L’amante del sogno

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L’AMANTE DEL SOGNO

Commedia in tre atti

di ALFREDO VANNI

PERSONAGGI

CESARE

ALCIDE

IL FATTORE

IL RICEVITORE

IL MEDICO

IL CUSTODE

PRIMO PITTORE

SECONDO PITTORE

RIGHETTI

UN SERVO

PAOLINA

LILIANA

FLORIANA

LA DIRETTRICE

LA FATTORESSA

UNA MODELLA

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

La foresteria di un collegio femminile. Stanza ariosa, linda, allegra. Poca mobilia, semplice, austera. Parecchi quadri alle pareti. Raffigurano signorine e signore dell'alta società. Non manca qualche quadro di prelati o di an­tiche istitutrici del collegio.

La comune in fondo. Una porta a sinistra. Due grandi finestre a destra. Le due finestre sono riparate da ampie tende di tela grezza. Ogni tenda si apre nel mezzo e si raccoglie ai lati, di qua e di là, in due grandi strisce che toccano terra e dietro cui può comodamente nascondersi una persona.

E’ un chiaro mattino su la fine di luglio.

SCENA PRIMA Il Fattore, la Fattoressa; poi Cesare, seguito da un Facchino.

 (A destra, la Fattoressa spolvera una grande tavola alquanto discosta dalle finestre. A sini­stra, verso il fondo, il Fattore drizza un para­vento, e dietro il paravento porta un lavamano con bacile e la brocca piena d'acqua. Il Fattore è un vecchietto alacre sui sessantacinque; la Fattoressa una donna piuttosto pingue, che tocca i cinquant’anni).

Il Fattore                       - Ti reggi o non ti reggi?... così…E l'asciugamani?... Anna Maria, l'asciugamani?...

La Fattoressa                - L'avete sotto gli occhi.

Il Fattore                       - La catinella veramente avrebbe bisogno di una passatina con la cenere... To', è anche sbreccata.

La Fattoressa                - Quante storie!... In fin dei conti è un pittore, mica un principe!

Il Fattore                       - Bella ragione. Che saponetta! (la fiuta) Questo è il sapone che adopera la signora direttrice!

La Fattoressa                - Infatti me l'ha dato lei... Avete finito?

Il Fattore                       - Pronto!

La Fattoressa                - Aiutatemi a mettere a posto questa tavola... Ma... la vorrà così... o cosi?... (Mentre sono attorno alla tavola, entra dal fondo Cesare, seguito dal custode della casa dove abita. Il custode porta un cavalletto, un seggiolino pieghevole, una scatola di colori vasetti e altri arnesi. Cesare ha sul braccio, ripiegata, la sua zimarra, e in mano la tavolozza. E ' sui ventisette anni, aspetto vigoroso, un pò rude; naso aquilino, barba corta e forte).

Cesare                           - Bravi, così... per lungo la tavola... e non tanto sotto la finestra... Un po' più indietro... ecco... (al custode) E tu... il ca­valletto qui, da questa parte... (lo fa drizzare a sinistra, quasi nel mezzo)... un po' più avanti... ecco. Il seggiolino qui, così... I vasi e la scatola su quella... Ho detto più indietro, quella tavola!... (alla fattoressa) Voi! Svelta con quelle gambe!...

La Fattoressa                - Eh!... Un momento!

Il Fattore                       - (in ammirazione) E' un vero pit­tore!

Il Custode                     - (ride).

Cesare                           - Tu, hai portato tutto? C'è altro, giù?

Il Custode                     - Gnomo!

Cesare                           - Allora un grazie di cuore e dietro front! Avanti! Marsch!

Il Custode                     - (via).

Il Fattore                       - Che uomo!

Cesare                           - A noi, adesso, (si guarda attorno) Ma sapete che è una stanza magnifica!

La Fattoressa                - E' la più bella della fore­steria, tanto che la signora direttrice ci ha fatto raccogliere tutti i quadri... Guardi.

Cesare                           - Ma sono in uno stato deplorevole i vostri quadri!

La Fattoressa                - Lo dica alle signorine...

Il Fattore                       - Quando riescono a mettere pie­de qui, son dolori...

La Fattoressa                - E di là? (accenna a sinistra) Ha visto quel san Rocco col cane pieno di buchi? Eppure è alto due metri da terra. Vat­telappesca come hanno fatto ad arrivarci!

Il Fattore                       - Oh, bella! Si arrampicano una su le spalle dell'altra. Le ho viste io!

La Fattoressa                - E non avete detto niente?

Il Fattore                       - È perché?

Cesare                           - Sicuro. E perché? (esaminando i quadri lungo le pareti) Sarà un bel lavoro... (al fattore) Volete darmi una mano?

Il Fattore                       - Pronto!

Cesare                           - Cominciamo da questo... (in due, staccano un quadro dalla paréte) Piano.. Qui, sul cavalletto... (esamina la tela, che raffigura una giovane signora) Le hanno sbucciato la bocca... Peccato! Una bella bocca!

Il Fattore                       - Vuol sapere chi è?... Le dico anche l'età... Entrò nel millenovecentoquin-dici, uscì nel millenovecento venti... Sicuro... adesso avrà i suoi ventidue anni.

Cesare                           - Ed è?

La Fattoressa                - La principessa Magda di Franca-Berzi.

Cesare                           - Caspita!

La Fattoressa                - Oh, qui son tutte così, sa?... Non ce n'è una che non sia per lo meno baronessa o contessa.

Il Fattore                       - Tutte, quand'escono di collegio, tornano l'anno dopo a fare una visitina alle compagne. E tutte ci tengono a mandare il loro ritratto, vestite e pettinate più bene che possono, per fare dispetto a quelle che re­stano.

Cesare                           - Le quali poi si vendicano a colpi di forbici.

Il Fattore                       - (ridendo) E valle a scovare!

La Fattoressa                - Non parlano! Le « grandi» specialmente.

Cesare                           - Eppure, son donne!...

Il Fattore                       - Peggio! Ognuna conta per die­ci donne. Quando ti piantano gli occhi in faccia... non parlo per me... io son vecchio... (ride) Ma c'è il signor Alcide, l'economo... (ride).

La Fattoressa                - Hanno capito ch'è timido e ci si divertono...

Cesare                           - To'!, Un uomo con moglie e quattro figli!...

Il Fattore                       - S'impappina, diventa rosso e si accomoda il colletto... E loro, quando capita in mezzo, se lo godono tranquillamente, co­sì... (socchiude gli occhi, la testa su la spalla destra) senza aprir bocca... e... (Entra l'economo).

SCENA SECONDA Detti - Alcide

Alcide                           - (quarantacinque anni, un po' di pancia, timidezza e allegria) Caro signor pittore... (al fattore e alla fattoressa) E la colazione?... La colazione al signor pittore?... Svelti, su!... (li richiama) Un momento! (a Cesare) Caffè, burro, marmellata, pane freschissimo...

Cesare                           - Tutto quello che vuole... Però, se ci fossero anche due fette di prosciutto...

Alcide                           - E come no?... (al fattore e alla fat­toressa) E anche del prosciutto per il signor pittore! (I due escono, Alcide si avvicina, bo­nario, sorridente) Vengo ad annunziarle la visita della signora direttrice e anche ad assi­curarmi coi miei occhi se l'hanno sistemata secondo i suoi desideri... Qui non la distur­berà nessuno. Ha visto il cartello che ho fatto mettere alla porta? « Vietato l'ingresso ».

 Cesare                          - « ... ai lavori di Michelangelo ». Lo . hanno aggiunto sotto col lapis.

Alcide                           - Come? Hanno osato?

Cesare                           - Stia fermo! Eh, per così poco?... (pausa) Cattivelle, eh?

Alcide                           - (dopo una pausa, passandosi due dita tra collo e colletto) Non ne parliamo... (con. altro tono) Qui c'è il campanello... Là, dietro il paravento, c'è l'occorrente per la­varsi... (con tono più gaio) E adesso, caro si­gnor pittore, mi lasci dirle ancora una volta ch'io son lieto, arcilieto, di vederla tra noi...

Cesare                           - Senta, tanto per metterci d'accordo: pittore sempre, signore mai. Io mi chiamo Cesare Foresi.

Alcide                           - Ebbene, caro signor Foresi... anzi, caro signor Cesare... Mi permette di chiamar­la signor Cesare?

Cesare                           - Mi chiami come vuole.

Alcide                           - Mi dispiace di avere ignorato sino a pochi giorni fa la presenza nel nostro piccolo centro di un così esimio cultore dell'arte.

Cesare                           - (gravemente) E che arte!

Alcuje                           - Io passo la mia vita tra la casa e il collegio. Vado raramente al caffè. E fu ap­punto al caffè, domenica scorsa, nella «ala del biliardo, che lei mi colpì.

Cesare                           - Ah. (si toglie la giacca) Permette? (appende la giacca a una seggiola, indossa il camice).

Alcide                           - Noi ci conosciamo, si può dire, uno per uno. Lei però non l'avevo mai veduta.

Cesare                           - Sono infatti in questo piccolo cen­tro, come lei dice, da appena due mesi.

Alcide                           - Vede?... La sua cravatta, il suo cap­pello, la sua barba, mi colpirono, quasi di­rei, stranamente.

Cesare                           - La mia?...

Alcide                           - Il suo modo di muoversi, di tenere la stecca, di allungarsi sul biliardo, di misu­rare la distanza tra le palle e il pallino, la sua voce robusta, la sua pipa, m'impressio­narono. Pensai: ecco un uomo!

Cesare                           - E non è un uomo, lei? Con quattro figli! Non saranno mica nati per virtù dello Spirito Santo, immagino.

Alcide                           - E' un'altra cosa, è un'altra cosa! In me sono non uno, ma due uomini. Il guaio è che non vanno mai d'accordo. Uno tira a destra e l'altro tira a sinistra. E così... io sto fermo. Da giovane, vede, volevo studiare pittura. Ero deciso, decisissimo. Ma quello di sinistra intervenne. Voleva studiassi scul­tura. E così, tra la pittura e la scultura, diventai... economo del collegio, (il fattore e la fattoressa portano la colazione) Bravi, mette­te lì... (la fattoressa stende la tovaglia sopra un tavolinetto verso destra; il fattore depone il vassoio) A lei, signor Cesare.

Il Fattore                       - Buon appetito al signor pittore!

Cesare                           - (prendendo la seggiola) Non ci pen­sare...

La Fattoressa                - Occorre altro?

Cesare                           - Grazie, (il fattore e la fattoressa escono. Cesare, seduto, spiegando il tovaglio­lo) Dunque lei diceva... Ah, sì. Sa. che lei mi racconta delle cose strabilianti? Però an­che a me accade qualcosa di simile. Anche in me due forze uguali e opposte combattono una lotta senza quartiere. Però non sono uo­mini, ma donne. E si chiamano Ricchezza e Disperazione. L'una mi grida: Cesare, in alto il cuore! Tu arriverai!... E mi addita una via luminosa in fondo a cui è la gloria, Porgere e la fama... L'altra, invece, mi trat­tiene nello slancio, m'inchioda sul terreno e mi urla ghignando all'orecchio: Tu non avrai mai fortuna!... Tu morrai di fame!

Alcide                           - Eh!... diamine!...

Cesare                           - E così, tra la fama e la fame...

Alcide                           - Ma lei è giovane.

Cesare                           - Peli!... Ventisette anni.

Alcide                           - Col suo ingegno potrà fare quello che vuole. Quando l'altro giorno al biliardo mi dissero ch'ella è pittore, subito pensai...

Cesare                           - Ecco un uomo...

Alcide                           - No... ecco il miouomo. Vidi in un lampo, i quadri della foresteria in rovina e capii che il salvatore era giunto!

Cesare                           - Troppo buono.

Alcide                           - Parlai con la direttrice. Tutto fu combinato. Lei fu chiamato. L'acconto fu dato.

Cesare                           - Pace ai defunti.

Alcide                           - (mette mano al portafogli) Se le oc­corre... se vuole...

Cesare                           - (alzandosi) No, no. Il giusto e niente altro. Del resto io debbo ringraziarla egual­mente, perché, senza i suoi quadri, forse a quest'ora...

Alcide                           - Lei?...

Cesare                           - ... avrei spiccato il volo per altri lidi.

Alcide                           - Partire? Lei?

Cesare                           - Le pare che possa seppellire il mio talento in provincia? Roma! Roma!... Ecco la mèta radiosa!... Là è il re... là è il papa... E il ritratto è il mio forte.

 Alcide                          - (quasi pregando) Non vada via!

Cesare                           - E come no?

Alcide                           - Ci pensi... Rimanga!... Senta... Quan­to durerà il suo lavoro?

Cesare                           - Ma non so... Cosa vuole...

Alcide                           - Dica... sentiamo...

Cesare                           - Un paio di mesi.

Alcide                           - Mettiamo quattro; ma non se ne vada. E poi, c'è san Rocco di là, che aspetta col cane... Ci sono i restauri alla Cappella... Non se ne vada!... La sua venuta, la sua amicizia, sono una lieta parentesi nella mia vita. Casa e collegio, collegio e casa... A casa, la moglie, i ragazzi... Purgatorio e Inferno... Non mi resta che la notte... Quando tutti dor­mono, apro qualche libro, un libro di viag­gi, un romanzo, e sogno a occhi aperti. E allora quei « due », « l'uno e l'altro », si pigliano a pugni qui dentro, (si tocca il petto) E tutto quello che è giù, vien su... Ero nato per un'altra aria, capisce?

Cesare                           - E' strano. Io invece la invidio.

Alcide                           - M'invidia?

Cesare                           - Ma certo. Se là è il Purgatorio e l'Inferno, qua è il Paradiso. Non vive in mez­zo alla grazia, alla freschezza, alla giovinezza?

Alcide                           - Non me ne parli!

Cesare                           - Non le pare di rinascere ogni giorno, di godere una gioventù perenne, di sentirsi alla gola e nel cuore un profumo più forte di questo che vien dal giardino?

Alcide                           - Parla bene, lei !

Cesare                           - (presso la finestra) Amare la vita, bi­sogna! Amarla con foga, imbeversi a pieni polmoni d'aria, d'amore e di calore, come quegli alberi laggiù s'imbevono di sole, (tira ancora di più le tende) Guardi là, che pace, che quiete!

Alcide                           - Perché non sono ancora scese in giardino.

Cesare                           - (alla finestra) Un Eden fatto per la danza di fanciulle coronate di rose, (tor­nando) Quante sono... le fanciulle?

Alcide                           - Trentotto.

Cesare                           - Se, facessimo il ritratto a tutte e trentotto?

Alcide                           - Tutte?

Cesare                           - La parentesi della sua vita sarebbe più gaia e la nostra amicizia perfetta.

Alcide                           - (accennando i quadri alle pareti) Ec­co la fine che farebbero le sue tele. Se bucano gli occhi alle amiche che sono lontane, figu-riamoci a quelle che sono presenti! (i rintocchi di una campana. Alcide, in sussulto) L'ora della ricreazione? ..

Cesare                           - Senta...

Alcide                           - Ci rivedremo poi... Ora non posso...

Cesare                           - Ma senta !

Alcide                           - Poi, poi... Permetta... Arrivederla, arrivederla... (via).

SCENA TERZA Cesare, solo

Cesare                           - Ha paura d'incontrar le fanciulle... (caricando la pipa) Che merlo!... Buona que­sta marmellata... Sì... E anche l'idea dei ri­tratti non era cattiva... (schiamazzo improvvi­so nel giardino. Le educande si rincorrono e giuocano alla palla. Colpi di tamburello. Gri­da, risa, trilli di gioia. Cesare, sempre cari­cando la pipa, si avvicina alla tavola che è per lungo dinanzi alle finestre e su la quale sono i vasetti con la ragia, la colla e la sca­tola dei colori) Guardale là! Che salti!... Che gambe!... E là! Brava!... Ehi!... e là!... (ac­cende la pipa e rimane dinanzi alla tavola manipolando i colori) Che merlo! (rumore di vetri infranti) Dagli... paga papà!... (mani­polando, col viso di profilo) Giovinezza, io t'adoro... (un colpo più forte di tamburello... una palla di gomma entra violentemente, batte su la tavola e rimbalza sul viso di Ce­sare) Perdinci... Per poco non mi cacciano la pipa in gola... (toccandosi il naso) San­gue?... No, colore... Ha ragione, l'economo... Che accidenti!... L'acqua... dov'è... l'acqua? (va dietro il paravento col fazzoletto al naso. Una pausa. Dal fondo, cautamente, le teste di Paolina, Liliana, Floriana).

SCENA QUARTA Paolina, Liliana, Floriana, poi Cesare

 (Le ragazze sporgono la testa, senza osare di entrare. Parlano a voce sommessa. Sono sui sedici o diciassette anni. Indossano il vestito bleu dell'educandato, stretto da una cintura ai fianchi. Capelli a mezza treccia su le spal­le, tamburello in mano. Floriana è un tipo dolce e docile, Liliana un temperamento ar­dente e volontario, Paolina una brunetta vi­vace, con bruschi e ambigui cambiamenti di carattere).

Paolina                          - Dov'è andata?...

Floriana                         - Io non la vedo.... :

 Liliana                          - (a Floriana) Va tu,

Floriana                         - Ho paura...

Paolina                          - Andiamo insieme, (si avanzo)

Liliana                           - C'è nessuno?

Paolina                          - Nessuno.

Liliana                           - Allora... (si avanza)

Floriana                         - Allora... (segue l’esempio).

Paolina                          - (con un lieve grido) Ah! (frettolosa ritirata. Poi) Un cappello da uomo...

Liliana                           - Da uomo?

Paolina                          - Ma senza la testa... (guardando) E poi... una giacca!

Floriana                         - Di chi?

Paolina                          - Oh bella! Di Michelangelo.

Liliana                           - Già. Lavora qui.

Floriana                         - Siete sicure che non ci sia?

Paolina                          - Domandalo.

Floriana                         - À chi?

Paolina                          - A lui. Di' forte: è permesso?

Floriana                         - (candidamente) E' permesso?

Liliana                           - (più forte) E' permesso?

Paolina                          - (più forte) E' permesso?... (pausa) Niente. E' nella sacrestia.

Liliana                           - O in chiesa.

 (Le tre ragazze osservano: Liliana si accosta al tavolinetto ancora apparecchiato, Floria­na prende il cappello di Cesare, Paolina esa­mina la giacca).

Liliana                           - Prosit!

Floriana                         - Che testa!

Paolina                          - Che macchie! (solleva una manica della giacca) C'è anche un buco... Si vede che i buchi sono la sua specialità.

Liliana                           - L'hanno chiamato per questo, (pres­so il cavalletto) E sapete da chi ha comin­ciato? Da quella antipatica di Magda.

Paolina                          - (avvicinandosi al cavalletto) Anti­patica! Ora le trapano gli occhi un'altra vol­ta... To'!...

Floriana                         - (presso la tavola grande, a destra) Una pipa!

Liliana                           - (accorrendo) Fammi vedere!

Paolina                          - (accorrendo) Fammi vedere, fammi vedere!...

Floriana                         - E' di gesso...

Liliana                           - No, d'avorio...

Paolina                          - (fiutando, in estasi) Dio, come puz­za! (il cappello in testa, la pipa in bocca, le mani sui fianchi) Can d'un pitor!

Cesare                           - (uscendo di dietro il paravento) Vuo­le anche un fiammifero? (triplice grido. La pipa cade e va in pezzi. Le tre ragazze hanno un moto istintivo di fuga. Cesare le richiama) Scusino... e la, palla?...

Floriana                         - (candidamente, a Cesare) Era là dietro, lei?

Liliana                           - (ingenua) Se l'avesse detto...

Paolina                          - (non senza dignità) Già, se l'avesse detto...

Cesare                           - (raccogliendo i pezzi della, pipa) Vera schiuma d'alto mare... Prima il naso, poi la pipa...

Paolina                          - Il naso?

Cesare                           - Già. La loro palla, entrando come... una palla dalla finestra, mi ha colpito in viso.

Liliana                           - Creda... (accusando Paolina) E' sta­ta lei!

Floriana                         - Sì! E' stata lei!

Liliana                           - Non c'è che lei per fare dei tiri...

Cesare                           - ... così birboni.

Liliana                           - No... così lunghi.

Paolina                          - (umile) Che cosa vuol che le di­ca?... Però, se lei non avesse messo il suo naso...

Cesare                           - E dove vuol che lo metta?... E la pipa?... (coi pezzi in mano) Due anni di fe­deltà quasi coniugale... Bah, un fiore e una lacrima... (posa i pezzi su la tavola).

Liliana                           - Creda, noi siamo confuse...

Floriana                         - Molto confuse...

Paolina                          - (d'un tratto e d'un fiato) Giuro di non giuocare più alla palla in tutto il tempo che lei sarà qui!

Cesare                           - Ma no. Giochi quanto vuole. Guardi, ne ho un'altra, (e cava un'altra pipa) Mi pro­metta piuttosto...

Paolina                          - Dica?

Cesare                           - (accennando il cavalletto) ... di non fare altri buchi... Perché, se io chiudo e lei apre...

Liliana                           - (scoppiando a ridere) Sa che lei è una persona di spirito?...

Cesare                           - (a Paolina) E lei... non sottoscrive?

Paolina                          - (col broncio) Io... le persone ho bi­sogno di conoscerle. E lei non la conosco.

Cesare                           - Ha ragione. Dimenticavo. Cesare Fo­resi, pittore... ritrattista...

Liliana                           - (subito avanzandosi, con un inchino) Liliana Forge-Regis, dei marchesi di Binasco.

Floriana                         - (idem) Floriana Sartorana, dei con­ti di Berralta.

Cesare                           - Quanta poesia! Liliana, Floriana...

Paolina                          - Filomena Manacorda... e basta.

Cesare                           - (mentre Liliana e Floriana ridono) Nemmeno un « quarto »?

Paolina                          - (sempre col broncio) Ne un quarto, né uno spicchio. Le dispiace?

Cesare                           - Si figuri!

Paolina                          - La vera nobiltà è quella del cuore. Ha cuore, lei?

Cesare                           - Un cuore di Cesare!

Paolina                          - Ed io... un cuore di usignolo. Filo­mena vien dal greco e significa usignolo.

Cesare                           - Eppure, cosa vuol che le dica?... Fi-lo-me-na... sdrucciola troppo.

Paolina                          - Lo lasci sdrucciolare.

Cesare                           - Come crede. E lor signorine... sono in collegio da molto tempo?

Liliana                           - Io da quattro anni.

Floriana                         - Io da tre.

Liliana                           - Ma a ottobre, grazie a Dio, spicco il volo.

Cesare                           - Se ne va?

Liliana                           - Torno alla vita, al mondo. Contò i giorni, si figuri!

Cesare                           - (a Paolina) E lei, signorina, quando spiccherà il volo?

Paolina                          - A ottobre, coi tordi.

Cesare                           - Per quell'epoca io avrò da un pezzo spiegato le ali.

Tutte                             - Se ne va?

Cesare                           - Vado a Roma.

Tutte                             - A Roma?

Liliana                           - Se vuole una raccomandazione per il Vaticano... Ho uno zio Guardia Nobile...

Floriana                         - Se le occorre per il Quirinale... Ho un cugino alto funzionario di Corte.

Cesare                           - Grazie, grazie...

Paolina                          - Io ho un parente all'Accademia, e se vuole...

Cesare                           - Grazie, grazie... Profitterò... Ma già, uscite di collegio, chi sa quanto presto lor si­gnorine dimenticheranno il povero pittore.

Liliana                           - No. Perché lei diventerà celebre.

Cesare                           - Crede?

Liliana                           - Ma certo. Il cuore me lo dice. E poi, basta guardare il suo viso...

Cesare                           - (lusingato) Ohi, ohi!...

Floriana                         - La sua fronte spaziosa...

Paolina                          - Il suo naso…

Cesare                           - (a Paolina) Si può sapere che cosa le ha fatto il mio naso?

Liliana                           - Mi pare di vederlo... Cesare Fo­resi, il commendatore Cesare Foresi, pittore di dame, d'eccellenze, di prelati...

Paolina                          - ... di animali...

Cesare                           - Animali?

Paolina                          - Non deve rabberciare anche san Rocco col cane? Povera bestia, ridotto com'è!...

Cesare                           - (impermalito) Bontà sua.

Paolina                          - Mia?!

Cesare                           - Lei ha proprio una sviscerata antipa­tia per l'arte e le cose belle.

Paolina                          - Le cose brutte, vorrà dire. Un cane più cane di quello non si può immaginare.

Cesare                           - Bontà sua! Perché se lei non si desse la pena di arrampicarsi su le spalle delle compagne...

Paolina                          - Chi gliel'ha detto?

Cesare                           - (con gravità) L'economo.

Paolina                          - Quello me la pagherà... Lei però non sa la storia...

Cesare                           - Che storia?

Paolina                          - Quella di San Rocco. Deve sapere che l’altr'anno, quando morì il cane...

Cesare                           - Il cane morì?...

Paolina                          - ... Sì... della direttrice... una be-stiaccia che ci mordeva i polpacci... gli ossi erano la sua passione... la direttrice, incon­solabile, ordinò a un imbrattatele qui di pas­saggio di eternare le fattezze dell'amato Fifì a fianco di San Rocco, tanto più che l'an­tico cane, a causa dell'umidità, aveva quasi perduto la testa...

Cesare                           - Infelice!

Paolina                          - Il pittore se la cavò adattando il nuovo sul vecchio. Il vecchio era un mastino, il nuovo, Fifì. Tra il mastino e Fifì venne fuo­ri un terzo animale, che nel viso, pardon, nel muso, rassomigliava vagamente a... alla signora direttrice... Non glie lo vada a dire, eh?

Cesare                           - Giusto!

Paolina                          - (in ascolto) Zitte!... Liliana, Floriana,

Cesare                           - Che c'è?

Paolina                          - Riconosco il passo... E' lei!

Cesare                           - Se ne vadano! Presto!...

Paolina                          - Troppo tardi!... Sale le scale!...

Cesare                           - (accennando a sinistra) Di là!...

Paolina                          - E' chiuso, di là... (corre a nascon­dersi dietro una delle ampie tende) Qui, qui...

Liliana                           - (correndo a nascondersi) Santa Ver­gine!

Floriana                         - (idem) San Rocco benedetto!..,

Paolina                          - Madonna!

Cesare                           - - San Giuseppe mio!...

                                      - (ognuna è nascosta dietro una tenda. Più vicina alla comune è Floriana. Poi vien Li­liana; Paolina è dietro il tendaggio della finestra prossima al proscenio).

SCENA QUINTA Detti - La Direttrice

La Direttrice                 - (di fuori, amabilmente) E' permesso?

Cesare                           - Avanti! Chi è?

                                      - (La direttrice si ferma su la soglia, sorriden­te. Ha trentotto anni. Maniere distinte, ricer­cate. Occhialino. Vestito sobrio, di linea elegante. Nell'insieme, una donna che può an­che piacere).

La Direttrice                 - (su la soglia) E' permesso?

Cesare                           - E' lei, signora?... Prego, prego... Favorisca.

La Direttrice                 - Si può entrare nel santuario dell'arte?

Cesare                           - Troppo buona. Un'umile officina. Nient'altro.

La Direttrice                 - Lei è troppo modesto. So di tutte le medaglie e i diplomi da lei presi nelle varie Esposizioni. Il signor economo mi ha detto tutto.

Cesare                           - Se l'ha detto l'economo...

La Direttrice                 - Il signor Alcide è entusiasta di lei.

Cesare                           - Troppo buono, troppo buono!

La Direttrice                 - Come si trova qui? Ho dato ordine che non le manchi nulla. Un artista non deve avere preoccupazioni di sorta. Li­bera la mente! Protesa nella ricerca inesau­sta del bello! D bello è verità, la verità è luce, la luce è Iddio.

Cesare                           - E ringraziamo Iddio.

La Direttrice                 - La colazione è stata di suo gusto? (dò un'occhiata al tavolino) Avevo da­to ordine di servirle la marmellata di pesche, e invece, guardi, hanno portato la marmel­lata di prugne!

Cesare                           - Le garantisco che non me ne sono accorto.

La Direttrice                 - Le prugne allegano i denti.

Cesare                           - Per me. Guardi... (mostra i denti) Stritolo anche le pietre.

La Direttrice                 - (con una punta di civetteria) Denti di lupo!... E che ne pensa di questi quadri?... Un disastro, vero?

Cesare                           - Diremo: un mezzo disastro.

La Direttrice                 - Ha veduto il san Rocco, di là?

Cesare                           - Tutto da rifare.

La Direttrice                 - Tutto?

Cesare                           - Tutto il cane, voglio dire.

La Direttrice                 - Povera bestia! Io la prego, nel ritoccarlo, di non alterarne le sembianze.

Cesare                           - Farò il possibile...

La Direttrice                 - Grazie, E mai, mai, ho potuto mettere le mani su le colpevoli!

Cesare                           - Provi a incaricare il signor Alcide...

La Direttrice                 - Lui?... Poveruomo! Mi aspet­to di trovarlo una mattina o l'altra bucato come i quadri.

Cesare                           - (che ha trovato un pretesto per legare l'attenzione della direttrice) A proposito . di buchi... Vede?... Questi sono recenti... (la direttrice si curva sul cavalletto, osservando la, tela con l'occhialino e voltando le spalle alle finestre. Cesare, mentre le fa vedere con la destra i guasti, con la sinistra fa cenni die­tro la schiena, alle ragazze, perché se ne va­dano) Dica lei se non sembrano fatti... guardi bene... (Floriana cautamente se la svi­gna) con le mani, o per lo meno con le dita...

La Direttrice                 - Perfide... Ma se le piglio...

Cesare                           - Guardi, guardi...

La Direttrice                 - ... Se le piglio, una punizione esemplare! (sta per voltarsi, mentre Liliana fugge).

Cesare                           - Ah, perdi...

La Direttrice                 - Cos'ha?...

Cesare                           - (più calmo) E due... E' la seconda volta che mi mordo la lingua.

La Direttrice                 - (con civetteria) Colpa dei suoi denti di lupo!

Cesare                           - (energico) Io le domerei! Le piglierei senza complimenti per l'orecchio o il codino...

La Direttrice                 - Il regolamento vieta le puni­zioni corporali, (per muoversi verso le fine­stre) Milasci vedere se le ragazze...

Cesare                           - Un momento!... Vorrei chiederle un favore.

La Direttrice                 - Tutto quello che desidera. Sono a sua completa disposizione.

Cesare                           - Vorrei, insieme con lei, dare una occhiata alla chiesa.

La Direttrice                 - Avremo tempo!

Cesare                           - Il suo fine senso artistico m'ispira una tale fiducia, che io... Guardi ad esempio qui... (accenna uno dei quadri che sono a sinistra, molto a sinistra, della parete di fondo) Che cosa ne pensa di questa venerabile si­gnora?

La Direttrice                 - E' la fondatrice del collegio

Cesare                           - Ossia un quadro antico.

La Direttrice                 - Ma no...

Cesare                           - Ma sì. E i quadri antichi - parlo contro il mio interesse - sono come gli amo­ri defunti: non bisogna mai ritoccarli! Eh?

 La Direttrice                - Graziosissimo! Lo scrivo su­bito nel mio carnet. Anzi, scriva lei e firmi. Sarà un caro ricordo.

Cesare                           - Come vuole, (scrive distratto, resti­tuisce il carnet).

La Direttrice                 - Graziosissimo! (legge) « I quadri defunti son come gli amori ant... ».

Cesare                           - Oh, pardon! (corregge)

La Direttrice                 - (elegiaca) Gli amori del pas­sato! L'amour qui passe, l'amour qui meurt! (Paolina, che si è fatta avanti, sta per essere vista).

Cesare                           - Ferma! Senza volerlo, lei mi dà la ispirazione per un quadro. Segga. Ripeta.

La Direttrice                 - (seduta verso sinistra, un po' in obliquo e coperta da Cesare che è in piedi) L'amour qui passe, l'amour qui...

Cesare                           - Graziosissimo! I versi! Non ci sono che i versi per... Conosce l’Iliade?... Ce n'è uno al principio... Aspetti... « Or va, se salva ir brami!... ».

La Direttrice                 - Salvo.

Cesare                           - Salva.

La Direttrice                 - Salvo... Il Gran Sacerdote.

Cesare                           - Salvo, salva... Purché se ne vada...

La Direttrice                 - Io?

Cesare                           - Ma no. Lei?... Se sapesse quanto mi fa piacere vederla qui!... (guarda l'orologio) Ohi, ohi! Le dieci?... Al lavoro, al lavoro!

La Direttrice                 - (vezzosa) Mi scaccia?

Cesare                           - No. Ma quando lavoro, sono una macchina sotto pressione. Ho bisogno di fu­mare, fumare. E la mia pipa...

La Direttrice                 - Ma fumi quanto vuole. Mio marito, il defunto comandante, fumava sempre.

Cesare                           - Lei è vedova?

La Direttrice                 - Vedova.

Cesare                           - Ah. (pausa).

La Direttrice                 - Ella adesso ha in me non sol­tanto un'ammiratrice, ma un'alleata e un'a­mica. Il comandante...

Cesare                           - Quello che è morto...

La Direttrice                 - ... già... mi diceva sovente: Emma, tu dovevi nascere per lo meno dama della Croce Rossa... Tu sei venuta al mondo per consolare gli afflitti e curare le piaghe... E così ho fatto della mia vita un aposto­lato. ..

Cesare                           - Sotto un certo punto di vista, i nostri destini sono eguali. Anch'io (cenno ai quadri) curo piaghe e rattoppo ferite, aspettando di creare.

La Direttrice                 - (gaiamente) E creerà! Ella ha tutti i requisiti per creare... Ma io la la­scio... Mi perdoni... Arrivederla... E buon lavoro !... (Cesare l'accompagna fin su la soglia, torna)

SCENA SESTA Cesare - Paolina

Paolina                          - (uscendo fuori) Finalmente!

Cesare                           - Ah, sì! Finalmente!

Paolina                          - Noiosa, vero?

Cesare                           - Chi?

Paolina                          - La vedova del comandante.

Cesare                           - Ma no. Io parlo di lei.

Paolina                          - Di me?

Cesare                           - Se ne vada. Anzi dovrebbe esser­sene già andata da un pezzo.

Paolina                          - Grazie del complimento.

Cesare                           - Non ci sono complimenti. Le face­vo dei cenni, dei gesti... E lei, dura!

Paolina                          - Avrei voluto veder lei a svignarsela con quel dragone qui presente, che faceva lo svenevole.

Cesare                           - Che intende dire?

Paolina                          - Se dà retta a quella, sta fresco! Non sa che ha i denti finti e i capelli posticci?

Cesare                           - E che importa a me dei capelli e dei denti?

Paolina                          - Badi di non innamorarsene.

Cesare                           - Per chi mi piglia? Io sono una per­sona seria.

Paolina                          - Non si vanti, non si vanti!

Cesare                           - Insomma, vuol lasciarmi lavorare?

Paolina                          - Lavora con le orecchie, lei? Però confessi...

Cesare                           - Confesso che non capisco perché lei vuole stare qui... Sente le sue compagne che giuocano? E gli uccellini che garriscono? Voli, voli!

Paolina                          - Me ne vado.

Cesare                           - Ah!

Paolina                          - Ma prima vorrei da lei, ch'è rittrattista, il ritratto...

Cesare                           - Non ho tempo...

Paolina                          - No... il ritratto, a voce, in pochi tocchi, vivo e parlante...

Cesare                           - Di chi?

Paolina                          - Della direttrice.

Cesare                           - Ancora?

Paolina                          - Sicuro. Sentiamo. Quanti anni?

Cesare                           - Che vuol che le dica?... Ventotto.

Paolina                          - Trentotto. Indovinato. E il viso?... Piacente?...

Cesare                           - Peuh... sì... così...

Paolina                          - Il collo?

Cesare                           - Il collo... Un Giorgione.

Paolina                          - Il corpo...

Cesare                           - Il corpo... Corpo di...

Paolina                          - Le piace?

Cesare                           - (perdendo la pazienza) Sì, mi piace.

Paolina                          - Male. Parlo, s'intende, per il suo bene.

Cesare                           - E se io la pregassi di non immi­schiarsi nel «rio bene?

Paolina                          - Continuerei a... curar la ferita.

Cesare                           - Sa che cosa mi fa venire lei? L'it­terizia.

Paolina                          - Impossibile. Tipo forte. Denti di lupo, (imita la direttrice) Capelli folti, non molto...

Cesare                           - Ma si può sapere perché mi perse­guita? E' la prima volta che io la vedo.

Paolina                          - Io no.

Cesare                           - Come no?

Paolina                          - Io la conosco da un pezzo, (tende il braccio indicando fuori della finestra) Laggiù !

Cesare                           - Laggiù?

Paolina                          - Lei abita laggiù da circa due mesi.

Cesare                           - Come fa a saperlo?

Paolina                          - Lei abita al lato opposto del vi­colo che passa sotto il muro del giardino, e precisamente al secondo piano di un vec­chio casamento disabitato che serve di ma­gazzino e di legnaia, con un portone mezzo sgangherato e sempre aperto.

Cesare                           - Sorprendente! E chi le ha detto...

Paolina                          - Ho la vista buona. Lei spesso si af­faccia alla finestra con... col... cannocchiale... a contemplare il panorama...

Cesare                           - Come artista cerco l'ispirazione...

Paolina                          - Nel giardino del collegio. Nega? Ne­ga che quando le educande sono a far ricrea­zione, a saltare alla corda, a giuocare all'al­talena, lei, con quel... cannocchiale in mano...

Cesare                           - (ironico) Ha gli occhi di gatto sel­vatico, lei!... Ma, in confidenza, si è mai accorta che il mio cannocchiale si sia fermato su lei?

Paolina                          - Mai.

Cesare                           - Vede?

Paolina                          - Cioè, sì... una volta.

Cesare                           - Non dica bugie.

Paolina                          - Una volta, (reticente) Ma no, è inutile...

Cesare                           - Sentiamo.

Paolina                          - Una volta... No, non posso.

Cesare                           - Dica, sentiamo.

Paolina                          - Sa quel pesco ch'è all'angolo del muro di cinta, accanto alla porticina che dà sul vicolo?

Cesare                           - Ebbene?

Paolina                          - No, non posso...

Cesare                           - Ma dica! Lei mi mette in curiosità.

Paolina                          - Lo credo. Anche quel giorno era... in curiosità.

Cesare                           - Sentiamo... che cosa c'entra il pèsco...

Paolina                          - C'entra, c'entra... Ero salita lassù... Le compagne mi sospingevano... sa, come si spinge chi sale... D'improvviso, un falso al­larme... Tutte si diedero alla fuga... Nella fretta dello scendere... io... la veste... il ra­mo... il ramo e la veste...

Cesare                           - (scoppiando a ridere) Ah, era lei!

Paolina                          - C'è poco da ridere. Avrei voluto veder lei...

Cesare                           - Ma chi le insegna a rubare le pesche?

Paolina                          - Era una settimana che non mangia­vo la frutta.

Cesare                           - Qualche birichinata? Eh, signorina Filomena!... Io ho il vago sospetto che lei sia una piccola discola.

Paolina                          - Non è vero. Basta sapermi pren­dere.

Cesare                           - Dev'essere un po' difficile.

Paolina                          - No. Anch'io ho il mio punto debole.

Cesare                           - Quale, quale?

Paolina                          - Il cuore. Io ho un carattere dolce.

Cesare                           - Alla larga!

Paolina                          - Non creda! E soffro, qualche volta. Soffro appunto perché non sono compresa.

Cesare                           - Cosa fa? Si mette a piangere? Pro­prio qui? Adesso?... Se ne vada, se ne vada.

Paolina                          - Vede, vede? Sempre così... Appena schiudo il mio cuore...

Cesare                           - Lo richiuda, lo richiuda!

Paolina                          - Che prosa, che prosa!

Cesare                           - Ma quanti anni ha, scusi?

Paolina                          - Non li conto più!

Cesare                           - Bene. Quando avrà il doppio o il tri­plo degli anni che ha, si accorgerà che la vita è prosa, che il mondo è prosa. Qui, in questo luogo di pace, tra i fiori e i profumi, in compagnia della sua adolescenza, la vita è paradiso; ma fuori, nel mondo, è inferno.

Paolina                          - Come ci arderò volentieri!

Cesare                           - Perché? Che cosa conta di fare?

Paolina                          - Non so. Ma qualche cosa farò anch'io.

Cesare                           - E' ricca la sua famiglia?

Paolina                          - No.

Cesare                           - Senza quattrini e senza uno spicchio di nobiltà...

Paolina                          - Sonerò il piano. Darò lezioni di piano.

Cesare                           - Ottima idea!

Paolina                          - Ma almeno sarò libera. Libertà, libertà... Ricordo, quando ero bambina, la grande città, le strade, la gente... Poi il portone del collegio s'è chiuso alle mie spalle... Soffoco, soffoco!

Cesare                           - Vada, vada a respirare...

Paolina                          - Sì, la lascio.

Cesare                           - Non perda tempo.

Paolina                          - E silenzio, eh?

Cesare                           - Di che?

Paolina                          - Della palla, della pipa, del cannoc­chiale... Se la direttrice venisse a sapere... Lei non la conosce. Una furia! (e ridendo va per slanciarsi fuori, ma su la porta s'incon­tra con Alcide che entra).

SCENA SETTIMA Detti - Alcide

Alcide                           - Signorina... lei... qui?...

Paolina                          - (tranquilla) Io, qui. (cava dal seno e porge un piccolo libro) Non è suo? Storia di una capinera. L'ha perduto in giardino. C'è scritto il suo nome, (minacciosa) Se par­la, dico a tutti che lei legge libri d'amore. (lo guarda ad occhi socchiusi, beffarda, go­dendo della confusione del buon uomo; poi, d'un tratto, si dà un colpo di tamburello sul ginocchio e scappa via).

Alcide                           - (sdegnato) Che civetta!

Cesare                           - Ma no... E' una ragazza che pro­mette bene...

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

 

 Uno studio di pittura. Ambiente modesto: ca­napè, cavalletto, tele, bozzetti, ecc. Un paravento nell'angolo verso sinistra nasconde l’ottomana, che serve di letto a Cesare.

A destra, una finestra alta dal suolo, ampia e quasi quadrata, a cui si sale per tre scalini di legno; una tenda la ripara. A sinistra, una porta. In fondo, la comune, che dà sul pianerottolo.

SCENA PRIMA Cesare, Alcide, il Ricevitore, il Medico

 (son tutt'e quattro seduti, giuocando a scopa. Alcide di fronte al medico, Cesare di fronte al ricevitore).

Il Medico                      - Sette e tre, dieci.

Cesare                           - Asso piglia asso.

Alcide                           - Scopa.

Il Ricevitore                  - E adesso?. … Un quattro.

Il Medico                      - Un cavallo.

Cesare                           - Un due.

Alcide                           - Cavallo. Piglio.

Il Ricevitore                  - Quattro e due, sei... Se non era l'ultima mano, avrei fatto scopa. Dunque, vediamo... (contando) Le carte sono no­stre...

Cesare                           - E anche la primiera e il sette bello.

Il Medico                      - Sei denari...

Alcide                           - La solita scalogna.

Cesare                           - Allora diremo... otto e tre, undici. Partita, (ad Alcide) A te il mazzo.

Alcide                           - Grazie, ne ho abbastanza. Sette lire ho perduto! (si alza).

Il Medico                      - Signor Cesare, una briscola?

Cesare                           - Come vuole.

Alcide                           - Sette lirette. E cinque ieri sera….dodici.

Il Ricevitore                  - (alzandosi e ghignando) eh, eh!...

Alcide                           - Però c'è almeno soddisfazione. Si perde, ma si perde sul serio, da signori. Men­tre prima, in farmacia, due soldini, quattro soldini, mezza liretta...

Il Ricevitore                  - Tanto di risparmiato, però, alla fine del mese.

Alcide                           - E l'emozione non la conta? Noi vi­viamo di emozioni. Io vivo di emozioni, da due mesi in qua, tutte le sere. Ho la febbre del giuoco nel sangue. Adesso capisco Mon­tecarlo.

Il Ricevitore                  - Eh, eh, eh!...

Alcide                           - Sicuro. Certe sere, qui da Cesare, in questo vicolo, con quella porta chiusa là in fondo e noi tutti in silenzio attorno al tavoli­no, mi fa l'effetto di stare in una bisca.

Il Ricevitore                  - Eh, eh, eh!...

Alcide                           - E' un brivido delizioso! Mi aspetto sempre, da un momento all'altro, di sentir dei picchi all'uscio e una voce gridare: In nome della legge! Ragazzi, se si facesse un poker? (Cesare ed il medico si sono alzati).

Il Medico e il Ricevitore        - No, no, è tardi.

Alcide                           - Sì, un poker, un piccolo poker, un pokerino!...

Il Ricevitore                  - Lei è matto. L'ultima volta ho perduto trenta lire, e dio sa le trappole che ho dovuto dare a intendere a mia mo­glie per...

Il Medico                      - E' tardi, è tardi!

Alcide                           - Eh! Nemmeno le undici!

Il Medico                      - Parla bene, lei! Io ho una visita. Un tumore che non ammette ritardi.

Alcide                           - Un tumore?

Il Medico                      - Già. Di nove mesi.

Cesare                           - Bene, ragazzi: vi preparo un grog e poi vi mando con Dio. Lei, dottore?...

Il Medico                      - (rimettendosi a sedere) Aspetto il grog.

Alcide                           - E con molto rhum, eh, Cesarino! (Cesare esce a sinistra).

Il Ricevitore                  - A proposito: come vanno i restauri? Dicono che il nostro Cesare lavori gagliardamente.

Alcide                           - Quasi finiti... pur troppo.

Il Ricevitore                  - E dicono d'un certo fermento, laggiù.

Alcide                           - Fermento?

Il Ricevitore                  - Pare che qualche testolina si sia scaldata. E anche qualche testa più ma­tura.

Alcide                           - Se dà retta alle chiacchiere! Per ben tre volte Cesare ha dovuto rimetter mano al famoso quadro di San Rocco. Si direbbe che una setta misteriosa congiuri ai danni dell'artista.

Il Medico                      - Ho visto la tela. Pare un giuo­co di pazienza. Il cane c'è, ma la testa... qual'è?

Alcide                           - Non parlo poi del ritratto che sta facendo alla direttrice. Ogni notte, regolar­mente, spuntano sul volto della direttrice » baffi e la barba...

Cesare                           - (rientrando col vassoio) Ragazzi, chi mi aiuta?

                                      - (tutti si danno da fare. Il vassoio vien de­posto sopra un tavolino; si versa il grog. Ognuno prende un bicchiere)

Il Ricevitore                  - (beve, guarda l'orologio) Le undici?... Di già?...

Il Medico                      - Anch'io, tolgo il disturbo...

Cesare                           - Ah, già. Il tumore. Vada, vada. (ad Alcide) E tu?...

Alcide                           - E' presto. Mi trattengo.

Il Medico                      - (presso l'uscio) Vizioso!

Il Ricevitore                  - (idem) Rompicollo! E pen­sare che amministra un collegio!

Voci diverse                  - (saluti) A domani sera. Sì, a domani. Buona notte... Buona notte, buona notte...

Cesare                           - (sul pianerottolo, curvo alla balaustra­ta) Ci vedete?

Una voce                       - Quanto basta per rompersi il collo...

Cesare                           - - Buona notte.

Voci                              - Buona notte, buona notte... (Cesare chiude, torna).

SCENA SECONDA Cesare - Alcide

Alcide                           - Ti dò noia?

Cesare                           - A me? E perché?

Alcide                           - Son quasi le undici.

Cesare                           - Sai bene ch'io non mi corico mai prima di mezzanotte.

Alcide                           - L'ultimo lume a spegnersi in città!

Cesare                           - Una città dove alle nove di sera son tutti a letto.

Alcide                           - Prima, prima. Ma adesso...

Cesare                           - E dove alle dieci unico centro di vita è il biliardo!

Alcide                           - Prima, prima. Fino a due mesi fa. Quando due mesi fa, infilando la berretta da notte, vedevo dalla mia casa la tua finestra illuminata, pensavo: « Ecco un uomo che sa godersi la vita! ».

Cesare                           - Bel godimento! Misurare su e giù quattro mattoni e fumare la pipa!

Alcide                           - Meglio fumare la pipa e andar su e giù, che starsene immobile accanto ad una donna che ogni cinque minuti vi dà una go­mitata e vi brontola: Spegni il lume! Smetti di leggere! Non voltarti! Non farmi vento! Fortunatamente adesso è tutto cam­biato. Adesso si va a letto alle undici. Adesso si chiacchiera, si giuoca d'azzardo, si beve il grog!

Cesare                           - Vizioso! E che cosa dai a intendere a tua moglie quando rientri tardi?

Alcide                           - Nulla. Le ho detto che tu hai pro­messo di dar lezioni di pittura alla nostra bambina più grande, e che ogni sera io son qui a farti un poco di corte.

Cesare                           - (sa lo scherzo) Ingannare così la propria moglie... Vergogna!

Alcide                           - Ma mia moglie ti adora.

Cesare                           - Eh?

Alcide                           - Non fa che ripetere le tue spirito­saggini della volta che venisti da noi. E i miei bambini chiedono sempre: Papà, quando torna quel signore che ci fa ridere? Tu hai stregato tutti. Uomini, donne, grandi e piccini. Gli uomini hai potuto ve­derli: il ricevitore, il dottore, il delegato... S'insinuano qui come in un luogo di perdi­zione...

Cesare                           - Grazie...

Alcide                           - ... e si sentono vent'anni di meno. Chi conosceva il whisky?... il poker?... il ma­cao?... Chi aveva mai bevuto il grog? Duecentosette lire ho perduto in un mese! Questo però a mia moglie non l'ho detto.

Cesare                           - Hai fatto bene.

Alcide                           - E non parliamo di me. Che cosa ero io? L'irresoluzione, la timidità.

Cesare                           - Già, la timidità.

Alcide                           - Oh, ma adesso son cambiato, sai? Non ci sono più delle sbarazzine di sedici an­ni capaci di farmi abbassare gli occhi. Ades­so, quando passo con le mani dietro la schie­na e la fronte alta, si fanno piccine piccine... A proposito... Sai quella brunetta che sor­presi tempo addietro da te?

Cesare                           - Sì... La storia di una capinera.

Alcide                           - Ebbene, quando m'incontra... mi guarda in certo modo... Si direbbe quasi...

 Cesare                          - Ti piglia in giro.

Alcide                           - Già... cioè, no...

Cesare                           - - Quella piglia in giro tutti.

Alcide                           - Sarà... Da quella volta però nessuno è venuto più a seccarti.

Cesare                           - Nessuno. Almeno di giorno.

Alcide                           - Perché di giorno?

Cesare                           - Perché è proprio di notte che quel disgraziato ritratto fa la cura della Chinina Migone.

Alcide                           - E tu, chiudi a chiave.

Cesare                           - Ho provato. E' lo stesso. E poi, vuoi che ti dica la verità? In fondo ci ho piacere. Sono stanco. Quella non è una vedova. E' un conglomerato, un estratto di vedove! Ah, quelle sedute, che supplizio! E poi, a seduta finita, quelle strette di mano, quelle graziette e mossette, e specialmente quei complimen­ti alla francese: Au revoir, mon petit mon-sieur!... Au revoir,, mon petit Cesar... Tanto che verrebbe la voglia di rispondere: Ciao, nonna!

Alcide                           - Sei ingrato!

Cesare -                         - Sono stanco.

Alcide                           - Dimentichi le pietanzine a parte, le creme, i dolci, i piattini da canonico...

Cesare                           - Sono sazio. Sazio d'essere ingrassato come un pollo in una stia. Rimpiango il mio pane e salame, i miei bicchieri d'acqua pura, il mio tabacco che uccideva le mosche a vo­lo... Non io, ma voialtri avete corrotto me!

Alcide                           - Corrotto?

Cesare                           - Mi avete tolto l'ispirazione. Mangio troppo, bevo troppo, dormo troppo. Sono sa­zio di questa vita! Luce, luce, sole, sole!

Alcide                           - Ma qui hai tutto.

Cesare                           - No.

Alcide                           - E che ti manca?

Cesare                           - Tutto.

Alcide                           - Parla. Se posso...

Cesare                           - (dopo una pausa) No: non puoi... E pensare che in quattro mesi quella è l'unica donna che mi è capitata tra i piedi! Ed è l'unica donna che non posso soffrire!

Alcide                           - (che ha capito) Ali!

Cesare                           - Sicuro. Ah.

Alcide                           - Mi sorride un'idea...

Cesare                           - Lasciala sorridere. La mia missione è finita. Ho mille lire in tasca. Piglio il volo.

Alcide                           - Parti?

Cesare                           - Libertà! Libertà!

Alcide                           - Ed io?

Cesare                           - E tu, a Ietto alle nove.

Alcide                           - Addio grog, addio pok«!... No, non può essere… Tu rimarrai, dovessi farri fare il ritratto... mio e dei miei figliuoli.

Cesare                           - Me ne vado.

Alcide                           - E quando... conteresti di partire?

Cesare                           - Appena sistemati alcuni piccoli af­fari e incassati alcuni crediti.

Alcide                           - E dove andrai?

Cesare                           - Roma, Torino, Napoli, Palermo... Dovunque.

Alcide                           - Sarà un dolore per tutti. Per me, per gli amici, per mia moglie, per i miei bambi­ni, per la direttrice, per le signorine...

Cesare                           - Oh, per quelle, poi!

Alcide                           - Ti vogliono bene. Dappertutto si trova scritto il tuo nome. Nei corridoi, nelle stanze, alla... Dappertutto!

Cesare                           - Grazie.

Alcide                           - Mi hai avvelenato il grog. Dammi un bicchierino di whisky.

Cesare                           - Eccolo, (prende la bottiglia da un piccolo armadio).

Alcide                           - (bevendo) Vado via, ma afflitto, pro­fondamente afflitto. Passerò una notte agi­tata.

Cesare                           - Bada di non fare vento a tua moglie.

Alcide                           - Andrò a fare un giro... a dire gli alberi e alle stelle la mia pena. Sento di nuovo in me l'uomo con due teste, (piglia il cappello) Ingrato, ingrato, ingrato!

Cesare                           - Non mi dici addio?

Alcide                           - No...

Cesare                           - No?

Alcide                           - Ti dico... arrivederci. E se andrai a Roma, o dovunque... ti dirò ancora: arri­vederci!

Cesare                           - (su la soglia) Fa piano per le scale. Le hai già ruzzolate una volta. E se vedi il cu­stode, digli... Ma già, sarà ubriaco. Dormi tranquillo... E non ti voltolare...

La voce di Alcide         - Ingrato!

SCENA TERZA Cesare solo, poi il Custode

Cesare                           - (richiude l'uscio, torna) Pove­raccio, mi vuol bene, (porta via il vassoio del grog. Torna. Apre la finestra, carica la pipa. Un orologio lontano batte lentamente undici colpi) Le undici... appena... (continua a ca­ricare la pipa).

Il Custode                     - (d. d., rincasa cantando) « L'ora è fuggita... io muoio disperato...».

Cesare                           - Libertà!... Come la gode questo re­ duce da una delle solite sbornie.

Il Custode                     - (sospinge l'uscio, mette dentro la testa) O sor Cesare?!

Cesare                           - Che c'è?

Il Custode                     - Le occorre niente?

Cesare                           - Sì. Che tu mi svegli domattina alle sette. Se ti sveglierai tu, beninteso.

Il Custode                     - (poco sicuro in gambe) Non ci pensi. Bella serata, eh?

Cesare                           - Sì. Bellissima.

Il Custode                     - Allora... buonanotte.

Cesare                           - Buonanotte... E richiudi.

Il Custode                     - (richiude, continua a salire cantan­do) « L'ora è fuggita... io muoio dispe­rato... ».

Cesare                           - (si toglie lentamente la giacca. In ma­niche di camicia e fumando, si avvicina a una piccola libreria per scegliere un libro. Dopo qualche esitazione, si decide per un piccolo libro e siede in poltrona, sotto una lampadina elettrica, sfogliando il libro e mor­morando) Tartarin... un povero illuso anche lui... Non è riuscito a niente... (ma colletto e cravatta gli danno fastidio ed anche l'odore che vien dal giardino... l'odore della dolce notte di settembre. A un tratto si pic­chia con forza alla porta. Cesare, senza muoversi) Che altro c'è?... Avanti! (si picchia ancora. Cesare, con impazienza) Avanti! Animale!... (e si alza rabbioso... Ma la porta si è aperta sotto la spinta di una piccola forma bianca, che entra veloce e richiude subito ed erra un momento qua e là, finche cade sedu­ta sopra una seggiola. E' avvolta in un enor­me scialle bianco di lana soffice, da cui in basso esce il vestitino blu delle educande. Stringe fra le mani un fagotto).

SCENA QUARTA Cesare - Paolina

Cesare                           - (dopo qualche attimo di stordimento, avvicinandosi) Filomena!

Paolina                          - No! Paolina... (anelante) Sono io... Paolina...

Cesare                           - E come mai...

Paolina                          - Non mi domandi... Non m'interro­ghi... Mi lasci respirare... Così... (pausa) Dio, come ho corso!...

Cesare                           - E perché ha... corso?...

Paolina                          - Mi lasci respirare... (si toglie lo scialle e appare in cuffietta da notte un po' a schimbescio).

Cesare                           - Respiri pure.

Paolina                          - Gli alberi del giardino parevano nel buio tanti fantasmi, che allungassero le Brac­cia per afferrarmi... Avevo paura... e corre­vo... Poi, quando sono stata nel vicolo, peg­gio ancora... perché temevo d'incontrare non più fantasmi... ma persone vive che mi vo­lessero fare del male davvero... Correvo, cor­revo... capisce... correvo... Ho trovato il por­tone aperto... un lumicino per le scale... e... eccomi qui...

Cesare                           - Già. lo vedo. Però...

Paolina                          - (alzandosi e pregando) Signor pit­tore... non mi scacci via!

Cesare                           - Io... la scaccio? Ma si metta a se­dere, prego, si rimetta a sedere.

Paolina                          - No... Ecco... adesso non sono più stanca... E poi, qui non ho più paura... (ve­dendo che Cesare si mette la giacca) L'ho di­sturbata?

Cesare                           - Tutt'altro.

Paolina                          - (a un tratto, gettando con rabbia il fagotto in terra) L'odio, capisce?... L'odio, l'odio, l'odio!...

Cesare                           - Me?...

Paolina                          - Il collegio! E non voglio più tor­narci!... Non voglio più tornare là, tra quel­le streghe, non voglio più vedere quella stre­ga della direttrice, a cui strapperei volentie­ri tutti i capelli... (raccogliendo il fagotto) Ma già: che male le farei?... tanto... i ca­pelli non sono suoi!...

Cesare                           - Un momento... un momento... Ah, capisco... comincio a capire... Lei, signorina Filom..., cioè Paolina... è...

Paolina                          - Già: sono scappata di collegio.

Cesare                           - Ed è venuta a rifugiarsi qui?... Da me?...

Paolina                          - E dove voleva che andassi? Dall'economo?... Mi avrebbe subito ricondotta al collegio. Qui, invece, nessuno l'indovina.

Cesare                           - Grazie.

Paolina                          - Le dispiace?

Cesare                           - No, ma...

Paolina                          - Non le darò fastidio che una notte, una sola notte... anzi poche ore... perché do­mattina... alle cinque...

Cesare                           - Che cosa fa domattina alle cinque?

Paolina                          - Prenderò il treno per Roma. So be­nissimo che la mattina alle cinque passa un treno che va a Roma.

Cesare                           - Già. Ma forse ella non sa - altret­tanto benissimo - che certamente troverà qualcuno alla stazione incaricato di ripi­gliarla.

Paolina                          - No. Perché la sveglia suona alle sei. E fino alle sei nessuno si accorgerà della mia sparizione.

Cesare                           - Già. Bisognerà però vedere se il bi­gliettaio o il controllore non abbiano dei sospetti e vogliano rilasciarle il... A proposi­to: mi perdoni una domanda di poca impor­tanza... e scusi se m'immischio nei fatti suoi... Ha il... i... insomma quanto occorre per comprare il biglietto? Sa... trattandosi di educande...

Paolina                          - Il denaro? Mi sono informata dal vecchio giardiniere quanto costa un biglietto in terza, da qui a Roma. Ventotto e quaranta. Guardi: li ho giusti giusti.

Cesare                           - Forse il vecchio giardiniere inten­deva riferirsi all'epoca del suo viaggio di nozze. Mezzo secolo fa. Adesso si paga esat­tamente, in terza, settantasei e venticinque...

Paolina                          - Ebbene, la differenza me la pre­sterà lei. Le giuro che, appena arrivata a ca­sa, pregherò il babbo...

Cesare                           - Io?...

Paolina                          - Non li ha?

Cesare                           - Li ho, li ho, li ho... Si capisce che li ho! Ma lei mi propone una cosa sempli­cemente enorme...

Paolina                          - (con altro tono) Di avere fiducia in lei?...

Cesare                           - (con impeto) Ma di... (si riprende dinanzi alla ingenua ostinazione della fan­ciulla) Senta: la vedo un po' sconvolta, spet­tinata... Vada a darsi una ravviata là... die­tro il paravento... Poi parleremo meglio.

Paolina                          - Dove?

Cesare                           - (brusco) Là!

Paolina                          - (ha un sussulto. Si avvia. Ma, giunta presso il paravento, ha un grido e un sob­balzo) C'è un uomo!

Cesare                           - Un uomo?... Ma è un mannequin! Non ha mai veduto un mannequin?... (tira di dietro il paravento e butta in un canto un pupazzo) Ecco, così. Si accomodi.

Paolina                          - (entrando) Grazie.

Cesare                           - (di fuori) Là c'è uno specchio... se le occorre... anzi un pezzo di specchio... I pettini... Cipria non ne uso... Accenda la lampadina... Aspetti, (accende una lampa­dina il cui interruttore è fuori del paravento) Così ci vedrà meglio...

Paolina                          - (dietro il paravento) Grazie.

Cesare                           - (tornando al proscenio) Fanno le forti... le ribelli... (si accorge che la pipa è spenta, la getta con stizza) Intanto, è una bella tegola... (prènde un sigaro, lo spunta coi denti, lo tiene in mano, astratto).

Paolina                          - (riappare. E' senza la, cuffia, coi ca­pelli raccolti a mezza treccia).

Cesare                           - Le dà noia il fumo?

Paolina                          - Tutt'altro.

Cesare                           - (tiene in mano il sigaro, di cui fissa l'estremità).

Paolina                          - (avvicinandosi, alla finestra) Che bella notte!

Cesare                           - Cosa fa?

Paolina                          - Guardo le stelle...

Cesare                           - Ma... ma... ma sa che è curiosa, lei?

Paolina                          - Io... curiosa?...

Cesare                           - Con questo po' po' di guaio su le spalle... guarda 1© stelle!

Paolina                          - Loro ci sono... e io le guardo. Vuo­le che me ne vada?

Cesare                           - Rimanga.

Paolina                          - (un po' mortificata, sta per sedersi sopra uno sgabello accanto al cavalletto).

Cesare                           - Badi!

Paolina                          - (si rialza di scatto).

Cesare                           - Niente. Credevo si fosse messa a sedere su la tavolozza, (in tono più dolce) Venga qui. Starà più comoda.

Paolina                          - (siede sul canapè, accanto a Cesare. Dopo poco, con voce umile) Le chiedo scusa del disturbo.

Cesare                           - Disturbo, no. Se mai, imbarazzo. Perché non potrà negare che ci troviamo tutt'e due in un bell'imbarazzo. Io però più di lei... Perché... perché... Senta: dia a me questo fagotto... (lo soppesa) Roba per la fuga, eh?

Paolina                          - Un po' di biancheria...

Cesare                           - Ah! Un'evasione in piena regola. E come mai l'è venuta in mente questa bella idea?

Paolina                          - Non mi è venuta. Me l'hanno fatta venire. Dagli oggi e dagli domani... Oggi una punizione, domani un'altra... Oggi una punzecchiatura, domani un'altra. Finché arriva il giorno - o... la notte - che si dice: ah, basta, basta, basta!

Cesare                           - Si metta a sedere...

Paolina                          - (in piedi) Basta con le mortifica­zioni, basta coi castighi, coi senza frutta, con le penitenze, tanto più poi quando mancano le prove - capisce, le prove - che sia stata io, proprio io - capisce - a... a fare i baf­fi e la barba a quel ridicolo ritratto... che...

Cesare                           - Ah! E' stata lei?...

Paolina                          - (spaventata) No...

Cesare                           - Sì!...

Paolina                          - No! Le giuro che non lo farò più!

Cesare                           - (ridendo) Ma lo faccia, se questo le dà piacere, lo faccia, e consumi pure tutto il carbone del collegio!... Che cosa vuole che importi a me... del...

Paolina                          - Non le importa?

Cesare                           - Ma no!

Paolina                          - Sul serio?

Cesare                           - Sul serio! E le dico anzi che se aves­si potuto prevedere che i baffi della diret­trice avrebbero spinto lei alla disperata riso­luzione di scappar dal collegio, avrei scara­ventato il ritratto fuor di finestra.

Paolina                          - (radiosa) Davvero?

Cesare                           - Davvero.

Paolina                          - Allora lei... non...

Cesare                           - Cosa ce non? »

Paolina                          - Lei non ha un... penchant... un de­bole...

Cesare                           - (con dignità, offeso) Signorina! (la osserva acutamente; poi, di nuovo ridendo) E per questo, per un motivo così grave, così terribile... lei voleva... vuole... compromet­tere... la sua reputazione?...

Paolina                          - (ingenuamente) La mia reputa­zione?

Cesare                           - Ma sì, perché... (rinunzia a spie­garsi di più, la contempla ancora, sorriden­do) Bambina! Ma pensi che fra qualche mese la sua prigionia sarà finita, senza bisogno di ricorrere ad atti pazzeschi, fantastici... Pensi che, una volta fuori, dimenticherà completamente punzecchiature, dispetti frut­ta e stregre, a cominciare da quello stregone della direttrice, (le prende le mani, e con dolcezza) Ma non ha una famiglia?

Paolina                          - (gli occhi bassi) Il babbo.

Cesare                           - E che cosa fa?

Paolina                          - Fa... il duca...

Cesare                           - (lasciandole le mani) Ah. (pausa) Altro che spicchio! Allora, lei...

Paolina                          - Sarò duchessa. Ma non per questo sarò felice...

Cesare                           - Non ha la mamma?

Paolina                          - No...

Cesare                           - Il babbo però... le vuol bene?

Paolina                          - Il babbo è solo... e giovane. Mi mise in collegio a dieci anni, quando morì la mamma. Se potesse, credo mi darebbe ma­rito anche in collegio.

Cesare                           - Bah!

Paolina                          - Già lo vedo venire questo marito... Un matrimonio di convenienza.

Cesare                           - E lei lo rifiuti.

Paolina                          - Si fa presto a dirlo. E così, prima il collegio, poi il matrimonio... (con malin­conia) E mai, mai...

Cesare                           - Cosa?

Paolina                          - Nulla.

Cesare                           - Via, non stia ad amareggiarsi. E non si faccia idee nere. Potrebbe anche capitarle un marito di suo gusto.

Paolina                          - Non esistono mariti di nostro gu­sto... nel nostro ambiente. Ci si sposa, e poi... uno di qua, l'altro di là... senza amore.

Cesare                           - Ma, in fin dei conti, sa lei che cosa è l'amore, il vero amore?

Paolina                          - No. Cioè... l'immagino.

Cesare                           - E che cos'è?

Paolina                          - Qualcosa che deve dare molto fa­stidio...

Cesare                           - Infatti...

Paolina                          - (con slancio) Ma che deve dare an­che molta... molta gioia.

Cesare                           - Ma tra il fastidio e la gioia è tutta una gamma di guai, di noie, d'inquietudini e d'amarezze. E questo nel migliore dei casi. Perché poi ci sono i casi gravi, disperati, senza rimedio... E al1 ora, pan!... una buona palla nella testa.

Paolina                          - E lei... mai... pan?

Cesare                           - Nella testa?... mai!

Paolina                          - E allora... come fa a parlare di vero amore?

Cesare                           - Oh bella!... Già... ma perché ne parlo... io? E proprio con lei, poi!

Paolina                          - Perché proprio con me? Non mi ritiene degna delle sue confidenze?

Cesare                           - (incerto) Sì. ma... (la guarda, im-pacciato, poi con una timidezza che comm­uta con la sua durezza) Allora... posso con­tinuare?

Paolina                          - Continui.

Cesare                           - (quasi a sé) E' strano... questa notte piena di profumi... (deciso) Venga qui. Segga, (getta un cuscino sul se­condo scalino, la fa sedere, poi siede nel primo scalino, con la testa all'altezza delle ginocchia di lei) Sa che lei è un tipino inte­ressante?

Paolina                          - (lieve sorriso) Lo so.

Cesare                           - Chi glie l'ha detto?

Paolina                          - Il suo cannocchiale.

Cesare                           - Il mio?...

Paolina                          - Da due mesi, da quando ci vedemmo l'ultima volta, lei non fa che seguirmi in giardino col cannocchiale.

Cesare                           - ... Ne è proprio sicura?

Paolina                          - Arcisicura.

Cesare                           - Strano. Non me ne sono mai accorto.

Paolina                          - Io, sì. E ho pensato: « Proprio me? Perché proprio me? ».

Cesare                           - Non si calunni. Lei è un tipino gra­zioso.

Paolina                          - Lo so.

Cesare                           - Anche questo sa? E chi glie l'ha detto?

Paolina                          - Lei. Adesso.

Cesare                           - Ebbene, le confesso che è stata come una valanga, una valanga provocata dalla sua palla, e che poi, a mano a mano cre­scendo e precipitando... O meglio, no... un fuoco... ecco... un fuoco piccolo, sordo... di quelli che covano sotto la cenere... e che poi scoppiano improvvisi e... e non c'è pompiere che tenga.

Paolina                          - (tace).

Cesare                           - Non capisce?

Paolina                          - ... No.

Cesare                           - Peccato. Adesso che era il momento di capire... (quasi a se stesso) Quando ho co­minciato a sentire che il fuoco scottava, ho detto: «Cesarino, che fai? Cesarino, dove vai?... » Si produceva in me in quei momen­ti uno sdoppiamento: due uomini l'un contro l'altro armati. L'uno mi gridava: Guar­dala! E' bella!... E l'altro: Ma lascia andare il cannocchiale!... L'uno mi sussur­rava: Tra i fiori del giardino è il più bel fiore... E l'altro: Eh, eh... chissà quan­te spine!... L'uno mi proiettava alla fine­stra e l'altro mi tirava indietro. L'uno, la notte, mi versava nell'orecchio le parole più tenere e le immagini più dolci, l'altro mi ren­deva di piombo le lenzuola...

Paolina                          - (dopo una pausa) Mi dispiace di essere stata la causa...

Cesare                           - No, no, non le faccio alcun addebito. La colpa, se mai, è mia, mia, mia... Che cosa mi ero messo in testa, infine? Quali folli speranze? Di essere forse notato, osservato, guar­dato da lei?... (con ira) Da una bambina, una sbarazzina di diciassette anni? Io che potrei esserle... nonno!

Paolina                          - Non esageri!

Cesare                           - Padre, per lo meno!

Paolina                          - No!

Cesare                           - Sì.

Paolina                          - No, le dico!

Cesare                           - Sì, le ripeto! Mi getti in viso la

Paolina                          - Mi lascia parlare?

Cesare                           - Parli! Ma via quella faccia contrita. Non so che farmene della sua pietà... Guardi come alzo gli occhi e la fronte! (si leva in piedi).

Paolina                          - Sì, mi guardi!... (si leva lentamente in piedi e discende).

Cesare                           - La guardo... e come la guardo!

Paolina                          - E mi dica.. .... se non vede anche in me…. due donne.

Cesare                           - Cosa?

Paolina                          - Due donne.. E da un pezzo.

Cesare                           - Da un pezzo?

Paolina                          - Da due mesi.

Cesare                           - Si spieghi... perché... io...

Paolina                          - Cominciò con la paura... Quella volta che ero nascosta dietro la tenda e lei parlava di castighi e punizioni con la diret­trice... Cosa vuole... lei... con quegli occhi... quella barba... quella voce... e quelle mani... Pensavo: « Se, andata via la vedova del co­mandante, mi pigliasse e mi applicasse dav­vero una lezione?... » Ed ecco perché ri­masi.

Cesare                           - Rimase?... Aveva paura e rimase?

Paolina                          - Rimasi... perché allora quell'altra donna cominciò a tirarmi. « L'una » mi proiettava verso la porta, e ce l'altra »... pro­prio come lei alla finestra... E da quella volta... se sapesse le benedizioni che ho man­dato...

Cesare                           - A me?

Paolina                          - Alla vedova del...

Cesare                           - E perché?

Paolina                          - Era sempre ficcata là dove lei la­vorava!... Ora con una scusa, ora con l'al­tra. Scommetto che lei non ha mai pensato ai venti occhi che li spiavano, quand'erano entrambi in dolci conversari.

Cesare                           - Venti occhi?

Paolina                          - La squadra delle « grandi » al com­plèto.

Cesare                           - E che cosa hanno visto dai buchi?...

Paolina                          - Lei, no... Ma quell'altra, la vedova, con le sue moine!...

Cesare                           - Averlo saputo!

Paolina                          - Io poi tornavo da sola... E ore e ore stavo là...

Cesare                           - Lei?

Paolina                          - E la notte... quante spine nel letto!

Cesare                           - Lei?...

Paolina                          - E che piombo... nelle lenzuola!...

Cesare                           - Lei?...

Paolina                          - E che pianti!...

Cesare                           - Lei!... lei!... Lei mi...? Lei gelosa?

Paolina                          - (tace).

Cesare                           - Gelosa!... Gelosa!... Non è così... dica... non è così?... No?... l'ho offesa!... Mi perdoni!... E se ho sbagliato, mi lasci nella mia illusione.. Mi lasci credere che ho toc­cato con le mani una stella, che ho accarez­zato con le dita un giglio.. Io... uno spian­tato... un artista!

Paolina                          - (piano) Non dica così...

Cesare                           - Ma sì! Che cosa sono io?... Uno zin­garo!... Lei, invece, è una signorina, una du­chessina, e soprattutto un'adorabile bambina. (le prende la testa tra le mani).

Paolina                          - (tremante, anelante) Signor Cesa­re, è questo l'amore?...

Cesare                           - (travolto) E' questo... sì... è questo... bello come il tuo viso... (d'improvviso, di fuori, nel buio, si odono alcune voci)

Le voci                          - Paolina!... Paolina!... Lina!...

Cesare                           - (respinge da se la fanciulla) Ah, per­dio!... Avevo dimenticato!... (in orgasmo) E adesso?... adesso?... (in ascolto) Ferma!... Non si muova!... (spegne una lampadina. La scena rimane leggermente oscurata. Corre alla finestra, chiude la. tenda).

Le voci                          - Lina!... Lina!... Paolina!...

Cesare                           - (trattenendo il fiato) Si allontana­no... E' necessario che lei vada via... torni al collegio...

Paolina                          - No... signor Cesare... no!...

Cesare                           - Sì... è necess...

                                      - (colpi violenti alla porta. Con un grido som­messo, Paolina si precipita a sinistra, esce).

La voce di Alcide         - Apri, Cesare!... Apri!...

Cesare                           - Chi è?... Che vuoi?...

La voce di Alcide         - Apri, ti dico!... Apri!...

Cesare                           - (si decide, va ad aprire. Alcide entra, ansante, in orgasmo).

SCENA QUINTA Cesare, Alcide, poi Paolina

Alcide                           - Una cosa grave, Cesare, una cosa grave... Tornavo a casa... Paolina, la signo­rina Paolina, quella brunetta, è scappata... Scappata, o morta... La stiamo cercando per ogni parte... Ma io sono convinto ch'è mor­ta... La conosco bene... Orgogliosa e testar­da... Vieni anche tu... aiutaci... Forse è in j fondo al laghetto... tra le canne... fredda... inanimata... Morire a diciassette anni, è atroce… Ci pensi?.... è atro….

                                      - (/ suoi occhi cadono su lo scialle bianco di­menticato da Paolina nella fuga recente).

Cesare                           - (calmo) La signorina Paolina è qui.

Alcide                           - (pietrificato) Qui?... Da te!...

Cesare                           - Da me.

Alcide                           - (dopo una pausa, e con accento di pro­fondo rimprovero) Ah, Cesare!

Cesare                           - Niente arie tragiche. E niente rim­proveri. E' scappata perché non vuol più sa­perne del collegio e perché credeva di tro­vare in me un amico, o almeno un complice, che l'aiutasse a tornare in famiglia.

Alcide                           - E tu?...

Cesare                           - Naturalmente, l'ho sconsigliata. E stavo... stavamo appunto cercando il modo di rimediare alla scappata... senza scandalo... quando voialtri... quando tu...

Paolina                          - (lentamente è rientrata, ed è li immo­bile).

Alcide                           - (procurando di darsi un contegno se­vero) Signorina!... Signorina, io non tro­vo parole... (ma dinanzi allo sguardo limpi­do della fanciulla, che ha alzato gli occhi su lui, Alcide perde il contegno, s'impappina, e col solito gesto si aggiusta il colletto).

Cesare                           - Se non trovi parole, meglio è che tu stia zitto. E accompagna piuttosto la peco­rella all'ovile.

Alcide                           - Io?!

Cesare                           - Sì, tu. Animo.

Alcide                           - Ma che dirò...

Cesare                           - Nulla. Dirai che l'hai trovata nasco­sta in un angolo del giardino... o sul punto di gettarsi nel laghetto... e che l'hai salvata. Ti farai un merito. Prendi, (gli caccia fra le mani il fagotto. Poi si volta severo a Pao­lina) E, lei, signorina, pensi che un'altra volta non potrebbe finire così! Perché sarei io il primo a... a... prenderla per un braccio... o magari per tutt'è due... e a... (ad Alcide) Tu va avanti... fa strada. E appena usciti, richiudi bene il portone. (Alcide esce. Cesa­re di nuovo a Paolina, e forte perché Alcide senta) Ha capito, signorina duchessina?... E adesso, vada! vada!... (la fanciulla, a testa bassa e tenendo in mano la cuffia, si avvia. Cesare, cangiando a un tratto e con un grido d'amore) Paolina!... (Paolina si volta, corre, si getta nelle braccia, di lui. E' un bacio convulso, violento... La cuffia cade. La fanciulla fugge, sparisce. Cesare raccoglie la cuffia, rimane presso la soglia, in ascolto. Qualche attimo, poi lontano, il colpo sordo del portone richiuso).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Nove anni dopo, a Roma. Lo studio di Cesare, in via Margutta. E' uno stanzone luminoso, arioso, messo su senza pre­tese, presso a poco come l'altro che Cesare ave­va in provincia. Da una grande porta vetrata in fondo, che dà sopra una terrazza, si vedono i giardini di agrumi e dì fiori che salgono verso il Pincio. Dalla terrazza si scende in un giardinetto dove mettono le scale di altri studi di pittura. La porta in fondo, che al principio dell'azione è spalancata, ha un tendaggio. La comune è a destra. Due usci a sinistra mettono in due camerette, che compongono il modesto appartamentino di Cesare. E' un bel pomeriggio su la fine di aprile.

SCENA PRIMA Alcide – poi Teresina

(Quando si apre il sipario, Alcide è seduto davanti a un tavolino, ingommando ritagli di giornali sopra un quaderno. Un po' di pancia un po' di capelli grigi; ma in fondo è sempre il buon provinciale dell'atto precedente).

Alcide                           - (udendo picchiare) Avanti, (si pic­chia ancora) Avanti!

Teresina                         - (la modella, entra da destra. Ha un gran fagotto sotto il braccio. E' una ragazza bruna, ardita. Molte parole romanesche fra qualche frase elegante pescata nella lunga consuetudine coi pittori).

Alcide                           - Desidera?

Teresina                         - C'è il sor Cesare?

Alcide                           - Lo aspetto anch'io.

Teresina                         - Mi ha detto: «E Va avanti e spogliati, che attacco subito ».

Alcide                           - Attacca?

Teresina                         - Sì, il quadro. Sono la modella per il nuovo quadro. Ci faccio la ciociara, (canticchia) a E quanno la ciociara va in marem­ma... » (intanto scioglie il fagotto) Ho por­tato tutti l'ordegni, (spiega un costume da ciociara e mostra un piccola cembalo).

Alcide                           - (che si è alzato, curioso) Oh bella, oh bella!... E io che credevo di e le ciociare dei quadri fossero ciociare vere!

Teresina                         - Caro lei, adesso le ciociare vere fanno le cocottes. E quelle dei quadri sono tutte false, come i cocci antichi. Abramo vende a Campo dei Fiori a l'Inglesi. (e con un gesto risoluto comincia a svestirsi).

Alcide                           - Che fate?

Teresina                         - Mi spoglio.

Alcide                           - Se vi vergognate... potete anche dare dietro il paravento.

Teresina                         - Io, no. Ma per riguardo a lei., (e con la sua roba sparisce dietro il paravento).

Alcide                           - Se permettete, io continuo, (toma a sedersi al tavolino).

Teresina                         - Faccia pure, (pausa. Teresina, die­tro il paravento, si sveste. Alcide incolla. La voce di Teresina) Lei è di Roma?

Alcide                           - No.

Teresina                         - Infatti, si sente alla gorge...

Alcide                           - Cosa?

Teresina                         - Si sente all'accento che lei non è di Roma.

Alcide                           - Però ci vengo ogni anno a fare una visitina all'amico Foresi.

Teresina                         - Lo conosce da molto tempo?

Alcide                           - Ih! Da nove anni!

Teresina                         - Simpaticone!

Alcide                           - Eh?...

Teresina                         - Il sor Cesare.

Alcide                           - Ah.

Teresina                         - E senza superbia, poi.

Alcide                           - E bravo.

Teresina                         - Accidenti s'è bravo! Dica un po' s'è buono qualcuno di quei somari laggiù del giardino... a pigliarla, la medaglia d'argento!

Alcide                           - Sssst! Piano. E' vero. Ne parlano tutti i giornali.

Teresina                         - E anche in via Margutta e nel giardino, ne parlano tutti. Però, bisogna dire la verità, tutti ne parlano bene. Somari, sì, ma invidiosi, no... (esce di dietro il paraven­to completamente vestita da ciociara, il cem­balo in mano) Be'?... Come mi trova?... Non sembro una ciociara arrivata adesso adesso da Frosinone?...

Alcide                           - (che si è alzato) Perfetta!

Teresina                         - Mi manca niente?... No?... (cor­re ad aggiustarsi l'acconciatura del capo davanti a uno Specchio a destra, torna, saltel­lando e agitando il cembalo) Sa com'è il qua­dro che vuol fare il sor Cesare? Una ciociara dei tempi antichi che balla vicino alla a Fon­tanella delle Tartarughe ». Io ballo... così... (agitando il cembalo, accenna il salterello ro­ manesco. Due giovani pittori, che salivano rapidamente dal giardino, si fermano un istante ».

SCENA SECONDA Detti, primo Pittore, secondo Pittore

Primo Pittore                 - (precipitandosi) Brava, Teresina! (con entusiasmo attacca il salterello, di fronte alla modella).

Secondo Pittore            - (ride, e con le inani batte il tempo).

Alcide                           - (ride, batte anche lui il tempo e se la gode un mondo).

Primo Pittore                 - (danzando) Forza... Teresi­na!... Ohe! ohe!... Forza!

Teresina                         - (danzando, agita il cembalo, getta qualche grido selvaggio).

Primo Pittore                 - (fermandosi) Brava, Teresi­na!... (dandole un colpetto sul ventre) Ih! mattacchiona! (volgendosi subito ad Alcide) Dunque, dunque, signor Alcide, si fa questa cena? ...

Alcide                           - Per me!

Secondo Pittore            - Ma certo, certo. E' deciso.

Primo Pittore                 - Ho sentito gli altri. Tutti ci stanno.

Secondo Pittore            - Siamo in venti.

Alcide                           - Si potrebbe scegliere una discreta trattoria.

Primo Pittore                 - Ma che trattoria! Giù in giardino. Ne abbiamo fatte tanto di cene in giardino!

Teresina                         - Sicuro. Mi ricordò la volta che...

Secondo Pittore            - Zitta, tu! Ho già pensato alla illuminazione. Giro, giro, fra gli alberi, una corona di lampioncini alla veneziana. In mezzo, la tavola. Il pranzo si ordina in trattoria, per venti...

Teresina                         - E io?

Secondo Pittore            - Tu servirai in tavola...

Teresina                         - Stupido!

Primo Pittore                 - Donne non ne vogliamo. Gua­stano la festa.

Teresina                         - Ma io...

Secondo Pittore            - Tu, peggio delle altre. E poi, sai, siamo in venti... venti uomini... E venti uomini e una donna,..

Teresina                         - (con profondo disprezzo) Foste an­che in quaranta... (/ tre uomini scoppiano a ridere).

Teresina                         - (arrabbiata) Se non aveste noi modelle con le nostre gambe (le mostra)... e ... il nostro resto, me la saluta lei, l'Arte?...

                                      - (e si allontana indispettita).

Secondo Pittore            - Allora, riassumiamo. Se avessi dato retta alle domande, saremmo in cento, perché tutta via Margutta vuol fare onore a Cesare. Invece deve essere una cosa in pochi, fra amici. E nemmeno forti spese. Venti lire a testa. Lei però, signor Alcide, non paga.

Alcide                           - Io, no?...

Secondo Pittore            - Lei è ospite di Cesare...

Alcide                           - Bella ragione!

Primo Pittore                 - Sicuro: e invitando Cesare, noi invitiamo anche lei.

Alcide                           - Nemmen per sogno! Io...

Secondo Pittore            - Lei è un invitato...

Alcide                           - Ma no! ma no!... Io intendo...

Primo Pittore                 - Lei non intende niente. Cioè ... intendiamoci bene. Non è mica per farle un'offesa che rifiutiamo la sua quota. Noi vogliamo semplicemente che lei ci conceda l'onore...

Alcide                           - Ma nossignori! L'onore è un conto... e le venti lire...

(entra Cesare dalla comune. Ora è sui trentasette anni. Qualche capello bianco, ma sempre virile e robusto).

SCENA TERZA Detti - Cesare

Cesare                           - Be'?... Che c'è? Che c'è?

Primo Pittore                 - Oh, Cesare...

Secondo Pittore            - Si parlava d'una cenetta che vogliamo offrirti...

Cesare                           - (gettando il cappello) Ma lasciate andare!

Primo Pittore                 - Sì, sì. Un bicchier di vino, in famiglia.

Cesare                           - C'è proprio questo bisogno?

Secondo Pittore            - Ma certo. Se non per te, per noi. Giacché, lascia che te lo dica con sincerità, la tua vittoria ha fatto piacere a tutti, veramente. E anzi, con la stessa since­rità, affermo ch'è la prima volta, a memoria di... pittore, che una medaglia d'argento cade in via Margutta senza suscitare invidie.

Cesare                           - E' vero. Ma le mediocrità non de­stano mai invidia.

Secondo Pittore            - (mentre Alcide e l'altro pittore hanno un gesto) Ecco, ecco. Adesso esageri. La medaglia della Biennale non è da tutti, né per tutti. Olgemi, qui, (accenna il compagno) non la piglierà mai!... Mai!..

Cesare                           - (mentre si ride) Può darsi. Ma... (assume una cert'aria d'importanza) non che, in fondo io non mi creda degno di averla meritata. Però... però... c'è sempre di mezzo quella solita scalogna... Vero, Alcide!

Alcide                           - Ma che scalogna ! Io ti dico che questa medaglia è... è il primo scalino su la via della gloria.

Cesare                           - Grazie. Io però - sarò borghese, sa­rò prosaico - ma oltre la gloria, vorrei... (stropiccia il pollice e l’indice).

Alcide                           - Eh, verranno anche quelli!... ver­ranno!..,

Cesare                           - Già: ma intanto, il quadro è là.

Primo Pittore                 - Aspetta, santo Dio!

Secondo Pittore            - Se la medaglia l'hai avuta ieri!

Alcide                           - E oggi soltanto ne parlano i giornali !

Primo Pittore                 - E poi: vuoi che te lo dica? Ma non... t'impressionare...

Cesare                           - (alzando la testa) Eh? Che c'è?...

Primo Pittore                 - Niente. Forse chiacchiere... Righetti, ch'è tornato poco fa dall'Esposi­zione, ha raccolto qualche voce in segreteria.

Cesare                           - Righetti?... Dov'è Righetti?...

Primo Pittore                 - Volevamo farti una sor­presa...

Cesare                           - Righetti!... Dov'è?... (si muove verso il fondo gridando) Righetti!

Secondo Pittore            - E' tornato di galoppo all'Esposizione...

Primo Pittore                 - Niente di certo ancora. Però, se c'è qualche buona notizia...

Alcide                           - Ma non t'impressionare!...

Cesare                           - (fermandosi) Ma no: non m'impres­siono. E poi... No... Non può essere. Dieci­ mila lire! C'è chi le spende in un paio di orecchini alla propria moglie o alla propria amante... chi le perde in dieci minuti al giuoco... chi le spende in un pranzo... una cena... ma per darle a noi, a noi, poveri il­lusi, poveri pazzi, che mettiamo su due pal­mi di tela tutto il nostro sangue, la nostra anima... (parlando con abbondanza) Perché, voi capite, amici miei, che diecimila lire sono... diecimila lire! E che se io le avessi qui, in tasca, nel portafoglio, sarebbe finita questa mediocrità che mi opprime, e potrei dire alla sorte, al destino: Ah, perdio, ti ho preso e non ti lascio più!... (altro tono) Be', insomma, se volete offrirmi questo bic­chiere di vino, ci sto. Servirà d'augurio. In­tanto però, aspettando i milioni, lasciatemi lavorare. Le chiacchiere son chiacchiere, e i modelli costano. Vero, Teresina?

Teresina                         - (con disinteresse) Oh, per me... lei lo sa... sor Cesare...

Secondo Pittore            - Poverina! Ci fa la parte!

Teresina                         - (offesa) Tu... tu potresti piutto­sto darmi le quattro giornate che ancora mi devi! (via, ridendo, i due pittori dal fondo).

SCENA QUARTA Cesare, Alcide, Teresina

Cesare                           - Oh, vediamo un po' come ti sei ag­giustata, (esamina Teresina) Voltati. (Teresi­na si volta) Ancora. (Teresina si gira ancora. Cesare dà qualche tocco all'acconciatura) Non c'è male. Ci siamo. Dunque: tu prendi la tua « tamburella »... e ti metti così... una mano sul fianco... l'altra in aria, con la « tamburella »... La gamba in fuori... il pie­de teso... con la punta in terra... (parlando, dà lui la posa alla modella, poi si scosta) E ferma! (va al cavalletto, su cui è una tela bianca e con un pezzo di carbonella traccia dei segni).

Alcide                           - (che è stato a osservare, si rimette a sedere) Io continuo. (Breve silenzio)

Cesare                           - Che impiastricci là?

Alcide                           - Attacco sopra un quaderno i ritagli dei giornali che parlano della tua medaglia.

Cesare                           - E per farne che?

Alcide                           - Per conservarli, e per farli leggere, appena tornato laggiù, agli amici.

Cesare                           - Sicché, conti di andartene?

Alcide                           - Amico mio, è quasi un mese che sono qui con te. Il congedo sta per finire. Ma que­sto sarebbe il meno. Il guaio è che io ho lag­giù qualcosa che mi richiama urgentemente tu lo sai.

Cesare                           - Il lieto evento.

Alcide                           - Già. Mia moglie mi ha scritto an­che stamani... E'... agli sgoccioli.

Cesare                           - Ad ogni modo, siamo intesi: il pa­drino sarò io. E se è maschio, gli metterai nome...

Alcide                           - Cesare, naturalmente. Ma perché non vieni di persona al battesimo?

Cesare                           - Non posso. Non posso. Economia su tutta la linea.

Alcide                           - (grattandosi la testa) I quattrini... santo dio... i quattrini...

Cesare                           - Già: senza quattrini non si fa nulla.

Teresina                         - (in posa) Accidenti, s'è vero!

Cesare                           - Ohi, te! Chi t'ha chiamata?....

Alcide                           - Ma sarai ospite nostro!

Cesare                           - No, no: e poi, in questo momento, non posso muovermi da Roma per altre ra­gioni.

Alcide                           - Ne convengo.

Cesare                           - E dio sa se rivedrei volentieri quei luoghi dove manco da nove anni! (alla mo­della) Tu, riposati, (senza alzarsi dallo sgabello, lo sguardo astratto) La piazzetta... il collegio... quel mio casone disabitato... le fi­nestre da cui si vedeva il giardino... (si al­za) Bah. (altro tono) Forse è meglio che io non torni mai più laggiù, perché se ci ho la­sciato dei ricordi belli, ci ho lasciato anche dei ricordi meno belli...

Alcide                           - (che si è alzato anche lui, ha un gesto vago).

Cesare                           - Ad ogni modo ti prometto (gli pone una mano su la spalla) che se mi troverò in fondi, farò al mio figlioccio, o alla mia figlioccia che sia, un magnifico regalo. Tu, però, da parte tua, mi devi promettere una altra cosa.

Alcide                           - Di pure.

Cesare                           - (ridendo) Che ti fermerai. Perché, di questi tempi, con otto figli su le spalle...

Teresina                         - Otto figli?... Poveraccio!

Cesare                           - Ma la vuoi smettere?... Su lavoria­mo, (torna al cavalletto. Teresina riprende la posa).

Alcide                           - (che è rimasto in piedi, pensieroso) Mi hai riaperto una piaga.

Cesare                           - Cioè?

Alcide                           - Una ferita che mi duole, quando ci ripenso. La ferita dell'avvenire.

Cesare                           - Ma via!

Alcide                           - No, no, no. E' proprio così. Pochi anni ancora, e poi la pensione. E mi sai dire come si può vivere con quattro soldi di pen­sione...

Teresina                         - E con la roba che cresce, cresce, cresce...

Cesare                           - (ha un gesto d'impazienza).

Alcide                           - (quasi parlando a se stesso) No, quest'altro guaio non ci voleva... proprio non ci voleva...

Cesare                           - (continuando a lavorare) Ohi, ti fac­cio osservare che parli dei futuro Cesarino. Ma, poverino, te l'ha chiesto lui di venire al mondo?

Teresina                         - Già! Che colpa ha lui...

Cesare                           - (alzandosi arrabbiato) Ti tiro lo sgabello! (movendosi) No: oggi proprio non si può lavorare. Mi sento elettrico, (a Tere­sina) Tu, muoviti. Vai a far due passi là. (accenna il fondo. Teresina va su la terrazza).

Alcide                           - (sorridendo) E' la medaglia, (a un gesto di Cesare) Non lo vuoi confessare, ma è proprio così. La sfortuna è finita.

Cesare                           - A trentasei anni!

Alcide                           - E che dovrei dire io, che ne ho cinquantaquattro? Ma tu... E per questo ne godo come d'una felicità capitata a me stesso.

Cesare                           - (commosso) Ti credo.

Alcide                           - Sei forte, tenace. E meriti tutte le fortune. E per me, la fortuna più grande è quella di averti conosciuto. Tu sei stato il mio romanzo... vissuto a occhi aperti, (se li asciuga, poi, rapido, per nascondere l'emo­zione) Dammi un bicchierino di whisky!

Cesare                           - (una mano su la spalla dell'amico) Ubriacone!

Alcide                           - (sorride).

Cesare                           - Viveur!

                                      - (In questo momento, Teresina, che su la ter­razza da qualche istante faceva gesti e cenni con qualcuno nel giardino, si volta come una spiritata, le braccia in aria)

Teresina                         - (gridando) Sor Cesare! Stavolta ce semo! So arrivati li quatrini!

Cesare                           - (con un balzo) Eh?

Teresina                         - Eccoli! Eccoli!

                                      - (i due pittori di prima sbucano rapidi dal fondo, avendo in mezzo un altro pittore-. Righetti).

SCENA QUINTA - Detti, primo e secondo Pittore Righetti

Primo e secondo Pittore         - Vittoria!... Vit­toria!...

Cesare                           - Che c'è?...

Primo Pittore                 - Venduto! E' venduto!

Cesare                           - No!

Secondo Pittore            - Sì! Domandalo a lui! (ac­cenna Righetti).

Primo Pittore                 - Viene dall'Esposizione...

Cesare                           - Righetti!... Davvero?... Davvero?...

Righetti                         - Sicuro. C'è sotto il cartellino: venduto.

Cesare                           - No! Dimmi la verità! Dimmi la ve­rità!

Righetti                         - Perdinci! L'ho visto coi miei occhi! Venduto! Vendutissimo!

Cesare                           - Ma può essere un errore...

Righetti                         - Ma che errore d'Egitto! L'ho do­mandato anche al segretario...

Cesare                           - E lui?

Righetti                         - Ha confermato la notizia.

Cesare                           - E per quanto? Per quanto?...

Righetti                         - Ma... per diecimila.

Cesare                           - E comprato da chi?

Righetti                         - Non so.

Cesare                           - Dio! Dio! Diecimila lire! Dieci bi­glietti da mille, uno su l'altro!

Secondo Pittore            - Che pagherei... per vederli!

Primo Pittore                 - E per averli...

Teresina                         - Aspetta, somaro mio, che l'erba...

Primo Pittore                 - Va' al diavolo!

Alcide                           - Cesare, calmati!

Cesare                           - Mi calmo un corno! Son ricco, ca­pisci, son ricco!

Righetti                         - Eh, per diecimila lire!

Secondo Pittore            - Senti chi parla!

Cesare                           - (ad Alcide) Son ricco, ti dico! (in giro) E voglio che questa ricchezza... piova su la testa di tutti. Ragazzi! La cena la pago io!...

Primo Pittore                 - (debolmente) Ma no! ma no!

Secondo Pittore            - (idem) Se ci tieni...

Righettti                        - Francamente, è troppo...

Cesare                           - Troppo? Ma è poco!... (ad Alcide, con violenza) A te, poi... (Alcide, indietreg­gia, spaventato) Cesarino o Cesarina che sia, alle spese penso io. E se un giorno tu andrai in pensione...

Teresina                         - E a me... niente?

Secondo Pittore            - Falle... una « tamburella » nuova!

Primo Pittore                 - (scoppiando a ridere) Ah, ah... Forza, Teresì... (e il salterello ripren­de, ma questa volta indiavolato, perché nella ridda entrano a poco a poco tutti, anche Ce­sare, anche Alcide. Risa, urli acuti, sel­vaggi.,.).

SCENA SESTA Detti - Un Servo

(Mentre il chiasso è al colmo, un servo in li­vrea, che aveva più volte picchiato senza es­sere udito, apre la porta ed entra. Indossa un lungo pastrano chiaro a grandi bottoni di metallo. Entrando, si toglie ti cappello a mes­so cilindro, con coccarda).

Ilservo                          - (cappello in mano e mentre gli astati' ti, fermi, lo guardano tra curiosi e interdetti) Il cavaliere Cesare Foresi?

Cesare                           - (avanzandosi dopo un attimo d'indeci­sione) Sono io... Ma, sa, niente croci...

Il servo                          - Sua Eccellenza la principessa di Chattemburg domanda se può riceverla.

Cesare                           - Sua Eccellenza?...

Il servo                          - L'ambasciatrice attende giù nella sua automobile.

Cesare                           - (confuso, sbalordito, mentre attorno a lui si leva qualche mormorio di sorpresa e ammirazione) Ma... io... qui... veramente... (ad un tratto, deciso) Se ci tiene... salga, sal­ga pure...

                                      - (via il servo. Di nuovo, mormorii, interie­zioni).

Cesare                           - Ragazzi, aria!...

Righetti                         - Ma...

Cesare                           - Via, plebei! (i tre pittori si avviano. Cesare a Teresina) Tu, va con loro. Ti chiamerò appena... appena parlato con Sua Eccellenza. (Teresina e i tre giovani via dal fondo).

Alcide                           - Se tu credi...

Cesare                           - Rimani. Però, entra in camera. Ti chiamerò, se occorre, per servire i rinfreschi.

Alcide                           - Grazie, (esce, ma subito rientra) Ricordati che alle Eccellenze si bacia la mano.

Cesare                           - Lo so. (via Alcide. Cesare, prenden­do una posa di circostanza) Chi sa che vecchia barbogia...

                                      - (l'uscio si apre. Il servo entra, cede il passo alla principessa, che entra rapida. Il servo esce subito. Richiude).

SCENA SETTIMA Paolina, Cesare, poi Alcide

Cesare                           - Principessa... (guardando Paolina, ripete con voce malsicura) Princip...

Paolina                          - (ora sui ventisei anni, donna, ma col volto spesso velato da un'ombra di malinco­nia) Caro signor Foresi!....

Cesare                           - (mezzo soffocato) Ah! ma sì!... è lei!... Paol... la princip... (gridando) Alcide! Alcide!... (Alcide si affaccia, spaventato) La principessa... Paolina!...

Alcide                           - (entrando) Bonaparte?

Cesare                           - Macché!... La signorina Paolina...

Paolina                          - (riconoscendo Alcide) L'economo!...

Cesare                           - (ad Alcide) La signorina... di... di... nove anni fa!...

Alcide                           - Uh! Sì! E' lei!... Uh! Ma guarda... guarda!... (le bacia la mano).

Paolina                          - Anche lei, signor Alcide, a Roma? Come mai, come mai?

Alcide                           - E lo domanda? In missione d'amore.

Paolina                          - Oh, oh, oh.

Alcide                           - D'amore, o meglio d'amicizia per questo sciagurato pittore che nove anni fa venne laggiù a sconvolgere la mia esistenza. D'allora, io sento il bisogno di rivederlo; ed ogni anno, per qualche giorno, lascio mia moglie, capisce, la mia metà, e i miei figliuo­li, per venire...

Paolina                          - Ah, ah. E come stanno i suoi bam­bini?

Alcide                           - Bambini? Ora sono grandi. Si figuri che Clara...

Paolina                          - Ah, Claretta!

Alcide                           - Già... Claretta... ha diciotto anni. Bambini son quelli venuti... dopo...

Paolina                          - Come?... Altri...

Alcide                           - Quattro... E quattro... otto... Cioè... l'ultimo è in viaggio. Anzi, padrino sarà il nostro Cesare... E lei, lei... quanti...

Paolina                          - ... Nessuno.

Alcide                           - E' troppo poco. Però è giovane... e...

Paolina                          - Ma... (dopo un attimo, per distrar­re il discorso) E dunque, dunque... che cosa fanno di bello laggiù? La direttrice?...

Alcide                           - E' sempre viva!

Cesare                           - (ridendo) E più rugiadosa che mai!

Alcide                           - No: adesso è nevrastenica.

Paolina                          - (ridendo) il rimpianto di noi!

Alcide                           - O... del pittore.

Paolina                          - E novità?

Alcide                           - Hanno rifatto la chiesa.

Paolina                          - La piccola chiesa dove tante volte abbiamo pregato fanciulle!

Alcide                           - Già. Nel paese, poi, c'è adesso un club dove si gioca al poker e si bevono grogs a tutto spiano. E' stato Cesare a portare lag­giù la civiltà.

Cesare                           - (ridendo) Grazie.

Paolina                          - (astratta, la mente al passato) Si stava bene... laggiù... La nostra adolescenza era un'aurora che bevevamo a lunghi sorsi...

Alcide                           - (sorpreso dal tono triste) Perché... principessa... perché?

Paolina                          - Allora si piangeva per le frutta. Adesso si piange... (ad Alcide) Che salti, eh?

Alcide                           - Adesso non se ne fanno più di quei salti. Adesso... sono più marmotte. Ma intanto che lei si trattiene, io le vado a co­gliere giù in giardino un bel mazzo di fiori. Siamo alle falde del Pincio: fiori, fiori, fiori. Ah, Roma! Con permesso, principessa, (via dal fondo).

SCENA OTTAVA Paolina - Cesare

Paolina                          - (sedendo) E lei... ricorda la palla che entrò dalla finestra?

Cesare                           - Se la ricordo!

Paolina                          - E la pipa rotta...

Cesare                           - E i buchi...

Paolina                          - E san Rocco...

Cesare                           - E il cane... (prende una seggiola, siede accanto a Paolina, ch'è seduta sul ca­napè).

Paolina                          - (esaminandolo) Sa che non è muta­to di un capello? Cioè... un po' più pieno, più forte...

Cesare                           - E lei?... Che corpo al cuore, quan­do l'ho riconosciuta!

Paolina                          - (con volubilità) Come mi trova, di­ca, come mi trova?

Cesare                           - Bella! Più bella che mai! Più donna!

Paolina                          - (con volubilità) Sa che ho sempre pensato a lei? Mi dicevo: ce Dove sarà ades­so il mio pittore?... Che farà?... » Quando'fi­nalmente ho letto il suo nome nella Bienna­le, ne ho avuto piacere, sinceramente pia­cere.

Cesare                           - Grazie.

Paolina                          - Ho fatto prendere il suo indirizzo, ed eccomi qua.

Cesare                           - Grazie, Paol... grazie, principessa!... E sa che anch'io, dopo quella notte, l'ho cercata tanto tanto nel giardino, fra le com­pagne, con quel famoso cannocchiale?...

Paolina                          - (sorridendo) Quindici giorni alla infermeria. Una bronchite.

Cesare                           - Per causa mia?

Paolina                          - Per colpa mia. Faceva fresco, quel­la notte. Forse lo scialle era troppo legge­ro... E poi, l'emozione... il sangue alla te­sta... Venne mio padre... mi portò via. (si alza con vivacità) Ma parliamo dei suoi la­vori, dei suoi quadri, del suo studio... (si muove, guarda attorno) Gli stessi mobili che erano laggiù... Il divano... il cavalletto... il paravento... (gira dietro il paravento) il man­nequin... (la sua voce trema un poco) perfi­no il pezzo di specchio dove mi specchiai... (esce fuori) E lei, e lei... che cosa ha fatto da quei tempi?

Cesare                           - Venni a Roma, cercai a destra... a sinistra... Qualche ordinazione, tanto per vi­vere. E così per parecchi anni. Ma non mi sgomentai, sa? Avevo ingaggiato una lotta mortale col destino, e volevo vincere.

Paolina                          - Ha vinto?

Cesare                           - Forse. Perché dopo il mio ultimo quadro, col quale ho ottenuto...

Paolina                          - (sorridendo) Un giardino... uno sciame di educande... che corrono, saltano, giocano...

Cesare                           - L'ha veduto?

Paolina                          - L'ho sempre davanti agii occhi. (sorride).

Cesare                           - (fissandola, brusco, dopo una pausa) L'ha comprato lei?

Paolina                          - (sorridendo) Capisco la piccola pun­tura al suo amor proprio. Ma io non potevo permettere che quel quadro andasse a finire in mano d'estranei.

Cesare                           - E perché?

Paolina                          - Ma perché una di quelle educande, e precisamente la brunetta a destra, somiglia come due gocce d'acqua a una certa bru­netta... di nove anni fa.

Cesare                           - (sorpreso) E' proprio sicura che quella educanda...

Paolina                          - Come due gocce d'acqua! (con un sorriso e una punta di malinconia) Oh, il mio viso deve essere rimasto bene impresso nella sua memoria!

Cesare                           - (brusco) Si. Ma il denaro non lo voglio!

Paolina                          - No?... E allora avrebbe preferito che il mio ritratto...

Cesare                           - Non lo voglio! Non lo voglio!

Paolina                          - Sarà un po' difficile spiegare il perché di questo rifiuto a... mio marito.

Cesare                           - (quasi colpito da un pugno in petto) Suo...? Ah, già, è vero... L'avevo dimenti­cato... Ha marito... (rude, brusco) Le vuol bene, almeno?

Paolina                          - (con malinconia) Ci vediamo tanto di rado!

Cesare                           - Non l'ama?

Paolina                          - Ma tutti amano... l'ambasciatrice! Tutti sono cortesi, servizievoli... dolci...

Cesare                           - E non voleva esser trattata con dol­cezza?

Paolina                          - Troppa!

Cesare                           - Paolina... lei non è felice!

Paolina                          - Ma! Secondo che s'intende per fe­licità.

Cesare                           - Eppure sospirava tanto l'uscita di collegio !

Paolina                          - Appuntai Eravamo assetate di li­bertà e di vita, come tante rondini pronte a spiccare il volo verso il paese del sogno. Il mio sogno era... (si arresta)

Cesare                           - Era?...

Paolina                          - ... E il mio destino è stato invece l'eterno peregrinaggio, la vita senza pace e senza tregua, in terra straniera. Quante boc­che su questa mano! Mi par quasi di sentir­mela logorata, non mia... Una mano di tutti!

Cesare                           - (con intenzione) E mai... un bacio più ardente degli altri... un'ora di gioia?

Paolina                          - Mai. Le mie ore di gola sono state fredde, polari... Vede: le parti sono cambia­te. Lei era l'uomo rude e io la fanciulla in­genua. Lei ha ancora la sua franca ingenuità, mentre io l'ho perduta da un pezzo.

Cesare                           - M'invidia, forse?

Paolina                          - Ma sì, perché lei almeno vive, ama, lotta, soffre, lavora...

Cesare                           - Come si vede che a lei non manca niente!

Paolina                          - Niente... e forse tutto. Perché cer­te volte la mia giornata è così nera, così vuo­ta, e mi sento sola, così orribilmente sola, che la disperazione mi piglia, e penso... penso...

Cesare                           - (brusco) A qualche sciocchezza! Ma crede davvero che la mia fatica possa essere invidiata? Su, alzi gli occhi! Mi guardi!

Paolina                          - Sì... mi parli così, mi dica tante cose aspre, dure... con la sua voce tanto bru­sca, eppure tanto buona. Accanto a lei mi par di riacquistare tutta la divina speranza dei miei diciassette anni... come quella notte... quella notte...

Cesare                           - Che capitò da me proprio come una rondine...

Paolina                          - Non capitai. Venni. Venni espres­samente.

Cesare                           - (con un sussulto) Davvero?

Paolina                          - Volevo vederla da vicino, entrare nel suo antro, rendermi conto del fascino stra­no che mi faceva ridere e piangere, che mi dava colpi precipitosi al cuore, che mi fa­ceva stare la notte con gli occhi sbarrati nel buio, come se qualcuno si avvicinasse pian piano al mio letto, in punta di piedi...

Cesare                           - Paolina!

Paolina                          - (con malinconia, schermendosi) Paolina, allora. Adesso l'ambasciatrice.

Cesare                           - No: Paolina! E sempre, sempre, per me, Paolina! Se lei ha pensato sempre al suo pittore, io ho pensato sempre alla « mia » Paolina. E poi, ne vuole una prova? La bru­netta del quadro... è Paolina, sì o no?

Paolina                          - (sorridendo) Paolina... d'allora.

Cesare                           - E di adesso, di adesso! Una rondine che è tornata dalla terra straniera a portarmi fortuna, perché senza quel quadro non avrei preso la medaglia d'argento, ne mi sarei aper­ta una strada che credevo chiusa per sempre. Adesso avrò ordinazioni, lavoro, gloria... de­naro... Ma io non so che farmene del de­naro. E nemmeno della gloria. No, non ci tengo che dopo morto mi mettano il busto in marmo, lassù, al Pincio... (le si avvicina, le prende le mani) Io voglio quello a cui ho diritto da tanto tempo: l'amore...

Paolina                          - (schermendosi) Signor Cesare... lei deve lavorare... lavorare... farsi un nome...

Cesare                           - Perdinci, se devo lavorare! E anzi, sa che cosa farò, da domani? Un altro ri­tratto.

Paolina                          - Signor Cesare...

Cesare                           - Un vero ritratto, questa volta, gran­ de, al naturale, così, com'è ora l'ambascia­trice, bella... divinamente bella... e in cui metterò tutta l'anima mia... E se... Sua Ec­cellenza vorrà pagarmi, ebbene, sia: il de­naro sarà per quel buon Alcide, carico di grattacapi e di figliuoli... Vuole?... Vuoi, di', vuoi?

Paolina                          - (schermendosi) No... Cesare...

Cesare                           - No?... E allora... principessa... il suo pittore... (baciandola su la bocca)... le toglie la parola!... (Alcide, apparso nel fondo coi fiori, si ferma)

SCENA NONA Detti - Alcide

Cesare                           - (scorgendolo) Ah, Alcide! Arrivi a tempo! Persuadila tu, convincila tu! Io desi­dero farle un ritratto grande, al naturale, e lei... la principessa... non vuole!

Alcide                           - Come? (accennando Cesare) Un principe... del ritratto! E poi, creda a me, dai tempi di san Rocco e del cane... ne ha fatti di progressi!... (avanzandosi, con malizia bonaria) E poi, Eccellenza, qui non ci sono direttrici... né castighi... né penitenze, (por-. gè il mazzo) A lei.

Paolina ........................ - Oh, ma che bei fiori! E come è diventato galante il nostro economo! (Alcide, confuso, porta la mano al colletto. Ma ci ripensa... E riabbassa la mano. Paolina, con uno scatto improvviso, che la rende di nuovo fanciulla) Ebbene, sì... verrò!

Cesare                           - Ah!

Paolina                          - Verrò qui, dove c'è aria, sole, vita, luce!...

Alcide                           - E allegria, tanta allegria... (le bacia la mano).

Paolina                          - (per uscire, a Cesare) Mi accom­pagna?

Cesare                           - (baciandole con trasporto la mano) Paolina!

Paolina                          - (su la soglia) E lei, signor Alcide, tornato laggiù, mi saluti tutti i cari ricordi, e baci per me la creaturina che nasce... (via. Cesare la segue).

Alcide                           - (con slancio) S'è femmina... pa­rola d'onore... le metto nome Paolina!...

FINE

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