L’albergo del gallo d’oro

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Siamo nella sacrestia del convento di San Francesco in Chiusi

 


Siamo nella portineria di un albergo ricavato dalla ristrutturazione di una vecchia villa situata nell’immediata periferia della città. Moglie e marito, insieme al figlio e la nuora ne sono i gestori. Vive insieme a loro il padre di Leone, Augusto. Un bel giorno appare la notizia sui giornali che un hotel della zona è abitato dai fantasmi. In realtà l’albergo non è questo, che porta il nome di “Gallo d’oro”, ma il “Leone d’oro”. Un equivoco, sorto tra il nome del proprietario che si chiama Leone e quello dell’albergo, indirizza i molti curiosi proprio in quello che non ha niente a che vedere con gli spiriti.

Personaggi in ordine di apparizione

Leone: Titolare dell’albergo 

Giacoma: Moglie di Leone 

Parisina: Dipendente dell’albergo 

Dal Caldo Alfredo: Cliente dell’albergo 

Carlo: Figlio di Leone 

Augusto: Padre di Leone 

Palmira: Moglie di Carlo 

Un giornalista:  

Una giornalista: 

Tiberio: Facchino dell’albergo 

Gino: Portalettere 

Eva: Cliente dell’albergo 

Giulio: Fidanzato di Eva

Sestilio: Rigattiere 

Marchesa Maria Antonietta Quercioli dall’Olmo:

Euriaco: Maggiordomo della marchesa 

La scena si apre mentre il proprietario è al banco della ricezione. Sta rovistando tra fogli e registri. La moglie rassetta la stanza.

Leone: (tra se e se) Due più due fa quattro, e se quattro più quattro dicono che faccia otto, dodici più dodici se ‘un mi sbaglio dovrebbe fa’ ventidue.

Giacoma: Ventiquattro, Leone ……….. dodici più dodici fa ventiquattro. Se le fai cosi i conti ci credo che dopo ‘n fondo ti manca sempre qualcosa.

Leone: Ma ci stai un pochinino zitta……….’Un fo mica quelli che ci s’ha da riscòte, fo quelli de le paghe de’ dipendenti.

Giacoma: Ah, allora mi zitto.

Leone: (ha uno scatto improvviso e mentre impreca sembra inseguire qualcosa per la stanza) M’ha fregato anche stavolta. E’ Giacoma, qui bisogna ‘n tutt’ i modi piglià’ provvedimenti seri pe’ ‘ste topi, è. A mi sembra che ogni giorno aumenta famiglia.

Giacoma: Mettemoci ‘n qua e ‘n la un po’ di bustine di veleno, come si fece anni fa.

Leone: E’ gia, cosi dopo te me le rimischi con quelle de lo zucchero del Bar. Che tanto mi ci volle poco per riscegliele tutte.

Giacoma: O Leone, allora ‘un ci rimane che mette su ‘n po’ di gatti.

Leone: Si! E magari uno pe’ stanza, così quando famo ristampà’ la pubblicità de l’albergo, ‘nvece che scrivici camere con vista, ci si fa scrive, (enfatico) camere con gatto.

Giacoma: E allora dillo te come si deve fa’, no?

Leone: O che ti devo dì’. (ironico) Si potrebbe provà’ col fucile, ma mi sembra ‘na cosa troppo rumorosa.

Giacoma: Con te ‘un si riesce mai a parlà’ sul serio. L’hai sempre co’ le strullate.

Leone: Mi! Cogliona. Prima le chiappamo due vivi che ci famo ‘l richiamo, poi ci si nasconde dietro al bancone e man di mano che arrivono …… (imbraccia e prende la mira con un immaginario fucile) Tonfa.

Giacoma: Forse sarebbe meglio se si provasse co’ le trappole, te che dici?

Leone: Forse si. Così quelli che si chiappono le vendemo a cittini dentro ‘na gabbietta come ricordo de la gita. Sta zittina Giacoma, via, fammi ‘l piacere. (Leone è tornato al bancone)

Giacoma: O Leone, ‘na soluzione gli va trovata a ‘sta cosa.. ‘Un si pòle mica sta’ sempre a ‘nventà’ le storielle a’ clienti. Va a finì che se s’accorgono, poi si chiude, è.

Leone: Perché, che storielle gli inventi a’ clienti.

Giacoma: Ieri a uno che mi disse che aveva visto passà’ un topo, mi toccò digli che era uno di quelli d’allevamento scappato da la gabbia del mi nipotino.

Leone: Ma ‘nventele meno, camina, che noi i nipoti manco ci sanno.

Giacoma: Ma topi si, però, e manco pochi.

 Leone: (improvvisamente da un pestone forte in terra) E uno di meno. Vedrai che questo ‘un da più noia.

Giacoma: (tutta contenta) Hai ammazzato un topo?

Leone: No. Ho fatto fòri un bucaione…… Perché anche questi sarà bene comincià’ a diminuilli, noo? Te che dici?

Giacoma: Ma certo. Però prima di mettisi a combatte co’ bucaioni, io dico che sarebbe meglio dassi da fa’ per tappà’ i buchi de’ formicai che ci so’ ‘n cucina.

Leone: Che s’è lamentato qualche cliente?

Giacoma: Ancora no! Ma perché queste qui so’ de’ la prima covata e appena si vedono. Ma fra qualche settimana gli si potrebbero salà’ i prosciutti da quanto diventono grosse.

Leone: Senti, ora pensamo a’ topi che so’ più appariscenti, a le formiche ci si penserà più qua.

Giacoma: (arrendevole) Fa’ ‘n po’ te, che te ne ‘ntendi di più di ‘ste cose.

Leone: A parte ‘l fatto che qui se ‘un ne ‘nventamo qualcosa, presto ci toccherà chiude. E’ ‘na settimana che ‘un si vede più un cliente nòvo.

Giacoma: Se almeno ci fossero stati anche nel nostro albergo i fantasmi c’era da vedé’ ‘l pienone.

Leone: I fantasmi? Ma di quali fantasmi chiacchieri?

Giacoma: Ma come, ‘un l’hai letto ‘l giornale stamani?

Leone: Ancora no. Ma ‘n quale giornale l’avresti letto?

Giacoma: In quello che ci hai costì sopra. Guarda ne la cronaca locale. (Leone prende il giornale sfoglia le pagine e trova l’articolo)

Leone: (legge alcuni titoli commentandoli) “Fiamme in un ufficio”….. beati loro, almeno stanno al caldo ………..”Cade dalla bicicletta e si frattura una spalla”, o bravo torso così ‘n’altra volta ci stai più attento…… Ah, eccolo…….. “Fantasmi in albergo” :nel famoso albergo il “Leone d’oro” sembra che abbiano preso residenza alcuni fantasmi. Da mesi ormai si verificano fatti strani e più avventori che vi hanno soggiornato, giurano di aver visto durante la loro permanenza nell’edificio, figure evanescenti sia di uomini sia di donne. Per i proprietari potrebbe sembrare un momento di disgrazia, invece molti appassionati del paranormale si stanno recando sul posto per studiare il fenomeno da vicino.

Giacoma: O ‘un potevono sceglie questo di albergo. Tanto la differenza sarebbe stata poca, quello si chiama Leone d’oro e ‘l nostro, Gallo d’oro.

Leone: E’ gia, tanto io ho poca paura di ‘ste cose. Così ogni cinque minuti toccava corre a dammi ‘na sciacquatina sotto.

Giacoma: ‘L coglione vedi, so’ quelli vivi che ti devono fa’ paura, no quelli che ‘n ci so più. (entra Augusto)

Augusto: (schiarisce la voce e canta) Che gelida manina, se la lasci riscaldar………..

Leone: E’ babbo, ma ‘un potresti aspettà’ ancora un’ oretta a fa’ ‘ste gorgheggi. Que’ pochi clienti che ci s’hanno, ancora dormono. Se famo così ci scappono tutti, è.

Augusto: Digli di andà’ a letto prima la sera, che così la mattina si pòssono alzà’ prima.

Giacoma: O che discorsi fate. Loro al letto ci andranno quando gli pare, pagono, e è come se fossero a casa sua.

Augusto: Ha’ detto bene. Come se fossero a casa sua. Io ‘nvece ci so’ e fò come mi pare.

Leone: O babbo, ma che discorsi fai, è. Questo è ‘n albergo, mica la scala di Milano.

Augusto: Piuttosto, se ‘un cavate a la svelta tutti l’animali che ci si so’ avventati, presto gli dovete cambià’ nome a ‘sto posto.

Giacoma: (ironica) E allora sentiamo che dice il grande Caruso che nome gli si dovrebbe mette’.

Augusto: L’Arca di Noè gli dovete mette’. Così se ‘l Padre Eterno decidesse di rimandà’ ‘l diluvio universale, stavolta sceglie voi per salvà’ le razze. Parecchie so’ gia qui.

Leone: Io domando e dico come fa uno a disprezzà’ la robba sua. Eppure questo è sempre stato uno dei meglio alberghi de la zona.

Augusto: Era ………….. caro Leone, era…… quando te l’ho lasciato io. Ora ‘un è più. (fa per uscire)

Leone: Che fai, esci a fa’ ‘na passeggiata?

Augusto: Vò a la posta a riscòte’ que’ du’ soldarelli di pensione.

Leone: Fattici accompagnà’ da Carlo co’ la macchina.

Augusto: Finché ce la fò ci voglio andà co’ le mi' gambe. Tanto ‘l peso è poco. E poi, vedrai che quando so’ passato all’appalto a comprà’ ‘na scatola di sigheri, più pochi ne rimane (schiarisce la voce e canta). Ridi pagliaccio, la faccia infarinati………..

Giacoma: (mentre sta per uscire) Certo che però ‘un ha tutt’i torti, è. Lavori ‘na vita, e poi quando vai ‘n pensione se qualche volta ‘n ci fossero i figlioli che ti danno ‘na mano, dovresti mangià’ ‘n giorno si e ‘n giorno no per fa’ pari.

Leone: Ora ‘n do’ vai?

Giacoma: Salgo di sopra a dà’ du sflittatine di deodorante in que’ la camera che perde ‘l cesso da sopra. C’è ‘n puzzo che s’appesta.

Leone: (mentre spulcia tra le scartoffie) Aspetta, ‘un andà’ via che ci ho da ditti ‘na cosa….

Giacoma: O Leone, io ci ho da fa’,è,  ‘un ci ho mica da perde tempo con te. Dimmi che vòi, forza.

Leone: Qui bisogna comincià’ a risparmià’ ne le spese de la lavanderia. So’ diventate troppe e ‘un gli se la fa più.

Giacoma: Senti Leone, è, io più che riciclà’ i lenzòli da ‘na camera a ‘n’altra ‘un posso fa’.

Leone: Come sarebbe a dì’, ricicli i lenzoli. Fammi ‘n esempio che se no ‘un ci arrivo.

Giacoma: Se ti zitti un momento te lo dico.

Leone: O forza, giù…………. falla corta però, è.

Giacoma: Te te la ricordi que’ la signorina sempre tutta ‘mprofumata che è venuta l’altra settimana e dormiva a la dieci del secondo piano?

Leone: Me la ricordo si. Ogni volta che passava, da la scia che lasciava mi veniva ‘n abbassamento di pressione.

Giacoma: Ieri è andata via e allora i su’ lenzòli ‘nvece che mandalli a lavà’ l’ho messi a quel giovanotto de la otto. E lo sai che m’ha detto appena è entrato ‘n camera?

Leone: T’ha domandato se ti s’era rovesciata ‘na bottiglia di profumo?

Giacoma: No!…… m’ha detto: Oooooh! Finalmente una pensioncina ordinata e pulita ……… senti che profumino. Complimenti signora…………….  E ‘sentì’ dì’ ‘ste cose, te manco t’immagini quanto fanno piacere. (Giacoma esce) 

Leone: Ahu, poretti a noi l’ossi a’ cani e ‘l lupo a le pecore. (entra Parisina, dipendente dell’albergo. Ha con se secchio e spazzolone)

Parisina: La Giacoma ‘n dov’è? Di sopra?

Leone: Si, è salita ‘n questo momento.

Parisina: Allora vò a aiutagli su, l’ingresso e la cucina l’ho fatti. (fa per uscire)

Leone: Parisina, aspetta ‘n momento che ti devo domandà’ ‘na cosa. Ma te la conosci una certa signora………. Secchetti, mi sembra si chiami.

Parisina: E da lei che vòi?

Leone: M’hanno detto che ci ha ‘na motocicletta da vende’ e la vorrei comprà’ per Carlo.

Parisina: Mica sarà que la donna mora che sta in via dei ciclamini vicino a la Mafalda che ha sposato quell’òmo ‘n pò più vecchio di lei, però tanto bello, che dicevono che andava co’ la Brigida e che ‘na volta ‘l marito di lei ce le trovò che si baciavono dietro ‘na siepe nel giardino del ristorante dove fecero ‘l pranzo del compleanno del su’ nipote che poi sarebbero parenti stretti co’ Sacconi. Quelli che dicevono che ci avevano tanti soldi e ‘nvece poi si scoprì’ che ‘un ci avevano manco ‘na lira per fanne due?

Leone: Penso che dovrebbe èsse’ lei.

Parisina: No, ‘un la conosco. (esce)

Leone: Io, boh, un lavoro come quest’anno ‘un s’era mai visto. (entra un cliente molto effeminato)

Dal Caldo: (suona il campanello manuale sopra al bancone) Buongiorno caro, siete al completo?

Leone: (senza distogliere lo sguardo dalle scartoffie) Ancora no, ma ci siamo quasi. Mancherebbe qualche rospo, un po’ di lombrichi e ‘na sportata di pidocchi, doppo si che siamo tutti.

Dal Caldo: Ma di cosa sta parlando, scusi?

Leone: (alza lo sguardo) No, no, niente,…………. scusi lei piuttosto……. che cosa desidera?

Dal Caldo: Le ho chiesto se siete al completo.

Leone: O ‘un gli ho risposto. Che fa, me lo ridomanda?

Dal Caldo: Ha perfettamente ragione, mi ha risposto, ma io non ho capito che cosa significa quello che mi ha detto.

Leone: O giù, allora me lo ridomandi ‘n’altra volta.

Dal Caldo: Che cosa dovrei domandarle, scusi?

Leone: Quello che vòle sapé, perdinci.

Dal Caldo: O Santo Dio! ……….. (cantilenante) siete al completo o avete ancora qualche camera?

Leone: Ooooooh! Quasi ci siamo, questa è gia ‘na domanda più precisa.

Dal Caldo: Mi scusi ancora, ma prima, non le avevo detto la stessa cosa?

Leone: A me m’è sembrato che prima lei abbia chiesto: siete al completo?

Dal Caldo: Esattamente. Ho detto proprio così.

Leone: E io gli ho risposto di conseguenza.

Dal Caldo: (spazientito) O Signore Iddio, insomma, avete qualche camera o no?

Leone: Ma perché a lei quante camere gli servirebbero?

Dal Caldo: Una, Santo Dio, una soltanto. (si guarda intorno) Quante persone vede intorno a me?

Leone: Nessuna. Ma perché lei ‘un potrebbe èsse’ ‘l capo gita di un pullman pieno zeppo, zeppo di turisti?

Dal Caldo: Assolutamente no, per bacco. Io odio fare viaggi collettivi, e specialmente in pullman.

Leone: O lei, ma mica ce l’ha scritto ‘n fronte che ‘un è un capo gita, scusi, sa.

Dal Caldo: Secondo lei io ho l’aspetto di un capo gita? Avanti, mi guardi. (piroettando su se stesso) Le sembro un capo gita?

Leone: (esce da dietro il bancone e lo scruta attentoda capo ai piedi) No! Ha ragione lei, ‘un ce l’ha l’aspetto del capo. (toccandosi un orecchio) Sembra tutta un’altra cosa.

Dal Caldo: E me lo dica che cosa le sembro, avanti, su, timidone, si faccia coraggio.

Leone: Uuuuh bene, quando capitono ‘st’elementi……….  Ma ‘un mi sembra niente, facevo cosi per dì’.

Dal Caldo: Allora andiamo per ordine: Non le sembro un capo gita, giusto?

Leone: No, ‘un mi sembra, se no come minimo ci avrebbe avuto una borsa piena di scartoffie.

Dal Caldo: Allora chi potrei essere? Indovina indovinello?

Leone: (pensoso) Potrebbe èsse’………..potrebbe èsse’……. Ci so’….Uno che va ‘n giro a fa perde tempo a la gente che lavora.

Dal Caldo: Oppure un turista in cerca di avventure………….. amorose?

Leone: (di corsa va ad urlare dentro la porta che sale al piano superiore) Giacomaaaaa …….. è Giacomaaaaa, vieni subito giù che c’è gente. Io ci ho da andà’ via.

Giacoma: (da fuori scena) In questo momento‘un posso lascià’, so’ dietro a uno di que’ quadrupedi che si diceva prima. L’ho quasi preso.

Leone: (in confidenza) Senta ‘n po’ ‘na cosa, ma lei, mica tante le volte se ne ‘ntende di come si chiappono i topi?

Dal Caldo: (stupito) Topi? ……….Per topi, lei intende i topi d’albergo?

Leone: E’ certo! Qui siamo in un albergo. Se si fosse stati in un ristorante gli avrei detto topi di ristorante.

Dal Caldo: Ah, mio caro, l’unica cosa è far intervenire le forze di polizia. Quei bei ragazzoni muscolosi si appostano, li individuano, e al momento opportuno (polsi incrociati) zac, li ammanettano.

Leone: Ma via, ‘un dica strullate. Ora mi spieghi come fanno a ammanettà’ un topo.

Dal Caldo: Semplice caro. (sceneggia quello che dice) Uno di quei giovanotti, a volte biondi a volte castani, lo immobilizza, mani dietro alla schiena, e un suo collega, altrettanto bello,  gli stringe i ferri ai polsi.

Leone: Ma via, su, che ci hanno certe gambine corte che manco gli ci arriverebbero dietro a la schiena.

Dal Caldo: Alt! Un momento. Forse stiamo parlando di due razze diverse di topi. Mi descriva qualcuno di quelli che operano nel suo albergo.

Leone: (con fare pensoso) Dunque vediamo…….. pelo di colore marroncino…….. anzi, no grigio topo………alti quattro o cinque centimetri…. ci hanno quattro zampine ……………..

Dal Caldo: Maschi o femmine?

Leone: E che ne so, ‘un ho mica mai fatto ‘n tempo a guardagli sotto la coda.

Dal Caldo: Male, molto male. E’ importantissimo sapere se quelli che operano nel suo albergo sono topi maschi o femmina.

Leone: Ma me lo spiega come fò a riconosceli che quando passono vanno a tutta gallara che sembrono al gran premio di Monza.

Dal Caldo: (si blocca) Fermo! Mi dica una cosa, che tipo di scarpe portano?

Leone: Ma via, ora quando si so’ mai visti i topi co’ le scarpe.

Dal Caldo: Ho capito. Lei sta parlando di quegli animaletti tanto carini e tanto ghiotti di formaggio che quando sono allegri fanno: squit, squit?

Leone: Quelli che ci sanno noi so’ topi normali e di bòna abboccatura, mangiono di tutto, (facendo spallucce) però se fanno squit, squit, ‘un ci ho fatto mai caso.

Dal Caldo: (trepidante) Lo domandi alla signora, svelto, è di vitale importanza sapere se si esprimono in questo modo o no.

Leone: (di corsa va ad urlare dentro la porta che sale al piano superiore) E’ Giacoma, ‘l topo che gli dai dietro ora, lo fa squit, squit?

Giacoma: (da fuori scena) Che ha’ detto?

Leone: (urlando) T’ho detto, ‘l topo che hai incontrato ora, lo fa squit, squit?

Giacoma: (da fuori scena) No, questo raglia………. è ‘n somaro come te. Ma fa meno lo stupido, camina, che ‘un è ‘l momento di fa’ i versi.

Leone: (quasi in confidenza) Scusi, è, ma perché è tanto ‘mportante sapè’ se fa squit squit?

Dal Caldo: Perché quelli che fanno squit, squit appartengono ad una razza in via di estinzione e non si possono uccidere. Ci sono pene gravissime per chi lo fa.

Giacoma: (da fuori scena) E’ Leone, l’ho chiappato, però strilla tanto, e mi sa che fa proprio come ha’ detto te.

Leone? Squit, squit?

Giacoma: Si! Fa squit, squit.

Dal Caldo: (concitato) Gli dica di liberarlo immediatamente. Potrebbe essere denunciata per disastro ecologico……………

Leone: (concitato corre verso la porta) Lascelo per carità, lascelo subito se no ci mettemo ne’ casini.

Giacoma: (da fuori scena) Poro strullo! Ho battuto più ginocchiate e gomitate nell’angoli de’ mobili per chiappallo che ora lo rilascio. Ma te mi sa che sei scemo.

Leone: (urlando) T’ho detto di lasciallo. Ci potrebbe costà’ caro. Guardamo se ci si fa mangià’ ‘ste quattro sassi di casa che ci s’ha.

Giacoma: (da fuori scena) Tò, va ‘n quel posto, te e que’ lo scemo del mi’ marito.

Dal Caldo: (complimentandosi) Bravissimo, lei non si rende nemmeno conto di quale servigio ha reso all’umanità.

Leone: (con fare cantilenante) Ho capito ma io le voglio levà’ i topi dall’albergo no rallevalli.

Dal Caldo: Ma non c’è bisogno di eliminarli, povere bestioline indifese, basterà che lei faccia domanda di contributo e le verranno concessi dei fondi per il loro mantenimento.

Leone: Praticamente diventerei un allevatore di topi pel bene dell’umanità.

Dal Caldo: Esattamente. E guadagnerà molto di più che con i clienti dell’albergo.

Leone: (sembra farci un pensierino) ‘Un ci avrò più tra i piedi gente noiosa come lei?

Dal Caldo: (secco) Mai più.

Leone: E nemmeno la finanza che mi viene a controllà’ i registri?

Dal Caldo: (contento) Assolutamente no.

Leone: La mattina basta che io lasci ‘n qua e ‘n là ‘n po’ di formaggio e ho finito?

Dal Caldo: (contentissimo) Siiiiii………

Leone: E così doppo posso andà’ a giocà a bocce tutto ‘l giorno?

Dal Caldo: (al settimo cielo. Battendo le mani) Siiiiiiiii………

Leone: (secco) E ‘nvece no, perché a me i topi mi fanno schifo.

Dal Caldo: (in ginocchio, supplichevole) La prego, non getti la natura umana in un abisso.

Leone: (burbero). Mi dispiace ma ‘un se ne fa niente. Io voglio seguità’ a fa’ l’albergatore. E gli dirò di più: man di mano che que’ le bestiacce mi capitono a tiro, (tassativo) le fò secchi.

Dal Caldo: (con una smorfia di disapprovazione) O mio Dio, ma lei è un bruto.

Leone: No, perché lei è bello ‘nvece ……….. avanti, mi dia nome e cognome se vòle ‘sta camera, forza. (entra Parisina)

Parisina: Leone, di sopra ho finito, la Giacoma m’ha detto di domandallo a te se c’è da fa’ altro, se no per lei posso andà’.

Leone: A me mi sa che ‘un c’è altro…………… Ah! ‘ntanto esci, ‘nteressisiti di chi po’ èsse’ ‘sta donna che ti dicevo prima.

Parisina: Lo potrei domandà’ a la Gettulia, che poi sarebbe la sòcera di quel vagabondo che prese ‘n moglie la su’ figliola più piccina e gli è toccato mantenello diversi anni finché un giorno lei si ruppe corbelli e gli disse o ti trovi un lavoro o ti cavo di casa mia. Doppo qualche tempo andò al lavoro a la fabbrica de le mattonelle ma ora ha fatto carriera e è diventato il direttore perché dice che va a letto co’ la moglie del padrone. (Parisina esce)

Leone: Ecco, brava, domandelo a lei, vediamo se fra tutte gliela fate a rintraccialla.

Dal Caldo: La signora è interminabile nel dare spiegazioni.

Leone: Interminabile? ‘Un si zitta mai vorrà dì’………… Ora, però, tornamo a noi. Mi dica come si chiama, su.

Dal Caldo: Dal Caldo Alfredo.

Leone: ‘Nfatti quando la stagione fa così, ‘un si sa mai come vestissi. ’Na volta è caldo, ‘na volta è freddo, ‘un ci si capisce più niente.

Dal Caldo: Purtroppo, caro mio, quando siamo nelle mezze stagioni è sempre un dilemma.

Leone: Allora, si diceva, lei è il signor…………….

Dal Caldo: Dal Caldo Alfredo.

Leone: (alterato) E questo l’ho capito…………. ma mica vorremo stà’ tutta la mattina a parlà’ de le mezze stagioni, è, detto ‘na volta basta.

Dal Caldo: Se non sbaglio è lei che ne vuol parlare. Io ho solo convenuto in quello che ha detto.

Leone: Ah! Ora è colpa mia. E’ la seconda volta che gli domando come si chiama e lei mi risponde dal caldo al freddo e poi mi dice che so’ io che voglio parlà’ del tempo.

Dal Caldo: Ma io non sto parlando del tempo che fa. Le sto dicendo semplicemente come mi chiamo. (imperioso) Avanti, scriva! Signor Dal Caldo Alfredo. (scandendo le parole) Alfredo, non al freddo, come capisce lei.

Leone: (sorpreso) Ah, ecco, lei si chiamerebbe Dal Caldo Alfredo?

Dal Caldo: Precisamente …………… (con un pizzicotto sulla guancia)  bel pezzo d’uomo.

Leone: Io da quando so’ qui l’ho sentiti tanti di nomi scemi, ma come ‘l suo mai

Dal Caldo: (facendo ammiccamenti)Mio bellissimo amico, nella vita c’è sempre una prima volta in tutte le cose e bisogna essere aperti a tutte le esperienze.

Leone: (senza voltargli le spalle va ad urlare dentro la porta che sale al piano superiore) Giacomaaaaaa …………….. Vòi scende per piacere che se no stamani lo perdemo ‘sto cliente?

Giacoma: Ma perché ha tanta fretta?

Leone: No, ma se seguita a fa’ versi gli do du’ zampate e lo zeppo fòri.

Giacoma: Ma se ci sei te perché devo scende anch’io? Mica avrà visto i fantasmi?

Leone: I fantasmi, si, questo vòle ma robba consistente, altro che fantasmi. Fanne meno e scende, camina, se no io tra ‘n pochino lo maltratto davero.

Giacoma: Ovvia, scenderò. Ma lo sai però che sei parecchio noioso? (Leone ritorna al banco)

Leone: O via, vediamo se gliela famo a conclude ‘sta faccenda….……… mi dia un documento. (gli porge il documento) Quanto si trattiene.

Dal Caldo: Il tempo necessario perché possa assistere almeno ad un evento. Può darsi due, tre giorni, oppure anche una settimana. Dipende.

Leone: Dipende ………. si fa a la svelta a dì’ dipende. E io che fò se viene qualche altro cliente e mi domanda se ci ho una camera, gli rispondo dipende se se ne va qualcuno?

Dal Caldo: E va bene, facciamo tre giorni e non se ne parli più. Penso che tre giorni possano bastare per assistere a qualche avvenimento.

Leone: Scusi tanto, è, se ‘un mi fò l’affari mia, ma a quale eventi o avvenimenti vòle assiste’? Qui ‘n paese ne ‘ste giorni ‘un c’è nessuna festa.

Dal Caldo: (l’uomo si guarda intorno con fare sospettoso e parla sottovoce) I fantasmi …………. sono qui per vedere i fantasmi. (entra Giacoma)

Leone: Per vedè’ i fantasmi? Qui da noi? Ma guardi che lei ha sbagliato posto. Quelli so’ all’albergo del Leone d’oro, mica qui. Vada, vada là, mi faccia ‘l piacere. (Giacoma gli da una spinta e lo interrompe)

Giacoma: ‘Un dia retta a lui, lei è arrivato proprio nel posto giusto………. signor………

Dal Caldo: Dal Caldo Alfredo.

Giacoma: Ha proprio ragione, ‘un si sa mai come vestissi, ‘un ci so’ più le mezze stagioni.

Leone: Giacoma, ‘un ti ci mette anche te ora, è. Lui si chiama così: Dal Caldo Alfredo, e noi ‘un ci si pòle fa’ niente.

Giacoma: E com’è che su’ genitori gli misero Alfredo? ………..per uno che si chiamava di cognome Dal Caldo forse era meglio un altro nome.

Dal Caldo: All’interno alla mia famiglia c’è sempre stata gente molto bizzarra. Pensi che mio nonno ebbe quattro figli maschi e volle per forza chiamarli: Muoio, Schianto, Sudo e Brucio.

Giacoma: Tutti Dal Caldo?

Dal Caldo: Esattamente.

Leone: (a Giacoma) Ma sarà vero?

Giacoma: Se lo dice Lui!……….Ma ora signor Dal Caldo ritorniamo ai fantasmi ………vede……. mio marito è piuttosto restio a parlare di queste cose. Sa…… non tutti sono appassionati di queste cose e ha paura di perdere clienti.

Dal Caldo: Certo…..certo, capisco perfettamente……… ma non dovete aver paura. Di clienti ne avrete certamente di più. Tutto ciò sarà per voi una pubblicità strepitosa.

Giacoma: Speriamo che la su’ bocchina dicesse ‘l vero.

Dal Caldo: Non ho dubbi. E quando arriveranno……… in special modo gli uomini, e troveranno ad aspettarli (pizzicotto sulla guancia di Leone) un bell’uomo di tal portata, non andranno più via.

Leone: (a Giacoma) O, capimosi subito, è, se quelli che arrivono so’ tutti come lui, io piglio le ferie e sparisco, doppo però ‘un mi venite a dì’ che ‘un ve l’avevo detto, è.

Giacoma: Ma ci stai un pochinino zitto, per piacere. Che numero di camera gli ha’ dato?

Leone: Io ancora ‘un gli ho dato niente. E’ mezzora che si chiacchiera, ma ‘un c’è verso di rivà’ ‘n fondo.

Giacoma: Damogli la tre. Che è quella che l’anno scorso ci morì que’ la vecchietta che sembrava la morte ‘n persona. Un si sa mai, s’avesse a fa’ rivedè’.

Leone: E se no gli potresti da quella sotto a la nostra. Li so’ sicuro che almeno un po’ di rumori le sente. Te quando russi sembri ‘na bufera. (Giacoma prende la chiave e la porge a Dal Caldo)

Giacoma: Ecco signore, questa è la chiave della sua stanza. E’ la seconda porta a sinistra del corridoio di destra.

Dal Caldo: (prendendo la valigia) Grazie. Vado subito a fare una bella doccia perché ne sento proprio un gran bisogno. (esce)

Giacoma: Vada pure e…………..le auguro una buona visione dei fantasmi.

Leone: Ma la fai finita che sembri un’annunciatrice della televisione.(facendole il verso) Signore e signori buonasera, vi auguriamo una buona visione dei nostri spettacoli.

Giacoma: Te l’occasioni al volo ‘n ti riesce mai a piglialle, n’avé’ paura. E’èèèèèè, se ‘n ci fossi io………

Leone: Ci sarebbe qualcun altro. Ora però mi spieghi che fantasmi gli famo vedè’ che qui ‘un c’è manco l’ombra d’uno spirito?

Giacoma: (sicura di se) Ci so’……, ci so’, sta’ tranquillo che ci sò.

Leone: (impaurito) Ma ‘n dove?…… L’ha’ visti te?…… Davero?……….. E che ha visto?

Giacoma: ‘L coglione che hai nel capo ho visto…………. Ma se ‘un ci so’ vorrà di che le faremo da noi, noo?

Leone: E come si fanno a fa’ i fantasmi…………. O , ‘un guardà’ me, è, perché io ‘un l’ho mai fatto ‘l fantasma, è.

Giacoma: Ma quanto sarai torso. Si piglia un lenzòlo strappato, ci si mette a dosso e si bercia.

Leone: (contento di aver afferrato il concetto) Ah, ora ho capito, praticamente te vorresti mette su uno spettacolo pe’ ‘ntrattenè’ i clienti?

Giacoma: Preciso! E bisogna cercà’ di organizzassi subito. Se dovesse arrivà’ qualche altro cliente che viene pe’ fantasmi, sarà bene che qualcosa cominci a vedè’.

Leone: ‘L tu figliolaccio e la tu’ nòra dove si saranno ficcati. Perché bisognerà spiegallo anche a loro quello che si vòle fa’, noo?.

Giacoma: Spiegàglielo? Qui ci si deve dà’ da fa’ tutti se no la cosa ‘un  riesce.

Leone: Co’ la tu’ nora ‘n ci so’ problemi, è col tu’ figliolo che sarà più difficile mettelo a fa’ qualcosa. Eppure lo sai che a lui ‘l lavoro gli si rinfaccia. (entra il figlio Carlo. Praticamente è un lavativo, scansafatiche di prim’ordine)

Carlo: (al padre) Te se’ sempre a parlà’ di lavoro. O ragazzi, parlasse mai d’un’altra cosa,

lavoro……… lavoro………lavoro e basta. Manco l’ordinasse ‘l dottore.

Giacoma: O lascelo stà’ ‘n pochinino, pòro citto, che se è venuto su vagabondo, parecchia la colpa è anche la tua.

Leone: La mia? Ma se io ho sempre lavorato da quando ero ragazzo. Gli ho sempre detto: Carlo datti da fa’, lavora, che ‘l lavoro è cavavoglie. ‘L lavoro ti darà tante soddisfazioni. ‘L lavoro nobilita l’uomo…………………

Carlo: E con tutti ‘ste discorsi m’ha’ fatto venì’ la nausea, va bene. E ora ‘un lo posso manco vedé’ scritto ‘l lavoro. (entra Augusto mentre canta)

Augusto: Figaro qua, figaro là, tutti mi vogliono, tutti mi cercano……….

Carlo: Sé’, ecco ‘l cantante, chissà con chi ce l’avrà stamani?

Augusto: Ce l’ho con te, vagabondo, sfaticato che ‘un sei altro. Ridillo davanti a me quello che dicevi un attimo fa al tu’ babbo, che parecchie parole ‘un l’ho sentite.

Carlo: Ovvia, nonno, ora ‘un ricomincià’ co’ le prediche, per piacere, è.

Augusto: ‘Un hai coraggio a dillo a me, è? ‘Un fa niente, tanto ho sentito tutto, era solo perché mi dava gusto a guardatti ‘n faccia mentre lo ridicevi.

Carlo: Voi vecchi ci avete sempre da brontolà’, ‘un vi va bene mai niente.

Augusto: Te hai ragione quando dici che la colpa è del tu’ babbo se ‘un ci hai voglia di lavorà’. Ma la su’ colpa, è come quella di tutta la gente che nasce povera e poi arriva a sta bene e vòle che i figlioli ci abbiano tutto quello che loro ‘un ci hanno avuto.

Carlo: (scocciato) Senti nonno, io stamani ‘un ci ho voglia di statti a sentì’, è.

Augusto: (imperioso) Sta’ zitto e ascoltimi, che potrebbero èsse’ l’ultime cose che ti posso dì’.

Carlo: (rassegnato) O via, famo ‘sto sforzo, tanto se no……….

Augusto: Lo sai te come si chiama la colpa che ci ha ‘l tu’ babbo?…… Egoismo. Quelle cose che lui ha dato a te, in verità se l’è date per se e il risultato è stato che sei cresciuto senza il bisogno di avé’ ‘n desiderio.

Carlo: Che nanna, nonno……..

Augusto: E senza manco provà’ la delusione di un sogno che ‘un s’è avverato. La vita, caro palle, ‘un è quella che ha’ vissuto fin’ora. E’ proprio tutta un’altra cosa.

Leone: Io lo sapevo che andava a finì’ così. Le botte ne’ denti toccono sempre a me.

Augusto: (a Leone) Perché te le meriti. Da piccino glielo dovevi insegnà’ ‘l valore de’ soldi, no faccelo giocà’come facevi te.  Bastava che gli dicevi: Carlino, con questi ‘un ci si gioca, ci si campa. Chi ‘un ce l’ha mòre di fame e chi ce l’ha è difficile che aiuti quello che gli mancono.

Carlo: Uuuuuuh, nonno che nanna………….

Augusto: Chi ce l’ha parecchi le vorrebbe di più e pe’ quattrini la gente rubba e ammazza………. ‘Namo va, tanto è tutto fiato sprecato. Parlà’ con voi è come di brutto al cane. (Augusto esce mentre canta) Mamma son tanto felice, perché ritorno da te………….

Carlo: O, ma ci fosse mai ‘un giorno che ‘un ci ha da rimproverammi. Qualunque cosa faccia. ‘un gli va bene mai niente.

Leone: E perché con me ‘un fa la stessa cosa. (entra Palmira, moglie di Carlo)

Palmira: Buongiorno a tutti, avete letto nel giornale l’articolo dei fantasmi?

Giacoma: Si, si, e ti si voleva parlà’ proprio di questo.

Palmira: ‘Un mi dite che l’avete visti anche qui, è.

Giacoma: Purtroppo no, però mi sa che parecchia gente sbaglia l’albergo del Leone d’oro col nostro. E’ gia venuto un cliente che vòle vedé’ i fantasmi.

Palmira: Come sarebbe a dì’, purtroppo no. Guardate che io di ‘ste cose ho paura, è, ‘un famo versi.

Giacoma: Sta zitta, cogliona e cercamo di sfruttà’ la situazione. Mi sarebbe venuta un’idea a proposito e ne parlavo prima con Leone.

Palmira: E che avreste intenzione di fa’?

Giacoma: A turno ci si veste da fantasmi e ci si fa’ vedé’ da’ clienti…………. Se mi date retta si fa ‘n po’ di soldi.

Carlo: Io ‘na mano la dò, basta che però ‘un ci sia da lavorà’ tanto e quel poco che devo fa’, sia di poca fatica. Se no, ‘un mi ci contate nemmeno.

Leone: Lui famolo stà’ al banco a parlà co’ clienti, cosi sta a sedé e ‘un suda.

Carlo: (va a sedere al banco) Io ci sto, ma voi come fate a esse’ sicuri che arrivono altri clienti, e soprattutto che vengono per vedé’ i fantasmi.

Palmira: Io penso che quelli che vengono pe’ fantasmi in qualche modo lo fanno capì’.

Carlo: E a quelli che vengono per dormì’e basta che gli dico? Che ‘un ci sanno più camere?

Leone: A quelli gli dici che ci so’ fantasmi, vedrai te che corse che fanno.

Carlo (rassegnato) Boh, provamo ‘n po’. Piuttosto speriamo che ‘un ci sia da stancassi tanto perché domattina ci ho da alzammi presto per andà’ a caccia. (si sente parlare fuori dell’ingresso)

Palmira: Zitti, mi sembra che arrivi gente. Svelti, ‘namo tutti a preparassi. (si muovono tutti, compreso Carlo)

Leone: (al figlio) Ma te ‘n do’ vai? Se vieni via anche te chi ci parla co’ clienti? (escono)

Carlo (torna a sedersi) E’ stata la Palmira a dì’ ’namo via tutti. Se avesse detto tutti meno Carlo, manco facevo la fatica d’alzammi. (entrano un uomo ed una donna. Hanno con se valige e macchine fotografiche al collo. Sono giornalisti)

Uomo: (alla donna che lo accompagna) Speriamo che sia questo il posto. Nessuno di coloro ai quali abbiamo domandato ci ha saputo dire niente di preciso.

Donna: E adesso che cosa gli chiediamo? Scusi, è questo l’albergo dei fantasmi?

Uomo: Lascia fare a me. Ci penso io, stai tranquilla. (Carlo sta leggendo il giornale) Buongiorno, avremmo bisogno di una camera.

Carlo: (senza togliere il giornale che ha davanti a se) E come la volete ‘sta camera? Con bagno o senza? Matrimoniale o no? Singola o doppia con letti separati.

Donna: Sicuramente con bagno e matrimoniale.

Carlo: Ma perché siete in due?

Uomo: Se lei fosse così gentile ad abbassare il giornale, avrebbe la possibilità di un campo visivo maggiore e di conseguenza si accorgerebbe che siamo un uomo ed una donna.

Carlo: (abbassa il giornale) E per dì’, lèva ‘sto giornale da davanti, c’è bisogno di fa’ un discorso lungo così? (facendo spallucce) Io, boh.

Uomo: Allora vediamo se così riesco a spiegarmi meglio: secondo lei c’è una remota possibilità di avere una camera matrimoniale con bagno?

Carlo: (posa il giornale) E io mica lo so se ce l’hanno ‘na camera matrimoniale con bagno?.

Uomo: Perché, scusi, lei non è il titolare?

Carlo: Ma proprio so ‘l titolare. ‘L titolare è ‘l mi’ babbo, se  ‘nvece volete parlà’ con chi comanda dovete cercà’ la mi’ mamma.

Uomo: E non sa mica dove la possiamo rintracciare?

Carlo: E che ne so, l’aspetto anch’io. E’ uscita ‘n attimo insiene al mi’ babbo e a la mi’ moglie. A me m’ hanno detto che tornavono subito.

Donna: Possiamo accomodarci mentre aspettiamo?

Carlo: E che ne so, a me ‘un m’hanno lasciato detto niente se vi potevi mette a sedé’. Comunque mettetevici, credo che la spesa ‘un sarà tanta. (si siedono sulle poltrone)

Uomo: (cominciano a saggiare il terreno) Lei è del posto? Voglio dire, è del paese, abita qui?

Carlo: Nativo so’ d’un altro paese, ma ormai è parecchio che sto qui.

Donna: Eeeeee ………nei giorni indietro, non ha mai sentito parlare di certi fatti strani avvenuti dentro un albergo?

Carlo: E che sarebbe successo? Scommetto che’na moglie ha chiappato caldo, caldo, ‘l marito al letto co’ l’amante?

Uomo: Ma no, mia moglie non intendeva questo, voleva dire se……. non so…….  notte tempo……. per esempio……… ha visto personaggi muoversi da una camera all’altra, movimenti strani……….

Carlo: (con il tono di chi ha scoperto un sotterfugio) Ah, ho capito, lei vorrebbe che io facessi la spia. Bellino, si, proprio bellino. E ‘nvece no, io so come le tre scimmiette: non vedo, non sento e non parlo.

Donna: Senta, tagliamo la testa al toro………. non mi dica che non ha saputo di un albergo dove hanno visto dei fantasmi?

Carlo: Ah, ora ho capito di che parla………. si, qualcosa ho sentito dì’, ma mica c’è niente di vero. So’ tutte strullate che ‘nventa la gente che ‘un ci ha da fa’ niente.

Uomo: Eppure i giornali non fanno altro che parlarne. E’ il fatto del giorno.

Carlo: I giornali, caro ‘l mi’ lei, ‘un sanno più che scrive. E allora le ‘nventono di pelle di cane per vende’. (da dietro una tenda, Palmira chiama sottovoce Carlo)

Palmira: (voce da oltretomba) Carlo….. Carlo…… ascoltami.(Carlo si guarda intorno)

Carlo: (impaurito) Oddio chi è? Chi è che mi chiama? O madonnina, sento le voci.

Palmira: Ci credo che senti le voci, so io che ti chiamo, so’ la tu’ moglie.

Carlo: Oddio Palmirina che paura ………… meno male sé’ te, credevo che fossero i fantasmi ………. che vòi?

Palmira: Ma sei coglione o ci fai? Che s’era detto?

Carlo: Gia, che s’era detto? Che se c’era da faticà’ parecchio con me ‘un ci dovevi fa conto.

Palmira: Ma che fatica sarà mai risponde alle domande che ti fanno?

Carlo: Per te ‘un sarà fatica. A me m’è gia venuto ‘na bigernia che tra poco m’addormento.

Palmira: Fa meno lo scemo e dagli corda se no se ne vanno.

Carlo: Ma che corda gli devo dà’, mica m’hanno detto che si vogliono apiccà’, è.

Palmira: Digli che spiriti l’ha visti anche te, camina………. guarda che se le fai andà’ via doppo si fa i conti, è. Dai che tra poco entra ‘l tu’ babbo, è quasi pronto.

Carlo: Va bene, però ‘un la munge tanto, è. Te va’ che ora ci penso io.………(ai clienti) Lo sapete che ieri sera ce n’era uno proprio a sedé’ nel posto dove siete voi ora?

Donna: Di che cosa ce ne era uno, scusi, si spieghi meglio.

Carlo: Ma come che c’era? Ma siete venuti qui a cercà’ i fantasmi o no?

Uomo: Certo! Siamo venuti appositamente per questo. Però qualche minuto fa, lei non si è pronunciato dicendo che non c’era niente di vero in proposito?

Carlo: (fingendo spudoratamente) E’ vero, ma mi so’ sforzato un pochino e ora m’è ritornato ‘n mente che forse qualcosa ho visto.

Donna: (si precipitano da lui) E allora ci dica che cosa ha visto. Ci faccia una cronaca dettagliata. (l’uomo prepara la macchina fotografica, la donna estrae una penna ed un taccuino)

Carlo: Io ve la farei volentieri, ma ‘un so manco come è fatta.

Uomo: (alterato) Ma di cosa sta parlando, scusi? Che cosa è che non sa neanche come è fatta?

Carlo: Oooooooooo, ma mica lo vorrete ammazzà’ uno che ‘un sa com’è fatta una cronaca tutta tagliata, è.

Donna: Va bene, facciamo finta che non mi sia spiegata. Volevo dire semplicemente: ci racconti che cosa ha visto, a quale avvenimento ha assistito. (ogni tanto scattano fotografie)

Carlo: (con tono da racconti del terrore) Allora, ieri sera, verso mezzanotte, mentre stavo per chiude’ la porta dell’albergo per andà’ a letto, sento passi lungo il corridoio che venivano verso di me.

Uomo: E fin qui niente di speciale mi sembra.

Carlo: Lì per lì pensai che fosse un cliente che rientrava e ‘nvece……..

Uomo e donna: E invece……..

Carlo:  ‘Ndovinate chi era?

Donna: Uno dei fantasmi che vagano per il palazzo.

Carlo: (scocciato) Ma via, su, ho appena cominciato a raccontà, possibile che arrivi subito il fantasma. ‘Un ci sarebbe manco gusto, noo?

Uomo: Certo, ha ragione…….. Vada avanti, la prego. Ci dica chi era?

Carlo: Mi giro verso ‘l punto dove venivano i passi e fò …….. alto là …….. chi va là, fermi o sparo.

Uomo: Perché lei da quando si verificano questi fatti gira per l’edificio armato.

Carlo: Ma proprio. (con aria furba) Comunque se fosse stato uno che aveva intenzioni brutte, questa è sempre una frase d’un certo effetto, lei che dice.

Donna: Su quello che ha detto non c’è alcun dubbio. Quando senti pronunciare una frase del genere è meglio stare sul chi vive.

Uomo: E ha ottenuto una qualche risposta alla sua intimazione?

Carlo: Si, du’ abbaioni! (con la gamba alzata imitando il gesto del cane) O ‘un era ‘l mi’ cane che rientrava da la solita pisciatina serale prima di andà’ a cuccia.

Donna: Che non ha niente a che vedere con i fantasmi.

Carlo: Chi, ‘l mi’ cane? Io ‘n so’ sicuro, è, ma penso che manco sappia che robba so’ fantasmi ……..

Uomo: E scommetto che di lì a poco cominciò a sentire la presenza del fantasma.

Carlo: Ma proprio. Fece la su’ giratina ‘ntorno a’ la stanza, annusò tutt’i mobili come sempre e poi andò a cuccia.

Donna: Mio marito voleva dire se è stato in quel momento che lei ha avvertito nell’aria la presenza dello spirito.

Carlo:Io, se era spirito o se era alcole ‘un lo so, fatto sta che nel divano c’era un òmo a sedè’.

Uomo: E che aspetto aveva? Voglio dire, vestiva abiti moderni oppure indossava un costume d’epoca?

Carlo:Vòle sapè’ se portava uno di que’ costumi da bagno tutti ‘nteri a strisce, co’ le mezze maniche e calzoni fino al ginocchio?

Donna: (al marito) Pensi ci stia prendendo in giro oppure è sincero nel suo modo di esprimersi?

Uomo: Non sono ancora riuscito ad inquadrarlo. Facciamogli un’altra domanda.

Donna: Questa entità era un giovane o una persona anziana?

Carlo: E che sarebbe un’entità?

Donna: Il fantasma, voglio dire, le è sembrato giovane o vecchio.

Carlo:Ma lo sa che ‘un ci ho fatto caso. La testa ‘un gliela vedevo tanto bene………… c’è caso che manco ce l’aveva. (le luci si abbassano e si alzano ritmicamente. Entra Leone. Ha un mantello lungo fino ai piedi ed è senza testa. La tiene in mano per i capelli, nell’altra ha un candeliere acceso) Oddio rieccolo, è lui, quello di ieri sera. Ormai s’è accasato anche questo.  (Carlo si finge impaurito e va a nascondersi. I giornalisti si tengono distanti)

Donna: (al marito) Scatta le foto, presto, prima che svanisca.

Leone: (con voce lugubre) Ecco ‘l bobo…..……. arriva l’òmo nero che mangia tutt’i cittini.

Uomo: (alla moglie) Che linguaggio è questo? Tu ci capisci qualcosa?

Donna: Potrebbe essere una lingua antichissima non più usata.

Leone: Mano, mano liscia, passa la pecora e ci fa la piscia……………..

Carlo: (a denti stretti) E’ babbo, guarda di dì’ qualcosa d’importante se no questi mica ci credono che sei un fantasma, è.

Leone: (sempre con voce lugubre) Accident’a la tu’ mamma e a quando gli è venuta ‘st’idea………….

Carlo: Noe, così ‘un va bene…………… sé’ troppo normale.

Leone: Accident’anche a te, allora……… ti va bene così?………… (urlando) Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!

Carlo: Budelli che cose ricercate che sa ‘l mi’ babbo. O ‘n do’ l’ha ‘mparate?

Uomo: (mentre scatta foto) Zitto…….. faccia silenzio…………meraviglioso! Sta recitando versi della divina commedia. Che sia Dante?

Carlo: (dal suo nascondiglio) Sie, Dante, se la sapessero tutta.

Leone: (urlando) Ed ecco a noi venir per nave un vecchio bianco per antico pelo, gridando: “Guai a voi anime prave”.

Donna: Questo invece, se non sbaglio, dovrebbe essere Caronte. Però sono sempre versi della divina commedia.

Uomo: E’ Dante. Non ci sono dubbi. Non può essere che Dante.

Carlo: (esce dal suo nascondiglio e va verso Leone) Senta, scusi, permette sor Dante, ora noi ci s’avrebbe da fa’. Ritorni ‘un'altra volta con più calma, via, vada, su (lo spinge fuori) arrivederci.

Donna: No, aspetti non lo mandi via. Vorrei fargli qualche domanda. (il fantasma si ferma) Chi è? Da dove viene? Perché la sua anima è così in pena?

Leone: Non posso trattenermi, ma ritornerò. Chiamatemi e ritornerò da voi. (le luci si abbassano e si alzano violentemente. Si sente fortissimo il fragore di un tuono. Per lo spavento a Leone cade la testa di mano) Ahi! Miseria cane che gran capata che ho dato.

Carlo:Aspetti bònomo, ‘un se ne vada. Lei ‘un s’è accorto, ma gli è cascata la testa di mano (la raccoglie e gliela porge)

Leone: Mille grazie giovanotto! Purtroppo, da quando non è più al suo posto, mi resta molto difficile controllarla.

Carlo: O che vòle che sia. ‘Un se la pigli, so’ cose che succedono. Piuttosto stia attento al portafogli, che se gli casca quello, (facendo un gestaccio) col kaiser che glielo ridanno. (Leone esce).

Uomo: E secondo lei, le notizie sui fantasmi erano soltanto dicerie messe in giro dalla gente?

Carlo: Ma che gli dovevo dì’. Se si sparge la voce c’è da vedè’ più gente qui che al carnevale di Viareggio.

Donna: E non è contento? Il suo albergo sarà sempre pieno di curiosi e lei farà quattrini a palate.

Carlo: Ma io ‘un so’ contento per niente ‘nvece. A me mi bastavono que’ due o tre professorini di scuola, qualche operaio, un turista di passaggio……….. ‘nvece così tocca ammazzassi di lavoro.

Donna: (si mette a strillare come un’ossessa indicando un punto della stanza) Aiuto! Mio Dio, un topo!

Carlo: (corre a guardare) Un topo? ………. Ma ‘n do’ l’ha visto ‘sto topo, che qui ‘un ci so’ mai stati.

Donna: Gli dico che l’ho visto. E’ arrivato da quella porta e si è infilato sotto al mobile.

Carlo: (va a guardare sotto al mobile) O, se s’è ‘nfilato qui sotto, qui sotto dev’èsse’. ‘un si fugge. (sotto al mobile non c’è niente, ma tira fuori un osso di prosciutto)

Donna: (rabbrividisce) Mamma mia!… Non ci sono mai stati topi in quest’albergo, vero? E secondo lei quello che ha in mano che cos’è se non n osso di topo morto anni or sono.

Carlo: O signora, se qui ci s’avessero i topi grossi come crede lei, per prima cosa si chiapperebbero noi per facci i prosciutti.

Donna: (rabbrividita) Prosciutto di topo! Ma che schifo……………

Carlo: Seconda cosa avrebbe visto in giro i leoni, perché mi dovrebbe spiegà’ come farebbero i gatti normali a chiappalli.

Uomo: E allora lei come lo spiega quell’osso che ha in mano?

Carlo: Oooooooooo, ma questo è un osso di prosciutto, è. Ma voi l’avete mai visti come so’ fatti i topi? …………… a me mi sa di no. Questo, so’ sicuro,  ce l’ha nascosto la mi’ Lola per ruzzacci.

Uomo: Sai cara, proprio adesso mi è ritornato in mente un articolo che ho letto tempo fa a proposito di animali di piccola taglia che vengono avvistati nei luoghi infestati dai fantasmi.

Carlo: (al pubblico) Se fanno tanto di vedé’ anche le formiche e i bucaioni, questi ‘un si cavono più di qui.

Donna: E’ vero caro, adesso che ricordo ho letto anch’io qualcosa in proposito.

Carlo: ‘Nsomma, ditimi ‘na cosa, ‘sta camera la volete o no? Se no qui ci famo notte e ci chiappamo la mamma.

Uomo: Certo che la vogliamo, ma se non viene sua mamma per dirci se ne ha una come facciamo.

Carlo: (sicuro di quello che dice) C’è la camera, c’è, state tranquilli………… matrimoniale e con bagno, proprio come la volevi voi.

Donna: Ma se poco fa ci ha detto che lei non sapeva niente.

Carlo: E’ vero, ma prima mentre scartabellavo nel registro mi so’ accorto che c’è. Qua, datimi i documenti che vi registro e poi ve le ridò. (appoggiano i propri documenti sul bancone)

Donna: Oddio che emozione, caro. Speriamo che questa notte avvenga qualcosa di grandioso. (entra Tiberio. Ha con se due pesanti secchi che posa sul pavimento appena entrato, poi si rivolge direttamente alla donna)

Tiberio: Io mi sbaglierò, è, ma se lei vòle che ‘sta notte succeda qualcosa di grandioso, (additando l’uomo) lui lo mandi a dormì da ‘n’altra parte e faccia un cambio. A me ‘un mi sembra che abbia tanta forza per règge’ ‘n colpo grosso.

Donna: (risentita) Stia tranquillo, anche se a vederlo non lo dimostra è un tipo molto coraggioso.

Carlo: Tiberio, ‘un rompe le scatole a’ clienti. Fatti l’affari tua.

Tiberio: Io mi preoccupo ‘nvece. Perché giovani così, reggono poco e niente. Doppo ‘n mezzo a la nottata sònono e tocca a me andà’ a chiamà’ ‘l dottore.

Donna: Guardi che io e mio marito non è la prima volta che facciamo queste cose. Abbiamo al nostro attivo un’infinità di esperienze.

Tiberio: Ecco, vede, così è già meglio. Se ci avete rifatto vòl dì che sapete fino ‘n dove potete arrivà’.

Donna: E poi il lavoro di mio marito è soltanto quello di scattare fotografie, e può farlo anche stando nascosto.

Tiberio: Mi dica curioso, è, che tanto ‘un m’importa niente, ma a chi le dovrebbe scattà’ ‘ste fotografie?

Donna: Ai vari personaggi che man mano arriveranno.

Tiberio: (alla donna)Scusi, è. ( va da Carlo) Ma dimmi ‘na cosa Carlino, ma che avete messo su ‘na casa d’appuntamenti? Però me lo potevi anche dì, è. Credevo che ormai fossi uno di casa.

Carlo: Ma falla finita, strullo. Questi so’ qui per vedè’ i fantasmi.

Tiberio: Fantasmi?

Carlo: I fantasmi, si. Ma perché te ‘un sai niente?

Tiberio: A me ‘un m’ha detto niente nessuno.

Carlo: E allora fattelo spiegà’ dal mi’ babbo,o da la mi’ mamma che forse è meglio. E’ ‘na cosa che ha ‘nventato lei.

Tiberio: (in confidenza indicando i due) O, io avevo capito che erono in viaggio di nozze. No, perché secondo me lui ‘un ce l’ha un motore adatto pe’ la trebbia che ci ha lei, è.

Carlo: (imperioso) Tiberio, svelto, aiuta i signori a portare le valige in camera.

Tiberio: Lo senti ‘l mi’ padrone che da l’ordini …….. O coso, ma stamani ancora ‘un te l’ha fatto fa’ nessuno un giretto verso que’ la zona buia. No, perché se no, basta chiede che  ti ci spedisco subito io, è.

Carlo: Svelto e senza discutere. Non facciamo aspettare ancora i signori che è gia molto che sono in attesa.

Tiberio: Potevono arrivà’ prima. Io mi so’ alzato stamani a le quattro se so’ voluto andà’ a cercà le lumache.

Carlo: (consegna una chiave a Tiberio) Tieni, porteli a la sette. (prende di nuovo il giornale e si mette a leggere)

Tiberio: (mentre prende le valige) O su, venite dietro a me ……….. a la svelta però, è, perché io ci ho da fa’ le mia. (I signori lo seguono) E tanto che venite ‘n su pigliate un secchio per uno, cosi ‘un ne sto a fa’ un altro viaggio. (l’uomo e la donna prendono i secchi ma riescono a malapena a trascinarli tanto sono pesanti)

Uomo: (con voce sforzata) Senta, scusi, potrebbe ridarci le nostre valige, così lei si porta i suoi secchi che sono molto pesanti. (fanno il cambio)

Tiberio: (alla donna) E lei stanotte che voleva fa’ con questo qui? Auh! Lui appena vede ‘l letto gli ci casca subito morto. (escono)

Carlo: (guarda l’orologio) O che fine avranno fatto quelli di casa mia, qui ‘un si vede più nessuno. (si sente Augusto cantare)

Augusto: Cortigiani, vil razza dannata……………. Mì’! Mangiauffo, sei sempre al lavoro? ‘Un ti stancà’, è, mi raccomando.

Carlo: Mì’, nonno, capiti proprio a bomba, me lo faresti un piacere?

Augusto: Fa’ piaceri a te è come ‘nvestì’ i soldi nel gioco del lotto. ‘Un sei mai sicuro se le ripigli. ……….sentiamo di che hai bisogno, su, spara.

Carlo: Mi ci staresti un pochino qui in portineria che fò un salto a comprà’ le cartucce per domattina. Se no va a finì’ che chiudono e io rimango senza. Tanto me le dovrebbero avé’ gia preparate.

Augusto: (ironico) Ma certo. Corre ‘l mi’ cittino, che queste so’ cose ‘mportanti. (si siede sul divano) E sa sarebbe ‘na disgrazia di niente tu rimanesse senza. Va, va, ‘un fa tardi.

Carlo: Grazie nonno. (fa per uscire) Ah, se dovesse venì’ qualcuno, fallo aspettà’ che poi ci penso io. (esce)

Augusto: Sie che tanto ‘un saprei registrà’ un cliente. Ma che mi vorresti ‘nsegnà’ a me? Mi potresti ‘nsegnà’ a mangià’ ‘l fòco e basta, pel resto me la cavo quasi in tutto. (entra una signorina molto schizzata. Ha con se un borsone ed una valigia)

Eva: C’è una camera libera in questo albergo? …………..Posso avere una risposta entro pochi minuti oppure devo aspettare molto?

Augusto: E’……… mi dica ‘n po’ ‘na cosa; ma ‘un è che tante le volte lei era diretta da ‘n’altra parte e ‘nvece pe’ sbaglio mentre correva s’è fermata prima, no?

Eva: Senta, io non ho tempo da perdere. Se lei ne ha, faccia pure, ma con qualcun’ altro.

Augusto: (alterato) Oooooooo, ma porca Eva…………

Eva: E lei come fa a sapere il mio nome? Qualcuno le ha annunciato il mio arrivo, vero? Ho capito, dev’essere stato quel fetentone del mio ex.

Augusto: A me ‘un m’ha detto niente nessuno, ‘un so chi è lei, ne da dove viene e manco che vòle.

Eva: E allora perché si è rivolto a me chiamandomi per nome?

Augusto: Io l’ho chiamata per nome?

Eva: Si, proprio lei e ciò fa presumere che fossi attesa.

Augusto: Ma io ho detto, porca Eva e basta, così, come potevo dì’, porco Giuda, porca miseria…..

Eva: Ma, avendo lei aggiunto, porca, al mio nome, qualcuno deve averglielo suggerito.

Augusto: (imbarazzato) Perché lei è…………

Eva: (sempre schizzatissima) Certo, sono proprio io…….. Eva…….. Eva Filetti.

Augusto: E questo ora l’ho capito. Ma quell’altra parolina………. voglio dì’…….quella che ho detto prima di Eva,  con lei c’entra qualcosa?

Eva: Ho capito, lei si riferisce a porca. E’ il mio ex fidanzato che mette in giro certe calunnie nei miei confronti.

Augusto: Allora lei ‘un è, quella che ha detto di èsse’?

Eva: Si riferisce a Eva?

Augusto: No, a porca.

Eva: Ma è chiaro che non lo sono. Perché, secondo lei dovrei necessariamente esserlo?

Augusto: E che ne so. Queste so’ scelte che uno fa da se. A ‘n certo punto della vita, uno si ferma un attimo, ci pensa un pò, e poi decide.

Eva: Che cosa dovrebbe decidere, che non ho ben capito?

Augusto: Se diventà’, porca o no.

Eva: Secondo il mio fidanzato non lo sono diventata.

Augusto: Allora ‘un po’ èsse’ lui che mette ‘n giro ‘ste chiacchiere, che m’infrocchia,

Eva: Ma certo che è lui, ne sono sicurissima.

Augusto: ‘Nsomma è lui o ‘un è lui, si decida perché se no mica ci rivamo ‘n fondo, è.

Eva: Pensi che negli ultimi tempi non perde occasione per dirmi: tu non sei diventata adesso, lo sei sempre stata.

Augusto: Ma via, su, si sarà sbagliato. In un momento di rabbia si dicono cose che ‘un si pensono nemmeno………..

Eva: Ma c’è dell’altro…… Lo sa che cosa mi ha detto l’ultima volta che ci siamo visti?

Augusto: E come fò a sapello, signorina bella,  ‘un ero mica lì con voi.

Eva: Allora stia attento che glielo ripeto. Mi ha detto: tu non sei una………. (Augusto la interrompe)

Augusto: Alt!………ferma. Potrei avé’ capito che gli ha detto. Provo a ‘ndovinà, lei permette, vero?

Eva: Avanti, sentiamo secondo lei che cosa potrebbe avermi detto?

Augusto: Il su’ fidanzato è di queste parti?

Eva: Si, è di un paese dei dintorni.

Augusto: Allora ‘un gli po’ avé’ detto porca, gli ha detto, maiala.

Eva: (arrabbiata) Ma come si permette di rivolgermi certi epiteti.

Augusto: Ma io ‘un la volevo mica offende, è. Cercavo d’aiutalla a ricordà’.

Eva: (rabbonita) Ha ragione, anzi, mi scusi ma sono un po’ nervosa……….. (di nuovo schizzata) Insomma, vuol saperlo o no che cosa mi ha detto?

Augusto: E me lo dica. Basta che però, doppo un la pigli con me, è.

Eva: Troiun………ha sentito bene ? Mi ha detto troiun.

Augusto: Ma quanti fidanzati ci ha lei?

Eva: Vuol sapere quanti ne ho avuti?

Augusto: No, no, a me ‘un m’interessa niente di quanti ce l’ha avuti. Volevo sapé’ quanti ce l’ha ‘n questo momento.

Eva: In questo momento uno soltanto……. anzi, no, nemmeno uno, perché ci siamo lasciati.

Augusto: No, gliel’ho  domandato perché m’era venuto un dubbio, questo che gli dice, troiun, ‘un pò èsse’ di ‘ste parti.

Eva: Ah, gia, mi scusi, me ne ero dimenticata. Lui, il mio ex voglio dire, è vissuto per molto tempo a Milano.

Augusto: Ah, ecco, ora ho capito. E così, quando gli vòle dà’ de la…….si ‘nsomma quando lui s’arrabbia l’offende in dialetto lumbard.

Eva: E lo sa che cosa c’è alla base di tutta questa storia? Che cosa ha scatenato le ire del mio ex?

Augusto: Signorina, io l’ascolto volentieri, ma ‘un me le faccia ‘ste domande. Se ‘un me lo dice lei, come fò a sapello.

Eva: Una banalità!………. le ripeto, una banalità. Pensi che si è arrabbiato perché un mio ex, dopo molto tempo che non ci vedevamo, mi ha invitato a passare qualche giorno con lui sulla costa Smeralda.

Augusto: Ma sentite lì, o. E che c’è di male se una va col su’ ex fidanzato a passà’ tre o quattro giorni al mare, niente.

Eva: Anch’io ero dello stesso avviso, ed invece Giulio si è arrabbiato come una iena. Sembrava pazzo dalle scene che ha fatto.

Augusto: E perché si sarebbe arrabbiato? Scommetto che lei insisteva perché venisse anche lui e ‘nvece lui‘un ci voleva venì’?

Eva: Non voleva venire? Ah, non voleva venire, lei dice?

Augusto: Ma ‘un lo so, l’ho detto così, ho tirato a ‘ndovinà’……………

Eva: Vorrà dire l’esatto contrario, forse. Le sue ultime parole sono state: Carla, o andiamo insieme o tu da sola non vai. E’ stato questo, capisce, che mi ha fatto andare su tutte le furie. Io non sopporto gli ultimatum.

Augusto: E ‘nvece lei ha chiappato ‘l su’ traicche e c’è andata da sola.

Eva: Che cosa avrei preso, scusi?

Augusto: Volevo dì’ che a la fine ha deciso di andacci da sola

Eva: Esattamente, proprio come ha detto lei. E sono stata molto contenta di aver fatto quella scelta. (svenevole) Aaaaaah, che giorni da favola ho passato.

Augusto: E quando lei è ritornata dal mondo delle favole, lui l’ha lasciata.

Eva: Mi ha lasciata? Ma gli va di scherzare? Sono stata io a lasciarlo, altroché. Se c’è una cosa che non sopporto è la gelosia morbosa.

Augusto: (ironico) Ha tutte le ragioni del mondo, signorina. Uno che non si fida della su’ fidanzata che va a passà’ qualche giorno, sola, con un suo ex, non merita la minima considerazione.

Eva: E sono proprio felice di aver rotto questa relazione. Non era più possibile stare insieme a lui. Ultimamente si arrabbiava per delle bazzecole.

Augusto: Eeeeee, quell’altre bazzecole che dice lei, erono press’a poco, del tipo di quelle che m’ha raccontato ora?

Eva: Ma che cosa dice! Anche di minore importanza. Pensi che l’anno scorso mi ha fatto una scenata davanti agli amici perché sono andata a sciare con un mio ex.

Augusto: E anche que’ la volta perché lui gli voleva venì’ dietro, scommetto.

Eva: Esatto! E pensi che non aveva nemmeno le ferie a disposizione. Ho cercato in tutti i modi di farglielo capire, ma non c’è stato nulla da fare.

Augusto: Parecchio tignoso ‘l ragazzo, e anche duro di comprendonio. Quando uno dice che ‘na cosa ‘n si po’ fa’, vòl dì’ che‘un è possibile falla, punto e basta.

Eva: Vedo che lei mi capisce…….. Ho provato a dirgli: ma caro, abbiamo una vita davanti a noi, sai quante volte potremo stare insieme………. E poi, stai tranquillo,  io amo te.

Augusto: Ma lui duro come un sasso de la Verna. Tignoso che ‘nvece gli voleva venì’ dietro, scommetto.

Eva: Mi dispiace doverlo dire, ma non si è comportato per niente bene. Se l’è proprio cercata la rottura della nostra relazione.

Augusto: E’ certo che que’ le  maldicenze su di lei ‘un ci doveva andà’ a dille ‘n giro.

Eva: Lei che cosa avrebbe fatto al mio posto. Lo dica pure senza remore. Avanti, lo dica.

Augusto: Che avrei fatto al posto suo ‘un lo so, perché io so’ un òmo. Che avrei fatto al posto del su’ fidanzato, ‘nvece, se vòle, glielo posso anche dì’.

Eva: E me lo dica allora, avanti, che cosa aspetta?

Augusto: Prima, però, mi prometta che ‘un s’offende, perché io ‘un ho voglia di leticà’ con nessuno.

Eva: E perché dovrei offendermi………… le prometto che ciò che dirà lo accetterò come  se fosse un consiglio di mio padre.

Augusto: (si alza in piedi) Dunque, per prima cosa, appena ritornava da la  vacanza, da la maiala ce la rimpagliavo. E poi da le zampate la scrocciolavo tutta finché me ne rimaneva un pezzettino ‘n mano……………. E’ contenta ora che l’ha saputo? (si rimette seduto)

Eva: (delusa) Non molto direi. Avrei preferito una sentenza in mio favore, ma…….pazienza.

Augusto: Mi dispiace signorina, ma lei ha ‘ncontrato la persona sbagliata per raccontagli ‘ste cose. Magari se aveva trovato uno di mentalità più aperta gli sarebbe andata parecchio meglio. Noi vecchi, ‘nvece, siamo fatti così, che ci vòle fa. (la signorina cerca qualcosa nella borsetta)

Eva: Non avrebbe mica una sigaretta da offrirmi? Le ho finite senza accorgermene.

Augusto: (mentre glieli mostra) Le sigarette ‘un cel’ho, però gli posso dà’ ‘n sighero, oppure gli presto la pippa, se preferisce.

Eva: No, grazie, non si disturbi, è roba troppo forte per me.

Augusto: O lei, lo sa come disse que’ la vecchina? Io te la do come ce l’ho.

Eva: Non sa  mica se c’è un tabacchino nelle vicinanze?

Augusto: C’è si. Appena esce di qui svolta subito a destra, fa cento metri e vede l’insegna. Vedrà che ‘un si sbaglia.

Eva: (mentre esce) Faccio una corsa e torno subito. Il bagaglio posso lasciarlo qui, vero? Non le da fastidio?

Augusto: Ma si figuri. Se l’avessi dovuto tené’ ne le spalle gli avrei detto di no, ma li per terra che noia mi da. Vada …. vada tranquilla.

Fine del primo atto

Rientra Tiberio che è stato ad accompagnare i clienti in camera. Ha sempre con se i due secchi. Augusto siede sul divano.

Tiberio: Ovvia, anche questa è fatta, disse quello che ammazzò la moglie. L’ho sistemati.

Augusto: E chi so’ questi che avresti sistemato?

Tiberio: O che ne so chi so’. Ho visto che so’ un òmo e ‘na donna. Dice che so’ venuti per vedé’ i fantasmi.

Augusto: (molto tranquillo) Qui da noi? E quando sarebbero arrivati ‘ste fantasmi che ancora ‘un l’ho visti?

Tiberio: Ah, ‘un lo dite a me perché io ‘un so niente A me me l’ha detto Carlo, che a lui gliel’ha detto Leone e a Leone glielo dovrebbe avé’ detto la Giacoma.

Augusto: Doppo quando vedo qualcuno di casa mia, glielo domanderò. Tanto se ci so’ davero,  dev’essero arrivati da poco e qualche giorno ci staranno, speriamo.

Tiberio: Ma ‘un sete preoccupato? Mi sembra che la pigliate così, pe’ scherzo………..

Augusto: E come la dovrei piglià’, secondo te. Mi dovrei buttà’ per terra, strappammi tutt’i capelli, che dovrei fa’, sentiamo…………..

Tiberio: Ve lo dico io che dovete fa’, fate come vi pare, tanto ci fate lo stesso. (Arriva un portalettere)

Gino: (fuori scena) Posta……. posta….. o voi di casa, c’è nessuno? (entra).

Augusto: Ma perché prima ‘un entri e poi guardi se c’è nessuno ‘nvece di domandallo da fòri?

Gino: (porta il cappello con la benda rivolta indietro) E’ arrivato Gino ‘l postino che vi porta un telegrammino. (lo porge a Tiberio)

Augusto: Dammelo a me pezzo di cretino………… Ha’ visto che co’ le rime ti frego, è. (Augusto apre il telegramma)

Tiberio: (con la mano alzata come se brindasse) E visto che ‘l sor Augusto, in quanto a rime, Gino lo frega, facciamo un evviva a tutta la congrega.

Gino: (fa finta di brindare) E questa è la congrega più simpatica che ci sia, facciamo un evviva a la sposa a lo sposo e a tutta la compagnia.

Augusto: E se ora un la fate finita co’ ‘sta litania vi mando tutt’e due ‘n quel posto senza passà’ dal via…………. ma la fate finita. Ma ‘n do’ credete d’èsse’, a le nozze?

Gino: Scusate tanto sor Augusto, ma io spesso mi lascio piglià’ la mano. Voi lo sapete che io so’ un mezzo poeta.

Tiberio: Mezzo poeta e mezzo postino, fa ‘n coglione ‘ntero.

Gino: Cosi mica fa rima, però.

Tiberio: Rima ‘un la farà, ma è la pura verità. Ti va bene così?

Augusto: Allora! Accident’a tutt’e due, la fate finita o no.

Gino: Che ci so’ brutte notizie, sor Augusto?

Augusto: Penserei di no. Ma un ho capito che vòle dì’ quello che c’è scritto.

Gino: Leggete sor Augusto, vediamo se ci capisco qualcosa io.

Tiberio: Ma che ci vò capì’ te, che ‘un ti riesce manco a legge l’indirizzi de la posta che devi portà’.

Gino: Coteste so’ tutte maldicenze che ‘nventa la gente, perché per fa’ prima la posta la lascio tutta a quello che ‘sta ‘n cima a la strada.

Tiberio: Si, ma gli lasci anche quella di quelli che stanno ‘n campagna.

Gino: Leggete…………leggete sor Augusto, ‘un date retta.

Augusto: (legge) Arriverò questa mattina tramite Sestilio– stop – dite mia moglie di attendere - stop – un amico – stop – saluti – stop -. (a Gino) Allora? Che ci hai capito?

Gino: O che vi devo dì’, sor Augusto. Io ‘un ci ho capito niente.

Tiberio: Perché io che avevo detto! Manco fossi stato ‘ndovino.

Gino: E quando l’ora diventa tarda e ancora lungo è il camino reggetevi forte perché vi lascia soli, ‘l vostro Gino…….. (esce) bòna………

Tiberio: Oggi c’è ‘l sole e ‘l tempo mi sembra bello, che eri ‘n coglione ti s’era visto da come porti ‘l cappello………..bòna……….

Augusto: Ma questo lo pagono per andà’ al giro a fa’ ‘ste versi?

Tiberio: Penso che qualcosa gli daranno, ‘un fosse altro pe’ la strada che fa.

Augusto: Pòre poste italiane, in che mani che siete. (arriva Parisina)

Parisina: (da fuori scena) Leone………. Leone…….

Augusto: Nasconditi, Tiberio e fa come fò io, svelto (imitano il ruggito del leone) ……… Roarrrrrr………. Roarrrrrrrr…………. Roarrrrrr……… (entra Parisina)

Parisina: (impaurita) Oddio, e chi è che fa così?

Tiberio e Augusto: Siamo noi leoni………. (escono fuori)

Parisina: Ma certo che siete strulli, però, è. M’avete fatto piglià’ ‘na mezza paralisi.

Tiberio: O ‘un cercavi un Leone?

Parisina: Ditimi ‘n dov’è che ci ho da parlacci.

Augusto: E chi lo sa che terra lo regge.

Tiberio: Dillo a noi quello che gli devi dì’, che appena arriva gli si ridice.

Augusto: (facendo segno di stringere) Breve e circoncisa, però, è, mi raccomando.

Parisina: So’ du’ parole sole, state tranquilli.

Tiberio: Ma te lo sai che gli fecero a Tranquillo?

Parisina: No, che gli fecero? ‘Un ho mai saputo niente.

Augusto: Tiberio zittiti, attacca Parisina, dai, se no famo notte.

Parisina: Allora gli dite a Leone, che io mi so’ ‘nteressata di quella donna, ma la Gettulia ‘un la conosce e allora l’ho domandato all’Armida, che sarebbe la cugina di quello che faceva ‘l guardiano al cimitero e lì, ‘n quel posto, ce lo misero perché era invalido di guerra quando andò ‘n pensione ‘l poro Egisto. (Tiberio e Augusto si accasciano nel divano facendo finta di svenire) La su’ sorella, che sarebbe poi la zia di quello che gli dicono Tamburino e che lavora ‘n comune, la conosceva una certa Secchetti e allora siamo andate a parlacci. (si contorcono come colti da spasmi) Quando siamo arrivati ‘un c’èra ‘n casa e allora s’è sonato a la Maria del Tacco, la sorella di Osvaldo che lavorava co’ la forestale e che ora è andato a stà’ co’ la su’ figliola che ha sposato quello alto, che ‘l su’ fratello ci aveva una bottega di scarpaio (fanno finta di cadere dal divano e si sdraiano in terra come morti) (li scuote) ………… O…. o…….. ma m’ascoltate o no.

Tiberio: (si alzano improvvisamente) No, ‘un ti s’ascolta perché ‘un gli se la pòle fa a statti dietro. (la spingono fuori) Vattene, va via, ritorna quando c’è lui, via, fòri. (Parisina esce)

Tiberio: Ascoltà’ lei è fatica, altro che zappà’ ‘na presa di granturco ‘n Chiane…………… O via, io ora vò a dà ‘n po’ d’erba a’ coniglioli e ‘na manciata di grano a piccioni. A doppo, sor Augusto. (mentre Tiberio sta per uscire entra, piangente, Giulio, ex fidanzato di Eva)

Giulio: Per favore, ditemi se è qui da voi il mio piccioncino. Non fatemi stare in pena. Vi prego.

Augusto: E’ Tiberio, qui gli pòi risponde’ te che te ne ‘ntendi di piccioni.

Tiberio: E che ne so io de’ su’ piccioni. Io ‘un so manco ‘n do’ vanno i mia.

Giulio: Rispondetemi per favore. L’avete visto il mio piccioncino

Tiberio: A èsse’ sinceri, stamani c’era ‘na picciona che girellava da ‘ste parti e secondo me ‘un era de la zona, perché ‘un l’avevo mai vista

Giulio: (va verso Tiberio supplichevole) Potrebbe essere lei. Dove è adesso? Ditemi dove posso trovarla?

Tiberio: Ora ‘un c’è di sicuro, se s’è abbrancata  a quest’ora è’ ‘n giro pe’ la campagna con quell’altri.

Giulio: (a Tiberio) Mi aiuti a rintracciarla, la prego. Non voglio perderla. Lei è la mia vita.

Augusto: Stia calmo, su, ritornerà, non si preoccupi.

Giulio: No, lo sento, lei non ritornerà più da me. Questa volta se ne è andata senza nemmeno salutarmi.

Augusto: E’ Tiberio, ma a te ti salutono i tu’ piccioni la mattina quando escono da’ nidi?

Tiberio: A me no. ‘Un mi fanno manco pio.

Augusto: Si vede che lui ‘nvece gli ha ‘nsegnato a salutà’.

Tiberio: (ad Augusto) Io gli voglio bene a’ nostri piccioni, voi lo sapete, ma mica m’avete mai visto fa’ ‘ste scene pe’ uno che pe’ ‘na sera ‘un rientra.

Augusto: (a Giulio) Ora so’ ne la stagione dell’amori. Po’ darsi che ha trovato un maschio che gli piace per accoppiassi.

Giulio: E’ questa la mia più grande preoccupazione. Se trova un altro compagno io sarò dimenticato. (disperato) Oh no, non ci posso pensare.

Tiberio: (ad Augusto) Ma questo a voi ‘n vi sembra ‘n po’ scemo?

Augusto: Qualche ‘ngranaggio fòri posto nel capo ce l’ha senz’altro. Però, che ti devo dì’, si vede che gli voleva bene davero.

Giulio: (vaga per la stanza piangendo) Piccioncino mio, dove sei, vieni dal tuo Giulio, ti prego.

Augusto: Però fa pena, poraccio. E  pensà’ quanta gente c’è che fa strazi a l’animali.

Giulio: Non mi rimane che uccidermi. Non ce la farò mai a vivere senza di lei.

Augusto: Ma via, su, ora possibile che uno si deve ammazzà’ per un piccioncino.

Giulio: Si, mi ucciderò, perché io vivevo soltanto per lei.

Augusto: Perché ‘un prova a comprà’ ‘na coppia di canarini. Sapesse come cantono………..

Giulio: No, io voglio soltanto il mio piccioncino………….

Tiberio: (ad Augusto) Ascoltate, io ‘un gliela fò più a sentì’ piange così. Ci ho ‘l cuore troppo tenero. Ora vò ne la voliera, chiappo ‘na coppia di quelli che ‘un covono più e gliela regalo.

Augusto: Fa’ ‘n salto a vedé’ se fosse tornata la sua, fammi ‘n piacere, così gliela ridamo e la famo finita.   Fa’ ‘st’opera di bene, via.

Tiberio: Ma di che guardo se ‘un so manco di che colore è.

Augusto: Scusate, giovanotto, di che colore era la vostra picciona, che ‘sto ragazzo ora va a guardà’ se tante volte fosse ricapitata per qui.

Giulio: In questo momento non posso saperlo, è una settimana che non la vedo.

Tiberio: (ad Augusto) Ma di che razza è ‘sta picciona che nel giro d’una settimana potrebbe avè’ cambiato ‘l colore de le penne?

Augusto: Vi rendete conto che senza sapé’ di che colore è ‘un è possibile trovalla, vero?

Giulio: L’unica indicazione abbastanza certa che vi posso dare, è che l’ultima volta che l’ho vista era bionda.

Tiberio: Bionda? (ad Augusto) O voi, fate come vi pare, ma io i piccioni biondi ‘un l’ho mai visti. Cecatemi se dico bugie.

Augusto: Siete proprio sicuro che il vostro piccioncino era biondo?

Giulio: Ne sono sicurissimo. Ha cambiato più volte colore, ma una settimana fa era bionda.

Tiberio: (a Marco) ‘Scoltatimi bene, s’ha fa ‘n patto io e voi……………. ora vi  vò a vedé’ se ve la ritrovo, però, se tante volte mi riuscisse a riportavvela, appena cova, mi regalate subito ‘na razzina, è.

Giulio: (a Tiberio) Io non so di che cosa parliate, ma sono disposto a darvi tutto, tutto quello che possiedo, pur di riavere il mio piccioncino.

Tiberio: No, no, io ‘n voglio niente, a me mi basta che mi lasciate ‘na razzina. Perché so’ sicuro che qui ne la zona ‘un ce l’ha nessuno i piccioni che cambiono colore.

Augusto: Va’ Tiberio, va, fammi ‘l piacere. Guarda se ti riesce di trovalla, così ci levamo ‘sta piattula di torno.

Tiberio: (tra se e se mentre esce) Io, boh! I piccioni che cambiono colore e diventono anche biondi?  Ma ‘un è che tante volte questo ci vòle piglià’ pel culo, no. (rientra Carlo con un pacchetto in mano)

Carlo: Ha’ visto nonno ch’ ho fatto a la svelta. …….M’ha cercato nessuno?

Augusto: C’è stato Gino che ha portato un telegramma. L’ho messo lì sopra. (Carlo legge)

Carlo: E chi sarebbe questo che arriva?

Augusto: E che ne so io.

Carlo: Se arriva in mattinata si farà vedé’. ‘Un te la piglià’. (vede Giulio) Buongiorno, anche lei è qui per i fantasmi?

Augusto: No, lui è qui pe’ piccioni.

Carlo: Ma perché, te e Tiberio vi sete messi a fa’ i pollivendoli?

Augusto: Fa’ meno lo strullo. E’ qui pe’ piccioni perché l’ha perso uno e voleva sapé’ se s’era visto.

Carlo: Allora avete messo su l’ufficio piccioni smarriti.

Augusto: Carlo, fanne meno, è, eppure lo sai che io so’ scarso a’ complimenti, è.

Giulio: Suo nonno, purtroppo, ha detto la verità, ho perso il mio piccioncino, Però non capisco che cosa c’entrino i fantasmi.

Carlo: Ma perché dicono che ‘n questo albergo ci so’ spiriti.

Giulio: (impaurito con voce tremolante) Ed invece, naturalmente, non è vero?

Carlo: Ah, ‘un è vero? Prima n’è passato uno che avrebbe fatto paura anche a la morte secca ‘n persona.

Giulio: (con voce tremula) Oddio, io ho una paura pazza di queste cose, è. (si abbassano le luci e si sente il fragore di un tuono) Aiuto ……. arrivano………. eccoli (comincia a vacillare e piange) voglio la mamma, chiamatemi la mamma (sviene sul divano)

Carlo: (Carlo si china su di lui  facendogli vento) Signore si svegli, su si riprenda …………. nonno, dai, datti da fa’……….. fa’ qualcosa.

Augusto: (Augusto  fa vento col cappello) Ma più che fagli vento che gli devo fa’, la respirazione bocca a bocca? ……………… ma manco per idea.

Carlo: Nonno, questo qui mica ci ripiglia. Che si fa?

Augusto: O che ne so io che si po’ fa’, mica so ‘n dottore.

Carlo: Allora chiamamolo uno. Ci avesse a morì’ qui. (accenna a riprendersi)

Giulio: Dove sono? ………….Che mi è successo? …………Perché sono qui? (entra Eva e va a vedere che cosa è accaduto. Non riconosce subito Giulio perché è disteso sul fianco)

Eva: Che cosa è accaduto a questo uomo? Si è sentito male?

Augusto: E’èèèèèèèè, so’ ragazzi, s’impauriscono per niente. Ma ora sta gia meglio, sembra che ripigli.

Giulio: (ha un sussulto) Sbaglio o la voce che ho sentito è quella del mio piccioncino? Me l’avete ritrovato?

Augusto: S’è ripreso ma ancora col capo ‘un ci sta tanto. (Giulio si gira e Eva lo riconosce)

Eva: Giulio! Che cosa ci fai qui? Ti avevo detto di non cercarmi mai più. Mi era sembrato di essere stata chiara, no?

Giulio: (urlando contento) E’ ritornato al nido, ho ritrovato il mio piccioncino. (entra Tiberio con un piccione dentro una  gabbia)

Tiberio: (mentre mostra la gabbia) Ve l’ho ritrovato, si, Ma lo so io e basta quanto ho tribolato per chiappallo. Per ricompensa mi dovreste pagà’ ‘na cena al Grand’Hotel.

Augusto: A cotesto gli pòi dà’ la via, Tiberio, perché ‘un è ‘l piccione che cercava lui.

Tiberio: O voi, eppure questa è que’ la picciona che girellava per qui stamani, so’ sicuro.

Augusto: Sie, ho capito, (indicando Eva)  ma la picciona che cercava lui è tornata da se.

Tiberio: (si avvicina a Giulio) Ma che ti venisse un colpo. ‘Un lo potevi dì’ subito che ‘l tu’ piccioncino era ‘na donna ‘nvece di fammi tribbolà tanto? (facendo il gesto) Io, quasi, quasi, ti darei du’ papponi. (Giulio si alza dal divano)

Giulio: (si mette in ginocchio di fronte a Eva) Piccioncino mio, non lo fare mai più di scappare, ti prego.

Eva: (con un gesto di diniego si scansa e lui la segue in ginocchio) Ma neanche per sogno. Con me hai finito di fare tutte quelle scenate di gelosia.

Giulio: Perdonami, ti prego, sii buona, piccioncino mio.

Eva: La vuoi finire una buona volta di chiamarmi, piccioncino. Dimmi come posso fare a fartelo capire.

Augusto: (si avvicina a Eva e le parla quasi in confidenza) O signorina, scusi tanto se mi intrometto, è, lei ha ragione, perché lui, a quello che m’ha raccontato,  è davero troppo geloso……………… (Tiberio giocherella con il volatile)

Eva: Morbosamente geloso. Impossibile da sopportare.

Augusto: Ma anche lei, però, a quanto m’è sembrato di capì’ è ‘n pochinino troppo (parlandogli in un orecchio) maiala. (spingendola verso Giulio) Quindi, abbracciatevi e fate la pace, su.

Eva: (Eva fa alcuni passi e Giulio la segue ancora) Ho detto, no. E la prego di non insistere. In troppe occasioni si è dimostrato asfissiante.

Augusto: E io ‘nvece ‘nsisto perché in tutti quei casi che lui si è dimostrato geloso, lei gli ha sempre dato prova di èsse’ …………… come gli ho detto prima nell’orecchio, ‘sicchè, uno a uno e palla al centro che si ricomincia, (la spinge ancora verso Giulio) forza, su.

Eva: Mai e poi mai ritornerò insieme a questa specie di Otello.

Giulio: (trotterellandole intorno in ginocchio) Piccioncino mio, ti prego, ritorna da me.

Eva: (lo colpisce con la borsetta) Smettila di chiamarmi piccioncino.

Giulio: Si piccioncino, scusami, non ti ci chiamerò più.

Eva: (lo colpisce ancora con la borsetta) Ho detto che non voglio che mi chiami più piccioncino.

Tiberio: (va da Giulio) O voi, io smetterei di chiamalla piccioncino. A me  mi sa che se no, avanti l’ultimo vi crivella da le botte.

Giulio: Lei dice?

Tiberio: Però se ‘un ci credete potete fa’ ‘na cosa, ‘nsistete a chiamaccela, e guardate come va a finì’.

Augusto: Ovvia signorina, su, lo faccia per me, gli dia un’altra occasione………………mi fa ‘na pena ‘sto ragazzo che lei ‘un s’immagina quanto ……………..

Eva: Ma neanche per tutto l’oro del mondo ritornerei con lui.

Tiberio: Ovvia, signorina, lo faccia contento, su. Che poi se ci pensa bene gli conviene anche;  ma ‘n dove lo ritrova uno tonto così. Manco se gira tutto ‘l mondo.

Eva: E sia, mi avete convinta (rivolta a Giulio). Però ricordati bene Giulio, questa è veramente l’ultima occasione che hai da parte mia.

Giulio: Si…… si,  piccioncino mio. Ti prometto che da qui in avanti potrai fare tutto quello che vorrai.

Eva: (lo colpisce con la borsetta) Ho detto che non devi più chiamarmi piccioncino.

Giulio: Non ti ci chiamerò più, te lo giuro piccioncino. (altra borsettata)

Tiberio: E’ sor Augusto, io allora vò a dà’ la via a ‘sta picciona, porina, che ho visto che s’acchioccia tanto. A me mi sa che ci và. E’ da ‘gnoranti tenella ‘n gabbia. (Tiberio esce)

Augusto: (va al bancone) Si, si, porina, va’, lascela libera. Tanto se ‘un mi sbaglio tra poco ci vanno anche questi.

Giulio: Una cosa però devi promettermela anche tu.

Eva: Non ricominciare Giulio, questa volta sono io a dettare condizioni……….. comunque ……… parla pure, voglio proprio sentire quale promessa dovrei farti.

Giulio: Se i tuoi ex dovessero invitarti ancora, tu non accetterai più.

Eva: Ecco, lo vedi come sei Giulio, ritorniamo al punto di partenza. La tua cieca gelosia non ti permette di avere fiducia in me. E lo sai perché? Perché tu vedi sempre fantasmi dappertutto. (s’intravedono sul fondo della scena Palmira e Giacoma travestite da fantasmi. Eva e Augusto non possono vederli perché sono di spalle)

Giulio: (atterrito) Si…. si, hai ragione tu………io li vedo………… ma li vedo perché ci sono davvero. (indicandoli) Guarda anche tu, piccioncino.

Eva: (mentre gli da un colpo con la borsetta) Mi sembrava di averti avvertito che non dovevi più chiamarmi in quel modo.

Palmira e Giacoma indossano il classico lenzuolo con due buchi davanti agli occhi. Trascinano  rumorose catene lasciate cadere per terra non appena entrano nella scena.

Giulio: Aiuto………. mettetevi in salvo ci sono i fantasmi……. (Eva si accorge delle presenze. Giulio comincia a girare per la stanza. Augusto si nasconde dietro il bancone)

Eva: (prende il suo bagaglio e lo segue) Giulio, non scappare. Proteggimi. Non fare il codardo (Eva e Giulio escono).

Giacoma: (con voce cavernosa) Siamo ritornate dall’aldilà…………… (Augusto esce fuori).

Augusto: E ‘nvece era meglio se ‘un venivi per niente di qua.

Palmira: Siamo ritornate per portarvi con noi………………..

Augusto: Palmira, Giacoma, fatela finita. Accident’a tutt’e due. Avete fatto scappà’ du’ clienti. Ma che versi sarebbero questi? Che v’ha dato di volta ‘l cervello?

Palmira: Nonno, m’ha come ha’ fatto a riconoscici?

Giacoma: Avete tirato a ‘ndovinà’, scommetto.

Augusto: Capirai che io ‘un le riconosco le vostre voci. Mi rombono nell’orecchi tutto ‘l giorno. (entra un’anziana signora accompagnata da una specie di maggiordomo che porta due valige. Il maggiordomo, di nome Euriaco, segue sempre la signora passo, passo. Sembra quasi che sia la sua ombra )

Marchesa: (gridando non si sa bene se dalla paura o dalla gioia) Aaaaaaaaah………. Aaaaaaah ……………… meraviglioso………. stupefacente……… Aaaaaaaah……… Aaaaaaaah…………. (Augusto, Palmira, Giacoma e il maggiordomo, impauriti,  vagano per la stanza)

Augusto, Palmira, Giacoma, Euriaco: (mentre la contessa continua a gridare)  Aiuto, che succede. Oddio, Madonnina, Gesù, salvatici. Scappate………………. (escono tutti di scena)

Marchesa: Perfetto! L’informazione era giusta. Ci sono davvero i fantasmi in questo albergo. (guardandosi intorno) Ma dove si è cacciato il portiere? Eppure un minuto fa era qui……. ma………..anche Euriaco è sparito. Dove si sarà nascosto? …………. Euriaco………Euriaco……… dove sei? (rientra Euriaco tutto scarmigliato e scomposto negli abiti come se avesse lottato con una belva)

Euriaco: Eccomi, sòra contessa……….. un'altra tretta uguale a questa e ci resto secco ……… ‘na paura così ‘un l’ebbi manco quando la mi’ Isolina mi disse che era ‘ncinta e che la dovevo sposà’.

Marchesa: (imperiosa) Euriaco! Io ti ho assunto e ti pago per essere sempre al mio fianco nel caso in cui avessi bisogno, non per scappare come un codardo al primo, banale evento.

Euriaco: Vorrei vedè’ lei che avrebbe fatto, sòra marchesa,  ‘n mezzo a tutti que’ berci senza sapé’ da che parte venivano e che stava per succede’.

Marchesa: Erano dei comunissimi fantasmi come ce ne sono tanti in giro.

Euriaco: Con tutto il rispetto, sòra contessa, ma io da quando so’ nato, n’avessi mai ‘nciampicato uno. (con la mano destra alzata) Giuro!

Marchesa: Per questa volta sei perdonato, ma esigo che non si ripeta più……. O insomma, non si presenta nessuno alla reception? Ehi, di casa, iùuu………c’è nessuno? …………….c’è nessuno?………… (fuori scena si sente una voce che fa eco)

Sestilio: C’è nessuno?……………… c’è nessuno?………..

Marchesa: Sbaglio o mi è sembrato di sentire l’eco della mia voce? (si guarda intorno) Che posto suggestivo…………. voglio provare ancora ……………. potrei parlare con qualcuno?……….

Sestilio: O Leone, che ti venisse un colpo di fortuna, ci sei?

Marchesa: Ma certo, è un fantasma che fa eco alla mia voce …………… (parla rivolgendosi in più direzioni) chi sei?………….da dove vieni? ……….Perché sei qui?

Euriaco: Sòra marchesa, secondo me ‘un è un fantasma che fa l’eco. Ho sentito che gli risponde ‘na voce di òmo.

Sestilio: (con voce di chi sta facendo un grosso sforzo) Ora se gliela fò a portà’ dentro ‘sto coso che pesa quanto ‘n òmo morto, vi rispondo a tutto.

Marchesa: Potresti avere ragione tu. Forse mi sono sbagliata. L’eco non può rispondere alle domande. (entra a fatica, Sestilio. Ha con se un enorme quadro)

Sestilio: Buongiorno. (si guarda intorno) A me mi sa che Leone ‘un c’è.   (alla donna) Scusate, mica tante le volte avete visto Leone?

Marchesa: (mano all’orecchio perché è un po’ sorda) Volete sapere se ho visto un leone? (sorpresa) Avete smarrito un leone? Euriaco, tu hai visto un leone?

Euriaco: A me m’è sembrato di no. Però ultimamente m’è calata un po’ la vista e mi potrebbe èsse’ sfuggito. (a Sestilio) Perché l’ha’ perso te?

Sestilio: (si rivolge a lei a voce alta per tutta la conversazione) No, io ‘un ho perso niente. Ho domandato solo se avete visto Leone. (appoggia il quadro ad una parete)

Marchesa: E non urlate per favore, che ho sentito benissimo. No, non ho visto nessun leone.

Sestilio: O ‘n dove si sarà’ ficcato, è, ‘sto girandula…….. fosse mai al su’ posto.

Marchesa: Scusate se sono indiscreta, ma……… lo lasciate libero di girare per l’albergo?

Sestilio: E che deve chiede ‘l permesso a me? Per me po’ andà’ ‘n dove gli pare.

Marchesa: E la gente si sente tranquilla …………. con lui in giro, voglio dire.

Sestilio: Io penso di si. Ormai so’ cinquant’anni che gira per qui, e, che io sappia ‘un ha dato mai noia a nessuno.

Marchesa: Cinquant’anni, non sapevo che avessero una vita così lunga. Ho sempre pensato che al massimo vivessero quindici, vent’anni.

Sestilio: Ma che dite? La su’ famiglia è d’una razza che campono parecchio‘. L su’ babbo, se ‘un mi sbaglio dovrebbe avé’ un’ottantina d’anni, la su’ nonna morì a novantasei e ‘l su nonno tirò i cianchetti che n’aveva quasi cento.

Marchesa: A me a scuola hanno insegnato che gli animali più longevi sono gli elefanti e non i leoni.

Euriaco: E perché le tartarughe ‘n do’ le mettete?

Marchesa: Hai portato dietro anche le tartarughe? Euriaco, ti avevo detto di non portarle con noi, ma di sistemarle nel recinto in giardino.

Euriaco: Stia tranquilla sòra marchesa, le tartarughe so’ lì dove m’ha detto di mettele. Ora, ‘nvece, volevo dì’che anche le tartarughe campono parecchio.

Marchesa: E che cosa c’entrano con i leoni?

Euriaco: Niente. Anche perché dure ‘n quel modo manco gliela fanno a rodele.

Marchesa: Appunto! Quindi stai zitto e non interferire in quello che dico.

Sestilio: Di ‘ste cose ‘un so che divvi. Io ‘un lo so chi campa più e chi more prima. ‘Un me ne ‘ntendo per niente di animali.

Marchesa: Allora, da quanto sono riuscita a capire, quello che state cercando non è il vostro?

Sestilio: Scusatimi tanto, è, famo a capissi, ma voi di che chiacchierate.

Marchesa: Mi riferisco al leone ……….quello che state cercando, voglio dire…….. non appartiene a voi?

Sestilio: Ma ‘nsomma, Maremma schifosa, chi l’avrebbe perso ‘sto leone che ancora ‘un m’è riuscito a capillo?

Marchesa: Voi!……….. siete o non siete entrato cercando un leone?

Sestilio: Io ho perso un leone? Ma io ‘un ho perso punti leoni………….’un ci ho manco ‘l cane, ‘un ci ho.

Euriaco: Te lo voglio regalà’ io un canino. Ci ho la mi’ Lilla che tra poco le dovrebbe fa’. Appena partorisce uno è tuo.

Marchesa: Taci, Euriaco………….Se non è vero che avete perso un leone, è vero allora che avete voglia di scherzare e volete prendervi gioco di me.

Sestilio: (ridendo) Aaaaah, ma senti, ora ho capito……. voi avete sentito che cercavo Leone e avete pensato che cercavo un leone vero, uno di quelli che ogni tanto mangiono anche i cristiani.

Marchesa: Allora vedete che ho ragione io. Non c’è da stare per niente tranquilli con lui in giro. Mangia, mangia…….Oh se mangia, l’avete detto voi adesso.

Sestilio: Statimi a ‘scoltà’ bene, così ci capimo subito e guardamo di ‘un falla tanto brodosa: il leone che cerco io è ‘l padrone dell’albergo, che si chiama di nome Leone e lui ‘un mangia nessuno. Basta che ‘un gli mettete davanti i pici, è, perché se vede quelli, allora, vi mangia anche ‘l vassoio.

Marchesa: (ridendo) Ma che stupida che sono stata. Vogliate scusarmi, ma il mio udito a volte m’inganna………… Euriaco, come al solito, quando ho bisogno della tua presenza non ci sei mai.

Euriaco: O ‘un ero qui……… ma come farò a sapé’ quando lei capisce bene oppure sente ciufoli al posto de le campane.

Sestilio: ‘Un vi preoccupate signora, che ‘un è successo niente. L’importante è che ci siamo capiti, se no sa quanto si seguitava.

Marchesa: Voi mi siete molto simpatico e voglio presentarmi: marchesa Maria Antonietta Quercioli Dall’Olmo.

Sestilio: Budelli, che nome lungo. Quando dovete fa’ la vostra firma vi tocca di pigliàcci le ferie.

Marchesa: (tendendo la mano perché faccia il baciamano) Voi dovete ritenervi molto fortunato. La marchesa Maria Antonietta Quercioli Dall’Olmo si concede molto raramente.

Sestilio: (al pubblico) Tanto chi ci rampicherebbe addosso a lei: so sicuro che se si mettesse ferma nel bosco manco la lellera ci monterebbe.

Marchesa: (spazientita) Allora……..avete deciso di non baciarmi la mano?

Sestilio: (prende la mano e la guarda) O che ci avete fatto la bua, che ci volete un bacino? Qua, (la sbaciucchia più volte) ma vi ce lo do si un bacino, anche due………… passata la bua?

Marchesa: (ritira la mano indispettita) Si vede lontano un miglio che voi non siete avvezzo alle galanterie dell’alta società.

Sestilio: Scusatemi tanto ma io ‘un so manco che so’ quelle che avete detto ora voi.

Euriaco: (si avvicina a Sestilio e gli parla con tono di rimprovero) Questo ‘un lo dovevi fa’………. mi dispiace per te, ma ‘un lo dovevi proprio fa’…….. te mica ha’ idea di quanti vorrebbero èsse’ stati al tu’ posto.

Sestilio: Ma per fa’ che, per bacià’ la mano a lei?

Euriaco: (in confidenza) No, pe’ staccagliela di netto con un morso.

Marchesa: Euriaco, stai al tuo posto e non t’impicciare dei fatti miei, riesco benissimo a difendermi da sola.

Euriaco: Scusate sòra contessa, ma se ‘un gli si ‘nsegna un po’ d’educazione a ‘ste giovanotti, poi da grandi si vanno a trovà’ male.

Marchesa: Ben detto Euriaco,  ma lascia pure lo zoticone al suo destino e passiamo oltre. (a Sestilio) Ditemi……che cos’è quella roba che stavate trasportando?

Sestilio: (manata sulla fronte) Mi’! a proposito. (va accanto al quadro) Lo volete fa’ ‘n affare? Se vi piace ve lo do pe’ ‘n prezzo bòno. Ero venuto a sentì’ se lo voleva Leone. Ma se piace a voi, per me è uguale. (entra Parisina)

Parisina: (si guarda intorno) Leone ‘un c’è ……… mi’ Sestilio, mica ha’ visto Leone?

Sestilio: (a Euriaco e alla marchesa) Calmi, è…. perché anche lei cerca ‘l Leone che cercavo prima io………. no, qui ‘un c’è, Parisina. Lo cercavo anch’io.

Parisina: Allora fammi ‘n piacere, appena lo vedi digli che ci so’ stata a parlà’ con que la Sacchetti che conosceva la sorella dell’Armida e questa sarebbe la cognata di Italo ‘l macellaio, quello che sposò la Maria che era la figliola dell’Argentina e che gli morì’ dopo poco e poi si risposò co’ la figliola di quelli che ci avevano una trattoria a Firenze e che la comprarono per du’ soldi da quelli che ce l’avevono prima perché erono mezzi falliti. La su’ sorella più grande, però, dicono che se la ‘ntende con quel professore che è venuto a fa’ scuola qui l’anno scorso e dicono anche che fa bene perché la su’ moglie è tanto brutta e che la signora ‘un è lei perché lei ‘na moto da vende’ ‘un ce l’ha………… Hai capito che gli devi dì?

Sestilio: Io ho capito che ‘sta signora ‘na moto da vende’ ‘un ce l’ha.

Parisina: (mentre esce) Io l’ho sempre detto, parlà’ con te è come parlà’ col muro. ‘Un gli dì’ niente, va, che glielo dico da me quando lo vedo.

Sestilio: Sie, sarà meglio……… Allora, sòra marchesa, lo volete fa ‘st’affare? (la donna si avvicina)

Marchesa: (guarda attentamente il quadro) Non è di ottima fattura, ma comunque neanche scadente……………. chi è quest’uomo, un vostro antenato?

Sestilio: Ma proprio, l’ho trovato mentre ripulivo una soffitta di una casa che era vòta da diversi anni.

Marchesa: E perché ve ne volete disfare? Appendetelo nella vostra casupola. Gli darà certamente un tono più elegante.

Sestilio: Sie, meglio, se gli porto ‘n casa un aggeggio grosso così, la mi’ moglie mi butta giù pe’ le scale e poi me lo tira addosso. Lei ‘un vòle tanti trofei ‘n giro.

Marchesa: A questo punto ho la prova certa che voi state prendendomi in giro. Poco fa avete detto di non sapere chi fosse quest’uomo e adesso mi dite che ha vinto molti trofei.

Sestilio: Trofei! Ma che trofei potrebbe avé’ vinto secondo secondo voi? Ma ‘un lo vedete che è un garibaldino. A me mi sa che mica è l’udito e basta che vi fa cilecca, è.

Marchesa: Garibaldino, perciò nemico. Lei deve sapere, buon’uomo, che il casato a cui appartengo ha strettissimi legami con i Borboni. E quindi ogni soldato ucciso dell’esercito borbonico è un trofeo da esibire per un seguace del bandito Garibaldi.

Sestilio: Ascoltate me signora, guardamo di falla corta. Tanto io di storia ‘un me ne ‘ntendo, fatemi un offerta pe’ ‘sto quadro, se v’interessa, e ‘n se ne parli più.

Marchesa: (cercando nella borsetta) Vi darò diecimila lire, buon’uomo, così stasera almeno mangerete e farete mangiare anche vostra moglie e i vostri figli, se ne avete.

Sestilio: Statemi a sentì’ marchesa, famo come dico io che è meglio: siccome ‘sto quadro lo volevo da via perché è troppo grande e ‘n magazzino mi darebbe noia, ve lo regalo e si da ragione a’ vecchi chiusini che hanno sempre detto: Sant’Apollinare fa l’elemosina al Duomo.

Marchesa: Grazie buon’uomo. Avrà certamente una collocazione più dignitosa nella pinacoteca del mio castello che nel vostro squallido magazzino.

Sestilio: ‘L quadro pigliatelo pure che è vostro, però mi dovete permette di fa’ du’ precisazioni.

Marchesa: Dite, dite pure, buon’uomo.

Sestilio: Dunque: per prima cosa, ho capito che fate parte di que’ la razza che per piglià’ darebbero ‘l cuore e seconda cosa, fatimi ‘n piacere, bonòo, ditelo al vostro fratello o al vostro cugino, se ce l’avete. (sarcastico) Arrivederci, sòra marchesa. ( Sestilio esce)

Marchesa: (disgustata) Tsé! Un contadino rimarrà sempre legato ai propri modi di fare rozzi e villani. (Sestilio rientra)

Sestilio: Co’ la differenza, però, cara la mi’ marchesa, che ‘l mondo è cambiato, perché come avete visto, oggi, un villano ha fatto dono delle su’ miserie alla nobiltà.  Arrivederci ‘n salute, marchesa Maria Antonietta Quercioli Dall’Olmo. (Sestilio esce).

Marchesa: (la marchesa rimane vicino al quadro osservandolo) Non appenderò certamente il ritratto di un garibaldino nella mia casa. Sono sicura, però, che visitando un buon antiquario riuscirò a cambiarlo con qualcosa di mio gusto. (entra Palmira non vista)

Palmira: Buongiorno. Posso fare qualcosa per voi? (vede il quadro) Mi dispiace ma se siete qui per vende’ qualcosa, siete cascati male. A noi ‘un ci serve niente. (la marchesa non sente e continua a guardare il quadro. Anche Palmira guarda attentamente il quadro)

Marchesa: (pensosa) Sto notando che la faccia di quest’uomo ha una vaga somiglianza con quella del mio povero Edoardo. Non sei d’accordo anche tu, Euriaco?

Euriaco: Po’ èsse’ sora marchesa, a ‘sto mondo i somari più o meno s’assomigliono tutti.

Marchesa: Se non fosse perché mio marito non può essere stato garibaldino, essendo nato molti anni più tardi, sarei pronta a giurare che sia proprio lui.

Palmira: Se un fosse che ‘l mi’ sòcero Leone ‘un po’ èsse’ stato garibaldino, direi che è lui spiccicato. (si volge alla marchesa schiarendo la voce) Buongiorno. Vi posso èsse’ utile ‘n qualche modo? (la marchesa si accorge di Palmira)

Marchesa: Buongiorno……… la pregherei, però, di parlare un po’ più forte se non le dispiace. Sa, il mio udito, ormai, non è più quello di una volta.

Palmira: (urlando) Le stavo dicendo che se siete venuti per vendere qualcosa, a noi ‘un ci serve niente

Marchesa: (ha un sussulto) Mi tolga una curiosità, signora, perché in questo albergo non riuscite a parlare normalmente? Urlate tutti come indemoniati.

Palmira: Sto urlando perché me lo ha chiesto lei. Non ha detto che non sentiva bene?

Marchesa: (irritata) E allora quando lei si trova di fronte ad una persona che sta male che cosa fa, urla?

Palmira: (preoccupata) Ma perché, lei sta male? Mi dica che cosa si sente, allora. Devo chiamarle un dottore?

Marchesa: Io sto benissimo, non si preoccupi. Sappia, però, che non è dignitoso infierire sulle persone che non si sentono bene, se lo ricordi.

Palmira: Signora, mi scusi, forse lei ha capito male. Io le ho risposto che parlavo a voce alta perché mi è sembrato di capire che non sentisse bene, no, che non si sentisse bene.

Marchesa: (arrabbiata) Lei ……..proprio lei, una comunissima mortale, osa dare della demente e della sorda alla Marchesa Maria Antonietta Quercioli Dall’Olmo? Si vergogni! Euriaco, prendi il bagaglio, che ce ne andiamo. (Euriaco prende le valige e insieme fanno per uscire)

Euriaco: Sòra marchesa, pel quadro che ha comprato come famo, ci si ripassa un’altra volta a pigliallo?

Marchesa: Ma neanche per sogno. Prendilo sotto braccio e andiamo.

Euriaco: Sie, tanto io ci ho i bracci allungabili.

Palmira: Mi scusi signora marchesa, ma forse c’è stato un equivoco……. lei è qui per vendere o perché ha bisogno dell’albergo?

Marchesa: Secondo lei, io avrei la faccia di una che va a vendere porta a porta? ………Tse!

Palmira: Chiedo ancora scusa, forse è stato il quadro che mi ha ingannato ……….

Marchesa: Sappia, che quel quadro, piuttosto bruttino, è di mia proprietà e, ad essere più precisi, lo ho appena comperato.

Euriaco: Comprato! Si fa per dì’.

Palmira: (al pubblico) Ho capito, via, guardamo di piglialla pel verso, se no oggi c’è da leticà’………. (tutta sorridente) Signora marchesa Maria Antonietta Quercioli Dall’Olmo, che cosa posso fare per lei?

Marchesa: (si ferma sorpresa) E lei come fa a sapere il mio nome? E’ forse una chiaroveggente? Oppure una medium? Mi dica, che cos’è per favore?

Palmira: (al pubblico) Ossignore!…….. a dì’ la verità io ‘n so manco che vogliono dì’ que’ le parole che ha detto lei. Però mi sembra che gli farebbe piacere se fosse vero……..  si signora, sono proprio una ……………….. preciso come quello ha detto lei.

Marchesa: (contentissima) Magnifico! Oggi non avrebbe potuto capitarmi di meglio. (si avvicina a Palmira supplichevole) La prego, mi faccia parlare con mio marito……….

Palmira: Ma è sicura che è qui nell’albergo? Perché io ‘un ho visto nessuno col su’ cognome nel registro.

Marchesa: (mani giunte ed occhi al cielo) Magari fosse qui………….. ed invece chissà dove sarà…………Aaaaah, vorrei tanto che fosse dove dico io.

Palmira: (prende la cornetta del telefono e gliela porge) Gli provi a dà’ una telefonata dove pensa che sia, magari è arrivato, ‘un si sa mai.

Marchesa: (con tono imperioso) Signora, lei ha voglia di prendermi in giro. Mio marito è morto trent’anni fa. Che cosa vuole che faccia? Che telefoni in Paradiso?

Palmira: (urlando) Ma semmai sarà lei a pigliammi ‘n giro. Mi dica come fò a falla parlà’col su’ marito se è morto trent’anni fa?….. su, forza, sentiamo.

Marchesa: Scusi, sa, ma non mi ha detto poco fa che lei è una medium?

Palmira: (imbarazzata) Io…… le ho detto che sono una medium?

Marchesa: Esattamente! Ho sentito benissimo. Mi ha detto che è una medium ed anche chiaroveggente.

Palmira: Ah, si…… ha proprio ragione………ora me lo ricordo………. (sicura di se) solo che quando ho imparato io a fa’ la medium ci ‘nsegnavono tutt’altre cose…………… lei bisogna che trovi qualcuno che è uscito da scuola di fresco se vòle parlà’ col su’ marito.

Marchesa: Vuol farlo dentro una scuola per il fresco? Ma…….intende dire la mattina presto o a notte fonda?

Palmira: (urla) Ha visto che se non urlo lei ‘un mi capisce. Le volevo dì’ che ‘un la posso accontentà’. A me ‘un mi riesce mettimi ‘n contatto col su’ marito.

Marchesa: (rovista nella borsetta) Ho capito. E’ una questione di denaro. Mi dica quanto vuole per fare quello che le ho chiesto. (entra Leone e Giacoma)

Giacoma: E’ Palmira, ma che sarebbero tutti ‘ste berci? Ti si sente da giù ‘n cucina.

Palmira: Ma niente, c’è la sòra marchesa, qui, che è ‘n po’ dura d’orecchi, e anche tosta di capo secondo me, e allora tocca tenè’ ‘l volume un po’ alto se no ‘un sente.

Leone: (con atteggiamento da gagà le si avvicina facendo l’inchino) Sòra marchesa, i miei ossequi. Benvenuta nel miglior albergo della città.

Giacoma: Leone, fa’ meno l’imbecille che ‘l tempo l’hai. Coteste ‘un so’ mosse da uno rozzo come te.

Leone: Guarda Giacomina, che se si vòle discute si po’ anche discute, ma qui dentro ci so’ io e basta che conosce a puntino lo svolgimento dei cerimoniali de la nobiltà. Capito!

Giacoma: Ma certo, con tutt’i principi e conti che so’ passati di qui ormai ti sé’ fatto ‘n’esperienza.

Leone: Lo pòi dì’ anche più forte.

Giacoma: Ma camina torso, che ‘l nobile più alto ‘n grado che ha dormito qui da noi è stato que’ lo squattrinato del conte Tazza, che ce lo chiamono di soprannome.

Leone: Allora io me ne vò, però se ti trovi male doppo ‘un venì’ a cercà’ me, è. Io ‘un ci so’ per nessuno.

Giacoma: Va’ pure tranquillo e fa’ le tua che ‘n ti cerca nessuno, va’……va’.

Leone: ( prende un fiore dal vaso che è sopra al banco e lo porge alla contessa) I miei più vivi ringraziamenti per aver scelto come dimora il nostro umile ostello. (Leone esce)

Marchesa: (estasiata annusa il fiore) Aaaaaaaaah, che gentiluomo d’altri tempi………… La faccia di questo signore mi ricorda qualcuno che conosco.

Giacoma: (a Palmira) Io domando e dico ‘n dove ‘mpara ‘ste cose Leone. Eppure l’unico giornale che legge è  la Gazzetta de lo Sport.

Palmira: ‘Un te n’avè’ a male Giacoma, è, ma mi sa che Leone più ‘nvecchia e più rincoglionisce.

Giacoma: Di questo se ne parla doppo……. (si accorge del quadro) Senti ‘n po’ ‘na cosa, ma quel quadro chi ce l’ha portato qui?

Palmira: La marchesa ha detto che è ‘l suo. Quando so’ entrata l’ho trovata che lo guardava. Tant’è vero che ho pensato che era venuta per vendicelo.

Giacoma: Va bene, via, ora però guardamo se s’accontenta ‘sta marchesa, che ‘n quanto a soldi, mi sa che dovrebbe stà’ bene. (fa per avvicinarsi alla marchesa)

Palmira: (la trattiene) O Giacoma, ricorditi di tené’ ‘l volume parecchio alto quando gli parli, se no ‘un ti sente.

Giacoma: (sdolcinata) Dica pure a me signora marchesa. Mi esponga il problema e vedrò di accontentarla nel migliore dei modi.

Marchesa: Eliminiamo i preamboli ed andiamo subito al sodo. Sono qui perché ho letto alcuni articoli a proposito dei fantasmi che sarebbero stati avvistati nel vostro albergo.

Palmira: Se avrà la compiacenza di fermarsi qui, stanotte li vedrà anche lei. Stia sicura

Marchesa: (a Palmira) Già visti appena entrata, grazie…………….. le stavo dicendo che ho letto questi articoli e mi sono precipitata immediatamente qua.

Giacoma: E ha fatto proprio bene, vedrà che ‘un si pentirà.

Marchesa: Non sono un appassionata del paranormale, tanto meno di spiritismo, lo faccio soltanto perché vorrei mettermi in contatto con mio marito che (sospirando), purtroppo, mi ha lasciata trent’anni fa.

Giacoma: (gomitatina nel fianco in segno di ammiccamento) E la causa, so’ sicura, fu perché ci aveva un’amante, dica la verità…….. Tutti uguali l’òmini. Accident’a loro e a chi gli lega ‘l belico quando ne nasce uno. (Palmira di nascosto, con gesti labiali, tenta di dire a Giacoma che il marito della signora è morto)

Marchesa: No signora, non è andata proprio come ha detto lei. La causa fu ben’altra cosa.

Palmira: (con sorrisi e gesti di complicità) Ho capito. Era lei che ci aveva l’amante. Ma non si preoccupi sa, so’ cose che succedono. Nessuno di noi può dì’ che ‘un gli succederà mai.

Marchesa: (seccamente) Signora, mio marito e morto, ecco perché mi ha lasciata.

Giacoma: (dispiaciuta) O’òòòòò, poraccio, quanto mi dispiace………. (la bacia sulle guance) Condoglianze…………… e…….. mi racconti, mi racconti, è stato male parecchio prima di morì’? E di che è morto?

Marchesa: Queste sono cose che hanno poca importanza per la ragione per cui mi trovo qua. La mia venuta è soltanto perché ho pensato, data la presenza di spiriti in questo luogo……….. che magari………. organizzaste delle sedute spiritiche.

Giacoma: Ma certamente! Le facciamo a ciclo continuo, una ogni du’ ore. (guardando l’orologio) La prossima ci sarà ………… diciamo………. verso le dodici.

Palmira: (alla marchesa) Come i treni che vanno a Roma. Ci so’ più o meno ogni du’ ore.

Marchesa: (pensosa) Dunque oggi è il quattro………..quindi tra otto giorni. Non posso aspettare tutto questo tempo. Ho i miei interessi da curare. Se ho tempo ripasserò. Arrivederci………. Euriaco, prendi le valige e andiamo. (fanno per uscire)

Palmira: Io, però, te l’avevo detto di urlà’, è. Quella ha capito che la prossima c’è ‘l dodici. (Giacoma ferma la marchesa)

Giacoma: (urla) Signora marchesa si fermi, non si muova………

Marchesa: (atterrita guarda in tutte le direzioni) Aiuto! Gesù mio, che sta succedendo………

Giacoma: (a voce alta) Niente…… niente, stia tranquilla. Mi sono spiegata male, la seduta non c’è il dodici, ma oggi alle dodici. Praticamente tra poco.

Marchesa: (altezzosa) Mi dispiace doverlo dire ma non siete per niente seri in quest’albergo. Prima mi dice che la seduta c’è il dodici, poi quando vede che me ne sto andando ci ripensa e dice che c’è alle dodici. Si decida una buona volta e si senta responsabile di quello che dice. (Euriaco posa di nuovo le valige)

Giacoma: (a Palmira) Se ‘un fosse perché ‘sta gente è ‘l nostro pane, (facendo il verso) gli darei un manatone da spanizzalla.

Palmira: Signora marchesa, se è così gentile da darmi i documenti, li registro e la faccio subito accompagnare in camera. (la marchesa porge i documenti. Palmira scrive)

Giacoma: Signora marchesa cosa le diamo, due camere singole, oppure Euriaco gli fa la guardia fòri de la porta?

Marchesa: A dir la verità avrei preferito una souite con appartamentino separato per Euriaco, ma se non ne avete………pazienza.

Palmira: (a Giacoma) Che ha detto che vòle? La Suisse?……ma la Suisse ‘un  ci chiamono la Svizzera?

Giacoma: Ma leviti, camina…….ha detto suitte, no suisse. (alla marchesa) Mi dispiace marchesa, ma le suitte so’ tutte finite.

Marchesa: Mi dia due singole, allora. La spesa di Euriaco gliela ritirerò dal prossimo stipendio. (entra Tiberio)

Tiberio: (a voce alta) Mica tante volte s’è visto Leone.

Marchesa: (a Tiberio) Lei ‘sta cercando il signor Leone, vero? Il titolare dell’albergo.

Tiberio: O che pensava che cercassi un leone vero?

Marchesa: Mi scusi, ma le ho fatto questa domanda per puro scrupolo.

Giacoma: Leone ‘un s’è visto per niente. Però gia che sei qui piglia le valige dei signori e accompagneli in camera. Quella della signora marchesa è la otto e quella del signore è la nove.

Tiberio: (a Euriaco) ‘Namo, forza, vieni dietro a me, e a la svelta che ho ‘na fretta che brucio.

Euriaco: Veramente ho sentito dì’: Tiberio, prendi le valige dei signori e accompagnali in camera.

Tiberio: E te che ci hai l’ossi in corpo che ‘un le pòi portà’?…….. caminase vòi vedé ‘n do’ so’ le camere…… (enfatico) signore… (Euriaco prende le valige e insieme alla marchesa segue Tiberio)

Palmira: A tra poco signora marchesa.

Giacoma: Appena siamo pronti la chiamiamo noi, stia tranquilla.

Palmira: E ora che seduta si fa secondo te, che ‘un ci s’hanno’ manco le seggiole.

Giacoma: Si pigliono quelle di cucina nostra ‘nsieme al tavolino. Su, forza, chiama Carlo e Leone e fatti aiutà a portalle di qua.

Palmira: E fine qui ho capito, ma spieghimi chi la fa ‘sta seduta. Mica basta mettisi a sedé e guardassi, è.

Giacoma: La famo fa’ a Augusto. Una volta gli ho sentito raccontà’ che da soldato l’ha viste fa’.

Augusto: (canta fuori scena mentre entra) Mamma son tanto felice, perché ritorno da te. La tua canzone mi dice, viver lontano perchè……..

Palmira: Eccolo Augusto, sé’………. (entra Augusto) Nonno, ci dovresti fa’ ‘n piacere……….

Augusto: (si siede) I piaceri, lilla, io ‘un le fò più a nessuno. L’ultimo lo feci a la mi’ moglie quando la sposai e ‘ncora ne pago le conseguenze.

Giacoma: (risentita) Augusto, ‘un cominciamo, è. Eppure anche voi sete di ‘sta famiglia, vorrete fa’ qualche cosa o no.

Augusto: No!…….Mi dispiace ma io so’ ‘n pensione e ‘un mòvo più paglia.

Palmira: (prova a prenderlo con le buone) Nonno, su, dai, o che ti costa a facci ‘sto piacere.

Augusto: Pò darsi anche parecchio………. ‘n genere, quando a voi vi viene ‘n idea, si va a finì’ sempre ne le peste.

Giacoma: Quando ci mettete le mani voi, vorrete dì’.

Augusto: Ma io ‘sta volta ‘un ce le metto per niente, così state tranquilli, noo?

Palmira: Ascolta, nonno, ti dico che dovresti fa’.

Augusto: O sentiamo che avete ‘nventato.

Palmira: Dovresti fa’‘l medium in una seduta spiritica.

Augusto: Cheeeee?…….. Ma v’ha dato di volta ‘l cervello? Quelle so’ cose che ‘un ci si scherza se ‘un si sanno fanno come dev’essero fatte.

Giacoma: Palmira, io ‘ntanto vò a chiamà’ Leone e Carlo così anche a loro gli si dice quello che devono fa. (quasi sottovoce) Cerca di convincelo, mi raccomando. (Giacoma esce)

Palmira: Dai, nonno, o facci ‘sto piacere…….Ormai ci so’ tutti que’ clienti che so’ venuti apposta, che famo, le mandamo via? Secondo me ci va di mezzo la reputazione dell’albergo.

Augusto: ‘Ntanto pe’ ‘ncomincià’, co’ ‘sta storia de’ fantasmi noi ‘un ci s’entrava niente e ‘un vi ci dovevi manco mischià’.

Palmira: Te hai ragione, ma ormai la Giacoma ha messo tutto ‘’subbuglio.

Augusto: Sie, ho capito, ma te da’ retta a me,‘un ne ‘ndamo a struzzicà’ ‘l formicaio.

Palmira: Ma è una cosa che si deve fa’ così, per finta.

Augusto: Ascoltimi, Palmirina, te lo sai che io per te ci ho un debole, però ‘un ne ‘nsiste per piacere, perché tanto ‘un lo fò.

Palmira: Pensa che se ste clienti ci rimangono qualche giorno, con quello che s’incassa ci si paga preciso, preciso la rata del mutuo che s’è preso per rifà’ ‘l tetto.

Augusto: Certo che se mi dici così, so’ costretto a ditti…….. che pe’ ‘sta volta lo fò.

Palmira: Grazie, nonno……grazie. Sei un angelo.

Augusto: Ma lo fò per te e basta, è, perché sei quella che ne ‘sta famiglia ci ha più capo di tutti……. (tassativo) Ma ‘un vi ci rivenisse più voglia perché per me potreste schiantà’ tutti quanti, è.

Palmira: No, no, sta’ tranquillo nonno. Te lo prometto, ‘sta volta e basta.

Augusto: E a che ora si dovrebbe fa’ ‘sta cosa.

Palmira: La Giacoma a la marchesa gli ha detto a mezzogiorno.

Augusto: (guarda l’orologio) A mezzogiorno? Ma c’è più o meno dieci minuti.

Palmira: E’ toccato falla subito se no la marchesa se n’andava.

Augusto: Ho bell’e capito come va a finì’: oggi tocca saltà’ ‘l pranzo e la puntata di Dallas. (all’improvviso il quadro raffigurante il garibaldino si muove rumorosamente)

Palmira: (si guarda intorno) Ho sentito un rumore? Che è stato? Te ‘un l’hai sentito?

Augusto: (che ha visto) Io più che altro ho visto, ma ‘un te lo dico neanche quello che m’è sembrato di vedé’, se no mi dici che so’ scemo.

Palmira: Dimmi che ha’ visto nonno, dai, ‘un mi fa’ ‘mpaurì’.

Augusto: Ma sicuramente mi so’ sbagliato, è…… m’è sembrato di vedé’ mòve’ quel quadro.

Palmira: Oddio, nonno, mica sarà ‘l terremoto?

Augusto: Ma la cogliona. E che si sarebbe mosso lui e basta se fosse stato ‘l terremoto? E’ più facile che si sia mosso perché è stato appoggiato male.

Palmira: Accident’a me e a quando ho accordato a la Giacoma ‘sta storia de’ finti fantasmi.

Augusto: Via, Palmirina, ‘un te ne devi fa ‘na colpa, te gliel’hai appoggiata perché ha’ pensato subito a la rata del mutuo.

Palmira: E’ vero, ma io di ‘ste cose ho ‘na paura matta e se avevo detto subito di no, mi sa che era meglio.

Augusto: Piuttosto cercamo di organizzassi per bene se si vòle fa’ ‘na cosina capata. Se clienti ammoscono che s’è ‘nventato tutto, doppo ci sarebbe da ride’. (si sentono alcuni colpi sordi)

Palmira: Nonno, che so’ ‘ste tonfi? ‘Un mi dì’ che ‘un l’hai sentiti, è.

Augusto: L’ho sentiti si, mica so’ sordo. Però stà’ calmina, lilla, è, ‘un èsse’ nervosa. Sarà’ Tiberio nell’orto che ‘nchioda qualcosa. (entra improvvisamente Tiberio. Ha con se due sedie)

Tiberio: (con voce tuonante) A me mi sa che voi stamani avete voglia di fammi ‘ncancherì’.

Palmira: (ha un sussulto perché non l’ha visto entrare) Aaaaaah! Oddio nonno, che succede? (vede Tiberio) ah, sei te Tiberio…….. Madonnina che paura che m’ha’ fatto piglià’.

Tiberio: Che so’ brutto lo so da me, ma è la prima volta che vedo stolzà’ qualcuno quando gli capito davanti.

Augusto: No…… è che ha sentito te che bussavi……. poi sei entrato all’improvviso e allora s’è ‘mpaurita.

Tiberio: Io che bussavo? Ma se fin’ora ‘nfiascavo ‘l vino. I tappi le mettevo a mano, mica col martello’ è.

Augusto: E che vorrebbe dì’ quel discorso che ha’ fatto quando sei entrato?

Tiberio: Vorrebbe dì’ che io ‘un so’ adatto a fa’ quello che m’ha detto la Giacoma. A me m’avete assunto come facchino, no come attore.

Palmira: E perché dovresti fa’ l’attore? Che ti vogliono fa’, girà’ un film?

Tiberio: La Giacoma m’ha detto che fra poco voi vi mettete a sedé tutti ‘ntorno a ‘n tavolino, Augusto fa’ le domande e io di nascosto devo risponde.

Palmira: Mi sembra che quello che t’hanno detto di fa’ è meno faticoso del tu’ lavoro.

Tiberio: A me mi sa che qui ‘un si capimo più. Ora vedrai che fò, chiappo e vò dal sindacato, così scozzamo le carte ‘na volta per tutte e ‘n se ne parla più.

Augusto: Stammi a sentì’ Tiberio, ma se pe’ ‘sto lavoro extra ci fosse qualcosina fòri busta?

Tiberio: Se ci fosse qulcosina fòri busta………. vorrebbe dì’…… che dal sindacato ci ‘ndarei ‘n’altra volta.

Palmira: A tutto c’è rimedio, meno che a la morte, vero Tiberio?

Tiberio: E’ lilla, quando la dentona ha deciso, ‘un te la ricuce più nessuno. ‘L resto si rimedia sempre. (entrano Giacoma, Carlo e Leone. Portano un tavolo e alcune sedie)

Giacoma: Su, forza, sistemamo ‘l tavolo e le sedie. Tiberio, te va a chiamà’ la marchesa, Dal Caldo e que’ signori che so’ ne la sette e digli che tra poco si parte.

Tiberio: Ma che discorsi fai? Prima famo tutto ‘sto trambusto e poi andate via?

Leone: Te fa’ quello che t’hanno comandato e ‘un t’impiccià’. Tanto spiegà’ le cose a te è tutto tempo perso.

Palmira: E’ Giacoma, a me mi sembra che lo sappia la marchesa e basta che famo ‘sta seduta, a quell’altri mica gli s’è detto niente.

Giacoma: Mi sa che hai ragione te. ‘Scoltimi bene Tiberio, a la marchesa gli dici che siamo pronti, a quell’altri ‘nvece gli dici che vengano giù perché tra poco ci sarà un evento eccezionale.

Tiberio: Gli dico che tra poco passa di qui ‘l presidente de la repubblica, e che se ci vogliono parlà’ si diono da fa perché si trattiene poco. (Tiberio fa un gestaccio e esce)

Giacoma: Allora, ricapitolando, io, Leone e la Palmira ci si riveste da fantasmi e ogni tanto si entra. Voi, Augusto, vi mettete al centro del tavolo e comandate la seduta. E ricordativi che la marchesa vòle parlà’ col su’ marito.

Palmira: Per come vestì’ Leone m’è venuta ‘n’idea geniale……………..

Carlo: E io ‘nvece che fò, mi gratto?

Giacoma: Te porti fòri ‘l cane a fa’ i su’ bisogni, così ‘un fai danni.

Augusto: E quell’altri cristiani con chi vogliono parlà’?

Giacoma: A me ‘un m’hanno detto niente…………. Se ve lo chiedono fateli parlà’ con qualcuno a caso. Meglio sarebbe con qualche personaggio ‘mportante. (il quadro si muove di nuovo e tutti guardano in quella direzione)

Palmira: Io direi di fa’ ‘na cosa. Quel quadro lo porterei di là. Se disgraziatamente casca mentre c’è la seduta, qualcuno mòre da la paura.

Giacoma: Ha’ ragione. Carlo, Leone, portate di là ‘l quadro, forza, a la svelta.

Carlo: Però ‘un è giusto, i lavori pesi toccono sempre a me. Ma ‘un c’è Tiberio che si paga per fa’ ‘l facchino, fatelo fa’ a lui, noo. (portano via il quadro e rientrano subito)

Augusto: E quanto dovrebbe durà ‘sta manfrina? Poco, è, mica voglio stà’ qui tutto ‘l giorno, capimosi.

Giacoma: O voi, cinque o dieci minuti la vorrete fa durà’, se no s’accorgono che è tutto ‘nventato.

Palmira: Ma Tiberio gliela farà a risponde a tutte le domande del nonno? A me un mi sembra uno tanto acculturato.

Augusto: Cercherò di fagliele facili…………per esempio…… quanti erono i sette re di Roma, lo saprà.

Giacoma: Augusto, fate meno lo spiritoso, che ‘un è ‘l momento.

Palmira: Io dico che forse sarebbe meglio se qualcuno gli stasse vicino.

Giacoma: forse hai ragione. (rientrano Carlo e Leone) Carlo….. contrordine……te stai vicino a Tiberio e gli suggerisci le risposte se lui si dovesse trovà’ male.

Carlo: Sie, e ‘l cane chi ce lo porta fòri?

Giacoma: Ce lo porti sempre te quando è finito tutto.

Carlo: Ti pareva! O, ma ne sgabellassi mai una. (si sente un tonfo. Leone va a vedere che è successo)

Augusto: O che è cascato?

Palmira: ‘Un sarà mica cascato ‘l quadro, è?

Giacoma: A me mi sa che è stato un topo che ha baltato qualcosa.

Leone: Tranquilli.  ‘un è successo niente. E’ cascato ‘l quadro che s’è portato di là.

Palmira: Mi sbaglierò, ma a me ‘sta faccenda del quadro ‘un mi convince per niente.

Augusto: Vedrai che c’è poco da èsse’ convinti. Se le cose che ci comandono si facessero col capo, forse ‘un verrebbero fòri  tanti danni.

Carlo: O, ma ci fosse mai qualcosa che gli va bene di quello che si fa. (entra Parisina)

Parisina: Leone, finalmente…………….. (tutta contenta) T’ho trovato chi è ‘sta signora Sacchetti………….. Sarebbe la figliola di primo letto di quel generale dell’esercito ‘n pensione che fu ferito ne la guerra d’Africa e che prima di morì’ stava dietro al convento de le monache dove ci stava anche la zia de la Mimma che sposò tanto giovane e che gli nacquero tre maschi, uno faceva ‘l meccanico, uno ‘l falegname e quello più piccino andò a fa’ l’orologiaio dal pòro Zizzula. Che era ‘l fratello di Nespola che sposò la figliola di Paolo che di soprannome gli dicevono Sciupamerigge ……….. ‘nsomma, per falla corta, la moto ‘un ce l’ha più perché l’ha venduta ieri.

Leone: Ti ringrazio Parisina, te sé’ sempre precisa ne’ particolari.

Parisina: O lillo, i piaceri o si fanno per bene o è meglio dì’ subito di no. Arrivederci. (esce)

(entra Dal Caldo)

Dal Caldo: (tutto giulivo) Eccomi qua. (si guarda intorno) Quel bell’uomo di Leone fa parte della nostra compagnia?

Leone: (in confidenza) E’ Giacoma, troviti un altro fantasma perché io con questo qui ne le vicinanze ‘un me lo sento sicuro per niente.

Dal Caldo: C’è qualche novità in fatto di fantasmi che mi avete fatto chiamare?

Giacoma: Si signor Dal Caldo, non appena scendono anche gli altri signori vi metterò al corrente di quello che faremo. (arrivano anche l’uomo e la donna)

Donna: C’è stato qualche nuovo avvistamento?

Giacoma: Per il momento no, ma tra poco prevedo di si. Il signor Augusto, molto esperto nel campo dell’occultismo, si è offerto di condurre una seduta spiritica.

I tre clienti: Magnifico, meraviglioso, quando si comincia.

Giacoma: S’aspetta la signora marchesa e si comincia subito. (entra la marchesa seguita da Euriaco che ha in mano il bagaglio con il quale è entrato)

Marchesa: Allora siamo pronti? Dove mi devo sedere?

Augusto: Voi vi mettete vicino a me. Così ascolterete meglio che cosa vi vòle dì’ ‘l vostro marito.

Marchesa: (allarmata) Che cosa vuole dirmi? Ci avete già parlato? Dov’è, come sta. Ditemi tutto.

Augusto: Ascoltate sòra marchesa, io ancora ‘un ho parlato con nessuno. So che volete parlà’ col vostro marito perché a me me l’ha detto la Giacoma.

Giacoma: Ora vi metterete seduti nell’ordine che vi dirà il signor Augusto. Noi per evità’ di fa’ chiasso si va tutti di là. Augusto, quando siete pronto mi fate un cenno e io spengerò la luce. (Augusto si siede al centro del tavolo)

Augusto: (Giacoma, Leone, Carlo e Palmira escono) D’accordo…… allora si comincia. La marchesa a la mi’ destra, accanto ‘l maggiordomo, a la mi’ sinistra il signor Dal Caldo e poi i due signori. (i signori eseguono. Entra Tiberio che attraversa la scena ed esce dalla parte opposta)

Tiberio: Calma, lilli, che cominciate senza di me? ‘Un lo vedete che ancora so’ al giro. Datimi almeno ‘l tempo d’andà’ al mi’ posto.

Marchesa: (ad Augusto sottovoce) Scusi signor Augusto, ma lui che funzioni avrebbe nella seduta?

Augusto: Nessuna. Dice così perché è un tipo scherzoso, sempre co’ la battuta pronta. (a Tiberio sottovoce) Tiberiooooo………

Tiberio: (fa capolino dalla porta) Ditimi, sor Augusto.

Augusto: (sottovoce) Se attraversi un’altra volta la stanza, fo finta di èsse’ matto e ti scrocciulo ‘na seggiola ne la schiena, capito?

Tiberio: Signorsi.

Augusto: Allora, mettete tutti le mani aperte sopra al tavolo e unite i pollici. Le punte dei vostri mignoli devono toccare il mignolo del vostro vicino. (i signori eseguono. Entra Tiberio e va accanto ad Augusto)

Tiberio: (tutto contrito per aver disatteso l’ordine) Scusate, sor Augusto, ma per ‘un fa’ figuracce, ‘un me lo potreste dì’ più o meno quali so’ le domande che mi farete. (Augusto gli allunga una pedata sullo stinco. Tiberio guarda la marchesa) Ahi……. ma che fate, tirate calci? (la marchesa ha una smorfia di disgusto)

Augusto: (a Tiberio parlando con un lato della bocca) Vattene, leviti di torno………. Signori, vogliate scusare l’interruzione…….. Tiberio, di pure alla signora Giacoma che può spengere le luci.

Tiberio: (se possibile con un fischio e a voce alta) Giacomaaaaaa, abbuia ‘gni cosa che si comincia.

Augusto: (le luci si abbassano) Scusatelo, è un po’ rozzo, ma tanto prestevole. (rivolto dietro le quinte) Tiberioooo.

Tiberio: Ora che volete?

Augusto: Che ti venisse un colpo……… (schiarisce la voce poi ai presenti) Dunque ………. dove eravamo rimasti?

Tiberio: (da fuori scena) Eri rimasto a che ti venisse un colpo. (Augusto piega indietro la testa)

Augusto: (prima comincia con una nenia indefinita poi parla) Spirito guida fai sentire a noi la tua presenza……….. (si sentono tre colpi secchi)

Tiberio: (fuori scena) Mi dispiace ma ‘n questo momento ‘n si po’ aprì’ a nessuno. Ci sa da fa’ una seduta spiritica.

Carlo: (sottovoce) E’ Tiberio, ma ‘un ti riuscirebbe stà’ ‘n pochinino zitto. T’ho detto che te lo dico io quando devi parlà’.

Augusto: Ora che ti sei fatto sentire……… mostrati. (entra Giacoma vestita da fantasma)

Giacoma: Mi sono staccata da questa terra cinque secoli or sono e sono tornata soltanto per aiutare te, Augusto……………. chiedi e ti sarà risposto.

Augusto: Tra le tue conoscenze c’è un certo marchese Edoardo Quercioli Dall’Olmo. La sua signora vorrebbe parlargli.

Giacoma: (con voce gutturale) Marchese Quercioli Dall’Olmo se ci sei fai sentire la tua presenza….. (si sentono tre colpi secchi) (Giacoma va a piazzarsi alle spalle di Augusto)

Tiberio: (arrabbiato) Ora vò a vedé’ chi è, se è uno che è venuto per rompe’ corbelli e basta, lo scrocio.

Carlo: (imperioso) ma ci stai bòno, che ‘un bussono a la porta.

Tiberio: E allora chi è che fa ‘ste tonfi?

Carlo:T’ho detta stà’ zitto!

Augusto: Marchesa, mi dica che gli devo chiede’.

Marchesa: O mio Dio, che emozione…….. Gli domandi dove si trova in questo momento.

Augusto: Dove ti trovi in questo momento?………………. (silenzio) Mi senti?

Tiberio: (con voce innaturale) So’ ne lo stanzino de le scope e vi sento così e così.

Marchesa: Signor Augusto……. ma………. è sicuro che questa entità sia mio marito?

Augusto: Facciamo subito la controprova. Gli chieda qualcosa di personale che può sapere solo lui.

Marchesa: Ah, ecco……gli domandi dove ho quel piccolo neo che a lui piaceva tanto?

Augusto: Dove ha tua moglie un piccolo neo che ha te piaceva tanto?

Tiberio: Proprio ‘n una coscia, tra la natura e ‘l putiferio………..

Marchesa: (sconvolta) O Gesù mio! Edoardo, vergognati……… ma che tipo di gente frequenti dove ti trovi adesso……..

Augusto: Marchesa, ‘un la famo tanto lunga, è, c’è o ‘un c’è ‘sto neo.

Marchesa: Certamente che c’è.  Ma mi dia almeno tempo di riprendermi. Per una signora come me, (sofisticata)  è molto imbarazzante assistere a tali linguaggi scurrili.

Augusto: ‘Comunque se ‘sto neo c’è è lui, ‘un ci so’ dubbi……. Gli vòle chiede’ qualche altra cosa?

Marchesa: Gli chieda se si trova bene nel luogo in cui è e………. che cosa vede intorno a se.

Augusto: Ci stai bene dove ti trovi?

Tiberio: Mica tanto, c’è un puzzo di rinchiuso che s’avella.

Carlo: (con tono di rimprovero) Tiberio, ma che dici?

Tiberio: O te, ‘un cominciamo, è, io gli ho risposto a quello che m’ha domandato.

Augusto: Che cosa vedi intorno a te………..

Tiberio: Che vò’ che veda che qui è buio come ‘n bocca…….. ‘un si vede una……………. a momenti te lo dìcevo che si vede.

Marchesa: Signor Augusto, la prego, sia sincero con me,  secondo lei il mio Edoardo si trova all’inferno?

Augusto: Purtroppo ho l’impressione di si, sòra marchesa. Ha detto che è tanto buio, dal puzzo s’appesta, mi sa che è difficile che sia ‘n paradiso.

Marchesa: E…….. mi dica ancora una cosa……… lei non conosce nessuno che potrebbe, non so…… dargli una spintarella? Voglio dire…….. magari per farlo trasferire almeno al purgatorio……….per il momento.

Augusto: Certamente. Se vuole posso provare a chiamare un altro mio spirito guida…………………… (in confidenza) questa che chiamo ora, quand’era viva era soprannominata la regina de le tangenti.

Marchesa: (seccamente) La chiami pure! E se c’è una minima possibilità di alleviare le sofferenze del mio povero Edoardo, non bado a spese.

Augusto: Spirito, fatti avanti e mostrati in maniera evidente ad Augusto. (entra Palmira vestita da fantasma)

Palmira: (con voce innaturale) I tuoi desideri sono per me ordini. Eccomi a te, divino Augusto.

Tiberio: ‘L vino a Augusto? Ma mica gli aveva chiesto ‘l vino……………

Carlo: (imperioso) Sta’ zitto Tiberio, ora un te lo ridico più.

Augusto: (tono di chi usa giri di parole) Mica tante le volte ci sarebbe la possibilità di fa’ trasferi’ da dove si trova ora il marchese Edoardo Quercioli dall’Olmo?

Tiberio: A me m’andrebbe bene anche nel corridoio. Qui si schianta dal caldo.

Dal Caldo: (molto effeminato) E’ no, mio bel fantasma, perché dovrebbe schiantare proprio il signor Dal Caldo……….. ma schianti lei, piuttosto.

Tiberio: (imitando la voce effeminata di Dal Caldo) Uuuuummm, la fò qui o più là.

Palmira: Te sai che tutto è possibile, tutto si pò fa’. Dipende soltanto dalla chiave che hai in mano. Deve essere quella giusta per aprire la porta che t’interessa.

Augusto: Marchesa, ci siamo, mi dica quanto vòle spende.

Marchesa: Se ce ne fosse bisogno, anche una cifra esagerata.

Augusto: (sottovoce) E’ Tiberio, te che vai sempre a aiutà all’orfanatrofio, quanto ci vorrà per comprà’ i giochini da mette ‘n giardino per que’ citti?

Tiberio: Avevo sentito dì’ cinque milioni.

Carlo: O nonno, ma che sei amattito, questa è truffa, se ti scoprono t’arrestono.

Augusto: Te sta’ zitto e fatti le tua. O ‘un dicono che so’ l’opere di bene che danno pace all’anime……. (con tono spicciativo)  Parla…….. parla pure, spirito.

Palmira: Mi dicono che potrebbero bastà’  cinque milioni da donare all’orfanatrofio dei trovatelli.

Marchesa: (stupita) Cinque milioni? Ma siamo pazzi. Non sarei disposta a spenderli neanche se riportassero in vita il mio Edoardo.

Augusto: Scusi tanto, è, ma lei, per cifra esagerata che intendeva?

Marchesa: Ma………. intendevo……. cento…………duecentomila lire, al massimo.

Augusto: Guardi che quelli che si dovrebbero scomodà’ per lei, ‘un s’accontentono mica de le noccioline, è.

Marchesa: E allora vorrà dire che il mio povero Edoardo dovrà mettersi l’anima in pace e rimanere dove si trova adesso. (movimenti e rumori concitati dietro le quinte)

Tiberio: (da fuori scena) Spendacciona!

Carlo: Oddio, aiutatimi che ‘un gliela fò a reggelo, Tiberio, babbo, ‘l quadro….’l quadro si mòve, mi sta per cascà’ addosso…...

Tiberio: Oddio, che succede, ma….. ma……dal quadro esce un cristiano……..scappamo cittini se no ‘sta volta ‘un la raccontamo………

Carlo: Via…….. via tutti, scappate perché questo è un fantasma vero………… (entra in scena il fantasma del marchese  vestito come l’uomo che è raffigurato nel quadro).

Augusto: Io l’avevo detto di ‘un ne ‘ndà’ a struzzicà’ ‘l formicaio, ma voi, duri. (i presenti escono impauriti eccetto Euriaco che rimane sempre appiccicato alla marchesa)

Marchese: (arrabbiatissimo si guarda intorno) Dov’e è quella taccagna di mia moglie….. Maria Antonietta (lei tenta di nascondersi) …… dove sei. (la vede) Eccoti qua finalmente, emerita rappresentante di una delle  più evolute razze di avari.

Marchesa: Ma tu……….tu non sei Edoardo, sei soltanto un’impostore.

Marchese: Certo che sono Edoardo. Ma per potermi mostrare a te ho dovuto prendere le sembianze dell’uomo raffigurato nel quadro. E questa mattina ho persino annunciato il mio arrivo.

Augusto: (da fuori scena) Eccola la spiegazione del telegramma. Madonnina santa ‘n che casini ci siamo messi.

Marchesa: (come se nulla fosse) Edoardo, che piacere rivederti dopo tanto tempo, come mai anche tu qui?

Marchese: Hai pure il coraggio di domandarmelo? Sono qui perché tu mi hai fatto chiamare. (I partecipanti alla seduta fanno capolino dalle quinte)

Augusto: ‘Un cominciamo a da’ le colpe, è, perché ‘un siamo stati noi a chiamatti. Noi, più che fa’ ‘na seduta spiritica, si stava a sedé e si chiacchierava. (il marchese va contro di lui con la spada sguainata)

Marchese: (Augusto scappa) Sangue di un drago, sparisci o t’infilzo come una salsiccia. (alla moglie) E così, per il mio bene saresti disposta a spendere soltanto pochi spiccioli?  Calia che non sei altro.

Marchesa: Ma Edoardo, ragiona, avresti voluto che spendessi tutti quei soldi soltanto per farti trasferire dall’inferno al purgatorio.

Marchese: E chi ti ha detto che mi trovavo all’inferno?

Marchesa: Sei stato tu a dire che nel luogo in cui ti trovavi c’era solo buio e tanto fetore.

Tiberio: (si affaccia) Veramente so’ stato io e se ‘un ci credete ‘ndatici a sentì’ che afrore che c’è, malfidati. (il marchese sguaina la spada e va verso Tiberio)

Marchese: Questo non me lo lascio scappare, ora lo squarto come un maiale.

Tiberio: (Tiberio scappa gridando) O coso, ma che sei strullo, mica è ora ‘l tempo che s’ammazza ‘l maiale, è.

Marchese: Maria Antonietta, siccome la maggior parte del capitale di cui sei in possesso è mio, ti ordino di pagare quello che ti è stato chiesto.

Marchesa: Ma non si potrebbe fare la metà? Stareste ancora qualche tempo all’inferno e poi passeresti per anzianità in purgatorio.

Marchese: (arrabbiatissimo) Maria Antonietta, tira fuori il blocchetto degli assegni e scrivi.

Marchesa: (tira fuori il blocchetto e scrive) Va bene……. va bene, Edoardo…….. non c’è bisogno di scaldarsi tanto. (stacca l’assegno e glielo porge) Sei contento adesso? Presto sarai trasferito.

Marchese: Tiberioooooo………. O Tiberiooooo. (entra Tiberio timoroso)

Tiberio: Chi è che mi vòle?

Marchese: Tieni, prendi quest’assegno e portalo subito all’orfanatrofio prima che la marchesa ci ripensi.

Tiberio: (lo guarda fisso, poi sottovoce) Ma mira chi è, Leone. Che ti venisse i pollini. E sa’ che prima m’ha’ fatto piglià’ ‘na paura di niente.

Leone: Dì a la direttrice che la signora marchesa Maria Antonietta Quercioli Dall’Olmo ha voluto regalare i giochi ai  bambini ospiti dell’istituto. (Tiberio prende l’assegno)

Tiberio: (con un inchino) Grazie sòra marchesa, a nome di tutte que’ le creature. (Tiberio esce)

Marchesa: (risponde con una smorfia) Edoardo? Dimmi una cosa, ma tu come fai a conoscere così bene Tiberio?

Marchese: Lo conosco perché abbiamo fatto il militare insieme, nel corpo dei fantasmi scelti.

 

Marchese: Adesso però, ti devo salutare………. ciao Maria Antonietta, a presto, e quando avrai ancora bisogno di me sai come trovarmi. Fammi chiamare e io ritornerò da te.

Marchesa: Ma non ci penso nemmeno. Se ogni volta che ti cerco mi fai spendere un capitale come oggi, preferisco fare la vedova inconsolabile…… ciao ……. Euriaco, io vado in camera a riposare. Portami su il bagaglio, per favore. (la marchesa esce)

Euriaco: La seguo a ròta, sòra marchesa. (al fantasma) Sor marchese, io gli so’ nel cuore, ma gli vò nel ……Bòna………... (fa per uscire)

Marchese: (con tono imperioso) Euriaco!

Euriaco: Dite sor marchese?

Marchese: (mentre il marchese svanisce) Ma va a fa n……………………

Cala il sipario

Fine

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