L’amore medico

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(1665)

Commedia-balletto in tre atti

di Molière

Traduzione di Bruno Schacherì

Newton Compton editori srl – Roma - 1992

Personaggi del prologo

La Commedia La Musica Il Balletto

Personaggi della commedia

Sganarello, padre di Lucinde

Lucinde, figlia di Sganarello

Clitandre, amante di Lucinde

Aminte,  vicina di  Sganarello

Lucrèce, nipote di Sganarello

Lisette, cameriera di Lucinde

Mastro Guillaume, venditore di tappezzerie

Mastro Josse, orefice

Il dottor Tomès

Il dottor Des Fonandrès

Il dottor Macroton                 medici1

Il dottor Bahys

Il dottor Filerin

Un notaio

Champagne, cameriere di Sganarello.

[Il Cerretano]

Personaggi del balletto

Primo intermezzo

Champagne,  quattro  Medici.

Secondo intermezzo

Un Cerretano,  diversi Trivellini e Scaramuccia.

Terzo intermezzo

La Commedia, la Musica, il Balletto, Giochi, Risa, Piaceri.

L'azione si svolge a Parigi, una stanza della casa di Sganarello.

Titolo originale L'amour médecin

Prima rappresentazione: Versailles, 15 settembre 1665; ri­presa per il pubblico aParigi, Théàtre du Palais-Royal, 22 settembre 1665, (Troupe du Roi).

1 A noti medici parigini presi a modello, Molière attribuì questi soprannomi greci, suggeriti, pare, da Boileau: Tomès (il Signore) a D'Aquin; Des Fonandrès (Degli Ammazzauomini) a Des Fougerais; Bahys (che abbaia, che uggiola) a Esprit che tartagliava; Macroton (alta voce) a Guénaut che scandiva le parole; Filerin (Amante di risse) a Yvelin.


                                                                                          

AL LETTORE

Ecco qui un semplice schizzo, un'improvvisazioncella attorno alla quale il Re ha voluto che fosse montato un grosso spettacolo. Di quanti Sua Maestà mi ha ordinato, è questo il più affrettato, e quando avrò detto ch'è stato proposto, scritto, imparato e rappresentato nel giro di cinque giorni, non avrò detto che la pura verità. Non è il caso di avvertirvi che molte delle cose che ci son dentro dipendono da come vengono recitate: tutti sanno che le commedie son fatte solo per la rappresentazione, e quindi consiglio di leggere questa solo a chi ha occhi per scoprire du­rante la lettura tutte le sfumature della recitazione. A voi dirò una cosa: sarebbe augurabile che opere di questo genere potes­sero mostrarsi a voi sempre con l'apparato che le accompagna davanti al Re. Le vedreste in condizioni molto più accettabili: le arie e le sinfonie dell'incomparabile Lulli, in una con la bellezza delle voci e la bravura dei ballerini, prestano loro fuor di dubbio qualche grazia della quale durano poi una fatica matta a far a meno.

Molière

PROLOGO

La Commedia, la Musica e il Balletto

la commedia: 

Deh, lasciam questa  inutile storia

su chi valga di più di noi tre,

da puntare ora c'è

a  una  tanto più nobile gloria:

uniamci,  e traiamo  dal  nostro profondo

gioia per il più gran re del mondo.

tutti e tre: 

Uniamci...

la commedia:  

E  se  a volte  tra  noi  egli  discende

per obliare  il suo grave fardello,

quale gloria è più grande,

qual piacere maggiore? Uniamci...

tutti e tre:

Uniamci...

[Fine del prologo]

ATTO PRIMO

SCENA   PRIMA

Sganarello,   Aminte,   Lucrèce,   Mastro   Guillaume,   Mastro   Josse

sganarello: Ah! che cosa strana la vita! Io posso dire dav­vero, come quel gran filosofo antico, che chi ha terra ha guerra, e che una disgrazia non viene mai da sola! Avevo una sola moglie, ed è morta.

mastro guillaume:  E quante ne volevate  avere?

sganarello:  È morta, amico mio. È una perdita che mi tocca ancora, non posso rammentarmela senza piangere. Non è che fossi troppo soddisfatto della sua condotta, il più delle volte avevamo da leticare; ma insomma, la morte pareggia tutti i conti. Lei è morta: io piango. Se fosse viva, ci sgozzeremmo. Il Cielo, di tutti i figlioli che m'aveva dato, me n'ha lasciato una soltanto, e la mia pena è proprio questa figlia: me la vedo davanti sprofondata nella più cupa malinconia, in una tristezza nera che mette paura, né v'è modo di trarnela fuori e neppure ch'io ne sappia la cagione. Io ci perdo il senno; avrei bisogno proprio di qualche consiglio in proposito. Voi siete la mia nipote; voi, la mia vicina; e voi, i miei compari ed amici: suggeritemi voi tutto quel che ho da fare.

mastro josse: Il parere mio è che la cosa che rende più al­legre le ragazze è l'eleganza, la roba che hanno addosso; se fossi voi, le comprerei, oggi stesso, una bella parure di dia­manti, o di rubini, o di smeraldi.

mastro guillaume: Io, se fossi al vostro posto, comprerei una bella tappezzeria nuova, a fogliami, o a figure, e le rifa­rei la camera, perché le allieti la vista e il cuore.

aminte: Io non farei tante storie; e le darei un buon marito, e alla svelta, e precisamente la persona che si dice ve l'abbia chiesta  tempo fa.

lucrèce: Io, penso che la vostra figliola non sia proprio adatta al matrimonio, ma proprio per niente. È di complessione troppo delicata, di salute cagionevole: vorrebbe dire spedirla alla svelta all'altro mondo, esporta al rischio di fare un bam­bino, in queste condizioni! No, no, il matrimonio non fa per lei, io vi consiglio di metterla in un convento: vi troverà di­vertimenti più adatti al suo umore.

sganarello: Sono tutti sicuramente consigli meravigliosi; ma li trovo un pochino interessati, ciascuno va benissimo per chi l'ha dato. Mastro Josse, voi siete gioielliere: il vostro con­siglio mi sa tanto di uno che abbia voglia di spacciare la propria mercanzia. Voi, mastro Guillaume, vendete tappez­zerie: avete la faccia di chi ha da sbarazzarsi di qualche pezza. L'uomo che voi amate, vicina mia, ha fatto un pensiero, dicono, su mia figlia, e a voi non dispiacerebbe vederla maritata ad un altro. E quanto a voi, cara nipote, non è una novità che non è mia intenzione maritare la mia figliola a chicchessia, e ho le mie buone ragioni; tuttavia il consiglio che mi date voi di farla suora potrebbe venire da una per­sona, che molto piamente si auguri di diventare la mia erede universale. Pertanto, miei signori, benché tutti i vostri con­sigli siano i migliori di questo mondo, vi piacerà ch'io non ne  segua  alcuno.

SCENA SECONDA

Lucinde,  Sganarello

sganarello: Ah! ecco mia figlia che prende un po' d'aria. Non mi ha visto. Sospira, alza gli occhi al cielo. Dio ti protegga! Buon giorno, piccina. Allora? cosa c'è? Come ti va? Su, su, che è questo? sempre così triste e malinconica, e non mi vuoi dire cos'hai! Avanti, coraggio, aprimi il tuo cuoricino. Su, piccolina, poverella, parla, parla: di' i tuoi pensierini al tuo paparino caro. Forza! Vuoi un bacetto? Vieni qua. La rabbia che mi fa vederla di questo umore! Ma dimmi un po', vuoi farmi morire dal dispiacere? Non posso sapere da dove viene tutta questa languidezza? Spiegamene la causa, e ti prometto che per te farò tutto. Sì; basta che tu mi dica la ragione della tua tristezza, e ti giuro qui che niente lascerò di intentato pur di accontentarti. Mi pare che ho detto abba­stanza. Sei forse gelosa di qualcuna delle tue compagne che vedi più elegante di te? hai visto qualche stoffa nuova e vorresti fartene un vestito? No. La tua camera, a volte, non ti pare abbastanza ben messa, vorresti una scrivania della fiera di San Lorenzo? Non è questo. Ti piacerebbe imparare qualche cosa? vuoi che ti paghi un maestro perché t'insegni a suonare il clavicembalo? Nn... nn... nn... Forse, ami qualcuno, e ti vorresti sposare?

(Lucinde gli fa cenno di sì.)

SCENA   TERZA

Limette, Sganarello e Lucinde

lisette: E allora, signore, con vostra figlia ci avete parlato; l'avete  saputa la  ragione  della  sua malinconia?

sganarello:  No.   È cattiva,  mi fa  inquietare.

lisette: Lasciate fare a me, signore, la sonderò io un pochino.

scanarello: Non occorre; se vuol tenersi quell'umore, il mio parere è che la si lasci cuocere nel suo brodo.

lisette: Lasciatemi fare, vi dico. Forse con me si aprirà più di quanto non possa far con voi. Allora, signora, non ci direte quello che avete, volete proprio far disperare tutti? Non mi pare giusto fare così:   se provate ripugnanza a confidarvi a un padre, non ne dovreste avere ad aprire il vostro cuore a me. Ditemi, desiderate qualcosa da lui? Ci ha detto tante volte che non risparmierebbe nulla pur di vedervi con­tenta. Forse che non vi concede tutta la libertà cui potreste aspi­rare? passeggiate, regali non vi solleticherebbero? Hum. C'è qualcuno che vi ha fatto qualche sgarbo? Hum. O per caso avete qualche fiamma segreta, qualcuno con cui vi piacerebbe che vostro padre vi maritasse? Ah! ora capisco. Ecco cos'era! Ma che diamine, perché tante storie? Signore, il mistero è svelato;   e...

sganarello (interrompendola): Va' via, figlia ingrata, non vo­glio più parlare con te, ti lascio alla tua testardaggine.

lucinde: Padre mio, visto che volete che vi dica come stanno le cose...

sganarello:   Sì, ho perso tutta l'amicizia che avevo per te.

lisette:   Signore, la sua  tristezza...

sganarello:   È cattiva, mi vuol  far morire.                           

lucinde:   Padre mio, io vorrei...                                               

sganarello: Così mi ricompensi per averti allevata come ti allevata.                                                                                     

lisette:  Ma, signore...                                                              

sganarello: No, sono arrabbiato, sono spaventosamente arrabbiato con lei.                                                                          

lucinde:  Ma,  padre  mio...                                                                

sganarello:  Non ti voglio più bene.                                     

lisette:   Ma...                                                                           

sganarello:   È  maligna.                                                                    

lucinde: Ma...                                                                            

sganarello:  Ingrata.                                                                    

lisette:  Ma...                                                                           

sganarello:   Cattiva, non mi vuol dire quello che ha.           

lisette:  Vuole un  marito.                                                              

sganarello  (fingendo  di  non  sentire):   La  lascio perdere.

lisette:  Un marito.

sganarello:   La  detesto.

lisette:  Un marito.

sganarello:  La ripudio come figlia.                                

lisette:  Un marito.                                                             

sganarello:  No,  non me ne parlate.

lisette:  Un marito.

sganarello:  Non me ne parlate.

lisette:  Un marito.

sganarello:  Non me ne parlate.

lisette:  Un marito, un  marito, un marito.

SCENA  QUARTA

Lisette e  Lucinde

lisette: Si dice bene: non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.

lucinde: Allora, Lisette? Avevo torto a nascondere i miei guai? bastava che aprissi bocca per avere tutto quello che desideravo  da  mio  padre?

lisette: Parola mia, che razza d'uomo! confesso che mi farebbe un piacere immenso giocargli qualche tiro. Ma perché, signo­ra,  mi  avete  tenuto finora  nascosto il vostro male?

lucinde: Ahimè! a che mi sarebbe servito rivelartelo prima? tanto valeva per me tenerlo segreto per tutta la vita! Credi che io non mi aspettassi quello che adesso hai sotto gli occhi, che non conoscessi fino in fondo i sentimenti di mio padre, e che il rifiuto col quale ha risposto a colui che mi aveva chiesta attraverso un amico, non abbia spento nell'animo mio ogni speranza?

lisette: Come? è quello sconosciuto che vi aveva chiesta in sposa,  quello per  il quale...

lucinde: Forse non sta bene che una ragazza si spieghi così liberamente; ma insomma, lo confesso, se a me fosse permesso di volere qualche cosa, è lui che vorrei. Non ci siamo mai parlati, la sua bocca non mi ha dichiarato la passione che prova per me; ma, in ogni luogo dove mi ha potuta vedere, i suoi sguardi e i suoi gesti mi hanno sempre parlato con tanta tenerezza, e la richiesta di matrimonio che ha avanzato per interposta persona mi è apparsa tanto onesta, che il mio cuore non ha potuto fare a meno di essere sensibile ai suoi ardori; e adesso, vedi a che punto la severità di mio padre ha condotto  tanta tenerezza!

lisette: Via, via, lasciate fare a me. Per quanto abbia motivo di lagnarmi di voi, per il segreto che mi avete tenuto, non voglio scansare il servizio del vostro amore; e purché siate abbastanza  risoluta...

lucinde: Ma che cosa vuoi che faccia contro l'autorità di un padre? Di fronte ai miei voti, è tanto inesorabile...

lisette: Via, via, chi pecora si fa lupo la mangia! Basta che non ci sia offesa all'onore, un po' ci si può liberare dalla tirannia di un padre. Cosa vorrebbe quello che faceste? Non siete in età da sposarvi? crede che siate di marmo? Via, alle corte: io voglio essere al servizio della vostra passione; prendo su di me, sin da questo istante, tutta la cura dei vostri interessi; e vedrete che di trucchi ne conosco... Ma vedo vostro padre. Rientriamo in casa, e lasciate fare a me.

SCENA  QUINTA

Sganarello

sganarello: A volte è utile far finta di non sentire quelle cose che magari si sentono fin troppo bene; ed io ho fatto cosa saggia a schivare la dichiarazione di un desiderio che non ho intenzione di appagare. Si è mai visto niente di più ti­rannico che l'usanza a cui si vorrebbe che si sottomettessero i padri? niente di più insolente e ridicolo, che ammassare ricchezze con grande tribolo, e allevare una figlia con tante cure e tenerezze, per poi spogliarsi e delle une e dell'altra per deporle nelle mani di un uomo che con noi non ha proprio a che fare? No e poi no: io di quest'usanza, me ne rido, ricchezze e figlia le voglio serbare per me.

SCENA   SESTA

Lisette e Sganarello

lisette (fingendo di non vedere Sganarello): Ah! che scia­gura! Ah! che disgrazia! Ah! povero signor Sganarello! dove potrei trovarlo?

sganarello:  Che dice?

lisette: Ah! misero padre! che farai, quando saprai la notizia?

sganarello:   Che sarà?

lisette:  Povera padrona!

sganarello:  Sono perduto.

lisette:  Ah!

sganarello:  Lisette.

lisette: Che sventura!

sganarello:   Lisette.

lisette:  Che accidente!

sganarello:   Lisette.

lisette:  Che fatalità!

sganarello:   Lisette.

lisette:  Ah! signore!

sganarello:  Che c'è?

lisette:  Signore.

sganarello:   Che succede?   

lisette:  Vostra figlia.                                                            

sganarello: Ah! ah!

lisette: Signore, non piangete a quel modo: mi verrebbe da ridere.

sganarello:  Parla,  svelta.

lisette: Vostra figlia, tutta sconvolta dalle parole che le avete detto e dalla collera spaventosa che vi ha visto dentro contro di lei, è salita di corsa in camera sua e, al colmo della disperazione, ha aperto la finestra che guarda sul fiume.

sganarello:  Ebbene?

lisette: Allora, levando gli occhi al cielo ha detto: « No, non posso più vivere col corruccio di mio padre, e se lui mi ripudia come figlia, io voglio morire ».

sganarello:  Si è buttata.

lisette: No, signore: ha rinchiuso la finestra piano piano, e si è andata a stendere sul letto. Lì si è messa a piangere amara­mente; e tutto a un tratto il suo viso è impallidito, gli occhi si sono rivoltati, il cuore le è mancano, e mi è rimasta tra le braccia.

sganarello:  Ah! figlia mia!

lisette: A forza di pizzicotti, l'ho fatta rinvenire; ma le ri­prende un momento sì e un momento no, e credo che non arriverà  a  stasera.

sganarello: Champagne, Champagne, Champagne, svelto, corri a cercarmi dei medici, e tanti: in un simile frangente non ce n'è mai abbastanza. Ah! figlia mia, povera figlia mia!

[Fine del primo atto]

PRIMO INTERMEZZO

Champagne, danzando, bussa alle porte di quattro medici, che danzando anch'essi entrano cerimoniosamente in casa del padre dell'ammalata.                                                                                   

[Fine del primo intermezzo]


ATTO SECONDO

SCENA  PRIMA

Sganarello e Lisette

lisette: Che ve ne volete fare, signore, di quattro dottori? Non ne basta e avanza uno per ammazzare una persona?

sganarello:  Zitta. Quattro consigli valgono più di uno.

lisette: Forse vostra figlia non può morire lo stesso senza l'aiuto di quei  tipi?

sganarello: Ma che, i dottori fanno morire?

lisette: Su questo non c'è dubbio. Uno che conoscevo dimo­strava, con argomenti di ferro, che non bisogna mai dire: « Il tale è morto di una febbre o di una flussione al petto »; ma:  «È morto di quattro dottori e di due speziali».

sganarello: Ssst! Non offendere i signori.

lisette: Parola! Signore, il nostro gatto se l'è cavata or non è molto da un ruzzolone che ha fatto dal tetto nella strada; restò tre giorni senza mangiare, senza poter muovere una zampa; ma la sua fortuna è che non esistono gatti dottori, se no sarebbe stato spacciato: quelli lo avrebbero di sicuro purgato e salassato.

sganarello: Vuoi stare zitta? dico. Ma guarda un po' che im­pertinenza!  Eccoli  qua.

lisette: State bene attento, vi stupiranno davvero: vi diranno in latino che vostra figlia è ammalata.

SCENA SECONDA

I dottori Tomès, Des Fonandrès, Macroton e Bahys, Sganarello, Lisette

sganarello: Ebbene,  signori?

il dottor tomès: Abbiamo visitato l'ammalata a sufficienza, e non può esser revocato in dubbio che dentro di lei le impurità sono parecchie.

sganarello:  Impura,  mia  figlia?

il dottor tomès: Voglio dire che nel suo corpo vi sono pa­recchie impurità, una massa di umori corrotti.

sganarello:  Ah! comprendo.

il dottor tomès:  Ma...  Adesso facciamo un consulto.

sganarello:  Avanti, portate delle sedie.

lisette:   Ah!  Signore, anche voi tra loro?

sganarello:  Come fate a conoscere il signore?

lisette:  L'ho visto l'altro giorno in casa della cara amica della vostra signora nipote.

il dottor tomès:  Come sta il suo cocchiere?

lisette:  Benissimo: è morto.

il dottor tomès:   Morto!

lisette:    Sì.

il dottor tomès:  Non è possibile.

lisette:  Se è possibile, non so; so solo che lo è.

il dottor tomès:  Non può  essere morto, vi dico.

lisette: E io, vi dico che è morto e sotterrato.

il dottor tomès:  Vi sbagliate.

lisette:  L'ho visto.

il dottor tomès: È impossibile. Ippocrate dice che quelle ma­lattie si risolvono solo il quattordicesimo o il ventunesimo; e lui si è  ammalato appena sei giorni fa.

lisette:   Ippocrate dica quel che vuole; ma il cocchiere è morto.

sganarello: Zitta tu, petulante! Suvvia, usciamo noi. Signori, vi supplico di fare un consulto in tutte le regole. Per quanto non sia usanza di pagare in anticipo, tuttavia, non vorrei che mi passasse di mente, e cosa fatta non ci si pensa più, ecco qua... (li paga, e ciascuno, nel prendere il denaro, ha una reazione differente.)

SCENA  TERZA

I dottori Des Fonandrès, Tomès, Macroton e Bahys

tutti (si mettono a sedere e tossiscono).

il dottor des fonandrès: Parigi è spaventosamente grande, e ci tocca fare tanti di quei viaggi quando la pratica rende.

il dottor tomès: Devo ammettere che io ho per questo una mula straordinaria; uno stenterebbe a crederci se dicessi le miglia che le faccio fare ogni giorno.

il dottor des fonandrès: Io, ho un cavallo stupendo, una bestia che non sa cosa sia la stanchezza.

il dottor tomès: Lo sapete quanta strada ha fatto la mia mu­la oggi? Sono stato in primo luogo proprio di faccia all'Arse­nale; dall'Arsenale, in fondo al faubourg Saint-Germain; dal faubourg Saint-Germain, in capo al Marais; da quel capo del Marais, alla porta Saint-Honoré; dalla porta Saint-Honoré, al faubourg Saint-Jacques; dal faubourg Saint-Jacques, alla porta di Richelieu; dalla porta di Richelieu, qui; e da qui, devo ancora andare a place Royale.

il dottor des fonandrès: Il mio cavallo tutto questo lo ha fatto oggi; e in più, io sono stato a visitare un ammalato a Ruel.

il dottor tomès: Ma, a proposito, che posizione prendete voi nella polemica tra i due dottori Teofrasto e Artemio? è una disputa che divide tutta la nostra classe.

il dottor des fonandrès:  Io sto con Artemio.

il dottor tomès: E io pure. Non che la sua diagnosi, come s'è visto, non abbia ammazzato l'ammalato; né che quella di Teofrasto non fosse assolutamente migliore; ma insomma, nel caso specifico ha torto, non doveva pronunziarsi in modo diverso da chi è più anziano di lui. Che ne dite voi?

il dottor fonandrès: Non ci sono dubbi. Le forme vanno sempre rispettate, qualunque cosa possa accadere.

il dottor tomès: Ah, per conto mio, non transigo, a meno che non si sia tra amici; un giorno ci hanno messi insieme, tre di noi, con un medico di fuori, per un consulto: io ho piantato tutto, non potevo ammettere che ci si pronunciasse, se le cose non andavano nell'ordine dovuto. I parenti, la gente di casa facevano quel che potevano, e la malattia faceva il suo corso; ma io non demorsi, e l'ammalato morì da bravo nel corso di questa contestazione.

il dottor des fonandrès: Benissimo: bisogna insegnare alla gente a vivere, e dargli la lezione che si meritano.

il dottor tomès: Un uomo morto non è che un uomo morto, e non fa testo; ma una forma non rispettata reca un serio pregiudizio a tutta la classe medica.

SCENA QUARTA

Sganarello e i dottori Tomès, Des Fonandrès, Macroton e Bahys

sganarello: Signori, l'oppressione di mia figlia aumenta. Vi scon­giuro di dirmi subito che cosa avete deliberato.

il dottor tomès:  Prego,   signori.

il dottor des fonandrès: No, signore, parlate voi, per favore.

il dottor tomès:  Scherziamo?

il dottor des fonandrès: Non  sarò  io   a  parlare  per  primo.

il dottor tomès:  Signore.

il dottor des fonandrès:  Signore.

sganarello:  Per pietà, signori, lasciate perdere tutte queste cerimonie, pensate che non c'è tempo da perdere.

(Parlano tutti e quattro insieme.)

il dottor tomès:  La malattia di vostra figlia...

il dottor des fonandrès:  Il parere concorde di questi signori...

il dottor macroton:  Dopo un consulto in tutte le regole...

il dottor bahys:  Razionalmente   parlando...

sganarello:  Signori, per favore, parlate uno alla volta.

il dottor tomès:  Signore, abbiamo razionalmente discusso sulla malattia di vostra figlia, e il mio parere personale è che essa proceda da un grande accaloramento del sangue; donde deduco di doverla salassare il più presto che potrete.

il dottor des fonandrès:  Io, dico che la  sua malattia è una putrefazione di umori, causata da  una eccessiva pletora; donde deduco che le si debba dare dell'emetico.

il dottor tomès:   Io sostengo che l'emetico la ucciderà.

il dottor des fonandrès:  E io, che il salasso la farà morire.

il dottor tomès:  Tocca proprio a voi, sputar sentenze!

il dottor des fonandrès:  Sì, a me; e con voi, son pronto alla disfida su qualsiasi materia di erudizione.

il dottor tomès:  Rammentatevi l'uomo che avete fatto crepare l'altro giorno.

il dottor des fonandrès:  Rammentatevi voi la signora che tre giorni fa avete spedita all'altro mondo.

il dottor tomès:  Il mio parere ve l'ho detto.

il dottor des fonandrès:  La mia opinione ve l'ho detta.

il dottor tomès:  Se non fate salassare immediatamente vo­stra figlia, è una donna spacciata.

il dottor des fonandrès:  Se la fate salassare, entro un quarto d'ora non sarà più in vita.

SCENA  QUINTA

Sganarello e i dottori Macroton e Bahys

sganarello: A chi dei due credere? e che decisione prendere, sulla base di pareri tanto contrastanti? Signori, vi scongiuro di indirizzare la mia mente e di dirmi, spassionatamente, cosa credete più acconcio a curare mia figlia.

il dottor macroton (parla scandendo le parole): Si-gno-re. in. que-ste. co-se. s'ha. da. pro-ce-de-re. con. cir-co-spe-zio-ne. e. non. far. nul-la. co-me. si. di-ce. d'im-pul-so-. tan-to. più. che. gli er-ro-ri. che. pos-so-no. scap-pa-re. so-no. co-me. di-ce. il no-stro. mae-stro. Ip-po-cra-te. gra-vi-di. di. pe-ri-co-lo-se. con-se-guen-ze.

il dottor bahys (parla sempre tartagliando): È vero, occorre stare molto attenti a quel che si fa; non sono giochi da bam­bini, e quando s'è sbagliato una volta, non è facile rimediare il fallo e rimettere in sesto quel che si è guastato: « experimen-tum periculosum ». Ragion per cui si tratta di discutere prima razionalmente come conviene, di pesare e ripesare ogni cosa, di considerare il temperamento delle persone, di ponderare le cause della malattia, e di vedere i rimedi con cui combatterla.

sganarello:  Uno va a passo di tartuga, l'altro a rottadicollo.

il dottor macroton: O-ra. si-gno-re. per. ve-ni-re, al -ca-so. no-stro. io. tro-vo. che. vo-stra. fi-glia. ha. u-na. -ma-lat-tia. cro-ni-ca. e. che. po-treb-be. pe-ri-cli-ta-re. se. non. le. ve-nis-si-mo. in. soc-cor-so. tan-to. più. che. i. sin-to-mi. che. pre-sen-ta. so-no. in-di-ca-ti-vi. di. un. va-po-re. fu-lig-gi-no-so. e. mor-di-can-te. che. a. sua. vol-ta. piz-zi-ca. le. mem-bra-ne. del. cer-vel-lo. O-ra. que-sto. va-po-re. che. in. gre-co. noi. chia-mia-mo. « at-mos ». è pro-dot-to. da. u-mo-ri. pu-tre-scen-ti. te-na-ci. e. ag-glu-ti-no-si. che. so-no, con-te-nu-ti. nel. basso, ven-tre.

il dottor bahys: E dato che codesti umori sono stati generati dauna lunga successione temporale, si sono ricotti ed hanno acquistato quella malignità che fumiga in direzione delle re­gioni cerebrali.

il dottor macroton: Al. pun-to. che. per. e-strar-re. sra-di-ca-re. e-spel-le-re. e-va-cua-re. i. sud-det-ti. u-mo-ri. ab-bi-so-gne-rà. u-na. vi-go-ro-sa. pur-ga-tu-ra. Ma. pre-ven-ti-va-men-te. e. non. ci. ve-do. con-tro-in-di-ca-zio-ni. tro-vo. op-por-tu-no. som-mi-ni-stra-re qual-che. pic-co-lo. far-ma-co. a-no-di-no., va-le. a. di-re, qual-che. pic-co-lo. la-va-ti-vo. am-mol-lien-te. e. de-ter-si-vo., qual-che giu-leb-be. e. sci-rop-po. rin-fre-scan-te. da. me-sco-la-re. al-la, sua. ti-sa-na.

il dottor bahys: Dopo, verremo alla purgatura e al salasso, che reitereremo nel caso.

il dottor macroton: Non. che. con. tut-to. ciò. vo-stra. fi-glia. non. pos-sa. mo-ri-re. lo. stes-so. ma. al-me-no. voi. a-vre-te. fat-to. qual-co-sa. e. a-vre-te. la. con-so-la-zio-ne. che. sa-rà. mor-ta. nel-le. do-vu-te. for-me.

il dottor bahys: Meglio morire secondo le regole, che cavar­sela contro le regole.

il dottor macroton: Noi. vi. di-cia-mo. con. sin-ce-ri-tà. il. no­stro.  pa-re-re.

il dottor bahys: Vi abbiamo parlato come parleremmo al no­stro proprio fratello.

sganarello (al dottor Macroton): Vi. ren-do. u-mi-lis-si-me. gra-zie. (Al dottor Babys,[tartagliando]:) E vi sono infinita­mente obbligato della pena che vi siete presa

SCENA   SESTA

Sganarello

sganarello: E così, eccomi un po' più nell'incertezza di quanto non fossi prima. Perdinci! m'è venuta una fantasia. Bisogna che vada a comperare dell'antidoto orvietano e glielo faccia prendere; è un rimedio che a molti ha giovato.

SCENA SETTIMA

Il Cerretano,  Sganarello

sganarello:   Ehi,  signore,  vi prego di darmi un barattolo del vostro orvietano, ve lo pagherò.

cerretano  [cantando]:

« L'oro di tutti i tropici non basterebbe mai

a pagare il segreto; e tu ci metterai

un anno e passa solo per numerare i mali

che questo sa guarire con sue virtù speciali:

scabbia

rogna

tigna

febbre

peste

gotta

lue

ernia

rosolia.

Potenza dell'orvietano contro tutti i mali! »

sganarello:   Signore,  sono convinto che tutto l'oro del mondo non basta a pagare il vostro rimedio;  ma insomma, ecco qui una moneta da trenta soldi, prendetela se volete.

cerretano   [cantando]:

« Mirate che bontà, a che prezzo vi dà

la mia man generosa questo tesoro grande;

con esso voi potrete sfidare in sicurtà

tutti i mali che il cielo su noi irato spande:

scabbia

rogna

tigna                                                                               

febbre

peste                                                                              

gotta                                                                               

lue                                                                   

ernia                                                                              

rosolia.                                                                            

Potenza dell'orvietano contro tutti i mali! »

[Fine del secondo atto]

SECONDO INTERMEZZO

Diversi Trivellini e Scaramuccia, servitori del Cerretano, espri­mono la loro gioia con una danza.

[Fine del secondo intermezzo]

ATTO TERZO

SCENA  PRIMA

I dottori Filerin, Tomès e Des Fonandrès

il dottor filerin: Non vi vergognate, signori, di mostrare tan­to poca prudenza per l'età che avete? vi siete accapigliati come due giovani tonti! Non vedete che torto ci fanno queste risse agli occhi della gente per bene? e non vi pare abbastanza che chi sa colga le divergenze stridenti che passano tra i nostri autori e i maestri dell'antichità, senza che si debba noi per di più svelare al popolo, coi nostri dissensi e litigi, la fur­fanteria del nostro mestiere? Io per me non mi ci raccapezzo in tutta la pessima politica di certuni dei nostri: bisogna ammettere che tutte codeste contestazioni ci hanno procurato, da qualche tempo in qua, una brutta fama, e che, se non stiamo attenti, ci rovineremo con le nostre mani. Non lo dico nel mio interesse; grazie a Dio, io il mio giro me lo son già fatto. Tiri vento, piova o grandini, chi è morto è morto, e io ho di che far a meno dei vivi; ma insomma, tutte codeste dispute non fanno fare un passo avanti alla medicina. Dato che il cielo ci ha fatto la grazia che dopo tanti secoli la gente resta ancora infatuata di noi, cerchiamo noi di non disillu­derla con le nostre stravaganti cabale, e approfittiamo della loro dabbenaggine con il miglior garbo possibile. Non siamo i soli, come sapete, a cercare di campare sulla umana debo­lezza. A questo si studia la maggior parte della società, e ciascuno si dà da fare per prendere gli uomini dal loro lato debole, per vedere di trame qualche profitto. Gli adulatori, ad esempio, cercano di approfittare dell'amore che la gente porta agli elogi, fornendo loro tutto il vano incenso che de­siderano; ed è un mestiere col quale si ammucchiano, sta sotto gli occhi, fortune considerevoli. Gli alchimisti tentano di trar profitto della passione della gente per la ricchezza, promettendo montagne d'oro a chi dà loro ascolto; e quelli che fanno gli oroscopi, con le loro predizioni fallaci, si ap­profittano della vanità e dell'ambizione delle anime credu­lone. Ma il lato più debole degli uomini, è l'amore che han­no per la vita;  e di questo approfittiamo noi, con le nostre pompose tiritere, e sappiamo cavare il nostro vantaggio dalla venerazione che la paura di morire mette in loro per il nostro mestiere. Teniamoci stretto, dunque, quel tanto di credito che la loro debolezza ci ha messo addosso, e andiamo di comune accordo al capezzale dei malati per farci merito dei fortunati successi sulla malattia, e riversare sulla natura tutti gli ab­bagli della nostra arte. Non demoliamo, dico, stupidamente il capitale di fiducia costituito, fortunatamente per noi, da un errore che dà da mangiare a tanta gente.

il dottor tomès: Avete ragione in tutto quel che dite; ma sono accaloramenti del sangue, e spesso non si riesce a dominarli.

il dottor filerin: Orsù, signori, allora, deponete ogni rancore, e sanciamo in questo luogo la vostra rappacificazione.

il dottor des fonandrès: Per me ci sto. mi faccia passare il mio emetico per la malattia in parola, e io gli passerò tutto quel che vuole per il primo malato che ci toccherà.

il dottor filerin:   Non si può dir meglio, questo significa rimettersi alla ragione.

il dottor des fonandrès:  È cosa fatta.

il dottor filerin:  Datevi la mano. Addio. Un'altra volta, più prudenza.

SCENA   SECONDA

I dottori Tomès e Des Fonandrès, Lisette

lisette:   Come signori, voi state qui, e non venite a riparare il torto che si è fatto qui alla medicina?

il dottor tomès:   Come? Che c'è?

lisette:  Un impudente che ha avuto la faccia tosta di usurpare la vostra professione e che, senza una vostra prescrizione, ha ammazzato poco fa un uomo con un tremendo colpo di spada nella pancia.

il dottor tomès:   Sentite voi, inutile che tentiate di prenderci in giro, prima o dopo passerete per le nostre mani.

lisette:   Vi prometto di  farmi fuori da me, quando ricorrerò a  voi.

SCENA   TERZA

Lisette, Clitandre

clitandre:   Allora,  Lisette!  Ti  pare che sto  bene così?

lisette: Benissimo, meglio non si potrebbe; e vi aspettavo con impazienza. Insomma, il Cielo mi ha dato la natura più umana di questa terra, e non posso vedere due amanti sospi­rare l'uno per l'altra senza  farmi prendere da una tenerezza misericordiosa e da un desiderio ardente di porre riparo ai mali che li affliggono. Voglio, costi quel che costi, sottrarre Lucinde alla tirannia a cui soggiace, e affidarla a voi. Mi siete piaciuto subito; e io gli uomini li conosco, non avrebbe potuto scegliere meglio. L'amore affronta qualsiasi rischio; e abbiamo architettato insieme uno stratagemma che forse po­trà andare a buon fine. Tutte le disposizioni son prese: ab­biamo a che fare con un uomo che non è che sia una cima d'astuzia; e se questo trucco ci va male, ne inventeremo altri mille per pervenire al nostro scopo. Voi aspettatemi qui, torno  io  a cercarvi.

SCENA   QUARTA

Sganarello,  Lisette

lisette:   Allegria, signore, allegria!

sganarello:   Che  c'è?

lisette:   Esultate.

sganarello:   Di che?

lisette:   Esultate, vi dico.

sganarello:  Dimmi che cosa c'è, e poi forse esulterò.

lisette:   No, voglio che  esultiate prima, che cantiate, che balliate.

sganarello:     Su che?

lisette:   Sulla mia parola.

sganarello:   Bene, la lera la la, la lera la. Che diavolo!

lisette:   Signore, vostra figlia è guarita.

sganarello:   Mia figlia guarita!

lisette:  Sì, vi porto un dottore, ma un dottorone, che fa delle cure  miracolose, e se la ride  degli  altri medici.

sganarello:     Dov'è?

lisette:   Ve lo faccio entrare.

sganarello:   Si sta a vedere se questo farà più degli altri.

SCENA   QUINTA

Clitandre vestito da medico, Sganarello, Lisette

lisette:    Eccolo.

sganarello:   Un dottore con la barba davvero giovane.

lisette:   La scienza non si misura dalla barba, la sua abilità non la porta sul mento.

sganarello:   Signore, mi è  stato detto che voi avete rimedi miracolosi per rimettere una persona in  sesto.

clitandre:   Signore,  i miei rimedi differiscono da quelli degli altri: loro hanno l'emetico, i salassi, le medicine e i lavativi; io, guarisco con parole, suoni, lettere, talismani e anelli zodiacali.

lisette:   Cosa vi ho detto?

sganarello:   Accidenti, grand'uomo questo!

lisette: Giusto vostra figlia, signore, è lì su un divano, ma bell'e vestita: ve la porto qui?

sganarello: Vai, vai.

clitandre (tastando il polso a Sganarello): Vostra figlia è am­malata  davvero.

sganarello:   Lo  potete capire da qui?

clitandre:   Sì,  tra padre e figlia c'è simpatia.

SCENA   SESTA

Lucinde, Lisette, Sganarello, Clitandre

lisette: Ecco qui, signore, mettetevi su quella sedia accanto a lei. Andiamo, lasciamoli soli.

sganarello:   Perché?  Io voglio restare qui.

lisette:    Scherzate?  Dobbiamo allontanarci: un dottore deve fare cento domande su cose che non sta bene che un uomo senta.

clitandre (parlando a parte a Lucinde): Ah! Signora, che in­canto, che estasi! come faccio a sapere da dove debbo inco­minciare il mio discorso? Fintanto che vi ho parlato con gli occhi, mi pareva di avere mille cose da dirvi; adesso che ho la libertà di parlare come ho sempre sognato, resto sba­lestrato; la gioia immensa che m'invade soffoca tutte le mie parole  nella  strozza.

lucinde: Potrei dire la stessa identica cosa; anch'io provo sob­balzi  di  gioia  che   m'impediscono  di   parlare.

clitandre: Ah! signora, quando sarei felice se pur fosse vero che voi provate tutto ciò ch'io provo, ed avessi licenza di giudicare l'animo vostro da quello che è il mio! Ma, signora, posso almeno credere ch'io debba a voi l'idea di questo stra­tagemma avventurato che mi concede il gaudio della presen­za  vostra?

lucinde: Se non dell'idea, debitor mi siete almeno d'averla accolta con immensa gioia allorché mi fu proposta.

sganarello (Lisette): Mi pare che le parli un po' troppo da presso.

lisette (a Sganarello): Deve osservarle il volto e tutti i lineamenti.

clitandre (a Lucinde): E sarete costante, signora, in tutte le bontà che su me riversate?

lucinde: Ma voi, sarete saldo nelle risoluzioni che mi avete mostrato?

clitandre: Ah! signora, fino alla morte. Nient'altro desidero più che d'esser vostro, e ve lo mostrerò con ciò che sto per fare.

sganarello: E allora, la nostra malatina? mi pare un po' sollevata.

clitandre: Perché ho già fatto agire su lei uno di quei rimedi che la mia arte mi suggerisce. Se è vero che lo spirito ha grande influsso sul corpo, sì che da esso assai volte procedono le malattie, è mia abitudine andar di corsa a guarire gli spiriti, prima di arrivare al corpo. Ho dunque osservato i suoi sguardi, i lineamenti del volto, le linee delle due mani; e con la scienza che il Cielo mi ha dato ho diagnosticato che il male era nello spirito, e veniva tutto da una immaginazione sfrenata, da un desiderio infistolito d'esser maritata. Per conto mio, non c'è cosa più stravagante e ridicola che questa voglia di  matrimonio.

sganarello:   Che brav'uomo!

clitandre: Io per il matrimonio ho, e avrò tutta la vita, un orrore, ma un orrore!

sganarello:   Che grande  medico!

clitandre: Ma, dato che l'immaginazione dei malati va trat­tata per il verso del pelo, e avendo visto in lei una certa alienazione dello spirito, e persino che v'era pericolo a non fornirle pronto alimento, l'ho presa dal lato debole, e le ho detto ch'ero venuto qui per chiedervela in moglie. Subito il suo volto ha cangiato colore, s'è tutto rischiarato, gli occhi si sono ravvivati; e se, per qualche giorno, vorrete coltivarle quest'errore, vedrete che la tireremo fuori.

sganarello:   Ma certo che voglio.

clitandre: Dopo, faremo funzionare altri rimedi per guarirla del tutto dalla sua fantasia.

sganarello: Sì, è la cosa migliore da fare. E allora, figliola, ecco qui questo signore che vorrebbe sposarti, e io gli ho detto che a me andava bene.

lucinde:   Oh! è possibile?

sganarello:    Sì.

lucinde:   Ma per davvero?

sganarello:   Sì, sì.

lucinde:  Come? voi siete determinato ad essere mio marito?

clitandre:   Sì,  signora.

lucinde:   E mio padre acconsente?

sganarello:   Sì, figlia mia.

lucinde:   Ah!  come  sono felice,  se è  vero!

clitandre: Non abbiate dubbi, signora. Non è da oggi che vi amo e ardo dal desiderio di vedervi mia sposa. Solo per questo son venuto qui; e se volete che vi dica chiaro e tondo tutte le cose come stanno, quest'abito è un puro pretesto, un'invenzione: ho fatto il medico esclusivamente per avvicinarmi a voi e ottenere quanto  sospiro.

lucinde:   Questi son segni di un amore vero, ch'io ricambio con tutto il mio cuore.

sganarello:   Che matta! che matta! che matta!

lucinde:   Volete voi dunque,  padre mio, darmi  il signore  per sposo?

sganarello:   Sì.  Qua, dammi la tua mano. Datemi anche voi un  po' la  vostra, così per finta.

clitandre:   Ma,  signore...

sganarello (sbruffando dal ridere):   No, no:   è per...  per asse­condarle lo spirito. Toccatevele. Ecco fatto.

clitandre:    Accettate, in pegno della mia fede, quest'anello che vi dono.  È un anello zodiacale, che guarisce i ghiribizzi dello spirito.

lucinde:   Facciamo il contratto, che non manchi nulla.

clitandre:   Oh! certo, signora. (A  Sganarello:)  Faccio salire l'uomo che mi scrive le ricette, le faremo credere che sia un notaio.

sganarello:   Benissimo.

clitandre:   Ehi!  fate salire il notaio che ho condotto con me.

lucinde:   Davvero? avevate condotto un  notaio?

clitandre:   Sì, signora.

lucinde:   È stupendo!

sganarello:   Che matta! che matta!

SCENA   SETTIMA

Il Notaio, Clitandre, Sganarello, Lucinde, Lisette

sganarello: Sì, signore, dobbiamo fare un contratto di ma­trimonio per queste due persone. Scrivete. (Il notaio scrive.) Ecco i termini del contratto: io le dò ventimila scudi di dote.  Scrivete.

lucinde:   Vi sono profondamente obbligata, padre mio.

notaio:  Ecco fatto:  avete solo da venire a firmare.

sganarello:   Un contratto rapido, eh?

clitandre:   Ma almeno...

sganarello: No, no, vi dico. Si sa mai? Avanti, datele la pen­na che firmi. Andiamo, firmato, firmato, firmato. Vai ora, io firmerò tra poco.

lucinde:  No, no: voglio avere il contratto in mano.

sganarello:   E allora, to'. Sei contenta?

lucinde:   Più di quanto si possa immaginare.

sganarello:  Bella cosa, bella cosa.

clitandre:  Del resto, non ho preso solo la precauzione di por­tarmi un notaio;  ma anche quella di far venire cantori e suonatori per  celebrare la festa e stare in letizia. Fateli salire. Sono uomini che mi tiro sempre dietro,  me ne servo tutti i giorni per sedare con le loro armonie i turbamenti dello spirito.

SCENA   ULTIMA

[Detti], la Commedia, il Balletto e la Musica [Giochi, Risa, Piaceri danzatori.]

tutti e tre  [insieme]:

Senza di noi

quanti dolori

per ciascuno di voi!

Ma se avete bisogno di dottori

i migliori

siamo  noi.

la commedia:

Se t'infilza — tocca a tutti —

un dolore

per vapore dalla milza

e levare te lo vuoi,

Ippocrate lascialo stare:

rivolgiti a noi.

tutti  e  tre   [insieme]:

Senza di noi...

[Mentre essi cantano, e Giochi, Risa e Piaceri danzano, Clitandre si porta via Lucinde.]

sganarello:  Curioso modo di guarire! Ma dove sono mia figlia e il Dottore?

li sette:   Sono andati a terminare il resto delle nozze.

sganarello:   Come, le nozze?

lisette:   Che fare, signore? l'usignolo è in gabbia, e voi avete creduto di fare una commedia, che resta invece una cosa vera.

sganarello (mentre i ballerini lo tengono e vogliono obbligarlo a ballare con la forza):   Come diavolo! Lasciatemi andare, lasciatemi andare, vi dico. Ancora? Accidenti a voi!

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