L’Apollo di Bellac

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Commedia in un atto

di Jean GIRAUDOUX

Titolo originale dell'opera: L'APOLLON DE BELLAC

Versione italiana di  Bruno Arcangeli

da IL DRAMMA n. 182 del 1° Giugno 1953

LE PERSONE

Il signor di Bellac

L'usciere

Agnese

Il segretario generale

Il signor di Cracheton

Il signor Lepedura

Il  signor Rasemutte

Il signor Schulze

Il Presidente

La signorina Chèvredent

Teresa

* Copyright 1953 by Vincenzo Tieri.

Agnese                 È proprio qui l'ufficio dei Grandi e Piccoli inventori?

L'Usciere             Proprio qui.

Agnese                  Vorrei vedere il Presidente.

L'Usciere             Invenzione piccola, media o grande?

Agnese                 Non saprei esattamente, ma non certo grande.

L'Usciere             Piccola? È il segretario generale. Ritornate giovedì.

Il signor di Bellac              La caratteristica dell'inventore è la modestia.  L'orgoglio è stato inventato dai non inventori. Alla modestia creatrice la signorina aggiunge la modestia del suo gentil sesso. Ma chi vi dice che non venga invece a proporre una invenzione destinata a sconvolgere il mondo?

Agnese                 Signore...

L'Usciere             Per gli sconvolgimenti del mondo si interessa il Presidente. Riceve tutti i lunedì, dalle 11 alle 12.

Il signor di Bellac            Ma siamo di martedì.

L'Usciere             Se la signorina non ha inventato di fare del martedì il giorno che precede il lunedì, io non posso farci niente.

Il signor di  Bellac            Ma no.  L'umanità at­tende  angosciata l'invenzione che  permetterà di adattare alla nostra vita corrente le leggi d'attra­zione delle stelle per le spedizioni postali e la ci­catrizzazione delle scottature... Forse la signorina... la signorina come?

Agnese                 Signorina Agnese.

Il signor di Bellac  Forse la signorina Agnese ha inventato tutto ciò; ma dovrà aspettare lunedì.

L'Usciere             Vi prego di tacere...

Il signor di Bellac  Io taccio, ma cinque conti­nenti si struggono nella speranza di sapere che cosa è il legume unico che renderà ridicola quella specializzazione delle lenticchie lesse o del  fagiolo con l'occhio, che sarà la bistecca e il pane universali, il vino e il cioccolato, che darà a volontà il potassio, ilcotone, l'avorio e la lana. La signorina  Arnese in persona è qui per questo. Ciò che Paracelso e Turpino non hanno neppure immaginato, lo ha scoperto lei. I semi del legume unico sono là, nella sua tepida gola, prossimi a scatenarsi e, appena regi­strato che sia il brevetto da parte del vostro Presi­dente, a germinare e fiorire. E invece niente: do­vranno attendere fino a lunedì.

Agnese                 Signore...

L'Usciere             Sulla tavola c'è il registro. Che si iscriva per lunedì.

Il signor di Bellac  E voilà. Lunedì, di buona ora, i cretini che hanno inventato il chiodo senza punta o la colla musicale saranno immediatamente ricevuti dal Presidente, mentre per un'intera setti­mana la povera umanità  rimarrà ancora immersa sino alle natiche nel fango delle risaie a farsi scop­piare gli occhi  per separare il ravanello casalingo dal ravanello selvatico, e si curerà le ferite procura­tesi a furia di pelar patate, mentre il legume unico è là... e il firmamento. La signorina Agnese non iscri­verà il suo nome sul registro.

L'Usciere             Per quello che importa a me.

Il signor di Bellac            Cosa dite?

L'Usciere              Dico che me ne  infischio... Non capite?

Il signor di Bellac  Sì. E anche Bernard Palissy ha capito, quando alla sua domanda di sov­venzione l'intendente del re rispose: « me ne in­fischio » e l'obbligò a bruciare nel forno i suoi su­perbi mobili. Enrico II...

L'Usciere             I suoi mobili Enrico II? Mi fate ve­nire a mente che debbo preparare le sale del Con­siglio.

Agnese                 Vi ringrazio, signore. Ma io non ho in­ventato il legume unico.

Il signor di Bellac Lo sapevo. L'ho inventato io.

Agnese                 Io cerco lavoro. Niente altro.

Il signor di Bellac            Siete dattilografa?

Agnese                 Dattilografa? Cosa vuol dire?

Il signor di Bellac            Stenografa?

Agnese                 No che io sappia.

Il signor di Bellac  Poliglotta, corrispondente, archivista?  Fermatemi  alla  vostra  specialità.

Agnese                 Potreste enumerare  tutto il dizionario degli impieghi. Non potrei interrompervi mai.

Il signor di Bellac            Allora siete maliziosa, de­vota, ambigua, dolce, voluttuosa, ingenua?

Agnese                 È forse più il mio ramo.

Il signor di Bellac            Tanto meglio. È la pro­messa di una carriera felice.

Agnese                 No. Io ho paura degli uomini.

Il signor di Bellac            Di quali uomini?

Agnese                 Solo a vederli, io tremo.

Il signor di Bellac            Paura dell'usciere?

Agnese                 Di tutti. Degli uscieri, dei presidenti, dei militari. Là dove c'è un uomo, io sono come una ladra in un grande magazzino, che sente sulla nuca il respiro del commissario.

Il signor di Bellac            Ladra di che?

Agnese                 Sono impaziente di sbarazzarmi dell'og­getto rubato, di lanciarlo contro il commissario gridando: lasciatemi fuggire.

Il signor di Bellac            Quale oggetto?

Agnese                 Non me lo chiedo neppure. Lo tengo nascosto. Ho paura.

Il signor di Bellac            Forse è il loro abito che vi atterrisce? I loro calzoni?

Agnese                 Mi sono trovata con dei nuotatori. I loro calzoni erano a terra. L'oggetto mi pesava lo stomaco.

Il signor di Bellac            Può darsi che non vi piacciano gli uomini.

Agnese                 Non credo. I loro occhi di cane mi piac­ciono, i loro peli, i loro piedi così grandi. Ed hanno degli organi così adatti a loro, che mi commuovono: il loro pomo d'Adamo quando mangiano, per esem­pio. Ma appena mi guardano o mi parlano, mi at­terriscono.

Il signor di Bellac            Vi piacerebbe di non farvi più atterrire?

Agnese                 Voi credete?

Il signor di Bellac            Vi piacerebbe di prenderli a vostro piacere, di ottenere tutto da loro, di far tuffare i presidenti, e di far scalare le montagne ai nuotatori?

Agnese                 C'è una ricetta?

Il signor di Bellac             Una sola, infallibile

Agnese                 Perché dovreste dirla  a me, voi. Voi siete un uomo...

Il signor di Bellac            Ignoratela e avrete una vita orribile. Ricorrete ad essa e voi sarete la regina del mondo.                                                       

Agnese                 Regina del mondo. Ah, cosa bisogna dunque dire?                                                   

Il signor di Bellac             Nessuno d'essi mi ascolta?

Agnese                 Nessuno...

Il signor di Bellac  Dite loro che sono belli!

Agnese                 Dire loro che sono belli, intelligenti, sensibili?

Il signor di Bellac  No. Che sono belli. Per l'intelligenza e il cuore, sanno cavarsela da soli. Che sono belli...

Agnese                 A tutti? A quelli, che hanno del talento, della genialità? Dire a un accademico che è bello, non oserei mai.

Il signor di Bellac            Provate e vedrete. A tutti. Ai molesti, ai vecchi, agli enfisematosi. Ditelo al professore di filosofia, e voi avrete la laurea. Al macellaio e ci sarà sempre del filetto tenero per voi. Al Presidente di qui, e voi avrete il posto. Agnese Bisogna essere già molto intimi per aver l'occasione di dire...

Il signor di Bellac            Ditelo immediatamente. Prima ancora della voce, già sia il vostro sguardo a dirlo, subito, quando cominciano a interrogarvi su Spinoza, o a tagliarvi una bistecca di vitello.

Agnese                 Bisogna attendere che siano soli. Essere a quattro occhi con loro.

Il signor di Bellac            Dite loro che sono belli in un tram al completo, in mezzo all'aula di esami, nella macelleria affollata. I testimoni saranno la vostra garanzia.

Agnese                 E se non sono belli, cosa debbo dire? È molto più frequente, purtroppo.

Il signor di Bellac  Per caso non sareste un po' sciocca, Agnese? Dite che sono belli a tutti, ai brutti, ai ripugnanti, ai pustolosi...

Agnese                 Non mi crederanno.

Il signor di Bellac            Tutti lo crederanno. Tutti ne sono convinti. Ogni uomo, anche il più brutto, nutre in sé una segreta presunzione che lo pone direttamente al centro della bellezza stessa. Ed egli sentirà semplicemente pronunciare da voi, a voce alta, ciò che la sua presunzione gli ripete dentro sottovoce. Coloro che non lo credono, se mai ci sono, sono i più lusingati. Sanno di essere orribili, ma appena una donna li vede belli, s'attaccano a lei. Quella donna è per loro la lente magica e la regolatrice di un universo ad occhi deformanti. Non la lasciano più. Quando voi vedete una donna se­guita dovunque da uno stato maggiore di adoratori non è perché questi la trovano bella, ma perché lei ha detto loro che sono belli...

Agnese                 Ah. Ci sono già delle donne che cono­scono la ricetta?

Il signor di Bellac  La conoscono male. Ter­giversano. Dicono al gobbo ch'è generoso, al butte­rato che è affettuoso. Non rende. Ho visto donne perdere milioni, perle, ville in riviera, perché ave­vanodetto ad un piede porcino che camminava veloce. Bisognava dire soltanto che sono belli... Andate.  Il  Presidente non ha dei giorni prestabiliti, per sentirsi dire che è bello...

Agnese                 No. No.  Ritornerò. Lasciatemi prima fare delle prove. Ho un cugino che non è male. Mi eserciterò su di lui.

Il signor di Bellac  Vi eserciterete subito: provate sull'usciere.

Agnese                 Su quel mostro?

Il signor di Bellac            Il mostro è perfetto per l'esercitazione. Poi sul segretario generale. Eccel­lente anche lui. Poi sul Presidente. 

(L'usciere appare, esita poi entra nella sala del Consiglio).

 Agnese                Cominciare dall'usciere. Mai.

Il signor di Bellac            Bene, cominciate allora da questo busto...

Agnese                 È il busto di chi?

Il signor di Bellac            Poco importa. È il busto di un uomo. È tutto orecchi.

Agnese                 Non ha la barba. Soltanto la barba mi dà un poco di confidenza negli uomini...

Il signor di Bellac  Ebbene rivolgetevi a una cosa qualunque. A queste sedie, o quella pendola.

Agnese                 Sono al femminile.

Il signor di Bellac            A questo maggiolino. Ec­colo sulla vostra mano...

Agnese                 Come è bello.

Il signor di Bellac            Ripetetelo, ma a lui.

Agnese                 Come sei bello.

Il signor di Bellac            Guardate, muove le ali. Ricamate un  poco. Ornate un poco.  Di che cosa è particolarmente fiero, un maggiolino?

Agnese                  Del suo dorso luminoso,  immagino. Delle sue ali.

Il signor di Bellac            Allora avanti. Come il tuo dorso è bello.

Agnese                 Come il tuo dorso è bello, maggiolino. Sembri tutto in velluto di Rapallo. Come sono belli il giallo e il nero. Le tue ali sono luminose.

Il signor di Bellac            Non c'è male. Ecco l'u­sciere. Affrontatelo.

Agnese                 Si tinge i capelli di rosso.

Il signor di Bellac            Dite che preferite i rossi. E ora ascoltatemi bene: usate lo stesso sistema del maggiolino per l'usciere con l'equivalente del dorso in velluto di Rapallo e delle ali luminose.

Agnese                 Lasciate che prima gli parli del tempo. Guardate il cielo.

Il signor di Bellac             No. Che la vostra prima parola sia la parola senza preamboli, senza prefazione.

Agnese                 Quale parola?

Il signor di Bellac              Voi cincischierete dopo, pazienza. Ma ormai sarà detta.

Agnese                 Quale parola?

Il signor di Bellac              Bisogna ripetervelo cento volte. « Come siete bello ».

Agnese                  (dopo mille esitazioni)   Come siete bello.

L'Usciere             Come dite?

Agnese                 Dico: come siete bello

L'Usciere             Vi capita spesso?

Agnese                 È la prima volta in vita mia...

L'Usciere             Voi dite che è bello uno che ha la testa di gorilla?

Agnese                 Bello non è forse la parola. Io non giu­dico le persone sulla trasparenza della narice, o il taglio degli orecchi. Io giudico l'insieme.

L'Usciere             In sostanza voi mi dite: tutti i vostri particolari sono orribili, ma l'insieme è bello.

Agnese                  (seccata)   Se preferite. Lasciatemi in pace. State tranquillo che non è per lusingare uno sporco usciere come voi che gli dico che lo trovo bello.

L'Usciere             Calmatevi. Calmatevi.

Agnese                 È la prima volta che io lo dico a un uomo, ma non succederà mai più.

L'Usciere             So che alla vostra età si dice quello che si pensa. Ma perché vi esprimete così male?

(La testa del signor di Bellac appare ad incoraggiare Agnese).

Agnese                 Non mi esprimo male. Trovo che siete bello. Posso sbagliarmi. Non tutti hanno buon gusto.

L'Usciere             Voi non mi trovate bello. Conosco le donne. Non vedono niente. Ciò che io ho di passa­bile neppure lo vedono. Che cosa ho di bello? La si­luette? Non l'avete neppure rimarcata.

Agnese                 La vostra siluette? Credete? Quando avete raccolto il cestino della carta, la vostra siluette non si è forse abbassata con voi? E ve la siete forse messa in tasca, la vostra siluette quando avete traversato la stanza per andare al Consiglio?

L'Usciere             La notate ora perché io ho richiamato la vostra attenzione su di essa...

Agnese                 Avete perfettamente ragione. Non siete bello: credevo di vedere voi, invece vedevo la vostra siluette.

L'Usciere             Allora dite: che bella siluette. Non dite: che bell'usciere.

Agnese                 Io non dico più nulla.

L'Usciere             Non seccatevi. Ho il diritto di met­tervi in guardia. Ho una figlia anch'io, mia cara e so come sono, le ragazze, alla vostra età. Perché la siluette di un uomo pare loro piacevole, lo tro­vano bello. Bello dalla testa ai piedi. E infatti è raro trovare una bella siluette di uomo. Si possiede la propria siluette fino alla morte, e anche dopo. Lo scheletro ha la sua siluette. Ma queste sciocchine confondono siluette e corpo, e se l'altro sciocco appena  appena presta ascolto è finita, esse si rovinano la vita, le imbecilli... non si vive di siluette, figlia mia.

(Il signor di Bellac appare)

Agnese              Come siete bello quando andate in collera. Non mi farete credere che appartengono alla vostra siluette quei denti lì!

L'Usciere             È vero. Quando mi arrabbio metto in mostra la sola cosa che ho di perfetto: i denti. Non fumo. Non ne ho alcun merito. E non so se avete rimarcato che questo canino è doppio. No non quello falso. Quello di destra. (Suono)  Il mio segretario generale ha suonato... Farò in modo che vi riceva... Gli dirò che siete mia nipote.

Agnese                 Che bella figura avete, quando vi met­tete così eretto. Sembra quella del « Pensatore » di Rodin...

L'Usciere             Sì,  sì, ma ora basta.  Se foste mia figlia vi darei una bella sculacciata. (Esce).

Il signor di Bellac            È appena il principio.

Agnese                 Un brutto principio. Mi è riuscito me­glio col maggiolino che con l'usciere!

Il signor di Bellac            Perché voi vi ostinate a unire l'idea di carezza con l'idea di bellezza. Siete come tutte le donne. Una donna che trova il cielo bello, è una donna che accarezza il cielo: non sono le vostre mani che debbono parlare, ma le vostre labbra e le vostre guance. È il vostro cervello.

Agnese                 C'è mancato poco che non mi credesse affatto.

Il signor di Bellac            Perché così balbettavate. Non siete ancora a punto per un segretario generale.

Agnese                 E allora come debbo fare, sta arrivando.

Il signor di Bellac            Provate su di me.

Agnese                 Dire a voi che siete bello?

Il signor di Bellac            È dunque difficile sino a questo punto?

Agnese                 Accetto.

Il signor di Bellac            Riflettete bene a ciò che mi direte.

Agnese                 Non siete punto male quando vi prendete così gioco di me...

Il signor di Bellac            Debole. Voi balbettate. Voi balbettate. E perché quando mi prendo gioco di voi? Non sono bello altrimenti?

Agnese                 Oh sì. Magnifico!

Il signor di Bellac            Ecco. Ecco. Ci siete... Non sono più le vostre mani che parlano.

Agnese                 Davanti a voi in ogni caso, esse mormorano, un poco...

Il signor di Bellac            Perfetto.

Agnese                 Il volume del vostro corpo è bello. La testa conta poco. Il contorno del vostro corpo è bello.

Il signor di Bellac La testa conta poco? Cosa volete dire?

Agnese                 Niente di più della testa del « Pensa­tore» di Rodin.

Il signor di Bellac            I suoi piedi evidentemente hanno più importanza. Ascoltate, Agnese. Sono molto ingegnose le allusioni a una statua celebre ma il «Pensatore » di Rodin è la sola che conoscete?

Agnese                 La sola. Con la Venere di Milo. Ma quella non può servirmi di paragone per uomini.

Il signor di Bellac              Chissà. Ad ogni modo è urgente che voi raddoppiate il vostro repertorio. Dite lo  schiavo di Michelangelo. Dite l'Apollo di Bellac.

Agnese                 L'Apollo di Bellac?

Il signor di Bellac             Sì. Non esiste. Per vostro uso l'ho estratto fuori dal suolo dell'antichità in que­sto momento. Nessuno ve lo contesterà.

Agnese                 E com'è?

Il signor di Bellac            Non fu come me, natural­mente. Io sono nato a Bellac. Un quartiere di Limousin.

Agnese                 Si dice che nel Limousin gli abitanti siano così brutti. Come va che voi siete così bello?

Il signor di Bellac            Mio padre era bellissimo. Che stupido. Brava, mi ci avete fatto cascare. Bravissima.

Agnese                 Non volevo scherzare. Voi mi avete ri­velato la ricetta. Con voi sono sincera.

Il signor di Bellac            Ecco. Finalmente ha capito.

(Entra l'usciere, il signor di Bellac si nasconde).

L'Usciere             Tra un minuto il segretario generale verrà a vedervi qui. Inutile che vi diate da fare. Per vedere una siluette simile bisogna andare al Museo degli uomini. (Esce).

(Agnese al signor di Bellac che mette fuori la testa).

Agnese                 Avete inteso? È terribile.

Il signor di Bellac            Esercitatevi.

Agnese                 Su chi? Su che cosa?

Il signor di Bellac             Su tutto ciò che vedete qui. Anche le cose non resistono a chi dice loro che sono belle... Sul telefono... (Essa parla al telefono, poi lo tocca).

Agnese                 Come sei bello mio piccolo telefono...

Il signor di Bellac            Non con le mani...

Agnese                 Mi aiutano talmente.

Il signor di Bellac            Al lampadario. Così non lo toccate...

Agnese                 Come sei bello mio piccolo, mio grande lampadario. Più bello quando sei acceso? Non dirò così... Gli altri lampadari sì. I lampadari con i becchi a gas, sì, ma non tu. Guarda, il sole arriva sino a te, tu sei il lampadario da sole. La lampadina ha bi­sogno di essere accesa, e anche le stelle. Tu no. Ecco cosa volevo dire. Tu sei bello come una costellazione, come lo sarebbe una costellazione se invece di es­sere un falso lampadario, sospeso nell'eternità con le sue lampade mal disposte fosse questo monumento di meraviglioso ottone, di splendido cartone oleato. di vetro in falso baccarat e di rilievi disposti ad uguali distanze come il tuo volto e il tuo corpo.

(Il lampadario si accende da sé) 

Oh, si è acceso.

Il signor di Bellac            Brava.

(Entra il segretario generale).

Il Segretario Generale Un momento, signorina...  Non ho che un minuto... Desiderate?

Agnese                 Io? Niente.

Il Segretario Generale Cosa avete da guardarmi così?Avete seguito forse alla scuola di Arte e Mestieri  i miei corsi sulle invenzioni in sogno? Mi riconoscete?

Agnese                  Oh,  no.  Al contrario...

Il Segretario Generale   Al contrario? Che vuol dire al contrario?

Agnese M'aspettavo un segretario generale come tutti gli altri, curvo e con la pancia, zoppo o striminzito, e vedo voi.

Il Segretario Generale Sono come sono.

(Spunta la testa del signor di Bellac).

Agnese                 Sì. Voi siete bello.

Il Segretario Generale Cosa avete detto?

Agnese                 Niente. Non ho detto niente.

Il Segretario Generale Sì. Avete detto che io sono bello. L'ho udito distintamente, e debbo dirvi che provo una certa sorpresa. Se lo fossi, me l'avreb­bero già detto.

Agnese                 Sono delle stupide.

Il Segretario Generale Chi è stupido? Mia sorella, mia madre, mia nipote?

Agnese                 Signor segretario generale,  ho saputo da un'amica di un componente il vostro consiglio, il signor Lepedura...

Il Segretario Generale Lasciate stare il signor Lepedura. Noi parlavamo della mia bellezza. Sono uno specialista in sogni, signorina. È a me che si rivolgono tutti quegli inventori che fanno le loro ricerche in sogno. E sono riuscito a realizzare dai sogni invenzioni notevoli, come la forchetta accendisigari, il libro che si legge da sé. Senza di me, co-storo non sarebbero stati che residui d'uomo. Se in sogno voi mi aveste detto che sono bello, l'avrei ca­pito. Ma noi siamo svegli. Almeno suppongo. Per­mettete che mi dia un pizzicotto per assicurarmene. E che pizzichi anche voi. (Le prende la mano).

Agnese                 Oh, là.

Il Segretario Generale(che ha guardato la mano di Agnese)   Noi non stiamo sognando. Allora mi sfugge perché mi avete detto che sono bello: per guadagnarvi la mia benevolenza? La spiegazione sarebbe volgare. Per prendervi gioco di me? Il vostro sguardo, le vostre labbra stesse...

Agnese                  L'ho detto perché vi trovo bello. Se la vostra signora madre vi trova orribile, questo non mi riguarda.

Il Segretario Generale Orribile è troppo, e non permetto che voi abbiate di  mia madre una cattiva opinione. Mia madre, anche quando avevo cinque anni  mi  ha sempre  trovato delle mani da vescovo.

Agnese                  Se vostra nipote preferisce a voi Valentino, non va a suo onore.

Il Segretario Generale Mia nipote non è una imbecille. Anche ieri sera pretendeva che io ho l'arco  sopraccigliare disegnato da Le Nôtre.

Agnese                 Se vostra sorella...

Il Segretario Generale Con mia sorella cadete male. Sa bene che io non sono bello, ma ha sempre preteso che io fossi un tipo, e questo tipo è stato, da un nostro amico - addetto di  storia  italiana  - definito recentemente.  Ed è un  tipo celebre.  Ha detto che sono tutto Galeazzo Sforza.

Agnese                 Galeazzo Sforza, no.  L'Apollo di Bel­lac sì.

Il Segretario Generale L'Apollo di Bellac?

Agnese                 A voi non pare?

Il Segretario Generale Se ci tenete tanto, signorina! Il tipo di Galeazzo Sforza però è curioso sapete. Ho poi visto delle stampe...

Agnese                 È l'Apollo di Bellac, vestito, natural­mente. Perché, per i vostri abiti, faccio delle riserve. Vi vestite male, signor segretario generale. Io sono sincera. Non riuscirete mai a farmi dire ciò che non penso. Voi  avete il tratto degli uomini veramente belli, di Boulanger, di Nijinsky. Ma vi servite di abiti in negozi detestabili.

Il Segretario Generale Che bisogna sentirsi dire. E da una ragazza che trova bello il primo venuto.

Agnese                 Non  l'ho detto che a due uomini  in vita mia. Voi siete il secondo.

Il Segretario Generale  Nessuno  evidente­mente assomiglia agli altri. Ed io, ahimè, meno di tutti.  (All'usciere che è entrato)  Cosa volete voi? Non vedete che siamo occupati?

L'Usciere             I signori del Consiglio stanno salendo le scale. Debbo annunciarli?

Il Segretario Generale Signorina, il Consiglio mi reclama. Mi fareste il piacere di tornare domani a continuare questo interessante colloquio? Tanto più che la mia dattilografa fa troppi errori di scrit­tura e voglio sostituirla. Penso che sarete un'artista, voi, alla macchina da scrivere.

Agnese                  Ahimè, no. Io non conosco che il pianoforte.

Il Segretario Generale Perfetto. E' molto più raro. Scrivete rapidamente sotto dettatura?

Agnese                 Lentamente.

Il Segretario Generale Tanto meglio. L'altra andava così svelta che pareva volesse mettermi in imbarazzo.                                 

Agnese                 E rileggo male ciò che scrivo.

Il Segretario Generale Perfetto. L'altra era l'indiscrezione personificata. A domani dunque, signorina. Accettate?

Agnese              Con riconoscenza,  ma ad una condizione.

Il Segretario Generale Voi ponete delle con­dizioni al vostro capo?

Agnese                 A condizione che non vi veda più in quella ignobile giacca. Immaginare due spalle armo­niose in questo involucro mi sarebbe insopportabile.

Il Segretario Generale Ho un completo grigio. Ma è estivo; prenderò un raffreddore.

Agnese                 Prendere o lasciare. Adoro il completo grigio.

Il Segretario Generale A domani... Mia so­rella e mia madre prepareranno l'abito quest'oggi. Domani l'avrò. (Esce).

(Riappare la testa del signor di Bellac).

Agnese                 Allora?

Il signor di Bellac            Non c'è male. Ma tergiversate sempre.

Agnese                 Eppure le mie mani erano lontano. Ho fatto fatica a trattenerle.

Il signor di Bellac            Non perdete tempo. Gli scimmioni salgono le scale. Allenatevi ancora...

Agnese                 Sul primo?

Il signor di Bellac              Su tutti.

(L'usciere annuncia attraverso la porta i personaggi che passano).

L'Usciere             Il signor di Cracheton.

Agnese                 Com'è bello quello.

Il signor di Cracheton Deliziosa ragazza. (Entra nella sala del consiglio).

L'Usciere             Il signor Lepedura...

Il signor Lepedura             Salve cara bambina...

Agnese                 Come siete bello.

Il signor Lepedura             Come lo sai?

Agnese                 Dall'amica di vostra moglie, la baronessa Chagrobis. Ella vi trova magnifico.

Il signor Lepedura             Ah! Mi trova magnifico la baronessa de Chagrobis?  Salutatela, in  attesa che possa farlo io stesso. In verità non si può dire che si sia viziata col barone... Sta sempre a Volney?

Agnese                 Al numero 28, sì. Le dirò che voi siete sempre così bello.

Il signor Lepedura             Non esagerate. (A mezza voce)  È deliziosa. (Entra nella sala del consiglio).

L'Usciere             I signori Rasemutte e Schulze.

Agnese                 Com'è bello.

Il signor Rasemutte Si può sapere, signorina, a quale dei due la vostra frase è diretta?

Agnese                 Guardatevi nello specchio e lo saprete.

(Si guardano).

I  signori Schulze e

Rasemutte          È deliziosa.

(Entrano nella sala del Consiglio. Riappare la testa del signor di Bellac).

Agnese                 Avete l'aria triste. Non va?

Il  signor di Bellac Va fin troppo bene. Ho scatenato il diavolo. Avrei dovuto diffidare del vostro nome. Le mie letture del XVII secolo avrebbero do­vuto farmi ricordare che è con le ingenue che si fanno in un giorno i mostri.

L'Usciere              (annunciando) Il signor Presidente.

Il Presidente       (entrando)   Siete voi il fenomeno?

Agnese                 Sono la signorina Agnese.

Il Presidente        Che cosa avete fatto loro, signorina Agnese? Questa casa che io possiedo stagnava sino a stamani nella tristezza, nella indifferenza, nel sudiciume. Voi  l'avete sfiorata, ed io non la riconosco più. L'usciere è diventato educato al punto di salutare la sua stessa ombra riflessa sul muro. Il mio segretario generale ha la pretesa di assistere al Consiglio in maniche di camicia. Come le macchie di sole a primavera, dalle tasche di tutti quei signori escono piccoli specchi nei quali, il signor Lepedura contempla il pomo d'Adamo del signor Lepedura; il signor Rasemutte fissa con voluttà la verruca del signor Rasemutte. Cosa avete fatto loro? Comprerò al prezzo che vorrete la vostra ricetta. È inestima­bile. Cosa avete loro detto?

Agnese                 Come siete bello.

Il Presidente      Come?

Agnese                 Ho detto loro, a ciascuno di loro: come siete bello.

Il Presidente      Con dei sorrisi, dei mottetti, delle promesse?

Agnese                 No. Con voce chiara e tonda. Come siete belli.

Il Presidente      Grazie per loro. Così i fanciulli hanno caricato la loro pupattola meccanica. I miei fantocci non stanno più nella pelle dalla gioia di vi­vere. Ascoltate questi applausi. È il signor Cracheton che mette ai voti l'acquisto per il lavabo dì uno specchio a tre luci. Signorina Agnese, grazie.

Agnese                 Di niente, prego.

Il Presidente      E il Presidente, signorina? Come mai non lo dite anche al Presidente?

Agnese                 Che è bello?

Il Presidente      Vi pare che non ne valga la pena?

Agnese                 No certo,

Il Presidente        Forse perché mi avete già abbastanza giocato con la vanità degli uomini?

Agnese                 Via, signor  Presidente. Voi  lo sapete bene.

Il Presidente      No. Lo ignoro.

Agnese                 Perché non c'è bisogno di dirlo, a voi. Perché voi siete bello.

Il Presidente      Ripetetelo, vi prego.

Agnese                 Perché voi siete bello.

Il Presidente      Riflettete bene, signorina... Il momento è grave... Siete ben sicura di trovarmi bello? Sareste pronta a ripeterlo dinanzi a testimoni? Da­vanti all'usciere?  Riflettete. Debbo prendere oggi una serie di decisioni che mi porteranno ai poli più contrastanti, a seconda che io sia bello o brutto.

Agnese                 Pronta a ridirlo. Ad affermarlo. Certo.

Il Presidente      Grazie, mio Dio (Chiama)  Signorina Chèvredent! 

(Entra la signorina Chèvredent)

Chèvredent, da otto anni voi assolvete le alte fun­zioni di segretaria particolare. Da tre anni non s'è mai dato il caso, di mattino o di pomeriggio, che il pensiero di trovarvi nel mio ufficio non mi abbia dato la nausea. Non è solamente perché la muffa cresce sulla vostra pelle come l'agarico sulla corteccia, infinitamente più dolce,  a  toccarsi d'altronde, del castagno. Poiché voi siete brutta ho avuto la debo­lezza di credervi generosa; voi invece prendete nel piattello di un mendicante cieco due franchi contro i venti centesimi che vi avete lasciato cadere. Non lo negate. È il cieco stesso che me l'ha detto. Poiché voi avete i baffi, ho creduto che aveste il cuore. In­vece i guaiti del mio cane accucciato sotto la mia tavola erano dovuti non ai suoi sogni di caccia alla pantera, come voi mi spiegavate, ma dai vostri piz­zicotti. Per mille giorni ho sopportato di vivere con una persona che mi detesta, mi disprezza e mi trova brutto.  Perché voi mi trovate brutto, non è vero?

La signorina Chèvredent Sì. Una scimmia.

Il Presidente      Perfettamente. Ora ascoltatemi. Gli occhi della signorina appaiono anche a prima vista meglio qualificati  dei vostri  per vedere.  La palpebra non è per nulla arrossata, l'iride slavata, le ciglia cispose. C'è dentro il sole, l'acqua della sor­gente. Ora, come sono io veramente, signorina Agnese?

Agnese                 Bello. Bellissimo.

La signorina Chèvredent  Che importa.

Il Presidente      Tacete, Chèvredent. Gettate su di me un ultimo sguardo.  Questo  apprezzamento disinteressato sulla mia bellezza di uomo non ha mo­dificato il vostro giudizio?

La signorina Chèvredent Volete scherzare.

Il Presidente      Ne prendo nota. Ecco dunque il problema così come si presenta: io ho la scelta di passare la mia giornata tra una persona orribile che mi trova brutto e una persona affascinante che mi trova bello. Tirate la conclusione. Scegliete voi per me.

La signorina Chèvredent Questa pazza pren­derà il mio posto?

Il Presidente      Immediatamente se ella accetta.

La signorina Chèvredent Che vergogna. Vado su a dirlo alla signorina.                                         

Il Presidente      Prevenitela pure: l'attendo a pie’ fermo.

La signorina Chèvredent Se voi ci tenete an­cora ai vostri vasi cinesi, fareste meglio a seguirmi.

Il Presidente      Lì ho già messi nel...

(La signorina Chèvredent esce).

Agnese                 Mi dispiace, signor Presidente.

Il Presidente      Congratulatevi con me. Voi arrivate al momento cruciale della mia vita, perché io stavo portando un anello di fidanzamento alla signorina cui ha fatto allusione la signorina Chèvredent per minacciarmi.  È questo brillante... Vi piace?

Agnese                 Bello.

Il Presidente      Fantastico. Vi osservavo. Avete detto « bello » al brillante con la stessa convinzione con cui l'avete detto a me. Forse è anch'esso tanto opaco e pieno di rospi?

Agnese                 È magnifico. E voi anche.

Il Presidente      Debbo esserlo già un pochino meno... 

(Entra Teresa) 

Ecco Teresa. Vi presento.

Teresa                 Presentazioni inutili e senza speranza di avvenire... Uscite, signorina.

Il Presidente      Agnese sostituisce Chèvredent, e perciò rimane.

Teresa                 Agnese? In dieci minuti, il nome della signorina è già così  nudo?

Il Presidente      Nudo e verginale. È il privilegio di questo nome.

Teresa                 E si  può sapere perché  Agnese rim­piazza la Chèvredent?

Il Presidente      Perché mi trova bello.

Teresa                 Diventi matto?

Il Presidente      No. Divento bello.

Teresa                 Sai cosa eri questa mattina?

Il  Presidente     Questa mattina ero un uomo dalle gambe leggermente storte, dal colorito maci­lento, dai denti ad altalena. Ero come tu mi vedevi.

Teresa                 Come ti vedo ancora.

Il Presidente      Sì, ma anche Agnese mi vede. Preferisco il suo occhio. E spero che, nonostante la tua presenza, continui a vedermi ancora bello.

Agnese                 Debbo dire che l'animazione vi rende ancor più bello.

Teresa                 Che sfrontata.

Il Presidente      La senti? Non sono io a farglielo dire. L'animazione mi rende ancora più bello, dice Agnese E si sente che se io fossi accanto ad Agnese addormentato, o stizzito o in sudore, Agnese trove­rebbe che l'incoscienza, la collera, o il sudore mi ren­dono ancora più bello. Sorridete, Agnese?

Agnese                 Sì, è bello un uomo intelligente che ha coraggio.

Teresa                  Già, lo fa rassomigliare a Turenne o a Boiardo, non è vero?

Agnese                 Oh no. Il signor Presidente è classico: è l'Apollo di Bellac, più semplicemente.

Teresa                 Che donna. È falso.

Il Presidente      Che donna, sì. La vera donna. Intendiamoci bene, Teresa, per l'ultima volta. Le donne sono in questo basso mondo per dirci ciò che dice Agnese. Non le abbiamo tirate fuori da una nostra stessa costola perché si preoccupino tanto delle calze di nailon, si lamentino sulla cattiva qualità dei solventi perunghie, e sparlino delle loro simili. Esse sono sulla terra per dire agli uomini che sono belli. E quelle che debbono dirlo meglio, sono le donne belle. Questa ragazza mi dice che sono bello. Perché è bella. Tu mi confermi che sono brutto perché sei un orrore.

(Il signor di Bellac esce dal suo nascondiglio).

Il signor di Bellac            Bravo. Bravissimo.

Teresa                 Chi è quest'altro pazzo?

Il signor di Bellac            Bravo Presidente e scusate se mi intrometto. Ma quando questo dibattito arriva a toccare il cuore stesso della vita umana, come trat­tenersi? Da Adamo ad Eva, Sansone e Dalila, An­tonio e Cleopatra,  la questione uomo-donna resta interamente insoluta tra i due sessi. Se noi possiamo risolverla una volta per tutte, sarà un grande bene­ficio per l'umanità.

Teresa                 E noi saremmo sulla buona strada, se­condo voi? E la soluzione non può essere rimandata a domani? Perché io ho molta fretta, signore. Sono attesa di sopra per provarmi la pelliccia di fidanzamento.

Il signor di Bellac            Noi siamo sulla buona strada. E il Presidente ha posto magnificamente il problema.

Agnese                 Magnificamente.

Teresa                 Uomo quale egli è, volete dire, signorina, senza dubbio?

Agnese                 Non lo dico, ma posso dirlo. Io dico sempre quello che penso.

Teresa                 Che bugiarda.

Il Presidente      Ti proibisco di insultare Agnese.

Teresa                 È lei che mi insulta.

Il Presidente      Ti si insulta quando mi trovano bello? Tu stai rivelando il fondo della tua anima.

Il signor di Bellac            Agnese non ha mentito al signor Presidente. E Cleopatra disse la verità a Cesare, e Dalila a Sansone. E la verità è che sono tutti belli, gli uomini, e sempre belli, e la donna che lo dice non mente.

Teresa                 Allora la bugiarda sarei io?

Il signor di Bellac            Siete cieca. Perché in ve­rità per trovarli belli, basta guardare gli uomini nel loro respiro e nella loro attività. E ciascuno ha la sua bellezza; le sue bellezze. La sua bellezza fisica : il più robusto è attaccato alla terra, il più smilzo pende dal cielo. La sua bellezza occasionale: il gobbo in cima a Notre-Dame è un capolavoro di bellezza gotica. Basta portarcelo. La sua bellezza nel lavoro: il facchino ha la sua bellezza di facchino. Il solo er­rore è quando cambiano, quando il facchino prende la bellezza del presidente, e il presidente quella del facchino.

Agnese                 Ma non in questo caso...

Teresa                 No. Lui ha piuttosto quella del raccatta­cicche.

Il Presidente      Teresa, so quanto te come valu­tare le mie qualità fisiche.

Teresa                 Tu sei brutto.

Il Presidente      Taci.

Teresa                 Sei brutto. Tutto il mio essere te lo grida Questa donna, arriva sino a violare la sua bocca per profferire la sua menzogna. Ma tutto in me: cuore, arterie, braccia, gambe ti gridano la verità.

Il Presidente      La bocca di Agnese vale la tua tibia...

Il signor di Bellac            Ha confessato.

Teresa                 Ma che cosa? Siete tutti contro di me. Che cosa ho confessato?

Il signor di Bellac            Il vostro sbaglio. Il contro delitto. Come volete che il Presidente sia bello in un ambiente e con una decorazione che gli ricor­dano di essere brutto.

Il Presidente      Bravo, capisco.

Teresa                 Tu capisci cosa?

Il Presidente      Il disagio che mi prende non sol­tanto davanti a te, ma davanti a tutto ciò che rap­presenta te, abiti, oggetti: le tue vesti abbandonate sullo schienale di una poltrona mi accorciavano di dieci centimetri la spina dorsale. Come avrei potuto avere le mie vere dimensioni? Le tue calze sul tavolo, e io mi sentivo una gamba più corta dell'altra, la tua lima da unghie sul tavolino, e mi mancava un dito: tutte queste cose mi dicevano che ero brutto. E la tua pendola di onice delle Alpi me lo ripeteva ogni secondo. E il tuo gallo morente sul camino. Perché, avevo freddo accanto al fuoco? Perché il tuo gallo morente nel suo ultimo rantolo mi ripeteva che ero brutto. Sparirà da questa sera. Prenderò le mie verità e il mio colorito solo dalla fiamma.

Teresa                 Tu non toccherai il mio gallo morente.

Il Presidente      Ed invece questa sera sarà già fuso. Come sarà distrutto tutto il resto, comprese le tue sedie stile direttorio, imbottite di crine per dire al mio di dietro che io sono brutto, pungendolo. All'asta.

Teresa                 Non venderai le mie sedie direttorio.

Il Presidente      Bene, le regalerò. Come in casa vostra, Agnese?

Agnese                 Le sedie? In velluto.

Il Presidente      Grazie, velluto. E sulla tavola?

Agnese                 Sulla tavola, io tengo dei fiori. Oggi ho delle rose.

Il Presidente      Grazie,  rose.  Grazie,  anemoni. Grazie, glicini e ricini selvatici. E sul camino?

Agnese                 Uno specchio.

Il Presidente      Grazie, specchi. Grazie, riflessi. Grazie a tutto ciò che renderà da ora la mia immagine o la mia voce. Grazie, fontana di Versaglia. Grazie, eco.

Teresa                 Avevo lasciato Oscar. Ritrovo Narciso.

Il signor di Bellac            Il solo Narciso colpevole è colui che trova gli altri brutti. Vediamo, signora, come può il Presidente essere ispirato quando detta lettere od appunti sotto due occhi così poco indulgenti?

Il Presidente      È stato sotto gli occhi del mio povero cane che io ho scritto le mie migliori cir­colari.

Il signor di Bellac            Perché l'occhio del cane è fedele e vi vede così come voi siete. E un leone vi avrebbe ispirato circolari ancor più eloquenti, perché il leone vede tre volte la grandezza naturale e a doppio rilievo...

Teresa                 Non continuate. O metterà dei leoni nel nostro appartamento.

Il Presidente      Io non ci metterò dei leoni. Ma il gallo morente e la baiadera voleranno dalla finestra.

Teresa                 Se tu li tocchi, sarò io che me ne andrò.

Il Presidente       A tuo piacere.

Teresa                 Ma infine cosa sono questi insulti? Ti ho dato senza riserve la mia vita e il mio ingegno. Divido un letto di cui ho ricamato la trapunta e resa soffice la lana. Che forse tu scivoli dal letto? Non hai mai mangiato un arrosto bruciato, né be­vuto un caffè acquoso. Grazie a me, tu sei uno di quegli uomini dei quali si può affermare che hanno in tasca un fazzoletto pulito ogni giorno, che nelle scarpe non hanno dita fuori delle calze, e le tarme cercano invano nei tuoi abiti le macchie d'olio e di grasso che permetterebbero loro di  vivere...  Cosa vuol dire dunque questo  processo all'onore delle donne e della vita domestica?

Il Presidente      Una parola. Tu mi dici che io sono brutto perché  tu  mi  trovi  brutto,  o  perché ti diverti e ti vendichi dicendomelo?

Teresa                 Perché tu sei brutto...

Il Presidente      Bene, continua.

Teresa                 Ed ecco che interviene questa donna. Nella prima occhiata si indovina quale parte avrà l'uomo che vivrà con lei. Pantofole con la soletta in­terna felpata. Lettura serale nel letto, con un solo pezzo di giornale disputatissimo, e una lampada da comodino che si spegne dalla porta. Abiti che non saranno mai aggiustati quando occorre. Giorni di colite senza bismuto, di freddo senza l'acqua calda, di mosche senza flit...

Il Presidente      Agnese, mi dite che sono bello perché voi mi trovate bello o per burlarvi di me?

Agnese                 Perché voi siete bello.

Teresa                 Sposatelo, allora, se lo trovate tanto bello. Sapete, è molto ricco.

Agnese                 Può avere dei milioni, questo non mi impedirà di trovarlo bello.

Teresa                 E tu cosa aspetti a chiederle di sposarti?

Il Presidente      Non aspetto più niente. Lo chiedo subito.  E non ho alcun rimorso. Anche Gesù ha preferito Maddalena.

Teresa                 Prendetelo, perché io ci rinuncio. Prendetevelo, se vi piace sentire russare la notte.

Agnese                 Russate? Che fortuna. Quando non dor­mo ho così paura del silenzio, io.

Teresa                 Se vi piacciono le rotole appuntite.

Agnese                 Non mi piacciono comunque le gambe troppo dritte come birilli.

Teresa                 E il petto simile a quello di un pollo.

Agnese                 Oh signora, che menzogna. Io sono molto difficile riguardo il petto.

Teresa                 E non travate che ha il petto come quello di un pollo?

Agnese                 No signora. Di un crociato.

Teresa                 E la fronte, quella fronte da gozzuto è forse una fronte d'aquila?

Agnese                 Ah, no certo. Di un re.

Teresa                 È troppo. Addio. Io mi rifugio nel mondo dove la bruttezza esiste.

Il Presidente      Te la porti dietro con te. Tu l'hai impressa nell'anima e negli occhi.

(Teresa esce) 

Ed ora Agnese, in pegno di un felice avvenire, accet­tate questo brillante. Poiché voi sapete ben para­gonare la mia bellezza alla sua, io saprò illuminarmi e riflettermi ai vostri sguardi. Vi chiedo un minuto. Vado ad annunciare il nostro fidanzamento al Con­siglio. Usciere, scendete e accaparratevi tutte le ca­melie del quartiere per i nostri occhielli; e voi, signore, a cui io debbo oggi così tanto, spero che vorrete sedervi alla nostra mensa... Abbracciatemi, mia dolce Agnese... Esitate?

Agnese                 Esito anche a guardare il mio brillante.

Il Presidente      A rivederci, allora. Agnese del più felice degli uomini.

Agnese                 Del più bello...

(Il Presidente esce).

Il signor di Bellac            Un impiego, un marito, un brillante. Posso lasciarvi, Agnese. Non vi manca più nulla.

Agnese                 Sì.

Il signor di Bellac Siete insaziabile.

Agnese                  Guardatemi.  Non  sono cambiata  da questa mattina?

Il signor di Bellac           Siete un po' più commossa, un po' più morbida, un poco più tenera...

Agnese              La colpa è vostra. A forza di ripetere le vostre parole, mi è venuto un desiderio: perché mi avete costretto a dire che è bella tutta quella gente così brutta? Io mi sento ormai in grado di dire che è bello a qualcuno che è veramente bello; ho bisogno di questa ricompensa e di questa punizione. Trovatemelo.

Il signor di Bellac Il giorno è bello. L'autunno è bello.

Agnese                 Sono così lontani da me. E il giorno non si può toccare. E non si abbraccia l'autunno. Vorrei dire che è bella alla più bella forma umana.

Il signor di Bellac            E accarezzarla un poco?

Agnese                 E accarezzarla.

Il signor di Bellac            Anche l'Apollo di Bellac?

Agnese                 Ma non esiste.

Il signor di Bellac            Voi chiedete troppo. Che esista o no, è la bellezza suprema.

Agnese                 Avete ragione. Io non vedo bene che ciò che tocco. Non ho immaginazione.

Il signor di Bellac            Insegnate al vostro pensiero di toccare. Supponete che accada nelle commedie che hanno una tradizione, ciò che dovrebbe accadere in una vita che si rispetta.

Agnese                 Che improvvisamente voi siate bello?

Il signor di Bellac            Grazie. Pressappoco... Che è il dio della bellezza stessa che è venuto a visitarvi questa mattina. D'altronde forse è vero. Ed è ciò che vi ha mutata, e vi ha sconvolta ed op­pressa... E che improvvisamente egli si riveli a voi. E che sia io. Che vi appaia nella mia verità e nel mio sole. Guardatemi, Agnese. Guardate l'Apollo di Bellac.

Agnese                 Debbo chiudere gli occhi per vedervi, non è vero?

Il signor di Bellac           Voi comprendete tutto. Ahimè, sì.

Agnese                 Parlate. Come siete?

Il signor di Bellac            Dategli del tu. Apollo esige il massimo rispetto.

Agnese                 Come sei?

Il signor di Bellac            Nei particolari, natural­mente! Eccoli: la mia statura è una volta e mezzo la statura umana. La mia testa è piccola, ed è la set­tima parte del corpo. L'idea della squadra è venuta ai geometri dalle mie spalle, e a Diana, l'idea dell'arco, dai miei sopraccigli. Sono nudo, e l'idea delle co­razze è venuta agli orefici da questa mia nudità...

Agnese                 Con le ali ai piedi?

Il signor di Bellac            No. Quello che ha le ali ai piedi è il Mercurio di Saint-Yriez.

Agnese                 Non riesco a vederti. Neppure i tuoi occhi. Né i tuoi piedi.

Il signor di Bellac            Per gli occhi ci guadagni. Gli occhi della bellezza sono implacabili.  Ho gli occhi d'oro bianco e l'iride è di grafite. L'idea della morte è venuta agli uomini dagli occhi della bel­lezza. Ma i piedi della bellezza sono seducenti. Sono i piedi che non camminano, che non toccano la terra, che non si sciupano mai. Le dita sono affu­solate: il secondo infatti è straordinariamente più lungo del primo, e dalle sue curvature è venuta ai poeti l'idea del globo e della dignità. Mi vedi ora?

Agnese                 Male. Io ho dei poveri occhi d'agata e di spugna. Tu fai giocare loro un gioco crudele Non sono fatti per vedere la bellezza suprema. Anzi fa loro piuttosto male.

Il signor di Bellac            In ogni caso il tuo cuore ne approfitta.

Agnese                 Ne dubito. Non contare troppo su di me. bellezza suprema. Tu lo sai, io ho una vita modesti. La mia giornata è mediocre. e ogni volta che ritorno nella mia camera debbo salire cinque piani nella oscurità e nel cattivo odore. Al mio lavoro o al mio riposo c'è sempre la prefazione di cinque piani. E come sono sola. Qualche volta per fortuna, c'è un gatto che attende davanti ad una porta. Lo ac­carezzo. Una bottiglia di latte rovesciata. Io la ri­metto in piedi. Se si sente odore di gas, avverto la portinaia. C'è tra il secondo e il terzo piano una svolta con gli scalini inclinati per il logorio e per la vecchiaia. A questa svolta la speranza mi abbandona e il mio respiro è affannoso per questa pena. Ecco la mia vita. È fatta d'ombra. E di carne un po' av­vilita e un poco livida. Ecco la mia coscienza: una gabbia di scale. Allora, se esito a immaginare come sei, è per mia difesa. Non volermene...

Il signor di Bellac            Tu stai per diventare una delle più felici donne del mondo, Agnese.

Agnese                 Sì. Nella gabbia di queste scale. Le stuoie sono nuove e portano le iniziali. Le finestre hanno vetri con fiori ed uccelli. E nessuno scalino cede. E l'edificio non vi sfugge mai di sotto i piedi nel rullio della sera e della città. Ma salirvi con te sarebbe ancora più duro. Allora non rendermi l'impresa troppo difficile. Vattene per sempre. Ah, se tu fossi soltanto un bell'uomo denso di carne e di anima, ti aprirei le braccia. E come ti stringerei. Io ti vedo in questo momento pressappoco come tu devi essere, fasciato di bellezza, con i fianchi snelli dai quali è sorta l'idea alle donne di avere dei maschi. Dai riccioli sulle tue tempie è sorta l'idea di avere delle bambine, e da quest'aureola attorno a te è sorta nelle donne, l'idea delle lacrime. Ma tu sei troppo lucente e troppo grande per la mia misura. Colui che non posso stringere a me nella mia misura, non è per me. Conserverò il brillante. Un brillante va anche in un ascensore. Vattene, Apollo. Sparisci quando io aprirò gli occhi.

Il signor di Bellac            Se io scomparirò tu ritroverai un essere umano mediocre come te, pelle attorno agli occhi, pelle attorno al corpo.

Agnese                 È la mia  sorte.  La preferisco. Lascia che ti abbracci. E scompari.

(Si abbracciano).

Il signor di Bellac            Ecco fatto. Apollo è scom­parso e io me ne vado.

Agnese                 Come siete bello.

Il signor di Bellac            Cara Agnese.

Agnese                 Com'è bella la vita in un uomo, quando si è vista la bellezza solo in una stampa. E voi mi lasciate, e voi credete che sposerò il Presidente?

Il signor di Bellac            È buono. È ricco. Addio.

Agnese                 Voi pure state per esserlo. Gli ordinerò di comperare al suo giusto prezzo l'invenzione del legume unico. Rimanete.

Il signor di Bellac             L'invenzione non è ancora a punto. Il suo seme è invisibile, il fusto sale all'al­tezza dei pini e sa di allume di rocca. Ritornerò non appena sarà perfetto.

Agnese                 Giuratelo.

Il signor di Bellac            Al mattino stesso lo semi­neremo insieme. Ve lo giuro.

(Sparisce nel momento in cui il Presidente appare con la camelia all'occhiello).

Agnese                 Io compero il giardino.

Il Presidente      Agnese, buone notizie. Il Con­siglio, in delirio alla notizia che la questione della lotta dei sessi è alfine risolta, decreta di cambiare il tappeto a righe dello scalone, con una moquette di Roubaix, dal disegno persiano. È il vostro regalo per il nostro fidanzamento. Come? Siete sola? Il nostro amico non c'è più?

Agnese                 Se n’è andato proprio adesso.

Il Presidente      Chiamatelo. Pranzerà con noi... Sapete come si chiama?

Agnese                 Solo di nome: Apollo.

Il Presidente       (alla porta)   Apollo. Apollo. 

(I membri del Consiglio e l'usciere arrivano tutti con camelie all'occhiello) 

Chiamate con me. Voglio che ritorni.

Tutti                     (l'usciere dalle scale, i membri Rasemutte e Schulze dalle finestre, il signor di Cracheton da una porta)   

Apollo. Apollo.

Il signor Lepedura              (che  entra, ad Agnese)  Apollo è qui?

Agnese                 No. È passato...

F I N E

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