L’amore deve nascere

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L’AMORE DEVE NASCERE

Commedia in tre atti

di LUIGI ANTONELLI

PERSONAGGI

GUENDA

ROSALBA

GIUDITTA

MARTINO

CORRADINO

TOM

LUCETTA

CICCIUZZA

L'UOMO GRASSO

UNA COMMESSA

L'AMMINISTRATORE

PRI­MA CLIENTE

SECONDA OLIENTE

TERZA CLIENTE

IL SERVO DI MARTINO.

L'azione è a Roma, del nostri giorni.

Commedia formattata da

                                    ATTO PRIMO

 (Una vasta stanza quadrata che ha nella pa­rete sinistra aperto un ampio balcone che dà sulla strada. Nel vano del balcone scorre sopra un carrello - e s'intravede tra le piante di lauro educate nei vasi verdi - un sostegno che porta un bellissimo manichino di donna (mezza per­sona) con un leggiadro cappellino in testa. Am­biente per modista. Cappellini di varia foggia su eleganti sostegni. Scansie di vetro alle pareti. Un divano vistoso a sinistra, un altro più in fondo, davanti a un grande specchio (psiche), e parecchie sedie imbottite dello stesso tessuto in fila, a destra. Nel mezzo un tavolino dorato con sopra un bel vaso di fiori. Due porte in fondo: una a destra e un'altra a sinistra. Altra porta nella parete destra (la comune). Am­biente vistoso più che elegante. Moda prima­verile. La signora Giuditta è occupata a riporre qualche cosa nella vetrina quando arrivano dalla destra la prima e la seconda cliente).

Prima Cliente              - Buon giorno, signora Giu­ditta.

Giuditta                      - (le va incontro) Oh! Buon giorno, signorina Olga.

Prima Cliente              - Sono venuta con questa mia buona amica. Abbiamo bisogno tutte e due di un cappellino. Non c'è la signorina Rosalba?

Giuditta                      - Mia figlia è uscita per sbrigare una faccenda di tasse!

Prima Cliente              - Ahi!

Giuditta                      - E' dovuta andare lei in persona. Ma ci sono io, se non disdegnate di essere ser­vite da me!

 Prima Cliente             - Che dite mai, signora Giu­ditta! Siamo onoratissime. Ho chiesto di vostra figlia perché desideravo salutarla e farla conoscere a questa amica che diventerà vostra affe­zionata cliente. (Alla seconda cliente) Qui si trova il meglio che si possa cercare in questa città.

Giuditta                      - Troppo buona, signorina Olga, vedremo di accontentarvi.

Prima Cliente              - Vanno molto i fiori, non è vero?

Giuditta                      - Sì, signorina. C'è una tendenza a mettere la primavera sulle teste delle signore. Tuttavia siamo lontani dalla moda di parecchi anni fa, ossia del tempo in cui io ero ragazza e usavano cappellini con ciliege, fiori, fragole e uccellini. Con quei cappellini in testa si poteva fare a meno di andare in villeggiatura. (Alla prima cliente) Ecco: questo è grazioso per voi che siete bionda e avete il viso ovale.

Seconda Cliente         - E' bellissimo! E per me che sono bruna e ho il viso tondo?

Giuditta                      - Tondo? E' inesatto. E' la pet­tinatura che non vi allunga il viso. Che vi pare, signorina Olga? (La prima cliente si sta am­mirando nello specchio).

Prima Cliente              - (alla seconda) Che ne dici?

Seconda Cliente         - « Stai » un amore.

Giuditta                      - (alla seconda cliente che ha provato un cappellino) Mentre con voi, signorina, non ci siamo ancora. Ma venite qua. E' là den­tro che vi aspetta. Io sapevo che era là quello che si addiceva al vostro tipo, ma ho voluto studiarvi bene. E per studiare il volto di una cliente nuova non c'è che provare e provare con cappellini disadatti finche si arriva a quello che si ha in mente: per esempio, a questo qua!

Prima Cliente              - Oh! E' veramente grazioso.

Giuditta                      - (rapidamente lo mette in testa alla seconda cliente) Dite su: non è perfetto?

Prima Cliente              - Davvero, come ti sta bene!

Seconda Cliente         - (senza mai lasciare di spec­chiarsi) Oh! Adesso, signora Guditta...

L'Uomo grasso           - (procede dondolandosi perapparire disinvolto. Arriva parlando da solo a bassa voce come se rivolgesse una galanteria a qualcuno. Dalla destra, attirati e incuriositi dal soliloquio dell'uomo grasso, arrivano spiando, e fermandosi alle sue spalle, Guenda e i ra­gazzi: Tom, Cicciuzza, Lucetta. L'uomo grasso si accorge di essere guardato, smette di gestirei ma in lui è visibile la voglia di seguitare il di­scorso interrotto. Si guarda intorno sorridendo per vedere se può riprendere il filo).

Guenda                       - Mettiamoci lì. Non lo disturbiamo. (Accenna al divano a destra).

Tom                            - Chi è?

Guenda                       - E' uno dei pretendenti di Rosalba.

Cicciuzza                    - Uno spasimante grasso.

Lucetta                       - Quelli così grassi si sposano an­che loro?

Tom                            - Ma prima si fanno disseccare.

Cicciuzza                    - Allora come va che costui non ha ancora provveduto?

Lucetta                       - Immagina se Rosalba può diven­tare la moglie di un ippopotamo.

Cicciuzza                    - Quando si ha un forte singhiozzo bisogna pensare a una cosa buffissima. Me ne ricorderò.

Tom                            - Bene, adesso pensiamo a noi. Si gioca alla « Notizia sensazionale ».

L'Uomo grasso           - (ha ripreso il suo soliloquio. Vedendo che la signora Giuditta e le due clienti si avvicinano per uscire si alza per mettersi da parte e riprendere il soliloquio fiorito di sorrisi melliflui).

Prima Cliente              - A rivederci, dunque. Salu­tate Rosalba.

Giuditta                      - Grazie. (Alla commessa) Hai preso nota dell'indirizzo della signorina? (Ac­cenna alla seconda cliente) Vi manderemo il cappellino a casa. (La commessa va via).

Prima Cliente              - Guardate, signora Giuditta. C'è un cliente... (Ride).

Giuditta                      - Quello?

Seconda Cliente         - Vorrà certo un cappel­lino.

Giuditta                      - Quello non vuole il cappellino. Vuole ben altro che un cappellino!

Prima Cliente              - Che sia venuto per...

Giuditta                      - Ma sì!

Prima Cliente              - (ride) Oh, povera Rosalba!

Giuditta                      - Non è la prima volta che viene! Prima veniva con la scusa dei cappellini per la nipote. Ne ha comprati dodici o quattordici. Poi si è rivelato. Vuol comprare mia figlia. Spo­sandola, naturalmente. Ma dice che lui non si vede grasso.

Prima Cliente              - Chi sa come si vede!

Seconda Cliente         - Ma forse non lo è. Ci sbagliamo noi.

Giuditta                      - Sì, ma adesso lo faccio liquefare io. Mi sento proprio in vena! (Ridono. Se ne vanno).

L'Uomo grasso           - (si è inchinato alla signoraGiuditta e ora aspetta sorridente che ella si av­vicini. Ha interrotto con decisione il soliloquio).

Giuditta                      - (dopo aver accompagnato alla por­ta le due clienti torna indietro e va con una certa premura verso l'uomo grasso) Buon giorno, Todeschini. Scusate, ero occupata con le clienti.

L'Uomo grasso           - Ebbene, signora Giuditta?

Giuditta                      - Ebbene che cosa ì Volete sapere che cosa ne pensa mia figlia?

L'Uomo grasso           - Sì, che ne pensa?

Giuditta                      - Insomma, signor Todeschini, co­me faccio a persuadervi che voi non potete an­dare per mia figlia? Per nient'altro capite? Ma per la grassezza! Soprattutto non conviene a voi. Capite? Oh, Dio! Lasciamo stare il fatto che siete ricco. Rosalba ha dalla sua la bellezza, la grazia e tante altre cose... Ma c'è il vostro fisico. Il quale conta per qualche cosa. Voi dite di no, ma conta! Insomma se non contasse perché l'avreste ingrandito fino a quel punto?

L'Uomo grasso           - Io?

Giuditta                      - Io mi domando con incontenibile stupore perché anche voi volete assomigliare a quei grassi mariti che si addormentano col si­garo in bocca e rimangono ore e ore in letargo col braccio appoggiato a un tavolino su cui sono posati un bicchierino di cognac e una bottiglia di selz. E quando la moglie torna dalla passeg­giata di tutte le sere chiede « dove sei stata? ». E lei è stata dalla sarta dal parrucchiere o dal dentista. Possibile che non dica mai dove è realmente stata? E' fatale. Voi volete essere uno di quei mariti. Ve lo siete messo in mente. Nes­suno vi smuove più.

L'Uomo grasso           - Ma signora! (Confuso, pare che chieda aiuto a qualcuno a cui vuol dire le sue ragioni).

Giuditta                      - Perché, vedete... Pazienza essere traditi, ma farlo sapere a tutti, specialmente voi, vistoso come siete, essere la favola di tutti, che diamine!

L'Uomo grasso           - Ma è inconcepibile! Incon­cepibile!

Giuditta                      - Io vi ho avvertito. Il mio dovere di madre l'ho fatto. Ma tutti dovrebbero av­vertirvi. Mi pare già di sentirla vostra moglie: dico vostra moglie qualunque essa sia, badate! Non faccio, per carità, allusione a mia figlia! Ma mi pare di sentirla vostra moglie: « Ma si, ti amo, perché non mi credi? ». Tutte le donne obbligate a mentire hanno quell'intercalare: «Perché non mi credi? Ma sì, sono stata dal dentista. Perché non mi credi?».

L'Uomo grasso           - E' strano!

Giuditta                      - Che cosa è strano?

L'Uomo grasso           - Così diceva la mia prima moglie.

Giuditta                      - (stupefatta, quasi furiosa) Avete già preso un'altra moglie?

L'Uomo grasso           - E' morta.

Giuditta                      - L'avete uccisa!

L'Uomo grasso           - (debolmente) No... (Si ri­fugia in timido soliloquio. Dalla destra si ode un tramestio e un vociare confuso. E' Rosalba che arriva molto crucciata. La segue la com­messa. Ultimo arriva, affannato, confuso, ammusonito, Corradino).

Guenda                       - Filiamo, che arriva mia sorella in­furiata! (Via dal fondo coi ragazzi).

Giuditta                      - (a Rosalba) Che c'è? Che è suc­cesso? Hai parlato?

Rosalba                       - Parlato? Per parlare sono stata lì un'ora. Ma, cara mia, è meglio smettere! Oh, sì, sì... Non ho affatto voglia di seguitare. E' trop­po massacrante! Buon giorno, Todeschini. Che gli hai detto a Todeschini? Che non lo voglio? Non è vero, Todeschini! Vi voglio, vi voglio.

L'Uomo grasso           - (a Giuditta, che resta silen­ziosa, grave e impenetrabile) Vedete?

Rosalba                       - Chi sono io che posso pretendere di scegliermi un uomo, di scegliermelo per­fetto? Certamente mi piacerebbe uno più ma­gro e più giovane, non lo nego. Egli stesso lo capisce, è vero Todeschini? Ma qui, tutti i gior­ni, è una voragine di soldi che mette spavento. Tu, Corradino, fila! Non farti più vedere da queste parti. Vedi questo signore? Con ogni probabilità io lo sposo, e siccome voglio essere una moglie fedele... (l'uomo grasso rivolge una occhiata trionfante a Giuditta ma questa rimane impassibile) è bene per te cambiare quartiere! (Presentando) Todeschini, Corradino... Inutile (a Corradino) fare quella faccia. La vita è una cosa seria e io e tu non saremo mai abbastanza ricchi per farla diventare buffa e divertente. Va, Corradino.

Corradino                   - (che era rimasto istupidito, subi­tamente acceso di sdegno) Tu e quello là? Ah! E' grossa. (E poiché l’uomo grasso pare sempre che discorra con qualcuno, va a guar­dargli dietro le spalle).

L'Uomo grasso           - (schermendosi) Che cosa vi fa dire che è grossa?

Corradino                   - Pesatevi.

L'Uomo grasso           - Ah ah! Non rido per non darvi soddisfazione. Mi dà fastidio ridere. Per solito mi porto appresso qualcuno che ha l'in­carico di ridere per me.

Corradino                   - Fate bene a risparmiarvi. Ma sarete sempre di troppo.

L'Uomo grasso           - Voi pure lo siete, in que­sto momento.

Rosalba                       - (inviperita) Basta, eh?

Corradino                   - (alza le spalle e se ne va rapi­damente).

Giuditta                      - (se ne va anch'essa dignitosa verso il fondo).

Rosalba                       - (piange) Abbiate pazienza. Devo abituarmi.

L'Uomo grasso           - (con una mano sulla spalladi lei, delicatamente) Ma forse non sarà ne­cessario.

Rosalba                       - (stupita, quasi spaventata) Che vuol dire?

L'Uomo grasso           - Sono grasso, va bene, ma sono un uomo di cuore. Il cuore è forse cre­sciuto in proporzione.

Rosalba                       - Che ne farete del cuore, in nome di Dio!

L'Uomo grasso           - Col cuore si fanno tante cose. Ma ci vogliono i quattrini per ammini­strarlo.

Rosalba                       - Allora per me non c'è scampo.

L'Uomo grasso           - Ma sì, vedrete! Scrivetemi un bigliettino se devo tornare. Se non devo tornare scrivetemi lo stesso. Un bigliettino gen­tile. Sono molto sensibile alla gentilezza. Cor­radino è senza dubbio un giovanotto simpatico. Ma io potrei anche dimagrare di undici chili per voi. Di più, no. Pensateci. Ma pensateci al­legramente. Si può vivere con un uomo grasso come me solo se si è sensibili all'umorismo. Ma se propendete per il dramma non ne facciamo niente. Capite, piccola? (Decidendosi subita­mente ad andarsene). Aspetto nuove, aspetto nuove... (Fa segno d'addio con la mano e se ne va leggermente non ostante la sua mole).

Rosalba                       - (alla commessa che arriva dal fon­do) Non ci sono per nessuno. Specialmente non ci sono per Corradino, e mai più per quel signore che è uscito or ora.

La Commessa             - Sta bene, signorina.

Rosalba                       - (avviandosi) Sbriga tu le clienti che arrivano. Mi sento male, capisci?

La Commessa             - Sì, signorina.

Rosalba                       - (esce rapidamente dalla porta a si­nistra del fondo).

Guenda                       - (arrivando dal fondo - porta de­stra - con Tom, Cicciuzza e Lucetta, dice alla commessa) Adesso vattene. Lasciaci giocare.

La Commessa             - Subito, signorina.

Guenda                       - Se arriva qualcuno chiamo io.

La Commessa             - Va benissimo. (Via).

Tom                            - Oh! Giochiamo finalmente alla «No­tizia sensazionale ».

Cicciuzza                    - Già per tre volte interrotta.

Tom                            - (fa con le altre il conto con le dita. Nu­mero nove. La designata è Guenda) Stavolta tocca a te, Guenda. Noi siamo in treno... (Si mettono a sedere comodamente, in fila) Il treno corre. Ci scuote. Muoviamoci. Tu sei in corri­doio. Noi dormicchiamo. Via.

Guenda                       - (getta un urlo, poi irrompe dal cor­ridoio) Avete udito?

Tom                            - (sobbalzando, insieme con le compagne di viaggio) Che c'è? Dite a me, signorina?

Cicciuzza                    - Dite a me?

Lucetta                       - Dite a me?

Tom --------------------- - (non più recitando) Veramente per­ché ce lo chiedi? Se siamo nello scompartimento e tu vieni dal corridoio ed eri affacciata al finestrino...

Cicciuzza                    - Inutile chiederci se abbiamo visto.

Lucetta                       - Io poi dormo. Il treno mi culla dolcemente. (Pausa).

Tom                            - (a Cicciuzza e a Lucetta) Non dovete poi troppo sfottere.

Cicciuzza                    - (gridando)  Ah! Per quella pa­rola ho preso uno schiaffo da mia madre!

Tom                            - Capisco che il gioco consiste nello smontare l'artista, ma... Lasciamola seguitare. Suvvia. Noi diciamo: che c'è? che c'è?

Guenda ..................... - (con gli occhi da spiritata) Là  Là...

Lucetta, Tom e Cicciuzza       - (si alzano ango­sciati) Dove?

Guenda                       - Là sul prato... dopo il ponte... Un contadinello inseguiva un toro. A un tratto l'animale s'è rivoltato... Ha inarcato il collo e quando il disgraziato è giunto a tiro lo ha pre­so per le corna e l'ha rivoltato in aria! Ho visto il ragazzo ricadere supino, rimanere inerte... (Cade sfinita sul divano).

Lucetta e Cicciuzza    - (applaudiscono frene­tiche).

Lucetta                       - (coi piedi sul divano) Tiriamo il campanello d'allarme.

Tom                            - Fermati! Ci arrestano. (A Guenda, con importanza) La preparazione non è stata male, e anche la fine, anche la mimica, è vero, signorina? Ma il racconto del toro... Un conta­dinello che insegue il toro... Il toro che si ri­volta... Dove mai s'è visto?

Lucetta                       - L'ha rubato agli Orazi e Curiazi.

Tom                            - Perciò in vista delle buone qualità dimostrate...

Cicciuzza                    - Specialmente nell'urlo...

Tom                            - Condanniamo Guenda alla solita lie­ve penitenza...

Guenda                       - Un momento! L'uomo grasso è escluso.

Tom                            - Ma certo: Quello è un cliente. Sono esclusi i parenti gli amici e i familiari della ditta.

Lucetta                       - Guenda, se provo a gettare un urlo mi viene uno strillo. Non mi viene l'urlo drammatico.

Cicciuzza                    - Che ci vuoi fare? Non sei un'ar­tista.

Tom                            - Adesso, nell'attesa che sopraggiunga qualcuno, cantaci la canzonetta.

Guenda                       - Poi mi diventa antipatica. L'ho già cantata una volta.

Tom                            - Se no, te la imponiamo come peni­tenza.

Guenda                       - Ah no! Non è leale, Tom.

Lucetta                       - Tom, sai bene che se glie la im­poni non la canta. E' meglio che la dica di sua spontanea volontà.

Guenda                       - (a Tom) Tu poi l'accompagni così male.

Tom                            - Adesso la so. Presto, via.

Guenda                       - Oh Dio, siete noiosi. (Si prepara a cantare).

Lucetta                       - (batte le mani eccitata).

Tom                            - Sta buona, Lucetta. (Va al piano).

Guenda                       - « La casetta a righe blu ». (Questa canzone, che ha una musica molto graziosa, è inedita. Parole dell'autore, musica del maestro Di Jorio. Ma si può indifferentemente cantare un'altra canzonetta, a volontà degli interpreti Quando la canzone è finita, al cui ritornello hanno partecipato gli altri ragazzi, questi ap­plaudiscono e Guenda ringrazia con una certa leziosità burlesca).

La Commessa             - (accompagnando Martino) Potete aspettarla qui. Intanto avverto la signora.

Tom                            - (vedendo Martino dice a Guenda tra i denti) Ahi! Ahi! A te, Guenda, coraggio...

Martino                       - (trent’anni, occhiali a stanghetta, molta distinzione) Che signora! Fatemi il piacere di non avvertire nessuna signora. Aspetto qui la signorina. Non stava al balcone? (Cerca di spingere lo sguardo fuori).

La Commessa             - No, è di là. Non età tanto bene.

Martino                       - Allora non è il caso di distur­barla. Posso tornare...

La Commessa             - Si tratta di un lieve dolor di testa. Vado subito. (Via).

Martino                       - (si volge incuriosito a guardare i ragazzi che parlano tra loro, mentre in disparte Guenda sorride perplessa e avanza un po' gi­rando su se stessa).

Guenda                       - (avvicinandosi con molta grazia a Martino, che la guarda con curiosità, in attesa che la fanciulla parli) Abbiamo fatto un gioco tra noi compagni. Abbiamo giocato alla « Notizia sensazionale » e ora per penitenza devo baciare il primo uomo che entra in que­sta stanza. Permettete che vi baci?

Martino                       - Ma figuratevi, signorina! Eccomi pronto.

Guenda                       - (lo bacia sulla gota) Grazie.

Martino                       - Grazie a voi. Che vi pare? Un'ac­coglienza simile non potevo mai aspettarmela. Vi chiamate?

Guenda                       - Guenda. Sono la sorella di Ro­salba.

Martino                       - Chi è Rosalba?

Guenda                       - Ma come? Non siete venuto qui per parlarle?

Martino                       - Sì, ma ignoravo il nome. Ro­salba, bel nome. Pare inventato. Sono contento che lo abbia. .Rosalba! (Rimane assorto).

Tom                            - Guenda, ce n'andiamo.

Martino                       - Che gioco facevate?

Guenda                       - Si giocava alla « Notizia sensa­zionale ». Io dovevo narrare a questi oziosi addormentati del treno, miei compagni di viag­gio, quel che avevo visto affacciandomi dal fi­nestrino. Una scena drammatica svoltasi fulminea nel prato.

Cicciuzza                    - E' un gioco da grandi!

Martino                       - Difficilissima scena. Dovete vin­cere l'indolenza e l'apatia che regna nello scom­partimento. Vi pare uno scherzo portare il dramma improvviso in una specie d'immobilità ostile?

Guenda                       - Vi assicuro che li ho trovati in un vero letargo. Chi dormiva chi sbadigliava...

Martino                       - Si può ripetere la scena?

Tom                            - (e gli altri imitano il movimento cau­salo dal treno mentre sono seduti) Perché no? Pronti.

Martino                       - Che fanno?

Guenda                       - E' il treno che li fa sussultare.

Martino                       - Ah! Ho capito.

Guenda                       - Io li sveglio con un urlo. (Manda un urlo).

Martino                       - (impressionato) L'urlo va benis­simo.

Guenda                       - Ma poi non vanno bene le parole del racconto. (Recitando) « Là, sul prato, dopo il ponte, un contadinello inseguiva il toro... A un tratto il toro si è rivoltato »... (A Martino) Tom dice che il toro insegue il contadinello, non già che il contadinello insegue il toro.

Martino                       - Sì, ma non ha importanza. Dun­que il toro si è rivoltato?

Guenda                       - (recitando) « Lo ha preso per le corna e lo ha gettato in aria. Ho visto il ragazzo ricadere supino... rimanere inerte ». (Sta per ricadere sul divano. Il gesto è solo accennato).

Martino                       - (ai ragazzi che sono immobili) E voi perché non ballate più?

Tom                            - La stazione. C'è la stazione.

Lucetta                       - Il treno si è fermato.

Martino                       - Ah! Ho capito. Bene, signorina. Ma un po' troppo recitato. Perciò non siete sem­brata naturale, e perciò, fortunatamente per me, vi hanno dato la penitenza. Ma se invece di dire (imita Guenda) « Ho visto il ragazzo ricadere supino, rimanere inerte »... dite sem­plicemente (si leva gli occhiali) « Ho visto il ragazzo ricadere supino, rimanere inerte » l'ef­fetto è raggiunto.

Lucetta                       - Bravo Martino!

Cicciuzza                    - Potrebbe partecipare ai nostri giochi.

Martino                       - (cerca gli occhiali. Tom glie li por­ge) Volentieri!

Guenda                       - Abitate lontano?

Martino                       - Nel palazzo di faccia. Davanti a voi. Un salto e siete da me, o io da voi...

Tom                            - Siete troppo grande per giocare con noi.

Lucetta                       - (enfatica) « Tu manchi d'inno­cenza »! Così ha detto alla mamma, papà.

Cicciuzza                    - (con le braccia in alto) I grandi sono pieni di nequizie abominevoli!

Martino                       - Ma chi v'insegna queste cose? (A Lucetta) E tu non stare a sentire quello che tuo padre dice alla mamma! (La sua attenzione è attratta dall'arrivo di Giuditta).

Giuditta                      - (arriva in fretta con la terza cliente e si dirige al balcone. C'è anche la commessa) Capite, cara? E allora si è ritirata nella stan­za con un orribile mal di testa. (A Martino) Chi mi cercava? Voi?

La Commessa             - (a Giuditta) Desiderava par­lare con la signorina.

Giuditta                      - (lo squadra da capo a piedi) Sarà difficile che possiate vederla subito.

Martino                       - Non ho fretta. Aspetterò. Giuditta   - (tutta dedita alla cliente) Qui c'è il modello che cercate. Viola, come lo volete voi. (Tira a se il carrello col manichino).

Martino                       - (è preso da un vero sgomento che lo fa indietreggiare e poi guardare stupito).

Giuditta                      - (alla terza cliente) Andiamo di là a provarlo. (Verso il fondo).

Martino                       - (confluissimo) Tornerò, signora, tornerò un'altra volta!

Giuditta                      - (dal fondo) Potreste aspettare, giacché siete qua!

Martino                       - (sempre in preda a una grande con­fusione mentre la commessa rimette a posto il carrello prima di andarsene) Tornerò! Tor­nerò un'altra volta...

Giuditta                      - (sempre dal fondo) Fate come credete. Ma ecco qua mia figlia.

Martino                       - (debolmente) Un'altra vo... (A poco a poco se ne sono andati tutti. Per ultimo Giuditta e la cliente. Entra Rosalba).

Rosalba                       - (tutta riposata e aggiustata. Ha un vestito per casa, chiaro e leggiadro) Chi cer­cava di me? Voi?

Martino                       - (la guarda con ammirazione) Sì...

Rosalba                       - Io sono Rosalba.

Martino                       - Io sono Martino.

Rosalba                       - Martino...

Martino                       - ...Radice.

Rosalba                       - (sorride, perplessa) Ah, va bene! Sedete.

Martino                       - Grazie. (Si mette a sedere) Abito qui... (Entra Guenda sconvolta ma apparente­mente calma e decisa).

Guenda                       - Scusate, Martino... (A Rosalba) Di­sturbo?

                                    - (Martino e Rosalba rispondono contempora­neamente).

Rosalba                       - Sì.

Martino                       - No...

Rosalba                       - Che vuoi? Che ti serve?

Guenda                       - (la guarda intensamente) Niente. Volevo ricordarti... Corradino. (A Martino) Per­donate...

Martino                       - Prego, prego...

Guenda                       - Corradino, ricordati, Rosalba! Ri­cordati delle cose di cui avete parlato. Sono ve­nuta apposta. Non potevo fare altrimenti.

Rosalba                       - (irritatissima si domina) Ah, non potevi...

Guenda                       - (con improvvisa angoscia, cerca di vincersi) No, non potevo... Credimi!

Rosalba                       - (sbalordita) Ma di che cosa ab­biamo parlato? Sei impazzita?

Guenda                       - Le cose di cui avete parlato sem­pre. Poco fa ti ricordi come se ne è andato via? Era dispe...

Martino                       - Ma di che si tratta se non sono indiscre...

Rosalba                       - Niente! Di un suo compagno di giochi.

Martino                       - (sorridendo) Oh allora!...

Guenda                       - (indignata che sua sorella abbia sa­puto cogliere a volo il pretesto, si domina).

Rosalba                       - Ma ti pare il momento, adesso?

Guenda                       - Sì, mi pare il momento. Non voglio che venga nessun male... al mio compagno di giochi.

Rosalba                       - Oh! E' incredibile!

Guenda                       - Rosalba, io ti voglio bene, lo sai. Ma ho paura che tu ora... più tardi, non so... in un momento qualunque tu debba dimenticare quella cosa. Tu dimmi che non la dimentichi...

Martino                       - Volete che io mi allonta...

Rosalba                       - (gridando) No!

Guenda                       - (a Martino) No, basta che lei mi dica che non la dimentica...

Rosalba                       - Ma sei persuasa che stai commet­tendo una sconvenienza?

Guenda                       - Sì.

Rosalba                       - E allora perché la fai?

Guenda                       - La faccio.

Martino                       - (sorridendo, per mettere pace) Con deliberato animo?

Guenda                       - (guardandolo male) Sì.

Martino                       - Allora deve esserci una ragione grave.

Rosalba                       - Ma se ve l'ha detto lei stessa!

Guenda                       - Noi siamo legati a fil doppio. An­che lei era legata. Ma pare che a un certo mo­mento i legami si sciolgano.

Rosalba                       - Vattene, Guenda!

Guenda                       - No, io sto qua. Tu dimmi che quella cosa tu non la dimentichi, e io me ne vado.

Rosalba                       - Sta bene. Non la dimentico.

Guenda                       - Basta. Mi basta. (A Martino, con un certo fare burlesco) Scusate Martino. (Indi a Rosalba, con aria grave) Scusa anche tu, Ro­salba. (E poiché Martino la guarda trasognato, ella passando gli fa una smorfia con la lingua).

Martino                       - (seguendola con gli occhi, sbalor­dito) Ma che aveva?

Rosalba                       - Niente. Sciocchezze di ragazzi.

Martino                       - Un bel carattere, tuttavia. E' interessante osservare tutto quello che passa sul volto delle persone. E' una ragazza sensibilissima.

Rosalba                       - Abbiate pazienza.

Martino                       - Figuratevi!

Rosalba                       - Dunque dicevamo? Martino Ra­dice. Vedete come mi ricordo del vostro nome?

Martino                       - Oh sì! Grazie. Stavo per dirvi  che abito qui di fronte.

Rosalba                       - Ah sì? Non vi ho mai visto.

Martino                       - (poi si pente) Io sì. Molte volte, alla finestra.

Rosalba                       - Non mi affaccio mai.

Martino                       - (si agita, confuso) Devo avervi  vista affacciata. Certamente eravate voi.

Rosalba                       - Può darsi. Spesso cambio il mo- dello al manichino. Esso è un po' come me stessa!

Martino                       - (contento) Ah! Dunque!... Vedete!

Rosalba                       - Subisce il mio capriccio. Prende j gli atteggiamenti che voglio io.

Martino                       - (quasi estasiato) Ah! E' già  meglio!

Rosalba                       - Si può dire che ha quasi la miaanima

Martino                       - (c. s.) Sì! Ancora meglio! Eravate voi. Io vi ho vista! Così silenziosa, così discreta, così sola e immobile...

Rosalba                       - Io?

Martino                       - Pensavo: è l'ideale.

Rosalba                       - (lusingata) Oh!

Martino                       - Pensavo, ammirato e stupito: quella creatura tace sempre. Che donna ripo­sante! Ma il suo silenzio non è un vuoto. E' una gara alata di pensieri! E' un'attesa delle sinfonie della strada e del mondo. E' un colloquio con l'aria. Quanta leggerezza! Quanta discrezione! Quanta saggezza!

Rosalba                       - Voi avete visto tutto questo in me affacciata al balcone dove non mi affaccio mai?

Martino                       - (confuso) Eppure...

Rosalba                       - Ma sì, talvolta mi affaccio per bi­strattare quel manichino. Lo faccio tirare den­tro dalla commessa e glie ne dico! Sì, ogni tanto mi fa arrabbiare perché ci sono periodi in cui non c'è cappellino che gli vada a genio. Sapete che in questa strada esistono parecchi negozi di moda. Io conosco questa strada come le mie mani. Spesso mi fermo dinnanzi alle vetrine per ispirarmi. Una volta inventai un cappellino che a me pareva bellissimo, lo misi in testa al ma­nichino: un orrore! Il manichino ha un volto immobile, per quanto io gli faccia cambiare pet­tinatura... Ci sono dei periodi in cui nessun cap­pellino gli va bene. Adesso invece è un periodo felice...

Martino                       - E' proprio una ragazza capric­ciosa.

Rosalba                       - Quante volte l'avrei graffiata, se non costasse un mucchio di soldi...

Martino                       - La colpa è del suo viso immobile! Non è come le vostre clienti...

Rosalba                       - Per fortuna!...

Martino                       - Ci vorrebbero parecchi manichini.

Rosalba                       - Il sostegno è il miglior manichino. Là! (Addita uno dei sostegni) Senza testa. Come me.

Martino                       - Voi avete una testa così aggra­ziata che è inutile aggiungervi qualcuno dei vostri cappellini più leggiadri.

Rosalba                       - Tutte le teste stanno meglio senza cappello. Ma zitto! Non posso dirlo. Se no il nostro mestiere va per aria. E' un mestiere bello. Io l'adoro. Ma valeva la pena farmi studiare al Ginnasio e al Liceo? Mio padre era ricco. Io sono una poveretta.

Martino                       - Non si è mai poveri quando si ha tanta grazia nella persona e nel cuore.

Rosalba                       - Oh! Se bastasse! A ogni modo, grazie. Mi consolate un po'. Ho passata una mattinata disastrosa. Ma, a proposito! Non vi ho ancora chiesto a che cosa devo l'onore della vostra visita!

Martino                       - Ma come! Non avete ancora ca­pito? Voglio chiedervi in moglie.

Rosalba                       - Oh! (Un silenzio) Ma voi chi siete?

Martino                       - Martino. Martino Radice.

Rosalba                       - Va bene, ma... (Tra sé) Ah! Ecco perché Guenda... Che intuito quella ragazza!

Martino                       - Abito di rimpetto a voi. Ve l'ho detto.

Rosalba                       - Mi avevano detto che ci abitava un professore...

Martino                       - Sono il professore. A dire il vero non professo nessuna dottrina. Sarei, giusto, un professore di storia naturale...

Rosalba                       - (animandosi) Ah! Ecco!

Martino                       - ...se esercitassi una professione. Ho una bella collezione di scarabei. Questo sì'-Dovreste vederla. Sto anche scrivendo un libro.

Rosalba                       - (s'illumina, pensando) Ma, un momento! Il professore di storia naturale non è anche il padrone del palazzo?

Martino                       - Sì, infatti...

Rosalba                       - (felice) Oh!

Martino                       - Ma questo non ha importanza.

Rosalba                       - (ridendo) Lo dite voi!

Martino                       - Non mi occupo di amministra­zione. Non taglieggio gli inquilini... (Si sente un suono di cornetta che accenna un motivo can­tabile).

Rosalba                       - (non è la prima volta che la sente) Ahi! ahi! Ci siamo...

Martino                       - Il principio va bene, ma ecco... ecco... quando arriva al do naturale...

Rosalba                       - Addio. (Appena è arrivata alla stonatura cessa il suono).

Martino                       - Ha però questo di buono: che quando arriva alla stonatura si ferma. Lo so che è noioso. Perciò volevo mandarlo via. Ma è unaprova che dura un minuto al giorno! E' un po­vero diavolo. L'ho mandato a chiamare pregan­dolo di smetterla. Pensate: s'è messo a piangere! Poi m'ha detto, rassegnato, che avrebbe cam­biato casa ma che nessuno lo vuole, a causa della tromba. « Ma perché la suonate? » . ho chiesto. - « E perché non riuscite a metter fuori quel do naturale? ». « E' una nota difficile -mi ha risposto - una volta o l'altra riuscirò! ». Ha una zia che vuole che studi la cornetta perché il suo defunto marito la suonava anche lui. E' una zia bisbetica che altrimenti gli taglie­rebbe i viveri. E allora, che volete... Gli ho detto: «Suona la tromba! Cerca di afferrare il do naturale!... Verrà la mattina di sole anche per te! ».

Rosalba                       - Voi credete che afferrata una volta...

Martino                       - E' fatta. Così dice lui. Questo na­turalmente potrà avvenire in un momento di grazia che bisognerà cogliere. Certo è che, una volta fattane la conquista, la vita sarà facile....

Rosalba                       - (ride. E' diventata gaia, cordiale, un po' stordita) Poeta! Siete un poeta!

Martino                       - Chi sa!

Rosalba                       - E pensare che voi possedete quel bel palazzo che io ho sempre guardato con am­mirazione e invidia!

Martino                       - Sì, e stiamo per comprare anche questo. Credo anzi che l'acquisto sia già av­venuto.

Rosalba                       - Questo dove abito io?

Martino                       - Sì. Il mio amministratore sostiene che è un buon affare. Io non me ne intendo.

Rosalba                       - L'amministratore poi non sapeva che c'ero io dentro!

Martino                       - Giusto! Quando lo saprà...

Rosalba                       - Oh! E' un palazzo grandioso. Come mole non supera forse quello abitato da voi?

Martino                       - Sì, ma queste cose, ripeto, non hanno importanza...

Rosalba                       - Lo dite vo... (Si trattiene).

Martino                       - Non crediate che io voglia accre­scere la vostra considerazione nei miei riguardi facendo sfoggio di palazzi!

Rosalba                       - (contenta) Oh! Vi pare! Tuttavia voi comprate il palazzo con tutto quello che c'è dentro, me compresa... Per quel che mi riguarda non credo sia un ottimo affare, ma essere in ven­dita, per modo di dire, mi piace. Non mi ero ancora mai venduta. Quanto credete che valga?

Martino                       - Molto più del palazzo!

Rosalba                       - Da ora in poi mi affaccerò spesso al balcone, se vi farà piacere.

Martino                       - Sì.

Rosalba                       - Ascolterò la sinfonia della strada, come dite voi. Mi sentirò immersa nella chia­rezza del mattino, cullata dalla sua divinità!

Martino                       - E io rimarrò incantato a guar­darvi.

Rosalba                       - Voglio uscire da tutte le angu­stie che mi opprimono. Voglio sentire anch'io la pienezza della vita, respirare liberamente acco­gliendo dentro di me la felicità di vivere! Vivrò cantando. Vorrò bene a voi e perfino ai vostri scarabei. Stamane c'era un trafficante di derrate alimentari che voleva comprarmi, e tanta era la mia mortificazione, così profondo il mio avvili­mento, che stavo per accettare. Ma ora posso ap­prezzare quale enorme vantaggio sia vendersi a un poeta. Il poeta può anche offrire con sempli­cità il suo denaro, ma egli sa che il bene che acquista ha sempre il maggior prezzo e che ci son cose al mondo che non si pagano mai abbastanza.

Martino                       - E' vero!

Rosalba                       - Non parlo per me, naturalmente, ma io so che il poeta è straricco di umiltà, e non crederà mai di aver valutato abbastanza un dono dello spirito.

Martin»                       - Quello che dite è esatto. Sarò sem­pre vostro debitore!

Rosalba                       - V'ho detto che non alludevo a me!... (Lo guarda, sorride) E adesso che fate? Tornate alla vostra bella veranda? Vi piace guardare la strada?

Martino                       - Sì, come prima mi piaceva guar­dare le colline dove passavo intere giornate. La strada mi affascina. Io poi sono nato in questa strada, e ho finito per conoscerne ogni suono e ogni voce. Una strada nuova è un frastuono. Avete osservato? Per chi s'affaccia per la prima volta a una finestra, è un frastuono. Ce ne vuole prima di scoprirne il ritmo e prima di percepire, nell'evidente confusione dei veicoli e dei pas­santi, una specie di sonorità geometrica! I par­ticolari poi si scoprono o subito o dopo tanto tempo. La vostra finestra col balcone, per esempio, l'ho vista per la prima volta (vorrebbe ag­giungere: « Vista per modo di dire ») un mese fa!

Rosalba                       - Perché è ad angolo. Non è pro­prio davanti a voi. Ecco perché.

Martino                       - Forse.

Rosalba                       - Non importa. Anche se ci avete messo molto tempo, io vi ringrazio!

Martino                       - Di che?

Rosalba                       - Vi ringrazio di essere venuto da me! Di non avere scelto un altro balcone...

Martino                       - (ride) Oh sì!

Rosalba                       - Tra tanti... Deve esserci sotto un nido di rondini...

Martino                       - (vivamente interessato) Credete?

Rosalba                       - Ho visto volteggiare una coppia, e mi pare di aver visto anche il nido dalla strada. Ma non sono sicura. Guarderò meglio e ve lo saprò dire.

Martino                       - Sì, sì!

Rosalba                       - Il nido deve avermi portato for­tuna!

Martino                       - Se davvero ci porta fortuna vuol dire che arriverà per tutti e due l'ora miracolosa, l'ora in cui qualche cosa tremerà dentro di noi...

Rosalba                       - E' allora che sentiremo che le no­stre anime saranno congiunte?

Martino                       - Sì, signorina!

Rosalba                       - Un tale miracolo, l'amore!

Martino                       - Perciò bisogna aspettare che si compia!

Rosalba                       - E' vero. Altrimenti che succede?

Martino                       - Oh! Un piccolo scherzo! Può suc­cedere che si corre il rischio di sposare la moglie di un altro.

Rosalba                       - Davvero? E' un brutto rischio. Ma come può avvenire un fatto simile?

Martino -                     - Avviene tutti i giorni.

Rosalba                       - Oh! Ma come?

Martino                       - Io sposo voi...

Rosalba                       - (vivamente) Sì!

Martino                       - Mentre voi, per andare bene, do­vreste sposarvi con un tale che in questo mo­mento - ma nessuno lo sa - si aggira tra gli ulivi della campagna di Tivoli col fucile in mano per sparare ai tordi, per dare un esempio... E sì chiama, mettiamo, Riccardo. Voi per essere fe­lice dovreste essere la moglie di Riccardo, non è così?

Rosalba                       - Sì.

Martino                       - E invece vi sposo io.

Rosalba                       - Oh! Ma allora il mondo è pieno di mariti che hanno sposato la moglie altrui!

Martino                       - Infatti, è pieno. Oh! Non si è sempre infelici! Anzi! Ci sono adattamenti prov­videnziali, esemplari...

Rosalba                       - Ma come fa una disgraziata che vive qui, come me, per esempio, a incontrare l'uomo che la farebbe felice, se quello sta spa­rando ai tordi tra gli ulivi della campagna di Ti­voli, e mai si sognerà di venire da queste parti?

Martino                       - Eh! Lo so! Se la felicità fosse una merce facile, tutti l'avrebbero a buon mercato! E' perciò che è rara.

Rosalba                       - Insomma quando si vede per la strada un signore a braccetto con una signora...

Martino                       - Non è sua moglie.

Rosalba                       - Oh! Questo scherzo non capiterà a noi?

Martino                       - Se aspettiamo che quel tale mira­colo si compia, sarà sempre una garanzia. E poi... non avete visto il nido sotto il balcone?

Rosalba                       - Giusto! Me ne accerterò. Vi avver­tirò. (Gli porge la mano) A rivederci, Martino. E grazie!

Martino                       - A rivederci, Rosalba. (Rimane per­plesso a guardarla).

Rosalba                       - (con allegra veemenza) Nella spe­ranza che la moglie vera sia io...

Martino                       - (ride) Io lo spero!

Rosalba                       - E anche nel caso che io sia la mo­glie di un altro...

Martino                       - (timido) Che devo fare?

Rosalba                       - (porgendo la guancia) Baciatemi!

Martino                       - (con entusiasmo, la bacia) Oh sì... Grazie! Grazie... (Indietreggia di alcuni passi, poi si volta e se ne va).

Rosalba                       - (si ferma a guardarlo. Poi mormora con un sospiro) Chi sa!

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

 (Lo stessa scena. La mattina dopo. Guenda, Cicciuzza e Lucetta, nervose ed eccitate, sono nell’attesa dell'arrivo di Tom).

Guenda                       - Tom tarda ad arrivare.

Lucetta                       - Lo obbligherai a giustificarsi!

Cicciuzza                    - Eccolo qua.

Tom                            - Mi son fatto aspettare. Scusate.

Lucetta                       - Dieci minuti. Non è poco.

Tom                            - Perdonate. Un'avventura galante. Una avventura galante con Giacomina.

Guenda, Cicciuzza e Lucetta - (urlando) Oh uh!...

Guenda                    - Sbrigati a dire che cosa è successo alla tua gatta..

Tom                            - Non le era mai saltato il ticchio di se­guirmi. Chi sa che cosa le è venuto in mente, è scesa con me giù al portone con la coda per aria e ha cominciato a venirmi appresso. Immaginate voi se avessi attraversato la città con la gatta alle calcagna? lo le ho detto: Giacomina, fammi il piacere, tu sei molto carina, ma mi aspettano altre gatte... (Le ragazze urlano) Macché! Ho do­vuto prenderla in braccio, rifare le scale, chiu­derla in cucina e svignarmela. Ma che aveva Gia­comina?

Lucetta                       - (eccitata) Stregonerie! Misteri!

Cicciuzza                    - (enfatica) Era pazza di te!

Guenda                       - (si alza e va ad agitare un campanello che si trova sul tavolino. Poi torna subito al posto. Le compagne rimangono sbalordite) Qui, giusto, abbiamo altro che gatte! Abbiamo una notizia sensazionale, nuova di zecca. Orripilante!

Lucetta                       - Che vuol dire?

Cicciuzza                    - Vuol dire orribile.

Tom                            - Che è successo?

Lucetta                       - Nefandezze!

Cicciuzza                    - Assurdità.

Guenda                       - Caro Tom, in questa casa è successo qualche cosa d'inaudito.

Tom                            - Ma si può sapere?

Lucetta                       - Vogliono fare la festa a Corradino,

Tom                            - Che? Lo vogliono ammazzare?

Guenda                       - Sta a sentire. Taci Lucetta! Tu lo sai, Corradino è dei nostri. Fino all'anno scorso ha giocato con noi. Noi dobbiamo difenderlo.

Tom                            - Certo! Ma da chi?

Guenda                       - Avevano promessa mia sorella Rosalba a lui, e già volevano togliergliela per darla all'uomo grasso. Poi a un certo punto l'hanno data a Martino.

Tom                            - Data! Data a questo e a quello come se fosse una torta... Chi è Martino?

Guenda                       - Quello che ieri giocò con noi. Un vecchio.

Cicciuzza                    - E fece così bene quella parte.

Lucetta                       - Figurati che ha trent'anni!

Cicciuzza                    - Ventotto!

Tom                            - Ho molta simpatia per Martino. (Le ragazze urlano) Questo non vuol dire che io non deplori il suo comportamento amoroso! Ma lei? tua sorella?

Guenda                       - Devi pensare che è tutta una por­cheria di soldi...

Tom                            - Porcheria di soldi. Ma che mi state raccontando?

Guenda                       - Martino è ricco.

Lucetta                       - (sempre elettrizzata) Azione vi­gliacchissima!

Guenda                       - Dobbiamo svolgere un'azione ostile. Io sono disposta a tutto.

Lucetta                       - Anche a uccidere Martino?

Guenda                       - Non dire assurdità.

Lucetta                       - Così vai in galera e Martino si spiffera Rosalba.

Tom                            - E' stupido dire si spiffera.

Lucetta                       - Ti voglio bene, Guenda. Non ti vorrei vedere ridotta a un passo simile.

Cicciuzza                    - Inutile lottare coi grandi. Hanno la forza dalla loro. Sono furbissimi,

Tom                            - Piuttosto io parlerei a Martino. Mi sembra un giovane intelligente.

Cicciuzza                    - Adesso è giovane!

Tom                            - Basta, non divaghiamo.

Cicciuzza                    - Come facciamo a lottare con un nomo?

Guenda                       - Stupida. Basta allearsi con Cor­radino.

Tom                            - Obblighiamo Corradino a reagire.

Lucetta                       - Tra le altre cose conosce il pu­gilato!

Guenda                       - Giusto, Tom. Allora tu chiameresti Martino qui?

Tom                            - Certo.

Lucetta                       - Un momento. Sono troppo ecci­tata!

Guenda                       - Zitta, Lucetta. (A Tom) Lo chia­miamo al telefono?

Lucetta                       - (getta un urlo acutissimo).

Guenda                       - (e gli altri) Ma smettila!

Tom                            - Sì, lo chiamerei al telefono.

Guenda                       - Subito? (Un silenzio d'attesa).

Tom                            - Sì, subito!

Guenda                       - (corre al telefono e sfoglia rapida­mente l’elenco mormorando) Radice... Ra­dice... (Gli altri ridono. Qualcuno chiede piano: a chi è Radice»?) Zitti! Parla il signor Mar­tino? Chiamatelo, sì... Martino? Parla Guenda. Siamo noi: Guenda, Tom, Lucetta, Cicciuzza...Le vostre amiche di ieri... Sì! Dobbiamo par­larvi! Qui, siamo qui nel salone... Sì, Grazie. (Agli altri che aspettano ansiosi) Tra due mi­nuti è qui.

Lucetta                       - (che si trova più in fondo alla scena si mette a girare su se stessa come una trottola con le braccia in alto, cantando, mentre gli altri tre parlano tutti in una volta).

Guenda                       - La massima serietà, mi raccoman­do! Noi dobbiamo difendere Corradino. Ma al­meno fosse qui! L'ho mandato a chiamare e non viene!

Tom                            - (a Guenda) Gli parli tu o gli parlo io? Certo, difenderemo il nostro compagno, che farebbe bene a stare qui. Ma dove s'è cacciato?

Cicciuzza                    - (spaventata) Oh Dio, che av­verrà? Che ci risponderà? E se quello dice che non bisogna immischiarsi nei fatti suoi? Chi sa che cosa succederà?

Guenda                       - (gridando) Lucetta! Finiscila di fare la trottola!

Lucetta                       - (rimane immobile. Si sente la voce di Martino).

Martino                       - E' permesso?

Tom, Lucetta, Guenda e Cicciuzza     - (imme­diatamente s'immobilizzano rimanendo impet­titi sulle loro sedie).

Martino                       - Che gioco era quello che stavate facendo?

Tom                            - Non era un gioco.

Guenda                       - Sedete, vi prego.

Martino                       -  Non era un gioco adatto per me?

Guenda                       - Per nessuno.

Martino                       - Mi pare di essere davanti a un tribunale!

Lucetta                       - Quasi ci siete!

Guenda                       - Zitta, Lucetta!

Cicciuzza                    - Un tribunale, sì!

Martino                       - Allora è un gioco.

Guenda                       - Tom, sbrigati a parlare prima che arrivi la mamma, se no questo signore non ca­pirà mai perché lo abbiamo incomodato.

Tom                            - Ebbene, state a sentire. (Si sente un tramestio dì passi, dominato dalla voce di Giuditta).

Guenda                       - Ecco. Addio. Lo sapevo. Andiamo via. (/ ragazzi si alzano e si fermano un, mo­mento).

Giuditta                      - (vede Martino e subito si rivolge verso di luì dopo aver detto alla prima cliente ferma nel fondo con la commessa) Scusate un momento. (A Martino) Oh buon giorno signore! Mi fa piacere vedervi qui di buon mattino...

Martino                       - Veramente... Signora, non mi sa­rei permesso se... se non mi avessero chiama... (Si arresta ai cenni che gli fanno i ragazzi).

Giuditta                      - (fulminandoli) Vi hanno chia­mato? Come ti permetti tu, Guenda, di distur­bare il signore? Che cosa avevate di così urgente da comunicargli, tu e i tuoi compagni? (I ra­gazzi assumono un atteggiamento corrucciato manon sottomesso. A Martino) S'ingeriscono delle cose dei grandi, capite? (Ai ragazzi) E non è la prima volta! (A Guenda) Sono cose che ti ri­guardano le faccende di tua sorella?

Guenda, Tom, Lucetta e Cicciuzza     - (lenta­mente scompaiono a destra).

Giuditta                      - (fa qualche passo premurosa verso Martino, lo prende per il braccio e gli parla con slancio) So, signore, che siete diventato buon amico di Rosalba. So chi siete. Ne sono felice. (Alla prima cliente che intanto si aggira nel fondo con la commessa guardando e provando cappelli e specchiandosi) Vengo, subito, signo­rina. (A Martino) Che volevo dirvi? Ah! Un giovanotto di buona famiglia, è vero, ma, Dio mio, un ragazzo e naturalmente disoccupato, da compagno di giochi di mia figlia aspirava a diventare fidanzato. Oh! Niente di serio. Ho pia­cere che siate arrivato voi a buon punto. Vi chiedo scusa della noia che vi hanno dato quei mocciosacci. Provvedere a strigliarli come si meritano... (Con un cenno di capo se ne va in fretta verso la cliente e la commessa con le quali scompare dal fondo).

Guenda, Tom, Lucetta e Cicciuzza     - (in fila appaiono dalla destra in punta di piedi pronti a scappare. La più risoluta ad avvicinarsi è Guenda, eccitatissima, che apostrofa Martino),

Guenda                       - (con un sibilo) Inaudito!

Martino                       - Eh?

Guenda                       - (più forte, guardandosi indietro e tre­mando) Inaudito!

Martino                       - Ma che cosa?

Guenda                       - Adesso vi dico in fretta di che à tratta.

Martino                       - Oh! Finalmente!

Guenda                       - (con gli occhi che ogni tanto spiane verso il fondo) Avete fatto lo sgambetto a Corradino!

Martino                       - Chi è Corradino?

Guenda                       - Il fidanzato di Rosalba!

Martino                       - Oh! S'incomincia a capire qual­che cosa! Io lo sgambetto? Ma se Corradino non lo conosco!

Guenda                       - (dominandosi, con voce più ferma e pacata) Appunto. Volevamo informarvi. Cor­radino è dei nostri. Siccome siete ricco preferi­scono voi. Ma noi ci opponiamo e vi renderemo la vita infelice.

Martino                       - Ah! E' così? Perciò avete sferrata la squadra di soccorso ? E credete che io mi fac­cia intimidire da voi quattro? (Gli altri tre avanzano e si mettono ai fianchi di Guenda tran­quillamente) E' forse verosimile che alla mia età debba chiedere permesso a voi se voglio sposare una signorina? Siete ragazzi, va bene, ma qual­che cosa dovete avere in zucca!

Guenda                       - (fuori di sé) La vostra azione è schifosa. Prima non sapevate niente. Ma ora che sapete?

Martino                       - Adesso che so mi rimane a sapere perché voi fate tanto la gradassa! Voi, voi, si­gnorina Guenda! Dopo avermi accolto così bene, ieri! Mi stupisce e mi addolora molto, che dia­mine! Mi avete persino baciato.

Guenda                       - (furente) E' stato per gioco!

Martino                       - (a sua volta gridando) Si comin­cia sempre così!

Guenda                       - (sempre inviperita) Fate un'azione schifosa!

Martino                       - Sì! Mi son messo a farne, da qual­che tempo. Sposerò vostra sorella e così porterò a compimento Fazione schifosa. Va bene?

Guenda                       - (torcendosi le mani, in preda alla di­sperazione) Vi prende perché siete ricco. Se no, non sposerebbe un vecchio. Già vi trova tanti difetti grossi! Lo ha detto!

Martino                       - Che ha detto?

Guenda                       - Ha detto: è miope!

Martino                       - Bè... (Fa un gesto come per dire « meno male ») Adesso che volete da me?

Guenda                       - Smettetela! Lasciatela a Corradino!

Martino                       - lo me la prendo per me. Me la sposo subito.

Guenda                       - (disperata, con le lagrime che le ri­gano le gote) Infame! Siete un infame! Siete prepotente senza un briciolo di cuore!

Martino                       - Non me ne importa!

Guenda                       - (sempre piangendo) Vi prego, per quanto avete di più caro... qual è la cosa che avete più cara al mondo?

Martino                       - (sogghignando) Gli scarabei!

Guenda                       - Ebbene... (Mutando all'improvviso e sorridendo) No... non posso pregarvi per gli scarabei! (Sorride e il suo viso s'illumina men­tre i ragazzi ridono).

Martino                       - Oh! Meglio così! Molto meglio quando sorridete!

Corradino                   - (dalla destra) E' permesso?

Guenda                       - (e i ragazzi) Oh! Corradino!

Corradino                   - Permesso? (A Guenda) Mi hai telefonato? Non gioco. Che volevi? (Presentami al signore.

Guenda                       - (con intenzione) Oh! sì! sì! Il si­gnor Martino... il signor Corradino. (Breve in­chino tra i due uomini).

L’Uomo grasso           - (dalla destra) E' permesso?

Guenda                       - Ah! ah! Ecco l'altro! E' incredi­bile il numero dei fidanzati di mia sorella che bazzicano per casa! (Presentando con accentua­zione ironica) Il signor Martino, il signor Cor­radino, il signor..,

L’Uomo grasso           - Torrone-Todeschini: è un cognome solo.

Guenda                       - Il signor Torrone.

Lucetta                       - Buono! Ne vorrei un pezzo. (/ ragazzi ridono).

Cicciuzza                    - Anch'io.

Martino                       - Vi siete sbrigati ?

Corradino                   - Bene, io baglio la corda. (Stupiti e indignati i quattro compagni lo guardano pronunziando come un soffio la stessa parola: « Cor­radino »).

Guenda                       - (incollerita) Come? Al signore non dici niente?

Corradino                   - (distratto) Che ha fatto?

Guenda                       - (subitamente intenerita, con le due mani gli accarezza il viso) Lo saprai, povero Corradino! Ma qui sta Guenda che si farà a pezzi per te. E anche i tuoi compagni! (Breve silenzio).

Tom                            - (all'uomo grasso) E voi ? Non gli dite nulla?

L’Uomo grasso           - (frastornato) Che ha fatto?

Tom                            - E' vero, voi siete fuori causa! (Tutti e tre gli uomini si guardano curiosamente, qual­cuno girando su se stesso. Silenzio imbaraz­zante).

Corradino                   - Tornerò quando ci sarà Ro­salba.

L’Uomo grasso           - Non c'è Rosalba? Allora scappo pure io. (A Martino) E voi, signore?

Martino                       - No, io resto. Devo dire qualche cosa a questi amici.

L’Uomo grasso           - (via).

Corradino                   - A rivederci. (Se ne va dietro l'uomo grasso).

Guenda                       - (spaventata, mentre i ragazzi ripren­dono il loro posto nell'ordine di prima) Mia madre

Giuditta                      - (infatti viene dal fondo a passi af­frettati).

Martino                       - (autoritario) Non vi muovete! Fa­temi il piacere di rimanere dove siete.

Guenda                       - (e gli altri rimangono fermi ai loro posti).

Giuditta                      - Caro signor Martino, non vi sa­rete fatto cattivo sangue, spero, per ragionare con questi scalmanati! E' deplorevole che vi ab­biano dato fastidio.

Martino                       - No, no, signora! Anzi, mi stavo provando a far loro un breve discorso. Perciò io stesso li ho pregati di rimanere qui!

Giuditta                      - Ah! Va bene!

Martino                       - Voglio trattarli seriamente. I gio­vani vanno considerati con la massima atten­zione. Parlerò loro trattandoli da grandi.

Giuditta                      - Benedetti ragazzi! Stanno sem­pre tra i piedi! (Prendendo Martino per un lembo della giacca e tirandolo da una parte, verso la sinistra della scena, per non farsi udire dai ragazzi) Ma poi... ragazzi fino a un certo punto! C'è Guenda che ha diciassette anni. Fa­rebbe bene a guardarsi intorno per un marito, invece di giocare. Alla sua età io ero già sposata. Ma è una tradizione di famiglia! Rosalba, che ha diciannove anni, fino a ieri era sempre in mezzo a loro! Corradino, che ha ventun'anno, fino a poco tempo fa stava sempre in mezzo alla combriccola! Ci credete?

Martino -------------- - Eh sì! Lo capisco benissimo.

Giuditta                      - Una volta, mentre ero in cam­pagna con mio marito, conobbi una contadina che allattava un suo ragazzo di otto anni. Incre­dibile, lo allattava in piedi! Voi sapete che i figli non si staccano mai interamente dalle loro mamme. Questo è provvidenziale. Ma quella contadina si teneva geloso il suo rampollo e lo allattava quasi per non farlo staccare, nemmeno materialmente, né da lei né dalla sua infanzia. Così è di questi ragazzi che stentano a staccarsi dall'adolescenza. E forse, Dio mio, non hanno torto!... Permettete Martino, qui c'è sempre un sacco di cose da fare... (Via dal fondo col suo passo rapido).

Martino                       - Proprio come se foste grandi vi tratto. Ma, intendiamoci, non ne voglio più sen. tir parlare. Di che mi accusate, in sostanza? D'aver soffiato la fidanzata a Corradino e all'uo­mo grasso. Accidenti, che razza di uomo intra­prendente sono diventato tutto in una volta!

Tom                            - No, no, l'uomo grasso mettiamolo da parte. Corradino.

Martino                       - Bene. E' vero o no che io non sa­pevo neanche che esistesse fino a cinque mi­nuti fa?

Tom                            - Sì, ma adesso siete stato informato. Che intendete fare?

Martino                       - Ah! Cari miei! Devo dirvi che a me Corradino importa un fico secco. Io m'inna­moro dalla finestra d'una bella ragazza. Salgo su. La chiedo in isposa. Non mi rifiutano. Ri­mango al mio posto. In che consiste la mia pre­potenza? Nel denaro? Felice di darlo alla donna da me scelta. Ogni uomo si accinge alla conqui­sta di qualche cosa coi mezzi di cui dispone. Gli uomini belli non mettono fuori le loro doti fi­siche? E non è una vigliaccheria, quella, se­condo voi, come può esserlo il denaro, come può esserlo la scaltrezza, come può esserlo l'espe­rienza, la seduzione o che so io? Uno che ha un bel naso, una voce insinuante e due occhi lam­peggianti, che fa quando se ne serve con una donna? Commette una vigliaccheria, secondo voi! Da un certo punto di vista sarebbe giusto perché egli ha quello che non ho io e con che diritto se ne vale? Ma - voi dite . Corradino c'era prima di me! E a me che importa? Se c'era prima di me e non è riuscito a farsi amare al punto da escludere gli altri concorrenti, vuol dire che non s'era fatto amare abbastanza. Sarà stata consuetudine, tenerezza, amicizia o che so io. Non già amore vero! E allora? Forse che io ho usato una gherminella? Ho venduto fumo?

Lucetta                       - E chi volevate che comprasse il fumo?

Martino                       - D fumo si compra. (Pausa) O forse io ho ipnotizzata la signorina Rosalba? L'ho circuita con arte diabolica? L'ho forse in­vitata a visitare la mia collezione di scarabei, adescandola in casa?

Cicciuzza                    - Avete gli scarabei?

 Tom e Guenda           - E zitta!

Cicciuzza                    - Allora siete un...un...

Martino                       - Entomologo, sì.

Lucetta                       - E che ne fate di quelle porcherie infilzate con lo spillo? Proprio per gli scarabei ho preso otto all'esame.

Martino                       - Brava!

Lucetta                       - Gli scarabei si comportano in modo obbrobrioso.

Martino                       - Sì, hanno strane abitudini. Si ca­ricano di strani fardelli.

Lucetta                       - (urlando) Li trascinano sul suolo! (/ ragazzi ridono).

Martino                       - Talvolta anche sulla sabbia del mare, contaminando un poco la gentilezza delle spiagge... (urlo dei ragazzi) ... obbedendo, chi sa! a orrende leggi, neri lucenti con antenne dentate... Essi nascondono nelle loro gallerie, come se fossero merci preziosissime, rotondità immonde! (Risate) Ma perché questo? Perché le loro donne... oh che dico! le loro femmine possano deporvi le uova...

Lucetta                       - (urlando) Orrore!

Martino                       - ... allo scopo di non far estinguer­la razza degli Scarabei Pallottolieri... (Risata di ragazzi) Ma... c'è una nota di distinzione in loro! Gli scarabei lo fanno bensì in omaggio a finalità incubatrici, sta bene: ma c'è nella loro maniera di procedere un gesto di distinzione. Essi rotolano i loro carichi camminando a ri­troso, facendo con questo capire che disdegnano un poco le loro fatiche. Signori! E' un gesto quasi di eleganza (urli) che li solleva nella mia considerazione. Ecco perché mi son degnato di infilzarli nello spillo. V'inviterò a vederli. Sono creature interessanti e sacrificate, come tutte quelle a cui il destino affida pesanti fardelli... Ma giuro solennemente che nessuna intenzione ho mai avuta d'infilzare la signorina Rosalba nello spillo! Lungi da me il proposito di ve­derla dibattere le ali come una libellula pri­gioniera.

Guenda                       - La lascerete dunque libera?

Martino                       - (sta per rispondere con una certa solennità).

Lucetta                       - (che s'era avvicinata al balcone, a Guenda con voce concitata) Corradino e Ro­salba spuntano dal fondo della strada!

Guenda                       - (si alza, eccitatissima, e grida torcendosi le mani) Eccola che arriva... eccola che arriva... (urlando) Martino! Martino voi dovete lasciarla stare! Mia sorella è di Corra­dino! Si conoscono da ragazzi... E' naturale che ella, che è la maggiore di tutti, sposi il ragazzo più grande. Adesso voi venite a spadroneggiare! A sconvolgere ogni cosa!... (Cerca nella sua testa qualche cosa di enorme per spaventare Martino. Gli parla con voce concitata) Sappiate che mia sorella non può essere sposata da nessuno! Nes­suno, nessuno! (Martino si spaventa) Egli l'ha baciata! L'ho visto io. Si sono spesso baciati!Quasi sempre! (Quasi urlando) Potreste voi sposare una donna che ha baciato un altro?

Martino                       - (respirando) Bé... Che paura mi avevate fatto! (Si fa vento col cappello che aveva posato sul divano, entrando) Non c'è altro?

Guenda                       - (a Lucetta, rapidamente) Va a guardare alla porta!

Lucetta                       - (corre alla porta ma non si allon­tana troppo dalla scena).

Guenda                       - (disperata, col pianto in gola) Ce... c'è... che non si può, a costo di tanto do­lore, prendersi una ragazza... Voi ve la prendete seminando guai... rovinando tutti... Tutti i no­stri sogni, che sono non crediate come i nostri giochi, ma come i nostri occhi... tanto dolore proviamo a perderli! Voi travolgete un ragazzo senza fortuna perché è povero ma pieno d'in­gegno, pieno di volontà! Corradino sarà un giorno un uomo vittorioso e potrà rendere fe­lice mia sorella... Ora mia madre e mia sorella sono affascinate dal vostro denaro e dai vostri maledetti palazzi! Ma quando voi passerete per la strada qui sotto - la nostra strada! - in­sieme con Rosalba, i palazzi piangeranno anche loro! (Piange e trema. Martino è impressionato) Perché questa strada li conosce! Conosce Cor­radino, conosce Rosalba, tutte le pietre dei vo­stri maledetti palazzi li conoscono e basta pro­iettare le loro ombre perché essi li chiamino coi loro nomi senza che neanche li guardino in Caccia, perché sempre, tutti i giorni, in tutte le ore sono passati di là; e perciò anche le pietre urleranno contro di voi! (Si abbatte singhioz­zando con le braccia sul tavolino e il capo tra le mani. Una pausa).

Lucetta                       - (accorrendo come una spiritata) Sono qui! Sono qui sulle scale!

Martino                       - (prende il cappello e corre a infilare la porta a destra del fondo, seguito da Tom, Cicciuzza e Lucetta che gli corrono dietro. Ar­rivano in fretta Rosalba e Corradino. Corra­dino, turbato e intimi-dito, dietro. Rosalba, non molto accigliata, va, com'è sua abitudine, a le­varsi U cappellino al balcone e lo posa sopra uno dei sostegni. Non si è neanche accorta di Guenda. Guenda si è alzata, un po' smarrita, si t> strofinati gli occhi e ora se ne va a lenti passi verso il fondo, dove sono scomparsi Martino e i ragazzi).

Rosalba                       - (piantandosi in faccia a Corradino) Bene. Hai voluto salire qui. E quasi mi fa­cevi una scenata per la strada. Che vuoi? E' vero, mi sono fidanzata. Sposo un signore. Ades­so basta con le sciocchezze da ragazzi. Doveva finire, no?

Corradino                   - Perché doveva finire?

Rosalba                       - Perché una ragazza a un certo punto si deve sistemare. E' una brutta parola, inventata dai mercanti: io non ne ho colpa. La vita è un mercato.

Corradino                   - Perciò volevi sposare l'uomo grasso.

Rosalba                       - Prima l'uomo grasso, proprieta­rio terriero. Ma non andava perché troppo vo­luminoso. Adesso sposo Martino proprietario di questo palazzo e di quello di rimpetto.

Corradino                   - No. Solo di quello di rimpetto,

Rosalba                       - Ti dico anche di questo. Vuoi che io non lo sappia? L'ha comprato in questi gior­ni. Forse perché c'ero io, l'ha comprato. Eh! Ne ha di denari!

Corradino                   - E' inaudito! E già gli vuoi bene?

Rosalba                       - E' un brav'uomo, intelligente. Perché non devo volergli bene? Se non glie ne voglio per adesso, glie ne vorrò in seguito.

Corradino                   - Credi che sia facile? A ogni modo...

Rosalba                       - A ogni modo che cosa? Perché non mi guardi in faccia? (Gli si avvicina) Lo so che questo distrugge i nostri bei progetti, ma santo Iddio tu che mi dai da mangiare? Questa bella baracca non va più avanti. Ci vogliono soldi soldi... Lo so che questo distrugge tante cose nostre: mie e tue, ma...

Corradino                   - Presto avrei avuto un impiego, lo sai... Un giorno sarò capace di guadagnare... anche molto denaro...

Rosalba                       - Sì, ma con l'impiego, se pure riu­scirai a dar da mangiare a te stesso e alla mogliettina, come farai a sfamare quest'azienda che ha la bocca spalancata? Guarda che bocca! Questa sala inghiotte, inghiotte, e nessuno l'ali­menta! La clientela è rara. Nessuno vuole più mettere cappellini sulla testa. Se qui non ve­nissero i ragazzi di Guenda a giocare, sarebbe la sala del deserto. Potrebbe passeggiarvi un cammello comodamente. Il cammello poi non avrebbe di che dissetarsi.

Corradino                   - E quando ti spo... seresti?

Rosalba                       - (lo guarda) Non lo so. Ma credo presto.

Corradino                   - Allegra! Allegra!

Rosalba                       - Ma no... ma no... Sono allegra, io?

Corradino                   - (con la mano si strofina un oc­chio) I nostri poveri sogni!

Rosalba                       - (lo guarda e quasi si mette a gri­dare) No eh! Niente commozione! Per ca­rità non piangere! (Perché anche lei avrebbe voglia di piangere).

Corradino                   - Io?

Rosalba                       - Vedo un luccicone.

Corradino                   - Io non ce l'ho messo. Ci sarà andato per conto suo. (Cerca di sorridere, di apparire indifferente).

Rosalba                       - (seria) Sai bene che non resisto!

Corradino                   - Capirai... E' tutto un sogno che se ne va...

Rosalba                       - Lo so, lo so che è triste... Povero caro! (Gli carezza il viso ed egli si schermisce) Adesso sì che abbiamo cessato di essere ragazzi!

Corradino                   - E sarà finita anche la nostra amicizia ?

Rosalba                       - Tu sai che donna sono. Mi dedi­cherò interamente alla casa. Mi conosci per una donna come si deve, no?

Corradino                   - Oh, sì!

Rosalba                       - Ma ricorderò sempre i nostri bei giorni di vacanze, i nostri giochi, i nostri sogni come dici tu... Anche tu, non è vero?

Corradino                   - Oh! Io

Rosalba                       - Che cosa dici?

Corradino                   - Che importa a me ricordare? Tu sì, ricca, con la vita comoda, ti permetterai anche il lusso di ricordare. Si vede che puoi farlo. Io no. (Arrabbiandosi) Voglio andare tra le fiamme dell'inferno, ma non ricordare te. Va, va pure. Venditi come puoi. Ma non pre­tendere che io ti ricordi come vuoi tu.

Rosalba                       - Ma Corradino!

Corradino                   - Da quando in qua una donna che ama un uomo deve aver paura della vita dura! Sì, la vita dura con me! Non sarà dura in eterno! E se saremo in due non sarà dura affatto.

Rosalba                       - Come mi tratti!

Corradino                   - (disperato) Sì, perché hai tra­dito la nostra vita di ragazzi. L'hai tradita alla prima lusinga che ti hanno fatto. Ti sei arresa senza neanche ribellarti. Questo mi dispiace. Neanche più una sorella sei. Tenevo tanto che tu fossi mia sorella. Adesso è finito tutto. Addio. Ebbene? Adesso che c'entra a piangere? Oh! Che tu pianga non lo capisco...

Rosalba                       - Hai ragione di meravigliarti. Do­vevo aspettare che tu mi picchiassi, per pian­gere. Credi forse che io non pensi alle cose che pensi tu? Ma tu perché non mi aiuti? Forse che da ragazzi non ci siamo sempre aiutati?

Corradino                   - Il guaio è che tu mi consideri sempre un ragazzo, mentre tutti gli altri sono uomini per te!

Rosalba                       - Ma perché dici che ti disperi e te ne vuoi andare? Adesso più che mai ho bi­sogno di te, adesso che mi sento debole e sto per commettere una sciocchezza...

Corradino                   - Ah! Sei persuasa?

Rosalba                       - Oh! Lo ero anche prima! Ma caro, la forza di lottare non posso trovarla da sola! Ho bisogno che tu m'arati! (Piange silen­ziosamente).

Corradino                   - T'ho detto che non devi pian­gere.

Rosalba                       - Mi hanno tanto stancata... tanto stancata...

Corradino                   - Oh, sì! Lo capisco, cara...

Rosalba                       - Mi hanno tanto avvilita... Tutti i giorni è la stessa lotta...

Corradino                   - Sì, ma se vuoi essere forte e desideri il mio aiuto devi essere sorridente! Oh... Ecco... questa è la faccia della mia Ro­salba... Ti ricordi quando piangevi perché quasitutte le notti sognavi che la pantera ti porta»! via?

Rosalba                       - Sì... sì...

Corradino                   - Adesso vogliono portarti ancori via. Ma non è la pantera. E' un bel signore edu­cato... Anch'io, vedi, ho il difetto di conside­rarti una ragazzina... Poi mi meraviglio se ti comporti come una donna fin troppo asserì nata...

Rosalba                       - (risoluta) Corradino caro, senti.,, hai ragione! E' più forte di noi. Perdonami, ma credi pure che io lo facevo per finirla! I lamenti di mia madre, i suoi sospiri dalla mattina alla sera...

Corradino                   - Lo so! Lo so!...

Rosalba                       - Mi hanno tolta ogni volontà di reagire... Qualche volta ho avuto anche t'im­pulso di correre da te, chiedere aiuto a te, ma son sempre rimasta perplessa. E' come dici tu,,, Senza volerlo pensavo: quello è un ragazzo,,,

Corradino                   - Quando comincerai a considerarmi un uomo non si sa. Dopo che t'avrò sposata, forse!

Rosalba                       - (sorridendo) Oh, sì! Credo...

Corradino                   - (le asciuga gli occhi) Basta, I adesso... Non farti vedere...

Rosalba                       - Sì, caro, caro... Perdonami... fio bacia sui capelli, sulla faccia, lo abbraccia, non finisce mai di baciarlo, ma sempre come si bacia un ragazzo per consolarlo: un ragazzo a cui si! vuole molto bene. E sempre gli mormora: « caro, caro »).

Martino                       - (ha aperto la porta senza guardare, ma a un, certo punto sì ferma stupefatto. Poi s'incammina a passi leggeri e rapidi verso Ro­salba e Corradino che non avendolo visto non smettono dì baciarsi e di carezzarsi. Martino si ferma a due passi dì distanza e aspetta a capo chino).

Rosalba                       - (smette immediatamente appena vede Martino. Dà una spinta a Corradino, ad­ditandogli Martino. E' irritatissima, non perché si è scoperta una verità, ch'ella stessa avrebbe rivelata, ma perché è stata colta sul fatto).

Guenda                       - (è entrata all'ultimo momento, igna­ra di quanto è avvenuto. Ma intuisce subito ogni cosa).

Rosalba                       - (dopo essersi voltata qua e là, assai confusa e impacciata, vede Guenda ed è felice dì investirla per sfogare la sua irritazione) Che vuoi tu? Che vuoi? Sei contenta adesso? Bene, adesso le cose son chiare. Ma che importa a te? (Urlando) Quando è che ti levi d'attorno? A me non importa niente, ti avverto, anche se hai fatto la spia. Sì, forse è così! Ma perché l'hai fatta? Perché sei gelosa, ecco, ecco! Sei gelosa, vergognati! (Furibonda se ne va. Un istante si ferma per gridare a Corradino) Tu che stai a fare lì? (Corradino si precipita verso di lei).

Guenda                       - Oh! Io!... Avete inteso? Mi ha detto che sono gelosa... Oh questa poi!... Io ge­losa? Io gelosa? (Ha il volto gonfio, le lagrime esprimono la sua confusione e la sua angoscia).

Martino                       - (ha una mano sulla spalla di lei) Ma no... ma no... signorina...

Guenda                       - (al contatto della mano di Martino emette un grosso gemito che l’obbliga a chinare leggermente la testa sulla spalla di lui) Ohoholi...

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

 (Una vasta stanza che è un po' studio e un pò museo di storia naturale. A sinistra, pros­sima alla ribalta, si apre una grande veranda dinanzi a cui siede legge studia abitualmente Martino. Subito a destra della veranda, su piani inclinati, entro eleganti vetrine è una collezione di scarabei e di cerambici. Il mattino del giorno dopo),

Lucetta                       - (in piedi) Di qua si sentono più distintamente i rumori della strada. Più che dalla casa di Guenda.

Martino                       - (seduto) Può darsi. Arrivano a ondate. Un momento fa, per esempio, si senti­vano tutti insieme: tram, automobili, campa­nelli di biciclette e quella voce... L'hai rico­nosciuta?

Lucetta                       - Lo straccivendolo.

Martino                       - Adesso, silenzio. Queste pause sono riposanti. Una strada non può urlare sempre, ha bisogno di respirare.

Lucetta                       - E' viva?

Martino                       - Certo, è viva.

Lucetta                       - E quello stridìo per aria? Le rondini?

Martino                       - I rondoni. Ma strideranno di più tra un mese, quando voleranno insieme padri madri e figli...

Lucetta                       - Fughe clamorose! Strida altis­sime. Stormi immensi!

Martino                       - Non ti eccitare.

Lucetta                       - Si dice stormi?

Martino                       - Si dice, si dice.

Lucetta                       - Perché invece degli scarabei non avete fatto una collezione più colorita, più vi­vace? Perché non avete raccolto Uccelli del Paradiso?

Martino                       - Prima di tutto perché gli Uccelli del Paradiso non sono insetti, e poi perché, per fare quello che dici tu, avrei dovuto trasferirmi nella Nuova Guinea.

Lucetta                       - Posso esprimere un'opinione?

Martino                       - Esprimi, esprimi.

Lucetta                       - Evviva i cerambici, morte agli scarabei!

Martino                       - Tu ignori, ragazza, che lì; in mezzo c'è lo Scarabeo Sacro, che presso gli Egi­ziani simboleggiava il Sole.

Lucetta                       - Gli Egiziani bevevano grosso!

Martino                       - Che sai tu degli Egiziani e del bere? Tu che bevi?

Lucetta :                      - Acqua.

Martino                       - E allora non parlare.

Lucetta                       - Oh! questo blu! Magnifico, su­perbo, questo blu con le zampe color rame!

Martino                       - E' un esemplare piuttosto raro di Cerambice Muschiato. Fai bene ad ammirarlo. E', tra i Cerambici, il vero elegantone. Sempre profumato - un po' troppo, forse, ma così piace alle Cerambichesse - mena una vita da gran si­gnore. Passeggia nelle ore calde del giorno, e specialmente verso sera, sui tronchi dei vecchi salici dove dà convegno agli amici, muovendo lentamente l'antenna, come se avesse un baston­cino d'ebano, e intanto assapora, con piacere lento, la linfa stillata dalla corteccia dell'al­bero. Profumato lui, profumata la linfa, profu­mato il salice, una vita da perfetto gaudente.

Lucetta                       - (non sta nei panni per la conten­tezza) Oh! come sono contenta di averne fatta la conoscenza!

Martino                       - Ah sì?

Lucetta                       - (c. s.) Sì, di questo Muschiato! Ma adesso non odora più. Non sa di niente.

Martino                       - Come tutti gli elegantoni dissec­cati.

Lucetta                       - Ma Tom? Guenda? Cicciuzza? Non dovevano essere qui?

Martino                       - E che ne so io?

Lucetta                       - Si capisce benissimo che siete di cattivo umore. A causa di Rosalba, lo so. Siamo tutti contenti che l'abbiate restituita a noi.

Martino                       - (irritato) A voi? Ma che siete voialtri? Una setta? Una provvidenza sociale? Sono contento di averla restituita per questo fatto: che almeno così non piangeranno i pa­lazzi, non lacrimeranno le pietre...

Lucetta                       - (ride) Dovete stare attento a non rivederla!

Martino                       - Chi?

Lucetta                       - Rosalba piace molto agli uomini.

Martino                       - (gridando) Ma che sai, tu, di que­ste cose!

Lucetta                       - Lo dice mio padre...

Martino                       - Alla mamma, è vero?

Lucetta                       - Sì...

Martino                       - Ma tu ascolti tutto quello che tuo padre dice a tua madre? Non perdi neanche una parola?

Lucetta                       - (gridando a sua volta) Gridano sempre forte!

Martino                       - Eh! Ma dovrebbero stare attenti! (Poi al servo che avanza) Che c'è?

Il Servo                       - La signorina Rosalba desidera parlarvi.

Martino                       - (stupito mormora) Rosalba!

Lucetta                       - (con aria trionfante si mette a fare inchini) Ah!... ah!... ah!... (Via di corsa).

Martino                       - (al servo) Fate entrare.

Il Servo                       - (va alla porta e fa entrare Rosalba).

Rosalba                       - (elegantissima, con un cappellino delizioso).

Lucetta                       - (la saluta saltando e scappa).

Martino                       - (le va incontro, la prende per una mano e la fa sedere).

Rosalba                       - Buon giorno, Martino.

Martino                       - Signorina Rosalba! Vi siete in­comodata per venire da me!

Rosalba                       - Tutta la famiglia oggi si river­gerà da voi!

Martino                       - Perché? Chi viene?

Rosalba                       - Ho lasciato mia madre davanti allo specchio già pettinata, imbustata, che si faceva bella. Certamente per venire da voi. L'a­vrò preceduta di poco.

Martino                       - Che cosa vi fa credere...

Rosalba                       - Non lo so. Tutto l'insieme... Ma particolarmente certi sospiri che ho sentito lan­ciare dalla camera attigua, ben sonori affinché arrivassero fino a me! Vi dico questo perché non voglio che mi riteniate responsabile del di­scorso che ella vi potrà fare e delle teorie che potrà sostenere dinanzi a voi. Siamo intesi?

Martino                       - Oh! Non c'era bisogno di avvertirmi.

Rosalba                       - Qualunque discorso potrà fare è impossibile, o per lo meno improbabile, che io approvi. Perciò lasciatela parlare, se vi diverte: ma non argomentate che io possa averlo ispi­rato o suggerito.

Martino                       - Siamo intesi. Ma non l'avrei mai pensato! Vi conosco abbastanza...

Rosalba                       - (con molta dolcezza) Oh! Allora parliamo un poco di noi. Immaginerete perché sono venuta.

Martino                       - (fa un gesto vago e sorride).

Rosalba                       - Dovevo chiedervi scusa, no? dell'incidente... spiacevole. Ma spero che mi farete l'onore di credere che, se anche quell'incidente... non fosse avvenuto davanti ai vostri occhi... io stamane sarei venuta egualmente qui! (Martino accenna vivamente di sì, mettendosi una mano nel petto) Oh! Bene. Sarei qui anche se non mi aveste, come si dice, colta in flagrante... Mio Dio, mi pare di essere una moglie colpevole che fa la confessione al marito... No, Martino! Io avevo ed ho molta simpatia per voi. Mi avete intenerita e affascinata con la maniera con cui mi avete avvicinata e parlato là sul balcone. (Guarda fuo­ri) Ahi E' là che mi avete vista quando mi affac­ciavo... (Guarda e rimane un poco assorta) E veramente io mi son illusa di poter essere vostra come voi volevate quella mattina, pur sapendoche avrei dato un dolore a quel ragazzo con ed ho legami fraterni, legami di consuetudine... H trovato invece tanto dolore nei suoi occhi.., tanto dolore che non ho resistito... Non si può, noni può passare su tutto, come dice mia madre, ali pestare senza curarsi di niente... So bene che quel ragazzo non lo posso sposare per ora: so bene che quando lo sposerò saranno grossi sacrifici, e nella migliore delle ipotesi sarà la vita meschina... So tutte queste cose. Ebbene, affronteremo con coraggio la vita dura, non c'è alti da fare... E non crediate, Martino, che ci sia dimezzo la passione, la passione che acceca.., i nemmeno per sogno! Né da parte mia nei parte sua. Ma c'è qualche cosa di più delicato, forse, e di più caro per me: la tenerezza, lat nerezza dell'infanzia e della giovinezza... la nostra vita fino a ieri, l'impossibilità di distaccarmene, la nostalgia di essere ancora tra i ragazzi,.! Si può, in un momento di ribellione e di scoria mento, andare perfino verso l'uomo grasso, ma non seriamente, via! Mi credete ? (Martino accenna dì sì, vivamente) Tra me e Corradino l’amore ancora deve nascere, ma il mio istinto mi" dice che nascerà, e io sentirò quando questo a-­verrà! Lo sentiremo perché voi mi avete detto che, quando l'amore nasce in noi, il mondo t come un suolo che respira sotto i nostri piedi, e anche la folla, se assiste, s'incanta, mentre il nostro spirito è in una trepida attesa del mira' colo. Perciò io aspetto. Intanto vi ringrazi» di quell'ora deliziosa che mi avete regalata sai balcone e vi chiedo ancora perdono lei piccole dolore che il mio amor proprio vorrebbe averti arrecato ma che certo è un'illusione mia. So, datemi la mano. Addio, Martino. Scappo in fretta perché non voglio che mia madre mi trovi qui. Meglio è che glie lo diciate voi. Ancora vi chiedo scusa e vi saluto... (Se ne va, semplice, un po' commossa, con un lieve sorriso. Martino quasi le corre dietro per accompagnarla fino alla porta, poi va di nuovo a sederai dinanzi alla  veranda).

Martino                       - Fabrizio!

Il Servo                       - Eccomi.

Martino                       - Che ti pare, guardando quel balcone? Che vedi?

Il Servo                       - Vedo un manichino da modista, o da sarta; non saprei precisare... Un bel cap­pellino. Piante di lauro nei vasi verdi.

Martino                       - Mai più vedresti su quel balcone una persona viva!?

Il Servo                       - A dir la verità, quando guardai la prima volta fui tratto in inganno. Come avete fatto a indovinare?

Martino -                     - Non ho indovinato niente.

Il Servo                       - Poi guardai bene. Capii subito. Ho buona vista.

Martino                       - E' perciò che mi stupisce che tu sia stato tratto in inganno.

Il Servo                       - Ma fu un momento!

Martino                       - Sia pure un momento. (Pausa) Senti. Bisogna chiamare al telefono Moscatelli, pregarlo di venire da me subito, appena può.

Il Servo                       - Il signor amministratore? Vado «abito. Permettete un momento. Hanno suonato. (Si avvia alla porta).

Martino                       - Se è la signora Giuditta, fa subito entrare.

Il Servo                       - (va ad aprire ed entra la signora Giu­ditta).

Giuditta                      - Caro signor Martino. (Martino le va incontro) So che siete professore...

Martino                       - Sono Martino. Chiamatemi Mar­tino. E' più semplice. Siete un po' affaticata. Sedete.

Giuditta                      - Grazie. Siete professore, dunque ri chiamo professore.

Martino                       - (ha un gesto di rassegnazione).

Giuditta                      - Sono amareggiata. Rosalba ieri sera mi ha narrato l'episodio della mattina. Ma che episodio! E' una tale sciocchezza, è vero?, una tale puerilità... Una sciocchezza da ragazzi! Certo voi, uomo di buon senso, non gli avrete dato la minima importanza.

Martino                       - Non più importanza di quanto può avergliene dato vostra figlia.

Giuditta                      - Ah! (Sospettosa, lo scruta) Meno male.

Martino                       - (aspetta, a occhi bassi).

Giuditta                      - Un bacio, a quel che ho udito?

Martino                       - Parecchi, a quel che ho visto.

Giuditta                      - Ah sì?

Martino                       - Se si amano, che volete farci?

Giuditta                      - Ah! Santo Iddio! Non bisogna ingrandire le cose.

Martino                       - Se fanno così adesso, che cosa non potrebbero fare dopo, alle mie spalle?

Giuditta                      - Chi oserebbe mai fare qualche cosa alle vostre spalle?

Martino                       - E perché no? Io chi sono?

Giuditta                      - A parte la cosa inverosimile, data la rettitudine di mia figlia, avete anche voi lo spauracchio di essere tradito?

Martino                       - Signora Giuditta, avete tanto spa­ventato l'uomo grasso con la prospettiva di quello che l'aspettava... Ho saputo che gli avete fatto un quadro tenebroso... E come mai per me diventa tutto bello e facile come se si trattasse di passeggiare sulle aiuole?...

Giuditta                      - Ma perché con l'uomo grasso la tradita sarebbe sempre stata mia figlia!

Martino                       - Non avete torto!

Giuditta                      - Il pregiudizio dell'onore! Ma fa­temi il piacere! L'uomo deve tenere alla propria felicità. Quella sì! E' l'unica cosa che conti. La felicità e basta. Anch'io ho avuto un marito che mi tradiva, e come!

Martino                       - Ah, davvero? Non si direbbe...

Giuditta                      - Come non si direbbe! Era pieno di donne.

Martino                       - Oh!

Giuditta                      - Ma io lo adoravo! E ho badato più alla mia felicità che al mio orgoglio. Perciò ho sempre perdonato. Se egli dava a me quello che non avrebbero potuto darmi gli altri uomini dovevo rinunziare alla felicità perché non ero io sola a goderla?

Martino                       - (si stringe nelle spalle) Sarà cosi….

Giuditta                      - Caro professore, la vita è fatta di cose meschine e di cose assurde. Ne conve­nite?

Martino                       - Sì.

Giuditta                      - Ebbene, tutto sta a poterne ri­dere! Ma a questo si riesce solo quando la vita stessa ci ha insegnato a essere indulgenti. (Le guarda) Voi siete troppo giovane per arrivare a questo!

Martino                       - Giovane?

Giuditta                      - Sì, nonostante gli occhiali! Leva-teveli un momento, per piacere.

Martino                       - (se li leva).

Giuditta                      - Ventidue anni.

Martino                       - (rimettendoseli) Ma non ci vede. Preferisco averne ventotto e vedere qualche cosa...

Giuditta                      - E così non parliamo più di quello stupido episodio, neh?

Martino                       - Ah sì! Non ne parliamo più!

Giuditta                      - (soddisfatta) E neanche pensarci!

Martino                       - Me ne guardi il Cielo. Chi ci pensa?

Giuditta                      - Farete felice mia figlia.

Martino                       - (fissandola con intenzione ironica) L'ho già fatta felice!

Giuditta                      - (radiosa) Ah sì!

Martino                       - E' venuta lei stessa, qui, prima di voi, a prendersi la felicità che non era più nelle mie mani.

Giuditta                      - (inviperita) E' venuta qua! Do­vevo immaginarmelo! Ma è stupida!

Martino                       - E' una cara gentile e saggia crea­tura.

Giuditta                      - Ma allora perché mi avete la­sciato parlare?

Martino                       - Ah! Non importa! Vostra figlia mi aveva già avvertito di non tenere nessun con­to di quanto avreste potuto dire voi: s'intende nei suoi riguardi.

Giuditta                      - E' una stupida. E siete state M tranquillamente ad ascoltarmi?

Martino                       - Non avrei mai voluto rinunciarvi. Siete troppo deliziosa e divertente.

Giuditta                      - (si alza) Mia figlia conoscerà la miseria: ecco quel che dico io. Presto saremo costretti a sloggiare da quella casa e il suo Cor­radino farà bene a caricarsi i mobili sulle spalle per risparmiare i facchini. Questo per incominciare. Ecco che cosa capiterà a mia figlia, per fare la ragazza saggia e originale. Saggia, sì! Sono stata io stessa un mostro di saggezza. Ma rinunziare a una fortuna simile!

Martino                       - (per divertirsi) Tre palazzi!

Giuditta                      - (con occhi lampeggianti) So, so, che ne avete un terzo a Ostia!

Martino                       - (pentito) Non è merito mio... Sono quasi umiliato...

Giuditta                      - Tre palazzi! Ma un uomo con tre palazzi a Roma...

Mastino                       - Che bell'età!

Giuditta                      - Certo! Qualunque età abbia, è giovane!

Martino                       - Se ne avessi quattro tornerei alla mia infanzia!

Giuditta                      - (è irritatissima. Si guarda intorno, sulle mosse di andar via, ma non sa come sfo­garsi contro Martino) Perché tenete tutte quelle povere bestie prigioniere? Liberatele!

Martino                       - Signora Giuditta, sono tutte mor­te, e per giunta infilzate negli spilli.

Giuditta                      - (s'incammina) Oh, allora! (Nel mezzo della scena s'incontra con Guenda).

Guenda                       - (vestita con un leggiadrissimo abito a fiori che la fa apparire più donna, saluta festo­samente Martino) Mamma... Scusate, Marti, no... Mamma!

Giuditta                      - (che si è fermata a guardare con in­teresse la figlia) Che c'è? Te lo dico subito, che c'è. Tua sorella mi manda a chiamare.

Guenda                       - Sì. Ti prega di andar subito a casa, perché...

Giuditta                      - E' una scusa. (A Martino) Ha mandato lei apposta, perché ha paura che io parli con voi.

Guenda                       - No...

Giuditta                      - Comunque, io mi sono già sbri­gata, dal momento che aveva già sbrigato tut­to, lei!

Il Servo                       - (dal fondo) C'è di là il signor am­ministratore.

Martino                       - Vengo subito. Signora Giuditta, vi saluto. Spero di vedervi qualche volta. (A Guenda) Voi vi fermate? Non siete venuta per gli scarabei? Lucetta è già stata qui... (Via, se­guito dal servo).

Giuditta                      - (dà un'occhiata sprezzante alla col­lezione) Se sono morti, poi, perché li tiene? (Si avvia a passo rapido, ma di colpo si ferma, dà un'occhiata a Guenda e s'incammina di nuovo per fermarsi quasi subito. Un, altro sguardo a Guenda. Sono due occhiate assai significative).

Guenda                       - (col gesto) Ma che vuole, mamma ?

Martino                       - (seguito dall'amministratore) Ec­colo là, l'appartamento. Con quel balcone ad angolo al primo piano. Però desidererei che la cosa fosse sbrigata col notaio senza interpellare le persone interessate.

L'Amministratore       - Non c'è bisogno. Solo quando sarà tutto concluso. Una firma. Di quei!) non si potrà fare a meno. La notificazione è ne­cessaria. Ho però bisogno di dati. La signorina?

Martino                       - Sì, la signorina (accenna a Guen­da) me li fornirà e io ve li farò avere in giornata,

L'Amministratore       - Ah! Va bene.

Martino                       - Se ci saranno tasse di donazione da pagare, o che so io, tutto deve essere regolato da noi, s'intende. La cosa deve giungere libera da oneri, tributi, noie.

L'Amministratore       - Certo... certo... Sarà fatto come desiderate.

Martino                       - Novità? La novità della giornali è che il suonatore di tromba, dopo mesi di con­trizione, ha infilata la nota giusta, ha imboccato il do naturale!

L'Amministratore       - Avete sentito?

Guenda                       - Anch'io ho sentito!

Martino                       - Mancava un minuto alle nove. Ho voluto segnare l'ora memorabile.

L'Amministratore       - Poi non la finiva più coi suoi volteggi!... E chi lo tiene più, ora?

Martino                       - Bisogna che lo faccia entrare su­bito in una filarmonica, se no mi manda via tutti gli inquilini!

L’amministratore        - Eh, si! L’ho incontrato che saliva le scale della sua soffitta... Ma che salire! Volava!

Martino                       - Perché non gli pareva più di sa­lire alla soffitta. Evidentemente saliva più su... Gli sarà parso di correre verso il cielo...

Guenda                       - (rimane assorta).

Martino                       - (all'amministratore) Bene. Vi rin­grazio.

L'Amministratore       - Arrivederci. Buon giorno... (Via).

Martino                       - E così? Che mi dite?

Guenda                       - (è ancora assorta, e le parole di Mar­tino la fanno trasalire lievemente) Che dati devo fornire, che riguardano Rosalba?

Martino                       - Nome, cognome, paternità, mater­nità, nascita... Le solite generalità che occorrono sempre. (E' seccato di parlarne).

Guenda                       - Regalate l'appartamento a Ro­salba ?

Martino                       - (perplesso) Promettetemi di noti parlarne. Non l'ho detto neanche a vostra madre e tanto meno a Rosalba. E' bene, anzi, che siate la sola a saperlo e che la cosa passi inosservata,

Guenda                       - Vi ho tanto maltrattato, ma siete gentile e buono.

Martino                       - Io ? Oh, Guenda! Anche in questo non bisogna esagerare. (Fingendosi adirato) Non andrete divulgando queste dicerie?

Guenda                       - (ridendo) Io no!

Martino                       - L'unica cosa buona è che questo aiuterà Rosalba a sposarsi: no?

Guenda                       - Eh! Lo credo! Ma perché non vo­lete che vi si dica che siete un uomo generoso?

Martino                       - (con aria grave) Non. bisogna in­grandire le cose. Per questa semplice ragione: che tutto va a mio vantaggio.

Guenda                       - Sentiamo questa!

Martino                       - Sì. Mi darebbe fastidio vedere altri inquilini su quel balcone. Se va in mano ad altri, quell'angolo lassù per aria è perduto per me! Tengo a quel manichino, a quelle pian­te. Siete persuasa, dunque, che lo faccio per me? Perciò dico che non bisogna ingrandire la cosa tanto da obbligare Rosalba a essermi grata. Ca­pite, cara? Fare del bene è la forma più pura della felicità: ma il bene, per chi lo riceve, crea obblighi insopportabili.

Guenda                       - Non avrei mai immaginato una cosa simile.

Martino                       - Voi no. Oh! Lo credo bene.

Guenda                       - Perché? Non sono una creatura privilegiata.

Martino                       - Voi guardate il mondo con pu­rezza. Ecco perché.

Guenda                       - Ma... Tornando al balcone...

Martino                       - Tornando al balcone... quello che io prendo lassù, per mio esclusivo godimento, vale più dell'appartamentino. Va bene?

Guenda                       - (sorridendo) Andrà bene...

Martino                       - A proposito: come siete bella!

Guenda                       - (un po' stupita, semplice) Com'è? Tutto in una volta?

Martino                       - Si è belle tutto in una volta, non lo sapete? Ma volevo aggiungere: e come siete cresciuta, da ieri!

Guenda                       - 11 vestito. Ma veramente è per un'altra ragione: ho pianto due o tre ore di se­guito, questa notte.

Martino                       - Ho capito. Vi siete innaffiata.

Guenda                       - (grave) Perciò sono cresciuta.

Martino                       - Anzi, fiorita! No... ditemi vera­mente... Mi rincresce che abbiate avuto un di­spiacere. Piangere due o tre ore vuol dire inondare il cuscino.

Guenda                       - Proprio così.

Martino                       - Ma perché?

Guenda                       - I rimorsi.

Martino                       - Voi?

Guenda                       - Sono stata io la causa di tutto!

Martino                       - (spaventato) -Ah! E' per me?

Guenda                       - Io vi ho chiamato in casa. Io senza volerlo vi ho fatto scoprire ogni cosa. Io ho tutto scombinato. Perché tanta stizza? Perché far en­trare i ragazzi nelle faccende dei grandi? Sta­mane, per fortuna, sono diventata grande anch'io.

Martino                       - (desolato) In conclusione avete pianto per me!

Guenda                       - (con candore) Sì. (Un silenzio).

Martino                       - Mi dispiace assai, Guenda. Ne sono profondamente addolorato.

Guenda                       - Per qualcuno si piange sempre. (Pausa) Quando si sa di avergli fatto del male.  Ma poi stamane quando mi sono svegliata era passato tutto!

Martino                       - Meno male. Perché eravate cre­sciuta!

Guenda                       - Non solo ero cresciuta, ma tutto appariva nuovo e fresco.

Martino                       - Questo un po' mi rasserena.

Guenda                       - Eppure mi sono affacciata alla fi­nestra e non era affatto piovuto.

Martino                       - Perché doveva piovere?

Guenda                       - Sapete, dopo l'acquazzone, tutto è nuovo e fresco, gli alberi lavati... Pareva così, L'odore, anche. E tutto mi diceva che voi era­vate sano e salvo.

Martino                       - Avevate temuto che fossi morto?

Guenda                       - (con veemenza) No! Peggio! Vi credevo infelice! Sì, vi ho visto molto infelice. (Si rabbuia) E' meglio che non ci pensi... Ma poi, per fortuna, è venuto il passerotto tutto al­legro sopra il pero.

Martino                       - Ero io il passerotto?

Guenda                       - Sì. Dalla siepe siete volato sul pero.

Martino                       - Non ho fatto un gran volo.

Guenda                       - E io ho detto: « Vediamo che fa Martino. Adesso saprò che cosa fa Martino ».

Martino                       - Scommetto che ho cinguettato.

Guenda                       - Come fate a saperlo?

Martino                       - Se ero io!

Guenda                       - Vi siete pure grattato un po' con la zampina. Sapete come fanno graziosamente i passerotti?

Martino                       - Oh! se lo so! Non avete visto altre bestiole?

Guenda                       - No. Ma tutto era Martino! Martino l'orto, Martino l'aria. Anche il cielo.

Martino                       - Ah! è troppo!

Guenda                       - Vi burlate di me. Ma vi giuro che dopo tanti pensieri neri mi è venuta nel cuore tutta quella letizia, non so neanch'io perché. Tanto è vero che mi sono scelto un vestito nuovo. L'ho indossato piano piano cercando di frenare la mia contentezza.

Martino                       - Santo Dio! Quante cose sono ve­nute da quel pianto...

Guenda                       - ...di alcune ore!... Non piangerò mai più tanto in vita mia. E' bene, anzi, che mi sia sbrigata tutta in una volta.

Martino                       - (assai confuso) Guenda! Ma santo Iddio!...

Guenda                       - E ho detto: vado per prima cosa a vedere gli scarabei di Martino. Ma... ma... (minacciando) ho incontrato Lucetta!

Martino                       - Ahi! ahi!

Guenda                       - Lucetta mi aveva preceduta! Ho incontrato Lucetta tutta frenetica...

Martino                       - E' sempre frenetica.

Guenda                       - Mi ha parlato con incredibile ec­citazione di un certo signore... sì, di un azzi­mato e profumato bellimbusto... Un famoso dongiovanni... Ma che è?

Martino                       - Ma niente... Un insetto!

Guenda                       - Vestito di blu?

Martino                       - Ma sì... E' uno degli esemplari della collezione,

Guenda                       - Comunque, questo meraviglioso esemplare di cui Lucetta va menando tanto scalpore, io non lo voglio nemmeno vedere. Già, nonli ho degnati di un solo sguardo, i vostri famosi cerambici!

Martino                       - (scattando, fingendosi adirato) Ecco. Poi, se qualcuno vi dice che siete gelosa. vi mettete a piangere.

Guenda                       - (irata, urla) No!

Martino                       - O montate su tutte le furie.

Guenda                       - (fremendo) Non piango perché... lo sapete.

Martino                       - Vi siete sbrigata una volta per sempre.

Guenda                       - Ma strappo il vestito!

Martino                       - (commosso si agita) Guenda! Guenda!.,. Pagherei chi sa quanto perché voi foste veramente gelosa, e io e voi potessimo sorriderne insieme! Sorridere del fatto che siete stata veramente gelosa di Rosalba...

Guenda                       - (urlando) Non è vero!

Martino                       - Appunto, vorrei che fosse! E sor­ridere insieme del fatto che siete gelosa di Lu­cetta che è una ragazzina! quella è proprio una ragazzina... se questo fosse possibile, e voi lo confessaste candidamente come fate per le altre cose, io mi cambierei in orto dopo la pioggia, io mi cambierei non solo in passerotto ma nel più modesto degli alberi in fiore...

Guenda                       - Non esistono alberi in fiore mo­desti.

Martino                       - Giusto. Ma d'altra parte se non fossi fiorito come potrei avere il coraggio di cercare voi da tutte le parti? Naturalmente senza trovarvi perché stordito dall'odore sarei più orbo di quello che sono adesso...

Guenda                       - Mi pare di vedervi affannato a cercare me tra i cespugli!

Martino                       - Ma perché dunque non confes­sate di essere gelosa, non di me, naturalmente, ma di tutti i freschi pensieri che turbinano nel­la vostra testa? (Un silenzio).

Guenda                       - (lo guarda) Vi farebbe piacere proprio?

Martino                       - (con slancio) Oh sì!

Guenda                       - Vi farebbe anche piacere che io guardassi i Cerambici?

Martino                       - Sì, anche...

Guenda                       - Quando è che li avete catturati?

Martino                       - É' stato al tempo della mia età felice.

Guenda                       - Qual è l'età felice?

Martino                       - E' meglio non fissare termini solenni.

Guenda                       - Ditemi almeno perché per voi erafelice.

Mastino                       - Perché era il tempo delle mie giornate all'aria, sulle colline e dentro le valli lungo il corso dei ruscelli e specialmente dentro le siepi... Sì, dentro! Avete mai provato mettere la testa in una siepe, ma proprio! groviglio, e a fermarvi un istante con gli occhi bene aperti, respirando profondamente?

Guenda                       - No, mai!

Martino                       - La gioia improvvisa e la fraganza che vi entrano nel sangue sono semplicemente divine. Capite subito che quello è il minio delle creature che vivono nell'aria! Ecco come vivevo io quando raccoglievo quella roba che voi non volete neanche guardare. Oh! Per  molti anni, posso dire fino a ieri, ho vissuto così. (Un silenzio. Guenda ha ascoltato avidamente)..

Guenda                       - (con impeto) Li guarderò. Li studierò a uno a uno.

Martino                       - Oh! Sono proprio contento

Guenda                       - Piacerebbe anche a me, una volta, entrare in una siepe...

Martino                       - Entrare con tutta la persona no. E' piena di spine! La siepe è un dominio privilegiato. Si difende accanitamente,

Guenda                       - Spiare. Solo spiare. Respirare! biancospino. Fare un varco ed entrarvi col m E' così che si fa?

Martino                       - Precisamente. Scoprire un nido. Ma non disturbarlo. Sapere dov'è. Ogni tanti cercarlo per vedere se sono cresciuti i piccoli Fermarsi lungo i ruscelli. Dissetarsi alle fonti Farsi amici gli alberi, riconoscerli e farsi amare. Essi poi vi salutano da lontano.

Guenda                       - Si può dire che non sono mai andata per i campi. Sì, le solite gite in campagna... le merende... Ma è tutt'altra cosa.

Martino                       - Oh sì! Io intendo ben altro. Avvicinarsi alla purezza. E' come stare vicino a voi.

Guenda                       - Non dite queste cose.

Martino                       - Perché?

Guenda                       - Non so. Non le dite. Potrei anche, una bella mattina, veder sorgere il sole.

Martino                       - Certo.

Guenda                       - Ma dal mare!

Martino                       - Ah! Per vederlo dal mare bisogna andare verso l'Adriatico. Allora si vede una grossa marmitta di rame arroventato. Capite! Stenta a distaccarsi. Poi d'un balzo è su. Allori è un disco perfetto, ma tutto acceso d'ira, che sa perché: forse la solennità del momento. Mi c'è sempre qualche nuvola che gentilmente gli si mette davanti, gli fa vedere il mondo attenuato, in trasparenza, e quello si placa. Quello è il sole. Il sole del mattino. Noi qui vediamo un sole cittadino senza divinità.

Guenda                       - (ride, come invasa da un'allegretto incontenibile) Vivere così mi piacerebbe. Ma guardare le cose: questo è difficile. Guardarle come fate voi... Voi m'insegnereste un poco?

Martino                       - Certo. Ma poi imparereste a guar­dare il mondo coi miei occhi. Non coi miei occhi miopi, s'intende.

Guenda                       - Che pericolo correrei?

Martino                       - A imparare a guardare il mondo coi miei occhi? Finireste per essere mia pri­gioniera. E' quasi come dire una mia creatura, capite?

Guenda                       - Sarei così per sempre?

Martino                       - Certo, per sempre.

Guenda                       - Tuttavia anche i miei occhi sa­rebbero da rifabbricare.

Martino                       - Voi scherzate! E chi potrebbe rifarli come sono?

Guenda                       - (sorride, lusingata) Provatevi, se siete capace.

Martino                       - Eh sì!

Guenda                       - Povero Martino, pensare che vi ho tanto avversato, vi ho detto tutte quelle in­solenze!

Martino                       - Pensare che avevate cominciato cosi bene! Appena entrai in casa vostra vi av­vicinaste per baciarmi...

Guenda                       - (dolce, un soffio) E' stato ungioco.

Martino                       - (a sua volta) Si comincia semprecosì...

Guenda                       - (nasconde la testa sulle braccia di­stese sul tavolino. Un silenzio. Poi alza il capo guardando e accennando fuori) Ah! E' di qna che vi siete innamorato? Da questa sedia!... (Rimane assorta) Com'era la prima volta che la vedeste?

Martino                       - (è perplesso. Poi dice) Così. Non ha cambiato mai.

Guenda                       - Chi? Parlo di Rosalba.

Martino                       - No. Il manichino. (Avvilito) Era...

Guenda                       - (lo guarda) Sì? (Rimane assorta).

Martino                       - Non vi fa ridere?

Guenda                       - No.

Martino                       - Eppure...

Guenda                       - L'amore mi atterrisce.

Martino                       - Anche per un manichino?

Guenda                       - (accenna di no col capo. Una pausa) Perché voi ci vedeste qualcuno!

Martino                       - (felice ch'ella abbia compreso) Sì, Guenda! Qualcuno senza un volto preciso. Ci s'innamora dell'immagine. (Pausa).

Guenda                       - Ho paura.

Martino                       - Di me?

Guenda                       - No. Delle nostre parole. Di qual­che cosa che è in mezzo a noi. Nello stesso tempo...

Martino                       - (in trepida attesa) Ebbene?

Guenda                       - Mi pare di essere tanto felice.

Martino                       - (esultante) Sì, Guenda! Oh! Se non mi fosse proibito di parlare direi che anch'io...

Guenda                       - (piano) Voi? Perché anche voi?

Martino                       - (la guarda, non risponde).

Guenda                       - (a sua volta lo guarda quasi con paura, poi chiede tremando) Siete felice per me?

Martino                       - Sì.

Guenda                       - (non può contenere la sua gioia) Dio... Dio...

Martino                       - Oh, Guenda! (Un silenzio).

Guenda                       - Sapete come mi pare di essere?

Martino                       - Come quell'uomo...

Guenda                       - (sorride) Sì... Quasi come quel vostro uomo che volava per le scale e andava verso il cielo...

Martino                       - Oh! Guenda... Ma non bisogna aver paura... Perché tremate? Che guardate an­cora sul balcone?

Guenda                       - (assorta) Voi credete... voi credete davvero... che era il mio volto, lassù?

Martino                       - Sì, Guenda!

Guenda                       - (turbandosi) Mio, mio, di nessun'altra?

Martino                       - Non può esserci inganno!

Guenda                       - (sorride felice, lo guarda) Perché siete felice per me?

Martino                       - Perché vi...

Guenda                       - (con una mano gli chiude la bocca con infinita dolcezza, come se lo baciasse) Martino, non capite che ho paura?

Martino                       - (fuori di sé trattiene la mano di lei sulla bocca) Guenda!...

Guenda                       - (gli afferra il braccio chinandosi verso di lui) Adesso andate via... Per pia cere lasciatemi qui...

Martino                       - Qui sola?

Guenda                       - Sì, sola... lasciatemi qui tutta la vita! (Ride ma seguita a tremare).

Martino                       - Sì, cara... Ma non tremare, Guen­da! Ti scongiuro, non tremare... (Si sente squil­lare la tromba che compie un volteggio arditis­simo. Martino grida esaltandosi) Senti! Senti come va per gli spazi? Senti come s'innalza e ha la vittoria in pugno? Guenda, la vita è no­stra! Corriamo anche noi per la scala che va verso il cielo!...

Guenda                       - (mentre Martino parla, pare che pianga; ride, sconvolta da una specie di fre­nesia gioiosa) Sì, sì, andiamo! andiamo! Ma dove? Dove?

Martino                       - (le ha afferrato una mano) Per la strada! Non importa dove!

Guenda                       - La strada, sì! La nostra strada! Sarà la sola a sapere...

Martino                       - Sì, Guenda! (S'incammina con lei ma subito si ferma come immobilizzato da un grosso dubbio) Ma... un momento!

Guenda                       - (lo guarda terrorizzata).

Martino                       - Non piangeranno i palazzi? Non lacrimeranno le pietre? (S'incammina di corsa).

Guenda                       - No! ho! no!... (Ride felice mentre dà piccoli pugni sul dorso di Martina che subito si volta, le afferra le braccia e la bacia).

                                                    

FINE

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