L’amore

Stampa questo copione


L’AMORE

Commedia in tre atti

di VINCENZO TIERI

PERSONAGGI

LUCIANO SABBA

NINO PATRASSO

PERICLE DUSI

IL DOTTOR FRAPPINI

SALVATORE

GIULIETTA

CAMILLA LEPORE

CLARA MARCHESI

La marchesa SARA SCILLENO

FANNY

In una grande città, oggi.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

La camera da letto di Luciano Sabba. È una camera ricca, moderna, piena di cose graziose, di ninnoli, di comodità: camera di uno scapolo che ha l'abitudine frequente di coniugarsi. Ma il nido dell'amore si suppone a destra dell'attore, e vi si accede per una porta che si apre quasi vicino al capezzale del letto di Luciano. A sinistra sono due porte, delle quali l'una, in primo piano, da nel resto dell' appartamento e quindi porta all'uscita; l'altra dà in un salotto. Nel fondo, a sinistra, è una graziosa veranda, e a destra la porta che dà nel bagno. Telefono, radio, grammofono. Quando si alza la tela, è mez­zogiorno. Gli scurì della veranda sono chiu­si. La camera è debolmente illuminata dalla luce che passa attraverso gli spiragli degli scurì. Luciano è ancora a letto, e dorme.

Salvatore                       - (entra dalla porta di sinistra, guarda verso il letto di Luciano, va ad aprire gli scurì della veranda, poi fa tre o quattro colpi di tosse nella speranza di svegliare Lu­ciano. Poiché Luciano non si muove, egli si avvicina al letto e incomincia a chiamare a bassa voce) Signore. (Poi, più forte) Signo­re. (Poi, pia forte ancora) Signore. (Luciano non risponde. Salvatore va a mettere in mo­to la radio).

Luciano                         - (senza muoversi) Basta, perdin­ci. Chiudi.

Salvatore                       - (chiude rapidamente la radio; poi si avvicina al letto di Luciano) Signo­re, è mezzogiorno. (Luciano non risponde) Signore, ho detto ch'è mezzogiorno. (Poiché Luciano non risponde nemmeno questa vol­ta, egli mette in moto il fonografo).

Luciano                         - (senza muoversi) Ho detto ba­sta, scocciatore.

Salvatore                       - (chiude rapidamente il fono­grafo) Mi pareva che il signore non fosse ancora sveglio. (Una pausa). Signore, è mez­zogiorno.

Luciano                         - (c. s.) È la terza volta che me lo dici.

Salvatore                       - Scusi. Siccome lei non m'ha risposto...

Luciano                         - (balzando a sedere sul letto) E che domanda m'avevi rivolta perché io do­vessi risponderti?

Salvatore                       - Ho detto ch'è mezzogiorno.

Luciano                         - E ti pare una domanda, questa?

Salvatore                       - Certo non è una domanda. Ma il barone Sthar, -  che ho l'onore di servire prima del signore, -  quando io lo svegliavo annunziandogli l'ora, mi risponde­va: « sta bene ».

Luciano                         - Senti: prima di tutto finiscila di ricordarmi continuamente il barone Sthar. Voialtri camerieri avete le stesse maledette abitudini delle vedove, che ricordano sem­pre la buon'anima del defunto. L'hanno coperta di corna, e poi la ricordano.

Salvatore                       - La ricordano fino a che non abbiano coperta di corna quella del secon­do marito.

Luciano                         - Ah. Bravo. Hai fatto bene a dirmelo subito. Perché io non ti mando mi­ca via, sai, per quello che m'hai detto. Ti faccio stare qua. Ti voglio dimostrare che io non mi lascio coprire né di corna né di niente.

Salvatore                       - Signore, io dicevo così per rimanere nei limiti del paragone che ella ha graziosamente inventato.

Luciano                         - (continuando) In secondo luo­go ti avverto che tu a me non devi mai ri­volgere delle domande. Io, in casa mia, sono re. Ai re non si rivolgono domande.

Salvatore                       - Debbo, dunque, darle il ti­tolo di Maestà?

Luciano                         - (balzando già dal letto) Ohe, giovanotto, a che gioco giochiamo? Tu sei venuto qui a fare il cameriere o il rompi­scatole? (Salvatore non risponde). Ma questa è bella! Non sono ancora ventiquattro ore ch'è al mio servizio, e già fa lo spiritoso. (Va al telefono, forma un numero) Pron­to?... Parlo con casa Patrasso?... Ah, sei tu, Nino... Sono Luciano... Ciao... Neh, dimmi: ma tu m'hai mandato un cameriere o un rom­piscatole?... Eh?... Come?... (Ascolta con se­gni di sorpresa e di spavento; poi, rivolgen­dosi a Salvatore e tenendo la mano sul mi­crofono) Puoi andare. Non ho bisogno di te per ora.

Salvatore                       - (fermo) Adesso dovrei rivol­gerle una domanda. Ma non so come fare, dal momento ch'ella me lo ha proibito.

Luciano                         - (sempre con la mano sul micro­fono, comicamente pauroso) Di', di' pure: ho scherzato.

Salvatore                       - Il signore, prima del bagno, prende il caffè, o preferisce soltanto far co­lazione dopo il bagno?

Luciano                         - (c. s.) Adesso vattene. Chia­merò io. (Poi, al telefono, quando Salvatore è uscito) Pronto?... Di': ma che scherzi son questi? Voglio sperare che tu non dica sul serio... Oh, santo Iddio... E adesso come fac­cio a liberarmene?... Pronto?... Pronto?... (Butta violentemente il ricevitore del tele­fono). Se n'è andato. Ma che mascalzone!

Giulietta                        - (dalla porta del bagno) Si­gnore.

Luciano                         - (sobbalzando come per paura) Che c'è? Chi è?

Giulietta                        - Sono io, signore. Volevo dirle che il bagno è pronto.

Luciano                         - Ah, sei tu. (Una pausa). Vieni qua, vieni qua.

Giulietta                        - Comandi, signore.

Luciano                         - Quei mascalzoni dei miei ami­ci me ne hanno combinata una terribile.

Giulietta                        - Che cosa, signore?

Luciano                         - (a bassa voce) Ssss. Zitta. Parla sottovoce. Hai visto il nuovo cameriere?

Giulietta                        - Sì, l'ho visto.

Luciano                         - Non hai notato niente?

Giulietta                        - Io? Niente.

Luciano                         - Ebbene, quello è un pazzo.

Giulietta                        - Un pazzo?

Luciano                         - Sì, sì, un pazzo. Un pazzo u-scito la settimana scorsa dal manicomio.

Giulietta                        - Ma allora è guarito.

Luciano                         - Guarito? Quando mai i pazzi guariscono? Pare guarito. Ma è soltanto tran­quillo. Un pazzo tranquillo. Uno di quei pazzi tranquillissimi che girano pacificamen­te per le stanze, pare che ragionino, ragio­nano, anzi, più dei savii, e poi un giorno, improvvisamente, tà, ti tirano Un colpo di rivoltella nella schiena, o vengono a soffo­carti nel sonno, o danno fuoco alla casa.

Giulietta                        - (preoccupata) Signore; ma al­lora lo mandi via.

Luciano                         - Oh, certo. Lo manderò via. Lo mando via subito. Ma bisognerà pure tro­vare un pretesto, una ragione plausibile. Co­me faccio a mandarlo via dopo ventiquattr'ore senza ch'egli abbia il sospetto d'essere mandato via per la sua infermità? Io non sono mica un frenologo, un psichiatra, un direttore di manicomio. Che ne so io dei modi da usare con i pazzi? Quando mai io sono entrato in una casa di salute?

Giulietta                        - Non si allarmi, signore. Se anche lei si allarma, io muoio di paura. Dopo tutto ci sarà un modo. Lo troveremo.

Luciano                         - È terribile. (Una breve pausa). Adesso ti prego, sai: sorveglia i rubinetti del gas, sta' attenta ch'egli non metta ve­leni nel caffelatte o nel tè. Poi chiudi a chiave la sala di scherma e non aprirla per nessuna ragione. Quelle armi che sono nel mio studio, portale in cantina, A lui lascia intendere che per tutta la giornata io non ho bisogno di niente. (Smaniando). Che al­tro? Che altro? Poi penserò. Vedrò. Cer­to non mi poteva capitar peggio. Il cameriere pazzo. Un pazzo in casa. A me, che non amo le complicazioni, le emozioni, le paure, le tragedie. Ah, ma questa me la paghe­ranno. Quant'è vero che esisto, me la pa­gheranno.

Giulietta                        - Io vado, signore. Quando avrà fatto il bagno, verrò io.

Luciano                         - Ah, naturalmente. Vieni tu. Non mandarmi il pazzo, sai. Del resto che c'è di male? Alla fine, saprai anche tu com'è fatto un uomo.

Giulietta                        - Purtroppo, signore, lo so.

Luciano                         - Come, purtroppo?

Giulietta                        - Il primo non era bello.

Luciano                         - (rasserenandosi e interessandosi) Ah, il primo non era bello? E il secondo?

Giulietta                        - Peggio del primo.

Luciano                         - E il terzo?

Giulietta                        - (rabbrividendo) Oh!

Luciano                         - Di': ma son capitati tutti a te i mostri?

Giulietta                        - Una fatalità. Credevo, final­mente, di averne trovato uno bello...

Luciano                         - Chi?

Giulietta                        - Salvatore.

Luciano                         - Il pazzo?

Giulietta                        - Già; ed è pazzo.

Luciano                         - Ti aveva fatto delle proposte?

Giulietta                        - No. Ma io, in generale, non aspetto questo.

Luciano                         - Prendi l'iniziativa?

Giulietta                        - No: questo no. Ma insomma...

Luciano                         - Non ti preoccupi del sentimento, dell'amore, della passione?

Giulietta                        - A che serve?

Luciano                         - Già: a che serve? (riflettendo). Che peccato! (una pausa). Perché ti sei fatta cameriera e non, per esempio, canzonettista, femminista, nudista?

Giulietta                        - Per me era lo stesso.

Luciano                         - Ma non per me, cara.

Giulietta                        - (abbassando gli occhi) Lei di­sprezza le cameriere...

Luciano                         - No, non le disprezzo. Le temo. E' tutta un'altra cosa. Tu non puoi capire. (Una pausa).

Giulietta                        - Allora, dopo il bagno verrò io.

Luciano                         - (malizioso) Eh, no, adesso no. Adesso è meglio che tu non venga.

Giulietta                        - Allora pregherò la signorina. (Accenna alla porta di destra).

Luciano                         - (ricordando) Ah, già. C'è la signorina. Me n'ero dimenticato. Questo pazzo incomincia a far impazzire anche me. (Un po' turbato, irritato, passeggia nervosa­mente lungo la camera). La signorina! Lei, sai, non la pensa mica come te. Ah, no. Lei è una creatura ideale, una donna fatale. Tu credi che in un uomo lei ci veda soltanto quello che ci vedi tu? Macché! Dall'uomo lei risale ai cieli della metafisica, ai problemi astrali. E io me la debbo tenere fra i piedi, debbo crepare o d'irritazione o di noia.

Giulietta                        - Non avrei creduto, signore.

Luciano                         - Eh, sfido!

Giulietta                        - Dico che non avrei creduto, perché la signorina è quella che più ha du­rato, con lei.

Luciano                         - Sei mesi... Quanti mesi?... Un anno?

Giulietta                        - Otto mesi e diciotto giorni. Nessun'altra signorina è venuta qui per tanto tempo. Le altre, al massimo, un mese.

Luciano                         - Perché sono un cretino, un idiota. Perché mi lascio abbindolare come la più bestia delle bestie.

Salvatore                       - (affacciandosi sul primo uscio di sinistra) Se il signore mi permettesse di rivolgergli delle domande, avrei qualche cosa da domandare.

Giulietta                        - (subito, avvicinandosi a Salva­tore, sottovoce) Per adesso il signore non ha bisogno di niente.

Salvatore                       - (a Giulietta, sottovoce) Già; ma ho bisogno io di qualche cosa.

Giulietta                        - (c. s.) Poi, magari, lo dirai a me. Adesso lasciamolo solo.

Mentre i due camerieri parlano, Luciano, preoccupatissimo della presenza di Salvatore, si avvicina con comica cautela al bagno, vi entra, chiude la porta.

Salvatore                       - (a Giulietta) E' forse un po' matto, il signore?

Giulietta                        - (preoccupata di trovarsi sola col pazzo) Sì: è un po' matto.

Salvatore                       - Io lo guarirò.

Giulietta                        - (c. s.) Ah, tu lo guarirai?

Salvatore                       - Certamente. Ho già guarito altri pazzi: ho diretto per lungo tempo una casa di salute.

Giulietta                        - (c. s.) Bene, bene!

Salvatore                       - Sei mai stata in una casa di salute?

Giulietta                        - (c. s.) No, mai.

Salvatore                       - (urlando improvvisamente) E come puoi curare un malato? Con che senso di responsabilità ti sei assunto un compito così grave? Sei pazza?

Giulietta                        - No, no, ho detto no; ma ho scherzato, sai: Anch'io sono stata in una casa di salute.

Salvatore                       - (ridendo, soddisfatto) Ah, ecco. Volevo ben dire. In generale, sai, i pazzi negano di esser tali. Anche il signore, credo.

Giulietta                        - (terrorizzata) Sì, certo, an­che lui.

Salvatore                       - Me ne sono accorto. Non gliel'ho domandato perché la sua forma di pazzia consiste nel non tollerare le domande. Ma me ne sono accorto subito, fin da ieri sera. Hai visto che cosa ha fatto ieri sera?

Giulietta                        - No: non ho visto.

Salvatore                       - (accigliato) Come, non hai visto?

Giulietta                        - Sì... volevo dire... ho visto... ho visto anch'io...

Salvatore                       - (ridendo nuovamente, soddi­sfatto) Ecco: volevo ben dire. (Con aria furba e misteriosa) Appena fu sicuro di non essere veduto, entrò nella camera della si­gnorina. (Strizzando l'occhio) Tu sai che i pazzi hanno manìe erotiche.

Giulietta                        - Lo so, lo so.

Salvatore                       - Io, immediatamente, là, die­tro l'uscio, a guardare dal buco della ser­ratura. Dicevo: « Non si sa mai. Tante volte i pazzi sono presi dalla tentazione di strangolare le donne ». Tu sai bene che que­sto accade spesso ai pazzi.

Giulietta                        - Lo so, lo so.

Salvatore                       - Ebbene, a questo punto ac­cadde il fatto meraviglioso, il fatto singo­lare... Tu immagini certamente...

Giulietta                        - Eh, immagino.

Salvatore                       - Ebbene no. Parlarono, liti­garono. Sai come accade fra pazzi...

Giulietta                        - (credendo di fargli piacere) Perché è pazza anche la signorina...

Salvatore                       - (irritato) Oh, no. Lei no. Lei non è pazza. Come puoi credere che lei sia pazza?

Giulietta                        - No... dicevo... lei forse è paz­za d'amore...

Salvatore                       - Ecco: brava: d'amore. Ma lui innamorato non pareva, oh no! (Ride rumorosamente) Logica: che cosa c'era an­dato a fare là dentro? Solo un pazzo va di notte nella camera di una donna senza un plausibile motivo...

Giulietta                        - (stremata) Giustissimo. Ades­so andiamo di là.

Salvatore                       - Ora io ho appunto bisogno di domandare al signore...

                                      - (Si odono tre squilli fortissimi di campa­nello).

Giulietta                        - (rapida) Ecco: suonano. C'è qualcuno. Va' a vedere.

Salvatore                       - Acqua in bocca, eh, per quel­lo che t'ho detto. Sai i pazzi come sono...

Giulietta                        - Altro che! Lo so benissimo. Ma adesso va', va' a vedere chi è. (Quasi lo spinge oltre il primo uscio di sinistra, chiude rapidamente a chiave, ha un sospiro di sol­lievo, corre alla porta del bagno) Signore, mi è parso che abbia chiamato.

Luciano                         - (dall'interno) Sei sola?

Giulietta                        - Sì, signore. Ho fatto finta che avessero suonato dal di fuori e l'ho mandato via. Poi ho chiuso a chiave la porta. È pro­prio un pazzo da legare. Bisogna liberarsene subito.

Luciano                         - (c. s). Va bene, va bene. Prov­vedere. Adesso, dopo il bagno, non posso guastarmi il sangue.

Giulietta                        - Ora le mando la signorina.

Luciano                         - (c. s.) Ma vieni tu.

Giulietta                        - (sorridendo) Ma il signore mi ha detto...

Luciano                         - (c. s.) Vieni. È lo stesso. Anzi è meglio.

                                      - (Giulietta apre la porta, entra nel bagno, richiude).

Clara                             - (dalla porta di destra, in pigiama da camera) Non c'è nessuno.

Salvatore                       - (dall'interno, picchiando al pri­mo uscio di destra) Giulietta, apri.

Clara                             - Ma che cos'è?

Salvatore                       - (c. s.) Apri, Giulietta.

Clara                             - (va all'uscio di destra, gira la chiave, lascia entrare Salvatore).

Salvatore                       - (entrando) Non c'era nessuno, sai. (Appena vede Clara, si ferma, perplesso e Meravigliato) Oh, scusi. Credevo che fosse Giulietta. (Guarda intorno') Dov'è?

Clara                             - Siete il nuovo cameriere?

Salvatore                       - Sì, signorina.

Clara                             - (squadrandolo) Ieri sera, entran­do, vi avevo visto appena.

Salvatore                       - Non so se la signorina gradi­sce che le siano rivolte delle domande.

Clara                             - Che vuol dire?

Salvatore                       - Il signore non gradisce le do­mande, (sogghignando) Il signore crede di essere re. Ce n'era un altro che credeva di essere Napoleone; un altro che credeva di essere il Padreterno (sogghigna nuovamente).

Clara                             - Ma io non vi capisco.

Salvatore                       - Che vuol capire, signorina bella! Sono studi difficili.

Clara                             - Olà, dico: ma siete impazzito?

Salvatore                       - (ha un terribile moto di ribel­lione, si morde un dito, mormora quasi fra sé) Adesso sta' a vedere che il pazzo sono io.

Clara                             - (con un moto di paura) Ma che cosa vi prende?

Salvatore                       - (si mette a passeggiare nervo­sissimamente lungo la camera, si dà dei pru­gni in faccia) Io! Io! Ben mi sta.

Clara                             - (terrorizzata, cerca una via di scam­po, guarda la porta del bagno, immagina che dentro vi sia Luciano, corre, apre; ma ha appena aperto, che getta un piccolo grido, poi guarda come per vedere meglio, infine esclama) Spudorato! Mascalzone! (richiude violentemente la porta del bagno, corre nella sua camera, indignata e sconvolta).

Salvatore                       - (in mezzo alla scena, come tra­sognato, guardando intorno) Anche lei dun­que? (come per dire: «.anche la signorina Clara è pazza? », e sogghigna nuovamente, comico e terribile). Bene, bene. Qui c'è da lavorare (esce in fretta per la prima porta di sinistra, e chiude).

Luciano                         - (in accappatoio, affacciandosi dalla prima porta del bagno) Non c'è nessuno. Va', passa.

Giulietta                        - (esce dal bagno in punta di pie­di) Oh, che vergogna! Chi sa che cosa avrà creduto la signorina!

Luciano                         - Vattene. Ci penso io.

Giulietta                        - (esce rapidamente per la secon­da porta di sinistra).

Luciano                         - (avanza; si ferma pensieroso in mezzo alla scena; poi dice fra sé) Del re­sto, meglio così. (Si avvicina all'uscio di de­stra, apre, chiama) Clara (nessuno risponde) Clara.

Clara                             - (dal di dentro) Non posso più neanche guardarti in faccia.

Luciano                         - (su la soglia) Andiamo. Non drammatizzare un fatto così stupido.

Clara                             - (affacciandosi su la soglia e guar­dandolo) Oh, mi fai ribrezzo.

Luciano                         - (ritornando in mezzo alla came­ra) Ma c'è un equivoco, cara. Tu sai che io dopo il bagno chiamo sempre il cameriere per farmi aiutare. E non sai, forse, che que­sto nuovo cameriere è pazzo.

Clara                             - (entrando, sorpresa) Oh!

Luciano                         - Pazzo, pazzo da legare.

Clara                             - (facendo l'atto di ricordare il suo colloquio con Salvatore) Ohooo!

Luciano                         - Che dovevo fare? Dovevo di­sturbare te?

Clara                             - E come t'è venuto in mente di prendere un cameriere pazzo?

Luciano                         - In mente a me? È una burla stupida e terribile che m'hanno fatto i miei amici.

Clara                             - Chi?

Luciano                         - Chi! Puoi immaginarlo. I soliti, capitanati da Nino Patrasso. Io ero rimasto senza cameriere dopo la partenza di Piero. Nino mi fa: « Ce n'ho uno io, di prim'ordine»; io gli dico: «mandamelo»; e ieri mi manda questo Salvatore...

Clara                             - Ma bisogna mandarlo via subito.

Luciano                         - Naturalmente.

Clara                             - E che aspetti?

Luciano                         - Tutto sta a vedere come si può mandarlo via. Non posso mica mettermi a litigare con un pazzo.

Clara                             - Rivolgiti alla polizia.

Luciano                         - (spazientito) Sì, ci ho pensato. Ma aspettavo che fossi andata via tu. Non potevo far venire le guardie in casa, prima che tu fossi uscita.

Clara                             - Be': e adesso me lo dici con quel tono, come se la colpa fosse mia?

Luciano                         - Oh, scusa. Capirai: sono irri­tato. Anche tu, poco fa...

Clara                             - (dopo un attimo di riflessione) Io, io!... Adesso, con questa scusa del cameriere pazzo, non vorrai farmi intendere che sia lecito a un uomo come te farsi fare dei mas­saggi da una cameriera giovane... in quelle condizioni, (una pausa). Perché è chiaro che se io non aprivo la porta...

Luciano                         - (scrollando le spalle) Dopo tutto...

Clara                             - Cosicché, io e la cameriera, per te, siamo la stessa cosa.

Luciano                         - Per un certo aspetto, sì.

Clara                             - Ah, bene. Grazie. Tante grazie. Sei un uomo volgare, un uomo dedito sol­tanto alle bassezze, (piange) Ed io che t'ho amato come un uomo alto, come un uomo perfetto.

Luciano                         - Non incominciare con i piagnu­colii. E poi ti prego di non mettere in dub­bio la mia compiutezza di uomo.

Clara                             - Sei un essere prosaico, senza ideali.

Luciano                         - Senti, Clara: lasciami in pace. Questa non è giornata.

Clara                             - Puah. Mi sono sacrificata tanti mesi per un dongiovanni da avventure an-cillari.

Luciano                         - Sei padronissima di non « sacri­ficarti » più.

Clara                             - Già, fin da stanotte mi hai rive­lato la bassezza dei tuoi sentimenti. Un uomo della tua cultura, della tua levatura intellettuale. È incredibile. E allora la vita che cosa è per te? A che ti servono i libri che hai allineati in due camere della tua casa? Io son venuta a te sempre con pensieri delicati, e ho riempito di bellezza la tua so­litudine spirituale, ho creato un mondo nel deserto inutile della tua casa. Credevo di aver trovato un uomo, e non ho trovato che un bruto.

Luciano                         - Ti sbagli, cara, ti sbagli. Io non sono affatto un bruto.

Clara                             - E come lo chiami un uomo preoc­cupato solamente delle gioie materiali?

Luciano                         - Io non amo le confusioni e le complicazioni: ecco. Io sono un uomo sem­plice. Io amo vivere in semplicità. Quando bacio una donna, intendo pensare esclusiva­mente alla sua bocca; e quando leggo la « Commedia » di Dante non amo preoccu­parmi del dolce che mi prepara la cuoca per il pranzo. Come debbo spiegartelo, per farmi capire?

Clara                             - Allora non sei ridotto materia immonda.

Luciano                         - E chi ti ha mai detto questo? Mi hai conosciuto forse insensibile alla bellezza di un quadro, all'ardore di un tramonto, alla profondità di un verso perfetto? Mi hai sentito disprezzare Shakespeare, disconoscere Leopardi, demolire Raffaello? M'hai sentito proclamare l'inutilità della filosofia M'hai scoperto irreligioso o ateo? Sei tu eh vuoi profanare tutto, intorbidare tutto, noi riuscendo mai a baciarmi senza pensare al l'Empireo e non guardando mai un'opera d'arte senza offrirmi il rosso delle tue labbra

Clara                             - Quello che dici è assurdo e spa­ventevole.

Luciano                         - Chiamalo come vuoi. Il tuo giu­dizio non m'interessa. Io so che con te ha vissuto sempre a disagio, in una condizione di sofferenza e d'ambascia.

Clara                             - E che ti ho fatto di male?

Luciano                         - Non so, non so. Tutto e niente. Non è possibile precisare. Il fatto è che con te non ho mai provato la gioia pura.

Clara                             - E prima di conoscermi l'avevi provata?

Luciano                         - Forse neanche prima. Certa­mente, anzi, neanche prima. Ma tu hai fatto traboccare la mia inquietudine. Tu hai sol­tanto il merito di avermi illuminato.

Clara                             - Meno male che mi riconosci un merito.

Luciano                         - Sì, te lo riconosco, purché tutto sia finito.

Clara                             - Ah, ecco. Questo è il punto. Sei innamorato di un'altra donna?

Luciano                         - Non sono innamorato di nes­suna donna.

Clara                             - Hai rinunziato all'amore?

Luciano                         - Non ho rinunziato a niente.

Clara                             - Sei stanco di me?

Luciano                         - Sì.

Clara                             - Sta bene. Non ho nulla da obbiet­tare alla tua sincerità.

Luciano                         - (raddolcito) Non vorrei offen­derti, vedi.

Clara                             - Le parole di un uomo come te non offendono più.

Luciano                         - Tu, sì, cerchi di offendermi, perché evidentemente non mi capisci. Ma io esco da una crisi profonda, guardo con qual­che sgomento al mio passato. No, no: la vita che ho vissuto finora è tutta fondata su un errore madornale.

Clara                             - E qual'è quest'errore?

Luciano                         - È quello di non saper separare nettamente la bestia ch'è in noi dal dio eh'è in noi. Noi crediamo alla sopravvivenza dell'anima, e intanto viviamo spesso come se l'anima dovesse dissolversi e perire alla stessa guisa del corpo.

Clara                             - (ironica) Oh, oh! il bruto assume toni trascendentali. Secondo il tuo ragiona­mento, dunque, tu vuoi abolire i piaceri ma­teriali per salvare l'anima.

Luciano                         - Io non voglio abolire niente. Ti ripeto che io voglio soltanto evitare le confusioni. Quando mangio, quando bevo, quando faccio il bagno, quando' mi metto un vestito nuovo, quando abbraccio la donna che mi piace, intendo che l'anima o lo spi­rito o il cervello, e insomma tutto ciò ch'è in noi alto, puro, divino, non c'entrino affat­to. Similmente voglio che quando penso a Dio, o leggo l'opera di un poeta, o ammiro il quadro di un grande pittore, il mio corpo sia lasciato in pace. È chiaro?

Clara                             - Un po' dio e un po' demonio...

Luciano                         - L'espressione non è felice; ma insomma...

Clara                             - Allora per te la donna non può essere che uno strumento di godimento ma­teriale come il bel vestito, come la buona cena...

Luciano                         - La donna destinata a questo scopo, sì.

Clara                             - Mi fai pena.

Luciano                         - Anche tu a me.

Clara                             - Addio.

Luciano                         - Addio.

(Rapidamente Clara rientra nella sua ca­mera, a destra. Luciano ha un profondo re­spiro di sollievo; poi incomincia lentamente a vestirsi).

Giulietta                        - (apre guardinga l'uscio del sa­lotto, s'affaccia, e poi, come s'è accertata che Luciano è solo, entra) Che cosa ha detto?

Luciano                         - Chi?

Giulietta                        - La signorina.

Luciano                         - E che te ne importa a te?

Giulietta                        - Chiedo scusa. Ma siccome ci aveva sorpresi...

Luciano                         - Sorpresi! Non esageriamo. Non diamo carattere romanzesco a un fatto così semplice. Tu , in quel momento, sostituivi il cameriere.

Giulietta                        - Oh! Spero che il signore non confonda il cameriere con me.

Luciano                         - Di che confusione parli? Che illusioni ti fai? Non ci mancherebbe altro.

Giulietta                        - Mi perdoni. Avevo dimenti­cato, per un momento, di essere la camerie­ra. Mi pareva che lo avesse dimenticato an­che lei.

Luciano                         - Io non ho dimenticato niente. E voglio che non dimentichi niente nean­che tu.

Giulietta                        - Già. La presenza dei servi non è mai avvertita dai padroni. I servi sono considerati niente di più e niente di meno che un oggetto qualunque, una cosa inani­mata. Infatti i padroni, dinanzi ai servi, non hanno mai segreti, ritegni, pudori: si dicono tutto, fanno tutto...

Luciano                         - (guardandola) Parola d'onore, c'è da impazzire. Dev'essere quel maledetto Salvatore a diffondere per l'aria questa ten­denza alla pazzia. Ma Giulietta, che ti sei messo in testa?

Giulietta                        - Io? Niente. Era la prima volta che mi capitava un bell'uomo.

Luciano                         - (vagamente lusingato) Incomin­ciamo col dire che io non sono affatto un bell'uomo.

Giulietta                        - Non lo dica.

Luciano                         - In secondo luogo, anche am­messo che io sia un bell'uomo, non ti avevo mica chiamata in qualità di bell'uomo ma in qualità di uomo che dopo il bagno ha bi­sogno di essere aiutato.

Giulietta                        - Gliel'ho detto: i padroni non pensano mai che anche i loro servi son fatti come loro.

Luciano                         - E ancora! Ma insomma che cosa vuoi dire con queste parole?

Giulietta                        - Voglio dire che bisognava avere qualche considerazione, qualche pietà per una povera creatura come me.

Luciano                         - E che considerazione? Che pietà?

Giulietta                        - Oramai, quello che era fatto era fatto...

Luciano                         - Ah, be': questa poi... Ma co­me? Tu sei la mia cameriera da tre anni, e adesso, improvvisamente...

Giulietta                        - Signore, io la prego soltanto di volermi considerare licenziata. Non po­trei più vivere sotto questo tetto dopo quello che è accaduto fra di noi.

 Luciano                        - Sta bene. Vattene anche tu.

Giulietta                        - Perché? Se ne va anche la si­gnorina?

Luciano                         - Queste sono cose che non ti ri­guardano.

Giulietta                        - È giusto. Non mi riguardano perché sono licenziata. Altrimenti...

Luciano                         - Altrimenti sarebbe lo stesso.

Giulietta                        - Eh, no, scusi. Lo stesso no. Tutte le volte che il signore ha cambiato si­gnorina, io sono stata regolarmente avvertita. Dopo tutto era necessario. Io sono stata as­sunta come cameriera soprattutto per le si­gnorine. Un cameriere, certo, non poteva ser­vire una signorina.

Luciano                         - Di': ma t'è venuta fuori tutta stamane questa loquela? Tutta stamane, questa tendenza a filosofare?

Giulietta                        - Il signore, forse, ha dimenti­cato dove mi ha preso. Io non ero una ca­meriera; ero una istitutrice. Solo per sim­patia verso il signore, mi sono adattata a scendere un gradino...

Luciano                         - (nervoso, inquieto, come parlan­do a se stesso) Be', del resto...

Giulietta                        - Se il signore permette, io vor­rei lasciar subito questa casa.

Luciano                         - (a mezza voce) Permetto.

Giulietta                        - Allora, il tempo di preparare la mia roba...

Luciano                         - (c. s.) Fa' pure.

Giulietta                        - Buon giorno. (Si accinge a uscire).

Luciano                         - (come pentito, fa l'atto di chia­marla).

Giulietta                        - (che ha avvertito la indecisione dì lui, voltandosi) Il signore m'ha chia­mato?

Luciano                         - (a mezza voce) No.

Giulietta                        - Con permesso. (Esce).

Luciano                         - (vestendosi e meditando) Dopo tutto... Lei o un'altra... Ormai il mio pro­gramma è chiaro, definitivo... Mi volevano avvelenare l'esistenza... (sente il campanello del telefono; va a rispondere): Pronto?... Casa Sabba... Sono io... Ah, siete voi, cara amica, cara Camilla... Ho tanto, tanto pia­cere... quando siete arrivata?... Sì, sì: mi ricordo... No: veramente no: ho attraversato un periodo un po' torbido, noioso... No: sciocchezze; ma sciocchezze che mi hanno un po' distolto da' miei studii. Mi ero un po' abbrutito. Ma, adesso, con la vostra pre­senza, forse... dove abitate?... Ah, pensione « Lucente »; ho capito: quella della salita di San Tommaso... No, io vivo solo... Sì, in­somma, naturale. Ma spiritualmente vivo solo... Grazie, tante grazie: avrò molto pia­cere... grazie, va bene... Tanto meglio: gra­zie... Sì, quello che avete: via Nizza, 99... Grazie, arrivederci. (Depone il ricevitore; si ferma un momento a riflettere). Ecco qua: perfetto, perfettissimo. (Riprende e vestirsi con gioia). Tutto, finalmente, va per il suo verso. Se l'avessi inventata, non l'avrei po­tuta inventare così bene.

Salvatore                       - (sul primo uscio di sinistra) Signore.

Luciano                         - (fra sé) Ahi, m'ero dimenticato di questo pazzo. (A Salvatore, gentilissimo) Che c'è, caro?

Salvatore                       - Se potessi rivolgere al signore una domanda...

Luciano                         - Ma figurati, caro!

Salvatore                       - (sogghigna, come volendo si­gnificare di aver vinto; poi) Posso introdur­re il signor Patrasso?

Luciano                         - Ah, c'è Nino. (Fra sé) Quel  mascalzone di Nino. (A Salvatore) Ma na­turale. Puoi introdurlo.

Salvatore                       - (sogghigna nuovamente) Io, veramente, disprezzo questa parola « intro­durre ». È una parola odiosa. Lo stesso Freud...

Luciano                         - Tu hai letto Freud?

Salvatore                       - E che cosa non ho letto io, signore? Tutto. Io ho letto tutto.

Luciano                         - È un peccato, allora, che tu faccia il cameriere.

Salvatore                       - Lo faccio per ragioni segrete. (Guarda Luciano, come per vedere se egli abbia indovinato).

Luciano                         - Ah, lo fai per ragioni segrete?

Salvatore                       - (sogghigna nuovamente) Spe­ro che il signore non abbia capito niente.

Luciano                         - Io? Niente.

Salvatore                       - (sempre sogghignando) Verrà, magari, un giorno in cui il signore si ren­derà conto...

Luciano                         - Lo spero, lo spero.

Salvatore                       - Quella signorina è uscita?

Luciano                         - No, non ancora. Ma fra poco uscirà.

Salvatore                       - (con un nuovo sogghigno) E non le sembra imprudente fare entrare il signor Nino Patrasso prima che la signorina sia uscita?

Luciano                         - Perché imprudente?

Salvatore                       - Le donne...

Luciano                         - (fra sé, fremendo) Come debbo rispondergli adesso? (a Salvatore) Già: le donne...

Salvatore                       - Allora lo prego di ripassare?

Luciano                         - (disperato) Fa' un po' come ti piace.

Salvatore                       - (uscendo) Penso io.

Luciano                         - (solo) Che diamine combinerà adesso? E come faccio io a vivere in queste condizioni?

Nino                              - (entrando dalla prima porta a sini­stra) Be'?

Luciano                         - Ah, t'ha lasciato entrare?

Nino                              - Chi?

Luciano                         - Come, chi? E me lo domandi? Ma il pazzo. Il pazzo che mi hai messo in casa. Ti sembrano scherzi da farsi? Come farò io a liberarmene? Adesso te lo porterai via tu, sai. Nemmeno un minuto di più egli deve rimanere qui.

Nino                              - Ma io sono entrato da me. Egli m'ha detto: « vado ad annunziarla », e non s'è più visto.

Luciano                         - (disperandosi comicamente) Che cosa avrà fatto? Dove sarà andato? Ma via, Nino, scherzi a parte, fammi il piacere di liberarmi da questo forsennato.

Nino                              - Eppure, a parte lo scherzo, cre­devo che ti divertisse. È veramente un per­sonaggio divertente. È un professore, sai: mica un cameriere.

Luciano                         - Sì; ma professore o cameriere, certamente è un pazzo.

Nino                              - Questo non lo nego. È uscito tre giorni fa dalla Casa di salute, perché un suo vecchio zio lo ha reclamato e i medici, d'al­tra parte, lo hanno ritenuto non pericoloso. Ma ha soltanto questa piccola mania di voler fare il cameriere. L'altro ieri, per l'appunto, lo zio raccontava questa cosa a me e agli altri amici. Tu avevi perduto Piero. Abbia­mo detto: «mandiamolo da Luciano».

Luciano                         - Tu, adesso, te lo riporti con te.

Nino                              - Ma lascialo stare. In una maniera o nell'altra, bisogna assecondare questa sua piccola mania. Pericoloso non è. Quel che deve fare, lo fa con molta esattezza. E al­lora...

Luciano                         - Allora, un corno. Prendilo tu, in casa tua. Io ho altro per la testa.

Nino                              - Facciamo così: teniamolo per turno. Una settimana per uno.

Luciano                         - Ma neanche per sogno. Né una settimana, né un giorno. Oggi stesso, via. Già, qui è una partenza generale.

Nino                              - Che vuol dire?

Luciano                         - Tutti via. Clara, via. Giulietta, via.

Nino                              - E ch'è successo?

Luciano                         - M'hanno seccato. Tutti.

Nino                              - Non capisco.

Luciano                         - Che vuoi capire! Clara era di­ventata insopportabile. Con le sue fisime psi­cologiche, mi metteva in croce. Io ho biso­gno di un' amante qualunque... Giulietta, adesso... Cioè, che cosa debbo dire? For­se Giulietta non la mando via. Se non mi sbaglio, è proprio quella che ci vuole in questo momento. Non è, poi, una donna volgare quanto il suo mestiere. D'altra parte, non ha pretese di natura elevata. Andrà benissimo.

Nino                              - Ohe: ma il professore-cameriere t'avesse comunicato un rametto di pazzia?

Luciano                         - Altro che pazzia! Ragiono, sai. Sono diventato saggio. Ricordati di quello che ti dice questo pazzo. Quando un uomo non possa proprio farne a meno, come me, si scelga sempre due donne. È la condizione ideale, la condizione perfetta. I rapporti spi­rituali fra uomini e donne sono sempre av­velenati da duelli corporali, e viceversa. Chia­rire, semplificare, distinguere: ecco il mio proposito e il mio programma. Giulietta sarà la mia amante, e Camilla...

Nino                              - Chi è Camilla?

Luciano                         - La conoscerai. M'ha telefonato poco fa. È una donna comune, non troppo bella, che vive un po' da maschio ma che ha tanta intelligenza, tanta cultura, tanta fi­nezza. Con lei non c'è pericolo di compli­cazioni. L'ho conosciuta questa estate a Ve­nezia. Forse è un po' lei, che, senza volerlo, m'ha aiutato a veder chiaro nel caos in cui vivevo da tanti anni. Camilla andrà benissimo per le mie varie cure di natura elevata. E non credere, sai, che gli stessi rapporti di natura elevata io potrei contrarre con un amico. Un uomo è un'altra cosa. La donna ha sempre qualche gentilezza, qualche tratto piacevole. È un po' amore senza essere amo­re. Forse è difficile da spiegare.

Nino                              - (un po' comico, uscendo come chi voglia mettersi in salvo) Ciao. Me ne va­do. Ho capito tutto. Ho capito che anche la pazzìa è contagiosa.

Luciano                         - Ma vieni qua. Nino, non fare lo stupido. (Ma Nino non si è neanche vol­tato, è già uscito) Che stupido!

Clara                             - (già vestita per uscire, dalla porta di destra, chiamando) Giulietta. (Entra, suona un campanello).

Giulietta                        - (vestita di un tailleur, anche lei pronta ad abbandonare la casa, appare su la porta del salotto) Ha chiamato?

Clara                             - (vedendola così vestita) Che fai? Esci?

Giulietta                        - Sì. Vado via.

Clara                             - Via per sempre?

Giulietta                        - Sì, signorina.

Clara                             - Oh, allora...

Giulietta                        - No; ma mi dica; se ha biso­gno di qualche cosa...

Clara                             - (guardando ora Giulietta, ora Lu­ciano, che continua a vestirsi con ostentata indifferenza) Qui c'è della roba mia. Vo­levo pregarti di portarmela a casa. Ma, orar mai, manderò io a ritirarla.

Giulietta                        - Ma no, signorina: gliela por­terò io. Appena avrò finito, gliela porterò. Stia tranquilla. (Esce).

Clara                             - (a Luciano) Che cosa vuol dire tutto questo?

Luciano                         - Niente.

Clara                             - La mandi via per quello che è successo?

Luciano                         - No. Vuole andar via lei.

Clara                             - (amara) Congedo generale.

Luciano                         - Mah.

Una pausa.

Clara                             - Volevo chiederti le mie lettere.

Luciano                         - Le tue lettere? Ma se non ci siamo mai scambiate delle lettere. (Pensan­do) Ah, sì, quei due biglietti, allora... (Li cerca in un cassetto; glieli dà).

 Clara                            - Grazie. Ti manderò le tue.

Luciano                         - Non mi servono. Puoi anche tenerle.

Clara                             - Non servono neanche a me.

Luciano                         - E allora stracciale, bruciale: co­me vuoi.

Clara                             - Addio.

Luciano                         - Addio.

Rapidamente, senza più voltarsi, Clara esce. Luciano sta un po' in ascolto, ha un sospiro di sollievo. Una pausa.

Salvatore                       - (dalla prima porta di sinistra) Se non mi sbaglio, la signorina è uscita.

Luciano                         - (deciso a finirla anche con luì) Non ti sbagli affatto, la signorina è uscita.

Salvatore                       - Forse per sempre?

Luciano                         - Ecco: per sempre.

Salvatore                       - Bene.

Luciano                         - Non ti ho chiesto alcun parere.

Salvatore                       - Ritiro il « bene ».

Luciano                         - Faresti bene a ritirarti anche tu.

Salvatore                       - Obbedisco (esce).

Luciano                         - (meravigliato, fra se) E che è successo? Forse i pazzi debbono essere trat­tati con la maniera forte? (Riflette) Meglio così. (Ha finito di vestirsi, si guarda con qualche compiacimento nello specchio).

Giulietta                        - (dalla porta del salotto) Allora porto via prima la roba della signorina.

Luciano                         - (senza guardarla) Non portar via niente.

Giulietta                        - Perché? La signorina ritorna?

Luciano                         - No, non ritorna. Ma glie la manderemo.

Giulietta                        - Allora, se permette, vado via io.

Luciano                         - No. Non permetto. Rimani.

Giulietta                        - (contenta, guardandolo con in­tenzione) Ha detto: « rimani »?

Luciano                         - (ostentando freddezza) Sì. Ho detto: « rimani ».

Giulietta                        - (allegrissimo, incomincia a le­varsi la giacchetta del tailleur; e, uscendo per la porta del salotto) Oh, grazie.

Luciano                         - (la segue, sorridendo, con la coda dell'occhio; poi dice a se stesso, approvan­dosi) Ma sì! (E si accinge a uscire di casa).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Uno studio, in casa di Luciano: studio da scapolo elegante, e quindi nulla di troppo lu­gubre o di troppo severo; libri, quadri di va­lore, gingilli intonati all'ambiente, poltrone, un divano alla turca, un tavolinetto per il te. Una porta a destra dell'attore e una a sini­stra. In fondo, una grande vetrata su una ter­razza ariosissima. Telefono.

Quando si alza la tela, Luciano, in vesti­to da pomeriggio, e sdraiato sul divano alla turca e legge un libro. Poco dopo suona il telefono.

Luciano                         - (al telefono) Pronto?... Sono io... dimmi, caro Nino... Ma no, non fare lo sce­mo: vieni quando vuoi... eh, sì: esattamen­te due settimane: è la prima volta che non ci vediamo da due settimane intere... Benis­simo: ora sto benissimo... Sì: Camilla viene a trovarmi quasi tutti i giorni. Solo ieri non s'è vista. Ma credo che oggi verrà... No: non sempre in casa; qualche volta usciamo. È una compagna veramente graziosa... Naturale. Rapporti di sola natura intellettuale e spiri­tuale... sì, Giulietta è rimasta... Quanto a Salvatore, mi sono abituato anche a lui: in fondo, è un pazzo veramente tranquillo... Vedrò se sia il caso. Per ora non mi dà fa­stidio e lo tengo. In fondo, i camerieri han­no tutti le loro piccole manie... Chi hai vi­sto?... Ah, Clara. Non me ne importa nien­te... Lo so: è una sua fissazione. Lei crede che io voglia sposare... Macché! Figurati. Sto tanto bene così... Sì: arrivederci (depone il ricevitore).

 Salvatore                      - (dalla sinistra) C'è la solita signorina.

Luciano                         - La signorina Camilla?

Salvatore                       - Non conosco il suo nome. Se lo conoscessi, non direi « la solita signorina » ma direi « la signorina Camilla ».

Luciano                         - (scuote il capo, sorridendo) Be', adesso te lo dico io: la « solita » signorina si chiama Camilla.

Salvatore                       - (inchinandosi) Fortunatissimo.

Luciano                         - Falla entrare.

Salvatore                       - Subito, signore (s'inchina, esce, rientra poco dopo accompagnando Ca­milla, s'inchina nuovamente e riesce).

Camilla                          - (è una donna giovane, vestita be­ne ma senza civetteria, con una eleganza qua­si austera: ella usa, con Luciano, modi ca­merateschi e cordiali come quelli che possono usarsi tra uomo e uomo) Buongiorno, Lu­ciano.

Luciano                         - (incontrandola e dandole le due mani) Cara Camilla. Come state?

Camilla                          - Bene. E voi?

Luciano                         - Benissimo. Ieri abbiamo fatto vacanza....

Camilla                          - Non son venuta, perché ero un po' nervosa, e sarei stata certamente una pessima compagna: pessima come parlatrice e come ascoltatrice.

Luciano                         - Non avete pensato che forse io avrei potuto liberarvi dal vostro nervosismo?

Camilla                          - Sì. Ma quando sono nevosa, io amo la solitudine. La solitudine mi fa lo stesso effetto del bagno: distende i miei nervi.

Luciano                         - Curioso. A me accade il con­trario. La solitudine non giova ai miei ner­vi. Solo con me stesso, io divento addirittura irascibile: son portato a drammatizzare la più lieve causa della mia inquietudine. La presenza umana, invece, me ne libera, forse perché mi conforta e mi distrae. Ad ogni modo, non si sarà trattato di qualche di­spiacere?

Camilla                          - No. Una sciocchezza.

Luciano                         - Non è forse arrivata la solita lettera di mammà?

Camilla                          - Non si tratta di questo.

Luciano                         - Un segreto?

Camilla                          - Con voi non ho segreti.

Luciano                         - E allora?

Camilla                          - È una cosa così sciocca a dirsi! Ho letto in un libro di Shaw che l'amore più forte dell'uomo è quello di mangiare...

Luciano                         - Eh; ma Shaw è un funambolo, uno scrittore che si preoccupa soltanto di « épater le bourgeois ». Voi non siete una borghese.

Camilla                          - È vero. Ma, non so perché, la frase mi ha colpita. In essa è certamente un fondo di vero. Il maggior numero di persone felici è fra quelle che siedono a tavola. Ora, paragonandomi a queste persone, io, che mangio così distrattamente, mi son sentita un po' fuori dell'ordinario1, un po' inna­turale.

Luciano                         - E non siete contenta?

Camilla                          - Veramente no. Il pensiero di essere in qualche modo eccezionale è per me molto irritante. Essere priva di alcuni degli istinti naturali mi sembra una degenerazione. 1 miei ideali sono modesti. Vorrei essere una creatura comune, perché credo che la crea­tura comune sia la migliore e la più degna di vivere.

Luciano                         - (sorridendo) Non parlò così Zaratustra. Comunque, quello che dite è mol­to sottile, e forse anche molto ambizioso. Voi vorreste essere comune appunto per es­sere migliore.

Camilla                          - Be': lasciamo andare. Oramai i nervi sono passati. Uscite?

Luciano                         - Se vi fa piacere...

Camilla                          - Preferirei fermarmi un poco. Aspetto una telefonata, e mi son permessa di dare il numero del vostro telefono. Ma quanti telefoni avete?

Luciano                         - Uno ogni camera. Ma rispon­dono tutti allo stesso numero. Si tratta sol­tanto di usare, volta per volta, un commu­tatore.

Camilla                          - Allora è proprio vero che avete paura della solitudine...

Luciano                         - Paura no.

Camilla                          - L'aquila vive sola. Il leone, solo.

Luciano                         - Io non sono né un'aquila né un leone.

Camilla                          - Siete un « lion » nel senso che danno alla parola i francesi?

Luciano                         - Nemmeno. Sono un uomo or­dinato. Ora vi sembrerà strano: ma l'ordine è nemico della solitudine.

Camilla                          - Eh. Questa è degna di Shaw.

Luciano                         - È così. Vi assicuro che è così. Gli anarchici, i nichilisti, gli atei sono dei solitaria

Camilla                          - Ma anche i grandi uomini. Na­poleone era un solitario. Dante un solitario.

Luciano                         - E chi vi dice che essi fossero degli uomini ordinarii? Non è detto che la grandezza vada di pari passo con l'ordine. Dante era uno sdegnoso ramingo; Napo­leone creava e sconvolgeva imperi.

Camilla                          - Ma obbedivano a un ideale di ordine. (Si sente il campanello del telefono).

Luciano                         - Ecco: forse è per voi.

Camilla                          - Rispondete voi: vi prego.

Luciano                         - (al telefono) Pronto?... Sì, casa Sabba... Sì: ecco: la signorina Lepore è qui. (A Camilla, porgendole il ricevitore) È per voi.

Camilla                          - (al telefono) Pronto?... Sono io... (Ascolta con preoccupazione, impallidi­sce, si morde il labbro superiore, fa segni di impazienza; poi dice) Sì, ecco: vengo su­bito. (E, deposto il ricevitore, dice a Luciano) Scusate. Bisogna che vada. Ripasserò o te­lefonerò. Scusate.

Luciano                         - Ma ch'è successo?

Camilla                          - (turbata) Niente, niente di gra­ve. Ripasserò. (Gli dà la mano).

Luciano                         - (prendendole la mano e accom­pagnandola) Ma vi vedo turbata. Informa­temi. Non mi fate stare in pensiero.

Escono entrambi per la sinistra. E subito dopo, dalla destra, entra Giulietta, che porta un vassoio per il tè e lo pone sul tavoli-netto, guardando intorno, meravigliata di non trovar nessuno.

Giulietta                        - Ma dove sono andati? (Va verso la sinistra per vedere, e s'incontra con Luciano) La signorina Camilla non c'è più?

Luciano                         - È uscita. Forse ritornerà.

Giulietta                        - Io avevo portato il tè.

Luciano                         - Lo prenderò io solo. (Siede al tavolo del tè).

Giulietta                        - Sa che Salvatore ha ricomin­ciato?

Luciano                         - A far che?

Giulietta                        - Con i suoi sospetti.

Luciano                         - E tu lascialo sospettare.

Giulietta                        - Io lo dico perché lei, poi, non creda che io...

Luciano                         - Ma no, non credo.

Giulietta                        - Io non sono vanitosa. E poi tengo troppo a questa mia felicità per com­mettere l'errore di sciuparla con delle stupide vanterie.

Luciano                         - Ma sì!

Giulietta                        - Intanto lui ha ricominciato da stamane. « Mi sembra questo; mi sembra quest'altro ».

Luciano                         - Lascia che gli sembri quello che vuole.

Giulietta                        - A lei non dispiacerebbe se...? (Vuol dire: « Se tutti conoscessero i nostri rapporti).

Luciano                         - Certo1, preferisco che... (Vuol dire: « Che non li conosca nessuno ») Ma d'altra parte...

Giulietta                        - Non è certo il primo caso1.

Luciano                         - E poi, primo o non primo...

Giulietta                        - Sono anch'io del suo parere.

Luciano                         - Solo, forse, sarebbe opportuno che non ne parlassimo tanto nemmeno noi.

Giulietta                        - Lei vede che io...

Luciano                         - Veramente, adesso non vedo.

Giulietta                        - Con me, però, lei è meno... Come dire?

 Luciano                        - Che cosa?

Giulietta                        - Quando, per questo, veniva­no le signorine, lei...

Luciano                         - (scherzoso) Oh, non farmi i conti... in tasca, sai. Questo non si fa.

Giulietta                        - Forse io le piaccio meno.

Luciano                         - Anzi!

Giulietta                        - Le piaccio di più?

Luciano                         - Certo.

Giulietta                        - E perché?

Luciano                         - Non ci sono perché.

Giulietta                        - Mi piacerebbe saperlo.

Luciano                         - Civettona.

Giulietta                        - Sono donna come le altre, no?

Luciano                         - Migliore, migliore.

Giulietta                        - Me lo dice; e poi non vuole spiegarmene la ragione.

Luciano                         - Che t'importa di saperlo?

Giulietta                        - Mi pare una curiosità legit­tima.

Luciano                         - Puoi immaginarlo tu stessa. Sei giovine, fresca, carina.

Giulietta                        - Solo per questo?

Luciano                         - Ti par poco?

Giulietta                        - Io non sono un uomo, e quin­di non posso giudicare se per un uomo sia poco o molto.

Luciano                         - È moltissimo.

Giulietta                        - Posso andare?

Luciano                         - Sì.

Giulietta                        - (avvicinandosi in atto di voler­lo baciare) Permette?

Luciano                         - (offrendo una gota) Permetto.

Giulietta                        - (dopo averlo baciato) Bello!

Luciano                         - Bella tu.

Giulietta                        - (sì piega al suo orecchio, gli dice qualche cosa sorridendo).

Luciano                         - (cingendole la vita con un brac­cio, ascolta e ride, beato, interrompendola o-gni tanto) Sì, sì... Anche... (Poi le prende la testa, la bacia a lungo, più volte, e tutt'e due ridono come al ricordo d'intimità trop­po gradite).

Giulietta                        - Adesso vado.

Luciano                         - Va'.

Giulietta                        - Mi manda via sola?

Luciano                         - Eh, sì, cara. Adesso, sì.

Giulietta                        - (leggermente scherzosa) Co­manda altro?

Luciano                         - No.

Giulietta                        - (s' inchina, scherzosamente, ed esce per la destra).

Salvatore                       - (che l'ha incontrata e l'ha guar­data a lungo, in modo significativo, storcen­do un angolo della bocca, annunzia poco do­po a Luciano) Il signor Patrasso, il signor Dusi e una signorina.

Luciano                         - Una signorina? Non sarà mica quella che andò via due settimane fa?

Salvatore                       - (cupo) No, non è quella. A quella ci penso io.

Luciano                         - (guardandolo) Che vuol dire?

Salvatore                       - So quel che mi dico.

Luciano                         - (energico) Vorrei saperlo anch'io.

Salvatore                       - È un ordine, quello che mi dà il signore?

Luciano                         - (c. s.) Sì.

Salvatore                       - (rassegnato) È compito dei ca­merieri obbedire agli ordini dei signori.

Luciano                         - Senza filosofia: dimmi che cosa vuol dire.

Salvatore                       - Sia detto in confidenza: quel­la signorina dava segni di alienazione men­tale.

Luciano                         - Ah!

Salvatore                       - S'immagini che prima di an­dar via, una settimana fa, mi diede del pazzo.

Luciano                         - A te?

Salvatore                       - A me, signore.

Luciano                         - Oh; ma allora è pazza sul serio.

Salvatore                       - La guarirò.

Luciano                         - Perché? Tu guarisci i pazzi?

Salvatore                       - Faccio il cameriere per questo.

Luciano                         - Ah, fai il cameriere per questo?

Salvatore                       - Naturale.

Luciano                         - I camerieri, dunque, sono co­me i medici.

Salvatore                       - Per i pazzi, sì.

Luciano                         - E perché?

Salvatore                       - Perché solo con i loro came­rieri i pazzi si lasciano studiare in tutti gli aspetti della loro infermità.

Luciano                         - Non capisco.

Salvatore                       - Eh, sfido.

Luciano                         - È forse naturale che io non ca­pisca?

Salvatore                       - Volevo dire un'altra cosa.

Luciano                         - Salvatore mio, quante cose vuoi dire tu! Be': lascia entrare quei signori.

Salvatore                       - Tutt'e tre?

Luciano                         - Non vorrai mica lasciarne qual­cuno in anticamera!

Salvatore                       - È giusto. Debbo portare al­tro tè?

Luciano                         - No, no, no. Al tè ci penso io.

Salvatore                       - Però sarebbe il caso che lei non ne prendesse troppo. Il tè è un ecci­tante. Non fa bene ai nervi.

Luciano                         - (energico) Io ne prendo quan­to mi pare e piace.

Salvatore                       - Scusi.

Luciano                         - Avanti. Fa' entrare quei si­gnori.

Salvatore                       - Subito, signore. (Esce).

Luciano                         - (si alza e va incontro ai suoi a-mici; saluta per prima Fanny) Ah, sei tu. E come mai?

Fanny                            - Ti dispiace?

Luciano                         - Anzi. (Saluta gli altri). Addio, Nino. Addio, Pericle. (Strette di mano).

Pericle                           - Ciao.

Nino                              - Ciao.

Luciano                         - Prendete il tè?

Pericle                           - Io no. Grazie.

Nino                              - Nemmeno io.

Fanny                            - Io l'ho già preso.

Luciano                         - (sorridendo) Con chi?

Fanny                            - Sei geloso?

Luciano                         - Io? Figurati. Pericle forse.

Pericle                           - L'ha preso col mio permesso.

Luciano                         - Ah, ecco. Perché tu nemmeno sei geloso.

Nino                              - E Camilla?

Luciano                         - C'è stata. Ma è uscita.

Nino                              - Insomma, come si fa per conoscere questa tua amica spirituale? (A Pericle) Per­ché, sai?, adesso ha due amiche: una è per lo spirito e l'altra... (Vuol dire: a per il corpo »).

Fanny                            - E quest'altra chi è?

Luciano                         - Non si dice.

Pericle                           - Ma che storia è questa delle due amiche?

Luciano                         - Nino, come al solito, fa il mat­tacchione.

Nino                              - (a Luciano) Me l'hai detto tu stesso.

Luciano                         - È vero. Ma io te l'ho detto sul serio, e tu ci scherzi sopra.

Fanny                            - Di', Luciano: non sei per caso impazzito?

Luciano                         - E perché? Anche a te fa mera­viglia?

Fanny                            - (ridendo) E io, quando' venivi a trovarmi, ti servivo per il corpo o per lo spirito?

Luciano                         - Né per l'uno, né per l'altro.

Fanny                            - Eppure mi dicevi tante cose ca­rine...

 Luciano                        - Allora non mi ero capito, e sba­gliavo.

Pericle                           - Un momento. Fate capire anche a me.

Luciano                         - C'è poco da capire, caro. Sono stanco di amare col cervello. La nostra ge­nerazione si è logorata amando col cervello: e intendo il cervello come fonte non soltanto di tutti i pensieri ma anche di tutti i senti­menti umani.

Pericle                           - E come fai? Quando è il mo­mento, abolisci il cervello', lo dimentichi, lo distruggi?

Luciano                         - Non lo faccio partecipare ai fatti materiali. Prendi Fanny, per esempio. Lei ama sempre senza cervèllo.

Pericle                           - Ma lei non ne ha.

Fanny                            - Va là, che ne ho forse più di te.

Luciano                         - E io, quando è il momento, amo come se non avessi cervello.

Pericle                           - E dopo?

Luciano                         - Dopo entrano in funzione tutte le mie forze spirituali.

Nino                              - (a Pericle, scherzoso) Hai capito?

Pericle                           - Io no.

Nino                              - (ironico) Eh; ma non capisci niente.

Fanny                            - Invece io ho capito.

Pericle                           - Beata te.

Luciano                         - (baciando Fanny) Brava Fanny. Ti do' un bacio, perché hai capito.

Nino                              - (a Luciano) Adesso l'hai baciata senza cervello?

Luciano                         - Be', andate a farvi benedire.

Fanny                            - (avvicinandosi a Luciano) Per­ché non vieni più a trovarmi?

Nino                              - (a Pericle) Ecco: lei va subito a caccia di uomini senza cervello.

Pericle                           - (a Luciano) E adesso che ti spo­si, ti sposi col cervello o senza cervello?

Fanny                            - (a Luciano) Ti sposi?

Luciano                         - Ma io non ho nessuna inten­zione di sposarmi.

Nino                              - Va là, che ormai lo sanno tutti.

Luciano                         - Ma per carità! Non dite scioc­chezze.

Pericle                           - È un po' ridicolo che tu faccia del mistero con noi. L'altra sera non me l'ha negato nemmeno la tua fidanzata.

Fanny                            - (a Pericle) E chi è?

Luciano                         - Sarei curioso anch'io di sapere chi è la mia fidanzata.

Pericle                           - Andiamo, Luciano!

Luciano                         - (a Pericle) Ti giuro: non lo so. Dimmelo. Sarebbe veramente ridicolo che io avvolgessi di mistero il mio proposito di spo­sarmi. Ho forse un'amante che minaccia di uccidermi?

Nino                              - Però, però! Sta' attento a Clara...

Luciano                         - Oh, non c'è pericolo.

Pericle                           - È proprio Clara che diffonde la voce.

Luciano                         - Lei la diffonderà per dare una giustificazione al licenziamento.

Pericle                           - E allora perché la Saturno non lo nega?

Luciano                         - La Saturno?

Pericle                           - Sì: Egle Saturno: la tua fi­danzata.

Luciano                         - Gesù! Quale fantasia! Ma co­me ti viene in mente che io possa sposare Egle Saturno?

Nino                              - E perché no?, scusa. È una bella figliola, ricca, intelligente.

Luciano                         - Ma appunto perché è intelli­gente, non la sposerò mai.

Nino                              - Ah, già. Il cervello...

Fanny                            - Ecco, bravo. Niente cervello. Spo­sa me, Luciano.

Luciano                         - In ogni caso, parola d'onore, preferirei.

 Fanny                           - Io, poi, non tengo mica a essere condotta dal podestà.

Pericle                           - (a Nino, scherzoso) Allora, la­sciamo soli gli sposi.

Luciano                         - Ohe: ma oggi siete venuti a di­vertirvi alle mie spalle? Non siete contenti di avermi mandato il pazzo in casa?

Nino                              - Tutto sta a vedere se il pazzo sia tu o lui.

Luciano                         - Oh, se la mia è una pazzìa, ti giuro che mi ci trovo benissimo. Non sono mai stato così bene. Mi sento rinato. Se fossi uno scrittore o un pittore, sento che potrei fare delle opere d'arte.

Nino                              - In fondo, vedi: sul tuo principio sono fondate quelle case che si chiamano ospitali. Uno va là, e per una parte della sua attività sta a posto. Poi provvede altrimenti alla sua vita spirituale.

Luciano                         - Non lo escludo'.

Nino                              - E dunque che scoperta hai fatto?

Luciano                         - Io non pretendo di aver fatto alcuna scoperta. Non faccio mica l'inventore.

Pericle                           - Devi allora riconoscere che in questo ti abbiamo preceduto.

Luciano                         - Complimenti ai miei predeces­sori.

Fanny                            - Lasciatelo stare. Non vedete che gli dispiace?

Nino                              - (a Fanny) È anche naturale che tu lo difenda.

Fanny                            - (a Nino) Oh; non credere, ades­so, che io sia da considerare come una di quelle...

Pericle                           - (ironico) Che c'entra! Tu stai in una pensione.

Fanny                            - E puoi dire anche che si tratta di una pensione di prim'ordine.

Pericle                           - Ah, già. M'ero dimenticato di quella creatura misteriosa che l'ha frequen­tata in questi giorni.

Luciano                         - Ecco, bravo, parliamo di cose allegre. Ditemi qualche cosa delle nuove o-spiti della pensione « Rara ».

Pericle                           - Dio ti guardi da queste nuove ospiti!

Luciano                         - Perché?

Nino                              - Oh, bagattelle. Sono semplicemen­te delle ospiti micidiali.

Fanny                            - Quella è una cosa che può ca­pitare a tutte.

Pericle                           - Alla larga!

Luciano                         - Ma di che cosa si tratta?

Fanny                            - Niente. C'è una ragazza ch'è ve­nuta alla pensione qualche notte. Questa not­te, sfortunatamente, l'uomo che stava con lei s'è sentito male.

Pericle                           - Sì! Vallo a dire a donna Rosa, alla direttrice della pensione! Ha un diavo­lo per capello.

Fanny                            - Lascia andare, che donna Rosa ci speculava molto bene. Prendeva tutto lei.

Luciano                         - Ma com'è? Non capisco. Mi interessa.

Nino                              - Insomma, sere fa si presentò a donna Rosa questa ragazza. Io l'ho appena intravista.

Pericle                           - Oh, io l'ho vista benissimo. Ha tutto l'aspetto di una persona che sta bene, di una signora.

Nino                              - Sarà una viziosa; una squilibrata.

Luciano                         - Fatemi capire. Questa ragazza andava là solo la notte e accettava qualunque uomo

Nino                              - Qualunque uomo.

Luciano                         - Ebbene?

Nino                              - Ebbene, stanotte le è capitato un tale, che improvvisamente è stato colto da malore.

Luciano                         - E che colpa ne ha la ragazza?

Fanny                            - Ecco. Che colpa ne ha lei?

Pericle                           - Colpa o non colpa, son cose noiose. La polizia ha preso il nome della ra­gazza. L'uomo è stato portato all'ospedale.

Luciano                         - Oh, perbacco. Ma è curioso che questa ragazza...

Pericle                           - Ah, vedete. Lui non si preoc­cupa dell'uomo: si preoccupa della ragazza.

Nino                              - Forse è una viziosa come lui.

Salvatore                       - (dalla destra) È ritornata la signorina Camilla.

Luciano                         - Falla entrare.

Salvatore                       - Con un uomo.

Luciano                         - Con un uomo?

Nino                              - Be', noi andiamo.

Pericle                           - Sì, andiamo.

Luciano                         - Ma no. Vi prego. Se volete, potete anche rimanere.

Fanny                            - Noi eravamo venuti con la spe­ranza che tu uscissi. Ma se ora è venuta « Camilla »...

Nino                              - Finalmente, passando, potrò vede­re come è fatta.

Pericle                           - Ciao, Luciano. Ti raccomando il cervello. (Sottovoce) E anche il cervello del pazzo.

Luciano                         - Ciao, Pericle. (Sottovoce) Come vedi, lo scherzo v'è andato male. Io vivo benissimo anche con il pazzo in casa.

Nino                              - Addio, Luciano. Adesso, uscendo, guardo bene la tua Camilla, e poi ti dirò le mie impressioni.

Luciano                         - Comunque ti appaia, ti ho già detto che fisicamente non m'interessa.

Fanny                            - Buon giorno, Luciano. Quando vieni a trovarmi?

Luciano                         - Non so. Vedrò.

Fanny                            - Vieni quando ti senti bene. Non vorrei che ti capitasse come a quello della ragazza...

Luciano                         - Ma va! (A Salvatore) Accom­pagna i signori e poi fa' entrare.

                                      - (Escono tutti, meno Luciano. Passa qual­che minuto; poi ritorna rapidamente Fanny).

Fanny                            - Luciano. Ma la tua Camilla è proprio quella della pensione « Rara »: quel­la dell'uomo che si è sentito male.

Luciano                         - (sbalordito, incredulo) Ma che dici!

Fanny                            - Ti giuro. La conosco benissimo. E, se non mi sbaglio, l'uomo che l'accom­pagna è proprio il funzionario che stanotte è venuto per le indagini.

Luciano                         - (c. s.) Possibile?

Fanny                            - Vedrai, vedrai. Ti telefonerò per sapere qualche cosa. Ciao. (Esce).

Luciano                         - (solo, fa se) Ma no! Ma non è possibile! (si mette in attesa, preoccupato. Appena entrano Camilla e il dottor Frappini, egli guarda entrambi, cercando d'indovinare).

Frappini                         - Ho l'onore di parlare con il si­gnor Luciano Sabba?

Luciano                         - Sono io. (Guarda Camilla, ch'è pallidissima e non parla).

Frappini                         - Io sono il dottor Frappini, com­missario di pubblica sicurezza.

Luciano                         - Tanto piacere. S'accomodi. Dica.

Frappini                         - (rimanendo in piedi) Desidero soltanto sapere se lei conosce la signorina. (Accenna a Camilla).

Luciano                         - Perbacco. La conosco benissimo. È mia ottima amica. È la signorina Camilla Lepore, figlia secondogenita della contessa Lepore, di Venezia: nipote della marchesa Sara Scilleno.

Frappini                         - Sa se la signorina vive sola in questa città?

Luciano                         - Sì, vive sola. Alla pensione « Lucente », quella della salita di San Tom­maso. Io la conobbi l'anno scorso appunto a Venezia, insieme con sua madre. So che viaggia quasi sempre per diporto.

 Frappini                        - Sempre sola?

Luciano.                        - Sola. È un'intellettuale. Una donna molto fine.

Frappini                         - Viene spesso in casa sua?

Luciano                         - Quasi tutti i giorni. Siamo buo­ni amici. Ma, se non sono indiscreto, che cosa è? Che cosa le è capitato?

Camilla                          - (rapida) Niente di grave. Ho smarrito una borsetta con del denaro. Sono andata a ritirarla al commissariato. Non ave­vo con me documenti. E allora il dottore ha creduto opportuno, dietro indicazioni mie, di venire qui, a disturbare voi...

                                      - (Una pausa. Tutt'e tre si guardano reci­procamente: lo sguardo di Camilla al Com­missario sembra implorare il silenzio; quello di Luciano a Camilla è stupefatto, pieno d'in­terro pativi; quello del Commissario è rasse­gnato).

Frappini                         - (a Luciano) Sta bene. Even­tualmente potrò rivolgermi a lei...?

Luciano                         - Quando vuole. Sono a sua di­sposizione.

Frappini                         - (a Camilla) Debbo pregare an­che lei, signorina, di tenersi a mia disposi­zione.

Camilla                          - (con un filo di voce) Sì. Grazie.

Luciano                         - (a Camilla) Potete addirittura stabilirvi qui, in casa mia, fino a quando...

Frappini                         - Ecco: sarebbe meglio. (A Ca­milla) Il signor Sabba abita proprio nella mia circoscrizione. Non lo conoscevo ancora di persona; ma egli è molto noto.

Camilla                          - (c. s.) Sì. Starò qui.

Frappini                         - Allora, buon giorno (sì accinge a uscire).

Luciano                         - Buon giorno (fa l'atto di volerlo accompagnare).

Camilla                          - (subito, a Luciano, trattenendolo) No, vi prego: rimanete.

Luciano                         - (accingendosi a suonare il cam­panello) Allora chiamo Salvatore.

Frappini                         - (dalla soglia) Grazie. Non si disturbi. Ormai so la strada. Buon giorno. (Esce).

                                      - (Una pausa. Nessuno dei due si decide a parlare).

Camilla                          - (sforzandosi) Vi dispiace?

Luciano                         - Che cosa?

Camilla                          - Che io vi abbia disturbato, così...

Luciano                         - (va pò) No.

Camilla                          - Voi capite: non avevo con me i miei documenti...

Luciano                         - Capisco.

Camilla                          - Forse avranno bisogno d'inter­rogarmi nuovamente.

Luciano                         - Già.

Camilla                          - Mi dispiacerebbe se informasse­ro la mamma.

Luciano                         - Non so. Ditemi. Se io posso evitarlo in qualche modo...

Camilla                          - Converrebbe, forse, che io tele­grafassi a mia zia, che la prevenissi.

Luciano                         - Come volete.

Camilla                          - Vero è ch'è molto difficile fare un telegramma, spiegare...

Luciano                         - (che parla sempre come trasogna­to, pensando evidentemente ad altro) Già.

                                      - (Un'altra pausa).

Camilla                          - (mordendo il fazzoletto, con rab­bia) Sono così irritata...

Luciano                         - Volete bere qualche cosa?

Camilla                          - No.

                                      - (Un'altra pausa).

Luciano                         - Forse avete bisogno di uscire, di distrarvi. Volete?

Camilla                          - No. Ora no Grazie.

                                      - (Si sente il telefono. Camilla trasale).

Luciano                         - (al telefono) Pronto?... Sì. sono io... Dimmi, Fanny. (Ascolta; fa degli atti dì disappunto e di rammarico: poi dice) Ciao; grazie (e depone il ricevitore; ora è im­barazzassimo: pare non sappia come inco­minciare a parlare a Camilla; alla fine dice) Bisogna pure che vi avverta di una cosa. Adesso m'hanno telefonato...

Camilla                          - (allarmata) Chi vi ha telefo­nato?

Luciano                         - M'hanno telefonato... che quel signore... è morto.

Camilla                          - (sbalordita) Morto? (poi dopo una pausa) Voi sapete?

Luciano                         - (a mezza voce) Sì.

Camilla                          - Oh. (Si copre il volto con le mani: piange).

                                      - (Una lunga pausa).

Luciano                         - Ma perché avete fatto questo? (Camilla tace). Per quante ipotesi faccia, non riesco, o mi pare di non riuscire, a trovare l'ipotesi verosimile. Voi, una crea­tura così fine, così intelligente, così padrona de' vostri istinti... (una pausa). Io vi dico sinceramente che a me avevate dato l'im­pressione che la vostra vita fisica fosse ad­dirittura soppressa, annullata, dalla vostra vita spirituale. Non ritrovo nella mia me­moria nemmeno il ricordo del modo che voi avete -  non so -  di camminare, di pren­dere il tè, di mangiare... Anche poco fa, qui, quando mi parlaste del vostro malumore di ieri, di quella frase che vi rivelò a voi stessa come una creatura innaturale, io ebbi vera­mente la sensazione che voi viveste al di fuori della vita meccanica: che la vostra sete di viaggiare, di occupare la vostra mente nelle speculazioni di carattere elevato, fosse veramente la vostra seconda natura. (Riflet­tendo) Vero è che a un certo punto avete parlato della vostra ansia di diventare una creatura comune... Ma quello che avete fatto non è comune, non appartiene alle regole della vita comune. Perché avete fatto questo?

Camilla                          - Vi prego: non mi torturate.

Luciano                         - Eppure, io credo che più grave tortura, per voi, in questo momento è quella di difendere il vostro segreto. Una confes­sione può illuminarvi, può farvi bene.

Camilla                          - (guardandolo decisa) E non vi siete mai accorto, in questi giorni, che io vi amo?

Luciano                         - (colpito; e tuttavia fermo) Ma anch'io vi amo.

Camilla                          - No. Voi non mi amate.

Luciano                         - E perché? Vi ho detto i miei pensieri più segreti; ho fatto di tutto per accostarvi sempre di più alla mia anima; vi ho rivelato, talvolta, il piacere che mi veniva dal parlare con voi...

Camilla                          - (con un sorriso amaro) Come vedete, la parola non è fatta per intendersi.

Luciano                         - (nervoso) Voglio essere spietato, voglio andare fino in fondo. Voi perdone­rete la mia brutalità. Ammetto che non ci siamo capiti; o, meglio, ammetto che voi pensavate a una cosa e io a un'altra. Voi avete avuto per me dei turbamenti che io non ho avuto per voi. Ebbene, tutto questo non giustifica, e nemmeno spiega, quello che avete fatto. Quello che voi avete fatto tocca una zona assolutamente oscura del vostro essere. Io avrei capito che a un certo mo­mento voi vi buttaste fra le mie braccia. Ma come volete che trovi dei rapporti fra il vostro amore per me e l'aberrazione terri­bile per cui avete salito le scale di quella pensione e vi siete data a uno sconosciuto?

Camilla                          - (pensierosa) È veramente ter­ribile.

Luciano                         - Lo capite? Lo riconoscete?

Camilla                          - Aspettate. Aiutatemi a ricor­dare. Quando vi conobbi, a Venezia, veramente era lontano da me ogni turbamento di natura materiale. Soltanto dopo, quando voi partiste, io pensai qualche volta a voi sotto l’aspetto fisico. Certe volte, nel dor­miveglia, vidi la piega della vostra bocca, pensai al brivido che m'avrebbe dato una carezza delle vostre mani. Ma erano lampi di pensiero, che il ricordo della vostra intel­ligenza e della vostra sensibilità cancella­va subito. Sopravviveva in me soltanto una specie di angoscia, un mancamento di tutte le mie facoltà spirituali, un annebbia­mento del cervello. La vera crisi venne dopo, quando vi ritrovai. È vero che noi parlammo sempre di cose elevate: ma il godimento che io provavo parlando con voi mi si diffon­deva rapidamente dal cervello nei sensi, toc­cava radici profonde della mia femminilità. Non so: vorrei cercare un paragone per far­mi capire. Pensate alla facoltà, che hanno certi veleni, di diffondersi rapidamente per tutto il corpo con una sola puntura, da un punto solo. All'apparenza, sì, la mia vita era spregiudicata; ma io aveva ancora igno­ranze e pudori che vi farebbero ridere se li dicessi. Ed è strano che voi, senza volerlo, mi abbiate rivelato l'amore bestiale attra­verso colloqui di natura assolutamente ele­vata. La sera, io vi lasciavo con qualche ram­marico e con qualche gelosia. Forse anche con qualche rancore, perché vi supponevo dedito a piaceri bizzarri, avviato verso notti di bruciante ansia carnale. La verità è che ormai la mia mente era volta a tutto quello che voi mi tacevate. Ero diventata così at­tenta, e sensibile, e pronta all'amore, che la sola vista di una coppia a braccetto mi dava dei turbamenti. Uno sconosciuto m'incontrò e mi prese con la stessa facilità con cui si prende una donna qualunque. Lo seguii in quella pensione come un automa, quasi a occhi chiusi; e sempre a occhi chiusi soggiac­qui. Mi ricordo la sua meraviglia, le bugie che gli dissi, l'assoluta proibizione, che gli feci, di rivedermi. Ma la padrona della pen­sione stava in agguato. Comprese, patteggiò; fu lieta della mia rinunzia a ogni mercede, m'attese ogni sera... E ogni sera andai, sem­pre con uno sconosciuto diverso, fino a ieri...

Luciano                         - È spaventevole.

Camilla                          - Noi cerchiamo di elevare la nostra natura, e la natura ci abbassa. Più alte sono le vette che noi cerchiamo di rag­giungere, e più rovinose sono le cadute. A una grande spiritualità forse corrisponde sem­pre una grande depravazione.

Luciano                         - (come parlando a se stesso) Ma allora come bisogna fare per difendersi?

Camilla                          - (guardandolo) Voi questo cer­cavate?

Luciano                         - Sì: questo. Credevo di aver tro­vato la soluzione in voi.

Camilla                          - E perché in me?

Luciano                         - Perché voi mi sembravate lon­tana da ogni bassa curiosità, per lo meno lontana di fronte a me. Anch'io, quando vi lasciavo, mi abbandonavo alla sola gioia fisica. Ma al di fuori di voi, al di là di ogni ricordo della vostra persona. In me avveniva già quello sdoppiamento perfetto che avevo sognato.

Camilla                          - Possibile?

Luciano                         - (eccitatissimo) E come no? L'ho provato. Siete voi, ora, che mi respingete un'altra volta alle origini del mio tormento.

Camilla                          - Questo mi fa impazzire. Ma voi dedicando a me il vostro solo spirito, avevate trovato un'altra persona disposta a contentarsi soltanto...?

Luciano                         - (sempre eccitato) Naturale!

Camilla                          - E chi?

Luciano                         - (c. s.) Ma la cameriera, Giu­lietta! Voi non avevate forse trovato uno sconosciuto?

Camilla                          - Ma lo sconosciuto è un'altra cosa. Lo sconosciuto mi vede in quel mo­mento, e via. Non vive con me, non parla con me. Io ignoro il suo spirito. Non ho tempo e non ho possibilità di comunicargli la mia vita spirituale.

Luciano                         - Giulietta non ha vita spirituale. Il mio dramma incominciò con Clara Mar­chesi e tenta di rinnovarsi con voi. Per­ché, sapete come accade? Nell'amore, nell'amore degno di questo nome, s'incomincia sempre con lo spirito. Poi un giorno ci si abbraccia, ci si bacia; e allora è finita. Lo spirito si corrompe, s'avvelena, perde ogni purezza e ogni autonomia. A sua volta fa perdere ogni purezza e autonomia alla carne. Avviene la maledetta confusione, e la vita diventa impossibile. Risolvetemi voi questo problema!

Camilla                          - Forse avete ragione. Forse la vita spirituale non può essere che solitaria.

Luciano                         - (come uno che ha trovato) Ec­co: solitaria. Non c'è altro da fare.

Camilla                          - (sorridendo, amara) Vi ho tro­vato la soluzione per farmi congedare.

Luciano                         - (ridiventato calmo e cortese) Oh, no. Scusate. Certo, vi ringrazio dell'aiu­to che m'avete dato. E sono triste di quello eh'è capitato a voi. (Cercando le parole) Ma... com'è?... Che c'entrate voi? Dopo tutto, non è la prima volta che un uomo muore in quelle condizioni.

Camilla                          - (c. s.) Temeranno che io l'ab­bia ucciso.

Luciano                         - Oh!

Camilla                          - (improvvisamente, fissandolo) E se veramente l'avessi ucciso?

Luciano                         - (colpito dal tono della voce di lei, e tuttavia incredulo) Andiamo!

Camilla                          - Rispondetemi: e se l'avessi uc­ciso?

Luciano                         - (sconvolto ma frenandosi) Per­ché avreste dovuto ucciderlo?

Camilla                          - (trasognata) Così. Forse senza volerlo. Ero irritata e disperata. Gli tenevo una mano su la bocca per evitare che mi ba­ciasse. La mano scivolò, prima sul mento, poi sul collo. Stringevo senza avvedermene...

Luciano                         - (dolorosamente) Ma no!

Camilla                          - Lui rideva. Diceva, ridendo: « mi soffochi ». Era odioso e terribile. Ridevo anch'io... Ridevo e stringevo... (Rifa, con le mani, il gesto omicida; guarda nel vuoto come una pazza).

Luciano                         - Ma che lugubre fantasia!

Camilla                          - Qualche segno, forse, gli è ri­masto su la pelle. Una pelle ruvida, unta di sudore...

Luciano                         - Ma andiamo! Io so che non morì subito.

Camilla                          - Fu colto da malore. Ma quei segni, forse, si vedono. Forse il medico se ne accorgerà... Verranno ad arrestarmi.

Salvatore                       - (apparso silenziosamente e im­provvisamente su la soglia della porta a de­stra, annunzia:) Il commissario Frappini, con due agenti.

Camilla                          - (fredda, quasi inumana) Ecco: è fatto. (Si avvia verso la destra, mentre Lu­ciano la guarda sbigottito).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

La stessa scena del primo atto. È mattino: le imposte della veranda sono aperte: ma il letto sembra ancora preparato per il sonno notturno, perché Luciano non vi ha dormito. Tutto, nella camera, ha l'aspetto quieto e ordinato dell'ora che precede il riposo.

Salvatore                       - (entra dalla prima porta di si­nistra con la cautela di chi si accinga a sve­gliare un dormiente: come vede la stanza illuminata dalla luce mattutina, guarda subito al letto e si meraviglia di trovarlo vuoto e intatto; allora guarda all'uscio di sinistra, quello eh'è a lato del capezzale, fa un sor­riso malizioso, pensa, s'adombra, va alla ve­randa, chiama di sotto:) Giulietta, Giuliet­ta. (Poiché nessuno risponde, egli ritorna alla porta di sinistra e chiama nell'interno)

 Giulietta                       - (Poi va nel bagno e chiama ancora) Giulietta. (Si ferma nel mezzo della camera, sogghigna guardando verso destra, come uno che abbia capito) Perfetto. Avevo indovinato perfettamente. (Sentendo il rumore della por­ta di destra che si apre, fa alcuni passi in­dietro, come chi voglia nascondersi).

Giulietta                        - (in elegante pigiama da notte, guardinga, entra dalla destra e si avvia verso la porta del salotto: vedendo Salvatore, ha un sussulto e si ferma) Così presto?

Salvatore                       - Sono le dieci. Il signore, ades­so, si fa svegliare alle dieci.

Giulietta                        - Ma il signore dorme ancora.

Salvatore                       - (malizioso) Era stanco?

Giulietta                        - Non so. Dorme di là. Io cre­devo che dormisse nella sua camera ed ero entrata di là.

 Salvatore                      - (sogghigna come suole).

Giulietta                        - Ti pare strano?

Salvatore                       - A me nulla pare strano.

Giulietta                        - Lo dici con un tono!

Salvatore                       - Come sei elegante!

Giulietta                        - Elegante! È uno dei miei po­chi pigiama da notte.

Salvatore                       - Alle dieci del mattino pare già un pigiama da "forno. Mi pare di essere su una spiaggia. Il mare purifica tutto. Ma le acque del mare, se non fosse per la loro quantità, sarebbero poco pulite.

Giulietta                        - (facendo l'atto di uscire per la porta del salotto) Ma vatti a far benedire.

Salvatore                       - (fermandola) Un momento.

Giulietta                        - Che c'è?

Salvatore                       - Quando io facevo il profes­sore, mi piacevano le cameriere.

Giulietta                        - E con ciò?

Salvatore                       - Adesso che faccio il camerie­re, mi piacciono le professoresse. Giulietta Tanto piacere.

Salvatore                       - Voglio dire che non parlo per gelosia.

Giulietta                        - Siamo da capo?

Salvatore                       - Cosa fatta capo ha. Siamo al capo della cosa fatta.

Giulietta                        - Lo sai, almeno, di essere indi­screto, noioso, petulante?

Salvatore                       - Io compio la mia missione.

Giulietta                        - La missione dello scocciatore?

Salvatore                       - Non credo che giovi al signo­re -  date le sue condizioni di salute -  que­sto notturno trasferimento in quell'alcova.

Giulietta                        - Ma se il signore crepa di buo­na salute!

Salvatore                       - Tutti i pazzi crepano di buo­na salute. Appena viene a mancare la vita spirituale si crepa di buona salute. I porci ingrassano. Ma è una grassezza malata. Il corpo è fatto per essere abitato dallo spirito.

Giulietta                        - Hai finito?

Salvatore                       - No.

Giulietta                        - Sbrigati ch'è tardi e il signore sta per svegliarsi.

Salvatore                       - Lo hai baciato sulla fronte prima di rimboccare le coperte?

Giulietta                        - (seccata) Sì. E che cosa vuoi?

Salvatore                       - Non hai paura di ucciderlo? Certi pazzi muoiono per eccesso di lussuria. Giulietta (spazientita) Ma il pazzo... (sta­va per dire « sei tu»; si ferma in tempo).

Salvatore                       - Continua.

Giulietta                        - Sai che cosa ti dico? Mi hai seccata. Se fossi io nei panni del signore, non ti terrei nemmeno un minuto di più.

Salvatore                       - Potrai farlo quando sarai di­ventata padrona.

Giulietta                        - Può essere.

Salvatore                       - Non sarebbe il primo caso. Lo scapolo per partito preso, a un certo punto della sua vita, sposa la propria ca­meriera.

Giulietta                        - È il matrimonio migliore. Ma­trimonio a prova avvenuta.

Salvatore                       - No. È il matrimonio del pa­drone ch'è disceso al livello della cameriera.

Giulietta                        - Oppure della cameriera ch'è salita al livello del padrone.

Luciano                         - (dalla destra, in pigiama e vesta­glia, mezzo assonnato) Che c'è?

Giulietta                        - (scappa per la porta del salotto). Salvatore (fermo, rigido) Signore, sono le dieci. Vedo che stamane non c'è bisogno né della radio né del grammofono.

Luciano                         - Ha telefonato nessuno?

Salvatore                       - Nessuno.

Luciano                         - Nemmeno il signor Patrasso?

Salvatore                       - Il signor Patrasso è di là, nel suo studio. Scrive.

Luciano                         - Ah, chiamalo. Fallo venire qua.

Salvatore                       - Il signor Patrasso è avvocato?

Luciano                         - Sì. Avvocato.

Salvatore                       - Me n'ero accorto.

Luciano                         - Bravo. Tu t'accorgi di tutto.

Salvatore                       - Dev'essere un avvocato senza cause.

Luciano                         - Ma di che cosa t'immischi tu? È un avvocato che esercita la sua professione quando gli pare e piace perché non ne ha bisogno. (Forte, energico) Avanti, via. Fallo entrare, e non seccarmi più.

Salvatore                       - Obbedisco, signore. (Esce). Luciano (solo) Non c'è proprio modo di trattarlo gentilmente! Comincio a credere che i pazzi si curano come se fossero dei maleducati.

Nino                              - (dalla sinistra) Ciao, Luciano.

Luciano                         - Ciao, Nino. Forse hai aspettato molto. Scusami, caro.

Nino                              - No. Pochi minuti. Ma tu sei an­cora in queste condizioni.

Luciano                         - Scusami. Ho dimenticato di dire al cameriere che mi svegliasse un'ora prima. Questo maledetto mi fa dimenticare tutto. Parla, ragiona, filosofeggia. Se non fosse per la pietà che m'ispira, a quest'ora lo avrei buttato dalla finestra. Ma il medico dice che questa vita può aiutare e affrettare la sua guarigione. Tu sai come sono io...

Nino                              - (guardando il letto) Vedo solo che sei uno deciso a non dormire nel proprio letto.

Luciano                         - (sorridendo) Ah, già. Ma nien­te, sai. È perché mi piace di cambiare. Nell'altra camera dormo meglio.

Nino                              - Insomma si può sapere chi è la dama misteriosa che ti accetta... senza cer­vello? Adesso non mi muovo se non l'avrò vista.

Luciano                         - Oh, non c'è nessuno, sai.

Nino                              - Davvero?

Luciano                         - (indicandogli la porta di destra) Guarda.

Nino                              - (s'affaccia all'uscio di destra, guarda, richiude, si ferma a osservare Luciano).

Luciano                         - Hai visto?

Nino                              - (fissandolo) Di': ma...? (Come per dire « hai rinunziato completamente alle donne? »).

Luciano                         - Oh. (Come per meravigliarsi del sospetto, disapprovare, escludere).

Nino                              - No, perché, sai, s'incomincia come incominciasti tu e si finisce così. La soli­tudine è una pessima consigliera... (Una pau­sa) Dunque...

Luciano                         - Dunque?

Nino                              - Studiati attentamente gli atti della causa, credo che ci sia soltanto da sostenere la tesi dell'omicidio preterintenzionale.

Luciano                         - Niente di più?

Nino                              - Capirai: i segni dello strangola­mento sul collo della- vittima erano eviden­tissimi: i lividi lasciati dalla pressione delle dita, le scalfiture prodotte dalle unghie di lei. Camilla stessa, del resto, ha dichiarato al giudice quello che dichiarò a te.

Luciano                         - Ma quell'uomo morì per un improvviso malore.

Nino                              - Appunto: la tesi del medico, che difficilmente può essere contestata, è questa: che il malore sia stato provocato dal princi­pio di strangolamento. È vero, dunque, che la donna non aveva intenzione di uccidere; ma è anche vero che la morte è avvenuta in sèguito al tentativo di strangolamento. « Post hoc, ergo propter hoc »: dono que­sto, quindi a causa di questo.

Luciano                         - Così, la possibilità dell'assolu­zione è esclusa?

Nino                              - E che assoluzione, caro? Pensare all'assoluzione è assurdo. Questo non è sol­tanto il mio parere. Io faccio così raramente l'avvocato che per prudenza mi sono asso­ciato al professore Sarti. Ora anch'egli trova esattissima la mia linea di condotta. E poi tu capisci che il fatto, in sé, ha molti lati antipatici o ripugnanti: questa ragazza che frequenta la pensione per vizio, il luogo do­ve il fatto è accaduto, l'indifferenza con cui l'omicida dà ormai i particolari del suo delitto...

Luciano                         - Indifferente non mi parve, al­lora. Direi, anzi, ch'ella era a volte terroriz­zata, a volte avvilita, a volte nauseata del suo atto. Si capisce che ora, dopo tanti giorni...-

Nino                              - Caro Luciano, la situazione è questa.

Luciano                         - Ma la mia deposizione le potrà giovare?

Nino                              - Non credo.

Luciano                         - E perché no?

Nino                              - Il clima psicologico, anzi patolo­gico, in cui avete agito entrambi.-..

Luciano                         - Patologico?

Nino                              - Alla mente dei giudici tale sem­brerà. I giudici non ammettono le distinzioni che fai tu. In te e in lei non c'era un motivo di ripugnanza fisica per cui potesse apparire naturale che i vostri rapporti amorosi rima­nessero nel puro campo spirituale.

Luciano                         - E allora due fidanzati, scusa...

Nino                              - Per carità! Due fidanzati fanno peggio che due amanti. E poi! Nell'ipotesi più pura, i loro rapporti spirituali tendono istintivamente a tramutarsi in rapporti fi­sici. È il loro fine, la loro mèta. Tanto è vero che spesso le nozze, diciamo così, anti­cipate rendono poi inutili o impossibili le nozze legali.

Luciano                         - Vedi, dunque, che la carne in­torbida lo spirito, lo corrompe, lo uccide. È la mia tesi; è, posso anche dirlo, la mia esperienza.

Nino                              - Tuttavia, come hai provato, è fa­tale che nell'amore i rapporti spirituali ten­dano a diventar fisici. Almeno nei casi nor­mali. I casi in cui questo non avviene sono certamente da riguardarsi come casi pato­logici.

Luciano                         - Niente, niente. Non siamo d'ac­cordo.

Nino                              - L'unica deduzione possibile, nel nostro caso, sarebbe questa: che Camilla è più normale di te.

Luciano                         - (credendo ch'egli scherzi) Ma non dire sciocchezze.

Nino                              - Non scherzo. Eri tu, infatti, che escludevi l'amore con lei e non ci pensavi. Lei, poveretta, ci pensava. Tanto ci pensava che, non avendo il coraggio di dichiararlo a te o ad altri, agiva in quella maniera biz­zarra. È patologica la forma del suo travia­mento, non già l'origine. Poi venne il resto, e allora...

Luciano                         - (pensieroso) Gesù! (Una pausa) Mah! Del resto... Io ho trovato ormai la for­mula precisa.

Giulietta                        - (dalla porta del salotto, nuova­mente in vestito da cameriera) Preparo il bagno, signore?

Nino                              - (a Luciano) Ah, tu ancora devi fare il bagno? Allora ti saluto. Ripasso a prenderti più tardi. L'udienza è fissata per mezzogiorno. Prima bisognerà che tu venga con me, da Sarti. Bisognerebbe che tu fossi pronto al massimo fra una mezz'ora. Posso contarci?

Luciano                         - Sì, ecco: faccio in due minuti. (A Giulietta) Prepara. (E, come Giulietta e entrata nel bagno, a Nino) Hai la tua mac­china?

Nino                              - Sì. Arrivo un momento da Sarti, e torno a prenderti. Bada che Sarti è un uomo puntuale. Non farlo irritare. Noi dob­biamo contare molto sul suo intervento.

Luciano                         - Con la zia di Camilla hai par­lato?

Nino                              - La marchesa Sara Scilleno? Fin da quando fu avvertita, la marchesa ha espresso il desiderio di vederti. Ha chiesto il tuo indirizzo.

Luciano                         - (triste) Preferirei non vederla.

Nino                              - Allora ciao. A fra poco.

Luciano                         - (accompagnandolo fino al primo uscio di sinistra) Ciao. E grazie, Nino1.

Nino                              - Speriamo bene. Ciao. (Esce).

Giulietta                        - (dalla porta del bagno) Si­gnore, è pronto.

Luciano                         - Ecco: una rapida immersione. (Si sente il campanello del telefono) Rispon­di tu. Se è una cosa urgente, avvertimi. Ti dirò io la risposta da dare. (Entra rapida­mente nel bagno e ne lascia socchiusa la porta).

Giulietta                        - (al telefono) Pronto?... Casa Sabba... Sono la cameriera... Non so: chi debbo annunziare? (copre con una mano il microfono per parlare a Luciano; e ripeterà l'atto ogni volta, riferendo a lui quello che le si dirà per telefono) Signore, al telefono c'è la signorina Egle Saturno. Che cosa deb­bo dirle?

Luciano                         - (dall'interno del bagno) Dille che sono nel bagno.

Giulietta                        - (al telefono) Il signore è nel bagno. Debbo riferire qualche cosa? (Una pausa: poi a Luciano) Dice così: che quelle violette si sono già appassite e che ha biso­gno delle violette nuove.

Luciano                         - (c. s.) Dille che violette nuove non ne ho.

Giulietta                        - (al telefono) Il signore dice che violette nuove non ne ha. (Una pausa: poi a Luciano) Ha detto così che ne ha mol­tissime il fioraio all'angolo e che basta tele­fonargli.

Luciano                         - (c. s.) Domani. Ora non posso.

Giulietta                        - (al telefono) Il signore adesso non può. Domani. (Dopo una pausa, a Lu­ciano) Dice che ha bisogno delle violette in questo giorno perché è un anniversario.

Luciano                         - (c. s.) Che anniversario? Io non ricordo1.

Giulietta                        - (al telefono) 11 signore non ri­corda di che anniversario si tratta. (Una pau­sa; poi a Luciano) L'anniversario di via Lombardia.

Luciano                         - (c. s.) Non capisco.

Giulietta                        - (al telefono) Il signore dice che non capisce. (Una pausa: ascolta mal vo­lentieri: riferisce a Luciano nervosamente). Quel giorno che v'incontraste dopo la caval­cata. Poi ha detto delle parole francesi che non ho capito bene.

Luciano                         - (c. s.) Ah. « Le lac » di Lamartine?

Giulietta                        - (a Luciano) Mi pare. (Con disprezzo) Del resto, è una poesia che si studia alla terza ginnasiale.

Luciano                         - (c. s.) Dille che le acque del lago si sono disseccate. (Ascolta ancora, si adombra, riferisce a Luciano con evidente disappunto) Dice che per lei sono ancora intatte, fresche, un po' verdi sotto l'ombra del ricordo... (Poi, fra sé, con rancore) Spe­riamo che siano verdi di bile.

Luciano                         - (c. s.) Come?

Giulietta                        - Sciocchezze.

Luciano                         - (c. s.) Non capisco.

Giulietta                        - Io sono stanca, signore.

Luciano                         - (in accappatoio, accorrendo) A-spetta. Parlo io.

Giulietta                        - (buttando con violenza il ri­cevitore sull'apparecchio) No, no, no. Non voglio. Non voglio.

Luciano                         - (guardandola) Che c'è?

 Giulietta                       - (piangendo) C'è che non vo­glio. (7/ telefono suona nuovamente).

Luciano                         - (facendo l'atto di voler risponde­re) Ma che storie son queste?

Giulietta                        - (afferrandolo, trattenendolo) Non voglio che lei parli con quella donna.

Luciano                         - (scostandola, con violenza) Ma va'. (E, mentre Giulietta cade a sedere sul letto e continua a piangere, egli riprende la conversazione telefonica) Scusate... un'inter­ruzione improvvisa... Come dicevate?... No, no, no, oggi no... Oggi no, appunto perché è l'anniversario... ieri sera, appunto, non era nessun anniversario... Oh, lo so, lo so, quello che si dice... Si dice che io e voi ci sposeremo. Ma voi sapete bene che non è vero... No. Il contrario. Ma sono io, sapete, sono io diventato intrattabile. E poi non mi sento nato per il matrimonio... Grazie. Cer­to che se un giorno dovessi decidermi, anch'io non avrei di meglio da trovare... No: è una crisi spirituale, una cosa troppo lunga a dirsi... Lasciateli scherzare: sono più sag­gio di loro... No: ve l'ho detto: oggi niente violette. Non voglio compromettermi... Chi sa! Forse domani... Arrivederci. (Depone il ricevitore: incomincia a vestirsi).

Giulietta                        - (alzandosi) Io vado via, signore.

Luciano                         - E dove vai?

Giulietta                        - Via da questa casa.

Luciano                         - Di': ma che cosa ti prende?

Giulietta                        - Niente. Voglio andar via.

Luciano                         - Va' pure. (E, mentre Giulietta sta per uscire) Solo, quello che capita a me è incredibile. (Giulietta si ferma) Devi al­meno riconoscere ch'è incredibile. Che cosa è successo? Perché?

Giulietta                        - Io speravo che il signore non fosse un uomo come tutti gli altri.

Luciano                         - (trasecolato) Io non capisco.

Giulietta                        - Io non so che cosa lei, voglia dire con questa parola; capire... Capiti ci siamo... Io le piaccio; lei mi piace...

Luciano                         - E non basta?

Giulietta                        - (stringendo i pugni, morden­dosi le labbra) Anche un signore come lei... così... come un bruto...

Luciano                         - (smaniando) Ah, be'. Questa sì ch'è grandiosa. Lei, ora, mi dà del bruto. (Energico). Ma, perbacco, ora voglio sapere da te che cosa ti eri messo in testa, che cosa speravi... Almeno voglio imparare.

Giulietta                        - Oh, il signore non ha nulla da imparare da una povera donnetta come me. E mi dispiace che lei, per un momento, abbia potuto credermi molto più ambiziosa di quello che sono... Oh, non si dia pena... non speravo niente di più.

Luciano                         - E allora?

Giulietta                        - Così.

Luciano                         - Fra l'altro, tu avrai capito con chi parlavo. Con la signorina Egle Saturno. Una signorina per bene. Mica una di quelle che prima venivano qui. Avrei capito che tu fossi gelosa di una di quelle. Ma non di una donna che, figurati, fanno passare per la mia fidanzata.

Giulietta                        - (amara) È giusto.

Luciano                         - No, non devi dirlo con quel tono. E giusto, perché è giusto. Io, intanto, parliamoci chiaro, non ti dò il diritto di es­sere gelosa di nessuna, nemmeno di una di quelle. Ma, insomma, in quel caso, posso an­che spiegarmelo. L'assurdo incomincia quan­do tu mostri dì ribellarti ai rapporti di tutt'altra natura che io possa avere con altre donne: mettiamo con una donna come la si­gnorina Camilla.

 Giulietta                       - (c. s.) Lei ha ragione.

Luciano                         - E ancora con quel tono! Ho ragione, ho ragione, ho ragione.

Giulietta                        - Non le sto mica dicendo il contrario.

Luciano                         - (esasperato) È il tono che non mi va.

Giulietta                        - Io me la prendo con me, mica con lei. Lei, sì, ha il diritto di non pensarmi, nemmeno un poco, più alta di questa mia miserabile carne. Ma non deve meravigliarsi che questa carne ospiti un'anima e che quest'anima abbia il diritto di vivere. A lei, for­se, è facile alzarsi dal letto con l'anima volta a un'altra creatura o a un altro ideale. Ma io mi sentirei la più spregevole delle donne se tenessi il mio spirito1 lontano da colui che ha preso il mio corpo. Sono sogni, sa: non si preoccupi: sogni che moriranno con me e che per una mia debolezza, poco fa, si sono manifestati in quello scatto d'ira. Mi perdoni. Lei ha ragione. (Piange).

Luciano                         - (guardandola, turbato) Aspetta. Non piangere. (Con trepidazione, quasi con pudore) Tu mi vuoi bene?

Giulietta                        - (fra i singhiozzi) Sì.

Luciano                         - In che modo mi vuoi bene?

Giulietta                        - Come lei può voler bene a me; ma anche in un altro modo. Prima non ci pensavo. Già, fin da quando lasciai di fare l'istitutrice per diventare la sua came­riera, avevo rinunziato a molte fisime della mia giovinezza e della mia intelligenza. Io non sono nata volgare; eppure mi pareva ormai naturale essere diventata volgare. Ma dopo; dopo pochi giorni dai nostri rapporti, qualche cosa, lentamente, incominciò a ri­svegliarsi in me: qualche cosa d'indefinibi­le: un bisogno di conoscere i suoi pensieri, il rammarico di essere soltanto il basso stru­mento del suo piacere, l'ansia di sentirmi a-mata in un altro modo, il desiderio di una comunione più perfetta, una malinconia che mi faceva piangere... È incredibile come un uomo della sua levatura e della sua sensi­bilità non si sia mai accorto di questo... Ep­pure le mie cure per lei erano diventate di­verse, s'erano rinnovate: io le preparavo i libri che le piacevano, evitavo con lei le pa­role e gli atti triviali, provavo una grande gioia vedendolo dormire al mio fianco, le raccontavo qualche tristezza della mia infan­zia, le parlavo dei fiori che mi piacciono, dei profumi che adoro...

Luciano                         - Tu?

Giulietta                        - Vede? Lei non l'ha mai no­tato.

Luciano                         - (dopo una pausa) Ho capito. (Disperato) Ho capito. (Un'altra pausa) Sen­ti, Giulietta. Mia zia mi ha scritto di aver bisogno di una buona donna di compagni'. Tu conosci mia zia. Non è ancora molto vecchia, è buona, è saggia: una compagna ideale. Non avertene a male e non credere che io ti faccia la proposta, adesso, per quello che m'hai detto. E una mia vecchia idea. Tu ci guadagnerai. Ritornerai un poco al tuo primo ufficio. Smetterai di fare la cameriera. Diventerai una dama di compagnia.

Giulietta                        - (triste ma ferma, con gli occhi asciutti) Grazie. Accetto.

Luciano                         - (guardandola un po' meravigliato di così rapida accettazione) Non ne sei mi­ca contenta.

Giulietta                        - Io non m'ero mai fatte delle illusioni.

Luciano                         - In fondo, io comprendo il tuo stato d'animo. Ma tu, dal canto tuo, capisci..

Giulietta                        - Capisco.

Luciano                         - Preferirei che tu me lo dicessi con un altro tono.

Giulietta                        - Non ci badi. Sono un po' stonata. Quando debbo partire?

Luciano                         - Se non ti dispiace, subito.

Giulietta                        - Grazie. Parto.

Luciano                         - Hai bisogno di nulla?

Giulietta                        - No. Di nulla. Lei ha bisogno di qualche cosa?

Luciano                         - No. Mia zia ti conosce già. Forse non c'è neanche bisogno che io ti dia una lettera. Del resto, scriverò domani.

Giulietta                        -  Allora addio.

Luciano                         - Addio. (Si volta dall'altra par­te per non guardarla).

Giulietta                        - (arriva alla porta del salotto, si ferma un attimo; esce rapida, piangendo si­lenziosamente).

Luciano                         - (solo, vestendosi) Ecco qua: a-desso l'opera è compiuta. Io e il cameriere pazzo.

Salvatore                       - (sul primo uscio di sinistra) Signore...

Luciano                         - Caro Salvatore, hai letto mai i versi di Bonaccorso da Montemagno?

Salvatore                       - Odio la poesia.

Luciano                         - È un peccato. Ce n'è uno che incomincia a ronzarmi nelle orecchie e che mi piace. « Fo novo consiglio di non più amare ».

Salvatore                       - Non vorrei usare una parola troppo cruda per il signore; ma è una pazzìa.

Luciano                         - E se io fossi impazzito?

Salvatore                       - (fissandolo) Io sono qui per guarirla.

Luciano                         - (ridendo, amaro) Ah, tu sei qui per guarirmi!

Salvatore                       - Non mi ero ancora permesso di dirglielo; ma io sono qui appunto per questo.

Luciano                         - (con comica rassegnazione) È giusto. Allora, secondo te, i santi, quando non ebbero più amori terreni, furono dei pazzi.

Salvatore                       - La pazzìa, infatti, confina qualche volta con la santità.

Luciano                         - E io ti sembro, dunque, uno stinco di santo?

Salvatore                       - Oh. Ci vuol altro.

Luciano                         - Io, allora, né santo né demo­nio...

Salvatore                       - Né santo né demonio.

Luciano                         - Pazzo soltanto?

Salvatore                       - Soltanto pazzo.

Luciano                         - (fa improvvisamente l'atto di ti­rargli addosso qualche cosa; ma si ferma) Che volevi?

Salvatore                       - C'è di là la marchesa Sara Scilleno.

Luciano                         - (meravigliato) La marchesa Scil­leno?

Salvatore                       - La zia della signorina Camil­la, mi pare che abbia detto.

Luciano                         - Ah, ecco. (Fra se) Anche lei on... (A Salvatore) Come faccio? Bisogna almeno che finisca di vestirmi...

Sara                               - (dal primo uscio di sinistra, dietro Salvatore) Chiedo scusa. Ma è cosa urgen­tissima.

Luciano                         - Marchesa, chiedo scusa io. Così, in queste condizioni...

Sara                               - Non vi preoccupate, vi prego. (Entra, e subito dopo Salvatore esce). È già tardi. Bisogna che voi siate informato.

Luciano                         - Ch'è successo?

Sara                               - Credo che le cose, improvvisamente, si mettano molto meglio per Camilla, per la mia povera nipote. Vengo dalla ca­sa del professor Sarti, dov'è pure l'avvo­cato Patrasso, il vostro amico.

Luciano                         - Ebbene?

Sara                               - Ebbene, c'è questo. Il perito me­dico di nostra fiducia ha potuto stabilire in maniera inconfutabile che la vittima di quel­la sciagurata avventura non è morta né per soffocamento né in seguito al gesto sconsi­gliato fatto da mia nipote. La vittima aveva da anni il cuore malato, e si trattava di ma­le ereditario perché tutti nella sua famiglia sono morti dello stesso male. Ora questo sarebbe ancora poco per la nostra causa, se il nostro perito non avesse avuto già due abboccamenti con il perito fiscale. Anche il perito fiscale si è convinto di questa verità. Voi capite: è l'assoluzione di Camilla.

Luciano                         - Ah, meno male. Mi sento li­berato da un incubo.

Sara                               - Ora l'avvocato consiglia che nella vostra deposizione -  la quale, come capite, è la più importante -  tralasciate di sof­fermarvi sul particolare che Camilla vi con­fidò: quello del tentativo ,di soffocamento. È vero che Camilla ne ha parlato lei, nelle sue deposizioni; ma si è trovato il mezzo di dare al gesto di Camilla una spiegazione che poi è la vera.

Luciano                         - Ho capito, ho capito. Non po­teva essere altrimenti. Sono contento che la causa abbia preso una piega simile. Sono anch' io sicuro che l'assoluzione non può mancare.

Sara                               - Voi verrete?

Luciano                         - Perbacco. Certamente. È mio dovere. L'udienza è fissata per mezzogiorno. II tempo di vestirmi.- Verrò insieme con Nino.

Sara                               - Spero che a voi, più che agli altri, ella debba fare pietà.

Luciano                         - Più che pietà, marchesa. Pro­vo per Camilla un senso di solidarietà. Nes­suno meglio di me può rendersi conto del suo dramma. Io ho sofferto una crisi eguale alla sua.

Sara                               - Dite una pazzìa eguale alla sua.

Luciano                         - Forse una pazzìa. (Un po' tri­ste) Ormai questa parola è diventata quasi familiare sotto il mio tetto.

Sara                               - Soltanto una pazzìa può offendere l'amore come lei l'ha offeso. Vi assicuro, caro Sabba, che per quanto io mi senta le­gata a mia nipote, e soffra di questa sven­tura che s'è abbattuta sul capo di lei, su la casa della mia povera sorella, non riesco an­cora a rendermi conto esatto della via per cui ella potè giungere a una simile aberra­zione. Avrei capito ch'ella avesse peccato con voi. È normale, alla fine, che dei rap­porti di pura natura spirituale fra un uomo e una donna sbocchino nell'amore fisico. Alla stessa guisa è normale che dall'amore fisico1 germogli un desiderio di elevazione.

Luciano                         - (colpito da queste parole) Già: anche questo è normale.

Sara                               - È legge naturale. È legge umana. Noi siamo corpo e spirito in eguale misura. Sarebbe mostruoso abolire l'uno per l'altro.

Luciano                         - (sopra pensiero) Già; mostruoso.

Sara                               - E Camilla aveva tanta intelligenza da capire che non si può evitare l'armonia fra Io spirito e il corpo senza pericolo di tra­gedia e di rovina. L'amore perfetto interessa tutta la personalità umana. Non c'è amore alto che non tenda ad abbassarsi fino alla brutalità dei sensi, e non c'è amore brutale che non tenda a elevarsi fino alle altezze dello spirito. Tra l'una e l'altra tendenza si stabilisce l'equilibrio, l'armonia. Tutti i rap­porti amorosi, che siano fuori di questa ar­monia in un senso o nell'altro, rappresen­tano una degenerazione e, in definitiva, una offesa al Creatore dell'umanità. (Vedendo Luciano come trasognato, sorride) Oh, scu­sate. Io vi affliggevo senza accorgermene. (Poi rattristandosi) Mi pareva di parlare a quella sciagurata.

Luciano                         - (come ridestandosi) No, no, si­gnora. Avete fatto bene a dirmi queste co­se. M'interessano. Voi avete ragione. (Una pausa) Solo mi turba ancora un pensiero. Quell'equilibrio che voi dite, -  quell'ar­monia, -  ha quasi sempre un fondo tor­bido, genera un miscuglio di sentimenti cor­ruttori: la gelosia, il sospetto, l'ira; in quell'atmosfera indicibile in cui non esiste più una sola gioia pura, né fisica né spirituale.

Sara                               - Non è possibile quello che voi di­te, o per lo meno è possibile quando l'una delle due forze è in istato patologico. Ma allora si tratta d'un fenomeno comunissimo. (Una pausa). Del resto, caro amico, come volete voi risolvere esattamente un proble­ma simile, fino a quando non vi sarete de­ciso a dedicarvi a una creatura completa­mente degna di voi? Voi, come quasi tutti gli scapoli, brancolate nel buio dei più stra­ni e bizzarri esperimenti. In ciascuno di onesti esperimenti predomina sempre una delle due forze, e cioè manca l'equilibrio. Ecco la causa di quel torbido che voi dite. Unitevi a una creatura che vi piaccia in ogni senso. Questo è l'esperimento da fare.

Nino                              - (dalla prima porta a sinistra) Si­gnori; ma è già tardi. Che cosa facciamo?

Sara                               - Ecco: io vado. (A Nino) Avvo­cato, lo faccia sbrigare, per piacere. Arri­vederci (esce).

Nino                              - (a Luciano) Ti ha detto...?

Luciano                         - (pensando ad altro) Sì, sì, mi ha detto.

Nino                              - È un'assoluzione sicura.

Luciano                         - (c. s.) Credo anch’io.

Nino                              - Sai che voleva venire in corte d'assise la tua Egle Saturno? Io le ho detto naturalmente che il processo si farà a porte chiuse.

Luciano                         - (come ridestandosi) L'hai vista?

Nino                              - Chi?

Luciano                         - Non parlavi di Egle Saturno?

Nino                              - Sì, la tua ipotetica fidanzata. L'ho incontrata adesso, sul viale. Guidava la sua macchinetta rossa. Francamente la sposerei io, se mi volesse. È bella, intelligente, fine, spirituale. Mi pare una donna perfetta.

Luciano                         - (quasi macchinalmente, con un sorriso su le labbra, si avvicina al telefono, forma un numero) Pronto?... Parlo col fio­raio Stradella?... Sono Sabba, Luciano Sab­ba... Senta: ha molte violette?... Quante?... Allora mi servono tutte quelle che ha... Sì, tutte. Le sembrano molte?... A me, invece, sembrano poche... No. non a me, non le mandi a me. Le mandi, per me, alla signo­rina Egle Saturno, via Lazio, 131... Presto: mi raccomando.

Nino                              - (meravigliato) A Egle? Mandi del­le violette a Egle? E perché?

Luciano                         - (deponendo lentamente il ricevi­tore del telefono, e guardando nel vuoto, con un sorriso felice) Sai? La sposo.

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 1 volte nell' arco di un'anno