L’avventuriero davanti alla porta

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(Dalla critica di Alfredo Mezio alla commedia di Valentino j Katàjev: «La via fiorita»)

L’AVVENTURIERO

DAVANTI ALLA PORTA

Commedia in tre atti e nove quadri

di MILAN BEGOVIC

Traduzione di Gian Capo

PERSONAGGI del dramma

LA FANCIULLA – LA SUORA DI CARITA’ – IL MEDICO

PERSONAGGI immaginari

AGNESE  (nel dramma « LA FANCIULLA »)

SUO MARITO - IL SIGNORE col panciotto rosso

UN AMANTE brutale

IL GIOVINE bene educato

UN ASSENTE e il suo cadavere

LA SIGNORA BIONDA

CRISTINA

LA SIGNORA RUBRIZIUS, la Moglie dell'Attore

ELISA, la cameriera d'Agnese

LA CAMERIERA dei Rubrizius

UN FACCHINO

DUE O TRE SIGNORI

DUE O TRE SIGNORE e

Lo Sconosciuto Il Professore dai grandi occhiali

Il Fattorino-espresso

Il Cameriere dei vagoni letto

    Il Regista dei film tragici                          LA MORTE

l'Ultimo amico

il Direttore di una ditta di monumenti sepolcrali

Un Teppista - Il Lampionaio - Il Poliziotto

L'azione avviene negli ultimi momenti lucidi di una fan­ciulla ammalata e nel suo delirio prima della morte.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

QUADRO PRIMO

II giardino di una villa. Da un lato la terrazza della villa. In fondo un cancello di ferro, chiuso. Oltre il Can­telli) la strada bianca. Estate, verso sera. Sulla terrazza, in una grande poltrona - dietro la quale vi è una lampada a piedestallo - affondata nei cuscini sta seduta la Fan­ciulla ammalata, avvolta in un bianco scialle veneziano; a occhi chiusi ella ascolta il suono del pianoforte che tiene dall'interno della casa; è la musica di una danza moderna, dal ritmo sensuale e voluttuoso. Dopo qualche istante la musica tace e compare sulla soglia la Suora.

La Suora                                        - Siete soddisfatta? Volete ancora?...

La Fanciulla                                   - Vi ringrazio, suor Maria. Basta per oggi. Questo fu il mio ultimo fox-trott del collegio. Lo danzavamo io e Cristina, ma non lo terminammo.

La Suora                                        - (che intanto si è avvicinata) Perché?...

La Fanciulla                                   - Mi colse un improvviso malore. Dalle buccia di Cristina passai al letto. Per diversi giorni e per diverse notti giacqui senza potermi muovere, ma nel bianca è deserta. Codesti vostri pensieri sono il frutto del romanticismo del collegio. Di solito in collegio si sogna sempre 'di avventurieri, di cavalieri, oppure di poeti. Ci pensa poi la vita a distruggere i sogni.

La Fanciulla                                   - Come parlate!

La Suora                                        - Com'è la realtà. Gli avventurieri finiscono nella legione straniera; dei cavalieri si trovano solamente le cappe e le spade nei musei, e i poeti sono di solito dei vanesi o della gente molto pratica... Per la vita di una donna occorre altro che il sogno!

La Fanciulla                                   - Che cosa occorre?...

La Suora                                        - L'uomo.

La Fanciulla                                   - (sorpresa) E quale uomo?

La Suora                                        - Quello che tiene saldamente i piedi sulla terra; quello che pecca e perdona; che soffre e aiuta; che riceve e dona; che tutto comprende e non disprezza nes­suno.

La Fanciulla                                   - Voi dovete aver sofferto gravi delusioni nella vita, Suor Maria.

La Suora                                        - Mi sono ritratta in tempo dalla vita e così le ho evitate.

La Fanciulla                                   - E perché vi siete ritirata dalla vita?

La Suora                                        - (attende un momento e poi) Per paura.

La Fanciulla                                   - Paura di chi?

La Suora                                        - Di me stessa.

La Fanciulla                                   - Strano...

La Suora                                        - Non è strano, signorina; ma voi non potete comprendere.

La Fanciulla                                   - Spiegatemi, ve ne prego.

La Suora                                        - Vivere è lo stesso che tradire.

La Fanciulla                                   - Tradire chi?

La Suora                                        - Quello che abbiamo di più caro.

La Fanciulla                                   - Allora è meglio morire.

La Suora                                        - No, signorina: ancor meglio è non vivere.

La Fanciulla                                   - E' la medesima cosa, mi pare.

La Suora                                        - (fa cenno di no col capo) Morire vuol dire sparire. Non vivere significa non prendere parte alla vita:vedere, sentire, sapere tutto, ma astrarsi da tutto.

La Fanciulla                                   - (dopo una pausa) Guardate se vi è qualcuno davanti al cancello. Provo l'impressione che di laggiù due occhi mi fissino.

La Suora                                        - Certamente avete un po' di febbre, signo­rina. Vi ripeto:non vi è nessuno. Sarebbe bene rientrare.

La Fanciulla                                   - (riprendendo il filo del discorso inter­rotto) Ed io ho tanto desiderio di vivere.. Prender parte, come voi dite, prender parte a tutto. Voler bene e offrirsi e donarsi.

La Suora                                        - A chi darsi? A chi offrirsi?

La Fanciulla                                   - A colui che amerò.

La Suora                                        - Dunque, a colui che tradirete.

La Fanciulla                                   - Non tradirò mai colui che amerò.

La Suora                                        - L'amore è un'idea, signorina, e il suo oggetto è un fantasma. Appena lo avviciniamo coi sensi, appena fa parte della nostra realtà svanisce nel nulla. Anche per questo sono fuggita dalla vita: per salvare il mio amore.

La Fanciulla                                   - E dov'è adesso questo vostro amore?

La Suora                                        - In me. Vivo e immutabile.

La Fanciulla                                   - E l'uomo che amate?

La Suora                                        - Pure in me. E' vero; non quale può essere nella sua vita, ma come lo vede il mio pensiero e lo sente il mio cuore. E' in me, difeso da tutti i mutamenti eda tutte le stanchezze. Non lo posso perciò né ingannare né tradire; egli è sempre come lo desidera il mio amore.

La Fanciulla                                   - Strano. (Dopo una pausa, con calore) Ah se potessi guarire presto!... So già quello che vorrei e che farei. Il mio « Avventuriero », quello che voi chiamate « l'uomo », verrà. Lo vedo chiaramente davanti ai miei occhi. Qualche volta assomiglia a mio padre: alto, bruno, sereno, saggio, ardente. Pensate: ardenti i pensieri, ardenti le parole, ardenti le sue mani. E immagino che danzi con me, e sento il calore della sua mano sulla mia schiena e la sua voce sommessa nelle mie orecchie.... Vi prego, suor Maria, ancora una volta quel fox-trott.

La Suora                                        - Ma dovete rientrare, signorina. Che dirà il medico se vi trova ancora qui?

La Fanciulla                                   - Dopo, dopo. Prima la musica.

La Suora                                        - Va bene. Ma cinque soli minuti. (S'avvia).

La Fanciulla                                   - E' chiuso a chiave il cancello?

La Suora                                        - (con uno sguardo al cancello) Si.

La Fanciulla                                   - Apritelo.

La Suora                                        - (sorpresa) Perché?

La Fanciulla                                   - (con voce ancora più fioca) Mi sembra che cosi sarà aperta la porta della mia vita.

La Suora                                        - (va al cancello, gira la chiave e poi tornando, con leggera ironia) Ecco. Adesso può venire anche l'« Avventuriero ». Non dovrà attendere davanti alla porta.

La Fanciulla                                   - (con voce quasi impercettibile) Grazie.

(La Suora entra in casa. La scena è buia. La Fanciulla chiude gli occhi, solleva a stento il busto dal seggiolone ed ascolta senza accompagnare col minimo gesto il ritmo della musica. Eppure la sua estrema immobilità tradisce la commozione interna e lo sconfinato desiderio di gioia che si esprimono con un visibile tremolio delle palpebre oppure con un convulso stringere delle mani sulla stoffa della poltrona. Tutto questo dura per alcune battute della musica che a poco a poco rallenta e sembra accompagni un lontano scalpitìo di cavallo. Il tempo della musica ral­lenta sempre più; finche lo scalpitìo diventa passo mar­cato del cavallo e la musica si traduce in una appena ac­cennata marcia funebre. La scena è avvolta in una luce di una trasparenza irreale. E da questo momento in avanti, fino al ritorno della Suora nell'ultimo quadro, tutta l'a­zione deve avere un colorito come se si svolgesse in una atmosfera di delirio. Anche i passaggi da un quadro all'altro sono improvvisi, come se si susseguissero nella fan­tasia di un povero essere tormentato dalla febbre e da sogni e incubi orribili. E così è: tutti gli avvenimenti non sono altro che la proiezione sub-cosciente di desideri non realizzati e di aspirazioni non vissute di una giovinetta agonizzante.

Alle ultime battute del pianoforte appare al cancello, a cavallo, lo Sconosciuto. Alto, pallido, vestito di nero, con un grande cappello nero in testa, tenendo le briglie con le mani stanche si ferma al cancello. La musica finisce e la Fanciulla volge un poco la testa non guardando però il cavaliere, e rimane ferma. Lo Sconosciuto scende da cavallo e guarda attraverso il cancello. Un silenzio).

La Fanciulla                                   - (immobile) E' aperto.

Lo Sconosciuto                             - Lo so. Per me è stato sempre aperto questo cancello. Sono un vecchio amico di casa. (Il can­cello si apre da sé e quando egli è entrato si rinchiude).

La Fanciulla                                   - (volgendosi un poco verso il cancello) Entrate. (Si alza, scende dalla terrazza e va incontro elio Sconosciuto, offrendogli ambedue le mani) Siate il benvenuto.

Lo Sconosciuto                             - (prendendole le mani) Anni fa mi attese così vostra madre. Ella mi disse perfino: Vi rin­grazio di essere venuto.

La Fanciulla                                   - lo pure vi ripeto: Grazie di essere venuto. (Appoggia il capo sul suo braccio).

Lo Sconosciuto                             - (le cinge le spalle con un braccio) Mi aspettavate?

La Fanciulla                                   - Sapevo che sareste venuto.

Lo Sconosciuto                             - Vi dispiace di abbandonare questa casa?

La Fanciulla                                   - E' destino di noi fanciulle abbando­nare la casa paterna. Ma venite. Riposatevi. (Va presso la terrazza e chiama) Suor Maria? Suor Maria?

Lo Sconosciuto                             - Lasciatela in pace.

La Fanciulla                                   - Volevo dirle di preparare la camera per voi.

Lo Sconosciuto                             - Ma noi non rimarremo qui.

La Fanciulla                                   - Nemmeno una notte?

Lo Sconosciuto                             - Nemmeno una notte.

La Fanciulla                                   - Ho sempre pensato che una simile par­tenza sarebbe stata repentina. Anche Cristina diceva: «Viene e ti prende con se. Non hai nemmeno il tempo di congedarti dalle cose care. Ti dice solamente: « An­diamo li e ti alzi e se tu fossi anche ammalata ed este­nuata lo seguiresti ».

Lo Sconosciuto                             - Prima della partenza potete espri­mere un desiderio.

La Fanciulla                                   - Devo?

Lo Sconosciuto                             - Lo potete. Un desiderio e una pre­ghiera. Badate però che questa è la vostra ultima volontà.

La Fanciulla                                   - E se io vi dicessi: morire?

Lo Sconosciuto                             - Morrete.

La Fanciulla                                   - E se vi dicessi: vivere?

Lo Sconosciuto                             - Vivrete.

La Fanciulla                                   - E la morte non verrà più?

Lo Sconosciuto                             - La morte viene sempre e domanda:quale è l'ultimo desiderio?

La Fanciulla                                   - E se noi tutte le volte rispondessimo:vivere?

Lo Sconosciuto                             - L'uomo si stanca anche di vivere e alla fine dice: morire.

La Fanciulla                                   - Ma io dico: amare.

Lo Sconosciuto                             - Come volete.

La Fanciulla                                   - Ed essere amata.

Lo Sconosciuto                             - Così sarà.

La Fanciulla                                   - Ma essere amata come lo abbiamo de­siderato io e Cristina. Essa diceva che il più grande amore è quello dell'uomo che perdona tutto, perfino il tradi­mento. Ma io credo che ami di più l'uomo che non può raggiungere l'oggetto 'del suo amore; colui che non arri­verà mai a soddisfare il suo desiderio; che tutto offre e nulla riceve; che nemmeno si fa conoscere e rimane invi­sibile.

Lo Sconosciuto                             - Dunque voi vorreste sposare un uomo che sapesse tutto perdonare.

La Fanciulla                                   - ...e avere l'irraggiungibile amore di qualcuno che non conoscessi.

Lo Sconosciuto                             - E che cosa fareste tra questi due uomini?

La Fanciulla                                   - Se io lo sapessi!

Lo Sconosciuto                             - Ma voi immaginate un intero ro­manzo! Pensate: non avete che una notte di tempo. (Pausa) Però questo non ha importanza. Ciò che preme è che voi ritroviate voi stessa. Che viviate quello che sentite. Una notte sarà per voi un'intera vita. Perciò, sal­teremo l'inizio che non ha interesse. La difficoltà sta nel trovare gli uomini che occorrono per il caso vostro. Per l'assente, la cosa è facile: la sua presenza materiale non è necessaria. Ma avete voi nei vostri sogni oppure nelle vostre fantasie l'immagine di quell'altro?

La Fanciulla                                   - Quale?

Lo Sconosciuto                             - Quello che deve prendervi in isposa e perdonarvi tutto.

La Fanciulla                                   - Naturalmente. Lo porto in me dall'età di dodici anni, o forse di dieci, o forse anche prima. E' alto, buono, saggio, sereno, ardente. Soprattutto ardente...

Lo Sconosciuto                             - Va benissimo. Ma non basta. Ci manca ora il « tertium gaudems ».

La Fanciulla                                   - Chi è costui?

Lo Sconosciuto                             - L'immancabile canaglia... quello che ha la parte migliore nella faccenda... che schiuma il fiore del latte...

La Fanciulla                                   - Non ho mai pensato a un tal uomo e non vorrei nemmeno incontrarlo.

Lo Sconosciuto                             - Già! Ma senza di lui non si può far nulla. Senza di lui il marito non avrebbe nulla da per­donarvi. (D'improvviso) Ah!

La Fanciulla                                   - (sorpresa) Che c'è?

Lo Sconosciuto                             - L'ho trovato. E' un certo «Signore col panciotto rosso ». Farà un ottimo servizio. Posso di­sporre di lui. Benissimo. Anche questo problema dunque è risolto. Ci occorrerà ancora qualche altro personaggio ma non sarà difficile trovarlo. E poi ci sono io. Ah, io non sarò un semplice spettatore; tutt'altro.

La Fanciulla                                   - Già... Lo comprendo... Voi ne farete un film.

Lo Sconosciuto                             - E voi che vorreste?

La Fanciulla                                   - La vita vera.

Lo Sconosciuto                             - Dunque!... un film. (Pausa. Ricomin­cia la musica del fox-trott di prima. E' da principio lenta; poi si fa più forte, mentre la scena passa nel quadro successivo. (Lentamente s'illumina l'interno della villa e si accende anche la lampada sulla terrazza. La scena si illu­mina di una luce più reale).

La voce della suora                       - (dall'interno) Agnese?... Agnese?...

La Fanciulla                                   - (sorpresa) Che significa?

Lo Sconosciuto                             - Vi chiamano.

Una voce di uomo                         - (dall'interno) Agnese? Agnese? Questo è il nostro fox-trott.

Lo Sconosciuto -                           - Udite la voce di vostro marito? Entrate.

La Fanciulla                                   - (sale correndo gli scalini della terrazza ed entra in casa).

Lo Sconosciuto                             - (rimane immobile, seguendola con lo sguardo. La scena si oscura completamente. La musica prosegue).

QUADRO SECONDO

(Quando si rischiara la scena si vedrà una veranda con una grande porta aperta che dà sulla terrazza e sul giar­dino. A destra e a sinistra usci aperti che conducono negli appartamenti. Da quello di destra si ode il pianoforte. Il pranzo è finito da un pezzo, il caffè e i liquori sono già serviti. Gli ospiti seduti su poltrone e seggioloni. Alcuni sono in piedi. Fumano e discorrono. Sono presenti: Agnese, suo Marito, il Signore col panciotto rosso, il Pro­fessore, la Signora Bionda, la Moglie dell'Attore. E ancora due o tre signori e due o tre signore che possono entrare e uscire, danzare, « flirtare », ma con discrezione e senza far chiasso. Tutti gli uomini sono in fracche; anche il Signore col panciotto rosso, ma egli porta il suo panciotto abituale...).

Il Marito                                        - Agnese? Agnese? Questo è il nostro fox-trott.

Agnese                                          - (entrando in fretta dalla terrazza) Ah! il Professore è instancabile. Sempre problemi... Null'altro che problemi.

Il Marito                                        - (la prende per mano e la conduce a destra) Lasciamolo ai suoi problemi. Godiamo la vita. (Dan­zando spariscono a destra).

Il Professore                                  - (è lo Sconosciuto del Quadro Primo, che ora porta grandi occhiali e indossa la redingote. Entra dal giardino).

Il Signore col panciotto rosso        -  Tutto è inutile, caro professore. Per la donna del giorno d'oggi un fox-trott scioglie ogni problema.

Il Professore                                  - Questa è soltanto una facezia e voi ne avete abbastanza del vostro panciotto rosso. Io penso ben altrimenti della donna moderna: essa sta oggi tra due indecisioni.

Il Signore col panciotto rosso        - Precisamente: non sa se deve o no tagliarsi i capelli. (Alcuni ridono).

Il Professore                                  - (seccato) E in ciò forse sta il suo tor­mento, caro signore. Questo che per voi è semplicemente un segno di civetteria superficiale, è invece un fatto che ha le sue ragioni nelle relazioni sociali del nostro tempo.

Il Signore col panciotto rosso        - Che c'entrano le rela­zioni sociali! La nuca rasata è una nuova grazia che la donna aggiunge alle sue infinite seduzioni nascoste.

Il Professore                                  - Come se per voi fossero necessarie nuove seduzioni! La donna vi piacerebbe lo stesso anche coi capelli lunghi.

La Signora Bionda                        - E' vero. Questa sera alle dician­nove mi sono fatta tagliare i capelli e alle diciotto il signore diceva ancora di amarmi più di qualsiasi altra donna al mondo.

Un'altra signora coi capelli lunghi      - A me ha detto la stessa cosa alle diciassette.

Il Professore                                  - (alla Moglie dell'Attore) E a voi alle sedici?

Il Signore col panciotto rosso        - Purtroppo no. La signora a quell'ora era con suo marito. Del resto la cosa si può facilmente rimediare. Favorite ballare?

 La Moglie dell'Attore                   -  Se mi promettete di non rimediare a nulla!

Il Signore col panciotto rosso        - Voi conoscete i miei sentimenti. (Via a destra con la Moglie dell'Attore).

Il Professore                                  - Ecco un tipo della commedia francese della fine idei secolo scorso. Mi sorprende oltremodo che un tale articolo possa trovare ancora credito in com­mercio.

La Signora Bionda                        - In mancanza dimeglio. (Alcuni ridono) Signor Professore, il vostro caffè sarà completa­mente raffreddato.

Il Professore                                  - Avete ragione. Me ne ero dimenticato. (Prende la chicchera).

La Signora Bionda                        - Un po' di liquore?

Il Professore                                  - - Soltanto una goccia di cognac. (Lo signora gli riempie il bicchierino) Basta basta, grazie. I gentili padroni di casa sono scomparsi. (Sorseggia M caffè e accende la pipa).

Un Signore                                    - Fanno sempre così.

Una Signora                                  - Come se fossero fidanzati.

La Signora Bionda                        - Già. Voi non ballate professore?

Il Professore                                  - Io? No, cara signora. Almeno queste danze, no. Non posso negare però che provo un piacere speciale Dell'osservare il corpo umano nel movimento ritmico della 'danza.

La Signora Bionda                        - Anch'io provo un grande piacere a vedere una bella coppia che balla. (Gli altri si sono intanto avvicinati alle porte del salone dove si balla. Alcuni vi sono entrati e danzano).

Il Professore                                  - In quanto a questo!... per coloro che ballano è perfettamente indifferente essere o non essere una bella coppia. Si tratta di un'altra cosa.

La Signora Bionda                        - So bene quello che volete dire.

Il Professore                                  - Non sapete nulla, cara signora. Voi naturalmente pensate che alluda alle disposizioni erotiche. Ma no, no. Il bisogno del movimento ritmico, è, secondo me, qualche cosa di squisitamente umano. Come la parola. Vedete, per esempio, le bestie non danzano.

La Signora Bionda                        - E le scimmie?

Il Professore                                  - Ammaestrate, sì. Concedo che con la danza la disposizione erotica si accentui e aumenti di intensità. Ma non è così anche degli altri istinti? Dopo il ballo cresce la sete e aumenta l'appetito. Osservate ora quando usciranno i ballerini. (La musica è finita. Entrano la Moglie dell'Attore e il Signore col panciotto rosso, sudati e sfiniti dal ballo, istintivamente vanno al buffet e si mettono a bere ed a mangiare).

La Moglie; dell'Attore                   - (tende il bicchiere) Ho sete.

Il Signore col panciotto rosso        - Spero che manterrete la promessa. (Mangia un «sandwich»).

La Moglie dell'Attore                    - (prende pure un « sandwich ») State attento. Vi sentiranno.

Il Professore                                  - (alla Signora Bionda) Vedete? Ora l'erotismo tace e parla l'appetito.

La Signora Bionda                        - O forse parlano tutti e due. (Agnese ed il Marito entrano dal salone, seguiti da altre coppie che vanno al buffet).

Agnese                                          - (al professore) Perdonatemi, caro Profes­sore. Voi avrete certamente 'detto: Questa Agnese mi in­vita e poi mi abbandona completamente.

Il Marito                                        - Scusate in verità...

Il Professore                                  - Prego, prego... Quando c'è di mezzo il fox-trott! Conosco bene la mia piccola Agnese. In col­legio essa era il più grazioso diavoletto che si possa im­maginare.

Agnese i                                        - Vi ricordate ancora?

Il Professore                                  - Ma certo. Vi era sempre tanta polvere nella classe dopo il riposo.

Agnese                                          - Danzavamo come pazze.

La Signora Bionda                        - (prende un piatto e offre al Pro­fessore) Favorite un « sandwich: » ?

Il Professore                                  - No, grazie. Non mangio mai fuori dei pasti regolari. A me basta la mia pipa.

Il Signore col panciotto rosso        - (alla Moglie dell'Attore) Ed io appetisco solamente quello che è fuori dei pasti regolari.

La Moglie dell'Attore                    - A voi non basta la vostra pipa!... (Ridono entrambi).

La Signora Bionda                        - (ad Agnese) Dove hai comperato questo splendido scialle?

Agnese                                          - (con uno sguardo di gratitudine verso il Pro­fessore) E' un dono.

La Signora Bionda                        - Del Professore?... (Al Professore) Da Venezia? '

Il Professore                                  - (fa cenno di sì colla testa).

Il Marito                                        - Dovreste vedere il regalo che ho avuto io dal Professore! (Va a prendere da un tiretto un astuccio e lo apre. Gli ospiti sorpresi osservano) Questa sì è una rarità eccezionale.

Una signora                                   - Che cosa è?

Il Marito                                        - Come vedete, due pugnali.

La Signora Bionda                        - (al Professore) Pure dall'Italia?

Il Professore                                  - No. Li ho portati dall'Oriente.

Un signore                                     - Voi avete girato tutto il mondo.

Il Professore                                  - Già, già, caro amico. Porto il mio naso mi po' dappertutto.

Il Signore col panciotto rosso        - (si avvicina con la Moglie dell'Attore, prende un pugnale con un gesto scherzoso) Per gli innamorati che hanno voglia di suicidarsi.

Il Marito                                        - Non scherzare. Sono avvelenati.

Il Signore col panciotto bosso       - (sorpreso) A che scopo? (Rimette cautamente il pugnale nell'astuccio).

Il Professore                                  - Sono pugnali per duello. Due acerrimi nemici si chiudono in un luogo buio e si colpiscono all'impazzata. Chi non muore per i colpi, muore per il Veleno.

Una signora                                   - Orrore.

Il Signore col panciotto rosso        - Nessuno mi potrebbe costringere a battermi con simili armi.

Il Professore                                  - Che cosa non fa l'uomo quando è accecato dall'odio

Il Signore col panciotto rosso        - Conosco meglio quello che l'uomo fa per amore. (Prende sottobraccio la Moglie dell'Attore ed escono insieme. Altri ridono e si disperdono: ehi va nel salone e chi sulla terrazza).

Il Professore                                  - (accennando al Signore col panciotto rosso) Viene spesso quel signore da voi?

Il Marito                                        - (ripone l'astuccio coi pugnali nel tiretto) Quasi ogni giorno.

Agnese                                          - E’, per così dire, una decorazione perma­nente della nostra casa.

 Il Professore                                 - Curioso. Eppure la vostra casa è arredata con molto buon  gusto.

Il Marito                                        - (raccogliendo l'allusione) Che vuole! Talvolta si conserva qualche vecchio oggetto anche senza valore, per una specie 'di attaccamento familiare.

Il Professore                                  - Ho compreso.

Agnese                                          - E' il mio unico parente. Mi accorgo che non gode le vostre simpatie.

Il Professore                                  - Però gode le simpatie generali. (Si mostrano sull'uscio il Signore col panciotto rosso e la Moglie dell'Attore) Guardate, quella piccola signora: se lo divora con gli occhi... E suo marito?

Il Marito                                        - E' in teatro. E' un attore. Il famoso at­tore Rubrizius.

Il Professore                                  - Ah! Quello con il collo corto. Un sicuro candidato all'apoplessia.

Agnese                                          - Siete proprio crudele, Professore.

Il Professore                                  - (mettendo il tabacco nella pipa) Se la signora rimarrà vedova ne godrà il Signore col pan­ciotto rosso.. (Entra Elisa, la cameriera, dice qualche cosa al Marito e subito esce).

Il Marito                                        - Scusatemi. Mi si chiama al telefono. (Esce).

Agnese                                          - A quest'ora? (Alla Moglie dell'Attore) Che sia vostro marito?

La Moglie dell'Attore                    - Impossibile. Questa sera terminerà a mezzanotte. Pensate: Shakespeare.

Il Professore                                  - Può darsi che il direttore abbia omesso l'ultimo atto.

La Moglie dell'Attore                    - E' capace di tutto.

Il Marito                                        - (entra serio e rivolto alla Moglie dell'Attore) Signora, vi prego... (La invita a seguirlo ed ella lo segue ed esce con lui. Ma sulla soglia il Marito sì volta) Agnese, vieni anche tu, ti prego. (Agnese esce).

Il Professore                                  - (di Signore col panciotto rosso) Voi, caro signore, avete 'divorato diciassette «sandwick ».

Il Signore col panciotto rosso        - Ne ho contati sola­mente sedici.

Il Professore                                  - Non avete tenuto conto che ne avete presti due in una sola volta. (Fuori chiasso e movimento. La Moglie dell'Attore rientra sconvolta, seguita da Agnese e dal Marito. Gli altri si fanno d'attorno a loro).

|La Moglie dell'Attore                   - Che disgrazia, Professore! Quale sventura!...

Alcuni signori e signore                 - Che è successo? Che c'è?

Il Professore                                  - (ancora seduto) Che cosa avete?

Il Marito                                        - Hanno telefonato dal teatro. Il signor Rubrizius ha avuto un assalto cardiaco.

La Moglie dell'Attore                    - Proprio nella grande scena del quinto atto.

Agnese                                          -  La signora deve andare subito al teatro. La vostra automobile è giù in cortile...

La Moglie dell'Attore                    - Il teatro non è lontano. Vi prego...

Il Professore                                  - (si alza e mette la pipa in tasca) Va bene. Andiamo. (Al Marito di Agnese) Venite anche voi?

Agnese                                          - (al Marito) La signora è in condizioni penose.

Il Marito                                        - Naturalmente. Bisogna accompagnarla.

La Moglie dell'Attore                    - E lui poverino che si ri­prometteva un successo dalla grande scena!

Il Marito                                        - (la prende sottobraccio) Venite, signora, venite. (Escono da sinistra il Marito, Agnese, la Moglie dell'Attore e subito dopo il Professore. Oli altri si radu­nano vicino all'uscio che rimane aperto).

Il Signore col panciotto rosso        - Avete sentito? Sembra che alla signora Rubrizius dispiaccia più il man­cato successo alla grande scena del quinto atto che la perdita 'del marito.

Un signore                                     - Ssssss! Pariate piano. La porta è aperta.

Una signora                                   - Mi sorprende che essa non sia stata in teatro.

Il Signore col panciotto rosso        - Non lo sapete? E' ipersensibile e non può mai assistere alle « Prime » di suo marito. La prende il timor panico e cade in svenimento.

Un signore                                     - In verità, è una cosa fatale.

Una signora                                   - Non tanto: poiché nel frattempo ella si diverte.

La Signora Bionda                        - Penso che ora dovremmo andar­cene anche noi.

Un altro signore                             - Già. La signora Agnese però sarà molto turbata.

Il primo signore                             - Non si può lasciarla sola.

La Signora Bionda                        - (accennando al Signore col pan­ciotto rosso) Il signore le farà compagnia fino al ri­torno del marito.

Il Signore col panciotto rosso        - Senz'altro, senz'altro... (Il gruppo si avvia verso l'uscita di sinistra e intanto rientra Agnese).

Agnese                                          - Una vera tragedia... Povero Rubrizius... E voi volete andarvene ?

Un'signore                                     - Non vogliamo più a lungo disturbarvi...

Un altro signore                             - Nelle condizioni d'animo in cui tutti ci troviamo...

Agnese                                          - E' vero. Non oso insistere. Ma ci rivedremo presto...

Una signora                                   - Vi prego: chiamatemi al telefono appena torna vostro marito. Vorrei conoscere ;i particolari della disgrazia.

Agnese                                          - Volentieri, se non ritornerà troppo tardi. Povero Rubrizius!

Un'altra signora                             - I funerali saranno grandiosi.

Un signore                                     - Certo. Era il beniamino di tutto il pub­blico.

Una signora                                   - Dite piuttosto: il prediletto di tutte le donne.

Il Signore col panciotto bosso       - Meno che della sua. (Ridono).

Agnese                                          - Che leggerone!...

La Signora Bionda                        - Andiamo. (Salutano Agnese) Buona notte, cara...

Agnese                                          - Arrivederci... (Saluti generali e uscita degli ospiti. Agnese li accompagna).

Il Signore col panciotto rosso        - (per alcuni minuti rimane solo sulla scena. Prende un «sandwich », beve un bicchiere di vino e accende una sigaretta).

Agnese                                          - (rientrando) Non ti metti a sedere?... O forse hai qualche affare che ti attende?

Il Signore col panciotto rosso        - Grazie. (Siede) Quando sono con te, nessuna cosa mi potrebbe interes­sare di più.

Agnese                                          - Ira verità sei molto gentile. (Siede di fronte a lui) Mi pare che avresti dovuto accompagnare tu la signora Rubrizius!

Il Signore col panciotto rosso        - Io? E perché pro­prio io?

Agnese                                          - Ti sei divertito con lei tutta la sera e se tu fossi un vero gentiluomo...

Il Signore col panciotto rosso        - Ma io non sono fatto per le situazioni tragiche. Tuo marito è molto più adatto; lui così serio, così solenne... E poi (le si avvicina con intimità) sai perché mi sono divertito con lei tutta la sera?

Agnese                                          - (si scosta) Ti prego, parla quanto vuoi e dì' quello che vuoi; ma a distanza.

Il Signore col panciotto rosso        - Mi ascolti dunque volentieri quando ti parlo.

Agnese                                          - Giacché sei qui devi pur dire qualche cosa. E poi ognuno parla volentieri di quello che meglio co­nosce e che più gli piace. (Con intenzione) Io, per esem­pio, prediligo parlare di mio marito.

Il Signore col panciotto rosso        - L'argomento può essere molto serio, ma non è punto divertente.

Agnese                                          - Come si fa! Ognuno ha i suoi gusti.

Il Signore col panciotto rosso        - Durante i cinque anni che vivete insieme, avrete esaurite tutte le possibilità...

Agnese                                          - T'inganni, mio caro. Egli è inesauribilmente nuovo. Ogni giorno sa suscitare in me un desiderio nuovo, una nuova tentazione...

Il Signore col panciotto rosso        - Molto ben detto. In una lettera d'amore, queste parole si potrebbero sotto­lineare con doppio tratto. Se mi vuoi convincere che esiste al mondo una donna uguale a quella che tu ritieni di essere... ti debbo dichiarare cara, che non ti credo affatto.

Agnese                                          - Eppure è così. Amo mio marito e non lo tradirò mai.

Il Signore col panciotto bosso       - Ne sei proprio certa?

Agnese                                          - Certissima, finché sarò sana e in possesso delle mie facoltà.

Il Signore col panciotto bosso       - Ogni donna è sana e normale finché non si innamora.

Agnese                                          - Ma io ho anche una volontà.

Il Signore col panciotto rosso        - Ah, tu mi sbalordisci veramente!

Agnese                                          - Perché amo mio marito?

Il Signore col panciotto rosso        - Non tanto per questo, quanto per l'accanimento e la testardaggine con cui credi di amarlo. E' vero: lui è buono, lavora per te, pensa solo a te. Eppure... Tu e lui! Tu così giovane e tenera; con codesti tuoi occhi innocenti di bambina, con codeste tue mani bianche e sottili che invitano ogni cuore a riscal­darle, e con codesti folli piedini leggeri che hanno in sé più ritmo di qualsiasi musica... (Le si avvicina).

Agnese                                          - (allontandosi) Va bene, va bene... (Una pausa) E allora?

Il Signore col panciotto rosso        -  Tu e lui! Lui serio, robusto, freddo come una edizione «in foglio » di noiose cronache medioevali, in confronto di un'edizione di lusso delle poesie di Enrico Heine. E' una assurdità.

Agnese                                          - E' una assurdità? Tutti voi parlate così. Tutti lo invidiate. Caro mio, è passato il tempo in cui le giovani donne sentivano ribrezzo degli uomini dalle tempie già grigie. Io, vedi, gli voglio bene anche per questo. Amo i suoi capelli bianchi; gli stanno benissimo. E poi il suo viso è giovine. Le sue mani son forti e calde. Nella sua stretta mi sento così sicura!...

Il Signore col panciotto rosso        - E felice?

Agnese                                          - Felicissima.

Il Signore col panciotto bosso       - E non desideri nulla?

Agnese                                          - Proprio nulla. Sono superba di amarlo tanto. Vale più di tutti voi assieme.

Il Signore col panciotto rosso        - Sei tremendamente crudele.

Agnese                                          - E' la verità. Tu la devi sentire.

Il Signore col panciotto rosso        - Hai ragione. (Finge di essere triste) Grazie! (Pausa).

Agnese                                          - (prende una bottiglia e ridendo civettuola) Un po' di cognac?

Il Signore col panciotto rosso        - Non mi credi eb­bro abbastanza? (Prende il bicchiere) Ma io non mi arrendo. (Porge il bicchiere per brindare con Agnese) Alla fedeltà che non dura.

Agnese                                          - (col bicchiere in mano, ironica) A una coppa meno amara di questa! (Bevono).

Il Marito                                        - (la cui voce si sente prima che entri) Che? Se ne sono già andati tutti? Il Professore è giù con la sua auto. Voleva accompagnare a casa qualcuno. (Al Signore col panciotto rosso) Così accompagnerà te. Sbrigati. Non facciamolo attendere.

Agnese                                          - E Rubrizius?

Il Marito                                        - Tutto è finito.

Il Signore col panciotto rosso        - Morto?

Il Marito                                        - Non ancora. Ma non sopravviverà la notte. Forse mentre io vi parlo...

Agnese                                          - Che tragedia!... E lei? Che fa lei?

Il Marito                                        - Appena lo ha veduto è svenuta.

Agnese                                          - Ma come è avvenuto?...

Il Marito                                        - Fu nell'ultima scena. Nel momento in cui Otello si avvicina a Desdemona che dorme, fu colto da malore.

Il Signore col panciotto rosso        - Rubrizius era anche nella vita tremendamente geloso.

Agnese                                          - E forse sulla scena egli riviveva il suo tormento vero.

Il Marito                                        - (al Signore col panciotto rosso) Basta basta. Muoviti. Il Professore s'impazientirà ad attendere.

Il Signore col panciotto rosso        - Corro, corro... Non voglio che la sua antipatia per me aumenti... Buona notte. (Bacia la mano ad Agnese, ed essa la ritira bru­scamente) Arrivederci.

Il Marito                                        - Arrivederci.

Agnese                                          - (appena uscito il Signore col panciotto rosso, si getta tra le braccia del Marito, lo bacia e poi nascon­dendo il viso contro il suo petto si mette a singhiozzare).

il Marito                                         - (sorpreso vuole guardarla in viso) Ma che bambina... E' possibile? Piangi davvero?... (Essa lo tiene abbracciato fortemente e ancora nasconde il viso sul suo petto) Agnese, cos'è?... che cosa è avvenuto?

Agnese                                          - (ride nervosamente attraverso il pianto) Nulla, nulla. Sono felice che tu sia qui...

 Il Marito                                       - ...invece che al posto del povero Rubri­zius? E' così?

Agnese                                          - (sorride lievemente e si asciuga le lagrime) Sì, sì.

Il Makito                                       - Povero Rubrizius. Lo hanno disteso sul tavolino di toletta nel suo camerino e giaceva lì stec­chito tra le pomate e i belletti. Un sudicio zampetto di lepre gli stava presso la testa. E lui luccicante di vase­lina e di nerofumo... Dio! quanto è grottesca la vita!

Agnese                                          - Ti sei commosso, caro?

Il Marito                                        - No, non oserei dire commozione. Ma nell'insieme fu una cosa spiacevole e dolorosa. Si di­rebbe che nei camerini dei comici non entri mai qual­che cosa di serio e di vero. E d'improvviso ecco: la morte. Però lì, anche la morte apparisce come una fin­zione farsesca. Mi pareva che da un istante all'altro Rubrizius sarebbe balzato e cacciando fuori la lingua ci avrebbe gridato: Beeeeh!... Ma tu, cuore, sei molto agitata.

Agnese                                          - Sì, non ti nascondo. Sai, io metto sempre ogni avvenimento in relazione con la nostra vita. Penso sempre: questo potrebbe toccare anche a noi.

Il Marito                                        - Sei proprio una bambina! Dove si an­drebbe a finire se ognuno di noi fosse soggetto a tutte le disgrazie della vita!

Agnese                                          - Vedi? Io ho pensato per un momento a quanto saresti infelice se io fossi la signora Rubrizius.

Il Marito                                        - (ridendo di cuore) Benissimo! benis­simo!

Agnese                                          - Non ridere così. Credi che gli uomini non molestino anche me?

Il Marito                                        - E perché dovrebbero proprio lasciare in pace te? Sei giovane, bella; hai un marito. Tutte ragioni di primo ordine.

Agnese                                          - Anche l'aver marito è un buon movente?

Il Marito                                        - Sicuro. Per la maggioranza degli uo­mini, sì. Non si corre il pericolo di assumere respon­sabilità, e i Don Giovanni sono Idi solito dei grandi vigliacchi. Si cacciano nel nido altrui, e ne godono il tepore.

Agnese                                          - La colpa è delle donne.

Il Marito                                        - Non del tutto. Le donne sono deboli. Spesso infelici, trascurate, umiliate dai mariti. Per molte l'adulterio è la rinnovazione della vita. Per altre è la prima conoscenza del piacere. Chi può, in questi casi, condannare? E’ vero che talvolta la donna è adultera per capriccio, per vanità, e, se vuoi, per una naturale disposizione al vizio, ma questi sono i casi più rari. Il più delle volte essa è vittima della propria impulsività e della brutalità dell'uomo.

Agnese                                          - T'ascolto così volentieri!

Il Marito                                        - Tu sei il mio piccolo filosofo che vuol conoscere le ragioni e le cause di tutto. Ma è meglio non pensare a queste cose.

Agnese                                          - Eppure devo pensarci, poiché voglio sa­permi difendere. Quanto più so, tanto più mi sento forte e sicura.

Il Marito                                        - Se mi ami sinceramente, sei la più forte e sicura.

Agnese                                          - Ti amo: ti amo più di me stessa.

Il Marito                                        - E dunque? Tutto il resto è superfluo. (La prende per le spalle e le dice sulla bacca} Come hai detto? Ti amo più...

Agnese                                          - (estremamente affettuosa) ...più di me stessa. (Si baciano).

Il Marito                                        - E ora basta. E' tardi.

Agnese                                          - No, no, ancora un poco. Siediti, siediti qui.

Il Marito                                        - (sorpreso) Possiamo parlare anche di là.

Agnese                                          - No, no. Ti debbo dire una cosa molto im­portante. Siedi.

Il Marito                                        - (siede) Ascolto.

Agnese                                          - (si leva dal seno una lettera) L'ha por­tata un fattorino-espresso. Leggila. (Gli consegna la lettera).

Il Marito                                        - (toglie la lettera dalla busta, la scorre ra­pidamente con gli occhi, osserva la firma, e restituisce ad Agnese il foglio) Sciocchezze. Non mi interessa di leggere. (Si alza).

Agnese                                          - Ma perché? E' molto interessante. (Ri­prende disillusa la lettera).

Il Marito                                        - Non mi interessa punto. E poi questo è un tuo segreto, ed io non ho affatto intenzione di controllarti.

Agnese                                          - Ma tu devi leggere. Non ho segreti per te. Voglio che tu mi guidi e mi difenda. Debbo leggerla io?

Il Marito                                        - Va bene. Leggi. (Torna a sedere).

Agnese                                          - (legge) « Signora, io vi conosco da molti anni. Vi conosco da quando eravate bambina e andavate alla scuola: da quel tempo vi voglio bene. Voi «non sapete che allora vi attendevo lungo le vie per  le quali dovevate passare e poi vi seguivo inosservato. «Non volevo che poteste notare la mia presenza perché io vi amavo solamente per me, di lontano e disinteressatamente, più come un credente che come un amante. Allorché morirono i vostri genitori foste mandata lontano, in un collegio. Lo seppi per caso, e appresi la triste notizia della vostra malattia. Ero pazzo « dalla disperazione. Girai per  le vie del mondo in cerca  di pace e finalmente: giunsi nel paese dove giacevate ammalata. Giravo intorno alle mura del sanatorio attendendo di sapervi guarita e di nascosto spargevo «fiori sulle strade che conducevano alla casa di salute « deciso di morire se voi foste morta. Guariste, e quando « tornaste alla vostra casa cerca! di raggiungervi deciso di chiedervi la vostra mano. Fui preceduto da « vostro marito e soffersi che non foste morta poiché «così vi avrei offerta la mia vita. Oggi mi pento di aver « avuto un pensiero così egoista, poiché so che siete « amata e felice e che l'uomo al quale appartenete è «buono e gentile. Cosi anche la mia felicità è completa. «Perciò non cerco di avvicinarvi e di parlarvi. Perché « dovrei intromettermi in una situazione nella quale il « mio stolto cuore potrebbe tradirmi e provocare inquietudini nella vostra esistenza? Però non posso resistere al desiderio di farvi una confessione. Vi debbo «dire che vi voglio bene oltre tutti i confini delle « umane possibilità. Vi amo come non si ama sulla « terra:vi amo per voi, non per me. Perciò non saprete «mai chi io sia e se avvenisse che credeste di avermi «ritrovato, mai a nessun costo vi confermerò che sono « io, poiché la mia felicità consiste appunto nella rinunzia del mio bene a prò del vostro». (Verso la fine della lettura la voce di Agnese è alterata da un singhiozzo a stento represso. Pausa. Ambedue tacciono. Poi Agnese depone la lettera sul tavolino e dice) Com'è triste! (Pausa).

Il Marito                                        - Ma che! (Alzandosi) E' pazzia.

Agnese                                          - Non è pazzia. E' amore.

Il Marito                                        - Se fosse vero tutto quello che scrive quel signore! E nemmeno allora sarebbe amore, ma una sentimentalità morbosa. Se ti volesse tanto bene come dice, non sentirebbe affatto il bisogno di scriver­telo. Un simile amore, se pure esiste, è silenzioso.

Agnese                                          - Perché? Quanto infelice sarei io se non po­tessi dirti che ti amo! Qualche volta questo bisogno in me è più forte del desiderio di abbracciarti.

Il Marito                                        - Vorrei sapere che scopo ha questa lettera.

Agnese                                          - Che scopo vuoi che abbia! Non saprò mai chi sia quest'uomo. Non lo vedrò mai. E nemmeno mi importa di vederlo. Ma non posso pensar male di lui.

Il Marito                                        - Ma intanto queste sciocchezze ti turbano.

Agnese                                          - T'inganni caro. (Prende la lettera) Non sono affatto turbata. Non faccio nessun calcolo di que­sta lettera. Guarda! (La straccia) Ora tutto è 'dimenti­cato! (Gli si avvicina e lo abbraccia) Tu sì, invece, sei turbato. E' vero? Stringimi forte. (Il Marito l'abbrac­cia) Così!

Il Marito                                        - Agnese!

Agnese                                          - Ti amo. Amo soltanto te. Te solo!

QUADRO TERZO

(a Boudoir » di Agnese. Il tavolino di toletta con spec­chio e utensili. Presso un divano, un altro tavolino più piccolo. A destra un usciolino a muro che conduce nella stanza da bagno. A sinistra un uscio con portiera. In fondo l'uscio che dà nell'anticamera. Verso le undici del mattino).

Elisa                                               - (viene dall'anticamera con un vassoio sul quale porta il the e i biscotti col burro. Depone sul piccolo tavolino. Poi va a destra e picchia l’uscio) Siete pronta, signora.

Agnese                                          - (dall'interno) Subito. Aspettate un minuto.

Elisa                                               - (resta in attesa dinanzi all'uscio).

Agnese                                          - (dopo un attimo, sempre dall'interno) Elisa?

Elisa                                               - Comandate, signora?

Agnese                                          - (c. s.) E' venuto nessuno stamattina?

Elisa                                               - Nessuno, signora.

Agnese                                          - (c. s.) Nemmeno il portalettere?

Elisa                                               - E’ venuto. C'erano due lettere per il signore e i giornali.

Agnese                                          - E per me nulla?

Elisa                                               - No. Per la signora non c'era nulla. (Un silenzio).

Agnese                                          - (c. s.) Elisa?

Elisa                                               - Comandate, signora?

Agnese                                          - Non ha telefonato nessuno?

Elisa                                               - Il signore. Ha domandato se eravate sveglia. voleva darvi !il buon giorno. (Pausa).

Agnese                                          - (apre l'uscio della stanza da bagno e sporge un braccio) Vi prego:l'accappatoio.

Elisa                                               - (prende l'accappatoio che è su una sedia, lo stende, si avvicina all'uscio e lo mette sulle spalle della signora).

Agnese                                          - (entra col cappuccio sul capo, in pantofole, avvolgendosi nell'accappatoio) Grazie. (Siede sul di­vano con una gamba sotto l'altra. Poi da' uno sguardo indifferente alla colazione) The?? Non voglio the, Elisa!

Elisa                                               - Prendete il the tutte le mattine....

Agnese                                          - Ne ho già abbastanza.

Elisa                                               - Volete un caffè e latte oppure del cacao, o...

Agnese                                          - Sono stanca di caffè, di latte, di cacao, di tutto.

Elisa                                               - Vi sentite forse indisposta? Volete che tele­foni al dottore?

Agnese                                          - No, no, Elisa. Sono estremamente stanca. Datemi il the.

Elisa                                               - (mescendo) Da qualche tempo penso che non è tene quello che fate, signora. Quasi ogni sera a teatro o nei ritrovi fino a tarda notte e poi danzare e bere. Per una vita così occorrono altra salute e altri nervi.

Agnese                                          - Avete ragione, Elisa. Ma così, vedete, passa il tempo. E la cosa principale nella vita è che il tempo passi in fretta.

Elisa                                               - Ma in questo modo s'invecchia presto.

Agnese                                          - Già. Si invecchia e poi si muore. (Nell’interno un tocco di campanello elettrico) Non vi pare che abbiano suonato?

Elisa                                               - Sì. (Esce).

Agnese                                          - (prende svogliatamente due gocce di the poi ascolta come per sapere chi è venuto).

Elisa                                               - (entrando) E' un fattorino-espresso con una lettera. Gli ho detto di attendere, secondo i vostri ordimi.

Agnese                                          - (fin dalle prime parole di Elisa, scatta e si drizza in piedi, non potendo nascondere la sua agitazione) Conducetelo qui. Subito.

Elisa                                               - (apre la porta e rivolta a qualcuno che è in anticamera) Entrate. (Attende fin che il Fattorino è entrato e poi esce richiudendo l'uscio dietro a se).

Il Fattorino                                    - (è ancora io Sconosciuto del primo qua­dro. Veste l'uniforme dei fattorini di piazza con una piccola borsa di cuoio a tracolla e il berrettino in testa. Tiene nella mano sinistra un mazzo di lettere di diversa grandezza. Con la destra si leva il berretto salutando Agnese. Poi leggendo l'indirizzo di una lettera) Si­gnora Agnese... (Come se non riuscisse a decifrare il cognome).

Agnese                                          - (lo interrompe, impaziente) Sì, sono io.

Il Fattorino                                    - (porgendole la lettera) Favorite.

Agnese                                          - (vede che la lettera non è chiusa e che sulla busta vi è una intestazione a stampa che essa legge prima mentalmente, poi a voce alta) «Comitato per la raccolta delle offerte per i restauri della cattedrale ». Che cosa è questo?...

Il Fattorino                                    - Non lo so. So solamente che dovevo consegnarvi codesta lettera.

Agnese                                          - (leva dalla busta un foglio a stampa e legge. Poi con evidente disappunto) Mi si annunzia che sono stata nominata membro del comitato per la raccolta delle offerte per 4 restauri della cattedrale. Strano. Nessuno me ne aveva mai parlato. Non sapevo nemmeno che la cattedrale avesse bisogno di restauri.

Il Fattorino                                    - (freddo, secco) Nemmeno io.

Agnese                                          - (scorre ancora con lo sguardo la busta e il foglio) E poi? Qual'è l'indirizzo di questo comi­tato? Qui non è segnato.

Il Fattorino                                    - Non lo so.

Agnese                                          - Per un tale annunzio non era necessario un fattorino-espresso. Potevano mandarlo anche per po­sta. Non vi pare? (Getta il foglio e la busta sul tavo­lino) Ne capite qualche cosa, voi?

Il Fattorino                                    - Capisco.

Agnese                                          - E allora spiegatemi.

Il Fattorino                                    - Si tratta, evidentemente, di un espe­diente.

Agnese                                          - Un espediente?

Il Fattorino                                    - Posso parlarvi con franchezza?

Agnese                                          - Nessuno ci ascolta.

Il Fattorino                                    - Ogni qualvolta dobbiamo eseguire una commissione delicata, ci serviamo di questo piccolo trucco, per allontanare qualsiasi sospetto. Se per esem­pio in questo momento entrasse qualcuno io sarei ve­nuto soltanto per portarvi la notizia della vostra elezione a membro del comitato per la raccolta, ecc. Ma io son qui dai voi per ben altra ragione. Ho una lettera...

Agnese                                          - (agitata bruscamente) Datemela.

Il Fattorino                                    - (leva dalla busta una lettera e gliela consegna) Veramente mi fu imposto di consegnarla come il solito alla cameriera, ma essa non ha voluto accettarla dicendomi che la padrona voleva riceverla direttamente...

Agnese                                          - (osserva rapidamente la lettera e la nasconde sotto l'accappatoio) Difatti è così. Volevo domandarvi qualche informazione.

Il Fattorino                                    - Ai vostri ordini.

Agnese                                          - Questa è la undicesima lettera che mi portate.

Il Fattorino                                    - La dodicesima.

Agnese                                          - Ah già! Non calcolavo quella che ho strac­ciata. Chi è il signore che mi invia queste lettere?

Il Fattorino                                    - Non lo so.

Agnese                                          - Come è? Giovine? Vecchio?

Il Fattorino                                    - Non lo so.

Agnese                                          - Non sapete proprio nulla di lui?

Il Fattorino                                    - Nulla.

Agnese                                          - Che ordini vi ha dato mandandovi qui?

Il Fattorino                                    - Io ricevo gli ordini dal mio prin­cipale.

Agnese                                          - Non avete mai osservato i clienti che ven­gono nel vostro ufficio?

Il Fattorino                                    - Ne vengono tanti!

Agnese                                          - Ma fra i tanti non avete notato alcuno che possa, secondo voi, essere colui che consegna le lettere per me?

Il Fattorino                                    - Nessuno.

Agnese                                          - (si alza bruscamente, va al tavolino del the, prende da un portamonete una moneta e la offre al Fattorino).

Il Fattorino                                    - (leva la mano destra al berretto come per ringraziare) Oh, no!

Agnese                                          - Prendete, prendete!  

Il Fattorino                                    - No grazie. Io sono già pagato.

Agnese                                          - Dunque da voi non potrò sapere nulla?

Il Fattorino                                    - Tutto quello che vi occorre sapere è scritto nella lettera.

Agnese                                          - Grazie. Potete andarvene. (Si siede sul divano).

Il Fattorino                                    - (saluta ed esce).

Agnese                                          - (prende la lettera nervosamente, la apre e 'legge rapidamente e con grande interesse. Poi guar­dando lo scritto, con voce piena di dolore) Perché mi fai soffrire? Perché? (Appoggia la fronte sulla let­tera e questa sulle ginocchia e resta qualche tempo così immobile. Poi, stanca, leva la testa e con mano pesante tocca il bottone del campanello elettrico. Infine si alza, va al tavolino e mette la lettera nel tiretto dal quale ha preso prima il denaro. Lo chiude e siede davanti allo specchio).

Elisa                                               - (entrando) Comandate?

Agnese                                          - Pettinatemi, Elisa.

Elisa                                               - (prende la spazzola e il pettine) Non avete nemmeno assaggiato il the.

Agnese                                          - (impaziente) Presto, presto, Elisa. Oggi sono impaziente. (Suona il telefono) Se è il signore portate qua l'apparecchio.

Elisa                                               - (esce e poco dopo rientra con l'apparecchio che pone sul tavolino da toletta; poi mette la spina neh l'innesto. Entrando dice) E' il signore. (Pettina Agnese).

Agnese                                          - (prende il ricevitore) Pronto... Buon gior­no... Grazie... Così e così... Sono stanchissima... Sì, hai ragione... E' stato un po' troppo... Che dici? (Agitata) Cristina? E' possibile?... Quando è arrivata la lettera?... Elisa mi ha detto che non c'erano lettere per me... Non importa, caro... No, no, la leggerò dopo... Me la mandi subito? Molto gentile... come sempre del resto... E chi andrà alla stazione?... Sei proprio buono. Io non farei a tempo... Arrivederci. (Depone il ricevitore) State più attenta quando arriva la posta. U signore non guarda mai gli indirizzi.

Elisa                                               - II signore si mette tutte le lettere in tasca e le legge poi per la strada.

Agnese                                          - Oggi abbiamo un ospite. Metterete in or­dine la camera di sopra... (Qualcuno picchia all'uscio di fondo) Chi è?

Il Signore col panciotto bosso       - (da fuori) Permesso?

Agnese                                          - No, no. Un minuto... (Si alza: a Elisa) Aiutatemi a vestirmi. (Esce a sinistra seguita da Elisa. Quando è dietro alla portiera dice) Avanti!

Il Signore col panciotto rosso        - (entra cautamente, portando in mano un grande mazzo di fiorì e una let­tera. Poi si guarda attorno) Nessuno.

Agnese                                          - (spinge il braccio nudo fuori della portiera e dice) Dammi la lettera.

Il Signore col panciotto rosso        - (le dà la lettera, ba­ciandole ancora la mano).

Agnese                                          - (dall'interno) E adesso serviti e aspetta. Grazie per i fiori. (Di nuovo si sporge un braccio nudo dalla portiera) Bacia ancora una volta.

Il Signore col panciotto rosso        - (prende la mano per baciarla, ma si trattiene e dice) Ti ho giurato otto giorni fa di non baciare altra mano che non sia la tua.  Questa non è la tua mano. (La mano si ritira rapida­mente e dietro la portiera si ode una sonora risata di donna. Il signore si avvicina al tavolino da toletta e osserva con interesse. Leva i tappi a parecchi flaconcmi di profumi, odora; prova ad aprire qualche cassetto e finalmente si siede sul divano. Prende un biscotto d burro che sta sul vassoio, e lo mangia. Intanto vede la lettera a stampa che Agnese ha lasciato sul tavolo, la prende e legge): «Il Comitato per la raccolta...» (Con­tinua a leggere in silenzio).

Elisa                                               - (entra da sinistra e va a prendere il vassoio).

Il Signore col panciotto rosso        - (la prende per mano) Elisa, siete in collera con me? Sapete, non amo sot­terfugi. Non ammetto mistificazioni. Del resto io posso baciare anche la vostra mano. (Vuole baciarla).

Elisa                                               - (ritira la mano) Badate: otto giorni fa avete giurato... (Prende il vassoio e si avvia verso la porta di fondo; si accorge che un biscotto è sparito, si volge a voce alta) Il signore vuol favorire qualche altro bi­scotto col burro?

Il Signore col panciotto rosso        - (con lo stesso tono) No, grazie!

Elisa                                               - (esce dal fondo e chiude l'uscio dietro a se).

Agnese                                          - (entra da sinistra vestita con elegante sempli­cità e vede il signore che tiene in mano la lettera) Che ne dici? Vuoi qualche informazione sul Comitato?

Il Signore col panciotto rosso        -  Non mi interessa. In generale non mi interessa più nulla, Mi sono appartato da tutto. Ho rinunziato a tutto. (Una pausa) A te solamente non ho rinunziato.

Agnese                                          - L'uomo può rinunziare soltanto a quello che possiede.

Il Signore col panciotto rosso        - Anche a quello che vorrebbe possedere.

Agnese                                          - Questa specie di rinunzia il più delle volte è un sacrifizio forzato. Del resto è molto facile rinunziare a quello che non possiamo avere.

Il Signore col panciotto rosso        - Il desiderio alle volte può essere più bello del possesso. (Osserva Agnese che pare pensi a qualche cosa) Non rispondi?

Agnese                                          - Forse hai ragione. (Breve pausa) Certamente hai ragione. Ma come sono possibili in te simili pen­sieri?

Il Signore col panciotto rosso        - Perché no? L'impor­tante è di non lasciarsi traviare e deviare. Non cedere e seguire esclusivamente un unico desiderio.

Agnese                                          - Queste parole in bocca tua hanno un'espres­sione strana. Ti si potrebbe quasi credere.

Il Signore col panciotto rosso        - Poco mi importa quello che tu pensi di me e che tu mi creda o no. (Con voce appassionata) Ma io ti amo.

Agnese                                          - Senti, parliamo seriamente. Oggi son occu­pata da ben altri pensieri. E non mi sento tanto bene. Ti sarei molto grata se tu mi parlassi d'altro.

Il Signore col panciotto rosso        - Come desideri. Posso anche andarmene, se ti fa piacere.

Agnese                                          - No, resta. Puoi rimanere quanto vuoi, cioè fino a quando arriva Cristina. Poi scenderai in giardino e attenderai mio marito. Resti a colazione con noi. Va bene?

Il Signore col panciotto rosso        - Sei oltremodo gentile.

Agnese                                          - Come vedi, sei in grazia. Soltanto oggi con i tuoi soliti discorsi mi dai ai nervi. Qualche volta noi donne siamo !in uno stato di sovreccitazione morbosa. Soffriamo nel corpo e nell'anima come se fossimo una «ola piaga, e allora il minimo urto, anche il contatto di una piuma ci può far soffrire. Tu mi dovresti com­prendere.

Il Signore col panciotto rosso        - (un po' meravigliato d’improvviso tono di Agnese) Sì, sì, comprendo.

Agnese                                          - In tali momenti vorrei avere in te un amico che mi sapesse aiutare e consigliare. E invece tu non sai che ripetere frasi su frasi. Mi indisponi e mi stanchi. Ma credi davvero che tutte le donne siano come la signora Rubrizius?

Il Signore col panciotto rosso        - (alquanto mortificato, ma nello stesso tempo lusingato) Non ho pensato mai che tu potessi avere bisogno del mio aiuto. Non hai mai veduto altri intorno a te che tuo marito.

Agnese                                          - Sì, sì, anche adesso non vedo altri che lui. Egli è così sconfinatamente buono e ha in me una tal fiducia, che mi fa quasi paura. Ma vorrei che egli fosse geloso come un amante. Pazzamente, assurdamente ge­loso, al punto da non sopportare il pettine che passa attraverso i miei capelli, da odiare il fazzoletto col quale premo la mia bocca. L'altro giorno gli ho detto che mi fai continue dichiarazioni...

Il Signore col panciotto bosso       - (sgradevolmente sor­preso) Non è possibile!

Agnese                                          - Sì, sì; volevo metterlo alla prova. Sai che cosa mi ha risposto? «Sarebbe molto meschino l'uomo che potesse rimanere indifferente accanto a te! ». Allora già domandai: «E che diresti se io acconsentissi? ».

Il Signore col panciotto rosso        - (con curiosa impazien­za) lui?

Agnese                                          - Mi ha guardato con i suoi occhi buoni, e appoggiando il viso sulle mie mani mi ha 'detto: «Tu acconsenti solo all'amore ».

Il Signore col panciotto rosso        - E di me? Che cosa ha detto di me?

Agnese                                          - Mi ha detto:« Lascialo fare. Si stancherà e non saprà più che cosa dirti ».

Il Signore col panciotto rosso        - Badi 'di non ingan­narsi, il tuo signor marito. Tu acconsenti solo all'amore?

Agnese                                          - Al suo.

Il Signore col panciotto rosso        - Non ha detto a quale. Ha detto solamente all'amore.

Agnese                                          - (dopo una pausa di riflessione) Non com­prendo più nulla. Per me la vita è un enigma. Qualche volta mi sembra di essere sperduta come un pipistrello entrato in una notte 'd'estate in una camera buia. Più di tutto mi confonde un pensiero: Perché un amore può assalire un cuore che è già preso da un altro amore? Un tal cuore dovrebbe esserne immune per sempre.

Il Signore col panciotto rosso        - Che cosa sarebbe allora il mondo? Quale valore avrebbe un cuore che non potesse essere scosso nel suo equilibrio? Oh no, no, perdio! Così è molto più bello. Guai, altrimenti (Di fuori si sente un rumore e una voce di donna che chiama: Agnese! Agnese!).

Agnese                                          - (si scuote) E' Cristina! (Corre verso la porta in fondo che si apre. Entra Cristina).

Cristina                                          - (ire costume da viaggio. Appena le due donne si vedono, si abbracciano. Poi Cristina si scioglie dall’abbraccio, osservatiti viso l'amica, le accarezza i capelli e la faccia) Agnus, bambina mia?... Sei tu?... (Un nuovo abbraccio).

Agnese                                          - (come se coll’arrivo di Cristina fosse giunto un aiuto, le si tiene avvinta fortemente al collo) Cristina!

Cristina                                          - (finalmente si libera dalla stretta di Agnese, ma le tiene ancora un braccio intorno alla vita.) E que­sto signore?

Agnese                                          - Non indovini? Tante volte ti ho scritto di lui. Mio cugino...

Cristina                                          - Ah, già. Il cugino dal panciotto rosso! (Gli  offre la mano) Molto piacere.

Il Signore col panciotto rosso        - Felicissimo, signorina.

Cristina                                          - (rivolta ad Agnese) E tuo marito? Sai che è « chic » ?

Agnese                                          - Già! Non conoscevi nemmeno lui.

Cristina                                          - Come potevo conoscerlo? Le due volte che sei venuta da me egli non ti ha accompagnata.

Agnese                                          - E come avete fatto a riconoscervi alla stazione :

Cristina                                          - Mi chiamava per nome cercandomi tra la folla dei passeggeri.

Agnese                                          - Mi perdonerai se non sono venuta io. Ho ricevuto poco fa la tua lettera.

Cristina                                          - So tutto. Se anche non fosse venuto nes­suno alla stazione, avrei presa una vettura e sarei ve­nuta da sola.

Agnese                                          - Non vuoi levarti il mantello?

Il Signore col panciotto rosso        - (preparandosi ad uscire) Gentili signore, permettete?

Cristina                                          - Arrivederci.

Agnese                                          - Dunque a colazione. Arrivederci. (Il Signore col panciotto rosso esce dalla porta in fondo).

Cristina                                          - Grazie a Dio siamo sole. Dunque, come stai? Cos'è di te mio piccolo Agnus? Nelle tue ultime lettere ti esprimevi in un modo curioso. Non ti ricono­scevo più.

Agnese                                          - Ah Cristina, ti dirò tutto. Sentirai tutto. Siediti. Ora non ci 'disturba nessuno. (Corre a chiudere a chiave l'uscio in fondo) Più tardi non potremo essere sole. Ascoltami. Mi sembra 'di diventar pazza. Cristina, io divento pazza.

Cristina                                          - Cos'hai? Che cosa è avvenuto?

Agnese                                          - Se tu sapessi che cosa avviene in me. Vivo in una continua febbre. Mi sembra 'di essere capovolta. Sì, capovolta e tutto il sangue mi si è raccolto nel

cervello. Cristina                           - Ma cos'è? Parla. Tuo marito?...

Agnese                                          - Ah, lui non sa nulla. Cammina accanto a me ad occhi chiusi; mi tiene per mano fiducioso e non sa dove lo conduco.

Cristina                                          - Perché? Che cosa hai fatto? Agnus, parla.

Agnese                                          - (rimane un momento pensierosa, poi improv­visamente) Cristina, ti confesserò una cosa che fin'ora non ebbi il coraggio di confessare a me stessa. (Con voce soffocata e commossa) lo amo...

Cristina                                          - Agnus!...

Agnese                                          - Sì amo. Ma non come le altre donne; non come ogni altra 'donna che guarda negli occhi di un uomo e non vede che lui. No, io amo oltre tutte le possibilità della natura e della ragione. Il mio amore è più che passione, più che pazzia: è mostruoso, Cristina, mostruoso.

Cristina                                          - Chi è lui? Dove è?

Agnese                                          - (agitata) Questo è il mio tormento! Chi è lui? Che cosa fa? Dov'è? Lo domando a te. Cercalo! Aiutami a trovarlo. Conducimilo! Inventalo!

Cristina                                          - (tiene la testa dell'amica sulla sua spalla e l'accarezza) Agnus. Mio piccolo Agnus!...

Agnese                                          - La mia mente non regge più. Diverrò pazza.

Cristina                                          - Calmati. Forse si potrà fare qualche cosa. ..

Agnese                                          - (drizzandosi) Ti ricordi? T'avevo scritto informandoti Idi una lettera mandatami da uno scono­sciuto.

Cristina                                          - Ricordo. L'hai mostrata a tuo marito e l'hai stracciata subito, davanti a lui. Forse lo sconosciuto ti ha scritto ancora?

Agnese                                          - Sì, sì. E scrive continuamente,

Cristina                                          - Hai mostrato anche le altre lettere a tuo marito?

Agnese                                          - (gridando)         - (No, no.

Cristina                                          -  Perché no? Lo dovevi fare.

Agnese                                          -  Perché no? Ti prego; non domandarmi perché ho fatto o non ho fatto una tal cosa. Quasi sem­pre io non so né chi sono, né che cosa faccio, né che cosa voglio. Passo intere giornate fuori della mia vita. Ed è già molto se mi ritrovo quando c'è qualcuno vicino a me. Ma temo che presto anche questo mi sarà impos­sibile.

Cristina                                          - E checosa ti ha scritto?

Agnese                                          - Dapprima voleva sapere se sono veramente felice con mio marito. Ha saputo che lo sono. Ma chi può sapere che cosa si nasconde dietro un viso che sor­ride? Come è la vita di una persona dietro le quinte? Ed egli mi ha scritto allora: «Se la vostra felicità è grande e vera, lasciate che io possa rallegrarmene. Tro­vatevi domani alle undici sulla loggia del vostro villino e questa sarà per me la prova che non desiderate altro dalla vita ».

Cristina                                          - E tu ti sei mostrata?

Agnese                                          - Sì. Mi sono seduta nella loggia e osser­vando i passanti mi sono studiata di indovinare chi tra essi potesse essere il mio sconosciuto. Sono rimasta lì un'ora intera, e poi d'un tratto ebbi vergogna di esibire così crudelmente la mia felicità in faccia ad uno che non è felice. Dopo alcuni giorni, in un'altra lettera mi pregava  di assicurarlo con un cenno che credevo nel suo amore. «Passate martedì venturo dalle cinque alle sei per la Via Larga. Io sarò ad una di quelle innume­revoli finestre. Voi non mi vedrete ma io sentirò in quel momento che avete pietà per un cuore che soffre per voi ».

Cristina                                          - E ci sei andata?

Agnese                                          - Ci sono andata. A mio marito non ho detto nulla, perché avevo paura. Anzi, no: perché quando gli mostrai la prima lettera, mi disse che chi mi scriveva così era un malato oppure uno che voleva ingannarmi, e quel suo giudizio sprezzante mi aveva offesa. Dopo qualche tempo mi invitò a teatro. E vi andai esplorando chi dei presenti potesse essere il mio misterioso adoratore. Inutilmente. Nessuno si è tradito nemmeno con un piccolo battito delle palpebre. Dopo una diecina di giorni una nuova lettera. «Venite domenica alle corse». Ah, le so tutte a memoria le sue lettere! « Ma non mi cer­cate. Non pensate a me. Se sapessi che il mio amore vi turba per un attimo, rinuncerei al mio ultimo ed unico piacere; questo di vedervi di tanto in tanto ». Quattro giorni mancavano alle corse e io nel frattempo ero sfinita dall'impazienza. Passavo dalla poltrona al divano, dal divano al letto con le braccia spezzate e i piedi di piombo. La mia volontà era annientata. L'amante invisi­ bile è diventato il mio padrone assoluto. Se mi avesse dato un convegno sulle più paurose vette, ci sarei an­data senza un attimo idi indugio. E ormai attendo le sue lettere come il più desiderato degli abbracci. Appena arrivano mi rassereno sull'istante e per qualche ora trovo pace.

Cristina                                          - Quando ti scrisse l'ultima volta?

Agnese                                          - Oggi. M'invita di nuovo.

Cristina                                          - Dove?

Agnese                                          - Dopodomani c'è un concerto di Bach nel Duomo. (Bruscamente) Ci verrai anche tu. Non è vero, Cristina, che mi accompagnerai?

Cristina                                          - Sì, Agnus, ti accompagnerò. Ma è tre­mendo. Quale soluzione pensi possa avere questa strana vicenda?

Agnese                                          - Che ne so io? Vorrei vederlo. Solo vederlo. Quanto è più felice lui di me! Mi vede quando vuole. Può fissarmi e tenere sopra di me i suoi sguardi che io sento sul viso, su tutto il mio corpo come se fossero raggi     di fuoco... Ah, Cristina, soccorrimi! Se tu sapessi come lo cerco dappertutto! Dappertutto! Una notte dopo l'altra conduco il mio povero marito da un « dancing » all'altro, da un «cabaret » all'altro, e ballo, ballo con tutti nella speranza di trovarmi una volta nelle sue braccia. Ad ogni uomo che incontro penso: «E' lui!». Per via, nei caffè, nei negozi... vecchio o giovane, sano o ammalato, straccione o elegante: li guardo tutti... (Gri­dando) Li amo tutti, Cristina. Divento l'amante di ognu­no, mi offro a tutti. Tutti li vorrei solo per trovar lui, per essere con lui. (Si getta sul seno di Cristina e scoppia in singhiozzi).

Cristina                                          - Tu sei ammalata, Agnus.

Agnese                                          - Ajutami! Ajutami!

Cristina                                          - (la aiuta a rimettersi sul divano) Dovresti allontanarti da qui. Fare un viaggio.

Agnese                                          - Egli mi ha scritto: «Se mai doveste partire, vi seguirei dappertutto ». E io, dappertutto dovrei cer­carlo. (Un silenzio).

Cristina                                          - Ora sarebbe bene che riposassi un poco. Più tardi ne riparleremo.

Agnese                                          - (sfinita) Sì.

Cristina                                          - Intanto mi cambio di abito. Faccio presto. (Le accarezza il capo) Ah, Agnus, Agnus! (Via dal fondo).

Agnese                                          - (con le mani dietro la testa, e la testa riversa, resta per qualche tempo impassibile, come assente. Poi Sii drizza, guarda davanti a se e dopo una attesa, mor­mora come se parlasse a qualcuno) Se almeno sapessi il tuo nome. Ti chiamerei. Sempre ti chiamerei. (Pausa. Infine sì sente dietro la porta in fondo il leggero pizzicato di urta chitarra. E' il motivo di una allegra canzone m voga: una canzonetta da « cabaret » un po' libera nel ritmo e. nelle parole. Dopo la prima strofa si apre la porta e si vedono il Marito di Agnese che tiene un brac­cio gittato sul collo del Signore dal panciotto rosso, que­sti che suona la chitarra. Cantano e fanno dei gesti rit­mici col corpo. Agnese rimane immobile. Quando essi, sempre sulla soglia, cominciano la seconda strofa, cala il sipario).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

QUADRO PRIMO

 (Vagone letto. Sul tavolino una lampadina accesa con paralume azzurro. La tendina del finestrino calata; i vetri chiusi. Sul tavolino si trovarlo ancora:una bottiglia da viaggio con cognac, un bicchiere piccolo e uno più grande da viaggio con coperchio di argento; un piatto con frutta, un pacchetto di biscotti e una scatola di « cachets » Faivre, libri e giornali, un piccolo vaso di fiori e uno specchio con manico. Il letto è pronto per co­ricarsi. Agnese sta seduta nell'angolo presso il finestrino, vestita di un pigiama di seta di un colore fantasia, punto stravagante, con pantofole ai piedi. Tiene gli occhi chiusi come se dormisse. La sua testa si scuote un pochino se­guendo il ritmo della corsa del treno. Un lungo silenzio. Finalmente essa solleva lentamente una mano e preme il bottone del campanello elettrico. Poi si copre le ginoc­chia con lo scialle. Pausa. Non viene nessuno ed ella suona ancora una volta. Poi guarda l'orologio a braccia­letto. In quel momento si apre la porta ed entra il Ca­meriere).

Il Cameriere                                   - (è ancora lo Sconosciuto del primo qua­dro vestito con la divisa del personale dei vagoni-letto. Molto cortese e discreto. Dondola per il moto del treno e mantiene l'equilibrio con molta eleganza) Desiderate, signora?

Agnese                                          - Mi rincresce molto: torse dormivate.

Il Cameriere                                   - No, signora. Ho il servizio notturno.

Agnese                                          - Posso avere un po' di acqua minerale?

Il Cameriere                                   - Vichy o Apollinaris?

Agnese                                          - E' indifferente.

Il Cameriere                                   - Subito, signora. (Si avvia per uscire).

Agnese                                          - Sentite...

Il Cameriere                                   - (si ferma presso la porta) Signora?

Agnese                                          - Che ora è

Il Cameriere                                   - Le due e quaranta.

Agnese                                          - Grazie.

Il Cameriere                                   - Prego. (Esce).

Agnese                                          - (si leva il braccialetto, regola l'orologio e lo ripone al braccio. S'appoggia e sta ferma. Pausa).

Il Cameriere                                   - (ritorna con una bottiglia di acqua mi­nerale, e fa per versare).

Agnese                                          - (prende il suo bicchiere da viaggio e lo porge

 al Cameriere)                               - (No, no, qui, prego. (Allora prende un « cachet » Faivre e sta per metterlo in bocca).

Il Cameriere                                   - (facendole segno di sospendere) Pre­go! Avete mal idi capo, signora?

Agnese                                          - (un po' sorpresa col « cachet » tra le dita) Un pochino. Non riesco a prender sonno.

Il Cameriere                                   - Posso offrire alla signora un rimedio nuovissimo. Prodigioso. (Fa il noto gesto con il pollice e Vindice. Con l’altra mano leva di tasca un tubetto)) Prego, signora. (Lo scuote e versa sulla mano della signora un paio di tavolette).

Agnese                                          - (con la mano aperta, lo guarda un po' civet­tuola) Non saranno avvelenate?

Il Cameriere                                   - (sorride con ossequio) Faccio una tale impressione?

Agnese                                          - (mette in bocca le compresse e beve un sorso di acqua) Ecco fatto.

Il Cameriere                                   - Non desiderate altro, signora?

Agnese                                          - Dove ci troviamo?

Il Cameriere                                   - Sul Gottardo.

Agnese                                          - C% ancora la luce dal signore qui vicino?

II Cameriere                                  - Poco fa era accesa. Vado a vedere. (Esce e ritorna subito) Sì, signora, è ancora accesa. (Pausa),

Agnese                                          - Voi viaggiate giorno e notte su questo treno, accompagnando i viaggiatori sconosciuti?

III Cameriere                                 - Sì, signora. Giorno e notte.

Agnese                                          - E nessuno vi interessa mai?

Il Cameriere                                   - Ho poche occasioni di parlare con loro. Ognuno si occupa dei fatti suoi. Io sono qui come quella lampada signora. Si gira la chiavetta ed essa si accende. Si preme il bottone e io accorro.

Agnese                                          - E non vi siete mai domandato:« Dio mio, che cosa spinge la gente a correre da una città all'altra? Perché questa donna ha lasciato la sua casa? Dove se ne va quell'uomo? Chi li attende? Chi li chiama? Da chi fuggono? Portano in se dolori?' Gioie? Desideri? Ritorneranno mai più dove sono partiti? Non avete mai tentato 'di scrutare l'animo di questa gente?

Il Cameriere                                   - La faccenda complicherebbe. È molto il mio già difficile servizio. Come l'impiegato nel vagone postale non si interessa idei contenuto delle lèttere che passano per le sue mani, così io faccio con i passeggeri. Ognuno porta i suoi segreti buoni o cattivi, nascosti dentro di se e passa. Credo anch'io che da qui saranno passati molti dolori, molte gioie e molti desideri, come pensa la signora; e qualche volta ho notato indizi che potevano farmi comprendere se qualcuno pativa o era felice. Ma dove andrei a finire se mi occupassi di queste cose? I dolori e le gioie degli altri mi fanno meno im­pressione di questo paesaggio alpino nella oscurità della notte.

Agnese                                          - Vi esprimete bene. Di dove siete?

Il Cameriere                                   - Siete molto gentile, signora. Di dove sono? Un po' di ogni paese. Mi sarebbe impossibile ri­cordare tutti i paesi sui quali sono rimaste le orme del mio passo. Sono cosmopolita. Di nessuno e di tutti i paesi.

Agnese                                          - Ma io vi trattengo. Certamente sarete stanco.

Il Cameriere                                   - No affatto. Sono felice che la «ignorai, trattenendomi a discorrere, abbrevi le ore insonni.

Agnese                                          - Voi parlerete certamente molte lingue.

Il Cameriere                                   - Molte e male come il cardinale Mez­zofanti. Bene non ne parlo nemmeno una.

Agnese                                          - Che cosa facevate prima di venire qui?

Il Cameriere                                   - Sempre lo stesso servizio, signora. Sono stato sempre dove si trasportano gli uomini da una parte all'altra. Tradizione familiare. Il servizio non è molto piacevole ma irrobustisce il carattere.

Agnese                                          - In che modo?

Il Cameriere                                   - La cosa è molto semplice, signora. Non mi commuovo mai per quelli che transitano sul treno. Prima o poi tutti devono scendere. Qualche volta avviene che un viaggiatore salti dal treno fuori tempo. Ma questi casi sono rari. E così il servizio indurisce l'animo.

Agnese                                          - Già! E' la miglior cosa. Scommetto che voi non avete mai il mal di capo in treno.

Il Cameriere                                   - No, signora, mai.

Agnese                                          - E perché portate le compresse in tasca?

Il Cameriere                                   - Quando mi chiamaste, mi accorsi subito che avevate mal idi capo, e prendendo l'acqua ho preso anche le compresse, allo stesso modo che quando chiama un uomo prendo le sigarette. Per gli uomini sigarette; per le signore compresse.

Agnese                                          - (ridendo un poco) Siete un fine psicologo.

Il Cameriere                                   - Siete molto gentile. Ma non si tratta di psicologia. Io 'direi piuttosto istinto.

Agnese                                          - Perché?

Il Cameriere                                   - Domando scusa, signora: i piedi non vogliono fare due volte la stessa strada.

Agnese                                          - (ride ancora) Siete buffo... (Dopo un poco) Mi pare di avervi incontrato in qualche altro luogo. Non saprei dove...

Il Cameriere                                   - La linea che percorro unisce due mondi. Posso dire che o prima o poi ognuno dovrà in­contrarmi.

Agnese                                          - Può darsi. (Pausa) Perché non parlate più?

Il Cameriere                                   - Quando sono in servizio parlo sol­tanto se mi interrogano. Se permettete... (Fa il gesto di allontanarsi).

Agnese                                          - Guardate, vi prego, se il signore accanto ha ancora la luce accesa.

Il Cameriere                                   - (apre la porta e guarda fuori) Sì, signora. La luce è accesa.

Agnese                                          - Pregate il signore di venire qui. Non posso più dormire.

Il Cameriere                                   - Subito, signora, (Chiude la porta dietro a sé e poco dopo ritorna) Signora, il signorie verrà subito. (Esce e chiude).

Agnese                                          - (prende lo specchio, si guarda, poi si ripassa i capelli col pettine. Poi si appoggia e attende. Il treno rumoreggia attraverso le gallerie. Finalmente qualcuno picchia leggermente sul vetro della porta. Agnese fa un leggero cenno con la mano e dice) Avanti.

Il Signore col panciotto rosso        - (questa volta senza il panciotto rosso e a capo scoperto) Permesso?

Agnese                                          - Entra pure.

Il Signore col panciotto rosso        - (entra e chiude la porta) Perché mi hai fatto chiamare? Ti senti male?

Agnese                                          - Non posso dormire e non mi piace rima­nere sola.

 

Il Signore col panciotto rosso        - Strano. Poche ore fa mi hai quasi scacciato fuori, e adesso m'inviti a te­nerti compagnia.

Agnese                                          - Siedi e raccontami qualche cosa. Io non ho voglia idi parlare.

Il Signore col panciotto rosso        - Infatti, ho sentito. Hai parlato tre quarti d'ora col cameriere.

Agnese                                          - E' tanto divertente. Vorrei che i nostri in­tellettuali sapessero parlare così con una signora.

Il Signore col panciotto rosso        - E' un'allusione per me?

Agnese                                          -  Tu non sei un intellettuale. Eppure potresti esserlo, tanto sei noioso!

Il Signore col panciotto rosso        - Ed è per ciò che mi hai fatto venir qui?

Agnese                                          - No... Te l'ho già detto. Non mi piace rima­ner sola. Ho paura.

Il Signore col panciotto rosso        - Hai paura? Di chi?

Agnese                                          - Della notte. Della solitudine.

Il Signore col panciotto rosso        - Cara mia... effetto di nervi.

Agnese                                          - Che nervi! (Forte) Pensieri... (Con maggiore intensità) Desideri!.

Il Signore col panciotto rosso        - Non ti comprendo. Quali pensieri? Quali desiderii?

Agnese                                          - M'indispettisci con le tue domande. Ti ri­peto che non ho voglia di parlare. Raccontami qualche cosa... Se no, taci.

Il Signore col panciotto rosso        - (la guarda per qualche tempo, poi) Tacerò fin che mi verrà in mente un ar­gomento per parlare. (Prende una mela dal piatto, la taglia in quattro parti, la pulisce e poi comincia a man­giare).

Agnese                                          - Finiscila una buona volta idi masticare.

Il Signore col panciotto rosso        - Mia cara, è impos­sibile mangiare una mela senza masticare.

Agnese                                          - Devi proprio mangiare sempre?

Il Signore col panciotto rosso        - Di notte, a tarda ora, si sente appetito.

Agnese                                          - (più tranquilla) E mangia. Hai lì anche dei cioccolatini. Prendi un po' di cognac.

Il Signore col panciotto rosso        -  Grazie. (Smette di mangiare la mela, ma prende i cioccolatini. Tutto però con riguardo e discrezione).

Agnese                                          - Mi rincresce Idi non avere che un solo bic­chierino. Non ti dispiace che io vi abbia bevuto?

Il Signore col panciotto rosso        - Perché mi offendi e mi provochi ad ogni momento? Se l'avessi immaginato non avrei fatto a tuo marito il piacere di accompagnarti. (Versa del cognac nel bicchierino).

Agnese                                          - Che dici? Hai fatto un piacere a mio ma­rito? Ma se eri fuori di te dalla gioia quando t'ha pre­gato di accompagnarmi. (Con intenzione maliziosa) As­somigliavi a un cameriere quando, invece dei soliti spic­cioli di mancia, riceve una moneta d'oro... Dà anche a me un po' idi cognac.

Il Signore col panciotto rosso        - (prende il bicchierino pieno e Ilo offre ad Agnese) Ecco, prendi.

Agnese                                          - No, no, prego. Io berrò dopo di te. Voglio placarti.

Il Signore col panciotto rosso             - (beve e versa di nuovo) Non sono punto arrabbiato. Accetto volentieri tutto quello che mi viene da te. Le soddisfazioni e i dispiaceri. (te porge il bicchierino) A te.

Agnese                                          - (beve, poi gli ritorna il bicchierino) Grazie.

Il Signore col panciotto rosso        - (versa ancora una valla, beve, e poi depone tutto sul tavolino) Ancora quattro ore. (Pausa) Perché non ti distendi?

Agnese                                          - No. Vieni più vicino. Mi appoggerò alla tua spalla. (Si appoggia) Non so perché, ma quando viag­gio in ferrovia mi appoggio volentieri sulla spalla di qualcuno. Quando viaggio con mio marito, la mia testa riposa sempre sulla sua spalla o sul suo petto. Poverino, è così paziente.

Il Signore col panciotto rosso        - Anch'io sono pa­ziente.

Agnese                                          - E' tutt'altra cosa. Tu ti senti lusingato. Ti fa piacere, ma lui si sacrifica. Per ore e ore rimane im­mobile, irrigidito.

Il Signore col panciotto bosso       - Anch'io resterò im­mobile. Se occorrerà mi irrigidirò.

Agnese                                          - Vedremo.

Il Signore col panciotto rosso        - Vedremo. (Un breve silenzio).

Agnese                                          - Dammi una sigaretta.

Il Signore col panciotto rosso        - Non fumare. Dopo pranzo hai fumato troppo e ti è venuto il mal di capo. Sai che non devi fumare.

Agnese                                          - Dammi una sigaretta.

Il Signore col panciotto rosso        - (prende il portasiga­rette e glielo porge senza mutare atteggiamento) Se vuoi proprio.

Agnese                                          - (prende una sigaretta) Dammi i fiammiferi... Accendo io... Sto bene così e non voglio muovermi. (Ac­cende e gli rida i fiammiferi). .

Il Signore col panciotto rosso        - (accende una sigaretta) Di notte la sigaretta non mi dà nessuna soddisfazione.

Agnese                                          - Non fumare.

Il Signore col panciotto rosso        - Se fumi tu, fumo anch'io.

Agnese                                          - Ebbene, fuma.

Il Signore col panciotto rosso        - (con la mano libera le accarezza i capelli) Piccola Agnus.

Agnese                                          - Non chiamarmi Agnus. E' un diritto esclu­sivo di Cristina, ed essa 'dice questo nome con un tono che tu non puoi ripetere.

Il Signore col panciotto rosso        - E' bello: Agnus. Vuol dire: Agnello.

Agnese                                          - Già. Agnello. (Pausa. Il treno rumoreggia sempre. Agnese è appoggiata immobilmente sulla spalla del Signore col panciotto rosso).

Il Signore col panciotto rosso        - E" un piacere stare così; tener gli occhi chiusi e supporre che tu sia mia moglie. Io e te, in viaggio verso un luogo 'dove non co­nosceremo nessuno e non incontreremo nessuno.

Agnese                                          - Ma io, invece, cerco qualcuno. Devo trovare qualcuno.

Il Signore col panciotto rosso        - Già. Il marito. Se io fossi tuo marito, cercheresti me.

Agnese                                          - Il marito non si cerca.

Il Signore col panciotto rosso        - Non ti ascolto più. Sogno. Ricordo quando ero giovine, studente e ti seguivo di lontano perché tu non mi vedessi. Mi vergognavo di farti sapere che ti volevo bene.

Agnese                                          - (si drizza rapidamente) Che dici?

Il Signore col panciotto rosso        - Sì, sì, è vero. Tu non sai da quanto tempo ti voglio bene. Ma lasciamo andare.

Agnese                                          - (agitata) No, no, parla, parla.

Il Signore col panciotto rosso        - Strano! Come sei agitata ora, mentre a casa non volevi nemmeno che ac­cennassi a questo argomento.

Agnese                                          - (impaziente) Su via, raccontami.

Il Signore col panciotto rosso        - Non posso parlare se mi guardi così. Appoggiati di nuovo alla mia spalla e ti dirò tutto.

Agnese                                          - Ecco. (Si appoggia alla sua spalla e ascolta con intensa attenzione ogni sua parola, come se scoprisse a poco a poco la verità che cerca).

Il Signore col panciotto rosso        - Così. Come sei buona! (Le accarezza la testa) Ora posso continuare. Noi venivamo a casa tua tutte le domeniche. Ma io volevo vederti anche negli altri giorni. Mi mettevo in agguato agli angoli delle vie, oppure dietro la cappella, di fronte alla scuola, o nell'andito di un portone, sapendo che di lì saresti passata. (Pausa).

Agnese                                          - (sempre più impaziente) E poi? E poi?

Il Signore col panciotto rosso        - Una volta ti ho ru­bato un fazzoletto; un'altra un santo dal libro Idi pre­ghiere. Di conservo ancora.

Agnese                                          - (nervosa, attendendo la parola definitiva) E poi?

Il Signore col panciotto rosso        - Quando morì tuo padre, ti portarono da noi. Ti compiangevo moltissimo. E quando piangevi ti confortavo. Ricordo come se fosse stato ieri, che ti dicevo: «Non disperarti. Ti difenderò e ti soccorrerò io. Se non troverai marito, ti sposerò io ».

Agnese                                          - (indagando sempre con sommo interesse) E quando ime ne andai in collegio?

Il Signore col panciotto rosso        - Sai bene che ti scrissi.

Agnese                                          - Sì, ricordo.

Il Signore col panciotto rosso        - Che commedia pro­vocò la mia lettera! La mandarono alla zia...

Agnese                                          - (interrompendolo) So tutto. Ma dopo di questo? (Bruscamente) E non sei mai venuto lì, dove ero in collegio?

Il Signore col panciotto rosso        - Due volte. In gita con alcuni miei compagni studenti.

Agnese                                          - E perché non hai cercato di me? Come mio cugino...

Il Signore col panciotto rosso        - Mi vergognavo per via di quella lettera.

Agnese                                          - Non ti sei nemmeno avvicinato al collegio?

Il Signore coi. panciotto rosso       - E come! M'aggiravo intorno all'edificio e davanti al cancello come un po­liziotto.

Agnese                                          - E allora?

Il Signore col panciotto rosso        - Dopo qualche tempo ti portarono al sanatorio.

Agnese                                          - (c. s.) E lì, ci venivi?

Il Signore col panciotto rosso        - Sì, anche lì.

Agnese --------------------------- - E cosa facevi?

 

Il Signore col panciotto rosso        - M'informavo di te. Sei stata così grave che non volevano lasciarti vedere.

Agnese                                          - E ancora, ancora?

Il Signore col panciotto rosso        - Ancora? già: andai in chiesa a pregare per la tua salute. In quél tempo ero credente e religioso.

Agnese                                          - E poi, e poi?

Il Signore col panciotto rosso        - Ma che hai, Agnese? Tremi tutta. (La prende per mano).

Agnese                                          - (ritira in fretta la mano, agitata) Parla... dimmi finalmente tutto.

Il Signore col panciotto rosso        - (come se inventasse) Giurai davanti alla Madonna che ti avrei sposata anche se tu non fossi guarita.

Agnese                                          -  E i fiori, i fiori?

Il Signore col panciotto rosso        - Quali fiori? Ah già, ho messo un mazzo di fiori ai piedi della Madonna.

Agnese                                          - E non hai cosparso idi fiori le vie intorno al sanatorio?

Il Signore col panciotto rosso        - (non comprende) Cosparso di fiori le vie?

Agnese                                          - Sì, sì, parla. Perché mi fai soffrire?

Il Signore col panciotto rosso        - (poco sicuro di sé, come se improvvisamente ricordasse) Ah, già. è vero, è vero.

Agnese                                          - E avevi deciso di morire se io morissi?

Il Signore col panciotto rosso        - Sì, sì, naturalmente!

Agnese                                          - E quando son tornata a casa?

Il Signore col panciotto rosso        - Volevo pregarti di diventare mia moglie. Ma tuo marito mi ha preceduto.

Agnese                                          - Adesso comprendo chiaramente.

Il Signore col panciotto rosso        - (sorpreso) Che cosa?

Agnese                                          - Finalmente t’hotrovato!

Il Signore col panciotto rosso        - Non so... ma io ti ho sempre amata.

Agnese                                          - Sì, è vero... Quelle tue lettere...

Il Signore col panciotto rosso        - Quali lettere? A chi?

Agnese                                          - Confessa. Sono tue quelle lettere.

Il Signore col panciotto rosso        - Di che lettere parli?

Agnese                                          - E' inutile: non lo puoi più nascondere.

Il Signore col panciotto rosso        - Ma credimi:non ti comprendo.

Agnese                                          - Lo so. Non vuoi confessare. L'hai detto: anche se ti avessi scoperto.

Il Signore col panciotto rosso        - Ma che cosa hai? (con alcune lettere in mano) Non sono tue? Non sono tue?

Il Signore col panciotto rosso        - (che intanto ha scorso qualche foglio e compreso di che si tratta, indugia da principio, infine, con decisione) Agnese, perdonami.

Agnese                                          - Dunque sono tue?

Il Signore col panciotto rosso        - (quasi con timore) Sì, sono mie.

Agnese                                          - (sollevando il braccio intorno ai suo collo) E allora che aspetti? Non vedi che muoio per te?

Il Signore col panciotto rosso        - (la solleva sulle gi­nocchia e l'abbraccia) Agnese!

(Mentre si cercano con le labbra la scena si oscura. Una lunga pausa. Profonda oscurità sul palcoscenico. Si sente soltanto il rumore delle ruote del treno. Quando torna la luce, si vede lo stesso scompartimento del vagone-letto. Le tendine dei finestrini sono alzate. E' mattino. Sul tavolino non c'è più che il vaso di fiori e la lampadina spenta. Agnese sta seduta presso il finestrino in abito da viaggio e mantello, col cappello in testa, la borsetta al braccio; tiene stretto in una mano il fazzoletto e si preme la bocca. Con gli occhi smarriti in contemplazione del paesaggio, sta disperata­mente immobile. Il Signore col panciotto rosso, vestito come prima, col berretto da viaggio in testa, indifferente come se nulla fosse avvenuto, ripone gli ultimi oggetti nelle valigie di Agnese, che stanno aperte sul letto. Ha lasciato fuori un pacchetto di biscotti, che mette poi in tasca e di tanto in tanto rosicchia).

Il Signore col panciotto rosso        - (prende il giornale e lo mostra ad Agnese) Questo ti occorre?

Agnese                                          - (non si volta e fa appena un cenno col capo) No.

Il Signore col panciotto rosso (getta il giornale sulla rete. Pausa. Mangia biscotti, e ne offre ad Agnese) Vuoi?

Agnese                                          - (lo stesso gesto negativo di prima).

Il Signore col panciotto rosso        - Eppure dovresti prendere qualche cosa. Avrai fame.

Agnese                                          - (nervosa) Non ho fame.

Il Signore col panciotto rosso        - Bisognerà telegra­fare a tuo marito appena arrivati...

Agnese                                          - (con doloroso sarcasmo) Felicemente arri­vati. (Piange nel fazzoletto).

Il Signore col panciotto rosso        - Ti scongiuro di non piangere. Fra poco dobbiamo scendere e avrai gli occhi gonfi Idi lacrime. La gente penserà: «Dio sa che cosa è avvenuto! ».

Agnese                                          - Anche per me questa 'è la domanda angosciosa: «Dio sa che cosa! Non è cosi?

Il Signore col panciotto rosso        - Vedi, tu prendi tutto - come ho da dire? dal lato tragico. Un'altra al tuo posto...

Agnese                                          - (lo interrompe) Già, un'altra!... La signora Rubrizius, per esempio.

Il Signore col panciotto rosso        - Ti prego, non no­minarla...

Agnese                                          - Eppure andavi a convegno con lei, mentre mi scrivevi quelle lettere. Come potevi farlo?

Il Signore col panciotto bosso       - Volevo provocare la tua gelosia.

Agnese                                          - (bruscamente lo prende per la giacca) E non ti troverai mai più con lei?

Il Signore col panciotto rosso        - No, certamente.

Agnese                                          - (insiste) Non la saluterai nemmeno se la incontrerai?

Il Signore col panciotto rosso        - No.

Agnese                                          - Prometti! Giurami che nemmeno la guar­derai?

Il Signore col panciotto rosso        - Te lo giuro. (Si china sulla sua nuca e la bacia. Poi comincia a chiudere le valigie. Mette in bocca un biscotto. Prende la boccetta dell’acqua di Colonia, versa alcune gocce sulla mano e si frega le mani).

Agnese                                          - (voltandosi) Ti prego, suona.

Il Signore col panciotto rosso        - Vuoi qualche cosa?

Agnese                                          - Suona. Vorrei dare la mancia al cameriere.

Il Signore col panciotto rosso        - Lascia fare. Ci penserò io. (Gira il lappo della boccetta che mette nella valigia, poi chiude la valigia a chiave).

Agnese                                          - No, no. (Si volta nervosamente e preme il bottone elettrico) Stanotte l'ho svegliato.

Il Signore col panciotto rosso        - Come ti pare. Ma perché ti agiti per ogni piccolezza? (Qualcuno picchia dia porta) Avanti. (Leva dalla tasca il temperino e si pulisce le unghie).

Il Cameriere                                   - Buon giorno. Desiderate?

Agnese                                          - (si volta) Venite.

Il Cameriere                                   - (entra, chiude la porta e si avvicina alla Signora) Comandate, signora?

Agnese                                          - (gli dà del denaro)  Vi ringrazio idi tutto. (Sorride con tristezza) Anche delle compresse.

Il Cameriere                                   - Obbligatissimo, signora.

Agnese                                          - (gli porge la mano) Arrivederci.

Il Cameriere                                   - (stringe garbatamente la mano e fa un devoto inchino) Signora! (Passando vicino al Signore, che gli offre pure una mancia, il Cameriere intasca con discrezione e dice) Mille 'grazie.

Il Signore col panciotto rosso        - (mentre finisce di pu­lirsi le unghie) Abbiamo molto tempo ancora?

Il Cameriere                                   - Forse dieci minuti.

Agnese                                          - Ci troverete un facchino.

Il Cameriere                                   - Non datevi pensiero. Avete il grande bagaglio?

Il Signore col panciotto rosso        - Due grossi bauli.

Il Cameriere                                   - Volete favorirmi gli scontrini? (Il Signore glieli dà) Penso io a tutto. (Esce chiudendo dietro a sé la porta. Pausa).

Il Signore col panciotto rosso        - Non era proprio necessario dargli la mano.

Agnese                                          - (risoluta) E perché no?

Il Signore col panciotto rosso        - (ironico) Ah già... è il tuo intellettuale.

Agnese                                          - Ti domando ancora:e perché no? E' stato oltremodo gentile e servizievole con me. Più di quanto non comporti il suo dovere.

Il Signore col panciotto rosso        - Per questo ha rice­vuto una buona mancia.

Agnese                                          - (sempre aggressiva) E poi chi sono io, che non dovrei offrire la mano a quell'uomo? Sono forse migliore 'di lui?

Il Signore col panciotto rosso        - Non si tratta di questo. So bene che dinanzi a Dio siamo tutti uguali. Ma la società civile è fatta a gradini. (Leva di tasca uno stuzzicadenti e si pulisce i denti).

Agnese                                          - Quanto sei ridicolo! Tu, la società e tutti i vostri 'gradini. Credi che se lui fosse stato l'ignoto inna­morato che mi ha scritto quelle lettere, io...

Il Signore col panciotto rosso        - (sorpreso, levando lo stuzzicadenti dalla bocca) Forse no.

Agnese                                          - (agitata) Ma perché no? Perché no?

Il Signore col panciotto rosso        - Forse ti saresti sa­puta trattenere.

Agnese                                          - (sempre agitata) Già, perché è un cameriere. E chi sono io? Erano ben più grandi gli ostacoli o più forti le ragioni che mi dovevano trattenere. Eppure, a che cosa hanno valso? Sono passata sopra a tutto; non mi sono ricordata più di nulla. Questa notte, mentre par­lavo con lui, ho pensato per un momento:E se fosse questo l'uomo che mi ama e che cerco? Se mi dicesse che è stato lui a scrivermi? Sarei caduta nelle sue braccia come sono caduta nelle tue.

Il Signore col panciotto rosso        - E stamattina avresti avuto ribrezzo di te stessa.

Agnese                                          - E credi forse che non ne abbia lo stesso?

Il Signore col panciotto rosso        - Ma pure, c’è una differenza.

Agnese                                          - Lo credi? Ma io non ho cercato delle dif­ferenze. Non ho cercato che l'uomo il quale mi voleva convincere di amarmi oltre tutte le possibilità. Magari non l'avessi trovato mai!

Il Signore col panciotto rosso        - Cara mia, tu sei ammalata.

Agnese                                          - Come parli, dopo quello che è avvenuto tra noi! (Il fischio della locomotiva annunzia l'arrivo) Dopo che ho tradito il migliore degli uomini!

Il Signore col panciotto rosso        - (cinico) Tutte le mogli fanno cosi, quando s'innamorano di un altro. Ognuna, credimi, trova un pretesto qualunque per alleg­gerire la coscienza. Tu, per esempio, hai inventato il tuo adorato anonimo colla sua aureola romantica, e hai trovato per il tuo « crimen amoris » una cornice conveniente.

Agnese                                          - (lo guarda stupefatta, esterrefatta) Pretesto? Tu dici: pretesto? Quando li sento parlare così mi sembra che tutto il tuo amore non sia stato che una menzogna!, e quello che mi hai scritto un inganno.

Il Signore col panciotto rosso        - E se io in fin dei conti non t'avessi scritto nulla, che diresti?

Il Cameriere                                   - (apre la porta e grida) Zurigo. Scen­dere tutti, signori... (Passa lasciando la porta aperta; la sua ,voce si sente sempre più lontana) Zurigo! Scendere tutti... Zurigo! scendere tutti...

Agnese                                          - (fuori di se, con un balzo) Che hai detto? Che hai detto?

Il Signore col panciotto rosso        - (attenuando) Dico così... per dire.

Agnese                                          - Non c'è uomo tal mondo che potrebbe es­sere tanto vile. (Il treno si ferma. Viavai di gente e rumore).

Il Signore coi. panciotto rosso       - (ancora più mite) Hai la frenesia idi mortificarti e senza una ragione.... Sii buona.

 

Il Cameriere                                   - (sulla porta) Signori ecco il facchino. (Appena si mostra il facchino, cala il sipario)

QUADRO SECONDO

(In un albergo di lusso sulle Alpi: il salone di un appar­tamento, con finestre altissime e mobilio intimo ed ele­gante. A destra, dietro una portiera, l'entrata nella ca­mera da letto. A sinistra una porta doppia che dà nel corridoio: i battenti esterni si aprono air infuori; gli altri all'interno. Sono le undici di sera. Una grande lam­pada con piedestallo e paralume giallo è accesa. Il lam­padario di cristallo che pende nel mezzo è spento. Quando si alza il sipario sul palcoscenico non c'è nessuno, ma dalla camera da letto si sente chiaramente questo dialogo che procede incalzante, agitato come un alterco).

Agnese                                          - (dall'interno fino alla fine della scena) Ditelo! Confessate!

La voce dell'amante brutale          - Ma che cosa? Che cosa?

Agnese                                          - Siete voi quello che...

La voce dell'amante brutale          - Per amor del cielo.

Agnese                                          - Non vi lascio se non confessate.

La voce dell'amante brutale          - Cara mia, voi siete completamente pazza.

Agnese                                          - Aspettate. Parlate.

La voce dell'amante brutale          - Ma lasciatemi in pace, una buona volta.

Agnese                                          - Mi uccido. Mi butto dalla finestra.

La voce dell'amante brutale          - Non gridate. Verrà il personale di servizio.

Agnese                                          - Vengano tutti... Sentano pure.

La voce dell'amante brutale          - Non imi tirate così... Non potrò più presentarmi in sala.

Agnese                                          - Che? Voi volete tornare a ballare, dopo quello che è stato? Siete brutale.

La voce dell'amante brutale          - Venite anche voi. Addio.

Agnese                                          - No, no; ancora una parola.

La voce dell'amante brutale          - Sbrigatevi. Mia moglie mi cercherà.

Agnese                                          - Come? Siete ammogliato? Perché non me lo avete detto prima?

La voce dell'amante brutale          - Lasciatemi, insomma. Ah, perdio, che necessità ho io di litigare con voi? (Si sente il rumore di una sedia capovolta).

Agnese                                          - Mi uccido.

L'Amante brutale                          - (entra scomposto dalla camera da letto, va rapidamente, assettandosi il fracche intorno al collo, verso l'uscio di sinistra) Uccidetevi pure... fate quel che vi pare. (Aprendo la porta, fra se) Pazza... iste­rica... (Esce brutalmente, sbattendo fusaio. La porta rimane socchiusa e si ode lontano un « Jazz-band »:giun­gono soltanto i colpi degli strumenti più rumorosi).

Agnese                                          - (entra un momento dopo l'uomo, stravolta e irriconoscibile, quasi, per l'agitazione, e arriva alla porta mentre egli la sbatte. Si ferma appoggiandosi col braccio allo stipite. Pausa. Poi lascia cadere le braccia, s'avvia a passi grevii verso la prima poltrona, e si getta a sedere. Rimane così qualche momento inerte; poi come se ricor­dasse improvvisamente quello che è avvenuto, si scuote, presa da indescrivibile ribrezzo) Ah, che schifo! (Allora nasconde la testa tra le mani e la piega fino alle ginocchia. Pausa. Finalmente si drizza, passa la mano sulla fronte come se domandasse a se stessa: che cosa avviene? quindi con disperata autosuggestione) No, no, è un sogno! Non è altro che un sogno. (Si appoggia coi gomiti allo schienale della poltrona e chiude gli occhi. Dopo una breve attesa, si scuote fortemente, con un balzo raggiunge l'uscio, apre il battente interno, poi l'esterno, guarda a lungo nel corridoio, ascolta, ritorna lasciando la porta aperta e va nella camera da letto, dalla quale, dopo pochi momenti, ritorna avvolta in un grandissimo scialle, si affaccia allo specchio e poi come una gatta, scivola fuori attraverso la porta semiaperta, chiudendo dietro di sé il battente esterno mentre quello interno resta spalan­cato. Una lunga pausa. Finalmente essa ritorna, comple­tamente mutata di spirito, quasi serena, e parla a qual­cuno che l'ha seguita nel corridoio) Entrate, giovane amico. Avete forse paura? (Porge la mano ed entra condu­cendo per mano il Giovine per bene).

Il Giovine bene educato                - (in fracche, con un immuta­bile sorriso idiota) Prego, perché dovrei aver paura?

Agnese                                          - (chiude la porta e gira la chiave) E' una sorpresa gradita, trovare qui una persona della mia stessa città. Sedetevi un pochino.

Il Giovine bene educato                - (siede) Grazie.

Agnese                                          - Non riesco, però, a ricordare d'avervi mai veduto. Non frequentavate spettacoli, caffè?

Il Giovine bene educato                - Oh, sì, io vi conosco di vista.

Agnese                                          - Davvero? E da molto tempo?

Il Giovine bene educato                - Fin da ragazzo. Noi dob­biamo essere presso a poco della medesima età. Ricordo che quando andavo a scuola, vi vedevo andare a scuola anche voi.

Agnese                                          - Possibile!

Il Giovine bene educato                - In questi ultimi tempi v'in­contravo più spesso: a teatro, a passeggio. L'ultima volta, v'ho veduta nel Duomo, al concerto di Bach.

Agnese                                          - (siede vicino a lui) Vi piace la musica?

Il Giovine bene educato                - Sono un musicista; un compositore. Una volta siete venuta ad un concerto, dove si eseguiva il mio primo quartetto. Sedevate in seconda fila, nella poltrona d'angolo.

Agnese                                          - M'avete veduta? E ve ne ricordate ancora?

Il Giovine bene educato                - (arrossendo) Poiché avete applaudito...

Agnese                                          - Anche questo sapete? Strano.

Il Giovine bene educato                - E' naturale. Mi sono in­chinato verso di voi, ma non avete rimarcato il mio gesto.

Agnese                                          - No, davvero, e me ne dolgo. E quando è stato?

Il Giovine bene educato                - L'autunno passato. In ot­tobre. (Pausa).

Agnese                                          - Una sigaretta? (Gli porge una scatola che sta vicina).

Il Giovine bene educato                - Grazie, non fumo. I miei nervi non sopportano...

Agnese                                          - Perché mi avete invitato a ballare?

Il Giovine bene educato                - Ho pensato: siamo della stessa città... E poi... (Esita).

Agnese                                          - E poi... che cosa? Dite.

Il Giovine bene educato                - Non ha senso.

Agnese                                          - Dite, vi prego. Non abbiate paura. Non vi sente nessuno. Siamo soli.

Il Giovine bene educato                - Oh, per questo... potreb­bero sentir tutti... Solamente, ecco, è presuntuoso Ida parte mia.

Agnese                                          - Ma perché? Mi potete dire tutto quello che volete e vi assicuro che non penserò male di voi... (Pone la sua mano nella mano del giovine) Dunque?

Il Giovine bene educato                - Ho pensato ad una cosa molto banale.

Agnese                                          - (impaziente) Su via, ditemi... Poi dobbiamo tornare giù.

Il Giovine bene educato                - Ho pensato che è buona cosa prepararsi il proprio pubblico.

Agnese                                          - (ride e lui ride con. essa) Siete proprio buffo.

Il Giovine bene educato                - Non dovete sentirvi offesa, signora. Chi, come, è all'inizio della carriera artistica, è lieto quando trova qualcuno che mostra interesse per lui. Ogni ammiratore che trova, è una conquista. Anche per questo ho voluto ballare e fare la vostra conoscenza.

Agnese                                          - Solo per questo?

Il Giovine bene educato                - Anche perché voli danzate molto bene.

Agnese                                          - E per nessun'altra ragione?

Il Giovine bene educato                - (con ingenuo entusiasmo) E infine ho voluto baciare le mani che hanno applau­dito con entusiasmo il mio quartetto. (Si china commosso e le bacia con entusiasmo le mani che ella gli abbandona senza resistenza).

Agnese                                          - (osservando la sua testa chinata) Ma che fate? (Pausa. Allorché egli solleva la testa senza dir pa­rola, ella gli dice) Ed io che pensavo male di voi!

Il Giovine bene educato                - Come?... Perché?

Agnese                                          - Mi avevate fissato tutta la sera, alla « table d'hòte » e più tardi nella sala.

Il Giovine bene educato                - Ma vi ho detto perché. E poi, eravate così pallida e non avete nemmeno assag­giato il cibo. (Forse perché eravate sola?

Agnese                                          - Che volete dire?

Il Giovine bene educato                - Oggi avete fatto colazione con un signore che portava un panciotto rosso. L’ho ve­duto spesso nella nostra città, quel signore, e sempre col panciotto rosso. Questa sera non era più con voi, e credo che aia già partito. E' vostro «marito?

Agnese                                          - No, noni è mio marito. E' un mio cugino che mi ha accompagnata qui. Ma non parliamo di lui. Ri­spondete piuttosto ad alcune domande. Volete?

Il Giovine bene educato                - Molto volentieri. V'ascolto.

Agnese                                          - E mi direte la verità?

Il Giovine bene educato                - Naturalmente. Solamente se...

Agnese                                          - Niente se. Voglio l'incondizionata verità.

Il Giovine bene educato                - Sì, l'incondizionata verità.

Agnese                                          - (fissandolo e scrutandolo negli occhi) Sen­tite dunque. Da qualche tempo ricevo certe lettere... (Il Giovine allontana da lei lo sguardo) da un ignoto adora­tore. E vorrei conoscere quest'uomo. (Egli la guarda di nuovo) Vorrei conoscerlo ad ogni costo. (Egli non regge allo sguardo indagatore, e china gli occhi e la testa) Si trova sicuramente in questo albergo, poiché mi segue sempre dappertutto. (Il Giovine torna ad incontrare il proprio sguardo con anello di Agnese) Ora vi domando: Siete voi che mi scrivete?

Il Giovine bene educato                - (oltremodo sorpreso) Io?

Agnese                                          - (risolutamente) Sì, voi.

Il Giovine bene educato                - Signora, non mi sarebbe mai passata per la mente una simile idea.

Agnese                                          - (s'ostina nella sua fissazione) E chi altri avrebbe avuto interesse d'invitarmi all'opera ed ai con­certi?

Il Giovine bene educato                - Ma signora, vi giuro!...

Agnese                                          - Non giurate! Piuttosto confessate onesta­mente. Non abbiate paura. Non me ne offenderò. Anzi... Dunque confessate. Dite: Signora, io ho scritto quelle lettere... sì, perché vi amo.

Il Giovine bene educato                - Signora, già... sì, io vi amo... ma non vi ho mai scritto.

Agnese                                          - (gli pone una mano sul capo con voce tre­mante) Se quelle lettere sono vostre, potete fare di me ciò che vorrete. Poiché io appartengo con tutta la mia vita a colui che le ha scritte. Basterà una sola parola, amico mio, ed io...

Il Giovine bene educato                - (la osserva molto sorpreso, poi sembra titubante, quindi si rinfranca e sembra deciso a confessare, infine, come se si fosse pentito, risponde con calore e onesta sincerità) Signora, darei tutta la mia vita se potessi confermarvi che quelle lettere sono mie. (Pausa. Entrambi rimangono per un momento con­fusi).

Agnese                                          - (ritorna in sé, commossa, con improvviso gesto gli afferra le mani e gliele bacia).

Il Giovine bene educato                - (oltremodo turbato) Che fate, signora... No, no, signora, vi prego.

Agnese                                          - (si alza) Perdonatemi. (Si passa il fazzo­letto sugli occhi) Non so nemmeno io quello che mi faccio. (S'avvia ed entra nella camera da letto).

Il Giovine bene educato                - (sbalordito la segue con gli occhi, e non sa che fare: se uscire, o seguirla).

Agnese                                          - (intanto ritorna, prende sottobraccio il Gio­vine e completamente rasserenata dice, quasi con indif­ferenza) Ora sì potrebbe ritornare giù. (Escono da sinistra. Pausa. Dopo poco tempo rientra il Giovine bene educato; è affannato; guarda in giro cercando qualche cosa, infine vede lo scialle che Agnese ha gettato sopra una poltrona un momento prima, quando è rientrata dalla camera da letto, lo prende e affonda tutto felice il viso nelle pieghe e nelle frangia. Indi esce a sinistra. La scena resta vuota. Poi entra da sinistra)

Il Regista dei film tragici              - (è lo Sconosciuto del pri­mo quadro. in fracche, con un fiore all'occhiello. Con­tento; quasi allegro, chiude la porta, si stropiccia le mani e dice tra se) Mio tipo! Mio tipo! (Poi si guarda at­torno, e getta un'occhiata nella camera da letto) Oh! Una splendida messinscena. (Scosta ancora un po' la portiera, e con uno sguardo da perfetto conoscitore, scruta l'am­biente e constata) Il letto in disordine, la coperta di seta sgualcita, la lampadina accesa sul comodino, una sedia rovesciata, un fazzoletto dimenticato sul divano, una bottiglia e nel bicchiere due dita d'acqua... la signora assente: Colossale! La situazione dopo una fuga! (Lascia cadere la portiera, va al tavolino, prende e accende una sigaretta, cammina su e già cantarellando, poi apre la porta del corridoio, batte impaziente col piede, schiude di nuovo la porta) Tutte eguali. (Passeggia nuovamente, e parla sottovoce) Mio tipo! Mio tipo!

Agnese                                          - (entra ansando) Perdonatemi. Avete dovuto aspettare.

Il Regista dei film tragici              - Prego, prego. Ci sono abituato.

Agnese                                          - Non riuscivo a liberarmi. Finalmente gli ho detto di attendermi che tornerò.

Il Regista dei film tragici              - E lui vi attende?

Agnese                                          - Sì, sulla grande balaustra, col mio scialle su un braccio.

Il Regista dei film tragici              - Colossale! Col vostro scialle sul braccio, sulla grande balaustra?

Agnese                                          - Sì.

Il Regista dei film tragici              - (quasi tra se) Questo quadro si dovrebbe prendere. '

Agnese                                          - Che dite?

Il Regista dei film tragici              - Ho detto forse qualche cosa?

Agnese                                          - Sì, parlate con voi stesso.

Il Regista dei film tracio               - Possibile. Non avete udito quello che ho detto?

Agnese                                          -  No.

(Il Regista dei film tragici             - Peccato! (Fra se) Mio tipo! Mio tipo!

Agnese                                          - (si siede stanca e con un forte sospiro) Ah!

Il Regista dei film tragici              - (colpito) Avete so­spirato ?

Agnese                                          - (distratta) Può darsi.

Il Regista dei film tragici              - Prima di tutto, cara signora, dobbiamo mettere in chiaro una cosa. Niente sospiri! Niente lamentazioni. Niente lagrime. Ne ho fin qui! (Accenna sopra i capelli).

Agnese                                          - Ma se voi...

Il Regista dei film tragici              - (la interrompe) Niente, niente. Prima di tutto, fatemi questa promessa. Poi par­leremo di altro. Voi siete una donna interessantissima. Noi due c'intenderemo facilmente. Vi verrò incontro in tutti i modi e voi potrete esigere da me tutto quello che volete. Ma a una 'Condizione:dovete essere allegra.

Agnese                                          - (gli porge la mano) Va bene. Sarò allegra.

Il Regista dei film tragici              - E sapete perché esigo questo da voi?

Agnese                                          - Perché?

Il Regista dei film tragici              - Io sono il Regista dei film tragici ed ora sono qui a riposare. Tre settimane soltanto. Immaginatevi, dunque. Passo quarantanove set­timane all'anno tra i pianti ed i sospiri, per quarantanove settimane all'anno vedo visi disperati, cuori spezzati, fronti traforate dai colpi di pistola; per quarantanove settimane accolto gracidar corvi, suonar campane a morto, sopporto le maledizioni delle vedove sconsolate, delle madri disperate, delle fidanzate tradite. Perciò, ora vo­glio sorrisi sorrisi, sorridi. Voglio gioventù allegra, e amore leggero. Posso avere da voi questo?

Agnese                                          - (si lascia a poco a poco vincere un'altra volta dalla sua mania) Forse. Se siete colui che cerco.

 Il Regista dei film tragici             - Lo sono; naturalmente. Vi giuro che lo sono. Anche voi siete colei che cerco: il mio tipo.

Agnese                                          - Che significa, il vostro tipo?

Il Regista dei film tragici              - E' molto semplice. In­nanzi tutto la vostra figura. In questo momento ho un interesse speciale per le figure sottili, trasparenti, d'efebo come siete voi. Già... qualche volta mi prende un desi­derio più massiccio, ma avviene di rado. In ogni modo voi siete per me una figura ideale. E poi vi è un'altra ragione, ma permettetemi di non dirla ancora.

Agnese                                          - Perché?

Il Regista dei film tragici              - Non vorrei che le mie constatazioni fossero premature, nel qual caso la delu­sione sarebbe più grave. Spero però che voi non mi disil­luderete.

Agnese                                          - Tutto dipende da voi. Se voi siete...

Il Regista dei film tragici              - (interrompendola) Quel­lo che voi cercate? Ma naturalmente, sono io. Io e nes­sun altro. Venite qui. Sedetevi sulle mie ginocchia.

Agnese                                          - Che cosa vi viene in mente?

Il Regista dei film tragici              - Non vi siete mai se­duta sulle ginocchia di un uomo?

Agnese                                          - Sì, ma...

Il Regista dei film tragici              - Dunque? Perché que­sti scrupoli? Se le mie ginocchia fossero una panchina verniciata di fresco, capirei. (La prende per mano) Venite, venite. (La attrae a sé ed essa cade a sedere sul suo ginocchio destro) No, no, questa parte è riservata alle attrici tragiche di alto stile. Le ingenue e le facilmente innamorate, prendono posto qui... (La sposta sul ginoc­chio sinistro) Così. Ed ora ditemi: quanto bene mi volete?

Agnese                                          - Che strana domanda!

Il Regista dei film tragici              - Dite, dite. Quanto bene mi volete? Molto?... Così e così... Niente affatto? ...

Agnese                                          - (ride) Così e così.

Il Regista dei film tragici              - Allora datemi un bacio.

Agnese                                          - No, questo no. Prima dovete dirmi se siete voi che...

Il Regista dei film tragici              - Ma sì, proprio io in persona. Giuro!

Agnese                                          - Quello che mi scrisse tante lettere?...

Il Regista dei film tragici              - Io non scrivo mai lettere amorose.

Agnese                                          - (balzando in piedi) Voi non scrivete?...

Il Regista dei film tragici              - (interrompendola) A nessuna! (Si ravvede) Fuor che a voi, naturalmente.

Agnese                                          - Vi prendete gioco di me.

Il Regista dei film tragici              - Affatto. Volete che vi ripeta quello che vi ho scritto?...

Agnese                                          - (avviandosi verso la camera da letto) Ho con me le vostre lettere. Ora vedrete...

Il Regista dei film tragici              - (alzandoti) E' superfluo. Che senso c'è a mostrarmi le mie lettere? Piuttosto da­temi un bel bacio.

Agnese                                          - (completamente presa dalla sua idea fissa lo bacia a lungo e forte).

Il Regista dei film tragici              - Colossale. Ancora una volta.

Agnese                                          - (lo bacia come prima).

Il Regista dei film tragici              - E adesso? (S'interrompe e pensa un po').

Agnese                                          - (in attesa) E adesso?

Il Regista dei film tragici              - Va in quella camera. (Fa cenno a sinistra).

Agnese                                          - Perché?

Il Regista dei film tragici              - Ti dico di andare in quella camera.

Agnese                                          - E poi?

Il Regista dei film tragici              - Poi torna subito...

Agnese                                          - E tu?

Il Regista dei film tragici              - Accenderò questa lam­pada ed attenderò.

Agnese                                          - Non ti comprendo.

II Regista dei film tragici              - Come non comprendi? Va, ti ripeto e torna...

Agnese                                          - Con un altro vestito?

Il Regista dei film tragici              - Nuda.

Agnese                                          - (non dice nulla, rimane un momento vergo­gnosa, poi risoluta muove verso la camera, mentre l'altro accende il lampadario. Ma prima che Agnese raggiunga la portiera della camera, si ode in corridoio un colpo di rivoltella. Quasi contemporaneamente si spalanca la. porta a destra e un corpo esanime di un ignoto cade attraverso la soglia. Agnese spaventata ritorna sui suoi passi e corre a gettarsi tra le braccia del Regista) Dio mio! Che av­viene? (Osserva furtivamente il corpo insanguinato del morto e nasconde il viso contro il petto del Regista) E' orribile!

Il Regista dei film tragici              - (calmo, senza perdere la presenza di spirito) Bell'affare! (Conduce Agnese alla poltrona più vicina) Sedete. (Corre al suicida e si piega ad osservarlo) Morto!

Agnese                                          - (dà un grido e guarda sempre, impaurita, ver­so il cadavere) Ah!

Il Regista dei film tragici              - Si) è ucciso. Un colpo in bocca. Colossale. Dovunque io vada, avviene qualche tragedia. (Si avvicina ad Agnese) Lo conoscete?

Agnese                                          - (trema d'orrore) lo? Io? E come potrei co­noscerlo?

Il Regista dei film tragici              - Ma è certamente lui che vi scriveva. Chi altri potrebbe essere? Ora cara mia, siete colta in flagrante. (S'incammina verso il cadavere).

Agnese                                          - Che cosa? Cosa? (Si leva con uno sforzo).

Il Regista dei film tragici              - (già presso la porta vol­tandosi) Questo cadavere dice tutto! (Scavalca il ca­davere e scompare in fretta, lasciando aperta la porta),

Agnese                                          - (esausta s'incammina verso il morto, ma le ginocchia non la sorreggono, e si trascina anche con le mani verso dì lui) Sei tu, caro? Sei tu? (Nel corridoio si sente il fracasso del personale che accorre, e intanto cala il sipario).

QUADRO TERZO

(Nell'abitazione di Agnese. Camera con balcone sul giardino. Due giorni dopo gli ultimi avvenimenti. Sera, verso le sette. Agnese giace sul divano, pallida,, accasciata. Accanto a lei Cristina).

Agnese                                          - (quasi assente) E' tutto vero? E' mai pos­sibile che sia tutto vero?

Cristina                                          - Riposa adesso, Agnus. Non pensarci più.

 

Agnese                                          - Per non pensarci bisognerebbe morire. Non dovevi farmi ritornare. Non posso guardare i suoi oc­chi. Non posso sentirlo parlare, la sua voce mi accarezza come una mano tenera. E le carezze delle sue mani sono dolci cornei i baci1. Non dovevi ricondurmi qui.

Cristina                                          - Fortuna che sono arrivata lassù proprio quella sera.

Agnese                                          - (drizzandosi con mossa repentina) Con che insistenza mi hanno interrogata! E quanto mi hanno fatto soffrire! «Voi dovete sapere chi è! Perché dunque vi siete gettata sopra il cadavere?». Ed io gridavo: «Non so, non so chi sia! Non conosco nemmeno il suo nome! ».

Cristina                                          - Basta, Agnus. Ti scongiuro.

Agnese                                          - (sempre più agitata) Poi hanno detto: «Si è ucciso per voi. La vostra camera è tutta in disordine. E' stato con voi». Poi hanno buttato tutto sossopra, mi hanno preso quelle lettere e pretendevano che fossero sue.

Cristina                                          - Credi davvero che quel disgraziato fosse il tuo sconosciuto?

Agnese                                          - Ah, che ne so io! Che ne so io!

Cristina                                          - Ma perché ti sei gettata sopra il cada­vere?

Agnese                                          - (gridando) L'ho baciato, Cristina. L'ho ba­ciato sulla bocca lacerata e insanguinata credendo d'a­vere finalmente trovato il mio amore! Ne godevo, quasi, e chiedevo: «Sei tu, caro, sei tu? ».

Cristina                                          - Io credo, Agnus, che si tratti d'una sem­plice coincidenza. Quell'infelice non sapeva nemmeno chi vi fosse dietro la porta a cui s'è appoggiato per spararsi. Anche alcuni giornali hanno sostenuta questa ipotesi.

Agnese                                          - (mettendosi a sedere) Come? I giornali ne hanno parlato ?

Cristina                                          - Poi ben comprenderlo. Però non hanno fatto il tuo nome. Hanno scritto soltanto che la signora che si trovava nella camera, ha avuto una tale crisi ner­vosa, che dalla paura e dal ribrezzo è caduta sopra il corpo del suicida.

Agnese                                          - Non sapevo più quello che facevo. (Im­provvisamente) E il suo nome non è stato pubblicato dai giornali?

Cristina                                          - No. All'albergo nessuno lo conosceva. Nelle tasche gli hanno trovato una busta con molto danaro. Sulla busta era scritto: «Voglio che il mio corpo sia bruciato e le mie ceneri siano disperse al vento ». Questo è tutto. Nessun documento, nemmeno un biglietto da visita. Aveva avuto cura, perfino, di strappare dai vestiti il nome del sarto.

Agnese                                          - (con intenso interesse) Così non si è saputo nemmeno di dove sia.

Cristina                                          - Nulla. Si crede che fosse un disgraziato vinto dalla disperazione; un avventuriero stanco della vita. Dio mio, ve ne sono tanti al mondo! Il tuo ignoto innamorato non è certamente un uomo cosi, e poiché ti vuol bene, non ti avrebbe procurato tanti dispiaceri.

Agnese                                          - Forse hai ragione. L'ho pensato anch'io... Ma chi può comprendere ì misteri dell'anima umana! (Dopo una pausa) Che ora è?

Cristina                                          - (guardando l'orologio che ha al polso) Le sette.

Agnese                                          - L'ora del suo ritorno mi fa paura. La sua vicinanza mi pesa tanto! Ho una indicibile vergogna dinanzi a lui! E' tremenda la sensazione ch'io provo sentendo parlare di mille piccole cose senza impor­tanza, mentre so che pensa ad altro. Che cosa ti disse quando gli parlasti di quelle lettere?

(Cristina                                         - Nemmeno una parola. Diventò pallido come un cadavere; mi strinse con forza le mani ed entrò nella camera dove tu riposavi. Quando, poco dopo, entrai anch'io, rimasi sbalordita sentendo che ti parlava con tanta dolcezza e serenità.

Agnese                                          - Ah, Cristina, non è possibile continuare così.

Cristina                                          - Tuo marito sa che due cose guariscono tutti i mali: il tempo e la bontà.

Agnese                                          - Ma per me la sua bontà è un martirio. (Si alza) Voglio che mi rimproveri, che mi umilii, che mi castighi; voglio dirgli tutto, confessargli tutto!

Cristina                                          - Sa già tutto, Agnus. Gli ho raccontato tutto.

Agnese                                          - (lasciandosi cadere sulla sedia) Gli hai detto soltanto quello che sai.

Elisa                                               - (sull'uscio) C'è un giovane signore che desi­dera parlare con la signora.

Agnese                                          - Chi è?

Elisa                                               - Mi ha detto un nome curioso. Vuole conse­gnare qualche cosa alla signora.

Cristina                                          - Vengo io.

Agnese                                          - No, no. (A Elisa) Fatelo .entrare, Elisa. (Elisa esce e poco dopo introduce il Giovine bene edu­cato, poi se ne va rinchiudendo l'uscio).

Il Giovine bene educato                - (con in mano un piccolo rotolo e un pacchettino) Scusatemi. (Si avvicina ner­vosamente ad Agnese e le bacia con slancio la mano).

Agnese                                          - (un po' disillusa) Ah, siete voi? (A Cri­stina) E' il giovine compositore... (Tace come per ricor­dare il nome) La mia amica...

Il Giovine bene educato                - (fa un inchino a Cristina) Signorina.

Cristina                                          - (fa un cenno col capo).

Agnese                                          - Non volete sedervi un poco?

Il Giovine bene educato                - Grazie. Non posso trat­tenermi molto. (Siede impacciato a un angolo della se­dia, mette rinvolto sotto il braccio e apre quasi tre­mando il pacchettino) Volevo soltanto... portarvi il vo­stro scialle. (Le dà lo scialletto).

Agnese                                          - (sorpresa) Ah, già. Non me ne ricordavo più.

Il Giovine bene educato                - Vi attesi quella sera come mi avevate detto sulla grande balaustra. Vi attesi per due lunghe ore: forse anche tre. Finalmente salii alla vostra camera, ma vi era tanta gente e una tale confu­sione che pensai fosse meglio andarmene e portarvi più tardi il vostro scialle. Ma la mattina seguente voi era­vate partita.

Agnese                                          - Vi ringrazio per la vostra attenzione gen­tile. (Si alza e gli offre la mano).

Il, Giovine bene educato               - (si alza pure e prende la mano) Permettetemi ancora una parola, signora. (Svolge l'involto) Questo è il mio quartetto. Volevo of-frirvelo quella sera, ma non ho avuto il coraggio di confessarvi che è dedicato a voi.

Agnese                                          - (con un sorriso forzato) A me?

Il Giovine bene educato                - Favorite. (Le offre la mu­sica) Spero vi servirà a ricordarvi di uno che vi ha attesa per due ore e forse tre sulla grande balaustra tenendo il vostro scialle sul braccio.

Agnese                                          - (guarda il foglio) E' un rimprovero che mi volete fare?

Il Giovine bene educato                - Oh, prego! Come potrei io...

Agnese                                          - Ma non vedo il mio nome!

Il Giovine bene educato                - E' vero. Però... (Mostra col dito).

Agnese                                          - (legge) « Alle tue mani bianche, ignota signora ».

Il Giovine bene educato                - Precisamente.

Agnese                                          - (a Cristina) Che ne dici Cristina?

Cristina                                          - Bello.

Agnese                                          - E tutto questo per l'applauso?

Il Giovine bene educato                - Si.

Agnese                                          - (con mesta ironia) Ma non ha applaudito nessun altro?

Il Giovine bene educato                - Oh, sì. Molti. Ma io ho veduto soltanto voi. (Una breve pausa, il Giovine ap­pare molto confuso) Ed ora permettete che me ne vada. (Bacia la mano ad Agnese) Signora! (Si inchina a Cri­stina) Signorina!

Agnese                                          - (nel momento in cui le bacia la mano) Arrivederci.

Cristina                                          - Arrivederci.

Il Giovine bene educato                - (si incammina verso l’uscio, si volta e correttamente s'inchina, poi esce agitato).

Cristina                                          - Lo conoscevi da tanto tempo?

Agnese                                          - No. L’ho veduto laggiù per la prima volta.

Cristina                                          - Pare che anche lui sia pazzo di te.

Agnese                                          - Pare. (Pausa. Triste) E rutti da principio sono così: timidi, ingenui, come questo inesperto musi­cista. Tutti sono capaci di attendermi per due ore sulla grande balaustra col mio scialle io mano. Ma poi? Ah, Cristina!

Elisa                                               - (entra con una lettera in mano) Signora, un signore ha portato questa lettera. Aspetta la risposta.

Agnese                                          - (prende bruscamente la lettera, riconosce la calligrafia, agitatissima straccia la busta, legge e dice ad Elisa) Fatelo entrare. (E prima che Elisa esca, grida) E' vivo! (Consegna la lettera a Cristina che le si è avvicinata).

Cristina                                          - (legge a mezza voce) « Questo signore viene a nome mio...» (Tina pausa) Vi lascio soli.

Agnese                                          - (sempre agitata) No, no. Ti prego. Rimani.

L'ultimo amico                              - (è sempre lo Sconosciuto del primo quadro. Veste di nero. Entra e rimane in piedi presso l'uscio) Buona sera.

Agnese                                          - (con impeto gli va incontro, gli pone le mani sulle spalle e tutta fuori di sé) E' vivo? Ditemi, è vivo ?

L'ultimo amico                              - (immobile e freddo, leva le mani di Agnese dalle proprie spalle) Signora, vi prego di ascoltarmi tranquillamente. Ho molto da dirvi e il mio tempo è limitato. Saprete tutto e nell'ordine degli avve­nimenti. Posso sedere? Sono stanco.

Agnese                                          - (lo guarda con gli occhi impauriti, e gli parla con voce tremante) Vi prego, sedetevi. (Accenna una sedia).

L'ultimo amico                              - (siede) Non siamo soli signora e io debbo parlarvi a quattr'occhi. Desiderate che passiamo in qualche altra stanza? 0 forse?...

Agnese                                          - (volge gli occhi supplichevoli a Cristina) No, no, rimaniamo qui.

Cristina                                          - (dà uno sguardo sconsolato all'amica ed esce).

L'ultimo amico                              - Non verrà nessuno a disturbarci?

Agnese                                          - Nessuno. (Siede di fronte a lui con dispe­rata attesa).

L'ultimo amico                              - Vi sono ben noti ì sentimenti che il mio amico nutriva per voi.

Agnese                                          - Sì.

L'ultimo amico                              - Gli avete creduto?

Agnese                                          - Sì.

L'ultimo amico                              - Allora non si è ingannato. Questo è stato il suo unico desiderio e la sua sola felicità. Di più non voleva. Vi aveva perfino pregata di non cercare dì lui, dì non pensare a lui perché mai avreste potuto vederlo né mai avreste saputo chi e>gli fosse. E' così?

Agnese                                          - Sì.

L'ultimo amico                              - E voi sapete quanta gioia gli do­naste quando, la prima volta, accettaste di mostrarvi dal vostro balcone, confermandogli così che eravate felice; e poi quando passaste da quella via ed egli potè vedervi. Piangeva e diceva: «Essa mi crede! Essa mi crede! ». Solamente il timore che questa fede potesse diminuire, gli ha suggerito di chiedervi altre prove, di pregarvi di frequentare i teatri e i luoghi dove poteva vedervi. E allora rimaneva 'sempre lontanissimo da voi. Arrivava ultimo e partiva primo, per non incontrarvi, e non correre il pericolo di tradirsi. Nemmeno in sogno avrebbe osato sperare che lo avreste amato. Perché dopo la sua dichiarazione risoluta che mai avreste saputo chi egli fosse, nessuno avrebbe pensato che lo avreste amato lo stesso e che sareste andata in cerca di lui. Che si possa amare uno sconosciuto, un assente, un invisibile, è una tal cosa che non poteva nascere nemmeno nella fantasia del più ingegnoso scrittore di romanzi. Invece sembra che anche ciò sia possibile. Voi avete amato il mio amico.

Agnese                                          - (oltremodo inquieta e tremante) Perché mi tormentate signore? Perché mi straziate? Ditemi, dov'è? Dov'è? Che io corra da lui e abbracci le sue ginocchia? Che gli confessi quello che ho fatto per lui?

L'ultimo amico                              - (la interrompe) Vi dirò tutto, si­gnora. Egli ha potuto conoscere l'intensità del vostro amore per lui, ma troppo tardi. E si è sentito molto colpevole verso di voi. La sera tragica all'albergo, egli era nella camera attigua alla vostra e ha sentito tutto.

Agnese                                          - (si alza tremando) Che? Ha sentito tutto? (Cade di nuovo sulla sedia e si copre il viso con le mani).

L'ultimo amico                              - Tutto. Egli ha saputo, così, che vo­stro cugino vi aveva sedotta fingendo di essere l'autore di quelle lettere, ed ha sentilo la cinica confessione con cui vi tolse dalla vostra illusione dichiarandovi di aver voluto soltanto possedervi brutalmente ad ogni costo. Voi vi siete sentita impazzire dalla vergogna e dalla disperazione e avete tentato di scagliarvi contro di lui. Ma egli è stato il più forte. Vi ha gettata a terra ed è fuggito. Voi rimaneste a terra lamentandovi e invocando: « E tu caro, dove sei? Dove sei?».

Agnese                                          - Ma come ha potuto sentire tutto questo senza correre da me? Era lui che io cercavo dapper­tutto; suoi erano i baci che diedi a quell'infame. Con­ducetemi da lui. Vi prego, conducetemi da lui.

I/ultimo amico                               - (sempre immobile e freddamente lo­gico) Permettetemi che vi domandi: che sarebbe av­venuto di lui se fosse venuto da voi? Credete forse che vi avrebbe potuto prendere come quel vigliacco e diven­tare il vostro amante? E' così che si riguadagna la feli­cità perduta? E' così che si mantiene vivo l'amore? Avrebbe mai potuto essere felice sapendosi colpevole, sebbene innocente, del sacrilegio che vi aveva costretto a commettere? No, signora: egli ha scelto ben altra via.

Agnese                                          - Che cosa ha fatto?

L'ultimo amico                              - Mi pregò di portarvi questa lettera, di dirvi tutto quello che vi dissi, e di implorare per lui il vostro perdono. Di chiedervi che lo dimentichiate e perdoniate. Di dirvi ancora una volta che vi amò sem­pre ugualmente anche allorquando seppe che avevate tradito vostro marito, lui e voi stessa. Poi, quando com­prese che ancora lo cercavate per le vie sulle quali era impossibile incontrarlo, è corso sull'uscio della vo­stra camera ed ai vostri piedi...

Agnese                                          - (come una forsennata) Non è vero! Non è vero!

L'ultimo amico                              - (impassibile) Che altro gli rima­neva? Solo così poteva salvare il suo amore.

Agnese                                          - (fuori di se) Me doveva uccidere; me!

L'ultimo amico                              - Calmatevi, signora. (Si alza).

Agnese                                          - Ditemi: dov'è? Vivo o morto? Dov'è?

L'ultimo amico                              - Oggi ho sparso al vento le sue ceneri, (S'avvia per uscire).

Agnese                                          - (lo trattiene) No, no, aspettate. Ditemi il suo nome, che io possa gridarlo nella mia disperazione. Ditemi: il nome... il nome.

L'ultimo amico                              - Signora! che significa un nome? Un nome ha confini. Un nome vuol dire solamente un uomo. Egli è stato più che un uomo. Egli ha solamente amato. Se avesse voluto farvi conoscere il suo nome ve lo avrebbe mormorato nel supremo momento, quando la vostra bocca si accostò alla sua. Ma egli vi ha sola­mente baciata.

Agnese                                          - (cade sfinita sul divano) Perché non mi sono afferrata a quel corpo esanime? Perché non mi sono lasciata trascinare da lui? (Breve pausa) E ho potuto dire di non conoscerlo!

L'ultimo amico                              - E questo è stato l'ultimo tradi­mento.

Agnese                                          - (con forza) Che? Che cosa dite? A me che mi son lasciata dilaniare per trovarlo? Non l'ha com­preso! Non l'ha sentito!

L'ultimo amico                              - Signora, io non ho più nulla da dirvi. Il mio compito è finito. Addio! (S'avvia per uscire).

Agnese                                          - (fa l'ultimo sforzo per trattenerlo e lo in­segue) Ma voi? Chi siete voi?

 L'ultimo amico                             - L'ultimo amico. (Esce lasciando l'uscio aperto).

Agnese                                          - (in ginocchio sull'uscio, tendendo le mani verso di lui) Perché mi lasciate? Portatemi via... (Singhiozzando) Portatemi via con voi!

Cristina                                          - (entra e s'impaurisce vedendo Agnese a terra) Agnus, per amor del cielo!... (La solleva e la con­duce sul divano).

Agnese                                          - (sfinita) Lasciatemi andare. Lasciatemi an-dare.

Cristina                                          - Agnus, sii buona. Che cosa ti disse quell'uomo?

Agnese                                          - (grida con nuova forza) Si è ucciso. Da­vanti la mia porta si è ucciso!

Cristina                                          - Basta, Agnus, non gridare. Tuo marito è tornato.

Agnese                                          - (si alza risoluta) Dov'è?

Cristina                                          - Dove vai? Aspetta. Verrà subito.

Il Marito                                        - (dall'interno, con tono buono e paterno) Agnese! Agnese! Una grande novità. (Entra sorridente e sereno, con alcuni oggetti in mano) Dove sei? (17» po' sorpreso vedendola abbattuta tra le braccia di Cristina) Che cosa hai?

Cristina                                          - Mal di capo.

Il Marito                                        - Di nuovo mal di capo? Povera la mia testolina. Ma passerà. Tutto passerà. Riderai appena ti racconterò la novità. Intanto due, tre rose per il mio piccolo filosofo! "(Mette le rose sul tavolino) Ho incon­tra^ il tuo signor cugino. L'ho accompagnato... Indo­vina dove?... Dalla signora Rubrizius. Aveva in mano un gran mazzo di fiori. (Le accarezza il capo) Dunque, stasera non vuoi nemmeno guardarmi?

Cristina                                          - Lasciatela ancora un poco così. Non si sente bene. (Le spalle di Agnese sono scosse da un tremito convulso).

Il Marito                                        - Che ha?

Cristina                                          - Sarebbe meglio che vi allontanaste un momento. Vi chiamerò io...

Il Marito                                        - Va bene. Andiamocene. Aspettiamo.

Agnese                                          - (si leva d'impeto) Rimani!

Il Marito                                        - (quando vede l'espressione sconvolta del viso di Agnese, chiede spaventato) Che succede. Agnese?

Agnese                                          - (si alza in piedi risolutamente) Finalmente devi sapere anche tu. Tutto ti dirò. (Si prende la testa fra le mani) E' orribile!

Il Marito                                        - (le vuole afferrare una mano) Parla Che c'è?

Agnese                                          - (ritira la mano) Non toccarmi. Ascolta. L'uomo che si è ucciso davanti alla porta della mia camera è lo stesso che mi scriveva le lettere.

Il Marito                                        - (senza mostrare sorpresa) E poi? Ne ero certo. Poiché altrimenti si sarebbe ucciso alla tua porta? Ma ora tutto è finito. Io non ci penso più. Dimenti­chiamo tutto.

Agnese                                          - Sì, dimentichiamo. Ma vedremo se potrai dimenticare il resto.

Il Marito                                        - Cioè?

Agnese                                          - Tu hai creduto che ricevendo e leggendo quelle lettere che così falsamente ti nascondevo...

 Il Marito                                       - (interrompendola) Ti dissi che non vo­levo penetrare nei tuoi segreti.

Agnese                                          - Già. Ma tu ritenevi che fossero segreti in-nocenti. Ed erano invece l'inganno. Il tradimento. Poi­ché io ho cercato quell'uomo dappertutto. L'ho amato, capisci, l'ho amato fino alla follia.

Il Marito                                        - Sei dominata ancora dall'orrore della tragedia dell'altro ieri, e mortifichi te stessa e me. La tua ragione, i tuoi nervi sono scossi. Non ti ascolto più.

Agnese                                          - (prendendolo per una mano) Devi ascol­tarmi. Se non lo vuoi, uccidimi subito. Poiché questo mi aspetto da te.

Il Marito                                        - (come se cercasse aiuto) Cristina.

Cristina                                          - (convinta che sia giunto il momento degli estremi chiarimenti) Lasciatela dire tutto quello che le pesa sul cuore.

Agnese                                          - Sì, dirò tutto. Se tu sapessi come l'ho cercato in ogni luogo. Finalmente sono partita. Per com­pagno mi hai dato mio cugino, quell'infame...

Il Marito                                        - Lui?... E che t'ha fatto?

Agnese                                          - Mi ha rubato il mio segreto, ha approfit­tato di me, stanca dalla cieca ricerca e sfinita dall'inutile speranza e mi ha presa. Così ho tradito colui che il mio amore cercava disperatamente!

Il Marito                                        - Non ti comprendo. Tuo cugino?...

Agnese                                          - (con forza) Sono stata sua, non capisci? Sua, quella stessa notte, nel treno, per sentirmi confessare due giorni dopo che aveva solamente voluto approfittare di me, ch'egli non era l'uomo che cercavo.

Il Marito                                        - Ma che dici! Che dici!

Agnese                                          - Allora mi prese un'ossessione spaventosa. Dovevo trovare ad ogni costo colui per il quale avevo sofferto tanto. Sentivo ch'era vicino a me, ed ogni uomo in cui credevo di ravvisarlo, l'attiravo nella mia camera.

Il Marito                                        - (fuori di sé) Agnese, tu sogni! (L'afferra alle spalle e la scuote) Dimmi che sogni; voglio che tu sogni.

Cristina                                          - (la prende per mano) Agnus, ritorna in te stessa.

Agnese                                          - (calma) No, non sogno. Sono perfettamente sveglia. (Riprende agitata) E quando mi gettavo tra le braccia di un uomo, non mi curavo di chiedere chi fosse.

Il Marito                                        - (con uno scatto, come pazzo) Basta... Non parlare più.

Agnese                                          - Ecco, tu non puoi nemmeno udire queste cose ed io invece ero condannata a viverne Io strazio! (Cade in ginocchio davanti al marito).

Il Marito                                        - (con esasperazione) Non può essere vero!

Agnese                                          - (si drizza sulle ginocchia, con voce ferma) Sì, caro, è vero come è vero che questa è una delle mie mani. (Drizza orizzontalmente una mano).

Il Marito                                        - (esita un istante, poi le afferra con gesto selvaggio il viso, la fissa negli occhi e dice piano, con voce di angoscia) Tu, mia Agnese.

Agnese                                          - Io... io... (Si piega su se stessa).

Il Marito                                        - (fa alcuni passi, si volta, poi barcollando raggiunge l'uscio e via).

Cristina                                          - (lo insegue e intanto cala la tela).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

QUADRO PRIMO

(Un salottino in casa della signora Rubrizius. Alcune corone d'alloro con nastri, appese alle pareti. Una gran­de lampada, col paralume variopinto, è accesa. Una sola porta. La prima parte di questa scena avviene contem­poraneamente al finale della precedente).

La Signora Rubrizius                     - (al tavolo, ritaglia dai giornali degli articoli che incolla in un album. Veste di nero con grande « decolleté » sul quale pende un medaglione nero).

Il Signore col panciotto rosso        - (si è piegato sul brac­ciolo della poltrona per poter raggiungere con le dita le gambe della Rubrizius. Quando si alza la tela le tocca la caviglia come se toccasse i tasti di un pianoforte, e parla scandendo le sillabe) Un - topolino - fa capolino dal bucolino... isc!... (Alla fine della frase sale rapida­mente con la mano fino al ginocchio della signora).

La Signora Rubrizius                     - (solleticata, si ritira alquanto con una smorfia) Che fai?

Il Signore col panciotto rosso        - (quand'essa si riavvi­cina, ripete il gioco) Un topolino...

La Signora Rubrizius                     - (lo batte con le forbici sulla mano) Lasciami in pace. Devo terminare questo la­voro.

Il Signore col panciotto rosso        - (si raddrizza nella poltrona) Che fai piccola?

La Signora Rubrizius                     - Ritaglio le critiche del mio povero marito.

Il Signore col panciotto rosso        - Come? Le conser­vava?

La Signora Rubrizius                     - Tutte, senza eccezione.

Il Signore col panciotto rosso        - E' possibile? (Ride).

La Signora Rubrizius                     - Perché ridi?

Il iSignore col panciotto rosso       - Mi diceva che non leggeva nemmeno ciò che i critici scrivevano di lui.

La Signora Rubrizius                     - Non leggeva altro.

Il Signore col panciotto rosso        - (sbadigliando) Pic­cola, durerà molto codesto lavoro?

La Signora Rubrizius                     - Attendo un signore, col quale devo trattare un affare. Puoi essere presente. Anzi! (Civettuola) E quando se ne sarà andato...

Il Signore col panciotto rosso        - (ripete il gioco di prima) Allora, un topolino...

La Signora Rubrizius                     - (si allontana) Smettila. Do­vremmo una buona volta parlare seriamente noi due.

Il Signore col panciotto rosso        - Sarei curiosissimo di sapere come faremo.

La Signora Rubrizius                     - Lascia gli scherzi e ascol­tami.

Il Signore col panciotto rosso        - Ascolto.

La Signora Rubrizius                     - Hai forse dimenticato quello che mi dicesti la sera della morte del povero Rubrizius?

Il Signore col panciotto rosso        - Che cosa?

La Signora Rubrizius                     - Quando si danzava in casa della tua cuginetta. Che cosa mi dicesti?

Il Signore col panciotto rosso        - Un po' di tutto, pic­cola.

La Signora Rubrizius                     - Sì, ma debbo pure richia­marti ad una promessa che allora mi facesti, e che tu, per conto tuo, non rammenteresti mai.

Il Signore col panciotto rosso        - E' tanto spiacevole?

La Signora Rubrizius                     - Non dovrebbe esserlo. Dun­que, quella sera, mentre danzavamo, tu Mi baciasti dietro l'orecchio e m'invitasti nella tua camera..Io risposi ch« sarei venuto, se tu mi avessi promesso di sposarmi.

Il Signore col panciotto rosso        - Ma se eri già spo­sata, piccola.

La Signora Rubrizius                     - Un momento... se Tu mi pro­mettevi di sposarmi: primo, nel caso che mio marito, venendo a sapere che lo tradivo, chiedesse il divorzio; secondo, se la nostra relazione mi avesse dato un figlio e il divorzio l'avessi chiesto io; infine, se fossi rimasta vedova.

Il Signore col panciotto rosso        - Tutto ciò è molto bello:la promessa a condizioni. Ma, piccola, nessuno di questi fatti è avvenuto.

La Signora Rubrizius                     - Come? Come?

Il Signore col panciotto rosso        - Sì, tuo marito è morto, ma prima che tu venissi da me. Tradire il ma­rito dopo ch'è morto, non costituisce nessun merito, nessun sacrifizio e nessun rischio.

La Sicnoba Rubrizius                    - (s'infuria, getta le forbici per terra, butta all'aria i ritagli dei giornali, e si pianta da­vanti a lui gridando) E' la stessa cosa! E' la stessa cosa che lui sia morto prima o dopo il nostro convegno. Io sarei venuta anche se lui fosse rimasto in vita. E credi tu che andare ad un convegno d'amore due giorni dopo il funerale del proprio marito non sia per una donna onesta un Sacrifizio enorme? La tua è un'in­famia. Mi hai ingannata e sedotta ed ora vuoi cavartela!

Il Signore col panciotto rosso        - (contemporaneamente) Ma non agitarti. Che ragione c'è di gridare come una pazza? Si può discutere senza tanto chiasso. Se continui a gridare non parlo più. Dunque, piccola, io non ho mai detto di non volerti sposare.

La Cameriera                                 - (socchiude la porta e mette dentro la testa) Signora, c'è quel signore...

La Signora Rubrizius                     - Dio mio, è già qui... con questo disordine. (Raccoglie le carte e la Cameriera l'a­ iuta) Lasciate fare a me... fatelo entrare. (La Cameriera esce).

Il Signore col panciotto rosso        - Devo rimanere?

La Signora Rubrizius                     - Naturalmente. L'ho pregato apposta di venire a quest'ora. Mi aiuterai a scegliere. (Qualcuno bussa) Avanti.

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - (lo Sconosciuto del primo quadro. Entra tenendo in una mano il cappello a cilindro e nell'altra una borsa di pelle. E' in redingote; barba lunga) Buona sera. Per­donate: ho fatto un po' tardi. (/ due uomini si salutano freddamente).

La Signora Rubrizius                     - (tra se) Proprio sul più bello. (Forte) Vi prego... (di mostra il posto presso U tavolo).

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - (sie­de a capo della tavola, depone il cappello per terra ed apre la busta) Grazie.

La Signora Rubrizius                     - (invita il Signore col panciotto rosso a sedersi presso di lei) Siedi. (Si siedono in modo che sotto il tavolo si vedono i loro piedi).

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - Per la disposizione del locale sotterraneo la signora resta del parere dell'altro giorno?

La Signora Rubrizius                     - Perfettamente.

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - Dunque due ordini e in ciascuno il posto per quattro «alme.

La Signora Rubrizius                     - (al Signore col panciotto rosso) Che ne pensi?

Il Signore col panciotto rosso        - Ma perché tanto spa­zio? Bambini non ne avete e basterebbe una tomba assai piccola.

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - In apparenza; nelle circostanze attuali, il signore non ha torto. Ma la signora è giovanissima. Può rimaritarsi.

iLa Signora Rubrizius                    - E' vero. E' possibilissimo.

Il Signore col panciotto rosso        - In questo caso ci penserà il secondo marito a una tomba più grande.

Il Direttore della ditta, di monumenti sepolcrali       - Non si può dire sempre.

La Signora Rubrizius                     - H mio defunto marito non ne voleva nemmeno sentir parlare.

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - E poi nessuno sarà scontento di ricevere con la dote della consorte anche una bella tomba. In fin dei conti è sempre una casa. Speciale, se vogliamo.

La Signora Rubrizius                     - Sono anch'io di questa opi­nione.

Il Signore col panciotto rosso        - lo, per esempio, non vorrei a nessun costo che seppellissero vicino a me il secondo marito di mia moglie. Non è proprio una cosa

simpatica.

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - Posso assicurarvi, caro signore, che ciò sarebbe anche per voi perfettamente indifferente. I morti si sopportano tra loro meglio dei vivi. In ogni modo, come la signora desidera.

La Signora Rubrizius                     - Credo che convenga fermarsi al progetto combinato. (Al Signore col panciotto rosso) Ti pare?

Il Signore col panciotto rosso        - Come vuoi.

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - (mettendo da parte alcuni disegni) i Benissimo, su que­sto, dunque, non si discute più. (Prende altri disegni dalla busta) In quanto al monumento sepolcrale ho qui alcuni disegni eseguiti secondo le indicazioni che mi avete dato e che spero vi piaceranno. (Prende un disegno e lo mostra) Questo è semplicissimo, ma molto di buon gusto. Una piramide di marmo di Carrara. Costruzione solida e duratura.

Il Signore col panciotto rosso        - (fin dal principio della filastrocca del Direttore, ha messo la mano sul ginocchio della signora e fruga sotto le sottane. Ora dice tanto per dire) Mi pare un po' banale.

La Signora Rubrizius                     -  E' troppo semplice. Non pos­siamo dimenticare che il mio povero marito era un uomo celebre.

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - (al Signore col panciotto rosso che in questo momento cessa il gioco con le mani) In queste costruzioni non dovete cercare cose straordinarie. Una tomba non è un campanile oppure una fontana dove la fantasia dell'ar­tista può sbizzarrirsi a capriccio. (Alla signora) E proprio perché il defunto era un uomo celebre, non si debbono ricercare le forme complicate. Il nome parla più di tutti gli ornamenti di questo mondo. (Prende dalla borsa il libro illustrato) Avete veduto, per esempio, il sepolcro di Beethoven al cimitero centrale di Vienna? Oppure quello di Heine a Parigi? (Volta le pagine del libro) Ecco:una semplice piramide e sopra:« Beethoven » e nient'altro. Oppure questo. (Volta le pagine) Vi prego di osservare è il più semplice che si possa immaginare, e la scritta: « Henrli Heine», produce la più grande im­pressione, credetemi. Ma io non voglio imporvi il mio gusto.

La Signora Rubrizius                     - Sapete? Non vorrei che qual­cuno mi accusasse di aver voluto risparmiare proprio in questa cosa. Egli mi ha nominata sua erede universale. Era così buono. (Commossa) L'inverno passato mi ha comperato una pelliccia che è costata più del più ricco dei vostri progetti per la sua tomba. (Piange).

Il Signore col panciotto rosso        - Ma no, ma no. (Si alza, fa un giro per la sala; si rimette a sedere e riprende sotto la tavola il gioco di prima. La signora si difende con prudenza).

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - Allora decidete per questo. Qui vi sono quattro colonne joniche con un attico e tra le colonne verticalmente una lapide di marmo nero sulla quale si potrà incidere l'iscri­zione. (Mostra un altro progetto) Oppure quest'altro. Un tempietto dorico, molto armonico, con la cupola a cas­settoni. Qui la pietra tombale è orizzontale un po' smus­sata agli angoli, con grandi anelli di bronzo. Il nome si dovrebbe incidere a caratteri dorati in rilievo. Come si chiamava il vostro defunto marito?

La Signora Rubrizius                     - (leva di sotto il tavolo la mano dell’amico che le tocca le ginocchia) Aurelio Rubrizius.

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - Par fatto apposta per un monumento di stile dorico con cupola. Ha in sé un non so che di classico. Aurelio Ru­brizius. Quando è nato? (Fa delle annotazioni).

La Signora Rubrizius                     - Non so precisamente. Ma al 19 di febbraio ha compiuto il suo cinquantesimo anno.

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - Allora sulla prima riga si scriverà:«Aurelio Rubrizius » e sulla seconda (continua ad annotare) - (1876-1926).

Il Signore col panciotto rosso        - Mi pare che sarebbe bene mettere un emblema che ricordasse la 'sua arte. Per esempio:una maschera tragica. Che ne pensate? La Signora Rubrizius            - Oh, si. L'idea è bellissima... Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali          - Se proprio lo volete. Però vi faccio osservare che un tale emblema offenderebbe un po' il sentimento della morte. Non vi pare? Una maschera su una tomba. La maschera, signori miei, è il simbolo della menzogna, dell'inganno, dell'illusione; mentre la morte è la verità. Solo i vivi hanno bisogno di maschera.

La Signora Rubrizius                     - Allora lasciamo la maschera. In ogni caso oltre il nome e la data vorrei che si scol­pissero alcune parole per ricordare che ho fatto erigere io il monumento. Per esempio:« All'amato compagno - la vedova inconsolabile ».

Il Signore col panciotto rosso        - (con leggera ironia)  Oppure: «Fedele fino alla tomba».

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - L'espressione non è troppo felice. Si legge su migliaia di tombe in tutti i cimiteri. Tutte le donne, nelle iscrizioni sepolcrali sono fedeli ai loro mariti. Lo stesso pensiero si potrebbe esprimere in altra forma. Lasciate a me la cura. La mia ditta è in relazione coi migliori scrittori ai quali ordina iscrizioni ed epitaffi. L'importante è che voi deci­diate per il disegno. Dunque volete il tempietto dorico a cupola? (Col disegno in mano) E' il più costoso, è vero.

La Signora Rubrizius                     - Io sono per il tempietto dorico a cupola. Che ne dici tu?

Il Signore col panciotto rosso        - E' il più bello cer­tamente.

Il Direttore bella ditta di monumenti sepolcrali        - Dunque il tempietto dorico. (Si alza) Grazie. Vi prego di passare domani dal mio ufficio per la scelta del materiale, e poi si incominciano subito i lavori. (Chiude i disegni nella busta, si rimette gli occhiali che gli erano intanto caduti, e si rivolge scherzoso, da uomo d'affari, al Signore col panciotto rosso) Signore, non vi inquietate, ima non sarebbe male che anche voi pensaste a tempo...

Il Signore col panciotto rosso        - No, no, grazie. Sarà il mio ultimo pensiero.

Il Direttore della ditta di monumenti sepolcrali        - (chiude la busta) Già, già. Siete ancora giovine. Chi penserebbe alla morte alla vostra età? (Prende il cappello, la borsa e s'inchina) A domani, signora... Signore... (Esce e appena uscito, si ode di fuori un rumore).

La Signora Rubrizius                     - Che cosa avviene? (Va verso la porta).

Il Marito                                        - (entra violentemente, agitatissimo, livido, porta un astuccio in mano; quando vede il Signore col panciotto rosso, dice con voce soffocata) Sapevo di trovarti qui. (Poi deponendo la scatola sul tavolo, alla signora Rubrizius) Scusate signora, ma devo parlare da solo con quest'uomo.

Il Signore col panciotto rosso        - (timoroso) Subito?

Il Marito                                        - Immediatamente.

La Signora Rubrizius                     - (rassegnata) Qui?

Il Marito                                        - Qui.

La Signora Rubrizius                     - Allora vi lascio soli.

Il Marito                                        - (deciso, ma con rispetto) Ve ne prego.

La Signora Rubrizius                     - (esce guardando impaurita il marito di Agnese).

Il 'Marito                                       - (chiude dietro ad essa la porta e getta la chiave in un angolo) Così.

Il Signore col panciotto rosso        - Che cosa vuol dire tutto ciò?

Il Marito                                        - Siamo alla resa dei conti!

Il Signore col panciotto rosso        - Che resa dei conti?

Il Marito                                        - Sai molto bene di che si tratta.

Il Signore col panciotto rosso        - In casa di una si­gnora...

Il Marito                                        - Bisogna ammazzare la belva dove si può «covarla.

Il Signore col panciotto rosso        - (corre all'uscio e vuol gridare) Lasciami.

 Ll Mabito                                     - (con una forte spinta lo fa barcollare fino al muro) Se chiami (prende una sedia) ti spacco il cranio. Rispondi: Quando Agnese è partita per rimettersi in salute, t'ho affidato l'incarico di accompagnarla. È così?

Il Signore col panciotto rosso        - Sì.

Il Marito                                        - Hai approfittato della mia fiducia » quello che è peggio hai abusato della sua condizione di semi irresponsabilità.

Il Signore col panciotto rosso        - Ti prego, usciamo di qui e ti dirò tutto.

Il Marito                                        - So tutto, ma voglio sentirlo ripetere dalla tua bocca. Tu l'hai ingannata e sedotta.

Il Signore col panciotto rosso        - Mi ha chiamato durante la notte nel suo scompartimento.

Il Marito                                        - Vuoi dire che essa ti si è offerta?

Il Signore col panciotto rosso        - Non è proprio così.

Il Marito                                        - E che cosa hai fatto due giorni dopo?

Il Signore col panciotto rosso        - Mi sono ravveduto. Non era generoso quello che facevamo.

Il Marito                                        - L'hai trattata come un donna di strada.

Il Signore col panciotto rosso        - Volevo che si con­vincesse.

Il Marito                                        - Mentisci. Le hai dichiarato brutalmente di averla ingannata.

Il Signore col panciotto rosso        - Presto o tardi avrebbe pur dovuto saperlo.

Il Marito                                        - Hai imbrattato di fango la donna che ti si è 'data con la più pura fede. Le hai ucciso l'anima. Anche se io le perdonassi tutto, ella ha nella sua coscienza un giudice più tremendo di me, un giudice inesorabile che tu non hai. Ma lo troverai in me. (Apre l'astuccio e. gli offre i pugnali) Prendine uno.

Il Signore col panciotto rosso        - (terrorizzato) Che! Che hai in mente di fare?

Il Marito                                        - Difenditi.

Il Signore col panciotto rosso        - (prova, con ironia) Ma via... non ti sembra una scena >da cinematografo?

Il Marito                                        - Pretenderesti forse di essere un eroe da tragedia 'greca? Sbrigati.

Il Signore col panciotto bosso       - (cerca con lo sguardo una via di scampo) Sei pazzo. Con i pugnali avve­lenati.

Il, Marito                                       - Piuttosto che toccarti con la mano.

Il Signore col panciotto rosso        - Ma credimi. Tu non sai tutto.

Il Marito                                        - (gli dà un pugnale) Solo con un'abile difesa potrai salvarti.

Il Signore col panciotto rosso        - Ma tu vuoi la morte inevitabile: tua e mia.

Il Marito                                        - Non più una parola. (Spegne la luce. Sul palcoscenico oscurità) Sei pronto?

Il Signore col panciotto rosso        - Ti attendo! (Nell’oscurità si sente il rumore della zuffa, intanto cala la tela).

QUADRO SECONDO

(Estremo borgo della città. Un ponte sul canale, di­sposto in modo che si vede di scorcio l'arco, che si ap­poggia, non molto più in su del pelo d'acqua, su un largo pilastro. Sul pilastro una cornice sulla quale pos­sono stare comodamente, benché curvate,: una o due persone. Sopra il ponte, sulla balaustra, una statua di Madonna, col volto verso l'ingresso del ponte. E' ancora notte, ma s'intravvedono i primi chiarori dell'aurora estiva. Quando si alza la tela, in scena non vi è nessuno... poi si ode qualcuno che si avvicina zufolando un motivo di canzone moderna assai noto. Finalmente da sinistra apparirà il Teppista).

Il Teppista                                     - (è sempre lo Sconosciuto del primo quadro. Entra zufolando poi si ferma sul ponte, smette di zufolare e si siede sulla balaustra, scruta intensamente il luogo in lungo e in largo. Poi stira le braccia, sbadiglia volgar­mente e sputando nell'acqua dice) Porca vita. (Poco dopo gli sembra di udire dei passi, scende e con passo lieve s'incammina a destra, s'inoltra sotto il ponte; si mette sulla cornice del pilastro e curvo passa dall'altra parte nascondendosi).

Il Lampionaio                                - (è ancora lo Sconosciuto di prima. Ha la blusa bleu e il berretto con l'iscrizione. Porta in mano la lunga asta per accendere e spegnere i becchi a gas. Si ferma presso una lampada accesa, vi appoggia l'asta, trae di tasca una tabacchiera, si gira un sigaretta e l'accende).

Agnese                                          - (apparendo dietro di lui, rassegnata, stanca, con i capelli disordinati. Appena vede l'uomo, e com­prende che non può ritornare inosservata sui suoi passi, si ferma e chiede timidamente) Signore?...

Il Lampionaio                                - (si scuote) Mi avete fatto quasi paura!

Agnese                                          - (come se si scusasse) Non credevo.

Il Lampionaio                                - Ah, non fa caso. Quale destino vi conduce qui, signorina?

Agnese                                          - Vorrei sapere la via che conduce al tram.

Il Lampionaio                                - Per il centro oppure per i sobborghi?

Agnese                                          - Per il centro.

Il Lampionaio                                - Passate dall'altra parte del ponte e poi direttamente a destra. Ma attenderete ancora mol­to. Al primo tram c'è un'ora di tempo.

Agnese                                          - Va bene. Attenderò. Grazie. (Si siede su di un sasso) Come si chiama questo ponte?

Il Lampionaio                                - Il «Ponte sul braccio morto ». L'ac­qua qui è molto profonda. Si dice anche che sia avvele­nata. Ma chissà se è vero. Certo è che molti vi finirono dentro la loro vita. Perciò quella Madonna si chiama la Madonna dei suicidi.

Agnese                                          - (alza lo sguardo verso la Madonna) Ah, così?

Il Lampionaio                                - Sì davvero. Non la troverete segnata nel calendario, eppure tanti hanno bisogno di lei. Ogni mestiere ha il suo santo protettore... E voi di dove siete? Della città?

Agnese                                          - Sì, della città.

Il Lampionaio                                - Strano.

Agnese                                          - Perché è strano?

Il Lampionaio                                - Quelle della città non arrivano mai fino a qui. Qui, roba fina non ne passa. Solamente vaga­bondi e disperati.

Agnese                                          - Io non cerco nessuno. Ho smarrito la via.

Il Lampionaio                                - Non è prudente che vi fermiate. Di tanto in tanto passa la polizia.

Agnese                                          - Ma io non ho fatto nulla di male.

Il Lampionaio                                - Questo non sta scritto in fronte a nessuno. Vi condurrebbero certamente al commissariato.

Agnese --------------------------- - (un po' meno indifferente) Ma perché? 34

 Il Lampionaio                               - Avete con voi tutte le carte in ordine?

Agnese                                          - (stanca) Quali carte?

Il Lampionaio                                - Ma i documenti! Se non li aveste, dormireste in guardina. Meglio di tutto sarebbe che vi accompagnassi io fuori dal quartiere.

Agnese                                          - Attenderò qui.

Il Lampionaio                                - Laggiù nella terza via vi è un caffè. Non ci si incontrano, è vero, né conti né principesse, ma una sedia ci sarà anche per voi.

Agnese                                          - (apatica) Rimango qui.

Il Lampionaio                                - (si alza) Fate il comodo vostro. (Spe­gne la lampada} Mi rincresce ma non vi posso lasciare la luce. Addio signorina!

Agnese                                          - (sottovoce) Buon giorno. (Volta il viso verso l'acqua).

Il Lampionaio                                - (oltrepassa il ponte e si perde nella lontananza. Pausa).

Agnese                                          - (si copre la faccia con le mani e rimane as­sorta. Poi si alza repentinamente e si avvia lungo il pon­te, arriva alla statua della Madonna, abbraccia il piede­stallo, e dice) Oh, tu che puoi tutto, dammi la forza. (Tocca ancora una volta il piedestallo colla fronte poi si decide e posando un piede sulla parte inferiore della balaustra getta prima uno sguardo a destra e a sinistra e le sembra che qualcuno arrivi da sinistra. Si curva lungo la balaustra in modo che le si vede appena la testa e così curva corre a nascondersi nel luogo dove era prima).

Il Poliziotto                                   - (è sempre lo Sconosciuto. Viene a gran passi da sinistra, si ferma in mezzo al ponte e grida a destra) Chi è là? (Fa di nuovo un paio di passi sul ponte e guarda in su e in giù e disotto al fiume, ma non scorge nessuno; allora come se avesse veduto qualcuno grida) Fermo. Rispondi, altrimenti sparo. (Nessuna voce. Pausa. Il Poliziotto guarda ancora poi) Credi che non ti prenderò? (E corre lungo il ponte a destra e sparisce).

Agnese                                          - (disperatamente impaurita si è aggrappata al pilastro del ponte e ascolta i passi del Poliziotto che si allontana).

Il Teppista                                     - (appare dall’altra parte del pilastro, e per meglio sfuggire al Poliziotto si ferma  nascosto dietro lo spigolo).

Agnese                                          - (intanto prende coraggio e fa un passo nella direzione nella quale si è allontanato il Poliziotto. Ma pare che lo abbia veduto ritornare. Con precauzione, senza far rumore, scende dalla spalletta del ponte e si ripara sul cornicione sotto l'arco. E così si viene a tro­vare faccia a faccia col Teppista. Impaurita ha un leg­gero grido) Ah!...

Il Teppista                                     - (tra i denti, brutalmente) Che diavolo ti porta qui?

Agnese                                          - La polizia!...

Il Teppista                                     - So bene. Non potevi nasconderti in un altro posto? Dovevi proprio venir qui perché mi trovas­sero più facilmente? Vattene, se no finirai in acqua.

Agnese                                          - (tutta istinto, freddamente) Che me ne im­porta?

Il Teppista                                     - Non gridare così brutta megera.

Agnese                                          - (forte) Uccidimi. Ecco: Uccidimi!

Il Teppista                                     - (la prende e la scaraventa nell'acqua. Si sente un tonfo e un debole lamento) Va, nuota! (La osserva sparire) Donne maledette, nemmeno qua ci la­sciano in pace!... (Si curva ancor più sotto Torco e ri­mane immobile. Intanto la scena si oscura del tutto).

QUADRO TERZO

(Quando si rischiara la scena si vedrà la terrazza del primo atto. Sulla poltrona sta ancora seduta la Fanciulla, e accanto a lei lo Sconosciuto, rigido, immobile. Dietro il cancello il suo cavallo. La lampada è spenta. La scena illuminata come nel primo quadro).

La Fanciulla                                   - (agitando le mani affannata come se le mancasse l'aria o fosse per affogare      - Ah, ah, ah!...

Lo Sconosciuto                             - (la tiene alle spalle) Calmatevi. E' finito.

La Fanciulla                                   - (un po' meno agitata) Ah, ah!...

Lo Sconosciuto                             - Ecco. Ora tutto è passato.

La Fanciulla                                   - (esausta viene meno e si abbandona sulla poltrona).

Lo Sconosciuto                             - (la guarda e quando essa riapre gli occhi le dice) Il vostro desiderio è stato esaudito.

La Fanciulla                                   - (sfinita) Pienamente. (Pausa) Ed ora dove sono?

Lo Sconosciuto                             - Al termine estremo.

La Fanciulla                                   - (sempre debolissima) Ho sofferto tanto! (fra profondo sospiro).

Lo Sconosciuto                             - Ma avete conosciuto la vita.

La Fanciulla                                   - (lo guarda con gratitudine) Grazie!

Lo Sconosciuto                             - Volete continuare?

La Fanciulla                                   - Sono stanca della vita.

Lo Sconosciuto                             - E se io vi dicessi: alzatevi e andate di là ancora una volta, quale via prendereste?

La Fanciulla                                   - (si ravviva un poco) Quella che ho percorso.

Lo Sconosciuto                             - Però senza dolori e disperazioni.

La Fanciulla                                   - (con convinzione) No, no. Con tutti i dolori e le disperazioni.

Lo Sconosciuto                             - Ma senza infamie e bassezze.

La Fanciulla                                   - Ma no, no. Con tutte le infamie e le bassezze.

Lo Sconosciuto                             - Allora senza amore.

La Fanciulla                                   - Senza amore non sarebbe più la vita.

Lo Sconosciuto                             - Ma forse sarebbe la felicità. L'uomo sogna sempre la felicità. La cerca continuamente e si strugge per essa.

La Fanciulla                                   - Sì, è vero. Ma la felicità non è nella vita. La vita è inquietudine, urti negli incontri e affanni nelle separazioni. La felicità è pace: l'allontanamento dalla vita, l'equilibrio di tutti i movimenti. Quando si ferma il cuore, allora comincia la felicità.

Lo Sconosciuto                             - Non avete vissuto inutilmente. Questa è l'ultima esperienza.

La Fanciulla                                   - Quanto rimaniamo qui ancora?

Lo Sconosciuto                             - Quanto basta per l'ultima preghiera.

La Fanciulla                                   - (si drizza a sedere sulla poltrona e parla serenamente estasiata) Benedetta sia la vita. Benedetta nel suo sorriso e nel suo pianto. Nelle speranze e negli inganni; nel sudore e nella lotta. Benedetto l'amore che perdona tutto, che aprendo al nostro cuore le vie della vita, sa quanto esso sia fragile, « perciò l'accarezza con mano leggera e lo conforta e lo guida. Benedetto colui che per primo mise le sue mani sulle mie carni e che si inebriò dei dolori della mia vulnerata verginità. E sia benedetto anche colui che mi nascose il suo viso e fece germogliare nel mio .sangue l'inquietudine e la pazzia dell'amore. Sia benedetto anche l'impostore sulle cui labbra menzognere lasciai i miei desideri inesauditi. E siano benedetti tutti coloro che godettero le basse gioie del piacere sul mio corpo, esausto dall'affanno della ri­cerca e dall'errore. Benedetta quella bocca mostruosa­mente deforme nel cui sangue soffocarono le dolci pa­role non dette; ma che rimase aperta per il primo ed ultimo bacio. E benedette anche le mani dell'assassino che mi scagliarono nelle braccia della morte. E benedetta anche la morte. (Breve pausa. La Fanciulla offre la mano allo Sconosciuto, lo guarda e gli dice) Ed ora an­diamo. (Si alza, e a fianco dello Sconosciuto che le tiene un braccio intorno alle sjxille, si avviano al cancello del giardino che si apre da solo. Arrivano presso al cavallo: lo Sconosciuto monta in sella e la prende con sé. Il ca­vallo parte e il cancello si chiude. Dal momento in cui la Fanciulla si è alzata dalla poltrona, è cominciata la stessa musica lieve che nel primo quadro accompagnava l'arrivo dello Sconosciuto. Intanto lo scalpitìo del ca­vallo si perde nella lontananza e la luce si attenua. Pau­sa. Finalmente la melodia passa negli accordi del noto fox-trott che d'un tratto s'interrompe bruscamente. In questo momento dalla casa, attraverso la porta della terrazza, viene un raggio di luce sulla scena buia, e illu­mina la Fanciulla che giace morta sulla poltrona. Dall’interno si odono voci indistinte).

La Suora                                        - (dall'interno) Favorite! Favorite! (Entra) Signorina. Per amor del cielo, siete completamente al buio. (Accende la lampada) Il signor dottore è qui.

Il Medico                                       - (entrando) Non è proprio molto giudi­zioso, suor Maria, lasciarla qui con quest'aria, di notte.

La Suora                                        - Non mi è stato possibile farla rientrare in casa. (Dà uno sguardo alla Fanciulla) E vedete? Si è anche addormentata. Non si dà pace con quella musica. Per ore ed ore debbo suonare la stessa melodia.

Il Medico                                       - (che intanto si è avvicinato ed ha preso la mano della Fanciulla ad un tratto interrompe la Suora) Tacete! (Pausa).

La Suora                                        - (si piega sopra la Fanciulla) Ha la fronte madida di sudore.

Il Medico                                       - (lascia cadere la mano della Fanciulla) Sì. Il sudore della morte!

FINE

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