L’arcidiavolo

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L’ARCIDIAVOLO

Commedia in un atto

di CARLO TRABUCCO

PERSONAGGI

IL PADRE, anni 70

LA MADRE, anni 66

AGOSTINO, anni 46

CESIRA, anni 43

STEFANO, anni 24

Commedia formattata da

Agostino ha il viso deturpato da una brutta ferita. I baffi e la barba, vagamente alla Gengis Kan, danno al volto qualcosa di sinistro, di qui la sua autodefinizione di « arcidiavolo »; certe espressioni polemiche che possono apparire cattive rive­lano un ingegno pronto che si accompagna a una vivacità della persona superiore all'apparenza che è quella di un uomo finito. Padre e madre sono personaggi comuni della normale vita quotidiana. Cesira è una bella donna e non dimostra le quarantatre primavere che reca sulle spalle. Parti­colare valore ha la figura di Padre Stefano, un giovane che sulle prime può apparire fragile e assente e rivela poi una forte personalità: egli indossa il « clergyman ».

 Sala di soggiorno di una famiglia benestante. Un divano, una poltrona, un tavolino basso sulla sini­stra, alcune sedie, soprammobili, quadri ai muri; un televisore verso destra, sul fondo. Una porta verso destra, una al centro che immette in una anticamera alla quale accede chi viene di fuori. Una finestra in fondo a destra; si suppone che l'al­loggio sia a un piano rialzato da terra e dia su un giardino. L'inserto cinematografico potrà essere realizzato se l'economia del tempo lo consentirà. La scena è nella semioscurità, la televisione è acce­sa e si intravedono due personaggi seduti che la statino seguendo. A un tratto un lungo squillo di campanello, insistente. Si alza il personaggio di sinistra: è la mamma, mentre il personaggio di destra, un giovane religioso - Stefano - accenna a muoversi.

Stefano                            - Non c'è Matilde?

La Madre                         - E' già a letto; oggi ha avuto una giornata faticosa. Vado io. Resta. (Via dalla porta di centro mentre il campanello riprende a squil­lare).

Il Padre                            - (entra da destra, dopo qualche poco, in giacca da camera, tenendo il giornale in mano) Chi è questo rompiscatole?

Stefano                            - Non lo so. La nonna ha voluto andare lei ad aprire. (Riduce la voce della televisione; sul video continueranno ad apparire le immagini del­la trasmissione).

Il Padre                            - A quest'ora non si deve aprire ad alcuno. Avresti dovuto accompagnarla. Se ne leg­gono di tutti i colori sui giornali. Anche oggi una donna aggredita in casa da un falso controllore del gas. (Pausa) Tu hai preparato tutto?

Stefano                            - Non ho molto da preparare. Porterò con me solo una valigia e qualche libro. Padre Alberto mi attende domattina all'aeroporto. In meno di dodici ore saremo a Bombay, poi a Calcutta.

Il Padre                            - Fai più in fretta tu ad andare in India che la nonna a liquidare quel seccatore. Ma che fa, santi numi? (Sta per avviarsi verso l'antica­mera, quando giunge la voce di Agostino).

Agostino                          - Ehi, non c'è alcuno in questa casa? (Appare sulla soglia della porta di centro, reg­gendo sulle braccia la mamma svenuta. La penom­bra in cui si trova la stanza solo illuminata dalla luce del « video » non consente ai personaggi di riconoscersi. L'apparizione della madre sorretta dal visitatore sconosciuto, sconcerta sia il padre che Stefano, per cui in sulle prime non pensano neppure di accendere la luce).

Il Padre                            - (si precipita verso Agostino) Che è successo?

Agostino                          - E' svenuta lo prevedevo. Dove la pos­siamo adagiare? Su questo divano?

Il Padre                            - Mari, Mari, che è accaduto?

Agostino                          - Posso assicurare che non è morta.

Il Padre                            - Lei chi è?

Agostino                          - Chi sono? L'ombra di me stesso. (De­posta la madre sul divano, si guarda attorno incu­riosito. Il padre accende la luce e osserva il visi­tatore, senza che questi si interessi molto di lui. Lo interessa - almeno sembra - assai di più l'am­biente).

Stefano                            - (è presso la nonna e cerca di rianimarla. Per il momento il personaggio sconosciuto entrato nella stanza non lo interessa più) Nonna, mi senti? (Poiché è medico si conduce come tale).

Agostino                          - Tutto nuovo qui. Eh, già, vent'anni. (Al padre) Chi sono? Sì, convengo, i baffi e la barba alla brigantesca, complicano le cose. Lei mi ha riconosciuto subito e si è afflosciata.

Il Padre                            - Agostino, Agostino mio! (Scoppia a piangere. Poi dopo averlo abbracciato, ne afferra le spalle con le due mani, e se lo guarda a lungo in volto, per persuadersi che veramente quello è suo figlio) E' dunque vero? E' dunque vero? Tu vivo, fra noi... la realtà inverosimile.

Agostino                          - E' una realtà un po' inverosimile anche per me.

Il Padre                            - La mamma soffre di cuore, Agostino, ti rendi conto che è sbalorditivo? Che dico! E' fan­tastico.

Agostino                          - Sì, la mia apparizione fa parte della fantascienza... (Più che al padre bada alla mamma e alle cure di Stefano) Come questo prete. Un prete in casa nostra non si è mai visto. (Stefano avverte le parole di Agostino ma non dà a vedere di accorgersene e continua la sua opera).

Il Padre                            - E' Stefano. Ti racconterò... Ma adesso racconta tu a me.

Agostino                          - (sempre rivolto a Stefano) Anche questo è un segno dei tempi nuovi.

Il Padre                            - Agostino, parlami di te... Voglio sapere come è avvenuto questo prodigio. La mamma è in buone mani..i

Agostino                          - In buone mani! Quarant’anni fa eri un libero pensatore e anche massone, se non sbaglio. Adesso trovo un prete in casa. E' un infer­miere? E' così ammalata la mamma? (Le si av­vicina).

Il Padre                            - Con tutte le traversie passate è un miracolo essere vivi.

Stefano                            - Ecco, si sta riavendo. E' una forma di astenia provocata da una forte scossa emotiva. Bisogna tenere conto dell'età...

Agostino                          - Vedo che se ne intende...

La Madre                         - (sta rinvenendo e gira lo sguardo attor­no) Che succede?

Il Padre                            - (gioiosamente) Mari, è notte ed è spun­tato il sole. E' tornato il nostro Agostino...

La Madre                         - Il nostro Agostino io l'ho aspettato, sempre.

Agostino                          - Il tuo Agostino ti ha fatto paura.

La Madre                         - Paura no... L'emozione... un colpo da far mancare il cuore. Ma il cuore sapeva che tu saresti tornato.

Agostino                          - Così conciato? Vi devo apparire alcun poco demoniaco. (Ride) Se non facevo un patto con il diavolo non sarei riuscito ad arrivare qui. Una scheggia di granata mi ha fatto un gerogli­fico sulla fronte... e qui, vicino al mento c'è ancora uno sberleffo di mitragliatrice. Tutti erano con­vinti che fossi finito. Invece...

La Madre                         - Ringraziamo la Provvidenza.

Agostino                          - Ah, dovrei anche ringraziare qualcuno perché sono ridotto in queste condizioni? Mam­ma, ho dentro tanto veleno da sentirmene intossi­cato: odio e maledico tutto quanto mi circonda.

La Madre                         - (si è alzata in piedi, aiutata anche da Stefano) No, Agostino, non dire più; tu vuoi davvero farla morire la tua mamma ora che si sente felice per il tuo ritorno. (Gli si avvicina e lo abbraccia).

Il Padre                            - Ha ragione tua madre; noi stiamo vivendo le ore più belle della nostra vita, lo sbalordimento è pari alla felicità.

La Madre                         - Dopo più di vent'anni.

Il Padre                            - Eri iscritto al terzo anno di ingegne­ria... Ventidue anni... (Si volge al muro e indica una fotografia) Ecco, così.

Agostino                          - Buttala via quell'immagine. Non guar­date quella menzogna. Quello lì non c'è più; di­struggetene anche il ricordo.

La Madre                         - No, Agostino, non devi pronunciare simili parole. (Gli si avvicina e lo accarezza) Sei sempre il nostro caro ragazzo.

Il Padre                            - Per noi non sei mutato in nulla.

Agostino                          - Mamma, parliamo, dal momento che non se ne può fare a meno. Come tutto è magni­fico in questa stanza. Un tempo mi pare fossimo più poveri. Il ragioniere Andreis strappava la vita con i denti: quante capriole ha dovuto compiere per mantenere due figli all'università! Però duran­te questo tempo non devono essere accadute troppe brutte cose. (Stefano segue la vicenda da spettatore appartato).

Il Padre                            - Brutte? (Fa un cenno come per dire: Tu non sai quanto).

Agostino                          - Quando alla stazione ho chiesto all'au­tista se sapeva dove abitava il ragioniere Andreis, mi ha corretto: Il Comm. Andreis, vorrà dire. Ho soggiunto: quello della Banca. Lui: certo, quello della Banca. Durante la corsa ho riflettuto: al morto una medaglia, al vivo la commenda.

Il Padre                            - A Roma dicono la solita patacca.

Agostino                          - Ma è una patacca che fa gioco. Come quell'abito lì. Adesso mi hanno detto: comandano i preti. E tu papà che in gioventù hai sputato sulle sottane nere, ti viene in casa un soggetto del genere?

La Madre                         - Stefano è nostro nipote... è tuo nipote.

Agostino                          - Avevo previsto novità, ma un prete no davvero. Il peggio è raggiunto.

Il Padre                            - La tua è una villania che questo ra­gazzo non merita.

La Madre                         - Agostino, tua madre ti chiede di essere più sereno.

Agostino                          - Sereno vuol dire educato? Il nostro reverendo si sarà accorto che la guerra trasforma gli uomini in villani, anche. Ma prima in bruti.

La Madre                         - E' figlio di tuo fratello Massimo.

Agostino                          - Un Andreis, come me. Intanto diamoci la mano. Io non so se acquistando un nipote come te faccio un buon affare, ma so che tu ne fai uno pessimo con uno zio come me.

Stefano                            - Non condivido la sua opinione. Anzi­tutto acquisto un uomo sincero e la sincerità è una moneta rara in circolazione. Agostino        - (un po' sorpreso) Ah... (Pausa) Ricor­da, è una moneta che non ti farà concludere molti affari nella vita. Io non me ne intendo: tu che cosa sei? Prete? Frate?

Stefano                            - Non ancora. Sarò padre gesuita.

Agostino                          - Ah, siamo cascati bene, papà. Gesuita! Ai tuoi tempi equivaleva a ipocrita. Io avevo una certa simpatia, se così posso dire, per i dome­nicani. E sai perché? Perché il più bravo di loro, il Savonarola, lo hanno bruciato. Naturalmente i preti. Per caso non c'è stato anche lo zampino dei gesuiti?

Stefano                            - La Compagnia di Gesù è nata quasi mezzo secolo dopo.

Agostino                          - Allora questo peccato non ce l'ha sulla coscienza. Però reverendo nipote, anche nel tuo mondo c'è più ipocrisia che sincerità.

Stefano                            - Io non sono in grado di giudicare il mio mondo. Mi attengo a una norma lineare: fai quel che devi, avvenga quel che può.

Agostino                          - Allora ti prendo in parola: come devi comportarti con un uomo come me, ateo e mene­freghista, che sputa sull'umanità, che non crede alla legge, che ha sulla coscienza grossi peccati...

La Madre                         - Agostino, tu stai trasformando la no­stra gioia in una pena.

Agostino                          - Lascia rispondere al teologo : che devi fare con un arnese come me?

Stefano                            - Volergli bene. E lei non rifiuterà il mio affetto, perché è diverso da quello che ha trovato per il mondo.

Agostino                          - Intanto per il mondo non ho trovato un nipote che mi desse del lei. Di sottane ne ho incontrate parecchie e quelle mi davano tutte del tu. D'accordo, erano stracci sporchi... mentre tu porti una sottana pulita. Però, lasciamelo dire, non sei seducente, almeno per me. Per la mamma ( forse...

La Madre                         - E' un caro ragazzo, che a ventiquattro anni è già medico. Purtroppo ci lascia. Anziché curare la nonna curerà la gente dell'India.

Agostino                          - Medico a ventiquattro anni. Devi esse­re un prodigio. Così anche tu, per le strade del mondo. Io pure quand'ero al Politecnico sognavo centrali elettriche, dighe favolose... nella lontana Africa. La mia generazione avrebbe dovuto trasfor-| mare l'Africa in un paradiso terrestre. Ne abbiamo fatto un cimitero. Adesso vedi come sono con­ciato... Reverendo nipote, io sono una pagina, una delle tante, della fortuna imperiale d'Italia, nella quale per giunta ho creduto e per la quale ho combattuto. Tuo padre, invece, sarà un uomo a modo. Il mio grande fratello Massimo studiava chimica ma, avendo vista difettosa, sotto le armi non è andato. Avrà un grande stabilimento, molti operai, grossi affari. Se devo giudicare da questa i casa, gli Andreis se la passano bene.

Stefano                            - Papà è morto. Una bomba di aeroplano.

Agostino                          - (con un urlo) No, perdio! No, no, no...

                                        - (La madre scoppia a piangere; il padre china la testa angosciato. Agostino va avanti e indietro, guardando ora l'uno e ora l'altro. Si ferma davanti a Stefano) Prete, credi davvero che questo sia un dono del tuo Dio alla famiglia Andreis o un regalo di quella che mia madre chiama la Provvidenza?

Stefano                            - Credo che la giornata degli uomini non va giudicata all'alba ma al tramonto. Il mio Maestro mi ha insegnato che solo se il chicco di grano muore, porta frutto: io credo a questa verità.

Agostino                          - E io no. A che cosa sono serviti i mi­lioni di morti della spaventosa guerra?

Stefano                            - A provare che la stoltezza governa il mondo. Chi pratica l'amore si salva, chi lo ignora semina rovine. Noi ne siamo la prova.

Agostino                          - L'ultima predica su questo tono l'ho udita vent'anni fa dal cappellano militare. Non mi persuase allora, non mi persuadi tu, ora, (Pausa) Una bomba americana, immagino. I liberatori...

Il Padre                            - Stefano era appena nato. Ucciso lui, disperso tu. La desolazione.

La Madre                         - Rimasero con noi, lui, Piccolino e sua madre, Cesira.

Agostino                          - Cesira sua madre? (Rievoca con una punta di amaro) Cesira... Era nostra compagna di giochi. Mi faceva certi dispetti... Quando partii era una statua modellata da un artista; alta, sinuo­sa... due fianchi toccati dal pollice di Michelangelo. (Scoppia a ridere) Cesira mi chiamava... Mamma, come mi chiamava?

La Madre                         - Non lo so, tesoro.

Agostino                          - No, tesoro, no... Un giorno cadendo mi feci male alla testa e l'appoggiai sulle sue ginoc­chia. Cesira mentre mi accarezzava mi chiamava... Ah, ricordo: pulcino. (Scoppia a ridere; sottovoce) Al combattente preferì il galletto riformato. (For­te) Come sta tua madre?

Stefano                            - Bene.

Agostino                          - (ancora come fra sé, sottovoce) E' ri­masta in famiglia... Mi fa piacere.

La Madre                         - L'ha provata il dolore appena due anni dopo il matrimonio. Ha dedicato tutta la vita a Stefano che ha ottenuto un posto gratuito al Convitto Nazionale. La vocazione è venuta più tardi. Cesira verrà fra poco a prenderlo. Vuole trascorrere con suo figlio le poche ore che prece­dono la partenza.

Agostino                          - Qual è la tua meta?

Stefano                            - Ronchi, oltre Calcutta. Vado a curare i malati e a continuare gli studi religiosi.

Agostino                          - Ti attira quella vita?

Stefano                            - Un medico in India è più utile che in Italia. Non so se lei condivida la mia opinione.

Agostino                          - Io condivido l'opinione che si sta meglio fra i selvaggi che fra le persone civili. E forse si sta meglio nel mondo dell'inconscio che in quello della conoscenza. Non so se debbo rin­graziare i medici russi che mi hanno curato e com­piacermi con me stesso per la conoscenza della loro lingua. Se non avessi pronunciato qualche parola in russo mi avrebbero finito, come gli altri. A un tratto odo una voce che dice: Skolka Kaput jest? - quanti morti ci sono? Ho la forza di rispondere: Ras, dua, tri, citiri... - uno, due, tre, quattro: sono salvo. (Pausa) Mi hanno fatto un bel regalo. All'ospedale fu una dottoressa, Ludmil­la Korizev, ad accorgersi che ero un ufficiale: fece sparire mostrine e gradi. Me lo disse dopo... Per­ché lo fece? Non lo so.

La Madre                         - Perché era una donna.

Agostino                          - Poi da una città all'altra, e ovunque mi sono trovato accanto una dottoressa. Maruska, Tatiana, Nicolajevna... Sono passato in numerosi ospedali... Ero divenuto una specie di cavia nazio­nale. Da ultimo passavo da elettroshock in elettro­shock, una invenzione italiana, mi dicevano i dot­tori: ne uscivo morto. Nessun risultato apparente. E i medici a non mollare... La mia parlata russa li divertiva. « Vas italienski Koltur » - voi italiani siete intelligenti. Ma la mia intelligenza non arri­vava a ricordare chi fossi. Un giorno pan, così come quando si accende un riflettore. La dotto­ressa seduta vicino a me, studiava il greco antico, perché voleva leggere nella lingua originale le teorie del vostro (si riferisce a Stefano) collega Galeno. Stava declinando il vocabolo « Anèr », che in greco significa « uomo ». Mi divertivo anch'io. Mi pareva di essere tornato al tempo del ginnasio. Quando dal singolare passò al plurale: nomina­tivo oi andres, vocativo o àndres, io fui folgo­rato... Guardando in volto Andreievna, presi a sil­labare: An-dres... An...dre...is... An...dres... Ani­dre... is... (Più veloce) Andres... Andreis... Nella stan­za c'era uno specchio: mi precipito e domando: Tu chi sei, tu chi sei? Sapete che cosa ha risposto lo specchio? An-dre-is e voltatomi verso Andreiev­na ho gridato: Io sono Andreis - e l'abbracciai. E le dicevo: Andres come Andreievna, come An­dreis. Il nostro nome aveva la stessa radice e in quel momento, penso, avevamo anche la stessa anima. (E' molto emozionato) Tu capisci (rivolto a Stefano) che significò per me ritrovare il mio nome.

Stefano                            - Certo, fu come rinascere.

Agostino                          - Rinascere. Tu teologo, sei sottile, non hai detto « risorto », hai detto nato una seconda volta. Poi dovevo ritrovare il nome. Andreievna si è procurato un libro di cui ignoravo l'esistenza : « Il martirologio romano ». Quanti martiri : mai immaginato una cosa simile. Ha preso a leggere... Abbondio, Abbondanzio, Abramo, Achilleo, Adria­no. (Pausa) Poi venne Agostino. Sbarrai gli occhi, scattai in piedi e gridai: Agostino!

La Madre                         - (grida) Agostino!

Agostino                          - Ecco, così, mamma. Andreievna mi passò una mano sulla fronte dolcemente, poi mi prese per mano come avresti fatto tu e mi con­dusse dal direttore della clinica, questi chiamò altri medici e incominciarono a scrivere, a scat­tare fotografie, a tracciare schizzi. Mi portarono alla grande accademia medica di Mosca. Fu allora che pensai al ritorno. Se ne interessò ancora Andreievna, mi accompagnò all'ambasciata. Un tipo eccezionale, Andreievna Iliutin... Chissà per­ché nella vita di un uomo ci deve sempre essere una donna che ne corregge la sorte? (Squillo di campanello).

Stefano                            - E' la mamma. (Va di là, nell'anticamera incontro a Cesira),

Agostino                          - La mamma... Ecco, stavo facendo un ragionamento e all'improvviso viene interrotto dall'arrivo di una donna che in questo momento, qui, non era necessaria: in Russia varie donne sono state necessarie per la mia « salvezza ». Diceva proprio così Andreievna. Per un uomo come me, che cos'è la salvezza?

La Madre                         - Il ritorno fra noi. Non ti pare una grande cosa? La dottoressa è stata un perso­naggio molto importante nella tua vita. Agostino, la tua mamma è una donna, non è stata impor­tante per te?

Agostino                          - Ora non dirmi che bestemmio: non lo so. Che cosa intendi per importanza? Che ti devo ringraziare per avermi messo al mondo? Allora devo ringraziare anche mio padre, ma che merito avete se quando sono stato concepito nes­suno dei due pensava a un certo Agostino? (Cesira entra con Stefano. Si ferma sulla soglia) Che bella sorpresa! Cesira, sei di fronte a una larva d'uomo, mentre tu conservi la maestà d'un tempo.

Cesira                              - (senza eccessiva emozione) Stefano mi ha raccontato... Non è facile rendersi conto... Io sono sbalordita, Agostino. (Gli dà la mano).

Agostino                          - Anch'io. (Vorrebbe abbracciarla, ma si trattiene) Quanta acqua è passata sotto i ponti, Cesira; vedo che qualche po' d'acqua si è trasfor­mata in neve. Ricordi il tenentino che si congedò alla stazione con un tuo dono molto intonato ai tempi? Una piccola lupa d'oro. Ha fatto una cat­tiva fine. L'ho buttata perché se i russi me la trovavano, mi fucilavano. Ho dimenticato parec­chie cose; questa no. (Cambiando tono) Cesira, hai un bel figliolo. Non avrei mai supposto che un giorno saresti diventata la madre di un prete.

Cesira                              - Non ho né meriti né demeriti.

Stefano                            - E' stata la chiamata.

Agostino                          - La chiamata?

Stefano                            - E' una parola che lei non può inten­dere. Recentemente un attore ha imboccato la mia stessa strada. Io appena uscito di liceo, lui appena uscito di palcoscenico. Identica la scelta.

Agostino                          - Io non ho avuto tempo di scegliere, come tuo padre del resto. Così adesso in casa c'è un prete che chiederà al Padreterno di avere misericordia del morto e del vivo, posto che il vivo questa misericordia la meriti.

Stefano                            - Senza dubbio.

Agostino                          - Tu che cosa intendi chiedere al Padre­terno per me?

Stefano                            - Di non restare solo.

Agostino                          - Mi vorresti dare moglie?

Cesira                              - Non è questo che Stefano intende dire.

Agostino                          - Ho inteso, ho inteso... Se mai per questa soluzione sarei rimasto là dove qualcuno ha dimostrato di non avere orrore di questo relitto. Ma io diffido dei sentimenti; l'umanità è tradita I dai sentimenti: l'amore, la bontà, l'altruismo.L'uomo deve essere libero e non riconoscere alcu­na legge, deve pensare a se stesso e infischiarsi di tutti, deve essere solo perché la solitudine garantisce la sua libertà. (A Stefano) E tu hai scelto una strada per camminare da solo; dell'anima ì gemella te ne freghi, al mondo ti senti estraneo, della tua famiglia non ti dai pensiero, anzi le volti le spalle. In sostanza tu sei in linea con le mie teorie.

Stefano                            - Solo in apparenza. Io non sento il peso della legge perché vivo nella legge. Basterebbe cancellare la parola egoismo, e la montagna delle leggi crollerebbe. E sarebbero cancellate le guerre, non ci sentiremmo estranei gli uni agli altri e io già l'avrei abbracciata, zio, quello che ancora non ho  fatto, e glie ne chiedo perdono. Lei è della mia I famiglia e non le ho mai voltato le spalle perché il mio primo pensiero al mattino è per mio padre e il secondo per lei, lo zio scomparso in Russia, quindi è stato sempre presente fra noi. Oggi il I nostro incontro si riallaccia a quei pensieri... A differenza di lei, io credo all'amore, alla bontà, m all'altruismo. Le dottoresse russe non hanno forse applicato questi precetti? Il mondo però preferisce ignorarli e le conseguenze si vedono; lei, mi I perdoni la franchezza, è la prova di una lezione d'amore fallita.   

Agostino                          - Cesira, le cose le sa dire il tuo giova­notto... ma resto del mio parere. Comunque se mi vuoi abbracciare non faccio opposizione: credo che la scena piacerà a papà e mamma e anche alla tua genitrice.

Stefano                            - (si avvicina e lo abbraccia) Li devo alla mamma questi sentimenti.

Agostino                          - L'ho pensato; sono molto femminili, molto da pia donna.

Cesira                              - Ti inganni. Li ha predicati per primo un Uomo morto per testimoniarne la validità. Undici uomini si sono messi per quella strada e poi molti altri, fra questi, oggi, c'è anche mio figlio.

Agostino                          - Lo affermi non senza una punta di fierezza. Tu, papà, se sei rimasto fedele ai principi d'un tempo, dovresti avere un'opinione diversa.

II Padre                           - Io rispetto le idee di tutti.

Agostino                          - Rispettare le idee non vuol dire condividerle. Tu ti senti di dissentire da quanto ha detto il signor teologo?  

Il Padre                            - Perché dovrei dissentire? Ognuno può  percorrere la strada che crede.

Agostino                          - Un tempo tu declamavi l'Inno a Satana, ma oggi Carducci e Giordano Bruno sono passati di moda e ti sei fatta la nicchia canonicale.

Il Padre                            - Rilevo che le vicende belliche non hanno cambiato il tuo carattere.

Agostino                          - Quando uno è malato qui dentro (accenna alla testa) può sputare quello che vuole senza rischi. Non appena ho ricuperato la memoria, in Russia mi hanno fatto un corso accelerato di storia e mi hanno erudito sul terremoto successo. La democrazia in Italia... Questa, per me allievo dei corsi di mistica fascista, è la cosa più strabiliante. Come vedi, nipote teologo, da qualche parte ci incontriamo anche noi due... Senonché quella mistica mi ha portato a questo punto... Auguro che la tua ti faccia arrivare a una situazione meno fallimentare. Comunque non mi stupisco più di nessun evento. Dietro la facciata non si sa mai che cosa si nasconde. Un giorno, sfogliando un libro in una biblioteca dell'ospedale di Odessa, mi venne tra mano un foglio clandestino. Era scritto: « Vas Mussolinia diu ras strigliaiu » : Mussolini basta ammazzarlo una volta sola; « Hitleru dua ras » : Hitler bisogna ammazzarlo due volte; « Nas Stalin triras nequari » : Stalin ammazzarlo tre vol­te non basta[1]. L'autore forse è finito fucilato o forse ora sarà un grosso gerarca. Non mi stupi­sco più di nulla e quindi non mi sorprenderei di trovare in una qualche stanza il ritratto del Papa.

Il Padre                            - Ti sbagli; non vi sono ritratti di personaggi, di nessun genere.

Agostino                          - Sei diventato prudente. Chi è stato scottato dall'acqua calda non si fida più neppure dell'acqua santa. Sono sicuro che tu guardi lon­tano; prima o poi questo nipote diventerà vescovo e tu quel giorno sarai perlomeno cavaliere del San­to Sepolcro, con mantello e spadino.

Cesira                              - Ho l'impressione, Agostino, che tu sia in vena di dire sciocchezze. (Secca) Stefano domat­tina deve alzarsi presto: noi ce ne andiamo.

Agostino                          - Cesira resta ancora un poco. Non ci siamo detti niente.

Cesira                              - Non saprei che cosa dovremmo dirci. Di te noi sappiamo tutto : hai combattuto da bravo italiano, hai tenuto alto l'onore degli Andreis...

Agostino                          - Quindi anche il tuo, dal momento che anche tu sei una Andreis. E ho combattuto anche per l'onore di un prete... e questo proprio non me lo sarei immaginato. Vedi, papà, io potrei ancora aggiungere...

La Madre                         - No, ti prego. Hai offeso tuo padre più volte.

Agostino                          - Hai ragione, mamma. (Pausa) Non sarei dovuto ritornare. Mi sono domandato a più riprese: la realtà non distruggerà me e loro? Voi due siete come vi avevo immaginato, Cesira, no.

Cesira                              - Per quale ragione il tempo avrebbe dovu­to risparmiare proprio me?

Agostino                          - Vero. Però io sono fermo là, a quel giorno... a quel gesto... a quel volto... Immutato e immutabile.

Cesira                              - (sorride amara) Immutabile...

Agostino                          - Sicuro: immutabile. Io per te avevo fermato il tempo. Come Faust. (Pausa) La distanza consente alla memoria di non appannare le im­magini, la vicinanza le distrugge. Sarei dovuto rimanere là... ma il mio carattere non accetta quel rigore, quella fede cieca. Il mio concetto di libertà arriva all'anarchia. Ma neppure tornare qui, dove sono condannato a ricordare.

 

La Madre                         - Agostino, ricominceremo una nuova vita dopo avere ritrovato il figlio. (Al padre) Diglielo tu come la città ha ricordato il suo valore, il sacrificio... Quel giorno in Municipio volevano che la medaglia la portassi io, sul petto.

Agostino                          - Mamma, hai finito? (Dà in una sghi­gnazzata) Basta con questa pagliacciata.

La Madre                         - (sconcertata) Pagliacciata? Agostino, onoravano un eroe... quell'eroe era mio figlio. La nostra casa era così vuota senza di voi... Agostino (dà uno sguardo in giro) Adesso si è riempita di quadri che un tempo non c'erano. Questo, ad esempio. (Ne stacca uno). Una splen­dida pergamena... Il diploma per la commenda. (La scorre) La offrono al loro Presidente, gli impiegati della Banca del Credito Regionale. Presi­dente ti hanno fatto? Mi pare che vent'anni fa tu li considerassi un'accolta di ruffiani, curvi a lec­care le scarpe ai superiori... anche al Presidente, si capisce. Mi piaceva quel tuo sdegno seppure prudenziale e io, seppure ligio al duce, ti ammiravo. La Madre fascista... Tuo padre è sempre stato un anti-

Agostino                          - ...e un anticlericale. Adesso è giusto sia un baciapile. Amen.

Il Padre                            - Basta. Tu passi il segno.

Agostino                          - Ho passato il segno solo perché tu hai passato il traguardo più imprevisto. Siamo arri­vati ad avere il confessore in casa come ai tempi dei signorotti reazionari.

Cesira                              - E noi abbiamo in casa un verme.

Stefano                            - Mamma!

Cesira                              - Bisogna pur rispondere per le rime a questo signore che sì permette di svillaneggiare tutti perché se n'è tornato con l'aureola dell'eroe.

Agostino                          - Si vede, Cesira, che a differenza di altri tempi non mi hai guardato bene. Il pulcino è diventato un gallo spennato.

Cesira                              - Come soldato ti sei fatto molto onore; ne siamo tutti fieri.

Il Padre                            - A cominciare da tuo padre.

Agostino                          - Infatti io ho fatto tutto il possibile per lasciarci la pelle, da bravo mistico imbecille, ma non ci sono riuscito. Impara nipote, che cos'è la mistica; ì tuoi colleghi ti montano la testa per fartela perdere. Se vai in mezzo ai selvaggi, prima o poi, qualcuno che tu vuoi civilizzare, la testa te la taglierà. Specchiati in me e cambierai parere.

Il Padre                            -  (ha staccato il quadro dove sotto vetro con la motivazione c'è la medaglia d'oro) Tuo nipote si specchia in questo documento luminoso e indistruttibile.

Agostino                          - La solita retorica... (Gli strappa di mano il quadro e legge) « Tenente di artiglieria d'armata, caduti tutti gli ufficiali, inefficienti i cannoni, riusciva con il pezzo superstite a bloc­care un attacco di carri armati nemici e a impe­dire lo scardinamento del settore. Attaccato alle spalle sì difendeva con la pistola fino a che colpito mortalmente alla testa si accasciava sul pezzo. Fulgido esempio di eroico ardimento e di suprema dedizione al dovere. Fronte del Don, gennaio 1943 ».

Il Padre                            - Agostino!

Agostino                          -  (non ha avvertito le parole del padre; è assorto, come tra sé) Provo una sensazione strana a leggere le prodezze di questo morto, che sono io...

La Madre                         - (con singhiozzo) Agostino, creatura mia, non è stata la mano di Dio a proteggerti? Agostino (non ha seguito le parole della madre e ricostruisce dentro di sé, per sé, la pagina che lo riporta indietro di oltre vent'anni) « Caduti tutti gli ufficiali ». (Si passa una mano sulla fronte) Amerio, Almerighi, Abattangelo dove siete? (Gri­dando) Dove siete? Rispondete. Fa l'appello il te­nente anziano. (Più. calmo) Dove siete, ragazzi? Tutti morti... (Con altro tono) Tenente Andreis, la batteria è nelle vostre mani... sì, signor maggiore... Il Comando della Divisione ordina di resistere a ogni costo... Sì, signor maggiore... La batteria do­mina l'accesso al vallone, voi potete permettere lo sganciamento... Sì, signor colonnello... Tenente Andreis... Tenente Andreis... Tenente Andreis... (La voce va morendo a poco a poco, poi uno scoppio e un urlo. L'azione può essere ricostruita cinema­tograficamente, presentata dal « video », per cui il pubblico può seguirla; può essere utilizzato qualche scampolo di film sulla campagna di Rus­sia; la scena finale in cui Agostino affronta, pisto­la alla mano, il capitano Rondi va girata con l'atto­re che ne interpreta la parte; poi all'improvviso un uomo colpito si accascia sul pezzo).

La Madre                         - (con un grido) Agostino, Agostino! Non è vero, non è vero... (Lo abbraccia e sviene).

Agostino                          - Mamma, è vero. (Il padre e Stefano soccorrono la mamma e l'adagiano sul divano). Cesira (si avvicina ad Agostino, con dolcezza) Sei tornato, sei con noi...

Agostino                          -  (come assente) Mi hanno ammazzato come Amerio, come Almerighi, come Abattangelo. Vedi come ricordo bene i loro nomi e anche il nome del colonnello: Spina Rosati. Fu l'ultima voce al telefono; poi tutto sprofondò. Li vedo ancora i mostri d'acciaio che avanzano... Capo pezzo, fuoco! Poi all'improvviso la morte si è avvicinata aggressiva e pazza. La morte pazza è quella che fa più paura... E' orrore e terrore, perché ha il volto di un amico, armato di pistola. Capitano Randi che fate? Capitano Randi, ferma­tevi... Perché mirate a me? Vi avverto che la mia pistola non si arrende... Non posso arren­dermi... non sono il nemico io... sono il tenente Andreis... Capitano Randi, mi costringete a spa­rare... Io sparo... Oh, che spasimo... (Porta una mano al cuore che gli fa male) Che spasimo... (Accenna alla motivazione) Chi ha raccontato queste cose? (E' accasciato).

Il Padre                            - Qualcuno in grado di testimoniare che sei stato...

Agostino                          - (legge le ultime linee della motivazione) «...un fulgido esempio di eroico ardimento, di suprema dedizione al dovere... ». Lascia perdere...

Cesira                              - Perché vuoi distruggere la tua gloria?

Agostino                          - Perché non è gloria, intendi?

La Madre                         - (sempre assistita da Stefano si ripren­de) Agostino, vieni presso la tua mamma. Non fatelo parlare più; lo stancate troppo.

Agostino                          - (a Cesira, mentre si avvicina alla mam­ma) Chiedi a tuo figlio se quella è gloria. Mamma dobbiamo ragionare insieme (La madre si siede sulla poltrona) Anche il teologo ci potrà aiutare. Ho detto « ragionare » e lo faremo senza alcuna pietà, per nessuno. (Reciso) Incomincia­mo dalla lapide.

Il Padre                            - Quale lapide?

Agostino                          - Ci sarà una lapide con i nomi dei caduti.

Cesira                              - Il primo nome è il tuo: una medaglia d'oro!

Agostino                          - M'avranno anche dato una laurea-Questa motivazione io la conosco. Me l'hanno letta a Mosca all'ambasciata italiana e sono rima­sti di sale quando ho dichiarato che non mi riguardava. Mi avevano accolto come l'arcangelo Gabriele, poi quando hanno visto come non mi j esaltassi per niente, hanno cominciato a dubi­tare di me e a pensare fossi pazzo o comunista. Mi hanno interrogato a lungo su quanto era successo durante i venti anni trascorsi in Russia. Non I furono troppo persuasi che avessi vissuto tutto quel tempo senza memoria. Finalmente ho avu­to il passaporto e bruciato le tappe. Andreievna Imi fece trovare un posto su un aereo per Vienna le da Vienna sono arrivato qui. Vedrete che la (polizia si farà viva tosto. Lo scandalo della me­daglia d'oro che rinuncia alla decorazione scoppierà presto.

Il Padre                            - Ma perché, Agostino, perché?

Agostino                          - Perché io non ho messo fuori combattimento i carri armati, non ho impedito lo ! scardinamento della difesa, perché ero alle prese con il mio capitano improvvisamente impazzito. ; Attorno a noi si era fatto il vuoto... solo i morti j potrebbero testimoniare di quella tragedia. Il ca­pitano Randi sparava all'impazzata... Sì, è vero, un cannone era vivo e sputava fuoco. E' stato quel cannone a compiere l'impresa di cui si legge qui? Può darsi, ma io non ne so niente. Al capo ho due ferite... Non so altro.

Il Padre                            - Qualcuno che si è salvato ha narrato l'impresa.

Agostino                          - L'impresa non mia, comunque; per­ciò questa motivazione non intendo accettarla.

Il Padre                            - Tutte le motivazioni alla memoria sono dovute alle testimonianze dei superstiti. Mi pare che un testimone ci fosse: il tuo capitano. Superata la crisi avrà raccontato quanto è successo...

Agostino                          - Impossibile.

Cesira                              - Perché impossibile? Ha ragione papà; |si è trattato di una crisi, purtroppo frequente in ! guerra. I nervi cedevano ma poi tornava l'equi­librio.

Agostino                          - Ripeto: impossibile. Il capitano non ha riferito nulla. Sarebbe dovuto tornare indietro e indietro non è tornato. (Grida) Avete capito? Non ha detto nulla e non ha ritrovato l'equili­brio. (Tutti lo guardano stupiti e sgomenti) Non avete ancora afferrato il perché? Perché l'ho am­mazzato io.

La Madre                         - (accasciata) Oh, Agostino... Agostino...

Il Padre                            - (sottovoce) E' stata legittima difesa-eri alle prese con un pazzo.

Agostino                          - (lentamente) Un folle uccise il fan­tasma che al pezzo stava sparando con una cal­ma sbalorditiva... l'ha freddato lui, farneticando, poi voleva freddare me. Quanto è scritto qui, per quanto mi riguarda, è una menzogna. E al­lora per un giudizio sulla condotta che dovrò tenere mi rivolgo al teologo: lui deve parlare.

Il Padre                            - Stefano parlerà dopo, prima voglio parlare io; intendo dirti che cancellando la mo­tivazione tu abbatti una costruzione senza met­tere al suo posto nulla di concreto. Se tu fossi in grado di suggerire un nome da scrivere al po­sto di Andreis il tuo sarebbe un atto di giustizia e di riparazione, ma tu non sei in grado di fare ciò e allora il tuo gesto è inutile, non giova a nessuno e danneggia te solo.

Agostino                          - Ti sbagli, papà. Io apparirò quale sono e quale intendo essere: un uomo d'onore, naturalmente solo per me. Per la gente un idiota dal momento che, risuscitando, nessuno mi toglie­rebbe la medaglia d'oro, ma so pure che riscuo­tendo l'appannaggio sarei un volgare cialtrone.

Cesira                              - Forse che tu quel giorno non hai com­piuto il tuo dovere?

Il Padre                            - Date le circostanze era anche un tuo diritto.

Agostino                          - E per aver compiuto questo terribile dovere ed avere esercitato quello spaventoso di­ritto devo ricevere onori e denaro? Sarebbe un mercato abominevole.

Il Padre                            - Ai comandi militari avranno pure sfogliato rapporti su rapporti... come potevano sbagliare?

Agostino                          - Se tu fossi stato nell'inferno della campagna di Russia non ti sorprenderesti di uno scambio di scartoffie.

Il Padre                            - Agostino, ascoltami. Non hai rubato nulla a nessuno. La tua parte nella tragedia l'hai recitata come il destino ha voluto; il destino è stato con noi benigno, ringraziamo Dio.

Agostino                          - Hai avvertito, teologo, come ragiona il Comm. Andreis, un tempo ateo ed ora aggan­ciato alla greppia clericale?

La Madre                         - E' tuo padre.

Agostino                          - Per me, è un padre irriconoscibile: si presenta in una edizione che mi ricorda l'ita­lica virtù dei girella. (Il padre si è appartato e rinuncia a replicare) Tu Cesira, che sei una don­na assennata, come la vedi la situazione? Cesira (fredda) Qual è.

Agostino                          - E' una risposta che ricorda quella di Pilato e tuo figlio con Pilato non può andare d'accordo. Come ti pare si possa uscirne? Que­sto è il punto.

Cesira                              - Noi ne usciremo subito: Stefano, an­diamo.

Stefano                            - Ancora un momento, mamma. La si­tuazione non è chiarita.

Agostino                          - Ah, qualcuno c'è in questa casa tan­to perbene, il quale si accorge che la situazione non è limpida. Però giovanotto, non ti affannare a diradare le ombre, ci penso io, subito: l'arci-diavolo sparisce. Io devo tornare sotto vetro, ossia un nome appeso al muro. (Pausa). Ho la testa scombinata; un ingegnere che non potrà mai concludere nulla. La mia strada la sceglierò stasera stessa: è segnata dal destino.

La Madre                         - Agostino, tu mi uccidi.

Il Padre                            - (angosciato) Che cosa abbiamo fatto per meritare quest'altra pena? Stefano, mi ap­pello a te.

Stefano                            - E' così difficile scandagliare i mean­dri di un'anima.

Agostino                          - E nella mia anima si aggira un'om­bra spaventosa. L'ombra del capitano Randi. Quel mio gesto potrebbe anche equivalere a un assas­sinio. Tu mi assolvi o mi condanni?

Stefano                            - La guerra è un assassinio, essa è fuori della legge umana e divina. Come si possono con­dannare gesta che dipendono dalla volontà al­trui? Solo le azioni personali e volontarie im­pegnano la nostra responsabilità.

Agostino                          - La mia fu volontaria e personale: come la giudichi?

Stefano                            - Il protagonista, in questo caso, può essere il miglior giudice di se stesso.

Agostino                          - Non fare come tua madre, non sgu­sciare di mano. (Cambiando tono) No, non dire niente. Le tue parole sarebbero inutili dal mo­mento che il mio proposito è fermo: sparirò, ma senza clamori. (La madre scoppia a piangere; il padre è inebetito).

Cesira                              - Se me lo consenti aggiungo una parola anch'io: il tuo gesto vuol essere una protesta... un atto di ribellione, contro chi?

Agostino                          - Contro la menzogna.

Cesira                              - Con profitto di chi? Te lo ha già detto papà: di nessuno. I tuoi genitori non sono col­pevoli della sorte che ti ha colpito, ma tu li con­danni a pagare come fossero colpevoli. Sono due vecchi che accanto a te potrebbero. vivere sere­namente gli ultimi anni di vita... La tua presenza per loro è tutto. Tu sei l'azzurro che subentra a un cielo grigio.

Agostino                          - Hai trovato persino parole poetiche. Te ne sono grato, Cesira. Riconoscete che sono stato un uomo prudente. Sono tornato a casa dì notte, nessuno mi ha visto; di notte me ne an­drò - adesso, subito - e nessuno mi vedrà. (Si avvia) Vi assicuro che non avrete alcun disturbo.

Stefano                            - Zio Agostino, un minuto ancora. Ho la convinzione che il tuo passato è onorevole come uomo e come soldato. Io mi rendo conto del disagio determinato dal ritorno in un mondo profondamente mutato: il tuo ritorno è un dono generoso della Provvidenza.

Agostino                          - Questa parola per me non ha significato alcuno.

Stefano                            - Il tuo disinvolto scetticismo ti spinge verso l'irreparabile, ma di fronte all'irreparabile la disinvoltura è incoscienza e stoltezza. La solu­zione che vuoi adottare per non nuocere a noi, a noi nuocerebbe in qualunque caso. « Il sui­cidio dell'eroe ». Sotto questo titolo si costruiran­no colonne e colonne di piombo. La costernazione travolgerebbe questa casa. Io me la imputerei.

Agostino                          - Che cosa c'entri tu? Qui dentro sei l'unica persona che non deve rispondere di nulla ad alcuno.

Stefano                            - Io devo rispondere della tua pace.

Agostino                          - La pace eterna riguarda solo me e gioverà a tutti.

Stefano                            - Non gioverà a nessuno perché nasce­ranno i rimorsi. I rimorsi sono la tenaglia roven­te della coscienza. Zio Agostino, ti voglio fare una proposta che credo non offenderà le tue con­vinzioni, perché mi rivolgo a te come a un uomo che ha sofferto molto, ed è al di là di ogni illu­sione. Ti sei domandato perché tuo nipote lascia la famiglia e va in India a curare gente che non conosce? Tu risponderai: perché indosso questa divisa. Anche, ma non solo per questo. In India vi sarei andato, come il dottor Schweitzer è giun­to in Africa, prima di tutto per un imperativo umano. Che il mio senso religioso sia di stimolo a questo gesto - e lo era anche per il dottor Schweitzer - è vero, ma in me il senso religioso non annulla l'uomo. Se gli uomini vivessero se­condo lo spirito del Cristianesimo - come il dot­tor Schweitzer - il mondo sarebbe meno nemico a se stesso! Io mi sforzo di percorrere quel sen­tiero, come posso, con sincerità di cuore. A te dico: un essere che scompare non è utile a nes­suno, un uomo di cultura e di buona volontà, un uomo generoso - e tu sei generoso contro ogni apparenza -, può essere utile a molte per­sone. Io ti ammiro perché rigetti una decorazio­ne non tua e che non ritieni meritata. Sono fiero che questa figura leale sia il fratello di mio pa­dre. E proprio interpretando la tua ribellione, l'uomo, non il prete, ti propone di venire là a meritare la medaglia d'oro, là dove ci attende una battaglia quotidiana da cui l'ingegnere e il medico non sono certi di uscire vittoriosi. Zio Agostino, fra poche ore parto, sarà ancora buio, come adesso. Nessuno saprà che il morto del Don sarà vivo nelle foreste dell'India. Non ho altro da aggiungere. Tu sei uomo capace di ri­solvere questo problema anche senza di me. Arrivederci.

Agostino                          - Arrivederci? Non so. Più tardi lo sa­prai, ragazzo mio.

FINE


[1] Queste frasi sono tolte dal racconto fatto da Vittorio Bel­lini di Demonte a Nuto Revelli, il quale le ha trasferite, a pag. 122 della seconda edizione del suo volume: La strada del davai (Editore Einaudi - Torino).

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