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Scena prima
Sala in casa di Filippo. Giacinta e Brigida.
Brigida:
Che ma vuol dire, signora padrona, ch'ella cos melanconica? Quest'anno
pare ch'ella non goda il piacere della villeggiatura.
Giacinta:
Maledico l'ora e il punto che ci sono venuta.
Brigida:
Ma perch mai questa cosa?
Giacinta:
Lasciami stare, non m'inquietar d'avvantaggio.
Brigida:
Ma io lo voglio sapere assolutamente. La mia padrona non mi ha mai tenuto
nascosto niente, e spero non vorr darmi ora questa mortificazione.
Giacinta:
Brigida mia, conosco che sono stata una pazza, che sono una pazza, e che le
mie pazzie mi voglion far sospirare.
Brigida:
Ma perch mai? ella pentita d'aver a sposare il signor Leonardo?
Giacinta:
No, non mi pento di questo. Leonardo ha del merito, mi ama teneramente, e non
indocile da farmi temere di essere maltrattata. Mi pento bens, ed
amaramente mi pento, d'aver insistito ad onta di tutto di voler con noi il
signor Guglielmo, e di aver permesso che mio padre lo abbia alloggiato in
casa.
Brigida:
Si forse perci disgustato il signor Leonardo?
Giacinta:
Ma lascia stare il signor Leonardo, ch'egli non c'entra. Egli soffre anche
troppo, ed arrossisco io per lui della sua sofferenza.
Brigida:
Ma che cosa le ha fatto dunque il signor Guglielmo? Mi pare un giovane tanto
onesto e civile...
Giacinta:
Ah! s, per l'appunto, la sua civilt, la sua politezza; quella maniera sua
insinuante, dolce, patetica, artifiziosa, mi ha, mio malgrado, incantata,
oppressa, avvilita. S, sono innamorata, quanto pu essere donna al mondo.
Brigida:
Come, signora? Ma come mai? Se di lui, mi ha detto tante volte, non ci
pensava n poco, n molto?
Giacinta:
vero, non ho mai pensato a lui, l'ho sempre trattato con indifferenza, e ho
riso dentro di me di quelle attenzioni ch'egli inutilmente mi usava. Ma oim!
Brigida mia, quel convivere insieme, quel vedersi ogni d, a tutte l'ore,
quelle continue finezze, quelle parole a tempo, quel trovarsi vicini a
tavola, sentirmi urtare di quando in quando (sia per accidente, o per arte),
e poi chiedermi scusa, e poi accompagnare le scuse con qualche sospiro, sono
occasioni fatali, insidie orribili, e non so, e non so dove voglia andare a
finire.
Brigida:
Ma ella non ne ha colpa. causa il padrone.
Giacinta:
S, vero, vo studiando anch'io di dar la colpa a mio padre. Da lui venuto
il primo male; ma toccava a me a rimediarvi, ed io sola poteva farlo, ed io
lo doveva fare; ma la maledetta ambizione di non voler dipendere, e di voler
essere servita, mi ha fatto soffrire i primi atti d'indifferenza, e
l'indifferenza divenuta compiacimento, ed il compiacimento passione.
Brigida:
S' accorto di niente il signor Leonardo?
Giacinta:
Non credo. Uso ogni arte perch egli non se ne accorga, ma ti giuro ch'io patisco
pene di morte. Quel dover usar al signor Leonardo le distinzioni che sono da
una sposa ad uno sposo dovute, e vedere dall'altra parte a languire, a patire
colui che mi ha saputo vincere il cuore, un tale inferno, che non lo saprei
spiegare volendo.
Brigida:
Ma come ha da finire, signora mia?
Giacinta:
Questo quello ch'io non so dire, e che mi fa continuamente tremare.
Brigida:
Finalmente ella non ancora sposata.
Giacinta:
E che vorresti tu ch'io facessi? Che mancassi alla mia parola? Che si lacerasse
un contratto? L'ho io sottoscritto. L'ha sottoscritto mio padre. noto ai
parenti, pubblico per la citt. Che direbbe il mondo di me? Ma vi di
peggio. Se si scoprisse ch'io avessi della passione per questo giovane, chi
non direbbe che io l'amava in Livorno, che ho procurato d'averlo meco per un
attacco d'amore, e che ho avuto la temerit di sottoscrivere un contratto di
nozze col cuore legato, e coll'amante al fianco? Si tratta della riputazione.
Sono cose che fanno inorridire a pensarvi.
Brigida:
Per bacco! Me ne dispiace infinitamente. Ma non dicevasi comunemente, che il
signor Guglielmo avesse della premura per la signora Vittoria?
Giacinta:
Non vero niente. arte la sua, finzione, per nascondere la parzialit
che ha per me.
Brigida:
Dunque lo sa il signor Guglielmo, che vossignoria ha della passione per lui.
Giacinta:
Ho procurato nascondermi quanto ho potuto, ma se n' accorto benissimo, e poi
quella vecchia pazza di mia zia, vecchia maliziosissima, se n' anch'ella
avveduta, e in luogo d'impedire, di rimediare, pare che ci abbia gusto ad
attizzare il foco, ed ha ella una gran parte in questa mia debolezza.
Brigida:
A proposito della vecchia, eccola qui per l'appunto.
Giacinta:
L'et l'ha fatta ritornare bambina. Fa ella mille sguaiataggini, e vorrebbe
che tutte fossero del di lei umore.
Brigida:
Diciamole qualche cosa. Avvisiamola che non istia a lusingare il signor
Guglielmo.
Giacinta:
No, no, per amor del cielo, non le diciamo niente, lasciamo correre, perch
si farebbe peggio.
Brigida:
(Ho capito. La mia padrona un'ammalata, che ha paura della medicina).
Scena seconda
Sabina e dette.
Sabina:
Nipote, avete veduto il signor Ferdinando?
Giacinta:
Non signora, questa mattina non l'ho veduto.
Sabina:
E voi, Brigida, l'avete veduto?
Brigida:
L'ho veduto di buonissima ora: sortito, e non pi ritornato.
Sabina:
Guardate che malagrazia! Mi ha detto ieri sera, ch'io l'aspettassi questa
mattina a bevere la cioccolata nella mia camera, e non si ancora veduto: va
tutto il d a girone; ha cento visite, ha cento impegni. Pi che si fa, meno
si fa con questi uomini. Sono propriamente ingrati.
Brigida:
(Povera giovanetta! Le fanno veramente un gran torto).
Sabina:
Voi avete presa la cioccolata? (A Giacinta.)
Giacinta:
Non signora.
Sabina:
Perch non siete venuta da me quando vi ho mandato a chiamare, che l'avremmo
bevuta insieme?
Giacinta:
Non ne aveva volont stamattina.
Sabina:
C'era anche il signor Guglielmo. (Sorridendo.)
Brigida:
(La buona vecchia!).
Sabina:
venuto a favorirmi in camera il signor Guglielmo; ho fatto portare la
cioccolata, ed ha avuto egli la bont di frullarla colle sue mani. Se vedeste
come sa frullare con buona grazia! Quel giovane, tutto quello che fa, lo fa
bene.
Brigida:
(Ed ella, per verit, non si porta male).
Sabina:
Che avete? Siete ammalata?
Giacinta:
Mi duole un poco la testa.
Sabina:
Io non so che razza di giovent sia quella del giorno d'oggi. Non si sente
altro che mali di stomaco, dolori di testa e convulsioni. Tutte hanno le
convulsioni. Io non mi cambierei con una di voi altre, per tutto l'oro del
mondo.
Giacinta:
Dice bene la signora zia; ella ha un buonissimo temperamento.
Sabina:
Mi diverto almeno, e non ist qui a piangere il morto, e non vengo in
villeggiatura per annoiarmi. Mi dispiace che non ci sia Ferdinando;
chiamatemi un servitore, che lo voglio mandar a cercare. (A Brigida.)
Giacinta:
Eh! via, signora zia, non vi fate scorgere, non vi rendete ridicola in questo
modo.
Sabina:
Che cosa intendereste di dire? Io mi fo scorgere? Io mi rendo ridicola? Non
posso avere della stima, della parzialit per una persona? Non sono vedova?
Non sono libera? Non sono padrona di me?
Giacinta:
S, verissimo. Ma nell'et in cui siete...
Sabina:
Che et, che et? Non sono una giovinetta; ma sono ancor fresca donna, ed ho
pi spirito e pi buona grazia di voi.
Giacinta:
Io, se fossi in voi, mi vergognerei a dire di queste cose.
Sabina:
Per che cosa ho da vergognarmi? A una donna libera, sia vedova o sia
fanciulla, permesso avere un amante. Ma due alla volta non permesso.
Credo che mi possiate capire.
Giacinta:
Mi maraviglio, signora, che parliate in tal modo. Fate quel che vi piace. Io
non entrer pi ne' fatti vostri, e voi non v'impicciate ne' miei. (Parte.)
Scena terza
Sabina e Brigida.
Sabina:
Fraschetta, insolente! Se non si sapessero i suoi segreti!
Brigida:
Ma mi compatisca, signora, ella si regola male. Se conosce che vi sia qualche
cosa, ella lo ha da impedire, o per lo meno ha da procurare che non si
sappia. Non si tratta mica di bagattelle, si tratta di riputazione. Le
parerebbe di aver fatta una bella cosa, se fosse causa del precipizio di sua
nipote? Se ella vede che vi sia qualche cosa, non ha da permettere che
continui, e non ha da essere quella che attizzi il foco, stuzzichi la
giovent, ch pur troppo il diavolo grande; e quel ch' stato, stato, e
non bisogna parlarne, e non mettere degli scandali e delle dissensioni nella
famiglia.
Sabina:
Mandatemi a chiamare il signor Ferdinando.
Scena quarta
Ferdinando e dette.
Ferdinando:
Eccomi, eccomi. Sono qui; sono qui a servirla.
Sabina:
Dove siete stato finora? (Sdegnata.)
Ferdinando:
Sono stato dallo speziale. Mi sentiva un poco di mal di stomaco, e sono stato
a masticar del reobarbaro.
Sabina:
State meglio ora? (Dolcemente.)
Ferdinando:
S, sto un poco meglio.
Sabina:
Poverino! Per questo non sarete venuto da me a prendere la cioccolata. (Come
sopra.)
Brigida:
(Ma si pu dare una vecchia pi pazza, pi rimbambita?).
Ferdinando:
Mi dispiaciuto moltissimo a non poter venire. Ma so che ha dell'amore per
me, mi compatir.
Sabina:
Andate via di qua, voi. (A Brigida.)
Brigida:
Oh! s, signora, non dubiti, che io non interromper le sue tenerezze. (Parte.)
Scena quinta
Ferdinando e Sabina.
Sabina:
(Dicano quel che vogliono; mi basta che il mio Ferdinando mi voglia bene).
Ferdinando:
(Ora ho da digerire tutto il divertimento che ho avuto questa mattina).
Sabina:
Caro il mio Ferdinando.
Ferdinando:
Cara la mia cara signora Sabina.
Sabina:
Datemi da sedere.
Ferdinando:
Subito. Volentieri. (Le porta una sedia.)
Sabina:
E voi, perch non sedete? (Siede.)
Ferdinando:
Sono stato a sedere finora.
Sabina:
Sedete, vi dico.
Ferdinando:
Me lo comanda?
Sabina:
S, posso comandarvelo, e ve lo comando.
Ferdinando:
Ed io deggio obbedire, e obbedisco. (Va a prendere la sedia.)
Sabina:
(Ma che figliuolo adorabile!).
Ferdinando:
(Quanto ha da durare questa seccatura?). (Porta la sedia.)
Sabina:
(Ma quanto ben che mi vuole!).
Ferdinando:
Eccola obbedita. (Siede.)
Sabina:
Accostatevi un poco.
Ferdinando:
S, signora. (Si accosta un poco.)
Sabina:
Via, accostatevi bene.
Ferdinando:
Signora... ho preso il reobarbaro...
Sabina:
Ah bricconcello! M'accoster io. (S'accosta.)
Ferdinando:
(Che ti venga la rabbia).
Sabina:
Caro figliuolo, governatevi, non disordinate. Ieri sera avete mangiato un poco
troppo. Basta; questa mattina a tavola starete appresso di me. Vi voglio
governar io; mangerete quello che vi dar io.
Ferdinando:
Eh! da qui all'ora del pranzo vi tempo. Pu essere ch'io stia bene, e che
mangi bene.
Sabina:
No, gioia mia; voglio che vi regoliate.
Ferdinando:
Che ora presentemente?
Sabina:
Ecco, diciassett'ore; osservate. Non avete anche voi l'oriuolo? (Mostrando
il suo.)
Ferdinando:
Ne aveva uno... non saprei... andava male; l'ho lasciato a Livorno.
Sabina:
Perch lasciarlo? Un galantuomo senza l'oriuolo, specialmente in campagna, fa
cattiva figura.
Ferdinando:
vero, se sapessi come fare... Arrossisco di non averlo. Andrei quasi a
posta a pigliarlo.
Sabina:
Se il mio avesse la catena da uomo, ve lo presterei volentieri.
Ferdinando:
Una catena d'acciaio si pu trovare facilmente: a Montenero se ne trovano.
Sabina:
S, si potrebbe trovare. Ma io poi avrei da restare senza il mio oriuolo?
Ferdinando:
Che serve? Credete ch'io non lo sappia, che l'avete detto per ridere, per
burlarmi? Andr a Livorno...
Sabina:
No, no, caro; ve l'ho detto di cuore. Tenete, gioia mia, tenete. Ma ve lo
presto, sapete?
Ferdinando:
Oh! ci s'intende. (Questo non lo avr pi).
Sabina:
Vedete, se vi voglio bene?
Ferdinando:
Cara signora Sabina, siete certa di essere corrisposta.
Sabina:
E se continuerete ad amarmi, avrete da me tutto quel che volete.
Ferdinando:
Io non vi amo per interesse. Vi amo perch lo meritate, perch mi piacete,
perch siete adorabile.
Sabina:
Anima mia, metti via quell'oriuolo, che te lo dono. (Piangendo.)
Ferdinando:
(Oh! se potessi ridere! Riderei pur di cuore).
Sabina:
Senti, figliuolo mio, io ho avuto diecimila scudi di dote. Col primo marito
non ho avuto figliuoli. Sono miei, sono investiti, e ne posso disporre. Se mi
vorrai sempre bene, io ho qualche anno pi di te, e un giorno saranno tuoi.
Ferdinando:
E non vi volete rimaritare?
Sabina:
Briccone! per che cosa credi ch'io ti voglia bene? Pensi ch'io sia una
fraschetta? Se non avessi intenzione di maritarmi, non farei con te quel ch'io
faccio.
Ferdinando:
Cara signora Sabina, questa sarebbe per me una fortuna grandissima.
Sabina:
Gioia mia, basta che tu lo voglia. Quest' una cosa che si fa presto.
Ferdinando:
E avete diecimila scudi di dote?
Sabina:
S, e in sei anni che sono vedova, ho accumulati anche i frutti.
Ferdinando:
E ne potete disporre liberamente?
Sabina:
Sono padrona io.
Ferdinando:
Che vuol dire, non avreste difficolt a farmi una piccola donazione.
Sabina:
Donazione? A me si domanda una donazione? Sono io in tale stato da non
potermi maritare senza una donazione?
Ferdinando:
Ma non avete detto, che un giorno la vostra dote pu essere cosa mia?
Sabina:
S, dopo la mia morte.
Ferdinando:
Farlo prima, o farlo dopo, non lo stesso?
Sabina:
E se ci nascono dei figliuoli?
Ferdinando:
(Oh vecchia pazza! Ha ancora speranza di far figliuoli).
Sabina:
Ditemi un poco, signorino, questo il bene che mi volete senza interesse?
Ferdinando:
Io non parlo per interesse. Parlo perch, se fossi padrone di questo danaro,
potrei mettere un negozietto a Livorno, e farmelo fruttare il doppio, e star
bene io, e fare star bene benissimo la mia cara consorte.
Sabina:
No, disgraziato, tu non mi vuoi bene. (Piange.)
Ferdinando:
Cospetto! se non credete ch'io vi ami, far delle bestialit, mi dar alla
disperazione.
Sabina:
No, caro, no, non ti disperare, ti credo: che tu sia benedetto!
Ferdinando:
Ho un amore per voi cos grande, che non lo posso soffrire.
Sabina:
S, ti credo, ma non mi parlare di donazione. Non ti basta ch'io t'abbia
donato il core?
Ferdinando:
(Eh! col tempo pu essere che ci caschi).
Scena sesta
Filippo e detti.
Filippo:
E cos, signor Ferdinando, volete ora che facciamo quattro partite a
picchetto?
Sabina:
Cosa ci venite voi a seccare col vostro picchetto?
Filippo:
Io non parlo con voi. Parlo col signor Ferdinando.
Sabina:
Il signor Ferdinando non vuol giocare.
Ferdinando:
(Non saprei dire delle due seccature, quale fosse la peggio).
Filippo:
Volete giocare, o non volete giocare? (A Ferdinando.)
Ferdinando:
Con permissione. (S'alza.)
Filippo:
Dove andate?
Ferdinando:
Con permissione. (Corre via.)
Sabina:
Lasciatelo andare. Ha pigliato il reobarbaro.
Filippo:
Mangia come un lupo, e poi gli si aggrava lo stomaco.
Sabina:
Non vero, delicato, e ogni poco di pi gli fa male.
Filippo:
Dove ha preso il reobarbaro?
Sabina:
Dallo speziale.
Filippo:
Non vero niente: appena egli uscito di qui, sono io andato dallo
speziale. Ho giocato a dama finora, e non c' stato, e non ci pu essere
stato.
Sabina:
Siete orbo, e non l'avrete veduto.
Filippo:
Ci vedo meglio di voi.
Sabina:
Il signor Ferdinando non capace di dir bugie.
Filippo:
Sapete, quando dice la verit? Quando dice per tutto il mondo, che voi siete
una vecchia pazza. (Parte.)
Sabina:
Bugiardo, vecchio catarroso, maligno! Lo so perch lo dice, lo so perch lo
perseguita. Ma s, gli voglio bene, e lo voglio sposare al dispetto di tutto
il mondo. (Parte.)
Scena settima
Giacinta, poi Guglielmo.
Giacinta:
Ah! Guglielmo vuol essere il mio precipizio. Non so dove salvarmi. Mi seguita
dappertutto. Non mi lascia in pace un momento.
Guglielmo:
Ma perch mi fuggite, signora Giacinta?
Giacinta:
Io non fuggo; bado a me, e vado per la mia strada.
Guglielmo:
vero, ed io sono s temerario di seguitarvi. Un'altra, che non avesse la
bont che voi avete, mi avrebbe a quest'ora per la mia importunit
discacciato. Ma voi siete tanto gentile, che mi soffrite. Sapete la ragione
che mi fa ardito, e la compatite.
Giacinta:
(Non so che cosa abbiano le sue parole. Paiono incanti, paiono
fattucchierie).
Guglielmo:
S'io credessi che la mia persona vi fosse veramente molesta, o ch'io potessi
pregiudicarvi, a costo di tutto vorrei in questo momento partire; ma
esaminando me stesso, non mi pare di condurmi s male, che possa io produrre
verun disordine, n alterare la vostra tranquillit.
Giacinta:
(Eh! pur troppo mi ha fatto del male pi di quello che egli si pensa).
Guglielmo:
Signora, per grazia, due parole a proposito di quel che vi ho detto.
Giacinta:
Quest'anno non ci possiamo discontentare. Il bel tempo ci lascia godere una
bella villeggiatura.
Guglielmo:
Ci non ha niente che fare con quello ch'io vi diceva.
Giacinta:
Che cosa dite della cena di ieri sera?
Guglielmo:
Tutto per me indifferente, fuor che l'onore della vostra grazia.
Giacinta:
Non so se il nostro pranzo di questa mattina corrisponder al buon gusto del
trattamento, che abbiamo avuto iersera.
Guglielmo:
In casa vostra non si pu essere che ben trattati. Qui si gode una vera
felicit, e s'io sono il solo a rammaricarmi, colpa mia, non colpa di
nessun altro.
Giacinta:
(Si pu dare un'arte pi sediziosa di questa?).
Guglielmo:
Signora Giacinta, scusatemi se v'infastidisco. Mi date permissione ch'io vi
dica una cosa?
Giacinta:
Mi pare che abbiate parlato finora quanto avete voluto. (Con un poco di
caldo.)
Guglielmo:
Non vi adirate: tacer, se mi comandate ch'io taccia.
Giacinta:
(Che mai voleva egli dirmi?).
Guglielmo:
Comincio ad essere pi sfortunato che mai. Veggio che le mie parole
v'annoiano. Signora, vi lever l'incomodo.
Giacinta:
E che cosa volevate voi dirmi?
Guglielmo:
Mi permettete ch'io parli?
Giacinta:
Se cosa da dirsi, ditela.
Guglielmo:
So il mio dovere, non temete ch'io ecceda, e che mi abusi della vostra bont.
Dirovvi solamente ch'io vi amo; ma che se l'amor mio potesse recare il menomo
pregiudizio o agli interessi vostri, o alla vostra pace, son pronto a
sagrificarmi in qualunque modo vi aggrada.
Giacinta:
(Chi pu rispondere ad una proposizione s generosa?).
Guglielmo:
Ho detto io cosa tale, che non meriti da voi risposta?
Giacinta:
Una fanciulla impegnata con altri non dee rispondere ad un tale ragionamento.
Guglielmo:
Anzi una fanciulla impegnata pu rispondere, e deve rispondere liberamente.
Giacinta:
Sento gente, mi pare.
Guglielmo:
S, ecco visite. Rispondetemi in due parole.
Giacinta:
la signora Costanza con sua nipote.
Guglielmo:
Vi sar tanto importuno, fino che mi dovrete rispondere.
Giacinta:
(Sono cos confusa, che non so come ricevere queste donne. Converr ch'io mi
sforzi per non mi dar a conoscere).
Scena ottava
Costanza Rosina, Tognino e detti.
Guglielmo
(si ritira da una parte).
Costanza:
Serva, signora Giacinta.
Giacinta:
Serva sua, signora Costanza.
Rosina:
Serva divota.
Giacinta:
Serva, signora Rosina.
Tognino:
Servitor suo.
Giacinta:
Signor Tognino, la riverisco.
Costanza:
Siamo qui a darle incomodo.
Giacinta:
Anzi a favorirci; mi dispiace che saranno venute a star male.
Costanza:
Oh! cosa dice? Non la prima volta ch'io abbia ricevute le sue finezze.
Giacinta:
Ehi, chi di l? Da sedere. (I Servitori portano le sedie.) (Perch
non venite avanti?) (A Guglielmo, piano.)
Guglielmo:
(Sono mortificato). (A Giacinta.)
Giacinta:
Le prego di accomodarsi. (Siedono.) Favorisca, signor Guglielmo, qui
c' una seggiola vuota. vicino a lei.
Guglielmo:
(Quella non per me, signora).
Giacinta:
(E per chi dunque?).
Guglielmo:
(Non tarder a venire chi ha pi ragion di me di occuparla).
Giacinta:
(Se principiate a far delle scene, vi dar quella risposta che non ho avuto
cuore di darvi).
Guglielmo:
(Vi obbedir, come comandate). (Siede.)
Costanza:
(Che dite, eh? Anch'ella ha il mariage alla moda). (A Rosina.)
Rosina:
(Eh! s, queste due signore illustrissime vanno a gara).
Giacinta:
Che fa il signor Tognino? Sta bene?
Tognino:
Servirla.
Giacinta:
Che fa il signor padre?
Tognino:
Servirla.
Giacinta:
Non andato in Maremma, mi pare?
Tognino:
Servirla.
Giacinta:
(Che sciocco!). (Piano a Guglielmo.)
Guglielmo:
(Ma fortunato in amore). (Piano a Giacinta.)
Costanza:
Anch'ella, signora Giacinta, s' fatto il mariage alla moda?
Giacinta:
Eh! un abitino di poca spesa.
Costanza:
S, vero, un cosettino di gusto. Mi piace almeno, ch'ella lo spaccia per
quel che ; ma la signora Vittoria ne ha uno cento volte peggio di questo, e
si d ad intendere d'avere una cosa grande, un abito spaventoso.
Giacinta:
Vogliono divertirsi? Vogliono fare una partita? Gioca all'ombre la signora
Costanza?
Costanza:
Oh! s signora.
Giacinta:
E la signora Rosina?
Rosina:
Per obbedirla.
Giacinta:
E il signor Tognino?
Tognino:
Oh! io non so giocare che a bazzica.
Giacinta:
Gioca a bazzica la signora Rosina?
Rosina:
Perch vuol ella ch'io giochi a bazzica?
Giacinta:
Non saprei. Vorrei fare il mio debito. Non vorrei dispiacere a nessuno;
s'ella volesse far la partita col signor Tognino...
Rosina:
Oh! non vi questo bisogno, signora.
Costanza:
Via, la signora Giacinta una signora compita, e fra di noi c'intendiamo. Ma
il signor Tognino, che giochi o che non giochi, non preme; star a veder a
giocare all'ombre, imparer: star a veder la Rosina.
Giacinta:
Ella sa meglio di me, signora Costanza, l'attenzion che ci vuole nel
distribuir le partite.
Costanza:
Oh! lo so, per esperienza. Lo so che si procura di unire quelle persone, che
non istanno insieme mal volentieri. Anch'io ho tutta l'attenzione per questo;
ma quel che mi fa disperare si , che qualche volta vi fra di loro qualche
grossezza, o per gelosia, o per puntiglio, e s'ingrugnano, senza che si
sappia il perch: a chi duole il capo, a chi duole lo stomaco, e si dura
fatica a mettere insieme due tavolini. Verr una per esempio, e dir: ehi,
questa sera vorrei far la partita col tale. Verr un'altra: ehi, avvertite,
non mi mettete a tavolino col tale e colla tale, che non mi ci voglio
trovare. Pazienza anche, se lo dicessero sempre. Il peggio si , che qualche
volta pretendono che s'indovini. Ci vuole un'attenzione grandissima: pensare
alle amicizie e alle inimicizie. Cercare di equilibrar le partite fra chi sa
giocare. Scegliere quel tal gioco, che piace meglio a quei tali. Dividere chi
va via presto, e chi va via tardi, e qualche volta procurar di mettere la
moglie in una camera, ed il marito nell'altra.
Giacinta:
Vero, vero; lo provo ancor io: sono cose vere. Sento una carrozza, mi pare.
Sar la signora Vittoria e il signor Leonardo. Fatemi un piacere, signor
Guglielmo, andate a vedere se sono dessi.
Guglielmo:
S, signora, giusto; questa seggiola non per me. (S'alza.)
Giacinta:
Se non volete, non preme...
Guglielmo:
Contentatevi. Son giovane onesto, e so il mio dovere. (Parte.)
Giacinta:
(Oggi m'aspetto di dover passare una giornata crudele).
Costanza:
Dica, signora Giacinta, egli vero che il signor Guglielmo si sia dichiarato
per la signora Vittoria?
Giacinta:
Lo dicono.
Costanza:
Siccome deve essere sua cognata, ella lo dovrebbe sapere.
Giacinta:
Finora non c' stata gran confidenza fra lei e me.
Costanza:
E le nozze sue si faranno presto?
Giacinta:
Non so, non glielo so dire. E ella, signora Costanza, quando fa sposa la
signora Rosina?
Costanza:
Chi sa? potrebbe darsi.
Rosina:
Oh! non c' nessun che mi voglia.
Tognino:
(Nessuno?). (Piano a Rosina, urtandola forte.)
Rosina:
(Zitto, malagrazia). (Piano a Tognino.)
Giacinta:
Mi pare, se non m'inganno... (Verso Tognino ecc..)
Costanza:
Le pare, signora Giacinta? (Sogghignando per piacere.)
Rosina:
Qualche volta l'apparenza inganna.
Giacinta:
Il signor Tognino non giovane capace di burlare.
Tognino:
Ah? (Fa uno scherzo a Rosina ridendo, poi s'alza e passeggia sgarbatamente.)
Giacinta:
( un buon ragazzo, mi pare). (A Costanza.)
Costanza:
(Non ha molto spirito). (A Giacinta.)
Giacinta:
(Cosa importa? Basta che abbia il modo di mantenerla). (A Costanza.)
Costanza:
(Oh! s, figlio solo). (A Giacinta.)
Scena nona
Leonardo e Vittoria, servita di braccio da Guglielmo, e detti. Tutti
s'alzano.
Giacinta:
Serva, signora Vittoria. (Incontrandola.)
Vittoria:
Serva, la mia cara signora Giacinta. (Si baciano.)
Leonardo:
Scusate, vi prego, signora Giacinta, se ho tardato pi del solito questa
mattina a venire a vedervi. Ho dovuto far delle visite, ho avuto degli altri
affari domestici, che mi hanno tenuto occupato. Spero che compatirete la mia
mancanza, n mi vorrete perci incolpare di trascuratezza, o di poco amore.
Giacinta:
Io non credo che mi abbiate mai conosciuta indiscreta. Quando venite, mi fate
grazia; quando non potete, io non vi obbligo di venire.
Leonardo:
(Non so s'io l'abbia da credere discretezza, o poca curanza).
Giacinta:
Favoriscano d'accomodarsi. (Costanza, Rosina e Tognino siedono ai loro
posti.) Signor Guglielmo, favorisca presso la signora Vittoria.
Guglielmo:
Come comanda. (Siede presso a Vittoria, Giacinta presso Guglielmo, e
Leonardo presso Giacinta.)
Vittoria:
Questa mattina non si degnato di favorirmi il signor Guglielmo.
Guglielmo:
In verit, signora, non ho potuto.
Vittoria:
So pure che siete stato tutta la mattina in casa.
Guglielmo:
verissimo, s signora ho avuto da scrivere delle lettere di premura.
Vittoria:
C'era anche da noi il calamaio e la carta.
Guglielmo:
Non mi sarei presa una simile libert.
Vittoria:
S, s, carino, ho capito. (Sdegnosa.)
Giacinta:
Signora Vittoria, non bisogna essere s puntigliosa.
Leonardo:
Imparate dalla signora Giacinta. Ella compiacentissima. Non tormenta mai
per iscarsezza di visite.
Giacinta:
Io non credo che vi siano degli uomini, a' quali piacciano le seccature.
Leonardo:
Eppure vi sono di quelli che volentieri si sentono rimproverare, e prendono
qualche volta i rimproveri per segni d'amore.
Giacinta:
Tutti pensano diversamente; ed io non amo le affettazioni.
Leonardo:
Ora che so il genio vostro, mi affanner molto meno nella premura di
rivedervi.
Giacinta:
Siete padrone d'accomodarvi, come vi pare.
Costanza:
(Ho paura che voglia essere il loro un matrimonio di poco amore). (A
Rosina.)
Rosina:
(S, sar un matrimonio pi per impegno che per inclinazione). (A
Costanza.)
Scena decima
Sabina, servita di braccio da Ferdinando, e detti.
Tognino:
(Ehi, la vecchia). (A Rosina.)
Rosina:
(La vecchia). (A Costanza.)
Costanza:
(S, col suo amorino). (A Rosina.)
Sabina:
Serva umilissima di lor signori.
Vittoria:
Serva sua, signora Sabina.
Costanza:
Riverisco la signora Sabina.
Rosina:
Come sta la signora Sabina?
Sabina:
Bene, bene, sto bene. Che bella compagnia! Chi quel giovanotto? (Accennando
a Tognino.)
Tognino:
Servitor suo, signora Sabina.
Sabina:
Vi saluto, caro: chi siete?
Rosina:
Non lo conosce? il figliuolo del signor dottore.
Sabina:
Di qual dottore?
Costanza:
Del medico; del nostro medico.
Sabina:
Bravo, bravo, me ne consolo. un giovanetto di garbo. maritato? (A
Rosina.)
Rosina:
Signora no.
Sabina:
Quanti anni avete? (A Tognino.)
Tognino:
Sedici anni.
Sabina:
Perch non ci venite mai a trovare?
Rosina:
Ha da fare.
Costanza:
Ha da studiare.
Rosina:
Non va in nessun luogo.
Sabina:
S, s, ho capito. Bravi, bravi; non dico altro. Io poi, quando si tratta...
se mi capite, non abbiate paura, che non sono di quelle. Ferdinando.
Ferdinando:
Signora.
Sabina:
Cara gioia, datemi il fazzoletto.
Ferdinando:
Vuole il bianco?
Sabina:
S, il bianco. Ieri sera ho preso dell'aria ed ho una flussioncella a
quest'occhio.
Ferdinando:
Eccola servita. (Le d il fazzoletto con un poco di sdegno.)
Sabina:
Cos', che mi parete turbato? (A Ferdinando.)
Ferdinando:
(Niente, signora). (A Sabina.)
Sabina:
(Avete rabbia, perch ho parlato con quel giovanotto?). (A Ferdinando.)
Ferdinando:
Eh! signora no. (Ho rabbia di dovermi in pubblico far minchionare).
Sabina:
(No, caro, non abbiate gelosia, che non parler pi con nessuno). (A
Ferdinando.)
Ferdinando:
(Parli anche col diavolo, che non ci penso).
Sabina:
(Tenete il fazzoletto). (A Ferdinando.)
Ferdinando:
(Mi stanno sul cuore quei diecimila scudi).
Sabina:
(Non dico tutto, ma qualche cosa bisogner poi ch'io gli doni).
Giacinta:
Ors, signori, si vogliono divertire? Vogliono fare qualche partita?
Vittoria:
Per me faccio quello che fanno gli altri.
Costanza:
Disponga la signora Giacinta.
Sabina:
Di me non disponete, ch la mia partita l'ho fatta. (A Giacinta.)
Giacinta:
E a che vuol giocare la signora zia?
Sabina:
A tresette in tavola col signor Ferdinando.
Ferdinando:
(Oh povero me! Sto fresco). Signora, questo un gioco che annoia
infinitamente. (A Sabina.)
Sabina:
Eh! signor no, un bellissimo gioco. E poi, che serve? Avete da giocare con
me.
Ferdinando:
(Ci vorr pazienza).
Sabina:
Avete sentito? Per me sono accomodata. (A Giacinta.)
Giacinta:
Benissimo. Faranno un ombre in terzo la signora Vittoria, la signora Costanza
e il signor Guglielmo.
Costanza:
(Poteva far a meno di mettermi a tavolino con quella signora del mariage).
Vittoria:
(Mettermi con lei! Non sa distribuir le partite). (Da s.)
Guglielmo:
(Non sono degno della vostra partita?). (A Giacinta.)
Giacinta:
(Mi maraviglio che abbiate ardir di parlare). (A Guglielmo.) Faremo un
altro tavolino d'ombre il signor Leonardo, la signora Rosina ed io.
Rosina:
Come comanda. (Pu essere ch'io goda qualche bella scena). (Da s.)
Giacinta:
contento, signor Leonardo?
Leonardo:
Io sono indifferentissimo.
Giacinta:
Se volesse servirsi a qualche altro tavolino, padrone.
Leonardo:
Veda ella, se le pare che le partite non sieno disposte bene.
Giacinta:
Io non posso sapere precisamente il genio delle persone.
Leonardo:
Per me non ho altro desiderio che di dar piacere a lei, ma mi pare che sia
difficile.
Giacinta:
Oh! pi facile ch'ella non crede. Ehi! chi di l? (Vengono i Servitori.)
Guglielmo:
Accomodate tre tavolini. Due per l'ombre, ed uno per un tresette in tavola. (I
Servitori eseguiscono.)
Vittoria:
Mi pare un po' melanconico il signor Guglielmo. (A Guglielmo.)
Guglielmo:
Non lo sa, signora? Son cos di natura.
Vittoria:
Voi amate poco, signor Guglielmo.
Guglielmo:
Anzi amo pi di quello che vi credete.
Vittoria:
(Manco male, che mi ha detto una buona parola).
Giacinta:
(Bravo, signor Guglielmo, me ne consolo. Ho piacere che amiate la signora
Vittoria). (A Guglielmo.)
Guglielmo:
(Ognuno pu interpretar le cose a suo modo). (A Giacinta.)
Leonardo:
(Signora Giacinta, che cosa avete detto piano al signor Guglielmo?). (A
Giacinta.)
Giacinta:
(Ho da rendervi conto di tutte le mie parole?). (A Leonardo.)
Leonardo:
(Mi pare che ci sia un poco troppo di confidenza). (A Giacinta.)
Giacinta:
(Questi ingiuriosi sospetti non sono punto obbliganti). (A Leonardo.)
Leonardo:
( una condizione la mia un poco troppo crudele). (Da s.)
Giacinta:
Ors, preparato, signori. L'ora tarda, e se non si sollecita, or ora ci
danno in tavola.
Sabina:
Per me son lesta. Andiamo, Ferdinandino.
Ferdinando:
Eccomi ad obbedirla. (Per una volta si pu soffrire). (Da s, e va a
sedere al tavolino indietro con Sabina.)
Vittoria:
Favorite, signor Guglielmo.
Guglielmo:
Sono a servirla.
Vittoria:
S'accomodi, signora Costanza.
Costanza:
(Vuole stare nel mezzo per non guastare il bell'abito). (Siedono a
tavolino.)
Giacinta:
Se comanda, signora Rosina...
Rosina:
Eccomi. (Tognino, venite con me.) (A Tognino.)
Tognino:
Signora, s. (Vorrei che si andasse a tavola). (Tutti siedono, e
principiano a giocare.)
Scena undicesima
Filippo e detti.
Filippo:
Servo di lor signori. (Tutti salutano senza moversi.) E io non ho da
far niente? Tutti giocano, e per me non c' da giocare?
Giacinta:
Vuol giocare, signor padre?
Filippo:
Mi parerebbe di s.
Giacinta:
Ehi! portate un altro tavolino. Vada a giocare a bazzica col signor Tognino.
Filippo:
A bazzica?
Giacinta:
Non c' altra partita. Il signor Tognino non sa giocare che a bazzica.
Filippo:
E non posso giocare con qualcun altro? Non posso giocare a picchetto col
signor Ferdinando?
Sabina:
Il signor Ferdinando impegnato.
Filippo:
Oh! questa bella da galantuomo.
Rosina:
Caro signor Filippo, non si degna di giocare col signor Tognino?
Filippo:
Non occorr'altro. Andiamo a giocare a bazzica. (A Tognino.)
Tognino:
Avverta ch'io non gioco di pi d'un soldo la partita.
Filippo:
S, andiamo; giocheremo d'un soldo. (S'incammina al tavolino.) Ehi!
senti, va subito in cucina, e di' al cuoco che si solleciti quanto pu, e
che, crudo o cotto, dia in tavola. (Ad un Servitore, che parte.)
(Figurarsi s'io voglio star qui un'ora a giocare a bazzica con questo
ceppo!). (Siede al tavolino con Tognino e giocano.)
Vittoria:
Mi pare che un addio stamane si poteva venire a darmelo. (A Guglielmo.)
Guglielmo:
Ma non vi ho detto, signora, che non sono uscito di casa?
Vittoria:
S, vero; state in casa assai volentieri. Io dubito che a questa casa siate
un poco troppo attaccato.
Guglielmo:
Non so con qual fondamento lo possiate dire.
Costanza:
Ma, signori miei, si gioca o non si gioca?
Guglielmo:
Ha ragione la signora Costanza.
Vittoria:
(Or ora getto le carte in tavola).
Giacinta:
(Vittoria, per quel ch'io sento, vuol far nascere delle scene).
Leonardo:
Perch non bada al suo gioco, signora Giacinta?
Rosina:
Via, risponda. Ho giocato picche.
Giacinta:
Taglio.
Rosina:
Taglia? Se ha rifiutato a trionfo.
Leonardo:
Non vuol che rifiuti? Non ha il cuore al gioco.
Giacinta:
Fo il mio dovere. Sento che qualcheduno si lamenta, e non so di che.
Leonardo:
(Non veggio l'ora che finisca questa maladetta villeggiatura).
Sabina:
Ah! ah! gli ho dato un cappotto; un cappotto, gli ho dato un cappotto.
Ferdinando:
Brava, brava; mi ha dato un cappotto.
Vittoria:
Ha sempre gli occhi qui la signora Giacinta. (A Guglielmo.)
Guglielmo:
La padrona di casa ha da tenere gli occhi per tutto.
Vittoria:
S, s, difendetela. Trionfo. (Giocando con dispetto.)
Costanza:
Questo non trionfo, signora.
Vittoria:
Che so io che diavolo giochi?
Costanza:
In verit, cos non si pu giocare. (Forte.)
Giacinta:
Che ha, signora Costanza?
Costanza:
Sono cose...
Vittoria:
Eh! badi al suo gioco, signora Giacinta. (Ridendo.)
Giacinta:
Perdoni... sento che si lamentano...
Tognino:
Bazzicotto, bazzicotto.
Filippo:
S, s, bazzicotto, bazzicotto. (Con rabbia.)
Giacinta:
Mi pare che la signora Vittoria non abbia per me grande amicizia. (Piano a
Leonardo.)
Leonardo:
Non so che dire; ma in ogni caso si mariter. (Piano a Giacinta.)
Giacinta:
Quando?
Leonardo:
Pu essere che non passi molto.
Giacinta:
Sperate voi che il signor Guglielmo la sposi?
Leonardo:
Se il signor Guglielmo non prender mia sorella, n anche in casa vostra non
ci verr pi.
Giacinta:
Davvero?
Leonardo:
Davvero.
Rosina:
Ma via, risponda. (A Giacinta.)
Vittoria:
(Parlano di me, mi pare).
Scena dodicesima
Servitore e detti.
SERVITORE:
Signori, in tavola. (Parte.)
Costanza:
(Sia ringraziato il cielo). (S'alza.)
Sabina:
Io voglio finire la mia partita.
Filippo:
Finitela, che noi pranzeremo. (S'alza.)
Ferdinando:
Con sua permissione, ho appetito. (S'alza.)
Sabina:
Bravo, bravo; il reobarbaro ha operato bene. (S'alza.)
Tognino:
Tre soldi, signor Filippo.
Filippo:
(Scioccone!). Via, favoriscano. Andiamo.
Giacinta:
Si servino. Fanno ceremonie?
Vittoria:
Si servino pure.
Rosina:
Io non vado avanti sicuro.
Sabina:
Ors, senz'altri complimenti. Favorisca, signor Ferdinando. (Gli chiede la
mano.)
Ferdinando:
Sono a servirla. (Le d braccio.)
Sabina:
Con permissione. (Fa una riverenza.)
Ferdinando:
E chi ha invidia, suo danno. (Parte con Sabina.)
Giacinta:
Via, si serva, signora Vittoria.
Vittoria:
Favorisce? (A Guglielmo, chiedendogli che la serva.)
Guglielmo:
Sono a servirla. (Le d braccio.)
Vittoria:
Soffra; compatisca. (Parte con Guglielmo.)
Guglielmo:
(S, soffro pi di quello ch'ella si crede). (Parte con Vittoria.)
Giacinta:
Vadano, signore. (A Costanza e Rosina.)
Costanza:
Andate innanzi, Rosina.
Rosina:
Andiamo, Tognino.
Tognino:
(Oh! che mangiata che voglio dare). (Parte con Rosina.)
Costanza:
Con licenza. (A Giacinta, in atto di partire.)
Filippo:
Vuole che abbia l'onor di servirla? (A Costanza.)
Costanza:
Mi fa grazia. (A Filippo.)
Filippo:
Se si degna. (A Costanza.)
Costanza:
Mi fa onore. (A Filippo.)
Filippo:
Qualche cosa anche a me poveruomo. (Le d braccio.)
Costanza:
Povero signor Filippo! Qualche cosa anche a lui. (Parte con Filippo.)
Giacinta:
Vuol che andiamo? (A Leonardo.)
Leonardo:
Vuol che la serva? (A Giacinta.)
Giacinta:
Se non lo merito, non lo faccia.
Leonardo:
Ah crudele!
Giacinta:
Non facciamo scene, signor Leonardo.
Leonardo:
Vi amo troppo, Giacinta.
Giacinta:
S, al mio merito sar troppo.
Leonardo:
E voi mi amate pochissimo.
Giacinta:
Vi amo quanto so, e quanto posso.
Leonardo:
Non mi mettete alla disperazione.
Giacinta:
Non facciamo scene, vi dico. (Lo prende con forza e lo tira.)
Leonardo:
(Sorte spietata!). (Parte con Giacinta.)
Giacinta:
(Oh amore! oh impegno! oh maladetta villeggiatura!). (Parte con Leonardo.)
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