucato ....Le ha stirate lei? Di persona? E a me.... Il suo corredo  da sposa? Ebbene ce le rimetta nel suo corredo, lì stanno bene: sono di cotonaccio infame e per me va bene solo il lino.... e di prima qualità! Avevo parlato chiaro con l’agenzia circa mobilio ed accessori: se le deve comprare, ebbene le compri e se la veda lei con loro, ma entro domani mattina pretendo le lenzuola come dico io!

Enrico riappende  il citofono proprio mentre torna a squillare il cellulare.

ENRICO             Carletti!...... Mamma? .....Sì, sì, sono arrivato.... no, nulla..... ti ho detto di no, mi sembra! Piuttosto, come mai hai chiamato a questo numero? (ricomincia a squillare il telefono) ......Ah, ecco; Carletti! ........No, ha fatto malissimo, guarda! .......Lo so io perché .... sì, sì, va bene.... certo, sicuramente domani…. Va be…. Va bene…. ora basta, il mio tempo corre, lo sai... va bene, sì .... ciao.

Enrico stacca la cornetta del telefono.

ENRICO             Pronto? Pronto? ....Inutile! (riaggancia) Piuttosto...... Carletti!

Enrico forma un numero sul cellulare.

ENRICO             Pronto, Carletti? ....Sì, sono io. Mi vuole spiegare perché ha dato a mia madre il numero del cellulare di servizio? .....Se il cellulare privato era spento, vuol dire che io non l’avevo acceso e se io non l’avevo acceso vuol dire che io non volevo essere chiamato lì! ....Lei ha pensato? Complimenti, Carletti: comincia a scendere dal ramo, vedo.... Lo so che era mia madre, ma quando io decido che determinate persone in determinati momenti non possano parlare con me, non deve essere lei ad intromettersi! .....Ah lei persiste a pensare? Ma allora è un vizio! Senta, Carletti: lei collabora con me, con me, ha presente? La sua prima responsabilità è di tenere lontano chi spreca il mio tempo! Si parla del mio tempo, Carletti: riesce a focalizzarne l’importanza? Se tengo in piedi quattro linee autonome di cellulari un motivo ci sarà, o no? Forse crede che mi diverta a buttar via denaro? Oh, Dio, il fatto che io persista a pagare uno stipendio ad un imbecille come lei forse il dubbio può averglielo dato, però.... Carletti…? ….Prego? …..La sua che cosa? ....Dignità? (ride) ....La sua dignità! Carletti, quando lei parla con me non deve avere dignità.... Nessuno può averne abbastanza, di dignità, se si mette in rapporto con me , ha capito? Carletti…. Ancora?…. Carletti, la pianti…. Guardi che anche la mia pazienza….. CARLETTI! Basta: si occupi della faccenda della TV, poi, domani, in giornata, faccia una bella selezione, trovi qualcuno che possa sostituirla, lo assuma e quindi si ritenga licenziato. Ah, Carletti, un’altra cosa : quel qualcuno... che sia qualcuno assolutamente diverso da lei! (riaggancia) ...Idiota!

Il telefono continua a suonare. Enrico lo guarda un attimo dubbioso, poi risponde.

ENRICO             Pronto? Oh, finalmente.... Come? .......No guardi, io...... Aspetti...... Mi scusi, ma con chi vuol parlare? ....Sì, è il 5557824..... Io chi....? No, non sono il ragionier Maraldi.... aspetti, Maraldi, ha detto? Non è dell’agenzia immobiliare? .....Ah, ecco, ho capito tutto: Maraldi ha già affittato l’appartamento.... come a chi? A me, no? Se son qui a parlare con lei...... No, guardi, non credo proprio di esserle utile io.... Come?... I quadri? Eh, no! Io ho affittato l’appartamento con tutti gli annessi e connessi: se chi mi ha preceduto si è scordato qualcosa, peggio per lui..... Come? .....Ma cosa vuole che importi a me che fine ha fatto l’inquilino precedente.... Ah, sì, davvero? Beh, eccellente iniziativa, devo dire: così ho trovato proprio l’appartamento che serviva a me.... Ben gentile, grazie: lo stesso a lei, alla sua famiglia e a tutti i suoi antenati. A mai risentirci.

Enrico chiude la comunicazione lasciando poi staccata la cornetta

ENRICO             Tanto ho i miei cellulari.... L’inquilino precedente.... ma chi se ne frega! Sembra che lo facciano apposta, tutti quanti! Come se avessi tempo da perdere! Ih, che bella giornata... proprio un buon pomeriggio!

Dalla porta entra la Giornalista.

GIORNALISTA  Buon pomeriggio.

ENRICO             (sobbalzando) Chi è lei? Come è entrata? (tra sé) Ma chi l’ha fatta passare, questa... (alla Giornalista) Dico a lei: come diavolo è passata?

GIORNALISTA  (alzando le spalle e sedendosi) ...Passata!

ENRICO             Come sarebbe a dire “passata”? Passata da dove? La porta era chiusa! O no? Forse, con il trasloco... la porta era aperta?

GIORNALISTA  ...la porta era aperta...

ENRICO             ...e lei è entrata tranquillamente... tanto la porta era aperta...

GIORNALISTA  ...la porta era aperta.

ENRICO             Ma sa che lei è formidabile? Sono qui, in casa mia, occupatissimo, ho persino staccato il telefono, e lei arriva, si siede tranquillamente, mi risponde a monosillabi e tutto questo senza nemmeno dirmi chi è, cosa vuole da me! (Si fissano un attimo. La Giornalista tace) Chi è? Cosa vuole qui? Signorina, non sto parlando al muro... Lei! Risponda alle mie domande!

GIORNALISTA  Lei risponda alle mie domande.

Enrico rimane un attimo interdetto, poi inizia piano a ridere.

ENRICO             Domande?!?... ora comincio a capire... lei è una giornalista...

GIORNALISTA  ...una giornalista...

ENRICO             Una giornalista molto abile, devo dire: è riuscita ad evitare tutti gli sbarramenti che di solito faccio mettere tra me e i suoi colleghi... badi, però, che le resta l’ultimo ostacolo.

GIORNALISTA  L’ultimo ostacolo?

ENRICO             Io, signorina: sono io l’ultimo ostacolo: non ho la benché minima intenzione di concederle una intervista.

GIORNALISTA  Un’intervista!

ENRICO             Le ho detto di no... caso mai può rivolgersi al mio ufficio stampa ...anzi meglio: il suo direttore può rivolgersi al mio ufficio stampa.. Ed ora, la prego, se ne vada. Oltre al resto, come vede, sono anche molto occupato: ho da sistemare la casa dopo il trasloco.

GIORNALISTA  Sistemare la casa dopo il trasloco?

ENRICO             Le pare così strano? Non è che poi mi sorprenda più di tanto... Fa tutto parte della banalità assoluta con cui voi giornalisti mi avete sempre trattato. Siete riusciti a percepire la punta dell’iceberg e non avete più pensato a guardare sotto il pelo dell’acqua. Il grande Enrico... l’inarrivabile.... il Genio!

GIORNALISTA  ...il Genio...

ENRICO             Certo, il Genio. Perché non dovrei usare questa parola quando si tratta di un dato di fatto che voi stessi, con tutto il vostro astio, non avete potuto che riconoscere: Enrico, il Genio!

GIORNALISTA  Enrico il Genio.

ENRICO             Certo, è facile così, no? Enrico il Genio, è sotto gli occhi di tutti. Non c’è bisogno di tanta fantasia: basta mostrare al pubblico l’ovvio, la punta dell’iceberg, chiara, luminosa, ben visibile e l’articolo è fatto, confezionato e venduto. Un bell’esempio da ammirare, da invidiare, misteriosamente irraggiungibile e per ciò stesso da odiare e il pubblico è bell’e sistemato. Tre parole, Enrico il Genio, e la mia personalità, il mio essere, il mio lavoro, la mia... sì : la mia genialità, tutto è perfettamente spiegato, illustrato e dato in pasto al pubblico.

GIORNALISTA  ...al pubblico...

ENRICO             Non mi fraintenda, signorina, personalmente ciò che pensa il pubblico di me non mi interessa affatto, ne sono completamente al di sopra... né tanto meno mi preoccupa l’immagine che voialtri credete di avere inventato, ma figuriamoci... no, è il principio assoluto che mi infastidisce, è l’occasione perduta per voi di poter usufruire di me -di me!- per cercare di sollevare voialtri, i vostri scritti e chi li legge al di sopra del piattume della massa. No, guardi, non è proprio il caso... lasci perdere l’intervista e se ne vada:  tanto più che sto lavorando!

GIORNALISTA  Lavorando!

ENRICO             Sì, lavorando. Ecco, vede: non ha nemmeno saputo cogliere lo spunto che le si era offerto: Enrico il Genio, sempre occupato in massimi sistemi, Dio sa che cosa.... perde un intero pomeriggio a farsi da solo il trasloco! Poteva trarne fuori almeno un piccolo pezzo di colore e invece ...niente! Il nulla più assoluto! Il piattume totale! ...È proprio vero: i Grandi sono soli!

GIORNALISTA  Soli?

ENRICO             Stia calma, signorina, non drizzi le antenne. Non pensi subito allo scoop, magari un bell’articolo buonista e strappalacrime. Già lo vede il titolo, vero? “Enrico il Genio soffre in silenzio la solitudine della sua grandezza” ...no... no, è troppo prolisso... forse più asciutto... più giornalistico... non so... “Enrico: la sofferenza della grandezza” ...Suona meglio così, vero? E invece no, mi dispiace. Con me non potrà offrire alla massa un poveraccio da compatire per sentirsi meno insignificante! Non potrà farli sentire forti nel loro gregge commiserando la dolorosa solitudine di chi è tanto superiore a loro! Cosa crede, che non abbia dieci, cento, mille persone sempre prontissime a starmi fra i piedi? Le dirò una cosa: oggi, proprio oggi, ce n’erano: già tutti pronti a risistemarmi la casa, a ritinteggiarla, persino! Sono stato io, io a non volere nessuno.

GIORNALISTA  Nessuno?

ENRICO             Certo, nessuno. Quando ci si rende conto che nessuno è in grado non dico di competere, per carità, ma semplicemente di comprendere appieno quello che sei, allora non c’è compagnia migliore, non c’è collaborazione più proficua, non c’è amicizia più profonda che si possa desiderare se non quella di se stessi. Persino per una cosa così stupida come la sistemazione di un appartamento. Non è una scelta difficile, la solitudine : creda, signorina. E nemmeno dolorosa: è sufficiente riconoscere la propria natura. È scritto nel DNA, potrei dire: è come un istinto animale.

GIORNALISTA  Animale?

ENRICO             Sì, animale. È come.... come... si immagini, signorina, un’alta montagna con ai piedi una vasta pianura, fertile, ricca. Si immagini questo ambiente abitato da stormi di avvoltoi e da un’aquila. L’aquila è sola, nel suo nido impervio sulle cime più alte. Vola da sola negli strati più alti dell’atmosfera, a quote irrangiungibili. Da sola, lassù, guarda in alto, nel cielo, verso Dio, vivendo l’emozione di visioni cui lei sola può ambire; gli avvoltoi, in basso, invece volteggiano in gruppo e non guardano il cielo ma fissano il suolo, scrutando in cerca di carogne: resti che l’aquila, nella sua vita solitaria di predatore, lascia ad imputridire sul terreno. È un equilibrio perfetto.

GIORNALISTA  Un equilibrio perfetto?

ENRICO             Certamente, e lo sa perché è così perfetto? Perché l’aquila è sola. Se nel mondo ci fossero più aquile che avvoltoi sarebbe la fine: ben presto non ci sarebbero più prede per le aquile e quindi niente più carogne per gli avvoltoi. La solitudine, alle volte, è una scelta volontaria e necessaria.

GIORNALISTA  Necessaria.

ENRICO             Sì, necessaria, ma pur sempre volontaria. Io non piango sulla mia solitudine, signorina, e non per una reale o presunta forza d’animo: non piango semplicemente perché la mia scelta mi soddisfa pienamente. Mi ha sempre soddisfatto, sin da bambino.

GIORNALISTA  Da bambino....

ENRICO             Anche da bambino ero solo... e ne ero perfettamente contento. Vede: ho compreso quasi subito la realtà dei fatti, la differenza tra me e gli altri, la necessità di fare una scelta: quella rimanere da solo.

GIORNALISTA  Da solo?

ENRICO             Sì, signorina: da solo, fin da allora. Avevo già allora il mio mondo speciale, superiore, fatto di pensieri ogni giorno nuovi, di riflessioni allo specchio e nel vuoto della mia cameretta di bambino... i miei coetanei non avrebbero mai compreso l’immenso universo che si nascondeva nel vuoto racchiuso da quelle quattro pareti solitarie...

GIORNALISTA  Solitarie ?

ENRICO             Non ho fratelli o sorelle, signorina, e mio padre volle che io avessi il mio spazio chiuso e riservato non appena staccato dal seno di mia madre.

GIORNALISTA  Madre?

ENRICO             Sì, madre… mia madre… non si stupisca, persino io ho avuto una madre… per quanto… si figuri che mi avrebbe tenuto nel lettone con lei fino a tre anni !

GIORNALISTA  Tre anni ?

ENRICO             Sì, signorina : stiamo parlando di quando avevo circa quattro o cinque anni, cosa crede ? Io a nove mesi parlavo, a tre anni leggevo e a quattro già cominciavo a comprendere la reale natura delle cose, della vita, del tempo.

GIORNALISTA  Del tempo ?

ENRICO.            Il tempo è la chiave di tutto. La vita è breve per chi ha molto da fare e da dire. Bisogna iniziare presto, e non stare a perdere tempo prezioso ad aspettare gli altri, che non sono in grado di starti dietro. È questo che mio padre mi ha insegnato subito. È per questo che già da allora evitai di perder tempo con gli altri bambini.

GIORNALISTA  Gli altri bambini ?

ENRICO             Glieli raccomando ! Un branco di scimmiette ignoranti e rumorose, che non capivano niente che andasse oltre i loro stupidi giochi... e che per questo facevano massa, come gli avvoltoi, contro di me ! Che squallore, in quei giardinetti !

GIORNALISTA  Giardinetti ?

ENRICO             Mia madre, signorina. Aveva la follia di pretendere che avessi la vita di un bambino normale, io ! Voleva che lasciassi atrofizzare le mie precoci capacità in nome di un’infanzia felice! E non appena poteva, mi strappava al mio mondo e mi trascinava ai giardinetti, con gli altri bambini, a fare massa in giochetti insulsi. Guardie e ladri, bandiera, nascondarella !

GIORNALISTA  Nascondarella ?

ENRICO             Ma sì… nascondino.

GIORNALISTA  Nascondino...

ENRICO             Nascondino... Ora che mi ci fa pensare, c’è stato un giorno, in quei giardinetti.... avevo giusto quattro anni… Fu quando vidi una bambina che giocava a nascondino da sola, senza nessun altro... Faceva la conta e non c’era nessuno, erano tutti da un’altra parte... solo allora compresi veramente le parole di mio padre sulla solitudine... fu proprio allora che mi si completò l’educazione.

GIORNALISTA  L’educazione?

ENRICO             Quello fu solo un momento particolare...... in generale fu molto rapida, d’altra parte la mia era una stoffa buona di natura, gliel’ho detto... mio padre non ebbe molte difficoltà... no, con me no...

GIORNALISTA  No?

ENRICO             Non con me... nonostante sua moglie.

GIORNALISTA  Sua moglie?

ENRICO             Sua moglie: mia madre… Non mi guardi in quel modo, signorina! Non cominciamo con il mammismo all’italiana, per favore! La madre... Mia madre.... fosse stato per lei... Amore di mamma! Amore.... comprensione.... mi vien da ridere: se mai qualcuno non ha mai capito nulla di cosa aveva bisogno quest’uomo, è sua madre!

GIORNALISTA  È sua madre...

ENRICO             La sorprende la mia durezza? Non è durezza: è obiettività. Quando si è abituati a vedere tutto da una prospettiva superiore, fortunatamente la lontananza annulla l’effetto deformante degli affetti.

GIORNALISTA  Degli affetti?

ENRICO             Certo, degli affetti. Cosa crede, che non amassi mia madre, che ancora oggi non le voglia bene? Non sono mica un mostro, sa? Solo che  l’amore non poteva, non doveva permettermi di ignorare, già da allora, che mia madre mi stava rovinando.

GIORNALISTA  Rovinando!

ENRICO             Rovinando, rovinando, non esagero! Non mi ha sentito, prima ? Quando mio padre già vedeva in me i germi di ciò che sono ora, lei mi cantava la ninnananna come un bambinetto qualsiasi... quando mio padre leggeva le storie di Tito Livio, lei voleva farmi addormentare raccontandomi una favola…. quando mio padre mi stimolava alla conversazione, alla riflessione lei mi prendeva da parte e mi insegnava a giocare... giocare... giocare... mio padre mi regalava libri e lei? Giocattoli!

GIORNALISTA  ...giocattoli...

ENRICO             Mi ha riempito di giocattoli, mia madre, in continuazione me ne regalava.... fosse stato per lei sarei cresciuto idiota come idioti sono sempre stati tutti i bambini che non hanno avuto la fortuna di un padre...

GIORNALISTA  ...di un padre...

ENRICO             …Che era un grand’uomo, signorina, e creda, detto da me qualcosa vuol dire! Solo lui comprese subito la mia vera natura, solo lui volle coltivarla, solo lui riuscì a farla germogliare. A lui devo tutto: la mia infanzia precoce, la mia giovinezza di studio, la mia vita diversa, lo splendido isolamento della mia solitudine…. Devo tutto a lui!

GIORNALISTA  A lui….

ENRICO             A lui, solo a lui: è stato lui a volermi numero uno e ad insegnarmi cosa vuol dire essere il numero uno. Solo lui ha avuto il coraggio di mettere da parte, anche davanti agli occhi innocenti di un bambino, l’ipocrisia dei buoni sentimenti, delle pie illusioni, delle utopie belle ed impossibili e mettere a nudo la dura, immutabile verità delle cose facendomi comprendere l’irredimibile piccolezza del mondo e la splendida grandezza della solitudine. E con tutto ciò potevo io perdere tempo a giocare? Con mio padre non si giocava, mai!

GIORNALISTA  Mai?

ENRICO             Mai!… No, aspetti…. Un gioco insieme lo facevamo, uno solo: il gioco di Savonarola!

GIORNALISTA  Il gioco di Savonarola?

ENRICO             Sì, era il nostro più grande divertimento… il nostro unico divertimento. Avrò avuto un cinque, sei anni. Rifacevamo il processo a Savonarola -ma poteva essere anche Giordano Bruno o Giovanna D’Arco- ed alla fine condannavamo al rogo in giardino i miei soldatini, i miei peluche…. tutti i giocattoli….

GIORNALISTA  Tutti i giocattoli?

ENRICO             Ma sì, gliel’ho già detto, mi pare: tutti i giocattoli che comprava la mamma….

La giornalista trae da uno scatolone un vecchissimo e spelacchiatissimo orsacchiotto

GIORNALISTA  I giocattoli che comprava la mamma....

ENRICO             (avvedendosi dell’orsacchiotto che strappa con rabbia dalle mani della Giornalista) Giacomino! Dia qua! Giacomino....

GIORNALISTA  Giacomino?

ENRICO             (rabbioso) Si faccia i fatti suoi! Non stia lì a fissarmi e a farsi strane idee! Io... io... non è che ho voluto conservarlo.... è che... (tenero) Giacomino... Giacomino... (improvvisamente freddo ed ostile)  Ma che vuole da me? Chi le da il diritto di entrare così nella mia vita e di giudicarla? Chi è lei... chi l’ha mandata qui? ...Mia madre... l’ha mandata qui lei... ecco come ha avuto il nuovo indirizzo, vero? Mia madre... le avevo detto che ho fatto una scelta, che voglio essere solo, sempre... Ma no! Una volta erano quei maledetti ragazzini odiosi che mi sfottevano, e mi picchiavano... e ora è lei: una maledetta giornalista ficcanaso... le avevo detto di andar via, ma no, lei persiste a star qui, a fissarmi, a giudicarmi, a scavare nella mia vita, a tormentarmi... Basta, perdio! Non ho intenzione di andare oltre! È riuscita ad estorcermi questa dannata intervista? Allora vada via... vada via... vada via, le ho detto!  ...Oppure, (con evidenti intenzioni offensive) se proprio vuol restare, allora almeno si renda utile in quanto femmina.... chiuda al meglio questa sua grande giornata e venga a letto con me!

La giornalista si alza e si avvia verso la camera da letto.

GIORNALISTA  ...venga a letto con me.

Enrico, frastornato, la segue. Buio e radio a tutto volume.

Luce chiara e forte: è mattina. La radio continua a suonare a volume sempre più alto finché si sente la voce di Enrico.

ENRICO             Ma cos’è? Signorina... signorina? Ma dov’è? Signorina... Signorina... (Enrico entra) e che diavolo.... (spegne la radio) ...che razza di maniera per svegliare la gente! ...Signorina, signorina! ...non è neanche qui... sarà in bagno.

Enrico comincia a trafficare per preparare il caffè. Ha una aria soddisfatta ed appagata.

ENRICO             (a voce alta) Non è molto carino, da parte sua, signorina.... Dico io, col poco che s’è dormito, stanotte.... Voglio dire: accendere la radio in quel modo... c’è da far venire un mezzo accidente alla gente... per di più (sbircia l’orologio) ALLE SETTE E MEZZO DI MATTINA? No, ma dico, siamo impazziti? Io ho bisogno di dormire, accidenti... No, no... ora mi faccio un bel caffè, sbatto fuori la gentile signorina e me ne torno a letto a dormire... Signorina, ha finito nel bagno? Signorina, dico a lei... Signorina ma è sorda? (esce) Signorina... signorina... signorina.... signorina? (rientra) .....Ah questa è bella. Se n’è andata. Ha preso baracca e burattini, ha messo la radio a tutto volume e ha tagliato la corda.... Ah, beh, una seccatura di meno... (va per prendere il caffè) ...Che bel tipo, però: va, viene... piglia e si intrufola.... parla, chiacchiera, fa ...e mi fa fare quello che le pare e poi.... via! Senza nemmeno ringraziare! E sì che... va bene, lasciamo stare... Però, porca miseria, vorrei proprio sapere....

Suona il citofono. Enrico va a rispondere

ENRICO             Pronto? Ah, è lei portinaia? ....No, lasci stare, non mi interessa chi c’è. Stia a sentire, piuttosto: a che ora è andata via la signorina? ....Come quale signorina? La giornalista, quella che lei ha lasciato salire ieri pomeriggio. .....Non stia a prendermi in giro: è arrivata verso le sei.... Senta, non venga a raccontarmi storie.... Vorrà dire che lei ieri ha abbandonato la guardiola... Ah, no? Allora vuol dire che si era addormentata! Bella portinaia! .....È evidente che è così, tant’è che anche stamattina... Certo, signora: se non l’ha nemmeno vista andar via.... Certo, certo, ha ragione lei .....No .....No .... non stia a cambiar discorso! Le ho detto che non.... E va bene, chi c’è che mi cerca? .....chi? ....I parenti di... ah, sì, l’inquilina di prima... mi hanno telefonato anche ieri..... No! Non me ne frega niente! Io ho affittato l’appartamento con annessi e connessi e non... Lo so, lo so, me l’hanno fatto presente ....Allora? Ma cosa me ne può..... Va bene, quella qui dentro ci si è ammazzata, e allora? ....No, li cacci via e badi piuttosto a non dormire in guardiola.... Sì va bene, era sveglia .....vuol dire che ci sono i fantasmi! (attacca il citofono) Sì, i fantasmi.... (ironico) Ecco! tutto risolto! Ho ricevuto il fantasma dell’inquilina!

Appare la Giornalista

GIORNALISTA  Il fantasma dell’inquilina...

ENRICO             Signorina! Ma da dove esce? Dove si era nascosta?

GIORNALISTA  Nascosta?

ENRICO             Che razza di scherzi! Mi ha fatto prendere un colpo! A momenti credevo davvero fosse un fantasma!

GIORNALISTA  Un fantasma...

ENRICO             (ridendo) Ma che tono lugubre! Ascolti: ulula il vento: sibila, nella notte. Un lampo, uno schianto e d’un tratto, tetro, un fantasma!

GIORNALISTA  Un fantasma...

ENRICO             Andiamo, signorina: non crederà davvero di poter continuare su questo piano.

GIORNALISTA  Un fantasma...

ENRICO             Io sono un cartesiano puro, lo sa bene.

GIORNALISTA  Un fantasma...

ENRICO             Non può seriamente farmi credere di essere un fantasma!

GIORNALISTA  Un fantasma...

ENRICO             Ora basta! Non è divertente!

GIORNALISTA  Un fantasma...

ENRICO             La pianti con questa storia del fantasma!

GIORNALISTA  Un fantasma...

ENRICO             (sempre meno lucido) Ancora? Non attacca! È arrivata dal nulla? E va bene... Appare e scompare dal nulla? E va bene... Mi scava nell’anima come una maledetta trivella? E va bene! Va bene... Va bene tutto, però a me non mi frega!

GIORNALISTA  Un fantasma...

ENRICO             (cerca negli scatoloni e ne trae un libro) Insiste con il fantasma? D’accordo! La prendo in parola: guardi lei stessa sul vocabolario, legga: “fantasma: prima definizione...” Prima! La principale! “...fantasma: immagine non corrispondente a realtà, cosa inesistente, illusoria, puro prodotto di fantasia”

GIORNALISTA  ...immagine non corrispondente a realtà, cosa inesistente, illusoria, puro prodotto di fantasia...

ENRICO             Puro prodotto di fantasia!

GIORNALISTA  ...immagine non corrispondente a realtà, cosa inesistente, illusoria, puro prodotto di fantasia... cosa inesistente, illusoria, puro prodotto di fantasia...

La Giornalista lentamente scompare sino a che la sua immagine si confonde con l’immagine di Enrico la voce del quale dapprima si sovrappone poi si sostituisce a quella della Giornalista.

ENRICO             (via via più allucinato) ...cosa inesistente, illusoria, puro prodotto di fantasia... puro prodotto di fantasia... di fantasia, hai capito? Tu non esisti, lo sai... credi di esistere, perché puoi parlare con me.... anche gli altri... la massa! Ma esiste, la massa, senza di me? La massa... stormi di avvoltoi che veleggiano... veleggiano... veleggiano attorno alle carogne abbandonate dall’Aquila! Senza l’Aquila gli avvoltoi non esistono... non esistono. L’Aquila... sono io l’Aquila, nulla esiste senza di me... nulla esiste eccetto me e quello che io creo... che tu crei? Che io creo. Eh,eh, eh... credeva di fregarmi... Credeva di fregarti? Credeva di fregarmi! ... cosa inesistente, illusoria, puro prodotto di fantasia... il vocabolario. Il vocabolario? Il vocabolario, lo dice il vocabolario... cosa inesistente, illusoria, puro prodotto di fantasia... Sono un cartesiano puro! Cogito ergo sum... Penso, dunque esisto... esisto grazie ai miei pensieri... tu non hai i miei pensieri... tu non esisti.... niente esiste senza i miei pensieri... sono solo... sei solo? E sì... solo coi miei pensieri... da solo... tutto da solo.. Da solo? Da solo... Stamane ho preso il caffè... Da solo? Da solo, tutto da solo! Che bravo... Poi mi sono vestito... Da solo? Da solo, tutto da solo! Che bravo.... Stanotte ho fatto l’amore... Da solo? Da solo, tutto da solo! Che bravo.... Da solo, tutto da solo! Che bravo.... Da solo... Sono un cartesiano puro, cogito ergo sum, io penso, parlo, mi ascolto... Da solo? Da solo, tutto da solo! Che bravo.... Da solo. Da solo? Da solo, tutto da solo! Che bravo.... Da solo. Da solo? Da solo, tutto da solo! Che bravo.... Da solo. Da solo? Da solo, tutto da solo! Che bravo....

Cominciano a squillare contemporaneamente telefono, cellulare e citofono che gradatamente coprono la voce che ripete l’ultima frase. Mentre le luci calano, cala anche il SIPARIO


Secondo Atto - La Tigre

personaggi:

Carla

Il Padre

Voci fuori scena

Italia, anni Novanta

Scena: la stessa. Sulla scaffalatura i libri sono più numerosi, meglio disposti e accompagnati da scatole, oggetti vari ed un impianto stereo. Accanto al  telefono c’è una segreteria. Sulla parete di sinistra spicca un carrello con la televisione. Sull’attaccapanni c’è un solo soprabito. Sul bancone che separa la stanza dall’angolo cottura c’è una radio. Malgrado la stanza dia l’idea di essere più “vissuta”, tutta la scena dà comunque un’impressione di disordine.

All’aprirsi del sipario si sente un forte ed insistito miagolio provenire dalla sinistra.

Da fuori scena, sulla destra, si sente la voce assonnata di Carla.

CARLA               Piantala lì, Lucifero! Smettila, maledetto gatto!

Il miagolio persiste, anzi, si fa più intenso. Dalla destra entra Carla. È una donna sui quaranta. Si è evidentemente appena alzata. È in camicia da notte ed avanza trascinando i piedi in un paio di ciabatte e tentando di infilarsi la vestaglia.

CARLA               Ho capito, ho capito... hai fame, lo so... però piantala di miagolare, ché ho mal di testa!

Il miagolio cessa. Carla prepara nell’angolo cottura la colazione del gatto. Tutti i suoi movimenti, soprattutto all’inizio, saranno impacciati e la sua voce impastata e fitta di sbadigli. Il tutto dovrà dare l’idea del sonno ancora non completamente scacciato.

CARLA               ...Ma ti dico io se una povera disgraziata... (inciampa e cade a sedere sul divano) ... Ma porco...! (fa per rialzarsi ma si prende la testa fra le mani e ricade a sedere) Che mal di testa, Dio mio! (si rialza a fatica e ciabatta verso la cucina) ...Solo il week-end... l’ufficio chiuso, la figlia di turno dal padre... Il bello di rimanere sola di sabato è che di mattina non c’è nessuno per rompere le scatole ed io che faccio? Mi procuro un gatto (il miagolio riprende. Carla si rivolge alla porta d’ingresso con acredine) appunto estremamente rompiscatole! (il miagolio cessa) Giusto per avere comunque qualcuno che possa scaraventarti giù dal letto alle (è arrivata sul davanti del bancone dove cerca a tentoni una sveglia e la guarda cercando di mettere a fuoco) ... SETTE E MEZZO!? (improvvisamente sveglia e rivolta con tono sempre crescente alla porta di ingresso) Lucifero, è meglio che tu lo sappia: domani.... no, domani è domenica... lunedì prendo appuntamento con il veterinario e... ZAC! Via le palline! (si blocca di colpo: l’aver alzato la voce le ha peggiorato il mal di testa) ...Dio, Dio, Dio, la testa! (passa dietro al bancone ed urta un barattolo che rovescia il suo contenuto sul bancone stesso: è caffè) .. E va’ a...! (nuova fitta. Prendendo da sotto il bancone il piatto del gatto ed il barattolo, riprende il discorso interrotto) ...Così almeno la pianterai di andare per gatte tutta la notte e non tornerai più (ritmando le sillabe ai giri dell’apriscatole che sta usando) ALLE SETTE E MEZZO DEL SABATO a reclamare la cena (riempiendo il piatto ed annusando disgustata) ...Sei peggio te di quel cornuto di Alberto (si interrompe e riflette a naso all’insù) ...anzi no, non cornuto... la cornuta ero io... di quel porco di Alberto! (rivolta alla porta ed a voce alta) Hai capito cosa ti ho detto, gatto? (rimettendo a posto il barattolo) Sei peggio di un marito porco e puttaniere! (si ferma di nuovo, sognante) ...Certo, però, che se anche Alberto, invece di divorziare, avessi potuto portarlo dal veterinario... ZAC, ZAC... (ridacchia affettando l’aria con il cucchiaio sporco) ...non gli sarebbe stato mica male! (il miagolio riprende e si fa imperioso) ...Arrivo, arrivo, eccomi!

Carla esce verso sinistra con il piatto del gatto. Si sente lo scatto della serratura. Il miagolio cessa. Pausa.

CARLA               (da fuori) Beh? Tante storie e adesso non mangi? Vieni qua dannato...

Si ode un violento strillo di gatto notevolmente arrabbiato, un urlo selvaggio di Carla, un concitato trapestìo ed un rumore di vetri rotti. La porta sbatte e Carla rientra imprecando e tenendosi la mano destra.

CARLA               Isterico! Maledetta bestiaccia isterica! ...Dio che male! La mano mi hai azzannato, delinquente! ...Chissà che squarcio... (si guarda la mano preoccupata e con sorpresa la trova sana) Nemmeno un graffio? Strano... Bah, dopotutto fa già meno male... sarà stato più che altro lo spavento... Comunque.. (apre la finestra e urla verso l’alto) ...Comunque non vuol dire che non me la pagherai, ammasso di peli!

Chiude la finestra con una smorfia: il grido ha acutizzato il mal di testa.

CARLA               Nemmeno la soddisfazione di sfogarsi... Che mal di testa! (fruga nelle tasche del soprabito appeso, senza successo) Niente? Eppure ero sicura che... (si guarda attorno per la stanza) ...ne ero certa! (si siede sul divano perplessa poi si illumina, solleva il cuscino del divano e ne tira fuori un pacchetto di sigarette.) Volevo ben dire! (Ne accende una con voluttà) Ahh! Ci voleva!... (si rilassa un momento) Però ci starebbe bene anche un bel caffè... (prende dal tavolino un posacenere stracolmo e va dietro al bancone. Vede il barattolo rovesciato) ... Ah, già... (appoggia il posacenere sul bancone, rialza il barattolo e comincia a raccogliere il caffè sparso) Con quello che costa, questo qui lo recuperiamo... (nell’operazione urta il posacenere che si capovolge mandando tutto il contenuto a mescolarsi con il caffè)  No, no, no! Che schifo!

Con un gesto rabbioso spazza via la mistura dal bancone. Poi guarda attentamente in fondo al barattolo. È dubbiosa. Prende dal lavello la “moka” e prova a versarci il caffè rimasto: non è sufficiente. Con un gesto di stizza, comincia a cercare nei mobili di cucina fino a scomparire cercando sotto al bancone. Squilla il telefono.

CARLA               (emergendo disperata) No! No per carità, basta! Mi trapanate il cranio! (si affretta incespicando verso il telefono) Arrivo, arrivo! (alza la cornetta) Pronto? Pronto, sono qui... sono qui, non mi sentite? (gridando con sofferenza) Sono qui, mi sentite? Sono qui... ma io sento benissimo... macché (riattacca e ritorna verso il bancone. Il telefono squilla di nuovo. Carla risponde) Pronto? Pronto? PRONTO! Io vi sento benissimo, PRONTO, MI SENTITE? Pronto, pronto, pronto...

Carla guarda sconsolata la cornetta, poi riattacca e torna verso il bancone. Durante la battuta successiva trova il nuovo pacchetto di caffè, ne travasa il contenuto nel barattolo e prepara la macchinetta.

CARLA               (con crescente esasperazione) Pronto, pronto, pronto... che razza di giornata! Era meglio restarsene a letto! ...E il gatto impazzito, e il caffè al tabacco, e il telefono che non funziona (cerca di accendere il fornello) e il gas... e il gas... e il gas... perché diavolo non funzioni?... (controlla la bombola) ..e la bombola del gas vuota... e questo dannato mal di testa che non passa...

Squilla il telefono. Carla si avvicina al telefono con fare rassegnato e risponde.

CARLA               Pronto? Pronto? Io sento beniss...ma a che serve? (pausa, poi riattacca) È inutile, è proprio partito... (preoccupata) e io che oggi aspettavo la chiamata di Jerry! (pausa di riflessione) Però, se inserisco la segreteria... (inserisce la segreteria, poi si rivolge al telefono) Fregato! Se non vuoi farli parlare con me, parleranno con lei! Ed ora vediamo di rimediare un po’ di colazione.

Carla torna dietro al bancone. Fa per mettere la macchinetta del caffè sul fuoco poi ricorda la mancanza di gas, ha un gesto di disappunto e prende dal frigo un cartone di latte. Si versa un po’ di latte in una tazza, prende un pacco di biscotti e, accingendosi a fare colazione, accende la radio. Si diffonde musica d’organo e cori. Si ode la voce modulata di un sacerdote. (La battuta di Carla è contemporanea)

VOCE                 ...cari fratelli, in questa domenica di fine autunno vorrei parlarvi della Carità. La Carità è uno degli insegnamenti principali, forse il più importante, che nostro Signore è venuto a portare nella sua esperienza terrena. Ricordate, fratelli, il comandamento più importante che Gesù diede ai discepoli? “Ama il prossimo tuo...”

CARLA               (a sentire la parola “Domenica” le va il latte per traverso) La Messa?!? Domenica?!? Ma oggi è sabato! Non può essere domenica! (spegne la radio)

Carla fissa attonita la radio. Ancora tossisce un po’ per il latte di traverso.

CARLA               Cosa c’entra la Messa? Oggi è sabato... ieri sera era venerdì, quando sono andata a dormire dopo... dopo... ma cosa ho fatto ieri sera? Ero uscita... sì mi pare... ma dove sono andata? oh, Dio: non mi ricordo... comunque era venerdì sera e oggi è sabato! Sabato 23, sì ecco: sabato... (sbircia il datario dell’orologio) 24?!?

Carla scuote l’orologio come per verificarne il funzionamento, poi va al divano, cerca il telecomando ed accende il televisore cominciando un nervoso zapping.

VOCI TV             ...uno di noi, Joe, è di troppo in questa città... incredibile, signori, incredibile : alle prime trenta telefonate... Manolo, la vuoi sapere la verità ?... ed ora, care amiche, alla fine della cottura possiamo vedere il risultato del nostro lavoro... la partita di cartello di questa domenica di campionato è sicuramente quella di San Siro, dove il Milan è chiamato a difendere...

Carla spegne il televisore e rimane attonita.

CARLA               Domenica... domenica? ma come è possibile che sia domenica? ...Dio, la mia testa! Me la sviterei!...Domenica? Io non ci capisco più niente! ...Qui ci vuole un’aspirina!

Carla torna dietro al bancone e comincia a cercare nei vari scaffali. Aprendone uno ne trae due bottiglie di whisky, una vuota ed una quasi. Le guarda perplessa.

CARLA               Vuote? Ma se ieri... no, l’altro ieri erano piene... (vede qualcosa nello scaffale e lo prende: è un flacone) Il sonnifero? Che ci fa qui? (si versa le pillole su di una mano e le conta) una... tre... sette e due che fanno nove... tredici. Tredici?

Carla resta un secondo pensierosa, poi comincia piano a ridere rimettendo a posto le pillole e gettando via la bottiglia vuota.

CARLA               Carla, vecchia debosciata che non sei altro... lo credo bene che ho dormito un giorno e mezzo: una bottiglia e mezza di whisky e quattro pillole di sonnifero! Deve essere stata una ciucca maestosa! Chissà cosa mi aveva preso... (improvvisamente pensierosa) già... cosa è successo venerdì? Ero fuori, mi pare... sì, devo essere uscita con Jerry... Jerry! Questo lo ricordo! Doveva telefonarmi oggi... no, ieri! (precipitandosi al telefono e componendo un numero) Quello ha chiamato e non mi ha trovata... Dio, che guaio: già è difficile tenerselo stretto... è così giovane... così pieno di vita... alle volte mi domando come lo abbia acchiappato... Pronto, Jerry, sei tu? Sono Carla. Scusa per ieri, sai, è che (ride forzatamente) ...adesso tu non ci crederai ma... Jerry? Jerry, ma mi senti? No, non riattaccare.. io ti sento... Jerry... Jerry... (guarda sconsolata la cornetta poi riattacca) me ne ero scordata... maledetto telefono!

Carla ritorna verso il bancone. Squilla il telefono. Carla fa per rispondere, poi si ferma e aspetta. Scatta la segreteria.

SEGRETERIA    Salve, sono Carla. Non sono in casa. Vi prego di lasciare un messaggio dopo il beep.

Dopo il beep si sente la voce di Jerry.

VOCE                 Carla? Aren’t you home? Mi ha squillato telefono e pensavo fossi tu. Se per caso sei tu da fuori casa, prego: non chiamare più. Io già detto venerdì che non devi più cercare. (alterato) Io ho ventitré anni, for godness sake! Sei grande in letto, ma non puoi credere che io può stare con una so much... così tanto più vecchia! Prego, Carla, non chiamare più!

Fine del messaggio. Carla rimane basita. Poi esplode (nelle frasi virgolettate fa il verso all’accento straniero di Jerry).

CARLA               Brutto stronzetto di un inglese! Ma chi ti credi di essere? “Così tanto più vecchia”? Cafone rifatto! Ignorante! Lattante impotente... “Sei grande in letto...” Lo credo che mi trovi “grande in letto”: ti ho preso semivergine che nemmeno sapevi dove mettere le mani... e adesso mi fai la morale?!? Stronzo! Stronzo e figlio di puttana.. figlio di puttana... (crolla in lacrime sul divano) ...figlio di puttana, non hai capito niente: io volevo di più, oltre al sesso, sì, ma solo un po’ di amicizia e di comprensione... e invece tu... sei come quel porco di Alberto e quel maiale di...

Squilla il telefono.

SEGRETERIA    Salve, sono Carla. Non sono in casa. Vi prego di lasciare un messaggio dopo il beep.

VOCE                 Sono Viviani, buongiorno signora. L’ho chiamata tutto ieri e solo oggi riesco a parlare almeno con la sua segreteria. La prego di non pensare più a venerdì mattina: è stato uno spiacevole equivoco. A parte questo certo capirà che, se anche ci dispiace non avvalerci più della sua collaborazione, l’azienda aveva delle necessità di ristrutturazione. Tornando a venerdì, lei capisce che non può tenersi conto di quello che può succedere in uno studio vuoto...

Il messaggio si interrompe per esaurimento del tempo.

CARLA               (furiosa) ...quel maiale di Viviani! “Lei capisce che non può tenersi conto di quello che può succedere in uno studio vuoto”...ipocrita! Come a dire: cocca bella, sei senza testimoni e non puoi provare che ho tentato di rivenderti il tuo lavoro infilandoti le mani in mezzo alle cosce! Ma tientelo, il tuo lavoro! Voglio proprio vedere dove vai a trovare una cretina come Carla, una che per le due lire di segretaria ti tiene in piedi tutta l’attività e fa pure metà del tuo lavoro personale! Ristrutturami pure, caro Viviani, tanto prima o poi me ne sarei andata via io da quello schifo.

Carla afferra la bottiglia ammezzata  e si attacca a garganella.

CARLA               Schifo di posto... schifo di stipendio... schifo di mondo! Solo compromessi e compromessi... (ride amaramente) E pensare che ho rinunciato all’Accademia e a due anni di sogni d’arte proprio per dar retta ai paladini del compromesso. Com’è che dicevano... “ma lascia perdere i colori: vuoi finire a far caricature a piazza Navona? Dai retta: prendi ragioneria da privatista, così hai subito qualcosa in mano” ...Mi sta bene: chi comincia col primo compromesso poi non si lamenti dei successivi! (beve e poi con tono via via più eccitato) Ragioneria da privatista... avrei fatto meglio a seguire il consiglio alla lettera, ma no! La stupida crede ancora alla forza della volontà e della preparazione! Cinque anni per prendere la laurea in Legge con tanto di lode e finisco a passare le carte per quell’animale di Viviani... anzi, no: a gestirgli tutta l’azienda con lo stipendio di un passacarte... Ma te ne accorgerai, Viviani, uh, se te ne accorgerai! Tornerai in ginocchio, morto di fame... (improvvisamente non più sovreccitata) ...morto di fame... ma sono io, adesso, la morta di fame. Continua a sognare le tue rivincite, cretina, intanto sei tu con il culo per terra! (angosciata) Come faccio adesso? Con le due lire che mi passa Alberto e le bollette in scadenza tempo due mesi sono a terra... dove lo trovo un altro posto di questi tempi?

Carla piange sommessamente, poi si riscuote.

CARLA               Beh, non sarà così che lo troverai... scuotiti, vecchia! Ricordati il ‘77: ti chiamavano la tigre dei collettivi! Non ti smuoveva la Celere a manganellate ed ora ti fai atterrare da un Viviani qualsiasi? Ma per carità!... Intanto cominciamo a vedere cosa offre il mercato! (con il tono di un reduce del Pacifico quando rievoca la battaglia di Guadalcanal) Avanti, tigre! Avanti popolo!

Carla, rianimata, comincia a muoversi con vivacità canticchiando “Bandiera Rossa”. Va in cucina e si prepara una robusta tazza di latte che porta sul tavolo del divano insieme ad un grosso pacco di croissant. Poi fruga nella stanza recuperando un buon numero di giornali che mette sul divano. Sembra quasi una bambina che giochi: l’insieme deve dare l’idea di un tentativo un po’ patetico di reazione emotiva.

CARLA               Manca qualcosa?... Aspetta, è domenica, no? C’era Radio Satellite che trasmetteva offerte e domande di lavoro, se non sbaglio.

Afferra la radio dal bancone e la porta al tavolino del divano.

CARLA               Allora, c’è tutto? No, manca la colonna sonora!

Va allo stereo e mette un disco: sono gli Inti Illimani.

CARLA               Ecco fatto! (col tono del reduce di poco prima) Alè, alè, come nel ‘77!

Carla comincia a scorrere gli annunci leggendo a mezza voce e contemporaneamente facendo colazione. È piuttosto pimpante.

CARLA               A..a..a..a chi può interessare un’ora di... (ride) sì, ci mancherebbe! ...Allora... a... a... a... Avvocati: ecco qua! Richieste praticanti: lode.. si, c’è... venticinque anni massimo, no, passiamo oltre... ecco.. macché, ventisei-trenta... massimo trenta... entro i trenta... neolaureati giovani... Ma che è, l’asilo infantile?... Già, d’altra parte i praticanti sono “i giovani di studio” per definizione... lasciamo perdere, oltretutto so bene come vengono trattati, all’inizio: mesi senza stipendio! ... no... no... meglio tornare con i piedi per terra... Segretarie... offerte... ecco qui. Allora, vediamo... forse.... no, non va.... aspetta un po’? (accende la radio)

VOCE                 ...coordinamento segreteria...

CARLA               Sì, va bene...

VOCE                 ...buona esperienza...

CARLA               Non c’è problema!

VOCE                 ..spirito di iniziativa...

CARLA               Chiedetelo al dr.Viviani il porco!

VOCE                 ...massimo trentenni...

CARLA               Dagli! Come non detto! (spegne) Vediamo... sì, questo va bene... ahi, vogliono le referenze... come gliele faccio sputare al maiale? Dopo venerdì se la sarà legata al dito... No, no, meglio senza referenze... vediamo... giovani decisi... venti... segretaria bella presenza ventiquattro... no.. trenta massimo... che lagna, sentiamo un po’ qui.. (riaccende la radio continuando a leggere)

VOCE                 ...tra i ventisei e i ventotto..

CARLA               ...non oltre i ventisette...

VOCE                 ...massimo trenta...

CARLA               ... ventuno-venticinque...

VOCE                 ...nati dopo il 1970...

CARLA               ...giovani...

VOCE                 ...giovani...

CARLA               ...giovani...

VOCE                 ...giovani...

CARLA               ...giovani...

VOCE                 ...giovani...

Carla, che si è andata sempre più spegnendo, getta via i giornali e spegne la radio

CARLA               Basta, ho capito!

La musica prosegue: è “El pueblo unido” Carla va a spegnere malinconicamente.

CARLA               El pueblo unido... sì, ci credevo, ci credevamo tutti... e cosa ci è rimasto... ricordi, solo ricordi e disillusioni, come a quegli altri, quelli del ‘68... El pueblo unido, jamas sera vencido... come no? Certo, peccato che il popolo unito credevamo di essere noi ed eravamo uniti solo perché ci piaceva di giocare a fare i rivoluzionari! Quando si è trattato di fare sul serio, poi... ognun per sé e Dio per tutti, io per prima... ed oggi chi è solo è solo davvero, senza difesa... se non sei bello, forte, ricco, astuto e giovane... (ride amara) ...giovane... ti sei tanto incazzata prima perché Jerry ti ha dato della vecchia a trentotto anni eppure... sì, sì, quando si parla dei lifting di attrici, cantanti e mignotte d’alto bordo la donna d’oggi è giovane fino a sessant’anni, ma quando si parla di cercar lavoro da segretaria o da impiegata, allora a trentacinque sei decrepita! (riprende la bottiglia) Alla salute, Jerry, dopo tutto avevi ragione tu! (beve) Avevi ragione tu, ma resti lo stesso uno stronzo! Dev’essere per questo che venerdì mi sono inciuccata: devo aver cercato un amico, un poco di comprensione e tu hai detto “Pussa via vecchiaccia!”... Ognun per sé e Dio per tutti... sei stato coerente con l’umanità, Jerry... e io m’inciucco di nuovo!

Mentre Carla scola del tutto la bottiglia, squilla il telefono.

SEGRETERIA    Salve, sono Carla. Non sono in casa. Vi prego di lasciare un messaggio dopo il beep.

VOCE                 Carla, sono Alberto. Guarda che è perfettamente inutile che cerchi di scomparire. Te l’ho già detto venerdì: non hai nessuna speranza in giudizio, è certo. Claudia l’affideranno a me: se ti decidi a firmare subito l’accordo almeno le risparmieremo le tristezze del tribunale e, lasciamelo dire, anche tu risparmierai un bel po’ di quattrini in spese legali... Credo che ora come ora questo particolare abbia una certa importanza, per te. Chiamami entro lunedì oppure la prossima telefonata sarà del mio avvocato.

Carla, già indebolita psicologicamente, rimane inebetita.

CARLA               Claudia? La bambina? No, Alberto... no... tu... tu non... tu non puoi... non puoi... (crolla in lacrime) Noo! Vigliacco, non puoi farmi anche questo! Ti sei sempre preso tutto, hai sempre saputo approfittare del fatto che malgrado tutto ti amavo... ma non togliermi anche Claudia, ti prego... non puoi togliermela, nemmeno tu sei tanto carogna...ti prego... ti prego...

Claudia singhiozza sul divano. A poco a poco i singhiozzi calano insieme alle luci che si fanno dapprima più soffuse, poi cominciano muoversi stile discoteca soft. Si diffonde una musica. È un “lento” anni ‘70, tipo “How deep is your love”. Si ode la voce di Alberto.

VOCE                 Carla? La tigre in discoteca? Che novità! ...Ma che fai lì sperduta in un angolino? Su, dai, vieni a ballare!

Carla alza il viso, si alza ed inizia a ballare stretta ad un cuscino.

CARLA               Grazie, Alberto... non... non sono abituata a ballare... sai, non vengo granché in discoteca, non è proprio nel mio stile! (ride forzatamente poi, amara) ...e poi non mi invita mai nessuno... oh, scusa: il tuo piede! Ecco, vedi: non so neanche ballare i lenti... anche alle festicciole della domenica pomeriggio... te le ricordi anche tu, vero? Quando avevamo tredici, quattordici anni. Pizzette, panini, un po’ di dischi e alle otto tutti a casa “...se no domani chi ti sveglia per andare a scuola?” (ride) ...Si facevano sempre a casa mia: me le organizzava papà... poverino, faceva di tutto per me: voleva aiutarmi ad essere più popolare... lo vedeva che ero sempre sola, fin da piccola... a nascondino mi facevano restare sempre sotto ed invece di nascondersi andavano tutti a giocare dalla parte opposta del giardinetto... anche a quelle festicciole non mi invitava mai nessuno a ballare ed io restavo sola, in un angolo, a guardare... a guardare... guardavo te, Alberto, sai? (ride forzatamente) Sapessi la cotta che avevo per te, allora... sapessi che cotta...

Luce e musica calano lentamente mentre Carla stringe più forte il cuscino e lentamente si sdraia sul divano continuando a ripetere l’ultima frase. In una penombra in cui appena si intravedono i movimenti, Carla, supina, si stringe ancora di più al cuscino e comincia sottovoce a gemere ed ad agitarsi come se stesse facendo l’amore.

CARLA               Sì, Alberto... Oh, sì, ancora... ero piccola, ma sapessi che cotta avevo per te... quanto ti amavo... quanto ti amo ancora... ti amo... ti amo... ti ho sempre amato... sì... sì... Sì! sì! sì!

Buio e silenzio improvvisi. Pausa. Luce normale. Carla è raggomitolata sul divano. Lentamente si riprende.

CARLA               Alberto, carogna: ti sei preso il meglio che potevo darti e lo hai regalato alle tue puttane! Tanto lo sapevi che non mi sarei mossa, che ero sempre lì ad aspettare il Signore e Padrone, pronta a scaldargli il letto. E poi, quando ne hai avuto abbastanza, mi hai piantata lì come un chiodo. Ti sei sempre approfittato di me, sapevi che ti amavo... (con rabbia) sai benissimo che ti amo ancora al di sopra delle peggiori carognate possibili! E continui ad approfittarne, porco! (si accascia sul divano in lacrime) Ti prego, non farmi anche questa... lasciami Claudia... l’infanzia di quella bambina è l’unica cosa veramente mia che potrò mai avere, non portarmela via!

Carla piange a lungo. Poi, esaurita, si rialza asciugandosi il viso

CARLA               Tanto è inutile, lo sai: non gliene frega niente ad Alberto... non gliene frega niente a nessuno di te! Anche Claudia... come se non lo sapessi... al pensiero di andare a vivere con lui farà i salti fino al soffitto... lei adora il padre... d’altra parte è logico: è tutta sua madre... poverina, che disgrazia!

Improvvisamente Carla si scuote e si alza con fare deciso.

CARLA               Eppure... No! Stavolta non può averla vinta lui! Stavolta voglio combattere, voglio tornare ad essere la tigre! (va verso la libreria di fondo e comincia a rovistare) Devo avere ancora qualcosa che possa convincere il giudice... non posso non averla... il bello di essere casinisti è che non butti via mai niente... C’è qualcosa... sicuramente c’è, basta solo trovarla!

Nel cercare di calare una grossa scatola di cartone da un ripiano alto si sbilancia, barcolla un attimo, poi cade rovinosamente oltre la spalliera sul divano portandosi dietro lo scatolone che le rovescia addosso un mare di fotografie.

CARLA               (districandosi) Oh, Dio che botta! Non ci mancava altro, oggi! ...Ma guarda che casino! (cominciando a raccogliere le fotografie) C’è di tutto, qui... ecco il porco, ad esempio, che fa il buffone sulla spiaggia... cos’era, l’ottantuno? No, il 1982, c’erano i mondiali. A Sirolo: le prime vacanze assieme... (guarda la fotografia con malcelata nostalgia, poi improvvisamente la strappa in mille pezzi) Troppe me ne hai fatte, maledetto: non posso non averne ancora qualche traccia... aspetta che abbia sistemato qui e vedrai che pietanzina ti preparo! (continua a raccogliere le foto) Cosa abbiamo qui? Ultimo anno di liceo: 1977, naturalmente: classe di ferro! (guarda con attenzione la foto, poi scoppia a ridere) Ma guarda che facce! E come ci combinavamo! E quante ne abbiamo combinate! ...Questa la facemmo durante l’ultima occupazione... Eravamo una banda di matti! ...Aspetta... questo è Giacomo... aveva il terrore del sangue, quando vedeva la Celere si squagliava per primo... ora è primario neurochirurgo. Luisella! La femminista di ferro! (perplessa) Oggi si chiama Mario... Ed ecco i Dioscuri: Luca e Tito... sempre insieme eppure così diversi: Tito era il ras, il capo, quello che voleva spaccare il mondo ed ogni mattina diceva “Oggi è il giorno dei Soviet!”... Luca, invece diceva sempre di tenere i piedi per terra, di non farsi troppe illusioni... troppe utopie... Luca è “desaparecido” in Argentina l’anno dopo e Tito è dentro per tangenti! (amara) Che brutta cosa, la giovinezza: credi di essere sincero con gli altri e con te stesso e non sai che porti già dentro le tue ipocrisie... Come se fossimo tutti bambini al circo: crediamo che lo spettacolo sia perfetto, che quel mondo sia il più bello possibile senza capire che è tutto finto, che siamo finti anche noi, che sono solo sogni, che basta un niente, un errore di mezzo centimetro ed il nostro eroe muore! ...Basta con le malinconie, non è proprio giornata! (continuando a sistemare le foto, trova una busta) E questa...? È la calligrafia di papà! (legge) “Altopiano di Asiago, estate 1966” (apre la busta e ne trae un pacco di foto) Le vacanze in montagna! ...Ecco il gruppo al completo: quell’anno c’eravamo proprio tutti... i Filippi di Genova... questi sono quelli di Firenze, come si chiamavano? Corelli. Poi la coppietta di Verona... Pietruccio l’albergatore... Che bei ricordi: ci si metteva d’accordo a febbraio per telefono e poi via! Tutti insieme per tre settimane ad Agosto! Amici noi bambini, amici gli adulti... erano giornate veramente serene, felici... o forse semplicemente ero io ad essere felice, allora...  (continua a scorrere le foto e ride) Ecco, questa devo averla scattata io... la testa è tagliata! Però gli scarponi sono inconfondibili, sempre gli stessi anno dopo anno: è papà. (con espressione di sognante nostalgia) ...caro papà... è per lui che ero felice, allora... è lui che mi ha regalato la mia infanzia... è l’unico che mi ha sempre sostenuta... che mi ha sempre capita... che mi ha sempre protetta... fin da quella volta, al circo... quando la tigre... papà... caro papà...

Carla resta ferma con lo sguardo perso nel vuoto mentre le luci si abbassano. Si ode fuori campo la voce del padre.

VOCE                 Corri da papà, Carlottina! Il mio passerotto che ha imparato ora a zampettare!

CARLA               Papà! Sei tornato! Cosa mi hai portato?

VOCE                 Una bella cosa, Carlotta: il tuo primo libro di favole. Ma prima dimmi che ha fatto oggi la mia bambina.

CARLA               (con un groppo in gola) La maestra mi ha dato cinque perché non so fare le operazioni con le frazioni!

VOCE                 (comprensivo) E che, ne fai un dramma? Andrà meglio la prossima volta! Dai su, ti compre un gelato.

CARLA               No, grazie, papà. Non mi sento tanto bene... (imbarazzata) Sai, non l’ho detto nemmeno alla mamma, ancora... mi sono venute...

VOCE                 Davvero? Di già? Dio mio, come cresci in fretta! Però per me sarai sempre la mia bambina...

CARLA               (decisa) Non sono più una bambina, papà! Non puoi impedirmi di passare la notte a scuola. Per me questa occupazione è importante: io ci credo!

VOCE                 È vero, hai ragione. Non sono d’accordo sulle tue idee, sono convinto che sbagli, che sbagliate tutti voi ragazzi d’oggi, ma sono le vostre idee ed è giusto che le sosteniate come credete. Solo... non fate fesserie!

CARLA               Papà, secondo te sto facendo una fesseria?

VOCE                 Che ti devo dire, Carla... certo la realtà è quella che è, e una laurea in legge è sempre capace di aprire qualche porta... ma rinunciare all’Accademia... non posso dire che non mi dispiace... lo hai sognato per tanti anni!

CARLA               L’ho sognato per anni, papà, ma ora che il gran giorno è domani ho una gran paura di sbagliare....

VOCE                 È un po’ tardi per dubbi del genere, Carla: ti sposi domani mattina! Comunque ricordati: per amore quasi sempre si sbaglia, ma sono errori che a non farli poi te ne penti per tutta la vita.

CARLA               Sì, ma io... io ho paura. Mi terrorizza l’idea di poter essere di nuovo infelice!

VOCE                 Se capiterà verrai da me, come quando eri bambina. Mi troverai sempre quando avrai bisogno di me.

Alle spalle di Carla, dall’ombra emerge il Padre.

CARLA               Ho bisogno di te, papà. Ne ho bisogno adesso.

PADRE               Ed infatti sono qui.

Carla si volta, vede il padre e gli corre incontro

CARLA               Papà! Oh, papà, come sono felice di vederti! (gli si getta tra le braccia. Poi, dopo un attimo lo guarda in viso e si allontana con un grido) Papà?!? Tu... non puoi essere qui... io... io non ti vedo... non è possibile... tu... tu sei morto dieci anni fa!

PADRE               Ascoltami, Carla...

CARLA               NO! Io non ti sento! Io non ti vedo! Io... io non credo ai fantasmi!

PADRE               E hai ragione. I morti non ritornano.

CARLA               Ma... allora... tu... tu non sei morto?

PADRE               Io non sono tornato... è diverso.

CARLA               (prendendosi la testa tra le mani) Dio, la mia testa! Non riesco a capire... non capisco più niente...

PADRE               Eppure è così semplice... Non sono io che sono tornato da te: sei tu che sei venuta da me.

CARLA               (con crescente panico nella voce) Che cosa... che intendi dire?

PADRE               Perché Lucifero è diventato isterico, vedendoti? Perché nessuno riesce a sentire la tua voce al telefono? Per prendere il coraggio di fare che cosa ti sei ingozzata di whisky e pillole? Perché la bombola del gas è vuota?

CARLA               NO! No, no, no... io sono ubriaca, esaurita magari... ma sono viva, VIVA! Eccomi, guardami: io sono qui.

PADRE               Ne sei sicura? Da stamattina non sei più tornata in camera da letto... vacci adesso, e guarda tra le lenzuola.

Carla esce precipitosamente verso destra. Pausa, poi si ode un urlo disperato seguito da un irrefrenabile pianto e da lamenti.

CARLA               NOOOOOO! No, non è possibile... io.. quella lì è... sono... no, no, no, vi prego... io non volevo... non volevo... Io voglio vivere, voglio continuare a lottare ancora... a lottare come la tigre... la tigre. LA TIGRE!

Carla rientra e si avvicina al divano dove lentamente si raggomitola

CARLA               (con voce gradatamente più infantile) Papà, papà, dove sei... ho paura... la tigre... ho paura... ho tanta paura... papà, ti prego... dove sei? ...Papà... Papà...

PADRE               Carlottina! Cosa c’è, perchè piangi?

CARLA               (sempre con voce infantile) Papà! C’era la tigre! Là, in mezzo, che ruggiva... e colpiva il domatore... e poi è venuto quell’uomo... e aveva il fucile... e ha sparato... e adesso la tigre e lì per terra... è morta... ho paura, papà!

PADRE               (avvicinandosi e prendendola per mano) Su, su, non piangere... io te l’avevo detto, però, che al circo può succedere di tutto! Su, dai, vieni via... Papà adesso ti porta in un bel posto... vedrai che bello! Dammi la manina, vieni... il tuo papà non ti lascia sola, lo sai.

Buio mentre cala il…SIPARIO[gm1]

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