L’ashram

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CIS

CENTRO STUDI “IO SONO”

Via del Mascherino, 46

00193 ROMA

PRESENTA

L’ASHRAM

Libera interpretazione di alcune storie zen mimate

Il dott. Nansèn, psicologo di professione e pittore per Hobby, sta trascorrendo un tranquillo pomeriggio domenicale nel suo studio, quando…

                

                                     Personaggi: Dott. Nansèn

                                                         Sig. Tendai

                                                         Maestro Jaccì

                                                         Onorevole Ketaki

                                                         Samurai Nobusci

                                                         Professor Tzu-Lai

                                                         Fabbricante di tinozze

                                                         Alcuni discepoli –

                                                         Un bambino di 7 anni

                                                      L’ASHRAM

                             

                                           (Momenti zen in tre scene)

I° Momento

(La scena rappresenta uno studio di psicanalista: una scrivania con lampada da

 tavolo, carte, un registratore. Poi una poltrona accanto ad un divano. Alla parete

 un poster di Freud. Sulla scrivania vi è anche un telefono colorato illuminato dalla

 lampada accesa.

 Il dott. Nansèn è seduto alla scrivania e sta scrivendo.

 Squilla il telefono. Continuando a scrivere, Nansèn alza il ricevitore)

Dott. Nansèn:  Pronto… chi parla?… come?… sì, sì, sono io, mi dica… subito?… ma veramente oggi non è giornata di visite, tuttavia, se ha un attimo di pazienza guardo l’agenda e le fisso un appuntamento per… come?… un caso urgente?…

                                  (intanto sfoglia l’agenda)

                        … ecco guardi, se mi dice il suo nome posso pure inserirla domani alle 17… Prego?… adesso?… ma scusi lei dove abita?… al terzo piano di questo edificio?… ha detto che si chiama ten… ah ecco: Tendai. Mi dica Sig. Tendai, che disturbi ha, così molto in generale…

                        Nessun disturbo! Ma scusi, ha detto che il suo è un caso urgente, e poi mi dice di non avere alcun problema?… ho capito.

                                  (mette da parte le carte)

                        Senta, sa che le dico? Se in un paio di minuti scende giù le dedico qualche ora… Bene, l’aspetto.

                                   (abbassa il ricevitore e dice a se stesso:)

                        Sicuramente un caso eccezionale.

                                   (si alza, sistema un po’ di carte, toglie gli occhiali, si asciuga

                                     il sudore, rimette gli occhiali. Poi prende un blok notes ed

                                     una penna e li poggia sulla poltrona. Guarda l’orologio…

                                     suona il campanello…)

                                    (va ad aprire).

                        È stato proprio rapido eh? Si accomodi la prego.

                                    (lo introduce in scena)

Sig. Tendai :    Permetta che mi presenti: sono Tendai…

                                    (con l’indice indica il soffitto e guarda in alto)

                         abito proprio qui sa.

                                    (il sig. Tendai parla molto lentamente e sembra proprio una

                                      persona senza alcun problema. Il suo viso è sorridente)

Sig. Tendai :   è proprio strano, vero? Abitiamo nello stesso edificio da anni e non ci conosciamo neppure!

Dott. Nansèn:  si metta comodo sig. Tendai, qui…

                                (indica il divano)

                        si distenda pure… così… e mi parli di lei e dei suoi problemi. Può dirmi quello che vuole, sono qui per questo.

Sig. Tendai :   mi permetta di dirle che lei è stato gentilissimo a ricevermi subito, la ringrazio molto…

                                 (il dott. Nansèn non risponde)

                        Ecco, come le dicevo per telefono il mio è un caso urgente, e pur tuttavia: non ho alcun problema…

                                 (una lunga pausa: Tendai tace, Nansèn tace. Alla fine rompe il

                                   silenzio Nansèn)

Dott. Nansèn:  Senta sig. Tendai, faccio lo psicologo da molti anni, ed appena l’ho vista mi sono reso subito conto di trovarmi di fronte ad una persona molto equilibrata. Ebbene, per me lei non ha davvero alcun problema. Eppure ha insistito per venire qui da me, asserendo che… il suo… è un caso urgente. Mi dica, perché urgente? Cosa, urgente?

Sig. Tendai :   sì ha ragione; mi scusi eh; ma vede… le dirò subito.

                        L’urgenza più che mia, è sua.

Dott. Nansèn:  Sua?!… sua di chi?

Sig. Tendai :    sua di lui… del bambino.

Dott. Nansèn : bambino?!… quale bambino?

Sig. Tendai :    ma Berescit, naturalmente

                               (il Dott. Nansèn s’aggiusta la cravatta, si gratta la barba, si

                                 sistema meglio sulla sedia)

Dott. Nansèn:  Berescit? Ma chi è questo Berescit? Senta vada per ordine per favore; cominci da principio.

Sig. Tendai :    All’inizio era un nome, un nome che sentivo qui…

                                (si indica il petto)

                        … dentro di me, e lì…

                                (indica dappertutto)

                        … fuori di me, dappertutto. Poi…

                                (fa una pausa)

                        … poi Berescit divenne un bambino, un vero bambino, un essere in carne e ossa.

Dott. Nansèn:  Ecco, si interrompa un attimo per favore. Diciamo pure che le poche cose che ha detto mi lasciano un po’ perplesso.

                        Direi… ecco direi che questo Berescit è una sua cosciente proiezione, frutto di un suo probabile misticismo immaginativo; una vera e propria forma di pensiero.

Sig. Tendai :   sì, sì, è proprio così che in un primo tempo la pensavo… non che la cosa mi preoccupasse più di tanto…: sa i congegni della mia mente credo di conoscerli abbastanza bene, perché fin da ragazzo non ho fatto altro che osservarla, studiarla, comprenderla… in principio la pensavo proprio come lei, ma quella mattina…

                                   (si mette a sedere sul divano e guarda in faccia Nansèn)

Dott. Nansèn:  Ebbene… quella mattina

Sig. Tendai :   quella mattina… lo vidi.

Dott. Nansèn:  lo vide?… come… dove lo vide?

Sig. Tendai :   quella mattina, come al solito, mi ero messo davanti allo specchio del bagno per farmi la barba. Avevo già versato un po’ di crema su una mano, ma nel momento in cui stavo per insaponarmi, rimasi sbalordito: nello specchio vidi riflesso il viso di un bambino, che sorridendo mi disse: sono Berescit, lo zen, l’essenza dello zen. Chi dorme non mi vede. Quando qualcuno ha un piccolo lampo di illuminazione, mi intravede. Se uno diventa Budda, mi metto alle sue costole e non lo mollo più.

                        Ebbene, dottore, da quel giorno non mi ha più mollato!

Dott. Nansèn:  Beh, se è tutto qui, il caso può rientrare nella nostra diagnosi. Però … ecco, mi scuserà per quello che ho pensato mentre mi raccontava la sua storia. Ecco, pensavo, sig. Tendai, che aggiungendo qua e là qualcosina e lavorando d’immaginazione, da tutta questa vicenda potrebbe ricavarne una commediola. Magari, appena ci saremo lasciati, andrà su, si siederà alla sua scrivania e…

Sig. Tendai :   ma è proprio per questo che sono qui, sa! Vede, dott. Nansèn, la commedia che lei dice la stiamo già… scrivendo… abbiamo cominciato proprio nel momento in cui lei ha risposto alla mia telefonata. E l’urgenza del mio caso sta proprio qui: nella recita di essa, forse… e qui non vi è nessuna certezza… forse potrà beneficiarne qualcuno; una, forse due persone che non conosciamo. Tutto questo me lo ha detto lui, Berescit… eccolo lì!…

                                 (Tendai indica alle spalle di Nansèn. Nansèn non si gira

                                   nemmeno. Tendai non smette di puntare l’indice)

                        …Lì.

                                 (piano piano Nansèn si gira e… vede un bambino. Si alza di

                                  scatto, e rivolgendosi al bambino:)

Dott. Nansèn:  e tu chi sei? Da dove salti fuori? Che ci fai qui?

                                 (si rivolge a Tendai)

                        chi è questo bambino? È certamente entrato con lei, vero Tendai?!

                                 (il dott. Nansèn si rigira per guardare Tendai ed attende da lui

                                  una risposta. Intanto il bambino scompare.

                                  Nansèn si gira nuovamente, non vede più il bambino; lo cerca

                                  con lo sguardo, poi comincia a muoversi e guarda

                                  dappertutto) :

                        … scomparso… sparito, volatilizzato! Eppure…

Sig. Tendai :   eppure l’ha visto vero?

Dott. Nansèn:  e certo che l’ho visto! Mica sono un visionario, sa!

                                  (continua a cercarlo ancora un po’, quindi si siede)

                        … uno psicologo fatto fesso… è incredibile!…

                                  (sorride nascondendo appena il disappunto)

                        … sa, la mente di uno psicologo è schermata, molto schermata e difficile da suggestionare, eppure… lei è penetrato, ha infranto ogni barriera. Complimenti, complimenti davvero sig. Tendai.

Sig. Tendai :   Le assicuro dottore che quel bambino è vero, e che io non ho combinato nulla. Lei lo ha visto come io lo vedo ancora adesso. All’inizio succedeva così anche a me: lo vedevo per un po’, poi scompariva per riapparirmi poco dopo.

                                 (il dott. Nansèn si siede e rimane un po’ zitto)

                        … vede dottore, piano piano, il vederlo, diventa un fatto interiore di certezza: ecco, diciamo che lo vede fuori più a lungo solo se riesce a fissarlo dentro più a lungo. Perché non ci dimentichiamo di chi è Berescit. Egli è lo zen, l’essenza dello zen.

Dott. Nansèn:  Lo zen… sì ho letto alcune cose di zen qualche tempo fa: tecniche esoteriche da matti: ecco come le ho definite allora… ma… continui, la prego di continuare il suo racconto, o meglio la sua commedia

                                                      (e gli sorride)

                        per lei cos’è lo zen?

Sig. Tendai :   fino a qualche tempo fa non ne sapevo niente, ma da quella mattina non so altro.

Dott. Nansèn:  ah ecco, sì continui.

                                  (il sig. Tendai si sdraia nuovamente sul lettino, mentre

                                   Nansèn manda gli ultimi sguardi in cerca di Berescit)

Sig. Tendai :   quella mattina ovviamente non riuscii ad insaponarmi la faccia e non solo a causa di Berescit…

                                  (Nansèn con lo sguardo lo cerca ancora)

                        … fui letteralmente assalito dal sonno, un sonno che mi costrinse ad andare al letto.

                        Appena chiusi gli occhi scivolai letteralmente in un sogno; solo che, a muovermi in esso non ero più io, ma Berescit…

                                  (qui si spengono tutte le luci, sia in sala che sul palcoscenico,

                                   e mentre la voce di Tendai continua a introdurre il sogno, si

                                   cambia scena)

II° Momento

                        (il sig. Tendai introduce il sogno mentre le luci si attenuano sempre più fino al buio completo:)

Sig. Tendai :   era un sogno strano, molto strano. La prima parte di esso si svolgeva in una specie di ashram che pareva non avesse nulla a che vedere con un ambiente zen, ma in cui, tuttavia, si cominciava già a respirare lo zen. Pare si trattasse di un giorno in cui maestro e discepoli dovessero solo divertirsi per riposarsi della fatica del giorno prima e del giorno dopo.

                        In pratica, in quel posto, un giorno si ricevevano gli ospiti e lo zen scorreva liscio come un fiume, il giorno dopo ci si riposava e si scherzava, ed il giorno appresso ancora ospiti.

                        Ecco…

                                   (le luci cominciano a crescere piano piano sulla nuova scena)

                        … io mi ritrovai lì in un giorno di riposo.

                        (La scena rappresenta l’interno di un ashram. Un grande unico salone ricco di veli multicolori che scendono da un punto centrale del soffitto e che vanno ad essere appuntati a metà parete a giro per la stanza, e da lì fino al pavimento.

                        Sullo sfondo un enorme simbolo del tao non coperto da veli. Il pavimento è pieno di tappeti, di cuscini e puff. Al centro, in fondo, sotto il simbolo del Tao un grosso cubo rivestito da un panno rosso. Sulla destra un tavolino circolare con un tappeto verde chiaro con sopra un incensiere.

                        Quando la scena viene illuminata è presente soltanto un bambino vestito di giallo con una cinturina viola. Si muove sul palcoscenico e si guarda in giro.

                        Entra un discepolo con una specie di poncho messicano che lateralmente lascia vedere le braccia e che davanti e di dietro arriva  alle caviglie. Quest’indumento, che porteranno indosso anche gli altri discepoli, è di color arancione. Il discepolo non vede Berescit – nessuno lo vedrà ad eccezione del maestro – e si dirige verso il tavolino rotondo. Ha in mano una confezione di incensi. Ne prende uno, lo accende, e poi lo muove in aria tracciando degli strani segni e farfugliando qualcosa di incomprensibile. Poi con lo stesso bastoncino comincia a muoversi per tutto il palcoscenico.

                        Entra una ragazza – discepolo pure lei – la quale comincia a battere i cuscini e a sistemarli meglio. Anche lei non vede Berescit. La scena si anima ulteriormente: entrano altri due discepoli – una ragazza e un ragazzo – che ciascuno con un japa in mano recitano il mantra So Ham passeggiando in tutte le direzioni ed ignorando Berescit. Dopo un po’ un altro discepolo introduce il dott. Nansèn)

Discepolo:       ragazzi, un iniziando… il suo nome è Nansèn

                                          (e gli dà una scoppola)

                                     (Ognuno continua a fare quello che stava facendo. Nansèn

                                       non viene degnato di uno sguardo. Si dirige con passi lenti

                                       verso il discepolo che ha l’incenso in mano)

Nansèn:           mi chiamo Nansèn

                                          (gli tende la mano)

                        sono qui per lo zen…

                                     (il discepolo va al tavolino e infila l’incenso nell’incensiere)

                        …cerco un ragazzo, anzi un bambino di nome Berescit, che pare sia l’essenza dello…

                                          (il discepolo gli volta le spalle)

                                      (Nansèn va verso coloro che cantano il mantra)

                        … sono Nansèn, avete per caso visto un bambino di nome Berescit?…

                                      (e quelli aumentano il tono della voce fino a coprire quella

                                       di Nansèn, il quale tenta con la ragazza che aggiusta i

                                       cuscini e i puff)

                        … sono qui per…

                                      (viene interrotto: tutti cantano il mantra So Ham a voce

                                       alta. Nansèn si siede su un cuscino proprio accanto a

                                       Berescit, senza vederlo.

                                       Poco dopo si sente un campanaccio ed una voce che da

                                       dietro le quinte annuncia:)

Voce:              il maestro Jaccì!

                                       (tutti i discepoli gridano in coro:)

Discepoli:       salute!

Un discepolo: salute al venerabile maestro Jaccì.

                                       (Entra il maestro Jaccì e dopo aver fatto un paio di passi si

                                        ferma e starnutisce platealmente portandosi un fazzoletto

                                        enorme e colorato sul viso.

                                        Indossa un mantello completamente azzurro cielo con alla

                                        vita un cordoncino rosso; in testa ha un copricapo da

                                        derviscio.)

Un discepolo:  salute al venerabile ma…

                                        (Il maestro lo interrompe e andandogli vicino, con

                                         l’indice puntato sul naso:)

Maestro Jaccì: se non la smetti, oggi ti tengo a stecchetto. Anzi…

                                        (si rivolge agli altri discepoli)

                        … la pappa di costui la si dirotti sul mio piatto!

                                        (poi si rivolge nuovamente al discepolo punito)

                        … oggi, figliolo, digiunerai… ti farà bene vedrai.

                                        (si rivolge nuovamente agli altri)

                        … lo zen, figlioli cari… lo zen… è digiunare quando è ora di digiunare.

                        Bene, ora devo dirvi, onestamente che… sì, oggi mi avete preso in giro, coi vostri salute! Un po’ meglio dell’altro ieri, ma… il vostro zen, mi rincresce sottolinearlo, fa ancora pena, ma proprio pena: è piccolo e deve crescere.

                        Non sapete trarre alcun beneficio dalle giornate in cui, grazie alle gradite visite dei nostri ospiti, lo zen, il vero zen viene fatto respirare proprio come l’aria. Durante queste giornate di riposo e di burle dovreste sforzarvi di fare perlomeno un po’ di zen volpe, ma non siete in grado di far neppure quello credetemi.

Maestro Jaccì: Venendo qui vi ho sentito cantare un mantra. Oggi questo vi è permesso sebbene con lo zen c’entri poco, ebbene, non sapete nemmeno ripetere un mantra come si deve, non siete in grado di scimmiottare un devoto, un mistico. Voi, non sapete divertirvi, e non sapendo far questo non sapete scorgere lo zen in una bella risata.

                                 (Tace e sorridendo va verso Berescit e gli dice qualcosa

                                   indicando Nansèn. Il Bambino, indicando anche lui

                                   Nansèn, dice qualcosa all’orecchio del Maestro)

Maestro Jaccì: vedo che abbiamo un ospite.

Nansèn:           maestro, io…

                                  (Jaccì lo interrompe)

Maestro:          dopo, dopo. Ora abbiamo da fare: occorre che questi miei figlioli si divertano, perché ieri abbiamo avuto una giornata ricca di ospiti, e domani sarà lo stesso, per cui questi ragazzi devono riposarsi: lo zen, quello vero, li stanca, li abbatte proprio.

                                  (si alza e starnutisce come al solito platealmente, ma subito

                                   alza il braccio in aria per diffidare tutti dal dire salute. In

                                   effetti tutti tacciono, ma lui starnutisce una seconda volta,

                                   e allora il coro esplode:)

Tutti:               salute!

                                   (il maestro si risiede e, sconfitto, li “manda” tutti

                                    amorevolmente).

Maestro:          siete prepotenti, ma… molto cari, figlioli…

                                   (starnutisce ancora, tutti tacciono a causa del suo repentino

                                    alzarsi e diffidare, ma un discepolo fa:)

Discepolo:       salute!

                                    (il maestro non ha visto chi è stato a causa del fazzolettone

                                     che gli ricopriva il viso. Fa un passo:)

Maestro:          chi è stato?…

                                    (tutti tacciono)

                        … o mi dite chi è stato, o vi faccio digiunare tutti!

                                    (a questo ricatto i discepoli rispondono indicando il

                                     colpevole. Il maestro si dirige verso il colpevole)

                        … Adesso, o ti rimangi quel “salute”, oppure…

                                    (lo minaccia col pugno chiuso)

                        … te lo faccio rimangiare io.

Discepolo:       ma così, su due piedi… come faccio?

Maestro:          rimangialo!… è un Koàn!

                                    (appena sente la parola Koàn, il discepolo alza un braccio e:)

Discepolo:       Étulas!

                                    (il maestro rimane di sasso, interdetto, e quasi contrariato

                                     per non aver capito. Si interroga, ma non sa spiegarsi

                                     quell’Etulas)

Maestro:          Ebbè… spiega no!

Discepolo:       salute, etulas: ho semplicemente detto la parola al contrario.

Maestro:          dopo dodici anni di zen non riesci a mostrarci nemmeno la pelle…

                                     (si rivolge ai discepoli:)

                        … la pasta di ceci di costui, nel mio piatto…

                                     (si rivolge al discepolo)

                        … oggi, figliolo, digiuni.

                                     (improvvisamente va accanto a Nansèn, gli mette una mano

                                      sulla spalla e lo porta a spasso per il palcoscenico)

                        … lo zen, figliolo mio, è quando mangi un piatto di ceci; oppure quando accendi un bastoncino d’incenso. Zen è quando vuoi sapere che cos’è lo zen. La mia risposta, è Zen; il tuo silenzio è zen.

                                        (pausa)

                        … sai cos’è un Koàn?

                                      (Nansèn fa di no col capo)

                        … Koàn è un problema irrisolvibile dato dal maestro, e che il discepolo risolve quando si illumina.

                        Questa banda di scapestrati è peggiore di te, perché tu, almeno una volta, hai visto Berescit, e prima o dopo lo rivedrai, mentre questi…

                                       (indica i discepoli con una smorfia)

                        … questi bambini non riescono nemmeno a vedere se stessi. Hai visto quanto si è illuminato quello sciagurato?…

                        Etulas!… ma dimmi tu!…

                                      (si soffia il naso)

                        siccome li conosco bene i miei polli, adesso ti farò toccare con mano un’altra…

                                      (fa una smorfia)

                        … illuminazione

                                      (altra smorfia. Si guarda in giro)

                        … tu      (indicando un discepolo)

Discepolo:      sì maestro.

Maestro:         che Koàn ti avevo assegnato?

Discepolo:      mi era stato chiesto di meditare sul Koàn: mostrami il canto di una mano sola.

Maestro:         ebbene… lo hai… risolto?

Discepolo:      certamente.

Maestro:         bene. Vuoi mostrarci la tua conseguita…

                                  (fa un cenno di presa in giro)

                       … illuminazione?

                       (il discepolo fa un inchino. Tutti gli altri fanno spazio. Si porta al centro del palco, tira fuori da sotto il saio una cordicella e un fazzoletto rossi. Chiama con un cenno della mano un altro discepolo e gli dice qualcosa all’orecchio. Questi gli lega il braccio destro alla coscia destra, quindi gli benda la bocca e s’allontana.

                        A questo punto il discepolo bendato alza il braccio sinistro volgendo la palma al pubblico, e nello stesso momento da dietro le quinte a buon volume echeggia il ritornello di una vecchia canzone napoletana…)

                                  (il maestro gli va vicino e gli dà una scoppola, poi si rivolge

                                   ai discepoli)

Maestro:          i ceci di costui nel…

                                  (i discepoli annuiscono con la testa)

                                  (il maestro si riporta accanto a Nansèn)

Maestro:          con questo hai visto, figliolo mio, ciò che zen non è… ma pure… anche quello è zen, ma… come faccio a mostrartelo? Bè domani, domani…

                                  (si rivolge agli altri)

                        … Siete dei buoni a nulla. Lo zen non è assolutamente per voi. Credete che non sappia che di nascosto pregate? Sì, pregate… pregate di… ricevere lo zen. Ma lo zen non può essere passato o ricevuto: sta là… qui… su… voi non sapete nemmeno cos’è una preghiera. Preghiera è quando qualche frase nasce qui nel cuore e arriva alle labbra. Preghiera è quando non vi è più nessuno che sta lì a pregare. Razza di buoni a nulla avete capito o no?

                                                            (silenzio)

Maestro:          Vi ho sentito anche cantare l’OM. Ma l’OM non va cantato: esso succede, si canta, avviene. A volte lo si canta nella speranza che la finzione apporti la realtà, ci si lascia vibrare al suo suono che è dappertutto e allora può succedere che avvenga. Capito?

                                     (il maestro si alza e intona un OM. I discepoli, ciascuno con

                                      la propria tonalità cantano l’OM secondo il proprio ritmo

                                      respiratorio. Dopo un paio di minuti o più, il maestro

                                      starnutisce, si soffia il naso e conserva il fazzoletto.)

Maestro:          lo zen, figliolo caro…

                                     (si rivolge a Nansèn rimettendogli la mano sulla spalla)

                        è quando uno si soffia il naso e poi conserva il fazzoletto in tasca. Lo zen è uno che cammina…

                                     (entra un mimo con una tuta scura.

                                       Ha una maschera bianca. Cammina piano.

                                       Si posiziona faccia al pubblico e sta fermo.) 

                        … un giorno a mio nonno Gutei fu chiesto: cos’è lo zen?

                        e lui rispose così…

                                     (indica il mimo il quale alza un dito)

                        … Gutei alzò il dito, mio nonno alzò il dito.

                        Zen è quando voi guardate. CHI guarda?…

                        Caro Nansèn, domani… domani capirai cos’è lo zen. Solo a chi chiede sarà dato, e domani tutti gli ospiti chiederanno cos’è lo zen. Non lasciartelo sfuggire per favore. Vedi, questi manigoldi mi vogliono solo bene, ma lo zen è distante da loro mille miglia. Hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non sentono. Domani, domani…

                                     (il maestro va verso Berescit, lo prende per mano ed esce.

                                      Le luci si smorzano mentre riprende la voce di Tendai:

                                      continua a narrare questo strano sogno e comincia a

                                      introdurre la parte finale di esso. La voce parla nel buio

                                      completo, mentre cambia la scena)

III° Momento

(La scena rappresenta il giardino dell’ashram. Molti vasi e piante ornamentali.

Sullo sfondo solito simbolo del Tao da cui partono dei raggi come da un sole:

è come un rosone di tempio. Al centro della scena, un tavolo con tappeto rosso

o verde. Sulla sinistra uno scalino alto circa 80 centimetri su cui siederanno i

discepoli. Dietro lo scalino una porta. Sulla destra un cespuglio. Fiori in vaso o

sempre verdi davanti al palcoscenico. Davanti al tavolo due sedie molto semplici.

Quando il sipario si apre tutti i discepoli stanno discutendo animatamente nei

Pressi dello scalino.)

I° discepolo:    insomma così non va… io personalmente non posso più tollerarlo. Alzi la mano chi di voi ha subito un furto.

                        (il I° discepolo tiene in mano un rotolo di carta. Tutti alzano la mano)

                        … io dico che la sopportazione ha un limite. Propongo di firmare tutti una ennesima richiesta di allontanamento: Rinciò deve essere espulso dall’ashram. Chi è d’accordo alzi la mano…

                                                   (tutti alzano la mano)

                        … bene, a questo punto non rimane che firmare.

                        (apre il rotolo, lo poggia sullo scalino e firma, ma mentre firma un secondo discepolo lo interrompe)

II° discepolo:  un momento, un momento per favore. Questa, se non erro, è la quarta richiesta di allontanamento che firmiamo. Sapete bene come delle precedenti il maestro non si sia curato minimamente.

                        In questa io aggiungerei che se ne dovrebbe dar lettura in piena assemblea.

I° discepolo:    Va bene, va bene, ma sbrighiamoci, perché Rinciò sta tornando dalla passeggiata mattutina dei cani: ho sentito abbaiare; e poi non ci dimentichiamo che qui fra poco sarà pieno di gente. Dobbiamo consegnare questa richiesta prima che arrivino gli ospiti.

                        (Mentre l’ultimo discepolo sta per apporre la firma, entra il maestro accompagnato da Nansèn. Tiene per mano Berescit. Con l’altra mano stringe al petto un vecchio libro. Appena lo scorgono, tutti i discepoli vanno a sedersi sullo scalino. Il maestro si siede con a destra Nansèn e a sinistra il bambino.)

Maestro:          figlioli carissimi, vi ricordo che oggi sarà una giornata dura, impegnativa. Avremo ospiti, tanti ospiti. Quindi corre l’obbligo di nascondere le cistifellee. Certo il vostro zen è penoso, pur tuttavia esso è intinto nel vero zen che da secoli si respira nell’aria di quest’ashram. E questo è uno. Adesso, invece, mi direte perché le vostre carcasse, nel momento in cui sono entrato, erano così in fermento: se qualcuno ha da mostrare il midollo, lo faccia adesso, per favore… dunque?

                        (Intanto arriva Rinciò con due cani. Sbuca da dietro il cespuglio. Si ferma, guarda il maestro, il quale gli fa cenno di andare allo scalino insieme agli altri.)

Rinciò:            Scusate il ritardo, ma Dog stamattina era poco ubbidiente, e Max non era da meno.

                        (si porta verso il gruppo, ma nello stesso momento il I° discepolo va verso il maestro con in mano la richiesta)

I° discepolo:    Maestro, la preghiamo di dar lettura di questo, a voce alta, qui in presenza di tutti.

                        (Il maestro prende la richiesta, invita il discepolo a riprendere il suo posto. Legge con molta serietà ed in silenzio. Poi passa la richiesta a Berescit che legge, e quindi dice qualcosa all’orecchio del maestro, che ascolta con molta serietà e attenzione. Poi Berescit gli restituisce la richiesta. Il maestro la strappa.)

Maestro:          il bene e il male non sono concetti, ma degli strani… utensili: ognuno può usare l’uno o l’altro. Voi tutti siete ragazzi assennati, sapete benissimo ciò che è bene e ciò che è male; invece Rinciò non lo sa ancora. Per quello che mi riguarda potete andarvene tutti voi: Rinciò non posso allontanarlo. Se lo faccio, chi si occuperà di lui; chi gli insegnerà, se non lo faccio io?

                        (Nansèn si alza di scatto, e guardando in direzione di Berescit dice:)

Nansèn:           Per un attimo ho visto un bambino… lì… Berescit… l’ho visto e poi è sparito!

                        (tutti i discepoli si alzano e guardano nella direzione indicata)

Maestro:          Vi prego di sedervi, e… di non sforzare così la vostra discutibile vista. Le vostre avide menti grossolane, i vostri occhietti miopi, non lo vedranno mai. Se non riuscite per un attimo a “scorgerlo” nelle sue-mie parole, non lo scorgerete mai. Il nostro Nansèn, per un attimo, ne ha annusato il profumo: l’ha visto.

                        (Intanto Rinciò è corso via e poco dopo è tornato con dei soldi in mano: li da al maestro, poi fa una carezzina a Berescit, e quindi se ne va dopo aver fatto un lungo e lento inchino sia al maestro che ai compagni)

Maestro:          Grazie a voi, Rinciò ha visto Berescit. Per qualche secondo ha assaporato lo zen. Adesso dovrà lavorare molto e molto tacere, per cui non può più stare con noi. Se questa mattina voi tutti foste stati dei ladruncoli, oggi sarei rimasto solo ben volentieri. Ma adesso basta; passiamo ad altro.

                        (Il maestro invita il discepolo incaricato di introdurre gli ospiti a fare il suo dovere. Dalla porta entra un signore che porge un bigliettino da visita al discepolo, il quale lo porta subito al maestro che lo porge a Nansèn)

Maestro:          mi dici che c’è scritto, per favore?

                        (Nansèn legge a voce alta)

Nansèn:           Onorevole Ketaki, primo ministro della Repubblica!

                        (subito dopo la lettura il maestro con molta decisione)

Maestro:          io non ho nulla a che fare con codesto individuo…

                        (si rivolge al discepolo che introduce gli ospiti)

                        … digli che se ne vada.

                        (il biglietto viene riportato a Ketaki. Intanto Berescit si alza e va verso Ketaki: gli dice qualcosa all’orecchio. Ketaki cancella qualcosa dal bigliettino da visita e lo ridà al discepolo pregandolo di riconsegnarlo. Il discepolo lo riporta a Nansèn.

                        Il maestro gli fa cenno di rileggere)

Nansèn:           Ketaki!

                        (il maestro si alza di scatto)

Maestro:          Ah, ma è Ketaki!… voglio vedere quest’uomo!                          (Ketaki entra, va ad inchinarsi al maestro, il quale lo invita a sedersi)

Maestro:          sono felice di averti qui Ketaki. Cosa posso fare per te?

Ketaki:            ero venuto per “vedere” lo zen, ma ciò me lo hai già fatto vedere, adesso voglio che me ne faccia sentire il profumo.

                                                        (e si inchina)

Maestro:          il profumo dello zen è quando nella mente non vi è nulla.

Ketaki:            ma se non vi è nulla nella mia mente, che cosa devo fare?

                                                  (il maestro subito)

Maestro:          buttalo via                   (e si alza fissandolo)

Ketaki:            ma, se non c’è niente, come faccio a buttarlo?

Maestro:          Bè, allora… (si risiede)… attualo!

                        (Ketaki si inchina e poi va a dare un bacio in testa a Berescit)

Ketaki:            un’ultima cosa maestro…

                        (intanto entra un mimo con un sacco sulle spalle)

                        … qual è il significato dello zen?

                        (il maestro gli indica il mimo, il quale posa piano il sacco a terra)

                        … ma allora qual è l’attuazione dello zen?

                        (il mimo rimette il sacco sulle spalle, e lentamente va)

                        (Ketaki si inchina ed esce. Ma appena uscito Nansèn si alza e in preda a emozione:)

Nansèn:           l’ho rivisto ancora una volta!… Berescit… stava sempre lì accanto a te!

                        (il maestro, con gesti, dice a Nansèn di star calmo, e al discepolo di introdurre un altro ospite. Il discepolo porta un altro biglietto da visita e lo consegna a Nansèn che lo legge)

Nansèn:           Il samurai Nobusci!

                        (il maestro fa cenno di introdurre. Entra un samurai armato di spada e pugnale. Il suo passo è marziale; fa un inchino al maestro che lo invita a sedersi)

Samurai:          c’è davvero un paradiso e un inferno?

Maestro:          chi sei?

Samurai:          sono Nobusci, un samurai. Vengo da Ciang. Ho sostenuto 78 duelli e li ho vinti tutti. Ho deciso di fare l’ultimo duello con me stesso, e tu devi aiutarmi. Da tre anni mi ripeto questa domanda: c’è davvero un paradiso e un inferno? E non riesco a vincerla. Mi hanno detto che la spada del tuo zen è affilatissima, ed eccomi qua.

                        C’è davvero un paradiso e un inferno?

Maestro:          chi sei?

Samurai:         te l’ho detto, mi chiamo Nobusci e sono un samurai.

Maestro:         Tu… un soldato! Chi mai ti vorrebbe come sua guardia?

                        Hai una faccia da accattone!

                       

                        (il samurai si alza – e con lui tutti i discepoli – e sta per sguainare la spada, ma il maestro incalza, mentre i discepoli si risiedono)

                       

                        … sicché hai pure una spada. Come niente è troppo smussata per tagliarmi la testa!

             

                        (il samurai sguaina ma non del tutto la spada e fa un passo indietro, mentre i discepoli si rialzano e fanno un passo avanti. Ma il maestro subito:)

         

                        … qui si aprono le porte dell’inferno!

                        (il samurai, sorridendo s’inchina e lascia che la spada scivoli giù nella guaina. Il maestro immediatamente:)

                        … ora si aprono le porte del paradiso.

                        (il samurai fa un inchino al maestro, uno a Berescit, e indietreggiando di qualche passo va via con passo meno marziale ma più consapevole.)

                        (il maestro si alza, e con lui Nansèn. Dice una parola all’orecchio di questi, il quale fa due cenni con la testa come per annuire)

Maestro:          una breve pausa, per favore… chi di voi va in cucina a dire al cuoco che tutti noi moriamo dalla voglia di pasta con ceci?

Un discepolo:  ma è da 18 giorni che mangiamo pasta e ceci!

Maestro:          Oh per Bacco! Davvero? Bè allora ditegli di cucinare solo ceci…

                                        (mormorio dei discepoli)

                        … fate entrare.

                        (entra un uomo elegante con una cartella. Appena mette piede in giardino comincia a guardarsi intorno con occhio scrutatore e con un certo senso di superiorità. Il maestro gli indica la sedia)

Maestro:          e tu chi sei?

Professore:      sono Tzu – Lai, professore universitario. Insegno filosofia, e sono qui perché voglio interrogarti sullo zen: nella mia mente c’è una lacuna e voglio riempirla. Lo capirò.

Maestro:          ti prego di sedere… è per me… (si rivolge ai discepoli)… per noi… un grande onore averti qui. Permettimi di offrirti una tazza di tè.

                        (fa un cenno ai discepoli perché si provveda. Un discepolo esce.)

                        Da quanti anni insegni?

Professore:      insegno filosofia da trent’anni e credo che continuerò a farlo ancora per molto.

Maestro:          io ho sempre avuto una grande stima dei professori. Sono davvero felice di incontrarti.

                                                   (si rivolge ai discepoli:)

                        … introducete il maestro del tè.

                        (entra il mimo con una teiera e due tazze. Organizza tutti i preparativi del tè. Quando alla fine è pronto comincia a versare nella tazza del professore. La riempie e continua a versare fino a che il tè trabocca. Il mimo esce.

                        Il professore si alza:)

Professore:      ma è ricolma! Non ce n’entra più!

Maestro:          come questa tazza, tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo zen se prima non vuoti la tua tazza?

                        (il professore, quasi contrariato, sta per andarsene, ma il maestro lo incalza)

Maestro:          No! Non adesso. Ti voglio mostrare la stupidità della mente quando è lasciata a se stessa. Ti prego, siedi.

                        (si rivolge ai discepoli mentre il professore si risiede)

                        … introducete l’eremita con la lampada!

                      

                        (si attenuano le luci. Entra il mimo con una lanterna accesa. Si rivolge ai discepoli)

                        quattro di voi, qui.

 

                      

                        (quattro discepoli si avvicinano)

                        ve la ricordate, vero?

                        (i discepoli annuiscono e si dispongono in quadrato con il mimo al centro)

Voce fuori campo: Gli allievi della scuola di Bankei solevano studiare meditazione anche prima che lo zen entrasse in Giappone. Quattro di loro, che erano amici intimi, si ripromisero di osservare sette giorni di silenzio.

                        …il primo giorno rimasero zitti tutti e quattro. La loro meditazione era cominciata sotto buoni auspici; ma quando scese la notte e la lampada a olio cominciò a farsi fioca … (il mimo attenua la luce della lanterna) … uno degli allievi non riuscì a tenersi e ordinò al servo:)

 

Un discepolo:  regola quella lampada!

                        (Il secondo allievo si stupì nel sentire parlare il primo e osservò:)

Secondo discepolo: non dovremmo dire neanche una parola!

                        (Disse il terzo:)

Terzo discepolo: siete due stupidi. Perché avete parlato?

                        (Concluse il quarto:)

Quarto discepolo: io sono l’unico che non ha parlato!

                        (I ragazzi tornano al loro posto. Il mimo esce.)

Maestro:          io sono l’unico che non ha parlato!… bè quello è il professore del gruppo, la mente più raffinata. Capisci?

Professore:      tu ce l’hai coi professori! È questo che ho capito!

Maestro:          sai cos’è la vera natura dei fenomeni?

Professore:      la vera natura dei fenomeni è il vuoto: non c’è nessuno che dia e niente che riceva.

                        (il maestro con molta rapidità dà una sberla al professore il quale si alza)

Professore:      ma… sei impazzito!… che modi sono questi?!

Maestro:          se niente esiste, da dove viene questa tua collera?

                        (Il professore rimane un po’ interdetto, quindi si inchina, va verso Berescit, gli fa una carezza, fa un inchino al maestro saluta i discepoli e va.

                        Intanto Nansèn ha visto chiaramente Berescit. Bussa alla spalla del maestro e glielo indica col dito. Il maestro lo tranquillizza con alcune pacchette nella spalla)

Maestro:          sì, va bene, lo hai rivisto per qualche attimo ancora. Lo so, lo so. È normale sai? Pian pianino lo vedrai sempre più spesso: siamo qui per questo.

                        (intanto i discepoli si erano alzati e guardavano cercando di scorgere Berescit. Il maestro con gesti li invita a risedere)

                        …vi ho già detto che per voi è ancora presto, ma vedrete, lo vedrete pure voi…

                        Fate entrare!

Un discepolo:  il fabbricante di tinozze!

                        (Entra un vecchietto con un grembiule sporco. Il maestro gli va incontro e lo abbraccia)

Maestro:         Gasan!… vecchio mio!…

                        (Poi passeggiano chiacchierando dei familiari dell’artigiano, quindi vanno a sedersi al tavolo, uno a destra e uno a sinistra.

                        I discepoli formano due gruppi, uno va dietro Gasan e l’altro dietro il maestro. Il vecchio tira fuori un mazzo di carte e cominciano una partita a scopa. Giocano un po’…

                        Il maestro fa, una dopo l’altra, quattro scope. Il vecchio si arrabbia e butta le carte in aria.)

Gasan:             non gioco più, non giocherò mai più con te; sei sfacciatamente fortunato fino alla nausea!

Maestro:          modestamente, a carte sono imbattibile. Le mie briscole e le mie scope sono come bersagli colpiti dall’arciere zen.

Gasan:             sai, mio nonno era un arciere zen. Insegnò il tiro con l’arco per vent’anni. Un giorno, però, la sua freccia finì la sua corsa, anziché sul bersaglio, su una gallina del vicino, che s’arrabbiò molto, perché quella era la 77° gallina, l’ultima rimasta, abbattuta dallo… zen di mio nonno. Ebbene la tua bravura a carte eguaglia quasi quella di mio nonno. Tu sei solo. Tu sei solo uno sfacciato fortunato, non hai proprio alcun pudore.

                        (il maestro se lo piglia a braccetto e gli dice qualcosa all’orecchio. Vanno a sedersi.)

Maestro:          sai vecchio mio, il nostro Nansèn ha visto Berescit un paio di volte; non riesce ancora a… fissarlo, ma è sulla buona strada.

                        Che ne diresti di dargli una spintarella, eh?

Gasan:             il tuo cuore è sdolcinato. Tu, lo zen lo tradisci in una maniera indecorosa. Non sai proprio mantenere la lingua sul palato per più di un minuto. Mi fai proprio pena.

                        (il maestro prende il vecchio libro che stava sul tavolo e lo tiene in mano)

Maestro:          come riesci a passarlo tu lo zen, non ci riesce nessuno. Ti basta dondolare un po’ quelle quattro vecchie e dure ossa per sbatterlo in faccia a chiunque; la tua discutibile compassione supera di gran lunga la mia indecorosa loquacità.

                        Occorre proprio che anche tu aggiunga qualcosa a questo preziosissimo libro. In segno di stima e di riconoscimento, voglio regalartelo. Per sette generazioni esso è passato da un maestro all’altro. Voglio che tu lo conservi.

                        (Due discepoli si allontanano per rientrare poco dopo con un braciere da cui si sprigionano evidenti fiamme. Lo posano davanti ai due)

Gasan:             Ma no, tienilo tu. Io dei libri non so cosa farmene. Lo zen da te l’ho ricevuto senza scritti. E poi… so che è un libro unico, raro.

                        Tienilo tu, ti prego!

Maestro:          in questo libro ogni maestro ha aggiunto, via via, un insegnamento.

                        Anch’io ho aggiunto qualcosa, e voglio che anche tu faccia le tue aggiunzioni. Tieni.

Gasan:             insisto perché lo tenga tu. Non lo voglio.

Maestro:          ed io insisto perché lo prenda tu.

                        (glielo pone nelle mani, ma Gasan appena lo tiene, con un gesto a sorpresa lo butta sul fuoco. Il maestro scatta su)

Maestro:          MA CHE COSA FAI!

Gasan:             MA CHE COSA DICI!

                        (si attenuano le luci fino al buio completo. La voce di Tendai riprende a parlare)

Voce Tendai:   … il sogno era quasi finito. Avevo appena lasciato quei due maestri zen alle loro illuminanti esclamazioni, e sempre come Berescit, come un bambino, mi ritrovai in una strana stanza trapezoidale…

                        (si riaccendono le luci sulla nuova scena:

                        sullo sfondo solito simbolo del Tao. Sotto di esso un cubo su cui sta seduta immobile una figura femminile con maschera e mantello scuro. Ai piedi di essa, coperto da un mantello di uguale colore scuro, il mimo. Indossa una maschera chiara. In un angolo, dietro al cubo è poggiata una corona e uno scettro.)

                        … la parete di fondo era larga non più di due metri. Quelle laterali si allargavano mano mano che si “avvicinavano”, per così dire, a me. Mi spostai a sinistra.

                        Della musica pareva venire da lontano.

                                           (è la canzone dell’imperatore che verrà mimata.

                        Alla fine colui che sta seduto sul cubo si spoglia del mantello, pone la maschera a terra. Il mimo esce.

                        Seduto su quel cubo era il dott. Nansèn, il quale prende per mano il piccolo Berescit ed esce.)

                                                      Cala il sipario  

                      

           

                   

 

                                     

      

                       

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