L’amica della tigre

Stampa questo copione

Microsoft Word - L'AMICA DELLA TIGRE.doc

L’AMICA DELLA TIGRE

o sennò

I PARTI

TEATRINO ALL’ANTICA, MA NON TANTO

Di Carlo Terron

A Laura Adani: in ricordo d’una

serata di comune nostalgia per

il vecchio vaudeville

PERSONAGGI

AIDA, domatrice di tigri e altri animali

ISABELLA, sua mamma; era celebre nel 1920 per un famoso numero di

colombi ammaestrati

AMNERIS, figlia di Aida; tiene d’occhio la incomunicabilità a fini privati

AZUCENA, altra figlia dell’Aida; peccato che non compaia: sta

partorendo nella stanza accanto

FAUSTO, giocoliere da quattro palle; ormonicamente parlando, non è un

gran che

BERTO, pugilatore con possibilità di conquistare il titolo nazionale dei

pesi medi, dice lui; è già meglio

CAMILLO, marito di Azucena e basta

UNA MONACA, sa lei cosa deve dire e fare, ne ha viste tante!

Questa commedia fu rappresentata, per la prima volta, a Firenze, dalla compagnia del Piccolo Teatro di Firenze, il 2 febbraio 1963. Le parti erano così distribuite: Laura Adani (Aida), Isabella Riva (Isabella), Marina Dolfin (Una monaca), Nicoletta Rizzi (Amneris), Nino Dal Fabbro (Camillo), Mario Bardella (Berto), Gino Susini (Fausto), regia dell’autore.

 

Un salotto nella clinica “La joie de vivre”. Non s’è mai capito cosa ci stia a fare la grande riproduzione del quadro di Rembrandt: “La lezione di anatomia” che campeggia sulla parete in faccia. Cacciata lì, contro l’agro verdolino dei muri, fra i gelidi riflessi dei mobili di metallo geometricamente disposti e nemici implacabili di una mutevole visione vegetale d’alberi e di cielo, strenuamente difesa dal riquadro d’una finestra, sfuggita all’architetto in un momento di distrazione, ha, né più né meno, il senso di un mazzo di fiori introdotto in un missile spaziale. Comunque il fatto incontrovertibile che ci sia, può forse dipendere o dai gusti artistici di qualche indomito tagliator di carne che opera indisturbato, a mano libera, in qualcuna delle vicine sale operatorie – ce ne sono otto: una meraviglia! – oppure dal proposito dell’amministrazione, di insinuare una nota di signorilità antiquaria, proporzionata alle tariffe. Qui si paga anche l’acqua del bidet. Trattasi, ad ogni modo, di semplici ipotesi dettate dalla nostra incoercibile mania di voler dare una spiegazione a tutto, a causa di una deplorevole mancanza di riguardo verso il mistero che rende così gustosa la vita – il mistero non la sua mancanza di riguardo, beninteso. A onor del luogo, va detto che, qui dentro, non s’è mai né giocato a canasta né parlato di petulanti frivolezze: la pelle è la pelle ed essendo frequentato dai parenti dei ricoverati in attesa dell’esito delle mutilazioni e dei restauri consumati nella casa, gli argomenti che più frequentemente ricorrono nelle conversazioni volteggiano intorno a parole serie, caste e rare, tipo, tanto per comprometterci con qualche esempio: enfisema polmonare, volvolo ileocecale, lussazione congenita dell’anca, morbo di Heine-Medin, cachessia ipofisaria di Simmonds, angina pseudo membranosa bismutica, paraparesi atassica tabetica, cirrosi palustre, encefalite algo-mioclonica, leontiasi ossea, skeptoantianafilassia e, specialmente, altre con desinenza in oma: epitelioma, glioma, sarcoma, angioma e così via, ci siamo capiti; ognuna delle quali comporta un numero sterminato di bisturi, pinze, coltelli, seghe, divaricatori, cotone idrofilo… e carte da mille. È quindi almeno inopportuno che chi si paga, o si fa pagare, il lusso di condurvi la moglie soltanto a partorire, si debba dar delle arie, prendendo le cose in tragico, secondo un vecchio modo, se vogliamo piuttosto semplicistico, di affermare la propria personalità. Questo e non altro è il rimprovero implicitamente occultato fra le pieghe del discorso che una monaca cappellona, assorta e pia, aliena da pompe mondane, sta tenendo al cliente Camillo, uomo non impavido, di distinto aspetto.

MONACA          - Da quindici milioni di rendita in su, tutti i cancri di questa illustre città appartengono a noi.

CAMILLO          - Una bella soddisfazione.

MONACA          -  Ma anche una responsabilità.

CAMILLO          - Certo, certo. Adesso, poi, con miracolo economico che il reddito è aumentato…

MONACA          -  Anche i cancri, per fortuna.

CAMILLO          - Oggi aumenta tutto.

MONACA          -  Non ci lamentiamo.

CAMILLO          - Capisco.

MONACA          -  Se s’è dovuta costruire una nuova ala della clinica e raddoppiare le sale operatorie è solo merito della provvidenza.

CAMILLO          - Cosa sarebbe la vita senza un po’ di fede?

MONACA          -  Dio vede e provvede.

CAMILLO          - E concorrenza, concorrenza, ne avete?

MONACA          -  Come dice il Vangelo?

CAMILLO          - Come dice?

MONACA          -  Vivi e lascia vivere. Se, poi, qualcuno vuol andar a farsi assassinare altrove, libero di farlo. Ma chi ha una posizione sociale da difendere, non commetterà mai questo sbaglio.

CAMILLO          - Come dice il codice cavalleresco?

MONACA          -  Come dice?

CAMILLO          - Noblesse oblige. 

MONACA          -  Dice bene. Noi serviamo i palchi, non il loggione della Scala. Una clinica è come una sartoria, signor Camillo. Chi compra abiti fatti, andrà all’ospedale; ma chi si serve dalla Biki o dalla Veneziani, acquisterà da noi. È una questione di coerenza.

CAMILLO          - E di sapersi vestire. Perciò, lei è così elegante, sorella. Effettivamente, azzurra e bianca e quei piegoni sul sedere, la divisa della suora cappellona non si può negare che sia elegante.

MONACA          -  (modesta) Cosa dice? Un semplice modellino delle sorelle Fontana.

CAMILLO          - Ma bisogna saperlo portare.

MONACA          -  Una cosetta da niente, di due anni fa. Sa, fino all’anno scorso, ero a Roma; poi venni al Nord anch’io, per migliorare la mia posizione.

CAMILLO          - Il posto al sole. Eh, Milano è una gran Milano!

MONACA          -  Coll’aiuto del Signore.

CAMILLO          - Naturalmente. Coll’aiuto del Signore.

MONACA          -  E col voto ai democristiani, beninteso.

CAMILLO          - Beninteso. Ma…

MONACA          -  Dica, dica. Son qui apposta per rispondere ai ma dei clienti.

CAMILLO          - Volevo dire… mica per mancar di riguardo… Qui, soltanto cancri?

MONACA          -  Oh no! Certo, li preferiamo: essi sono la specialità della casa. Ma cosa sarebbe una grande sartoria, se si occupasse solo di abiti da sera? Mancherebbe altro. Per carità! A disposizione del cliente per qualsiasi cosa. Dal foruncolo all’epitelioma.

CAMILLO          - E parti, parti? Anche parti?

MONACA          -  Naturalmente. La classe dirigente di domani vede la luce tutta fra queste mura. Anche parti. Come no? Prova ne sia la presenza fra noi della sua distinta signora.

CAMILLO          - Intendo, non è che, trattandosi di cose di minor soddisfazione, l’assistenza lasci a desiderare?

MONACA          -  Lei ci offende. Tutto quello che esce da qui porta la firma della casa.

CAMILLO          - Sa, è la prima volta; deve compatire.

MONACA          -  Può riposare fra due guanciali.

CAMILLO          - Vorrei che, questo, potesse dirlo mia moglie. 

MONACA          -  Ma certo. Il nostro motto è “soffrire con gioia”. Partorire da noi è un piacere. Non se ne accorgerà nemmeno. È perfino capitato che una cliente si portasse via il bambino di un’altra, col felice risultato di introdurlo in casa del suo vero padre. E qualcuna, più distratta, se lo è anche dimenticato qui.

CAMILLO          - Lei mi toglie un gran peso dal petto.

MONACA          -  E, fra poco, lo toglieremo anche alla sua signora. Va bene?

CAMILLO          - Durerà molto?

MONACA          -  Dipende. Noi non abbiamo fretta. Più restano qui e più siamo contenti. La nostra organizzazione pensa a tutto. Qui ogni cosa ha il suo scontrino.

CAMILLO          - Ha le doglie da dieci ore.

MONACA          -  Già segnate, non si preoccupi. Il tempo è denaro.

CAMILLO          - Le son cominciate ieri sera, davanti alla televisione, assistendo “All’Amico del giaguaro”.

MONACA          -  E’ accaduto altre volte. Ma cosa sono dieci ore di fronte all’eternità?

CAMILLO          - Posso assistere?

MONACA          -  Se vuole. Basta avvertire in amministrazione.

CAMILLO          - Se è una questione di aiuto morale.

MONACA          -  Non serve molto, ma se può evitare il forcipe…

CAMILLO          - Gran Dio, il forcipe?

MONACA          -  Non occorrerà, però se fosse, appena appena, necessario, non la si lascerà soffrire. Sarà questione di cinque minuti. Sfido! Son centomila lire in più. Il nostro ginecologo è un fulmine.

CAMILLO          - Ha la barba?

MONACA          -  Ma certo. Sennò che ginecologo sarebbe? Tassativo. Percepisce un’indennità di barba.

CAMILLO          - Ciò mi rassicura.

MONACA          -  Qui c’è il meglio del meglio, signor Camillo. (Pia) Oggi tutti si preoccupano dei poveri. Nessuno che pensi alle sofferenze fisiche e morali dei ricchi. Modestamente e con l’aiuto del Signore, noi colmiamo questa lacuna. Cosa sarebbe l’assistenza sociale se avesse un braccio solo?

CAMILLO          - Sarebbe monca.

MONACA          -  Appunto. Noi rimediamo alla ingiustizia. 

CAMILLO          - Devono venire anche mia suocera, sua nonna e mia cognata.

MONACA          -  Partorienti anche loro?

CAMILLO          - No. No, no.

MONACA          -  Appendicite, calcoli, tracoma, ernia del disco, angina pectoris, otoscerosi, paralisi progressiva, utero retroverso, cateratta?... Non si facciano riguardo… Niente!?

CAMILLO          - (umiliato) Mi dispiace.

MONACA          -  Peccato. Per più di tre ricoverati della stessa famiglia c’era una riduzione.

CAMILLO          - Non hanno il senso del risparmio! Son sane come pesci. Sembra che lo facciano per dispetto.

MONACA          -  Non si affligga. Sarà per un’altra volta.

CAMILLO          - Grazie.

MONACA          -  Chissà, al prossimo parto della signora…

CAMILLO          - Lei è buona.

MONACA          -  Intanto, potranno prendere confidenza coll’ambiente. A cominciare da questo salotto d’attesa, qui tutto è a loro disposizione. Se credono, possono accendere la radio, la televisione; far girare dei dischi, telefonare agli amici, ricevere visite, mettersi in libertà, giocare in borsa, far degli esercizi di yoga, fondare delle società per azioni, scrivere lettere anonime e ordinare dei rinfreschi. Singolarmente e anche più di una cosa insieme. Salvo passare alla cassa, lei non deve pensare ad altro. C’è una tariffa già fissata per tutto. Siamo organizzati all’americana. In giardino c’è la piscina e il tennis, al mezzanino il bar, a pianterreno il dancing, nel sotterraneo le sale da gioco e, giovedì, ci sarà anche una sfilata di modelli con Mike Bongiorno e Celentano. Sia lodato Gesù Cristo.

CAMILLO          - E sempre sia lodato. Mi mandi un fernet!

MONACA          -  Bravo. Consumi, mangi, beva. Si ambienti. L’aiuterà a trascorrere lietamente il tempo. L’angelo delle corsie esce col suo bel passo spirituale e Camillo, consorte trepido, si appresta ad ingannare l’attesa, ricorrendo alle note pratiche provvidenziali di guardare l’orologio, di sedersi e di rialzarsi, di tendere l’orecchio in cerca di gemiti e di cercar di leggere “La Domenica del Corriere” senza riuscirci. In confidenza: è una grande occasione, sia per l’interprete, sia per il regista. Ne sapranno approfittare? Ad ogni buon conto, nel dubbio, offriamogli il pretesto sostitutivo di un breve monologo. La psicologia ha pure i suoi diritti. 

CAMILLO          - Ah che spasimi! Dieci ore e tredici minuti di doglie, riducono un uomo uno straccio. Maledizione a chi mi ha rivelato che i bambini non nascono sotto i cavoli! Lei almeno avrà la soddisfazione di dire: l’ho fatto io. La sua è una sofferenza concreta e produttiva. Ma io? Patisco per niente. Un patire perso. Come è ingiusta la vita! Sempre dalla parte delle donne. Io divento padre sulla parola e basta. Corna non credo d’averne. Però, dopotutto, la paternità è la meno sicura delle parentele. E andrebbe avanti chissà quanto a meditare questo serio concetto se una voce, dall’esterno, non venisse a spezzare il corso dei suoi pensieri: “Dov’è? Dov’è?...” Come generalmente accade, la voce si tira dietro la sua proprietaria. Trattasi di una vecchia signora aerea e floreale, dalla dolcezza drammatica e dalla nostalgia in armi; col viso ricamato da rughette gaie e cordiali: Isabella, nonna della partoriente.

ISABELLA        - Dov’è mio nipote? (Molto delusa alla vista di Camillo) Ah, sei tu. Come va?

CAMILLO          - Mi sento malissimo.

ISABELLA        - Ma chi è che deve partorire? Tu o Azucena?

CAMILLO          - Io soffro di più perché la mia sofferenza è senza sfogo.

ISABELLA        - (decisa a difendere i suoi diritti) E io, allora?

CAMILLO          - Lei è sua nonna. Cosa vuol soffrire, lei?

ISABELLA        - Camillo, non esser crudele. Io soffro più di tutti. Sia ben chiaro. Sono la radice della pianta. Gioie e dolori, tutto parte e arriva a me. Soffro per me, soffro per sua madre, soffro per sua sorella, soffro per te, soffro per lei e soffro per la creatura che deve nascere.

CAMILLO          - Che           c’entra        la         creatura?

ISABELLA        - Dieci ore che spinge. Chissà che mal di testa! Togliti, dunque, di mezzo e non rubarmi ciò che è mio. Lasciami soffrire in pace. Sono le grandi occasioni delle nonne, queste! Dio me l’ha data e guai a chi la tocca. (Si getta in una poltrona per soffrire meglio) Ah, è troppo! E Amneris; s’è fatta vedere, sua sorella Amneris?

CAMILLO          - Macché! Ha telefonato che considera i parti all’alba una grave mancanza di educazione e di contare su di lei solo dalle nove in poi.

ISABELLA        - Amneris è un’intellettuale e ha bisogno delle sue otto ore di sonno.

CAMILLO          - Ma la domatrice, sua madre, è tutto fuorché un’intellettuale. Eppure, nemmeno lei si è ancora fatta viva. Lasciano soffrire solo noi, senza darci il cambio. 

ISABELLA        - Non può far che vengano. Noi siamo una famiglia molto unita.

CAMILLO          - Se sua madre non arriva in tempo per versare un anticipo, qui mi sa che non la lasciano sgravare.

ISABELLA        - Aida verrà e pagherà. La sua funzione nella famiglia è quella di pagare. E, del resto, con la fortuna del circo che possiede e con la celebrità che ha, è il meno che possa fare per me che l’ho messa regolarmente al mondo e per le figlie che ha messo irregolarmente al mondo lei. Vorrei vedere che non lo facesse, dopo che mi son sacrificata a ritirarmi per non darle ombra.

CAMILLO          - Cosa vuole che dessero ombra dodici colombi ammaestrati contro venticinque tigri del Bengala!?

ISABELLA        - Nel circo, la grazia e la gentilezza contano quanto la brutalità e la ferocia, se non di più. Ricordati, Camillo, i colombi hanno le ali.

CAMILLO          - E le tigri hanno le unghie.

ISABELLA        - Ti perdono l’indelicatezza perché soffri e non sai quel che ti dici.

CAMILLO          - L’ho sempre pensato anche nei momenti di allegria.

ISABELLA        - Camillo, ti scongiuro, sto spasimando già abbastanza per il parto di Azucena. Non spezzarmi il cuore. Il mio numero è entrato nella storia. Quando le mie dodici colombe bianche facevano il doppio salto mortale, mentre l’orchestra suonava “La Paloma”; e poi venivano a sbeccuzzarmi il miglio fra i capelli, gli spettatori trattenevano il fiato.

CAMILLO          - E cosa crede che facciano quando sua figlia, accompagnata dalla marcia trionfale dell’Aida, introduce la testa nelle fauci di una tigre fino a titillarle le tonsille e, mentre con una mano le fa il solletico sotto il mento, coll’altra le pizzica il sedere?

ISABELLA        - Io so una cosa sola: che, dopo avermi voluta a Buckingum Palace, la Regina Vittoria mi scrisse una lettera autografa di quattro pagine che mi fa venire le lagrime agli occhi ancora, ogni volta che la leggo.

CAMILLO          - La legge spesso?

ISABELLA        - Tutte le sere prima di addormentarmi. Io coltivo la mia malinconia.

CAMILLO          - Se crede che le doni…!

ISABELLA        - Certo che mi dona. La malinconia è un segno di distinzione.

CAMILLO          - Mi levi una curiosità: la lettera della regina Vittoria la legge nell’originale oppure tradotta? 

ISABELLA        - Tradotta in francese: è più elegante. “Jolie madame, je vous remercie pour votre inoubliable spectacle de grâce ed de gentilesse… ».

CAMILLO          - E’ tradotta da cane e la pronuncia è pessima.

ISABELLA        - Figurarsi se non facevi pesare la tua qualità di guida turistica!

CAMILLO          - (dopo aver guardato l’orologio per la undicesima volta) Hai voglia che arrivi! E sì, dopotutto, è sua madre.

ISABELLA        - (mi sa che, in questa vecchietta, ci sia un bruscolo di astio. Risentimento circense?) Ma è anche Aida, l’amica della tigre. Non aspettarti, da lei, della solidarietà nel dolore. Aida è una donna forte.

CAMILLO          - Non mi aspetto che venga a soffrire. Mi aspetto che venga a pagare, perché quella poverina possa cominciare a mettere al mondo mio figlio.

ISABELLA        - Sarà qua in tempo. Siamo giusti. Poteva chiudere il circo e perdere una serata d’incasso perché sua figlia partorisce?

CAMILLO          - Poteva lasciarlo aperto senza di lei.

ISABELLA        - Non bestemmiare, Camillo. Tu non hai idea cosa sia il suo numero. Faceva svenire le esse esse. Hitler, che era Hitler, dopo avervi assistito, ne rimase terrorizzato. Ciò accadeva il primo aprile del 1945. Non ti dice niente questa data?

CAMILLO          - Cosa deve dirmi?

ISABELLA        - Fu il diabolico pesce d’aprile di Aida. Sapeva ciò che faceva quando lo invitò allo spettacolo, quella sera. Alla fine del numero, il Führer che, nonostante le apparenze, teneva dei nervi delicati, aveva perduto tutto il suo coraggio. Le cose peggiorarono, un quarto d’ora più tardi, quando si trovò solo con Aida, fra le quattro pareti del suo carrozzone, davanti a un letto da una piazza e mezza e si sentì dare dell’impotente. Un uomo distrutto! Dopo di che non gli rimaneva che perdere la guerra.

CAMILLO          - Sono le prime parole che sento.

ISABELLA        - E’ un segreto di famiglia. Quella sera, venticinque tigri e tua suocera Aida salvarono il mondo. Stalin voleva che lo rivelassimo – lui la vide al Cremlino e non si lasciò impressionare – ma noi non lo facemmo per lasciar credere a Churchill d’averla vinta lui. Ci teneva tanto!...

CAMILLO          - Perché tutti questi riguardi a Churchill?

ISABELLA        - (pudibonda) Bè, lasciamo andare… Sono stata io… Ricordi di gioventù… Caro, vecchio Winny!

CAMILLO          - Un altro segreto di famiglia? 

ISABELLA        - E non vi cascherebbe la carne dai denti se, ogni tanto, ve ne ricordaste. Vi aiuterebbe a mancarmi un po’ meno di rispetto.

CAMILLO          - Chi avrebbe detto che Churchill aveva un debole per le colombe?

ISABELLA        - E anche per qualcos’altro, anche per qualcos’altro. Quando esse venivano a posarmisi sul petto, era come un fiore di giglio, sbocciato su una mela granata. Non mi dimenticherò mai, nel 1931 a Budapest… E meno male che, a interrompere il flusso della nostalgia, viene la

MONACA          -  con un bicchiere su una guantiera d’argento.

MONACA          -       Il suo fernet.

ISABELLA        - (agguantandolo e gettandolo giù d’un fiato) Ci voleva.

MONACA          -       (a Camillo) Gliene porto un altro?

CAMILLO          - Doppio. In camera. E dei bignè.

MONACA          -       Bene.

CAMILLO          - Ancora niente?

MONACA          -       La fretta è nemica del bene, signor Camillo.

ISABELLA        - Le acque, almeno, le ha perse?

MONACA          -       C’è tempo a tutto, madame. E via.

ISABELLA        - Ah, ma lo fanno apposta!

CAMILLO          - Gliel’ho detto, fino a che qualcuno non passerà alla cassa, non la lasceranno partorire. Sono organizzati all’ Americana.

ISABELLA        - Figurarsi: italiani organizzati all’americana! Questo è uno di quei siti dove vendono i bambini e rubano la biancheria. Prendendo una subitanea decisione. Vado a darle una mano! Conducimi in camera sua!

CAMILLO          - E’ da tanto tempo che lei non partorisce più che non deve nemmeno ricordarsi come si fa.

ISABELLA        - Tanto che tu lo sappia: io ho sempre avuto una memoria di ferro. E l’arteriosclerosi non mi ha ancora raggiunto né il cervello né l’utero.  Escono. Speriamo bene. Torna subito la suora. Per prima cosa, infila uno scontrino in un apposito aggeggio; un lungo chiodo lucente su un dado di cristallo – del resto lo farà parecchie altre volte, in seguito – e poi ritira il vassoio col bicchiere. Non è che una scusa per farla essere presente, quando si fa udire la voce della lungamente attesa, e poter andare avanti.

AIDA                  - (metà dentro e metà fuori) Maschio, femmina? Dov’è stò fenomeno? Scommessa che ha ancora da uscire? Preceduta da Fausto, giovanotto longilineo che potrebbe essere comodamente suo figlio e a cui un vellutato soprabito di cammello bianco, conferisce un’elegante “a’ plomb” entra l’amica della tigre. Vatti a fidare delle impressioni! Ci si aspetta un gendarme di Maria Teresa e ci si trova ad aver a che fare con un’ aerea creatura bionda, conservata in maniera insultante. Evidentemente, il recipiente, non corrisponde all’aspetto. Ma, dopo tutto, un sottile vaso di delicata porcellana può ben racchiudere della dinamite e la calligrafia esteriore – un’arguta grazia estiva dalle unghie di velluto – contraddire totalmente la sintassi interna. E poi, qualcuno ha avuto il topé di scrivere: fragilità il tuo nome è donna.

MONACA          -  L’ha vinta, Madame.

AIDA                  - Sempre così, Azucena. Crede che andremo per le lunghe?

MONACA          -  Qui dentro non si può mai dire.

AIDA                  - (al suo accompagnatore) Te l’avevo detto di andar piano. Con quella là, per quanto tardi si arrivi, si arriva sempre presto. Per tutte le sue cose, ci ha sempre messo il doppio degli altri.

MONACA          -  Presentemente s’è assopita.

AIDA                  - A chi somiglia poi, pagherei saperlo. Se invece di essere sua madre fossi suo padre, dubiterei seriamente che si trattasse di mia figlia. Datti da fare, caro. Va svegliarla, avvertila che sono arrivata e dille di sbrigarsi che non ho tempo da perdere.

FAUSTO             - Forse sarebbe il caso che ti facessi viva tu. Che c’entro io?

AIDA                  - Dovrei farla una scenata e rischierebbe di ripercuotersi sulla creatura. Che magari, poi, per l’impressione, non ci venisse fuori con una gamba o con un braccio di meno. Chissà mai…! Son diventati così dispettosi. Da un po’ di tempo in qua, lascian sempre dentro qualche cosa. Preferisco fargliela dopo.

FAUSTO             - Ma come faccio a sapere che è lei?

AIDA                  - Regolati dal volume. Una donna gravida sarai in grado, almeno, di riconoscerla, spero. 

FAUSTO             - Tenterò, ma non prometto niente.

MONACA          -  Camera 1115: in fondo al secondo corridoio, a sinistra.

FAUSTO             - Grazie. E si avventura per il viscere della clinica.

MONACA          -  Che giovane garbato. È suo figlio?

AIDA                  - (naturalissima) No. È il mio amante.

MONACA          -  (più naturale ancora, se è possibile) La signora ha buon gusto.

AIDA                  - Grazie. Anche lei. Ne avremo per molto?

MONACA          -  Non si aspettava che lei per cominciare.

AIDA                  - Bene, cominciamo. Io mi sistemo qui.

MONACA          -  Desidera qualcosa?

AIDA                  - Una bistecca cruda, tre uova sode, una bottiglia di champagne e un telefono.

MONACA          -  E per il suo amico? Mi è sembrato un po’ pallido.

AIDA                  - Niente. Lui è un intellettuale e, alla mattina, non fa mai colazione. Fa solo il bagno. E, detto fra noi, credo, anche, che, al pallore, ci tenga. Vuol essere anticonvenzionale e bisogna aver pazienza.

MONACA          -  Allora, diciamo, un bagno per il signore. (Nell’uscire l’indice verso l’abito della cliente) Chanel?

AIDA                  - No. Balmain.

MONACA          -  Questi grandi sarti! Non si riesce più a distinguerli l’uno dall’altro. Va, per il momento. Il tempo che la domatrice si sfili i guanti, apra la borsetta e provveda a un breve restauro e poi la

MONACA          -  è di ritorno, recando un apparecchio telefonico che sistema sul tavolo dopo aver inserito una spina sul pavimento.

MONACA          -  Il numero della stanza è il 1115. In caso di bisogno c’è anche la teleselezione. Appena uscita,

AIDA                         - prende il ricevitore e fa un numero. Sarà il 1115?

AIDA                  - “Sì. Voglio essere informata punto per punto. Chiamarmi ogni cinque minuti. Calma e gentilezza…”. È tornato Fausto. 

FAUSTO             - Ecco fatta anche questa.

AIDA                  - Mi sa che tu sia un po’ giù di corda, gioia.

FAUSTO             - (non gli si può dar torto) Dopo lo spettacolo far l’amore e poi ancora otto ore di guida a rotta di collo… capirai…!

AIDA                  - (imperturbabile) Cosa preferivi far l’amore soltanto?

FAUSTO             - Personalmente, avrei preferito far soltanto otto ore di guida. Far l’amore con te è come scalare una parete di sesto grado.

AIDA                  - Dipende dal rocciatore, tesoro, non dalla parete.

FAUSTO             - Alla parete, prima o dopo, in cima ci si arriva. Ma, con te, non se ne vede mai la fine.

AIDA                  - Ti dispiace, amore?

FAUSTO             - Il troppo è troppo anche quando si tratta di spassarsela. Mai un minuto di raccoglimento, un po’ di tempo da dedicare allo spirito per guardarsi dentro.

AIDA                  - Sai che bella vista…!

FAUSTO             - E poi, a me, l’amore riesce bene solo una volta alla settimana.

AIDA                  - Già, tu sei uno di quelli del sabato. Ma non fare il broncio, caro. È solo questione di allenamento. Vorrà dire che, al prossimo parto di Azucena, guiderò io.

FAUSTO             - Ma non è questo, abbi pazienza.

AIDA                  - E cos’è?

FAUSTO             - Un po’ d’intimità… affrontare certi problemi… interrogare se stessi…

AIDA                  - Per domandarmi che?...

FAUSTO             - Saper perché si vive, per esempio. Il mondo non è come tu credi… un grande recinto per le belve. Esiste anche qualcosa fuori del recinto.

AIDA                  - Non vedo quale. Ma la vecchia è impaziente di farsi viva e non sarebbe educato farla aspettare.

ISABELLA        - Finalmente!

AIDA                  - E’ arrivato?

ISABELLA        - Intendo: finalmente, sei arrivata tu.

AIDA                  - Purtroppo, non posso dire altrettanto io. E pensare che i miei parti repentini hanno fatto epoca. Più di dieci minuti io non ci ho mai dedicato.  E, alla sera, sono sempre stata puntuale in gabbia. È così breve la vita che, se non ci si spiccia, alla fine si resta con un mucchio di crediti scoperti.

ISABELLA        - Le cose precipitose non riescono mai bene.

AIDA                  - A giudicare dalle figlie che ho messo al mondo, comincio a pensarlo anch’io. Se si sposta l’occhio un po’ a destra, si scorge la

MONACA          -  che è tornata con la colazione e la sta disponendo sul tavolo con tovaglia di pizzo, posate d’argento e un garofano in fresco.

ISABELLA        - Sei passata dalla cassa, almeno?

MONACA          -  (tempestiva) Non occorre. La signora può anche staccare un assegno qui.

AIDA                  - Ecco, finalmente, qualcosa per cui non si perde tempo. Apre la borsetta, prende il libretto e si mette a scrivere.

MONACA          -  Lasci pure la cifra in bianco. Pensiamo, poi, noi a completarla.

AIDA                  - (nel darle l’assegno firmato) Ecco, sorella. Siamo solvibili fino a cinquanta milioni.

MONACA          -  Nessuno ne ha mai dubitato, madame.

AIDA                  - Non startene con le mani in mano, Fausto. Non posso vedere la gente senza far niente. Da bravo, va a liberare il povero Oscar dalla macchina e portalo a far quattro passi.

ISABELLA        - Oscar? E chi è Oscar?

FAUSTO             - Il suo giaguaro. Otto ore di macchina anche lui. Non ci abbandona un momento. Sempre presente, in ogni circostanza. Nessuna esclusa.

ISABELLA        - Un giaguaro alla maternità?!

AIDA                  - E dove volevi che lo lasciassi? Se non me lo tengo vicino gli viene la malinconia.

MONACA          -  Non si preoccupino, nessun caso ci trova impreparati. (segna su un piccolo notes) Giaguaro. Libero o al guinzaglio?

AIDA                  - Dipende dall’umore che ha. Oggi è allegro. Senza.

MONACA          -  (sempre annotando) Benissimo. Se, poi, il signore vorrà fare una nuotata per tirarsi un po’ su, in giardino c’è la piscina a sua disposizione. Al primo piano, può fornirsi degli slip. Ne abbiamo di ogni grandezza. 

AIDA                  - E’ sufficiente una seconda misura. Che bisogno c’era di precisare? Puoi approfittarne per far prendere una rinfrescata anche a Oscar.

MONACA          -  (con la matita inastata) Slip anche per Oscar?

AIDA                  - No. Oscar è una creatura semplice che non ha ancora di queste abitudini innaturali.

MONACA          -  (scrivendo) Nudista.

AIDA                  - (a Fausto) Va pure gioia. Se avrò bisogno di te, ti darò una voce dalla finestra.

FAUSTO             - Se è possibile, io farei anche una dormitina per rimontarmi. Tu no, naturalmente.

AIDA                  - (dopo un’occhiata che è tutto un programma) Penso che qui non manchino né le camere, né i letti, tesoro.

MONACA          -  (pronta) A una o a due piazze?... Faccio due. Non si sa mai. E va a provvedere, evidentemente.

FAUSTO             - Posso chiederti un favore?

AIDA                  - Ma certo. presenza di

FAUSTO             - Non chiamarmi tesoro, per cortesia, specie in estranei. E fa un po’ di economia di vezzeggiativi, se ti riesce.

AIDA                  - Sta bene, stella.

FAUSTO             - ha una scossa elettrica. Non aggiunge altro per non peggiorare ulteriormente l’aggettivazione; si toglie il cappotto, lo getta su una sedia ed esce ad occuparsi del giaguaro.

AIDA                  - E’ un filosofo. Caro… (Si è messa tranquillamente a tavola a mangiare) E’ pieno di sonno, di amor proprio e di complessi. È rimasto uno dei pochi a credere che il letto sia fatto per dormire.

ISABELLA        - E’ il tuo ultimo?

AIDA                  - Mamma, mettiti in testa che, per me, l’ultimo non arriverà mai. Ce ne sarà sempre un altro dopo.

ISABELLA        - Non sono cose che dipendono da noi, figlia mia.

AIDA                  - Da voi no, ma da me sì. ed è appunto perché dipendono da me che so quel che mi dico. 

ISABELLA        - Viene sempre il momento della resa. Lo cantano anche nella Turandot.

AIDA                  - Fin che lo cantano nella Turandot, posso star tranquilla. Puccini non fa testo.

ISABELLA        - Si sa, tu stravedi per Verdi. Ne riparleremo dopo la menopausa.

AIDA                  - No no. Che nessuno si faccia delle illusioni. A letto, come in pista, tutto sta a farsi un nome; poi nessuno viene a chiederti la carta d’identità. La mia menopausa, ammesso che arrivi, perché ne dubito, non sarà una resa: sarà un’avanzata. Io detesto i vinti, le vittime e l’emicrania.

ISABELLA        - Non parlava così neanche Napoleone.

AIDA                  - E infatti, vedi come è finito. Nella vita, ci si arrende soltanto perché ci si vuole arrendere?

ISABELLA        - Purtroppo, il letto è un campo di battaglia dalla durata limitata. Arriva sempre l’ora che riesce impossibile imbastirci su un combattimento decente.

AIDA                  - Per quanto personalmente mi concerne, non mi sono mai sentita tanto armata. Non so che farci, ma più invecchio e più ringiovanisco. Squilla il telefono.

AIDA                         - mette giù la forchetta per prendere il ricevitore. “…Sì, va bene. Aspettiamo… Trattatela con dolcezza”.

ISABELLA        - A una certa età, la giovinezza diventa un vizio, figliola.

AIDA                  - Ecco una parola che non ha fatto mai parte del mio bagaglio interno. Basta, invece di vizio, chiamar le cose col loro vero nome e ci si sente subito a posto con la coscienza e non ti dico poi con la sintassi.

ISABELLA        - E quale sarebbe il loro vero nome?

AIDA                  - Legittime esigenze fisiologiche. (Versando dello champagne
anche alla genitrice) Non ho mai capito perché soddisfare certi bisogni,
fino a una certa età sia considerato naturale; e, da una certa età in su, debba
diventare contro natura. Diventa forse innaturale far colazione? Si mangia
fino alla            morte,  no?

ISABELLA        - Però ci si mette a dieta. Ciò comincia quando, dall’altra parte, non si trovano più complici disposti a spogliarsi; intendevo a coricarsi, a mettersi a tavola con noi, volevo dire. È molto semplice.,

AIDA                  - Per questo non ho preoccupazioni. Se una continua a domare delle tigri, non vedo perché non debba essere in grado di continuare a domare degli uomini che sono tanto più mansueti. Per le une come per gli altri, il segreto consiste nel catturarli giovani, 

ISABELLA        - Allevare dei cuccioli: che bestemmia!

AIDA                  - La gente non vuol essere libera, volete capirlo? ne ha una paura boia. In cattività si sente difesa, protetta e con la coscienza tranquilla. Questa è la chiave di volta di tutto quel che succede nel mondo. Su cento, ce ne sarà uno che ha il gusto di prendere. Novantanove non chiedono che di lasciarsi prendere. Capirai: uno contro novantanove, c’è da scegliere.

ISABELLA        - Ciò non ha niente da spartire coll’intestarsi a fare il braccio di ferro con l’età.

AIDA                  - L’età conferisce esperienza, autorità e potenza. Voi non riuscite a persuadervi che gli uomini, più giovani sono e più hanno bisogno di essere dominati.

ISABELLA        - Tutto sta nel non confondere il dominare con il superare.

AIDA                  - E’, più o meno, la stessa cosa. Tutti siamo comprati e tutti compriamo. È questione di tempi e di modi. Basta salvare la forma. Quelli che contano sono i risultati. E ti garantisco che i miei risultati di oggi non hanno nulla da invidiare a quelli di ieri; anzi, se c’è differenza, è in meglio. Per una donna che conosca il suo mestiere, l’età critica viene prima, non dopo i quarant’anni. Guardati intorno. Arrivo a dire che, a saperci fare, è la migliore età. Telefono. Solita manovra. “…Eh, lo so, è sempre stata pigra… Bisogna aver pazienza. Fatela passeggiare un po’… Naturlamente, in piedi. Deve passeggiare coricata?...”

ISABELLA        - E così, questo qui sarebbe… il più recente, diciamo.

AIDA                  - Ora si comincia a ragionare.

ISABELLA        - Quanti anni ha?

AIDA                  - Abbastanza per quel che deve servire.

ISABELLA        - E cosa fa di bello?

AIDA                  - Fa ciò che hanno sempre fatto tutti gli altri; anche se, francamente, potrebbe farlo meglio. Cosa deve fare?

ISABELLA        - Cosa fa nel circo, voglio dire.

AIDA                  - Giocoliere.

ISABELLA        - (subito, la competente) A quante palle?

AIDA                  - Quattro. 

ISABELLA        - (con disprezzo) E’ solo da sei palle in su che si è degni del nome di giocoliere. Dovresti saperlo.

AIDA                  - Ha buone speranze di arrivare alla quinta.

ISABELLA        - Dispari. Rango, figlia mia, rango! Ricordati che sei una Franconi. Di questo passo, mi domando dove arriverai. Una palla meno oggi, una palla meno domani, e si scende giù fino…

AIDA                  - Magari al portiere della Juventus. E lo chiami poco?

ISABELLA        - No, figlia mia, si scende giù fino all’ammaestratore di pulci che è il gradino infimo dell’arte circense e, oltretutto, si vive con un continuo prurito addosso.

AIDA                  - E va bene, facciamolo sapere a tutti, se è questo che ti preme. Perché fosti a letto, una volta, con Rastelli, per te, qualsiasi altro giocoliere conta meno del nano Bagonghi.

ISABELLA        - Tanto per la precisione, a letto con Rastelli ci sono stata tre volte.

AIDA                  - E non era niente di straordinario. Lo si sa. Anche questo fa parte della tradizione.

ISABELLA        - Prima di tutto è dipeso che aveva l’influenza; e poi che vorrebbe dire? Contava il gesto. Nel circo, queste cose valgono come una investitura nobiliare.

AIDA                  - Va bene: sei stata nominata commendatore.

ISABELLA        - Non denigrare gli immortali! Col cavallerizzo acrobata Caroli e con gli icaristi al trapezio Cadonas, Rastelli, fu la prima delle tre più grandi attrazioni che il circo abbia mai avuto.

AIDA                  - E il mio numero cos’è? Piscio?

ISABELLA        - Aida! Vuoi paragonare le tue tigri puzzolenti con le palle profumate di Rastelli?

AIDA                  - Me ne guardo bene. Sarebbe come paragonare la battaglia del Piave con un partita a boccette. Ma lo sai che, al mio numero, ci sono state donne che hanno partorito dalla paura? A proposito… Piglia il telefono e fa il 1115. “…Bè?... Che tiratardi!...”.

ISABELLA        - (come se l’interruzione non ci fosse stata) Ma Rastelli lavorava con dieci palle contemporaneamente! Ti rendi conto? Dieci palle!

AIDA                  - Già. E gli restava una mano libera per allungarti qualche pizzicotto. 

ISABELLA        - Che tempi. Sfido che il circo è in decadenza. Più nessun rispetto.

AIDA                  - L’hai detto: più nessun rispetto. Semplifica la vita ed è più comodo.

ISABELLA        - Del resto, lo hai rivelato col disprezzo che hai sempre dimostrato per il mio numero. E dire che una mia rentrée potrebbe farti raddoppiare gli incassi.

AIDA                  - Mamma, i colombi non sono più di moda. Oggi usano altri uccelli.

ISABELLA        - Ma l’ho presentato in vaticano, per la Pentecoste, davanti al Papa Pacelli che piangeva come una fontana.

AIDA                  - I papi non vanno al Circo equestre.

ISABELLA        - La noblesse du cirque è proprio morta e sepolta! Materialismo e basta. Puntuale la chiamata del telefono.

AIDA                  - (rispondendo) “… Provate a farle dei massaggi sul ventre, che vi devo dire?... Chissà mai!... Prendetela a sberle…”.

ISABELLA        - Ma Aida!

AIDA                  - “…E allora legatela!...” Dicevamo?

ISABELLA        - Cosa dicevamo?... Ah sì (via col tono primitivo) E poiché il parto di Azucena ci ha condotte sul piano della sincerità, ti dirò che non sono mai riuscita a capire questa tua predilezione per i giocolieri.

AIDA                  - E quella che non sono mai riuscita a capire io è stata la tua per gli uomini serpente.

ISABELLA        - Qui ti volevo. Non sai ciò che ti dici. Quel che un uomo serpente riesce a rendere nell’intimità, nessuno se lo sogna nemmeno. È ancora tutto un campo inesplorato.

AIDA                  - Meno male che non hai detto vergine.

ISABELLA        - E’ l’unica cosa che non posso dire.

AIDA                  - Non fosse altro che per far finire questa storia, bisognerà che, una volta, ci provi.

ISABELLA        - Non credere che sia tanto facile. Essi hanno una naturale ripugnanza per la brutalità. Prediligono la dolcezza, la grazia e l’eleganza.

AIDA                  - Le colombe e le colombaie, ho capito.

ISABELLA        - Sono esseri ritrosi, solitari e aristocratici, difficili da maneggiare. Mi ricordo nel 1921, a Berlino, l’uomo serpente, del Circo  Hagenbach. Una notte indimenticabile. L’olmo e l’edera. Per sciogliere i nodi delle nostre membra, si dovette far venire d’urgenza un altro uomo serpente dal circo Medrano di Parigi…

AIDA                  - Alt!

ISABELLA        - Come alt?

AIDA                  - Alt!

ISABELLA        - A tua madre. Alt? Debbo pur spiegarti come riuscì a scioglierci.

AIDA                  - No. Piantala con le commemorazioni. Non posso soffrire i ricordi.

ISABELLA        - Ma sono miei!

AIDA                  - Tuoi, miei o degli altri, fa lo stesso. Il tempo corrompe i ricordi e ce li fa rivoltar contro. E io non voglio avere né rimpianti sulla pelle, né crampi alla coscienza.

ISABELLA        - Infelice, i ricordi sono il meglio dell’esistenza di una donna. Essi ci aiutano a vivere.

AIDA                  - No. Ci aiutano a morire, contribuendo a farci invecchiare.

ISABELLA        - (al colmo della delusione) Anche senza ricordi vuoi rimanere?

AIDA                  - Appunto! Odio le nostalgie. Nuda alla meta!

ISABELLA        - Dove andremo a finire?

AIDA                  - Non certo dove sei finita tu. Il tuo sbaglio, vedi, è di essere saltata direttamente dalla giovinezza alla vecchiaia, senza passare attraverso la maturità che è il miglior tempo.

ISABELLA        - Come tutte le donne oneste.

AIDA                  - Alla larga da quel genere di onestà. Per il fatto di non fare le corna ai loro mariti, credono che tutto il resto sia loro concesso. L’abituale chiamata e la consueta risposta. “… Lo fa apposta. La conosco. Se ne approfitta perché non ci sono io. Fatele ingoiare un cocktail di Whisky e rhum. Metà e metà. Non meno di mezzo litro. Capito?...”

ISABELLA        - (atterrita) Mezzo litro?! Ma la ucciderai!

AIDA                  - Figurati,     robusta    com’è!

ISABELLA        - Ma se è sempre stata anemica come un tovagliolo!

AIDA                  - Storie! La farà soffrire meno, povera piccola; e le faciliterà l’espulsione. Dove eravamo rimaste? 

ISABELLA        - Alle nostalgie. La verità è che tu sei sempre stata gelosa di me.

AIDA                  - Senti, pur che termini questa litania una volta per sempre: sei disposta a rimettere su il tuo numero?

ISABELLA        - Non domando di meglio. Non ne posso più di vivere in pensione dalle Orsoline.

AIDA                  - …E ad eseguirlo in gabbia con me?

ISABELLA        - In mezzo alle tigri?

AIDA                  - Naturalmente. Che gusto ci sarebbe a metterti in gabbia da sola?

ISABELLA        - Per farmi sbranare, me e le mie tenere colombe!

AIDA                  - Sai che serata! Entreresti nella storia. Come Rastelli.

ISABELLA        - Ti sei rivelata. Al posto del cuore tu hai una frusta.

AIDA                  - La preferisco alla bottiglia di rosolio che hai tu.

ISABELLA        - Ma io ho messo al mondo un’anarchica!

AIDA                  - E’ la sola cosa di cui ti sono grata. È il momento del telefono. È uno sbaglio o questa volta ha un suono più allegro? “…Se Dio vuole!... Visto che brava?!... Ha perso le acque.

ISABELLA        - Finalmente. E’ apparsa la

MONACA               - .

MONACA          -  Ha perso le acque.

AIDA                  - Grazie, lo so. Me l’hanno già telefonato. La suora sembra sorpresa. Guarda perplessa lei, guarda il telefono ed esce poco convinta. Perché? Ora si dovrebbe andar via spediti.

ISABELLA        - Devo darti atto che i tuoi cocktails di mezzo litro hanno la loro efficacia.

AIDA                  - Vorrei vedere!... Non è la prima che faccio partorire. L’altra starebbe per chiedere spiegazioni ma non fa in tempo perché arriva Camillo, anche lui con la bella notizia.

CAMILLO          - Ha perso le acque.

AIDA                  - Già informata. 

CAMILLO          - E’ arrivata anche l’Amneris e desidera averla vicina.

AIDA                  - Chi desidera avermi vicina: Azucena o Amneris?

ISABELLA        - Ma Azucena, naturalmente. È lei che sta partorendo. Mica sua sorella.

AIDA                  - Vicina a far che?

ISABELLA        - E c’è bisogno di domandarlo? A tenerle una mano in mano, a rassicurarla, a darle coraggio; a fare quello che si fa tra cristiani. Per tutta risposta l’altra prende il telefono e fa un numero. Solito interrogativo: sarà il 1115? Mah…!

AIDA                  - “…Appoggiatele il ricevitore all’orecchio… Gioia, da brava!... Son qui, cara… la riconosci la mia voce? Qui, meno distante di quel che pensi… Buona…! Da brava! Sennò, sai che divento cattiva… Coraggio. Intese? Bacino. Ecco, ecco, da brava!...” S’è messa a far la gatta. Gli altri due la guardano stupefatti.

ISABELLA        - Ti è scoppiata la polveriera dell’affetto tutta in una volta?

AIDA                  - Povera piccola, non dovrei volerle bene, con tutto quello che me ne       vuole           lei?

CAMILLO          - Grazie. Così si deve parlare.

AIDA                  - (tutt’altro tono; la brutalità fatta persona) Dai, valle a dire che si sbrighi che è una vergogna. E di non far storie che non è più una bambina.

CAMILLO          - Caldo e freddo. Chi la capisce?

ISABELLA        - Nessun aiuto morale.

AIDA                  - Tutte debolezze borghesi!

ISABELLA        - Tu, nella vita, credi che basti pagare.

AIDA                  - Non sono io che lo credo. Siete voialtri.

ISABELLA        - E’ il prezzo che paghi volentieri per soddisfare, anche su di noi, la tua sete di tirannide.

AIDA                  - Mai pensato che, cavarsi il lusso di una famiglia rispettabile, costasse tanto caro!

ISABELLA        - Visto che ti vuoi privare anche del ricordo del primo parto di tua figlia, vado ad appropriarmene io.

AIDA                  - Così, poi, te lo porti dalle Orsoline e risparmi la spesa del televisore.

ISABELLA        - Un giorno verrai a chiedermelo di ritorno e non te lo restituirò. 

AIDA                  - Cosa? Il televisore?

ISABELLA        - No. Il ricordo. S’allontana disgustata.

AIDA                  - Secondo loro, dovrei fare i salti mortali perché sto per diventar nonna. Nel voltarsi si trova a faccia a faccia con la

MONACA          - . Queste sacerdotesse! Ti compaiono davanti quando meno te le aspetti. Lei che ha buon gusto, lealmente, da femmina a femmina: ho forse, l’aspetto di una nonna?

MONACA          -  Per carità, signora, sua figlia la sta calunniando.

AIDA                  - Fanno tutto per dispetto. Anche questa qui… cosa crede? Mi partorisce contro.

MONACA          -  Lo vogliono indolore?

AIDA                  - Indolore che?

MONACA          -  Il parto.

AIDA                  - Lei non è una buona cristiana, sorella. Non sa che è un peccato mortale? Cosa dice la Bibbia?

MONACA          -  Ne dice tante!

AIDA                  - “Donna, tu partorirai con grande dolore”.

MONACA          -  Sa, non poteva prevedere che si sarebbe inventato il cloroformio.

AIDA                  - Partorire è una funzione semplice, consapevole e naturale. Io sono per la natura. Sempre. Io, lei l’ho messa al mondo in piedi, una domenica pomeriggio, fra lo spettacolo diurno e quello serale. Serri i denti e vada avanti.

MONACA          -  Se, come mi assicura, si tratta di evitarle un peccato mortale, non insisto.

AIDA                  - Parola d’onore.

MONACA          -  Invece di tanti libri gialli, dovrei proprio decidermi a leggere la Bibbia. Ma è una riflessione personale che si perde nei corridoi del nosocomio.

AIDA                  - va alla finestra e guarda giù. 

AIDA                  - E lui nuota. Impiegasse, per fare all’amore, metà dell’ energia che spreca nel fare le vasche, i miei nervi sarebbero più distesi… Mah… un’altra vocazione sbagliata. Virilità, virilità, ormai il tuo nome è donna! Mano male che a rompere l’assedio del dubbio, interviene Amneris, la figlia cerebrale e letterata, quella matta.

AMNERIS          - Ma è disgustoso!

AIDA                  - Disgustoso? Questo magnifico animale? Non direi. Tu misconosci l’opera della natura? Qui occorre un a spiegazione: c’è stato un equivoco, giustificabile nel corso attuale dei suoi pensieri. Ha visto venir, dietro alla figlia, un maglione bianco sopra due pantaloni di velluto nero, riempiti da ottanta chilogrammi di atletica muscolatura maschia, scultoreamente modellata, ed ha creduto che la pessimistica esclamazione fosse rivolta lì. Si chiarisce subito; e, in seguito ancor meglio. Ma non anticipiamo.

AMNERIS          - Ma no. Lui è Berto.

AIDA                  - (spogliandolo, volevo dire scrutandolo) Complimenti!

BERTO               - Anch’io.

AIDA                  - E allora, chi è disgustoso?

AMNERIS          - Ciò che sta succedendo in quella camera.

AIDA                  - La verità è che tua sorella non sa partorire. Ecco tutto.

BERTO               - A me, invece non mi dispiace. Mi sa dire pane al pane.

AMNERIS          - Se ti diverte, libero di tornarci.

BERTO               - Posso?

AMNERIS          - Tutti i gusti sono gusti.

BERTO               - Bisognerà chiederlo alla padrona.

AMENRIS          - Parla con te, mamma.

AIDA                  - Vada, vada. Pare che, di là, amino la compagnia.

BERTO               - Ci vediamo. Ed esce elastico e potente.

AIDA                  - (oggi a me domani a te) E’ il tuo ultimo?

AMNERIS          - Chi lo sa? Tanto, anche lui è un altro volto della incomunicabilità universale.

AIDA                  - Ma che pretendi dalla vita, tu? 

AMNERIS          - Se la risposta non comportasse l’improponibile premessa di considerare assoluto un concetto relativo come quello di vita, vorrei riuscire a potermi impegnare in qualche cosa. Impegnare, capisci?

AIDA                  - Mi sforzo.

AMNERIS          - Possibile che tu capisca?

AIDA                  - Qualche volta capita. Non con te, ma capita. Dai dodici ai tredici anni, per esempio, ti sembrerà impossibile, ma io riuscivo perfino ad estrarre delle radici quadrate. Un colpettino di telefono; ce ne eravamo dimenticati. “…E pazienza…! Lasciatele tirare il fiato…”. Va avanti, va pure avanti.

AMNERIS          - (ma parla sul serio?) …Il senso, voglio dire, semantico del termine, nella sua attonita disponibilità metafisica.

AIDA                  - Quale termine?

AMNERIS          - Impegnarsi.

AIDA                  - Ah! E poi?

AMNERIS          - Ma è naturale,no?

AIDA                  - Dici?

AMNERIS          - E poi dico: poter consumare, fino in fondo, l’esperienza contemporanea dell’angoscia alienistica. Non pretendo poi troppo!

AIDA                  - E lo chiami naturale? Non si vive di sola angoscia, figlia mia!

AMNERIS          - Chiamalo se vuoi, un neomisticismo: o, equiparando i termini reversibili, un neoantimisticismo. Ti va?

AIDA                  - Fa tu?

AMNERIS          - …La perenne ricerca – intendo – d’un Dio che non esiste, sapendo che non esiste, ma ipotizzandone l’esistenza; in uno spirito di assoluto indifferentismo, innocente come la natura; che attraversa l’infinito per giungere, finalmente, a uno stadio animale, sia pure ad un livello più elevato e così via. Mi sono spiegata?

AIDA                  - Altroché!

AMNERIS          - Un’animalità antianimale, in un certo senso.

AIDA                  - E se facessimo un’antianimalità animale?

AMNERIS          - E’ tutto lo stesso. Perché il concetto di alienazione è circolare: un cerchio dove ogni punto è arrivo e partenza, indifferentemente. Chiaro?

AIDA                  - E nel caso – è una semplice proposta che ti faccio – che si trattasse di una riga dritta? 

AMNERIS          - Hai toccato il punto di frizione. In questo caso, il concetto di alienazione coinciderebbe col concetto esistenziale; i due concetti diverrebbero sovrapponibili e, cessando l’inconciliabilità, cesserebbe l’angoscia. È molto semplice.

AIDA                  - Ti faccio portare uno zabaione?

AMNERIS          - Sarebbe inutile.

AIDA                  - Me ne rendo conto; tanto, già, contro la meningite cosa vuoi che serva uno zabaione! E pensare che, sentendoti parlare d’impegnarti, avevo creduto, per un momento, che avessi finalmente deciso di fare il bagno almeno una volta alla settimana, di smetterla di mangiarti le unghie, di vestirti da cristiana, di cercarti un’occupazione e di cessare di vivere alle mie spalle! Guarda un po’…!

AMNERIS          - Abbi pazienza. Che puoi capire tu, mamma, del dramma della generazione alienata degli anni sessanta?!

AIDA                  - Una cosa, però, la capisco: che la colpa è mia. Questo è quel che accade a non lasciare i figli analfabeti e ostinarsi a dargli un’istruzione.

AMNERIS          - (dall’alto di un sovrano compatimento) Parli di fare il bagno, di lavorare, quando si tratta ancora di stabilire una improbabile consistenza demiurgica della realtà fenomenica…! …Credi, credi nel bagno, povera donna!

AIDA                  - Ah, per questo, credo anche in tante altre cose che rendono allegra la vita, te lo dico io. Credo nel caldo e nel freddo, nell’utilità di un bel paletò tiepido e di una fresca sottoveste di seta; credo nello stomaco vuoto e nello stomaco pieno, nelle ossa rotte, nel mal di denti, nel parto di tua sorella; nella paura che ho delle mie belve e nella paura che hanno loro di me; credo nel sesso; quello femminile e, soprattutto, quello maschile; nel malumore che mi viene quando non posso fare all’amore e nel benessere che mi sento dopo averlo fatto. Mettere insomma dell’entusiasmo e della gioia in tutto ciò che si pensa e che si fa… Credo, per esempio, in quella bella bestia muscolosa e calda che tu chiami Berto. E, posto che questa grazia di Dio esiste, si vede, e si tocca, scendiamo al concreto: come la mettiamo la consistenza fenomenica del Berto? Dì un po’ su!

AMNERIS          - Non comunico, te l’ho detto.

AIDA                  - Ma ci vai, almeno, a letto insieme?

AMNERIS          - E’ ben lì che non comunico.

AIDA                  - Man della Madonna, non comunichi? Sei ammalata. Approfittiamo che siamo in clinica per farti visitare. 

AMNERIS          - Ma che vuoi comunicare, quando si rifiuta la gente, si rifiutano le cose, si rifiuta la realtà, si rifiuta il mondo, si rifiuta tutto? Sarebbe una contraddizione.

AIDA                  - E lui cosa ne dice?

AMNERIS          - Che può dire un semplice automatismo sensoriale? Nel suo praticismo, crede di comunicare.

AIDA                  - Meno male. È già qualcosa.

AMNERIS          - E’ un istintivo. Come te. Confonde i riflessi condizionati col problema della conoscenza: lo stesso equivoco.

AIDA                  - Se Dio vuole.

AMNERIS          - E’ stato la mia esperienza neorealista, ecco tutto.

AIDA                  - Disgraziata! Offendere così la provvidenza. Far l’amore, ragazza mia, fa bene al fisico, tiene su il morale, e, soprattutto, conferisce una straordinaria capacità di capire la vita e di essere indulgenti coi propri simili che è la cosa più importante. Io mi meraviglio di una cosa sola: che, coi suoi riflessi condizionati, non ti abbia ancora strangolata.

AMNERIS          - (poveretta) Vedi, egli è chiuso, bloccato, starei per dire assediato nel proprio sesso: prevaricante, inequivocabile, irreversibile. Mi segui?

AIDA                  - Prigioniero del sesso. E, con la roba che c’è in circolazione oggi, si lamenta! Il guaio è che non esiste ancora un articolo del codice penale che persegua, a termini di legge, discorsi del genere. Povera infelice, ti comprendo, cosa credi? Per un’anormale come te, è troppo normale. Ti disturba il pessimismo?

AMNERIS          - Detto volgarmente, nei limiti della tua angusta possibilità di comprensione, è, più o meno, così.

AIDA                  - Senti un po’. A semplice carattere di stima, dà un’occhiata laggiù in giardino. Quello che sta sprecando in aria delle palle, che ne dici? Ti sembra meno assediato quello là?

AMNERIS          - (dopo averlo osservato) Mi sembra già una sessualità più sfumata, più problematica; meno esposta, meno vincolata e più disponibile.

AIDA                  - (colpita da un pensiero ancora vago) Disponibile… potrebbe essere un’idea. Mentre restano a guardare giù in giardino, suona il telefono. Per combinazione,

ISABELLA        - è appena entrata e va a rispondere lei. 

ISABELLA        - “…Sei tu Camillo?... Ma chi parla?... Dove? Cosa? Il veterinario ha paura di entrare nella gabbia?” Oddio!... Cade semisvenuta in una poltrona che, per fortuna, era a portata di sedere e lascia andare il ricevitore.

AIDA                  - accorre ad impossessarsene.

AIDA                  - Fa rinvenire tua nonna, tu; e poi cerca di portarla in giardino a prender aria (al microfono) “… Sì, ora sono io… Un’irresponsabile che s’impressiona per niente… Ma che prudenza e prudenza! Le conoscerò bene io, no? Le tigri non sono mai pericolose. Sempre meno, comunque, dei cristiani… Figurarsi, quando partoriscono…! Sheila, poi, è la creatura più mite e affettuosa del mondo. La conosco. Ci vivo insieme da otto anni. Cara… E’ solo un po’ nervosa perché non mi ha vicina, ecco tutto…Oé, niente scherzi… Che, poi, non mi soffochi la creatura!... E me lo dite solo ora? Ah, che bellezza… Da bere per tutti! Mette giù il telefono e si rivolge trionfalmente alla madre che la fissa terrorizzata. È nato. Maschio! Faccia un po’ altrettanto quella là, ora!

ISABELLA        - (con le mani nei capelli che, se non fossero già tinti, le si sarebbero incanutiti d’un sol colpo) La tigre preferita alla figlia!

AIDA                  - Vorrei vedere il contrario. Farmi fare seicento chilometri quando la mia tigre prediletta aveva maggiormente bisogno che le stessi vicina. L’avete fatto apposta a farla partorire contemporaneamente.

ISABELLA        - E’ spaventoso: ho messo al mondo un mostro! La

MONACA               - , or ora apparsa, non fa caso alla grave affermazione, avendo qualcosa da comunicare; o, se ci fa caso, non lo dimostra. Sanno fingere, sanno fingere.

MONACA          -  E’ nato.

ISABELLA        - (la voce dalle viscere) Azucena, cara! Hai capito!

AIDA                  - Ma Sheila è arrivata prima!

MONACA          -  A ruota. È tutta il suo ritratto, signora.

AIDA                  - Lo so. E’ il più bell’animale che sia mai apparso in un circo.

MONACA          -  Volevo dire la bambina.

AIDA                  - (una maligna soddisfazione) Ah! Femmina?!

MONACA          -  Una bellissima bambina.

AIDA                  - Ne riparleremo a vent’amni. Ma Sheila, invece: maschio!

MONACA          -  Vuol venire a vederla? 

AIDA                  - Nuda? Un po’ di decenza, sorella. Al disotto dei diciotto anni, la nudità è immorale. Lavatela, vestitela e poi venite a chiamarmi.

MONACA          -  Sarà fatto, Madame.

ISABELLA        - Ah, non resisto più. Portatemi via, conducetemi da quella povera martire.

AMNERIS               - e la

MONACA               -  sostengono la vecchia ed escono.

AIDA                         - si trova sola col

BERTO                      - la cui entrata, nella confusione, ci era sfuggita.

BERTO               - E’ stato proprio un bel vedere. Si capisce la forza del maschio, una questione di cinque minuti e, dopo nove mesi, tutto quel capitale. Son contento. Uno si sente di valere.

AIDA                  - Questo è niente. Bisogna vedere quando avviene fra i leoni, fra le tigri, fra le iene, fra i puma.

BERTO               - Le iene, eh!...

AIDA                  - E gli elefanti?! Il terremoto.

BERTO               - Viva le bestie! Ci scommetto che lei ha anche visto due leoni far l’amore.

AIDA                  - Un leone e una leonessa, vorrà dire.

BERTO               - Si sa mai: nella vita, si sa mai…

AIDA                  - No no. Le belve non hanno certi gusti.

BERTO               - Lei è competente. Basta la parola. Allora? Li ha visti?

AIDA                  - In un circo equestre, mica si preoccupano di tirare una tenda, capirai… M’è scappato. (Ma non l’avrà per caso fatto apposta?)

BERTO               - Mi dia pure del tu. Mi fa piacere.

AIDA                  - Anche a me.

BERTO               - E lo fanno spesso, lo fanno spesso?

AIDA                  - L’amore? Tutte le volte che gli prude la voglia.

BERTO               - L’è vera. Son bestie calde.

AIDA                  - Quando scappa scappa.

BERTO               - Urca se mi piacerebbe! Deve eccitare da maledetti.

AIDA                  - Non le gusta? A me, sono i discorsi che mi gustano di più. E, all’Amneris, le gusta?

BERTO               - A sua madre posso dirlo: non si prende soddisfazione. E, a far l’amore, chi non si prende soddisfazione in proprio, poca ne dà anche agli altri. Parlo bene?

AIDA                  - Non potresti parlar meglio.

BERTO               - Bà… Com’è che dice?.. Ah, dice che non fa contatto.

AIDA                  - Non comunica. 

BERTO               - Le manca la corrente.

AIDA                  - E allora?

BERTO               - Resta al buio, pora stella!

AIDA                  - E tu?

BERTO               - E’ fin un disturbo: io ho i fanali accesi a tutte le ore. E non è certo la Neris che mi dà una mano a spegnerli. Sa, io sono di porta Cica e faccio il pugile. Capirà… Ho bisogno di razione doppia, di tutto. Neris, le continuo a dire, l’amore non si fa colla testa: viene la micrania. Ci sono altre parti del corpo messe lì apposta. Macché! Non entrano nel circuito.

AIDA                  - Nel circuito quale?

BERTO               - (una bella risata da timidone che si spalanca) Ma del sangue, no? Dopo che è stato scaldato sul fornello della voglia.

AIDA                  - Hai anche tu i tuoi problemi; stavo per dire le tue angoscie.

BERTO               - No, signora. Ho delle ragazze e mi aiuto con loro. Ma quella che mi piace, a me, è la donna esperta che conosce il mondo, volevo dire il letto. Come si chiama?.. Che collabora, ecco! Qui intervenne una pausa e la domatrice si fece pensierosa. Però non par vero.

AIDA                  - Cos’è che non par vero?

BERTO               - (che, non sembrando, ha fatto le sue diligenti indagini oculari) I pezzi di ricambio. La perfezione! Non ci si accorge nemmeno. Chissà quanto son costati!...

AIDA                  - Che c’entrano i pezzi di ricambio?

BERTO               - (più ammirato che sorpreso) Una tetta di porcellana e la culatta d’avorio. A due passi, e nessuno se ne accorge. Son bravi stì dottori.

AIDA                  - E chi è la povera restaurata da far vedere nelle fiere?

BERTO               - Adesso non esageri. Le dico che a nessuno, le verrebbe neanche nella mente, va bene?

AIDA                  - Chi è, ti torno a domandare?

BERTO               - (confidenziale) Dài!... Siamo di famiglia! Che bisogno c’è di star segreti, ormai! A me, me l’aveva già raccontato una cavallerizza del circo Palmiri che andavo a stantuffare, stò agosto, sui prati della Barona. L’ammirazione che aveva per lei quella manza! Neanche di Mussolini parlava così.

AIDA                  - (soffocando, prima di esplodere) E che t’ha detto? Che t’ha detto? 

BERTO               - Acqua passata. L’importante è aver salvata la pelle, no? Se è stata rosicchiata dalle tigri, mica è colpa sua! Fa parte della sua leggenda.

AIDA                  - Io, rosicchiata dalle tigri? (Una mano sulla coscienza: che altro le resta da fare?) Tocca qui, disgraziato: tocca! Son pezzi di ricambio questi? È avorio? È porcellana?

BERTO               - Urca!... Sembra proprio carne fresca.

AIDA                  - Sembra?... La fine del mondo…!

BERTO               - Parola d’onore. Meglio della Neris. Non c’è confronto. Ma sa che lei è una donna straordinaria!

AIDA                  - Non ho bisogno che me lo venga a dire tu.

BERTO               - Formidabile!

AIDA                  - La mia leggenda! Io li mando sotto processo. Ma prima che possa telefonare all’avvocato, sono tornati

ISABELLA              - e Camillo, con un’aria piuttosto stranita, più preoccupata che allegra.

CAMILLO          - (dimostrando indubbiamente del coraggio) Ne è nato un altro.

AIDA                  - Cosa?

ISABELLA        - (lei invece, piuttosto perfida) Maschio.

AIDA                  - (non dice una parola, prende il telefono e fa precipitosamente un numero) “… Oé, dormiamo?... Qui sono già a due… Ah!... Anche lì?!...”.

BERTO               - Due a due!

AIDA                  - “…Fenmmina?... guardate bene, guardate bene… proprio femmina?!...”.

ISABELLA        - (maligna) Pari!

AIDA                  - “…Non sono sufficienti… Frugate meglio; si è sempre divertita a fingere... Staremo a vedere… Sheila non può farmi uno scherzo simile solo perché non sono stata lì ad aspettarla... Fatto?... Sì?.. Oh!... Tre!... E maschio… Abbracciatela per me e una giornata di paga per tutti… Scrivetevi i nomi: Armando, Violetta e Otello”. (Trionfante, alla compagnia) Due maschi e una femmina e le gerarchie sono ristabilite! Non si esclude che aumentino.

ISABELLA        - Io mi vergogno a guardare in faccia la gente. Che penserà di te questo giovane proletario?

BERTO               - Ne penso un fottio di bene.

CAMILLO          - (assai umiliato) A proposito di nomi, ci sarebbe da pensare anche alle nostre due creature. 

AIDA                  - (definitiva) Ulrica e Radàmes!

CAMILLO          - Non accetto.

ISABELLA        - Qui, permetti, hai torto tu, Camillo. Sai che io son giusta. Nella nostra famiglia, i nomi verdini sono una tradizione.

AIDA                  - No. Nel caso presente, sono una vendetta per aver chiamato me: Aida.

CAMILLO          - (letteralmnente supplice) Non ne ha abbastanza d’aver battezzato le sue figliole: Azucena e Amneris?

ISABELLA        - E i due fratelli, fortunatamente divorati dalla iena: Amonasro e Melitone.

AIDA                  - Ci vuol altro! Fino alla settima generazione.

CAMILLO          - Ma lei è più vendicativa dei profeti dell’antico testamento!

AIDA                  - Visto e considerato che dovrò mantenere anche questi due, e chissà quanti altri ancora, voglio, almeno, potermi ricordare con facilità i loro nomi. Per fortuna, le opere di Verdi sono tante.

ISABELLA        - E le conosce tutte. Non per niente ama la violenza.

CAMILLO          - Come faccio a dar la notizia ad Azucena? Mi rifiuto.

AIDA                  - Pur che mi esoneriate dall’obbligo del loro sostentamento, padronissimi di battezzarli anche magari: Renzo e Lucia.

CAMILLO          - Non c’è niente da fare: se si evita Verdi, si casca su Manzoni. Sono i limiti di una cultura.

AIDA                  - Ringrazia lei (Isabella) anche di questo. Fino ai venti anni non m’ha lasciato leggere che “I promessi sposi”.

ISABELLA        - Ritiriamoci, Camillo. Minaccia uno dei suoi momenti sanguinari come quando si avventura nel recinto delle belve senza aver potuto far l’amore prima e senza speranza di poterlo fare dopo.

BERTO               - (rapito) Che donna! Fenomenale! I due derelitti si sono dileguati. Signora, mi sarebbe venuta una voglia. Io gliela dico e sarà quel che sarà.

AIDA                  - (con una certa speranza dardeggiante nelle pupille) Per esempio?

BERTO               - Darmi da annusare la sua testa per assaporare l’alito della tigre.

AIDA                  - Hanno messo anche in giro la voce che non mi lavo i capelli?

BERTO               - Hanno messo in giro anche quella che se li tinge. Ma fa lo stesso. Una traccia rimane sempre.

AIDA                  - Toh caro, annusa, allora. 

BERTO               - annusa e fa un ruggito, pardon: un muggito; o sarà stato un bramito? Una cosa così, insomma. Non vorrei sbagliarmi ma mi sa che, fra noi due, qualcosa in comune s’è stabilito.

BERTO               - Io ho due cose che non mi devono toccare: la boxe e mia mamma. Per il resto son tutto a disposizione.

AIDA                  - Per temperamenti della tua gradazione, un po’ di vita al circo sarebbe quel che Dio comanda. Ti farebbe distendere i nervi.

BERTO               - Dice?

AIDA                  - Dico. (Cominciando, compatibilmente con la decenza, a mettergli le mani addosso. I bicipiti, diciamo) Penso a degli incontri di pugilato nella gabbia e le tigri intorno con un bel boa al collo.

BERTO               - (partito) Di piume di struzzo. Che bellezza!

AIDA                  - Di pelle di serpente: serpente boa. Vivi!

BERTO               - (eccitatissimo) Ahhh…! Mi fa sentire i brividi sul fil della schiena.

AIDA                  - Faremo un mucchio di soldi.

BERTO               - Non me lo dire. Mi preme solo di provare.

AIDA                  - …E senza alcun pericolo. Perché i boa hanno una paura blu delle tigri e le tigri hanno una paura viola dei boa. Così, mentre loro si tengono d’occhio a vicenda, tu puoi lavorar tranquillo.

BERTO               - E loro son fregati. Ostia che dritta! E s’inabissano perdutamente, in una stretta da belva a boa. Hai voglia che si accorgano della comparsa di

AMNERIS          - e

FAUSTO             - i quali, d’altra parte, sono occupatissimi per conto proprio, in una discussione che potrebbe anche costituire un preludio alla scoperta dell’ affinità elettiva.

FAUSTO             - (assorto) Capisci? Realizzare la metafisica delle palle. Cinque, non di più; turberebbe un equilibrio. Una al centro e le altre quattro in orbita seriale. Come il sole e i suoi pianeti… E, in sottofondo: Debussy.

AMNERIS          - Bello. Finalmente qualcosa che fa vibrare: un microcosmo che replica l’armonia del macrocosmo. (Si astrae).

FAUSTO             - Applicando la legge di Keplero, dovrei finire col riuscirci. Ma mi estenua.

AMNERIS          - Però ti impegna! 

AIDA                  - (tornata a sé, come il caso non fosse suo) Ah! Siete qui voi. Dì un po’ su, Amneris, visto che, per te, una angoscia ne vale un’altra: avrei pensato di lasciarti qui la mia, e, in cambio, di portarmi via la tua.

AMNERIS          - Può essere un tentativo. Io continuo a cercare.

AIDA                  - Brava. Io, per il momento, credo d’averlo trovato. (Prendendosi per mano il Berto) Vieni caro. Un’occhiata ai mocciosi e poi si fila. Tu non hai niente in contrario, vero, tesoro, a guidare la Mercedes?

BERTO               - E’ da corsa?

AIDA                  - Naturalmente.

BERTO               - Al contrario! A me, mi ricarica le batterie guidare anche solo la seicento. Vado in proporzione alla cilindrata.

AIDA                  - Che Dio ti conservi il volante! Senza scomporsi, il

FAUSTO                   - consegna, al suo successore le chiavi dell’automobile.

FAUSTO             - Non ti invidio.

BERTO               - Neanche io. Tu lascia fare a me. Per quanto… sempre mamma è; e uno sguardo preoccupato alla figlia, rinforzato da un’affettuosa carezza al fusto, non compromettono il suo carattere.

AIDA                  - Coraggio e buona volontà, ragazzi. Fate una bellissima coppia. Vedrete, prima o dopo, la Natura finirà col ristabilire i contatti anche tra voi.

FAUSTO             - Cosa dice Goethe?

AIDA                  - (scoraggiata) E chi lo sa?

FAUSTO             - In fondo, è tutta questione di affinità elettive.

AIDA                  - Va bene. Ma, se io fossi in voi, non ci conterei troppo. Insieme, non raggiungete nemmeno mezzo secolo. Fate un po’ di credito alla vostra pelle.

AMNERIS          - E tu credi che basti?

AIDA                  - Ce n’è d’avanzo. Tu, che ne dici, Berto?

BERTO               - Io non ho da lamentarmi. Mentre si stanno dirigendo verso l’uscita vengono investiti da

CAMILLO          - in fuga, spaventatissimo.

CAMILLO          - Aiuto! Il giaguaro! 

AIDA                  - A proposito, ci dimenticavamo Oscar. Come ha impiegato questo tempo? Le risponde la

MONACA          -  che entra con la bestia al guinzaglio e gliela consegna gentilmente.

MONACA          -  Ha fatto una capatina al 517, operato due ore fa di calcoli alla cistifellea; che, appena l’ha visto, è morto di infarto.

AIDA                  - Che monello. Non sta mai fermo.

MONACA          -  Si trattava di un cliente di riguardo.

AIDA                  - Quante storie, proprio voi, per un morto in più o in meno.

MONACA          -  Lei non ha idea cosa costi un funerale, madame.

AIDA                  - E va bene. Mettetemelo in conto.

MONACA          -  Questo si intende. Ma era una personalità importante.

AIDA                  - E io cosa sono?

MONACA          -  Si trattava di un ministro. Ora, forse, dovranno cambiare governo.

AIDA                  - In tal caso, dovreste, voi, dar dei quattrini a me. Mi sa che manchi ancora qualcuno. Ma sì. Che distratti: la nonna Isabella. Eccola anche lei, coi due fantolini in braccio, rosa e celeste, uno a destra e l’altro a sinistra.

ISABELLA        - Li hai visti che meraviglia, Aida?

AIDA                  - (siamo nel finale, un po’ di sentimento non nuoce) Bè. Dopotutto, per essere opera loro, non c’è neanche male. Tu, vieni a vedere, Berto.

BERTO               - Guardali lì, coi loro pugnetti chiusi. Mai capito perché i bambini, appena nati, sembra sempre che stiano allenandosi per un incontro di pugilato.

AIDA                  - Questo dimostra che dar pugni è nella natura umana, caro. Intuiscono già quel che sarà la vita.

ISABELLA        - Cos’è? C’è già stato un cambio della guardia?

AIDA                  - Ho seguito il tuo consiglio, mamma. Meglio un pugile oggi che un giocoliere domani, le mamme hanno sempre ragione. Qualcuno deve aver aperto la radio perché irrompe clamorosa la marcia dei gladiatori, mentre Oscar si mette a ruggire e il telefono torna squillare. Deve essere Sheila che annuncia ad

AIDA                         - d’essere madre per la quarta volta.

ISABELLA        - Eh no! ora sarebbe lei ad esagerare. 

AIDA                  - Il quarto. Imparate come si fa. Prima di averne la conferma, scende il sipario e, se Dio vuole, è finita.

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 11 volte nell' arco di un'anno