L’Antonia della Fiascona

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Azione drammatica in tre quadri

di Ermanno Comuzio

PERSONAGGI

Antonia Morali, titolare dell'Osteria con Alloggio "La Fiascona"

in Contrada San Leonardo di Bergamo, vedova

Bortolo Berlendis, sensale di cavalli in ritiro, suo corteggiatore,

vedovo

Vittorio, figlio maggiore di Antonia (all'inizio ha vent'anni)

Fortunato, secondo figlio di Antonia (all'inizio sui diciotto anni)

Giulia, figlia di Antonia (all'inizio sui sedici anni)

Lorenza, vecchia servente nella locanda

Ambrogio, commerciante

Don Prossimo, curato della Chiesa di San Carlo

Il Dottore

Conte Giobatta Rota Vitali, fedele al governo veneto

Contessa Ottavia, sua moglie

Girolamo Mosconi, commerciante del milanese, anti-francese

Conte Giacomo Zanchi, filo-francese

Ruggerina, attrice

Santina, attrice

Jean-Pierre, protettore di Santina, ufficiale francese

Franz, protettore di Santina, ufficiale austriaco

Maddalena, moglie (poi vedova) di Vittorio

Benvenuto, figlio di Vittorio e di Maddalena (un anno e mezzo)

Ol Censì (che non parla)

Mario Battistini, spia (che non parla)

Due poliziotti austriaci in borghese

L'azione si svolge a Bergamo: il Primo Quadro nel 1796, il Secon­do nel 1798, il Terzo nel 1799.

N.B. La parlata dei personaggi (escluse le persone istruite e gli stranieri) risente pesantemente delle inflessioni dialettali bergama­sche.

QUADRO PRIMO

Bergamo - nel giugno 1796, epoca dell'azione - è sotto il dominio della Repubblica Veneta, rappresentata in città dal conte Alessan­dro Ottolini, che riassume in sé le cariche di Podestà e di Capita­no. Già cominciano però a circolare idee libertarie, sull'onda del­le notizie provenienti dalla Francia, appoggiate dagli emissari di quel governo e dal ventiseienne generale Bonaparte, che - dopo aver battuto gli Austriaci - il 15 maggio era entrato trionfalmente a Milano. Naturalmente tali idee sono osteggiate dal rappresen­tante veneto, sospettoso - a ragione - dei Francesi, che a parole si dichiarano amici di Venezia ma in realtà intendono scalzarne il potere. Bergamo è particolarmente sorvegliata anche perché con­finante con lo stato di Milano, da cui penetrano in città idee e messaggi rivoluzionari. I caffé e i locali pubblici di Borgo S. Leo­nardo - centro dei maggiori traffici di tutta la città, all'epoca -costituiscono altrettanti punti d'incrocio delle diverse ideologie in gioco. E d'altronde a Bergamo, ancora in mano al governo vene-to, è appena arrivata un'avanguardia di truppe francesi comanda­te dal generale Cervoni, che per un po ' manifesterà formalmente rispetto per la sovranità della Serenissima, ma poco dopo getterà la maschera e si sostituirà al suo potere.

Siamo, all'apertura del sipario, nel cortile interno — con pergolato — della Locanda con Alloggio "La Fiascona", in Borgo S. Leonar­do. Il locale non è distante dalla fontana omonima, sita vicino a Piazza della Legna. È la tarda mattinata di un giorno di giugno del 1796.

Scena prima

(Bortolo, Conte Giobatta, Ambrogio, Fortunato, Giulia)

CONTE GIOBATTA (parla con Bortolo, mentre Ambrogio sfoglia un Almanacco e due figli di Antonia, Fortunato e Giulia, rasset­tano, asciugano bicchieri, eccetera) — Così non si può più an­dare avanti.

BORTOLO — Questa l'ho già sentita.

CONTE GIOBATTA — L'avrete già sentita, ma è la verità. Ogni santo giorno che passa ce n'è una nuova. E di solito è una le­gnata in testa.

BORTOLO — Olà, è proprio sul tragico oggi, sciur conte. Di cosa si lamenta lei, che appartiene alla "prestigiosa nobiltà bergama­sca"?

CONTE GIOBATTA (sospettoso) — Cosa vorreste dire?

BORTOLO — Niente, niente. Però lo sappiamo tutti che ha i suoi bravi massari a Stezzano con le stalle piene di bestie e i granai pieni di frumento e di granturco, e su alla Tribulina di Scanso lo sa solo lei quante brente di vino si fa in un anno ! Anzi anzi, del­le volte mi domando perché viene qui a bere ol vino dell'Anto­nia, che sarà mica così buono come quello che fanno le sue cantine, sciur conte, ci scommetto l'osso del collo!

CONTE GIOBATTA — Non è mica tutto oro quello che luccica! Sì, è vero, la mia famiglia appartiene alla nobiltà di Bergamo, anche se i Rota Vitali non possono certo stare alla pari con i Medolago o i Moroni. Ma i tempi sono grami. Non ho mai lega­to su le siepi con la lugànega, sapete?! ma adesso poi...Le tasse crescono, il dazio si fa sempre più pesante. Tutti i giorni devo mettere mano alla borsa. I massari poi hanno di quelle pretese! e rubano che è una bellezza.

BORTOLO (fra sé) — Per forsa bisogna che rubino, se non voglio­no crepare di fame!

CONTE GIOBATTA — Il fattore continua a piangere miseria ma sta meglio di me. I miei figli, poi, voglia di lavorar saltami ad­dosso, pensano solo a divertirsi; la mattina quando io mi alzo, loro vanno a dormire.

GIULIA (canticchiando) — Caterina di corài / lévati su ch'i canta i gài / canta i gài e la galìna / lévati su che l'è matina...

CONTE GIOBATTA (la guarda in tralice) — Insomma bisogne­rebbe cambiare un po' le robe.

BORTOLO — Proprio lei, sciur conte, vorrebbe delle novità? Con quelle che ci pirlano già intorno? Quelli che comandano ci di­cono di stare attenti alle novità, che sono pericolose, di non dar retta a quelli che promettono facili cambiamenti.

CONTE GIOBATTA — Ma cosa avete capito, Bortolo, dovreste sa­perlo che io sono fedele alla Repubblica di Venezia. Proprio io sarei quello delle novità, che a sentire certi discorsi che circola­no mi viene l'orticaria. Anche da parte di certi nobili che do­vrebbero essere attaccati alla Serenissima Repubblica, e più so­no stati beneficiati più danno ascolto a certe voci. I Massoni, poi, vedono solo i Francesi, vogliono la "rivolussione", lo sap­piamo trutti che aspettano solo che arrivi qui quel generale dei Francesi che è ancora un ragazzotto e fa già paura a tutti.

AMBROGIO (che da un po' ascolta, abbozzando un segno di cro­ce) — Il generale Bonaparte? Dicono che è un mangiapreti. Al­meno lui si è fermato a Milano, ma qui in casa nosta ha manda­to uno dei suoi, quello che è arrivato l'altro giorno, com'è che si chiama?

BORTOLO — Il generale Cervoni. Ma il nome sembra italiano.

CONTE GIOBATTA — Sì, ma traditore delle sue origini, al servi­zio dello straniero. Dicono che è di passaggio, che è amico di Venezia ma io ci credo poco. Fossi io il capitano Ottolini mi fa­rei sentire di più, invece...

AMBROGIO — Non parliamo male del nostro governatore veneto, neh! E' il più bravo che abbiamo avuto infina adesso! Il saggio e illuminato governo della Serenissima Repubblica non si tocca, viva Venezia!

CONTE GIOBATTA — Viva sempre, caro il mio sciur Ambrogio, proprio a me mi viene a dire queste cose! Ho solo paura che tut­te queste assicurazioni di neutralità e di amicizia dei Francesi al nostro governo non siano mica sincere fino in fondo. Non vorrei che quel Bonaparte lì venisse a comandare anche qui da noi. Io non credo che la Repubblica Veneta, con l'esperienza di domi­nio che ha, abbia le fette di salame sugli occhi — sono passati i tempi, siamo nel 1796, adesso — e sia così ingenua da credere alle promesse di quei sparagandoli dei Francesi.

AMBROGIO (rincarando la dose) — Quei mangialumache!

CONTE GIOBATTA — Quando sento certi nobili parlare di questo Bonaparte! (loro credono che io non li senta, ma non sono mica sordo, e poi sono diventati così sconsiderati che non abbassano neanche più la voce), quando ridacchiano tutti contenti per le "fulminee vittorie del giovane generale sugli Austriaci" non so­no più capace di stare zitto. E' per quello che non vado più nelle botteghe del caffè di Piazza della Legna e vengo qui a bere un bicchiere...

BORTOLO — Mica solo per quello, anche per un'altra ragione! Ce ne sarebbero altri di caffé e di osterie in Piassa della Legna e in Piassa Fontana, che sono qui vicino. C'è il Caffé degli Amici, il Caffé della Costa, l'Ostaréa del Moro, l'Albergo del Pozzo, l'o-staréa di Bacco. Ma ci deve essere una ragione, se il signor conte ai caffé della piassa preferisce la locanda della Fiascona della sciura Antonia.

CONTE GIOBATTA (stava per fiutare una presa di tabacco ma si arresta, sulla difensiva) — E secondo voi, cosa sarebbe questa ragione?

BORTOLO — L'Antonia. Non siamo mica bambi, ci siamo accorti tutti che lei viene qui mica solo per bere il vino!

CONTE GIOBATTA (un po' alterato) — Ma cosa contate sù, poi, come vi permettete! Io, venire qui per la Togna!

BORTOLO — Prima di tutto è meglio che non la chiami Togna, perché lei è l'Antonia e ci tiene a essere chiamata così. Mè del resto mi chiamano sempre Bortolo, sono mica ol Bortol. Cos'e­ro dietro a dire? Ah sì, non volevo mica dire che lei, sciur conte, corre dietro all'Antonia in quel senso lì, semmai è solo per quello che l'Antonia può fare...

Scena seconda

(Antonia, Mario Battistini - che esce subito - e detti)

Antonia entra in scena, seguita da Mario Battistini detto Ol Lömaga, che esce senza salutare, furtivamente, camminando di fianco

BORTOLO — Ada, ada, si parla del diavolo e compare la coda. Il più pericoloso però è scappato via alla chetichella...

ANTONIA — Ho sentito, neh! Chi sarebbe il diavolo? E cosa c'è da rognare?

BORTOLO — Ma no, Antonia, chi che rogna? più calmi di così! Ce n'è già troppi di attaccarogne, fuori di qua. Si era dietro a di­scutere tranquillamente di politica col sciur conte...

ANTONIA —Vi ho già detto e ripetuto che nella mia osteria non si questiona mica, specialmente delle robe che riguardano chi che comanda e chi che vorrebbe comandare (Ai due figli, che ascol­tano): E voi due, pelandroni, non avete ancora finito di mettere via i bicchieri? Andate di sopra a aiutare la Lorensa, marsch! (i due ragazzi escono senza fiatare).

Scena terza

(Antonia, Conte Giobatta, Bortolo, Ambrogio)

ANTONIA — Ol Vittorio non è ancora tornato? Un altro posapia­no. L'ho mandato un'ora fa a Porta Osio a aspettare la carrossa di Milano e non è ancora qui!

CONTE GIOBATTA — Calmatevi, Antonia. Il vostro Vittorio sarà qui a momenti.

ANTONIA — Al fà presto lei a dirmi di calmarsi. Non è mica il tempo di stare tanto calmi, questo qui. Quel ragasso è sempre intorno, non mi dà più ascolto. Cosa ci ha poi nella crapa certe volte... Io mi dànno per loro e loro invece...

AMBROGIO (si alza) — Ci vado incontro io, avevo già da andare. Se lo vedo gli dico di destarsi fuori. Salute a tutti! (nell’uscire incrocia Vittorio, che entra con un fardello a spalla. Voltandosi verso Antonia) Arda che è qui! Beh, io vado (esce).

Scena quarta

(Vittorio, Antonia, Conte Giobatta, Bortolo)

ANTONIA (aggredisce Vittorio) — Lo sai che ora è, sciur che fò­che fai? Una roba di dieci minuti la fai diventare di un'ora! (Vit­torio fa per parlare ma Antonia non gliene lascia il tempo). Do­ve sei stato fino adesso? Dai, va di sopra e dicci alla Lorensa di fare presto a finire i mestieri che deve preparare da mangiare. E dai qui 'sto sacco!

VITTORIO —Ada, mamma... (lei lo fulmina con lo sguardo e fa un gesto imperioso. Lui rinuncia alle spiegazioni e le porge il sacco). Al pesa come il piombo. Cosa c'è dentro, mamma?

ANTONIA — Un bèl niente. T'interessa mica a te (nasconde il pacco dietro un mobile). Và di là a preparare i tavoli, dai, sve­gliati fuori! (Vittorio esce).

Scena quinta

(Antonia, Conte Giobatta, Bortolo)

CONTE GIOBATTA — Che razza di caratterino! Siete sempre così nervosa, Antonia?

ANTONIA — Mi lasci stare, sciur conte! Se avesse lei i pensieri che ci ho io!

CONTE GIOBATTA — Oh, che esagerata! Come se io nuotassi nell'acqua di rose!

ANTONIA — Lei, sciur conte, può farla nel letto e dire che ha su­dato...

CONTE GIOBATTA — Magari! A proposito, posso dirvi una paro­lina?

ANTONIA — Cià, mi conti su.

CONTE GIOBATTA (la tira in disparte, mentre Bortolo cerca di ascoltare senza darlo a vedere) — Prima ho visto andare fuori quel brutto muso di un Lömaga, scommetto che è tornato alla carica per il capitano Ottolini.

ANTONIA — Scusi neh, sciur conte, ma questi sono affari miei, e poi cosa vuol saperne lei del Capitano...

CONTE GIOBATTA — Andiamo, Antonia, lo san tutti che prestate soldi a persone di fiducia del governatore veneto, che è un brav'uomo - avercene di gente così, a Bergamo - anche se gli piace mangiare e bere e spende un po' troppo... E' il Senato del­la Repubblica che lo tiene a stecchetto, con tutto quello che lui fa per loro. Se gli dessero un po' più retta, invece di voltarsi dal­l'altra parte e fare finta di niente... Un'amica di mia moglie la contessa le ha raccontato della collana che la moglie dell'Ottoli­ni vi ha dato in pegno perché aveva bisogno di soldi...

ANTONIA —Ah ecco, il gran segreto! "Mi raccomando di qua, mi raccomando di là, è una roba riservatissima...". E invece la san­no tutti.

CONTE GIOBATTA — Non ho detto che lo sanno tutti, è una fac­cenda che resta tra noi. Come quella cosa che volevo domandar­vi.

ANTONIA (sospira rassegnata) — Cià, sentiamo.

CONTE GIOBATTA — Ho appena fatto tirar su il frumento ma è mica tanto quest'anno, e devo aspettare il granoturco, ma intan­to devo far fronte a qualche impegno urgente. Mi...mi occorre­rebbe un piccolo prestito, diciamo un cinquanta zecchini, per due o tre mesi...Adesso siamo a giugno, diciamo fino a...

ANTONIA — Un "piccolo" prestito! Sciur conte, io sono una po­vera vedova, dove li trovo tutti questi soldi!

CONTE GIOBATTA — Su, Antonia, non fate la preziosa con me, lo sappiamo bene che se volete ci arrivate su senza sforzo.

ANTONIA (alzando la voce) — Ma cosa credete tutti quanti, che io le palanche le scopo su per le strade? Io lavoro come una matta, comincio quando c'è ancora buio, ho da star dietro all'o-staréa e all'alloggio, la serva è meglio perderla che trovarla, ho tre figli da mantenere. Sono mica il Monte di Pietà, io!

CONTE GIOBATTA — Sst, Antonia, parlate piano. Lo sapete bene che io, come nobile, e di antica nobiltà, non posso fare ricorso a certe istituzioni. E' per questo che mi rivolgo a voi, perché già una volta ho approfittato del vostro cuore, così buono in fondo, che a chiedere dei piaceri...

ANTONIA — Lasci stare il cuore. I piaceri sono belle robe, sciur conte, ma io devo stare dietro ai miei interessi...

CONTE GIOBATTA — Ma sì, ma sì, ho capito l'antifona. Il presti­to sarà rimborsato con gli interessi, alla scadenza. (con voce più alta, a Bortolo) Cià, andiamo, prima non ci ho pensato, prende­te su una presa di tabacco.

BORTOLO — Grassie, volentieri (a parte) Hanno firmato l'armistissio.

ANTONIA — Venga di là, sciur conte, andiamo a combinare anche questa. (Chiamando in casa) Vittorio, Fortunato, venite qui un momento! (a Bortolo) Vengo subito (Antonia e Conte via).

BORTOLO — Fate con comodo. Tanto io sono un soprammobile.

Scena sesta

(Bortolo, Fortunato, Giulia, Lorenza)

Entrano Fortunato, Giulia e Lorenza. Quest'ultima sfaccenda.

BORTOLO — Povero conte Giobatta, ha i figli che lo fanno diven­tare matto e spendono e spandono come se il loro padre fosse ancora un sciorasso come una volta..

LORENZA — Deus in auditorium me l'intende / ol me pàder ha fatto i soldi e me li spende...

FORTUNATO — Zitta, Lorenza, meno male che non c'è mica qui mia mamma a sentirvi. E voi, sciur Bortolo, non dite che siete un soprammobile. Voi siete come uno della famiglia.

BORTOLO — Meno male che almeno per i ragassi sono quasi di casa, l'è il resto della famiglia che...beh, lasciamola lì.

FORTUNATO — C'è mica bisogno di fare il riservato con noi, sciur Bortolo, lo sappiamo tutti che sta dietro alla nosta mam­ma, dopo che siete rimasti vedovi tutti e due.

BORTOLO —Ah, va benone! la cosa è di dominio pubblico. L'uni­ca a non rincorsersi è la vostra madre.

GIULIA — A rincorsersi di che cosa? Cosa è il "dominio pubbli­co"?

FORTUNATO — Niente, niente, pensaci mica, Giulia. Porta via i bicchieri dal tavolo, piuttosto (accenna al tavolo dov'erano se­duti il Conte e Ambrogio). Si sa come è la mamma. E' sempre presa, sempre dietro a lavorare, a andare di qua e di là, a combi­nare affari...Anche troppo presa, non si accorge mica che i suoi figli sono cresciuti, che è un po' che non giocano più a nascon­dersi e con la trottola. Guardate, proprio perché vi considero un parente, voglio farvi una confidensa. Il Vittorio non ci sta più bene qui, la mamma continua a tormentarlo col fatto che do­vrebbe sposarsi, che ha vent'anni, che deve metter su famiglia: non gli fa venir su il fiato. Solo che vuole dargli in moglie quel­la che vuol lei; sarebbe la figlia del salumiere delle Cinque Vie.

BORTOLO — Pòta, quella ha le palanche...

FORTUNATO — L'è proprio per quello che la mamma insiste con quella lì. Io la conosco, avrà le palanche e sarà anche una brava ragassa, ma fa paura a guardarla in faccia. E è anche più vecchia del Vittorio. Lui voleresse...

BORTOLO (correggendolo) — ... vorrebbe...

FORTUNATO — Lui vorrebbe qualcosa di meglio come sposa.

Scena settima

(Antonia, e detti)

ANTONIA (entrando improvvisamente) — Chi che si sposa?

BORTOLO — Ostrega, ha le orecchie anche dietro la crapa!

FORTUNATO (confuso) — No, niente, dicevo al sciur Bortolo, ci contavo su... (Giulia e Lorenza ridacchiano)

ANTONIA — Allora? (Lorenza esce, intimorita) (A Giulia) Co­s'hai tè da sgrignapolare?

Scena ottava

(Antonia, Bortolo, Fortunato, Giulia, Dottore)

DOTTORE (entra e interrompe il colloquio) — Buongiorno alla bella compagnia! (gli altri accennano a un saluto). Signora An­tonia, io dovrei ritirare...

ANTONIA (si guarda attorno, facendo cenno al Dottore di far pia­no e tira fuori il fagotto) — E' qui, è qui, sciur dottore.

DOTTORE — Grazie (le fa scivolare qualcosa in mano, che lei ra­pidamente intasca. Gli altri se ne accorgono e si guardano) -Buongiorno a tutti (e fa per andarsene).

ANTONIA (trattenendolo, tanto per alleggerire il momento) — Che fretta che ha! Si fermi un momento. (a Giulia) Dàcci un bicchierino di moscato al sciur dottore!

DOTTORE — Grazie, grazie, non ho molto tempo. Però un bic­chiere di néttare della signora Antonia non lo si può rifiutare (brindando) Ad majora!

GIULIA — Veramente l'è mica il néttare della mamma, l'è il mo­scato di Scanso...

ANTONIA — Fà sito tè, che quando apri la bocca è solo per dire delle stupidate.

DOTTORE — La voce dell'innocenza è la voce più preziosa. E' il sale, il sapore genuino della gente della nostra terra (come que­sto vinello...). Posso ben dirlo io, che dopo gli studi di medicina ho viaggiato molto, conosco il mondo e, non faccio per dire, ho una certa istruzione in materia...

BORTOLO — Chi che g' ha nissun antadùr i se vanta desperlùr...

DOTTORE (facendo finta di non aver sentito) — Dicevo che non ho mai trovato di meglio dell'humus bergamasco...

GIULIA —Cosa è il...?

ANTONIA (interrompendola bruscamente) — Sst!

DOTTORE — Per quanto apprezzi quanto si fa nel mondo, i miei compatrioti vengono prima di tutti.

ANTONIA (a Bortolo, sottovoce) — Ha bevuto solo un bicchierino, ma mi sembra già un po' allegro, il dottore...

DOTTORE — Come canta il nostro abate poeta: "Io, per effetto del vero amore, della stima / Lavoro e penso in prima / Ai miei compatrioti, ai miei terrieri, / E dopo, se n'avanza, ai forestieri".

ANTONIA —Ah beh, io non ci guardo in faccia a nessuno, non ho mica delle .preferense, io. Bergamaschi o forestieri, per me so­no tutti uguali.

BORTOLO — Basta che paghino...

ANTONIA (aggressiva) — Sicuro, basta che paghino. Ho da pen­sare al mio avvenire. Ma a parte questo, i forestieri a me non mi hanno mai fatto effetto, bergamaschi   o venessiani, milanesi o

francesi, uomini o donne sono tutti compagni.

DOTTORE — Nobili sentimenti. Beh, adesso devo proprio andare.

Salute a tutta la compagnia. Buongiorno,   signora Antonia, e

grazie. Settimana prossima avrò ancora bisogno di voi.

ANTONIA — Va bé, va bé, io sono qua. Buongiorno (Dottore

esce).

Scena nona

(Antonia, Bortolo, Fortunato, Giulia)

FORTUNATO — Mamma, a me i forestieri mi fanno un po' paura. Non sono proprio mica tutti uguali come noi. C'è qualcuno che dice che i Francesi hanno tagliato la testa del loro re, che non ci credono al Padreterno, che vogliono cambiare la vita a tutti. A mè mi piace come siamo adesso, voglio continuare ad andare a servire la Messa a San Carlo o alla chiesa della Maddalena, e invece dicono che coi Francesi non si potrà più andare in chiesa.

BORTOLO —Abbiamo capito che non sei mica un filo-francese.

GIULIA — Cos'è il filo francese? E' da ricamare?

ANTONIA — Madonna Signore aiutaci! Te Giulia, te l'ho già det­to, devi sempre tenere la bocca chiusa. E te, Fortunato, signor coraggio e scapóma, cos'hai oggi da fare il predicatore e di par­lare dei Francesi? Qui bisogna badare solo ai nostri affari, lavo­rare e stare attenti a come si spendono i soldi, altro che balle! Nella mia ostaréa non voglio mica saperne di rivolussione. Ce l'ho già in casa, la rivolussione. Guarda il tuo fratello Vittorio, quel malgustoso, che è un po' di tempo che và e viene con una cera da farne ancora, dove andrà a finire? Quando ce n'ho biso­gno non lo trovo mai, e poi mi hanno contato su che l'hanno vi­sto in giro con una ragazzotta forestiera. Non ha ancora capito che deve pensare a sposarsi con chi che dico io. Deve sposare la figlia del salumaio delle Beccarie.

FORTUNATO — Bell'affare che farebbe!

GIULIA — Ma lui ha ce l'ha già la morosa, io lo so.

ANTONIA — Cosa conti sù, te? Devo sempre essere l'ultima a sa­pere cosa bolle in pignatta? Vorrei proprio vederla, questa moro­sa!

GIULIA (maliziosa) — Quando l'amore c'è, la gamba la tira il pè.

ANTONIA— Ma chi che ti ha insegnato 'ste cose? Cosa vorresti dire?

FORTUNATO — E' vero, mamma. Il Vittorio non è più come una volta, è cambiato anche con me. A me mi hanno detto che l'hanno visto davanti alla chiesa di San Leonardo con una mila-nesa...

ANTONIA (indignata) — Cooosa? Con una milanesa? Allora è proprio vero! Una milanesa? Io non posso vederli neanche pit­turati, i milanesi, quei baggiani!

BORTOLO — Ma se avete appena detto che bergamaschi e fore­stieri sono tutti uguali, per voi!

ANTONIA — Fate silenzio, voi, che state sempre dalla parte dei ra­gazzi. Ecco perché andate d'accordo! Non avete niente da fare, Bortolo, che state sempre qui a darmi sulla voce?

(Fortunato esce)

Scena decima

(Antonia, Bortolo, Giulia, Contessa Ottavia, poi Lorenza)

CONTESSA OTTAVIA (entrando, sussiegosa) — Buongiorno. Non avrei voluto venire in questo luogo, ma passavo di qua e...

ANTONIA (aspra) — A parte il fatto che questo "luogo" è un po­sto onorato, non è mica obbligatorio venirci, si può anche farne a meno.

Entra Lorenza e porta vasellame vario, poi delle posate.

CONTESSA OTTAVIA — Volevo dire che passavo qui davanti per andare a casa dopo essere stata dalla mia sarta personale e pro­vavo a vedere se c'era mio marito il conte Giobatta, che qual­che volta perde la strada e si ferma qui a bere e a contarla sù.

ANTONIA — E' stato qui ma poi è andato. Chissà perché, sciura contessa, il sciur conte suo marito invece di filare dritto a casa si ferma qui volentieri, qualche volta. Lei ce n'ha mica un'i­dea?

GIULIA — Io lo so perchè, perchè ci sta mica tanto volentieri a ca­sa sua.

CONTESSA OTTAVIA (inviperita) — Taci tu, mocciosa. Tu non sai cosa dici e non sai come ci si comporta con una nobildonna. Tu sei zoppa e stupida, e nessuno ti vuole.

(Cala un silenzio greve. Lorenza si immobilizza con le posate che ha in mano, come in attesa della bufera. Le cade una for­chetta).

LORENZA (confusa) — Mi è caduto il pirone. La forchetta, insom­ma.

ANTONIA (con calma rabbiosa) — Adesso, cara la mia sciura contessa, mi dia un po' ascolto. La mia figlia sarà anche un po' zoppa e mica tanto intelligente, ma lei non può, in casa mia, trattarmela così (Giulia piange). La Giulia non sarà mica un gran partito, ma è mia figlia, è brava in casa e mi aiuta. Averce­ne, di figlie come lei, che conoscono i suoi doveri e danno ascolto a quello che dice la loro madre, mica come certe signo­rine che conosco io e che vanno intorno a tutte le ore e fanno di­ventare matte le loro madri perché pensano solo ai vestiti e a an­dare alle feste da ballo.

LORENZA — Ciàpa su e porta a casa.

CONTESSA OTTAVIA (piccata) — Cosa vorreste insinuare, Anto­nia? Avete l'ardire di alludere ai miei figli?

ANTONIA — Io non dico niente. Io guardo ai miei, di figli, e non voglio mica che nella mia ostaréa venga dentro qualcuno a trat­tarli male. (A Giulia) E te piantala di caregnare, vai di là a vede­re se c'è pronto da mangiare che manca poco a mezzogiorno (Giulia esce).

Scena undicesima

(Antonia, Bortolo, Lorenza, Contessa Ottavia)

ANTONIA — E adesso la mi scusi, signora contessa, ma ho da fa­re. E voi, Lorensa, avete finito di preparare di là? Non è mica ora di andare a vedere se è pronta la polenta?

LORENZA — Vado, vado (esce).

CONTESSA OTTAVIA (minacciosa) —Attenta, Antonia... (esce).

Scena dodicesima

(Antonia, Bortolo)

ANTONIA — La gran dama dei miei... Chi crede di essere, quella lì? La consorte del signor conte dalle braghe onte, almeno lui capisce qualche cosa, anche se gliene manca sempre trenta a fa­re trentuno, ma la sua moglie mi fa proprio venire il mal di denti tutte le volte che la vedo.

BORTOLO — Ha trovato quella del formaggio, quella là. Ma cal­matevi, Antonia, e attenta a parlare con la gente. Mica tutti han­no la pasiensa che ci ho io.

ANTONIA — Cosa vorreste dire? C'è bisogno di portare pasiensa, con me? Perché siete sempre qui in mezzo ai piedi? Se non ci state bene, la porta è aperta.

BORTOLO — Andiamo, Antonia, venite qui un momento, ragio­niamo con calma. Non trattatemi come quando fate i vostri affa­ri. Io sono un amico. A proposito di affari, guardate di non esa­gerare, state attenta alle persone, al giorno d'oggi ce n'è in giro di tutte le rasse, i balòssi sono tanti e i tempi sono balordi. Oc­chio a certi pericoli.

ANTONIA — Che pericoli poi? Cosa volete sapere voi dei miei af­fari?

BORTOLO (cercando di essere conciliante) — Guardate che non ci ho i gozzi come il Gioppino, neh! Arriva il procuratore dell'Ottolini, il Savorgnan, e fate affari con l'autorità veneta; arriva ol Lömaga, che è uno spione, e trattate con lui; arrivano i framas-soni, che vanno d' accordo coi Francesi, e fate affari anche con quelli lì. Per i soldi siete pronta a trattare col Padreterno e col Diavolo.

ANTONIA — Bortolo, non fate il padre predicatore. A parte il fatto che non sono mica cose che vi riguardano, cosa contate su poi? I Framassoni? Non so neanche cosa vuol dire.

BORTOLO — Sì, certo, la finta ingenua. Volevo farvi capire che sono preoccupato per voi. Togna, siete sempre dietro a correre dei rischi. Il framassone sapete bene che è l'Ambrosini, che vende i libri alla Fiera di Sant'Alessandro e fa venire da Milano libri e giornali proibiti perché parlano male del governo veneto, e siccome è sorvegliato, invece di ritirarli direttamente manda l'Antonia, che ha il suo tornaconto.

ANTONIA — Sicuro, sciur esattore delle tasse, ci ho il mio interes­se.

BORTOLO — E dovete pensare al vostro avvenire...

ANTONIA — Proprio, e a quello dei miei figli, che sono senza pa­dre.

BORTOLO — E allora parliamone, di questi ragazzi senza padre, anche se hanno una madre che fa la parte anche dell'uomo. Guardate che voi li comandate un po' troppo a bacchetta, il Vit­torio poi è grande ormai, ha passato i vent'anni, dunque... Vi siete ostinata con quella figlia del bottegaio solo perché ha i sol­di, ma i soldi non sono mica tutto a questo mondo.

ANTONIA — Non saranno mica tutto, ma di sicuro risolvono tante robe!

BORTOLO — Meglio farne che riceverne.

ANTONIA — No, no, è meglio riceverne.

BORTOLO (tra sé) — Chiamala bamba, questa qui! (A voce alta) Datemi ascolto, Antonia. Dovreste avere un po' di requie.

ANTONIA — Fate presto a parlare, voi, che state attento solo a quello che fanno gli altri.

BORTOLO — No, mica a quello che fanno gli altri, solo a quello che fate voi, perché mi interesso al vostro bene. Voglio dirvi so­lo di stare attenta. Vi ho visto a trattare con certi pampalughi... A parte il fatto che non so come la mettete con la cosciensa, perché la cosciensa è come il gatigolino, come si dice? il solleti­co insomma, c'è chi lo sente e chi non lo sente. Però mi doman­do come fate a dare retta prima a uno che ci ha un'idea e subito dopo a un altro che ci ha un'idea tutto al contrario.

ANTONIA — Ma chi credete di essere? Io non m'interesso mica di cosciensa e di idee. A quello che mi vende il vino non gli do­mando mica che idee che ha, ma che prezzo mi fa. Io devo ba­dare ai miei figli: se il Vittorio va avanti così finirà per sbattere la testa contro il muro. Gliela do io la milanesa! Deve sposare quella che dico io !

BORTOLO — Andiamo, Togna, non ha mica tutti i torti, quella è un pezzo più vecchia di lui e poi, a essere sinceri, avrà la dote ma certo a vederla vien voglia di girare la faccia dall'altra parte!

ANTONIA — La bellessa non si serve in tavola!

BORTOLO —Voi però avete sposato un bell'uomo!

ANTONIA — Non andate mica a tirar fuori i morti, adesso! Erava­mo dietro a parlare dei figli. Il Fortunato ha il carattere di suo padre, tutto il contrario di suo fratello. Non sente né di me né di te, bisogna continuare a scuoterlo, si sveglia solo quando deve andare col cavallo e il carretto o quando va a servire Messa.

BORTOLO — Ringraziate il Padreterno, se va a Messa tutte le mat­tine.

ANTONIA — La Giulia, poi, è un po' indietro di comprendonio, e per di più è anche un po' zoppa. Mi resterà sulla gobba finché campo. Il mio marito era buono, ma un po' (come a dire un po ' matto), i nomi ai ragazzi ha voluto darglieli lui: Vittorio e Fortu­nato, e non vi dico che vittorie e che fortune...Meno male che la ragassa non l'ha mica chiamata Regina Trionfatrice!

BORTOLO — Togna, io vi conosco da quando i vostri figli erano piccolini, sono sempre stato un cliente affessionato; e da quando è morto il vostro uomo vi sono stato più vicino ancora, a tutti e quattro. Qualche volta avrei voglia di farvi un discorso serio, ma quando tento l'antifona è come se volessi tagliare il ferro col fi­lo che serve a fare le fette della polenta. A voi interessano solo i soldi!

ANTONIA — Sentite, Bortolo. Vi racconto un fatto. Io sono cre­sciuta dalle parti della Madonna dei Campi, alla periferia di Bergamo, era un posto né città né campagna. Ero ancora una bambina ma vedevo già di quelle robe...Noi eravamo dei poveri martiri, il mio tata andava a lavorare i pellami - veniva a casa con addosso una spussa di capra che rivoltava lo stomaco - mia mamma faceva la lavandaia, però avevamo sempre da mangiare. Magari era solo polenta e stracchino, qualche volta c'era solo la polenta, però non abbiamo mai patito la fame. Vicino a noi stava una famiglia... Il padre lavorava un giorno sì e quattro no, non so mica cosa faceva di preciso, e quando non era al lavoro anda­va sempre all'osteria. Aveva sei figli, tutti che perdevano il moc­cio dal naso e piangevano sempre, scommetto perché avevano fame. La sua mamma lavava i panni anche lei, però doveva star dietro anche ai ragazzi e tirare a casa il suo uomo che era sem­pre ubriaco. Bisognava sentire le bestemmie che tirava giù quel disgrassiato, e che pazienza aveva quella poveretta, era magra impicca, e i suoli figli erano delle candeline, la tiravano di qua e di là, attaccati alle sue sottane. Lei veniva da noi a farsi dare un po' di brace del camino per accendere il fuoco, non avevano neanche i fulminanti e neanche l'olio per la lampada... La mia mamma li aiutava, quando poteva, ma quel fanigottone del suo marito, invece di essere contento e di mettersi in riga, bisogna­va sentire cosa gliene diceva dietro alla mia mamma... Vedete dunque che a fare del bene agli altri è da scemi. Un giorno, poi, ho visto una bambina di quella famiglia che, fuori della sua ca­sa, in un prato dove c'erano più rifiuti che erba,cercava tra i sas­si se c'era qualcosa da mettere sotto i denti, lei insieme a un ca­ne vagabondo tutto spelato e pieno di croste che grattava anche lui per terra. Avete capito? Una bambina e un cane. Io poi, che ero un po' schifiltosa, mi ha fatto una impressione! (Pausa) Quando sono diventata un po' più grande ho giurato che non mi sarei mai ridotta come quei poveracci - quella era la vera mise­ria, la nostra era povertà, che è un'altra cosa - e che non avrei mai fatto patire la fame ai miei figli.

BORTOLO (piano, affettuosamente) — Cosa è successo a quella povera gente?

ANTONIA — Non so mica. Un bel giorno non si sono più visti, so­no spariti. Non ho avuto tanto tempo per pensarci perché mi so­no sposata presto col Massimo, che mi ha portato qui nella sua osteria. (Improvvisamente dura) E qui ho dovuto subito voltar­mi indietro le maniche, figuriamoci poi quando lui è andato e io mi sono trovata da sola con tre figli da tirare su. Ecco perché de­vo pensare...

BORTOLO — ...al vostro avvenire, questo l'avevo capito. Ma è proprio per questo, proprio per il vostro avvenire che vi dico certe cose, anche per quello dei vostri figli. Ho fatto il sensale di cavalli per tutta la vita, e quando capita, ai mercati, lo faccio an­cora adesso, non sono né nobile né ricco, però ho qualcosina da parte e, dato che sono vedovo anch'io, potrei darvi una mano qui nell'osteria, così potreste dare più retta ai vostri figlioli. Gli voglio già bene come fossero i miei, io che non ce n'ho mai avuti. Datemi retta, Togna, non sarebbe ora di accorgervi che ci sono anch'io, di pensare un momento a...a... (è un po' commos­so).

ANTONIA (dopo un silenzio, dolcemente) — Guardate, Bortolo, siete un brav'uomo, un po' salame magari ma un brav'uomo. La vostra amicissia è presiosa per me. Non ve l'ho mai detto, ma se una mattina tardate un po' a venire, io penso subito male, non mi sento per la quale finché arrivate (Bortolo si mostra ringal­luzzito, ma Antonia lo spegne subito). Però non è giusto che vi tirate sulla gobba un peso come quello dei miei figli (Bortolo fa per intervenire). Lasciatemi dire. Il Vittorio chissà cosa diavolo ha in quella testa, pare che abbia addosso l'argento vivo, io lo sento quando parla con qualcuno che è alloggiato qui, che il be­ne più presioso è la libertà, che gli uomini sono tutti uguali - fi­guriamoci! - e altre robe che non capisco mica, che con la tiran­nia bisogna bruciare le tappe...Quella volta lì c'era anche la Giulia ad ascoltare e volete sapere cosa ha detto quella benedet­ta ragassa? "Non capisco mica perché bisogna bruciare le tappe proprio adesso che siamo in estate"! Per lei le tappe sono sol­tanto i tocchi di legno che vengono segati e messi da parte per l'inverno!

(Il cielo si oscura. Si preannuncia un temporale).

BORTOLO — Neh, Antonia, o io non mi spiego o voi fate finta di non capire. Magari invece sono io che sono un illuso e che non capisco mica. A pensarci bene mi avete dato del salame, un'al­tra volta del polenta, anche del pagnotta. Mi piacerebbe sapere di che sapore sento, alla fine!

(Un lampo).

ANTONIA — Dai Bortolo, ho capito benissimo cosa volevate dir­mi. Portate pasiensa, fidatevi di me.

BORTOLO — Siete proprio brava a spennare le galline sensa farle gridare.

(Un altro lampo).

Scena tredicesima

(Lorenza - che esce subito - e detti)

LORENZA (arriva di corsa) — Avete visto che viene il temporale? Vado a tirar dentro i panni (esce).

BORTOLO —Vado anch'io, prima che si scateni la tempesta. Spe­ro che riprenderemo il discorso, Antonia.

ANTONIA — Sì, sì, certo. State bene, Bortolo. (Bortolo esce)

Scena quattordicesima

(Antonia e Vittorio)

VITTORIO (entrando dalla porta interna) — Mamma, è un po' che c'è pronto da mangiare.

ANTONIA (ruvida) — Tu pensi solo al mangiare.

VITTORIO (piccato) — Non è vero, io penso anche a qualcosa d'altro.

ANTONIA — A cosa vuoi pensare te, che non combini mai niente di buono!

VITTORIO — Senti, mamma, non cominciare! Mi dici dietro le parole e basta, mi critichi soltanto e non mi ascolti mai Quando cerco di parlarti seriamente mi salti addosso, non mi lasci aprir bocca.

ANTONIA — Ti manca qualche cosa? Lavoro tutto il santo giorno come una matta. Per chi mi do da fare, eh, per chi? Non dormo neanche di notte, mi privo del necessario. Non faccio mica tutto, per voi? Bella sodisfassione!

VITTORIO (cerca di rabbonirla) — Cosa c'entra, mamma. Non c'è mica solo quello, al mondo...

(Un lampo).

ANTONIA —Ah no? Cosa manca al signore? Cosa c'è di così im­portante al mondo che la sua mamma non gli permette mica di ottenerlo?

VITTORIO — Dài, mamma, non prenderla mica così! Lo so an­ch'io che ti sacrifichi per noi, ma guarda che abbiamo bisogno anche di respirare un po' per nostro conto. Prova a ragionare colla nostra testa, un momento!

ANTONIA —Ah, ecco, adesso ci arrivo su. Vi soffoco!

VITTORIO — Volevo dire che anch'io ho i miei sentimenti perso­nali, che vorrei fare un po' alla mia maniera...

(Un lampo).

ANTONIA — Niente affatto. Finché sei sotto il mio tetto, c'è una sola maniera di fare le cose, la mia. Te devi fare solo quel che ti dico io, devi ubbidire e basta!

VITTORIO (ribelle) — Insomma con te non si può ragionare. Sono stufo stufissimo di questa casa. Ti farò vedere io, vi farò vedere a tutti...

ANTONIA (durissima) — Cosa? Cosa mi farai vedere te a me? Tu farai quel che ti dico io, caro il mio bravaccio del lella! Vuol fa­re alla sua maniera e piscia ancora in braga! Già che dici così, si comincerà a fare le carte per farti sposare la bottegaia. Chiuso il discorso !

VITTORIO (esasperato) — Chiuso un corno! E' un po' che cerco di dirtelo, ma non ci riesco perché non mi dài mai ascolto. Io la bottegaia non la voglio, avrà anche i soldi, ma a me questo mi fa un bel niente. Non sono mica innamorato di lei...

ANTONIA — Ma non far ridere i polli con l'innamorato. Non c'è mica bisogno dell'amore, non si mangia con l'amore, ci vuole altro! Te ti sposi con chi che dico io, e alla svelta!

VITTORIO (gridando) — Basta, mamma! Non c'è niente da fare. Sono già impegnato con un'altra!

ANTONIA (afferra Vittorio per le spalle e lo scuote, urlandogli in faccia) — Basta, è ora di finirla! Te non ti impegni con nessuno, e domani andiamo a fare le pubblicassioni. Lo so che parli a una milanesa, ma ricordati bene che quella lì non la sposerai né adesso né mai!

(Pausa minacciosa)

VITTORIO (improvvisamente gelido, spiccicando bene le parole) — Sentimi bene, mamma. Tu puoi gridare finché vuoi, ma sta­volta non puoi cambiare le cose, anche se sono stato costretto a farle di nascosto. Sono già sposato. Ho sposato la milanesa.

(Subito balena un fulmine, seguito da un grande tuono. Buio immediato e completo)

QUADRO SECONDO

Siamo nel gennaio del 1798. La Repubblica Veneta è caduta e in città si è costituita una Repubblica Bergamasca - sull'onda delle idee della Rivoluzione Francese - che però è durata pochi mesi, di­ventata poi parte del Dipartimento del Serio in seno alla Repubbli­ca Cisalpina, fondata a Milano da Bonaparte. In pratica dominano i Francesi in quanto Bergamo è presidiata dal colonnello Favre e dai suoi soldati. E'fatto obbligo a tutti di portare sull'abito la coc­carda tricolore (bianco-rosso-blu nei primi giorni, poi bianco-ros­so-verde). Fa scalpore il comportamento del vescovo della Diocesi di Bergamo, Giovanni Paolo Dolfin, che invita popolo e clero a col-laborare con i Francesi, i quali tentano di imporre - oltre al calen­dario repubblicano - il culto della Dea Ragione. Molti bergama­schi però dissentono, e soprattutto nelle valli non mancano i nostal­gici del governo veneto, anche perché i Francesi impongono la co­scrizione obbligatoria.

Il secondo quadro della commedia si svolge all'interno della Lo­canda con Alloggio "La Fiascona', in Borgo San Leonardo. E' un freddo pomeriggio di gennaio. Sono in scena, all'inizio, Don Pros­simo curato della Chiesa di S. Carlo, Fortunato, Giulia (che sfoglia con interesse un grosso libro illustrato di scienze naturali), Ambrogio (che beve in silenzio un bicchiere di vino, sfogliando il "Gior­nale degli Uomini Liberi").

Scena prima

(Don Prossimo, Fortunato, Giulia, Ambrogio)

DON PROSSIMO — Vedo andare e venire della strana gente, qui, da un po'di tempo.

FORTUNATO — Chi poi?

DON PROSSIMO — "Chi poi?" Me ne accorgo anch'io, che vengo qui solo ogni tanto, che girano certi musi che mi stanno sul goz­zo. Mi viene voglia di prenderli a sberloni.

GIULIA (sollevando la testa dal libro) — Ma don Prossimo, voi di­te sempre che bisogna voler bene a tutti e che non bisogna mai prendere la rabbia...

DON PROSSIMO — Beati i pacifici, è vero, ma certe volte mi pru­dono le unghie. Questa casa non è più quella di una volta.

FORTUNATO — La mia mamma deve stare dietro a tante cose, per forsa deve incontrare della gente.

DON PROSSIMO — Va be', lasciamola lì, ho paura che la fai da cucco per non pagare il dazio. E poi non la si vede mai, 'sta be­nedetta donna, tutte le volte che tento di farla star ferma un mi­nuto per parlarle del Vittorio la sguissa via come un'anguilla. Cosa ha addosso?

FORTUNATO — Eh, il Vittorio l'ha fatta proprio grossa, andare a sposarsi di nascosto. E con quella forestiera lì, poi, la mia mam­ma non può neanche vederla.

DON PROSSIMO (sospira) — Dove andremo a finire?

GIULIA — Dove, don Prossimo?

Scena seconda

(Lorenza, e detti)

LORENZA (entrando) — La padrona è ancora di sopra con la milanesa?

FORTUNATO — Sì, l'aspettiamo anche noi. Anche don Prossimo. E quella milanesa è la moglie del Vittorio e si chiama Maddale­na.

LORENZA —Vado a chiamare la sciura Antonia.

FORTUNATO — Meglio di no, se no dà fuori da matto. Tutte le volte che le dò una voce perché la chiama qualcuno, arriva con gli occhi fuori della testa, grida come una stracciarola. Se   la prende con me.

GIULIA —Anche con me.

LORENZA — Portate pasiensa. E' un brutto momento. Il Vittorio, capirete, con quelle idee che ci ha... e poi un giorno lavora di qua, un giorno è a spasso di là, dà ascolto a certi tipi...Non combina mica tanto, è anche sposato, magari diventa padre di famiglia, ed è ancora dietro che pensa alle bambocciate.

DON PROSSIMO — Un altro buono per i calli. Meno male che il Fortunato è ancora un bravo figliolo, dà una mano in osteria, viene in chiesa...

FORTUNATO — Io non ci dò mica ascolto a tutto quello che dico­no. Era meglio quando si andava in chiesa sensa nascondersi, e non c'era paura a rispettare le autorità, quelle giuste, mica quel­le di oggi...

LORENZA — Fai silensio, te, vuoi metterci tutti nelle peste? A proposito, don Prossimo, dov'è la coccarda?

DON PROSSIMO — Ce l'ho, ce l'ho. E' qui in saccoccia. La la­scio qui perché mi fa un po' senso a vedermela addosso.

LORENZA — Posso capire, però lo sappiamo bene che non è abbastansa tenerla in scarsella. Tutti devono mettersela su, anche i preti sulla tonaca. Meno male che adesso è almeno bianca, ros­sa e verde, non col blu invece del verde come prima.

GIULIA —Perché prima c'era il blu?

DON PROSSIMO — Perché erano i colori dei Francesi che abbia­mo in casa. Dopo hanno fondato la Repubblica Cisalpina e la bandiera è diventata quella italiana.

LORENZA — Tiratela fuori, dunque, questa bandiera del... Non vorrei mica che capitasse ancora come l'altra settimana, quando quei giovanotti vi son corsi dietro e a momenti vi prendono e vi danno una manica di legnate, perché non ce l'avevate la coccar­da sulla tonaca!

GIULIA — A me la coccarda mi piace. Anche le divise dei France­si. E poi questo libro con su le figure degli animali me l'hanno dato loro...

DON PROSSIMO — Fra bestie ci si trova.

AMBROGIO (intervenendo) — Cosa vorrebbe dire, don Prossimo? Ho sentito, neh, ma ho fatto finta di niente. Pero, attenti... Giulia sì, che capisce le cose.

FORTUNATO — Io non ho paura a dire che i Francesi non posso proprio vederli. Vanno, vengono, fanno i padroni. Non ci manca niente neanche a quei bergamaschi che sono diventati più fran­cesi di loro. Una volta è venuto dentro uno che mi ha domanda­to dove andavo, e quando ho detto che andavo a Messa si è messo a gridare, che non si doveva più andare in chiesa, che solo la Dea Ragione era degna di essere adorata, e poi si è mes­so dietro a recitare il nuovo "credo", che mi fa venire ancora il mal di pancia a pensarci.

AMBROGIO (pomposamente) — "Primo: Io credo nella Repubbli­ca Francese potentissima creatrice dell'uguagliansa e libertà. Secondo: Nel generale Bonaparte suo figliolo, unico difensor nostro. Terzo: il quale fu concepito di gran spirito...Quarto: Patì sopra colli e monti...disceso in Piemonte risuscitò in Italia..". (annaspa, non ricordandosi il seguito). Una volta lo sapevo tut­to a memoria.

(Don Prossimo si è fatto il segno della croce, però ha anche messo la coccarda)

Scena terza

(Don Prossimo, Fortunato, Ambrogio, Lorenza, Bortolo)

(Entra Bortolo - scambio di saluti - ed esce Giulia).

AMBROGIO — La Rivolussione ha insegnato a tutti quel che si deve fare, mica come ai tempi della Repubblica Veneta, quando c'era la repressione e erano tutti briganti: adesso abbiamo la libertà, e l'hanno portata proprio i Francesi. (Sventolando il gior­nale che ha in mano). Lo dice anche il "Giornale degli Uomini Liberi"!

FORTUNATO — Sciur Ambrogio, cosa contate sù? A me quel "Credo" lì quando l'ho sentito la prima volta mi sono tremate le gambe come quando il Vittorio - quando è stato? nell'estate del Novantasette, è già passato un anno e mezzo, mi ricordo come fosse ieri mattina - quando il Vittorio è venuto fuori a dire che si era sposato con la Maddalena, e alla mamma a momenti le veniva un colpo !

DON PROSSIMO — E poi, neh, voi parlate tanto, Ambrogio, ma vi ho visto io quel giorno che i cittadini sostenitori dei Francesi si sono scontrati coi paesani che venivano giù dalle montagne per ristabilire la Serenissima, voi avete visto la mal parata e sie­te andato a nascondervi dentro un portone sotto i portici, invece di sostenere gli amici dei Francesi!

AMBROGIO — Quando c'è da prenderle meglio tirarsi da parte.

BORTOLO — Giusto, la vita deve continuare. Come l'Antonia, che dopo il momento critico si è data una bella scrollata ed è tornata quella di prima. Anzi, quando ho saputo che il Radici oste della Fenice è stato nominato consigliere municipale ho detto: "Sta a vedere che anche l'Antonia la chiameranno al governo della città"...

(Gli altri ridacchiano e fanno per commentare, ma sono inter­rotti dall'entrata di Girolamo Mosconi, commerciante del mila­nese).

Scena quarta

(Don Prossimo, Fortunato, Ambrogio, Lorenza, Bortolo, Mosconi)

MOSCONI — Buongiorno. E' qui l'osteria "La Fiascona"?

LORENZA — Sì che è qui. Ha mica visto l'insegna sopra la portona? Si accomodi. Vuole da bere? Vuole una stansa? Abbiamo anche l'alloggio!

MOSCONI — No, grazie. Cerco della signora Antonia.

LORENZA — Lui è forestiero, neh?

MOSCONI —Vengo da un paese sull'Adda. Alle porte di Bergamo ho chiesto di questa osteria, mi hanno detto: "Ah, l'Antonia dei ciucchi! Vada fino in Piazza della Legna, poi subito dopo passa in Piazza Fontana, dove c'è la Fiascona" - credevo fosse lì l'o­steria che si chiama come quella fontana, invece mi hanno detto di andare più avanti...

LORENZA — Eh, abbiamo capito. Siamo di Bergamo, noi, la co­nosciamo la strada.

AMBROGIO — Ma Bergamo è una città che cambia, sotto la spin­ta del progresso...

DON PROSSIMO (ironico) — Urca!

MOSCONI — Scusate una domanda. Perché la padrona la chiama­no "l'Antonia dei ciucchi"?

BORTOLO — Rispondo io a questa domanda, permette? Conosco l'Antonia da tanto tempo... (Lorenza ridacchia scopertamente). Cosa avete voi da sgrignapolare? Allora, è stato l'anno scorso. Il governo veneto non c'era più, qui erano arrivati i Francesi, con quel colonnello con le piume sul cappello e l'aria di farne anco­ra, come si chiamava, Favre, Fèvre, qualcosa di così...

DON PROSSIMO — La febbre l'ha fatta venire a noi.

BORTOLO — Insomma dopo quella Repubblica Bergamasca che è stata in piedi proprio pochino - si ricorda don Prossimo quando hanno buttato giù le colonne dell'Ottolini qui in piassa? -..(Don Prossimo annuisce).

MOSCONI — Sì, ma l'Antonia?

BORTOLO — Arrivo. Si erano piantati qui i soldati francesi che mangiavano e bevevano a quattro ganasse e non volevano paga­re. Figuriamoci l'Antonia. Una sera poi che ce n'era qui due, di quei Francesi lì, che si erano messi insieme, e bevi di qua bevi di là, erano diventati ciucchi imbranati. Gridavano, attaccavano lite con tutti, uno ha tirato fuori la sciabola; noi avevamo una paura porca, ma l'Antonia a un certo punto non ne ha potuto più, sciabola o mica sciabola ha preso i due ciucchi per la col­lottola, grandi e grossi com'erano, e li ha scaraventati fuori dal­l'osteria. Loro gridavano, lei gridava ancora di più. Hanno do­vuto cedere loro, sono spariti. Per questo la chiamano l'"Anto-nia dei ciucchi". Notando che il comandante di quei Francesi aveva avvertito che se qualche bergamasco avesse maltrattato i suoi militari lo avrebbe fatto fucilare sensa processo.

MOSCONI — E' accaduto qualcosa alla signora Antonia?

BORTOLO — Lei non la conosce! Qua dentro è lei che porta i pan­taloni! (gli altri sghignazzano).

MOSCONI (a Lorenza) — Posso parlarle adesso?

LORENZA — Venga con me.

Scena quinta

(Antonia, e detti)

(Entra Antonia)

LORENZA — Guarda che è qua. Sciura Antonia, questo forestiero chiede di voi.

MOSCONI — Buongiorno. Lei è la signora Antonia dei c... (si fer­ma in tempo. Stava per dire "dei ciucchi"). Mi chiamo Girola­mo Mosconi. Sono un commerciante del milanese, ho bisogno di parlarle in privato.

ANTONIA (sospettosa) — Del milanese? Cosa vuole da me?

MOSCONI — Beh, è una cosa un po' delicata (la trascina verso il proscenio, per non farsi sentire dagli altri. A questo punto Am­brogio e Don Prossimo escono salutando; esce anche Fortuna-to).

Scena sesta

(Lorenza, Bortolo, Mosconi, Antonia)

MOSCONI — Un amico comune mi ha incaricato di chiederle un piacere, che verrà ricompensato, sia chiaro, a favore di un...di una persona sbandata che deve nascondersi...

ANTONIA — Se è un delinquente è meglio che non venga in casa mia.

MOSCONI — No, no, signora, che delinquente? Persona onestissi­ma. D'altronde mi manda da lei... (le sussurra un nome all'o­recchio). Si deve nascondere per i fatti della guerra. E' - mi rac­comando, acqua in bocca - un ufficiale dell'esercito austriaco che ha lasciato giù l'uniforme perché nella Campagna d'Italia ha visto cose, cose...da una parte e dall'altra, dice, quel che han fatto i Francesi ma anche quel che han fatto loro, gli Austriaci. Brutta bestia la guerra. E lui, che è un credente, padre di fami­glia, non se l'è più sentita di continuare a eseguire ordini sba­gliati, e dopo la disfatta delle sue truppe nel bresciano è scappa­to. Se lo prendono i Francesi è un nemico e una spia, se lo prendono gli Austriaci è un disertore. Corre pericolo di morte.

ANTONIA —Ah ecco. E me lo porta qui?

MOSCONI — Gliel'ho detto chi mi ha mandato da lei. Lei sa che è una persona generosa, so che ha già fatto degli affarucci con lei, vedrà che ci troverà il suo tornaconto. La sua osteria è piena di gente che va e viene, mi hanno detto che si fermano qui an­che gli svizzeri che vengono a Bergamo a impiantare le mani­fatture di seta, lo può far passare per uno svizzero.

ANTONIA (titubante) —Va bè, faremo anche questa... Ci dica a quel signore che me lo mandi qua, vedremo cosa si può fare (A voce più bassa, come fra sé). Basta che paghi...

MOSCONI — Grazie, signora Antonia, vedrà che...

ANTONIA — Ho capito, ho capito. Mi raccomando...

(Mosconi saluta ed esce. Rientra Giulia, che si siede a sfogliare il suo libro).

Scena settima

(Lorenza, Bortolo, Antonia, Giulia)

ANTONIA (rivolta a Lorenza, che cercava di sentire) — E voi, Lorensa, non avete niente da fare? Avete fatto tutti i letti? Avete messo su i pollastri per la cena dei forestieri? E state attenta a mettere in tavola anche milsa e fegato, mica come l'altra volta che la signora Lorensa ha buttato via le parti non nobili della gallina!

LORENZA (polemica) — Neh, sciura Antonia, guardate che io non butto via niente. Addosso alla Lorensa, se gli affari non vanno come devono andare, se i figli fanno tribulare...

ANTONIA — Ehi, Lorensa, attenta a quello che dite! Non abbiamo mangiato fuori dalla stessa scodella, mi pare...

Scena ottava

(Conte Giobatta, Contessa Ottavia e detti)

(Entrano il Conte Giobatta - senza parrucca, dimesso - e la Con­tessa Ottavia, un po' mogia. il Conte saluta).

LORENZA (continuando il colloquio con Antonia) — Volevo di­re...

ANTONIA (seccamente) — Aria, sciura, che c'è ancora tanto da fa­re! Andate a preparare una stansa nuova, domani ci sarà qui un altro forestiero. E te, Giulia, sempre con quel libro in mano...Se non hai niente da fare, va' a rammendare i calsini dei tuoi fratelli!

(Lorenza e Giulia escono)

Scena nona

(Bortolo, Antonia, Conte Giobatta, Contessa)

(Antonia tira fuori da un cassetto alcune ricevute e fa dei conti, ostentando di ignorare il conte e la contessa).

BORTOLO (prendendo l'iniziativa) —Allora, sciur conte, cosa mi conta su di bello?

CONTE GIOBATTA — Di bello mica tanto. Così non si può più andare avanti. Abbiamo persino un vescovo che appoggia i Francesi, i senza Dio! E pensare che è un Dolfin, un veneziano di nascita, voltare così le spalle alla sua terra e alle sue idee!

BORTOLO — Non so mica cosa dire, è mica facile giudicare la gente. A me mi hanno raccontato che il nostro vescovo piange­va, quando è stato obbligato a scrivere quella lettera che invitava i suoi fedeli a collaborare coi Francesi. E quando ha dovuto in­vitare il clero a fiancheggiare la Repubblica Cisalpina...

CONTE GIOBATTA — E' grigia lo stesso, l'ha proprio fatta gros­sa. Vestirsi poi in borghese, con la coccarda! Mica tutti i preti sono d'accordo con lui, il prevosto di Sant'Alessandro, per esempio...Anche don Prossimo, la veste ce l'ha ancora addos­so.

BORTOLO — Per forsa! Ha solo quella da metter sù!

ANTONIA (impaziente) — Avete finito di chiacchierare di quelle robe lì? Volete proprio tirarmi qui degli spioni che vanno a dire che dall'Antonia si parla contro il governo? Lasciate stare il ve­scovo, lo sappiamo tutti da che parte sta! Si è messo insieme ai balossi! (Gli altri stanno per replicare, ma Antonia taglia cor­to). Basta, adesso! E le loro eccellense, signor conte e signora contessa, cosa sono venuti a fare qui, in questa misera osteria di poveretti? E' un bel po' che non abbiamo l'onore di vederli!

CONTE GIOBATTA — Dài, Antonia, non fate finta di non sapere niente. Di non sapere che, se prima i tempi non erano tanto bel­li col governo che avevamo, adesso è ancora peggio. Lo sapete anche voi che quei sacripanti dei Francesi (bocca taci!) hanno abolito i titoli nobiliari e che si sono fatti consegnare le parruc­che per bruciarle su in Città Alta, in piazza. Ridevano e schia­mazzavano, loro, e mica solo loro - quanti nobili sono passati da quella parte! - e io invece...Beh, lasciamola lì, e adesso...adesso... (ha un groppo in gola).

ANTONIA —Adesso cosa? Cosa posso farci io, non c'entro mica, io, con tutte quelle robe lì!

CONTE GIOBATTA — Adesso mia moglie avrebbe un piacere da chiedervi, Antonia, ma non osa...

ANTONIA — Questa è una novità. Ha sempre detto la sua. E' di­ventata timida?

CONTESSA (tira Antonia in disparte) — Antonia, dimentichiamo il passato. Il fatto è che...che...insomma non ce la passiamo troppo bene. Le rendite non sono più quelle di una volta, voi ca­pite, dobbiamo pur sempre mantenere un certo decoro, la nostra posizione...

ANTONIA — Ho capito, ho capito, c'entra sempre il decoro. Ma quello non lo vendo mica, io , nella mia osteria...

CONTESSA —Antonia, per piacere! Volevo dire che avrei qui due o tre cosette da farvi vedere (tira fuori da una scatola una colla­na di nascosto) e domandare se siete interessata a comprarle. Ma, mi raccomando, è una cosa molto riservata!

Scena decima

(Vittorio, conte Giacomo Zanchi, e detti)

(Entrano Vittorio e il conte Giacomo Zanchi , filo-francese. Quest'ultimo e il conte Giobatta Rota Vitali si guardano in ca­gnesco).

VITTORIO — Mamma ho bisogno di parlarti.

ANTONIA — Te, pelandrone, calma neh! Non vedi che sto parlan­do alla gente?

VITTORIO — Mamma, per piacere, è una cosa urgente.

ANTONIA (alla contessa) — Sciura contessa, adesso non ho mica tempo, vede anche lei che mio figlio Vittorio... Torni qui verso le sei, è un'ora un po' più calma, ci metteremo d' accordo.

CONTESSA (piccata, ironicamente) — Andiamo, Giobatta, la si­gnora Antonia ci riceverà più tardi.

(Il conte Giobatta e la contessa Ottavia escono).

Scena undicesima

(Bortolo, Antonia, Vittorio, conte Giacomo Zanchi)

VITTORIO — Dài dunque, mamma, devo parlarti.

ANTONIA — C'è da spaventarsi, quando cominci così.

VITTORIO — Senti, non posso più andare avanti così. Ho una mo­glie, adesso, e forse ci sarà anche qualche novità..

ANTONIA (interessata) — Cosa? Delle novità? (Poi subito bru­sca). Ecco, bravo, metti tutto in piassa, i nostri affari sono quelli del Dipartimento del Serio...

VITTORIO — Ma mamma, ci conosciamo tutti qui...

ANTONIA — Mancava anche questa, adesso sì che siamo a caval­lo. Il figlio sposato per capriccio, che non vuole lavorare nell'o­steria di sua madre e balla di qua e di là senza combinare niente, una moglie che mi occupa una stansa, e adesso anche delle no­vità in arrivo..

VITTORIO — Ecco, mamma, ci ho pensato su bene, sono venuto a dirti la mia decisione.

ANTONIA — Madonna Signore! Il Vittorio ha preso una decisio­ne!

VITTORIO — Mamma, mi dài ascolto un momento? Ho deciso di andare soldato, di fare la carriera militare nell'esercito cisalpi­no.

ANTONIA (sdegnatissima) — Cosa l'è che conti su? Sei stupido o cosa? Se è vero che aspetti un erede, ti pare il momento giusto per andare via da casa, lasciare qui tua moglie, tua madre e i tuoi fratelli? (Gli altri stanno ad ascoltare). Andare dove, a fare il soldato, a fare la guerra? Ecco, bravo, è proprio un bel regalo, una povera donna lavora tutta la vita, sgobba giorno e notte, si sacrifica per i suoi figli, e loro vogliono andare via, piantare qui tutto.

CONTE GIACOMO — Permette, cittadina?

ANTONIA — Permetto un bel niente.

VITTORIO — Lascialo parlare. Il conte Giacomo Zanchi lo cono­sci, mamma, è amico del Direttorio. C'è una guerra, è un me­stiere come un altro. Mi sono informato bene, ci ho pensato su, ho degli amici...

ANTONIA — Begli amici!

CONTE GIACOMO — Guardi, signora Antonia, sono amici che promettono al suo Vittorio, ragazzo stimato e buon patriota, che da qui a qualche mese lo fanno sottufficiale e poi, chissà, po­trebbe fare carriera...

ANTONIA (seccata) — Non se ne parla neanche. Lui sta qui con la sua famiglia. Anche se la milanesa non mi piace mica troppo, è sempre sua moglie, e se aspetta delle novità poi...

VITTORIO (si impazientisce) — Ma mamma, dammi retta un mo­mento! Qui non ho trovato niente da fare, io aspetto aspetto ma non succede mai niente...

BORTOLO — Per quello succedono anche troppe robe.

ANTONIA (dopo aver fulminato Bortolo con un'occhiata, a Vitto­rio) — Non ci stai mica bene qui? Non puoi proprio mica star fermo un minuto? Guarda tuo fratello Fortunato, che al massi­mo arriva fino a San Carlo. La chiesa, voglio dire, mica il rico­vero dei fanciulli difficili che c'è di fronte, che magari servireb­be a qualcuno...

VITTORIO — Ma dài, mamma, fare il soldato sarebbe una siste­mazione.

BORTOLO — Non ha mica torto, Antonia! La carriera delle armi...

ANTONIA —Anche tu, Giuda!

BORTOLO (a parte) — Mi ha dato del "tu" sensa accorgersi. E' proprio rabbiosa. (Più forte) Volevo dire, tanto ho sentito tutto, gridate come al mercato, che il Vittorio avrebbe delle possibi­lità.

CONTE GIACOMO — Qui in Borgo non c'è molto da fare, in Città Alta ancora meno. Nei dintorni di Bergamo, poi!...Vuole che il Vittorio vada a tagliare le piante, o le pietre per affilare le falci? Di questi tempi la gente viene poco all'osteria, il mangia­re è sempre più caro...

ANTONIA — Questi sono affari miei.

BORTOLO — E' vero, Antonia, ma date un po' retta anche alle ra­gioni degli altri. Il Vittorio, qui, non ci si trova più, ha bisogno di aria.

ANTONIA — Con la moglie in casa mia, e magari con un neonato in arrivo? Non gli basta mica l'aria, a quelli, bisogna darci pane e latte, a quelli, e anche il pollastro, a quelli...

VITTORIO — Mamma, ho deciso.

ANTONIA (furente) — Cosa vuoi decidere tu che hai ancora il moccio sotto il naso! E poi tutte le volte che mi dici qualche co­sa non mi domandi mica, prima, cosa ne penso io, fai tutto per conto tuo. Non farti più vedere da me, corri! Non credere che io sia d' accordo...Figli! Se nasco un'altra volta mi prendo delle capre, altro che figli!

CONTE GIACOMO — Vedrà, cittadina, ora siamo nel mese di Nevoso, a far poco in Messidoro suo figlio tornerà qui con un gra­do e con un'entrata sicura.

ANTONIA — Macché mesi d'oro e mesi d'argento! Adesso siamo in gennaio.

CONTE GIACOMO — Ma cittadina, è il calendario repubblicano! Il suo è un esercizio pubblico, dovrebbe conoscerlo !

ANTONIA — Ma non fatemi ridere col vostro calendario. E poi lei parla di entrata sicura per il mio Vittorio, ma io non so mica se sarà un'entrata o un'uscita... Quanto alla "cittadina", sono nata in un paese, io, non sono mica una cittadina, sciur conte!

VITTORIO — Mamma, fìdati per una volta dei tuoi figli. Per una volta!

Antonia non risponde, volta ostentatamente le spalle, va dietro il bancone.

VITTORIO (offeso) — Andiamo , andiamo via!

(Vittorio e Conte Giacomo escono).

Scena dodicesima

(Bortolo, Antonia)

(Pausa burrascosa).

BORTOLO (per rompere il ghiaccio) — Non ci sarebbe mica un calice di quello un po' della festa per risollevare gli animi? Ma­gari quello che viene offerto al Dottore, mica il vinello di quarta che ci tocca di solito a noi poveri martiri? E' mezz'ora che sono qui e non sono ancora riuscito a bagnare l'ugola! Ho sentito so­lo baccajare. E' una osteria, questa, o la municipalità?

Antonia mesce del vino senza parlare, corrucciata.

Scena tredicesima

(Dottore, e detti)

DOTTORE (entrando) — Salute a tutti! (Si guarda attorno stupito del silenzio generale e dell'atmosfera tutt'altro che allegra). Cosa è successo? Dov'è l'abituale gaiezza di questa oasi di pace in mezzo al tumultuare degli eventi?

BORTOLO — L'oasi di pace risuona di squilli di guerra!

DOTTORE — Bella espressione, Bortolo, mi compiaccio. Solo che non capisco cosa vuol dire...

Scena quattordicesima

(Bortolo, Antonia, Dottore, cui si aggiungono Fortunato, Giu­lia, poi il Censino,

che rientrano alla chetichella all'inizio di questa scena)

BORTOLO — Il figlio dell'Antonia, Vittorio, è deciso ad arruolarsi nelle truppe della Repubblica Cisalpina.

DOTTORE — Ottima scelta, perbacco! Come suonava la costitu­zione della defunta ma gloriosa Repubblica Bergamasca? "I cit­tadini sono tutti soldati". Che adesso si faccia parte della Cisal­pina non cambia niente, anzi, i nostri alleati francesi ci aiutano a conservare la libertà acquisita dopo la sconfitta della tirannide!

(Antonia tace ma dà segni di nervosismo).

FORTUNATO — Scusi neh, sciur dottore, ma non si erano mica accorti quelli della Repubblica Bergamasca di essere tirati di qua e di là dai Francesi? Il Vittorio è venuto a dirci che lui va con loro, ma io non sono mica tanto d'accordo...

(Entra il Censino, che si mette a parlottare sottovoce con Giulia).

DOTTORE — Senti senti il nostro chierichetto!

FORTUNATO — Non c' entra mica il chierichetto. Del resto si di­ceva prima con don Prossimo che andare in chiesa non è mica una cosa da aver vergogna!

DOTTORE — Ma se lo stesso Vescovo...

FORTUNATO — Lo so, lo so. Ma tanti preti...

ANTONIA (sbuffando) — Preti, mòneghe e fra', cavargli il cappel­lo e lasciarli indà. Basta con 'sti discorsi, e di francesi e di allea­ti ci ho piena l'anima!

DOTTORE — Ma, Antonia, si fa per parlare. Sappiamo tutti che non avete delle preferenze e che voi preferite i fatti. Fatti "con­creti" (fa segno ai soldi, sfregando insieme pollice e indice). Da­te retta a tutti, meno a quelli che non vi portano un utile. Come quella volta che avete mandato via, proprio voi che fate affari con tutti - a prescindere dalla bandiera - quel nostalgico che aveva buttato dalla finestra un vaso di fiori sulla testa dell'uffi­ciale francese che passava in strada e poi aveva cercato di na­scondersi qui. Scommetto che l'avete cacciato via perché non aveva palanche.

BORTOLO (intervenendo prima che Antonia possa ribattere) — Guardi, sciur dottore, che l'Antonia non ha mica bisogno di cer­te piccolesse. Lei non la conosce mica bene, lei.

ANTONIA (brusca) — E non ho bisogno neanche di avvocati. Non ho fatto le scuole, ma non sono mica bamba del tutto, sono buo­na anch'io di parlare.

DOTTORE — Non ci sono dubbi che sapete parlare, Antonia, e co­me! Ma ammetterete che bisogna stare o da una banda o dall'al­tra, riconoscere che il bene della Libertà...

GIULIA — Liberté, égalité, fraternité, i Francesi in carrossa, noial­tri a pié.

ANTONIA — Sta' zitta te, bamboccia. E lei, sciur dottore, guardi che con me non attaccano le belle parole. Li conosciamo tutti quei gioppini che gridano di qua e di là a secondo dove tira il vento. E poi, 'sta libertà, se ne parla un po' troppo per i miei gu­sti. Per me è libero solo o il poveretto dell'Albergo dei Poveri, ma quello che non ha niente, proprio niente, e dunque non ha niente da perdere, o il riccone ma ricco tanto, che può permet­tersi di tutto e non ha paura di nessuno. Solo loro - chi che non ha niente e chi che ha tutto - a quelli che gli dicono "Merda!" possono rispondere: "Prendila su e mangiala!".

GIULIA — Mamma, che parole!

ANTONIA — Me le tirano fuori col rampino!

Scena quindicesima

(Bortolo, Antonia, Dottore, Fortunato, Giulia, il Censino,

Ruggerina, Santina, Jean-Pierre e Ambrogio)

(Entrano le attrici Ruggerina e Santina e Jean-Pierre, un uffi­ciale francese, seguiti da Ambrogio, curiosissimo)

RUGGERINA — Buongiorno, signora Antonia.

ANTONIA — Buongiorno.

RUGGERINA — Stasera cominciano le recite.

ANTONIA — E' uno del teatro anche quel signore lì? (accenna a Jean-Pierre)

(Le due attrici ridono, Jean-Pierre non capisce)

SANTINA — No, no, questo è mossié Jean-Pierre, un mio amico.

ANTONIA —Volevo ben dire!

RUGGERINA — Non pensi mica male, signora Antonia! Ci pro­tegge e ci fa compagnia.

(Santina ridacchia).

BORTOLO — Hai visto l'Ambrogio che è tornato indietro quando ha adocchiato le due attrici!

ANTONIA (a Fortunato, che si mangia con gli occhi le due attrici) — E te, corri a guardare se la Lorensa ha preparato la stansa! Te, marmotta, dico a te. Marsch!

(Fortunato esce a malincuore, sempre guardando le due attrici, che ridono).

Scena sedicesima

(detti, meno Fortunato)

AMBROGIO (tenta di fare il galante) — Permettono, signorine? Ho sentito che siete attrici del teatro! Vado anch'io ogni tanto, a teatro sapete? Al Teatro Riccardi ho visto la... come si chiama quella recita lì? La Ines di Castro.

ANTONIA — Ossignori! Abbiamo anche i conoscitori del teatro.

AMBROGIO (non rileva) — Ma a me mi piacciono di più le com­medie dove c'è da ridere un po'...Che peccato che abbiano in­cendiato il nostro teatro di Fiera, è stato il governatore veneto, sa?

BORTOLO — Io veramente ne ho sentito un'altra. Al governatore veneto gli danno sempre la colpa di tutto, ma per l'incendio del "Riccardi" dicono che sono stati i framassoni!

DOTTORE — Perdonate se intervengo, ma è stato il Bono Pesenti ad appiccare il fuoco, io lo conoscevo, stava qui nella contrada, vicino alla Chiesa di San Carlo. L'ho sentito io con le mie orec­chie dire, al Caffé del Manuele: "Son io che l'ho bruciato".

AMBROGIO — Ma niente affatto. Non so mica se le sue orecchie funsionano tanto bene, sciur dottore. C'ero anch'io quella matti­na al Caffé, l'ho sentito io il Pesenti dire: "So io chi l'ha bru­ciato". Lo sapeva, lui, che era stato l'Ottolini.

DOTTORE — Figuriamoci! Perché allora, se non era stato lui, l'hanno trovato cadavere, quattro giorni dopo?

ANTONIA (spazientita) — Sentite, voialtri. Siete qui per parlare del teatro o cosa? Io devo andare a preparare la cena (A Rugge­rina) Doveva dirmi qualcosa, lei?

RUGGERINA — Dovevo chiederle un piacere.

ANTONIA—Ahi!

RUGGERINA — Lei sa che recitiamo per la stagione di Carnevale nel Teatro Cerri, su in Città Alta L'anno scorso è bruciato il "Riccardi", come dicevano quei signori, quello sì che era un bel teatro. Ci siamo venute io e la Santina, due anni fa in primavera, che belle stagioni!... Beh, volevo dirle che io per contratto ho diritto a una cifra fissa più l'alloggio ammobigliato o l'albergo (su in Città non c'è più posto, mi hanno mandato qui), più una serata a mio beneficio franca di spese e mezza serata dopo le recite promesse agli abbonati. Ma lo sa che a me che sono la "seconda donna" dànno di meno che al "secondo amoroso" e al "Dottore"?

DOTTORE — Al dottore?

RUGGERINA — Sì, al "Dottore" e al "Primo Grottesco"!

ANTONIA (a Ruggerina) — Non ci badi. Lui è dottore davvero, ma non so mica se è bravo come quelli che fanno solo finta di esserlo sul teatro.

DOTTORE — Non vi facevo così sottile, Antonia!

ANTONIA — Allora, veniamone a una. Non ho ancora capito cosa vuole da me, o meglio non vorrei aver capito troppo bene.

SANTINA — Vede, signora Antonia, non solo la paga non è alta, ma ce la fanno anche sospirare. E pensare che fanno entrare gra-tis tanta di quella gente, funzionari, ufficiali (rivolta a Jean-Pierre, con un gran sorriso), n'est-ce-pas, mon, chéri? (Jean-Pierre ricambia il sorriso). Insomma il primo pagamento arriva a metà ciclo di recite, fra una settimana.

ANTONIA (ironica) — E intanto...

RUGGERINA — E intanto, cara signora Antonia, dovrebbe farci credito. Provvederemo al nostro dovere subito dopo la recita della commedia "L'amore irritato dalle difficoltà".

ANTONIA — Sono io, irritata dalle difficoltà. I patti non erano mi­ca questi, erano pagamento anticipato per vitto e alloggio.

RUGGERINA — Lo so, cara signora, ma...

ANTONIA — Se ci fosse un po' più di soldi e meno "care signore" sarebbe meglio.

SANTINA — Stia sicura, cara s... (si interrompe a tempo), fra una settimana avrà i suoi soldi e magari, per la cortesia, anche un re­galino (A Jean-Pierre, sorridendo) N'est-ce-pas, mon chou?

ANTONIA — Cià, diamoci da fare.

(Ruggerina, Santina, Jean-Pierre, Ambrogio escono salutando)

Scena diciassettesima

(Bortolo, Antonia, Dottore, Giulia, il Censino)

ANTONIA — E te, Giulia, hai finito di chiacchierare col Censino?

BORTOLO —Vedete mo', anche la Giulia ha uno spasimante!

ANTONIA — Ma non contate su delle stupidate! Farebbero pro­prio una bella coppia, uno che non è mica tanto giusto di com­prendonio, l'altra che ha la testa solo sui libri. Perché adesso c'è questa novità dei libri con su gli uccelli, so mica io. Adesso tutto l'interesse è per gli animali. Per vedere da vicino una allo­dola la Giulia è cascata giù dalla pianta dell'orto. A un anno è cascata giù dal seggiolone, adesso mi casca giù dalla pianta, ca­pirete!

GIULIA (fregandosi la fronte nel punto in cui l'ha battuta) — E' un libro di sciense, mamma! Me l'ha regalato quel signore che è stato qui il mese scorso, me l'ha portato dalla Francia. C'è scritto tutto sugli animali, non capisco mica bene, però guardo le figure che sono proprio belle.

ANTONIA — Qui c'è da lavorare, non è mica il posto da perdere tempo a leggere i libri...

BORTOLO — Beh, la Giulia farà la sciensiata. Magari se le piac­ciono tanto le bestie potrebbe fare il dottore degli animali. Ma­gari diventerà più brava di tanti dottori dei cristiani!

DOTTORE (piccato) — Mai visto una donna curare i cavalli!

ANTONIA (risentita) — Curerà i polli e i conigli.

BORTOLO — La dottoressa dei conigli...

ANTONIA — Perché una donna dovrebbe essere meno brava di un uomo? Per curare i bambini piccoli, per esempio, non andrebbe­ro bene, i dottori-femmine?

DOTTORE — E' meglio che vada via.

ANTONIA — Ecco, bravo. E' ora di mettere in tavola.

DOTTORE — Salute a tutti, belli e brutti!

(Il Censino con la mano fa "Ciao, ciao". Il Dottore e il Censino escono).

Scena diciottesima

(Bortolo, Antonia, Giulia)

GIULIA (dopo una pausa) — Lo sai, mamma, mi piacerebbe pro­prio starci dietro alle bestie e ai bambini. Ma te non mi lasci te­nere né un cagnino né un canarino...

ANTONIA (intenerita) — Cià, Giulia, povera bestiolina anche te. Vedremo cosa combinerai, meno male che qui c'è la tua mam­ma. Fammi vedere 'sto bernoccolo! (Antonia si tira Giulia vici­no, la carezza sulla fronte. Giulia le si rannicchia in seno. Pau­sa).

GIULIA (estasiata) — La mamma mi ha tenuto in braccio!

(Sipa­rio rapido).


QUADRO TERZO

Una coalizione antifrancese ha mosso guerra alla Francia e l'eser­cito austro-russo ne ha sconfitto le truppe in terra italiana, entran­do trionfalmente a Milano. Bergamo è stata occupata dai cosacchi, che hanno sparso il terrore fra la popolazione. Il potere militare e amministrativo si è assestato in mano agli Austriaci. Dure sono sta­te le repressioni. Attualmente la situazione a Bergamo non è tran­quilla: politicamente è incerta (Bonaparte si prepara alla riscossa), mancano molte derrate e a seguito dei ribaltoni politici numerosi sono i disordini in città.

Il terzo quadro della commedia si svolge nella stessa scena del se­condo quadro: interno della Locanda con Alloggio "La Fiascona", ma c'è qualche suppellettile in meno. I tempi sono più grami. E' l'ultimo giorno dell'anno del 1799, e manca un'oretta a mezzanot­te. Sono in scena, all'inizio, Antonia, Giulia, Bortolo, Lorenza, più Maddalena (la sposa di Vittorio) col suo bimbo in braccio di circa un anno e mezzo. La loro cena dell'ultimo dell'anno è stata inter­rotta dalla perquisizione di un poliziotto austriaco in borghese, se­guito da uno scagnozzo.

Scena prima

(Antonia, Maddalena, suo figlio Benvenuto, Giulia, Bortolo, Lo­renza, due poliziotti austriaci in borghese, che hanno finito la perquisizione della locanda. Parla soltanto il poliziotto che co­manda).

POLIZIOTTO (parla con inflessioni tedesche, ma non caricaturale) — Bene, noi andiamo via. Signori, noi abbiamo dovuto fare il nostro dovere, ora tutto finito.

ANTONIA — Sì, sì, il vostro dovere, anch'io ho dovuto fare il mio di stare zitta e buona perché ci sono gli altri della famiglia, se no...Dite a chi vi ha mandato qui che l'Antonia non ha niente da nascondere, e che ha il suo figlio più giovane che fa il soldato con voi, cogli Austriaci, e che era inutile che chi vi ha mandato si desse tanto da fare proprio per la notte dell'ultimo dell'anno.

POLIZIOTTO — Come? Non ho capito bene.

ANTONIA — Niente, niente, fa niente. Buonasera e lasciamola lì.

POLIZIOTTO (un po' titubante) —Va bene. Gehen wir! Los! (esce con l'altro poliziotto)

Scena seconda

(Antonia, Maddalena, suo figlio, Giulia, Bortolo, Lorenza)

BORTOLO — Cosa volevate dire a proposito di chi ha mandato qui questi padreterni a guardare dappertutto?

ANTONIA — So io cosa volevo dire. Ma lo sapete anche voi, che qui c'è sotto lo zampino di una certa nobildonna che me l'ha giurata a morte e ha aspettato il momento buono per farmela pagare.

BORTOLO — Beh, vi è andata ancora bene, perché a dirla tutta qualche volta magari in casa dell'Antonia qualcosa da nascon­dere c'è...C'era coi Veneti e poi coi Francesi, e magari c'è anche adesso cogli Austriaci che da questa primavera sono a Bergamo a comandare, dopo che hanno cacciato via i padroni di prima.

ANTONIA —Vi raccomando, Bortolo! Vi mettete dietro anche voi adesso a cercare di mandarmi per aria l'ultimo dell'anno? Ma non ci riuscirete, non mi lascio mettere i piedi sulla testa. Avanti, torniamo a mangiare e basta con gli spaventi. Di solito qui nell'o­steria diamo da mangiare e da bere agli altri, stasera ci serviamo noi. Non ci sono neanche clienti, hanno ragione di stare a casa ad aspettare l'anno nuovo. Dài, Giulia, bevi un goccio di vino, tira su le orecchie, forza! E te Maddalena mangia ancora qualcosina. Mangi come un fringuello, guarda che devi tenerti su.

MADDALENA — Ho mangiato abbastanza, mamma, e anche be­ne, (con sforzo si mostra disinvolta). Quel cappone, poi! Era proprio buono sa, signor Bortolo!

BORTOLO (parla animatamente per riportare serenità dopo lo spavento) — Ah sì, poi! Mica perché l'ho portato io, ma era speciale. Sapete che quando era vivo era un animale sapiente, neh Giulia? Lo facevano vedere alla Fiera dentro un baraccone!

ANTONIA — Figuriamoci se il Bortolo non conta mica su le sue asinate.

BORTOLO — Lo sappiamo, Antonia, lo sappiamo che il merito è vostro. Se il cappone era buono era per come l'ha fatto andare l'Antonia. In questa casa qui il pane è di farina di castagne co­me nelle altre, perché il frumento lo vediamo col cannocchiale, ma il ciccio non manca.

ANTONIA —E dài!

GIULIA — Mangiare quelle povere bestie! A me mi è piaciuta di più la polenta e latte.

LORENZA — De gustibus non est sputandum.

BORTOLO — Zitti, avete sentito il Campanone? Ha battuto le un­dici e mezza. Come niente c'è qui mezzanotte.

(Il bimbo di Maddalena piange).

GIULIA — Cià, fammi provare a me col Benvenuto (Prende in braccio il bimbo e lo culla recitandogli la cantilena): Lucciola lucciola vien dabbasso qui c'è un insetto bello grasso, bello, tondo e piccolino, lucciola lucciola vieni vicino. (Il bimbo si assopisce).

MADDALENA — Brava, Giulia! (Giulia passa il bimbo a Madda­lena) - Lo porto di là, intanto che dorme. (esce col bimbo in braccio. Lorenza la segue)

Scena terza

(Antonia, Giulia, Bortolo, Santina, Franz)

(Santina entra con il capitano Franz, un ufficiale austriaco suo protettore del momento. E' vestita elegantemente).

SANTINA — E' permesso? Buona sera a tutti! Possiamo unirci alla compagnia per fare gli auguri?

ANTONIA (vedendo Franz) — Madonna mia, sono qui un'altra volta.

GIULIA — Ma no, mamma, non vedi che è il capitano Franz, l'a­mico della signora Santina?

ANTONIA — Buono per i calli anche lui.

GIULIA — Rimanete pure con noi, ci farete piacere.

(Antonia e Bortolo si guardano sorpresi nel sentire come si esprime Giulia).

SANTINA — Grazie, carina! Vero, Franz, che è carina la Giulia!

FRANZ (in un italiano leggermente stentato, ma corretto) — Sì, molto carina, molto intelligente.

ANTONIA — Questa poi!

FRANZ — Mi ha fatto delle osservazioni, ieri, a proposito degli uc­celli del giardino, che mi hanno sorpreso. Giulia ha il bernocco­lo della zoologia.

ANTONIA — Di bernoccoli ne ha di sicuro, ma non so mica poi se ha anche quello della zoo...zoo...

FRANZ — ...logia. Glielo dico io, a Klagenfurt conoscevo uno stu­dioso che sarebbe stato incantato ad ascoltarla.

ANTONIA — C'è già il Censino "Guardinfrancia" che è incantato dalla Giulia...

FRANZ (allarmato) — Guarda in Francia?

BORTOLO — No, guardi, signor Capitano, è un modo di dire, è il soprannome del Censino, lo spasimante di Giulia. Siccome un occhio è dritto e l'altro guarda di stortabanda, lo chiamano "Guardinfrancia".

ANTONIA — Volevo dire che oltre quelli del Censino sarebbe me­glio non tirarne in ballo degli altri, di 'sti incanti. Una volta la Giulia si contentava di mettere i maggiolini in una scatola, ades­so che è diventata una sciensiata non vorrei che qualcuno le mettesse in testa di andare coi tedeschi.

FRANZ — Guardi che ho capito, signora Antonia. Noi siamo au­striaci, non tedeschi.

ANTONIA — Eh, pòta, è la stessa cosa.

SANTINA (per troncare) — La signora Antonia sa bene come stan­no le cose, è una donna che sa stare al mondo, lei!

BORTOLO — Se è per questo, non schersa mica neanche lei, sciu-ra Santina.

FRANZ (a Santina) — Was hat er gesagt?

SANTINA — Nicht, nicht, mein lieber! (agli altri). Del resto, se sono stata fortunata, se le cose mi sono andate bene, è anche per merito della signora Antonia. Si ricorda quando non avevo in ta­sca neanche una palanca e le chiedevo dei prestiti?

BORTOLO — Ma aveva in banda anche allora il cavalier servente, quello che veniva da. .da dove veniva quello là, dalla Linguado-ca?

SANTINA — Andiamo, signor Bortolo, quella è acqua passata, non è il caso di scomodare certe cose. Quello era uno spiantato, questo invece è un gentiluomo. E' stato qui nell'alloggio della signora Antonia che ho incontrato il capitano Franz - vero, ca­ro? - che mi protegge e mi sostiene.

BORTOLO (a bassa voce) — E siccome è ricco mi paga i conti...

SANTINA — L'ho sentita, sa? Ma io non mi offendo mica, sono una signora, io! Raglio d'asino non sale al cielo! Guardi, signo­ra Antonia, per questa ricorrenza e per dirvi la nostra gratitudine per le gentilezze ricevute quando io e la Ruggerina ne avevamo bisogno (lei continua a recitare in teatro, io invece mi sono riti­rata, capirà) io e il capitano Franz le abbiamo fatto un regalo.

ANTONIA — Speriamo che non sia come il regalo che mi hanno fatto stasera quei due pampalughi di todeschi che sono venuti a trovarci...

SANTINA — Cos'è successo? Non ho capito.

ANTONIA — Niente, niente, lasciamola lì. Non c'è bisogno di re­gali, sciura Santina.

SANTINA — Aspetti di vedere di cosa si tratta (le offre un docu­mento).

ANTONIA — Cosa sarebbe questa carta qui? (inforca gli occhiali e legge, saltando alle cose più importanti). Imperial Regio Gover­no...Noi Feldmaresciallo... (borbotta il resto) ...permesso per rifornirsi di vino... pubblico esercizzio... (togliendosi gli occhia­li). Grazie, grazie, è proprio un regalo per l'anno che viene, che se no la vediamo ancora magra, io e i miei figli, a fare andare avanti un'osteria sensa avere il vino che è tutto confiscato. I miei figli, la Maddalena e il suo Benvenuto, volevo dire. Se penso a quei due testadirapa, il più grande a fare il soldato coi Francesi, che non ne sappiamo più niente, e quello piccolo dal­l'altra parte, cogli Austriaci...

BORTOLO — Ma non è mica andato per sua volontà, il Fortunato, è stato estratto a sorte con la coscrizione obbligatoria.

ANTONIA — Lo so. La solita fortuna del Fortunato! Io intanto so­no qui che mi tocca fare la nonna perché , oltre alla Giulia, adesso bisogna pensare anche alla Maddalena, la sposa del Vit­torio, e al suo bambino, intanto che il suo papà non fa sapere niente di dov'è e cosa fa. C'è bisogno di loro e uno e l'altro vanno in giro a fare bambossate...


(Santina, di tratto in tratto, traduce o chiarisce a Franz)

FRANZ (schiocca la lingua con disapprovazione, scuotendo l'indi­ce col dorso della mano infuori, come fanno i tedeschi) — Ach so! Signora Antonia, non dica così, io ormai la conosco un po', e so che non pensa tutto quello che dice, che sotto la sua scorza ruvida...

BORTOLO — ...la scorsa delle zucche...

FRANZ — ...che sotto l'apparenza burbera nasconde un grande cuore. Sa benissimo, la signora Antonia, che l'uomo deve avere degli ideali. Io rispetto persino quelli di Vittorio, anche se sta con gli avversari, perché so che è onesto...

ANTONIA — Ma mi faccia il piacere, signor Franz. L'uomo deve avere delle svanziche, non degli ideali. Cosa deve fare, quando ha fame, mangiare gli ideali?

FRANZ (a Santina, che vorrebbe tradurre anche questo) — Ja, ja, ich habe alles verstanden! Ho capito. E l'onore, signora Anto­nia, l'onore?

ANTONIA —Andiamo giù piatti, caro il mio colonnello...

SANTINA (correggendo) — Capitano!

ANTONIA — Caro il mio capitano della Sua Maestà Imperiale, mi dice lei a cosa serve il suo onore? Io le darei ascolto se l'onore mi desse indietro interi i miei due ragazzi.

FRANZ — Signora Antonia, lei ragiona da madre, ma quando c'è la guerra la madrepatria chiama i suoi figli alle armi.

ANTONIA — I miei figli non sono mica fatti per il mestiere della guerra. Sarebbe ora di finirla, con 'ste guerre, prima i Francesi addosso al governo veneto, poi i Francesi contro gli Austriaci, poi i cosacchi che arrivano dalla Russia e so mica io da dove, poi...

(Intanto Giulia si è assopita)

FRANZ — Scusi sa se glielo dico, signora Antonia, ma mi risulta che lei su questo stato di guerra ci prospera, noi lo sappiamo e chiudiamo un occhio. Cosa farebbe, se non ci fossero le guerre? Si accontenterebbe del ricavato di qualche bicchiere di vino e di ospitare per qualche giorno un commerciante o due, venuti da fuori città?

ANTONIA (adirata) — Ma senti questo mangiacandele che viene a dirmi che io approfitto della guerra. Cosa vuol sapere quello lì dei miei affari? Cosa vorrebbe dire, che sono io adesso a volere la guerra?

FRANZ (dopo aver ascoltato i chiarimenti di Santina, cerca di gi­rare l'ostacolo) — No, signora Antonia. Sto solo dicendo che anche lei, come me, come chi fa il suo dovere di soldato, si comporta come esigono le circostanze. Come farebbe lei senza clienti? E come faremmo noi senza soldati?

ANTONIA (calcando le parole) — E devono essere proprio i miei figli?

FRANZ — Ecco, vede, mi permetta di farle osservare che lei della guerra poco o tanto ci si avvantaggia, però vorrebbe starne fuo­ri, lei e i suoi figli. Nicht war? Non è così?

(Antonia fa per rispondere ma improvvisamente entra Don Prossimo).

Scena quarta

(Don Prossimo e detti)

DON PROSSIMO — Permesso?

(L'entrata di Don Prossimo risveglia Giulia)

ANTONIA — Oh, che sorpresa, Don Prossimo! Non è mica in chiesa a pregare per l'anno che viene?

DON PROSSIMO (imbarazzato) — Sono qui, Antonia, proprio per voi. Ho...un dovere da compiere...

ANTONIA — Cosa deve fare? Si accomodi un momento con noi...

DON PROSSIMO — Ho una notizia... (non ha il coraggio di prose­guire. Tutti restano tesi).

ANTONIA (lo guarda fisso. Dopo una pausa) — Don Prossimo, i miei figli...E' successo qualcosa ai miei figli?

(Don Prossimo abbassa la testa, non ha il coraggio di rispon­dere).

ANTONIA (rauca, incalzante) — Don Prossimo, cosa ha da dirmi?

cosa è successo ai miei ragazzi? DON PROSSIMO (in fretta) — Il Fortunato sta bene... ANTONIA — Il Vittorio, il Vittorio?! Cosa ha fatto il mio Vittorio?

(Don Prossimo tace)

ANTONIA (lo afferra alle spalle) — E' ferito? E'...

DON PROSSIMO — E' stata la volontà del Signore! Coraggio, An­tonia, con la fede...

ANTONIA (gridando) — E' morto, il mio Vittorio è morto! Cosa contate su di fede, di volontà del Signore! Sarà mica la volontà del Signore, questa, di prendermi il figlio che ne avevo più biso­gno! Il mio ragazzo, che era diventato padre, che ha una moglie che lo aspetta! Questa sarebbe la bontà del Signore, portarmi via il sostegno a me e a questi qui...

DON PROSSIMO (scandalizzato) — Ma Antonia, non bestemmia­te!

ANTONIA (non l'ascolta nemmeno) — Portarmi via mio figlio, ventun anni, il più forte, il più deciso! Un giovanotto come ce n'è pochi, un bel ragazzo come lui! Così bravo, così ostinato, così... (stringendo i pugni). Se avesse dato retta a sua madre, a quest'ora... (si lascia cadere su una sedia, esausta, chiudendosi gli occhi con le mani, senza più una parola né un lamento. Giu­lia piange sommessamente).

BORTOLO (a Don Prossimo) — Chi le ha portato la notizia? Dove è accaduto?

DON PROSSIMO — E' stato il Bugada, gliel'hanno detto al Co­mando. L'hanno saputo solo adesso, il sergente Vittorio Morali dell'Esercito Cisalpino è stato ucciso in combattimento durante la battaglia di... (abbassa la voce, anche per non farsi sentire da Franz). Non l'avevano più trovato. Il corpo... Solo il mese scor­so l'hanno potuto riconoscere... (vorrebbe mettere la mano sul­la spalla dell'Antonia, ma rinuncia). Coraggio, occorre proprio coraggio. E fede (guarda Antonia, sospira). Io...io devo andare.

SANTINA (subito, sollevata) — Veniamo con voi. (Ad Antonia. e agli altri): Che dolore! ... Che dispiacere!.. Noi andiamo.

(Don Prossimo, Santina e Franz escono).

Scena quinta

(Antonia, Giulia, Bortolo)

BORTOLO (dopo una pausa dolorosa, si avvicina ad Antonia, le abbassa le mani. Antonia è impietrita, senza una lacrima. Bor­tolo le parla con dolcezza) — Non è il caso di avvertire la Mad­dalena? (Nessuna risposta). Forse è meglio aspettare, lasciarla stare intanto che dorme di là. Guardate, Antonia, il Vittorio è morto combattendo da uomo, per le idee in cui credeva. Non siamo noi che possiamo dire se erano giuste o sbagliate. Lui ci credeva davvero. E' stato un bravo soldato.

ANTONIA (dura) — Mi fa tanto, a me, delle sue idee, del bravo soldato. Non c'è più, questo è l'importante. E quell'altro è in pericolo anche lui. Che anche il più piccolo andasse via di casa quando era già lontano il maggiore proprio non me l'aspettavo. Uno a fare la guerra da una parte, l'altro a combattere dall'altra. Magari si incontravano in guerra, uno contro l'altro, due fratelli! (Pausa). Da quando il Fortunato è andato, la mia casa per me è vuota.

BORTOLO — Questo non è giusto. E la Giulia? E gli altri, com­preso...compreso me? E poi, a parte il fatto che il Fortunato non è andato mica via di sua volontà, è andato convinto di difendere i principi in cui era stato educato, quelli che proprio voi, Anto­nia, gli avete insegnato a rispettare, il timor di Dio, il...Capisco bene che per una mamma è sempre un bel dispiacere avere i ragazzi che vanno da soli per il mondo e corrono chi sa quali pericoli, ma hanno seguito tutti e due i loro ideali, l'ha detto an­che il capitano Franz.

ANTONIA — Begli ideali. Per gli ideali mi hanno ammazzato il Vittorio e mi hanno rubato il Fortunato, che sa Dio dove è anda­to a finire.

Bortolo fa per rispondere ma improvvisamente entra Fortunato, in divisa di caporale dell'esercito austriaco.

Scena sesta

(Antonia, Giulia, Bortolo, Fortunato)

FORTUNATO (forte, sicuro di sé) — Buona sera a tutti! (Corre verso Antonia, congelata dall'improvvisata e l'abbraccia. Lei è tanto sorpresa che non ricambia neppure l'abbraccio) - Mam­ma! (Giulia, asciugandosi le lacrime, saltella attorno a Fortu­nato. Scambio di saluti).

(Antonia scoppia a piangere, senza un gesto, irrigidita).

FORTUNATO — Mamma, sarebbe questa l'accoglienza? Ti metti dietro a piangere, nel vedermi? Come stai? Sei sorpresa, eh! Lo credo. Hai visto che ce l'ho fatta, che sono arrivato in tempo per l'anno nuovo? Un ultimo dell'anno, il 1799, che è anche l'ulti­mo giorno del secolo, non càpita mica tante volte! Avete notizie di mio fratello? (Salutando, senza attendere la risposta): Sciur Bortolo, come state?

(Giulia corre fuori, piangendo. Va a comunicare la notizia brut­ta e quella bella a Maddalena e a Lorenza).

Scena settima

(Antonia, Bortolo, Fortunato)

BORTOLO (cercando di alleggerire l'atmosfera) — Da dove vieni di bello?

FORTUNATO — Sono in licenza premio. Sono arrivato da una val­le dell'Adige e posso stare a casa per tre giorni. I miei superiori sono contenti di me e mi hanno lasciato venire volentieri (Estrae doni da un fagotto, euforico). Allora, mamma, basta piangere. Questo è per te (le dà uno scialle). Questo per la Giu­lia (estrae un carillon). Sciur Bortolo, non mi sono dimenticato di voi, l'avevate la paura, neh? Eccolo servito (gli dà una pipa).

BORTOLO — Bella, proprio bella (Tra sé): A parte il fatto che non ho mai fumato la pipa... (A voce più alta): Grazie tante, Fortu­nato! O devo chiamarti signor ufficiale? Cosa sono quei gradi lì?

FORTUNATO — Gefreider, se mai, non sono mica ancora ufficia­le, sono solo un caporale. Per il futuro non si sa mai... Ho un ri­cordino anche per la Lorenza e per la Maddalena; per il bambi­no del Vittorio non ho proprio niente, da dove vengo non c'era niente per i piccinini!

(Antonia piange silenziosamente)

FORTUNATO — Dài, dunque, mamma, non mi sembri neanche tu! Non sei mica contenta che sono qui?

BORTOLO — Tua madre è contenta che sei qui, ma non ha il cuore di dirti...di dirti... Mi spiace di dirtelo in quel momento qui, ma devi saperlo anche tu. Hanno appena informato tua mamma che il Vittorio, che non aveva fatto sapere più niente neanche lui, l'hanno identificato tra i morti di una battaglia di non mi ricor­do più dove...

FORTUNATO — Il Vittorio ! E' morto ! Mio fratello !

ANTONIA — Sì, tuo fratello è morto. Mi hanno dato questa bella notizia proprio l'ultimo dell'anno. Però sono anche contenta che tu sei qui.

FORTUNATO (commosso) — Povera mamma.

ANTONIA (si riscuote, si asciuga gli occhi con decisione, brusca) — Mi hai preso proprio di sorpresa. Còntami su un po', cosa ti è capitato, quanto tempo puoi rimanere, dove devi andare, sei nei pericoli?

FORTUNATO — Meno male che ti è tornata la parlantina! Ho già detto al sciur Bortolo che mi fermo qui per tre giorni e che sono in licenza premio. Sapessi come mi sono trovato bene a fare il soldato, non credevo neanche...

ANTONIA (un po ' sconcertata) — Sono contenta per te, ma mi sembri così...così... Non sei più il pulcino di una volta.

FORTUNATO — Pòta, mamma, il pulcino è volato fuori del nido.

BORTOLO — E è diventato un galletto.

FORTUNATO — Beh, certo, ho dovuto farne di robe...Certe volte mi si cagliava il sangue...

ANTONIA (preoccupata) — Cosa hai dovuto fare?

FORTUNATO (un po' reticente) — Beh, insomma, una volta per esempio mi hanno mandato col mio plotone ad arrestare un montanaro che mi avevano detto che continuava a opporsi agli austriaci e doveva essere messo in catene. Me l'hanno dato in consegna proprio a me, avrà avuto sedici/diciassette anni, mica di più, e mi guardava con due occhi...ma mentre che ci mettevo le catene mi ha dato uno spintone e si è messo a correre come una lepre. Io però sono stato svelto: ho preso il mio fucile, ho mirato con calma e pam! la mia schioppettata l'ha sbattuto a ter­ra. "Finiamolo! - mi ha gridato il mio sergente quando siamo corsi dov'era il ferito, che mi guardava senza dire una parola -è la fine che meritano i traditori". Io non avevo mica tanta vo­glia di farlo, ma quello insisteva di brutto, allora ho sparato.

(Antonia e Bortolo restano allibiti. Pausa).

ANTONIA — Cosa? Cos'hai fatto? Hai ucciso uno già ferito, già prigioniero? Non mi sembri il mio Fortunato. Proprio te che quel giorno che hanno messo in piazza quei tre poveri martiri che avevano fucilato perché erano contrari ai Francesi ti sei messo a piangere e dicevi che ammazzare la gente era il pecca­to più grosso !

FORTUNATO — E' la vita, mamma, la vita. Bisogna andare fuori di casa per capire come va il mondo, per stare attenti ai propri interessi e non stare mica tanto a guardare agli altri. Si arrangi­no, gli altri.

BORTOLO — Mica male per il nostro chierichetto tutto lui e dedissione al prossimo...

ANTONIA — Ma sei proprio tu, Fortunato, che parli a questa ma­niera? Che dici che gli altri possono anche andare in malora che a te non t'interessa niente?

FORTUNATO — Ma mamma, ho imparato da te. Non mi hai sem­pre detto che dovevi badare ai tuoi interessi, e che per farlo non dovevi guardare in faccia a nessuno?

ANTONIA — Non voltare la frittata. Prima di tutto quello che io faccio è solo per voi, era, anzi, solo per voi, dato che il Vitto­rio... (pausa).

FORTUNATO — Ci sono sempre io, mamma, sono sempre tuo fi­glio...

ANTONIA — Non so mica, sciur ufficiale dei miei stivali, che ti chiamavano il "Giovannino sensa paura" per dire che avevi pau­ra di tutto e adesso fai il gradasso!

FORTUNATO — Sono caporale, mamma, mica ufficiale.

ANTONIA — Caporale o generale siete tutti una compagnia. Met­tete su una divisa e subito vi mettete a comandare e a maltratta­re la gente, credete di essere diventati i padroni della melonaia. Ci sarà forse qualcuno che vi crede, che ha paura quando alzate la voce, ma a me non me la date mica a bere, è tutta una pa­gliacciata. Come quelli che vanno in giro in città a gridare e a picchiare quelli che non vanno d'accordo con loro!

FORTUNATO — Magari sono ragazzi, non gli pare mica vero di fare un po' di baldoria...

ANTONIA (decisa) — Ah no, questa non è mica baldoria, queste sono mascalzonate. Bisogna smetterla di sopportare tutto e tro­vare scuse a tutti. Quelli lì sono ragazzi, quelli che rubano sono disgraziati, quelli che ammazzano sono dei disperati, poverino questo, poverino quello...

BORTOLO — Ha ragione tua madre, non si può giustificare la cat­tiveria.

ANTONIA — Grazie, signor professore. E te Fortunato abbassa le arie, non fare il Padreterno, hai una sciabola addosso ma perdi ancora la bauscia, non puoi fare il prepotente con noi...

FORTUNATO — Dài mamma, non farmi la predica! Mi hai inse­gnato te a...

ANTONIA — Ah no, io non ti ho insegnato a pensare solo per te, a pestare sotto i piedi la gente che ha bisogno, ad ammazzare, questo proprio no. Io ti ho tirato su timorato di Dio, attento a aiutare la gente che sta peggio di te. Adesso mi spaventi, proprio te che parlavi sempre di carità cristiana...

FORTUNATO — Sono stato chiamato a fare il soldato nell'esercito austro-russo, non sarei andato per conto mio, però ero anche contento perché così difendevo gli interessi della Chiesa!

ANTONIA — Sarai anche andato a proteggere gli interessi della Chiesa ma la chiesa non è solo andare a cantare il “Tantum er­go" e accendere le candele. La religione dice prima di tutto di comportarsi da galantuomini e avere compassione degli altri...E poi i tuoi amici, in fatto di chiesa... Non sono mica stati i russi a portare via tutto dalle chiese, paramenti, crocifissi, quadri? Non si contentavano mica di portare via gli orologi agli uomini e gli orecchini alle donne...e non parliamo poi di quello che facevano alle ragazze che incontravano... Non le insegnavano mica il dot­trinino, a quelle...

FORTUNATO — Quelli erano i cosacchi.

BORTOLO — Se non erano zucche erano meloni. Venivano sem­pre da quelle bande là.

Scena ottava

(Antonia, Bortolo, Fortunato, Lorenza, Ambrogio)

(Entra Lorenza, che introduce Ambrogio, leggermente alticcio)

AMBROGIO — E' permesso? Come mai la porta non è spalancata come sempre in questo ospitale esercizio? Beh, auguri a tutti e buon anno!

LORENZA — Non è mica ancora l'anno nuovo!

AMBROGIO — No, ma ci manca poco. Volevo bere un bicchiere alla salute della signora Antonia e di tutta la sua simpatica fami­glia... (Accorgendosi della presenza di Fortunato). Guarda chi c'è qua, il Fortunato in divisa di baldo ufficiale! Auguri anche a lui e a tutti per un buon inizio del nuovo anno , che è anche l'i­nizio di un nuovo secolo, un'era che si prospetta gloriosa!

LORENZA — Io non so mica se il milleottocento sarà una polpetta


gloriosa, so solo che questo millesettecento non è stato un gran­ché bello !

AMBROGIO — Niente paura! Grazie all'illuminato governo di Sua Maestà Imperiale d'Austria e d'Ungheria, che ha trionfato sulla barbarie del franco tiranno, domani - anzi, fra poco - pri­mo gennaio 1800, respireremo un'aria nuova.

LORENZA — Ma non dicevate che i Francesi erano portatori della libertà?

BORTOLO — E prima ancora che i governanti veneti erano meglio di tutti?

AMBROGIO (disdegnando le interruzioni) — La Storia cammina, signori miei, il progresso è inarrestabile. Ma io vi ho interrotto, andate pure avanti a dire quello che stavate dicendo quando so­no arrivato.

BORTOLO — Grazie del permesso. Stavamo proprio parlando dei tempi nuovi e delle nuove crape, anche quelle che esagerano un po' a cambiare le sue idee...

AMBROGIO (cantando sull'aria della Marsigliese) — "Marciam, marciam, / un sangue infame / inondi il nostro suol!".

FORTUNATO — Ma è diventato matto, sciur Ambrogio? Non si accorge che questa qui è una canzone del tempo dei Francesi?

BORTOLO — E poi è anche stonato! Ohé, avevano il coraggio di chiamarla la Marcia dei Bergamaschi!

AMBROGIO (come se niente fosse) — Datemi retta, i destini del nostro popolo...

ANTONIA (interrompendolo) — Guardate, sciur Ambrogio, adesso sono proprio stufa morta dei destini del popolo. E vi spussa il fiato che è una bellezza! Capisco che stasera siete un po' alle­gro, ma venire qui a fare delle pagliacciate sul governo austria­co e su tutti i governi di questo mondo non ci ho proprio voglia di sentirvi. E non so se è il caso di darvi ancora da bere.

AMBROGIO — Ho capito il busillis, sciura Antonia, sono perfetta­mente in grado di afferrare le allusioni... Vado a casa, anzi no, passando vado a berne un bicchierino per festeggiare. Auguri e viva il nostro amato Re e Imp...

ANTONIA — Uffa!

BORTOLO — E' meglio che non dite più niente, Ambrogio. Ri­cordatevi che la padrona la chiamano l'"Antonia dei ciucchi" mica per niente, è capace di ricorrere alle maniere forti con quelli che alzano un po' troppo il gombito...

(Ambrogio esce precipitosamente)

Scena nona

(Antonia, Bortolo, Fortunato, Lorenza)

BORTOLO — Oh, e adesso ragioniamo un po' con calma. Tornia­mo a quel che diceva il Fortunato a sua madre. Scusate tanto se mi intrometto, ma spero che mi consideriate un po' della fami­glia e mi lasciate dire qualcosa anche a me. Il Fortunato ha tor­to, faccio fatica a riconoscerlo anch'io, ma voi Antonia non fate finta di non capire. Ai figli non bisogna dire una cosa e farne un'altra, c'è anche l'esempio... non si può più pretendere che seguano gli insegnamenti morali detti a voce se poi in pratica si fanno delle cose contrarie a quello che si dice..

LORENZA — Fate quello che dico ma non fate quello che faccio...

ANTONIA — Ah, meno male, dopo il grillo parlante è arrivata la gazza sapiente.

FORTUNATO — Dài, mamma, lo sappiamo tutti che quello che fai è per noi, ma io sono sotto le armi e altri sono i miei doveri. Io servo l'Imperatore, adesso!

ANTONIA — Ecco, appunto, sei un servo. Sono proprio stufa del­l'imperatore, del Napoleone, dei Veneti, dei russi, dei todeschi e di tutti. Sarebbe ora di finirla con tutti questi forestieri che ven­gono qui a comandare in casa nostra. Ma quelli che mi danno più fastidio ancora sono i disonesti, gli spioni, e quelli che da­vanti piangono e poi dietro le spalle ridacchiano. Quelli non posso proprio vederli. Bisogna proprio dirlo, non basta fare i soldi, prima dobbiamo essere onesti noi, dopo si può pretendere che siano onesti gli altri.

(Gli astanti rimangono un momento in silenzio, un po' sorpresi. Entrano Giulia e Maddalena).

Scena decima

(Antonia, Bortolo, Fortunato, Lorenza, Giulia, Maddalena)

MADDALENA (corre verso Antonia, buttandole piangendo le braccia al collo) — Mamma!

ANTONIA (sorpresa, prima resta un po' incerta, poi ricambia l'abbraccio) — L'hai saputo, neh! Te l'ha detto la Giulia! Cià, andiamo, Maddalena, non fare così. La disgrazia è di quelle che fanno scoppiare il cuore, ma noi ti vogliamo bene. Te e il tuo bambino qui avete la vostra casa. L'avete chiamato Benvenuto e è "Benvenuto" davvero.

BORTOLO — Antonietta, l'ho sempre detto io che siete una gran donna.

LORENZA — Antonietta? Questa poi. Non è mai stata Antonietta, è sempre stata Antonia, è nata Antonia, io la conosco da quando era piccola; ma no, non è mai stata piccola, quella, non c'era mica tanto da scherzare con lei.

ANTONIA — E neanche adesso non c'è tanto da scherzare con me, neh, cara la mia signora!

LORENZA — Magari fossi una signora, vorrebbe dire che avrei i soldi.

BORTOLO — Ma abbiamo appena finito di dire che i soldi non sono tutto. Si può essere signori anche in altro modo.

ANTONIA (sospira) — Eh, è vero, i soldi non sono tutto. Pensavo di mettere da parte qualcosa per i miei ragazzi, per essere libera, libera dai bisogni e indipendente dagli altri. Povera illusa! A parte il fatto che in una sera ho perso un figlio e a momenti non mi trovo neanche con quell'altro, sono sempre stata e conti­nuerò a essere una poveretta che ha bisogno di tutti. Non vole­vo dipendere da nessuno, consideravo gli altri come tanti scioc­chi, invece sono io la stupida.

BORTOLO —Adesso poi non esageriamo. Vi occorre solo un po' di bella maniera, anche con voi, non solo con gli altri! E poi il fatto che qualche volta avete bisogno degli altri non mi dispiace del tutto...

ANTONIA (raddolcita) — Ho capito, Bortolo, è come dirmi: "Ci sono anch'io". Lo so che sei un amico fidato.

BORTOLO (a parte) — Mi dà del "tu". (Forte): Sono proprio solo un amico?

ANTONIA (affettuosamente) — Dài, non fare il brontolone. Vedre­mo col nuovo anno...

BORTOLO (ironico, per non cedere alla commozione) — Sta a ve­dere che la Madonna apparsa in Santa Caterina nell'aprile scor­so, quando ha fermato i cosacchi che ne facevano da vendere e da spendere, ha fatto la grazia anche all'Antonia, le ha toccato il cuore!

ANTONIA — Lascia stare la Madonna, Bortolotto che non sei al­tro! Non lo sapevo che ti interessavi anche delle cose di chiesa...

LORENZA — Ogni diavolone ci ha la sua devossione.

Scena undicesima

(Antonia, Bortolo, Fortunato, Lorenza, Dottore, Giulia e Mad­dalena)

(Entra il Dottore, seguito da Giulia e Maddalena)

DOTTORE — Buona sera a tutti! Antonia, ho sentito cosa è succes­so al povero Vittorio! Mi dispiace tanto. Poveretto anche lui, un così bravo figliolo! Però so che c'è a casa il Fortunato, guardalo lì nella sua brillante divisa di ufficiale. Insomma non sapevo se era il caso di venirvi a trovare e farvi gli auguri, ma ho creduto che era il mio dovere, anche se è una notte da lupi!

GIULIA — Perché, dottore, è una notte da lupi?

DOTTORE — Perché l'aria è gelida e se molla un po' si mette a nevicare. Viene giù già qualche favilla. Non volevo offendere i tuoi amici lupi, Giulia, bisogna stare attenti con questa qui a parlare di bestie.

ANTONIA — Cià, dottore, un bicchiere con noi prima di andare a letto.

DOTTORE — Non aspettate l'anno novello? Mancano pochi minu­ti.

ANTONIA —Appena arriva mezzanotte noi andiamo tutti a dormi­re. E' stata una giornata lunga, e la serata poi!... (Sospira). Ne abbiamo già venduto abbastanza di sole per comprare l'olio del­la lucerna.

DOTTORE — Giusto, Antonia. I tempi sono grami, bisogna fare economia. Ma niente paura, il nuovo secolo cambierà le cose...

ANTONIA —E dàgli!

DOTTORE — Non ci saranno più guerre, l'uomo diventerà più ci­vile, troverà il modo per farci vivere felicemente. Verrà un tem­po in cui il progresso permetterà che le carrozze vadano senza cavalli e riusciremo a volare nel cielo, come prevedeva il grande Leonardo, e allora ci sarà pace e benessere per tutti.

(Giulia e Lorenza sghignazzano. La pendola batte la mezzanotte)

DOTTORE — Ecco, la mezzanotte ci ha sorpresi. Buon anno a tut­ti, anzi buon secolo nuovo (brinda).

(Bortolo convince Antonia a bere un sorso di vino. Maddalena piange silenziosamente).

ANTONIA (a Maddalena) — Basta piangere, adesso. Ti ho detto che sei in casa tua, a te e al tuo bambino non ci mancherà nien­te.

MADDALENA (dopo essersi asciugate le lacrime) — Ma lei, mamma Antonia, ci crede che in questo nuovo secolo ci sarà un po' di requie per noi, e succederanno tutte quelle cose che ha detto il dottore sul progresso e compagnia bella?

ANTONIA (riscuotendosi, dice con la consueta energia, scanden­do bene le parole) — Non ci credo neanche un po'. Può darsi che riescano ad inventare delle cose che noi oggi non ci sogniamo neanche, ma che diventino tutti bravi e che ci sarà la "feli­cità per tutti" non ci credo per niente. Meglio non aspettarci niente dagli altri. Quelli che sgobbano e quelli che pagano sia­mo sempre noi, i poveri martiri. Quelle belle parole lì sono pro­prio soltanto parole, mi sembrano le sfarlocate dei ciucchi. Però diamoci da fare lo stesso... L'importante è tirarsi su le maniche, mica chiacchierare. Alé!

(Antonia, che era seduta, scatta in piedi, si tira su le maniche, si mette a rassettare con decisione. La luce ora è solo su di lei, forte, e svanisce fino al buio totale. Gli altri immobili, nell'om­bra).

Copyright 2001 by C.A.M.A. - Milano, Sipario Edizioni

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