Lazzaro
1929
Mito in tre atti
di Luigi Pirandello
Arnoldo Mondadori Editore - Milano
1957
PERSONAGGI
Diego Spina
SARA, gi sua moglie
LUCIO e LIA, suoi figli
ARCADIPANE, fattore di campagna
DEODATA, governante di Lia
GIONNI, professore di medicina
MONSIGNOR LELLI
CICO, esattore di Dio
IL MARRA, notajo
DUE FIGLI NATURALI di Sara e Arcadipane
(non parlano)
UN MEDICO
UNA GUARDIA
SIGNORI DELLA STRADA
DUE CONTADINI.
Tempo presente.
ATTO PRIMO
Giardino pnsile in casa di Diego Spina.
La casa antica, modesta a sinistra (dell'attore). Se ne vede di taglio la facciata, con un rustico portichetto spiovente, sonetto da colonnette, sotto il quale si vedono gli usci che immettono nelle stanze a terreno. Alto poco pi d'un metro in fondo un muro di cinta, rozzo, 'imbiancato di calce, con una cresta di pezzetti di vetro. A met di questo muro, stagliata sullo sfondo d'un cielo di strano azzurro (quasi di smalto) una grande croce nera con uno squallido Cristo dipinto, sanguinante. E, presso la croce, il fusto di un altissimo cipresso, che sorge dalla sottostante strada. Questo muro di cinta segue anche sul lato destro della scena, interrotto nel mezzo dal largo della scala che scende nella via. C' per terra qualche ajuola con piante qua e l fiorite, tra vialetti inghiaiati, con sedili verniciati di verde.
Al levarsi della tela sono in iscena Deodata e Lia. Lia ha quindici anni, ma come una bambina. Tiene i capelli sciolti, con un bel fiocco celeste nel mezzo. E persa nelle gambe e sta sempre su una sediola a ruote che fa andare da s con la sveltezza di un'andatura ormai naturale. Le gambe sono coperte da uno scialle. Deodata sulla quarantina. Alta e robusta, veste di nero, con una cuffia nera in capo. Seduta su uno sgabello di ferro, lavora a tombolo.
un pomeriggio d'aprile.
Lia (assorta). Non scrive da pi d'un mese.
Deodata (dopo una pausa). Lucio?
Lia. E l'ultima lettera, pap non ci ha capito nulla: non ha voluto farmela leggere.
Deodata. Sar in apprensione per gli esami. Tuo padre, al solito, si mette per la testa tante cose.
Lia. Sar. Ma anch'io, sai? Tante cose.
Deodata. Brava. Anche tu. Attaccatelo anche a me, codesto male.
Lia. Uh, male poi...
Deodata. Male, male: perch tante volte tu guarda: supponi in qualcuno un pensiero? fattene accorgere; e il pensiero che prima in quello non c'era, gli nasce per davvero. Chi gliel'ha fatto nascere? Tu, con la tua supposizione.
Lia. Scusa: non stai supponendo anche tu adesso che Lucio non scriva perch in apprensione per gli esami?
Deodata. Mi spiego il suo silenzio con una ragione che pu essere, come tante altre, probabile: ma che intanto non nuoce a lui e non affligge me almeno prima del tempo.
Pausa.
Lia. Se non si fosse ostinato ad andare all'Universit!
Deodata. Ah questo, vedi, questo non ho saputo approvarlo neanch'io. Uscito dal Seminario, poteva mettersi quieto e soddisfatto a esercitare il suo santo ministero di sacerdote, senz'andare a imparare tutte le diavolerie che insegnano l.
Lia. Ma allora avrebbe dovuto far subito il soldato...
Deodata. Eh, lo so: questa stata la scusa. Come se a ventisei anni non dovesse poi farlo lo stesso Mi pare che farlo a ventuno poteva pesargli meno. Mah! Anche per tuo padre l'idea di vederlo da un giorno all'altro senza pi la tonaca, in tenuta di soldato, fu come se dovesse vedere il diavolo!
Lia. stato perch Lucio era cosi patito. Il pensiero di fargli affrontare in quello stato gli strapazzi della vita militare...
Deodata. inutile: bisogna che in questa casa io me ne stia con la bocca cucita. Ragiono. Ho il vizio di ragionare, tra vojaltri...
Lia. che non ragioniamo
Deodata. oh senti: non c' via di mezzo: o si santi o si matti. Tuo padre sar santo un santo, certamente ma se qualche volta me ne dimentico e bado a quello che dice, a quello che fa, Dio mi perdoni, con quegli occhi mi pare un matto veramente.
Lia (sorridendo, divertita). Perch non glielo dici?
Deodata. Glielo dir, glielo dir, non dubitare. Mi tengo da tanto tempo! Oggi stesso glielo dir, davanti a tutti; anche per sgravio di coscienza. Mifai ridere, patito . Perch, patito? Per la vita troppo chiusa in Seminario; per il troppo studio. Fargli prender aria, cambiar vita: mi pare che sarebbe stato il rimedio. Nossignori. Studiare ancora, e chi sa quanto, per finire di rovinargli la salute. Ma quando gli hai detto e dimostrato questo, per lui nulla. La salute, come tutto il resto. Apre le mani e alza gli occhi al cielo. O se credi che ti abbia dato ascolto, accogliendo qualche tuo suggerimento, vieni tutt'a un tratto a vedere che il tuo suggerimento gli servito per commettere una nuova pazzia. Come questa che sta commettendo...
Lia. della cessione del podere?
Deodata. s: un bel modo di farti prender aria di campagna, come gli avevamo suggerito io e il dottor Gionni qua accanto!
Lia. Ma che vuol fare?
Deodata. Del podere? Non l'hai ancora capito? Un ospizio di mendicit.
Lia. E che vuol dire?
Deodata. Che tutti i mendicanti della citt e anche quelli dei dintorni saranno ricoverati a sue spese nel podere; e vojaltri due, l, tu e lui, in loro compagnia. S, s, ti far vispa, t'assicuro io, con quell'aria di campagna imbalsamata dagli stracci della miseria!
S'udr di sotto la scala a destra la voce di Cico.
La voce di Cico. Permesso? Si pu?
Deodata. Ah, tu Cico? Vieni, vieni su.
Viene su dalla scala Cico, che un esile vecchietto bizzarro, dagli occhietti cilestri quasi di vetro, aguzzi, ilari, parlanti. Porta sul cranio lucidissimo un berrettino rosso da ergastolano, e rigirata attorno al collo e pendente davanti e dietro una lunga sciarpa azzurra. Parla a scatti, e ogni tanto si ferma; guarda con quegli occhietti ilari parlanti e accompagna lo sguardo malizioso con un muto sorriso argutissimo.
Cico. Rovinato, Deodata, rovinato.
Scorgendo Lia e cavandosi subito il berrettino:
Ah, c' anche lei, signorinella? servo!
Di nuovo a Deodata:
Rovinato.
Deodata. Chi t'ha rovinato, sciocconaccio?
Lia. Pap, scommetto.
Cico. E il diavolo! pap e il diavolo. Tutt'e due. Capita, signorinella. Pi uno santo e pi il diavolo gli sta attorno.
Starnuta.
Permette?
Si rimette il berretto.
Se Dio liberi mi metto a starnutare, son capace d'infilarne cento; e addio, non parlo pi!
Lia. Che t'hanno fatto, pap e il diavolo?
Cico. Rovinato, le dico. M'era venuta un'idea, un'idea! Facevo danari a palate. Avevo trovato la professione. M'ero patentato.
Deodata. Non chiedevi pi l'elemosina?
Cico. Che elemosina! Esattore. Patentato.
Deodata. Tu, esattore?
Lia. Di chi?
Cico. Di Dio, signorinella. Esattore di Dio. Avevo combinato una filastrocca che appena mi mettevo a recitarla, lei non pu figurarsi la gente che facevo.
Uomini e donne, d'ogni ceto, et,
professione,
marinai, campagnuoli, cittadini,
tutti siamo inquilini
del Signore.
Inquilini del Signore, proprietario di due case.
Due case,
s,
due case.
L'una noi la vediamo eccola qua.
E sarebbe il Signore buon padrone
per tutti quanti a un modo,
se tanta e tanta genie,
avara e prepotente,
non s' ne fosse fatta casa propria,
quand'essa
dovrebbe invece esser casa comune.
C' chi ha granajo, dispensa, rimessa,
e chi non ha n fune
n tanto muro da piantarvi un chiodo
per potersi impiccare;
e i pi son questi, e sono come me.
Ma gli altri intanto debbono, pensare
che pur padrone Dio
dell'altra casa, la casa di l,
di cui comanda che ciascuno paghi
anticipata la pigione qua.
I poveri, com'io,
la paghiamo ogni giorno con le pene
nostre, puntualmente, a tutte l'ore;
ai ricchi invece per pagarla basta
che facciano ogni tanto un po' di bene.
Ne viene,
signori miei, ch'io sono veramente
per conto del Signore
di questo po' di bene
stende la mano.
l'esattore.
Piovevano i denari, signorinella. Come grandinate. Ora con questa diavoleria dell'ospizio che suo pap vuole fondare, lei lo capisce, che pigione anticipata pi, per la casa di l! tutti mi diranno: Ora qua la casa ce l'hai anche tu: vatti a riporre! .
Deodata. Bravo, Cico. Credi dunque anche tu che quest'idea dell'ospizio sia un suggerimento del diavolo?
Cico. Altro che! Ne ho in me la prova. Sapete che ce l'ho dentro!
Lia. S, s: il diavolo che dice di no.
Cico. le giuro: sempre: senza ch'io lo voglia: io dico di s, e lui dice di no; con la mia stessa voce, sotto sotto, mentre sto parlando. Guardi, jeri, davanti allo specchio d'uno sporto di bottega. Dico: Dio, ma perch? Ci hai dati i denti, e a uno a uno ce li levi; la vista, e ce la levi; la forza, e ce la levi. Ora guardami, Signore, come m'hai ridotto! Di tante cose belle che ci hai date, nessuna dunque dobbiamo riportarne a Te? Bel gusto, di qui a cent'anni, vedersi comparire davanti figure come la mia! .
Deodata. Questo era il diavolo; mica tu!
Cico. Positivo! Il diavolo. E fui tanto contento che Monsignor Lelli, passando, gli diede la risposta che si meritava: Sciocconaccio, Dio ti riduce cos perch non ti costi tanta pena il morire! .
Deodata. Benissimo!
Cico. Gi. Ma sapete che cosa questo schifoso diavolaccio ha osato ribattere sotto sotto? Ma potrebbe coi denti levarci anche il desiderio di masticare, e non ce lo leva! . Si misero a ridere tutti anche Monsignore; e io ci son rimasto brutto. Fanno male, fanno male a ridere e a lasciarmelo cosi senza risposta. Non son cose a cui ci si dovrebbe divertire! Questa dell'ospizio di carit era una cosa che mi diceva lui, dentro.
Deodata. Il diavolo?
Cico. Il diavolo, ogni volta che finivo la filastrocca: Ma se intanto una casa i poveri l'avessero anche qua! . Capite? Ed ecco che il padrone ce la d davvero.
Si sente la voce del dottor Gionni su per le scale.
La voce del Gionni. Rediviva! Rediviva!
E il dottor Gionni appare con una coniglietta bianca tra le mani e corre verso la sediola a ruote di Lia. un bell'uomo antipatico, con barba bionda, ampia, e occhiali d'oro, sulla quarantina; indossa un lungo camice bianco di tela, con cintura in mezzo.
Gionni. Eccotela qua, rediviva, la tua coniglietta.
Lia (tutta fremente d'una gioja quasi sgomenta, prendendo la coniglietta). Viva? Oh Dio! S s! Guarda!
Deodata. Possibile?
Gionni. Da jersera, si, poco dopo che me la portai via...
Lia. Ah, cos subito?
Gionni. Non te n'ho detto nulla stamani, perch ho voluto prima accertarmi...
Lia. ma che le ha fatto? com'ha fatto?
Gionni. Niente. Una punturina.
Lia. Ah, la mia Riri! Dove?
Gionni. Al cuore.
Lia (stupita). Al cuore? Ed resuscitata?
Gionni. Non la prima.
Diego. Ah le sembra normale che si possa?...
Gionni. Se lei fosse informato...
Diego. Sono informato! Si leggono purtroppo nei giornali, queste e altre simili prodezze. E so lo scempio che lei fa di codeste bestiole nel suo laboratorio. Ne ho orrore.
Gionni. Ma questa l'ho rimessa in vita
Monsignore (subito). da morta che pareva.
Gionni (pronto e fermo). Era, non pareva.
Diego. Mi sa dire come fa lei ad affermarlo?
Gionni. Eh, vuole che un medico non sappia?...
Diego (troncando, severo). Io so che Dio solo pu, per un miracolo, richiamare da morte a vita.
Cico. Ecco: bene!
Monsignore. Proprio cos!
Gionni. Credo anch'io cos, Monsignore. Dio solo. Non presumo mica d'averlo fatto io il miracolo: posso anche considerar la scienza come uno strumento di Dio. Tutto sta a intenderci.
Monsignore. Ma su che vuole intendersi lei, dice sul serio?
Gionni. Sula sua fede e su la mia.
Diego (sdegnato togliendo di mano a Lia la coniglietta e dandola a Gionni). Prenda: se la riporti al suo laboratorio!
Lia (di scatto). No, la mia Riri!
Diego. Basta, Lia!
Gionni. Iom'ero inteso, signor Spina, di procurare una gioja alla sua figliuola. Mi ringrazia cos?
Monsignore. La fede una sola!
Gionni. E comanda di riportare al laboratorio questa bestiola?
Lia. No, pap!
Monsignore (a Lia). Se Dio te l'aveva tolta...
Gionni. Dio gliela rid!
Diego (non potendone pi). La prego, insomma, dottore!
Gionni. E va bene, me la riporto via, me la riporto via.
S'avvia per la scala. Prima di scendere si volta a Lia.
Stai tranquilla, cara, te la tengo in vita!
Diego (chinandosi amoroso verso la figlia che piange). Non voglio, non voglio che tu pianga, Lia... Tu sai come si fa... Si offre a Dio...
Lia. S, pap... s, s... Vado, vado...
S'avvia verso casa su la sua sediola a ruote e scompare per uno degli usci sotto il porticato. Tutti la seguono con gli occhi.
Monsignore. Forse potevate lasciargliela.
Deodata (rabbiosa, commossa). Mi pare! Una gioja cos innocente...
Monsignore. No, ecco, a dir proprio, innocente no, se riavuta con quel mezzo!
Diego (un po' pentito). Avete pur sentito che per lei quella bestiola era morta!
Deodata. Riaverla viva...
Diego(rivoltandosi iroso). Ma lo capite bene ci che dite?
Cico. Morta e rediviva!
Diego. Credere possibile una tal cosa; e d'averne la prova li sulle ginocchia? Mi ha fatto un tale impeto dentro...
Deodata. ma chi? la bambina?
Diego. no, sentir parlare quell'uomo!
Deodata. e che c'entrava la bambina? Strapparle con tanto sgarbo quella bestiola dalle mani...
Diego. lo sto confessando, mi pare.
Deodata. non aveva supposto proprio nulla del male che lei ci ha visto! Oh, senta, infine; io glielo dico qua, davanti a Monsignore. Le prove che Dio ci manda accettarle con rassegnazione sta bene; tutti i sacrifizii, tutti, se comandati da Lui compirli con gioja sta bene. Ma dev'esser Lui, o il suo vicario, in terra; guardi, anche Monsignore, se in nome di Lui me li comanda. Ma lei, no! Lei, se vuole, pu sacrificare se stesso...
Diego. io...
Deodata. s, s' sacrificato, tutta la vita! ma pretenderlo dagli altri, il sacrifizio, no!
Diego. Io, lo pretendo? contro la volont?...
Deodata. Eh, mi pare! Volont... Che volont vuole che abbia la sua figliuola di fronte a lei? S, s, lei sacrifica tutti con s! Forse non se n'accorge nemmeno. Ma guardi: ora stesso, con quello che vuole fare...
Diego. che voglio fare?
Deodata. quel suo ospizio!
Diego. ah, l'ospizio... ancora con quest'ospizio!
Deodata. Scusi: ha pensato a me? voglio dire al bene che ho sempre voluto a quella sua creaturina disgraziata? a tutte le cure mie, amorose, che ora le verranno a mancare?
Diego. Perch a mancare?
Deodata. Me lo domanda? Non pretender mica ch'io venga in quel suo ospizio tra i mendicanti giubilati! Ho sentito dire che ci accoglier anche la Scoma!
Cico. S, s, lo va dicendo lei, la Scoma!
Deodata. Ma si sa, per premiare la virt!
Monsignore. Smettetela, Deodata!
Deodata (come non se ne possa dar pace, rivelando il dispetto d'una antica rivalit). Quella strega che va accattando col suo ritratto in cornice, appeso al collo come un abitino! E non la chiede mica in nome di Dio l'elemosina, che! in grazia di quella che fu, che lo sanno tutti, e lo dice del resto quel suo ritratto. Si provi a non fargliela: le sputa dietro bestemmie e certe parolacce...
Monsignore. V'ho detto, smettetela!
Deodata. S, Monsignore, ma capir...
Monsignore (con un'intenzione sottintesa). Se v'ingegnaste di capire un po' voi, piuttosto!
Deodata. Capisco! Capisco! E giacch lei dice cos... vogliono permettere? no, non a me permettere alla mia coscienza di parlare? Calma, calma, non dubiti. coscienza: ci guardino dentro. Posso sbagliare. Ma debbo parlar chiaro. E dire tutto.
A Diego:
un pretesto, non altro, un pretesto per la sua debolezza, questa fondazione che vuoi fare dell'ospizio nel podere!
Diego. Debolezza?
Deodata. s: di non aver saputo cacciare da quel podere...
Monsignore (severissimo). zitta, Deodata!
Diego. Nono: la lasci dire!
Deodata. sua moglie, che ci vive da tant'anni in peccato mortale con un uomo, suo servo, con cui ha avuto due figli.
Diego (con dolente semplicit). Perch dite debolezza?
Deodata. Oh bella! Perch non ha avuto il coraggio...
Diego (pronto, troncando). l'ho avuto; contro di me! Tanto pi grande, quanto pi m'ha umiliato nella stima degli altri: ecco, di voi che dite debolezza.
Deodata. Ma scusi, c' o non c', qua, sua figlia? E i medici, hanno, s o no, prescritto per lei la campagna? Dovrebbe ora sua figlia lei sola darle la forza di fare ci che avrebbe dovuto da tanto tempo. E lei invece l'ha tenuta in casa, per lasciar godere la campagna alla madre indegna.
Diego (forte, per troncare). Non dite cos: non sapete quello che vi dite!
Deodata (dopo una breve pausa, a voce bassa, come se non potesse farne a meno, di dirlo almeno a se stessa). Lei capace finanche di difenderla!
Diego (subito, pronto). No. La difendete voi, invece, senza saperlo.
Deodata. Io?
Diego. Voi, s. Perch ella voleva appunto per la figlia quello stesso che volete ora voi.
Deodata. La campagna?
Diego. La campagna.
Pausa. Poi:
Perch credete che si sia allontanata da me? Non potemmo mai metterci d'accordo sul modo d'allevare prima, e poi d'educare i figliuoli.
Deodata. Ah, per questo?
Diego. Per questo, per questo.
Altra breve pausa.
Monsignore, li amava, d'un amore... non so, troppo carnale, a mio giudizio. Come tante madri, del resto.
Cico. Eh, una mamma...
E subito si tappa la bocca.
Diego. E fu proprio per lei, per la bambina, quand'ammal credette per mia colpa perch avevo voluto metterla troppo piccina in collegio dalle suore m'odi non pot pi sopportare la mia vista maledisse la casa e se n'and a vivere nel podere...
Deodata. con quello?
Diego (sdegnato). ma che con quello! (fu due anni dopo) nel podere, aspettando che le recassi l la bambina, persa ormai nelle gambe.
Deodata. Ah e lei?
Diego. Non volli.
Deodata. Fece male!
Diego (a Monsignore). Impose per la riconciliazione il patto che riprendessi in casa anche l'altro figlio.
Deodata. Lucio?
Diego. Lucio levandolo dal Seminario dove era stato messo. Monsignore, forse l'avrei fatto. Ma ammettere come una mia colpa
Monsignore. la sventura della bambina?
Diego. (in coscienza, non potevo riconoscermela) e ritrarre, come per ammenda a questa colpa, Lucio dalla carriera ecclesiastica, m'avrebbe condotto a fare dei miei figli, d'allora in poi, ci che avrebbe voluto lei
Monsignore. inevitabilmente
Diego. a derogare a me stesso, al mio sentimento, ai miei principii...
Monsignore. E dite che l'avreste fatto?
Diego. Fui sul punto di farlo, si; pi volte.
Monsignore. Male!
Diego. Potei capire, grazie a Dio, ogni volta, che l'avrei fatto perch amavo e desideravo ancora quella donna
Monsignore. ecco!
Diego. e che solo per questa vilt della mia carne...
Monsignore. ecco, ecco
Diego. Mi vinsi. E nessuno seppe mai tra quante lagrime ricusassi d'arrendermi, e con quale speranza segreta che s'arrendesse lei, invece, per piet della figlia inferma.
Deodata. Avrebbe dovuto sentirla!
Diego. Senti pi forte l'odio per me; e non s'arrese.
Deodata (di scatto, diabolica). Lei l'ama ancora! l'ama ancora!
Diego. Ma no, che dite!
Deodata. Si vede! si vede! Lei l'ama ancora!
Cico (tutt'un fremito). Ecco, ecco il diavolo! Lo stava per dire il mio, e l'ha detto il suo!
Diego (con un sorriso triste). S, Cico, il diavolo davvero. Che male vuoi che cisia pi in questo amore che devo avere, si, anche per lei; non vero, Monsignore?
A Deodata, dopo una pausa:
Vedete bene che sarebbe ingiusto un doppio torto da parte mia se mi valessi ora del bisogno che Lia ha della campagna per la sua salute, cio proprio di quello che ella voleva allora per la figlia; e per cui, non essendomi io arreso, lei si trova ora in peccato.
Deodata. Non vorr credere, adesso, per causa sua!
Diego. Se io le avessi portato l i figli...
Monsignore. No, no. Il vostro torto stato un altro, stato un altro: non averla cacciata a tempo, voglio dire appena veniste a sapere che s'era messa con quell'uomo
Diego. s, ma...
Monsignore. Non dovevate tollerare che seguitasse a vivere da adultera in casa vostra: se il podere era vostro (io credevo, di lei)
Diego. no, mio, mio
Monsignore. stato enorme! Ma non avendolo fatto a tempo, quando ne avevate tutta la ragione, non potete pi, certo, farlo adesso
a Deodata:
non pu, col pretesto della salute della figlia, che darebbe ragione a lei e torto a lui.
Diego. Perch lei non sa, Monsignore, quello che si produsse in me quando venni a sapere; ci che nel primo impeto mi vidi in procinto di fare! Tenermi; non far nulla cos vivere del mio strazio; lasciarlo durare, durare, senz'offrirgli il pi piccolo sfogo, anzi, come un bottone di fuoco, lo scherno della gente, fu la mia vittoria: il martirio. Lungo. Lungo, perch la ferita mi si riapriva sempre, e il sangue sangue cattivo tornava a sgorgare. Mi dissero che s'era privata di tutto; che aveva buttato via i suoi abiti da signora...
Deodata. ma perch sa che, vestita come veste
Diego. da contadina?
Deodata. eh s, sta un amore: lo dicono tutti: una simpatia!
Cico. Bella, s, bella: sembra ch'abbia ancora vent'anni! Quando passa, si voltano tutti a guardarla. Pare il sole! Un miracolo.
Deodata (alludendo all'amante servo). Lavuole lui, cos bella!
Diego (con urlo improvviso, violentissimo, che sconcerta e fredda tutti). Basta! Non posso sentirlo dire da voi!
Deodata (sordamente, dopo una pausa). Ne ha parlato lei...
Diego. Non si diede per vizio a quell'uomo. N lui come voi ve lo figurate. Lei sa, Monsignore, che ha mandato sempre a mio nome all'ospedale tutti i proventi del podere, dopo che io la prima volta li rifiutai. E i proventi sono sempre cresciuti, d'anno in anno. E il podere divenuto il pi ricco, il meglio beneficato di tutti i nostri dintorni.
Cico. Ah, un paradiso: il paradiso terrestre! Io ci vado, e lo so. E quei due ragazzi pi belli della madre, che gi lavorano oh! zappano, con due zappette cos, accanto al padre, pieni di salute.
Diego. Certo, sar un danno cacciarli via: dico per l'ospedale.
Deodata. Eccoche pensa all'ospedale adesso!
Diego. Penso che vivono da poveri, beneficando; e che ora, se li mando via, dovranno provvedere a s
Deodata. sar la loro punizione!
Diego. sia! ma il bene che intanto facevano, non deve andar perduto; dovr farlo io, ora, ad altri, lo stesso bene
Deodata. fondando l'ospizio in quel podere? roviner il podere, e il bene sar poco; mentre n'ha gi fatto tanto che potrebbe bastare oramai: s' spogliato di tutto! Ecco, Monsignore, io volevo dir questo: se ne ha il diritto, con la figliuola cos.
Diego. Non ha bisogno di nulla, la mia figliuola: solo di raggiungere, quando a Dio piacer, ci che in terra non ha potuto avere. Dire non basta, bisogna provare la povert. E allora, via tutto! Mia figlia vivr in campagna, ma vi vedr povero tra poveri suo padre; e ne sar contenta, vedendomi contento ah s, alla fine! cos soltanto! Non potrei altrimenti figurarmi quei due cacciati dalla terra, raminghi in cerca di lavoro.
Voltandosi di scatto a Deodata
Non mi guardate con codesti occhi! Prego Dio ogni sera che mi richiami a s, non per avere io un sollievo da queste prove che ha voluto mandarmi, ma per levar loro dal peccato in cui vivono. Perch io so che lei ha trovato un uomo, ha trovato un uomo.
Il cielo, a questo punto, col tramonto, diventato tutto di fiamma. Si ode dal fondo della scala il suono di un campanello.
Deodata. Suonano. Chi sar? La porta dev'essere aperta, se non l'ha chiusa lei.
A Cico:
Va', va' a vedere chi .
Cico va alla scala; fa un atto di stupore, quasi di sgomento, e torna indietro.
Cico. Uh! Lei! Lei! La signora!
Diego. Lei qua?
Cico. S, tutta vestita di rosso, e il manto nero!
Deodata. Avr saputo, e forse viene...
Monsignore. Per il podere?
Diego. E come osa?
Monsignore (vedendola apparire e fermarsi nel largo della scala). Eccola qua!
Diego (piano). Ritiratevi. Lasciatemi solo con lei.
A Deodata:
Attenta a Lia.
Monsignor Lelli, Deodata e Cico si ritirano ed escono per uno degli usci sotto il porticato. Sullo sfondo del cielo infiammato, Sara, tutta rossa e col manto nero, sembra un'irreale apparizione di ineffabile bellezza: nuova, sana, potente.
Sara (assorta, guardando e comparando col ricordo, le cose come ora le rivede, pi anguste, meschine). Il giardino... la casa...
Diego. Hai potuto osare, davanti a tutti, ripresentarti a me?
Sara (c. s.). E anche tu... Dio mio, che faccia...
Diego. Lascia stare la mia faccia! Dimmi perch sei venuta!
Sara. Non temere. Appena la gente sapr perch, comprender che dovevo venire e non ne far maraviglia. D'altro avr da maravigliarsi; non di questa mia venuta.
Diego. Vieni perch hai saputo?
Sara. dell'ospizio? No.
Ride.
Ah, tu hai temuto che venissi a intercedere, a pregarti di lasciarci nel podere?
Diego. Non vieni per questo?
Sara. Ma no! Noi non viviamo del tuo podere
Diego (rapido, cercando d'interrompere). lo so, lo so
Sara. e dunque? viviamo del lavoro che vi facciamo e che domani possiamo fare anche altrove. Questo per noi non ha importanza. Potrebbe averla al pi al pi per i poveri malati dell'ospedale.
Diego. L'ho detto or ora anch'io
Sara. ecco e giacch ne parli tu (io ho ben altro da dirti, e non pensavo venendo di doverti parlare di questo) ma giacch ne parli tu
Diego. no: prima dimmi la ragione per cui sei venuta
Sara. aspetta: se cerchi una scusa per mandarci via
Diego. non una scusa!
Sara. che vuoi che se ne facciano, del podere, questi vecchi mendicanti della citt, avvezzi a girovagare tra la gente? Chiusi l, si sentirebbero in prigione: puniti e non beneficati. In capo a un anno, il podere morrebbe in mano a loro
Diego. ci sar io, con loro
Sara. tu? e che potresti far tu con codeste braccia? Mi fai ridere! Non l'hai pi veduto e non sai com'; quello che ne abbiamo fatto! Non c' pi un palmo di terra che non sia coltivato
Diego. lo so
Sara. l'orto, la vigna, il frutteto; uh, frutta per tutte le voglie! Abbiamo trovato l'acqua, sai? quella vena che tu dicevi, che certe volte, ricordi?, si sentiva scorrere sotto il ciglio del sentiero che conduce alla vallata: quella! Una ricchezza. Ha rinfrescato e rinnovato tutto. Tre vivai grandi sempre pieni, e scorre per le zane, da per tutto, allegra, e ti fa tirare dal fondo dei polmoni il respiro quando ne senti il fragore, certe sere di caldo. Ebbene, guarda, se quest'ospizio una scusa, non pensarci pi.
Diego. Non una scusa, t'ho detto.
Sara. Ce n'andremo via; via da noi; anche domani stesso, se vuoi, senza darti nemmeno il disturbo di cacciarci tu. Mettici un altro fattore, per onesto e che sappia lavorare. Fai cos. E fallo, dai ascolto a me, fallo per il sangue tuo! Come vuoi lasciarli, questi figli, ci pensi?
Diego. I figli... Sguiti a volertene dar pensiero, ancora?
Sara. Dici a me, ancora? tu? E chi mi neg di darmene pensiero sempre, sempre; e soltanto di loro?
Diego (infoscandosi). Lasciamo questo discorso.
Sara. Non volesti pi tu, ch'io fossi madre per i miei figli, a costo di fare anche a meno della moglie!
Diego. S. Perch volevo che la moglie fosse madre per i miei figli, educandoli a mio modo.
Sara. Ah no, questo no! questo mai!
Diego. Dunque vedi?
Sara. Il fatto mi dimostra, ora pi che mai, che avevo ragione io, sai? io e non tu!
Diego. Lasciamo, lasciamo questo discorso.
Sara (indica il Crocefisso). Tu non vedi che Quello, e a tuo modo soltanto!
Diego. Non bestemmiare!
Sara. Io? Sono la prima a inginocchiarmi. Ma Quello, sai, li per dare la vita, non per dare la morte!
Diego. Ma sta' zitta! Che vuoi parlare tu di vita e di morte? Ti sei dimenticata che la vita vera di l! Quand' finita la carne...
Sara. Io soche ce l'ha pur data Dio, anche questa di carne, perch la vivessimo qua, in salute e letizia! e nessuno pu saper questo meglio d'una madre! Volevo la gioja, io, la gioja e la salute per i miei figli! E anche la ricchezza, si: per loro, non per me (io ho fatto e faccio la contadina!). E se tu lasci il podere per i tuoi figli guarda sar felice d'aver lavorato con queste braccia lavorato davvero, sai! a renderlo ricco come ora , per loro!
Diego. Ne hanno fatto a meno finora, con l'ajuto di Dio, e possono seguitare a farne a meno.
Sara. Che ne sai tu?
Diego. Lo so.
Sara. Tante cose possono avvenire che tu non supponi nemmeno!
Diego. Intanto, per una, ho gi provveduto. E quanto a Lucio...
Sara (come se l'aspettasse a questo). Quanto a Lucio?
Diego. Ha gi i suoi ordini.
Sara. E se non gli bastassero pi?
Diego. Come, se non gli bastassero? Gli debbono bastare!
Sara. Lucio da jeri con me.
Diego (restando). Lucio? Che dici? Con te, dove? tornato?
Sara. Tornato, s. Ed venuto da me. Ecco perch ti dicevo che il fatto, ora pi che mai, mi d ragione.
Diego (ancora quasi incredulo). Lucio venuto da te?
Sara. Mi vedi qua per questo. Tuo figlio venuto da me.
Diego. Ma come, venuto? Gli hai scritto? L'avrai chiamato tu?
Sara. Come avrei potuto chiamarlo io? No. E perch?
Con fastidio.
Ah, tu pensi ancora per il podere? Ti dico che sono pronta a lasciartelo anche domani!
Diego. Allora... spontaneamente? E per qual ragione?
Smarrendosi.
venuto senza farsi vedere qua... Non ha pi scritto... Che gli avvenuto?
Sara. Ionon so. Ero nell'orto. Me lo vedo comparire davanti. Non l'ho riconosciuto in prima; e come avrei potuto riconoscerlo?
Diego. Ma venuto da te, per che fare? Che t'ha detto?
Sara. Ah, cose m'ha detto... non posso ripetertele cos... Bisogna che tu lo senta parlare!
Diego. Cose... cose per te?
Sara. Non per. me per tutti!
Diego. Dev'essersi impazzito!
Sara. No! Che impazzito! un altro!
Diego. Un altro? Che vuoi dire? T'avr pur dato una ragione della sua venuta!
Sara. S. Per riconoscermi.
Diego (stordito). Riconoscerti?
Sara. S. E rinascere. Lui, da me. Rinascere da me, sua madre. L'ha detto! Lo guardavo, smarrita. Che viso s' fatto: di cera! E che occhi! Mi vedo tendere le braccia, e con due lagrime che gli sgorgano da quegli occhi... Mamma! Mi son sentita... mi sono sentita ribenedetta! M'ha abbracciata; ha pianto su me, a lungo, a lungo, tremando tutto tra le mie braccia. Non ho mai sentito nessuno tremare cos!
Diego (quasi tra s). Ah Dio, ah Dio, ajutami, sostienimi, Dio! Dio, Dio, che vuoi tu da me?
A Sara:
Ma come? Senza pensare che l, dov' venuto a trovarti, tu vivi con uno che non suo padre; e che egli...
Tutt'a un tratto, come fulminato da un dubbio:
Ma forse... Ah Dio... forse non ha pi l'abito?
Sara. No.
Diego (com'atterrito). S' spogliato dell'abito? Ha buttato via l'abito?
Sara. Ma sentissi come parla ancora di Dio!
Diego (farneticando). Dov'? Dov'? dimmi dov', nel podere?
Sara. No; venuto con me, per parlarti.
Diego. Vuole parlarmi?
Sara. Spiegarti.
Diego. Dov'?
Sara. S' fermato alla porta della citt, in casa di mia sorella.
Diego. Ah, vado, vado, vado...
E si precipita, com'impazzito, gi per la scala. Sara resta perplessa e un po' sgomenta di quella fuga; si guarda attorno; scorge Cico che guarda col suo berrettino rosso da una delle colonnette del portico e lo chiama con la mano. Il cielo, d'improvviso, da rosso che era, s' fatto violaceo, e la scena appare come freddata d'un tratto da quella livida luce sinistra.
Sara. Vieni, vieni. Bisogna corrergli dietro; io non posso. tornato Lucio, senza pi l'abito.
Cico. Ah s?
Sara. S, s. E corso com'un pazzo. Avverti, avverti in casa. Io scappo. Bisogna badare a lui!
Via di fretta, per la scala.
Viene fuori da uno degli usci del portichetto Deodata a spiare; e subito Cico la chiama. Deodata accorre.
Deodata. Che t'ha detto? E lui perch scappato?
Cico. Lucio, Lucio... il diavolo... Ha buttato via la tonaca!
Deodata. Lucio? Te l'ha detto lei?
Cico. Lei, lei! il diavolo!
Deodata. Ah Dio, ajutaci! E che avverr adesso di quell'uomo?
Cico. corso via, s' precipitato! Gli corro dietro!
Via di furia per la scala.
Deodata. S, vai vai! Ma dove sar andato? Oh Signore Iddio! E tutta vestita di rosso era, come una vampa dell'inferno! Per dare quest'annunzio!
S'appressa al porticato.
Monsignore, Monsignore!
Entra, costernato, Monsignore.
Monsignore. Che cos'? che cos'?
Deodata. Lucio s' spogliato da prete!
Monsignore. No! Che mi dite!
Deodata. venuta lei a dargliene l'annunzio! E lui scappato via!
Monsignore. Dove?
Deodata. Non lo so! E scappato!
Si sentono prossime grida confuse, affannose, che si avvicinano sempre pi.
Monsignore. Sentite? Che avviene? Gridano!
Grida. Piano piano... Di l! Per quella scala!
Ma com' stato?
Ah, il signor Spina!
Piano! Piano per la figlia!
Ma morto? Com' stato? Ah poveretto! Attenzione! Attenzione a salire!
Rivoltatevi! La testa in su! La scala erta!
Deodata (accorrendo alla scal). Ah Dio, il padrone! Che stato?
Cico (risalendo la scala). Investito! investito!
Monsignore. Correte, Deodata, impedite alla figlia di venire.
Deodata. Ma non sar morto!
Monsignore. No, no, speriamo di no! Andate, andate!
Viene su dalla scala affannosamente un gruppo di gente della strada che sorregge per la testa e per i piedi il corpo abbandonato di Diego Spina, e va con stento a deporto su uno dei sedili del giardino, bene in vista. Qualcuno avr in mano un lanternino acceso. Deodata corre verso la casa. Quando il gruppo dei portatori avr superato la scala, davanti a questa, parato da Cico, si vedr un altro gruppo di curiosi costernati.
Voci dei portatori. Su, su, piano!
Di qua, di qua!
Deponiamolo su quel sedile!
S, s, piano, di qua!
Monsignore. Ma non ferito!
Uno dei portatori. No, nessuna ferita!
Monsignore. Ma com' stato?
Un altro dei portatori. S' gettato contro un'automobile!
Monsignore. Come, da s? Impossibile!
Il primo. Eh, pare!
Un terzo. No, correva all'impazzata!
Un quarto. parso a tutti!
Monsignore. Impossibile! Impossibile!
Il primo. L'automobile ha sterzato
Il secondo. non l'ha messo neanche sotto!
Il terzo. ma l'ha sbatacchiato con tale impeto contro il muro, che subito cascato l, come un cencio.
Monsignore. Non d pi segno di vita!
Il quarto. No? Fino a poco fa respirava.
Monsignore. gelato!
Cico (dalla scala, facendo largo tra i curiosi). Ecco il dottore! ecco il dottore! Largo! Largo!
Accorre dalla scala un medico chiamato l per l in qualche farmacia.
Il Medico (accorrendo, a Cico che vorrebbe ragguagliarlo). Ho saputo, ho saputo, investito! Fate largo! Lasciatemi vedere!
Si china su lo Spina, lo osserva un momento, gli sbottona il colletto, la camicia, il panciotto, gli ascolta il cuore. Nel frattempo, gli astanti commentano sottovoce.
Gli astanti. Pare morto!
Eh s...
Che disgrazia!
Silenzio!
Il Medico (sollevando il capo). morto.
Gli astanti (con diverse voci). Morto?
Il Medico (dopo essersi di nuovo chinato a riascoltare il cuore del giacente, tra lo stupore angoscioso, la piet e lo sgomento di tutti, conferma rialzandosi). Morto.
T E L A
ATTO SECONDO
Atrio rustico della casa di campagna di Diego Spina. L'atrio coperto da una tettoja, di cui si vedono le tegole, spioventi verso il fondo; e poggia su due pilastri imbasati su un murello basso di cinta che si apre nel mezzo per dare accesso nell'atrio mediante uno scalino. Lungo il murello di cinta un sedile di pietra. Nel fondo il podere: tripudio di verde nel sole: un paradiso. Nel lato destro dell'atrio l'apertura della scala che conduce al piano superiore della villa. D qua e di l sono altri due sedili di pietra, addossati al muro. Verso il fondo, dopo il sedile, un usciolo. Nel lato sinistro la porta che immette, mediante uno scalino d'invito, nell'abitazione del fattore. Nel mezzo della scena una vecchia tavola rustica e vecchie seggiole e qualche sgabello.
Al levarsi della tela sono in iscena Arcadipane e un contadino, gi carico di fagotti. Un altro fagotto per terra, e una grossa bisaccia sulla tavola. Arcadipane, alto, poderoso, con la barba crespa, nera, occhi grandi, ridenti e ingenui come quelli di un bambino, porta in capo un berretto nero villoso, che s' fatto da s, dalla pelle d'una capra; veste da contadino, di panno turchino, con gli stivaloni; invece del panciotto, sulla camicia bianca di grossa tela, ha un'altra camicia di albagio, violacea, a quadri rossi e neri. Il colletto floscio della camicia di tela rimboccato su questa d'albagio. Alla vita una cintura di cuojo.
Arcadi pane (prendendo da terra il fagotto). Vedi se puoi, portare anche questo, cos avremo finito di sgomberare.
Carica con garbo il fagotto sulle spalle del contadino. Intanto dalla porta a sinistra esce un altro contadino carico d'una cassa dipinta di verde. Lo segue Sara. Da lontano, si odono i sonagli d'una carrozza che si avvicina.
Sara. Anche questa cassa sul carretto?
Arcadipane. S.
Al contadino:
Ma aspetta a scaricarla. Vengo io. Bisogna trovarle posto; e legar tutto bene. Andiamo. Io prendo la bisaccia.
La prende.
Sara. Sulla mula, la bisaccia.
Arcadipane. Oh, viene una carrozza: non saranno mica loro?
Sara. No. Tropppo presto.
Arcadipane. Sunon resta pi nulla?
Sara. Pi nulla. Va', va' a vedere chi pu essere. Ma non possibile che siano loro.
Rientra in casa.
Arcadipane dall'atrio segue i contadini che gi sono svoltati a sinistra, uscendo dal fondo. La scena resta vuota per un momento. Rientra dal fondo Arcadipane seguito dal dottar donni.
Arcadipane. Ecco, entri, signor dottore. Se vuoi salire non so qua da me, o dal figlio.
Indica la scala a destra.
Gionni. No no. Riparto subito. Ritorner, dopo la visita che debbo fare qua vicino, nella campagna del Lotti.
Arcadipane. Ah, per la madre: lo so. Pare che stia molto male.
Gionni. Eh, purtroppo. Passando, mi son fermato per prevenirvi...
Arcadipane. aspetti: chiamo Sara.
Va alla porta a sinistra, sale lo scalino e chiama:
Sara, vieni: c' qua il signor dottore.
Sara entra dalla porta a sinistra.
Sara (in apprensione). Che altro di nuovo?
Gionni. Nulla, non s'allarmi. Voglio soltanto prevenire Lucio d'una cosa.
Sara. Dev'esser su, Lucio. Strano che non abbia sentito i sonagli della vettura.
Gionni. Dormir.
Sara. No. Magari! Non dorme pi. E sono tanto in pensiero per lui, creda. Ora poi, con questa disgrazia del padre...
Gionni. S, ma ormai...
Sara. Lei non pu immaginarsi quella sua povera testa
Arcadipane. senza mai requie
Sara. con quegli occhi io non so come induriti, s, mi fanno questa impressione: induriti dal dolore eppure, accesi come avesse la febbre. Quello che pensa! Jersera m'ha detto che forse prossima la resurrezione del padre.
Arcadipane. Oh come? E non gi risorto? col miracolo...
e accenna al Gionni.
Gionni. Per carit, non dite miracolo, non dite miracolo anche voi!
Arcadipane. Logridano tutti a una voce!
Gionni. ben questo il male, a cui bisogna riparare!
Arcadipane. Male? Ne siamo sbalorditi tutti ancora! Non si parla d'altro nelle campagne.
Sara. E figurarsi in citt!
Gionni. Gi, ma figuratevi anche lui, ora; voglio dire, quel che c' da temere per lui, appunto per questo.
Arcadipane. Perch tutti gridano al miracolo della risurrezione?
Gionni. Appunto, appunto. Non lo pu ammettere, lui, codesto miracolo, credendo come crede.
Arcadipane. E perch no?
Gionni. Perch Dio solo pu richiamare da morte a vita.
Arcadipane. E come? non stata forse volont di Dio?
Gionni. Ecco! Bravo! Non sono mica un diavolo per voi?
Arcadipane. Che dice mai, signor dottore!
Gionni. Mi vedo guardato da tutti come uno che abbia il potere infernale di resuscitare i morti...
Arcadipane. Eh, ne ha resuscitato uno!
Gionni. Appunto, per un miracolo! E proprio quest'uno, che dovrebbe ringraziarne Dio, mi fa stare ora in tanta apprensione che venga a saperlo!
Sara. Ah, ecco, dice forse per questo, Lucio, allora
Gionni. che cosa?
Sara. che prossima la sua vera resurrezione!
Gionni. Suppone che alla fine lo riconoscer anche lui?
Sara. Lospera, forse.
Gionni. Farebbe bene a non sperarlo tanto. Son venuto appunto a prevenirlo circa al modo di comportarsi con lui, appena verr; e ne prevengo anzi anche voi...
Sara. ma noi no, non lo vedremo noi, dottore: ce ne andremo prima ch'egli arrivi
Arcadipane. siamo sul punto d'andarcene
Gionni. ah, gi, scusate...
Sara. Vado su, vado su a chiamar Lucio.
Attraversa la scena ed esce, salendo la scala a destra.
Gionni. Eh, lo so! V'ho reso un cattivo servizio, Arcadipane. Certo, voi, all'annunzio della morte...
Arcadipane. non creder, signor dottore, che Sara ed io ce ne fossimo rallegrati
Gionni. non dico rallegrati, ma certo avreste potuto
Arcadipane. regolare la nostra unione? ah questo s, subito.
Gionni (quasi tra s). Strano!
Arcadipane. Che cosa?
Gionni. Potreste ancora...
Arcadipane. E come? con lui vivo?
Gionni. C' l'atto di morte
Arcadipane. sar annullato!
Gionni. per ora c' con tanto di firma del necroscopo. Legalmente, morto.
Arcadipane. Lei non lo dice sul serio...
Gionni. No, ma certo legalmente...
Arcadipane. Signor dottore, la legge... quella di Dio: non ce n' altra.
Gionni. Ma i vostri figliuoli...
Arcadipane. Baster loro non esser fuori della legge di Dio. Non ho nulla da lasciar loro, altro che l'esempio dell'obbedienza a questa legge. Mi duole il cuore per una cosa soltanto: che non udr pi la mia voce qua sotto le tegole di quest'atrio, che mi ricorda... ah se lei sapesse, quante notti, seduto su quello scalino l a guardare quella scala... S'immagini che amore ho potuto mettere a queste pietre, a questa terra, a ogni albero che vi ho piantato, con lei.
allude a Sara
che da padrona mi s' fatta compagna... Eccola che ridiscende col figlio. Mi ritiro. Non gli ho mai parlato; non mi son lasciato nemmeno vedere da lui.
Via per il fondo, svoltando a sinistra.
Vengono gi dalla scala a destra Lucio e Sara. Lucio ha ventidue anni. Esile, pallidissimo, col viso scavato dal travaglio spirituale che gli ha acceso negli occhi una luce febbrile. Ha mani sensibilissime, gracili; e se le stringe spesso convulso. Non affatto timido; anzi, come sospinto da un'ansia che, a volte, sembra irosa. Ha un po' d'impaccio dell'abito che indossa. Grigio, comperato belle fatto, piuttosto grezzo. Sembra un adolescente che porti per la prima volta i calzoni lunghi. Scende con la madre, in fretta.
Lucio. No, no dottore
Gionni. buon giorno, Lucio
Lucio. buon giorno io non potr tacere, gliel'avverto, non potr tacere, se egli viene qua
Gionni. io intendevo, su ci che gli accaduto
Lucio. tacere che cosa?
Gionni. ma questo che dicono un miracolo l'ajuto che ho prestato io...
Lucio. e perch tacerlo?
Gionni. perch ancora non ne sa nulla!
Lucio. nulla?
Sara. che stato lei?...
Gionni. per carit, non una parola su questo punto! Non ricorda nulla di nulla. Sa soltanto d'essere stato investito da un'automobile. Crede d'avere avuto una commozione cerebrale che gli ha tolto la memoria di tutto.
Sara. Non sa dunque nemmeno dell'atto di morte?
Gionni. Nulla, nulla! Non ne ha il minimo sospetto, vi dico. Ringrazia Dio, che oltre la commozione che, s, poteva essere mortale, non abbia avuto altro danno dall'investimento.
Lucio. E le pare possibile che non venga a saperlo?
Gionni. Quel che preme che non venga a saperlo ora, nello stato in cui si trova. Tu puoi comprendere che sconvolgimento avverrebbe nel suo spirito.
Lucio. E non crede che sarebbe salutare?
Gionni. No, Dio liberi! Levatelo dalla testa! Grid al sacrilegio per una coniglietta resuscitata, figurati ora, se venisse a sapere... Ti giuro, Lucio, che se non era per la tua sorellina che mi gridava disperatamente di dare a lui quello stesso ajuto, io per me avrei esitato, me ne sarei fatto scrupolo, proprio per le conseguenze...
Lucio. e se ora io contassi?...
Gionni. ma no, che dici? su queste conseguenze?
Lucio. per richiamarlo alla vita, dottore, e far che Dio veramente nel suo corpo rimesso in piedi compia intero il suo miracolo!
Gionni. Vuoi dunque rischiare d'ucciderlo?
Lucio. Io? No, dottore. Guardi che lo rischia lei, piuttosto.
Gionni. Come? Perch?
Lucio. L'ha rimesso in piedi, per far di nuovo camminare... che cosa? un corpo soltanto?
Gionni. Un corpo? Ma tuo padre ha la sua fede!
Lucio. Appunto. Gliel'ha lei rispettata, rimettendolo in piedi con un mezzo ch'egli stima sacrilego? Appena verr a saperlo, lei lo avr ucciso.
Gionni. Ma mi sto dando appunto pensiero di questo, mi pare!
Lucio. Che non venga a saperlo? Se non sar oggi, sar domani.
Gionni. A me basta che non sia in questo momento, almeno! Pensa infine ch' stato proprio per causa tua...
Lucio. non dica mia, non dica mia: dica ch' stato per questa prova suprema di vita che Dio ha voluto mandare a lui e a me!
Gionni (facendo spallucce). Prova suprema, prova suprema...
Lucio. Eh, pi di cos? Non l'impedisca in nessun modo, dottore, se egli viene qua, oggi, per affrontarla.
Gionni. Ma ti figuri che venga per questo?
Lucio. Non viene per parlare con me?
Gionni. Ma non aspettandosi, certo, a codesta prova suprema che tu dici!
Lucio. E a che cosa, allora?
Gionni. Ma io non so! Che tu receda, suppongo
Lucio. dal passo che ho dato? E vuole che non gli dica le ragioni per cui l'ho dato?
Gionni (arrabbiandosi). Digliele pure! Fa' come credi! Gli sembreranno tutte eresie! Insomma, caro, senti: veramente una sorte assai buffa, la mia! condannato a irritar tutti, sempre! Dev'esser la mia faccia io non so la mia voce... Rispetto la fede altrui, e irrito anche con la mia tolleranza! Penso come te, sento come te ed eccoci qua irritato tu, irritato io...
Lucio (sorridendo). Ma no, io non sono affatto irritato...
Gionni. E io s; e me ne vado! Ho fatto, da medico, il mio obbligo; ti scongiuro, da amico, di lasciar per ora tuo padre nell'ignoranza di quanto gli accaduto.
Sara. S, s, credo anch'io che tu non debba dirgli nulla, per ora.
Lucio. Se credete che possa nuocergli, tacer anche se mi costringer a parlare
Gionni. non dico questo!
Lucio. Per forza, dottore! Vorr parlarmi della mia fede perduta, e io dovrei allora rispondergli che non vero che l'ho perduta, ma anzi acquistata
Gionni. non per lui acquistata...
Lucio. la fede, ciascuno l'acquista per s
Gionni. no, intendo dire: a suo modo di vedere...
Lucio. e acquistata, sa come? negando proprio quella morte, che voi avete tanta paura ch'egli venga a conoscere
Gionni. negando? come la neghi, la morte?
Lucio. col non presumere pi che Dio, solo per il fatto naturale che domani questo mio corpo cadr come una qualunque foglia appassita
Gionni. e non morire questo?
Lucio. ma no! che morire, dottore un po' di polvere che ritorna polvere
Gionni. questo lo dice anche tuo padre! Lucio. s; ma egli presume appunto
Gionni. gi, s; che il suo spirito
Lucio. suo?come suo?Ecco, vede dov' l'errore?
Sara. nel dire il suo spirito?
Lucio. ma s, mamma! Ammetterlo eterno, infinito, e presumere che possa essere mio, di uno che nel tempo, labile forma d'un momento, jeri o domani. Vedi com'? Per non finire noi, annulliamo in nome di Dio la vita, e facciamo regnare Dio anche di l (non si sa dove) in un presunto regno della morte, perch ci dia l, un premio o un castigo. Quasi che il bene e il male potessero esser quelli di uno che parte, mentre Egli solo, che Tutto, sa ci che fa e perch lo fa. Ecco, vede, dottore? questo dovrebbe esser per lui, com' stato per me, il vero risorgere dalla morte: negarla in Dio, e credere in questa sola Immortalit, non nostra, non per noi, speranza di premio o timore di castigo: credere in questo eterno presente della vita, ch' Dio, e basta. E Dio allora veramente, dopo quest'esperienza che gli ha concesso di poter fare, compir e soltanto Lui il miracolo della sua resurrezione. Non dir, non dir nulla; glielo prometto; mi lascer dire da lui quello che vorr; e far di tutto, non dubiti, per non aver la sua sorte, dottore: dico, di irritarlo.
Gionni (ammirato di quanto Lucio, con un fervore semplice e dolce, ha detto). Eh gi! Purch poi tacendo, non lo irriti di pi... ben questa la mia sorte! Ora, per esempio, sono irritatissimo del consiglio che t'ho dato. Basta. Speriamo che tutto finisca bene. A rivederla, signora.
Sara. A rivederla. Ma mi chiami Sara, non mi chiami signora. Torner?
Gionni. S s, tra poco. A rivederla.
Via per il fondo, voltando a sinistra. Si udr, poco dopo, il suono delle sonagliere.
Sara. Andr via anch'io, ora...
Lucio (avvertendo il suono). Senti, mamma?
Sara. Che cosa?
Lucio. Queste sonagliere.
Sara. Sono della carrozza del dottore.
Lucio. Quand'ero bambino, mi pareva che le campagne aperte, di mattina, nel sole, fossero fatte per diffonderne il suono festivo.
Sara. Ma la campagna tu, da bambino, figlio mio...
Lucio. la vedevo dall'alto del cortile del Seminario, su a San Gerlando. I miei compagni nell'ora della ricreazione, si rincorrevano, gridando come pazzi e tirandosi su le tonache, per correr meglio. Io me ne stavo l in fondo, da dove si godeva la gran veduta della vallata verde, con lo stradone che la solcava; e vi scorgevo, piccole piccole, le carrozze che andavano in campagna, con l'attacco a tre, e me ne giungeva da lontano lontano ecco, come ora questo suono.
Voltandosi alla madre che piange
Tu piangi, mamma?
Sara. Il pianto ch' nella tua voce...
Lucio. S, avevo... avevo un'angoscia... L'angoscia della vita che avrebbe potuto esser bella. Mi pareva di sentir l'allegria d'una corsa in campagna, in quel verde indorato dal sole, nell'aria aperta. Ho cos forte il senso dei luoghi, l'odore delle cose. Penso a quando uscivamo dal Seminario a due a due per la passeggiata, passando accanto a uno di quei land d'affitto, in piazza, ecco, ne sento ancora quel tanfo di rimessa e vedo perfino un filo di paglia tra le labbra bige di quei cavalli; odo sui lastroni della piazza il suono dei loro zoccoli ferrati, quando scalpitavano. Vedi, mamma, la fede, quand'ero cos piccino l nel Seminario, era... era odore, sapore... l'odore dell'incenso, della cera... il sapore dell'ostia consacrata... e uno sgomento dei passi che facevano l'eco nell'interno della chiesa vuota...
Sara. Eri cos tanto piccino... col visino anche allora cos sbiancato... Ah che pena, figlio, quando ti vedevo venire a casa, nelle feste, con quella tonacella, che facevi l'atto anche tu. di sollevare, per correre a me, e subito la lasciavi andare pernon far ridere le ragazzine di strada che ti davano la baja: l'abatino! l'abatino . E avevi gli occhi come spauriti, quando mi guardavi...
Lucio. (coprendosi gli occhi con le mani). Ah no, mamma, non ricordare!
Sara. Perch?
Lucio. Se sapessi che onta! perch avevo quegli occhi! Tutta la feccia della vita, cos bambino, l'avevo gi dentro; me l'aveva messo dentro uno, uno dei grandi, sai quello che poi impazzi? Si chiamava Spano: quello.
Sara. Avevi appena sei anni...
Lucio. E sapevo tutto! E non so se era pi orrore in me o terrore. Terrore di quella bestia mala che insudiciava tutto con l'immaginazione e non risparmiava nessuno!
Sara. Anche di me ti parlava? Oh vile!
Lucio. Non puoi immaginare in che soggezione mi tenesse! Faceva di me la sua volont; m'atterriva!
Sara. Ah tanto no, non lo sospettai mai!
Lucio. Sapessi...
Sara. Ti vedevo avvilito, mortificato, come un bambino della tua et non poteva essere; ma non avrei mai supposto per questo! Mi si torcevano le viscere, vedendovi cos l'uno e l'altra teneri teneri avvizzire; e vedendo lui, vostro padre che non era possibile (ora credo) non ne soffrisse duro, ostinato, per non darmela vinta. Diceva che stavate bene
Lucio. ah s, bene?
Sara. Bene e io, a prendervi le faccine e mostrargliele: Hai il coraggio di dire che stanno bene? . Sentivo che non era vita per me da potersi reggere, con questo scempio che vedevo fare di voi, come alla mia stessa carne.
Lucio. Eh s, difatti, la povera Lia...
Sara. Come me la vidi riportare a casa cionca finita e vidi le suore che, dopo avermela ridotta in quello stato, me la dovevano assistere e curare...
Lucio. ah, loro?
Sara. loro, capisci? non io! loro! m'avventai come una belva contro una; non so quello che le feci; me la strapparono dalle mani; mi presero per indemoniata.
Tronca, per frenare l'impeto d'odio che la riassale, e subito riprende:
Lucio, me ne fecero scappare scappare come una pazza! Pregai, scongiurai che la mia creatura mi fosse portata qua: ero sicura che l'avrei guarita: ma qua, sola con me, senza di lui; non potevo pi vedermelo davanti: l'avrei ucciso. Mi rivoleva. S, perch faceva il santo, il tiranno ma poi, quello che pi m'inferociva di lui, . quando mi s'accostava, era quella mollezza della sua timidit....
Tronca con un'esclamazione e un atto di schifo:
ah Dio! Eppure ti giuro, Lucio, avrei, avrei fatto il sacrificio di resistere all'orrore che ormai ne avevo, purch ne fosse venuto un bene a voi, a voi, figli; e posi per patto che tu almeno fossi liberato e venissi qua con me, tu e la Lia. Non volle, non volle. E allora, lui no; e no anch'io! Quello che soffersi non te lo puoi immaginare: lo strazio mio qua, e il vostro l, a cui, anche se mi sacrificavo, non avrei potuto portar riparo.
Lucio. Soche ricorresti ai tribunali
Sara. mi diedero torto
Lucio. torto?
Sara. a me, s! dissero che dovevo stare con lui e la figlia; e che la pretesa di levar te dal seminario non era giusta; e insomma che ero io io e non lui a voler la fine della famiglia. Fu tale l'esasperazione, dopo due anni di lotta accanita, disperata, che buttai via tutto, via tutto! Che vuoi? mi prese l'odio! Di qua si vede la citt non potei pi guardarla voltavo la faccia, appena gli occhi, senza volerlo, m'andavano l. L'odio di quelle chiese, di quelle case, e il tribunale... tutto! Quando a una madre si nega d'attendere ai suoi figli, a una madre che vuole la salute per i suoi figli le si d torto che vuoi? ci si danna! Buttai via tutto e mi feci contadina contadina qua, sotto il sole, all'aperto! Un bisogno mi prese, un bisogno d'essere selvaggia; un bisogno di cadere a terra la sera come una bestia morta sotto la fatica zappando, pestando le spighe sull'aja con le mule, a piedi nudi, sotto la canicola, girando a tondo con le gambe insanguinate e gridando come una ubbriaca bisogno di essere brutale con chi mi pregava che avessi piet di me tu intendi chi quest'uomo puro puro, Lucio, come una creatura uscita ora dalle mani di Dio quest'uomo che non ha saputo mai tollerare che mi facessi uguale a lui, e che imped che mi dannassi, insegnandomi le cose della campagna, la vita, la vera vita che ha qui, fuori della citt maledetta, la terra; questa vita che ora sento, perch le mie mani la servono, l'ajutano a crescere, a fiorire, a fruttare; e la gioja della pioggia che viene a tempo; e l'afflizione della nebbia che brucia, gli olivi sul fiorire; e hai visto l'erba sulla proda qua della stradetta, d'un verde cos nuovo e fresco, all'alba, con la brina? e il piacere, il piacere, sai, di fare il pane con le tue stesse mani che hanno seminato il grano...
Lucio. S, s, mamma e vedi che sono venuto a te...
Sara. Figlio mio, la gioja che m'hai data, Dio solo che t'ha mandato me la poteva dare! E l'ho gridato, l'ho gridato a tuo padre, che mi son sentita ribenedetta! M'hai ripagato di tutto, figlio, con la tua venuta; e anch'io, vedi, di tutto ti posso parlare, cos senza vanto n rossore, perch io sola so quel che ho dovuto soffrire, scontare, per divenire, cos, come forse nessuno pi intende che cosa voglia dire: naturale.
Lucio. Io, l'intendo, vedendoti, sentendoti parlare.
Sara. Mi sono veramente liberata; non desidero perch ho; non spero perch, ci che ho, mi basta; ho la salute, il cuore in pace e la mente serena.
Lucio. Ma tu non puoi, tu non devi, mamma, andar via di qua.
Sara. Son gi via: tutta la roba partita.
Lucio. No, no: l'impedir io! Di questo s, gli parler, e forte!
Sara. Tunon puoi impedirlo, Lucio
Lucio. s che posso! debbo!
Sara. non puoi e non devi, no; e io, del resto, non voglio, non voglio.
Lucio. Ma tutto quello che hai fatto qua...
Sara. non l'ho fatto per me. Vorrei s e questo lo dissi anche a tuo padre vorrei averlo fatto, per voi, per te e Lia. Questo s, tu puoi provarti a impedirlo: che il podere questa ricchezza vada perduto, in mano di nessuno. Tu hai pur diritto di difendere, se non per te, per la tua sorellina, questo bene. Ma non puoi per me, e non devi; ripeto: io non voglio.
Lucio. Sta bene: lo far per me e per Lia. Ma tu dove andrai?
Sara. Non temere, abbiamo gi provveduto; sappiamo dove andare: per ora, da un fattore nostro amico, un po' lontano da qui, alle Favare; poi, l'anno venturo, ci sar affidato un podere qua vicino, a mezzadria; e ci sar da guadagnare un po' anche per noi che, finora, sai? non abbiamo guadagnato mai nulla. Si dovr pur mettere da parte qualche cosa...
Lucio. gi, s, per... Mamma, perdonami, io non ho ancora saputo trovar l'animo di parlartene: tu hai due figli...
Sara. S, con lui non l'hai ancora veduti contadinotti, bruciati dal sole...
Lucio. E lui...
Sara. se sapessi, in quale apprensione, in quanta soggezione lo tieni...
Lucio. Io?
Sara. S: teme e si vergogna; non gli par l'ora di andarsene; mi sa con te, e son sicura ch' di l, in questo momento, come la cagna coi ciccioli, a cui il padrone ne abbia tolto uno per farlo vedere, non osa ringhiare e allunga da sotto in su gli occhi pietosi a sogguardare che gli fanno...
Lucio. Vuoi chiamarlo?
Sara. S? vuoi che lo chiami?
Lucio. S; coi bambini.
Sara. Saranno qua fuori; m'aspettano per partire.
Va in fondo e chiama verso destra:
Oh, Roro! Vieni... vieni, s, qua... Coi bambini... vieni, vieni...
Lucio. Lochiami Roro?
Sara. Io, s: si chiama Rosario; lo chiamo Roro. Il piccolo era gi sulla mula. Eh, appena pu cavalcare, lui, tutto felice!
Lucio. Come si chiamano i bambini?
Sara. Uno, Tonotto, il maggiore; e l'altro Michele. Eccoli qua.
Entra dal fondo Arcadipane coi due ragazzi per mano.
Questo Arcadipane.
I due ragazzi corrono a lei: prima Tonotto e poi Michele.
E questo Tonotto. E questo
prende in braccio il minore
Michele.
Lucio (chinandosi a baciare Tonotto e poi baciando in braccio alla madre Michele). Come sono belli, mamma! Forti.
Sara. Sani.
Ad Arcadipane:
Tu non ti ricordi di Lucio?
Arcadipane. S, di quand'era bambino come quello.
Indica Tonotto.
Lucio. Anch'io ho un ricordo... ma non so pi se sia vero... Anche di te, mamma... Ma forse, non propriamente ricordo: una visione che mi fosse venuta non so come da un'altra vita; come a guardare da una profonda lontana lontana finestra di sogno. Ma rivedendoti, ora... non so, m' nato il dubbio che...
Sara. Ma si sa che ora sono un'altra!
Lucio. S, certo; ma il dubbio, dico, che io l'abbia sognata, quell'immagine; era cos un'altra... No, sai, non pi bella, mamma! anzi... Sei cos bella ora, tanto, tanto pi bella! E quella, anzi, cos triste... E anche di lui, l'immagine che serbavo... Ma dimmi un po', mamma (non ridere) tu non ricordi che a casa nostra... quando c'eri ci fosse una gatta bianca?
Sara. Una gatta bianca? quando tu?...
D'improvviso, sovvenendogliene l'immagine:
s s, c'era, c'era! Ma non una gatta, un gatto era s s bianco un bel gattone bianco eh altro! si, mi ricordo!
Lucio. E allora...
Sara. Allora, che cosa?
Lucio. Quella che ho sempre ricordato, mamma, s, doveva essere la tua immagine. - Una grande stanza... una sala da pranzo - grande - dal tetto basso
Sara. ma s, quella della casa dove stavamo prima
Arcadipane. alla scesa di San Francesco
Lucio. io non me la ricordo affatto ho solo, vaga, l'impressione di quella sala
Sara. s, con una finestra che dava sugli orti, di l dalla strada
Lucio. c'era in mezzo una tavola quadrata la vedo con un solo posto apparecchiato su una salvietta, ancora con le pieghe della stiratura una bottiglia di vino nero, con la schiuma nel collo della bottiglia (potrei prendermi sulle dita il filo di sole che vi batte sopra, dagli scuri della finestra accostati). Lui sta seduto davanti a quella salvietta e mangia a capo chino. Il gatto bianco sta seduto sulla tavola, in punta, dall'altro lato, ritto su le zampe davanti, con lacoda che gli pende dalla tavola e che si muove di tanto in tanto, quasi per conto suo, come una serpetta. Tu, mamma, parli con lui e non badi a me; a un tratto ti volti, ti pieghi su le ginoc-chia, m'abbracci e, non so perch, ti metti a piangere, stringendomi forte forte; io, di sulla tua spalla, mi sporgo a guardar lui, come per il sospetto che sia lui a farti piangere; lo vedo alzare, brusco, con gli occhi rossi di pianto anche lui; andare a un angolo della stanza; prendere un fucile l appoggiato; ho una gran paura e sto per gridare, quando tu mamma d'improvviso mi lasci e corri dietro a lui uscito precipitosamente; resto come sospeso, smarrito, allora, e vedo il gatto balzare al piatto, addentare la carne rimasta e fuggire saltando dalla tavola. curioso come mi sia rimasto cos vivo il ricordo di questo gatto; mentre le vostre immagini la tua, la sua... Ricordo bene il pianto.
Sara. Era per te, figlio anche il suo
Arcadipane. per ci che ella soffriva!
Sara. mero ridotta a sfogarmene con tutti
Arcadipane. ed era la piet di tutti!
Sara. Lucio, ora ti dico una cosa davanti a lui. Non l'ho detta prima d'ora, neanche a me stessa. Quando, disperata, lasciai la casa e venni qua, sapevo, m'ero accorta che sotto la piet di lui c'era gi un sentimento per me
voltandosi ad Arcadipane
di', vero? vero?
Arcadipane (pi col cenno del capo che con la voce, raumiliato). s, vero
Sara. una donna fa presto ad accorgersene, pur lasciando li l'avvertimento che se ne ha, come non avvertito, e seguitando a trattare come potevo io allora trattar lui
Arcadipane. ero il suo servo e giuro che anche il mio sentimento...
Sara. non c' bisogno che tu lo giuri; vedi che ho premesso che sto dicendo una cosa che rivel ora per la prima volta a me stessa: anche tu non volevi aver coscienza che m'amavi, non vero?
Arcadipane. ne avevo paura!
Sara. Ebbene, e io ora debbo dire che fu proprio questo, s, quest'avvertimento segreto dell'amore di lui, Lucio, a tirarmi alla terra, a far la contadina; anch'io senza volerne aver coscienza, anzi come per una pazzia che volessi fare; ma sentendo in fondo che cos soltanto mi sarei guardata dall'impazzire: si, proprio, facendo la contadina come una pazza! E perci tutti quegli sgarbi a lui, che non voleva ancora capire e cercava di trattenermi! Devi ora capire anche tu, Lucio, che avendo tagliato la mia vita, cos come sono stata costretta a fare a te che ritorni, figlio mio, da quella vita che non pot pi essere mia, io non posso, non posso pi trovar posto in questa d'ora, ch' di lui e di queste due creaturine. Io debbo, debbo andare con loro.
Lucio. S, mamma, giusto; e non pensare ch'io voglia, o che abbia sperato con la mia venuta...
Sara. lo so, Lucio: lo dico per rinfrancare lui di fronte a te.
Ad Arcadipane:
Ora ce n'andremo.
Lucio. Soanche che non posso- nemmeno venire con te...
Sara. No, Lucio, non puoi.
Lucio. Ma vorrei che tu almeno...
Sara. di', di', che cosa?
Lucio. ecco anche nascosta, mamma...
Sara. nascosta? io?
Lucio. s, mi dessi la forza dopo che avr parlato con lui di prendere il mio nuovo cammino solo, come dovr, e senza pi l'ajuto di nessuno, senza pi stato.
Sara. Ma no, perch? Non vorresti rimanere?
Lucio. dove? accanto a mio padre cos?
Indica il suo abito non pi da prete.
Tu sai com'!
Sara. Ma non potr mandarti via!
Lucio. Mandarmi via, no; ma non vorr pi, certo, darmi i mezzi per ritornare ai miei studi
Sara. te li dar io i mezzi, se lui non vuole, a qualunque costo!
Lucio. no, mamma; tu non puoi
Sara. potr, potr, si, a qualunque costo, ti dico!
Lucio. non puoi, intendo, per la stessa ragione, mamma, per cui non possibile ch'io venga con te.
Sara. Ma non la stessa cosa! No! Se li accettassi da lui...
indica Arcadipane.
Li avrai da me, dal mio lavoro
Lucio. lo devi ai tuoi figli quanto verr dal tuo lavoro. No. E del resto, forse meglio ch'io abbandoni i miei studi e mi provi anch'io, mamma, a liberarmi come te
Sara. no! no!
Lucio. s, a trovare anch'io la mia naturalezza
Sara. no!
Lucio. perch diventi semplice e facile anche la mia vita nell'umilt d'un lavoro manuale
Sara. ma non potrai!
Lucio. potr, potr
Sara. non ne avrai la forza
Lucio. la trover
Sara. no, no: devi fare altro bene, tu con la luce, figlio, che hai qua, nella fronte.
Lucio. Potr sempre farlo, anche lavorando umilmente.
Sara. Non devi, no; in questo non devi prendere esempio da me, no: io ho potuto farlo perch soltanto cos potevo trovare la mia liberazione, e salvarmi. Ma tu no, tu hai tante vie davanti a te
Lucio. non ne vedo per ora nessuna
Sara. se non hai potuto camminare per quella su cui egli da bambino ti volle mettere, avr lui l'obbligo, ora, di darti il tempo e il modo di trovarne un'altra, degna di te, su cui camminare e arrivar lontano!
Lucio. Ecco, mamma, s. Ma non per parlare di me, no; per parlare di tutto; io ho bisogno d'un conforto che in questo momento puoi darmi tu sola. Sono venuto da te, sfidando tutto, soltanto per avere questo conforto.
Sara. S, s, dimmi, che conforto?
Lucio. Sentirti vicina (sia pure nascosta) quando parler con lui; anche per tenermi dal dire ci che non debbo. Ho bisogno che questa forza mi venga da te: non me la negare. Poi andrai via. Nessuno ti tratterr. Nessuno ti vedr.
Sara. S, Lucio, se tu vuoi
Arcadipane (in apprensione). Ma nascosta, dove?
Sara. no: non nascosta: perch nascosta? l'ho gi veduto e gli ho parlato a viso aperto: saprei, a un bisogno, riparlargli. Aspetter l: le stanze son vuote: non potr credere ch'io voglia rimanere: non c' pi neppure una seggiola: seder su lo scalino sotto la finestra: aspettando che tu abbia finito di parlargli.
Arcadipane. No, Sara... non lo fare!
Sara. Di che temi?
Lucio. Ne rispondo io. Verr via con me: torner ai suoi figli e a voi, non dubitate.
Arcadipane (a Sara). Ma non gli parr che egli difenda la terra anche per te, se tu rimani qua?
Sara. Gli ho gi detto in faccia che non abbiamo bisogno del suo podere per vivere; se a noi non venuto mai nulla...
Lucio. E nulla io far per impedirgli di disporne come vorr, state tranquillo. Accanto a lui, ripeto, non potr pi stare: andr via anch'io. Del resto, mamma, lascia: va, va pure con lui: mi far forza da me.
Sara. Nono: io star l, star l.
Si odono i sonagli d'una vettura
Andate, andate. Aspettatemi nel podere del Lotti: vi raggiunger. Se non il dottor Gionni di ritorno, saranno loro. Va', va'.
Arcadipane, via dal fondo coi due ragazzi. Il rumore dei sonagli s'approssima. Sara s'avvia alla porta a sinistra, prima d'entrare, dice a Lucio:
Io sono qua, figlio mio.
Entra e richiude la porta.
Lucio resta in attesa. Poco dopo, la vettura, di l, si ferma. Si ode la voce di Cico.
Cico. Ecco, ecco: la carrozzina qua! Ajuto io! ajuto io!
Deodata. No, no, piano, Cico, lascia: so io come debbo prenderla.
Cico. Pronta qua la carrozzina! Ecco, brava. E ora corre come sulle sue gambette!
Appare in fondo, nel sole, Lia sulla sua sediola a ruote. Seguono, correndo, Cico e Deodata.
Lia. Lucio! Lucio! Dove sei?
Lucio (accorrendo e abbracciandola). Eccomi, Lia!
Deodata (con una maraviglia subito spenta dalla delusione e quasi dal disprezzo). Eccolo l!
Cico. Oh, guarda! Non me n'ero neanche accorto...
Lia (staccandosi dall'abbraccio). Lasciati vedere! Nooo, buffo! Dio, sembri pi piccolo!
Deodata. Hai faccia da comparire cos...
Cico. Pare uno qualunque...
Lia. Non sembri pi tu!
Deodata. Sapessi che effetto fai a chi ti rivede! Ma dov'hai comprato cotesto abito? Non vedi come ti sgonfia da collo?
Lucio. Che volete che m'importi? Dov' il babbo? Non viene?
Lia. Viene, s, con Monsignore, in un'altra vettura: hanno aspettato il notajo.
Lucio. Per la cessione del podere?
Deodata. Figurati, appena ti vedr cos! Non vorr pi saper altro! Intanto, guardala:
Prende la faccia di Lia e la mostra a Lucio
le bastato prender aria qua, appena appena: guardala, s' tutta colorita.
Lia. tanto bello qua! tanto bello!
Lucio. Dunque, sempre ostinato?
Deodata. Tuo padre? pi che mai!
Lia. S: lo vedrai... fa paura; e anche una pena... una pena, Lucio...
Lucio. Ma non sospetta ancora nulla?
Lia. Di che?
Lucio. Di ci che gli accaduto?
Lia. Ah, no! neanche per ombra!
Deodata. Nulla!
Pausa tenuta.
Cico (assorto, come tutti gli altri, nella cosa terribile accaduta). Ed era morto! Proprio morto!
Pausa.
Deodata. Morto, s.
Lia. Come l'ho visto...
Lucio (con intenzione). Morto?
Lia. S.
Lucio. E allora, dillo! Morto. Devi dirlo anche tu!
Lia. Morto, morto, s.
Deodata. L'abbiamo visto tutti!
Cico. Morto.
Deodata. Anche Monsignore!
Cico. Anche lui: morto, lo vide bene. E poi l'accertarono due medici!
Deodata. Uno scrisse l'atto di decesso.
Pausa.
Lucio (a Lia). Fosti tu, vero?
Lia. Io, che cosa?
Lucio. A far chiamare il dottor Gionni?
Lia. Ah, s, io, io: mi misi a gridare! Nessuno voleva!
Deodata. Io, perch non ci credevo!
Cico. Monsignore non voleva! non voleva! Corsi ioper lui, a chiamarlo, il dottor Gionni. Lo volevo vedere anch'io l, davanti al cadavere!
Lucio. E allora?
Lia. Subito, sai?... subito...
Lucio. Che cosa?
Lia. gli si rimise a battere il cuore, e il viso, da bianco che era...
Cico. bianco... bianco...
Deodata. di cera
Lia. subito ritorn... non ti so dire... si vide... si vide che il sangue aveva ripreso a muoverglisi nelle vene
Deodata. e il respiro a sollevargli il petto
Cico. riapr le labbra
Lia. s, che cosa! appena appena! la mia gioja era l, ancora senza coscienza di vita, ma non pi morto! gioja ma insieme una cosa... una cosa che atterriva!
Deodata (con tono cupo, e voce lenta e spiccata). ancora, a pensarci, mi prende il tremito.
Pausa lunga.
Cico (piano, come in confidenza, a Lucio, diabolico). Hai avuto ragione, sai, di spogliarti.
Deodata (subito, forte, aspra, a Cico). No! Non dirlo! non dirlo!
Cico. M' scappato!
E si tura la bocca.
Deodata. M'avevi promesso di non dirlo.
Cico. Non dirlo... Ma se poi lo pensi!
A Lucio.
Tu capisci: Morto non sa nulla. Dov' stato? Dovrebbe saperlo, e non lo sa. Se non sa neppure della sua morte, nulla, segno che, per chi muore, di l non c' pi nulla nulla.
Pausa.
Lia (dopo una strana risatina, quasi tra s). Le mie alucce, Deodata? Le alucce d'angeletta... Dovevo averle in compenso dei piedi che mi sono mancati per camminare sulla terra... Addio voli lass!
Lucio (commosso). No, Lia...
Lia (dolce). Eh, se il paradiso non c'...
Pausa. E poi, tra silenzi, con cupa lentezza:
Cico. L'altra casa del Signore... la casa di l... per tutti quelli che qua hanno patito rassegnati...
Deodata (c. s.). e non hanno goduto per non peccare...
Cico (c. s.). gl'infelici, i diseredati...
Deodata (c. s.). La buona novella di Ges...
Cico (c. s.). Nulla... pi nulla...
Si son sentiti, durante queste ultime battute, i sonagli d'una vettura, fievoli. Ora il suono cessato. Momento d'attesa, pieno di sgomento e d'angoscia. Sopravviene dal fondo il dottor Gionni.
Gionni. Zitti, zitti tutti. Viene. Ha saputo!
Lucio. Ha saputo?
Gionni, fa cenno di s col capo.
Nel silenzio che incombe, grave di tutto quello sgomento e quell'angoscia, Diego Spina si fa avanti dal fondo seguito a qualche distanza da Monsignore Lelli e dal notajo Marra. Non vede nessuno. Scende lo scalino tra i due pilastri, viene alla tavola, cade a sedere a un lato di essa, bianco di terrore, con gli occhi sbarrati nel vuoto. Tutti lo guardano sospesi e smarriti, seguitando a tenere il silenzio, che quello esterrefatto della vita davanti alla morte.
T E L A
ATTO TERZO
La stessa scena del secondo atto, pochi momenti dopo.
Al levarsi della tela si rivedr il quadro finale dell'atto precedente, e cio gli stessi personaggi nella stessa posizione e nello stesso atteggiamento. Mancano soltanto Diego Spina e Lucio. Poco dopo, Lucio scender dalla scala a destra e tutti si volteranno a guardarlo, ansiosi.
Lucio. S' chiuso dentro.
Lia. L'hai chiamato?
Lucio. Hotentato di farmi aprire.
Monsignore. Non ha voluto?
Lucio. No.
Lucio. Alla mia insistenza, ha gridato: Vattene! .
Pausa.
Gionni (in apprensione). Vada su, vada su, tenti lei, Monsignore!
Lucio. No, Monsignore. Dal tono con cui m'ha imposto d'andarmene, certo che in questo momento respingerebbe anche lei. Non vada.
Pausa.
Monsignore. terribile.
Pausa.
Lucio. Forse bene che misuri da solo quest'abisso della sua fede. E Dio allora risorger in lui.
Monsignore (urtato, severo). Dio? Quale Dio vuoi che risorga pi in lui?
Lucio (semplice). Quello che in tutti noi, Monsignore, per cui siamo in piedi.
Monsignore (voce da pulpito, ma sincero). In piedi? Ma come, in piedi? Non vedi? Coi ginocchi che tremano dal terrore? E quella tua sorellina l guardala! non in piedi. Fai mancare a tutti la terra, apri l'abisso e dici in piedi? Guarda l quella donna!
Indica Deodata.
Guarda quel vecchio!
Indica Cico.
Cico (tutt'un fremito). Lasci star me, lasci star me, Monsignore! Basta col suo Dio!
Si strappa dal capo il berrettino rosso e lo scaglia a terra.
Ho il mio diavolo, io, che d'ora in poi non me lo gabba pi nessuno!
Raccatta da terra il berrettino e se lo ricalca in testa.
Basta! E non dica vecchio! Vecchio, un corno!
Voltandosi di scatto a Deodata:
Deodata, mi vuoi? Ti sposo io!
Corre ad abbracciarla.
Ti sposo io, ti sposo io, Deodata!
Deodata (divincolandosi, mentre il notajo Marra ride a crepapelle, e ride anche, ma d'un altro riso, quasi involontario, Lia). Levati, lasciami, pazzo!
Cico (senza lasciarla, frenetico). Ti sposo qua, ora stesso, senza n legge n sagramenti; come i cani! E vedrai che godere non peccare!
Monsignore (imponendosi, mentre il Gionni, accorso, respinge Cico con una manata sul petto). Basta, Cico!
Deodata (c. s.). Ma sarai tu cane! Lasciami!
Gionni. Lasciala!
Cico (rivoltandosi contro il Gionni). Chi vi c'immischia, voi?
Gionni. Non siamo bestie; siamo uomini!
Monsignore (al notajo Marra, che seguita a ridere). E voi smettete di ridere, notajo! Non impazziamo!
Intanto Lucio si sar coperto il volto con la mano.
Gionni (al notajo). Pensate che di su vi pu sentire! E siete stato proprio voi...
Marra. Senza volerlo, scusate! Ignorando che non ne sapesse nulla...
Gionni (a Monsignore). E io ch'ero corso qua a prevenire il figlio! Ma potevo mai supporre che proprio oggi, venendo per la prima volta (immaginavo per parlare con lui)
indica Lucio
dovesse portare il notajo?
Marra. Eh, volendo stendere l'atto di donazione del podere...
Gionni. Bravo! A saperlo! Ho creduto, ripeto, che venisse per persuadere il figlio a non dargli il dolore di quest'abiura...
Marra. No,no: intendo dire che per forza sarebbe venuto a sapere. Deve firmar l'atto. E come potevo farglielo firmare, se figura morto allo Stato Civile? Credevo che lo sapesse; e allora, ridendo, gli domando: Oh, a proposito, vi siete fatto cancellare dal registro dei morti? . Vedo Monsignore farmi subito un atto, e lui sbiancarsi in viso e aggrottare le ciglia...
Gionni (a Monsignore). Ma lei non tent?
Monsignore. tentai; ma lui
indica il notajo
senza capire
Marra. dica senza poter supporre!
Monsignore. si mise a parlare del vostro miracolo...
Marra. Ma tutta questa impressione, poi, dico la verit... S, capisco, venirlo a sapere cos di colpo... Ma, dopo tutto, se fosse capitato a me... Morto, sia pure... mezz'ora (quant' stato?) tre quarti d'ora... Per, se ora mi tocco e posso dire: sono vivo... .
Monsignore (ergendosi, severo). Vi pare che possa bastare? Vivo?
Staccando le sillabe:
Ma come? vivo?
Marra. Eh, vivo... non lo vorr negare! importa come?
Monsignore. Importa sopra ogni cosa!
Marra. Losa qua il dottore, come; e lo sappiamo tutti.
Monsignore. Ma non siamo qua per vivere soltanto, noi! E l'altra cosa che dobbiamo far tutti
morire tal cosa che voi l'avete veduto non saperne nulla, non poterne dir nulla, importa questo: sentire subito come spenta la vita, e restare annientati.
Pausa.
Deodata (nel silenzio). La disperazione.
Pausa.
Cico (nel silenzio). La sua anima, appena uscita dal corpo doveva comparire davanti alla Giustizia Divina. Non comparsa. Che vuol dire? Non c' giustizia divina. Non c' nulla di l.
Pausa.
Addio chiesa, Monsignore. Addio fede!
Pausa.
Lia (nel silenzio, con una vocina chiara, in cui quasi sorride per troppo tremore l'angoscia d'una disperata necessit). Bisogna che Dio ci sia anche di l.
Lucio (come trasfigurato in un impeto di commozione divina). S, Lia, c'! Sorellina mia, c' s ora sento che c' ci dev'essere, ci dev'essere! S, Monsignore: ridare le ali a cui sono mancati i piedi per camminare sulla terra! C'! C'! Ora intendo e sento veramente la parola di Cristo: carit! Perch gli uomini non possono star tutti e sempre in piedi, Dio stesso vuole in terra la sua Casa, che prometta la vera vita di l; la sua Santa Casa, dove gli stanchi e i miseri e i deboli si possano inginocchiare e tutti i dolori e tutte le superbie inginocchiare! Ecco, Monsignore, cos,
s'inginocchia
davanti a Lei, ora che mi sento degno di nuovo di rindossar l'abito per il divino sacrificio di Cristo e per la fede degli altri!
Monsignore (chinandosi e posandogli le mani sul capo). Figlio mio benedetto, ecco che Dio dalla mente ti ridiscende nel cuore!
Deodata (giojosa e stupita). Rindossa l'abito?
Cico (quasi feroce). Ma il fatto? ma il fatto?
Monsignore (ancora curvo su Lucio). Che fatto?
Cico. Di lui su, che ritornato in vita, non sa nulla di l?
Monsignore. E chi t'ha detto che Dio conceda di sapere a chi ritorna di l? Tu devi credere e non sapere!
Lucio (rialzandosi). In Dio non si muore!
S'avvia, raggiante, alla scala a destra per andar su a rindossare il suo abito sacerdotale. Sara che ha ascoltato tutto, nascosta, a questo punto apre la porta a sinistra e si mostra tutta tremante di commozione. Chiama il dottor Gionni.
Sara. Dottore, dottore...
Tutti si voltano stupiti.
Gionni (avvicinandosi). Ah, lei, signora? Era di l?
Sara. S. Come lui aveva voluto.
Gionni. Lucio?
Sara. S. Perch gli dessi forza... ma l'ha trovata, l'ha trovata in s lui stesso, la forza di compiere il sacrifizio
Gionni. per la salvazione del padre. Forse ora su, come lo vedr rivestito
Sara. s, s: tremo tutta, mi vede... Ora non ha pi bisogno di me, e io me ne posso andare. Gli dica che lo benedico per quello che fa. Nessuno pi di me pu sapere che cosa sia. M'ha parlato della vita: come la sente! come la sente! come la vivrebbe! Ci rinunzia. Va a rimorire nel suo abito.
Gionni. Ha detto egli stesso che in Dio non si muore.
Sara. S. E cos vero, ecco, cos vero che anche in terra ci sono i santi.
Monsignore. Per riaccendere nel bujo della morte il divino lume della Fede, che carit per tutti quelli a cui fu negato ogni bene nella vita.
Deodata. Avrebbe potuto mantenerlo acceso in s questo lume, senz'aspettare di veder la morte e la disperazione di suo padre e di noi tutti.
Monsignore. E voi non avreste allora veduto questo richiamo di Dio in lui e la necessit della Fede.
Cico (irritatissimo). Ma non dite altre parole, non dite altre parole. A me basta soltanto quello che Lei ha detto poco fa; che Dio pu non concedere di sapere, a chi ritorna d l: ecco, questo.
E subito, sotto sotto, come se veramente in lui parlasse un altro
Bench potrebbe concederle e farci sapere, visto che c' uno ch' ritornato!
Monsignore. Finirebbe la vita...
Cico. Perch finirebbe?
Monsignore. Perch la vita a patto che tu la viva appunto senza sapere, solo credendo. Guaj a chi crede di sapere! Dio solo sa tutto e l'uomo davanti a Lui deve chinare la fronte e piegare i ginocchi.
Si ode a questo punto dall'alto, ma rintronante nel fondo della scena a sinistra, il fragore d'una fucilata. - Restano tutti allibiti. - La prima impressione che Diego Spina si sia ucciso. Tutti si voltano a guardare in su, verso la scala.
Deodata. Oh Dio, ch' stato?
Cico. S' ucciso! s' ucciso!
Lia. No, pap, pap! Correte! Correte!
Monsignore. C' su Lucio! Possibile!
Gionni (trattenendo Cico). Ma no, il colpo rintronato di qua!
Accenna in fondo a sinistra.
E dal fondo a sinistra appare difatti Arcadipane, tutto stravolto,, ferito alla testa di striscio, con le mani insanguinate sulla tempia manca. Sara appena lo vede, d un grido e corre a lui, atterrita. Parlano tutti simultaneamente,
Sara. Ah! Tu? Chi stato? Che t'hanno fatto?
Monsignore. stato lui?
Arcadipane. M'ha tirato. Dalla finestra. Non niente! Non niente! Qua, di striscio.
Gionni. Fate vedere! Fate vedere!
Marra. impazzito? Dopo tant'anni?
Lia. Che stato? Che stato?
Deodata. Tuopadre! Gli ha sparato dalla finestra!
Cico. Ha voluto ucciderlo!
Sara (al Gionni che osserva la ferita). Che cos', che cos', dottore?
Gionni. Niente, proprio niente, per fortuna! Appena una scalfittura!
Ma vien gi dalla scala a precipizio Diego Spina, come un pazzo, ancora armato di fucile, con Lucio rivestito dell'abito talare, che cerca di trattenerlo. Scattano gridi simultanei d'orrore, di terrore, di richiamo, di supplicazione.
Ah Dio, eccolo!
No! No!
Pap! pap!
Dio di misericordia!
Trattienilo, Lucio! Trattienilo!
Ed in tutti quella perplessit tra il coraggio e la paura, se lanciarsi a disarmarlo o schermirsi dalla mira; mentre Diego Spina cerca col fucile imbracciato Arcadipane, gridando a Lucio da cui s' svincolato:
Diego. Lasciami!
E agli altri:
Fate largo! largo! Prima l'uccido; poi m'arresterete!
Sara (lasciando Arcadipane e facendoglisi incontro). Chi uccidi? Perch vorresti ucciderlo?
Lucio (accorrendo a ripararla). No, mamma!
E contemporaneamente Arcadipane, divincolandosi tra quelli che cercano di trattenerlo e ripararlo.
Arcadipane. No, che fai, Sara? Lasciatemi!
Ma alla sfida di Sara, Cico ha spiccato un salto e s' buttato sul fucile spianato; l'ha fatto abbassare e ha afferrato alla vita Diego Spina, che tenta liberarsene, dibattendosi. Seguitano a parlar tutti simultaneamente.
Cico. Fermo! Siete pazzo?
Diego. Ah cane! Levati!
A Sara:
No, non te! Via tu! Lui! Lui!
Sara. Ma ucciderai me prima!
Monsignore. Bravo, Cico! Tienilo, tienilo forte!
Gionni (accorrendo). Per carit, signor Spina!
Marra (c. s.). Dite sul serio, dopo tant'anni?
Deodata. Qua c' sua figlia! c' sua figlia!
Lia. Pap! pap mio!
Diego (seguitando, rivolto a Sara e poi agli altri, la sua battuta). Non deve pi vivere! Non deve pi vivere! Lasciatemi!
Sara (c. s.). Ma s, lasciatelo. Sono qua io! Lascialo, Cico! Voglio vedere che vuol fare!
Arcadipane. Non lo cimentare, Sara!
Sara. Aspetta tu l!
Lucio. Mamma!
Sara (a Lucio). E tu levati! Lasciatelo parlare con me!
A Diego:
Che vuoi fare?
Diego. Non lo so! Non lo so! Posso far tutto!
Sara. Tunon puoi far nulla!
Diego. Tutto! Tutto!
Sara. Perch non ti credi pi tenuto da Dio
Cico. Vi teniamo noi!
Sara. diventi bestia e uccidi? ma neanche le bestie uccidono cos!
Diego. Non ho pi ragione, pi ragione di nulla! Posso far tutto!
A Cico che non lo lascia, cedendo l'arma, con uno scatto di tremenda esasperazione:
Prenditi il fucile, lasciami!
Cico lo lascia, tenendosi il fucile.
Ecco, sono disarmato: arrestatemi! l ferito. Ho voluto ucciderlo, s; appena l'ho visto dalla finestra, qua sulla terra, sulla terra
Sara. aspettava me, per andarcene
Diego. no! dico sulla terra, dove sono caduto da tutta quella menzogna lass... La terra... le cose... tu che ci sei rimasta con lui... Ah ma ora no, sai? ora no! ora no...
E di nuovo si lancia, per prenderla; ma subito di nuovo trattenuto; come di l Arcadipane che a sua volta si lancia; e di nuovo tutti parlano simultaneamente.
Cico (di qua, attorno a Diego Spina con Monsignore e il Marra). Ancora? Ah non vi lascio pi!
Monsignore. Non vi basta quello che avete fatto?
Marra. Quest' pazzia!
Diego. N io n lui! Non posso pi tollerarlo! N io n lui. S, s, sono pazzo!
Arcadipane (tra Sara, Lucio e Deodata che lo trattengono). Guaj a voi se v'attentate a toccarla! Ah vorreste ora riprendervela?
Sara. No, tu no! Tu sta' qua! Basto io! basto io!
Lucio. Lasciatelo dire! Consideratelo!
Deodata. Non pi lui! Non pi lui!
Diego (seguitando, rivolto a quelli che trattengono Arcadipane). Ma s, lasciatelo!. M'uccida, m'uccida, meglio! Ne ha il diritto: io ho voluto uccidere lui! Tutti i delitti, e anche questo! Tanto, non si paga nulla, se tutto si paga qui! La carcere? tutta carcere, carcere senza scampo! Di l non c' nulla! Lo so io!
Di scatto, al Gionni:
Dottore, vi siete divertito a pungermi il cuore, come un coniglio?
Gionni. Ma stata la vostra figliuola guardatela!
Lia (straziata). Pap, pap mio!
Diego (buttandosi sulla sediola di Lia). Figlia mia, figlia mia, perch l'hai fatto? per farmi vedere questo scempio, questo scempio che ho fatto di te?
Rialzandosi e rivoltandosi al Dottore:
Ma voi che lo sapevate, tutto quest'orrore che mi sarei trovato davanti, riaprendo gli occhi, come vi siete prestato? Perch io sono stato morto voi lo sapete l'avete visto tutti, morto, morto, l'avete visto anche voi, Monsignore!, morto, e un altro medico non lui un altro medico ha accertato la mia morte e steso l'atto di morte e poi lui m'ha rimesso in vita, come un coniglio e io non ho saputo nulla, e non so nulla, non so nulla, Monsignore! Fallimento, fallimento, se era bottega! Lo posso gridare a tutti: fallimento: io che lo so! O se fede sincera come la mia, perdetela! perdetela!
Monsignore. Ma vostro figlio guardate l'ha riacquistata!
Deodata. Ha rindossato l'abito, guardi, ha rindossato l'abito.
Monsignore. Di nuovo nella luce di Dio!
Diego (a Lucio, restando). Tu?
Lucio. S, padre.
Sara. Per te!
Monsignore. Per tutti!
Deodata. S, per tutti noi, per tutti noi, per questa sua sorellina.
Diego. Ma come? ora? ora ch'io so...?
Cico. No, no: voi non sapete nulla! Dio pu non concedere di sapere a chi ritorna di l! Non prova la vostra! non prova!
Diego. Come non prova? Morto, l'anima mia, l'anima mia, dov' stata, nel tempo che sono stato morto?
Lucio (semplice dolce). In Dio, padre. La tua anima Dio, padre; e tu dici tua: Dio, vedi? e che puoi tu sapere della morte, se Dio ora, per un suo miracolo
Diego. un suo miracolo? ma se stato lui!
Indica il dottor Gionni.
Lucio. non lui! credi che tutti i morti possano risuscitare per opera d'un medico? Riconosce lui stesso ch' stato un miracolo!
Diego. S: della sua scienza!
Lucio. Se l'anima nostra Dio in noi, che vuoi che sia la scienza e un suo miracolo, se non un miracolo di Lui quand'Egli voglia che si compia? e che puoi tu sapere della morte, se in Dio non si muore, ed Egli ora di nuovo in te, come ancora in tutti noi, qua, eterno, nel nostro momento che solo in Lui non ha fine?
Diego. Tu, ora mi parli cos? tu? tu, per cui io...?
Lucio. S; perch tu risorga dalla tua morte, padre. Vedi? tu avevi chiuso gli occhi alia vita, credendo di dover vedere l'altra di l. Questo stato il tuo castigo. Dio t'ha accecato per quella, e ti fa ora riaprire gli occhi per questa che Sua, perch tu la viva e la lasci vivere agli altri lavorando e soffrendo e godendo come tutti.
Diego. Io? E tua sorella? E tu? Ho voluto... ho voluto uccidere... e tutto il male che ho fatto...
Lucio. Me l'assumo io, padre, e lo riscatto! Se ora questo tuo male io l'accetto, e lo sento, lo sento come un bene, come un bene per me, questo Dio, vedi? questo Dio, Dio che ti vede coi tuoi stessi occhi, e vede quello che fai, quello che hai fatto, e quello che ora devi fare.
Diego. Che debbo fare? che debbo fare?
Lucio. Vivere, padre: in Dio, nelle opere che farai.Alzati e cammina, cammina nella vita. E lascia, lascia a quest'uomo
indica Arcadipane
la sua donna; lascia a questa madre la sua figlia. Ma tu non devi aspettare, Lia, sento, sento che tu non devi aspettare, sorellina mia, ch'io ritorni a far cantare per te l'organo in chiesa, in gloria dei cieli.
Si rivolge alla madre:
Mamma, mamma, chiama la tua figlia!
Sara (trasfigurata, come per riflesso dalla divina esaltazione del figlio: tendendo le braccia a Lia). Figlia! Figlia mia!
Lia (sorgendo al richiamo della madre dalla sua sediola e accorrendo a lei sulle gambine ancora incerte). Mamma! Mamma!
Lucio come in una luce divina.
Cico. Ecco il miracolo! il miracolo!
E cade in ginocchio.
Cammina... cammina...
Anche gli altri, sbalorditi di gioja, accennano con le labbra la parola:
Miracolo.
T E L A
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