L’antro di Yima

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L’ANTRO DI YIMA

L’ANTRO DI YIMA

COMMEDIA DRAMMATICA

IN DUE ATTI E DUE QUADRI

DI

ALDO CIRRI

PERSONAGGI :

PAOLO MONTANARI       - maggiore pilota       - anni 35

BARBARA                           - moglie di Paolo       - anni 30

JAFAR BEN ISMAAEL      - medico                    - anni 40

ASIF                                      - guerrigliero              - anni 30

QASIM                                  - guerrigliero              - anni 30

JAMILA                                - infermiera                - anni 25

KARIM                                 - ragazzo                    - anni 20

RATIBA                                - bambina                   - anni 10

MALATI E FERITI              - vari                          - ****

VOCE FUORI CAMPO       - speaker                    - ****

VOCI FUORI SCENA         - soldati                     - ****

I TEMPI DELL’AZIONE SONO INDICATI ALL’INIZIO DI OGNI QUADRO E DI OGNI ATTO


QUADRO INIZIALE

ROMA - MARZO 2003

SCENA

L’ingresso ed il salotto di un moderno appartamento. La scena ha cinque pareti: due laterali, una di fondo e due inclinate a 45° che uniscono quelle laterali a quella di fondo, in sostanza l’insieme delle pareti deve costituire la metà di un poligono a dieci lati. Parete di sinistra: un piccolo mobile con un telefono ed uno specchio alla parete. Parete a 45° di sinistra: porta di ingresso dell’appartamento. Parete di fondo: una portafinestra che dà su un balcone. Parete a 45° di destra: l’inizio di una rampa di scale che, curvando verso destra, sale alle camere superiori. Parete di destra una porta che dà nella cucina. Al centro della scena un divanetto rivolto verso il pubblico. Mobili e arredi vari completano la scenografia. Nota: tutto l’allestimento scenico (compresi i mobili e le suppellettili) deve essere impostato in modo da poter essere utilizzato, con opportune e rapide modifiche, per rappresentare il sotterraneo nel primo ed nel secondo atto.

SIPARIO

Metà mattina. La scena è vuota. È una giornata luminosa, il sole entra dalla portafinestra del balcone dal quale si intravedono alcuni tetti e le cime degli alberi. Da fuori scena si sentono dei rumori e delle voci che si avvicinano alla porta di ingresso.

PAOLO                - (da fuori scena) Hai tu la chiave?

BARBARA          - (c.s.) Credo di si... aspetta... ah sì eccola.

Si sente il rumore della chiave che gira nella toppa, poi la porta si apre ed entrano Paolo e Barbara. Si tratta di due bei giovani da poco sposati, sorridenti e innamorati. Paolo è carico di pacchi e buste della spesa, Barbara invece ha solo qualche sacchetto in mano.

BARBARA          - Uff... aspetta.

Barbara corre a posare i suoi sacchetti, poi si avvicina a Paolo, rapidamente lo alleggerisce dei pacchetti e delle buste e li posa sul divano. Paolo la guarda stupito. Barbara, una volta terminata l’operazione, torna rapidamente da Paolo e lo abbraccia.

PAOLO                - (sorridendo) Hei che ti prende?

BARBARA          - (guardandolo negli occhi) È da quando abbiamo preso l’ascensore che non ti vedo.

PAOLO                - Se lo sapevo mettevo una mia foto sul mucchio dei pacchi.

BARBARA          - Spiritoso!

PAOLO                - Ti sono mancato per quattro piani di ascensore?

BARBARA          - Mi manchi anche quando vai sul balcone ad innaffiare le piante.

PAOLO                - Vuol dire che installerò l’innaffiatore a tempo, così mi vedrai più spesso.

Si baciano.

PAOLO                - Sei felice?

BARBARA          - E me lo chiedi?

PAOLO                - Certo, mi piace sentirtelo dire.

BARBARA          - (appoggiandosi alla spalla di Paolo) Vorrei che esistesse solo il presente.

PAOLO                - E perché non il futuro?

BARBARA          - Ho paura del futuro, è l’unica cosa che ti può portare via.

PAOLO                - Ma è nel futuro che cammina la nostra vita.

BARBARA          - (tornando a guardarlo in viso rapita) Sì, ma è nel presente che piantiamo i nostri semi ed ora tu sei qui e, per ora non desidero altro.

Si abbracciano.

PAOLO                - (stringendola più forte e sussurrando) Ho voglia di te.

BARBARA          - (divincolandosi) Veda di rimandare i suoi bollenti spiriti a dopo, signor maggiore! Oggi voglio prepararle un pranzetto con i fiocchi... con molto peperoncino (sghignazzando intrigante) non vorrei che, nel frattempo le si raffreddassero i suddetti spiriti!

PAOLO                - (cercando di prenderla) Vieni qui, strega delle mie brame!

BARBARA          - (fuggendo e ridendo) Lasciami!

I due giocano a rincorrersi per alcuni secondi finché non squilla il telefono. Barbara si ferma all’improvviso e Paolo l’afferra.

BARBARA          - (ridendo) Smettila!

PAOLO                - (cercando di trattenerla) Mi hai provocato, ora ti mangio!

BARBARA          - E dai!

PAOLO                - Non mi sfuggi.

BARBARA          - Il telefono!

PAOLO                - Tutte scuse.

BARBARA          - Potrebbe essere tua madre.

PAOLO                - Lasciala suonare.

BARBARA          - (ridendo) Tua madre non sa suonare! Chi suona è il telefono!

Paolo scoppia a ridere e la lascia andare. Barbara raccoglie pacchi e sacchetti ed entra in cucina.

PAOLO                - (sorridendo) Non credere che sia finita qui!

BARBARA          - (dalla cucina) Il telefono!

Paolo alza la cornetta, ma continua a parlare per alcuni secondi con Barbara.

PAOLO                - (c.s.) Dopo facciamo i conti!

BARBARA          - Rispondi!

PAOLO                - (al telefono) Pronto? Sì, sono io... (serio) signor colonnello... sì, no, non si preoccupi, non eravamo ancora a tavola...

Barbara, asciugandosi le mani alla parannanza, che nel frattempo ha indossato, esce lentamente dalla cucina e si mette ad ascoltare la conversazione incuriosita e preoccupata.

PAOLO                - (al telefono) Una riunione? Per quando?... ah, oggi pomeriggio... (lancia un’occhiata a Barbara).

BARBARA          - (gesticolando stizzita)Accidenti, ma sei in ferie!

Paolo le fa il gesto di stare zitta.

PAOLO                - (guardando Barbara) S... sì, certo...

Barbara fa un altro gesto stizzito sbatte i piedi, e rientra in cucina seccata.

PAOLO                - (al telefono) Sì, va bene ci sarò... no, non si preoccupi... non importa...

Barbara rientra in scena e, furente a braccia incrociate, si mette a guardare Paolo.

PAOLO                - (al telefono) Sì, signor colonnello... oggi pomeriggio... certo... comandi.

BARBARA          - (lo assale scimmiottandolo) Certo, signor colonnello, sicuro signor colonnello, comandi signor colonnello!

PAOLO                - (cercando di spiegare) Barbara...

BARBARA          - (continuando imperterrita)... non si preoccupi signor colonnello, ho fatto solo due giorni di ferie, posso anche rinunciare agli altri tredici...

PAOLO                - Amore...

BARBARA          - ... tanto mia moglie può aspettare un altro anno...

PAOLO                - Non è così...

BARBARA          - (lo interrompe urlando stizzita) E allora com’è?

Breve pausa. Paolo è imbarazzato.

BARBARA          - (stizzita) Neanche due schifosissime settimane di ferie si riesce a passare insieme e tutto perché c’è un “signor colonnello” che, dall’altra parte del telefono, non può aspettare...

PAOLO                - Mi vuoi stare a sentire?

BARBARA          - (ironica)... e quando il “signor colonnello” chiama, il “signor maggiore”, non può mancare all’importantissima riunione che si terrà nel pomeriggio, anche a costo di piantare tutto e correre ad ascoltare le importantissime e vitali comunicazioni che il “signor colonnello” farà a proposito di...

PAOLO                - (interrompendola secco) È arrivato l’ordine di mobilitazione.

Barbara si blocca e, portandosi una mano alla bocca, soffoca un grido.

BARBARA          - Vu... vuoi dire che...

PAOLO                - (sospirando) Sì è stato dato l’inizio all’operazione “Antica Babilonia”

BARBARA          - (spaventata) Iraq?

PAOLO                - Sì.

BARBARA          - Oh mio Dio!

PAOLO                - (avvicinandosi e mettendo le mani sulle spalle della moglie) Stai tranquilla, siamo solo un contingente di pace.

BARBARA          - (guardandolo stralunata) E allora perché andate in zona di guerra?

PAOLO                - Dobbiamo assicurare gli aiuti umanitari necessari e la realizzazione delle opere urgenti perché possano essere ripristinate la funzionalità delle infrastrutture e dei servizi.

BARBARA          - (ridendo amaramente) Parli come un piano operativo... ed io?

PAOLO                - Stai tranquilla, andrà tutto bene... non staremo via molto...

BARBARA          - (incalzante) Paolo ti prego, digli che non puoi andare, inventa una scusa... digli che non puoi lasciarmi... che sto male, digli che devo ricoverami…

PAOLO                - (abbassando gli occhi) Non posso.

Barbara lo guarda esterrefatta, si allontana all’indietro di qualche passo.

BARBARA          - (intuendo tutto) Ti sei offerto volontario!

PAOLO                - Barbara...

BARBARA          - (singhiozzando) Dimmi che non è vero?

PAOLO                - ...non devi prenderla così, credimi è importante, è l’unica vera occasione che ho per rendermi veramente utile, e che potrà essere utile alla mia carr...

BARBARA          - (urlando esasperata) Rispondimi!

Pausa.

PAOLO                - (rassegnato) Sì, mi sono offerto come volontario.

Barbara scoppia in lacrime.

PAOLO                - (avvicinandosi) Amore, ti rendi conto che cosa c’è laggiù?

BARBARA          - (stizzita) Non toccarmi!

PAOLO                - C’è un pazzo in medio oriente che ha ucciso qualcosa come cinquemila persone tirando giù due grattacieli e forse sta progettando qualche altra catastrofe...

BARBARA          - (c.s.) Te l’ha detto il “signor colonnello” che è stato il pazzo?

PAOLO                - Lo hanno detto i servizi di informazione di mezzo mondo! Cristo, Barbara! Da quelle parti c’è qualcuno che vuol dichiarare guerra al pianeta e ci stiamo ancora a chiedere chi è?

BARBARA          - (c.s.) Non credo che sia l’unico.

PAOLO                - (alzando la voce) L’unico no, ma il più paranoico sì! Ti rendi conto quanta gente è morta nel crollo delle torri?

BARBARA          - (più calma) E tu ti rendi conto che per dar retta alla ripicca di qualcuno che vuole vendicare quei morti ne ucciderete dieci volte tanti?

PAOLO                - La guerra è così, da millenni muoiono innocenti perché le future generazioni possano vivere in pace e tranquillità.

BARBARA          - Certo, come se le guerre fossero l’unica soluzione!

PAOLO                - La diplomazia ha fallito.

BARBARA          - La diplomazia “doveva” fallire, questa guerra “doveva” essere fatta, è tanto difficile capirlo?

PAOLO                - (irritato) Barbara, non sai cosa stai dicendo. Noi andiamo lì proprio per difendere i civili, proprio per fare in modo che, per un pazzo, non ci vadano di mezzo i bambini, i vecchi, i più deboli. Proprio perché questo pazzo non si nasconda dietro questi esseri umani.

BARBARA          - (calma e risoluta, guardandolo negli occhi) Bene se proprio devi salvare i bambini dalla guerra, comincia con uno: il tuo!

Pausa.

PAOLO                - (esterrefatto) Ba... barbara, tu...

BARBARA          - Sì, aspetto nostro figlio, se nascerà orfano di suo padre con chi me la dovrò prendere? Con Saddam Hussein, con Bush o con il “signor colonnello”?

PAOLO                - (avvicinandosi) Barbara... perché non me l’hai detto prima...

BARBARA          - (singhiozzando) Era il mio regalo... per l’anniversario.

PAOLO                - Amore...

BARBARA          - (esplode) Via! Vai via! Vai a fare la tua guerra, quando avrai difeso bambini iracheni a sufficienza, vieni a difendere la vita del tuo, perché io da sola senza suo padre non ce la farei!

Barbara entra in cucina sbattendo la porta. Paolo, disperato, si siede sul divano e si prende la testa fra le mani.

FINE DEL QUADRO INIZIALE


PRIMO ATTO

UNA LOCALITÀ IMPRECISATA NELLE VICINANZE DEL WADI AL GHADAWI

SETTANTA CHILOMETRI AD OVEST DI AR RAHHALIYAH

APRILE 2003

ATTENZIONE

Nel testo diverse battute sono scritte in grassetto e con la sottolineatura si tratta dei dialoghi dei personaggi di nazionalità irachena che, nella storia, teoricamente dovrebbero essere interpretati in lingua originale. Per consentire al pubblico di seguire la vicenda, e quindi anche il significato dei dialoghi in lingua, si suggeriscono alcuni espedienti tecnici:

potendo disporre della traduzione originale delle battute, gli attori devono servirsi della mimica e l’intonazione per permettere al pubblico di afferrare il senso dei dialoghi e dell’azione;

gli attori possono utilizzare un gramelot arabo-asiatico aiutandosi con la mimica e l’intonazione per consentire al pubblico di afferrare il senso dei dialoghi e dell’azione;

gli attori possono parlare in lingua originale o in gramelot arabo-asiatico e, in qualche punto del boccascena potrebbero scorrere dei sottotitoli in italiano;

gli attori che interpretano personaggi iracheni, possono mantenere le battute in italiano (magari con un’inflessione asiatica). In tal caso, quando i personaggi parlano in iracheno fra loro, possono essere illuminati da luci diverse da quelle di scena (tipo spot concentrati dall’alto), in modo da isolarli dal resto dell’azione scenica e far capire al pubblico che stanno parlando una lingua che Paolo non capisce.

SIPARIO

SCENA

Per questa scena viene utilizzata la stessa struttura a cinque pareti del quadro iniziale. L’allestimento deve rappresentare una sorta di bunker-rifugio semisotterraneo. Le pareti sono sbiadite e scrostate con qualche scritta araba. Al posto della porta d’ingresso (parete a 45° di sinistra) c’è un’apertura nascosta da un telo sporco e stracciato, inchiodato sopra l’apertura, che fa da tenda. Al posto della portafinestra del balcone (parete di fondo), c’è un’altra apertura, oltre di essa, spostato indietro di circa mezzo metro, un muro che ne copre tutto il fondale. Sulla sommità del muro tre finestre a feritoia, larghe e basse dalle quali arriva la luce dall’esterno. Le scale della parete a 45° di destra, costituiscono l’unico accesso dall’estero al rifugio. Dalla sommità delle scale (fuori scena) filtra la luce del giorno. Rottami, paglia, polvere, calcinacci, detriti ed altri elementi (utilizzando anche quelli del quadro iniziale) devono rendere l’idea della precarietà, dell’atmosfera di abbandono del luogo e della drammaticità della situazione.

SCENA PRIMA

Crepuscolo. La luce filtra appena dalle finestre a feritoia, in lontananza arrivano suoni di guerra: esplosioni, urla, colpi di artiglieria, rumori di aerei ecc., dopo poco, da fuori scena, si sente la voce di uno speaker radiofonico.

VOCE FUORI CAMPO       - (drammatica) Interrompiamo le trasmissioni per trasmettere una segnalazione dal fronte iracheno. Fonti europee non ufficiali hanno diramato la notizia secondo la quale un elicottero americano, classe Cobra, in missione di ricognizione, è stato abbattuto dalla contraerea irachena sul territorio ad ovest di Ar Rahhaliyah. Sembra che a bordo, oltre al pilota, fosse presente anche un maggiore dell’aviazione italiana. Non si conosce né il luogo esatto dell’abbattimento del velivolo, né la sorte dell’equipaggio. Le stesse fonti sostengono che l’ufficiale avesse il compito di prendere contatto con un gruppo di ribelli anti-regime non ben identificato che controlla la zona. Né il portavoce della Casa Bianca né le fonti ufficiali irachene hanno confermato o smentito la notizia.

In lontananza, si sentono ancora colpi di artiglieria ed esplosioni. Ogni tanto dalle finestre a feritoia lampeggiano vampe di armi da fuoco pesanti che vanno ad illuminare spettralmente la scena, nella controluce dei lampi passano delle ombre come di persone che corrono. In lontananza si sentono delle voci e delle urla. Lentamente gli effetti sonori e luminosi diminuiscono di intensità, rimanendo in sottofondo. Dalle scale di destra entra Paolo: indossa una tuta di volo dell’aeronautica militare italiana, sporca e lacerata in più punti. È sporco, ustionato e sfinito, nella destra stringe ancora il casco da pilota e si tiene in piedi a stento. Barcollando riesce a trascinarsi sulla sinistra della scena cadendo stremato su un pagliericcio. Dopo qualche secondo riesce ad alzare la testa a fatica, si guarda intorno infine cade svenuto. La scena lentamente cade nel buio, i rumori, le voci ed i colpi delle armi diminuiscono fino a sparire.

SCENA SECONDA

Notte. Dalle finestre a feritoia filtra la luce della luna. Si sentono delle voci fuori scena che ai avvicinano. Dalla scala di destra i fasci di due torce elettriche sciabolano nel buio. Dalla scala spuntano Asif e Qasim, indossano abiti di foggia araba polverosi e sporchi, hanno delle cartucciere in vita e sulle spalle e sono armati di fucili mitragliatori. I due si muovono con molta circospezione e con le armi spianate, illuminando con le torce l’ambiente. Inizialmente non si accorgono della presenza di Paolo, quasi nascosto dalla confusione e dalla sporcizia. Asif arriva in fondo alle scale, dopo di che fa un gesto al compagno di avanzare con cautela.

ASIF                     - (sottovoce) Attenzione, fai piano.

QASIM                 - Vedi nulla?

ASIF                     - (illuminando la stanza) C’è una grande confusione, è pieno di detriti e rottami.

Paolo per un attimo si muove nel pagliericcio. Asif e Qasim, spaventati, si mettono in guardia.

QASIM                 - (urlando) Chi è là?

I due puntano le armi in direzione di Paolo illuminandolo con le torce elettriche.

ASIF                     - (urlando) Fermo lì! Non ti muovere!

QASIM                 - (c.s.) Chi sei, che cosa fai qui?

Paolo solleva la testa stralunato.

PAOLO                - (confuso) C… chi siete?

ASIF                     - (c.s. alzando la canna del fucile mitragliatore) Non ti muovere, alza le mani!

PAOLO                - Sono un pilota italiano… non parlo la vostra lingua.

QASIM                 - (ad Asif) Perquisiscilo!

Asif, muovendosi con cautela si avvicina a Paolo mentre Qasim continua a puntargli il fucile mitragliatore.

ASIF                     - Alza le mani!

Paolo cerca di sollevarsi faticosamente a sedere, ma stenta a farlo. Asif lo raggiunge e, puntandogli l’arma alla gola, comincia bruscamente a perquisirlo. Frugando la tuta di Paolo, l’iracheno tira fuori una pistola, dei documenti e altri effetti personali. Durante la perquisizione Asif tocca alcune ferite e Paolo emette un gemito. Asif, terminata l’operazione, si allontana camminando all’indietro, dopo di che porge i documenti e l’arma a Qasim.

QASIM                 - (scorrendo i documenti) È italiano, dobbiamo avvertire Yima, deciderà lui cosa farne.

PAOLO                - (sentendo il nome di Yima sobbalza) Yima! Avete detto Yima? Siete suoi uomini? Dov’è?

ASIF                     - (urlando) Fermo, stai zitto! Non ti muovere!

PAOLO                - (cercando di rialzarsi) Devo assolutamente vederlo! Fatemi parlare con lui!

Asif si avvicina e, con il calcio del fucile mitragliatore, lo spinge di nuovo a terra. Paolo geme per le ferite.

ASIF                     - (urlando) Stai zitto!

QASIM                 - (rivolto verso le scale) Ratiba!

Dalle scale arriva circospetta e impaurita una bambina con in mano una lanterna a petrolio, anche lei è vestita di stracci sporchi e polverosi.

QASIM                 - Vai a chiamare Jamila.

Ratiba esce risalendo le scale.

ASIF                     - Che ne facciamo di questo?

QASIM                 - Deciderà Yima.

ASIF                     - Lo leghiamo?

QASIM                 - No, è ferito e disarmato, non può fare nulla.

SCENA TERZA

In quel momento dalla scala scendono Ratiba e Jamila. Jamila è una classica bellezza orientale, come gli altri indossa vesti sporche e polverose, ha un velo che le copre la testa e porta con se una grossa e vecchia valigia. Ratiba si ferma a metà scala, mentre Jamila, arrivata al centro della scena, posa la valigia e si guarda intorno. Qasim e Asif, la guardano a loro volta.

QASIM                 - (a Jamila mostrandole il posto) Pensi che possa andare bene per i nostri feriti?

Jamila senza girasi verso Qasim, si guarda ancora un po’ intorno.

JAMILA               - (sorridendo amara) Abbiamo alternative?

QASIM                 - (sospirando) Purtroppo no.

JAMILA               - (riscuotendosi) Su forza, diamoci da fare, cerchiamo di trasformare questa tana in un pronto soccorso!

Così dicendo Jamila, prende la valigia.

JAMILA               - (sollevandola con fatica) Aiutatemi ad appoggiarla da qualche parte.

Qasim e Asif, rimettono in piedi un tavolo rovesciato, nello stesso momento Paolo emette un gemito e Jamila, che non si era ancora accorta della sua presenza, sobbalza.

JAMILA               - (facendo due passi indietro) Per Allah, chi c’è?

ASIF                     - (avvicinandosi alla ragazza) È un italiano, quando siamo arrivati era già qui. Stai tranquilla lo abbiamo disarmato, è ferito, non può fare nulla.

Jamila aguzza la vista per vedere meglio poi, strappata di mano la torcia a Qasim, la punta addosso a Paolo, che si ripara gli occhi. Jamila, dopo averlo osservato con curiosità, si avvicina circospetta infine, con delicatezza, gli apre la cerniera della tuta e comincia a fare una ricognizione delle ferite.

QASIM                 - Jamila, è un italiano, un nemico!

JAMILA               - Io vedo solo un uomo ferito. Voi mettete la valigia sul tavolo!

I due eseguono. Jamila si avvicina alla valigia, fruga dentro e, alla fine, tira fuori dei disinfettanti e comincia a medicare Paolo che emette ancora gemiti.

JAMILA               - (senza guardarlo in faccia parlando in italiano stentato) Come tu… fatto queste ferite…

PAOLO                - (stupito) Tu parli la mia lingua!

JAMILA               - (c.s.) Poco… poco…

PAOLO                - Ero a bordo di un elicottero in ricognizione, ci ha colpito la contraerea.

JAMILA               - (c.s.) Cosa fare con… eli… eli… ?

PAOLO                - (con il dito fa il gesto delle pale che girano) Elicottero...

JAMILA               - (c.s.) Sì… in deserto?

PAOLO                - Dovevamo prendere contatti con dei ribelli.

JAMILA               - (c.s.) Ribelli?

PAOLO                - Sì, c’è un gruppo di anti-governativi da queste parti, dovevo contattare il loro capo… un uomo che si fa chiamare Yima.

Alla parola Yima, Jamila si ferma per un attimo e guarda Paolo negli occhi, poi guarda i compagni. Paolo nota la reazione di Jamila. Anche Qasim e Asif, smettono di sistemare la stanza e guardano Paolo.

PAOLO                - (accorgendosi della perplessità di Jamila) Tu conosci Yima!

JAMILA               - (scuotendo la testa) No, no… nessuno ha nome Yima… Yima è solo… leggenda.

PAOLO                - Ascolta, ti prego, devo assolutamente parlare con Yima.

JAMILA               - No, nessun Yima… Yima solo storia, solo fantasia…

PAOLO                - (afferrandola per un braccio) È importante credimi, devi aiutarmi, (poi rivolto anche agli altri) mi dovete aiutare!

JAMILA               - Lasciami!

ASIF                     - (urlando) Lasciala stare!

Asif si precipita sui due, strappa Jamila dalle mani di Paolo e lo respinge con una pedata in petto. Paolo geme tossisce e, dolorante, cade disteso.

QASIM                 - Che cosa ha detto?

JAMILA               - (riprendendosi) È venuto per vedere il comandante.

QASIM                 - Che cosa vuole da lui?

JAMILA               - Non lo so, dice che ci deve parlare.

ASIF                     - (avvicinandosi ai due) Che facciamo?

QASIM                 - Tu vai ad avvertire Yima, deciderà lui, intanto noi portiamo giù i feriti.

Qasim esce seguito da Ratiba.

SCENA QUARTA

Jamila torna ad occuparsi delle ferite di Paolo e Asif finisce di sistemare alla meglio il rifugio. Poco dopo dalla scala, preceduti da Ratiba, che regge la lanterna, entrano Karim e Qasim che aiutano alcuni feriti a scendere. Paolo osserva tutto con stupore. I due aiutano feriti e malati a distendersi sui pagliericci improvvisati nel bunker poi escono di nuovo per tornare poco dopo a portarne altri. Finita l’operazione Asif esce, Qasim si mette sulla scala di guardia scrutando fuori del bunker, Jamila e Karim si occupano dei feriti, Ratiba gli aiuta come può.

PAOLO                - (a Jamila) Come ti chiami?

Jamila lo guarda scuotendo la testa.

PAOLO                - Tuo nome… quale tuo nome… io Paolo, tu?

JAMILA               - (timorosa) Ja… Jamila.

PAOLO                - (accennando un sorriso) Bel nome… ha un significato?

JAMILA               - (scuotendo la testa) Non capire…

PAOLO                - (lentamente) Cosa essere nome Jamila?

JAMILA               - Volere dire… “bella”.

PAOLO                - (sorridendo appena) I tuoi genitori hanno visto lontano.

JAMILA               - Non capire…

PAOLO                - (appoggiando stanco la testa sul pagliericcio con un sospiro) Non importa.

Paolo rimane qualche secondo così, poi risolleva di nuovo la testa guardandosi intorno.

PAOLO                - Chi sono questi?

JAMILA               - … Miei compagni.

PAOLO                - (provocatorio) Guerriglieri di Yima?

Jamila lo guarda smarrita per un attimo, poi torna a medicargli le ferite.

PAOLO                - (paziente) Jamila, ascolta: io… noi siamo qui per liberarvi da decenni dall’oppressione, dall’incubo di una dittatura, dalla fame e dalla povertà a cui vi ha portato…

Jamila lo guarda senza capire.

PAOLO                - (c.s.) Jamila, per aiutarvi abbiamo bisogno del vostro aiuto…

JAMILA               - Io non capire… come voi aiutare noi? Noi non chiesto aiuto.

Paolo resta per un attimo stupito.

PAOLO                - (quasi stizzito) … il mondo ha il dovere di portare la democrazia e la libertà dove non c’è!

JAMILA               - De…mo… io non capire.

PAOLO                - (sospirando quasi fra se) Lo so, non la conoscete, avete conosciuto Saddam per troppi anni.

JAMILA               - Noi non volere Saddam Hussein…

PAOLO                - … per questo siamo qui…

JAMILA               - … ma non volere nemmeno stranieri.

Pausa, Paolo è ancora stupito.

SCENA QUINTA

Karim si avvicina a Jamila.

KARIM                - (quasi sottovoce) Jamila, abbiamo finito il disinfettante.

JAMILA               - (sospirando) Vai a vedere nella valigia… forse ce n’è ancora un po’.

Karim, va alla valigia aperta sul tavolo, fruga per qualche secondo poi scuote la testa e torna da Jamila.

JAMILA               - L’hai trovato?

KARIM                - (disperato) Niente… è finito

Jamila china la testa frustrata.

PAOLO                - Cosa succede?

JAMILA               - (guardandolo) Finita…

Jamila non trova la parola e a gesti mima la medicazione della ferita a Paolo.

PAOLO                - Aiutami.

Paolo cerca di mettersi seduto e allunga una mano a Jamila che a sua volta fa un passo indietro. Qasim allarmato scende le scale di corsa, si avvicina a Paolo e gli punta il fucile mitragliatore.

QASIM                 - (urlando) Fermo! Non ti muovere!

Paolo, alza la mano poi, lentamente allunga il braccio sulla tasca laterale dei pantaloni della tuta e l’apre.

QASIM                 - (c.s.) Fermo o sparo!

Jamila con la mano fa abbassare l’arma a Qasim. Paolo con la mano indica la tasca della tuta, Jamila si avvicina fruga nella tasca e tira fuori un kit di pronto soccorso. Tutti tirano un sospiro di sollievo.

QASIM                 - Poteva avere un’arma.

JAMILA               - (guardandolo di traverso) Allora Asif poteva perquisirlo meglio!

PAOLO                - Non è molto.

JAMILA               - Noi non avere nulla… questo è molto.

PAOLO                - Ci sono anche degli antibiotici… (vedendo la faccia perplessa della ragazza) antibiotici, medicine.

JAMILA               - Sì, sì, capito.

Jamila apre il kit, si avvicina ad uno dei feriti e comincia a curarlo.

PAOLO                - Jamila.

La ragazza è occupata con il ferito e non risponde.

PAOLO                - Jamila.

Qasim si avvicina rapidamente a Paolo e gli punta contro il fucile.

QASIM                 - Zitto! Lasciala stare!

Jamila finisce di medicare il ferito e si avvicina di nuovo a Paolo.

PAOLO                - Jamila, dentro l’elicottero c’è una cassetta di pronto soccorso più grande, se mandi questo energumeno a recuperarla, potrai curare i tuoi feriti.

Jamila scuote la testa.

PAOLO                - (paziente) Elicottero… (fa il gesto delle pale che girano)

Jamila annuisce.

PAOLO                - Sopra elicottero essere medicine… medicinali… cassetta…

Jamila annuisce.

QASIM                 - Che cosa ha detto?

JAMILA               - Che sopra l’elicottero c’è una cassetta di pronto soccorso, bisogna andare a prenderla.

QASIM                 - Io non ci posso andare, devo proteggere i nostri feriti.

JAMILA               - Se non ci vai subito, li farai morire i nostri feriti!

QASIM                 - Non posso! Non so nemmeno dov’è!

JAMILA               - (a Paolo) Dove essere caduto elic… elic…

PAOLO                - (tirandosi su a fatica) Elicottero?

JAMILA               - Sì.

Paolo allunga una mano su una delle tasche al petto della tuta. Qasim punta velocemente di nuovo l’arma verso Paolo, Jamila abbassa la canna del fucile mitragliatore di Qasim. Paolo tira fuori una cartina topografica stropicciata, fa un gesto a Qasim che, dopo qualche titubanza, si mette in ginocchio e segue le indicazioni di Paolo. Paolo mostra un punto sulla cartina, Qasim accende la torcia e la illumina.

PAOLO                - Wadi Al Ghadawi!

Qasim guarda la cartina, poi guarda Paolo.

QASIM                 - Wadi Al Ghadawi?

PAOLO                - (indicando un altro punto della cartina) Elicottero caduto qui… vicino a Wadi Al Ghadawi, tu capito?

Qasim, guarda perplesso Paolo.

JAMILA               - (a Qasim) Dice che l’elicottero è caduto vicino a Wadi Al Ghadawi.

QASIM                 - (guardando di nuovo Paolo e annuendo) Wadi Al Ghadawi!

PAOLO                - Jamila, digli di andare subito, sull’elicottero ci sono anche delle taniche, potrete prendere il carburante dai serbatoi per le lampade.

JAMILA               - No… non capire…

PAOLO                - Jamila… benzina… oil… carburante elicottero…

JAMILA               - (a Qasim) Credo che abbia detto di prendere la benzina e l’olio dai serbatoi dell’elicottero per le nostre lampade.

QASIM                 - Non posso andare, non posso lasciarti sola.

JAMILA               - Fra un po’ arriva Yi… (guarda Paolo e si ferma a metà parola) … arriva il comandante, e poi chi vuoi che venga qui, porta con te Karim, Wadi Al Ghadawi non è lontano.

Qasim, guarda Paolo, indeciso.

QASIM                 - Va bene, ma prendi questa.

Qasim porge a Jamila la pistola sequestrata a Paolo.

JAMILA               - (senza degnarlo di uno sguardo) Non mi serve, andate e sbrigatevi!

Qasim guarda ancora con apprensione Jamila poi si alza, fa un gesto a Karim e i due escono dalla scala di destra.

SCENA SESTA

Paolo appoggia di nuovo la testa sul pagliericcio cercando di riprendere le forze. Jamila, aiutata da Ratiba, continua ad occuparsi dei feriti. Dopo un minuto Paolo, riprende fiato, si solleva a fatica sui gomiti ed osserva l’improvvisato ospedale. La scena, illuminata dalla fioca luce delle lampade a petrolio, dovrà creare un’atmosfera suggestiva nel pubblico. PAOLO   - Jamila.

La ragazza è occupata ad assistere un ferito e non risponde.

PAOLO                - Jamila, chi è questa gente?

Jamila si alza e fa un giro di ricognizione controllando la situazione dei feriti. Qualcuno si lamenta. Infine si rivolge a Paolo.

JAMILA               - Due giorni fa, bombardamento in villaggio… fuggiti da villaggio… quasi tutti morti…

PAOLO                - (guardandosi intorno) Sono i superstiti… i sopravvissuti?

JAMILA               - Non capire.

PAOLO                - Quelli ancora vivi?

JAMILA               - Sì… feriti e malati.

PAOLO                - Malati?

JAMILA               - Sì… malati di… (Jamila cerca la parola).

PAOLO                - Infezioni?

JAMILA               - No… co… con…

Paolo la guarda senza capire.

JAMILA               - (si sforza di spiegare) Male nell’acqua.

PAOLO                - Nell’acqua? …inquinamento?

JAMILA               - Quasi… polvere pesante… pericolosa…

PAOLO                - (intuisce e trasecola) Contaminazione!

JAMILA               - Sì.

PAOLO                - Che polvere?

JAMILA               - Polvere ra… radio…

PAOLO                - Radioattiva?

JAMILA               - Sì.

PAOLO                - (fra se) Possibile che qualcuno abbia usato armi nucleari?

SCENA SETTIMA

A questo punto dalla scala, senza essere notati né da Paolo né da Jamila, entrano Jafar e Asif, si fermano sulle scale ed osservano la scena. Jafar è un tipo piuttosto alto, si muove e parla sempre con una certa calma. Asif, una volta accompagnato Jafar esce di nuovo per montare di guardia all’entrata del bunker.

JAMILA               - No armi… polvere dentro carri…

PAOLO                - Dentro carri?

JAMILA               - Sì carri con cannone.

PAOLO                - Carri armati?

JAMILA               - Sì.

PAOLO                - (stupito) Polvere radioattiva dentro i carri armati?

JAMILA               - Sì

PAOLO                - Ma non è possibile!

JAMILA               - Carri armati… esplodere e polvere andare in acqua.

Improvvisamente Jafar risponde a Paolo con un italiano limpido, segnato solo da un leggero accento orientale.

JAFAR                  - Uranio impoverito, maggiore Montanari…

Paolo sobbalza, Jamila si volta e Jafar lentamente scende le scale e raggiunge il centro della scena guardando Paolo negli occhi.

JAFAR                  - … il prodotto di ciò che rimane del processo di fissione nucleare. Gli Stati Uniti utilizzano l’uranio impoverito al posto del piombo per riempire il nucleo di speciali munizioni. L’uranio impoverito è 1,7 volte più denso del piombo, perciò è in grado di penetrare attraverso i mezzo corazzati nemici con relativa facilità. Lo stesso materiale viene impiegato per rinforzare i mezzi blindati, in modo da impedire ai proiettili avversari di penetrare all’interno.

Quando un proiettile all’uranio impoverito colpisce un bersaglio particolarmente duro, l’impatto provoca un intenso calore e l’uranio si diffonde nell’aria sotto forma di polveri. I soldati che si trovano nelle vicinanze respirano le polveri che, grazie al vento, possono diffondersi nel raggio di chilometri dal punto dell’esplosione, e vengono respirate anche dalla popolazione civile. L’uranio impoverito conserva la sua radioattività per quattro miliardi e mezzo di anni e può contaminare il suolo fino a raggiungere le falde acquifere. (pausa) Questa gente ha respirato quell’aria e bevuto quell’acqua.

Jamila fa un leggero inchino alla volta di Jafar che le posa affettuosamente una mano sulla spalla.

PAOLO                - Lei… chi è?

JAFAR                  - (ignorando la domanda si avvicina a Paolo) Dal 1990 al 2000 i casi di cancro tra i bambini sono aumentati di oltre il 380%. Le donne dell’Iraq meridionale hanno paura a rimanere incinte perché temono di dare alla luce figli con delle malformazioni. (Jafar fa una pausa ad effetto si china verso Paolo e parla con tono più profondo) Al momento della nascita, le madri una volta chiedevano se il figlio fosse un maschio o una femmina. Ora chiedono se è normale o no. È questo è il tipo di democrazia che volete portare in Iraq?

PAOLO                - Io…

JAFAR                  - Da quando sono in vigore le sanzioni economiche, negli ospedali i reparti riservati ai malati di cancro spesso sono vuoti: i pazienti arrivano, viene fatta loro la diagnosi e vengono rimandati a casa in attesa che arrivino i medicinali.

Pausa.

JAFAR                  - Maggiore, che cosa è venuto a fare in Iraq? Che cosa vuole da questa gente?

PAOLO                - (recuperando un po’ di padronanza) La mia missione era semplicemente quella di contattare il capo dei ribelli che opera in questa zona.

JAFAR                  - E chi sarebbe questo famigerato bandito?

PAOLO                - Non so chi sia, conosco solo il suo nome di battaglia.

JAFAR                  - E sarebbe?

PAOLO                - Si fa chiamare “Yima”.

Jafar, guarda intensamente Paolo, tutti nella stanza guardano Jafar.

JAFAR                  - Perché vuole vederlo?

PAOLO                - Non sono autorizzato a dirlo e non so ancora chi è lei.

JAFAR                  - Uno che potrebbe metterla in contatto con Yima.

PAOLO                - (sobbalzando) Davvero? La prego deve assolutamente aiutarmi! È importantissimo

JAFAR                  - Per chi?

PAOLO                - Per la guerra, per la democrazia, per voi tutti.

JAFAR                  - Maggiore, io sono solo un medico, non mi occupo di guerra.

PAOLO                - Senta… dottor… ?

JAFAR                  - Jafar Ben Ismaael.

PAOLO                - Abbiamo notizie che cinquemila soldati della guardia repubblicana si sposteranno in questa parte del deserto per cercare di aggirare le truppe della coalizione e prenderle sul fianco. Yima e i suoi ribelli si troveranno schiacciati tra le due forze, ho ricevuto l’ordine di mettermi in contatto con lui per ottenere la sua collaborazione e per offrirgli la protezione delle forze della coalizione.

JAFAR                  - Protezione? Da cosa? Da Saddam, dalla democrazia americana, dalla miseria, dalla fame, dall’uranio impoverito? Da quale di questi flagelli vuole salvare il popolo dell’Iraq maggiore?

PAOLO                - (più sommesso) Dal pericolo di perdere la dignità di esseri umani.

Jafar accusa la battuta, si aggira meditabondo per qualche minuto nel bunker, infine si rivolge di nuovo a Paolo.

JAFAR                  - Forse la metterò in contatto con Yima, ma ...

PAOLO                - Le sono grato dottore.

JAFAR                  - ... ma prima voglio raccontarle una storia.

PAOLO                - (stupito) Una storia? Che storia?

JAFAR                  - La leggenda di Yima.

Jafar si siede davanti a Paolo per iniziare il suo racconto. Le luci in scena si affievoliscono fino a scomparire.

SIPARIO

FINE DEL PRIMO ATTO


SECONDO ATTO

STESSO LUOGO E TEMPO DEL PRIMO ATTO

SIPARIO

SCENA

La scena è la stessa del primo atto.

SCENA PRIMA

Notte fonda. Le luci sono basse. Tutti nel bunker riposano o dormono, Paolo è nella stessa posizione del primo atto, Jafar è seduto di fronte a lui a gambe incrociate. Ratiba dorme con la testa appoggiata in grembo a Jafar. La scena deve dare una sensazione di calma e tranquillità. Nota: la differenza temporale tra il primo ed il secondo atto è piuttosto lunga (crepuscolo nel primo, notte fonda nel secondo) tuttavia Jafar inizia il racconto come se l’avesse appena accennato, questo perché per la narrazione è necessaria una certa atmosfera, come se la notte isolasse i due personaggi nel loro confronto.

JAFAR                  - All’inizio del tempo sulla terra esistevano solo tre razze di uomini. Ahura Mazda stabilì che essi avrebbero dovuto osservare ed sottostare alla sua legge, per questo ordinò a Yima    - il “non nato”, l’essere al di fuori del tempo        - non solo di custodire e proteggere le tre razze, ma anche di imporre loro la sua legge, fu così che Yima divenne il custode del mondo ed il rappresentante, presso gli dèi, dei primi uomini.

PAOLO                - No... non capisco.

JAFAR                  - (fa un gesto per farlo tacere) Yima rifiutò di essere il veicolo della Legge di Ahura Mazda ed anche di diventare il suo sacerdote. Yima invece accettò di nutrire il mondo, governarlo e vegliarlo. Il suo dominio durò trecento inverni. Sotto la guida di Ahura Mazda egli fece crescere la terra ed i suoi abitanti. Alla fine del terzo ciclo di trecento inverni, la vita stava per finire ed allora toccò a Yima portare in salvo il seme delle creature viventi affinché potessero superare il diluvio. La sua arca         - diversamente da quella del vostro Noè       - era un nascondiglio sotterraneo chiamato “Vara”, profondo tre piani con ampi corridoi centrali “lunghi come la corsa di un cavallo”. Yima selezionò accuratamente i compagni, respingendo coloro che praticavano costumi riprovevoli, avevano la lebbra e persino denti guasti. Yima ed i suoi sani compagni rimasero sottoterra mentre incendi, inondazioni e terremoti infierivano in superficie. Quando la catastrofe ebbe termine risalirono all’aperto per far rinascere la nuova razza.

PAOLO                - Chi era Ahura Mazda?

JAFAR                  - Ahura Mazda era il “saggio signore”, il dio supremo della civiltà persiana, la divinità, la saggezza e la conoscenza assolute. Il creatore del sole, delle stelle, della luce, delle tenebre, degli uomini, degli animali e di tutte le attività spirituali e fisiche.

PAOLO                - (sospirando paziente) Dottor Jafar, questa è solo una delle tante antiche leggende di questa terra, ma qui siamo nel pieno di una guerra... cosa c’entra?

JAFAR                  - Maggiore, sa cosa vuol dire “non-nato”?

PAOLO                - (ironico) No, ma scommetto che tra dieci secondi me lo dirà.

JAFAR                  - (imperturbabile) Un “non-nato” è un’idea, un simbolo, una bandiera, un vessillo di cui hanno bisogno gli uomini per riconoscersi, per legare a quel simbolo quella che lei ha chiamato “la dignità di esseri umani”. (pausa poi lentamente) Yima è uno di questi.

PAOLO                - Continuo a non capire.

Senza dire niente Jafar, con delicatezza solleva Ratiba ancora addormentata e, tenendola in braccio, la colloca su uno dei giacigli improvvisati nel bunker. Poi si alza restando in piedi al centro della scena

JAFAR                  - Non è importante che un simbolo sia reale, l’importante che sia reale la sua natura, ciò che esso rappresenta.

PAOLO                - Quindi Yima non esiste?

JAFAR                  - (sorride) Oh, certo che esiste! (poi indica i feriti ed i malati giacenti nella stanza) Eccolo: queste sono le sue ferite, la sua sofferenza, questo è l’Iraq, il pauroso Iraq, il mostruoso Iraq, la nazione che minaccia tutto il mondo!

Paolo tace. Jafar si avvicina.

PAOLO                - Ma non vi rendete conto che i vostri figli non conoscono il significato delle parole democrazia e libertà, e che Saddam, per non correre il pericolo che lo impariate, vi tiene nella miseria e nell’ignoranza? Non vi rendete conto che se non fossero intervenuti gli Stati Uniti e mezza Europa, voi non sareste mai riusciti da soli a liberarvi dalla dittatura!

JAFAR                  - (calmo) È vero, Saddam Hussein, non ci ha portato nient’altro che guerra, ma l’odio per Saddam non significa che gli iracheni vogliono essere invasi da altre nazioni.

PAOLO                - E allora perché non vi siete mossi! Se odiate Saddam e se non volevate essere aiutati da (ironico) “altre nazioni”, potevate rovesciare la tirannia con le vostre forze!

JAFAR                  - (sorridendo amaro) Anche Bush sa benissimo che non sarà facile sostituire Saddam Hussein. Per assurdo Saddam, in tutti questi anni, è riuscito a tenere unito l’Iraq, ed è proprio questa una delle ragioni per cui gli Stati Uniti e l’Inghilterra hanno appoggiato il dittatore durante tutti gli anni ottanta. Cosa dovevamo fare, ribellarci a Saddam, all’America e all’Inghilterra contemporaneamente?

PAOLO                - Erano altri tempi, c’era una guerra contro l’Iran...

JAFAR                  - (scattando furente) Altri tempi? In quegli anni tre nazioni finanziarono lo sforzo bellico contro l’Iran: l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, fornendo a Saddam armi, munizioni e rifornimenti ed oggi Bush ha il coraggio di accusare Saddam della detenzione di armi di distruzione di massa? Vista la situazione perché non se l’è presa anche con Israele che possiede più di duecento testate nucleari?

PAOLO                - Perché non è forse vero che l’Iraq possiede questo tipo di armi?

JAFAR                  - Qualcuno l’ha dimostrato?

PAOLO                - C’è un rapporto degli ispettori dell’Onu!

JAFAR                  - (teso) Senta questa maggiore: dall’85 all’89 i centri federali per il controllo delle malattie di Atlanta ed alcune società private statunitensi esportarono in Iraq una grossa quantità di materiali biologici letali con la licenza del dipartimento del commercio statunitense. Tra di essi vi erano il “Bacillus Anthracis”, causa dell’antrace, e il “Clostridium Botulinum”, una fonte della tossina del botulismo, materiali che Saddam utilizzò per costituire il proprio programma di guerra biologica, programma che poi fu smembrato dagli ispettori delle Nazioni Unite! (di nuovo furente) Gli stessi che, secondo Bush, oggi avrebbero dichiarato sul loro rapporto di averli trovati nei depositi iracheni!

Pausa. L’atmosfera è carica di tensione.

JAFAR                  - (teso e ironico) Piuttosto distratti questi ispettori, non crede signor maggiore?

PAOLO                - (imbarazzato) Co... come fa a sapere queste cose... nessuna fonte di informazioni ne ha parlato...

JAFAR                  - (sorridendo ironico) Negli Stati Uniti vige la libertà di esprimere le proprie opinioni, ma il diritto di essere ascoltati è tutta un’altra questione.

Pausa. La tensione si allenta.

JAFAR                  - (più calmo) I vostri sono paesi sono luoghi di libertà democratiche, per quale motivo avete sferrato un attacco non provocato? Per di più contro una nazione il cui il popolo si trovava intrappolato tra un oppressore da una parte ed il governo americano dall’altra. (pausa poi solenne) Nessun Paese ha il diritto di rovesciare una nazione, neppure se questa opprime i propri cittadini!

PAOLO                - Nessuno vuole rovesciare niente! Voi siete come un cane che è stato legato per anni e poi, quando viene liberato, non si muove dal suo posto perché non sa come muoversi, non sa dove andare, non sa che esiste un modo di vivere anche senza la catena. (pausa) Non sa che, alla fine della catena che lo imprigionava, esiste una dignità!

JAFAR                  - (subdolo) E questa dignità ce la spedite dentro la pancia dei Tomahawk e dei Patriot?

PAOLO                - Nessuno a mai pensato di fare del male alla popolazione.

JAFAR                  - (ironico) Bene! Allora vuol dire che i vostri aerei montano dei radar speciali che distinguono i buoni dai cattivi! Fantastico, non vi resta che caricare i missili di democrazia e spararli sulle restanti quaranta o cinquanta dittature sparse per il mondo!

PAOLO                - Ha dimenticato che un pazzoide di nome Bin Laden, servendosi di kamikaze, ha abbattuto due grattacieli uccidendo più di duemila civili?

JAFAR                  - Parlando dell’attacco alle torri Colin Powell ha pubblicamente condannato coloro che “pensano di poter raggiungere obbiettivi politici distruggendo edifici e assassinando esseri umani”. Si è forse scordato nel ‘91 gli Stati Uniti lanciarono missili si Baghdad?

Pausa. Jafar si avvicina a Paolo.

JAFAR                  - (guardandolo intensamente ) Maggiore riesce a spiegarmi cosa c’entra la distruzione delle torri con l’Iraq?

PAOLO                - (incalzando) Ma non capisce che Al Qaeda potrebbe accordarsi con Saddam per utilizzare le sue armi e le sue basi, che sono quelle più a portata di mano e peggio custodite, per sferrare altri attacchi?

Jafar scoppia a ridere.

JAFAR                  - Molto prima che cominciasse questa ridicola guerra, i curdi avevano attaccato e ucciso la maggior parte dei terroristi che si trovavano sul loro territorio, facendo fuggire gli altri oltre il confine con l’Iran. Dal momento che allora la zona era sotto la protezione statunitense e non sotto il governo di Saddam, è piuttosto difficile credere che Al Qaeda oggi possa operare in Iraq. No, i dittatori paranoici come Saddam, non mettono le basi della loro sicurezza nelle mani di organizzazioni come Al Qaeda, cioè in mano a pazzi maniaci che non sono in grado di controllare. Saddam Hussein era molto più pericoloso negli anni ottanta, quando gli Stati Uniti lo appoggiavano. Se le sanzioni militari continueranno ad essere in vigore, ci vorranno molti anni prima che possa accumulare una forza anche solo paragonabile a quella di allora.

SCENA SECONDA

Dalle scale di ingresso del bunker entrano Qasim e Karim. Trasportano due contenitori di plastica, uno più grosso ed uno più piccolo. Jafar si avvicina ai due.

JAFAR                  - Avete trovato l’elicottero?

QASIM                 - Sì, a bordo c’è ancora il cadavere del pilota... abbiamo trovato solo queste due casse.

JAFAR                  - Apritele.

Qasim e Karim eseguono. Da quella più grande Karim tira fuori delle armi e delle munizioni.

KARIM                - (deluso) Maledizione, ancora armi!

JAFAR                  - (a Paolo irritato) Cosa sono queste?

PAOLO                - Erano per i ribelli di Yima... un gesto di fiducia da parte delle coalizione.

JAFAR                  - (esasperato) Armi! Sono dieci anni che non vediamo altro, aprite l’altra cassa.

Qasim e Karim eseguono. La cassa è piena di medicinali.

KARIM                - Per Allah, guardate!

Jafar si china rapidamente sulla cassa e comincia a tirar fuori le scatole dei medicinali.

PAOLO                - Dottor Ismaael, quelle armi erano per i ribelli, ma sono stato io ad insistere per portare anche dei medicinali, ho pensato che forse sarebbero serviti...

JAFAR                  - (continuando a tirar fuori le scatole dei medicinali) Maggiore, per fortuna ha visto giusto.

PAOLO                - (continuando)... sì, per fortuna, perché nessuno di noi poteva immaginare che Yima fosse un... medico.

Qasim e Karim, sentendo la parola “Yima” si fermano e guardano stupiti Paolo. Jafar si ferma, si alza in piedi e guarda Paolo.

PAOLO                - (pacato ripetendo il racconto di Jafar) Sì, sei tu Yima. Il “non nato” colui destinato a salvare i compagni nascondendoli in un rifugio sotterraneo mentre incendi, inondazioni e terremoti tormentano la terra e, quando la catastrofe avrà termine, insieme ad essi risalirà all’aperto per far rinascere la nuova razza.

Qasim, intuendo che Paolo ha riconosciuto in Jafar il leggendario ribelle Yima, impugna il fucile mitragliatore e glielo punta addosso. Paolo, che ancora non riesce ad alzarsi, sobbalza.

QASIM                 - Fermo non ti muovere o ti ammazzo!

JAFAR                  - Qasim, metti via il fucile!

QASIM                 - Ti ha chiamato Yima!

JAFAR                  - Qasim, metti giù!

QASIM                 - (perplesso) Ma ti ha riconosciuto, doveva restare un segreto!

JAFAR                  - Stai calmo!

PAOLO                - (sorridendo) Ho indovinato eh?

JAFAR                  - Non credere che sia una buona notizia signor maggiore, (poi avvicinandosi minaccioso) potrei lasciarti passeggiare un po’ per il deserto, dopo una settimana nemmeno tua madre ti riconoscerebbe più.

Paolo cerca di sollevarsi in piedi. Qasim gli punta di nuovo il fucile mitragliatore addosso. Jafar, con un gesto brusco, abbassa la canna.

PAOLO                - (serio) Non ne saresti capace, il tuo dovere di medico te lo impedirebbe. (pausa) Nessuno vuole la distruzione dell’Iraq e del suo popolo, credimi.

JAFAR                  - (ironico) Pensi che il mio popolo sia in grado di distinguere il tentativo di salvare la popolazione, di portar loro la democrazia, da un bombardamento al napalm?

PAOLO                - Io…

JAFAR                  - Ma poi, quale democrazia volete portare? La vostra? Quella occidentale? Siete sicuri che sia universale? Che vada bene per tutti? Che vada bene anche per noi?

PAOLO                - Sarà sicuramente meglio di Saddam…

JAFAR                  - (ironico) Certo, a meno che tra venti anni, quando saremo una nazione “democratica”, anche noi ci riterremo in diritto di esportare democrazia a suon di cannonate!

PAOLO                - Jafar, le democrazie non sono perfette.

JAFAR                  - (secco) Ecco bravo, allora lasciateci costruire la nostra democrazia imperfetta da soli!

SCENA TERZA

Improvvisamente in lontananza si sentono dei boati. Nel rifugio tutti sobbalzano. Asif, scendendo le scale, entra in scena di corsa.

JAFAR                  - (preoccupato) Asif che succede?

ASIF                     - (agitato) Si vedono delle esplosioni ad ovest, verso il lago…

JAFAR                  - (c.s.) Si stanno avvicinando?

ASIF                     - (c.s.) Non so, è presto per dirlo.

JAFAR                  - (c.s.) Torna su e poi riferiscimi, ma stai al coperto.

ASIF                     - Va bene.

Asif esce di scena risalendo le scale.

PAOLO                - Che succede?

JAFAR                  - Colpi di artiglieria da ovest, verso il lago. (poi a Qasim e Karim) Prepariamoci ad evacuare, se vengono da questa parte non possiamo restare qui!

QASIM                 - Ma, abbiamo feriti gravi, abbiamo centinaia di chilometri di deserto davanti!

KARIM                - Non riusciranno a fare nemmeno dieci metri!

JAFAR                  - (preoccupato) Se restiamo qui saremo in trappola!

QASIM                 - La fuori moriremo lo stesso!

PAOLO                - (ascoltando) Sono colpi di artiglieria… non stanno sparando da questa parte.

JAFAR                  - (sospettoso) E tu maggiore come fai a saperlo?

PAOLO                - Non si sentono i fischi dei proiettili e poi…

JAFAR                  - (c.s. si avvicina minaccioso) E poi?

Qasim intuendo l’atteggiamento di Jafar punta il fucile mitragliatore su Paolo.

PAOLO                - ... un reparto inglese aveva il compito di impegnare le truppe di Saddam a sud.

JAFAR                  - (c.s.) Perché?

PAOLO                - Per darmi la possibilità di portare a termine la mia missione... quella di avvertire Yima.

SCENA QUARTA

Improvvisamente uno dei feriti geme. Jafar si china su di lui, si tratta di un ragazzino. Ratiba e Jamila accorrono. Jafar gli fa una visita sommaria.

JAMILA               - (guardando Jafar) Sta molto male.

JAFAR                  - Sì lo so.

PAOLO                - Che cos’ha?

Jafar si alza sospirando.

JAFAR                  - Un tumore al fegato ed uno alla gola.

PAOLO                - Cristo... se mi aiutate a mettermi in contatto il comando, possiamo tentare di portarlo in un ospedale.

JAFAR                  - Per fare cosa?

PAOLO                - Per curarlo.

JAFAR                  - (sorridendo amaro) Maggiore, anche se riuscissimo a portarlo in un ospedale, non ci sarebbe nessuna possibilità di curarlo.

PAOLO                - Perché?

JAFAR                  - I reparti riservati ai malati di cancro dei nostri ospedali sono vuoti.

PAOLO                - Co... come vuoti?

JAFAR                  - Mancano i medicinali per eseguire la chemioterapia: ai pazienti che arrivano, si fa la diagnosi e li si rimanda a casa in attesa che arrivino le medicine.

PAOLO                - (esterrefatto) Gli ospedali non hanno medicinali?

JAFAR                  - (sospirando) No, da quando sono in vigore le sanzioni imposte dagli Stati Uniti, ma anche se arrivassero servirebbero a poco.

PAOLO                - Cosa vuoi dire?

JAFAR                  - Da quando ci sono le sanzioni, gli ospedali ogni volta ricevono un tipo diverso di medicinali chemioterapici.

PAOLO                - E allora?

JAFAR                  - (sospirando paziente) Quando un trattamento chemioterapico manca di continuità e dell’uso costante di un prodotto specifico, spesso si verificavano delle ricadute. Quando una cura subisce sconvolgimenti del genere è completamente inutile riprenderla in seguito.

PAOLO                - Dio mio…

JAFAR                  - (sorridendo amaro) Questo i vostri giornali e le vostre televisioni non ve l’hanno detto eh?

PAOLO                - No…

Pausa.

JAFAR                  - Vedi, maggiore, la guerra è uno degli avvenimenti più sconvolgenti che possono colpire una nazione o un popolo: devasta le famiglie, abbatte tetti e mura domestiche, ma voi in Europa ed in America la vedete ridotta dentro uno schermo luminoso, voi sapete bene che nessuno vive dentro la televisione e lei vi dice che nessuno può morirci veramente. La guerra è lontana dalla vostra realtà, lo spargimento di sangue ed il dolore sono lontanissimi. Le notizie vi rendono insensibili, quasi anestetizzati, isolandovi dalle relazioni umane autentiche. Ti sei mai chiesto perché, durante la guerra del golfo, le operazioni belliche degli Stati Uniti furono racchiuse dentro l’espressione “Desert Storm”: “Tempesta nel deserto”? (pausa ad effetto) Perché la guerra doveva essere priva di personalità: non erano gli Stati Uniti ad attaccare, ma un evento della natura, una specie di punizione divina di cui l’America era lo strumento, l’angelo del Signore,… il quinto cavaliere dell’apocalisse.

Pausa.

JAFAR                  - Quando noi da qui guardiamo la televisione, diciamo che gli americani hanno tutto: grandi scuole, ottima istruzione, uno stile di vita eccezionale. E allora perché venire qui ad accanirsi contro della povera gente? Sai, maggiore c’è un vecchio detto arabo che dice: “Io e mio fratello contro mio cugino, ma io, mio fratello e mio cugino contro uno straniero”.

Pausa.

JAFAR                  - Maggiore, Perché un dittatore americano dovrebbe esser migliore di uno iracheno?

Nel bunker cade il silenzio. Da fuori si sentono in lontananza le esplosioni.

PAOLO                - Cosa si può fare per quel ragazzo?

JAFAR                  - Molto poco... una trasfusione forse potrebbe alleviare il dolore.

Paolo comincia a tirarsi su la manica della tuta.

PAOLO                - (risoluto) Forza dottore, nella cassetta c’è tutto l’occorrente per fare le trasfusioni.

JAFAR                  - (scuotendo la testa) Sarebbe solo una cosa temporanea.

PAOLO                - Lascia che sia la sua sofferenza a decidere.

JAFAR                  - Non so neanche di che gruppo sanguineo è.

PAOLO                - Il mio è zero rh negativo, sono un donatore universale quindi prendi il mio!

JAFAR                  - Sei ferito, non ti reggi in piedi.

PAOLO                - Le mie sono solo scottature, le sue no.

Jafar, riluttante, comincia a tirar fuori dalla cassa dei medicinali l’attrezzatura per le trasfusioni quando, dalle scale, scende Asif trafelato e spaventato.

SCENA QUINTA

ASIF                     - Jafar, da ovest sta arrivando un gruppo di elicotteri!

JAFAR                  - Quanti sono?

ASIF                     - Quattro credo.

JAFAR                  - Da che parte sono diretti?

ASIF                     - Dritti su di noi!

JAFAR                  - Presto, dobbiamo uscire da qui! Aiutiamo i feriti ed i malati ad uscire Jamila, Karim, venite! Qasim, Asif, vedete se fuori c’è qualcosa che ci può servire.

PAOLO                - Jafar, no!

Tutti in scena si immobilizzano.

JAFAR                  - Non c’è tempo di discutere maggiore, i tuoi amici stanno per arrivare.

PAOLO                - Infatti non voglio discutere Yima!

Sentendosi chiamare con il nome dell’essere leggendario, Jafar ha un moto di orgoglio ma, contemporaneamente, sente su di se tutta la responsabilità della sua gente. Paolo si alza in piedi a fatica e barcolla. Jamila accorre a sostenerlo.

PAOLO                - Lascia qui i malati ed i feriti, penserò io a loro li farò trasportare in un ospedale attrezzato, riceveranno le cure più opportune. Tu pensa a metterti in salvo con i tuoi ragazzi,

Jafar guarda intensamente Paolo.

PAOLO                - (solenne) Hai la mia parola.

Paolo allunga la mano a Jafar che, la guarda perplesso per alcuni attimi poi, lentamente, allunga la sua e gliela stringe

JAFAR                  - Nella nostra tradizione c’è un antico precetto che dice: “Non permettere che il male commesso da altri resti indelebile nella tua memoria. Non cercare di richiamare indietro l’acqua che è già defluita. Sappi riconoscere il bene e i favori del presente. Le persone cambiano col tempo. Migliorano. Le offese o i danni ricevuti in anni lontani non devono impedirti di accorgerti dei pregi e dei meriti odierni.” (pausa) Spero che lungo il nostro cammino ci siano tempi migliori, maggiore.

PAOLO                - Addio Jafar, che lo spirito di Yima guidi la tua vita.

Jafar lascia la mano di Paolo si volta e fa il gesto a tutti di uscire. Qasim, Asif, Karim, Ratiba e Jamila escono dalle scale. Jamila prima di uscire guarda intensamente Paolo. Jafar fa per avviarsi sulle scale poi, prima di uscire di scena guarda un ultima volta Paolo.

JAFAR                  - Addio maggiore!

PAOLO                - Addio Yima!

Jafar esce.

SCENA SESTA

Paolo, con fatica si rimette seduto. Da fuori si sente il rumore degli elicotteri che si avvicinano, finché un violento cannoneggiamento esplode nella notte . Feriti e malati sobbalzano, qualcuno impaurito, riesce a tirarsi un po’ su. Paolo si alza a fatica e cerca di rassicurarli. Dopo poco il rumore delle armi finisce, quello degli elicotteri si fa più vicino finché non diminuisce come se i velivoli fossero atterrati. Dopo poco si sentono delle voci che si avvicinano.

SOLDATO           - (da fuori scena) Comandante da questa parte, c’è un’entrata con delle scale che scendono! È una specie di bunker sotterraneo, il gruppo degli iracheni è uscito da qui!

COMANDANTE - (da fuori scena) Fate attenzione, tre di voi a guardia dell’ingresso, altri quattro in perlustrazione. Voi due scendete, mi raccomando, colpo in canna e cautela.

Dalle scale sciabolano i fasci di due torce elettriche. Tutti in scena guardano verso le scale. Paolo e quelli che lo possono fare, si puntellano sui gomiti nel tentativo di alzarsi.

SIPARIO

A sipario chiuso si sente in lontananza il rumore degli elicotteri, dopo poco torna la voce dello stesso speaker radiofonico del primo atto.

VOCE FUORI CAMPO       - (drammatica) Interrompiamo le trasmissioni per trasmettere una notizia dal fronte iracheno. Un reparto composto da quattro elicotteri Pelican dell’aeronautica italiana in missione di ricognizione ad ovest di Ar Rahhaliyah, ha ritrovato il maggiore dell’aviazione italiana disperso due giorni fa in seguito all’abbattimento dell’elicottero statunitense su cui era imbarcato. Non si conoscono né il nome dell’ufficiale, né i particolari della missione né il suo esito. Pare che l’ufficiale sia stato interrogato, torturato ed in seguito abbandonato dentro un bunker insieme ad un gruppo di iracheni feriti. I quattro guerriglieri dopo aver abbandonato i loro compagni i quali, dopo un breve tentativo di fuga nel deserto, sono stati abbattuti dagli elicotteri. Fra le vittime sembra ci sia anche il capo dei ribelli anti-Saddam con il quale l’ufficiale italiano doveva prendere contatto.

FINE DEL SECONDO ATTO


QUADRO FINALE

ROMA                  - OTTOBRE 2003

SCENA

La scena è la stessa del primo quadro.

SIPARIO

Metà mattina. È una giornata luminosa, il sole entra dalla portafinestra del balcone dal quale si vedono alcuni tetti e le cime degli alberi. Barbara è appoggiata allo stipite sinistro della porta finestra, guarda fuori, da le spalle a Paolo e sfoggia un bel pancione. Paolo sulla sinistra della scena sta parlando al telefono. Nota: inizialmente il pubblico deve avere l’impressione che si stia ripetendo la stessa situazione tesa del quadro iniziale.

PAOLO                - Sì signor generale, la partenza è prevista per domani notte alle ventitré e trenta… sì… quaranta uomini più altri quindici di supporto… viaggeremo insieme al materiale su un C130, pensiamo di iniziare il montaggio preliminare entro quattro giorni… bene… ci conti signore… comandi, arrivederci... grazie.

Paolo riattacca il telefono pensoso.

BARBARA          - (continuando a guardare fuori e scimmiottando Paolo con voce atona) “Sì, signor generale, certo signor generale, comandi signor generale”.

Paolo, sempre pensoso, si alza, si avvicina a Barbara, l’abbraccia da dietro, appoggia una mano sul pancione di Barbara e guarda fuori della finestra anche lui.

BARBARA          - Signor colonnello, quando sarai generale a chi farai tutti questi salamelecchi?

PAOLO                - A te e a nostro figlio.

BARBARA          - (sorridendo) Ma io mica sono un generale?

PAOLO                - Molto di più: sei la mia donna.

Pausa.

BARBARA          - Mi sembra tutto così diverso...

PAOLO                - “Diverso” può anche voler dire “migliore”.

BARBARA          - Sì, è vero... è come se avessi scoperto qualcosa di nuovo.

PAOLO                - Qualcosa di nuovo? Dove?

Barbara si divincola, si gira e lo guarda negli occhi.

BARBARA          - Amavo mio marito per quello che era... ora l’adoro per quello che è diventato.

PAOLO                - (sorridendo) Mi ami di più perché sono diventato colonnello?

BARBARA          - (dandogli un affettuoso ceffone) Stupido!

Paolo abbassa la testa e fa qualche passo per la stanza pensieroso.

PAOLO                - (meditabondo) Non sono diventato niente... forse è stato l’Iraq ha tirar fuori un lato di me che non conoscevo. Noi tutti andiamo in cerca della parte migliore di noi stessi senza renderci conto che è nascosta dentro di noi, coperta da strati di incrostazioni, e non ci rendiamo che basta poco... molto poco, che basta un briciolo di consapevolezza perché venga alla luce e che quella piccola parte è sufficiente a rivoluzionare una vita... (più lentamente) come il mondo in un granello di sabbia e l’eternità in un attimo.

Barbara si avvicina, l’abbraccia poi lo guarda sorridendo.

BARBARA          - ... un granello di sabbia di un deserto lontano.

Pausa.

PAOLO                - Quella notte Jafar disse una cosa che non sono più riuscito a dimenticare: “Yima è un simbolo, una bandiera, Yima non è altro che la sofferenza dell’Iraq”.

BARBARA          - È per questo che hai rivoltato mezzo mondo per convincere l’aviazione a costruire l’ “Antro”?

PAOLO                - Non solo per questo, le ragioni, i motivi sono un’infinità.

BARBARA          - (meditabonda) È difficile comprendere perché la vita abbia bisogno di scossoni per farsi capire.

PAOLO                - (sospirando) Non è la vita che non riesce a farsi capire.

BARBARA          - Siamo noi a non capirla?

PAOLO                - Non esattamente… (pensandoci) forse noi parliamo alla vita sempre con le stesse parole sicuri che la vita ci comprenda sempre, ma essa parla mille linguaggi… e di volta in volta sceglie il più adatto per i propri figli. Noi talvolta pensiamo che essa non ci ascolti, ma probabilmente l’errore più grosso è che abbiamo dimenticato di essere suoi figli.

BARBARA          - (sorridendo) In aeronautica per passare da maggiore a tenente colonnello vi fanno fare un esame di filosofia?

PAOLO                - (sorridendo) Non sarebbe male come idea.

BARBARA          - … soprattutto per pilotare un elicottero!

PAOLO                - È difficile immaginare un cruscotto pieno di sofismi!

Ridono insieme, Paolo fa per avvicinarsi a Barbara, ma lei lo ferma con un gesto, si mette la mano sulla pancia, spalanca la bocca e cambia espressione.

PAOLO                - (allarmato) Che succede?

Barbara fa ancora un gesto come per dirgli di stare zitto.

BARBARA          - (quasi sussurrando) Vieni qui.

Paolo si avvicina, Barbara gli prende la mano e gliela appoggia sulla pancia. Dopo un secondo sorridono entrambi.

PAOLO                - Sta giocando a tennis?

BARBARA          - A me sembra rugby.

PAOLO                - (fingendosi arrabbiato) Un momento tu hai parlato di un figlio non di quindici! Qui mi si tiene all’oscuro della situazione!

BARBARA          - Zitto, zitto! Senti!

Paolo e Barbara stanno assorti.

PAOLO                - Che voglia intervenire nella discussione filosofica?

BARBARA          - Oltre al “Signor Generale” Sarà l’unico a riuscire a far star zitto suo padre!

Paolo si china e appoggia l’orecchio alla pancia e Barbara gli accarezza la nuca.

PAOLO                - Ciao piccolo! Sai, tua madre ha ragione, io faccio sempre un sacco di discorsi, ma tu non darmi retta, qui l’unica con le idee chiare è proprio lei. Sì, certo, io ti parlerò di elicotteri, di macchine volanti, tutte cose meravigliose, ma ce ne sono molte altre ancora più belle... quelle te le insegnerà lei.

Paolo si alza guardando Barbara negli occhi.

BARBARA          - Beh? Che ha detto?

PAOLO                - Cose da uomini, non puoi capire.

BARBARA          - (puntandogli un dito sul petto fingendosi arrabbiata) Sturati bene le orecchie signor tenente colonnello, sarai anche il comandante che guiderà la costruzione dell’“Antro”, ma non credere di fare combutta con tuo figlio alle mie spalle, perché vi metto tutti e due in riga! A te subito e a lui prima che metta fuori il naso!

PAOLO                - (alzando le mani) Cedo alla violenza! Ti prego non mi fare del male!

Barbara si aggira per la stanza parlando come se facesse un discorso ufficiale.

BARBARA          - Un’altra cosa: come lei saprà, signor tenente colonnello, fra un mese dovrò per forza sfrattare il mio inquilino, anzi sarà lui ad andarsene... lei veda di essere presente, altrimenti la deferirò alla corte marziale!

PAOLO                - Stia tranquilla signora generalessa, appena dato l’avvio ai lavori mi precipiterò qui per rendere esecutivo lo sfratto... (cambiando tono) voglio prima essere certo che l’“Antro” prenda vita... ho un debito con Jafar...

BARBARA          - Dove lo costruirete?

PAOLO                - (entusiasta) Esattamente nella zona dove ci siamo incontrati con Jafar! Sfrutteremo i bunker per ricavare i depositi ed i magazzini, inizialmente avrà venti posti letto, non è molto, ma almeno è un inizio. Il personale medico e paramedico sarà tutto iracheno, avrà una sezione oncologica e la fornitura dei medicinali sarà gestita direttamente dall’aeronautica italiana, senza passare per l’Onu, la Croce Rossa o gli americani. (infervorandosi) Avranno anche un’attrezzatura per l’analisi e la decontaminazione del terreno e delle acque, una strumentazione per la radioterapia e una sala operatoria attrezzata per eseguire la maggior parte degli interventi chirurgici, inoltre sono riuscito a strappare l’impegno da parte di alcuni professori, a recarsi in Iraq per tenere corsi di istruzione e aggiornamento per i medici iracheni, gratis! Inoltre il progetto iniziale è organizzato in modo da prevedere ampliamenti della struttura originale, tra due anni l’ospedale avrà più di duecento posti letto e...

Paolo, trascinato dal discorso, si è staccato dall’abbraccio di Barbara.

BARBARA          - (abbracciandolo di nuovo) Hei, hei, sei quasi più felice della nascita di questo ospedale che di tuo figlio.

PAOLO                - (sorridendo commosso) L’ “Antro” è per i figli dell’Iraq, il padre migliore è per mio figlio, sono due felicità che si completano.

BARBARA          - (cercando di allentare l’emozione) Però che nome: “L’antro di Yima”! Non potevate trovarne uno migliore per un ospedale? Sembra quasi la caverna di una strega, il laboratorio segreto di un alchimista!

PAOLO                - No, è giusto così, è giusto che ricordi la leggenda del “non nato”, colui destinato a salvare i compagni nascondendoli in un rifugio sotterraneo, un rifugio da cui rinascerà il nuovo popolo dell’Iraq.

Si abbracciano.

SIPARIO

FINE DELLA COMMEDIA

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