L’amante militare

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L’AMANTE MILITARE di Carlo Goldoni

L’AMANTE MILITARE

di Carlo Goldoni

Commedia di tre atti in prosa rappresentata per la prima volta in Venezia

l’Autunno dell’anno 1751.

A SUA ECCELLENZA

IL NOBIL UOMO SIGNOR

GIOVANNANTONIO RUZZINI II

PATRIZIO VENETO

Sei mesi scorsi già sono, Eccellentissimo Signore, ne’ quali trattenendomi per gli affari miei in Toscana, ogni lettera che mi giungea di Venezia stringeami il cuore colle amarezze, e mi accresceva di volta in volta non dirò l’ira e il dispetto, ma la mortificazione, il rammarico e la malinconia più tetra e più dolorosa. Una consolazione dolcissima in mezzo alle mie angustie mi ha recato l’intendere che l’ E. V. colla solita sua benignità e gentilezza fosse uno de’ miei validissimi Protettori, il quale coll’autorità e col sapere non solo destava in altrui per me l’interesse e l’amore, ma ponendo in veduta le mie ragioni, con quella eloquenza che in Lei è ammirabile e convincente, promoveva per me la giustizia, il disinganno e la compassione. A tutti è noto il carattere di V. E.: un Cavaliere che ama la verità e la conosce; che la sostiene costantemente e a tutto la preferisce; accredita col suo nome qualunque causa che onorar voglia della sua protezione, certissima cosa essendo che non lo farebbe senza giustizia, e che al chiarissimo suo intelletto non v’è impostura che arrivi a mascherare la verità. Oh, son pur pochi coloro che di questa bellissima verità invaghiti, vogliano portarla in trionfo a dispetto dell’interesse, della politica e del costume! Mal disse di questa virtù divina chi madre l’ha chiamata dell’odio. Non nasce l’odio dalla verità, ma dall’ambizione. Il vero non può produrre che la virtù, la correzione ed il bene; ma l’animo mal disposto a ricevere in pace il suo disinganno, converte in veleno questo prezioso balsamo, onde poi deriva lo sdegno. L’amor proprio è la rovina degli uomini, e l’adulazione che lo fomenta mantiene con iscandalo l’abborrimento del vero. Ammirabile è l’E. V., e degna d’ossequio e di venerazione per purezza di sangue, per antichità, per onori, per la chiarezza dell’intelletto, per le virtù che l’adornano, in grado sommo costituite, ma l’adorabile sincerità, questa è quella che fa l’ E. V, distinguere da chi ne conosce il pregio.

Ella ama la magnificenza in tutte le cose che appartengono alla vita civile, ma questa siccome è proporzionata alla ricchezza del suo patrimonio, non procede certamente dall’ambizione, come può dirsi di chi oltrepassa le misure nelle quali si trova costituito, ma dall’animo generoso e discreto che rende giustizia a se medesimo nell’uso proporzionato de’ propri beni, e dona alla società quello che noti è necessario all’economia. Questo è saper vivere, ed io medesimo ho goduto più volte gli effetti di quella generosità, ch’ella è solita praticare non solo cogli amici suoi, ma eziandio con i suoi servidori.

Diranno i miei nemici anche questa fiata, che per vanità gloriare io mi voglia d’essere stato a parte delle generose di Lei finezze; ma dicanlo pure, ch’io perdono loro di buona voglia ciò che negar non saprei. Sì, egli è vero, son vano, sono ambizioso di un tanto onore; e chi non lo sarebbe se fosse nel caso mio? Chi è colui che non brami la protezione di V. E., ed esultar non sapesse veggendosi da Lei con tanta benignità accolto, compatito e beneficato? Sanno eglino cotesti invidiosi chi sia l’ E. V.? Troppo Ella è nota, per non saperlo. Sono più secoli che la repubblica Serenissima vanta fra le primarie originali Famiglie de’ suoi Patrizi il nome illustre e magnanimo de’ Ruzzini. L’Augusto Senato li ebbe in pregio in ogni età, in ogni grado. Il Serenissimo Doge, zio

paterno dell’ E. V., dopo avere sparso per tutta l’Europa la fama del di lui merito e del di lui sapere colle Ambasciate e colle Plenipotenze ai Monarchi più venerabili della terra, ha ricevuto il premio che gli si doveva dalla gratitudine dell’Augusta sua Patria nell’aureo Manto, ed egli novelli fregi a questo eccelso grado ha accresciuti. Anche il Fratello degnissimo dell’ E. V va le medesime vie calcando, Savio della Repubblica e Ambasciatore al Re Cattolico per la medesima.

Ma senza più trattenersi su gl’infiniti meriti di una Famiglia cotanto eccelsa, quelli dell’ E. V. a chi non sono palesi? La prontezza del di Lei spirito, la chiarezza dell’intelletto, la facilità de’ pensieri sublimi e della comunicativa, non sono prerogative che la rendono distinta, ammirata? E descendendo alle qualità personali che sono più dall’universale degli uomini conosciute, la dolcezza del tratto, la generosità, la brillante, moderata e gentilissima maniera del conversare, non innamora chi ha la fortuna di esserne a parte? Sì certamente, posso anch’io renderne conto a chi non ne fosse informato; che se non ho talenti per mettere in pratica le virtù, ho però l’uso di conoscerle e di ammirarle.

V. E. merita essere per questa ragione dagli uomini riverita ed amata. Io dovrei più d’ogni altro darle del mio rispetto e dell’umile affetto mio un qualche segno, ma non potendo farlo sì degnamente che a Lei convenga, lo farò in quelle misure almeno che alla bassezza mia fian permesse.

Una Commedia all’ E. V. offerisco, dono sproporzionato alla grandezza sua; ma che a me costa sudori, poiché se il Mondo crede che facilmente dall’intelletto mio e dalla mia mano escano queste Opere che giornalmente produco, dì gran lunga s’inganna; e se misurar si vuole la supposta facilità dall’abbondanza delle produzioni, risponderò che la necessità e l’impegno mi costringono a farlo collo scapito del mio riposo.

L’Amante Militare, che io consacro all’ E. V., non è argomento che corrisponda alla di Lei situazione; ma il carattere dell’Eroe principale di questa mia Commedia può in Lei riconoscersi perfettamente. Un Uomo che apprezza l’onore più della vita, che è pronto a sagrificare tutte le sue passioni pel suo dovere, pel suo decoro, è un ritratto fedelissimo di V. E. Della tenera passione amorosa tutti gli uomini capaci sono, perché con questa son nati: ma il saper vincerla per l’onore, allora quando violentemente ad oscurarlo s’avanza, è una virtù che non è comune; è la virtù che rende ammirabile il mio Protagonista; è quella che potrebbe in un caso simile con somma facilità segnalarsi nell’animo di V. E., a cui profondamente m’inchino.

Di V. E.

Umiliss. Divotiss. ed Obbligatiss. Serv. Carlo Goldoni


L’AUTORE A CHI LEGGE

Chi fa il Poeta Comico per professione, di tutto dovrebbe essere infarinato. Arti, scienze, professioni, costumi, leggi, nazioni: tutto può essere soggetto di Commedia, o per deridere il vizio, o per esaltar la virtù, che il buono ed il cattivo di ciascheduna cosa costituisce. Io sono ignorante in tutto, e se fosse vero che di tutto sapessi un poco, sarebbe anche verissimo che niuna cosa perfettamente saprei. Nelle mie Commedie non sfuggo l’incontro di ragionare di tutto, in quella maniera ch’io farei se fossi in un caffè, in una conversazione: qualche cosa si dice per aver letto, alcuna se ne dice per averla sentita dire. Quando occorrono, non mancan libri; si dice la sua opinione, senz’obbligo di sostenerla. Circa alle passioni ognuno, poco più poco meno, le prova dentro di sé. Gli effetti di queste si vedono alla giornata. Casi ne abbiamo continuamente, accidenti nascono da commedia spessissimo. Chi pratica, chi osserva, e non è un ceppo, trova gli argomenti a bizzeffe. Io non sono stato mai militare: ho avuto un Zio paterno, che morì Colonnello e Governatore del Finale di Modena; mio Fratello servì quel Serenissimo Duca in qualità di Tenente; è mio congiunto di sangue il notissimo Capitan Visinoni in Dalmazia, ma io sono stato sempre amico delle Muse, e niente portato per quella marzial fierezza che si chiama valore.

Ciò non ostante, in varie occasioni mi son trovato di guerra, nelle quali senza rischio e senza fatica ho potuto in cotal arte erudirmi. Mi ritrovai in Milano nell’anno 1733, allora quando i Gallosardi occuparono la Lombardia Austriaca, e vidi i trinceramenti e l’attacco di quel Castello; indi passato a Crema col Veneto Residente, ora degnissimo Cancellier Grande, in qualità di suo Segretario... Fermiamoci qui, Lettor mio, per un poco, sovvenendomi ora che alcuni bei spiriti hanno disseminato non esser vero che io occupassi un tal posto. Siccome, allora quando il benignissimo Cavaliere mi accolse in Milano per la raccomandazione di una Dama mia protettrice, aveva la Corte sua completa, io non ero che una persona di più nella di lui casa. Mi appoggiò per qualche tempo una spezie di sopraintendenza all’economia, cosa contraria affatto al mio naturale, ma che ricusar non potei, per gli obblighi che avevo seco contratti. Trasportata in Crema la Residenza, là è dove l’ho servito di Segretario, ed in un tempo il più calamitoso che dar si possa; in tempo di guerra viva fra ‘l bollore dell’armi, con un fascio di lettere tutti i giorni importantissime, sotto un Ministro il più accurato, il più diligente del mondo, a cui non mancavano da tutte le parti le più certe, le più sollecite, le più frequenti notizie. E mi ricordo ancora quante volte, oppresso dalla stanchezza, m’addormentai sotto degli occhi suoi colla penna in mano. Un uomo che aveva lasciato di pochi mesi Toga Forense in Venezia, in che altro di meno potea impiegarsi in Milano? Ancorché la necessità m’avesse potuto avvilire, non lo avrebbe permesso un Ministro della Repubblica, che conoscendomi bastantemente, nella propria casa mi ricevè con amore, e con generosità mi ha trattato. Chiudasi la parentesi, e torniamo a noi.

Mi trovai l’anno dopo in Parma, il giorno S. Pietro, giorno memorando della gran battaglia fra i Gallosardi e gli Alemanni, in cui perirono in un giorno venticinque mila uomini fra le due Armate. Belle occasioni furono per me queste per istruirmi nelle cose di guerra, ma per sempre più determinarmi a star da quella lontano.

Finalmente nell’anno 1740 passato a Rimini, ove trovavasi allora il Serenissimo Signor Duca di Modena, di cui ho l’onore di esser suddito per origine, e pel possedimento di pochi effetti nei di lui Stati, colà ebbi campo di conversare co’ Militari, e partito un esercito, ne giunse un altro, ed osservai cose varie, cose bellissime, alcune delle quali mi hanno l’argomento della presente Commedia somministrato.

Dirà taluno di quelli che vorrebbero di me un romanzo, che facevi tu a Rimini colle Armate? Il tamburino? No, gentilissimi Signori Impostori, non ero uomo di spada, ma sempre lo fui di penna.

Il mio carissimo amico Gio. Battista Ronzoni, che era in quel tempo in Rimini nella mercatura impiegato, e indi colà fu Console per la Serenissima Repubblica di Venezia, ed ora è ritornato in questa Patria sua per consolazione de’ suoi amici, egli che mi ha conosciuto, trattato, e di favori e di benefizi colmato, può render conto di me. Sa benissimo ch’ebbi il comando dal Principe di Lobkovitz, General Comandante, di una Serenata per musica per le nozze allora seguite fra il Serenissimo Principe Carlo di Lorena e la defunta Serenissima Arciduchessa, sorella dell’Augustissima Imperatrice Regina, e ch’indi ebbi la direzione di quel Teatro per tutta l’Offizialità dell’Armata. Sa il mio caro Ronzoni, che ci godevamo allora i più bei giorni del mondo, e dico anch’io che a quartier d’inverno il più bel mestiere di tutti è il mestier del soldato.

Ma io questa volta perduto mi sono in cose fievoli e strane, senza dir nulla sopra della Commedia. Leggila, Lettor carissimo, e vedrai da te medesimo qual merito ho avuto nel farla.

Ho cercato di rimarcare, che siccome l’onore è quello che arma il fianco alle persone ben nate, così tutto devono a questo sagrificare. Che amano alcuni per bizzarria, alcuni per passion vera, ma tutti egualmente al tocco del tamburo si scordano d’ogni affetto, lasciano qualunque attacco, e corrono incontro ai pericoli per la bella immagine della Gloria.

Personaggi

Il GENERALE;

Don SANCIO capitano;.

Don GARZIA tenente;

Don ALONSO alfiere;

BRIGHELLA sergente;

Due CAPORALI che parlano;

PANTALONE de’ BISOGNOSI mercante;

ROSAURA figlia di Pantalone;

BEATRICE vedova;

CORALLINA cameriera di Rosaura;

ARLECCHINO servitore di Pantalone;

Uffiziali;

Soldati assai.

La Scena si rappresenta in una città di Lombardia.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera in casa di Pantalone.

Rosaura e don Alonso, ambi a sedere.

ROS. Caro don Alonso, vi supplico a ritirarvi.

ALON. Perché, adorata Rosaura, mi allontanate da voi?

ROS. Perché temo d’essere da mio padre sorpresa.

ALON. Il signor Pantalone è un uomo saggio e ben nato. Sa ch’io sono un uffiziale d’onore, né può rimproverarvi perché io stia in vostra conversazione.

ROS. Egli, per dir il vero, ha tutto il buon concetto di voi. Vi stima infinitamente, e parla sovente del vostro merito e della vostra onestà. L’ho sentito più volte ringraziare la sorte che la nostra casa sia stata destinata a voi di quartiere; poiché in tre mesi che ci onorate della vostra presenza, non abbiamo avuto che grazie, cortesie e vantaggi.

ALON. Il signor Pantalone ha della bontà per me ch’io non merito, e questo ci garantisce da quei rimproveri che voi temete.

ROS. Ah, don Alonso, è stato avvelenato il piacere della nostra pacifica corrispondenza. Mio padre, che riposava assai quietamente sopra la vostra e la mia condotta, è stato posto in sospetto da chi ha invidia della mia fortuna.

ALON. Ebbene, si deludano i nostri nemici.

ROS. In qual guisa?

ALON. Rendendo pubblico il nostro amore. Sappia il vostro genitore ch’io v’amo, ch’io vi desidero per mia sposa. Siami allora permesso il ragionarvi, il vagheggiarvi senza riserve, e si maceri dall’invidia chi aspira forse al possesso delle vostre bellezze.

ROS. Voi mi consolate. Son certa che mio padre incontrerà con giubilo la fortuna di un genero di tanto merito, e a lui sì caro. Ma... oh cieli! Lasciate ch’io vi dica non essere tutto ciò bastante a rendermi pienamente contenta.

ALON. Che vorreste di più, mia cara? Che mai si oppone alla vostra quiete?

ROS. Penso ai pericoli della guerra: penso all’instabilità del vostro soggiorno: penso che potreste essere costretto a lasciarmi, prima di concludere le nostre nozze.

ALON. Prevengasi dunque ogni avverso destino, e si concludano in questo giorno.

ROS. Sì, si concludano... Ma... aimè! Chi m’assicura che breve troppo non abbia a essere il piacere d’avervi meco?

ALON. Terminata la guerra, verrete meco in Ispagna.

ROS. Ah! finché dura la guerra, non avrò un momento di bene.

ALON. Parlasi con fondamento di una vicina pace. I frequenti corrieri che giungono dalla Corte al General Comandante, e la lentezza con cui egli procede a vista dell’inimico, è un certo segno del vicino accomodamento. Qui non si parla di marce, qui non si vedono disposizioni a novità alcuna. Rasserenatevi, Rosaura mia, state lieta, amatemi, e sperate quella felicità ch’io di goder mi prefiggo.

ROS. Secondi il cielo le vostre intenzioni, e dia quella pace al mio cuore, che lo può render contento.

SCENA SECONDA

Don Garzia e detti.

GAR. Amico, buon pro vi faccia.

ROS. Come, signor tenente? Chi vi ha permesso inoltrarvi?

GAR. Oh bella! Per venir a trovare un uffiziale mio camerata, avrò bisogno di far precedere un’ambasciata?

ROS. Queste non sono le di lui camere.

GAR. Saranno le vostre; noi altri uffiziali stiamo volentieri nelle camere delle padroncine di casa. Il Quartier-Mastro ci prepara l’alloggio, e noi ci troviamo la conversazione.

ROS. Don Alonso, se avete affari col vostro amico, potete condurlo nel vostro quarto.

ALON. Don Garzia, favorite di venir meco.

GAR. Quello che vi ho da dire consiste in due parole, e ve le posso dire ancor qui. Molto riservata signora mia, sappiate che fra noi altri uffiziali non ci prendiamo soggezione l’uno dell’altro.

ALON. Ebbene, che mi dovete voi dire?

GAR. Che il comandante ci ha intimata la marcia, che avanti sera saremo tutti sull’armi, ed ecco in iscritto l’ordine che mi ha dato, e per voi, e per me, il nostro sergente.

ROS. (Oh me infelice!) (da sé)

ALON. Perché sull’armi di sera?

GAR. Se faceste meno all’amore, e vi lasciaste vedere ai ridotti, sapreste meglio le novità. Dicesi abbia una spia riferito, che l’inimico abbia divisato sorprendere nella ventura notte quel corpo di nostra truppa, che guarda il monte. Tenderà dunque la nostra marcia a difendere i nostri, e deludere i disegni dell’avversario.

ROS. Se s’incontrano i vostri coi nemici, si batteranno?

GAR. Per qual motivo siamo noi qui? Non si sa che abbiam da combattere?

ROS. (Oh cielo!) (da sé)

ALON. Eh! se l’inimico saprà essere scoperte le di lui trame, non uscirà dalle sue trinciere. Non è in istato di venire a battaglia.

GAR. Sì, sì, lusingatevi pure. Io son di parere che ci daremo una pettinata solenne.

ROS. Don Alonso... (sospirando)

ALON. Via, serenatevi... non sarà così...

GAR. Piangete, eh! Capperi, siete cotta davvero. Mah! Vi vuol pazienza. Consolatevi, che a piangere non siete sola. Io avanti sera con questa nuova ne faccio piangere almeno sei.

ROS. (Ah, che già previdi la mia sventura!) (da sé)

GAR. Animo, animo, signor alfiere, andatevi a preparare, visitate le vostre armi, e disponetevi alla partenza.

ALON. La marcia non è per ora.

GAR. Volete aspettare all’ultimo momento? Via, spicciatevi e venite meco alla piazza. I vostri amici vi attendono.

ALON. A far che?

GAR. A giocare, a bere delle bottiglie, a ridere delle avventure amorose, che in questo nostro quartiere accadute ci sono.

ALON. Dispensatemi; già lo sapete, io non sono portato per alcuno di tali divertimenti.

GAR. Povero giovane! Siete innamorato, eh? Non avete ancora imparato a fare all’amore alla militare. Eh via, che delle ragazze se ne trovano da per tutto; signora perdonatemi, io non pretendo di farvi ingiuria; già anche voi altre fate lo stesso. Partiti che siamo noi, vi attaccate ai vostri paesani.

ROS. Voi sarete avvezzo a trattare con delle frasche.

GAR. Sì, con delle vostre pari.

ROS. Don Alonso...

ALON. Don Garzia, troppo arditamente parlate.

GAR. Niuna femmina mi ha detto tanto, e voi non dovete soffrire che ad un uffiziale vostro amico si dicano delle impertinenze.

ALON. Voi l’avete ingiuriata, e quando anche ciò non fosse accaduto, un uomo onesto non si offende per così poco.

GAR. Io non mi lascio perder il rispetto dalle pettegole.

ROS. Signor tenente, voi vi avanzate troppo.

ALON. Sì, troppo vi avanzate. A una figlia onesta e civile, a una figlia che io stimo ed amo, voi dovete portar rispetto.

GAR. Come! Vi riscaldate cotanto per una scioccherella?

ALON. Don Garzia, venite fuori di questa casa.

GAR. Sì, andiamo. Non ho paura di voi. (parte)

SCENA TERZA

Don Alonso e Rosaura.

ROS. Ah, don Alonso...

ALON. Lasciatemi.

ROS. Deh, se mi amate...

ALON. Lasciatemi, dico.

ROS. La vostra vita...

ALON. È difesa dalla mia spada.

ROS. Oh cieli! Non vi cimentate.

ALON. L’onor mio... l’onor vostro...

ROS. Non può ripararsi altrimenti?

ALON. Vuò lavarne la macchia col sangue del temerario.

ROS. Potete spargere il vostro.

ALON. Si sparga, ma si vendichi l’onta.

ROS. No, caro...

ALON. Ah!... Rosaura... trattenere non posso gli stimoli dell’ira mia. (parte)

ROS. Numi, a voi raccomando la vita dell’idol mio.

SCENA QUARTA

Pantalone e Rosaura.

PANT. Coss’è? Cossa gh’aveu? Per cossa pianzeu?

ROS. Ah, signor padre...

PANT. Via, cossa xe stà?

ROS. (Oh cieli! Se dico piangere per il periglio di don Alonso, vengo ad iscoprire l’affetto mio). (da sé)

PANT. Qua ghe xe qualcossa de grando. Pianzè? No parlè? Cossa xe sto negozio?

ROS. Piango, perché stata sono ingiuriata.

PANT. Ingiuriada? Da chi? Come?

ROS. Don Garzia mi ha offeso.

PANT. Chi? el sior tenente?

ROS. Egli stesso, quel prosontuoso.

PANT. Cossa v’alo dito? Cossa v’alo fatto?

ROS. Deh, signor padre... accorrete...

PANT. Dove?

ROS. Don Garzia si batte con don Alonso.

PANT. Ma dove?

ROS. Saranno poco lontani.

PANT. Per cossa se batteli?

ROS. Per l’impertinenze a me dette da don Garzia. Signor padre, presto accorrete... impedite...

PANT. Gh’avè una gran premura, patrona.

ROS. Non verrei esser io cagione della morte d’uno di loro.

PANT. Come xela stada?

ROS. Don Garzia mi ha insultato.

PANT. Come?

ROS. Oimè... con parole offensive.

PANT. Cossa v’alo dito?

ROS. Lo saprete poi; andate, signor padre...

PANT. Come ghe intra el sior don Alonso?

ROS. Ha prese le mie parti.

PANT. Con che rason?

ROS. Perché don Garzia mi offendeva. Ah, signor padre, si battono.

PANT. Se i se batte, che i se batta. Don Garzia cossa v’alo dito?

ROS. La cosa è lunga.

PANT. Mi no gh’ho gnente da far; contèmela.

ROS. Ma gli uffiziali si feriranno...

PANT. A so danno. Vôi saver come che la xe.

ROS. Oh cielo!

PANT. Cossa gh’è?

ROS. Non posso più!

PANT. Rosaura.

ROS. Io moro. (sviene)

PANT. Oh poveretto mi! Rosaura, fia mia... Corallina, dove seu? Corallina. (chiama)

SCENA QUINTA

Corallina e detti.

COR. Signore, eccomi.

PANT. Presto, acqua, aseo.

COR. Che cosa è stato?

PANT. No vedè? Rosaura in accidente.

COR. Poverina!

PANT. Mo via, soccorrèla; no perdemo tempo.

COR. Ecco l’acqua della Regina. (la bagna)

PANT. Oibò, no femo gnente. Presto dell’acqua fresca. Arlecchin. (chiama)

SCENA SESTA

Arlecchino e detti.

ARL. Sior. (di dentro)

PANT. Presto, porta dell’acqua fresca.

ARL. Sior sì, subito. (di dentro)

PANT. Corri.

ARL. Vegno. (di dentro)

PANT. Ma subito.

ARL. Son qua. (viene correndo con un boccale di acqua; casca e lo rompe)

PANT. Oh, tocco de strambazzo!

ARL. Ma se...

PANT. Tasi là.

COR. E con questo strepito non rinviene; adesso, adesso. (parte, poi torna)

PANT. Dell’acqua, presto. (ad Arlecchino)

ARL. Sior sì, subito. (parte, poi torna)

PANT. Vardè, i me lassa solo. Corallina. (chiama)

COR. Eccomi coll’aceto.

PANT. Bagnela sotto el naso.

COR. La bagno, ma non facciamo niente.

PANT. Te digo che la vol esser acqua. Arlecchin, presto. (chiama)

ARL. Son qua. (con una secchia piena d’acqua)

PANT. Perché col secchio?

ARL. Per far presto.

PANT. Dà qua. (mostra di spruzzar l’acqua nel viso di Rosaura)

COR. Non facciamo niente.

PANT. Gnente.

ARL. Lassè far a mi.

PANT. Cossa farastu?

ARL. Siora Rosaura. (la chiama forte nell’orecchio)

PANT. Va via de qua.

COR. Par morta.

PANT. Oh poveretto mi!

SCENA SETTIMA

Don Alonso e detti.

ALON. Che cosa c’è, signor Pantalone?

PANT. Ah sior don Alonso, la mia povera putta in accidente, e no la pol revegnir.

ALON. Povera signora Rosaura! che cosa è stato? (s’accosta a Rosaura)

ROS. Ahi! (rinviene un poco)

PANT. Oe? la revien.

ALON. Animo, signora Rosaura.

ROS. Oimè! (rinviene un poco più)

PANT. Fia mia.

COR. Signor padrone.

PANT. Cossa gh’è?

COR. Getto via quest’aceto.

PANT. Perché?

COR. Perché quello di don Alonso è più forte del nostro. (parte)

ARL. Sior patron.

PANT. Cossa vustu?

ARL. Porto via l’acqua.

PANT. Portela pur.

ARL. Al mal de vostra fiola ghe vol altro che acqua fresca. (parte)

SCENA OTTAVA

Rosaura, don Alonso e Pantalone.

ALON. Via, signora Rosaura, fatevi coraggio.

ROS. Dove sono?

PANT. Fia mia, come stastu?

ROS. Meglio... Vi siete battuto? (a don Alonso)

ALON. Sì.

PANT. Cossa xe stà, perché te xe vegnù mal? (a Rosaura)

ROS. Non lo so. Siete ferito? (a don Alonso)

ALON. No.

PANT. Te sentistu altro?

ROS. Signor no; l’altro è ferito? (a don Alonso)

ALON. Sì.

ROS. Oimè!

PANT. Cossa gh’astu? (a Rosaura)

ROS. Niente. Dove è ferito? (a don Alonso)

PANT. Parla con mi. (a Rosaura)

ROS. Dove?... (a Pantalone, distratta)

PANT. Cossa dove?

ROS. Don Garzia è ferito. (a Pantalone)

PANT. A so danno, cossa t’importa a ti?

ROS. Don Alonso, di voi che sarà?

ALON. Non temete, non sarà nulla.

ROS. (Misera me) (da sé, piange)

PANT. Ti pianzi? Tornemio da capo?

ROS. (Il cuor mi predice qualche sventura). (da sé)

PANT. (Mi no so cossa sia sto negozio; sto pianzer, sto parlar sotto ose, sto vardar el sior alfier, no me piase gnente. Ho paura che sia vero quel che me xe stà dito). (da sé)

ALON. (Non vi affliggete, cara. L’ho ferito in un braccio, non sarà nulla). (piano a Rosaura)

ROS. (Ma sempre colla spada in mano). (piano ad Alonso)

PANT. (Eh! qua ghe xe dei radeghi). (da sé) Sior alfier, se la se contenta, ghe vorave dir una paroletta. (a don Alonso)

ALON. Eccomi a’ vostri cenni.

ROS. (Ah, mio padre si è insospettito). (da sé)

PANT. Andè via, siora; andè in t’un’altra camera.

ROS. Mi sento male.

PANT. Andeve a buttar sul letto.

ROS. Sola?...

PANT. Come sola?

ROS. Voglio dire, anderò sola in camera? Non mi posso reggere in piedi.

PANT. Chiamè Corallina, e feve dar man.

ROS. Oh cielo!

ALON. Via, signora Rosaura, fatevi animo. Andate a riposarvi. (Lasciatemi solo con vostro padre). (piano a Rosaura)

ROS. (Abbiate compassione di me). (piano a don Alonso)

PANT. E cussì, andeu? (a Rosaura)

ROS. Vado. (parte)

SCENA NONA

Don Alonso e Pantalone.

PANT. Sior don Alonso mio caro, la vegna qua, e parlemose schietto; anca mi son stà omo del mondo, e so qualcossa, e cognosso el tempo. No vorria che stando in casa mia...

ALON. Signore, so quel che volete dirmi. Voi dubitate ch’io ami la vostra figliuola, ed io vi assicuro che non v’ingannate ne’ vostri dubbi. Sì, io l’amo; e ve la domando in consorte.

PANT. Mi no so cossa dir. Qua su do piè... no posso risolver... no posso dirghe né sì, né no.

ALON. Favorite dirmi che obbietti avete in contrario.

PANT. La vede bene: no gh’ho altro che sta unica fia... No gh’ho genio de maridarla con un militar.

ALON. Terminata la presente guerra, vi do parola da cavaliere di rinunziar la bandiera. Ritirandomi dalle truppe nel bollore della campagna, sarei criticato. Direbbero ch’io mi sottraggo per codardia dai pericoli, per viltà dai disagi.

PANT. Aspettemo che fenissa la guerra, e co l’averà rinunzià la carica militar, parleremo de mia fia.

ALON. Ah no, signor Pantalone; vi supplico, vi scongiuro, accordatemi adesso la vostra figlia, concedete ch’io possa darle la mano.

PANT. E po, se una cannonada ve porta via gloriosamente la testa, cossa voleu che fazza la mia povera putta?

ALON. Tornando in libertà, potrà dispor di se stessa.

PANT. E se la restasse con un putello?

ALON. Sarà l’erede de’ miei beni.

PANT. Ma de quai beni? Vu sè spagnolo, e nu semo in Italia; compatime, se tratta de una mia fia. Credo che siè nobile, credo che siè ricco, credo che siè libero, ma no so gnente de certo, e no vorave che un zorno...

ALON. Come! Si mette in dubbio l’esser mio, la mia onestà, la mia fede? Un uffiziale onorato non è capace di fingere, d’imposturare. Il vostro dubbio m’offende, la vostra diffidenza è un insulto. Giuro al cielo, l’amore di vostra figlia vi garantisce dall’ira mia. Non soffrirei tale ingiuria da chicchessia.

PANT. Caro sior alfier, no la se scalda...

ALON. Non mi toccate nell’onor mio.

PANT. Finalmente bisogna considerar...

ALON. Non mi levate il cuore di vostra figlia.

PANT. Donca la vol...

ALON. Non la voglio, ve la chiedo.

PANT. Ma se ghe la negasse...

ALON. Con che ragione negarla? Con qual pretesto? Perché? Dite, perché?

PANT. Gnente, sior offizial. La lassa almanco che parla con mia fia.

ALON. Parlate: è giusto. E s’ella è contenta, me la concederete voi?

PANT. Vederemo.

SCENA DECIMA

Don Sancio e detti, ed un caporale.

SANC. Nipote, ho da parlarvi. (a don Alonso)

ALON. Sono a’ vostri comandi.

PANT. Fazzo umilissima reverenza al sior capitanio.

SANC. Signor Pantalone, vi riverisco. Permettetemi ch’io possa parlare a mio nipote con libertà. PANT. La se comoda. Bondì a vossustrissima.

ALON. Signor Pantalone, ci siamo intesi.

PANT. Ho capìo. (El vol mia fia; e se no ghe la dago... No so quel che ho da far; ghe penserò). (da sé, parte)

SCENA UNDICESIMA

Don Sancio e don Alonso, ed il caporale.

SANC. Nipote, sapete voi la cagione per cui son qua venuto?

ALON. Me la immagino. Voi siete venuto a rimproverarmi a causa di don Garzia.

SANC. Son venuto ad intimarvi l’arresto.

ALON. L’arresto? Per qual motivo?

SANC. Perché sfidato alla spada il vostro tenente, lo avete anche ferito.

ALON. Egli mi ha provocato.

SANC. Don Alonso, so tutto. Per una donna non si mette a repentaglio l’onore.

ALON. Difender le donne è azione da cavaliere.

SANC. Non impicciarsi con donne è il dovere del buon soldato. Quella spada che al fianco cingete, avete giurato d’adoperarla in servizio del vostro Re, in difesa dell’insegna reale: rendetela alle mie mani.

ALON. Eccola. (gli dà la spada, e la riceve un Caporale)

SANC. Andate in arresto.

ALON. Obbedisco. (vuol partire)

SANC. Dove v’incamminate?

ALON. Alle mie camere.

SANC. Non ci stareste malvolentieri in questa casa arrestato.

ALON. Come? In arresto fuori del mio quartiere?

SANC. Dovete passar nel mio.

ALON. Per qual ragione?

SANC. Il generale ve lo destina per carcere.

ALON. Ah don Sancio! quest’è troppo.

SANC. Obbedite al comando.

ALON. Bene; verrò innanzi sera.

SANC. Ora dovete andarvi.

ALON. Come! così si trattano gli uffiziali?

SANC. Tacete, incauto, ed apprendete a rispettare gli ordini de’ superiori vostri: uscite subito di

questa casa, passate immediatamente alla mia.

ALON. Andate, ch’io vi seguo.

SANC. No, precedetemi.

ALON. Lasciatemi congedare da’ padroni di casa. SANC. Farò io col signor Pantalone le vostre parti.

ALON. Ma... il mio bagaglio?

SANC. Io ne prenderò cura. Andate.

ALON. Questa è una crudeltà.

SANC. La vostra è troppa arditezza. Don Alonso, non vi fidate, perché io sia vostro zio. Chi serve il Sovrano, dee spogliarsi d’ogni parzialità. Obbedite al comando, o in me avrete un nemico.

ALON. Ah don Sancio, abbiate compassione di me.

SANC. Sì, vi compatisco; ma faccio il mio dovere, e vi sollecito a fare il vostro. Sapete voi stesso quanto sia grande e quanto sia necessario in un esercito il rigor delle leggi. Guai a noi, se si potesse violare quella subordinazione, che ci tiene tutti soggetti. Quanto durerebbe un’armata, se fosse lecito agli uffiziali il battersi impunemente fra loro? Quali disordini nascerebbero, se si lasciasse libero il corso alle disordinate passioni? Obbedite al comando, arrossite di meritar il castigo, e non ardite di preterire, per quanto vi può esser caro l’onore.

ALON. (Ah, pazienza! Rosaura, oh cielo! chi sa, se ci vedremo mai più). (da sé, parte)

SANC. Povero giovine! mi fa pietà. Ma la militar disciplina vuol rigore, vuol severità, vuol giustizia. (parte)

SCENA DODICESIMA

Piazza col Corpo di guardia, ed una tavola con vino e denari.

Brighella con divisa. Due caporali e soldati. Si suona il tamburo.

BRIGH. Me manca ancora quattro omeni a ridur completa la compagnia del nostro capitanio; se podessimo farli avanti de marciar, la saria una bella cossa.

CAP. Li faremo. Abbiamo la libertà in questo paese di poter reclutare. Li faremo.

BRIGH. Sti paesani i è furbi come el diavolo.

SCENA TREDICESIMA

Arlecchino e detti.

ARL. Non vedo l’ora che vada via sti soldadi. Ogni dì da Corallina ghe ne trov qualchedun da novo. La dis che la me vol ben, la dis che no me dubita: ma sti mustacchi i me fa paura. (si suona il tamburo, ed i soldati fanno allegria)

ARL. Bravi! pulito! o che bella cossa! o che bella conversazion!

BRIGH. Amigo, alla vostra salute.

ARL. Bon pro ve fazza.

BRIGH. Favorì, vegnì avanti.

ARL. Grazie.

BRIGH. Se comandè, sè patron.

ARL. Riceverò le vostre finezze.

BRIGH. Presto, deghe da bever.

CAP. Prendete, amico, mangiate e bevete.

BRIGH. E che se stia allegramente. (cantano) (Arlecchino mangia, beve e canta con i soldati)

BRIGH. Cossa diseu? Ve piasela sta bella allegria? (ad Arlecchino)

ARL. Se la me pias? E come! Ma chi seu vualtri siori?

BRIGH. Semo soldadi.

ARL. Soldadi? E i soldadi i fa sta bella vita?

BRIGH. Sempre cussì, sempre allegramente. Vu che mestier feu?

ARL. Fazz el servitor.

BRIGH. Poverazzo! sfadigherè tutto el zorno.

ARL. Come un aseno, sior.

BRIGH. Magnerè poco.

ARL. Ho sempre fame.

BRIGH. No gh’averè mai libertà.

ARL. Mai.

BRIGH. Eh, vegnì a star con nualtri.

ARL. Oh magari!

BRIGH. Qua gh’averè da magnar e da bever; sarè calzà e vestido; no pagherè fitto de casa, averè dei denari, sarè respettà, viazzerè, vederè el mondo, ve devertirè, e fora de qualche sentinella e de un poco de esercizio, no gh’avarè gnente a sto mondo da far.

ARL. Oh che bella cossa! Ma... i dis che i soldadi i va alla guerra, e alla guerra se mazza. No vorrai che me toccasse sto bell’onor.

BRIGH. Eh giusto! Semo soldadi anca nu, e semo qua, e semo stadi alla guerra; e no semo morti, e stemo allegramente. Animo, alla vostra salute. (beve)

CAP. Volete venir a stare con noi? Se volete, animo, questo è un abito.

BRIGH. Cossa gh’aveu nome?

ARL. Arlecchin Battocchio.

BRIGH. Animo, sior Arlecchin, voleu che scriva el vostro nome su sto libro?

ARL. Scrivèlo pur.

BRIGH. Son qua. (scrive) Arlecchino Battocchio rimesso soldato ecc. Voleu denari?

ARL. Se me ne darè, i torrò.

BRIGH. Ve contenteu de un felippo?

ARL. Sior sì, me contento.

BRIGH. Tolè; animo, putti, vestìlo. (vestono Arlecchino da soldato) Seu contento?

ARL. Contentissimo.

BRIGH. Ho gusto. Stè qua, no ve partì; vado a avvisar el nostro capitanio.

ARL. Saludèlo da parte mia.

BRIGH. Volentiera. (Caporal, ve lo consegno; vardè che nol se slontana). (parte)

ARL. Animo, bevemo, stemo allegramente. (canta)

SCENA QUATTORDICESIMA

Corallina e detti.

COR. (Come! Arlecchino soldato?) (da sé)

ARL. Corallina, allegramente. Ah! cossa te par? Fazzio bona figura?

COR. Bravo. È questa la parola che data mi hai di sposarmi?

ARL. E perché no te possio sposar?

COR. Uno di questi giorni marcerai coll’armata, e mi pianterai.

ARL. Oh bella! Ti marcerà anca ti coll’armada.

COR. No, no, se sei pazzo tu, non son pazza io. Vattene, ch’io più non ti voglio.

ARL. Ah cagna! cussì ti me abbandoni?

COR Perché farti soldato?

ARL. Per magnar e bever, esser vestido, calzado, e no far gnente a sto mondo.

COR. Povero sciocco, te n’accorgerai.

ARL. Me n’accorzerò? Mo per cossa?

COR. L’inverno colla neve e l’estate col sole starai sulle mura collo schioppo in ispalla: Chi va là?

Dormirai sulla paglia, faticherai a far l’esercizio, e se fallerai, saranno bastonate.

ARL. Bastonade?

COR. E di che sorta! E poi anderai alla guerra, a pericolo di perder un braccio, o di perder un occhio, o di perder la testa.

ARL. La testa? No vôi alter soldado.

COR. Caro Arlecchino, se mi avessi voluto bene, non avresti fatta questa risoluzione.

ARL. Gnente, ghe remedio subit, ghe dagh indrè la so roba, e desf ogni cosa.

COR. Sì, caro Arlecchino, mettiti in libertà.

ARL. Va a ca, aspettame, che adesso vegno.

COR. Guarda di non mi burlare.

ARL. Ti vederà.

COR. (Povero Arlecchino! gli voglio bene. Un marito sciocco come lui non lo trovo, se lo cerco per

tutto il mondo). (da sé, parte)

ARL. Alla guerra? Perder la testa? Perder Corallina? Oh, no vôi alter. Sior caporal, una parola.

CAP. Che cosa volete?

ARL. Tolì el voster abit, tolì el voster felippo, e no vôi alter da vu.

CAP. Come! siete pazzo?

ARL. Ve digh che no vôi alter.

CAP. Siete rimesso, siete nel ruolo, avete avuto l’ingaggio, avete avuta la montura, non è più tempo di dir non voglio.

ARL. O tempo, o no tempo, tegnì el voster vestido. (vuole spogliarsi)

CAP. Giuro al cielo, non vi spogliate.

ARL. E mi me voggio spoiar.

CAP. Vi bastonerò.

ARL. Chi bastonerì?

CAP. Voi.

ARL. Sangue de mi, ve pelerò i mustacchi.

CAP. Ah disgraziato! Perdere il rispetto al caporale? Soldati, presto, mettetelo sulla panca.

ARL. Aiuto. (i soldati lo stirano sulla panca, e il Caporale lo bastona)

CAP. Camerata, a voi. (un altro Caporale lo bastona)

ARL. (Si raccomanda)

CAP. Alzati. (ad Arlecchino)

ARL. Ah, che son tutto rotto.

CAP. Presto, fa il tuo dovere.

ARL. Ah, che el me preterit l’è imperfetto.

CAP. Animo, dico.

ARL. Coss’oia da far mi, poveretto?

DUE CAP. Avete da ringraziare chi vi ha bastonato.

ARL. Ringraziare? Ah, che sieu maledetti!

CAP. Mettetelo sulla panca.

DUE CAP. Altre cinquanta bastonate.

ARL. Pietà, misericordia.

CAP. Fate il vostro dovere. (ad Arlecchino)

ARL. Sior caporal... la ringrazio... delle bastonade... che la m’ha favorido. (Possa esser appicado

per man del boia). (da sé) Anca ela, sior soldado...

DUE CAP. Soldato? Son caporale. (gli dà una bastonata)

ARL. Ho capido. La ringrazio: prego el cielo la benedissa (e ghe fazza romper i brazzi). (da sé)

CAP. Conducetelo al quartiere. (a’ soldati)

DUE CAP. Imparerai a portare rispetto ai tuoi superiori. (partono tutti)

SCENA QUINDICESIMA

Camera in casa di Beatrice.

Don Garzia.

GAR. Se torno di quartiere in questa città, Rosaura l’ha da scontare. Non son chi sono, se non la faccio piangere amaramente. Don Alonso mi ha ora leggermente ferito: ma può essere ch’io un’altra volta gli misuri la spada al petto. Pazzo, pazzissimo è don Alonso; egli s’innamora come una bestia, e pena nel distaccarsi dalle sue belle. Io all’incontro con quanto piacere acquisto un’innamorata, con altrettanta indifferenza la lascio. Ecco la mia padrona di casa, che si dà ad intendere d’aver il possesso di tutto il mio cuore. Ora è tempo di disingannarla.

SCENA SEDICESIMA

Beatrice e detto.

BEAT. Don Garzia, è egli vero che vi siete battuto?

GAR. Sì, signora, e son rimasto ferito.

BEAT. O cielo! Dove?

GAR. In un braccio.

BEAT. Per qual causa vi cimentaste?

GAR. Per una donna.

BEAT. Per una donna?

GAR. Mah! le belle donne ci fanno precipitare.

BEAT. Io non vi ho mai posto in verun pericolo.

GAR. Oh, in quanto a voi la cosa è diversa.

BEAT. Non poteva io, se stata fossi una frasca, dar retta a quelli che m’insidiavano?

GAR. Sì; perché non l’avete fatto?

BEAT. Per essere a voi fedele.

GAR. Mi dispiace che per causa mia abbiate perduto il vostro tempo.

BEAT. Anzi l’ho molto bene impiegato, amandovi costantemente.

GAR. Io l’ho impiegato molto meglio di voi.

BEAT. Perché?

GAR. Perché ne ho amate sei in una volta.

BEAT. Voi scherzate.

GAR. Dico davvero. E se volete sapere chi sono, ve lo dirò.

BEAT. Voi lo fate per tormentarmi.

GAR. No, faccio per dirvi sinceramente tutti li fatti miei. Sentite, e ditemi se sono di buon gusto.

BEAT. (Ah, fremo di gelosia!) (da sé)

GAR. Una è donna Aspasia, la figlia di quel dottore ignorante a cui, per aver libertà, ho dato ad intendere che lo farò essere auditore del reggimento. Un’altra è donna Rosimonda, la quale mi ha caricato di finezze, ed io non ho fatto altro per lei, che farle avere la cassazione d’un soldato. La terza è quella ridicola di donna Aurelia, colla quale cenavo quasi tutte le sere. La quarta è una mercantessa, che voi non conoscete; costei darebbe fondo al fondaco di suo marito, per aver l’onore di esser servita da un uffiziale. Le altre due sono giovani di basso rango: una cugina d’un caporale, che in grazia sua è diventato sergente; e l’altra figlia d’un sergente stroppiato, a cui ho fatto ottenere un posto nell’ospitale.

BEAT. Bravo, signor tenente, ed io...

GAR. E voi siete la settima che in questa piazza ho avuto l’onor di servire.

BEAT. Ah, voi mi avete tradita.

GAR. Tradita? Come? Che cosa vi ho fatto?

BEAT. Avete giurato d’amarmi.

GAR. È vero, e vi ho mantenuta la parola, e vi ho amata.

BEAT. Come potete dire d’avermi amata, se con sei altre vi siete divertito?

GAR. Oh, la sarebbe bella che si dovesse amare in questo mondo una cosa sola! Io amo le donne,amo gli amici, amo i cavalli, amo la bottiglia, amo la tavola, amo la guerra, amo cento cose e dubitate che non abbia avuto dell’amore anche per voi?

BEAT. Che parlare è il vostro? Confondete le donne con i cavalli, colla guerra, colle bottiglie?

GAR. L’uso che se ne fa è diverso: ma l’amore che io sento per tutte queste cose, è lo stesso.

BEAT. Dunque voi provaste per me l’amore istesso che provate per un cavallo?

GAR. Sì, signora.

BEAT. Andate, che siete un pazzo.

GAR. Questo me l’hanno detto dell’altre donne, può essere che sia la verità. BEAT. Siete un perfido, un infedele.

GAR. Oh, questo non me l’ha detto altri che voi.

BEAT. Avete mai serbato fede a veruna?

GAR. Con tutte ho fatto l’istesso.

BEAT. E non siete un infedele?

GAR. No, perché non ho mancato mai di parola.

BEAT. Avete mancato a me crudelmente.

GAR. Perché?

BEAT. Non mi avete promesso il cuore?

GAR. Sì, ma non tutto.

BEAT. Perfido! Di una parte non so che farne.

GAR. Scusatemi, siete un poco troppo indiscreta.

BEAT. Ma perché oggi farmi all’improvviso una sì bella dichiarazione?

GAR. Perché forse questa sera o domani dovrò partire.

BEAT. E vi congedate da me con un sì amabile complimento?

GAR. Vi dirò: se partendo vi avessi lasciata nell’opinione in cui eravate, voi per fare un’azione eroica mi avreste forse conservata la vostra fede. Così intendo di fare una buona azione, ponendo il vostro cuore in tutta la sua libertà.

BEAT. Ah, che il mio cuore non amerà altri che voi.

GAR. Farà uno sproposito assai grande.

BEAT. L’errore l’ho io commesso quando ho principiato ad amarvi.

GAR. Chi vi ha obbligato a farlo?

BEAT. Voi.

GAR. Vi ho forse usata violenza?

BEAT. No, ma le vostre dolci maniere mi hanno incantata.

GAR. Ed ora sono in debito di disingannarvi.

BEAT. Ah perfido!

GAR. Servo umilissimo. (in atto di partire)

BEAT. Ah ingrato!

GAR. Padrona mia riverita. (come sopra)

BEAT. Fermatevi.

GAR. Con tutta la venerazione e il rispetto. (parte)

BEAT. Rimango stupida, non so che credere, non so che pensare. Possibile che don Garzia faccia sì poco conto di me? Sa quanto l’amo, sa la mia fedeltà, sa tutto, e così mi lascia? E così mi maltratta? E così paga l’amor mio, la mia tenerezza? Ah, non per questo posso lasciar d’amarlo. Egli forse ha voluto provare la mia costanza. Voleva forse vedermi piangere. Lo cercherò, e ancorché piangere io non sappia, studierò la maniera di trar le lagrime con artificio, poiché queste sono la più sicura via per trionfare degli uomini.


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera in casa di Pantalone con tre porte.

Pantalone e Rosaura.

PANT. Via, cossa xe sto pianzer? Cossa xe sto suspirar? Vostro danno, no dovevi incapriziarve in t’un forestier. Savè pur che i offiziali adesso i xe qua, doman i xe là; che i xe soggetti a i ordini del so general. Ve manca partidi da par vostro in città? Aveu paura de no ve maridar con zente da par vostro, con zente ricca e civil?

ROS. Ah, signor padre, ora le vostre parole non sono più a tempo. È vero, non dovea innamorarmi di don Alonso, lo confesso, lo accordo: ma ora il male è fatto, né fia possibile che me lo stacchi dal cuore.

PANT. Abbiè pazenzia. L’anderà via. Dise el proverbio: la lontananza ogni gran piaga sana. Se sanerà anca la vostra.

ROS. Ciò non sarà possibile. Piuttosto mi vedrete struggere di giorno in giorno, e morire.

PANT. Eh! Coss’è sto morir? Coss’è ste frascherie? Animo, animo, a monte. Ve mariderò, ve troverò un bel zovene de vostro genio. No ve dubitè gnente, che un chiodo scazza l’altro.

ROS. Quello di don Alonso mi sta troppo fitto nel cuore.

PANT. Oh, alle curte. Don Alonso no xe per vu.

ROS. Oh cielo! Perché mai?

PANT. Per cento rason E po, no vedeu? Sempre colla spada in man, sempre criori, sempre baruffe.

ROS. Don Alonso è assai ragionevole. Non si riscalda, se non è provocato.

PANT. A proposito. Cossa ha dito quel sior tenente, che v’ha offeso vu e ha obbligà quell’altro a sfidarlo alla spada?

ROS. Mi ha detto pettegola, fraschetta, impertinente.

PANT. Cussì se parla con una putta? Perché v’alo dito ste impertinenze?

ROS. Perché, venuto nelle mie camere senza ambasciata, lo ripresi d’inciviltà.

PANT. El xe un bel fior de vertù. Manco mal che no m’ha toccà a mi a averlo in casa. In t’un’armada ghe n’è de tutte le sorte, ghe n’è de boni, e ghe n’è de cattivi; e bisogna pregar el cielo, dovendo darghe quartier, che s’imbatta in t’i boni.

ROS. Di don Alonso non vi potete dolere.

PANT. No me ne posso gnanca lodar.

ROS. Perché? Che vi ha egli fatto?

PANT. El t’ha innamorà, el t’ha incantà, el t’ha destrutto, e de una putta bona, quieta e innocente, che ti gieri, el t’ha fatto deventar un’anema desperada.

ROS. Povero don Alonso! Non gli imputate a delitto ciò che egli ha fatto senza sua colpa.

PANT. Via, basta cussì; no ghe ne parlemo altro. In casa mia, mai più offiziali; pagherò più tosto del mio el fitto de una casa a posta; la fornirò a mie spese, la darò per quartier a chi la vorrà: ma in casa mai più nissun. Se tanto ho da soffrir, avendoghene un bon, cossa sarave stà, se fusse vegnù a star da mi quel caro sior tenente Garzia?

ROS. Signor padre, osservate chi viene.

PANT. Chi èlo quello?

ROS. È il tenente Garzia.

PANT. Cossa vorlo? Retireve.

ROS. Regolatevi con prudenza. Non vi azzardate a rispondergli con calore. (Oh cielo! Mancava alle mie pene l’odiosa vista di quell’audace). (da sé, parte)

SCENA SECONDA

Don Garzia e Pantalone.

GAR. Ehi, ehi, signorina, non fuggite, che non sono il diavolo. (verso Rosaura)

PANT. Cossa comandela, signor? La favorissa de parlar con mi.

GAR. Siete voi il padrone di casa?

PANT. Per servirla.

GAR. Bene: avrò l’onore d’essere alloggiato in casa vostra.

PANT. In casa mia?

GAR. Sì; casa vostra mi è stata destinata per mio quartiere.

PANT. (No ghe mancheria altro). (da sé) In casa mia xe allozà sior don Alonso.

GAR. Don Alonso è arrestato in casa del capitano.

PANT. Ma qua ghe xe la so roba.

GAR. La sua roba si farà portar via.

PANT. La me perdona, no me posso tor sta libertà...

GAR. Alle corte. Per ordine di chi comanda, si è fatto il cambio dei quartieri. Don Alonso non ha più d’abitare in casa vostra. Il Quartier-Mastro l’ha assegnata a me, ed ecco l’ordine in iscritto.

PANT. (Oh poveretto mi! Adesso stago fresco). (da sé) La me permetta che prima parla col Quartier-Mastro...

GAR. Mostratemi prima l’appartamento, e poi arlate con chi volete.

PANT. L’appartamento xe serrà.

GAR. Apritelo.

PANT. (No so come liberarme). (da sé) Le chiave le gh’ha sior alfier.

GAR. (Questo vecchio non mi vorrebbe in casa). (da sé) Le chiavi dunque le ha il signor alfiere?

PANT. El gh’ha la roba, l’ha portà via le chiave.

GAR. Qual è l’appartamento di don Alonso?

PANT. Quello. (mostra una porta chiusa)

GAR. E quell’altro di chi è?

PANT. Quelle xe le mie camere. (ne addita un’altra)

GAR. Ebbene, fintanto che don Alonso manda le chiavi del suo appartamento, abiterò nelle vostre

camere. (si incammina dov’è Rosaura)

PANT. La supplico, la se ferma. Là ghe xe la mia fameggia.

GAR. Che cosa importa a me, che vi sia la vostra famiglia? Ci sarà loco anche per me. Ehi, entrate.

(chiama alla scena)

SCENA TERZA

Arlecchino ed altri soldati con bauli, selle, stivali, schioppi, pistole e altre robe del tenente; e detti.

PANT. Cossa xe sta roba?

GAR. Questa è una parte del mio bagaglio: verrà poi il resto; dite frattanto dove si deve mettere.

PANT. Ma... La perdona...

GAR. Animo, non vi è tempo da perdere. I miei soldati non sono bestie.

PANT. Come! Arlecchin soldà?

ARL. Sior sì, domandeghelo al mio preterito.

GAR. Orsù, entrate in quelle camere. (accenna quelle di Rosaura)

PANT. L’aspetta; piuttosto... averziremo ste altre.

GAR. Ma se non avete le chiavi!

PANT. Proverò se questa averze. Me par de sì. (Oh diavolo maledetto! Bisognerà che manda la putta fora de casa). (da sé, apre colle chiavi)

GAR. (Vecchio malizioso, non mi voleva in casa). (da sé)

PANT. La toga; xe averto; ma ghe xe la roba de sior alfier.

GAR. Il Quartier-Mastro la manderà a prendere. Andate. (ai soldati)

ARL. (Oh che bel gusto a far el soldà! Oh che bella sodisfazion!) (da sé; entra in camera con li soldati)

GAR. Avete buona stalla? (a Pantalone)

PANT. Oh, mi no gh’ho altro che una stalletta, dove appena ghe sta un cavallo.

GAR. E dove metteremo li miei quattro cavalli?

PANT. Da mi no gh’è liogo. La me creda, che casa mia no xe bona per un tenente.

GAR. Non importa. Li terremo nell’entrata; alzeremo le panche e faremo le mangiatoie.

PANT. Oh poveretto mi! El me rovina tutta la casa: ma la diga, no diseveli che i doveva marciar stassera o doman?

GAR. Abbiamo l’ordine di star preparati, ma la marcia non è sicura. Se partiremo, lascierò qui il mio bagaglio, ed al ritorno ci goderemo, staremo allegri, beveremo delle bottiglie, faremo delle feste di ballo, alzeremo una tavola di faraone; io taglierò, e voi sarete interessato nella banca. (parte)

PANT. Oh maledetto! come diavolo alo fatto a cazzarse in casa mia? Ho finto de no saver gnente delle insolenze che l’ha dito a mia fia, per no metterme a cimento de precipitar. Ma anderò a ricorrer; farò de tutto che el vaga via. Serrerò mia fia in camera, e se l’averà l’ardir d’avanzarse, ghe xe bona giustizia, me ne farò render conto. (entra in camera di Rosaura)

SCENA QUARTA

Corallina, poi Arlecchino e soldati.

COR. Che imbroglio è mai questo! Nuova gente in casa? Povero don Alonso, avranno saputo ch’egli faceva all’amore colla padrona di casa, e lo avranno levato dall’occasione. Per me non ci penso. Anzi, per dir il vero, mi piace la novità.

ARL. Corallina. (esce dalla camera ov’era entrato cogli altri soldati)

COR. Arlecchino?

ARL. Andè, camerade, che vegno. (i soldati partono)

COR. Che fai in questa casa coll’abito da soldato?

ARL. Ho acquistà el primo grado d’onor.

COR. Sì? me ne rallegro. Che cosa sei diventato?

ARL. El facchin della compagnia.

COR. Almeno guadagnerai qualche cosa.

ARL. Oh, siora sì.

COR. Ti pagano bene? Ti regalano?

ARL. E come!

COR. Che cosa ti hanno regalato?

ARL. Vintiquattro bastonade.

COR. Oh povero Arlecchino! E vuoi continuare a fare il militare?

ARL. Se savesse come far a desmilitarme!

COR. Si prova.

ARL. Ho provà.

COR. E così?

ARL. I m’accoppa de bastonade.

COR. Dunque è finita? Non puoi più avere la tua libertà? Povera Corallina, che ha perso il suo caro

Arlecchino! Ti voleva tanto bene, e ora a vederti soldato mi sento crepar dal dolore.

ARL. Auh, auh, auh, coss’oia mai fatt? Auh. (piange)

COR. Se fosse in libertà il signor don Alonso, procurerei io la tua cassazione.

ARL. Te preg, quand el vien, parleghe.

COR. Ma se questa sera marciano, addio Arlecchino; non ci vediamo mai più.

ARL. Mai più? Auh, auh. (piange)

COR. Non vi sarebbe altro che un rimedio solo.

ARL. Dimmelo, cara ti.

COR. Ma vi vuol coraggio.

ARL. Tra el corai e la paura, m’inzegnerò.

COR. Vien qui, che non ci sentissero. Bisognerebbe disertare.

ARL. Cossa vol dir desertar?

COR. Vuol dir fuggire.

ARL. Scampar? oh magari! Ma come?

COR. Potresti travestirti in maniera di non essere conosciuto. È poco che sei fatto soldato, tutti non ti conosceranno.

ARL. Disi ben; questa la m’incontra infinitamente; come m’oia da  travestir?

COR. Ci penseremo. Verrai a trovarmi, e la discorreremo.

ARL. Son qua in casa col sior tenente.

COR. Sì? meglio; avremo campo di pensare.

ARL. Cara Corallina, te son obbligà dell’amor che ti gh’ha per mi.

COR. Caro Arlecchino, vorrei vederti in libertà.

SCENA QUINTA

Don Garzia e detti.

GAR. Che fai tu qui? (ad Arlecchino)

ARL. Gnente. (con timore)

GAR. Perché non vai a prendere il resto della mia roba?

ARL. Son andadi i altri camerada...

ARL. E tu chi sei?

ARL. La me compatissa...

GAR. Briccone! così obbedisci gli ordini che ti ho dato? (alza il bastone)

ARL. Ah, lustrissimo padron... (si ritira)

GAR. Fermati.

COR. Gli perdoni, poverino. (a don Garzia)

GAR. Fermati, dico. (lo bastona)

COR. Ah signor ufficiale, per carità, basta così.

GAR. Via, in grazia di questa giovane, ti perdono. (ad Arlecchino)

COR. (Maledetto! gli perdona dopo che lo ha bastonato). (da sé)

ARL. Grazie alla bontà de vossustrissima...

GAR. Che fai?

ARL. Fazz la me obbligazion. (gli bacia il bastone) (Ah, se poss sbignarmela!) (da sé) Corallina.

GAR. Non parti? (alza il bastone) ARL. Subito. (parte)

SCENA SESTA

Don Garzia e Corallina.

COR. (Io non posso vedere far male a una mosca). (da sé)

GAR. Bella giovane, siete voi la cameriera?

COR. Per servirla.

GAR. Dite alla vostra padrona, che sia con me meno austera.

COR. Sì signore, la servirò.

GAR. Dite, che se farà stima di me, non si pentirà d’avermi mandato del pari con don Alonso.

COR. Ho capito.

GAR. E voi non perderete il vostro tempo.

COR. Eh, benissimo.

GAR. Sentite, non fo per lodarmi, ma son generoso con le donne.

COR. Oh, me l’immagino. (Se gli potessi cavar di sotto qualche cosa!) (da sé)

GAR. Prendete tabacco? (tira fuori la tabacchiera d’argento)

COR. Sì signore, quando ne ho.

GAR. Sentite questo, vi piace? (offerisce tabacco a Corallina)

COR. Oh buono! È proprio di quello che piace a me.

GAR. Avete la tabacchiera?

COR. Guardi, ho questa porcheria. (ne mostra una cattiva)

GAR. Lasciate vedere.

COR. Eccola. (Ora mi dona la sua d’argento). (da sé; don Garzia mette un poco di tabacco nella scatola di Corallina, e poi gliela dà)

GAR. Eccovi quattro prese del mio tabacco.

COR. Oh, la ringrazio. (Bel regalo! Principiamo bene). (da sé)

GAR. Questo non è niente. Vedrete quel che io farò per voi. Come vi chiamate?

COR. Corallina.

GAR. Corallina mia cara, mi piacete, e se mi vorrete bene, farete la vostra fortuna.

COR. Oh, io non merito che vossignoria...

GAR. In verità non ho veduto una donna che mi piaccia più di voi.

COR. Ella mi mortifica.

GAR. Avete due occhi che incantano.

SCENA SETTIMA

Brighella e detti.

BRIGH. Illustrissimo padron, la perdoni. Sua Eccellenza el signor General la domanda. GAR. (parte senza dir nulla, e senza guardar in faccia Corallina)

COR. Oh bella! Così mi lascia?

BRIGH. Coss’è, patrona? De cossa se lagnela?

COR. Mi par che il vostro signor tenente abbia poca civiltà colle donne. Se ne va senza nemmen salutarmi?

BRIGH. Son qua, supplirò mi alle mancanze del signor tenente. Bisogna compatirlo; quando un offizial sente un ordine del comandante, el lassa tutto per rassegnazion; ma torno a dirve, se ve occorre qualcossa, son qua mi.

COR. Mi pare che quel signore sia un bello spilorcio.

BRIGH. Perché, padrona? Perché?

COR. Mi esibisce tabacco; mi chiede la tabacchiera, vede che non ho altro che questa, me ne mostra una d’argento, e poi con quattro prese di tabacco se la passa, e mi rende la mia.

BRIGH. Oh, coss’alo fatto? Che el me perdona, el s’ha portà mal. El vede che una signora della so sorte gh’ha una scatola de metallo, e nol ghe offerisce la soa? La favorissa: che tabacco èlo? Oh cattivo; cattivo tabacco, e pezo scatola; la se lassa servir da mi. L’averà una scatola da par suo. (va prendendo varie prese di tabacco)

COR. A me piace il tabacco rapè.

BRIGH. So el mio dover. (versa il resto del tabacco in mano) La tegna la scatola, e a bon reverirla.

COR. (Buono! Mi ha levato anche le quattro prese di tabacco.) (da sé) Quando ci rivedremo?

BRIGH. Quando torneremo dalla campagna.

COR. Andate forse a combattere?

BRIGH. Cussì se spera.

COR. Quando?

BRIGH. Stassera o domattina.

COR. E vi andate con tanta franchezza? con tanta allegria?

BRIGH. Signora sì, quando andemo a combatter, andemo a nozze. L’ozio ne rovina. Corressimo sempre menar le man. Chi mor, bon viazo, chi vive, pol sperar d’avanzar. Anca mi de soldato son deventà caporal, e de caporal son passà a esser sergente: chi sa che col tempo no arriva a esser qualche cossa de più. In do maniere l’omo se pol avanzar, colla penna e colla spada: ma colla penna se va de passo, e colla spada se va de galoppo. (parte)

COR. Sì; ma galoppando vanno più presto all’altro mondo. (parte)

SCENA OTTAVA

Piazza remota.

Don Sancio e don Alonso, ed alcuni soldati.

SANC. L’occasion della marcia vi ha facilitata la libertà. Il signor generale ha parlato a don Garzia, ed è la cosa accomodata. Quando il tempo lo permetterà, io vi farò abboccare insieme, e tornerete amici.

ALON. Vado ad allestirmi per la partenza.

SANC. Dove?

ALON. Al mio quartiere.

SANC. Sapete voi dove sia il vostro quartiere?

ALON. Non è la casa del signor Pantalone?

SANC. No; vi fu cambiato. Il vostro equipaggio e il vostro quartiere sono alla locanda del Sole.

ALON. Perché questa mutazione?

SANC. Per levarvi l’occasione di far all’amore.

ALON. L’amore non m’impedisce di far il dover mio.

SANC. Vi fa però cimentar colla spada.

ALON. A ciò m’astrinsero le impertinenze di don Garzia.

SANC. Originate dalla vostra passione.

ALON. Dite più tosto dalla sua indiscretezza.

SANC. Orsù, or non è tempo di garrire. Due ore mancano alla sera, due ore mancano alla nostra marcia. Avete udito battere la generala? Poco può tardare a suonar il rappello.

ALON. Con vostra permissione; or ora sono alla compagnia.

SANC. Dove andate?

ALON. Concedetemi un quarto d’ora, e mi vedrete alla mia bandiera.

SANC. Voglio sapere dove indirizzate i passi.

ALON. Ve lo dirò.

SANC. Avvertite di non ingannarmi, che saprò il vero.

ALON. Capace non son io d’ingannarvi. Vado a dar l’ultimo addio alla mia adorata Rosaura.

SANC. E sarà vero, che in un tempo in cui dovete animarvi per la battaglia, perdere vogliate i momenti nelle tenerezze d’amore?

ALON. Alle battaglie non ho bisogno di prepararmi. Il valore non esige esortazioni, né consigli, per  ncontrare il cimento. Il tempo che mi avanza di libertà, voglio donarlo al mio cuore, senza pregiudizio dell’onor mio. 

SANC. Voi parlate con troppo ardire.

ALON. Perdonate la mia sincerità.

SANC. Nipote, non vi abusate dell’amore di vostro zio.

ALON. Un capitano che zio non mi fosse, non cercherebbe di togliermi un momento di bene, che può essere l’ultimo della mia vita.

SANC. A niuno più di me preme la vostra  gloria.

ALON. Perdonatemi, preme a me, quanto a voi.

SANC. Col porla a rischio, mostrate curarla poco.

ALON. Posso compromettermi della mia virtù.

SANC. Questa è una presunzione.

ALON. Il tempo passa, e lo perdo in vano; addio, signore.

SANC. Andate, giovine incauto; precipitatevi, se volete.

ALON. No, non lo temete. Son chi sono, e vi farò toccare con mano, che l’amor nel mio cuore cede il loco al dovere di buon soldato. (parte)

SCENA NONA

Don Sancio e soldati.

SANC. Eppure lo compatisco. Gli mostro in faccia rigore, ma sento nel mio cuore pietà. Se nota non mi fosse la sua prudenza, l’avrei con la forza arrestato.

SCENA DECIMA

Arlecchino vestito da donna, e detti.

ARL. Per tutto l’è pien de soldadi. No so dove sconderme, no so dove andar.

SANC. (Che donna è questa?) (da sé)

ARL. (Oh diavol! L’è qua el me capitanio. Anderò da un’altra parte). (da sé)

SANC. Mi ha guardato, ha mostrato timore e vuol andarsene indietro? Voglio conoscerla. Elà, donna, chi siete voi?

ARL. (Oh, poveromo mi!) (da sé, vuol fuggire)

SANC. Fermatevi, dico; chi siete?

ARL. Sono una fanciulla. (alterando la voce)

SANC. Dove andate?

ARL. A cercar mio padre. (come sopra)

SANC. Chi è vostro padre?

ARL. Non lo so. (come sopra)

SANC. (Vi è qualche inganno). (da sé) Scopritevi.

ARL. Signor no. (come sopra)

SANC. Perché non vi volete scoprire?

ARL. Per la mia pudicizia.

SANC. (Costui è un uomo, che carica la voce. Sarebbe mai qualche spia?) (da sé)

ARL. (Oh, se podesse scappar!) (da sé)

SANC. Scopriti, o ti farò scoprire a forza di bastonate.

ARL. (Ah, ghe son!) (da sé)

SANC. Scopriti, giuro al cielo. (lo scuopre)

ARL. Sior sì.

SANC. Ah scellerato! Chi sei?

ARL. Son un galantomo.

SANC. Parla, confessa, sei una spia?

ARL. Sior no, son un soldado onorato.

SANC. Soldato!

ARL. Sior sì, i m’ha fatto soldado stamattina.

SANC. Di qual compagnia?

ARL. De quella de vussioria.

SANC. Come ti chiami?

ARL. Arlecchin Battocchio.

SANC. Sì, tu sei quello ch’è stato arrolato stamane. E ora, che pensavi di fare?

ARL. Scappar, se podeva.

SANC. Per qual ragione?

ARL. Perché no me piase le bastonade.

SANC. Caporale. (chiama)

CAP. Comandi.

SANC. Fate arrestar costui. Sia posto in ferri, e custodito nelle prigioni.

ARL. Manco mal, che nol me fa dar delle bastonade.

SANC. Chi sa che costui non sia entrato nelle nostre truppe con intelligenza degl’inimici? Chi sa

che ora non tentasse di uscire per avvisar l’inimico delle nostre mosse? In tempo di guerra

convien temere di tutto. (parte)

CAP. Andiamo, camerata. Avete fatto presto a pentirvi.

ARL. In grazia del vostro maledetto bastone.

DUE CAP. Domani avrete finito di penare.

ARL. Ah, sia ringrazià el cielo!

DUE CAP. Quattro schioppettate fanno il servizio.

ARL. L’è meio quattro schioppettade, che dodese bastonade. (partono  tutti)

SCENA UNDICESIMA

Camera di Rosaura con porte laterali.

Rosaura e Beatrice.

BEAT. Cara amica, perdonate s’io vengo a recarvi incomodo. È egli vero che don Garzia sia venuto di quartiere in casa vostra?

ROS. Sì, pur troppo è la verità.

BEAT. E don Alonso?

ROS. E il povero don Alonso è in arresto per sua cagione.

BEAT. Come ha fatto don Garzia a introdursi nella vostra casa?

ROS. Chiederò a voi come abbia fatto a lasciar la vostra.

BEAT. Spererà di star meglio.

ROS. È difficile; poiché voi abbondate di camere, e noi siamo ristretti.

BEAT. Sì; ma supplisce il merito della padrona di casa.

ROS. Eh! signora mia, io non faccio la conversazione cogli uffiziali.

BEAT. Né per me si battono gl’innamorati.

ROS. Amo don Alonso, perché deve esser mio sposo.

BEAT. Ed io amo don Garzia per la stessa ragione.

ROS. Se don Garzia vi ama egualmente, perché vi abbandona?

BEAT. A questa interrogazione risponderete voi stessa.

ROS. Io?

BEAT. Sì, voi saprete chi me l’ha levato di casa.

ROS. Io so che con prepotenza si è fatto aprire le camere di don Alonso.

SCENA DODICESIMA

Corallina e dette.

COR. Signora padrona, avete sentito?

ROS. Che cosa?

COR. La generala.

ROS. Che cosa è questa generala?

BEAT. Marcia forse l’armata?

COR. Sì, signora, tutti prendono l’armi, si vanno unendo alla piazza, e quanto prima se ne anderanno.

ROS. Oh cielo! Partirà don Alonso, senza che io lo possa vedere?

BEAT. Partirà don Garzia, senza mantenermi la fede?

COR. E il mio povero Arlecchino chi sa se gli riuscirà di fuggire.

ROS. Cara Corallina, informati di don Alonso, se parte, se resta; oh prigionia fortunata, se gli vietasse il partire!

BEAT. Procurate di vedere don Garzia; ditegli che vi è persona cui preme di favellargli. (a Corallina) 

COR. Sì, signora, vi servirò, e nello stesso tempo m’informerò d’Arlecchino: siamo tre povere donne colpite da Venere, e assassinate da Marte. Il cielo ci liberi da Mercurio. (parte)

BEAT. Quali sono le camere occupate da don Garzia?

ROS. Nell’altro appartamento a mano dritta, fuori subito di quella porta.

BEAT. Vorrei sorprenderlo, s’egli viene. Mi permettete che io entri ad attenderlo?

ROS. Fatelo, se vi conviene di farlo.

BEAT. Ad una vedova qualche cosa più si permette che ad una fanciulla.

ROS. Io so le mie convenienze, voi saprete le vostre.

BEAT. Non vi prendete pena per me. Amica, a rivederci. (Barbaro don Garzia, tu m’hai da mantenere la fede). (da sé, entra)

SCENA TREDICESIMA

Rosaura sola.

ROS. Misera me! Se parte don Alonso, quali spasimi proverà il mio cuore! Almeno lo vedessi una volta, almeno potessi dargli un addio. Poco potrò vivere da lui lontana. I suoi pericoli mi assaliscono con mille spade al seno, e l’immagine della sua morte accelera ad ogni istante la mia. Oh cielo! sento che mi abbandonan le forze. (si getta a sedere)

SCENA QUATTORDICESIMA

Don Alonso e detta.

ALON. Rosaura, idolo mio.

ROS. Oimè! voi siete? Voi, mio caro? In libertà? In questa casa? Come? Perché? Partite? Restate? Consolatemi, per pietà.

ALON. Se basta la fede mia a consolarvi...

ROS. Sedete, caro, non posso reggermi in piedi. (Alonso siede)

ALON. Se basta la mia fede, eccomi di nuovo ad assicurarvene eternamente. Voi possedete il mio cuore; per voi, se il cielo mi serba in vita, per voi sarà questa mano; e se dispone il fato ch’io mora, morirò vostro marito, col dolce nome di Rosaura fra le mie labbra.

ROS. Oimè! che nuova specie di tormento mi arrecano le vostre voci? Ah, se prima sospirai di vedervi, or bramerei di non avervi veduto. Che fiero distaccamento per me fia questo! Che immagine d’orrore m’infonde nell’anima la vostra partenza! Ah don Alonso, il vostro perielio è incerto, e la mia morte è sicura.

ALON. No, cara, non temete che il dolore vi uccida. Ciò accaderebbe, se la speranza non vi consigliasse ad attendere il mio destino. Vado a combattere per l’onor mio, e mi vedrete tornar glorioso a deporre a’ vostri piedi la spada. Sì, vi ho promesso il sacrificio di questa spada, e lo farò, mia vita; sì, lo farò, e meco vivrete contenta, ed io m’appagherò del trionfo del vostro cuore, dell’acquisto della vostra bellezza.

ROS. Belle lusinghe ad un’anima innamorata! Queste durano fin che vi vedo. Ah, partito che siete, il dolore s’impossessa vie più del mio spirito, e non vi prometto di vivere lungamente.

ALON. Deh, non mi avvilite con immagini così funeste. Con qual coraggio anderò io a combattere, se voi m’indebolite a tal segno?

ROS. Oh, giungessi io ad avvilirvi cotanto, che foste più di me che della gloria invaghito!

ALON. Ah no, Rosaura, non vi trasporti l’amore sino a desiderarmi indegno del nome di cavaliere. Cagliavi dell’onor mio quanto della mia vita, e apprendete la massima, che meglio è morire con gloria, che vivere con disonore.

ROS. Quai lezioni volete voi insegnarmi, ora che non conosco me stessa per la violenza dell’amorosa passione? Sono un’anima addolorata; compatitemi e consolatemi, se potete.

ALON. Altro non posso dirvi, mia cara, se non ch’io v’amo; altro non posso offerirvi che la mia mano, in prova dell’amor mio.

ROS. Sì, don Alonso, la vostra mano in questo punto fatale può far argine alla forza del mio dolore.

ALON. Eccola, mia vita, eccola tutta vostra.

ROS. Cara mano, il cielo ti renda vincitrice e gloriosa.

ALON. Addio, Rosaura.

ROS. Deh, non mi abbandonate sì tosto.

ALON. Volano i momenti, e il mio dovere mi sprona.

ROS. Ancora un poco trattenetevi, per pietà.

ALON. Sì, idolo mio, giacché il cielo mi rende in questo punto felice...

ROS. Ricordatevi di chi v’adora. (si sente il tamburo)

ALON. (Si alza e si pone il cappello in capo)

ROS. Oimè! partite?

ALON. Sì. Addio.

ROS. Fermatevi.

ALON. L’onor mio nol consente.

ROS. Un momento.

ALON. Addio. (va per partire)

SCENA QUINDICESIMA

Don Garzia e detti.

GAR. Bravo signor alfiere! Chi porterà per voi la bandiera?

ALON. Io farò il mio dovere. (vuol uscire)

GAR. Eh, divertitevi colla vostra bella. (l’impedisce)

ALON. Liberate il passo. (tenta passare)

GAR. Consolatevi ancora un poco. (come sopra)

ALON. Eh, giuro al cielo! (dà una spinta a don Garzia, che traballando si scosta; indi parte correndo. Rosaura entra in altra camera)

SCENA SEDICESIMA

Don Garzia, poi Beatrice.

GAR. Ah temerario! ti raggiungerò. (mette mano alla spada e va per uscire dalla porta)

BEAT. Dove colla spada alla mano?

GAR. A voi non rendo conto de’ passi miei.

BEAT. Per questa porta non passerete. (chiude l’uscio)

GAR. Lieve ostacolo per uscire.

BEAT. No, non si passa senza uccidere chi l’impedisce. (si sente suonar il tamburo)

GAR. Presto, toglietevi da quella porta.

BEAT. No, se prima non mi sposate.

GAR. Che sposarvi! Ho da sposarvi a suon di tamburo?

BEAT. Avete a darmi la mano; avete a mantenermi la fede; altrimenti di qui non parto.

GAR. (Oimè! il tempo passa, la compagnia è sull’armi; pericola l’onor mio). (da sé) Giuro al cielo, toglietevi di costì!

BEAT. Svenatemi.

GAR. (Che faccio! minacciare una donna?) (da sé)

BEAT. Via, uccidetemi, se avete cuore.

GAR. (Eh, si deluda). (da sé) Orsù, volete la mano? Eccola, venite qui.

BEAT. No, da qui non mi scosto. Eccovi la mia destra.

GAR. (Già nessuno mi vede). (da sé) Tenete. (le dà la mano)

SCENA DICIASSETTESIMA

Pantalone, Brighella e detti.

PANT. Eccolo qua. (a Brighella, additando don Garzia)

BRIGH. Presto, signor tenente. (a don Garzia)

GAR. Vengo, lasciatemi. (vuol liberarsi da Beatrice)

BEAT. Signori, questo è il mio sposo. (tenendolo per la mano)

PANT. Me ne rallegro.

BRIGH. Presto, che la compagnia marcia. (a don Garzia)

GAR. Si passa per di là? (a Pantalone, liberandosi da Beatrice)

PANT. Sior sì.

BRIGH. La vegna con mi. (a don Garzia)

GAR. Oh donna indiavolata! (parte con Brighella)

BEAT. Avete inteso, signor Pantalone, il tenente è mio consorte.

PANT. Pol esser che la resta vedoa la segonda volta.

BEAT. Non ho pianto la prima, non piangerei nemmeno la seconda. (parte)

PANT. Sì, quando una vedoa pianze, no se sa, se la pianze dal dolor o dall’allegrezza.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera in casa di Pantalone.

Rosaura e Beatriceincontrandosi.

ROS. Signora Beatrice, l’armata torna indietro.

BEAT. Lo so, lo so. Per questo son qui venuta ad attendere don Garzia.

ROS. Sono stata alla finestra per raccogliere qualche notizia.

BEAT. Ed io ho mandato in giro i miei servidori per esser informata di tutto.

ROS. Dicono che gl’inimici si sieno ritirati.

BEAT. Oibò! dicono che si sono battuti.

SCENA SECONDA

Corallina e dette.

COR. Tornano indietro.

ROS. Lo so, lo so.

BEAT. Lo so, lo so. (tutte due in una volta)

COR. Hanno fatto una bella bravura. L’inimico si è avvicinato di più di quel che si credevano; hanno trovato il posto disavvantaggioso, e sono fuggiti.

ROS. Non è vero; gl’inimici si sono ritirati.

BEAT. Eh! se si sono battuti; se sono mezzi disfatti!

COR. Vi dico che tornano indietro per paura. L’ho saputo da un foriere.

SCENA TERZA

Pantalone e dette.

PANT. Aveu savesto?

TUTTE E TRE Lo sappiamo, lo sappiamo.

PANT. I torna indrio.

BEAT. Avete saputo quanti sieno i morti?

PANT. Morti? Gnanca uno.

BEAT. Come! non sapete la gran battaglia?

PANT. Che battaggia? I torna indrio sani e salvi, senza aver visto la fazza dell’inemigo.

ROS. Se lo dico io, l’inimico si è ritirato.

COR. Eh, sarà come ho detto io; questi sono fuggiti.

PANT. I dise che el general ha dà ordene che i retroceda, senza saver el perché.

ROS. Perché quegli altri si ritiravano.

COR. Anzi perché si avanzavano troppo.

PANT. No xe vero né l’un, né l’altro. Zitto: me par de sentir el tamburo. (si sente il tamburo)

COR. Il tamburo?

PANT. I xe qua. Vago a véder. (parte)

ROS. Vado alla finestra. (parte)

COR. Vado sulla porta. (parte)

SCENA QUARTA

Beatrice, poi Rosaura.

BEAT. Io non mi parto di qui. Aspetto don Garzia. Se è vivo, è mio sposo. Se è morto, pazienza: ne ritroverò un altro. Vedova non voglio stare assolutamente.

ROS. Ah, signora Beatrice, il cuore mi balza in petto per l’allegrezza.

BEAT. Avete veduto don Alonso?

ROS. Sì, l’ho veduto. Caro! mi ha salutata. Era io alla finestra, egli è passato sotto e mi ha battute le dita colla bandiera. Che tu sia benedetto! Non ha patito niente, è più bello che mai.

BEAT. Avete veduto don Garzia?

ROS. Sì, l’ho veduto quel faccia tosta. Mi ha guardato e mi ha fatto delle boccacce.

BEAT. Manco male che non è stato ferito.

ROS. Chi l’aveva da ferire?

BEAT. I nemici nel combattimento.

ROS. Eh, che non si sono mai sognati di combattere.

BEAT. Lo volete dire a me?

SCENA QUINTA

Corallina e dette.

COR. Vedete? È poi come ho detto io. Non è vero che gl’inimici si sieno ritirati.

ROS. Né anche questi saranno fuggiti.

COR. Oh, signora sì.

ROS. Oh, signora no.

BEAT. Nessuna di voi sa quel che si dica.

SCENA SESTA

Don Alonso e dette.

ALON. Si può venire?

ROS. Eccolo, eccolo: mi rallegro.

BEAT. Come è andata? Quanti morti? Quanti feriti?

ALON. Tutti sani, per grazia del cielo.

BEAT. Non avete combattuto?

ALON. No, signora.

BEAT. Mi pare impossibile.

ROS. Ecco: io ho detto la verità. I nemici si sono ritirati, non è vero?

ALON. Oibò; v’ingannate.

COR. Sicché dunque sarà come ho detto io. Lor signori hanno alzato la gambetta.

ALON. Voi pensate male.

ROS. Dunque perché siete tornati indietro?

ALON. Sei miglia di qua lontano arrivò un corriere. Il generale fece far alto. Lesse il dispaccio, indi, fatto fare all’esercito mezzo giro a dritta, ci ha fatti retrocedere alla città.

BEAT. E non vi è nessuno morto, nessuno ferito?

ALON. Signora no.

BEAT. Mi pare impossibile.

COR. Il corriere avrà portata la nuova che gl’inimici si ritiravano.

ALON. Eh, pensate voi se tai notizie si portano dai corrieri! Egli è spedito dal Gabinetto.

ROS. Si sa che cosa contenesse il dispaccio?

ALON. Non si sa.

BEAT. L’attacco sarà seguito fra gl’inimici e quel corpo de’ vostri che guarda la montagna.

ALON. Non è possibile. Il generale spedì subito un distaccamento di cavalleria, ordinandogli di evacuare quel posto.

COR. (Giocherei la testa che sono fuggiti; dice così per riputazione). (da sé)

ROS. Dunque, caro don Alonso, voi resterete in città.

ALON. Ho paura di no.

ROS. Per qual ragione?

ALON. Il nostro reggimento sarà destinato ai posti avanzati. Non so qual luogo a me sarà destinato.

ROS. Ma, caro don Alonso, ogni giorno ho da provare un nuovo tormento? Appena vi vedo, vi perdo. Che vita miserabile è mai la mia!

ALON. Soffrite, anima mia. Il destino si cangerà.

ROS. Quanto durerà questa guerra?

COR. Oh, se principiano a fuggire, finirà presto.

ROS. E tu vuoi sostenere che sien fuggiti!

COR. Ci scommetto l’osso del collo.

ALON. Voi siete un’impertinente.

ROS. Ditemi, don Alonso, per quel tempo che vi fermate, non verrete voi ad alloggiare in mia casa?

ALON. Don Garzia me l’ha usurpata. Ma giuro al cielo, me ne renderà conto.

BEAT. Don Garzia non ha paura di voi.

ROS. Deh, se mi amate, fuggite l’incontro di cimentarvi.

COR. Ecco il signor tenente.

ROS. Per amor del cielo, frenate lo sdegno.

SCENA SETTIMA

Don Garzia e detti.

BEAT. Ben venuto, me ne rallegro, bravo, evviva.

GAR. Signor alfiere, di voi andava in traccia.

ALON. Eccomi, che volete da me?

ROS. Ah don Alonso!

GAR. Voglio soddisfazione dell’insulto fattomi in questa casa.

ALON. Son pronto a darvela.

BEAT. Eh via, don Garzia...

GAR. Andate al diavolo. (a Beatrice)

ROS. Don Alonso...

ALON. Cara Rosaura, se ricuso di battermi, ho perduto l’onore.

GAR. Questa volta non vi risparmierò la vita.

COR. (Or ora si sbudellano qui). (da sé, parte)

ALON. Usciamo di questa casa.

ROS. Oh cielo!

BEAT. Fermatevi. (a don Garzia)

GAR. Non mi rompete il capo. (a Beatrice)

BEAT. Sono la vostra sposa.

GAR. Siete il diavolo che vi porti. (a Beatrice)

SCENA OTTAVA

Corallina, Brighella e detti.

COR. Eccoli, eccoli.

BRIGH. Presto, signori, el suo reggimento l’è destinà de parada.

GAR. Dove?

BRIGH. No la sa? I ha da moschettar un desertor.

GAR. Chi è costui?

BRIGH. Un certo Arlecchin Battocchio.

COR. Arlecchino è disertore? L’hanno da moschettare?

BRIGH. Signora sì.

COR. Oh povero Arlecchino!

GAR. Andiamo al nostro dovere; dopo ci batteremo. (ad Alonso, e parte)

ROS. Caro don Alonso, ricorrete contro di don Garzia.

ALON. Il mio giudice è la mia spada. (parte)

COR. Signor sergente, morirà quel povero disgraziato?

BRIGH. Ma! chi deserta, more.

COR. E non vi sarà nessuno che parli per lui?

BRIGH. Ho visto a manizarse el sior Pantalon; ma ho paura che nol farà gnente. È vero che no l’è effettivamente desertor, perché nol s’ha trovà fora della città; ma l’era travestido per desertar, e in occasion de guerra viva, se usa tutto el rigor.

COR. Dunque morirà?

BRIGH. Ho paura de sì.

COR. Voglio almeno vederlo.

ROS. Ed avrai tanto cuore?

COR. Sono tanto avvezza a praticar militari, che ho fatto un cuor di leone. (parte)

BRIGH. Bisogna che i militari i gh’abbia infuso del gran coraggio. (parte)

SCENA NONA

Rosaura e Beatrice.

ROS. Quel don Garzia è un uomo troppo precipitoso.

BEAT. Don Alonso ha poco giudizio.

ROS. Don Garzia lo ha provocato.

BEAT. Don Alonso gli ha perso il rispetto.

ROS. Difendetelo, che avete ragion di farlo.

BEAT. Finalmente è mio sposo.

ROS. Sì, uno sposo che vi tratta con un eccesso d’amore.

BEAT. I militari non sogliono far carezze.

ROS. Credo che anch’essi le sappian fare, quando amano.

BEAT. Voi lo saprete meglio di me.

ROS. No, signora. Non ne ho praticati tanti, quanti voi.

BEAT. Avranno conosciuto il vostro poco spirito.

ROS. Perché conoscono che voi siete spiritosa, vi strapazzano.

BEAT. Olà; parlate con rispetto.

ROS. Io sono nelle mie camere. Se non vi piace, quella è la porta per dove si esce.

BEAT. Lo saprà don Garzia.

ROS. Sappialo anche don Satanasso.

BEAT. (Se non mi vendico, possa morire). (da sé, parte)

ROS. Oh degna sposa di don Garzia! (parte)

SCENA DECIMA

Luogo spazioso verso le mura della città.

Arlecchino cogli occhi bendati, in mezzo ai granatieri con baionetta in canna, che lo conducono a morire. Soldati sull’armi. Tamburo che suona. Don Sancio, don Garzia, don Alonso e Brighella ai loro posti. S’avanzano i granatieri con Arlecchino: giunti al posto, lo fanno inginocchiare, poi s’allontanano. Altri quattro soldati si preparano per tirargli.

SCENA UNDICESIMA

Pantalone e detti.

Don Sancio alza il bastone, e fa segno ai soldati che s’impostino. I soldati alzano il fucile al viso. Pantalone parla all’orecchio di Brighella e gli dà un foglio. Brighella fa cenno al Capitano che aspetti; si parte dal suo posto, e va a parlare al Capitano. Il Capitano legge, poi fa cenno ai soldati che abbassino l’armi. Brighella li riconduce al loro posto. Il Capitano parla piano a Brighella, accennando che gli consegna Arlecchino, poi col bastone fa cenno agli uffiziali e ai soldati che marcino. Pantalone fa riverenza e vuol ringraziare il Capitano. Egli fa cenno che stia cheto, per non precipitare il paziente. Gli uffiziali ed i soldati marciano, continuando il tamburo. Arlecchino va piangendo. Restano alcuni soldati con altro tamburo.

BRIGH. (Bisogna andar bel bello, acciò nol mora dall’allegrezza). (al Tenente) Arlecchin. (in qualche distanza)

ARL. Sior. (piangendo)

BRIGH. Morìu volentiera?

ARL. Sior no.

BRIGH. Savì pur, che chi deserta, ha da morir.

ARL. Mi nol saveva, e me despias d’averlo imparà.

BRIGH. Ma! ghe vol pazenzia.

ARL. Sior sergente, quando i me mazzerà, sonerali el tamburo?

BRIGH. Certo, i lo sonerà.

ARL. Pregh el ciel, che al tamburin ghe casca le man.

BRIGH. Zitto, Arlecchin, che gh’è bona speranza.

ARL. Oh, el ciel lo voia, per le mie povere creature.

BRIGH. Avì delle creature?

ARL. Digo per quelle che posso aver.

BRIGH. (Se vede che l’è ignorante). (a Pantalone) Arlecchin, consoléve, la grazia l’è fatta.

ARL. Fatta?

BRIGH. Sì, anemo, levè su.

ARL. Deme man.

BRIGH. Allegrezza, allegrezza. (tamburo suona)

ARL. Aiuto, son morto. (si butta in terra, poi tutti partono)

SCENA DODICESIMA

Camera in casa di Pantalone, con sedie, tavolino e due pistole.

Don Garzia solo.

GAR. Non son contento, se non distendo al suolo quel temerario di don Alonso; o egli, o io, abbiamo in questo dì da morire. Non posso più vedermelo dinanzi agli occhi. Quando sono alla compagnia, e lo vedo, mi si rimescola il sangue. Darmi una spinta? A me quest’insulto? Ah! giuro al cielo, sarei troppo vile, se trascurassi di vendicarmi. Eccolo, giunge opportuno.

SCENA TREDICESIMA

Don Alonso e detto.

ALON.  Don  Garzia,  parlatemi  chiaro.  Siete  mal  soddisfatto  di  me?  Son  pronto  a  darvi soddisfazione.

GAR. Sì, la pretendo, e la voglio.

ALON. Andiamo dove volete.

GAR. Alò, di qui non si esce.

ALON. E volete battervi in questa casa?

GAR. Io sono l’offeso. A me tocca la scelta del luogo e dell’armi.

ALON. Dell’armi? Non volete battervi colla spada?

GAR. No; voglio battermi colla pistola.

SCENA QUATTORDICESIMA

Corallina e detti.

COR. (Sotto una portiera ascolta tutto non veduta, poi con ammirazione parte)

ALON. Dove son le pistole?

GAR. Eccole, esaminatele, e caricate la vostra.

ALON. Sono due belle canne. Gli acciarini sono perfetti, bellissima incassatura. Tenete, io prendo

questa e la carico.

GAR. Imparerete a trattare co’ pari miei. (caricando la pistola)

ALON. Più flemmatico, signor tenente. (caricando la sua)

GAR. Vi abbrucerò.

ALON. Siamo in due, signor tenente.

GAR. Non siete degno di vivere.

ALON. Io ho caricato.

GAR. Voglio chiuder la porta. (va a chiudere)

ALON. Prendiamo i posti.

GAR. Ecco, appoggiamoci a queste sedie. (si appoggiano a due sedie, in distanza)

ALON. Cielo, aiutami.

GAR. (Tira, fa fuoco di fuori, e di dentro non prende)

ALON. La vostra vita è nelle mie mani. (accostandosi a don Garzia colla pistola montata)

GAR. Tirate il colpo.

ALON. No, vi dono la vita; e perché non diciate che pure a me poteva mancare il colpo, osservate.

(spara all’aria)

SCENA QUINDICESIMA

Beatrice e Rosaura di dentro, e detti.

BEAT. Aprite questa porta.

ROS. Aprite.

ALON. È atto d’inciviltà negar d’aprire a due donne. (va ad aprire)

BEAT. Come! Don Alonso colla pistola alla mano?

ROS. Oimè! Che mai è accaduto?

ALON. Se volete sapere il vero, domandatelo a don Garzia.

BEAT. Povero don Garzia, siete stato assalito? Ditemi che cos’è stato?

GAR. Lasciatemi stare. (con disprezzo)

BEAT. Possibile che non vogliate moderarvi verso di me? (a don Garzia)

GAR. Possibile che non mi vogliate capire? Vi odio, vi aborrisco, siete un diavolo che mi tormenta.

ROS. Sono parole amorose. (a Beatrice)

BEAT. (Ed io seguirò ad amarlo? Ah, sarei pazza se lo facessi). (da sé)

ROS. Ma si può sapere donde uscì quello strepito di pistola?

ALON. Fu uno scherzo, fu una prova delle nostre pistole. Ecco, nessuno di noi è ferito.

ROS. Ebbene, don Alonso, che nuova mi recate? È sicura la vostra partenza?

ALON. Dubito che sia indispensabile.

ROS. Voi non mi date che triste nuove.

ALON. Vorrei potervene dare delle migliori.

ROS. Quando sarete mio?

ALON. Già ve lo dissi, terminata la guerra.

SCENA SEDICESIMA

Don Sancio, Pantalone e detti.

PANT. La resti servida, illustrissimo padron, i è qua tutti do.

SANC. E sarà vero che due uffiziali sieno l’inquietudine del reggimento? sieno lo scandalo dell’armata? Don Garzia, ieri io stesso mandai mio nipote in arresto, poiché egli a provocarvi fu il primo. Oggi so che voi lo avete sfidato colla pistola. Che vi ha egli fatto? Lo avete in odio? Volete spargere il di lui sangue? Che azione eroica sarà la vostra? Che bell’impresa d’un guerrier valoroso! Il generale sarà informato della vostra condotta, vi darà il premio che meritate.

PANT. (Cara ela, la me lo fazza andar via, per amor del cielo). (piano a don Sancio)

BEAT. Caro don Garzia...

GAR. Che siate maledetta!

BEAT. (O che bestia!) (da sé)

SANC. E voi, don Alonso, non potete staccarvi da questa casa? Qui non è il vostro quartiere. Qui non vi chiamano le vostre incombenze.

PANT. Ghe l’ho dito anca mi, che el se contenta de andar via: ma bisogna che tasa.

ALON. Io non sono venuto in casa vostra violentemente. Amo la signora Rosaura, e a voi l’ho chiesta in consorte. (a Pantalone)

PANT. E mi cossa gh’oggio dito?

ALON. Voi non mi avete messo fuor di speranza.

PANT. Ho dito che a un militar no la vôi dar.

SANC. Orsù, nipote, l’ora s’avanza; voi dovete marciar colla compagnia.

ALON. Per dove, signore?

SANC. Non lo sapete? Ecco come perdete il tempo. Il generale, pochi momenti sono, ha pubblicata la pace.

ALON. La pace?

GAR. La pace?

ROS. È fatta la pace? (a Pantalone)

PANT. Cussì i dise.

BEAT. Don Garzia, è fatta la pace?

GAR. Così partirò, e non v’avrò più innanzi agli occhi.

BEAT. (Va, che ti possa rompere l’osso del collo). (da sé)

ALON. Ah don Sancio, mio amorosissimo zio e capitano. Uditemi con amore paterno, e compatitemi con cuore umano. Amo questa onorata fanciulla, quanto amare si possa, l’amo più di me stesso, l’amo più della vita mia. Ho però sempremai preferito all’amore l’onore, e ho sacrificato la mia passione ai doveri di buon soldato, agl’impegni d’un guerrier onorato. Promisi servire il mio Sovrano, finché durava la guerra; giurai di sposar Rosaura, stabilita la pace. Se ora rinunzio nelle mani del generale l’onorato carico ch’io sostenni, soddisfo ad un tratto ad ambedue gl’impegni miei. Non avrei ciò fatto in mezzo ai pericoli della guerra. Posso ora farlo, che ho adempito al dovere, che restituisco glorioso qual mi fu consegnato il vessillo reale, e che lasciando di me nell’esercito onorata memoria, passerò, senza rimorsi al cuore, dallo stendardo di Marte a quello d’Amore.

ROS. (Caro alfierino, come ha parlato bene!) (da sé)

PANT. (Bisogna darghela, no gh’è remedio). (da sé)

SANC. Nipote, voi mi sorprendete. Non dico che tale rinunzia possa ora pregiudicare alla vostra fama; vi pongo però davanti agli occhi il facile vostro avanzamento, e pel merito della vostra casa, e pel vostro valore.

ALON. Che mi parlate di avanzamento, di cariche, di fortuna? Mirate Rosaura, in essa ho collocato il mio bene. Bastami l’acquisto del di lei cuore. Deh, lasciatemi in pace la mia fortuna.

SANC. Non so che dire, siete padron di voi stesso, siete provveduto di beni. La pace del cuore è la maggior felicità della terra: non intendo di levarvela, non ho coraggio d’oppormi. Parlerò per voi al generale medesimo, e s’ei v’accorda il congedo, non temete che vostro zio possa formare ostacolo alla vostra felicità.

ALON. Cara Rosaura, sarete mia.

PANT. Sala, sior, che ghe son anca mi?

ROS. Caro padre, abbiate pietà.

ALON. Ve la chiedo colla maggior premura.

PANT. Almanco che no para un pandolo; via, se el vostro general se contenta, sposèla, che me contento anca mi.

ALON. Deh, amorosissimo zio, non trascurate di parlare in tempo per me; la marcia è vicina; intercedete dal generale, ch’io ne possa essere dispensato.

SANC. Sì, don Alonso, vado per consolarvi; e tuttoché risenta al vivo la perdita di un nipote a me caro, preferisco alla vostra pace qualunque mia privata soddisfazione. Don Garzia, seguitatemi.

GAR. Eccomi. Don Alonso, vado per voi in arresto; ciò non ostante riconosco da voi la vita, e come amico vi abbraccio.

ALON. Deh signore zio, risparmiate la pena a chi pentito si mostra.

SANC. Sì, quest’atto di rassegnazione lo merita; seguitemi e non temete. (parte)

BEAT. Don Garzia, me ne consolo.

GAR. Nulla m’importa né di voi, né delle vostre consolazioni. (parte)

SCENA DICIASSETTESIMA

Rosaura, Beatrice, don Alonso e Pantalone.

BEAT. Ingratissimo uomo!

ALON. Cara Rosaura, voi sarete mia sposa.

ROS. Lo voglia il cielo!

PANT. Bisognerà véder se el general se contenterà.

BEAT. Certamente: può essere che non voglia che l’alfier si mariti.

ALON. Egli non può violentare la mia libertà.

BEAT. Può essere ch’ei voglia che torniate prima in Ispagna.

ROS. L’invidia la fa parlare.

SCENA DICIOTTESIMA

Corallina, Arlecchino e detti.

COR. E viva, e viva, eccolo vivo e sano.

ARL. Signori, ghe rendo grazie de averme fatto nasser al mondo, dopo che i m’ha mazzà.

ALON. Servi il tuo padrone con fedeltà. Tu non sei buono per le militari fatiche.

ARL. L’è vero, sior, no so bon alter che da magnar. (il tamburo suona) Aiuto, misericordia. (fugge via)

ALON. Oimè, le truppe marciano.

ROS. Fermatevi, non andate.

ALON. Devo assicurarmi della verità. Permettetemi. (parte)

ROS. Oh cielo! (in atto di partire)

PANT. Dove vastu?

ROS. Sul poggiuolo, a vedere che cosa segue. (parte)

PANT. Vegno anca mi, no la lasso sola. (parte)

BEAT. Corallina, l’alfiere torna in Ispagna, e la tua padrona resterà con tanto di naso.

COR. E don Garzia?

BEAT. Don Garzia... chi sa? Chi sprezza, vuol comprare. (parte)

COR. Povera gonza! Se tu volevi che don Garzia ti comprasse, dovevi tenere la mercanzia in migliore credito. (parte)

SCENA DICIANNOVESIMA

Piazza con un terrazzino.

Rosaura, Beatrice e Pantalone sul terrazzino.

Il Generale da un lato della scena. Le truppe marciano in ordinanza. Don Sancio alla testa. Un Alfiere colla bandiera. Don Garzia alla coda. Dopo breve marcia, il Maggiore fa fermare le truppe, e le fa presentar l’armi.

SCENA VENTESIMA

Don Alonso e detti.

ALON. Signore. (al Generale)

GEN. Don Sancio mi ha parlato di voi. Non volete più servire?

ALON. Vi supplico del mio congedo.

GEN. Dovreste chiedere l’avanzamento, non il congedo.

ALON. Altri vi sono più di me meritevoli.

GEN. Pensateci.

ALON. Vi ho pensato, signore.

GEN. Ebbene?

ALON. Vi supplico per la mia libertà.

GEN. Amor vi seduce.

ALON. È troppo amabile un tal seduttore.

GEN. Vi pentirete.

ALON. Pazienza.

GEN. Vostro zio piange la vostra perdita.

ALON. Piangerei più di lui, s’io perdessi il mio cuore.

GEN. Siete giovine.

ALON. È vero.

GEN. Non avete imparato a pensare.

ALON. Imparerò col tempo.

GEN. Sarà tardi.

ALON. Pazienza.

GEN. Avete fissato?

ALON. Sì, signore.

GEN. Bene, siete in libertà.

ALON. Deh, permettetemi... (gli vuol baciar la mano)

GEN. Eh! (dà il comando per la marcia. Le truppe ed il Generale partono)

SCENA VENTUNESIMA

Rosaura e Pantalone scesi dal terrazzino, e don Alonso.

ROS. Eccomi, eccomi.

PANT. Dove diavolo vastu? In mezzo la piazza?

ROS. Perdonate in me il trasporto dell’allegrezza. (a Pantalone) Caro don Alonso, sarete mio?

ALON. Sì, son vostro. Eccovi la mia mano.

PANT. Eh! seu matti? Andemo in casa.

SCENA ULTIMA

Beatrice e detti.

BEAT. Don Garzia è partito?

ALON. Sì, è partito.

ROS. E don Alonso non parte, non va in Ispagna.

BEAT. Ah perfido don Garzia! Ah misera abbandonata! Impareranno da me le donne ad essere caute, a fidarsi meno. Voi l’avete indovinata; voi avete trovato un terno al lotto. (a Rosaura)

ALON. Sì, adorata Rosaura, finalmente voi siete mia, io son vostro. V’amai teneramente, ma per l’amore non ho mai trascurato l’esecuzione de’ miei doveri. Tale esser deve l’Amante Militare, il quale sopra ogni altra cosa di questa terra amar deve la gloria, la fama, la riputazione dell’armi, il decoro di se medesimo, quello della sua nazione; e far risplendere anche fra le passioni più tenere la robustezza dell’animo, il valore, la rassegnazione e l’onore.

Fine della Commedia
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