La vagabonda

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LA VAGABONDA

Commedia in quattro atti

Di COLETTE E LEOPOLD MARCHAND

PERSONAGGI

RENATA

MARGOT

SIGNORA FERNANDA

SCAMPOLINO

GIOVANNA MARGY

MARIA

REGINA

WILSON

CAMERIERA

BLANDINE

SARTA

MASSIMO

BRAGUE

ADOLFO

IL REGISSEUR

ALBERTO

BOUTY

STEFANO

L’UOMO DEI PESCI

CELIO

L’INGLESE

VITTORIO

MACCHINISTA

FELICE

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Uno studio di pittore mondano. Salotto uso studio. Predella per la posa.

Margot                          - (entra, togliendosi la cuffia di pelliccia ed i guantoni) Mio fratello è uscito?

Alberto                          - Sì, signora.

Margot                          - (rettificando) Signorina. E la si­gnora è in casa?

Alberto                          - (urtato) E' uscita anche la signora.

Margot                          - (stupita) Come, sono usciti insieme?

Alberto                          - Oh, no, signora.

Margot                          - (rettificando) Signorina.

Alberto                          - Ma, signora...

Margot                          - Non è una buona ragione l'essere stata maritata cinque anni, per chiamarmi signora. Dunque, proprio il signore è uscito?

Alberto                          - Se la signorina non mi crede...

Margot                          - Allora chi parlava qui mentre ero sul pianerottolo?

Alberto                          - (che mentisce) Sono io, signorina.

Margot                          - Da solo?

Alberto                          - (modesto) Provo gusto ad ascol­tarmi.

Margot                          - Questa è graziosa. Pranzano qui?

Alberto                          - La signora ha ordinato tre coperti.

Margot                          - (a se stessa) Tanto per cambiare... (pausa dinanzi ad un cavalletto sul quale si trova un ritratto di donna). Questo è nuovo? (ad Alberto che ride) Eh, Alberto, parlo con voi. Chi è questa signora?

Alberto                          - (sull'attenti con le braccia penzoloni lungo il corpo, vicino al cavalletto, annun­ciando) La signora contessa Di Guirnont.

Margot                          - (accanto al ritratto, osservandolo coll’occhialetto) Questa la Guimont? Con quei capelli? Poveretta, l'ha fatta bionda, come tante altre. Eppure è un ragazzo che ha un certo ingegnacelo. Alberto, francamen­te, la trovate somigliante?

Alberto                          - (con l'aria di chi se ne intende) La spalla, vive, ma la bocca, la trovo piccolina. Però non c'è male. Eppoi, a parer mio, c'è più distanza nella signora Guimont tra questi... (indica ì seni) e questo... (indica il mento. Margot si allontana dal ritratto) La signorina non pranza?

Margot                          - No! Come va il cane?

Alberto                          - (serio) E' uscito or ora.

Margot                          - (c. s.) Mi dispiace. Gli lascerò la mia carta da visita. E la gatta di Persia?

Alberto                          - (disgustato) Deve avere trangugiato una spina di pesce. L'ha restituita sul man­tello di lontra della signora.

Margot                          - (guardandolo) Vi disgusta? Ah, ra­gazzo mio, le bestie sono assai più pulite della gente. Quando dovrete curare mio fra­tello...

Alberto                          - (offeso) Anche il signore patisce di... nausea...?

Margot                          - (sarcastica) Non ancora. Ma con la vita che conduce, gli accadrà di peggio. At­tenti alla vetturetta da invalido, alla sedia igienica. La sedia igienica, avete sentito, ser­vitore devoto?

Alberto                          - (offeso) Sono troppo giovane per essere devoto.

Margot                          - (c. s. nell'uscire, calzando di nuovo i guanti felpati e la cuffia) La vetturetta degli invalidi l'avrà prima di me, mio fra­tello minore, (ad Alberto) Giovinotto, tor­nerò forse fra un momento per vedere la si­gnora, avete udito? La signora. Non il si­gnore. (Esce seguita da Alberto, il quale le apre la porta con premura, con molto sus­siego e con molta fretta).

(La scena rimane vuota un momento, poi Adolfo esce con precauzione da una porticina segreta. Adolfo a Giovanna Margy che non è ancora visibile).

Adolfo                          - Si può. (ella esce) La vecchia matta se n'è andata.

Giovanna                      - Quale vecchia matta?

Adolfo                          - Mia sorella.

Giovanna                      - (ridendo) Avete lo spirito della famiglia.

Adolfo                          - Non l'avete veduta? Avete perso molto, ve rassicuro io. Una specie di Rosa Bonheur, bolscevica. Si chiama Margot.

Giovanna                      - Voi vi chiamate Adolfo: è quasi altrettanto buffo. E non siete certo un amante astuto.

Adolfo                          - Faccio il possibile!

Giovanna                      - Niente affatto. Un amante astuto incomincia sempre col rispettare le donne.

Adolfo                          - (insolente) Ma ci arriverò al rispet­to. Aspettate! Aspettate un momento.

Giovanna                      - (offesa, alzandosi) Datemi la mia pelliccia ed il mio cappello, vi prego. Gra­zie (si pettina dinanzi allo specchio).

Adolfo                          - (che l’ha seguita) Avete un ricciolo ribelle, (ella si ripettina nervosamente) Ed un altro qui. (Giovanna, c. s. seccata) Do­vreste anche rimettervi del rossetto e della cipria.

Giovanna                      - (scatta, quasi piangendo) Ah, siete proprio l'uomo che mi avevano dipin­to: svergognato e senza tatto, dopo delle au­dacie da teppista.

Adolfo                          - (vicinissimo a lei) Ditemi il suo nome.

Giovanna                      - Il nome di chi?

Adolfo                          - Il nome della donna che vi ha detto tanto bene di me.

Giovanna                      - (disarmata, ridendo) Non so quello che vi farei...

Adolfo                          - Cercate bene, avete ventiquattr'ore...

Giovanna                      - Perché ventiquattr'ore?

Adolfo                          - Domani alle due e mezzo posate qui.

Giovanna                      - Alle due e mezzo non posso!

Adolfo                          - Facciamo le tre. (ella fa cenno di no) Le tre e mezzo... Le quattro? (c. s.) Cin... Sei?

Giovanna                      - (ridendo) Le sei! Lavorate dun­que con la luce elettrica?

Adolfo                          - (afferrandole i polsi) Lavoro anche senza. Ho un metodo personale...

Giovanna                      - (voltando il capo) Personalissi­mo! Se il quadro somiglia allo schizzo!... La­sciatemi. Lasciatemi. Se vostra moglie...

Adolfo                          - Ho una moglie io?

Giovanna                      - Una delle vostre amanti?

Adolfo                          - Non ne ho più!

Giovanna                      - (dibattendosi) Lasciatemi. Que­sta sera canto.

Adolfo                          - Che cosa?

Giovanna                      - La Tosca (bacio).

Adolfo                          - (lasciandola, calmo) Forse verrò!

Giovanna                      - Davvero? (si ripettina rapida­mente) A che ora?

Adolfo                          - A mezzanotte e un quarto.

Giovanna                      - Ma avrò finito.

Adolfo                          - Appunto.

Giovanna                      - (offesa) Non potete dirmi più chiaramente che ve ne infischiate di udirmi.

Adolfo                          - (insolente) E' vero...

Giovanna                      - (indignata) Oh!

Adolfo                          - La vostra voce è di tutto il mondo... e non è di ascoltarvi che ho voglia.

Giovanna                      - (contenta ed offesa) Dunque il giorno che mi tratterete da grande artista, saprò ciò che significa.

Adolfo                          - Appunto, non significherà più nulla...

Giovanna                      - Ma questo passa i limiti, (egli le bacia la mano che ella gli sottrae e fugge).

Adolfo                          - (sulla soglia, a mezza voce) A più tardi, (rinchiude la porta, si volta, rimette dell'ordine fra i cuscini, toglie il suo pigia­ma, lo depone con cura sopra una delle pol­trone, poi suona. Alberto entra).

Adolfo                          - Datemi la mia vecchia giacca.

Alberto                          - Subito, signore.

Adolfo                          - E preparate il mio smoking, la mia camicia molle con la perla mera.

Alberto                          - Il signore si veste prima di pran­zare?

Adolfo                          - Sì, subito. Sento l'ascensore: è cer­tamente la signora.

Alberto                          - Credo bene.

Adolfo                          - (pausa) E' proprio lei. Sono rima­sto fuori tutto il giorno e rincaso ora.

Alberto                          - (complice) Sì, signore, (esce. Adolfo indossa la vecchia giacca, fischietta, siede, riempie una vecchia pipa con un fare da uomo pacifico. Marta entra con cappello e pelliccia).

Adolfo                          - To'!

Marta                            - Non son io che aspettavi?

Adolfo                          - (indifferente) Oh, Dio mio, sì!

Marta                            - Hai fatto una buona passeggiata?

Adolfo                          - Eccellente.

Marta                            - Dimmi. E' proprio Giovanna Margy che esce da qui?

Adolfo                          - Sì. Perché?

Marta                            - (nervosa) Per nulla, ((musa) Ha dell'ingegno.

Adolfo                          - Non lo so.

Marta                            - (insistendo) Ti deve essere sembrato che ella abbia molto ingegno.

Adolfo                          - Io? Me ne infischio! L'essenziale è che lei trovi che ne abbia io.

Marta                            - Ah!... Ritratto?...

Adolfo                          - Ritratto! Quindici mila.

Marta                            - (nervosa) Oh!

Adolfo                          - (furbo e quieto) Trovi che sono pochi?

Marta                            - Taci! Era la prima seduta?

Adolfo                          - La prima.

Marta                            - A quest'ora? Ma se è notte?

Adolfo                          - Non te ne intendi affatto del mio mestiere. Se dipingessi delle nature morte, incontreresti qui eternamente una forma di gorgonzola, una cesta di pesche, oppure un mazzo di cipolle. Ma siccome dipingo la donna, incontri qui delle donne ed è logico. E' anche inevitabile!

Marta                            - Ma, insomma...

Adolfo                          - Oh, insomma, basta! (Marta vuole parlare, egli la interrompe) Sì, sì, basta così! Ma come ho una moglie che mi lascia fare tutti i miei comodi e mi lascerei seccare da un'amante? Neanche per sogno.

Marta                            - (a mezza voce) Mascalzone!

Adolfo                          - (a se stesso, sorridendo ad un recente ricordo) E’di giorno.

Marta                            - Che cosa?

Adolfo                          - Nulla, (cambiando tono) Mia cara, mi addolori molto.

Marta                            - (riso nervoso) Ah! Ah!

Adolfo                          - Ridi, se vuoi. Io non ne ho nessuna voglia.

Marta                            - (molto nervosa) Potrebbe darsi che tra un momento tu versassi lacrime amare... Che miseria imbattersi in un viso così ipo­crita. Sì, sì, sei un bugiardo e fremo pen­sando alla sorte d'i tua moglie, e la com­piango.

Adolfo                          - (che stava in ascolto) Compiangila dunque ora. Eccola. (Marta si mette in di­sparte, Renata entra senza cappello).

Renata                           - Buona sera, Adolfo.

Adolfo                          - Buona sera, Renata. Non siete -dun­que rincasate insieme?

Renata                           - Sì. Ma ho preso il tempo di toglier­mi il cappello, il mantello e di ripettinarmi. (a Marta) Volete fare altrettanto? Natural­mente pranzate con noi!

Marta                            - (che aspetta la conferma di Adolfo che sta zitto) Se non vi disturbo troppo...

Renata                           - Non più degli altri giorni.

Marta                            - Dopo una giornata di lavoro, vostro marito è forse stanco.

Adolfo                          - Oggi non posso dire di .aver lavora­to troppo. Oggi, riposo ed una lenta pas­seggiata nei viali...

Renata                           - To', hai mutato parere?

Adolfo                          - Completamente.

Renata                           - Alberto prepara il tuo smoking. Fai conto di uscire?

Adolfo                          - Sì... ma a sera inoltrata. (Marta sta per uscire).

Renata                           - Marta, volete che vi accompagni?

Marta                            - Conosco la strada, mia cara. (esce).

Adolfo                          - (a Renata, appena sono rimasti soli) Che avete fatto tutte e due?

Renata                           - Siamo andati all'esposizione di 6har-my e dai Lewis. Poi, siccome erano appena le cinque, siamo andate a prendere il tè. Fuori si stava benissimo. Non si sentiva affat­to il freddo.

Adolfo                          - Davvero?

Renata                           - Non te ne sei accorto sui viali?

Adolfo                          - No, davvero. Mi piace assai il sole mite… mite...

Renai '                           - (a capo chino, senza protestare) Ne­vicava.

Adolfo                          - (senza turbarsi affatto, canticchia, fre­gandosi le mani) Eh, sì, nevicava. Ah, siamo in pieno inverno.

Renata                           - Hai l'aria raggiante.

Adolfo                          - (c. s. canticchiando) Sempre con­tento, mai ammalato.

Renata                           - Dunque, esci?

Adolfo                          - Me l'hai già chiesto. Certo che esco. Vado da Morignac.

Renata                           - Non ti ho chiesto dove andavi.

Adolfo                          - Vado da Morignac, Perché da quan­do vive in concubinaggio, sta sempre in casa, e a quell'epoca i quadri che ha esposto al Salone sono altrettante por... Che lezione...

Renata                           - Per chi?

Adolfo                          - Ma per tutti quelli che sono tratte­nuti in casa da una moglie pania...

Renata                           - Va dunque da Morignac. Gli inse­gnerai come si fa ad evadere.

Adolfo                          - Di notte fa scaldare il latte e culla il piccino.

Renata                           - E fa bene.

Adolfo                          - (pausa) Hanno telefonato per te. Credo sia stata la signora di Breugny.

Renata                           - Lo so. Era il suo giorno di ricevi­mento.

Adolfo                          - Perché non ci sei andata? E' una cosa utile, dove si vede tanta gente.

Renata                           - (incapace di trattenere un gesto di rab­bia) Lo potevo forse? Mi avevi affidata Marta Mothier Perché la conducessi a pas­seggio.

Adolfo                          - E' vero. Questa buona Marta. E' strano come la dimentico facilmente. Una donna per la quale mi hai fatto e mi farai ancora molte scene di gelosia.

Renata                           - Oh, no! (tristemente) Ora c'è il ri­tratto della signora Giovanna Margy.

Adolfo                          - Benissimo, (la guarda) Ti conosco. Attraversi una crisi. Quindici giorni da tua zia Laura ti farebbero molto bene.

Renata                           - (debolmente) D'inverno? Lo credi?

Adolfo                          - Ne sono sicuro, (ella tace) Una quin­dicina, forse anche meno.

Renata                           - (con una vile speranza) Ah!

Adolfo                          - Forse meno.

Renata                           - Allora non è certo un ritratto di grande importanza.

Adolfo                          - Chi ti ha parlato di quel progetto?

Renata                           - Nessuno. Figurati che la signora Giovanna Margy mi ha mandato dei fiori...

Adolfo                          - (ridendo) No? E' una sciocchezza... ma è un pensiero gentilissimo... (serio) Non parlare del ritratto a nessuno, è troppo presto...

Renata                           - (docile) Ho capito.

Adolfo                          - (insistendo) A nessuno.

Renata                           - (seccatissimi) Ma sì! Ma sì! A sen­tire te si crederebbe che è la prima...

Adolfo                          - (minacciandola, senza muoversi) La prima che cosa?

Renata                           - (cedendo subito) La prima modella... (silenzio. Si alza a stento) Oh, Dio, dimen­ticavo che la signora... che Marta pranza qui.

Adolfo                          - E chi ti costringeva a trattenerla?

Renata                           - Al solito sei tu che la trattieni, (egli alza le spalle, Renata comprende) Benissimo. Ah, se avessi saputo!

Adolfo                          - Oh, a me non dà fastidio, anzi to­glie la monotonia del tu per tu. Credo che anche a te faccia piacere.

Renata                           - (riflettendo) Dovrebbe farmi pia­cere. Eppure credi che preferisco pranzare con te solo.

Adolfo                          - (lasciando da parte il suo fare da bo­naccione, camminando verso di lei) Ah, no! Smettila con le insinuazioni, con gli sguardi da martire. Non ne voglio, Perché sai benis­simo dove ti condurrebbero.

Renata                           - (guardandolo senza sfidarlo, ma come ossessionata da un pensiero interno) Lo sospettavo, sai. Ieri come gli altri giorni ero perfettamente edotta su quanto stava per ac­cadere oggi...

Adolfo                          - (vicino a lei, minacciandola) Oggi?

Renata                           - - Adolfo!

Marta                            - (entrando, vivamente) Oh, oh, così vicini l'uno all'altra? Non vi vergognate?

Renata                           - (con allegria dissimulata) Marta, vi chiedo un po' d'indulgenza. Oggi ho appena intraveduto Adolfo e parto forse domani.

Marta                            - (con un'agitazione insolita) Come, partite?

Renata                           - Sì, da mia zia, agli Andelys.

Marta                            - (con ribellione ed ironia involontarie) Vostra zia Laura?

Renata                           - (troppo dolce) Sì! Mia zia mi vor­rebbe qualche giorno con se. (breve sguardo ad Adolfo) Circa otto giorni. Approfitto delle feste di Ognissanti e...

Marta                            - (agitatissima) Con questa stagione non mi aspettavo di certo la vostra parten­za... (ad Adolfo) Sapevate?

Adolfo                          - (distratto) Che cosa? Scusate, caris­sima... Se lo sapevo? No! Renata me l'ha detto poco fa.

Renata                           - (senza voce) Poco fa. (guarda Marta con una certa crudeltà) Siamo avvezzi a que­sta specie di separazioncina. Adolfo pretende che sono indispensabili alla pace di un foco­lare.

Marta                            - (aggressiva) La pace del suo forse...

Renata                           - Forse...

Adolfo                          - Non sono mai stato un'eccezione io. Che cosa sono io in fondo? Un buonuomo pacifico, che vive nella sua gabbietta, fra la sua pipa, un ritratto compiuto ed uno abboz­zato.

Marta                            - (indicando il quadro) Se non sbaglio, è la signora Margy.

Renata                           - (divertendosi suo malgrado) E' il segreto di Pulcinella!

Marta                            - (a Renata) Bella donna!

Renata                           - (impassibile) Bellissima e sopra tutto seducentissima!(Marta sta per parlare, ma con uno sforzo riesce a star zitta. Renata che la osserva, a suo marito) Sai che sono le sette e mezzo? O mangerai male o ci costrin­gerai a mangiar freddo se non ti vesti in fretta.

Adolfo                          - (che intuisce un bisticcio fra le due donne, esitante) Ma posso benissimo ve­stirmi dopo pranzo.

Marta                            - Ma no! Ma no! Vogliamo pranzare con un uomo in smoking.

Adolfo                          - (alzandosi) In tal caso mi sbrigo in dieci minuti, (esce. Pausa. Le due donne tac­ciono. Renata mette dell'ordine fra le carte ed i lapis di suo marito).

Marta                            - Bella cosa avere un marito allegro.

Renata                           - Vostro marito era allegro?

Marta                            - No! Parlo del vostro.

Renata                           - Ah, scusate... (silenzio).

Marta                            - Dovrei aggiungere: « Bella cosa avere una moglie come voi! ».

Renata                           - Eppure non si può dire che sono una donna eccessivamente allegra!

Marta                            - No! Ma vi è in voi una tale dolcezza... una tale pazienza...

Renata                           - La pazienza è una virtù decaduta. Ma poiché sapete apprezzarla, mi 6ento ri­compensata.

Marta                            - Dovete proprio partire?

Renata                           - Sì. Ma per poco tempo.

Marta                            - (con voce mutata) Renata, vorrei che rinunciaste al vostro viaggio.

Renata                           - (lontana) Come siete gentile.

Marta                            - Il mio augurio è sincero.

Renata                           - Lo credo...

Marta                            - (tentennando il capo) Oh!

Renata                           - (significativa) Vi credo. Vi credo.

Marta                            - (con timore) Ma partite ugualmente?

Renata                           - Perché ugualmente?          .

Marta                            - (a disagio) Malgrado che ciò mi di­spiaccia?

Renata                           - (involontariamente pietosa) Ma sì, mia povera piccina!

Marta                            - (offesa dal tono) Oh, ma non dubita­te, mi rassegnerò!

Renata                           - (c. s.) Per forza!

Marta                            - (nervosa) Avete un gran bel carat­tere.

Renata                           - Preferirei che diceste che ho un carattere sempre uguale.

Marta                            - Sia pure, (silenzio) Una sigaretta?

Renata                           - Grazie, no. Mai prima di pranzo. (silenzio).

Marta                            - (senza potersi trattenere più a lungo) Che cosa pensate del ritratto della signora Giovanna Margy?

Renata                           - Penso che è un'artista che sa farsi molto bene la reclame. Farà molto chiasso. Questo ritratto è un eccellente affare per Adolfo.

Marta                            - (delusa) Certo. La dicono una donna terribile!

Renata                           - Chi mai?

Marta                            - La signora Margy. Un temperamen­to da soprano drammatico!

Renata                           - (calma ed ironica) Drammatico? E' spaventevole!

Marta                            - Nevvero? (con riso falso) Povero Adolfo! Scusate, non è lui che sarebbe da compiangere!

Renata                           - Oh, un capriccio passeggero... Con Adolfo non dura mai molto.

Marta                            - (offesa) Invidio la vostra serenità;

Renata                           - Davvero?

Marta                            - La vostra indifferenza.

Renata                           - Vada per l'indifferenza! D'altron­de, ammettendo che Adolfo e la signorina Margy fossero... non è né con me, ne con voi che Adolfo verrebbe a confidarsi, non è vero?        ..

Marta                            - (nervosa) Naturalmente! E' un uomo. E chi dice uomo dice bugiardo! Ma io, non posso... non posso sopportare quel genere di menzogna. Sono fatta così.

Renata                           - (calma) Vostro marito era bugiardo?

Marta                            - (colpita) No! Sì!. Perché?

Renata                           - Tutti uguali

Marta                            - (dominandosi) Ciò che vi è di grotte­sco è questa fiducia prettamente maschile che l'uomo ha nella menzogna.

Renata                           - (guardandola duramente) E la donna?

Marta                            - (la guarda, poi volge il capo) Meno assai! Ella sa che le si può leggere in viso... Ma l'uomo!Vi è nella sua menzogna una specie di fiducia stupida come quella che si ha mettendosi al riparo dal fulmine sotto un fragile tetto o dietro delle imposte chiuse.

Renata                           - (chinando il capo) Giustissimo.

Marta                            - (spronata) Non è vero! Ed è scanda­lizzato, irritato quando si ha il coraggio di entrare nel suo piccolo rifugio. E' convinto che la sua menzogna gli dà diritto alla sicurezza. E' buffo, non vi pare? Ma, Dio mio, quando si lascia smascherare... Come mi sa­rebbe facile seguire ora per ora i suoi ingan­ni... (si alza) No, non voglio più... non posso più sopportarlo!

Renata                           - (con dolcezza) Sopportare chi?

Marta                            - (nervosissima) Sopportare un uomo che rincasando reca sopra i suoi vestiti, sopra il suo viso, nel suo bacio, la rivelazione di... Oh, no! No! E' più forte di me!...

Renata                           - (con molta dolcezza) E non è tutto!

Marta                            - (come richiamata in se stessa) No?

Renata                           - (c. s.) Fra le cose che non si pos­sono sopportare, vi sono anche i silenzi, i silenzi che si prolungano all'infinito, dopo brevissime frasi banali e quotidiane. Lo scam­bio di certe parole che popolano il deserto che si crea intorno a noi. Pasti silenziosi di fronte all'uomo che consulta l'orologio e che chiede una telefonata.

Marta                            - (volgendo il capo) Tacete!

Renata                           - (c. s.) E il gesto che nasconde una lettera gualcita in fondo ad una tasca... E la conversazione al telefono quando invece di: « mia cara » egli dice: «vecchio mio », op­pure: « carissimo », mentre una donna al­l'altra estremità del filo, ride, ride sguaia­tamente...

Marta                            - (impaurita) Ma... Renata...

Renata                           - (impedendole di parlare, ma senza al­zare la voce) E non basta! Vi sono delle altre miserie che si accettano, prima per amor re e dopo per viltà! Ed anche Perché faccia­mo parte della vera razza della femmina. Si diventa compiacenti, complici e si giunge persino a condurre a passeggio, per un'intera giornata l'amante del proprio marito, mentre egli, protetto, rassicurato ne abbrac­cia un'altra.

Marta                            - (in un grido, supplichevole) Ah, Perché mi avete detto questo? Perché? (piange col capo fra le mani).

Renata                           - (dopo un silenzio) Non lo so. Non so veramente Perché. ve lo dica oggi anziché ieri, anziché un mese fa. Qualche cosa in me ha dovuto scomporsi, dissolversi. Non ho nessun motivo, nessun motivo nuovo alme­no... (silenzio, Marta torna in sé) Se avessi un cuore generoso avrei taciuto... appunto oggi... Ma non l'ho... Oggi ho trascorso un momento terribile! Il momento in cui avevate tanta fretta di lasciarmi, di rincasare per sapere...

Marta                            - (piangendo di nuovo) Sì! Oh, sì!

Renata                           - Avevo capito benissimo! E nel con­tempo temevate di sapere. Vi avvinghiaste a me. Quale timore era il vostro!

Marta                            - (c. s.) Sì! Oh, sì!

Renata                           - E quale orribile pietà ho avuto di voi! E quale brutta speranza facevate nasce­re in me, da lunghe settimane, da quando egli vi ama meno. La missione che mi deste di sorvegliarlo. Le vostre parole che dovevano ridestare la mia gelosia, la mia vigilanza... (si alza impietrita da una specie di orribile visione) Ah, vigilate voi stessa. Prendete questo posto: il mio. (abbassando la voce) Bisogna credere che sia intollerabile, poiché ve lo cedo!

Marta                            - (offesa, con voce rauca) Non a me lo cedete!

Renata                           - (con un riso strano) Alla signora Margy? Lui non vi penserà per molto tempo e lei è meno stupida di noi! Ma sì, di noi! Siamo dello stesso stampo. Prendete l'amore sul serio, l'inganno al tragico e non più di me, vi avvezzerete alla gelosia. (Marta vor­rebbe protestare) Ma sì!Ma sì!Lo sapete meglio di me... voi che frugate di nascosto con mano così tremante, e così coniugale, nel­le tasche delle sue giacche e nel cestino delle sue carte...

Marta                            - (perdendo la testa) Basta! Basta! Non spingetevi oltre. Non voglio che mi torturiate ancora. Non voglio.

Adolfo                          - (brutale, comparendo) Che cosa si­gnifica?

Renata                           - (ad Adolfo) Ti supplico di capire a volo...

Adolfo                          - (a Renata) Capisco benissimo! Ecco una scena grottesca. Mai ti sei tuffata cosi ciecamente nel ridicolo.

Renata                           - (con frasi tronche) Lo riconosco. Ma è l'ultima volta!

Adolfo                          - Come tante altre, (a Marta che vuole uscire) Dove andate, Marta?

Marta                            - (parlando a scatti) Voglio partire.

Renata                           - (ridendo, in preda ad una specie di ebbrezza) Badate, egli vi lascerà partire...

Adolfo                          - (a Marta, spingendola verso l'uscita) Vedete bene che è pazza! Andate, andate, ra­gazza mia. Domani tutto sarà regolato.

Renata                           - (in balia dei suoi nervi, gridando a Marta) Aspettatemi, mi pare che possiamo partire assieme. (Marta, spaventata, fugge piangendo)

Adolfo                          - (fa qualche passo fuori della porta, per assicurarsi che Marta è uscita. Renata, sola, s'asciuga gli occhi e sospira. Ha il respiro affannoso delle donne che ridono o che pian­gono, Adolfo rientra sbatacchiando la porta) Che il diavolo se la porti!

Renata                           - (ridendo nervosamente) Te la ripor­terà, sta pur certo! Di me sola sei liberato! (Adolfo alza le spalle) Me ne vado.

Adolfo                          - (incredulo, volgendo le spalle) Buon viaggio.

Renata                           - (seria, nuovamente padrona di se) Lo so. Non mi credi. Eppure parto, (egli si volge) E' inverosimile! Eppure parto!

Adolfo                          - (ironico) Lo so! Vai dalla zia.

Renata                           - No. Me ne vado! E' finita! Non puoi comprendermi. Anch'io non so dire Perché tutto sia finito, poiché ho sopportato di peg­gio di quanto abbia sopportato quella povera ragazza, già quasi licenziata... e peggio... della sua sostituta... Un momento fa lo dicevo a Marta, non saprei spiegare Perché proprio oggi e non... (gesto vago) Varcando una so­glia non si perde l'abitudine della schiavitù. Eppure varcherò ugualmente quella soglia...

Adolfo                          - Dunque il divorzio?

Renata                           - Non c'è altro mezzo. Il divorzio.

Adolfo                          - Sia fatta la tua volontà. Ma ti av­verto che sarà pronunciato contro di te!...

Renata                           - (sorriso vago) Contro di me esso pu­re... E' giusto!

Adolfo                          - Te ne andrai come ti ho presa... Nulla devi sperare da me, hai capito?

Renata                           - (c. s.) Ho capito. Esattamente come se rimanessi con te.

Adolfo                          - Ricorderai che ti ho presa senza un soldo?

Renata                           - E' vero, Quel giorno ti avevo giudi­cato disinteressato.

Adolfo                          - (violento, pronto a picchiare) Bestiaccia!

Renata                           - E il giorno che mi hai picchiata, ti ho creduto innamorato e geloso!

Adolfo                          - (cambiando tattica, fingendo commo­zione) Mia povera piccina, mi dai un gran dolore!

Renata                           - (proseguendo) E quando hai versate le tue prime lacrime, ti ho creduto commosso e sensibile. Mandi giù un altro finto sin­ghiozzo. Vero segno che non credi alla mia partenza. Come sei sicuro di te! Sicuro di ri­trovarmi qui questa sera! Va... Va a vestirti. Non dimenticare che devi vestirti.

Adolfo                          - (fingendo una sincera commozione) Povera bambina, irragionevole!

Renata                           - (interrompendolo, con voce bassa e precipitata) No! Non è questo! Non è que­sto che ti chiedo!

Adolfo                          - (c. s.) (equivocando) Chiedimi ciò che vuoi... Se tu vedessi l'angoscia del tuo sguardo!

Renata                           - (c. s., fermandolo) T'inganni! Ma non capisci che non è questa voce che voglio portar meco nel mio ricordo, ma una bella minaccia, una di quelle ingiurie che deturpa­no la tua bocca, che ti fanno una faccia da secondino...

Adolfo                          - (violento) Ah! (la schiaffeggia)

Renata                           - (cadendo a sedere) Grazie. Quasi quasi è questo che volevo. (Adolfo la guarda un istante, si domina ed esce sbatacchiando la porta. Renata si alza e suona. Una came­riera entra).

La Cameriera                - La signora desidera la sua vestaglia?

Renata                           - No, Giulietta. Preparami il baule nero ed il mio « necessaire ».

La Cameriera                - La signora parte?!

Renata                           - (precisa un po' febbrilmente) Sì, per gli Andelys. Mettete nel baule due tailleurs, Non dimenticate il mantello di lontra. Indos­serò quello foderato di pelliccia. Biancheria, scarpe, calze. Insomma, sapete quanto me quello che mi occorre.

La Cameriera                - E per la sera?

Renata                           - (ride nervosamente) Ma, andiamo, Giulietta. Per la sera nulla. Vi pare che pos­sa vestirmi in tulle geranio agli Andelys? Andate, andate, ragazza mia, sono in ritar­do... Anche questo è da mettere nel baule. Portatemi qui il mantello ed il cappello, (ha riunito qualche oggetto che Giulietta porta via nel suo grembiule. Sola, apre uno o due tiretti. Vi prende delle carte. Sta in ascolto … Una scampanellata. Margot entra).

Margot                          - Buona sera. Adolfo mi dice che sei in partenza.

Renata                           - Ah, siete voi, Margot? Giungete a proposito!

Margot                          - E' la frase che accoglie, di solito, tutte le persone che si vorrebbero vedere al diavolo... E dove vai?

Renata                           - Prima di tutto dal mio avvocato.

Margot                          - Gli studi chiudono alle cinque.

Renata                           - Ma gli alberghi sono aperti tutta la notte.

Margot                          - (tentennando il capo) Abbandono del domicilio coniugale.

Renata                           - (seccata) Margot, ve ne prego... Non ho tempo d'imparare a quest'ora in lingua giuridica... come si chiama ciò che sto per fare...

Margot                          - Hai ragione. Chiamiamolo con un nome solo: « Uff! ».

Renata                           - (sorpresa) Come, mi approvane, Margot?

Margot                          - Completamente, povera figliuola!

Renata                           - Non avrei mai supposto che...

Margot                          - Eppure conosci bene le mie idee sul matrimonio. Vivere in questo modo, nella casa, nel letto di un signore che non è nean­che un parente: è disgustoso! (pausa) Ti compiango anche più di quanto ti approvo!

Renata                           - (colpita nel suo orgoglio) Margot, non sono più da compiangere!

Margot                          - Sì, capisco. In questo momento, tutta dedita al tuo rancore, pensi ad un solo desi­derio: quello di emanciparti. Ma dopo la reazione, che farai?

Renata                           - (c. s.) Lo vedremo, (pausa) Ah, Mar­got, come vi capisco!

Margot                          - (ironica ed assente) Sì, sì, una don­na mia pari è giudicata in due soli modi: o la si chiama vecchia pazza o le si affibbia l'epiteto dì donna superiore. I due giudizi sono errati. Fui per tutta la vita derubata da mio marito, salassata dagli amici, sfrutta­ta dai domestici. Ecco con che cosa si co­stituisce una misantropia come la mia. Bada, incominci male. Incominci proprio come me.

Renata                           - (con un timore infantile) Ma, Mar­got, voglio lottare, ve lo giuro! Non si trat­ta di disperazione, poiché non si tratta più di amore. Ho appena varcata la trentina... Credete forse sia troppo tardi per tentare di vivere... di agire, di essere un po' felice? E' mostruoso chiedere questo?

Margot                          - No! Ma è difficile! Dove andrai, uscendo di qua?

Renata                           - In un albergo qualsiasi.

Margot                          - Vieni a casa mia.

Renata                           - (come in ima preghiera) No, Mar­got, no! Ve ne supplico. Vorrei, per qualche tempo almeno, essere sola...

Margot                          - Capisco. Hai del denaro?

Renata                           - Poco.

Margot                          - (grave) Ah! E che cosa farai?

Renata                           - Tutto quanto occorre per non tor­nare qui.

Margot                            - Cioè?

Renata                           - Lavorerò!

Margot                            - Poveretta! A che cosa?

Renata                           - A qualunque cosa! Cinema... Teatro...

Margot                          - Son tutti mestieri fatti per quelli che non ne hanno imparato nessuno.

Renata                           - L'ho forse imparato meglio di tante commedianti. Mutare viso, nascondere lacri­me, sorrisi. Dire quello che non si pensa, contro il proprio cuore, contro la verità. Fingere di essere felice. Margot, ho imparate tante cose!

Margot                          - (non convinta) Sì! Intanto vieni tut­ti i giorni a pranzo da me...

Renata                           - Grazie, Margot! Ma, grazie, no! (in­dicando la porta) Non temo d'incontrarlo... Ma desidero di non rivederlo!

Margot                          - In casa mia non lo incontrerai. Or­mai la mia porta gli è chiusa. (pausa).

Recata                           - (commossa) Grazie, Margot! (af­ferra la mano di Margot e la. stringe contro la sua guancia).

Margot                          - (ritraendo vivamente la sua mano) Bada! Sa di sapone. Ho lavato le orecchie del mio cane. A proposito, prendi con te i cani? (Renata, commossa, fa cenno di no) Bellissimo! Ne avevo quattro... Ora ne ho sei! Te li curerò!

Renata                           - (con la stessa voce) Grazie, Margot

Margot                          - (che ha il presentimento della mancanza di energia di Renata) Fanno il tuo bau le? Benissimo. Ora scendi. Prendi un'auto mobile e fatti condurre all'Hotel Wagram Avenue di Wagram. I prezzi sono onesti e mi conoscono. Vi faccio spesso colazione... Le camere sono pulite. Mentre tu fisserai la tua camera, farò scendere il tuo baule e la tua valigetta... (indicando la porta) Farò avvisa­re il « pittore ufficiale » dell'eleganza fem­minile. Mi sbrigherò presto e farò recapitare i tuoi bagagli.Hai capito?

Renata                           - (c. s.) Grazie, Margot.

Margot                          - (con rancore, guardando la porta) Prego! Anzi! Per me è un piacere! (porge a Renata il mantello, il cappello, ecc.) Va, bimba mia! (Renata prende sulla scrivania un fiore, se lo appressa alle narici. Margot, togliendole il fiore e buttandolo via) Lascia­lo stare!. Non vedi che è appassito? (spinge dolcemente Renata verso l'uscita) Vengo su­bito, (richiude la porta, torna in mezzo alla scena, rimette la sua cuffia a sghimbescio, calza i suoi guantoni, come se stesse per im­pegnare una lotta e si avvia verso la porta da dove Adolfo è uscito) E ora...

Fine del primo tempo

ATTO SECONDO

La scena rappresenta il palcoscenico di un music-hall rionale. In fondo, al principio dell'atto, il sipario è calato. Fra gli altri numeri un sipario di scena scende per dividere la sce­na nella sua lunghezza, separando la prima quinta dalle altre. In fondo a sinistra, la « porta di ferro » che conduce nella sala. A destra in prima quinta, l'infilata del vestibolo dei ca­merini, i quali descrivono un mezzo circolo dietro il palcoscenico. Il primo camerino è aperto al pubblico. Esso è occupato da tre don­nine: Maria Ancona Wilson e Regina Fallien. Quando quelle tre donne si vestono o si svestono, spariscono nel fondo e rimangono invisibili al pubblico. A sinistra, il camerino del­la diva Renata Nére.

(Prima dell'alzar del sipario, si ode un motivo da music-hall; il solito accompagnamento di un numero. I tempi finali sono sottolineati da applausi. Il sipario si alza. L'intermez­zo incomincia. I macchini­sti si agitano. Il camerino di Renata è vuoto. A destra, nel loro esiguo camerino, Maria Ancona, Wilson e Regina Fal­lien, parlano sottovoce, sono quasi svestite. In quel momen­to, quando il sipario di scena è alzato, la scena rimane vuota, il capo macchinista è scalma­nato).

Il capo macchinista       - Il nume­ro dei cani è il numero otto... Toglietevi dai piedi, perdio! (ad un trovarobe) Aiutatelo a portare qui le barriere. Occor­re proprio dirvi tutto, (l'inter­pellato ubbidisce).

Il Regisseur                   - (più calmo) Spicciatevi, ra­gazzi. E' sabato.

Il capo macchinista       - Lo sappiamo.

Il regisseur                    - (severo) Sai che se Io faccia­mo aspettare troppo, il pubblico del sabato ci bombarderà con delle bucce d'arancio e dei mozziconi... (corre a sinistra) Paolo! Cala il fondale della foresta per i cani ed arma il principale del salotto.

Una voce                       - Ecco.

Celio                             - (esce dal vestibolo dei camerini) Buo­na sera, signore...

Wilson e Regina            - Buona sera, signor Celio.

Celio                             - Scusate, non avreste una spazzola? Mi sono imbattuto in tutta la banda delle girls (indicando la sua manica) Tingono...

Il Comico                      - Mi hanno anticipato di tre nu­meri...

Regina                           - Perché mai? Vogliono offendervi?

Il Comico                      - (mentendo) Anzi! Mi fa piacere. Mi sbrigherò prima. Così sono certo di non perdere l'ultima metropolitana. Da qui al Grand-Montrouge è un vero viaggio, (duran­te questa battuta un acrobata in maglia bian­ca che deve fingere l'uomo di gesso, entra lentamente e sembra aspettare, voltato verso il camerino di Renata Nére. Pausa. Poi un secondo acrobata uguale al primo od almeno altrettanto bello appare; scorgendo il suo compagno si ferma un po' più in alto. Scam­biano uno sguardo, poi rimangono immobili, silenziosi e pazienti).

Regina                           - (spazzolando il vestito) Che cosa hanno quei due, per guardarsi in quel modo?

Maria                             - Non sono qui per te.

Regina                           - E neanche per te. E se ti piacciono i giovanotti ben piantati è peccato!

Maria                             - (con disprezzo) Ben piantati, sì, sia­mo intesi... Ma in pratica, quei signori dalla sbarra fissa non esistono...

Il comico                       - (senza gelosia) Sulla scena, però, fanno impressionare! Vorrei vederli in smo­king. In giacca sono orribili!

Wilson                           - (al comico) Questa sera, cantate « Il mio cuore bello »? E' carina, quella canzone!

Il comico                       - (lusingato) Infatti... (pausa) Que­sta sera ho una novità: « La mia racchettina ». E' un genere a doppio senso...

Maria                             - (delusa) Ah! E' un genere che non apprezzo.

Il comico                       - Sono anch'io del vostro parere. Ma bisogna pur variare, non vi pare?

Wilson                           - E' giusto. Ma io preferisco « Il mio cuore bello » e « Il tuo bacio morde ».

Il comico                       - (a Regina) Grazie, signorina. (ella ha ripreso il suo lavoro) Vedo che non perdete tempo.

Regina                           - E' un sopra tovaglia.

Maria                             - (ridendo) Ah, questa è buona! Se stai all'hotel meublé e mangi in latteria...

Regina                           - (con dignità) Non ti riguarda. Non rimarrò sempre all'hotel meublé. Occupati piuttosto della tua camicia a brandelli sotto le braccia invece di farti dare delle multe per fumare nel camerino, vagabonda.

Maria                             - Avanzo di laboratorio! Perché non parli dei tuoi copribusti a grinze. Ah, li sai eccitare, tu gli uomini col tuo basso vestiario... Persino il signor Celio perde la testa….eccitare, tu gli uomini col tuo basso vestiario... Persino il signor Celio perde la testa...

Il comico                       - (molto riservato) Sul palcosceni­co un artista non è un uomo!

Regina                           - (disprezzando Maria) Incerti del me­stiere, non è vero, signor Celio?

(si ode una suoneria. Wilson ha cessato di cucire).

Regina                           - (corre alla scatola da trucco) Non mi son fatte le gambe, perdinci Bacco!

Maria                             - Ecco quello che capita quando si fan­no le « donne nude ».

Wilson                           - (che si veste) Quando si fa « le donne nude », non si è mai pronte!

Maria                             - (categorica) Io non accetterei una cosa simile! Seni e riccioli al vento. Se un autore chiedesse a me...

Regina                           - (sbuffando) Ti chiederà ben altro l'autore in ginocchio... per giunta!

Maria                             - Che cosa?

Regina                           - Di serbare il tuo reggipetto... (risate)

Maria                             - Oh, si può vedere benissimo!

Il regisseur                     - (bussando fortemente alla porta, entrando) Qui dentro, non si sente che voi. Ah, no, caro mio, non voglio vedere gli uo­mini nei camerini delle artiste. Vi credete forse in un teatro?

Celio                              - Oh, no! La mia mente è incapace d fare certe confusioni. Di scambiare il « Varieté Clichy » col teatro della «Moneta » dove ho avuto l'onore di interpretare...

Il regisseur                     - Avanti! Avanti! Narra le tue memorie, ma nel tuo camerino, però. (lo spinge e lo fa uscire; tornando nel camerini delle signore). Dove s'è nascosta ancora costei

Regina                           - Chi mai, signor Maurizio?

Il regisseur                     - Scampolino, no?

Maria                             - Non c'è. D'altronde ne facciamo meno. Non possiamo neanche muoverci qui dentro noi tre. (si ode una suoneria)

Il regisseur                     - Perdio, l'intermezzo è terminato, (chiamando) Bouty, tocca a te.

La sarta                          - Cercate la piccina? E' qui dietro il boccascena. Credo che dorme.

Il regisseur                     - E' proprio Scampolino! (Scampolino entra vacillante, come destata i soprassalto)

Il regisseur                     - Ah, eccoti. Ti si cercava dappertutto! Proprio qui bisogna venire a snidarti? La signora dormiva. Ma non si tratta di questo. Garcìn ha fatto avvisare, propri a quest'ora, che è ammalato. Perciò Sali; secondo piano, camerino in fondo, chiederai a Budù il costume di Garcin e lo indosserai. Fai una comparsa nella pantomina...

Scampolino                   - Ma, signor Maurizio...

Il régisseur                    - E che c'entra il signor Mauri­zio? Ti spiegherò il trucco e te la devi cavare. Via! (trascina la piccola sbalordita)

Maria                             - (che ha assistito alla scenata) Un'al­tra che non ha sangue nelle vene! Si lascia mettere in tutte, le salse!

Wilson                           - Certo che per cinque franchi al giorno...

(Brague giunge e si avvia alla porta del ca­merino di Renata e bussa, la sarta gli apre)

La sarta                         - Buona sera, signor Brague.

Brague                          - Buonasera, Eugenia. Come va?

La sarta                         - Le gambe stanno ancora dritte... Ma le mani: non le sento più! Soltanto per lo sketch ci sono 16 dame da vestire. I ganci mi hanno assassinato le dita.

Brague                          - La signora Nére è venuta?

La sarta                         - Ma certo! E la signora è quasi pronta. S'è già fatto il viso e le braccia.

Brague                          - Quei dilettanti hanno l'argento vivo addosso! E dov'è la signora?

La sarta                         - E' andata a vedere Jakie.

Bracue                           - Chi è Jakie? Una comparsa?

La sarta                         - E' la foca sapiente.

Brague                          - Che idea! (al régisseur) Dimmi, Maurizio, che cos'hanno detto quando hanno saputo che Gargin era ammalato?

Il régisseur                    - Ho rimediato. Scampolino lo sostituirà.

Brague                          - (sorpreso) Davvero?

Il régisseur                    - Sicuro! Con una pelle d'orso, la parrucca e la barba, Scampolino sarà perfettamente preistorica...

Brague                          - Vedremo, (indicando il sipario) C'è molta gente?

Il régisseur                    - E' un bel sabato!

Bouti                             - (entrando dalla destra) Si, un bel sa­bato! Io me ne infischio. Come dice Jardin: non ho percentuali sugli incassi. Salve, Brague.

Brague                          - Salve!

Il régisseur                    - Parliamo pure di Jardin. Io diffido. E non è ancora venuta, (sta per usci­re) Farò fare qualche provetta a Scampolino. (a Brague) Però è buffo che tu l'abbia chia­mata così! E' un nomignolo che le sta bene! (sulla soglia del camerino di destra) Olà, si­gnore della tarantella, tocca a voi. (esce).

Maria                             - Pronte! Pronte! (ripiegano il loro lavoro e scompaiono man mano).

Brague                          - (a Bouty) Bè, com'è andato il tuo numero?

Bouty                            - (cadendo sopra qualunque cosa) Non c'è male! Sono mezzo morto!

Brague                          - Vado a terminare la mia truccatura. (esce. Renata entra).

Quando s'inizia la scena i due acrobati en­trano lentamente.

Renata                           - Salve, Bouty.

Bouty                            - Già pronta? (ansimante).

Renata                           - (gaia) Sempre troppo presto! Mi farò ancora dare della dilettante. Che hai Bouty?

Bouty                            - Niente! Ma i balli negri mi danno sempre un po' d'asma.

Renata                           - (incredula) Un po' d'asma? Povero vecchio! (trasalisce leggermente) Daccapo!

Bouty                            - (ha seguito il suo sguardo) Sono gli uomini di gesso che vi fanno quell'impres­sione?

Renata                           - (sottovoce) Vengono tutte le sere. La loro faccia non mi va.

Bouty                            - Oh, fate pure il vostro comodo... Par­lano straniero...

Renata                           - Quale lingua?

Bouty                            - (ridendo) Ya naturlich.

Renata                           - Sono Czechi, sul manifesto.

Bouty                            - Ebbene?

Renata                           - Ma non è affatto la stessa cosa.

Bouty                            - (indifferente) Oh, a me, sapete, im­porta assai poco... Non è vero, Stefano? (Stefano sta provando i pattini a rotelle).

Stefano                         - Certo! Non ho sentito quello che hai detto, ma sono del tuo parere.

Renata                           - (andando verso il suo camerino) Buona sera, Stefano, (si ferma. Uno dei due ginnasti, che è disceso lentamente si trova dinanzi al camerino e le sbarra la strada. Sta in piedi colle mani dietro la schiena e la guarda. Il secondo ginnasta è disceso alquan­to e sorveglia il suo sosia. Renata, imbarazzata, indietreggia di un passo, quando Stefa­no la chiama).

Stefano                         - Signora Renata, non fuggite. Ho un'occasione di cui voglio che approfittiate.

Renata                           - Un'occasione? Non mi fido.

Stefano                         - Senza scherzo. Una cagna Shitterka, di grande bellezza. Ha quattordici mesi e pesa seicento grammi.

Renata                           - (gaia) Grazie. Le conosco le vostre cagne di seicento grammi: pesano tre chili.

Stefano                         - (indignato) E' falso! Due chili cen­tocinquanta, esattamente! Ma fra noi...

Renata                           - E' impossibile! Sono sempre in giro con Brague. Si trasloca fra dieci giorni.

Stefano                         - Così va a monte! Ah, gli affari si fanno sempre più difficili!

Bouty                            - Ti sei dato all'allevamento dei cani?

Stefano                         - (dandosi delle arie) Bisogna pur trarsi d'impaccio! Poco tempo fa non ero affatto imbarazzato...

Renata                           - (ridendo) Infatti, vi ho visto ieri sera pranzare alla brasserie Lorenese.

Bouty                            - Anch'io!

Renata                           - Con ima signora in Sehung.

Stefano                         - (crollando le spalle) Sehung... Sa­pete che cos'era? Orsacchiotto lucidato.

Renata                           - (ride)

Bouty                            - (toccandosi il labbro) E quello che aveva qui era anche orsacchiotto lucidato?

Stefano                         - Ma, mio caro, non mi ci sono ap­poggiato. Sbagliate. Era l'amante di Vittorio: il prestidigitatore, (rispondendo al dubbio di Renata) Oh, no, in questo momento riposo!

Bouty                            - A questo punto?

Stefano                         - Ammalato, sì. Ieri sera, l'amante di Vittorio, voleva bere nel mio bicchiere per conoscere i miei pensieri... (ride) E' un capriccio che avrebbe potuto costarle caro...

Bouty                            - (dandosi dell'importanza) Chi non ce l'ha, l'avrà!

Renata                           - (impaurita, suo malgrado) Oh!

Bouty                            - (cortesemente) Non turbatevi: è un proverbio! (uno degli acrobati è disceso in prima quinta, Bouty che camminava in lungo e in largo, nel volgersi, lo urta. Bouty al­l'acrobata) Occupi troppo posto, divoratore di sancrauto! (l'acrobata lo squadra dalla testa ai piedi con un disprezzo puramente fi­sico e non risponde nulla. Egli guarda Re­nata, verso la quale si è avvicinato. Il suo so­sia discende in silenzio. Il primo si è collo­cato in modo da sbarrare l'ingresso del ca­merino di Renata)

Renata                           - (che vuole entrare nel suo camerino) Scusate! (l'acrobata indugia a mettersi in disparte. Renata lascia cadere la sua borsetta. L'acrobata la raccoglie. Con un balzo si trova accanto al primo. Essi si scambiano uno sguardo e si scagliano silenziosamente con­tro. Renata, spaventata) Bouty, Stefano, ri­cominciano come la settimana scorsa!

Bouty                            - (impassibile, sedendosi, a Stefano) Scommetto dieci franchi sul biondo, (il ré­gisseur compare. Lotta breve, brutale, silen­ziosa).

Stefano                         - Cinque franchi!

Renata                           - (sconvolta) Ma bisogna dividerli! E' orribile!

Il régisseur                    - Corpo di un cane!

(con molta presenza di spirito, afferra una tela che serve da custodia a qualche gabbia di belva feroce e la scaglia come una rete sulla testa di uno degli acrobata, proprio nel momento in cui questi ha atterrato il suo sosia, il quale si rialza immediatamente ed esce di scena; rivolgendosi all'uomo insaccato sino alla vita) Bestione, va nel tuo camerino. T'insegnerò io il francese col sistema delle multe. Venti franchi, capisci? Capisci quello che voglio dire? (l'uomo insaccato fa cenno di sì, il régisseur gliela toglie) Via! (l'acro­bata ubbidisce lentamente. Il régisseur lo accompagna).

Renata                           - Mi sento male! Avete visto la ma­scella dell'altro? Sanguina.

Bouty                            - Si rifarà il gesso, (a Stefano) Dammi cinque franchi.

Stefano                         - Non accetto la decisione dell'arbitro.

Il régisseur                    - (tornando) Giù il sipario, (il sipario cala. Si odono le note dell'orchestra fino a quando il sipario abbia diviso la scena. Brague entra, segue il régisseur col quale scambia un breve colloquio sottovoce).

Brague                          - (al régisseur) Ho visto ora il came­rino di Jardin: ella non è ancora arrivata.

Il régisseur                    - L'avevo detto io?

Brague                          - Ehi, Renata.

Renata                           - (a Brague) Eccomi, sono pronta. Ah, se tu avessi visto che po' di lotta fra gli uomini di gesso!

Brague                          - Me ne infischio! Una volta tanto hai fatto bene di spicciarti. Jardin non c'è.

Renata                           - (con agitazione) Dov'è?

Brague                          - Non lo so. Farà, probabilmente, bal­doria. Quello che è certo si è che passiamo venti minuti prima.

Renata                           - Perché dici baldoria? Avrà forse l'influenza.

Il régisseur                    - L'influenza?! Si sarà fatta la amante.

Bouty                            - C'era da aspettarselo.

Renata                           - Non vi ha detto nulla dei suoi pro­getti?

Bouty                            - (ironico ed altero) Non sono sua ma­dre, (pausa) L'ho veduta la settimana scorsa, in città, sul boulevard. Era con un uomo. Aveva delle penne così, un manicotto così... E un muso... seccatissimo!

Bouty                            - Se l'uomo la paga profumatamente non è da compiangere...

Brague                          - (distratto) Chissà!

Il kégisseur                    - Chissà che pandemonio nella sala fra pochi minuti, dopo Jardin.

Bouty                            - E' simpaticissima a questo pubblico. Ha una nota personale...

Il régisseur                    - Invocheranno a gran voce Jar­din, picchiando sui bicchieri coi cucchiaini. Vuoi fare un annuncio tu, Bouty?

Bouty                            - Per chi mi pigli? Sono scritturato per una canzone e la danza negra. Dovrei fare anche l'imbonitore?

Il régisseur                    - Brague, annunzierai che la no­stra brava compagna Jardin...

Brague                          - Ma neanche per sogno... Io sono mimo. Un mimo sta zitto per tutta la vita. (entra con Renata nel camerino di questa) Renata, ho da parlarti.

Il régisseur                    - (offeso) Me la caverò da solo. Ho già annunciato ben altre disgrazie, (esce)

Brague                          - (a Renata) Mi hanno proposto una recita straordinaria...

Renata                           - Che cos'è?

Brague                          - Un numero in città.

Renata                           - (seccata) Oh, quando?

Brague                          - Domani, ti disturba?

Renata                           - (mentendo) No! Ma domani ho il trasloco.

Brague                          - Non importa: farai le tue danze assiriane... Io farò il Pierrot nevrastenico.

Renata                           - Dove? E da chi?

Brague                          - Il nome è (frugandosi) sopra la bu­sta dell'Agenzia Salomon, nel mio camerino. Un nome come Rouget de l'Isle o Potei e Chabot...

Renata                           - (un po' rassicurata) Ah! Senti, è una cosa molto complicata. Ho lasciato la mia musica ad Aix e non ho che una copia a mano, non so se la mia pianista sarà libera. Se almeno potessi disporre di due o ire giorni.

Brague                          - Dunque, non c'è mezzo? Avevano scritturata Trouhanowa ed ella si è fatta una distorsione.

Renata                           - (seccata) E' il colmo, servire da co­modino. Se vuoi, andrai tu, io, no!

Brague                          - (impassibile) Cinquecento.

Renata                           - Come?!

Brague                          - Cinquecento.

Renata                           - In coppia?

Brague                          - No! Per te sola. Ne riscuoto altret­tanto, (silenzio) Che ne dici?

Renata                           - In tal caso, accetto. Cinquecento, il quarte del mio fitto di casa. A che ora?

 Bkague                         - Alle undici o mezzanotte, (silenzio) C'è dell'altro che non ti va?

Renata                           - Nulla. Ma il cachet in città mi rat­trista.

Brague                          - A che serve rinvangare il passato?

Renata                           - Quando ci penso mi rallegro di averli piantati.

Brague                          - E' stato un gesto audace quello di darti alle scene.

Renata                           - Mi hai aiutata molto, vecchio mio... Senza le tue lezioni, che cosa avrei fatto?

Brague                          - Avresti fatto come tante altre che non sanno nulla, saresti diventata attrice.

Renata                           - Si! Ma è cosa diversa e non voglio. Non sei scontento di me?

Brague                          - Te l'avrei detto. Salvo le rare volte che tu fai l'occhietto e che hai l'aria di un topolino.

Renata                           - E quando non faccio il topolino?

Brague                          - (aizzandola, grave) Non mi piaci quando fai boccuccia, hai l'aria di un pesce.

Renata                           - (offesa e ridendo, c. s.) E quando non faccio boccuccia?

Brague                          - (c. s.) Allora cammini dimenando il retro ed hai l'aria di una cavalla.

Renata                           - (battendolo per ridere) Ti detesto, Brague.

Brague                          - (fuggevole) Non scherzare col truc­co, eh? (la rincorre) Se tu non mi lasci ri­spettosamente in pace, ti bacio...

Renata                           - (cessando il gioco) Lo dici...

Brague                          - E' una sfida?

Renata                           - No, vecchio mio! So benissimo che non mi bacerai. Baci solo le compagne      

(gesto verso il camerino delle compagne).

Brague                          - (scherzando) E' una scenata?

Renata                           - No! Ma mi tratti da amica, da col­lega e te ne serbo rancore. In un anno di lavoro, di buon lavoro non mi hai ancora innalzata al grado di artista. Chi o che cosa te lo impedisce? Sono puntuale, capisco tut­to quanto mi dici. Ho dell'espressione, mi impongo... Sì, m'impongo... Ma... (scuote la testa) Tu credi che non abbia ancora di­menticato la gente di lassù? (gesto) quella che sta in poltrona.

Brague                          - (dopo un'esitazione) Ti chiedo scusa.

Renata                           - (commossa) Sei gentile!

Brague                          - (continuando) C'è del vero in quello che dici e ti chiedo scusa. Ma non è colpa mia, Non sei ancora dei nostri, malgrado tut­ta la tua buona volontà, (indica la fronte di Renata) Hai il cervello ingombro. Ti sento pensare. Alle volte tu ridi, tu canti « Ella non l'amava lui neppure » truccandoti gli occhi. Sai anche mandare a quel paese i mac­chinisti e i controllori tranviari. Ma non m'inganni. Anche l'ultima volta che siamo andati a guadagnarci il pane nel gran mondo, dai Mimizan Frankenthal...

Renata                           - (ridendo, amara) E' quello il gran mondo?

Bkague                          - (con semplicità) Vedi, questo ap­prezzamento mi prova che non sei nata for­tunata. Proprio dai Frankenthal! Andare a finire proprio in prima fila! Sotto il naso della signora che fu la cau9a che hai pian­tato tuo marito! Una vera disdetta!

Renata                           - Non c'era soltanto lei, ce n'erano tante altre.

Bkague                          - (con molta ammirazione) Tante al­tre? Tuo marito ne aveva dunque tante? Era un vero signore?

Renata                           - Non è quello che volevo dire. Tante altre che venivano in casa mia, il sabato, ca­pisci, a bere il tè e a mangiare dolci. Le avevo tutte sotto il naso, capisci?

Bkague                          - Me ne sono accorto... Hai gestito per me una siringa...

Kenata                          - Ti prometto che non mi capiterà mai più.

Bkague                          - Che hai detto?

Renata                           - Vedrai domani. E ti giuro che non avrò nessun merito. Degli incontri come quel­li corazzano presto. Eppoi, sai, non mi di­spiace mostrar loro che non si muore per ave­re spezzata una catena come quella che tra­scinavo. E se avessi saputo che era così sem­plice, così facile... Farò vedere a tutte quelle scostumate (mettendo in evidenza il busto) che non siamo da buttar via... (offrendo il braccio a Brague) Senti, Brague.

Bkague                          - (toccando) Dio mio, quanta grazia perduta!

Renata                           - Perduta?

Brague                          - Sì, tutta proprietà maschile in aspet­tativa di un padrone...

Renata                           - (gaia) Lo è già stata! Ma ora è tutto mio! Nessuno più la disprezza o se la piglia certi giorni in cui non ne sento, il desiderio.

Bkague                          - Si, ma i giorni che l'hai il desiderio?

RenaTa                          - Parli come un vecchio collegiale.

Brague                          - Desiderio...

Renata                           - Desiderio, desiderio. Quale impor­tanza può avere? Mi hai forse vista colle na­rici frementi, fare l'occhietto nella Metropo­litana? In aspettativa del padrone? Dici? (allegramente) Ma, mio caro signore, lo mangerei vivo il padrone che volesse imposses­sarsi di questa grazia. Dio, Brague, sei stu­pido come mia cognata. Certo che tutto ciò che mi si offre qui, in fatto di amore, non mi spinge a... Hai visto un momento fa quei due selvaggi? Me li trovo sempre di fronte. Si battono come... come...

Brague                          - (filosoficamente) Come degli uomini!

Il Regisseur                   - (entra correndo, a Brague) Possiamo cominciare?

Brague                          - Come volete (suoneria: il sipario di scena si alza, si vede il rovescio della scena, allestita per la pantomina. Bussano tre colpi, l'orchestra incomincia. Si ode la musica durante la pantomina. Scampolino entra, sep­pellita dalle parrucche, barbe, costume da vecchio troglodito, cammina goffamente).

Il Regisseur                   - (tornando) Per fortuna non hanno molto richiesto la Jardin.

Brague                          - (a Scampolino) Avvicinati (le rimet­te a posto ogni cosa) Bel modo di aggiustarti. Ma guardate che barba. Non sai neanche at­taccarti una barba!

Scampolino                   - (timida) No, signor Brague.

Brague                          - Che razza di educazione. Ti ricordi almeno la parte?

Scampolino                   - Oh, signor Brague, sono nasco­sta nella grotta in alto. Mi rialzo di tutta la persona. Faccio rotolare la roccia e con un colpo solo, schiaccio i due amanti...

Brague                          - Va bene! Va, bestia feroce! (chia­mando) Renata! (che sta incipriandosi).

IL Regisseur                 - Tocca a te, Brague.

Brague                          - Tocca a me? (esce).

(Giuoco di scena, Renata entra in scena. Si vede che il sipario si alza, Renata esce di nuovo poco dopo. Applausi. Renata si appoggia af­fannata contro una quinta, aspettando il mo­mento di entrare in iscena. In quel momento dalla porta di destra, Ida reca sopra due at­taccapanni i suoi costumi di scena. Vuole passare, si trova vicino a Renata).

Ida                                - Buona sera, Rosa, (rettificando) Oh, scusate signora, vi avevo scambiata per la si­gnora dell'illusionista. Fate parte della pan­tomina?

Renata                           - Sì.

Ida                                - La pantomina è molto interessante. An­ch'io sono stata mima!

Renata                           - (gentile) Davvero?

Ida                                - Almeno non ci si stanca. La mano sul cuore, un dito sulla bocca così per dire « ti amo! ».

Renata                           - (ridendo) E' vero! Si vede subito che avevate un bel ingegno. Perché avete la­sciato la pantomina?

Ida                                - Mi sono sposata. Capirete. Prima di tutto le cose serie. Ed ho sposato Vittorio. (Vedendo che Renata non capisce). Siamo Ida e Vittorio e dobbiamo ballare il valzer tur­bine (indicando i vestiti). Queste sono le mie toilettes per il valzer turbine.

Renata                           - Ah, ho capito, debuttate questa sera: ho letto il manifesto.

Ida                                - Sì. Torniamo da Tunisi, via Marsiglia.

Renata                           - Tunisi? Siete fortunata!

Ida                                - Fortunata? (movimento di Renata verso il fondo) Tocca a voi?

Renata                           - No! E' la scena di Brague. Vedo che Tunisi non vi ha fatto una buona im­pressione.

Ida                                - No! Mi piace più S. Etienne e Bor­deaux. Ma Tunisi, che noia! Non c'è nulla di speciale da vedere a Tunisi.

Renata                           - Il paese... le moschee, il sole...

Ida                                - Le strade sono come qui, con la diffe­renza che vi sono degli arabi: uomini mera­vigliosi, questo sì! Vestiti di bianco, con un mazzolino sull'orecchio. A vederli sembrano atleti, capaci di alzare pesi di 2OO chili ed invece si mettono in due per portare un sec­chio d'acqua. Aggiungete a queste stradicciuole coperte, bambini che formicolano in vicoli sudici ed avrete un'idea di Tunisi.

Renata                           - Però...

Ida                                - (alzando le spalle) Credete a me. Quan­do avrete viaggiato quanto me, tutte le città vi sembreranno uguali. Troverete come qui una brasserie lorenese per mangiare, un alberguccio per dormire ed uno stabilimento per lavorare, (ad un macchinista che passa toccando i suoi vestiti) Sta attento! Credi forse che mi diverto a portare in giro questa roba? (a Renata) Le pareti del camerino grondano acqua. Tutte le sere debbo portare le mie toi­lettes a pagliuzze all'albergo per via della umidità. Ho molta cura del corredo. Fra S. Etienne e Tunisi mi sono fatta sei camicie, e tre panciotti di flanella per Vittorio.

Renata                           - Siete straordinaria!

Ida                                - (lusingata) No, sono una donnina ordi­nata! Ed ho capito subito che lo siete anche voi. E' una virtù molto rara. C'è della brutta gente dappertutto e si è costrette a serbare certe distanze. Non s'incontrano ogni giorno .persone educate con le quali si può parlare (a Renata) Fortunatissima! (piccolo saluto).

 Renata                          - Ma sono io, signora, che sono fortu­natissima...

Ida                                - (allontanandosi e voltandosi) Signora...

Renata                           - (c.s.) Signora... (ascolta fra le quin­te ed entra in scena d'un balzo).

Il Regisseur                   - A te! (Renata è entrata in sce­na. Maria, Regina e Wilson, scialle grigio, sottana a pagliuzze, calze di seta e vecchie ciabatte, kimono di crèpe a cicogna, macchia­to di truccature. Giungono sino alla quinta, che ha un buco per guardare la pantomina. Wilson beve una bottiglia di soda. Regina tiene un pettine, Maria ha sotto il braccio una salvietta da trucco ove non c'è quasi più uno spazio bianco).

Maria                             - (coll'occhio nel buco della scena) Ac­cidenti, che sberla!

Wilson                           - E' una sberla finta! Si capisce! (a Regina) Non spingere!

Regina                           - Non credo sia del tutto linda! Ac­cade spesso a Renata Nére di avere dei blu.

Wilson                           - Brague è un artista!

Regina                           - Anche lei conosce il mestiere!

Maria                             - (alzando le spalle) Quella un'ar­tista? Oh! S'è fatta attrice, sì, ma sappiamo da dove esce.

Wilson                           - Prima era contessa.

Regina                           - (inferocita, lasciando la scena) Non è vero! Era la sposa di un dottore! Un dot­tore illustre e l'ha lasciato Perché le voleva fare un'operazione... vergognosa!

Wilson                           - Quale?

Regina                           - Non lo so.

Maria                             - Mi fate morire dal ridere. Renata Nére era sposata, sì, ma ad un pittore. Ed hanno divorziato Perché egli voleva dipin­gerla nuda ed ella si è rifiutata.

Wilson                           - Per comparire nuda in scena tanto valeva comparire sulla tela! Che idea strana!

Maria                             - (superiore) Sulla scena è diverso: è arte!

Regina                           - (al sipario) Zitte! Sta per incomin­ciare la danza. Il costume è bellissimo. Ma non mi piace molto il suo modo di ballare.

Maria                             - Direi anzi che fa compassione.

Wilson                           - Batte una certa fiacca. Ma è carina.

Maria                             - (al sipario) Attenti, ecco il colpo di pugnale.

Wilson                           - (al portante) Questo mi piace! Mi dà un brivido... nella schiena....

Maria                             - Viziosa! (sguardo al sipario) (sde­gnosa) Sbrodola la parte... in un modo... Se dovessi recitarla io...

Regina                           - Sta certa che non la reciterai mai!

Wilson                           - (nascondendo i suoi occhi, piccolo gri­do) Ah, ci siamo!

Il régisseur                    - (sorgendo) Chi ha gridato? (scorgendo le ragazze) Che cosa fate qui?

Maria                             - Si guarda.

Il régisseur                    - Vi farò guardare le multe, io. (si allontanano protestando a mezza voce) Andate! Scampolino, tocca a te. (l’aiuta a sa­lire sopra un praticabile: ella sparisce. Fine della pantomina. Manovra del sipario che si ode risalire più volte. Applausi. Renata en­tra, seguita da Brague. Subito i macchinisti tolgono lo scenario e prendono delle dispo­sizioni per il cambiamento di scena).

Brague                          - Che cosa siringi?

Renata                           - (indicando un oggetto informe e ap­passito) E' un mazzolino!

Brague                          - (ridendo) Questo un mazzolino?! Ma se sembra un cencio.

Renata                           - Non scherzare. Il sabato e la dome­nica ne ricevo tanti. Sono dei mazzolini com­perati al mattino, stretti in una manina senza guanto, un giorno intero. Ho ricevuto questo sulla bocca e chi me l'ha lanciato non era certo mancino, (lo porta alle narici) Sa di pan bagnato e di pepe! E' delizioso!

Brague                          - A più tardi. Non dimenticarti do­mani: la musica e gli oggetti di trovarobe. Prendiamo un'automobile?

Renata                           - Si capisce. Ti pare ch'io possa an­dare in Metropolitana con questa veste di tulle?

Brague                          - Ti verrò a prendere in camerino a mezzanotte meno un quarto. A più tardi. (siede senza forze, per incominciare a struc­carsi. Una pausa. Renata si guarda nello specchio con un sorriso crudele. Durante questo tempo la porta di ferro in fondo al teatro si apre. Massimo Duffrein-Chantel ap­pare: è in smoking. Chiede sottovoce delle informazioni ad un macchinista che gli in­dica il camerino di Renata. Egli si avanza e fa appena in tempo per schivare il sipario che cala e sta per schiacciarlo. Bussa alla porta).

Renata                           - (macchinalmente) Entrate.

Massimo                        - (dopo aver salutato, come paralizza­to nei suoi gesti dallo sguardo e dal silenzio di Renata) Signora, da una settimana ven­go ad applaudirvi nel «Dominio »!Una settimana. E vi assicuro che mai una setti­mana mi è sembrata così breve! (ella tace) Scusatemi se questa mia visita può sembrarvi sconveniente... (ella tace) Ma mi sembra che la mia ammirazione per il vostro talento e la vostra plastica, giustificano in un certo modo, una presentazione così scorretta e che... (si ferma interdetto).

Renata                           - (immobile) E che?

Massimo                        - (dopo un silenzio) Mio Dio, signora...

Renata                           - (c. s.) A chi ho l'onore?

Massimo                        - (a disagio) Duffrein-Chantel. Sono Massimo... Dico Massimo Perché mio fra­tello si chiama Paolo... Siamo due fratelli...

Renata                           - E' una biografia famigliare...

Massimo                        - (facendosi coraggio) Signora, sono una bestia ed un maleducato. Mettetemi alla porta, l'ho meritato. Ma non prima ch'io abbia deposto ai vostri piedi i miei ossequi... i miei rispettosissimi ossequi, (s'inchina, ma non esce).

Renata                           - (meno rigida, indicando la, porta) L'uscita è di là.

Massimo                        - (voltandosi, afferra la maniglia della porta e l'apre a metà) L'uscita?! Grazie infinite. Un momento fa ho creduto fosse l'ingresso.

Renata                           - (ridendo, suo malgrado) Vi hanno male informato.

Massimo                        - (sulla soglia) E ancora una volta, signora, vi prego di scusarmi... e...

Renata                           - (terminando) ... di gradire i miei più rispettosi ossequi....

Massimo                        - Sì! No! Non è la parola adatta...

Renata                           - Non è il caso di discuterne l'esat­tezza. Andatevene, (egli impedisce che ella rinchiuda la porta).

Massimo                        - Non serberete un brutto ricordo della mia irruzione?

Renata                           - Vi prometto, anzi, di non serbare nessun ricordo dell'accaduto.

Massimo                        - Non vi chiedo tanto. Signora, sie­te troppo clemente! Benché abbia fatto di tutto per meritarlo.

Renata                           - (indifferente) Buona sera, signore. (vuole chiudere la porta, egli resiste ancora).

Massimo                        - Signora! Signora! Quali fiori pre­ferite?

Renata                           - Il prezzemolo, signore.

Massimo                        - (stupito) ... E Perché mai?

Renata                           - Perché nel linguaggio dei fiori, si­gnifica: addio per sempre!(spinge la porta, egli resiste, ella insiste) Addio, signore.

Massimo                        - (gridando) Ahi!

Renata                           - (lasciando la porta) Vi ho fatto male?

Massimo                        - No!

Renata                           - (ridendo suo malgrado) E' una bel­la vigliaccheria ricorrere a certi espedienti per... (più seria) Signore, non vi sembrano scherzi troppo infantili per la vostra età?

Massimo                        - Ma signora, ho soltanto trentaquat­tro anni.

Renata                           - (involontariamente) Oh, che cosa strana!

Massimo                        - (modesto) Vi pare?

Renata                           - Non per quello che credete... Ma semplicemente Perché ho trentaquattro anni anch'io!

Massimo                        - Grazie di avermelo detto.

Renata                           - Ma non lo dico a voi...

Massimo                        - Pardon... Se...

Renata                           - (seccata) Ma no... Lo dicevo a me stessa... Non crederete, spero, signor Dugay-Trouin, cioè Thureau-Dangin... Insomma...

Massimo                        - Duffrein-Chantel.

Renata                           - Per me è la stessa cosa! Spero non crederete che vi abbia preso per confidente...

Massimo                        - Ma sì!

Renata                           - (ridendo sinceramente) Ah, que­sta poi!

Massimo                        - Vi dirò di più: trovo questo naturalissimo!

Renata                           - (scuotendo il capo) Siete irresisti­bile.

Massimo                        - No! Sono giusto! Non mi dovete certo delle confidenze, ma delle spiegazioni... O almeno delle rettificazioni...

Renata                           - (sospettosa) E' un mezzo per guada­gnar tempo...

Massimo                        - Grazie, signora. Giudicate voi. Arrivo qui, credendo di recarmi da una don­na di teatro...

Renata                           - (offesa) Ebbene?

Massimo                        - So come sono le donne di teatro, ne ho conosciute parecchie...

Renata                           - (ironica) Cercate dei complimenti o delle condoglianze?           

Massimo                        - (proseguendo) Non avete nulla di una donna di teatro. Il vostro modo di par­lare, di ricevere o piuttosto di non ricevere... Perché non somigliate ad un'artista o per Io meno ad un acrobata? Perché?

Renata                           - (che capisce essere preferibile ridere) Se non sbaglio mi fate una scenata.

Massimo                        - Quasi. Siete un esemplare meravi­glioso d'inganno, di doppiezza. Persino nei vostri occhi...

Renata                           - (sguardo allo specchio) I miei occhi?

Massimo                        - - Sì! Sembrano neri sulla scena... mentre, in verità, sono... (si china verso di lei, essa indietreggia) color caffè bollente. Anche la vostra voce. Oh quale desiderio ave­vo di udirla.

Renata                           - Infatti, nella pantomina si è piut­tosto avare di battute...

Massimo                        - (che non ride) Bellissimo. Imma­ginavo la vostra voce stentorea, un po' metal­lica, autoritaria... Ed è invece grave, pa­stosa... (si ferma e sorride) Ditemi un'altra volta: « A chi ho l'onore? » (riprendendosi) Tutto ciò è così imprevisto...

Renata                           - (proseguendo, sorridendo) E dicia­molo francamente: un po' losco...

Massimo                        - (risolutamente) Sì, signora. Per favore, ditemi chi siete...

Renata                           - (decisa) Una donna che ha avuto molto caldo, che impedite di svestirsi, di fare la sua frizione e che vi sarà debitrice per lo meno di una polmonite, (lo costringe ad indietreggiare verso l’uscita, camminando verso di lui) Buonasera, signor Lezroy- Beaumieu.

Massimo                        - Ma no! Duffrein-Chantel.

Renata                           - Ma no! Ma no! Vi assicuro che ho detto bene Lercy-Beaulieu ed anche Dujardin-Beaumetz; per me è lo stesso... In questo momento vorreste essere qualcuno e non siete che qualcheduno. Oh, non la folla, s'intende! E un'altra volta, per amor di Dio, non spin­gete, come stasera l'audacia sino alla violazione di domicilio. Siete molto gentili.

Massimo                        - (con gratitudine) Ah!

Renata                           - Siete molto gentili: al plurale: gli uni e gli altri e non vi serbo rancore. Però vi prego in avvenire di rimanere nelle pol­trone ove si ignora che ho gli occhi color caffè, come avete detto?

Massimo                        - (chinando il capo) Bollente!

Renata                           - Addio, signore.

Massimo                        - (rispettoso) Arrivederci, signora.

Renata                           - (sola) Che sciocco! (tre donne attraversano la scena correndo dalla destra alla sinistra; si svestono cam­minando per fare più in fretta il cambiamen­to. Escono dal vestibolo dei camerini e ur­tano, passando, Scampolino, già vestita per uscire. Giunta dinanzi al camerino di Re­nata, dove questa è seduta per svestirsi, esi­ta un istante, sembra prendere il suo corag­gio a due mani e bussa) Chi è?

Scampolino                   - Sono io, signora.

Renata                           - Chi mai?

Scampolino                   - Scampolino!

Renata                           - (ridendo a se stessa) Come l'ha detto bene! Avanti! (entra) Buon giorno, Scampolino.

Scampolino                   - Buon giorno, signora.

Renata                           - E dove hai lasciato l'altro tuo nome?

Scampolino                   - Non ne ho altri dopo Douchinka.

Renata                           - Quale Douchinka?

Scampolino                   - Ero io che ballavo con la Rous­salka.

Renata                           - Che ne so io?

Scampolino                   - La Roussalka dalle danze a tra­sformazioni. Non vi ricorda nulla? Ero sua sorella.

Renata                           - Ah, sì?

Scampolino                   - Ma tutto è finito! Non sono più sua sorella. Io sono di Lilla. E' molto meglio che essere Russa. Ma avevo firmato. Ora è finito, grazie a Dio.

Renata                           - E tornerai a Lilla?

Scampolino                   - (con semplicità) Oh, no, non posso. Mio padre mi ha maledetta!

Renata                           - Maledetta? Perché maledetta?

Scampolino                   - Perché volevo fare del teatro.

Renata                           - Avevi la vocazione?

Scampolino                   - Ma no! E' la Roussalka che ave­va fatto scrivere a mano, sopra un manifesto, che aveva bisogno di una sorella per il suo numero di danze...

Renata                           - Ah, benissimo!

Scampolino                   - Me ne sono andata con lei e lei mi ha piantata qui. Eppure sapevo benissi­mo le quattro Sévillanas, la tarantella, la dan­za cosacca e il sultano... E' un personaggio del finale, quando mia sorella ballava « I piaceri dell'harem ». Tutto ciò non l'ha im­pedita di piantarmi senza un soldo. Allora il signor Brague mi ha scritturato come com­parsa... (pausa) Signora, sono venuta a chie­dervi... (esita).

Renata                           - Che cosa? (si veste).

Scampolino                   - (studiando) Oh, signora, la vo­stra cameriera non è qui... Posso...

Renata                           - (gentilissima) Sai anche vestire? Ne sai dei mestieri, tu. Ed allora aiutami. Dammi la mia veste, quella appesa. Che vuoi da me? Parla.

Scampolino                   - (l'aiuta premurosa, parlando) Ecco... Questa, sera sono io che ho fatto il vecchio troglodito.

Renata                           - (ridendo) Taci, non ero più capace di andare avanti. Eri così buffa sotto la tua paglia.

Scampolino                   - Mi hanno detto che dovete par­tire in tournée col signor Brague...

Renata                           - Forse sì...

Scampolino                   - Se fosse possibile scritturarmi,! Se il signor Brague se ne va, sono sul lastrico... Qui troveranno facilmente delle ragazze più belle e più abili di me. Allora se avesse bisogno di un troglodito... Di un coso, in somma... potrei.

Renata                           - (ridendo) Non chiedo di meglio. Anzi preferisco aver te. Brague aveva scritturato, per l'« Eden » di Lione, un tale ci puzzava di vino a dieci passi e d'aglio dalli platea. Masticava tabacco in scena. Mi da la nausea.

Scampolino                   - (commossa) Allora parlerete! signor Brague. (una maschera è entrata in iscena durante le ultime battute, recando w fascio di fiori. Bussa alla porta del camerino di Renata).

Renata                           - Avanti.

La maschera                  - Per la signora Renata Néri

Renata                           - Grazie. Posate qui. (maschera esce. Renata apre la busta che è nel fascio e legge) Naturalmente. « Massimo Duffrein-Chantel ».

Scampolino                   - Allora, posso sperare?

Renata                           - Siamo intesi, piccola cara. Ne parlerò al signor Brague. To', eccoti una bella rosa, prendi anche questo garofano, e po' di verde... Così... Lo metterai sul tuo camino.

Scampolino                   - Oh, grazie, signora. Ma non ho camino.

Renata                           - (allegramente) In tal caso lo metterai all'occhiello del tuo innamorato.

Scampolino                   - Non ho nemmeno quello.

Renata                           Come... sei così saggia;

Scampolino                   - Oh, non lo sono sempre stata Sono ragionevole. Se guadagnassi abbastanza per me, sarei saggia, (silenzio) E grazi ancora, signora, di tutto. Buona sera, signori

Renata                           - Aspetta. Forse facciamo la stessi strada. Dove stai di casa?

Scampolino                   - Via Xavier di Maitre, sopra il cimitero Montmartre.

Renata                           - (che vuole rimanere allegra) C'è che stare allegri...

Scampolino                   - Oh, non è triste affatto. E' come un giardino. Ho tutta una camera per me

Renata                           - Io abito alle Ternes. Mi rincresce, ma stiamo agli antipodi...

Scampolino                   - Che peccato!

Renata                           - Su, corri a letto. Un momento dormivi nel camerino del primo piano...

Scampolino                   - Oh, non ho premura di andare a letto: ho il bucato. E come è lungo stirare quando si deve scaldare un ferro per volta sopra un fornello a petrolio.

Renata                           - (rattristata e tentando di scacciare la sua malinconia, pietosa) Non avresti, per caso, dimenticato di pranzare...

Scampolino                   - Pranzerò a casa, signora.

Renata                           - (tentando di nascondere la sua com­mozione) Immagino il tuo pranzo: carne in conserva...

Scampolino                   - Oh, no! Ho delle prugne cotte.

Renata                           - E poi?

Scampolino                   - E del pane, to'! Il giorno che ho delle prugne cotte, rido come una pazza. Lancio i noccioli sopra le perle delle corone nel cimitero. Quel rumore mi fa ridere, (ri­de) Ma debbo scappare. Mi piace stare con lei, ma se rincaso troppo tardi, domani avrei la mia stanza in disordine e non voglio, (fie­ra) La mia camera non è bella, ma è molto ordinata.

Renata                           - (quasi a se stessa) Sì, si, m'imma­gino. M'immagino! Una cameretta e nessuno dentro.

Scampolino                   - (offesa) Lo spero bene.

Renata                           - (c. s.) Nessuno che ti gridi: « buona sera » quando apri la porta. Nessuno che spo­sti una sedia ne scomponga il tuo letto.

Scampolino                   - Non ci vorrebbe altro! (guar­dando Renata, timida e sorpresa) Signora...

Renata                           - (con una specie di disperazione mal contenuta) E nessun essere vivente: ne cane, né gatto; nessun essere caldo che re­spiri, che guardi. Un essere insomma, o cane o uomo a cui buttar le braccia al collo!... Povera infelice!

Scampolino                   - (molto più padrona di se che Re­nata) Ma no, signora, nessuno!

 Renata                          - (tentando di tornare in se) Però è... è... è...

Scampolino                   - E' meglio, signora. Ma non do­vete rattristarvi tanto per me. Magari duras­se sempre così! Si sta così bene in quella quietudine. Nessun rumore, nessun bisticcio, nessuna lacrima: nulla.

Renata                           - (cupa, a se stessa) Nulla! Nulla! (ad alta voce) Hai ragione. Hai ragione! Buona sera, cara. Domani ti porterò un pic­colo ricordo. Una piccola sciarpa, ti piace? Ma no, non ne vale la pena. Va! Va presto! Non perdere l'ultima corsa. (Scampolino esce. Renata sola fa uno o due gesti, appena accennati che rivelano il suo turbamento).

Brague                          - (struccato, pronto ad uscire, appare sulla soglia) Renata, sei pronta? Prendi il tram con me?

Renata                           - Vengo, vengo, (ha messo il cappel­lo e indossato il mantello febbrilmente. Pren­de rapidamente il fascio di fiori sul braccio, si assicura macchinalmente se ha la chiave nella borsetta. Durante la fine di questa sce­na, diversi artisti sono passati, già pronti ad uscire. A poco a poco tutte le luci si spengono. Renata apre la porta del camerino, la rin­chiude, toglie la. chiave e raggiunge Brague).

Brague                          - (la guarda) Che cos'hai?

Renata                           - Nulla. Un po' di freddo. (Si allonta­nano insieme. Renata si ferma) Aspetta, (cor­re verso il camerino, lo riapre e vi entra).

Brague                          - (rimasto dov'era) Che cosa c'è? Scommetto che hai dimenticato, come al so­lito, la tua borsetta?

Renata                           - (nel suo camerino, cerca e ritrova in terra il biglietto da visita di Duffrein-Chantel, che aveva buttato via; lo prende, lo met­te nella borsetta e raggiunge Brague) No, è un biglietto da visita. Ho bisogno dell'indi­rizzo, (sì allontanano insieme).

 

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

All’alzar del sipario, Blandine, sola, sta esa­minando la biancheria recatale dalla lavandaia, e verifica il numero dei capi lavati.

Blandine                       - Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette fazzoletti... (osserva la lista) dovrebbero essere otto... (contando) salviette da trucco, ancora son piene di rosso... quella lavandaia è un'ira di Dio! (la portinaia bussa) Avanti!

La portinaia                   - Signorina Blandine, eccovi la posta delle due.

Blandine                       - Oh, finalmente!

La portinaia                   - Nessuna corrispondenza in tre distribuzioni. La signora Nére ne riceve pochissima. E sì che al so­lito le artiste...

Blandine                       - (con ostentazione) Lei ha una vita misteriosa e romantica.

La Portinaia                  - (alzando le spalle) Non dite eresie. Bastia osservare la sua biancheria per giudicare. (prende una camicia da giorno e la mostra) Questa è forse la cami­cia di una donna romantica? (c. s. prende una mutandina) E que­sta è forse una mutandina di fan­tasia? (la guarda da vicino) Del pizzo di Cluny a due soldi al me­tro non ha mai fatto impazzire un uomo!

Blandine                       - (offesa) Può anche essere del « Cluny », ma le mutandi­ne sono cortissime! (le distende sopra di se) A lei arrivano appena qui. (gesto).

La portinaia                   - (per farle piacere) Non dico di no.

Blandine                       - Ed i suoi costumi di scena li avete visti? Ne ha uno che pesa settecento grammi.

La portinaia                   - (c. s.) Questa è un'altra cosa!

Blandine                       - Anche l'automobile che si ferma qui dinanzi al portone ogni giorno?

La portinaia                   - (sprezzante) Una dieci cavalli...

Blandine                       - Per la città. Credete forse che il signor Duffrein-Chantel non abbia un'altra. macchina per la campagna?

La portinaia                   - Può darsi...

Blandine                       - Non crederete forse che una don­na come la mia signora, già sposata, si eserciti al bersaglio contro i lampioni della pubblica via scaraventando delle bottiglie vuote di champagne, sino alle cinque del mattino, come la signora Waldys del quinto piano.

La portinaia                   - Non la si sente nemmeno.

Blandine                       - Non è come la signora Waldys. Non ho chiuso occhio tutta la notte.

La portinaia                   - (con ammirazione) Hanno fat­to baldoria al punto che il negoziante di vino di Pommery dell'angolo, aveva lasciata al­zata a mezzo la saracinesca...

Blandine                       - (con ammirazione) Oh! (ascol­tando, va alla finestra) Ecco il signor Massi­mo! (rimette in ordine il bucato).

La portinaia                   - (aiutandola) Vi aiuto io.

Blandine                       - No, no, scappate.

La portinaia                   - Chi è questo signore? E' un direttore di teatro?

Blandine                       - vi pare? Un uomo così ben vestito? Sarà piuttosto un uomo del governo.

La portinaia                   - Senza Legion d'onore. Si vede che non ve ne intendete, (escono portando via la biancheria. Blandine ricompare con Massimo che porta dei fiori. Li dà a Blandi­ne che li depone in un vaso).

Blandine                       - Il signore non aspetterà a lungo, la signora ha detto che rincaserà verso le tre.

Massimo                        - Non le dispiacerà che l'attenda qui?

Blandine                       - Se le dispiacerà? Non credo. In ogni modo glie Io dirà.

Massimo                        - (ridendo) Lo credo bene.

Blandine                       - II signore vuole stare in compa­gnia di un bicchiere di Porto?

Massimo                        - No, grazie, Blandine. (Blandine esce. Massimo siede. Poco dopo Renata ap­pare. Si guardano- un momento senza dirsi nulla. Si sorridono, egli le bacia la mano).

Renata                           - Buon giorno, Duffrein-Chantel.

Massimo                        - Daccapo! Non potreste chiamarmi diversamente?

Renata                           - Non chiedo di meglio. Per me Duffrein o Chantel... Duduffe o Chanchante...

Massimo                        - Mi chiamo Massimo.

Renata                           - E' un'idea! Non ci avevo ancora pensato. Quando penso a voi, non vi do nomi. E' molto tempo che siete qui?

Massimo                        - Dalle tre.

Renata                           - Da dieci minuti. Mi fa molto piace­re di rivedervi, (indicando i fiori) Foste voi a...?

Massimo                        - Io stesso...

Renata                           - (odorando i fiori) Come sono pro­fumati!

Massimo                        - Renata, la vettura è giù.

Renata                           - Lo so. La portinaia ne è felicissima. Quando dinanzi al portone, c'è la torpedo della signora Waldys, la portinaia esulta. Grazie per lei.

Massimo                        - Renata, il tempo è bello. Andiamo sino a...

Renata                           - (interrompendolo) E' impossibile! Aspetto una visita.

Massimo                        - (involontariamente) Chi mai? Oh, scusate!

Renata                           - (alzando le spalle) Aspetto Brague.

Massimo                        - Sempre il music-hall...

Renata                           - Per forza! Gli affari innanzi tutto.

Massimo                        - (offeso) Business! Che brutta pa­rola. Sciupa tutto qui.

Renata                           - (che non capisce) Sciupa tutto? Che cosa vi salta?

Massimo                        - Non abbiatevene a male. Capisco così poco la vostra vita di teatro e la dimen­tico così facilmente, vedendovi qui, in que­sto cantuccio intimo e bello, fra questa lam­pada bassa e questi garofani.

Renata                           - Che vi si sono stabiliti da un quarto d'ora, (ridendo senza amarezza) Questo can­tuccio intimo e bello, è ammobiliato con due o tre cosettine mie, trascurate... Non avete dunque osservato nulla? Guardate questo... questo... e quest'altro... Il calamaio, la penna asciutta... e questa scatola di carta da lettera vuota...

Massimo                        - Mi fa piacere, è segno che non scrivete a nessuno.

Renata                           - (osservandolo, melanconica) E vi fa piacere...

Massimo                        - (con asprezza) Sì!

Renata                           - (sognando, a se stessa) Strano!

Massimo                        - (a disagio) Perché mi guardate così?

Renata                           - Forse Perché non vi avevo mai os­servato bene. Confesso che vi sono dei mo­menti in cui la vostra presenza in casa mia mi sembra stonata, come la presenza di un piano in una cucina.

Massimo                        - (con molta filosofia) Accetto... il paragone che mi conferisce una parte armo­niosa... immobile...

Renata                           - E stonata...

Massimo                        - (rattristato) Cercate sempre il modo di offendermi.

Renata                           - Vi assicuro che è quasi mio malgra­do, ma quando vi guardo non posso fare a meno di misurare la differenza che ci può essere fra voi, comodamente seduto e falsa­mente umile e l'animale testardo appena ap­pena mascherato che sforzò la mia porta per la prima volta ed agì la seconda come un...

Massimo                        - (supplichevole) Tacete! (silenzio) La verità è che mi guardate come un nemico.

Renata                           - (piano) Siete un uomo.

Massimo                        - Bella scoperta! E gli altri, quelli che frequentate ogni giorno: Brague, Bouty, gli atleti, Stefano...

Renata                           - Quelli non sono altro che compagni.

Massimo                        - (pieno di rancore) Questa parola autorizza tante cose e ne maschera altre!

Renata                           - (canzonandolo) Come siete tradizio­nale! Personificate l'uomo. Il vero uomo...

Massimo                        - (ridendo) Proprio il vero. Vi amo!

Renata                           - (fatalista) Già!

Massimo                        - Ho torto di dirvelo!

Renata                           - No! Tutt'altro! Sono quasi più tran­quilla. Vi rivedo tale e quale vi ho veduto per la prima volta con quella ruga sulla fron­te, con una testardaggine bestiale, con una sincerità calcolata. Tutto ciò riesce assai meglio della gentile amicizia o dell'affetto leale,. Un nemico, dicevate? Un seccatore piuttosto. Quella fronte, quello sguardo, quel­le mani convulse: conosco! Conosco! Ormai non sono più una ragazza!

Massimo                        - (con dolcezza, ostinata) Come pen­sate al desiderio!

Renata                           - Io?!

Massimo                        - (c. s.) Ma sì, voi! La vostra tema, la vostra intransigenza, la vostra severità si rivolgono solo - altri se ne vanterebbero - al colpevole disegno che potrei avere di vio­lentarvi...

Renata                           - (fuori di se) Come?!

Massimo                        - Mi trattate come un ossessionato dal desiderio mentre sono più seriamente, più semplicemente un uomo che vi ama. E' forse troppo semplice o forse umiliante per voi?

Renata                           - (incerta) No... (silenzio).

Massimo                        - (con grande dolcezza) Renata, di­temi soltanto se il fatto che vi ami vi è odioso o indifferente o vagamente allettevole...?

Renata                           - (sinceramente incerta) Non lo so...

Massimo                        - (mortificato) No.

Renata                           - (un po' inquieta) Non rispondetemi come un uomo a cui abbia scagliato una sen­tenza. Questo tono fra noi non va. Vi dico il vero. Non so se sono felice che mi amiate. Ho paura, che senza provare un vero piace­re... (si ferma non trovando l'espressione esatta).

Massimo                        - Avanti...

Renata                           - Ho paura di abituarmici come ad un lusso. So bene che mi amate. Non dico: « Co­me mi piace ch'egli mi ami! » ma lo sento. Ciò crea intorno a me, nei miei pensieri una specie di... lusso. Non trovo altro... Essere una donna amata non si confà alla vita che conduco e non si confà neanche una belli vettura, una ricca pelliccia, dei gioielli preziosi, tutto un comfort di agiatezza sedentaria di cui l'idea, l'imminenza mi seduce e mi cagiona nello stesso tempo un immenso disagio. (è molto commossa).

Massimo                        - In tal caso... (silenzio) Credo si! preferibile che me ne vada...

Renata                           - (vivamente) Ve ne andate?

Massimo                        - In casa nostra...

Renata                           - (imitandolo, sorridendo) In casa nostra? Uomo dei boschi, vi volete ritirare nel romitaggio di vostra madre?

Massimo                         - Faccio sempre così quando ho dei dispiaceri.

Renata                           - (sorridendo) Ma non vi mando via,.

Massimo                         - Lo so. Ma è circa un mese che! sono riuscito ad impormi in casa vostra...

Renata                           - (intenerita, ridendo) Povero Maxi

Massimo                        - (buffo, per farla ridere) Mi ritirerò dunque in casa di mia madre... Ella tenterà ogni mezzo per darmi moglie. Ecco a che cosa mi esponete.

Renata                           - Ebbene, lasciatevi sposare.

Massimo                        - (con gesto di reciso rifiuto) Parlate sul serio?

Renata                           - (spontanea, allegra) Ma sì. Perché non prendereste moglie? Forse perché la mia esperienza personale è stata sconfortante? Ma non si può paragonare. Massimo, ammogliatevi. Vi starebbe bene, avete già l'aria di un uomo ammogliato. Recate a passeggio il vostro celibato nei panni gravi del padre di famiglia. Siete innamorato del cantuccio presso il focolare, delle abitudini quotidiane. Siete geloso, testardo, pigro come un marito viziato ed in fondo siete anche despota!

Massimo                        - (scoppiando, dopo una pausa) Sono proprio tutto questo e me l'ha detto, (si alza, accennando ad un balletto).

Renata                           - (offesa) Che cosa vi salta? Perché vi sapete egoista, despota e pigro, vi salta il ghiribizzo di ballare?

Massimo                        - (felicissimo, con l'argento vivo addosso) No, mi è indifferente di essere tutto questo, ma quello che mi rallegra si è che voi lo sappiate (afferrandole le mani) Mi avete dunque osservato? Vi ho dunque interessato?

Renata                           - (sconfitta, ridendo) Come sono stu­pida! L'ho proprio meritato! (vuole ritrarre le mani).

Massimo                        - (trattenendole con fervore giovanile)

No, guardatemi ancora. Scopritemi. Inventatemi del ridicolo, delle debolezze, af­fibbiatemi dei vizi immaginari. Non mi im­porta se sbagliate. Create il vostro innamo­rato secondo la vostra fantasia. Dopo, con pazienza, cercherò di dargli una certa somi­glianza, (attraendola) Renata...

Renata                           - (lottando senza collera) Ho dimenti­cato questi giuochi.

Massimo                        - (c. s., febbrilmente) Sto per vin­cere! Sto per vincere! (ella sta per cedere nel momento in cui Biondine entra).

Blandine                       - Signora, c'è il signor Brague.

Renata                           - (come liberata, un po' smarrita) Avanti. (Blandine introduce Brague).

Brague                          - Salve.

Renata                           - (stringendogli la mano) Buon gior­no, amico mio! (presentando) Il mio compa­gno Brague. Il signor Duffrein-Chantel. (strette di mano).

Brague                          - Felicissimo!

Renata                           - Ti aspettavo.

Brague                          - Dieci minuti di conversazione se­ria. Sai benissimo che non mi occorre di più!

Massimo                        - (a Renata) Se me lo permettete, aspetterò la fine di questa grave conversazio­ne nel vostro piccolo studio, qui accanto...

Brague                          - (disinvolto) Non vi disturbate per I me, non mi date nessun fastidio. Faccio tutto alla luce del giorno.

Renata                           - (senza aspettare la risposta di Massimo) Massimo, preferisco... Sopra il piccolo scaffale, troverete dei libri. E dopo mi farete fare un giro nella vostra automobile...

Massimo                        - (lieto) Siete molto gentile... (esce).

Brague                          - Dunque, quello è il tuo amante?

Renata                           - Sbagli. E' soltanto un amico.

Bracue                           - Guardami bene in fondo agli occhi e ripeti quello che hai detto.

Renata                           - (ridendo) Ti guardo!

Brague                          - (le braccia al cielo, indignato) E mi guarda con degli occhi simili! Degli occhi d'innamorata! Non hai vergogna? E quando ti chiedo nella scena d'amore dell’« Impe­rio » di avere degli occhi appassionati, mi tiri fuori una faccia da neonata!

Renata                           - (protestando) Oh!

Brague                          - Taci, Messalina, (avvicinandosi, più piano) Te lo conduci dietro?

Renata                           - Sei pazzo?

Brague                          - (contento) Oh, ne faccio a meno! Piccola mia, ho visto certe tournées rovinate Perché la signora non vuole lasciare il signore o Perché il signore vuole sorvegliare la signora. E sono liti, baci, abbandoni e riconci­liazioni, oppure nessuno riesce a toglierli dal letto e di conseguenza: gambe di pasta frol­la ed occhi imbambolati. La vita rovinata, insomma, A me pare che il mestiere guasta l'amore e che l'amore guasta il mestiere. Qua­ranta giorni di tournée non sono poi eterni. Ci si ritrova e tutto torna come prima...

Renata                           - (difendendosi) Come, tutto torna co­me prima? Ma se ti dico...

Bhague                          - (interrompendola) Non ti chiedo dei racconti d'alcova. Parliamo poco, ma parlia­mo bene... Partiamo dopo domani.

Renata                           - Dopo domani?

Bhague                          - Sì. Ho visto Salomon, tutto è defi­nito. Eccoti la tua tessera... (silenzio) Che c'è ancora che non ti va?

Renata                           - Nulla. Tutto va benissimo.

Brague                          - Mi hanno anche prestato un copio­ne coi tagli.

Renata                           - Quali tagli?

Brague                          - Quelli fatti per le piazze caste.

Renata                           - Ma come faremo a sapere che sia­mo in una piazza casta?

Brague                          - (alzando le spalle) Quello è il com­pito del régisseur... Sei contenta dei tuoi co­stumi?

Renata                           - Molto. Nella a Ninfa » è verde come una cavalletta e così piccino che sta in una busta.

Brague                          - E quello dell’« Imperio »?

Renata                           - Lo conosci. E' lo stesso, rimesso a nuovo.

Brague                          - Avresti potuto comperartene uno nuovo….

Renata                           - (aspra) L'avresti, forse, pagato tu? Ti chiedo forse di mutare i tuoi calzoni nell’« Imperio », io? quelli di pelle scamosciata lucida come uno specchio?

Brague                          - Scusa, scusa. Non confondiamo. I miei calzoni sono splendidi.

Renata                           - Al punto di chiedere un successore.

Brague                          - Non voglio discussione. Chiederemo il parere del signor Massimo.

Renata                           - (chiamando) Massimo! Massimo! (Massimo appare subito) Giudicate voi.

Massimo                        - (stupito) Che c'è?

Renata                           - Come sono i calzoni di Brague nell’« Imperio »?

Massimo                        - (c. s.) Porta dei calzoni nell « Im­perio »?

Brague                          - (c. s.) Credo che la questione sia ri­solta.

Renata                           - (a Brague) Sei un guitto!

Brague                          - (reciso) E tu una smorfiosa!

Massimo                        - (cadendo dalle nuvole) Oh!

Renata                           - (ridendo) Ah, che piacere potersi dire certe cose.

Brague                          - Ora parliamo dei bagagli.

Renata                           - E' forse la prima volta che viag­giamo? Ho forse bisogno di te per piegare le mie camicie?

Brague                          - (sprezzante) Povera creatura. Ha molta zavorra nel cervello!

Massimo                        - (sempre più stupito) Signore.

Brague                          - (senza dargli retta, a Renata) Sve­gliati, scioccherella. (controscena di Massimo) Se hai bisogno di me ascolta e tenta di ca­pire. I supplementi di bagaglio oltre i cin­quanta chili, sono a carico nostro, non è vero?

Renata                           - Ebbene?

Brague                          - (cortese, a Massimo) Scusatemi, si­gnore... In questo momento laviamo i panni sporchi...

Massimo                        - (costretto ad essere cortese) Non fate complimenti: m'istruisco!

Brague                          - (a Renata) Nell'ultima tournee per via delle armi, dei costumi, del trovarobato e dei nostri due bauli abbiamo rimesso di nostra tasca, se ti ricordi, dai dieci agli un­dici franchi al giorno.

Renata                           - Non dico di no.

Brague                          - Tutto deve mutare. Che bagaglio por­ti via?

Renata                           - Il baule nero.

Brague                          - E' una pazzia! Non voglio! (movi­mento di Massimo) Ecco ciò che devi fare: adopererai il mio baule. Quello dei costumi va dritto dritto al teatro. Nel mio troverai, nel primo scompartimento: un costume tail­leur, di ricambio per te. Completo giacca per Brague. Nel secondo: la nostra biancheria, le tue mutandine, le tue calze, le camicie e le calze di quel caro Brague. Nel terzo: scar­pe, ninnoli, toilette, ecc. Hai capito?

Renata                           - (riflettendo) Non è combinato male.

Brague                          - (a Renata) E se non si risparmiano cinque franchi al giorno per uno, mi faccio tagliar la testa. Cambi biancheria, in tournée?

Renata                           - (molto a disagio, guardando Massimo) Ma... ogni due giorni...

Brague                          - (fischiettando, con ammirazione) Caspita! Dopo tutto, ciò ti riguarda. Conto otto camicie, otto mutandine... per te. Sono generoso. Per fare pulire la biancheria, bi­sogna essere nelle piazze importanti. Mi fido di te. Sarai ragionevole per tutto il resto.

Renata                           - Sta tranquillo.

Brague                           - (a Massimo) Come vedete, signore, sappiamo organizzarci! (a Massimo) Signore... Felicissimo! (a Renata) Domani, alle dieci, all'« Olimpia»...

Renata                           - Siamo intesi... (strette di mano).

 Massimo                       - Signore... (Brague esce).

 Massimo                       - (scoppiando) Renata! (Renata sì avvicina) Renata, è impossibile! E' mostruoso! Avete perso la testa! Renata (intimidita) Cosa c'è?

Massimo                        - E' mostruoso! Andiamo, via! Le vostre camicie, le vostre mutandine, in mezzo! alla roba di quell'individuo?

Renata                           - (mentre parla) Siete pazzo!

Massimo                        - (proseguendo) E le vostre calze insieme alle sue?

Renata                           - (interrompendolo) Fra cinque minuti avrete pronunciato « odiosa promiscuità ».

Massimo                        - (c. s.) Precisamente! Subito. Ma come: dei vestiti intimi che...

Renata                           - (interrompendolo) Se si trattasse dei vostri calzoni e delle vostre calze la chiama reste sempre « odiosa promiscuità »?

Massimo                        - Non cambiamo discorso. Ci sono delle probabilità infatti Perché non la chia­massi più cosi. Per economizzare poi che» cosa? Neanche cinque franchi al giorno. E' ridicolo!

Renata                           - (seriamente) Non sono del vostro parere. Mi sono accorta che il denaro die­si guadagna è rispettabile, che si adoperai con sollecitudine. E se ne parla con gravitai

Massimo                        - (scusandosi) Vi chiedo scusa. Mal quel baule, quel contatto, oh! Trovo tutto! questo odioso! E non mi fa-rete certo mutali parere. Sì, trovo tutto ciò odioso! (silenzio)

Renata                           - Massimo, mi tenete il broncio?

Massimo                        - No! Ma sono molto infelice!

Renata                           - (gentile, porgendogli un astuccio) M Fumate?

Massimo                        - Sì! Ma sono infelice lo stesso.

Renata                           - (sorridendo) Stupidone!

Massimo                        - (afferrandole bruscamente, la mano) E Renata! Renata! (Renata fa uno sforzo perì liberarsi) Oh, ve ne supplico!

Renata                           - (cedendo un po') Temo il linguaggio! delle mani!

Massimo                        - Sì? E che cosa dicono le mie mani?!

Renata                           - Parlano bene. Sono convinte. Sono calde. Sono delle buone mani.

Massimo                        - E... niente altro?

Renata                           - E' molto! (vuol ritrarre le mani).

Massimo                        - (supplichevole, senza violenza) La­sciatemele. Mostratemi un po' di fiducia. (ella lo guarda con tema) No! Non quella fi­ducia che si esprime a parole. Non vi chie­do dei racconti di convento, ma l'altra fidu­cia, quella che porge le mani alle mani, che appoggia il capo con tutto il peso sopra una spalla. Che abbandona un ginocchio contro un ginocchio tranquillamente, la fiducia sana che un corpo ha in un altro corpo amico, senza tradimenti... (ella si è seduta e si ap­poggia un po' contro di lui; silenzio). (Mas­simo stupito, guardandola) Renata?

Renata                           - (sorridendogli, senza nessuna tristezza) Piango? (si asciuga gli occhi) Ma sì, piango! Oh, com'è strano! Da tanto tempo non pian­gevo... Da anni e anni!

Massimo                        - (piano, con una tenerezza profonda) Bimba cara!

Renata                           - (liberandosi brutalmente) Oh, ta­cete!

Massimo                        - (stupito) Che c'è?

Renata                           - (con terrore) Avete detto: « Bimba cara »! Oh, non sapete! Sono le stesse parole e quasi lo stesso accento! Oh, so benissimo di essere crudele. Massimo, vi chiedo scusa. Non è colpa mia. Ma è stato come se l'altro fosse sorto dinanzi a me, colle sue spalle e la sua mascella sporgente... (a poco a poco torna in se) Vi ho fatto del male...

Massimo                        - (con semplicità) Molto! (silenzio) Come regnava da padrone, quell'altro!

Renata                           - Col terrore, sì! (le sorride) Ma è passato!

Massimo                        - (dolorosamente) Che cosa è pas­sato?

Renata                           - (con dolcezza) Oh, vi prego di ca­pirlo nel miglior dei modi... Nel modo per esempio che vi farà più piacere. Datemi la vostra spalla.

Massimo                        - Renata, credete che un giorno, non so quando, potrete amarmi...

Renata                           - (più piano) Non sentite forse che mi avvinghio a poco a poco a voi?

Massimo                        - (sorridendo) Ecco ciò che temo. Non è questa la strada che conduce all'amore..

Renata                           - (turbata) Aspettate. Forse più tar­di... una grande... grandissima amicizia... (scuote il capo) Capisco, non è quello che volete..

Massimo                        - (tristemente) Accetterò tutto quel­lo che vi compiacerete darmi. Ma, più tardi, come ora sarà sempre la stessa Renata che mi darà le sue manine gelate, con degli occhi che non lasciano penetrare lo sguardo e con quella bocca elle non si dà...

Renata                           - (decisa, gli porge la bocca, chiudendo gli occhi. Egli si china lentamente su di lei e, pone le sue labbra sopra quelle di Renata. Il bacio è lungo. Quando Massimo rallenta la stretta, Renata si rialza vivamente, lo guar­da e pone le sue mani sopra le spalle di Mas­simo. Ad una muta domanda, ella risponde con un sorriso stanco) Sì!

Massimo                        - (con fervore) Oh, Renata!

Renata                           - (tenera) Sì! Ed ora andate!

Massimo                        - Partire?

Renata                           - Ma tornerete domani... Anzi fra un momento... Quando vorrete...

Massimo                        - (resistendo timidamente) Allora Perché andarmene?

Renata                           - (sorridendo, turbata) Vorrei... Vor­rei pensare da sola a tutto quanto è accaduto! (lo guarda con tenera perplessità) Mi sembra già di amarvi... Sì... Credo che vi amerò! (lo guarda profondamente) Quando sarete partito, mi ricorderò del suono della vostra voce, dei vostri gesti, (come se cessasse di re­sistere, con slancio) Ma sì: li amo!Ti amo!

Massimo                        - (inebriato) Cara!

Renata                           - (piano) Andatevene.

Massimo                        - (sottovoce) No!

Renata                           - Amore, devi ubbidirmi. Pensa che parto domani e...

Massimo                        - (deciso) Parti? !Allora partiamo insieme.

Renata                           - (spaventata) Insieme per 40 giorni?

Massimo                        - Oppure non partite, è molto più semplice!

Renata                           - (sorridendo) Davvero? E la mia pe­nale?

Massimo                        - Che domanda! La pago io, si ca­pisce!

Renata                           - E quella di Brague, di Scampolino?

Massimo                        - (con semplicità) Pago tutto!

Renata                           - (corrugando le ciglia) Certi scherzi non mi piacciono...

Massimo                        - (per rallegrarla) Ormai non c'è più dubbio! Ci amiamo, siamo sul punto di liti­gare! (più tenero) Sapete bene che farò tutto quanto vorrete. Ma avete proprio bisogno del music-hall, ora che...

Renata                           - (commossa) Sì, lo so... In fondo avete ragione. A voi debbo chiedere ogni co­sa. Se ti amo mi devi tutto. Ed il pane im­puro è quello che non mi porgerà la tua mano...

Massimo                        - (al colmo della felicità) Questo sì. E vedrete che le formalità saranno presto compiute.

Renata                           - (timorosa) Come? Il matrimonio?

Massimo                        - Si capisce.

Renata                           - (melanconica) No, Massimo! Per tornare al matrimonio occorre entusiasmo e giovinezza. Occorre una generosità che temo mi manchi ora... (teneramente, sognando) Piccino mio...

Massimo                        - (commosso) Non chiamatemi così: mi rendete ridicolo.

Renata                           - Vi renderò ridicolo se cosi mi pia­ce... Ma siete il mio piccino Perché siete più giovane della vostra età. Perché avete sofferto pochissimo. Perché non avete quasi mai ama­to. Perché non siete cattivo... (si stringe al petto il capo di Massimo) Ascoltatemi: debbo partile...

Massimo                        - Senza di me?

Renata                           - Senza di voi (si svincola) Ascolta­temi, Max. Non volete, non potete aspettar­mi? Non mi amate dunque abbastanza?

Massimo                        - (fuori di sé, subitamente) Non ab­bastanza? Ah, i ragionamenti delle donne! Se vi avessi proposto di partire da sola, che cosa avreste pensato di me? (ardentemente) Cara, cara... Mi hai detto che mi ami; non devi partire. Non voglio che tu parta!

Renata                           - (commossa, resistendo) Mi aspette­rete a Parigi... Oppure andrete nelle Ardennes, in casa di vostra mamma. (Massimo si alza senza una parola, prende i suoi guanti sopra il tavolo, si dirige verso la porta) Mas­simo! (egli non risponde, apre la porta. Di un balzo ella è presso di lui, si avvinghia alle sue spalle; supplichevole, in pianto) Non an­dartene. Non andartene. Ritorna... Farò tut­to quello che vorrai... Ma non lasciarmi sola! Non lasciarmi sola! (singhiozza).

Massimo                        - Caro amore!

Renata                           - (con lacrime infantili) Tutti mi ab­bandonano. Sono sola... sola...

Massimo                        - (la conduce verso il divano, l’adagia sopra e la culla) Cara... Cara... Non vi lascio... No! (mormorii, baci, Renata si al­za a mezzo ed ascolta).

Renata                           - Zitto! C'è qualcuno!

Massimo                        - (sottovoce) Fuggiamo dalla porta di servizio... (si suona).

Renata                           - Io, no, voi! Andate. Ho mille fac­cende da sbrigare. Debbo avvisare prima di tutto Brague, Perché possa trovare chi mi sostituisca.

 Massimo                       - Corro da lui. E' in casa a quest'ora?

Renata                           - Sì! Oh! Preferisco che siate voi ad incaricarvi di questa missione... (Biondine entra).

Blandine                       - E' la signorina Margot.

Massimo                        - Una ballerina?

Renata                           - (scoppiando, suo malgrado, dalle risa) No, è mia cognata. Una vecchia amica mia, l'unica e vera amica. Prima di voi, non avevo che lei. Vado a riceverla... Correte da Brague. Sì, dalla porta di servizio... A più tardi... (Massimo esce. Renata rimette in ordine k sita pettinatura, s'incipria rapidamente e corre verso la porta) Margot, siete qui?

Margot                          - (entrando) E' forse troppo presto? Ho ricevuto il tuo bigliettino. Volevi veder­mi, parlarmi?...

Renata                           - Ma sarei venuta io, Margot. Mi ver­gogno di avervi disturbata.

Margot                          - Oggi, sei molto protocollare! Se hai qualche cosa da dirmi, eccomi qua.

Renata                           - (commossa) Come siete buona, Margot.

Margot                          - Io? Perché mai? Ormai, sei mag­giorenne, figlia mia... Sei contenta? Stai provando?

Renata                           - Sì, Margot, per la tournée. (Margot si è seduta tranquillamente. Renata sta per parlarle, si pente) Come stanno i cani?

Margot                          - (in collera) Non parlarmi di quelle bestiacce. Ieri ho comprato un'altra «bra-banconne ».

Renata                           - Una meraviglia?

Margot                          - Se fosse stata una meraviglia non l'avrei comprata.

Renata                           - (afferrando la mano di Margot e stringendola contro la sua guancia) Vi voglio bene!

Margot                          - (sull'attenti, ritraendo la mano) Che modi sono questi? Quante prove d'af­fetto. Mostrami il tuo viso.

Renata                           - (a disagio) Eccolo.

Margot                          - (inforca i suoi occhiali; dopo un silenzio) E' strano!

Renata                           - (inquieta, cercando lo specchio) Che ho?

Margot                          - (c. s. Tenendola per il mento) Nulla! Sei stanca?

Renata                           - (a disagio) Sì, un pochino! Provo, capite?

Margot                          - Sarà quello. Hai qualche cosa di, mutato. Sei... sei... (profondamente) invec­chiata...

Renata                           - (con un grido) Invecchiata? Oh,

Margot!                         - (nasconde bruscamente il viso ri­gato di lacrime).

Margot                          - (stupita) Che hai, figliuola mia? (tenta di scoprire il viso di Renata che re­siste) Mio Dio, che ho detto? Povera pic­cina. Prendi il mio fazzoletto e non fregare. Non hai dell'acqua borica?

Renata                           - (piangendo) No, Margot. No!

Margot                          - Capisco. Hai dunque molto bisogno della tua bellezza in questo momento?

Renata                           - Oh, sì, Margot.

Margot                          - (imitandola) Oh, Margot! Parola d'onore, sembra che ti abbia bastonata! Mi serbi rancore, non è vero?

Renata                           - No!

Margot                          - Un pochino! Col mio modo da chi­rurgo! Eppure non sono cattiva! E tu mi guardi con degli occhi da vittima. Ti ho detto che sei invecchiata, ecco tutto...

Renata                           - (disperata) Oh, oh, Margot.

Margot                          - Non ricominciare, ti prego! Volevo dire: oggi hai l'aria più vecchia di ieri. Do­mani, fra un'ora avrai cinque o dieci anni di meno... Se fossi venuta domani, anziché oggi ti avrei detto: « sei ringiovanita »!

Renata                           - (scuotendo il capo) Margot, ho trentaquattro anni...

Margot                          - Io ne ho cinquanta!...

Renata                           - (chinando il capo) Non è la stessa cosa.

Margot                          - Me l'immagino. Anzitutto, non ho nessuna voglia di avere trentaquattro anni...

Renata                           - Quando penso alla mia età...

Margot                          - Pensi anche all'età di un'altra per­sona...

Renata                           - Sì. Ed è per questo che mi premeva tanto vedervi. Ho bisogno di essere bella in questo momento, di essere giovane, di essere felice!

Margot                          - (dopo una pausa) Hai un amante?

Renata                           - (vivamente) No, Margot! (pausa) Ma sto per averne uno. (pausa).

Margot                          - (senza mutare intonazione) E che posso farci, io?

Renata                           - Nulla, Margot. Ma provo il biso­gno, il dovere di dirvelo...

Margot                          - Che strana idea. E che strana con­fidente hai scelta! Non me ne intendo affat­to di questo genere di affari... E l'ami?

Renata                           - Ancora non lo so...

Margot                          - E lui ti ama, si capisce?

Renata                           - Lo credo. Desidero tanto di cre­derlo.

Margot                          - Che età ha?

Renata                           - La mia età.

Margot                          - Ah sì!... (pausa) Benissimo. Benis­simo.

Renata                           - (ansiosa) Che cosa ne pensate?

Margot                          - Per quel poco che so del tuo ro­manzo, non posso dirti di più.

Renata                           - Margot, vi dirò tutto, (pausa) Egli è molto gentile con me...

Margot                          - (canzonandolo) E' un eroe.

Renata                           - (ridendo quasi a stento) Oh, no, grazie al cielo! Che cosa me ne farei di un eroe? Ma credo sia un bravo ragazzo!

Margot                          - (pausa) E che avete progettato?

Renata                           - Non abbiamo ancora pensato a nulla.

Margot                          - Non avete pensato che... a venirvi incontro... Ma di che cosa si tratta: di ma­trimonio o di concubinaggio?

Renata                           - (offesa) Nulla di tutto questo. Ci conosciamo appena. Ci studiamo...

Margot                          - Vedo... Vedo... E' il periodo in cui ognuno fa bella mostra di se?

Renata                           - No, Margot. Quello è un giuoco di giovani amanti e noi non siamo, a dir il ve­ro, dei giovani amanti.

Margot                          - Ragione di più! Avete più cose da nascondervi.

Renata                           - (tristemente) Mi scoraggiate, Mar­got.

Margot                          - Bimba mia, devi ridere della mia mania. Sono la prima a prendermi in giro, lo sai bene. In questo momento ti aizzo Perché trionfo vigliaccamente, avendo preve­duto tutto questo...

Renata                           - (sorridendo) E' vero.

Margot                          - Te l'avevo detto: « Gatta scottata, ritorna al fuoco » e ci torni!

Renata                           - (sconfitta e contenta) Ci torno.

Margot                          - (guardandola come un oggetto strano) E' curiosissimo. E sei contenta?

Renata                           - (con slancio) Sto per esserlo.

Margot                          - E' bello?

Renata                           - Per me sì.

Margot                          - Intelligente?

Renata                           - (stupita) Certo non è stupido! Credo sia assai più furbo di me!

Margot                          - Provi piacere ad essere baciata da lui?

Renata                           - (volgendo la testa) Sì.

Margot                          - Dopo tutto io non ho mai avuto sensi, dunque...

Renata                           - (a disagio) Oh, Margot, non credia­te che siano i sensi che...

Margot                          - (ironica) Ma sì che lo credo. Anche questo ho preveduto. T'ho detto: Attenta, non gridare sui tetti che sei solitaria e soia. La bestia che eredi morta, attinge in un lun­go sonno delle forze insospettate...

Renata                           - (supplichevole) Margot, a partire da oggi, chiudete gli occhi, dimenticate la vo­stra meravigliosa intuizione. E' troppo tardi. Voglio che sia troppo tardi. Il destino l'ha messo dinanzi a me... Decida il destino...

Margot                          - (malinconica) Va, bimba mia, affi­dati al destino per qualche tempo... Dico, per qualche tempo, Perché ti so troppo ra­gionevole per subire a lungo il destino: il grosso terranova che vi ripesca per il collo quando si sta per annegare senza avere invo­cato il suo aiuto e il cui dente buca la pelle...

Renata                           - (sorridendo) Non gli serbo ranco­re in questo momento. Margot, non apprez­zate il terranova?

Margot                          - A me piacciono i cani di pelo corto.

Renata                           - Scherzate, Margot. E' un pensiero gentile il tentare di farmi ridere, di farmi crédere che questa storia d'amore non è poi così grave. Margot, ho tanta paura.

Margot                          - Paurosa! Tempo fa, quando si trat­tava di un altro non studiavi tanto...

Renata                           - (colpita) Perché me lo ricordate?

Margot                          - (proseguendo con una certa asprezza) A colui non hai lesinato il tuo corpo, né il tuo cuore di bimba. Non parlavi del de­stino. Non ci pensavi neppure! Ora ne parli, ti prosterni dinanzi a lui, erigi per lui un piccolo altare puerile ad uso dei falsi devoti e delle zitelle. Ragionatrice, non ci credi. Fai i tuoi calcoli ed hai ragione...

Renata                           - (risolutamente) In questo momento non voglio sapere se ho ragione o torto. Non corro senza sforzo verso quell'amante, verso quello sconosciuto, di cui dimentico talvol­ta il viso quando non mi sta accanto. Margot, voi che lo trattate da nemico, convenite che non è un nemico dia disprezzare, poiché, tran­ne oggi, non mi ha mai parlato d'amore.

Margot                          - E glie ne sei grata?

Renata                           - Sì. Perché ha capito che non mi piace sentirne parlare,.

Margot                          - E Perché, figlia mia?

Renata                           - Se aveste perduto un figlio adorato, non vi piacerebbe udire il suo nome...

Margot                          - (dopo una pausa) Hai ragione. Non mi serbi rancore? Un momento fa ti ho fatta piangere. (Renata commossa protesta) Fa tutto quello che vuoi. Va! E non chiedere consigli a nessuno. Ma soprattutto a me. E nontemere di sbagliare. Appaga questo tuo' desiderio, questa tua fantasia, questo lusso, questo nutrimento necessario come il pane:! vivere dinanzi ad un uomo.

Renata                           - (rettificando) Vivere con un uomo Margot.         

Margot                          - (crollando il capo) No, no, ho detto! bene. Bisogna invecchiare terribilmente, vedrai, per rinunciare ad essere lo spettacolo di qualcuno, (silenzio) Dunque, la tournée!

Renata                           - (vivamente per mutar tono) Appun­to, Margot! Sono impazzita! Egli vuole ck linunzi...

Margot                          - Egli...?

Renata                           - Massimo...

Margot                          - Massimo, come?   

Renata                           - Massimo Duffrein Chantei.

Margot                          - Nobile?

Renata                           - (ridendo) Oh, no!

Margot                          - Peccato!

Renata                           - Perché?

Margot                          - Ma!... La nobiltà mi è rimasta im­pressa da quando ho letto certi romanzi…) Sono rimasta molto Ottavio Feuillet.

Renata                           - (ridendo) No?

Margot                          - Sì! Mi piace quando ridi. Povera piccina! Ridi! Eccoti con un nuovo amore! sulle braccia! Non c'è da stare molto allegra! Dunque, come farai per la tua tournée?

Renata                           - (agitata) Non lo so proprio.

Margot                          - Parte con te?

Renata                           - No! Non voglio!

Margot :                          - Dunque parti sola?

Renata                           - No! Non vuole!

Margot                          - E allora?

Renata                           - E allora impazzisco!

Margot                          - Ma no. Ti conosco. Hai la tua idea.

Renata                           - (piano, a disagio) Ebbene, sì, Mar­got. Ho paura.

Margot                          - Di che?

Renata                           - Ho paura se parto sola, se lo co­stringo ad aspettarmi quaranta giorni...

Margot                          - Ti è già tanto necessario?

Renata                           - (espansiva e perplessa) Margot, egli mi riesce dolce, premuroso... prezioso... Ma piuttosto che partire con lui, preferirei qua­lunque cosa. Te l'immagini, Margot, la luna di miele, in ferrovia... una città, ogni ven­tiquattro ore, l'uomo annoiato che mi trascinerei dietro, che vedrebbe la truccatura! affrettata, che assisterebbe allo sfacelo dei! pochi fascini che la trentina mi ha lasciati.! Non sono ancora impazzita!

Margot                          - Dunque?

Renata                           - Dunque, Max ha detto che andava a trovare Brague e... (si suona, Renata tra­salisce).

Margot                          - (sottovoce) E' lui?

Renata                           - No! Hanno suonato una volta sola. Egli suona due volte. (Mandine appare, sot­tovoce) Blandine, non ci sono per nessuno.

Blandine                       - C'è la signorina Riquet.

Renata                           - (cercando) La signorina Riquet?

Blandine                       - Scampolino! Dice che ha portato per lei dei « clichés ».

Renata                           - (ridendo) Ah, Scampolino! Ma sì! Ma sì! Falla entrare. Scusate, Margot? E' così carina! E' la ragazza a cui avete regala­to i vostri guanti felpati, nel mio camerino, quindici giorni or sono. Era tanto contenta, poverina!

Margot                          - Ah, sì? A me non piace.

Renata                           - Perché?

Margot                          - Un'altra che ha le gengive pallide pallide e le costole a mezza luna! (Renata sta per rispondere. Scampolino entra).

Scampolino                   - Buona sera, signora. Buona se­ra, signora, (a Renata) Porto i clichés da parte del signor Brague. Ha detto che il vostro, quello colla testa grossa, è riuscito pallidissimo nei programmi che si distri­buiscono nelle città, ma sono belli io stesso. Queste sono le mie mani finte, che il signor Brague ha detto di mettere nel baule dei co­stumi...

Margot                          - Delle mani finte?

Scampolino                   - Sì, signora. Quando faccio il troglodito nel finale dell'« Imperio », il viso ed il resto sono nascosti, ma occorrono delle mani finte. Perciò, a quanto pare, le mie non sono da troglodito... Sono di cartone e si tengono ferme con un elastico: è molto pratico. Ma preferisco i guanti che mi avete regalati, (a Renata) Il signor Brague mi ha anche raccomandato di dirvi...

Renata                           - (interrompendola, imbarazzata, agi­tata) Senti, Richettina, tutto è mutato...

Scampolino                   - Tutto mutato? (ansiosa) Non mi prendete più Con voi?

Renata                           - Non temere. Son io che non parto più... Almeno questa volta...

Scampolino                   - Siete ammalata? Avete una brutta cera.

Renata                           - No, ma non posso partire!

Scampolino                   - Perché?

Renata                           - (gesto fatalista, con dolcezza) Perché...

Scampolino                   - (con un grosso sospiro) Ah! (si­lenzio) Dunque è vero?

Renata                           - Che cosa?

Scampolino                   - Che vi sposate?

Renata                           - (spontaneamente) Ma no! (ripren­dendosi) Non subito!

Scampolino                   - Sì, ma insomma vi sposate? (silenzio) Io l'avevo sempre detto.

Renata                           - Ah, sì?

Scampolino                   - Perché siete già stata maritata una volta e che una signora come voi non conduce una vita come Maria Ancona, (af­ferrando la mano di Renata) Sono contenta per voi.

Renata                           - (baciandola) Cara.

Scampolino                   - Allora, noi che cosa faremo?

Renata                           - Appunto io non voglio che, per col­pa mia, tu ti trovi nell'imbarazzo e neanche Brague, e neppure il nostro agente. Bragne dovrebbe informarsi subito se Walzer, oppu­re la bella Pastora od anche Lulù Forestier sono disponibili. Do, s'intende, i miei costumi. Gli porterai subito un biglietto...

Scampolino                   - Come volete. Ma non starà mai così bene... Soprattutto io...

Renata                           - (commossa) Mi dispiace, sai... Va a sederti lì colla signora, mentre scriverò que­sta lettera a Brague (si siede per scrivere in disparte).

Scampolino                   - (siede sull'orlo di una sedia, non lungi da Margot che incute veramente pau­ra. Silenzio).

Margot                          - (porgendo un astuccio a Scampolino) Fumate?

Scampolino                   - No, signora, mi fa male.

Margot                          - Dove? Ai bronchi?

Scampolino                   - No! Mi dà la nausea.

Margot                          - Meglio così.

Scampolino                   - Mi dispiace che mi faccia male fumare! E' elegante! Le donne che fumano sono amate dagli uomini.

Margot                          - Ah, sì? Gli uomini!... (fruga nelle sue tasche profonde e ne trae una scatoletta) To', prendi queste pastiglie.

Scampolino                   - Son buone?

Margot                          - No! Anzi. Sono pessime, ma guari­scono.

Scampolino                   - Grazie. Ma non sono ammalata.

Margot                          - No! Ma lo sarete!

Scampolino                   - (rispettosa) Ah! (Renata nervo­samente, riduce a pallottola la lettera che aveva cominciata. La butta via e la rico­mincia. Scampolino, sottovoce, a Margot) La disturbiamo.

Renata                           - (che ha sentito) Ma niente affatto. Chiacchierate pure (scrive di nuovo).

Scampolino                   - (per spezzare il silenzio che la impressiona) La signora ha avuto molto da fare per questa partenza... che è poi an­data a monte...

Margot                          - Siete contenta di partire in tournée?

Scampolino                   - (con slancio) Oh, si. Quaranta giorni senza, far niente.

Margot                          - Come, senza far niente? Credevo che vi avessero distribuite due parti.

Scampolino                   - (imbarazzata) Sì, ma volevo dire: quaranta giorni a non fare altro che la­vorare. E' magnifico. Non mi è mai capitato. E' una scrittura straordinaria. Partire con lei era un sogno. E' vero che mi rimane il ' signor Brague, che è molto gentile... (silenzio. Indicando Renata e abbassando la voce) Come dev'essere felice!

Margot                          - Perché mai? Ah, sì! Felicissima!

Scampolino                   - Oh, sì! Ci ho pensato tanto. Se mai ani capitasse una fortuna «simile, più modesta, s'intende, potrò dire che ci ho pensato molto tempo prima... E' tanto di guadagnato, (occhiata a Renata) Ella avrà tutto ciò ed è giusto.

Margot                          - Secondo voi: quel « tutto ciò » che cosa significa?

(Renata scrive con delle pause e delle esita­zioni. S'interessa talvolta alle due interlocutrici).

Scampolino                   - E' la vita a due, invece di es­sere la vita solitaria, in un bell'appartamen­to come questo. Dio, che bel sogno! (Renata ascolta) Immaginatevi: ella giunge; egli è là. Ella se ne va: egli è là. La sera sono seduti uno di faccia all'altro. Ella gli prepara la camomilla...

Margot                          - E perché la camomilla...

Scampolino                   - Non lo so. Io gli preparerei la camomilla. Lei ricama oppure vanno al ci­nema. (Renata che di nuovo s'interrompe per ascoltare) Oppure rimangono in casa. Lui qui, lei là.

Margot                          - E che cosa fanno?

Scampolino                   - Nulla! Si guardano, chiacchie­rano. Ella gli chiede come vanno le cose all'ufficio. Egli le chiede quello che ha fatto durante la giornata. Ella gli dice che è anda­ta a far acquisti. Allora lui corruga le ciglia: così. « Ho i miei riveriti dubbi » le dice lui. « Domani uscirò con te per vedere se è vero. Ed ella è felicissima...

Margot                          - Perché?

Scampolino                   - Perché si accorge che è geloso (Renata depone la penna e poggia il capo sopra i gomiti) Oh, avere un uomo geloso (sogna come in estasi).

Margot                          - Eppoi?

Scampolino                   - Eppoi che cosa?

Margot                          - Eppoi... dopo? Dopo la camomilla! Dopo gli acquisti? Dopo il teatro, che cosi fanno?

Scampolino                   - Ma nulla, signora. Si chiudono in casa. Ella va a cercare le sue pantofole, Oppure lui va a cercare quelle di lei. Se fossi io, andrei a prendere le sue... (Renata m scrive).

Margot                          - (guardandola) (come a se stessa) Non ne dubito punto. Il guinzaglio, il lare, il posto ai piedi del padrone... (Re si alza; a Renata) Hai finito?

Renata                           - (lacerando la lettera) Sì! (va verso Scampolino) Corri ad avvisare il signor Brague che domani, alle dieci, sarò all’Olimpia.

Scampolino                   - E la lettera?

Renata                           - Non c'è lettera. Ah, se tu trovassiin casa del signor Brague, il signore che hai incontrato qui qualche volta...

Scampolino                   - Lo conosco...

Renata                           - Aspetterai che se ne sia andato fare la commissione.

Scampolino                   - (spalancando gli occhi) Sì!

Renata                           - Sì! Va! Corri! Domani alle dieci all’Olimpia,

Scampolino                   - Buona sera, signora.

Renata                           - (sola con Margot, apre una porta e chiama) Blandine! Blandine! Presto, presto, la mia veste senza maniche. La mia cappa e le calze color carne.

Voce di Blandine          - Sto lucidando gli ottoni.

Renata                           - (agitata) Me ne infischio dei vostri ottoni! Piantate ogni cosa e preparatemi il bagno, (si toglie due anelli, una cintura, ecc… Sente su di se la sguardo di Margot e vi sponde con un) Che c'è?

Margot                          - (calma) Nulla.

Renata                           - Sto per fare una brutta cosa. Partirò, tenterò di fuggire... Ma nulla mi farà rinunciare a vederlo, questa sera, per l'ultima volta... E voglio essere bella, civetta, amata, felice. In una parola voglio essere po' donna! (abbandona il capo sulle ginocchia di Margot).

 

Fine del terzo atto

ATTO QUARTO

Un piccolo ristorante nel porta di Marsiglia. L'invetriata lascia scorgere il cielo azzurro verde e roseo del tramonto e l'estremità di diversi alberi; corde navali che rivelano la vicinanza del porto. Fa ancora giorno, ma alla lam­pada accesa si frammischia il chiarore del tra­monto. L'interno è di una tinta chiara, tavole, tovaglie di carta cromo, s'intravede una panca di zinco. Manifesti reclame alle pareti. E' una bettola intima e pulita. All'alzar del sipario, Renata sta pranzando con Brague è Scampolino. La padrona, la signora Fernanda, aiuta a servire: è stata una bella donna, robusta ed il viso ancora fresco è in­corniciato di magnifici ca­pelli bianchi. Molta auto­rità ed una certa civetteria. Accanto a Renata, Ida e Vittorio pranzano. Vittorio è un uomo quadrato come certi ercoli. Ha i capelli li­sci e ondulati, con la riga in mezzo e un nastrino equivalente alla medaglia del salvataggio. Ida veste un abito tailleur. L'unica sua civetteria risiede nel cap­pello. Orecchini. Ad un al­tro tavolo, un prestidigita­tore straniero, pronuncia inglese. Di fronte a lui, il suo compagno: l'uomo dei pesci, non pranza. Ha de­posto dinanzi a se il suo boccale di vetro, con mani­glia di metallo, dove nuo­tano tre pesci rossi. Due o tre altre tavole, secondo la dimensione della scena, saranno occupate da un campar-same caratteristico di artisti, modiste, boxeurs di colore. Una prim'attrice giovane, sciupata è precocemente invecchiata dalle tournées di provincia ed il suo compagno, attor giovane sessuagenario: paletot troppo attillato, sciarpa di seta artificiale.

Ida                                - (alzando la voce, alla signora Fernanda) Quel filetto viene ò non viene?

La Signora Fernanda    - (seccata) E' di fuoco, signora. Cinque minuti.

Vittorio                         - (piano a sua moglie) Le parli troppo brutalmente. E' un ex-artista.

Ida                                - (recisa) Da teatro: non confondiamo. Conosce tutti, ma non ha mai recitato altro che la commedia. (Felice li serve) Grazie, signore.

La signora Fernanda     - (portando una bottiglia di birra alla tavola dove è seduto l'uomo dei pesci) Non prendete niente, signore?

L'uomo dei pesci           - Non è la mia ora.

La signora Fernanda     - Se cenate dopo aver recitato vi avverto che la casa è aperta sino all'una dopo la mezzanotte, che ci siamo specializzati negli spuntini.

L'uomo dei pesci           - Ne approfitterò. Non fac­cio che un pasto ogni ventiquattro ore...

La signora Fernanda     - E' un regime?

L'uomo dei pesci           - (indicando i pesci) E' il regime del mestiere. Occorre che sia digiuno per lavorare.

La signora Fernanda     - (con cortese interessa­mento) Come sono carine, queste bestioline. Lavorano?

L'uomo dei pesci           - Lavorano con me.

L'inglese                        - (indicando i pesci) Quello fa il bello. Quello dice l'età degli spettatori. Que­sto canta « Swanie » (canta Swanie).

Renata                           - (a Brague) Brague, guarda. Che cosa fa coi suoi pesci?

L'uomo dei pesci           - (all’inglese) Non prender­mi in giro, tu! II mio lavoro è molto più in­teressante del tuo. (spaccamonte suo malgra­do) Signora Fernanda, sono stato l'argomen­to di una seduta all'Accademia di Medicina. Ho una tasca, chiamiamola così: una tasca supplementare, nello stomaco.

Renata                           - Hai sentito, Brague?

Brague                          - (con disgusto) Grazie. Lo conosco. Mi toglie l'appetito.

L'uomo dei pesci           - Ciò mi permette di ingoia­re e di restituire, senza nessun trucco, una quantità considerevole d'acqua. Rigetto istantaneamente: due litri d'acqua con tre pesciolini vivi nel tempo di contare sino a dieci. Tutto ciò senza nessuno sforzo ne con­torsioni di cattivo gusto.

Renata                           - (stupita, voltata verso i due uomini) Ma davvero?

L'inglese                        - (cortese) Sì, carina.

Renata                           - (a Brague, indicando l'inglese) Lo senti? Mi piglia per una cocotte di alto bordo.

La signora Fernanda     - (all'inglese, indicando Renata) Quella è la signora Renata Nére. Quello il signor Brague: gli interpreti della sanguinosa pantomina del Palazzo di Cristallo.

L'inglese                        - (con mite ostinazione, leggermela brillo) E' carina lo stesso.

La signora Fernanda     - (a Renata, indicando l'inglese) Quello è Harry Hips, che lavora al «Varieté». Oggi ha preso la cinquina. Ecco Perché è un po'... (gesto).

Renata                           - (interessata) E' Hips: l'uomo dei coltelli? Non lo avevo riconosciuto. E' molto divertente! (a l'inglese) Signor Hips!

L'inglese                        - Please, carina?

Renata                           - Fatemi vedere come tenete il taglio del coltellaccio in equilibrio sulle unghie

 (si volta e senza alzarsi si trova accanto è l'inglese).

 Brague                         - (a Scampolino) Com'è bambina! Lasciamola fare... poiché si diverte...

Scampolino                   - (docile, stanca) Se si diverte!

Brague                          - (guardando Scampolino) Che hai! Non stai bene?

Scampolino                    - Oh, sto benissimo, signor Brague... Ma mi gira un po' la testa. Abbiamo preso sole quest'oggi. Vedere il mare dal tram della Circonvallazione mi ubriacava.

Brague                          - Sarà stata la birra...

Scampolino                   - Può darsi...

L'inglese                        - (che ha terminato di mostrare il trucco a Renata) Ecco, carina, (sbaglia. rompe del vasellame e scoppia dalle risate. Renata ride anche lei).

Renata                           - Se vi accadesse in oscena?

L'inglese                        - Mai, carina! Mai!

La signora Fernanda     - (seduta sopra un tavolo) In iscena, non si sbaglia mai! In iscena non si starnuta, non si tossisce, neppure] quando si è raffreddati. Non si sanguina dal naso e non si ha mai voglia di... sì, dico:j neanche quello...

Renata                           - (ridendo) E' proprio vero. Un grappino, signora Fernanda? Brague, chiedi il conto e il grappino per la signora Fernanda.

La signora Fernanda     - (con elegante protesta) Io, bere da sola? Per chi mi pigliate, signora Nére?

Renata                           - Allora un grappino per quattro...; (a Scampolino) Richetta, vuoi invece del l'anice? Del curacao?

Scampolino                   - Preferisco la camomilla.

Renata                           - (al garzone) Tre grappini e una camomilla. (Felice, premuroso, eseguisce l’ordinazione).

 La signora Fernanda    - (a Felice) Felice, la bottiglia è in cantina, a destra, non sbagliare.

Ida                                - (a suo marito) E' la mezza. Vieni?

Vittorio                         - C'è tempo.

Ida                                - (autoritaria) Andremo .a piedi, così eco­nomizzeremo sessanta centesimi. Non mi pia­ce veder bere i padroni alle spese dei clien­ti. Quella defunta bellezza, invece di bere acquavite, dovrebbe lucidare i suoi specchi... (forte alla signora Fernanda) Signora Fer­nanda, favorisca il conto.

La signora Fernanda     - Subito, signora, (si dirige verso la cassa, redige il conto. L'in­glese diverte Renata con un nuovo trucco. Massimo entra, guarda, si avvede della presenza di Renata che cercava e siede dietro l'angolo del banco. Felice non è ancora tor­nato).

L'inglese                        - (a Renata) State attenta! (sbadi­glia ancora, con aria trionfante) Ecco, carina!

Renata                           - (ridendo) Ma avete ancora sbagliato!

L'inglese                        - (felicissimo) Sì!

Renata                           - Non dovreste andarne superbo.

L'uomo dei pesci           - (a Renata) L'ha fatto ap­posta.

Renata                           - Ma che!

L'uomo dei pesci           - D'altronde non è poi così stupido...

Renata                           - Non vuole svelare i suoi trucchi. Non ha fiducia in noi.

L'uomo dei pesci           - Ha notato che si ride mol­to di più quando sbaglia che quando riesce... (Felice entra portando l'acquavite. La si­gnora Fernanda dà il conto a Ida ed a Vit­torio che pagano).

Vittorio                         - Buona sera, signori.

Ida                                - Precedimi. Buona sera, signori. (Felice, senza esser visto dai clienti, riceve l'ordina­zione di Massimo che gliela dà a bassa voce).

L'uomo dei pesci           - (prendendo il suo boccale, all'inglese) Arrivederci, (alla signora Fer­nanda) Arrivederci, signora Fernanda... Mi raccomando, non chiudete. A mezza notte mangerò per due. Arrivederci, signori (esce).

La signora Fernanda     - Buon appetito, (l'uo­mo dei pesci esce. Torna presso Renata) Ora che siamo tra noi... (alzando il suo bicchiere pieno) Alla vostra salute.

Renata                           - (c. s.) Alla vostra salute, signora Fernanda.

La signora Fernanda     - (a Felice, indicando Mas­simo) Che cosa vuole?

Felice                            - - Un Porto bianco, poi pranza. (Bra­gue e Scampolino si sono seduti ad un altro tavolo e hanno raggiunto Renata e la signora Fernanda ad un tavolo più vicino dalla prima quinta).

Renata                           - (a Brague, che è sopra pensiero) Brague, suppongo che non è l'ora che ti tor­menta. Sono le otto meno un quarto e c'en­triamo quasi alla fine dello spettacolo. Un po' di distrazione ci vuole. Ne abbiamo tan­to bisogno...

Brague                          - Ma se non dico nulla. Ti lascio fare, mi sembra, il comodacelo tuo.

Renata                           - Mi tieni il broncio? Confessa che non sai resistere alle piccole marsigliesi bru­ne brune e ricciute. Me ne sono accorta, sai. Non dir di no.

La signora Fernanda     - (ridendo) Credo che abbiate ragione. Anche l'anno scorso non si riusciva a trattenerlo.

Brague                          - (protestando energicamente, con im-barazzo) L'anno scorso era l'anno scorso. Ma quest'anno è quest'anno.

L'inglese                        - (stringendo vivamente la mano di Brague) Bravo!

Brague                          - (stupito) Perché?

L'inglese                        - Bravo! Certe verità le sanno dire soltanto i francesi!

Brague                          - (irritato, interrompendolo) E que­st'oggi è la giornata delle pedate!

Renata                           - (intervenendo) Ma Brague, sei paz­zo! Il tuo carattere diventa sempre più im­possibile!

Scampolino                   - (spaventata) Oh, signor Brague!

Renata                           - Guarda, tu spaventi quella povera piccina.

Brague                          - (vivamente a Scampolino) No, non aver paura, Scampolino. Io non corro dietro alle ragazze! Da quando abbiamo lasciato Parigi mi hai forse visto fare l'occhietto ad una bruna?

Scampolino                   - (timidamente) No, non credo. Non ho osservato...

Brague                          - Non mi piace l'astrakan. Ma un bel castagno chiaro.

Renata                           - (che la sa lunga, con malizia) Sì! Sì! Ho capito! Ne riparleremo più tardi, (si ap­poggia allo schienale della sedia, stanca) Ah, il mio letto...

La signora Fernanda     - (alla cassa) Credo che certe volte dovete essere stanca di questa vita randagia.

Renata                           - (drizzandosi) No! Almeno in que­sto momento. Abbiamo passeggiato al sole tutto il giorno. In tram e a piedi, senza fer­marci mai. Dopo il mio numero, mi addor­menterò come una bestia. Ho una voglia pazza di andare a letto. La piccina dorme già... (a Brague che scribacchia sopra la to­vaglia di carta) Eh, Brague, sei diventato poeta?

Brague                          - (sopra pensiero, piano) Sono sec­cato. Lasciami stare.

Scampolino                   - (destata di soprassalto) Che co­sa avete, signor Brague?

Brague                          - (sopra pensiero) Sciocchezze! (con­ta a bassa voce poi forte) E' proprio così. Sono spariti!

Renata                           - Chi mai?

Brague                          - Tre e sessanta, (indica il conto so­pra la tovaglia) To', guarda. Eppure non ho dimenticato nulla. L'acqua di toilette, fran­cobolli, violette per la piccina, due banane, cartoline, le tre corse in tram, le brioches, il giornale, il coldeream, i tre pranzi. Non c'è altro?

Renata                           - Credo di no. Non ricordo.

Brague                          - Mi mancano tre e sessanta.

Renata                           - (nervosa) Sei seccante con i tuoi tre e sessanta. Purché tu non ne parli più, te li regalo.

Brague                          - (offeso) Non mi capisci. Figurati se bado a certe piccolezze. Ma un bilancio deve essere un bilancio. Il conto non mi torna.

Scampolino                   - E' una cosa che fa arrabbiare...

Brague                          - (a Scampolino) Tu, (almeno, mi ca­pisci, (l'inglese che beve, si sbellica dalle risa). Cosa gli salta?

L'inglese                        - Rido per tre e sessanta.

Brague                          - Vuoi scommettere clic ti faccio spa­rire la lingua?

L'inglese                        - Ed io fare sparire questa for­chetta. State attenti, (indicando la- forchet­ta) Eccola qui. (gèsto di prestidigitatore) Sparita... (altro gesto) Ed ora essere qui... (indica la tasca di Brague, in quel momento la forchetta cade dalla sua manica in terra; felicissimo) Ecco!

Brague                          - (alzando le spalle) Com'è stupido!

Renata                           - (presa da un riso convulso) Taci! Taci! Mi fa male ridere così. Sbaglia tutto! E' graziosissimo! (si asciuga gli occhi) Ah, come fa bene ridere!

La signora Fernanda     - (ridendo e battendosi sul­le cosce) Ah, com'è stupido! (a Renata) Quando si pensa che son stati degli individui simili a farmi vendere le minestre. Non po­tevo più portare in giro la tournée Baret. Ma sarei morta piuttosto che lasciare il mon­do artistico, (l'inglese si dispone ad uscire durante le battute seguenti).

 

Renata                           - Davvero?

La signora Fernanda     - Finché si è nell'ingranaggio ci si lagna; si brontola. Non si fa altro che dire: « Non posso più soffrire i capocomici, il régisseur è un porco, il trovarobe è una bestia, l'attor giovane fa schifo l'amorosina è seccante, il pubblico è crei tino, i vagoni non sono riscaldati...

Brague                          - Mai...

La signora Fernanda     - Gli alberghi son pieni di cimici!

Brague                          - Spesso.

La signora Fernanda     - Ned camerini, chi avrebbe il coraggio di ospitarvi un cane?

Brague                          - Certo.

La signora Fernanda     - Eppure, non si può vivere altrove. Perché? Non io so.

Brague                          - E' vero!

La signora Fernanda     - (beve con entusiasmi la sua acquavite. Bruscamente) Felice, in­vece di sognare non potresti chiudere la bottiglia dell'acquavite e quella dell'anice? Le pigli forse per acchiappa mosche? (Feto ce ubbidisce vivamente. La signora lo accompagna al banco, indi rimproverandolo « bassa voce, durante le battute seguenti) Se non aprissi l'occhio...

Brague                          - Accidenti, se l'aprite!

La signora Fernanda     - (al banco) Per forza, caro. Una cosa sola può sostituire l'amore ed i viaggi: « il cattivo sangue che si fa fare agli altri ».

L'inglese                        - (pronto ad uscire, a Renata) Addio, carina!

Renata                           - (stringendogli la mano) Arrivederci, Hips e grazie della rappresentazione privata... e della prestazione gratis...

L'inglese                        - (porgendole la mano) Non è é fatto gratuita... anzi... chiedo di essere pagato...

Renata                           - Come?

L'inglese                        - Con un bacio, carina.

Renata                           - (cordiale) Ve lo siete guadagnato! (gli porge la guancia, égli insiste verso la bocca) Lì, no! Quello è un cantuccio riser­vato. Buona sera, Hips.

L'inglese                        - (dolente) Buona sera a tutti. ( sulla soglia invia un bacio a Renata, indi esce))

Brague                          - (a Renata) Tutti pazzi quei giocolieri inglesi! (Renata si appoggia di nuovo il mento sulle mani e non risponde) Renata! Renata! Parlo con te...

Renata                           - (di soprassalto) Eh, che c'è?

Brague                          - Che ne pensi della lettera di Sa­lomon?

Renata                           - (c. s.) La scrittura in America? Ac­cetta.

Brague                          - Scusa! E' una scrittura di circa sei mesi. Bisogna portarsi dietro tutta la com­pagnia del Ba-ta-clan. Non si decide una cosa simile senza riflettere.

Renata                           - (seccata) Ti credi ragionevole Perché rifletti a lungo prima di deciderti... Ma al momento buono dici sempre il tuo solito « sì », oppure il tuo solito «no»!Se non è testa è croce. Io dico di sì.

Scampolino                   - (con ammirazione) Ma brava! Questo si chiama esser decise!

Brague                          - (stupito, a Renata) Come sei stra­na, questa sera.

Renata                           - (nervosa) Sono come sono. Ho già la partenza nel sangue.

Brague                          - (sovraccarico di pensieri) Sì, la par­tenza! Insomma risponderò a Salomon per il meglio!

(Felice ha servito il pranzo a Massimo du­rante le battute precedenti).

Scampolino                   - (a Brague, molto timidamente) Andate in America?

Brague                          - (molto gentilmente) La signorina non è di questo parere?

Scampolino                   - Sì, signor Brague.

Brague                          - Ma non subito. Prima dobbiamo fare un mese ali'ce Olimpia ».

Scampolino                   - (triste) E allora, io?

Brague                          - Tu non c'entri, s'intende! Non si sarebbe mai visto! Uno Scampolino aWOlim-pia! E Perché non alla Comédie Francaise? L'hai dunque nel sangue il music-hall?

Scampolino                   - No, signor Brague. Confesso però che il music-hall mi piace molto. Ma non mi piacciono molto le rappresentazioni...

Brague                          - E' esigente la piccina! (ironico) A un'artista come te occorrerebbe una buona scrittura di fiducia, senza prove, senza matinées e anche senza serate..;

Scampolino                   - (vagamente) Sì...

Brague                          - Renata, la senti?

Renata                           - Sento e compatisco...

Scampolino                   - (inquieta) Ho parlato così sen­za riflettere...

Brague                          - Taci, giovane vanitosa. Ti cerche­rò Io stesso una scrittura di questo genere.

Scampolino                   - Davvero? (Brague fa cenno di si, accendendo la pipa) Una lunga scrittura. Una lunga tournée...?

Brague                          - Dipende...

Scampolino                   - Da chi?

Brague                          - Da te.

Scampolino                   - Oh, allora!

Brague                          - Si tratterebbe di un numero a due...

Scampolino                   - Una pantomina?

Renata                           - (sorridendo) In quel numero la si fa sempre!

Scampolino                   - Lo conoscete?

Renata                           - (meno allegra) Altro che! L'ho ese­guito molte volte!

Scampolino                   - (stupita) Oh, allora, deve es­sere molto difficile!

Renata                           - (c. s.) Molto! (indicando Brague) Ma avrai un bravo attore al fianco che ti aiuterà...

(Scampolino li guarda alternativamente con un'angoscia infantile).

Brague                          - (goffamente, ma con molta dolcezza pone la sua mano sopra quella di Scampolino) Scampolino!

Scampolino                   - (in un grido) Ah! (scoppia in pianto).

Renata                           - (a Brague) Che bella impressione le hai fatto! (a Scampolino) Che hai? Va presto a lavarti gli occhi e a rimetterti un po' di cipria. Non voglio aver l'aria di por­tare in giro una bimba martire. Andatevene, signorina... Andatevene... (Scampolino cor­re verso il lavabo) (Renata, affettuosa ed iro­nica a Brague) Sei commosso anche tu. Dun­que è sul serio?

Brague                          - Disgrazie sul lavoro! (per nascon­dere la sua commozione) Non lo so. So sol­tanto che è molto carina. Occhioni espressi­vi... denti che sono altrettante perle. So che mi piace, insomma. Ecco tutto!

Renata                           - Certo, quella piccina è un amore e non potevi capitar meglio.

Brague                          - Forse... Ma quello che è certo si è che sono cotto! Stracotto! (silenzio) Mi tro­vi stupido, eh? Tu che hai mandato a farsi benedire, con tanta eleganza, il tuo signore?

Renata                           - (interrompendolo con voluta freddez­za) Taci! Certo che se ho fatto qualche cosa di chic nella mia vita non è certo quel giorno!

(Massimo sì alza e si avanza rapidamente. A Renata).

Massimo                        - Vi chiedo scusa d'interrompervi così bruscamente. Ma avete incominciato a parlare di me. Non trovo onesto, dal momen­to che si tratta di me, di lasciarvi ignorare che vi ascolto. (Renata dapprima l’ha guardato, poi ascoltato con stupore e non risponde immediata­mente. Indi parla con una specie di furore subitaneo).

Renata                           - Ma come, eravate qui? Che cosa facevate?

Brague                          - (turbato da quella impreveduta vio­lenza) Calmati, (a Massimo) Buona sera, signore. Ma che bella sorpresa! Come state?

Massimo                        - (macchinalmente cortese) Non c'è male, grazie. (A Renata) Ero seduto là!

Renata                           - (con violenza) Ah, sì! E da quando? (egli vuole rispondere, ella lo interrompe) Perché non vi siete fatto vedere? Avevate degli scrupoli Perché si parlava di voi. Ma la discrezione non vi ha impedito di nascon­dervi e di ascoltare tutto quanto dicevamo. Mi pare che questo sia eccessivo.

Brague                          - (conciliante) Renata, ascoltami...

Renata                           - (con violenza) Stai zitto! Ciò non ti riguarda! (bruscamente calmata) Ti chiedo scusa, amico mio. Non ce l'ho con te, sai... e se tu fossi molto gentile, te ne andresti con Scampolino. Conducila a passeggio... (Scampolino, senza aprir bocca prende il braccio di Brague) Sono le... (cerca alle pa­reti l'orologio).

Brague                          - Le otto e mezzo...

Renata                           - C'entriamo alle dieci e mezzo. Ab­biamo dunque tutto il tempo...

BragUE                         - (molto inquieto) E' questo appunto che m'inquieta!

Renata                           - (febbrile) Due parole da dire al si­gnor Duffrein-Chantel e vi raggiungo. Te lo prometto.

Brague                          - (c. s.) Sì... Ma... (il suo sguardo ansioso cerca quello di Massimo).

Massimo                        - (con molta serietà) La signora Nére sarà in teatro all'ora stabilita. Ne ri­spondo io!

Brague                          - (che perde la pazienza) Lo dite voi, signore.

Massimo                        - (violento) Come lo dico io? Vi permettete di mettere in dubbio...

Brague                          - (impaziente, ma ragionevole) Una cosa sola è certa: gli sforzi che vi propo­nete di fare oggi, come già altre volte, per impedire a Renata dì essere puntuale. Con­fessartelo. Non vi serbo rancore, prima di tutto, Perché non mi gioverebbe a nulla... Eppoi Perché... (guarda teneramente Scam­polino, risale la scena, apre la porta e si mette in disparte) Passa, Scampolino. A più tardi, Renata, (esce con Scampolino. Silen­zio fra Massimo e Renata. Con un movimento istintivo ella toglie dalla borsetta: specchio, rossetto, cipria e s'imbelletta rapidamente. Massimo ha un sospiro di soddisfazione).

Massimo                        - Ah!

Renata                           - (meno aggressiva, rispondendo a quel sospiro) Che c'è?

Massimo                        - Nulla, E' il profumo della vostra cipria. Sono così felice di rivedervi sola istante. Non mi era successo da un pezzo.

Renata                           - Purtroppo! Accomodatevi!

Massimo                        - Grazie, (siede, fa cadere il bastone od altro oggetto).

La signora Fernanda     - (dietro il banco, scam­biando il rumore per una chiamata) Pronti! (sorge di dietro il banco, constata il riavvicinamento di Renata e di Massimo e dice con soverchia premura) Oh, pardon! (sparisce velocemente).

Renata                           - (sorridendo a Massimo, più dolcernen­te) Lei almeno è discreta!

Massimo                        - (sorridendo, felice di vedere Renata umanizzarsi) Già! (silenzio).

Renata                           - Vi hanno dato l'indirizzo di questo ristorante al teatro?

Massimo                        - (c. s.) Sì. (silenzio) Come sono felice di rivedervi.

Renata                           - (con slancio) Anch'io!

Massimo                        - (poco convinto) Vi ho molto rimi pianta!

Renata                           - (con calore appena represso) Anch'io!

Massimo                        - (irritato, ribellandosi) Questo noni lo crederò mai!

Renata                           - (stupita) Perché mai?

Massimo                        - Dimenticate che ero là (indica il tavolo dov'era seduto prima).  

Renata                           - Ebbene?

Massimo                        - (irritato) Vi dico che ero là! Vi ho veduta. Vi ho sentita a ridere, ascoltando! le stupidaggini di quell'inglese. Vi ho veduta! quando brindavate con quella vecchia...

Renata                           - (con semplicità) Eppoi?

Massimo                        - (proseguendo) E porgere le guancie a quel clown... E ridere, ridere! Ah, noli No! Se è quello il vostro modo di rimpiangermi!...

Renata                           - (con molta semplicità) Ebbene, sì,l il mio modo... Ne preferireste forse un altro! Non ne ho altri. Singhiozzare in una sala di aspetto o aggrapparsi al predellino di un tre! no, son cose che non si fanno nel nostro mondo...

Massimo                        - E qual'è il vostro mondo?

Renata                           - Il music-hall. E voi che pretendete essere il solo ad avere dei rimpianti, voi che non avete né bevuto, né mangiato, né dor­mito, né scherzato dalla mia partenza... Che cosa facevate dunque a quel tavolo? (egli vuole rispondere, ella alza le spalle). Lascia­temi dunque in pace. E non crediate di es­sere stato voi ad avere i più amari rimpianti! E non rinfacciatemi neanche il bacio sulla guancia ed il bicchiere di acquavite! Sarebbe troppo stupido! Oh, non ve lo dico per orgo­glio: ma vi ho molto rimpianto! Molto! (ella piange bruscamente, coi gomiti appoggiati sul tavolo, gli occhi sui pugni, senza vergo­gna).

Massimo                        - (commosso) Renata! (che si sorve­glia più di lei) Eppure speravate di non più vedermi...

Renata                           - (sincera) No! Non lo speravo af­fatto!

Massimo                        - (nervoso) Ma allora, se credevate di rivedermi, Perché?...

Renata                           - Daccapo? Perché vi ho lasciato? La vostra vita per me non era sopportabile!

Massimo                        - Ma vi avrei seguita.

Renata                           - La mia vita? Non la sopporto... for­se per causa vostra.

Massimo                        - (scoraggiato) Confessate che son io che non tollerate! (ella vuole protestare, egli l’impedisce) Ho talmente pensato a voi, a noi, a tutto, quando ho lasciato Parigi...

Renata                           - Per tornare presso vostra madre?

Massimo                        - Com'è buffo, non è vero? Io, riti­rarmi in casa di mia madre e voi a scorrazzare per i music-hall    (scherzando tristemen­te) Le parti sono invertite.

Renata                           - (che non ride) Vi chiedo scusa. Ho evocato una visione che deve farvi orrore! (ella tace; egli insiste).

Massimo                        - Mi serbate rancore per quella sera in cui ho creduto... alla felicità... Forse an­che voi vi avete creduto...

Renata                           - (alzando /e spalle) Penso forse io alla felicità? (controscena di Massimo). La conosco, forse? Non ho mai creduto che po­tesse bastare per riempire tutta una vita. E se vi ho pensato in quella sera, avrei forse dovuto chiedere a me stessa se voi, che per­sonificavate la mia futura felicità, non somi­gliavate alquanto al mio passato dolore... Ah, quando ci penso...

Massimo                        - (ironico) Ci pensate dunque an­cora?

Renata                           - (non volendo irritarsi, con semplicità)

                                      - Non ho che il vostro ricordo in tutta la mia vita! Un ricordo di donna che si è ine­briata e che si desta in prigione... Non siete forse voi, la prigione?

Massimo                        - (sfiduciato) Vi faccio tanta paura?

Renata                           - (che si adira) Non soltanto voi! Non voi in particolare. Ma è quello che mi recate. Quello che mi offrite che mi fa tremare. Il meno che mi abbiate offerto era tutta la vo­stra esistenza, e quale esistenza!... L'offerta mancava di misura. Tutta la vostra esistenza! Credete forse che non me l'immagini? Non vedo forse chiaramente l'avvenire che orga­nizzate per me.

Massimo                        - (interrompendola, con autorità) No, Renata, questa è letteratura! Vi adirate perché io non conosca la verità. Vi ho ascol­tata ed interrogata più di quanto credete. L'esistenza di un borghese mio pari, non vi spaventa, poiché l'avete ripudiata. Non te­mete quanto non vi accadrà più... ma quan­to può accadervi...

Renata                           - (colpita) Come?

Massimo                        - (con impazienza) Vi spaventa me­no la mia vita -della vostra. Vi spaventate Perché siete con me, Rinuncia mia. Perché io fui la vostra prima volpa... Ma era vera­mente la prima?

Renata                           - (con dolcezza e tristezza) Imbecille!

Massimo                        - (quasi trionfante) E' proprio quel­lo che pensavo! Era la prima! Avete ceduto Perché avevate voglia di cedere... (ella vuole protestare, egli la interrompe). Sì, sono stato il primo, ma non fui altro che un avverti­mento! La sera in cui vi ho stretta fra le braccia, non incominciavate forse ad amarmi. Ma ricominciavate l'amore...

Renata                           - (con amarezza) Come sa insultarvi bene il mendico a cui s'è fatta la carità!

Massimo                        - Non v'insulto, Renata. Ciò che può essere per me una disgrazia, per voi non è che un incidente! Lungo la vostra strada, quella caduta non rallentò neppure il vostro passo. Ho un bell'essere qui accanto a voi, ne sono già lontano. Tutto è stato detto per me. Ecco quello che credete... Ma...

Renata                           - (diffidente, un po' altera) C'è dun­que un ma?

Massimo                        - (reciso) Ce n'è uno, Renata. Un « ma » che non avete ancora misurato: la diversità che esiste fra un uomo che vi ha adorata, desiderata, sperata ed un uomo che ha ottenuto, anche per la durata di un sogno quello che desiderava appassionatamente. Quell'uomo fui io e lo sono ancora... Rena­ta... (il suo impeto è così spontaneo, che alle sue ultime parole, Renata spaventata indie­treggia verso il banco).

Renata                           - Siamo in un ristorante. Ve ne prego.

Massimo                        - (con sforzo, per essere docile) Siamo in un ristorante, è vero! Ma ciò non toglie che io sia il vostro amante. Un tuo ri­fiuto poteva fare di me l'uomo più disperato di questa terra. Ma ora non puoi fare di me che un uomo impazzito dalla speranza di averti ancora...

Renata                           - (ribellandosi, commossa, agitata) Ah!

Massimo                        - E' così! Sono pazzo di gelosia!

Renata                           - (ridendo suo malgrado) Di gelosia! Ah, questa poi è madornale!

Massimo                        - (reciso) Ora ho capito. So che quando vi si mandano dei fiori, che vi si scrive, che vi si fa violenza e che vi si ama, come vi amo io, quel « mai » vuol dire: « forse ». Ecco ciò che ho imparato fra le vostre braccia, nella vostra cameretta, alla luce dell'alba.

Renata                           - (in un grido) Perché non mi lascia­ste quale mi avete conosciuta? Ero co9Ì quie­ta... Così lugubramente quieta!

Massimo                        - (piano) Non lo sei più?

Renata                           - (trasalisce e si allontana da lui) Vuoi ravvivare in me una fiamma spenta... (scuote la testa). La voluttà occupa uno spa­zio così piccino, ma così ardente!

Massimo                        - (grave) Renata, non credete che sia crudele per me, che vi amo, di sapervi più vicina all'avventura che ali 'amore?

Renata                           - (sincera) Sì! Sì! E' vero! L'avven­tura ani spaventa meno di quel viale dei ti­gli, di cui mi mandaste la fotografia. Quel viale che si fa sempre più stretto e che con­duce ad un castello chiuso...

Massimo                        - L'estate le terrazze sono invase dal­le rose.

Renata                           - Mi sarei appoggiata a quelle terraz­ze per vedere transitare i padroni del mondo. I viandanti ed i vagabondi. Questo era il di­vertimento che mi proponevate. Non è vero?

Massimo                        - Non ve lo propongo più! Non è degno di voi. Mentre ci vivevo da solo, vi ho rinchiusa in ogni stanza. Isolata in ogni viale. Non è un luogo adatto per voi.

Renata                           - (stringendogli la mano) Grazie.

Massimo                        - Era una casa tranquilla, banale, una casa come tante altre! Una casa che si confà a mia madre, a mio fratello... a mia cognata...

Renata                           - E a voi...

Massimo                        - Prima vi stavo benissimo! Ora non più. Ora, per colpa vostra mi ci annoio! Amando una donna pari vostra, un uomo come me muta... e soffre...

Renata                           - (in un grido di rimprovero involontario) Ami... soffri... come me quando avevo vent'anni...

Massimo                        - Mi struggo, Renata, a forza di soffrire. Non vi chiedo più di abbandonare ili vostro mestiere e di ritornare fra le vostre! pari...    

Renata                           - (orgogliosa) Non ho più altro che! i miei compagni d'arte.

Massimo                        - (con rancore) Li conosco. Li ho riveduti poco fa...

Renata                           - (aggressiva) Sì! Ebbene, ora, anche io sono così!

Massimo                        - (scuotendo il capo) Non potete essere che voi!

Renata                           - Nelle ore più tragiche della mia vita,! non ho avuto che loro. Li giudicate dalle loro smorfie, dalle loro crisi di vanità infantile,! come un momento fa. Ebbene io vi dico che! ebbi soltanto da loro quanto mi occorreva! per vivere: un'amicizia senza esigenza, una! benevolenza, per così dire animalesca. Il calore mite di un tenue fuoco. Potessero ricevere da me un giorno lo stesso beneficio! M non saprò neppure se hanno bisogno di me. Sono così chiusi, così pudici. Va, lasciami con loro...

Massimo                        - Cara vagabonda!

Renata                           - (sottovoce) Vagabonda? Non sempre... Ho tanto desiderato e desidererei sempre l'ombra fresca delle tue mura e delle tue rose prigioniere. Sarai per lungo tempo ancora la sete lungo la mia strada... Max, avevi fatto i calcoli senza il mio orgoglio di reietta.

Massimo                        - No! Ho pensato meno a te di quanto tu creda. Avevo fatto assegnamento sopra tutto nella specie di gioia che neppure la tua] assenza ne il mio stesso dolore seppero soffocare. La gioia che mi pervade sin dal mi auto in cui ti sei abbandonata fra le miei braccia. D'allora, che tu lo voglia o no, tutto è mutato. Da quel minuto...

Renata                           - (senza collera) Bruto!

Massimo                        - (incalzando) Da quel minuto vivo solo col desiderio di possederti, di serbarti, di plasmarti col mio cuore, colla mia vita pazza che ho amata quanto ora odio la tua!

Renata                           - (sorridendo) Ed io che sognavo di assottigliare il tuo lungo corpo, per adattarlo ai mio appartamentino dove m'imbattevo sempre fra le tue lunghe gambe... Sognava­mo come sognano gli amanti: ognuno per conto nostro... Non ami la mia vita e me lo dici, caro galantuomo! Ed io non voglio rinunciare né a quella vita di rondine schiava che gira tenuta da un filo, nè ai miei fratelli ed estranei ed ardenti compagni. Massimo, come siamo leali. Quasi degni di diventare umici!

Massimo                        - Ah, no! Non si tratta di questo!

Renata                           - Davvero?

Massimo                        - No! In casa mia, non c'è posto per voi! Ma datemi un posticino nella vostra...

Renata                           - Nella mia? In quale?

Massimo                        - L'Eden, l'Olimpia, il Kursaal...

Renata                           - (che capisce) Ah, capisco. Non è possibile!

Massimo                        - (ironico) Già, non vuoi. La tua volontà è la tua piccola arma... per tutelare che cosa? La tua solitudine ed i frutti che vi maturano? Povera piccola arma. Ti sor­reggerà ancora sopra di lei, per proseguire senza il mio aiuto. Saprò a che ora tomi all'albergo, e a che ora sei seduta, dopo lo spettacolo, in un piccolo caffè di provincia, dove si butta in terra la segatura e quando si accavalcano le sedie sui tavoli. Renata (maliziosa) Credete forse d'impressionarmi con quella descrizione? Non mi spa­venta affatto, ve lo giuro!

Massimo                        - Neanche io! Sarei capacissimo di abituarmi a quei luoghi. A Parigi li trovano lugubri. Ma ora so che c'è qualche cosa di più lugubre. Immaginare lungi da sé, fedel­mente, minuziosamente questa esistenza po­polandola dalla vostra ombra stanca, dopo quella di Brague, di Scampolino e di non so quale Duffrein-Chantel che regola il suo pas­so sul vostro. No, non posso, non posso!

Renata                           - (con finta indignazione) Non lo vo­glio neanch'io!

Massimo                        - Non lo vuoi, fino a quando? So pure che vi può essere per me una specie di felicità simile a quella goduta in casa vostra, durante le mie visite quotidiane. Quan­do entravo mi dicevate sempre: « Buon­giorno ». Ma i vostri occhi rettificavano: « Buongiorno, estraneo ».

Renata                           - (ripetendo sotto voce,, quasi tenera­mente) Buongiorno, estraneo!

Massimo                        - (avvolgendola di una subitanea e for­te stretta) Buongiorno, mio bel paesaggio riconquistato! (Ella grida, un po' soffocata. Egli la scioglie dall'amplesso). Scusate. Ma è colpa vostra! E' il suono della vostra voce. Mi è parso di ritrovarmi laggiù in una di quelle sere che culminavano tutte in una pol­trona di prima fila...

Renata                           - (intenerita) C'eravate tutte le sere!

Massimo                        - Tutte! E gioivo di voi, come un migliaio d'imbecilli, lo sguardo fisso sulle vostre gambe, sulle vostre braccia, sul vostro seno. Ah, non li lesinate in iscena. Era sem­plicemente odioso, del resto!

Renata                           - (seccata) Me l'avete ripetuto tante volte!

Massimo                        - Non te l'ho mai gridato con più grande rancore della sera in cui...

Renata                           - (nervosissima, in pianto) Basta, Max. Basta! Conosco queste cose quanto voi!

Massimo                        - (con una specie di gaiezza furibonda e conquistatrice) Non come me! Non sa­pete nulla così bene, come lo so io. E vuoi lottare povera piccola e parlare della tua volontà. Non sai che trascino con me un ca­taclisma amaro! E non ne abuso neppure ora che sei tutta in pianto e ardente di febbre... E... (si china sopra di lei, poi si raddrizza ed estrae vivamente il suo orologio).

Renata                           - (vinta) Max! Max! Porgimi la tua mano. Trattieni la tua vagabonda...

Massimo                        - (che si è padroneggiato, con molta fermezza, tutta di tenerezza, ricordando l'impe­gno assunto, va a prendere il cappello e il mantello di Renata e glie li porge) Entrate in scena alle dieci e mezzo. Sono le nove.

Renata                           - E voi, Max?

Massimo                        - Vado a prenotare una poltrona...

(Renata esce dal fondo. Massimo si dirige verso l'attaccapanni, prende il suo cappello, il suo paletot ed esce).

 

 

FINE

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