L’amante militare

LAMANTE MILITARE di Carlo Goldoni

LAMANTE MILITARE

di Carlo Goldoni

Commedia di tre atti in prosa rappresentata per la prima volta in Venezia

lAutunno dellanno 1751.

A SUA ECCELLENZA

IL NOBIL UOMO SIGNOR

GIOVANNANTONIO RUZZINI II

PATRIZIO VENETO

Sei mesi scorsi gi sono, Eccellentissimo Signore, ne quali trattenendomi per gli affari miei in Toscana, ogni lettera che mi giungea di Venezia stringeami il cuore colle amarezze, e mi accresceva di volta in volta non dir lira e il dispetto, ma la mortificazione, il rammarico e la malinconia pi tetra e pi dolorosa. Una consolazione dolcissima in mezzo alle mie angustie mi ha recato lintendere che l E. V. colla solita sua benignit e gentilezza fosse uno de miei validissimi Protettori, il quale collautorit e col sapere non solo destava in altrui per me linteresse e lamore, ma ponendo in veduta le mie ragioni, con quella eloquenza che in Lei ammirabile e convincente, promoveva per me la giustizia, il disinganno e la compassione. A tutti noto il carattere di V. E.: un Cavaliere che ama la verit e la conosce; che la sostiene costantemente e a tutto la preferisce; accredita col suo nome qualunque causa che onorar voglia della sua protezione, certissima cosa essendo che non lo farebbe senza giustizia, e che al chiarissimo suo intelletto non v impostura che arrivi a mascherare la verit. Oh, son pur pochi coloro che di questa bellissima verit invaghiti, vogliano portarla in trionfo a dispetto dellinteresse, della politica e del costume! Mal disse di questa virt divina chi madre lha chiamata dellodio. Non nasce lodio dalla verit, ma dallambizione. Il vero non pu produrre che la virt, la correzione ed il bene; ma lanimo mal disposto a ricevere in pace il suo disinganno, converte in veleno questo prezioso balsamo, onde poi deriva lo sdegno. Lamor proprio la rovina degli uomini, e ladulazione che lo fomenta mantiene con iscandalo labborrimento del vero. Ammirabile lE. V., e degna dossequio e di venerazione per purezza di sangue, per antichit, per onori, per la chiarezza dellintelletto, per le virt che ladornano, in grado sommo costituite, ma ladorabile sincerit, questa quella che fa l E. V, distinguere da chi ne conosce il pregio.

Ella ama la magnificenza in tutte le cose che appartengono alla vita civile, ma questa siccome proporzionata alla ricchezza del suo patrimonio, non procede certamente dallambizione, come pu dirsi di chi oltrepassa le misure nelle quali si trova costituito, ma dallanimo generoso e discreto che rende giustizia a se medesimo nelluso proporzionato de propri beni, e dona alla societ quello che noti necessario alleconomia. Questo saper vivere, ed io medesimo ho goduto pi volte gli effetti di quella generosit, chella solita praticare non solo cogli amici suoi, ma eziandio con i suoi servidori.

Diranno i miei nemici anche questa fiata, che per vanit gloriare io mi voglia dessere stato a parte delle generose di Lei finezze; ma dicanlo pure, chio perdono loro di buona voglia ci che negar non saprei. S, egli vero, son vano, sono ambizioso di un tanto onore; e chi non lo sarebbe se fosse nel caso mio? Chi colui che non brami la protezione di V. E., ed esultar non sapesse veggendosi da Lei con tanta benignit accolto, compatito e beneficato? Sanno eglino cotesti invidiosi chi sia l E. V.? Troppo Ella nota, per non saperlo. Sono pi secoli che la repubblica Serenissima vanta fra le primarie originali Famiglie de suoi Patrizi il nome illustre e magnanimo de Ruzzini. LAugusto Senato li ebbe in pregio in ogni et, in ogni grado. Il Serenissimo Doge, zio

paterno dell E. V., dopo avere sparso per tutta lEuropa la fama del di lui merito e del di lui sapere colle Ambasciate e colle Plenipotenze ai Monarchi pi venerabili della terra, ha ricevuto il premio che gli si doveva dalla gratitudine dellAugusta sua Patria nellaureo Manto, ed egli novelli fregi a questo eccelso grado ha accresciuti. Anche il Fratello degnissimo dell E. V va le medesime vie calcando, Savio della Repubblica e Ambasciatore al Re Cattolico per la medesima.

Ma senza pi trattenersi su glinfiniti meriti di una Famiglia cotanto eccelsa, quelli dell E. V. a chi non sono palesi? La prontezza del di Lei spirito, la chiarezza dellintelletto, la facilit de pensieri sublimi e della comunicativa, non sono prerogative che la rendono distinta, ammirata? E descendendo alle qualit personali che sono pi dalluniversale degli uomini conosciute, la dolcezza del tratto, la generosit, la brillante, moderata e gentilissima maniera del conversare, non innamora chi ha la fortuna di esserne a parte? S certamente, posso anchio renderne conto a chi non ne fosse informato; che se non ho talenti per mettere in pratica le virt, ho per luso di conoscerle e di ammirarle.

V. E. merita essere per questa ragione dagli uomini riverita ed amata. Io dovrei pi dogni altro darle del mio rispetto e dellumile affetto mio un qualche segno, ma non potendo farlo s degnamente che a Lei convenga, lo far in quelle misure almeno che alla bassezza mia fian permesse.

Una Commedia all E. V. offerisco, dono sproporzionato alla grandezza sua; ma che a me costa sudori, poich se il Mondo crede che facilmente dallintelletto mio e dalla mia mano escano queste Opere che giornalmente produco, d gran lunga singanna; e se misurar si vuole la supposta facilit dallabbondanza delle produzioni, risponder che la necessit e limpegno mi costringono a farlo collo scapito del mio riposo.

LAmante Militare, che io consacro all E. V., non argomento che corrisponda alla di Lei situazione; ma il carattere dellEroe principale di questa mia Commedia pu in Lei riconoscersi perfettamente. Un Uomo che apprezza lonore pi della vita, che pronto a sagrificare tutte le sue passioni pel suo dovere, pel suo decoro, un ritratto fedelissimo di V. E. Della tenera passione amorosa tutti gli uomini capaci sono, perch con questa son nati: ma il saper vincerla per lonore, allora quando violentemente ad oscurarlo savanza, una virt che non comune; la virt che rende ammirabile il mio Protagonista; quella che potrebbe in un caso simile con somma facilit segnalarsi nellanimo di V. E., a cui profondamente minchino.

Di V. E.

Umiliss. Divotiss. ed Obbligatiss. Serv. Carlo Goldoni


LAUTORE A CHI LEGGE

Chi fa il Poeta Comico per professione, di tutto dovrebbe essere infarinato. Arti, scienze, professioni, costumi, leggi, nazioni: tutto pu essere soggetto di Commedia, o per deridere il vizio, o per esaltar la virt, che il buono ed il cattivo di ciascheduna cosa costituisce. Io sono ignorante in tutto, e se fosse vero che di tutto sapessi un poco, sarebbe anche verissimo che niuna cosa perfettamente saprei. Nelle mie Commedie non sfuggo lincontro di ragionare di tutto, in quella maniera chio farei se fossi in un caff, in una conversazione: qualche cosa si dice per aver letto, alcuna se ne dice per averla sentita dire. Quando occorrono, non mancan libri; si dice la sua opinione, senzobbligo di sostenerla. Circa alle passioni ognuno, poco pi poco meno, le prova dentro di s. Gli effetti di queste si vedono alla giornata. Casi ne abbiamo continuamente, accidenti nascono da commedia spessissimo. Chi pratica, chi osserva, e non un ceppo, trova gli argomenti a bizzeffe. Io non sono stato mai militare: ho avuto un Zio paterno, che mor Colonnello e Governatore del Finale di Modena; mio Fratello serv quel Serenissimo Duca in qualit di Tenente; mio congiunto di sangue il notissimo Capitan Visinoni in Dalmazia, ma io sono stato sempre amico delle Muse, e niente portato per quella marzial fierezza che si chiama valore.

Ci non ostante, in varie occasioni mi son trovato di guerra, nelle quali senza rischio e senza fatica ho potuto in cotal arte erudirmi. Mi ritrovai in Milano nellanno 1733, allora quando i Gallosardi occuparono la Lombardia Austriaca, e vidi i trinceramenti e lattacco di quel Castello; indi passato a Crema col Veneto Residente, ora degnissimo Cancellier Grande, in qualit di suo Segretario... Fermiamoci qui, Lettor mio, per un poco, sovvenendomi ora che alcuni bei spiriti hanno disseminato non esser vero che io occupassi un tal posto. Siccome, allora quando il benignissimo Cavaliere mi accolse in Milano per la raccomandazione di una Dama mia protettrice, aveva la Corte sua completa, io non ero che una persona di pi nella di lui casa. Mi appoggi per qualche tempo una spezie di sopraintendenza alleconomia, cosa contraria affatto al mio naturale, ma che ricusar non potei, per gli obblighi che avevo seco contratti. Trasportata in Crema la Residenza, l dove lho servito di Segretario, ed in un tempo il pi calamitoso che dar si possa; in tempo di guerra viva fra l bollore dellarmi, con un fascio di lettere tutti i giorni importantissime, sotto un Ministro il pi accurato, il pi diligente del mondo, a cui non mancavano da tutte le parti le pi certe, le pi sollecite, le pi frequenti notizie. E mi ricordo ancora quante volte, oppresso dalla stanchezza, maddormentai sotto degli occhi suoi colla penna in mano. Un uomo che aveva lasciato di pochi mesi Toga Forense in Venezia, in che altro di meno potea impiegarsi in Milano? Ancorch la necessit mavesse potuto avvilire, non lo avrebbe permesso un Ministro della Repubblica, che conoscendomi bastantemente, nella propria casa mi ricev con amore, e con generosit mi ha trattato. Chiudasi la parentesi, e torniamo a noi.

Mi trovai lanno dopo in Parma, il giorno S. Pietro, giorno memorando della gran battaglia fra i Gallosardi e gli Alemanni, in cui perirono in un giorno venticinque mila uomini fra le due Armate. Belle occasioni furono per me queste per istruirmi nelle cose di guerra, ma per sempre pi determinarmi a star da quella lontano.

Finalmente nellanno 1740 passato a Rimini, ove trovavasi allora il Serenissimo Signor Duca di Modena, di cui ho lonore di esser suddito per origine, e pel possedimento di pochi effetti nei di lui Stati, col ebbi campo di conversare co Militari, e partito un esercito, ne giunse un altro, ed osservai cose varie, cose bellissime, alcune delle quali mi hanno largomento della presente Commedia somministrato.

Dir taluno di quelli che vorrebbero di me un romanzo, che facevi tu a Rimini colle Armate? Il tamburino? No, gentilissimi Signori Impostori, non ero uomo di spada, ma sempre lo fui di penna.

Il mio carissimo amico Gio. Battista Ronzoni, che era in quel tempo in Rimini nella mercatura impiegato, e indi col fu Console per la Serenissima Repubblica di Venezia, ed ora ritornato in questa Patria sua per consolazione de suoi amici, egli che mi ha conosciuto, trattato, e di favori e di benefizi colmato, pu render conto di me. Sa benissimo chebbi il comando dal Principe di Lobkovitz, General Comandante, di una Serenata per musica per le nozze allora seguite fra il Serenissimo Principe Carlo di Lorena e la defunta Serenissima Arciduchessa, sorella dellAugustissima Imperatrice Regina, e chindi ebbi la direzione di quel Teatro per tutta lOffizialit dellArmata. Sa il mio caro Ronzoni, che ci godevamo allora i pi bei giorni del mondo, e dico anchio che a quartier dinverno il pi bel mestiere di tutti il mestier del soldato.

Ma io questa volta perduto mi sono in cose fievoli e strane, senza dir nulla sopra della Commedia. Leggila, Lettor carissimo, e vedrai da te medesimo qual merito ho avuto nel farla.

Ho cercato di rimarcare, che siccome lonore quello che arma il fianco alle persone ben nate, cos tutto devono a questo sagrificare. Che amano alcuni per bizzarria, alcuni per passion vera, ma tutti egualmente al tocco del tamburo si scordano dogni affetto, lasciano qualunque attacco, e corrono incontro ai pericoli per la bella immagine della Gloria.

Personaggi

Il GENERALE;

Don SANCIO capitano;.

Don GARZIA tenente;

Don ALONSO alfiere;

BRIGHELLA sergente;

Due CAPORALI che parlano;

PANTALONE de BISOGNOSI mercante;

ROSAURA figlia di Pantalone;

BEATRICE vedova;

CORALLINA cameriera di Rosaura;

ARLECCHINO servitore di Pantalone;

Uffiziali;

Soldati assai.

La Scena si rappresenta in una citt di Lombardia.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera in casa di Pantalone.

Rosaura e don Alonso, ambi a sedere.

ROS. Caro don Alonso, vi supplico a ritirarvi.

ALON. Perch, adorata Rosaura, mi allontanate da voi?

ROS. Perch temo dessere da mio padre sorpresa.

ALON. Il signor Pantalone un uomo saggio e ben nato. Sa chio sono un uffiziale donore, n pu rimproverarvi perch io stia in vostra conversazione.

ROS. Egli, per dir il vero, ha tutto il buon concetto di voi. Vi stima infinitamente, e parla sovente del vostro merito e della vostra onest. Lho sentito pi volte ringraziare la sorte che la nostra casa sia stata destinata a voi di quartiere; poich in tre mesi che ci onorate della vostra presenza, non abbiamo avuto che grazie, cortesie e vantaggi.

ALON. Il signor Pantalone ha della bont per me chio non merito, e questo ci garantisce da quei rimproveri che voi temete.

ROS. Ah, don Alonso, stato avvelenato il piacere della nostra pacifica corrispondenza. Mio padre, che riposava assai quietamente sopra la vostra e la mia condotta, stato posto in sospetto da chi ha invidia della mia fortuna.

ALON. Ebbene, si deludano i nostri nemici.

ROS. In qual guisa?

ALON. Rendendo pubblico il nostro amore. Sappia il vostro genitore chio vamo, chio vi desidero per mia sposa. Siami allora permesso il ragionarvi, il vagheggiarvi senza riserve, e si maceri dallinvidia chi aspira forse al possesso delle vostre bellezze.

ROS. Voi mi consolate. Son certa che mio padre incontrer con giubilo la fortuna di un genero di tanto merito, e a lui s caro. Ma... oh cieli! Lasciate chio vi dica non essere tutto ci bastante a rendermi pienamente contenta.

ALON. Che vorreste di pi, mia cara? Che mai si oppone alla vostra quiete?

ROS. Penso ai pericoli della guerra: penso allinstabilit del vostro soggiorno: penso che potreste essere costretto a lasciarmi, prima di concludere le nostre nozze.

ALON. Prevengasi dunque ogni avverso destino, e si concludano in questo giorno.

ROS. S, si concludano... Ma... aim! Chi massicura che breve troppo non abbia a essere il piacere davervi meco?

ALON. Terminata la guerra, verrete meco in Ispagna.

ROS. Ah! finch dura la guerra, non avr un momento di bene.

ALON. Parlasi con fondamento di una vicina pace. I frequenti corrieri che giungono dalla Corte al General Comandante, e la lentezza con cui egli procede a vista dellinimico, un certo segno del vicino accomodamento. Qui non si parla di marce, qui non si vedono disposizioni a novit alcuna. Rasserenatevi, Rosaura mia, state lieta, amatemi, e sperate quella felicit chio di goder mi prefiggo.

ROS. Secondi il cielo le vostre intenzioni, e dia quella pace al mio cuore, che lo pu render contento.

SCENA SECONDA

Don Garzia e detti.

GAR. Amico, buon pro vi faccia.

ROS. Come, signor tenente? Chi vi ha permesso inoltrarvi?

GAR. Oh bella! Per venir a trovare un uffiziale mio camerata, avr bisogno di far precedere unambasciata?

ROS. Queste non sono le di lui camere.

GAR. Saranno le vostre; noi altri uffiziali stiamo volentieri nelle camere delle padroncine di casa. Il Quartier-Mastro ci prepara lalloggio, e noi ci troviamo la conversazione.

ROS. Don Alonso, se avete affari col vostro amico, potete condurlo nel vostro quarto.

ALON. Don Garzia, favorite di venir meco.

GAR. Quello che vi ho da dire consiste in due parole, e ve le posso dire ancor qui. Molto riservata signora mia, sappiate che fra noi altri uffiziali non ci prendiamo soggezione luno dellaltro.

ALON. Ebbene, che mi dovete voi dire?

GAR. Che il comandante ci ha intimata la marcia, che avanti sera saremo tutti sullarmi, ed ecco in iscritto lordine che mi ha dato, e per voi, e per me, il nostro sergente.

ROS. (Oh me infelice!) (da s)

ALON. Perch sullarmi di sera?

GAR. Se faceste meno allamore, e vi lasciaste vedere ai ridotti, sapreste meglio le novit. Dicesi abbia una spia riferito, che linimico abbia divisato sorprendere nella ventura notte quel corpo di nostra truppa, che guarda il monte. Tender dunque la nostra marcia a difendere i nostri, e deludere i disegni dellavversario.

ROS. Se sincontrano i vostri coi nemici, si batteranno?

GAR. Per qual motivo siamo noi qui? Non si sa che abbiam da combattere?

ROS. (Oh cielo!) (da s)

ALON. Eh! se linimico sapr essere scoperte le di lui trame, non uscir dalle sue trinciere. Non in istato di venire a battaglia.

GAR. S, s, lusingatevi pure. Io son di parere che ci daremo una pettinata solenne.

ROS. Don Alonso... (sospirando)

ALON. Via, serenatevi... non sar cos...

GAR. Piangete, eh! Capperi, siete cotta davvero. Mah! Vi vuol pazienza. Consolatevi, che a piangere non siete sola. Io avanti sera con questa nuova ne faccio piangere almeno sei.

ROS. (Ah, che gi previdi la mia sventura!) (da s)

GAR. Animo, animo, signor alfiere, andatevi a preparare, visitate le vostre armi, e disponetevi alla partenza.

ALON. La marcia non per ora.

GAR. Volete aspettare allultimo momento? Via, spicciatevi e venite meco alla piazza. I vostri amici vi attendono.

ALON. A far che?

GAR. A giocare, a bere delle bottiglie, a ridere delle avventure amorose, che in questo nostro quartiere accadute ci sono.

ALON. Dispensatemi; gi lo sapete, io non sono portato per alcuno di tali divertimenti.

GAR. Povero giovane! Siete innamorato, eh? Non avete ancora imparato a fare allamore alla militare. Eh via, che delle ragazze se ne trovano da per tutto; signora perdonatemi, io non pretendo di farvi ingiuria; gi anche voi altre fate lo stesso. Partiti che siamo noi, vi attaccate ai vostri paesani.

ROS. Voi sarete avvezzo a trattare con delle frasche.

GAR. S, con delle vostre pari.

ROS. Don Alonso...

ALON. Don Garzia, troppo arditamente parlate.

GAR. Niuna femmina mi ha detto tanto, e voi non dovete soffrire che ad un uffiziale vostro amico si dicano delle impertinenze.

ALON. Voi lavete ingiuriata, e quando anche ci non fosse accaduto, un uomo onesto non si offende per cos poco.

GAR. Io non mi lascio perder il rispetto dalle pettegole.

ROS. Signor tenente, voi vi avanzate troppo.

ALON. S, troppo vi avanzate. A una figlia onesta e civile, a una figlia che io stimo ed amo, voi dovete portar rispetto.

GAR. Come! Vi riscaldate cotanto per una scioccherella?

ALON. Don Garzia, venite fuori di questa casa.

GAR. S, andiamo. Non ho paura di voi. (parte)

SCENA TERZA

Don Alonso e Rosaura.

ROS. Ah, don Alonso...

ALON. Lasciatemi.

ROS. Deh, se mi amate...

ALON. Lasciatemi, dico.

ROS. La vostra vita...

ALON. difesa dalla mia spada.

ROS. Oh cieli! Non vi cimentate.

ALON. Lonor mio... lonor vostro...

ROS. Non pu ripararsi altrimenti?

ALON. Vu lavarne la macchia col sangue del temerario.

ROS. Potete spargere il vostro.

ALON. Si sparga, ma si vendichi lonta.

ROS. No, caro...

ALON. Ah!... Rosaura... trattenere non posso gli stimoli dellira mia. (parte)

ROS. Numi, a voi raccomando la vita dellidol mio.

SCENA QUARTA

Pantalone e Rosaura.

PANT. Coss? Cossa ghaveu? Per cossa pianzeu?

ROS. Ah, signor padre...

PANT. Via, cossa xe st?

ROS. (Oh cieli! Se dico piangere per il periglio di don Alonso, vengo ad iscoprire laffetto mio). (da s)

PANT. Qua ghe xe qualcossa de grando. Pianz? No parl? Cossa xe sto negozio?

ROS. Piango, perch stata sono ingiuriata.

PANT. Ingiuriada? Da chi? Come?

ROS. Don Garzia mi ha offeso.

PANT. Chi? el sior tenente?

ROS. Egli stesso, quel prosontuoso.

PANT. Cossa valo dito? Cossa valo fatto?

ROS. Deh, signor padre... accorrete...

PANT. Dove?

ROS. Don Garzia si batte con don Alonso.

PANT. Ma dove?

ROS. Saranno poco lontani.

PANT. Per cossa se batteli?

ROS. Per limpertinenze a me dette da don Garzia. Signor padre, presto accorrete... impedite...

PANT. Ghav una gran premura, patrona.

ROS. Non verrei esser io cagione della morte duno di loro.

PANT. Come xela stada?

ROS. Don Garzia mi ha insultato.

PANT. Come?

ROS. Oim... con parole offensive.

PANT. Cossa valo dito?

ROS. Lo saprete poi; andate, signor padre...

PANT. Come ghe intra el sior don Alonso?

ROS. Ha prese le mie parti.

PANT. Con che rason?

ROS. Perch don Garzia mi offendeva. Ah, signor padre, si battono.

PANT. Se i se batte, che i se batta. Don Garzia cossa valo dito?

ROS. La cosa lunga.

PANT. Mi no ghho gnente da far; contmela.

ROS. Ma gli uffiziali si feriranno...

PANT. A so danno. Vi saver come che la xe.

ROS. Oh cielo!

PANT. Cossa gh?

ROS. Non posso pi!

PANT. Rosaura.

ROS. Io moro. (sviene)

PANT. Oh poveretto mi! Rosaura, fia mia... Corallina, dove seu? Corallina. (chiama)

SCENA QUINTA

Corallina e detti.

COR. Signore, eccomi.

PANT. Presto, acqua, aseo.

COR. Che cosa stato?

PANT. No ved? Rosaura in accidente.

COR. Poverina!

PANT. Mo via, soccorrla; no perdemo tempo.

COR. Ecco lacqua della Regina. (la bagna)

PANT. Oib, no femo gnente. Presto dellacqua fresca. Arlecchin. (chiama)

SCENA SESTA

Arlecchino e detti.

ARL. Sior. (di dentro)

PANT. Presto, porta dellacqua fresca.

ARL. Sior s, subito. (di dentro)

PANT. Corri.

ARL. Vegno. (di dentro)

PANT. Ma subito.

ARL. Son qua. (viene correndo con un boccale di acqua; casca e lo rompe)

PANT. Oh, tocco de strambazzo!

ARL. Ma se...

PANT. Tasi l.

COR. E con questo strepito non rinviene; adesso, adesso. (parte, poi torna)

PANT. Dellacqua, presto. (ad Arlecchino)

ARL. Sior s, subito. (parte, poi torna)

PANT. Vard, i me lassa solo. Corallina. (chiama)

COR. Eccomi collaceto.

PANT. Bagnela sotto el naso.

COR. La bagno, ma non facciamo niente.

PANT. Te digo che la vol esser acqua. Arlecchin, presto. (chiama)

ARL. Son qua. (con una secchia piena dacqua)

PANT. Perch col secchio?

ARL. Per far presto.

PANT. D qua. (mostra di spruzzar lacqua nel viso di Rosaura)

COR. Non facciamo niente.

PANT. Gnente.

ARL. Lass far a mi.

PANT. Cossa farastu?

ARL. Siora Rosaura. (la chiama forte nellorecchio)

PANT. Va via de qua.

COR. Par morta.

PANT. Oh poveretto mi!

SCENA SETTIMA

Don Alonso e detti.

ALON. Che cosa c, signor Pantalone?

PANT. Ah sior don Alonso, la mia povera putta in accidente, e no la pol revegnir.

ALON. Povera signora Rosaura! che cosa stato? (saccosta a Rosaura)

ROS. Ahi! (rinviene un poco)

PANT. Oe? la revien.

ALON. Animo, signora Rosaura.

ROS. Oim! (rinviene un poco pi)

PANT. Fia mia.

COR. Signor padrone.

PANT. Cossa gh?

COR. Getto via questaceto.

PANT. Perch?

COR. Perch quello di don Alonso pi forte del nostro. (parte)

ARL. Sior patron.

PANT. Cossa vustu?

ARL. Porto via lacqua.

PANT. Portela pur.

ARL. Al mal de vostra fiola ghe vol altro che acqua fresca. (parte)

SCENA OTTAVA

Rosaura, don Alonso e Pantalone.

ALON. Via, signora Rosaura, fatevi coraggio.

ROS. Dove sono?

PANT. Fia mia, come stastu?

ROS. Meglio... Vi siete battuto? (a don Alonso)

ALON. S.

PANT. Cossa xe st, perch te xe vegn mal? (a Rosaura)

ROS. Non lo so. Siete ferito? (a don Alonso)

ALON. No.

PANT. Te sentistu altro?

ROS. Signor no; laltro ferito? (a don Alonso)

ALON. S.

ROS. Oim!

PANT. Cossa ghastu? (a Rosaura)

ROS. Niente. Dove ferito? (a don Alonso)

PANT. Parla con mi. (a Rosaura)

ROS. Dove?... (a Pantalone, distratta)

PANT. Cossa dove?

ROS. Don Garzia ferito. (a Pantalone)

PANT. A so danno, cossa timporta a ti?

ROS. Don Alonso, di voi che sar?

ALON. Non temete, non sar nulla.

ROS. (Misera me) (da s, piange)

PANT. Ti pianzi? Tornemio da capo?

ROS. (Il cuor mi predice qualche sventura). (da s)

PANT. (Mi no so cossa sia sto negozio; sto pianzer, sto parlar sotto ose, sto vardar el sior alfier, no me piase gnente. Ho paura che sia vero quel che me xe st dito). (da s)

ALON. (Non vi affliggete, cara. Lho ferito in un braccio, non sar nulla). (piano a Rosaura)

ROS. (Ma sempre colla spada in mano). (piano ad Alonso)

PANT. (Eh! qua ghe xe dei radeghi). (da s) Sior alfier, se la se contenta, ghe vorave dir una paroletta. (a don Alonso)

ALON. Eccomi a vostri cenni.

ROS. (Ah, mio padre si insospettito). (da s)

PANT. And via, siora; and in tunaltra camera.

ROS. Mi sento male.

PANT. Andeve a buttar sul letto.

ROS. Sola?...

PANT. Come sola?

ROS. Voglio dire, ander sola in camera? Non mi posso reggere in piedi.

PANT. Chiam Corallina, e feve dar man.

ROS. Oh cielo!

ALON. Via, signora Rosaura, fatevi animo. Andate a riposarvi. (Lasciatemi solo con vostro padre). (piano a Rosaura)

ROS. (Abbiate compassione di me). (piano a don Alonso)

PANT. E cuss, andeu? (a Rosaura)

ROS. Vado. (parte)

SCENA NONA

Don Alonso e Pantalone.

PANT. Sior don Alonso mio caro, la vegna qua, e parlemose schietto; anca mi son st omo del mondo, e so qualcossa, e cognosso el tempo. No vorria che stando in casa mia...

ALON. Signore, so quel che volete dirmi. Voi dubitate chio ami la vostra figliuola, ed io vi assicuro che non vingannate ne vostri dubbi. S, io lamo; e ve la domando in consorte.

PANT. Mi no so cossa dir. Qua su do pi... no posso risolver... no posso dirghe n s, n no.

ALON. Favorite dirmi che obbietti avete in contrario.

PANT. La vede bene: no ghho altro che sta unica fia... No ghho genio de maridarla con un militar.

ALON. Terminata la presente guerra, vi do parola da cavaliere di rinunziar la bandiera. Ritirandomi dalle truppe nel bollore della campagna, sarei criticato. Direbbero chio mi sottraggo per codardia dai pericoli, per vilt dai disagi.

PANT. Aspettemo che fenissa la guerra, e co laver rinunzi la carica militar, parleremo de mia fia.

ALON. Ah no, signor Pantalone; vi supplico, vi scongiuro, accordatemi adesso la vostra figlia, concedete chio possa darle la mano.

PANT. E po, se una cannonada ve porta via gloriosamente la testa, cossa voleu che fazza la mia povera putta?

ALON. Tornando in libert, potr dispor di se stessa.

PANT. E se la restasse con un putello?

ALON. Sar lerede de miei beni.

PANT. Ma de quai beni? Vu s spagnolo, e nu semo in Italia; compatime, se tratta de una mia fia. Credo che si nobile, credo che si ricco, credo che si libero, ma no so gnente de certo, e no vorave che un zorno...

ALON. Come! Si mette in dubbio lesser mio, la mia onest, la mia fede? Un uffiziale onorato non capace di fingere, dimposturare. Il vostro dubbio moffende, la vostra diffidenza un insulto. Giuro al cielo, lamore di vostra figlia vi garantisce dallira mia. Non soffrirei tale ingiuria da chicchessia.

PANT. Caro sior alfier, no la se scalda...

ALON. Non mi toccate nellonor mio.

PANT. Finalmente bisogna considerar...

ALON. Non mi levate il cuore di vostra figlia.

PANT. Donca la vol...

ALON. Non la voglio, ve la chiedo.

PANT. Ma se ghe la negasse...

ALON. Con che ragione negarla? Con qual pretesto? Perch? Dite, perch?

PANT. Gnente, sior offizial. La lassa almanco che parla con mia fia.

ALON. Parlate: giusto. E sella contenta, me la concederete voi?

PANT. Vederemo.

SCENA DECIMA

Don Sancio e detti, ed un caporale.

SANC. Nipote, ho da parlarvi. (a don Alonso)

ALON. Sono a vostri comandi.

PANT. Fazzo umilissima reverenza al sior capitanio.

SANC. Signor Pantalone, vi riverisco. Permettetemi chio possa parlare a mio nipote con libert. PANT. La se comoda. Bond a vossustrissima.

ALON. Signor Pantalone, ci siamo intesi.

PANT. Ho capo. (El vol mia fia; e se no ghe la dago... No so quel che ho da far; ghe penser). (da s, parte)

SCENA UNDICESIMA

Don Sancio e don Alonso, ed il caporale.

SANC. Nipote, sapete voi la cagione per cui son qua venuto?

ALON. Me la immagino. Voi siete venuto a rimproverarmi a causa di don Garzia.

SANC. Son venuto ad intimarvi larresto.

ALON. Larresto? Per qual motivo?

SANC. Perch sfidato alla spada il vostro tenente, lo avete anche ferito.

ALON. Egli mi ha provocato.

SANC. Don Alonso, so tutto. Per una donna non si mette a repentaglio lonore.

ALON. Difender le donne azione da cavaliere.

SANC. Non impicciarsi con donne il dovere del buon soldato. Quella spada che al fianco cingete, avete giurato dadoperarla in servizio del vostro Re, in difesa dellinsegna reale: rendetela alle mie mani.

ALON. Eccola. (gli d la spada, e la riceve un Caporale)

SANC. Andate in arresto.

ALON. Obbedisco. (vuol partire)

SANC. Dove vincamminate?

ALON. Alle mie camere.

SANC. Non ci stareste malvolentieri in questa casa arrestato.

ALON. Come? In arresto fuori del mio quartiere?

SANC. Dovete passar nel mio.

ALON. Per qual ragione?

SANC. Il generale ve lo destina per carcere.

ALON. Ah don Sancio! quest troppo.

SANC. Obbedite al comando.

ALON. Bene; verr innanzi sera.

SANC. Ora dovete andarvi.

ALON. Come! cos si trattano gli uffiziali?

SANC. Tacete, incauto, ed apprendete a rispettare gli ordini de superiori vostri: uscite subito di

questa casa, passate immediatamente alla mia.

ALON. Andate, chio vi seguo.

SANC. No, precedetemi.

ALON. Lasciatemi congedare da padroni di casa. SANC. Far io col signor Pantalone le vostre parti.

ALON. Ma... il mio bagaglio?

SANC. Io ne prender cura. Andate.

ALON. Questa una crudelt.

SANC. La vostra troppa arditezza. Don Alonso, non vi fidate, perch io sia vostro zio. Chi serve il Sovrano, dee spogliarsi dogni parzialit. Obbedite al comando, o in me avrete un nemico.

ALON. Ah don Sancio, abbiate compassione di me.

SANC. S, vi compatisco; ma faccio il mio dovere, e vi sollecito a fare il vostro. Sapete voi stesso quanto sia grande e quanto sia necessario in un esercito il rigor delle leggi. Guai a noi, se si potesse violare quella subordinazione, che ci tiene tutti soggetti. Quanto durerebbe unarmata, se fosse lecito agli uffiziali il battersi impunemente fra loro? Quali disordini nascerebbero, se si lasciasse libero il corso alle disordinate passioni? Obbedite al comando, arrossite di meritar il castigo, e non ardite di preterire, per quanto vi pu esser caro lonore.

ALON. (Ah, pazienza! Rosaura, oh cielo! chi sa, se ci vedremo mai pi). (da s, parte)

SANC. Povero giovine! mi fa piet. Ma la militar disciplina vuol rigore, vuol severit, vuol giustizia. (parte)

SCENA DODICESIMA

Piazza col Corpo di guardia, ed una tavola con vino e denari.

Brighella con divisa. Due caporali e soldati. Si suona il tamburo.

BRIGH. Me manca ancora quattro omeni a ridur completa la compagnia del nostro capitanio; se podessimo farli avanti de marciar, la saria una bella cossa.

CAP. Li faremo. Abbiamo la libert in questo paese di poter reclutare. Li faremo.

BRIGH. Sti paesani i furbi come el diavolo.

SCENA TREDICESIMA

Arlecchino e detti.

ARL. Non vedo lora che vada via sti soldadi. Ogni d da Corallina ghe ne trov qualchedun da novo. La dis che la me vol ben, la dis che no me dubita: ma sti mustacchi i me fa paura. (si suona il tamburo, ed i soldati fanno allegria)

ARL. Bravi! pulito! o che bella cossa! o che bella conversazion!

BRIGH. Amigo, alla vostra salute.

ARL. Bon pro ve fazza.

BRIGH. Favor, vegn avanti.

ARL. Grazie.

BRIGH. Se comand, s patron.

ARL. Ricever le vostre finezze.

BRIGH. Presto, deghe da bever.

CAP. Prendete, amico, mangiate e bevete.

BRIGH. E che se stia allegramente. (cantano) (Arlecchino mangia, beve e canta con i soldati)

BRIGH. Cossa diseu? Ve piasela sta bella allegria? (ad Arlecchino)

ARL. Se la me pias? E come! Ma chi seu vualtri siori?

BRIGH. Semo soldadi.

ARL. Soldadi? E i soldadi i fa sta bella vita?

BRIGH. Sempre cuss, sempre allegramente. Vu che mestier feu?

ARL. Fazz el servitor.

BRIGH. Poverazzo! sfadigher tutto el zorno.

ARL. Come un aseno, sior.

BRIGH. Magner poco.

ARL. Ho sempre fame.

BRIGH. No ghaver mai libert.

ARL. Mai.

BRIGH. Eh, vegn a star con nualtri.

ARL. Oh magari!

BRIGH. Qua ghaver da magnar e da bever; sar calz e vestido; no pagher fitto de casa, aver dei denari, sar respett, viazzer, veder el mondo, ve devertir, e fora de qualche sentinella e de un poco de esercizio, no ghavar gnente a sto mondo da far.

ARL. Oh che bella cossa! Ma... i dis che i soldadi i va alla guerra, e alla guerra se mazza. No vorrai che me toccasse sto bellonor.

BRIGH. Eh giusto! Semo soldadi anca nu, e semo qua, e semo stadi alla guerra; e no semo morti, e stemo allegramente. Animo, alla vostra salute. (beve)

CAP. Volete venir a stare con noi? Se volete, animo, questo un abito.

BRIGH. Cossa ghaveu nome?

ARL. Arlecchin Battocchio.

BRIGH. Animo, sior Arlecchin, voleu che scriva el vostro nome su sto libro?

ARL. Scrivlo pur.

BRIGH. Son qua. (scrive) Arlecchino Battocchio rimesso soldato ecc. Voleu denari?

ARL. Se me ne dar, i torr.

BRIGH. Ve contenteu de un felippo?

ARL. Sior s, me contento.

BRIGH. Tol; animo, putti, vestlo. (vestono Arlecchino da soldato) Seu contento?

ARL. Contentissimo.

BRIGH. Ho gusto. St qua, no ve part; vado a avvisar el nostro capitanio.

ARL. Saludlo da parte mia.

BRIGH. Volentiera. (Caporal, ve lo consegno; vard che nol se slontana). (parte)

ARL. Animo, bevemo, stemo allegramente. (canta)

SCENA QUATTORDICESIMA

Corallina e detti.

COR. (Come! Arlecchino soldato?) (da s)

ARL. Corallina, allegramente. Ah! cossa te par? Fazzio bona figura?

COR. Bravo. questa la parola che data mi hai di sposarmi?

ARL. E perch no te possio sposar?

COR. Uno di questi giorni marcerai collarmata, e mi pianterai.

ARL. Oh bella! Ti marcer anca ti collarmada.

COR. No, no, se sei pazzo tu, non son pazza io. Vattene, chio pi non ti voglio.

ARL. Ah cagna! cuss ti me abbandoni?

COR Perch farti soldato?

ARL. Per magnar e bever, esser vestido, calzado, e no far gnente a sto mondo.

COR. Povero sciocco, te naccorgerai.

ARL. Me naccorzer? Mo per cossa?

COR. Linverno colla neve e lestate col sole starai sulle mura collo schioppo in ispalla: Chi va l?

Dormirai sulla paglia, faticherai a far lesercizio, e se fallerai, saranno bastonate.

ARL. Bastonade?

COR. E di che sorta! E poi anderai alla guerra, a pericolo di perder un braccio, o di perder un occhio, o di perder la testa.

ARL. La testa? No vi alter soldado.

COR. Caro Arlecchino, se mi avessi voluto bene, non avresti fatta questa risoluzione.

ARL. Gnente, ghe remedio subit, ghe dagh indr la so roba, e desf ogni cosa.

COR. S, caro Arlecchino, mettiti in libert.

ARL. Va a ca, aspettame, che adesso vegno.

COR. Guarda di non mi burlare.

ARL. Ti veder.

COR. (Povero Arlecchino! gli voglio bene. Un marito sciocco come lui non lo trovo, se lo cerco per

tutto il mondo). (da s, parte)

ARL. Alla guerra? Perder la testa? Perder Corallina? Oh, no vi alter. Sior caporal, una parola.

CAP. Che cosa volete?

ARL. Tol el voster abit, tol el voster felippo, e no vi alter da vu.

CAP. Come! siete pazzo?

ARL. Ve digh che no vi alter.

CAP. Siete rimesso, siete nel ruolo, avete avuto lingaggio, avete avuta la montura, non pi tempo di dir non voglio.

ARL. O tempo, o no tempo, tegn el voster vestido. (vuole spogliarsi)

CAP. Giuro al cielo, non vi spogliate.

ARL. E mi me voggio spoiar.

CAP. Vi bastoner.

ARL. Chi bastoner?

CAP. Voi.

ARL. Sangue de mi, ve peler i mustacchi.

CAP. Ah disgraziato! Perdere il rispetto al caporale? Soldati, presto, mettetelo sulla panca.

ARL. Aiuto. (i soldati lo stirano sulla panca, e il Caporale lo bastona)

CAP. Camerata, a voi. (un altro Caporale lo bastona)

ARL. (Si raccomanda)

CAP. Alzati. (ad Arlecchino)

ARL. Ah, che son tutto rotto.

CAP. Presto, fa il tuo dovere.

ARL. Ah, che el me preterit l imperfetto.

CAP. Animo, dico.

ARL. Cossoia da far mi, poveretto?

DUE CAP. Avete da ringraziare chi vi ha bastonato.

ARL. Ringraziare? Ah, che sieu maledetti!

CAP. Mettetelo sulla panca.

DUE CAP. Altre cinquanta bastonate.

ARL. Piet, misericordia.

CAP. Fate il vostro dovere. (ad Arlecchino)

ARL. Sior caporal... la ringrazio... delle bastonade... che la mha favorido. (Possa esser appicado

per man del boia). (da s) Anca ela, sior soldado...

DUE CAP. Soldato? Son caporale. (gli d una bastonata)

ARL. Ho capido. La ringrazio: prego el cielo la benedissa (e ghe fazza romper i brazzi). (da s)

CAP. Conducetelo al quartiere. (a soldati)

DUE CAP. Imparerai a portare rispetto ai tuoi superiori. (partono tutti)

SCENA QUINDICESIMA

Camera in casa di Beatrice.

Don Garzia.

GAR. Se torno di quartiere in questa citt, Rosaura lha da scontare. Non son chi sono, se non la faccio piangere amaramente. Don Alonso mi ha ora leggermente ferito: ma pu essere chio unaltra volta gli misuri la spada al petto. Pazzo, pazzissimo don Alonso; egli sinnamora come una bestia, e pena nel distaccarsi dalle sue belle. Io allincontro con quanto piacere acquisto uninnamorata, con altrettanta indifferenza la lascio. Ecco la mia padrona di casa, che si d ad intendere daver il possesso di tutto il mio cuore. Ora tempo di disingannarla.

SCENA SEDICESIMA

Beatrice e detto.

BEAT. Don Garzia, egli vero che vi siete battuto?

GAR. S, signora, e son rimasto ferito.

BEAT. O cielo! Dove?

GAR. In un braccio.

BEAT. Per qual causa vi cimentaste?

GAR. Per una donna.

BEAT. Per una donna?

GAR. Mah! le belle donne ci fanno precipitare.

BEAT. Io non vi ho mai posto in verun pericolo.

GAR. Oh, in quanto a voi la cosa diversa.

BEAT. Non poteva io, se stata fossi una frasca, dar retta a quelli che minsidiavano?

GAR. S; perch non lavete fatto?

BEAT. Per essere a voi fedele.

GAR. Mi dispiace che per causa mia abbiate perduto il vostro tempo.

BEAT. Anzi lho molto bene impiegato, amandovi costantemente.

GAR. Io lho impiegato molto meglio di voi.

BEAT. Perch?

GAR. Perch ne ho amate sei in una volta.

BEAT. Voi scherzate.

GAR. Dico davvero. E se volete sapere chi sono, ve lo dir.

BEAT. Voi lo fate per tormentarmi.

GAR. No, faccio per dirvi sinceramente tutti li fatti miei. Sentite, e ditemi se sono di buon gusto.

BEAT. (Ah, fremo di gelosia!) (da s)

GAR. Una donna Aspasia, la figlia di quel dottore ignorante a cui, per aver libert, ho dato ad intendere che lo far essere auditore del reggimento. Unaltra donna Rosimonda, la quale mi ha caricato di finezze, ed io non ho fatto altro per lei, che farle avere la cassazione dun soldato. La terza quella ridicola di donna Aurelia, colla quale cenavo quasi tutte le sere. La quarta una mercantessa, che voi non conoscete; costei darebbe fondo al fondaco di suo marito, per aver lonore di esser servita da un uffiziale. Le altre due sono giovani di basso rango: una cugina dun caporale, che in grazia sua diventato sergente; e laltra figlia dun sergente stroppiato, a cui ho fatto ottenere un posto nellospitale.

BEAT. Bravo, signor tenente, ed io...

GAR. E voi siete la settima che in questa piazza ho avuto lonor di servire.

BEAT. Ah, voi mi avete tradita.

GAR. Tradita? Come? Che cosa vi ho fatto?

BEAT. Avete giurato damarmi.

GAR. vero, e vi ho mantenuta la parola, e vi ho amata.

BEAT. Come potete dire davermi amata, se con sei altre vi siete divertito?

GAR. Oh, la sarebbe bella che si dovesse amare in questo mondo una cosa sola! Io amo le donne,amo gli amici, amo i cavalli, amo la bottiglia, amo la tavola, amo la guerra, amo cento cose e dubitate che non abbia avuto dellamore anche per voi?

BEAT. Che parlare il vostro? Confondete le donne con i cavalli, colla guerra, colle bottiglie?

GAR. Luso che se ne fa diverso: ma lamore che io sento per tutte queste cose, lo stesso.

BEAT. Dunque voi provaste per me lamore istesso che provate per un cavallo?

GAR. S, signora.

BEAT. Andate, che siete un pazzo.

GAR. Questo me lhanno detto dellaltre donne, pu essere che sia la verit. BEAT. Siete un perfido, un infedele.

GAR. Oh, questo non me lha detto altri che voi.

BEAT. Avete mai serbato fede a veruna?

GAR. Con tutte ho fatto listesso.

BEAT. E non siete un infedele?

GAR. No, perch non ho mancato mai di parola.

BEAT. Avete mancato a me crudelmente.

GAR. Perch?

BEAT. Non mi avete promesso il cuore?

GAR. S, ma non tutto.

BEAT. Perfido! Di una parte non so che farne.

GAR. Scusatemi, siete un poco troppo indiscreta.

BEAT. Ma perch oggi farmi allimprovviso una s bella dichiarazione?

GAR. Perch forse questa sera o domani dovr partire.

BEAT. E vi congedate da me con un s amabile complimento?

GAR. Vi dir: se partendo vi avessi lasciata nellopinione in cui eravate, voi per fare unazione eroica mi avreste forse conservata la vostra fede. Cos intendo di fare una buona azione, ponendo il vostro cuore in tutta la sua libert.

BEAT. Ah, che il mio cuore non amer altri che voi.

GAR. Far uno sproposito assai grande.

BEAT. Lerrore lho io commesso quando ho principiato ad amarvi.

GAR. Chi vi ha obbligato a farlo?

BEAT. Voi.

GAR. Vi ho forse usata violenza?

BEAT. No, ma le vostre dolci maniere mi hanno incantata.

GAR. Ed ora sono in debito di disingannarvi.

BEAT. Ah perfido!

GAR. Servo umilissimo. (in atto di partire)

BEAT. Ah ingrato!

GAR. Padrona mia riverita. (come sopra)

BEAT. Fermatevi.

GAR. Con tutta la venerazione e il rispetto. (parte)

BEAT. Rimango stupida, non so che credere, non so che pensare. Possibile che don Garzia faccia s poco conto di me? Sa quanto lamo, sa la mia fedelt, sa tutto, e cos mi lascia? E cos mi maltratta? E cos paga lamor mio, la mia tenerezza? Ah, non per questo posso lasciar damarlo. Egli forse ha voluto provare la mia costanza. Voleva forse vedermi piangere. Lo cercher, e ancorch piangere io non sappia, studier la maniera di trar le lagrime con artificio, poich queste sono la pi sicura via per trionfare degli uomini.


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera in casa di Pantalone con tre porte.

Pantalone e Rosaura.

PANT. Via, cossa xe sto pianzer? Cossa xe sto suspirar? Vostro danno, no dovevi incapriziarve in tun forestier. Sav pur che i offiziali adesso i xe qua, doman i xe l; che i xe soggetti a i ordini del so general. Ve manca partidi da par vostro in citt? Aveu paura de no ve maridar con zente da par vostro, con zente ricca e civil?

ROS. Ah, signor padre, ora le vostre parole non sono pi a tempo. vero, non dovea innamorarmi di don Alonso, lo confesso, lo accordo: ma ora il male fatto, n fia possibile che me lo stacchi dal cuore.

PANT. Abbi pazenzia. Lander via. Dise el proverbio: la lontananza ogni gran piaga sana. Se saner anca la vostra.

ROS. Ci non sar possibile. Piuttosto mi vedrete struggere di giorno in giorno, e morire.

PANT. Eh! Coss sto morir? Coss ste frascherie? Animo, animo, a monte. Ve marider, ve trover un bel zovene de vostro genio. No ve dubit gnente, che un chiodo scazza laltro.

ROS. Quello di don Alonso mi sta troppo fitto nel cuore.

PANT. Oh, alle curte. Don Alonso no xe per vu.

ROS. Oh cielo! Perch mai?

PANT. Per cento rason E po, no vedeu? Sempre colla spada in man, sempre criori, sempre baruffe.

ROS. Don Alonso assai ragionevole. Non si riscalda, se non provocato.

PANT. A proposito. Cossa ha dito quel sior tenente, che vha offeso vu e ha obblig quellaltro a sfidarlo alla spada?

ROS. Mi ha detto pettegola, fraschetta, impertinente.

PANT. Cuss se parla con una putta? Perch valo dito ste impertinenze?

ROS. Perch, venuto nelle mie camere senza ambasciata, lo ripresi dincivilt.

PANT. El xe un bel fior de vert. Manco mal che no mha tocc a mi a averlo in casa. In tunarmada ghe n de tutte le sorte, ghe n de boni, e ghe n de cattivi; e bisogna pregar el cielo, dovendo darghe quartier, che simbatta in ti boni.

ROS. Di don Alonso non vi potete dolere.

PANT. No me ne posso gnanca lodar.

ROS. Perch? Che vi ha egli fatto?

PANT. El tha innamor, el tha incant, el tha destrutto, e de una putta bona, quieta e innocente, che ti gieri, el tha fatto deventar unanema desperada.

ROS. Povero don Alonso! Non gli imputate a delitto ci che egli ha fatto senza sua colpa.

PANT. Via, basta cuss; no ghe ne parlemo altro. In casa mia, mai pi offiziali; pagher pi tosto del mio el fitto de una casa a posta; la fornir a mie spese, la dar per quartier a chi la vorr: ma in casa mai pi nissun. Se tanto ho da soffrir, avendoghene un bon, cossa sarave st, se fusse vegn a star da mi quel caro sior tenente Garzia?

ROS. Signor padre, osservate chi viene.

PANT. Chi lo quello?

ROS. il tenente Garzia.

PANT. Cossa vorlo? Retireve.

ROS. Regolatevi con prudenza. Non vi azzardate a rispondergli con calore. (Oh cielo! Mancava alle mie pene lodiosa vista di quellaudace). (da s, parte)

SCENA SECONDA

Don Garzia e Pantalone.

GAR. Ehi, ehi, signorina, non fuggite, che non sono il diavolo. (verso Rosaura)

PANT. Cossa comandela, signor? La favorissa de parlar con mi.

GAR. Siete voi il padrone di casa?

PANT. Per servirla.

GAR. Bene: avr lonore dessere alloggiato in casa vostra.

PANT. In casa mia?

GAR. S; casa vostra mi stata destinata per mio quartiere.

PANT. (No ghe mancheria altro). (da s) In casa mia xe alloz sior don Alonso.

GAR. Don Alonso arrestato in casa del capitano.

PANT. Ma qua ghe xe la so roba.

GAR. La sua roba si far portar via.

PANT. La me perdona, no me posso tor sta libert...

GAR. Alle corte. Per ordine di chi comanda, si fatto il cambio dei quartieri. Don Alonso non ha pi dabitare in casa vostra. Il Quartier-Mastro lha assegnata a me, ed ecco lordine in iscritto.

PANT. (Oh poveretto mi! Adesso stago fresco). (da s) La me permetta che prima parla col Quartier-Mastro...

GAR. Mostratemi prima lappartamento, e poi arlate con chi volete.

PANT. Lappartamento xe serr.

GAR. Apritelo.

PANT. (No so come liberarme). (da s) Le chiave le ghha sior alfier.

GAR. (Questo vecchio non mi vorrebbe in casa). (da s) Le chiavi dunque le ha il signor alfiere?

PANT. El ghha la roba, lha port via le chiave.

GAR. Qual lappartamento di don Alonso?

PANT. Quello. (mostra una porta chiusa)

GAR. E quellaltro di chi ?

PANT. Quelle xe le mie camere. (ne addita unaltra)

GAR. Ebbene, fintanto che don Alonso manda le chiavi del suo appartamento, abiter nelle vostre

camere. (si incammina dov Rosaura)

PANT. La supplico, la se ferma. L ghe xe la mia fameggia.

GAR. Che cosa importa a me, che vi sia la vostra famiglia? Ci sar loco anche per me. Ehi, entrate.

(chiama alla scena)

SCENA TERZA

Arlecchino ed altri soldati con bauli, selle, stivali, schioppi, pistole e altre robe del tenente; e detti.

PANT. Cossa xe sta roba?

GAR. Questa una parte del mio bagaglio: verr poi il resto; dite frattanto dove si deve mettere.

PANT. Ma... La perdona...

GAR. Animo, non vi tempo da perdere. I miei soldati non sono bestie.

PANT. Come! Arlecchin sold?

ARL. Sior s, domandeghelo al mio preterito.

GAR. Ors, entrate in quelle camere. (accenna quelle di Rosaura)

PANT. Laspetta; piuttosto... averziremo ste altre.

GAR. Ma se non avete le chiavi!

PANT. Prover se questa averze. Me par de s. (Oh diavolo maledetto! Bisogner che manda la putta fora de casa). (da s, apre colle chiavi)

GAR. (Vecchio malizioso, non mi voleva in casa). (da s)

PANT. La toga; xe averto; ma ghe xe la roba de sior alfier.

GAR. Il Quartier-Mastro la mander a prendere. Andate. (ai soldati)

ARL. (Oh che bel gusto a far el sold! Oh che bella sodisfazion!) (da s; entra in camera con li soldati)

GAR. Avete buona stalla? (a Pantalone)

PANT. Oh, mi no ghho altro che una stalletta, dove appena ghe sta un cavallo.

GAR. E dove metteremo li miei quattro cavalli?

PANT. Da mi no gh liogo. La me creda, che casa mia no xe bona per un tenente.

GAR. Non importa. Li terremo nellentrata; alzeremo le panche e faremo le mangiatoie.

PANT. Oh poveretto mi! El me rovina tutta la casa: ma la diga, no diseveli che i doveva marciar stassera o doman?

GAR. Abbiamo lordine di star preparati, ma la marcia non sicura. Se partiremo, lascier qui il mio bagaglio, ed al ritorno ci goderemo, staremo allegri, beveremo delle bottiglie, faremo delle feste di ballo, alzeremo una tavola di faraone; io taglier, e voi sarete interessato nella banca. (parte)

PANT. Oh maledetto! come diavolo alo fatto a cazzarse in casa mia? Ho finto de no saver gnente delle insolenze che lha dito a mia fia, per no metterme a cimento de precipitar. Ma ander a ricorrer; far de tutto che el vaga via. Serrer mia fia in camera, e se laver lardir davanzarse, ghe xe bona giustizia, me ne far render conto. (entra in camera di Rosaura)

SCENA QUARTA

Corallina, poi Arlecchino e soldati.

COR. Che imbroglio mai questo! Nuova gente in casa? Povero don Alonso, avranno saputo chegli faceva allamore colla padrona di casa, e lo avranno levato dalloccasione. Per me non ci penso. Anzi, per dir il vero, mi piace la novit.

ARL. Corallina. (esce dalla camera overa entrato cogli altri soldati)

COR. Arlecchino?

ARL. And, camerade, che vegno. (i soldati partono)

COR. Che fai in questa casa collabito da soldato?

ARL. Ho acquist el primo grado donor.

COR. S? me ne rallegro. Che cosa sei diventato?

ARL. El facchin della compagnia.

COR. Almeno guadagnerai qualche cosa.

ARL. Oh, siora s.

COR. Ti pagano bene? Ti regalano?

ARL. E come!

COR. Che cosa ti hanno regalato?

ARL. Vintiquattro bastonade.

COR. Oh povero Arlecchino! E vuoi continuare a fare il militare?

ARL. Se savesse come far a desmilitarme!

COR. Si prova.

ARL. Ho prov.

COR. E cos?

ARL. I maccoppa de bastonade.

COR. Dunque finita? Non puoi pi avere la tua libert? Povera Corallina, che ha perso il suo caro

Arlecchino! Ti voleva tanto bene, e ora a vederti soldato mi sento crepar dal dolore.

ARL. Auh, auh, auh, cossoia mai fatt? Auh. (piange)

COR. Se fosse in libert il signor don Alonso, procurerei io la tua cassazione.

ARL. Te preg, quand el vien, parleghe.

COR. Ma se questa sera marciano, addio Arlecchino; non ci vediamo mai pi.

ARL. Mai pi? Auh, auh. (piange)

COR. Non vi sarebbe altro che un rimedio solo.

ARL. Dimmelo, cara ti.

COR. Ma vi vuol coraggio.

ARL. Tra el corai e la paura, minzegner.

COR. Vien qui, che non ci sentissero. Bisognerebbe disertare.

ARL. Cossa vol dir desertar?

COR. Vuol dir fuggire.

ARL. Scampar? oh magari! Ma come?

COR. Potresti travestirti in maniera di non essere conosciuto. poco che sei fatto soldato, tutti non ti conosceranno.

ARL. Disi ben; questa la mincontra infinitamente; come moia da travestir?

COR. Ci penseremo. Verrai a trovarmi, e la discorreremo.

ARL. Son qua in casa col sior tenente.

COR. S? meglio; avremo campo di pensare.

ARL. Cara Corallina, te son obblig dellamor che ti ghha per mi.

COR. Caro Arlecchino, vorrei vederti in libert.

SCENA QUINTA

Don Garzia e detti.

GAR. Che fai tu qui? (ad Arlecchino)

ARL. Gnente. (con timore)

GAR. Perch non vai a prendere il resto della mia roba?

ARL. Son andadi i altri camerada...

ARL. E tu chi sei?

ARL. La me compatissa...

GAR. Briccone! cos obbedisci gli ordini che ti ho dato? (alza il bastone)

ARL. Ah, lustrissimo padron... (si ritira)

GAR. Fermati.

COR. Gli perdoni, poverino. (a don Garzia)

GAR. Fermati, dico. (lo bastona)

COR. Ah signor ufficiale, per carit, basta cos.

GAR. Via, in grazia di questa giovane, ti perdono. (ad Arlecchino)

COR. (Maledetto! gli perdona dopo che lo ha bastonato). (da s)

ARL. Grazie alla bont de vossustrissima...

GAR. Che fai?

ARL. Fazz la me obbligazion. (gli bacia il bastone) (Ah, se poss sbignarmela!) (da s) Corallina.

GAR. Non parti? (alza il bastone) ARL. Subito. (parte)

SCENA SESTA

Don Garzia e Corallina.

COR. (Io non posso vedere far male a una mosca). (da s)

GAR. Bella giovane, siete voi la cameriera?

COR. Per servirla.

GAR. Dite alla vostra padrona, che sia con me meno austera.

COR. S signore, la servir.

GAR. Dite, che se far stima di me, non si pentir davermi mandato del pari con don Alonso.

COR. Ho capito.

GAR. E voi non perderete il vostro tempo.

COR. Eh, benissimo.

GAR. Sentite, non fo per lodarmi, ma son generoso con le donne.

COR. Oh, me limmagino. (Se gli potessi cavar di sotto qualche cosa!) (da s)

GAR. Prendete tabacco? (tira fuori la tabacchiera dargento)

COR. S signore, quando ne ho.

GAR. Sentite questo, vi piace? (offerisce tabacco a Corallina)

COR. Oh buono! proprio di quello che piace a me.

GAR. Avete la tabacchiera?

COR. Guardi, ho questa porcheria. (ne mostra una cattiva)

GAR. Lasciate vedere.

COR. Eccola. (Ora mi dona la sua dargento). (da s; don Garzia mette un poco di tabacco nella scatola di Corallina, e poi gliela d)

GAR. Eccovi quattro prese del mio tabacco.

COR. Oh, la ringrazio. (Bel regalo! Principiamo bene). (da s)

GAR. Questo non niente. Vedrete quel che io far per voi. Come vi chiamate?

COR. Corallina.

GAR. Corallina mia cara, mi piacete, e se mi vorrete bene, farete la vostra fortuna.

COR. Oh, io non merito che vossignoria...

GAR. In verit non ho veduto una donna che mi piaccia pi di voi.

COR. Ella mi mortifica.

GAR. Avete due occhi che incantano.

SCENA SETTIMA

Brighella e detti.

BRIGH. Illustrissimo padron, la perdoni. Sua Eccellenza el signor General la domanda. GAR. (parte senza dir nulla, e senza guardar in faccia Corallina)

COR. Oh bella! Cos mi lascia?

BRIGH. Coss, patrona? De cossa se lagnela?

COR. Mi par che il vostro signor tenente abbia poca civilt colle donne. Se ne va senza nemmen salutarmi?

BRIGH. Son qua, supplir mi alle mancanze del signor tenente. Bisogna compatirlo; quando un offizial sente un ordine del comandante, el lassa tutto per rassegnazion; ma torno a dirve, se ve occorre qualcossa, son qua mi.

COR. Mi pare che quel signore sia un bello spilorcio.

BRIGH. Perch, padrona? Perch?

COR. Mi esibisce tabacco; mi chiede la tabacchiera, vede che non ho altro che questa, me ne mostra una dargento, e poi con quattro prese di tabacco se la passa, e mi rende la mia.

BRIGH. Oh, cossalo fatto? Che el me perdona, el sha port mal. El vede che una signora della so sorte ghha una scatola de metallo, e nol ghe offerisce la soa? La favorissa: che tabacco lo? Oh cattivo; cattivo tabacco, e pezo scatola; la se lassa servir da mi. Laver una scatola da par suo. (va prendendo varie prese di tabacco)

COR. A me piace il tabacco rap.

BRIGH. So el mio dover. (versa il resto del tabacco in mano) La tegna la scatola, e a bon reverirla.

COR. (Buono! Mi ha levato anche le quattro prese di tabacco.) (da s) Quando ci rivedremo?

BRIGH. Quando torneremo dalla campagna.

COR. Andate forse a combattere?

BRIGH. Cuss se spera.

COR. Quando?

BRIGH. Stassera o domattina.

COR. E vi andate con tanta franchezza? con tanta allegria?

BRIGH. Signora s, quando andemo a combatter, andemo a nozze. Lozio ne rovina. Corressimo sempre menar le man. Chi mor, bon viazo, chi vive, pol sperar davanzar. Anca mi de soldato son devent caporal, e de caporal son pass a esser sergente: chi sa che col tempo no arriva a esser qualche cossa de pi. In do maniere lomo se pol avanzar, colla penna e colla spada: ma colla penna se va de passo, e colla spada se va de galoppo. (parte)

COR. S; ma galoppando vanno pi presto allaltro mondo. (parte)

SCENA OTTAVA

Piazza remota.

Don Sancio e don Alonso, ed alcuni soldati.

SANC. Loccasion della marcia vi ha facilitata la libert. Il signor generale ha parlato a don Garzia, ed la cosa accomodata. Quando il tempo lo permetter, io vi far abboccare insieme, e tornerete amici.

ALON. Vado ad allestirmi per la partenza.

SANC. Dove?

ALON. Al mio quartiere.

SANC. Sapete voi dove sia il vostro quartiere?

ALON. Non la casa del signor Pantalone?

SANC. No; vi fu cambiato. Il vostro equipaggio e il vostro quartiere sono alla locanda del Sole.

ALON. Perch questa mutazione?

SANC. Per levarvi loccasione di far allamore.

ALON. Lamore non mimpedisce di far il dover mio.

SANC. Vi fa per cimentar colla spada.

ALON. A ci mastrinsero le impertinenze di don Garzia.

SANC. Originate dalla vostra passione.

ALON. Dite pi tosto dalla sua indiscretezza.

SANC. Ors, or non tempo di garrire. Due ore mancano alla sera, due ore mancano alla nostra marcia. Avete udito battere la generala? Poco pu tardare a suonar il rappello.

ALON. Con vostra permissione; or ora sono alla compagnia.

SANC. Dove andate?

ALON. Concedetemi un quarto dora, e mi vedrete alla mia bandiera.

SANC. Voglio sapere dove indirizzate i passi.

ALON. Ve lo dir.

SANC. Avvertite di non ingannarmi, che sapr il vero.

ALON. Capace non son io dingannarvi. Vado a dar lultimo addio alla mia adorata Rosaura.

SANC. E sar vero, che in un tempo in cui dovete animarvi per la battaglia, perdere vogliate i momenti nelle tenerezze damore?

ALON. Alle battaglie non ho bisogno di prepararmi. Il valore non esige esortazioni, n consigli, per ncontrare il cimento. Il tempo che mi avanza di libert, voglio donarlo al mio cuore, senza pregiudizio dellonor mio.

SANC. Voi parlate con troppo ardire.

ALON. Perdonate la mia sincerit.

SANC. Nipote, non vi abusate dellamore di vostro zio.

ALON. Un capitano che zio non mi fosse, non cercherebbe di togliermi un momento di bene, che pu essere lultimo della mia vita.

SANC. A niuno pi di me preme la vostra gloria.

ALON. Perdonatemi, preme a me, quanto a voi.

SANC. Col porla a rischio, mostrate curarla poco.

ALON. Posso compromettermi della mia virt.

SANC. Questa una presunzione.

ALON. Il tempo passa, e lo perdo in vano; addio, signore.

SANC. Andate, giovine incauto; precipitatevi, se volete.

ALON. No, non lo temete. Son chi sono, e vi far toccare con mano, che lamor nel mio cuore cede il loco al dovere di buon soldato. (parte)

SCENA NONA

Don Sancio e soldati.

SANC. Eppure lo compatisco. Gli mostro in faccia rigore, ma sento nel mio cuore piet. Se nota non mi fosse la sua prudenza, lavrei con la forza arrestato.

SCENA DECIMA

Arlecchino vestito da donna, e detti.

ARL. Per tutto l pien de soldadi. No so dove sconderme, no so dove andar.

SANC. (Che donna questa?) (da s)

ARL. (Oh diavol! L qua el me capitanio. Ander da unaltra parte). (da s)

SANC. Mi ha guardato, ha mostrato timore e vuol andarsene indietro? Voglio conoscerla. El, donna, chi siete voi?

ARL. (Oh, poveromo mi!) (da s, vuol fuggire)

SANC. Fermatevi, dico; chi siete?

ARL. Sono una fanciulla. (alterando la voce)

SANC. Dove andate?

ARL. A cercar mio padre. (come sopra)

SANC. Chi vostro padre?

ARL. Non lo so. (come sopra)

SANC. (Vi qualche inganno). (da s) Scopritevi.

ARL. Signor no. (come sopra)

SANC. Perch non vi volete scoprire?

ARL. Per la mia pudicizia.

SANC. (Costui un uomo, che carica la voce. Sarebbe mai qualche spia?) (da s)

ARL. (Oh, se podesse scappar!) (da s)

SANC. Scopriti, o ti far scoprire a forza di bastonate.

ARL. (Ah, ghe son!) (da s)

SANC. Scopriti, giuro al cielo. (lo scuopre)

ARL. Sior s.

SANC. Ah scellerato! Chi sei?

ARL. Son un galantomo.

SANC. Parla, confessa, sei una spia?

ARL. Sior no, son un soldado onorato.

SANC. Soldato!

ARL. Sior s, i mha fatto soldado stamattina.

SANC. Di qual compagnia?

ARL. De quella de vussioria.

SANC. Come ti chiami?

ARL. Arlecchin Battocchio.

SANC. S, tu sei quello ch stato arrolato stamane. E ora, che pensavi di fare?

ARL. Scappar, se podeva.

SANC. Per qual ragione?

ARL. Perch no me piase le bastonade.

SANC. Caporale. (chiama)

CAP. Comandi.

SANC. Fate arrestar costui. Sia posto in ferri, e custodito nelle prigioni.

ARL. Manco mal, che nol me fa dar delle bastonade.

SANC. Chi sa che costui non sia entrato nelle nostre truppe con intelligenza deglinimici? Chi sa

che ora non tentasse di uscire per avvisar linimico delle nostre mosse? In tempo di guerra

convien temere di tutto. (parte)

CAP. Andiamo, camerata. Avete fatto presto a pentirvi.

ARL. In grazia del vostro maledetto bastone.

DUE CAP. Domani avrete finito di penare.

ARL. Ah, sia ringrazi el cielo!

DUE CAP. Quattro schioppettate fanno il servizio.

ARL. L meio quattro schioppettade, che dodese bastonade. (partono tutti)

SCENA UNDICESIMA

Camera di Rosaura con porte laterali.

Rosaura e Beatrice.

BEAT. Cara amica, perdonate sio vengo a recarvi incomodo. egli vero che don Garzia sia venuto di quartiere in casa vostra?

ROS. S, pur troppo la verit.

BEAT. E don Alonso?

ROS. E il povero don Alonso in arresto per sua cagione.

BEAT. Come ha fatto don Garzia a introdursi nella vostra casa?

ROS. Chieder a voi come abbia fatto a lasciar la vostra.

BEAT. Sperer di star meglio.

ROS. difficile; poich voi abbondate di camere, e noi siamo ristretti.

BEAT. S; ma supplisce il merito della padrona di casa.

ROS. Eh! signora mia, io non faccio la conversazione cogli uffiziali.

BEAT. N per me si battono glinnamorati.

ROS. Amo don Alonso, perch deve esser mio sposo.

BEAT. Ed io amo don Garzia per la stessa ragione.

ROS. Se don Garzia vi ama egualmente, perch vi abbandona?

BEAT. A questa interrogazione risponderete voi stessa.

ROS. Io?

BEAT. S, voi saprete chi me lha levato di casa.

ROS. Io so che con prepotenza si fatto aprire le camere di don Alonso.

SCENA DODICESIMA

Corallina e dette.

COR. Signora padrona, avete sentito?

ROS. Che cosa?

COR. La generala.

ROS. Che cosa questa generala?

BEAT. Marcia forse larmata?

COR. S, signora, tutti prendono larmi, si vanno unendo alla piazza, e quanto prima se ne anderanno.

ROS. Oh cielo! Partir don Alonso, senza che io lo possa vedere?

BEAT. Partir don Garzia, senza mantenermi la fede?

COR. E il mio povero Arlecchino chi sa se gli riuscir di fuggire.

ROS. Cara Corallina, informati di don Alonso, se parte, se resta; oh prigionia fortunata, se gli vietasse il partire!

BEAT. Procurate di vedere don Garzia; ditegli che vi persona cui preme di favellargli. (a Corallina)

COR. S, signora, vi servir, e nello stesso tempo minformer dArlecchino: siamo tre povere donne colpite da Venere, e assassinate da Marte. Il cielo ci liberi da Mercurio. (parte)

BEAT. Quali sono le camere occupate da don Garzia?

ROS. Nellaltro appartamento a mano dritta, fuori subito di quella porta.

BEAT. Vorrei sorprenderlo, segli viene. Mi permettete che io entri ad attenderlo?

ROS. Fatelo, se vi conviene di farlo.

BEAT. Ad una vedova qualche cosa pi si permette che ad una fanciulla.

ROS. Io so le mie convenienze, voi saprete le vostre.

BEAT. Non vi prendete pena per me. Amica, a rivederci. (Barbaro don Garzia, tu mhai da mantenere la fede). (da s, entra)

SCENA TREDICESIMA

Rosaura sola.

ROS. Misera me! Se parte don Alonso, quali spasimi prover il mio cuore! Almeno lo vedessi una volta, almeno potessi dargli un addio. Poco potr vivere da lui lontana. I suoi pericoli mi assaliscono con mille spade al seno, e limmagine della sua morte accelera ad ogni istante la mia. Oh cielo! sento che mi abbandonan le forze. (si getta a sedere)

SCENA QUATTORDICESIMA

Don Alonso e detta.

ALON. Rosaura, idolo mio.

ROS. Oim! voi siete? Voi, mio caro? In libert? In questa casa? Come? Perch? Partite? Restate? Consolatemi, per piet.

ALON. Se basta la fede mia a consolarvi...

ROS. Sedete, caro, non posso reggermi in piedi. (Alonso siede)

ALON. Se basta la mia fede, eccomi di nuovo ad assicurarvene eternamente. Voi possedete il mio cuore; per voi, se il cielo mi serba in vita, per voi sar questa mano; e se dispone il fato chio mora, morir vostro marito, col dolce nome di Rosaura fra le mie labbra.

ROS. Oim! che nuova specie di tormento mi arrecano le vostre voci? Ah, se prima sospirai di vedervi, or bramerei di non avervi veduto. Che fiero distaccamento per me fia questo! Che immagine dorrore minfonde nellanima la vostra partenza! Ah don Alonso, il vostro perielio incerto, e la mia morte sicura.

ALON. No, cara, non temete che il dolore vi uccida. Ci accaderebbe, se la speranza non vi consigliasse ad attendere il mio destino. Vado a combattere per lonor mio, e mi vedrete tornar glorioso a deporre a vostri piedi la spada. S, vi ho promesso il sacrificio di questa spada, e lo far, mia vita; s, lo far, e meco vivrete contenta, ed io mappagher del trionfo del vostro cuore, dellacquisto della vostra bellezza.

ROS. Belle lusinghe ad unanima innamorata! Queste durano fin che vi vedo. Ah, partito che siete, il dolore simpossessa vie pi del mio spirito, e non vi prometto di vivere lungamente.

ALON. Deh, non mi avvilite con immagini cos funeste. Con qual coraggio ander io a combattere, se voi mindebolite a tal segno?

ROS. Oh, giungessi io ad avvilirvi cotanto, che foste pi di me che della gloria invaghito!

ALON. Ah no, Rosaura, non vi trasporti lamore sino a desiderarmi indegno del nome di cavaliere. Cagliavi dellonor mio quanto della mia vita, e apprendete la massima, che meglio morire con gloria, che vivere con disonore.

ROS. Quai lezioni volete voi insegnarmi, ora che non conosco me stessa per la violenza dellamorosa passione? Sono unanima addolorata; compatitemi e consolatemi, se potete.

ALON. Altro non posso dirvi, mia cara, se non chio vamo; altro non posso offerirvi che la mia mano, in prova dellamor mio.

ROS. S, don Alonso, la vostra mano in questo punto fatale pu far argine alla forza del mio dolore.

ALON. Eccola, mia vita, eccola tutta vostra.

ROS. Cara mano, il cielo ti renda vincitrice e gloriosa.

ALON. Addio, Rosaura.

ROS. Deh, non mi abbandonate s tosto.

ALON. Volano i momenti, e il mio dovere mi sprona.

ROS. Ancora un poco trattenetevi, per piet.

ALON. S, idolo mio, giacch il cielo mi rende in questo punto felice...

ROS. Ricordatevi di chi vadora. (si sente il tamburo)

ALON. (Si alza e si pone il cappello in capo)

ROS. Oim! partite?

ALON. S. Addio.

ROS. Fermatevi.

ALON. Lonor mio nol consente.

ROS. Un momento.

ALON. Addio. (va per partire)

SCENA QUINDICESIMA

Don Garzia e detti.

GAR. Bravo signor alfiere! Chi porter per voi la bandiera?

ALON. Io far il mio dovere. (vuol uscire)

GAR. Eh, divertitevi colla vostra bella. (limpedisce)

ALON. Liberate il passo. (tenta passare)

GAR. Consolatevi ancora un poco. (come sopra)

ALON. Eh, giuro al cielo! (d una spinta a don Garzia, che traballando si scosta; indi parte correndo. Rosaura entra in altra camera)

SCENA SEDICESIMA

Don Garzia, poi Beatrice.

GAR. Ah temerario! ti raggiunger. (mette mano alla spada e va per uscire dalla porta)

BEAT. Dove colla spada alla mano?

GAR. A voi non rendo conto de passi miei.

BEAT. Per questa porta non passerete. (chiude luscio)

GAR. Lieve ostacolo per uscire.

BEAT. No, non si passa senza uccidere chi limpedisce. (si sente suonar il tamburo)

GAR. Presto, toglietevi da quella porta.

BEAT. No, se prima non mi sposate.

GAR. Che sposarvi! Ho da sposarvi a suon di tamburo?

BEAT. Avete a darmi la mano; avete a mantenermi la fede; altrimenti di qui non parto.

GAR. (Oim! il tempo passa, la compagnia sullarmi; pericola lonor mio). (da s) Giuro al cielo, toglietevi di cost!

BEAT. Svenatemi.

GAR. (Che faccio! minacciare una donna?) (da s)

BEAT. Via, uccidetemi, se avete cuore.

GAR. (Eh, si deluda). (da s) Ors, volete la mano? Eccola, venite qui.

BEAT. No, da qui non mi scosto. Eccovi la mia destra.

GAR. (Gi nessuno mi vede). (da s) Tenete. (le d la mano)

SCENA DICIASSETTESIMA

Pantalone, Brighella e detti.

PANT. Eccolo qua. (a Brighella, additando don Garzia)

BRIGH. Presto, signor tenente. (a don Garzia)

GAR. Vengo, lasciatemi. (vuol liberarsi da Beatrice)

BEAT. Signori, questo il mio sposo. (tenendolo per la mano)

PANT. Me ne rallegro.

BRIGH. Presto, che la compagnia marcia. (a don Garzia)

GAR. Si passa per di l? (a Pantalone, liberandosi da Beatrice)

PANT. Sior s.

BRIGH. La vegna con mi. (a don Garzia)

GAR. Oh donna indiavolata! (parte con Brighella)

BEAT. Avete inteso, signor Pantalone, il tenente mio consorte.

PANT. Pol esser che la resta vedoa la segonda volta.

BEAT. Non ho pianto la prima, non piangerei nemmeno la seconda. (parte)

PANT. S, quando una vedoa pianze, no se sa, se la pianze dal dolor o dallallegrezza.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera in casa di Pantalone.

Rosaura e Beatriceincontrandosi.

ROS. Signora Beatrice, larmata torna indietro.

BEAT. Lo so, lo so. Per questo son qui venuta ad attendere don Garzia.

ROS. Sono stata alla finestra per raccogliere qualche notizia.

BEAT. Ed io ho mandato in giro i miei servidori per esser informata di tutto.

ROS. Dicono che glinimici si sieno ritirati.

BEAT. Oib! dicono che si sono battuti.

SCENA SECONDA

Corallina e dette.

COR. Tornano indietro.

ROS. Lo so, lo so.

BEAT. Lo so, lo so. (tutte due in una volta)

COR. Hanno fatto una bella bravura. Linimico si avvicinato di pi di quel che si credevano; hanno trovato il posto disavvantaggioso, e sono fuggiti.

ROS. Non vero; glinimici si sono ritirati.

BEAT. Eh! se si sono battuti; se sono mezzi disfatti!

COR. Vi dico che tornano indietro per paura. Lho saputo da un foriere.

SCENA TERZA

Pantalone e dette.

PANT. Aveu savesto?

TUTTE E TRE Lo sappiamo, lo sappiamo.

PANT. I torna indrio.

BEAT. Avete saputo quanti sieno i morti?

PANT. Morti? Gnanca uno.

BEAT. Come! non sapete la gran battaglia?

PANT. Che battaggia? I torna indrio sani e salvi, senza aver visto la fazza dellinemigo.

ROS. Se lo dico io, linimico si ritirato.

COR. Eh, sar come ho detto io; questi sono fuggiti.

PANT. I dise che el general ha d ordene che i retroceda, senza saver el perch.

ROS. Perch quegli altri si ritiravano.

COR. Anzi perch si avanzavano troppo.

PANT. No xe vero n lun, n laltro. Zitto: me par de sentir el tamburo. (si sente il tamburo)

COR. Il tamburo?

PANT. I xe qua. Vago a vder. (parte)

ROS. Vado alla finestra. (parte)

COR. Vado sulla porta. (parte)

SCENA QUARTA

Beatrice, poi Rosaura.

BEAT. Io non mi parto di qui. Aspetto don Garzia. Se vivo, mio sposo. Se morto, pazienza: ne ritrover un altro. Vedova non voglio stare assolutamente.

ROS. Ah, signora Beatrice, il cuore mi balza in petto per lallegrezza.

BEAT. Avete veduto don Alonso?

ROS. S, lho veduto. Caro! mi ha salutata. Era io alla finestra, egli passato sotto e mi ha battute le dita colla bandiera. Che tu sia benedetto! Non ha patito niente, pi bello che mai.

BEAT. Avete veduto don Garzia?

ROS. S, lho veduto quel faccia tosta. Mi ha guardato e mi ha fatto delle boccacce.

BEAT. Manco male che non stato ferito.

ROS. Chi laveva da ferire?

BEAT. I nemici nel combattimento.

ROS. Eh, che non si sono mai sognati di combattere.

BEAT. Lo volete dire a me?

SCENA QUINTA

Corallina e dette.

COR. Vedete? poi come ho detto io. Non vero che glinimici si sieno ritirati.

ROS. N anche questi saranno fuggiti.

COR. Oh, signora s.

ROS. Oh, signora no.

BEAT. Nessuna di voi sa quel che si dica.

SCENA SESTA

Don Alonso e dette.

ALON. Si pu venire?

ROS. Eccolo, eccolo: mi rallegro.

BEAT. Come andata? Quanti morti? Quanti feriti?

ALON. Tutti sani, per grazia del cielo.

BEAT. Non avete combattuto?

ALON. No, signora.

BEAT. Mi pare impossibile.

ROS. Ecco: io ho detto la verit. I nemici si sono ritirati, non vero?

ALON. Oib; vingannate.

COR. Sicch dunque sar come ho detto io. Lor signori hanno alzato la gambetta.

ALON. Voi pensate male.

ROS. Dunque perch siete tornati indietro?

ALON. Sei miglia di qua lontano arriv un corriere. Il generale fece far alto. Lesse il dispaccio, indi, fatto fare allesercito mezzo giro a dritta, ci ha fatti retrocedere alla citt.

BEAT. E non vi nessuno morto, nessuno ferito?

ALON. Signora no.

BEAT. Mi pare impossibile.

COR. Il corriere avr portata la nuova che glinimici si ritiravano.

ALON. Eh, pensate voi se tai notizie si portano dai corrieri! Egli spedito dal Gabinetto.

ROS. Si sa che cosa contenesse il dispaccio?

ALON. Non si sa.

BEAT. Lattacco sar seguito fra glinimici e quel corpo de vostri che guarda la montagna.

ALON. Non possibile. Il generale sped subito un distaccamento di cavalleria, ordinandogli di evacuare quel posto.

COR. (Giocherei la testa che sono fuggiti; dice cos per riputazione). (da s)

ROS. Dunque, caro don Alonso, voi resterete in citt.

ALON. Ho paura di no.

ROS. Per qual ragione?

ALON. Il nostro reggimento sar destinato ai posti avanzati. Non so qual luogo a me sar destinato.

ROS. Ma, caro don Alonso, ogni giorno ho da provare un nuovo tormento? Appena vi vedo, vi perdo. Che vita miserabile mai la mia!

ALON. Soffrite, anima mia. Il destino si canger.

ROS. Quanto durer questa guerra?

COR. Oh, se principiano a fuggire, finir presto.

ROS. E tu vuoi sostenere che sien fuggiti!

COR. Ci scommetto losso del collo.

ALON. Voi siete unimpertinente.

ROS. Ditemi, don Alonso, per quel tempo che vi fermate, non verrete voi ad alloggiare in mia casa?

ALON. Don Garzia me lha usurpata. Ma giuro al cielo, me ne render conto.

BEAT. Don Garzia non ha paura di voi.

ROS. Deh, se mi amate, fuggite lincontro di cimentarvi.

COR. Ecco il signor tenente.

ROS. Per amor del cielo, frenate lo sdegno.

SCENA SETTIMA

Don Garzia e detti.

BEAT. Ben venuto, me ne rallegro, bravo, evviva.

GAR. Signor alfiere, di voi andava in traccia.

ALON. Eccomi, che volete da me?

ROS. Ah don Alonso!

GAR. Voglio soddisfazione dellinsulto fattomi in questa casa.

ALON. Son pronto a darvela.

BEAT. Eh via, don Garzia...

GAR. Andate al diavolo. (a Beatrice)

ROS. Don Alonso...

ALON. Cara Rosaura, se ricuso di battermi, ho perduto lonore.

GAR. Questa volta non vi risparmier la vita.

COR. (Or ora si sbudellano qui). (da s, parte)

ALON. Usciamo di questa casa.

ROS. Oh cielo!

BEAT. Fermatevi. (a don Garzia)

GAR. Non mi rompete il capo. (a Beatrice)

BEAT. Sono la vostra sposa.

GAR. Siete il diavolo che vi porti. (a Beatrice)

SCENA OTTAVA

Corallina, Brighella e detti.

COR. Eccoli, eccoli.

BRIGH. Presto, signori, el suo reggimento l destin de parada.

GAR. Dove?

BRIGH. No la sa? I ha da moschettar un desertor.

GAR. Chi costui?

BRIGH. Un certo Arlecchin Battocchio.

COR. Arlecchino disertore? Lhanno da moschettare?

BRIGH. Signora s.

COR. Oh povero Arlecchino!

GAR. Andiamo al nostro dovere; dopo ci batteremo. (ad Alonso, e parte)

ROS. Caro don Alonso, ricorrete contro di don Garzia.

ALON. Il mio giudice la mia spada. (parte)

COR. Signor sergente, morir quel povero disgraziato?

BRIGH. Ma! chi deserta, more.

COR. E non vi sar nessuno che parli per lui?

BRIGH. Ho visto a manizarse el sior Pantalon; ma ho paura che nol far gnente. vero che no l effettivamente desertor, perch nol sha trov fora della citt; ma lera travestido per desertar, e in occasion de guerra viva, se usa tutto el rigor.

COR. Dunque morir?

BRIGH. Ho paura de s.

COR. Voglio almeno vederlo.

ROS. Ed avrai tanto cuore?

COR. Sono tanto avvezza a praticar militari, che ho fatto un cuor di leone. (parte)

BRIGH. Bisogna che i militari i ghabbia infuso del gran coraggio. (parte)

SCENA NONA

Rosaura e Beatrice.

ROS. Quel don Garzia un uomo troppo precipitoso.

BEAT. Don Alonso ha poco giudizio.

ROS. Don Garzia lo ha provocato.

BEAT. Don Alonso gli ha perso il rispetto.

ROS. Difendetelo, che avete ragion di farlo.

BEAT. Finalmente mio sposo.

ROS. S, uno sposo che vi tratta con un eccesso damore.

BEAT. I militari non sogliono far carezze.

ROS. Credo che anchessi le sappian fare, quando amano.

BEAT. Voi lo saprete meglio di me.

ROS. No, signora. Non ne ho praticati tanti, quanti voi.

BEAT. Avranno conosciuto il vostro poco spirito.

ROS. Perch conoscono che voi siete spiritosa, vi strapazzano.

BEAT. Ol; parlate con rispetto.

ROS. Io sono nelle mie camere. Se non vi piace, quella la porta per dove si esce.

BEAT. Lo sapr don Garzia.

ROS. Sappialo anche don Satanasso.

BEAT. (Se non mi vendico, possa morire). (da s, parte)

ROS. Oh degna sposa di don Garzia! (parte)

SCENA DECIMA

Luogo spazioso verso le mura della citt.

Arlecchino cogli occhi bendati, in mezzo ai granatieri con baionetta in canna, che lo conducono a morire. Soldati sullarmi. Tamburo che suona. Don Sancio, don Garzia, don Alonso e Brighella ai loro posti. Savanzano i granatieri con Arlecchino: giunti al posto, lo fanno inginocchiare, poi sallontanano. Altri quattro soldati si preparano per tirargli.

SCENA UNDICESIMA

Pantalone e detti.

Don Sancio alza il bastone, e fa segno ai soldati che simpostino. I soldati alzano il fucile al viso. Pantalone parla allorecchio di Brighella e gli d un foglio. Brighella fa cenno al Capitano che aspetti; si parte dal suo posto, e va a parlare al Capitano. Il Capitano legge, poi fa cenno ai soldati che abbassino larmi. Brighella li riconduce al loro posto. Il Capitano parla piano a Brighella, accennando che gli consegna Arlecchino, poi col bastone fa cenno agli uffiziali e ai soldati che marcino. Pantalone fa riverenza e vuol ringraziare il Capitano. Egli fa cenno che stia cheto, per non precipitare il paziente. Gli uffiziali ed i soldati marciano, continuando il tamburo. Arlecchino va piangendo. Restano alcuni soldati con altro tamburo.

BRIGH. (Bisogna andar bel bello, acci nol mora dallallegrezza). (al Tenente) Arlecchin. (in qualche distanza)

ARL. Sior. (piangendo)

BRIGH. Moru volentiera?

ARL. Sior no.

BRIGH. Sav pur, che chi deserta, ha da morir.

ARL. Mi nol saveva, e me despias daverlo impar.

BRIGH. Ma! ghe vol pazenzia.

ARL. Sior sergente, quando i me mazzer, sonerali el tamburo?

BRIGH. Certo, i lo soner.

ARL. Pregh el ciel, che al tamburin ghe casca le man.

BRIGH. Zitto, Arlecchin, che gh bona speranza.

ARL. Oh, el ciel lo voia, per le mie povere creature.

BRIGH. Av delle creature?

ARL. Digo per quelle che posso aver.

BRIGH. (Se vede che l ignorante). (a Pantalone) Arlecchin, consolve, la grazia l fatta.

ARL. Fatta?

BRIGH. S, anemo, lev su.

ARL. Deme man.

BRIGH. Allegrezza, allegrezza. (tamburo suona)

ARL. Aiuto, son morto. (si butta in terra, poi tutti partono)

SCENA DODICESIMA

Camera in casa di Pantalone, con sedie, tavolino e due pistole.

Don Garzia solo.

GAR. Non son contento, se non distendo al suolo quel temerario di don Alonso; o egli, o io, abbiamo in questo d da morire. Non posso pi vedermelo dinanzi agli occhi. Quando sono alla compagnia, e lo vedo, mi si rimescola il sangue. Darmi una spinta? A me questinsulto? Ah! giuro al cielo, sarei troppo vile, se trascurassi di vendicarmi. Eccolo, giunge opportuno.

SCENA TREDICESIMA

Don Alonso e detto.

ALON. Don Garzia, parlatemi chiaro. Siete mal soddisfatto di me? Son pronto a darvi soddisfazione.

GAR. S, la pretendo, e la voglio.

ALON. Andiamo dove volete.

GAR. Al, di qui non si esce.

ALON. E volete battervi in questa casa?

GAR. Io sono loffeso. A me tocca la scelta del luogo e dellarmi.

ALON. Dellarmi? Non volete battervi colla spada?

GAR. No; voglio battermi colla pistola.

SCENA QUATTORDICESIMA

Corallina e detti.

COR. (Sotto una portiera ascolta tutto non veduta, poi con ammirazione parte)

ALON. Dove son le pistole?

GAR. Eccole, esaminatele, e caricate la vostra.

ALON. Sono due belle canne. Gli acciarini sono perfetti, bellissima incassatura. Tenete, io prendo

questa e la carico.

GAR. Imparerete a trattare co pari miei. (caricando la pistola)

ALON. Pi flemmatico, signor tenente. (caricando la sua)

GAR. Vi abbrucer.

ALON. Siamo in due, signor tenente.

GAR. Non siete degno di vivere.

ALON. Io ho caricato.

GAR. Voglio chiuder la porta. (va a chiudere)

ALON. Prendiamo i posti.

GAR. Ecco, appoggiamoci a queste sedie. (si appoggiano a due sedie, in distanza)

ALON. Cielo, aiutami.

GAR. (Tira, fa fuoco di fuori, e di dentro non prende)

ALON. La vostra vita nelle mie mani. (accostandosi a don Garzia colla pistola montata)

GAR. Tirate il colpo.

ALON. No, vi dono la vita; e perch non diciate che pure a me poteva mancare il colpo, osservate.

(spara allaria)

SCENA QUINDICESIMA

Beatrice e Rosaura di dentro, e detti.

BEAT. Aprite questa porta.

ROS. Aprite.

ALON. atto dincivilt negar daprire a due donne. (va ad aprire)

BEAT. Come! Don Alonso colla pistola alla mano?

ROS. Oim! Che mai accaduto?

ALON. Se volete sapere il vero, domandatelo a don Garzia.

BEAT. Povero don Garzia, siete stato assalito? Ditemi che cos stato?

GAR. Lasciatemi stare. (con disprezzo)

BEAT. Possibile che non vogliate moderarvi verso di me? (a don Garzia)

GAR. Possibile che non mi vogliate capire? Vi odio, vi aborrisco, siete un diavolo che mi tormenta.

ROS. Sono parole amorose. (a Beatrice)

BEAT. (Ed io seguir ad amarlo? Ah, sarei pazza se lo facessi). (da s)

ROS. Ma si pu sapere donde usc quello strepito di pistola?

ALON. Fu uno scherzo, fu una prova delle nostre pistole. Ecco, nessuno di noi ferito.

ROS. Ebbene, don Alonso, che nuova mi recate? sicura la vostra partenza?

ALON. Dubito che sia indispensabile.

ROS. Voi non mi date che triste nuove.

ALON. Vorrei potervene dare delle migliori.

ROS. Quando sarete mio?

ALON. Gi ve lo dissi, terminata la guerra.

SCENA SEDICESIMA

Don Sancio, Pantalone e detti.

PANT. La resti servida, illustrissimo padron, i qua tutti do.

SANC. E sar vero che due uffiziali sieno linquietudine del reggimento? sieno lo scandalo dellarmata? Don Garzia, ieri io stesso mandai mio nipote in arresto, poich egli a provocarvi fu il primo. Oggi so che voi lo avete sfidato colla pistola. Che vi ha egli fatto? Lo avete in odio? Volete spargere il di lui sangue? Che azione eroica sar la vostra? Che bellimpresa dun guerrier valoroso! Il generale sar informato della vostra condotta, vi dar il premio che meritate.

PANT. (Cara ela, la me lo fazza andar via, per amor del cielo). (piano a don Sancio)

BEAT. Caro don Garzia...

GAR. Che siate maledetta!

BEAT. (O che bestia!) (da s)

SANC. E voi, don Alonso, non potete staccarvi da questa casa? Qui non il vostro quartiere. Qui non vi chiamano le vostre incombenze.

PANT. Ghe lho dito anca mi, che el se contenta de andar via: ma bisogna che tasa.

ALON. Io non sono venuto in casa vostra violentemente. Amo la signora Rosaura, e a voi lho chiesta in consorte. (a Pantalone)

PANT. E mi cossa ghoggio dito?

ALON. Voi non mi avete messo fuor di speranza.

PANT. Ho dito che a un militar no la vi dar.

SANC. Ors, nipote, lora savanza; voi dovete marciar colla compagnia.

ALON. Per dove, signore?

SANC. Non lo sapete? Ecco come perdete il tempo. Il generale, pochi momenti sono, ha pubblicata la pace.

ALON. La pace?

GAR. La pace?

ROS. fatta la pace? (a Pantalone)

PANT. Cuss i dise.

BEAT. Don Garzia, fatta la pace?

GAR. Cos partir, e non vavr pi innanzi agli occhi.

BEAT. (Va, che ti possa rompere losso del collo). (da s)

ALON. Ah don Sancio, mio amorosissimo zio e capitano. Uditemi con amore paterno, e compatitemi con cuore umano. Amo questa onorata fanciulla, quanto amare si possa, lamo pi di me stesso, lamo pi della vita mia. Ho per sempremai preferito allamore lonore, e ho sacrificato la mia passione ai doveri di buon soldato, aglimpegni dun guerrier onorato. Promisi servire il mio Sovrano, finch durava la guerra; giurai di sposar Rosaura, stabilita la pace. Se ora rinunzio nelle mani del generale lonorato carico chio sostenni, soddisfo ad un tratto ad ambedue glimpegni miei. Non avrei ci fatto in mezzo ai pericoli della guerra. Posso ora farlo, che ho adempito al dovere, che restituisco glorioso qual mi fu consegnato il vessillo reale, e che lasciando di me nellesercito onorata memoria, passer, senza rimorsi al cuore, dallo stendardo di Marte a quello dAmore.

ROS. (Caro alfierino, come ha parlato bene!) (da s)

PANT. (Bisogna darghela, no gh remedio). (da s)

SANC. Nipote, voi mi sorprendete. Non dico che tale rinunzia possa ora pregiudicare alla vostra fama; vi pongo per davanti agli occhi il facile vostro avanzamento, e pel merito della vostra casa, e pel vostro valore.

ALON. Che mi parlate di avanzamento, di cariche, di fortuna? Mirate Rosaura, in essa ho collocato il mio bene. Bastami lacquisto del di lei cuore. Deh, lasciatemi in pace la mia fortuna.

SANC. Non so che dire, siete padron di voi stesso, siete provveduto di beni. La pace del cuore la maggior felicit della terra: non intendo di levarvela, non ho coraggio doppormi. Parler per voi al generale medesimo, e sei vaccorda il congedo, non temete che vostro zio possa formare ostacolo alla vostra felicit.

ALON. Cara Rosaura, sarete mia.

PANT. Sala, sior, che ghe son anca mi?

ROS. Caro padre, abbiate piet.

ALON. Ve la chiedo colla maggior premura.

PANT. Almanco che no para un pandolo; via, se el vostro general se contenta, sposla, che me contento anca mi.

ALON. Deh, amorosissimo zio, non trascurate di parlare in tempo per me; la marcia vicina; intercedete dal generale, chio ne possa essere dispensato.

SANC. S, don Alonso, vado per consolarvi; e tuttoch risenta al vivo la perdita di un nipote a me caro, preferisco alla vostra pace qualunque mia privata soddisfazione. Don Garzia, seguitatemi.

GAR. Eccomi. Don Alonso, vado per voi in arresto; ci non ostante riconosco da voi la vita, e come amico vi abbraccio.

ALON. Deh signore zio, risparmiate la pena a chi pentito si mostra.

SANC. S, questatto di rassegnazione lo merita; seguitemi e non temete. (parte)

BEAT. Don Garzia, me ne consolo.

GAR. Nulla mimporta n di voi, n delle vostre consolazioni. (parte)

SCENA DICIASSETTESIMA

Rosaura, Beatrice, don Alonso e Pantalone.

BEAT. Ingratissimo uomo!

ALON. Cara Rosaura, voi sarete mia sposa.

ROS. Lo voglia il cielo!

PANT. Bisogner vder se el general se contenter.

BEAT. Certamente: pu essere che non voglia che lalfier si mariti.

ALON. Egli non pu violentare la mia libert.

BEAT. Pu essere chei voglia che torniate prima in Ispagna.

ROS. Linvidia la fa parlare.

SCENA DICIOTTESIMA

Corallina, Arlecchino e detti.

COR. E viva, e viva, eccolo vivo e sano.

ARL. Signori, ghe rendo grazie de averme fatto nasser al mondo, dopo che i mha mazz.

ALON. Servi il tuo padrone con fedelt. Tu non sei buono per le militari fatiche.

ARL. L vero, sior, no so bon alter che da magnar. (il tamburo suona) Aiuto, misericordia. (fugge via)

ALON. Oim, le truppe marciano.

ROS. Fermatevi, non andate.

ALON. Devo assicurarmi della verit. Permettetemi. (parte)

ROS. Oh cielo! (in atto di partire)

PANT. Dove vastu?

ROS. Sul poggiuolo, a vedere che cosa segue. (parte)

PANT. Vegno anca mi, no la lasso sola. (parte)

BEAT. Corallina, lalfiere torna in Ispagna, e la tua padrona rester con tanto di naso.

COR. E don Garzia?

BEAT. Don Garzia... chi sa? Chi sprezza, vuol comprare. (parte)

COR. Povera gonza! Se tu volevi che don Garzia ti comprasse, dovevi tenere la mercanzia in migliore credito. (parte)

SCENA DICIANNOVESIMA

Piazza con un terrazzino.

Rosaura, Beatrice e Pantalone sul terrazzino.

Il Generale da un lato della scena. Le truppe marciano in ordinanza. Don Sancio alla testa. Un Alfiere colla bandiera. Don Garzia alla coda. Dopo breve marcia, il Maggiore fa fermare le truppe, e le fa presentar larmi.

SCENA VENTESIMA

Don Alonso e detti.

ALON. Signore. (al Generale)

GEN. Don Sancio mi ha parlato di voi. Non volete pi servire?

ALON. Vi supplico del mio congedo.

GEN. Dovreste chiedere lavanzamento, non il congedo.

ALON. Altri vi sono pi di me meritevoli.

GEN. Pensateci.

ALON. Vi ho pensato, signore.

GEN. Ebbene?

ALON. Vi supplico per la mia libert.

GEN. Amor vi seduce.

ALON. troppo amabile un tal seduttore.

GEN. Vi pentirete.

ALON. Pazienza.

GEN. Vostro zio piange la vostra perdita.

ALON. Piangerei pi di lui, sio perdessi il mio cuore.

GEN. Siete giovine.

ALON. vero.

GEN. Non avete imparato a pensare.

ALON. Imparer col tempo.

GEN. Sar tardi.

ALON. Pazienza.

GEN. Avete fissato?

ALON. S, signore.

GEN. Bene, siete in libert.

ALON. Deh, permettetemi... (gli vuol baciar la mano)

GEN. Eh! (d il comando per la marcia. Le truppe ed il Generale partono)

SCENA VENTUNESIMA

Rosaura e Pantalone scesi dal terrazzino, e don Alonso.

ROS. Eccomi, eccomi.

PANT. Dove diavolo vastu? In mezzo la piazza?

ROS. Perdonate in me il trasporto dellallegrezza. (a Pantalone) Caro don Alonso, sarete mio?

ALON. S, son vostro. Eccovi la mia mano.

PANT. Eh! seu matti? Andemo in casa.

SCENA ULTIMA

Beatrice e detti.

BEAT. Don Garzia partito?

ALON. S, partito.

ROS. E don Alonso non parte, non va in Ispagna.

BEAT. Ah perfido don Garzia! Ah misera abbandonata! Impareranno da me le donne ad essere caute, a fidarsi meno. Voi lavete indovinata; voi avete trovato un terno al lotto. (a Rosaura)

ALON. S, adorata Rosaura, finalmente voi siete mia, io son vostro. Vamai teneramente, ma per lamore non ho mai trascurato lesecuzione de miei doveri. Tale esser deve lAmante Militare, il quale sopra ogni altra cosa di questa terra amar deve la gloria, la fama, la riputazione dellarmi, il decoro di se medesimo, quello della sua nazione; e far risplendere anche fra le passioni pi tenere la robustezza dellanimo, il valore, la rassegnazione e lonore.

Fine della Commedia
    Questo copione è stato visto: