Le donne curiose

LE DONNE CURIOSE di Carlo Goldoni

LE DONNE CURIOSE

di Carlo Goldoni

Commedia di tre atti in prosa rappresentata per la prima volta in Venezia

il Carnevale dell'anno 1753.

ALL'ILLUSTRISSIMO SIGNOR ABATE

ANTONINO UGUCCIONI

PATRIZIO FIORENTINO

Coloro i quali del mio bene hanno invidia, e non potendola tenere in petto, la spargono dalle labbra e dagli occhi, ed empiono di veleno i fogli, nuovo avranno motivo di macerarsi e di fremere, allora quando sapranno avermi io in Firenze un altro Protettore acquistato, dotto, illustre e gentile, pieno per me di benignit e d'amore. Non vorrebbono i maligni, che io pubblicassi al mondo gli onori che dalle persone di rango mi vengon fatti, e il render grazie ch'io fo a chi mi benefica e mi protegge, viene interpretato dagli invidiosi vanit e ostentazione. Dican essi checch dir vogliono, retta io non do loro; vu render palese al mondo il fregio, che novellamente acquistato mi sono, del patrocinio di V. S. Illustrissima, e se in ci fare usassi della vanit, della ostentazione, sarei anche dagli Uomini di buon senno lodato, non che compatito, poich delle cose che preziosissime sono, lecito indiscretamente vantarsi. Chi ha la fortuna di conoscere e di trattare l'amabilissima di Lei persona, ha motivo certamente di rallegrarsi, trovando in Lei tante belle Virt, e quelle precisamente che formano l'uomo gentile, il colto ed ottimo Cavaliere. Io non istar qui a descrivere ad una ad una quelle belle Virt, che al di Lei eccelso animo fan corona, poich lunghissima e per me malagevole saria l'impresa; ma di alcune soltanto far menzione, di quelle cio che fanno risuonare il grido del di Lei nome. L'onest de' costumi, la massima sincerit di cuore, la generosit dell'animo, la dolcezza del tratto, l'affabilit, la moderazione, la cortesia, qualit sono in V. S. Illustrissima, che la rendono a tutti gli ordini delle persone oggetto di venerazione e di maraviglia; ma sopra tutto quella vivacit, quella prontezza di spirito, che brilla mirabilmente ne' detti suoi e ne' suoi pensamenti, d a conoscere chiaramente, che i doni della natura corrispondono alla nobilt originaria antichissima del di Lei sangue, e rende perfettamente a' Maggiori suoi quell'onore che ha largamente ricevuto da essi. Ella ha l'ottimo gusto nelle migliori cose del mondo, le intende, le distingue, le ama. Ama i studi pi seri e pi interessanti dell'uomo, ed ama eziandio dell'uomo i pi onesti, i pi nobili, i pi discreti trattenimenti. Fra questi Ella non d al teatro l'ultimo luogo; lo crede oggetto degno non solo del suo piacere, ma anche delle sue applicazioni. Ella ha preso a proteggere una Compagnia di valorosi Comici suoi nazionali, de' quali ho fatto altra fiata menzione, e sono, a dir vero, ornamento del Teatro Italiano.

Indi alla di Lei protezione venne raccomandato il teatro medesimo in Via del Cocomero situato, governato da una onoratissima Societ d'Accademici Fiorentini, il quale, sotto la savissima di Lei condotta, ve facendo progressi ammirabili, ed ormai reso esemplare degli altri, per l'onest, per il modo, per la condotta, alla quale corrisponde la citt tutta con l'applauso e il concorso.

Se dir che le Commedie mie in cotesto Teatro si rappresentano quasi continuamente, mi verr apposto dagli emoli, che io lo dica per vanit; ma quando anche ci fosse vero, sarei compatibile, se di un s grande onore invanissi, e se mi stimolasse la forza dell'amor proprio a rendere palese al Mondo, che delle Opere mie una s colta Citt si compiace, ed un Cavaliere dottissimo, e di s fino gusto fornito, ne il benignissimo promotore.

A Lei, Illustrissimo Signor mio, cui tanto preme la riputazione delle opere mie e del mio


nome, di che tante generose prove mi ha dato, a Lei raccomando questa Commedia, in particolar modo sotto la protezione Sua validissima pubblicata. La curiosit di alcune Donne somministratomi ha l'argomento, non gi quelle virtuose e magnanime, che degne sono dell'amabilissima di Lei conversazione, e che cost e dapertutto ebbi anch'io la fortuna di conoscere e di ammirare; ma quelle alle quali un tal difetto comune, per debolezza di animo particolare, non per natura del gentil sesso.

Nell'atto per di raccomandarle quest'imperfetta Opera mia, intendo di raccomandarle assai pi l'umilissima mia Persona, supplicandola concedermi benignamente lo specioso titolo, con cui ho l'onore di protestarmi

Di V. S. Illustriss.

Umiliss. Divotiss. ed Obbligatiss. Serv. Carlo Goldoni


L'AUTORE A CHI LEGGE

La curiosit delle donne un argomento che viene dagli uomini considerato s vasto, che a molte e molte Commedie potrebbe somministrare l'intreccio. Quindi , che di questa mia alcuni contentati poco si sono, perch ad un oggetto solo ho diretto la curiosit di quattro femmine insieme. Questi per, che un cos avido desiderio nutriscono di vedere in scena moltiplicati delle donne i difetti, mostrano di essere pi curiosi di esse; ma si consolino, poich non mancher forse chi prevalendosi anche di questo mio argomento, dar loro continuazione, e accozzando insieme una moltitudine di fatterelli, far una composizione, a cui dar il titolo di Commedia. Io che, per quanto posso, amo di conservare l'unit dell'azione, ho voluto ristringermi ad un solo motivo, e mi sembra bastantemente critico, per quell'idea che mi sono prefissa in mente.

Personaggi

OTTAVIO cittadino bolognese.

BEATRICE sua moglie.

ROSAURA loro figliuola.

FLORINDO promesso sposo a Rosaura.

LELIO bolognese.

ELEONORA sua moglie.

LEANDRO amico de' suddetti.

FLAMMINIO amico di Leandro.

PANTALONE de' BISOGNOSI mercante veneziano.

CORALLINA cameriera di Beatrice e di Rosaura.

BRIGHELLA servitore di Pantalone.

ARLECCHINO servitore di Ottavio.

Un altro SERVITORE di Ottavio, che parla.

Servitori di Pantalone, che non parlano.

La Scena si rappresenta in Bologna.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera con porte chiuse.

Ottavio leggendo un libro, Florindo e Leandro giuocando a dama. Lelio a sedere.

LEL. Amici, come va la partita?

FLOR. In questo punto sono arrivato a dama.

LEAN. Ed io non tarder ad arrivarvi.

LEL. La vostra una partita di picca.

FLOR. S; noi giochiamo veramente di picca. Si disputa l'onore, non l'interesse.

LEL. Eh, gi si sa. Qui non si giuoca per interesse.

FLOR. E in questa maniera sussiste la nostra compagnia; altrimenti, o questa si saria disfatta, o si sarebbe alcun di noi rovinato. Dama. (giocando)

LEL. Un'altra cosa bellissima contribuisce alla nostra sussistenza.

FLOR. S, quella di non voler ammetter le donne.

LEL. Ed esse hanno di ci il maggior veleno del mondo.

FLOR. Quello che pi loro d pena...

LEAN. Soffio la dama.

FLOR. Perch?

LEAN. Perch non avete mangiato questa.

FLOR. vero. Avete ragione. Solamente per aver nominate le donne, ho perso il giuoco.

LEL. Se venissero qui, ci farebbero perder la testa.

FLOR. Spero ancora di rimettere la partita. (giocando)

LEAN. Fatelo discorrere, che mi date piacere. Altrimenti non posso vincere.

FLOR. Parlate, parlate, non mi confondo. (a Lelio)

LEL. Che cosa dicevate voi che patiscono pi di tutto le nostre donne?

FLOR. Quel che pi le tormenta, la curiosit che hanno di sapere quello che noi facciamo in queste nostre camere.

LEL. S, vero. Eleonora mia moglie tutto d mi tormenta su questo punto, e per quanto le dica non si fa niente, non lo vuol credere.

FLOR. Lo stesso accade a me colla signora Rosaura, che deve esser mia sposa: non mi lascia aver bene. La soffro perch l'amo, ma vi assicuro che mi tormenta.

LEL. Io, che sono poco paziente, ho dato pi volte nelle furie con mia moglie, e ho paura, se seguita, di far peggio.

LEAN. Dama. Una gran cosa con queste donne! Vogliono saper tutto.

FLOR. vero, fanno perdere la pazienza. Bisogna essere innamorato, come sono io, per soffrirle.

OTT. Amici, sento un proposito che mi tocca, e non posso far a meno d'entrarvi. (alzandosi dal suo posto)

LEL. Siete anche voi tormentato dalla signora Beatrice?

OTT. Domandatelo all'amico Florindo. Mia moglie non tace mai.

FLOR. S, madre e figlia ci tormentano a campane doppie.

OTT. Rosaura mia figlia lo fa anche con qualche moderazione; ma Beatrice mia moglie un diavolo.

LEL. Darete anche voi nelle impazienze, nelle quali sono forzato a dar io.

OTT. No, amico. Non do in impazienze. Non mi altero; non mi scaldo il sangue. Non voglio che le pazzie della moglie pregiudichino la mia salute.

LEL. Bisogna poterlo fare.

OTT. Si fa tutto quel che si vuole.

FLOR. Non lo sapete? Il signor Ottavio filosofo.

LEL. Non basta esser filosofo per soffrire una moglie cattiva, bisogna essere stoico.

OTT. Quando dite stoico, che cosa vi credete di dire?

LEL. Che so io? Insensato.

OTT. Poveri filosofi! Come vengono strapazzati! Gli stoici, che ponevano la vera felicit nell'esercizio della virt, sono chiamati stolidi!

LEL. Io non so di filosofia. Stimo pi questo poco di quiete di tutte le massime di Platone.

FLOR. (Alzandosi) Ciascheduno in questa nostra amichevole societ soddisfa il proprio genio, e passa il tempo tranquillamente in tutto ci che onestamente gli d piacere. Io ho la mia passione per le operazioni ingegnose. Giuoco volentieri a quei giuochi dove non ha parte alcuna la sorte. Mi diverte assaissimo la matematica, la geometria, il disegno, e qui mi ristoro, se la mia bella sdegnata. Mi consolo assai pi, se ella mi ha fatto partir contento. Perdonate, signor Ottavio, se cos parla uno che deve essere lo sposo di vostra figlia. Gi lo sapete, tutte le donne hanno de' momenti buoni e de' momenti cattivi.

OTT. S, e bisogna esser filosofi, come sono io, per burlarsi di loro.

LEL. Cari amici, se volete parlar di filosofia, ander a sedere in un'altra camera. Io vengo qui a sollevarmi un poco, dopo gli imbarazzi delle mie cariche e della mia famiglia. E quel poco che io ci sto, ho piacere di divertirmi.

FLOR. Che cosa vi vorrebbe per divertirvi?

LEL. Un buon pranzo, una buona cena.

FLOR. Volete che questa sera ceniamo in compagnia?

LEL. Per me ci sono. Che dice il signor filosofo?

OTT. La filosofia non nemica dell'onesto divertimento.

FLOR. Ecco il signor Pantalone. Pregheremo lui, che ci faccia preparare.

LEL. Gran galantuomo questo signor Pantalone! Egli ha eretto questo nostro divertimento; egli regola assai bene la nostra compagnia; ci d ben da mangiare, e credo vi rimetta del suo.

FLOR. Gode assaissimo di questa compagnia da lui medesimo procurata.

LEL. E non vuol donne, e fa benissimo!

OTT. Cos possiamo godere la nostra pienissima libert.

SCENA SECONDA

Pantalone e detti.

PANT. Patroni cari, amici cari. Amicizia.

OTT. Amicizia. (si abbracciano e si baciano)

PANT. Amicizia.

FLOR. Amicizia. (fanno lo stesso)

PANT. Amicizia.

LEL. Amicizia. (fanno lo stesso)

PANT. Amicizia.

LEAN. Amicizia. (tutti dicono amicizia, e si abbracciano)

PANT. Sali, patroni, che xe son mezzo zorno?

FLOR. ora che ce ne andiamo.

OTT. Florindo, volete venire a pranzo con me?

FLOR. Ricever le vostre grazie.

PANT. Patroni, quando se fa ste nozze? (a Florindo ed Ottavio)

FLOR. Io dipendo dal signor Ottavio.

OTT. Si faranno presto.

LEL. Questa sera vorressimo cenare in compagnia; ci favorirete voi al solito? (a Pantalone)

PANT. Volentiera. Quanti saremio?

LEL. Qui siamo in cinque.

PANT. Benissimo; provveder mi, parecchier mi. Se goderemo, staremo allegri.

OTT. Oh, andiamo. Signor Pantalone, amicizia.

PANT. Amicizia. (si abbracciano e si baciano)

OTT. Amicizia.

LEL. Amicizia. (come sopra)

LEAN. Amicizia.

FLOR. Amicizia. (come sopra)

PANT. Amicizia.

FLOR. Amicizia.

LEL. Amicizia.

LEAN. Amicizia. (Lelio, Ottavio, Florindo e Leandro partono)

SCENA TERZA

Pantalone, poi Brighella

PANT. Mi, co son coi mi amici, vegno tanto fatto! Brighella, dove xestu?

BRIGH. Son qua, sior padron.

PANT. Stassera bisogna parecchiar da cena.

BRIGH. Per quanti, signor?

PANT. Per cinque, per sie, per otto.

BRIGH. La sar servida.

PANT. Caro Brighella, fa pulito, me preme de farme onor coi mi cari amici; me preme de farli star ben, de farghe spender ben i so bezzi, e perch le cosse vaga pulito, me contento de remetterghe un zecchin del mio, e anca do, se bisogna.

BRIGH. In fatti qua la gh'ha el so unico divertimento.

PANT. Mi s, ved. No godo altro a sto mondo che i boni amici. Ghe n'ho scielto diversi, che me par a mi che i sia della bona lega, e con questi passemo el tempo propriamente, onestamente, lontani dai strepiti, e fora della suggizion.

BRIGH. E pur, sior padron, se la savesse quanti lunari se fa per sta conversazion limitada, per sto logo dove no pol intrar chi no xe della compagnia! Chi ghe ne dis una, chi ghe ne dis un'altra, e specialmente le donne le se sente a morir de voia de vegnirghe, de vder, de saver.

PANT. No le vegnir assolutamente. Cuss xe i patti della compagnia. Chi no xe della lega, no pol vegnir, e donne mai.

BRIGH. Me par impussibile.

PANT. Vard ben, ved. No ve vegnisse voggia de far vegnir donne qua drento. Ve mando via subito immediatamente.

BRIGH. Caro signor, la perdoni. L' nemigo delle donne? La varda ben che ghe n'ho visto dei altri che no podeva vder le donne, e po i cascadi drento fina ai occhi.

PANT. No son nemigo delle donne; le vedo volentiera, e anca mi ai mi tempi gh'ho volesto ben; e se me trovasse in te l'occasion, no so cossa fasse anca al d d'ancuo. Me par per altro, che l'amor dell'amicizia sia un amor pi nobile, e manco pericoloso, e per coltivarlo no bisogna missiarlo con altri amori. Dove che ghe xe donne, no pol de manco che qualchedun no se scalda; al caldo dell'amor succede el freddo della gelosia, e in poco tempo el casin del divertimento el deventa el seminario della discordia. Tol suso, v'ho dito anca el perch; siben che no sav pi che tanto, intendme per descrizion.

BRIGH. Qualcossa ho inteso.

PANT. Me basta che intend ste do parole: qua drento no voggio donne. (parte)

BRIGH. Co nol vol che ghe ne vegna, no ghe ne vegnir. Me preme conservarme un padron che me d un bon salario, e me preme che vada avanti sta compagnia perch ghe la cavo, m'inzegno, e qualche volta la mia zornada no la darave per un zecchin. (parte)

SCENA QUARTA

Camera di Beatrice in casa di Ottavio.

Beatrice e Rosaura

BEAT. Ecco qui al solito. un'ora che sonato mezzogiorno, e il mio signor consorte non torna a casa.

ROS. Avr qualche interesse da fare.

BEAT. Sar a quel maladetto ridotto.

ROS. Pu essere che vi sia col signor Florindo. Sogliono andarvi insieme.

BEAT. Ma che diavolo fanno mattina e sera l dentro?

ROS. Bisogna che vi abbiano un gran piacere, perch non lo lasciano mai.

BEAT. Giocheranno a rotta di collo.

ROS. Io ho paura, signora madre...

BEAT. Di che?

ROS. Che vi sia qualche donna.

BEAT. Se donne l dentro non ne vogliono!

ROS. Dicono che non ne vogliono, ma noi non vi vediamo.

BEAT. Via, via, questo un vostro pensier geloso che non ha fondamento. Per me dico che giocheranno.

ROS. Ed io dico che faranno all'amore.

BEAT. Basta, mi chiarir.

ROS. Come, signora madre?

BEAT. Voglio andare a sorprenderli all'improvviso.

ROS. Oh, quanto pagherei a venirci ancor io!

BEAT. Alle fanciulle non permesso. Vi andr io, e vi sapr dir tutto.

ROS. Voi non mi direte la verit.

BEAT. S, vi dir tutto. Vedr chi giuoca e chi non giuoca.

ROS. Vi saranno delle donne, e voi non me lo direte.

BEAT. Eh, che i giuocatori non si curano di donne.

ROS. Ma se non vanno per il giuoco, ma per le donne.

BEAT. Voi non sapete cosa dite.

ROS. Cos non dicessi la verit. Quando il cuore mi suggerisce una cosa, non falla mai.

SCENA QUINTA Eleonora e dette.

ELEON. Chi qui? Si pu venire?

BEAT. Venite, signora Eleonora, venite. A quest'ora? Siete venuta a pranzo con noi?

ELEON. Son venuta a dirvi in confidenza, che ho saputo finalmente che cosa si fa dai nostri mariti in quel luogo segreto.

BEAT. Io me l'immagino. Giocheranno da traditori.

ELEON. Oib.

ROS. Sar poi come dico io: vi saranno delle signorine.

ELEON. No, v'ingannate. Io ho saputo ogni cosa. Sentite, ma in segretezza. Fanno il lapis philosophorum.

BEAT. Sapete che si pu dare? Mio marito sa di filosofia: sar egli il capomastro.

ROS. Come lo avete saputo, signora Eleonora?

ELEON. Vi dir tutto, ma... non parlate per amor del cielo.

BEAT. Non dubitate.

ROS. Per me non vi pericolo.

ELEON. Sono stata questa mattina a ritrovare la sarta, per vedere se mi aveva finito quel mio vestito verde... M'intendete quale ch'io voglio dire.

BEAT. S, S, quello che avete fatto di nascosto di vostro marito.

ELEON. Signora s; la Caterina me lo aveva guastato, e cos mia comare dice: Signora comare, dice, che peccato che vi abbiano rovinato quel bel vestito! Fatevelo accomodare. Insegnatemi una buona sarta, dico. Signora s, dice, andate dalla tale, e cos m'ho fatto insegnare dove sta di casa.

BEAT. E siete andata stamattina, e avete saputo del lapis philosophorum.

ELEON. Aspettate. Non mi confondete. Ho mandato a chiamare questa brava sarta. venuta. Le ho fatto vedere il vestito, me l'ha provato, e si posta le mani nei capelli quando l'ha veduto rovinato in quella maniera. S davvero!

BEAT. Ma quando veniamo alla conclusione?

ELEON. Subito. Lasci fare a me, dice, signora Eleonora, che glielo far che le ander dipinto. Ha preso il vestito, e l'ha portato via. Indovinate? Sono quindici giorni ora, e non me lo ha ancora portato. Queste sarte sono fatte cos: promettono, promettono, e non mantengono mai. Mi fanno una rabbia terribile!

BEAT. Ma via, veniamo al fine. Levatemi questa curiosit.

ELEON. Quando mi ricordo della sarta, mi vengono i sudori.

ROS. Non discorrete pi della sarta, venite alla sostanza del fatto.

ELEON. S; ora vi dir come ho saputo del lapis. Questa sarta sta di casa... vicino... Conoscete quella donna che vende il latte? Quella che suo marito faceva il caciaiuolo?

BEAT. Via, s, s, andiamo avanti.

ELEON. Oh bene. La sarta sta tre porte pi in l, verso la strada, prima d'arrivare al fornaio.

ROS. In verit, signora Eleonora, voi mi fate venir male.

ELEON. Ma le cose bisogna dirle per ordine. Sappiate dunque...

SCENA SESTA

Corallina e dette

COR. Uh signora padrona! (a Beatrice)

BEAT. Che c'?

COR. Ho saputo ogni cosa.

BEAT. Di che?

COR. Della casa s fatta... so tutto.

ELEON. Eh, lo sappiamo prima di voi. Fanno il lapis philosophorum.

COR. Eh! per l'appunto!

BEAT. E che s che giuocano?

COR. Signora no.

ROS. Avranno delle donne.

COR. Nemmeno. Ho saputo tutto. Ma... zitto.

BEAT. Zitto. (alle altre)

COR. Vogliono... ma per amor del cielo...

ROS. Via, che occorre!

COR. Vogliono cavar un tesoro.

BEAT. Eh via!

COR. E fanno un mondo di stregherie.

ROS. Davvero?

COR. cos certamente. Lo so di sicuro.

ELEON. Ho sentito dire ancor io, che fanno l'oro disputabile1. Vorr dire cavar tesori.

BEAT. S, s, sar vero.

ROS. Oim! Mi vien freddo.

ELEON. Come lo avete saputo? (a Corallina)

COR. Vi dir; ma... zitto. stato poco fa quel poveretto che viene tutti li venerd...

ELEON. Non andate per le lunghe.

COR. Oh io non son di quelle. Sapete che questi poveri si cacciano per tutto. E cos, dico, zoppo, dove sei stato, che sono tanti giorni che non ti vedo? Sono stato, dice, ad aiutare a cavare una certa fossa, vicino a una certa casa... Io subito sono andata al punto.

SCENA SETTIMA

Arlecchino e dette.

ARL. Presto. Andemo a tavola, che l' qua el padron.

BEAT. Dove stato sinora?

ARL. Oh bella! Al logo solito.

BEAT. Ma che cosa fanno in quel maladetto ridotto?

ARL. Domandeghelo a lu, che lo saver.

BEAT. Vieni qui, senti. (ad Arlecchino)

ARL. Son qua.

BEAT. (Giuocano?) (piano ad Arlecchino)

ARL. Siora s.

BEAT. (L'ho detto io). (da s)

ROS. (Dimmi, si divertono con le donne?) (piano ad Arlecchino)

ARL. Siora s.

ROS. (Ah, il cuore me l'ha detto). (da s)

ELEON. Galantuomo. (ad Arlecchino)

ARL. Siora.

ELEON. (vero che fanno il lapis philosophorum?) (piano)

ARL. Siora s.

ELEON. (Eh, io lo so). (da s)

COR. Dimmi, Arlecchino.

ARL. Cossa vol?

COR. (Lo cavano poi questo tesoro?) (piano ad Arlecchino)

ARL. Siora s.

COR. (Dunque ho detto la verit). (da s)

ARL. (A dir sempre de s, se d gusto a tutti). (da s)

ELEON. Dite, Arlecchino. Mio marito l'avete veduto?

ARL. Siora s.

ELEON. E ora andato a casa?

ARL. Siora s. (Sempre de s, finch vivo). (da s, e parte)

ELEON. Vado subito anch'io. Amiche, se sapr qualche altra cosa, verr subito a confidarvela.

BEAT. Ma quella del lapis non poi vera.

ELEON. Non vera? Anzi verissima: dalla sarta vi era il fratello del garzone del muratore, e ha detto che il padrone di suo fratello andato nel casino a fare dei fornelli, e poi hanno fatto una provvisione di tanti vetri; e ha detto il compare della sarta, che coi fornelli e coi vetri si fa il lapis philosophorum. E la sarta una donna che se ne intende; e io, quando dico una cosa, non fallo mai. (parte)

COR. Credetemi, non sa quello che si dica. Coi fornelli si cucina anche da mangiare, e coi vetri si d da bere. Lo zoppo mi ha detto che cavano una fossa, e ho sentito dire da tanti, che vicino a quella casa vi sia un tesoro, e senz'altro lo cavano; e io, quando parlo, parlo con fondamento, e dico sempre la verit. (parte)

BEAT. Io credo che non sappiano niente affatto.

ROS. Vogliono che sia tutto quello che si figurano.

BEAT. Mi par di vederli con le carte in mano.

ROS. Ed io son tanto certa che fanno all'amore, quanto son certa d'aver da morire. (parte)

SCENA OTTAVA

Beatrice, poi Ottavio

BEAT. Anch'ella ostinata. Ma vedranno che io sola l'ho indovinata. Ecco il giocatore vizioso.

OTT. Signora, fintanto ch'io faccio un certo conto, date gli ordini per la tavola. (siede al tavolino)

BEAT. Volete fare il conto di quanto avete perduto?

OTT. Vi Florindo a pranzo con noi; fate qualche cosa di pi.

BEAT. S, s, fate degli inviti? Avrete vinto.

OTT. Quattro e sedici, dieci e quindici. (scrivendo)

BEAT. So, so, che cosa si fa in quelle stanze segrete.

OTT. S? L'ho caro. (scrivendo)

BEAT. Voi rovinate la vostra casa.

OTT. Eh, signora no. (scrivendo)

BEAT. Il giuoco il precipizio delle famiglie.

OTT. Non si giuoca. (scrivendo)

BEAT. Non si giuoca?

OTT. No, da galantuomo; cinque e due sette. (scrivendo)

BEAT. Dunque che cosa si fa?

OTT. Niente di male. (scrivendo)

BEAT. Se non vi fosse niente di male, vi potrebbe venire anche vostra moglie.

OTT. Allora vi sarebbe del male. (scrivendo)

BEAT. S, eh? Uomo indiscreto!

OTT. Quattro via quattro sedici... (scrivendo)

BEAT. Sia maladetto quando vi ho preso.

OTT. tardi. (scrivendo)

BEAT. Come tardi?

OTT. Dico che andiamo a pranzo, che tardi.

BEAT. Sono anche a tempo d'andarmene da voi, e lasciarvi solo.

OTT. Oh, mi fareste la gran carit. (scrivendo)

BEAT. La mia dote.

OTT. Nulla via nulla, nulla. (scrivendo)

BEAT. Che nulla?

OTT. Io faccio i miei conti. Non vi abbado. (scrivendo)

BEAT. Voglio sapere in quella casa che cosa si fa.

OTT. Si sta bene, per servirla.

BEAT. Siete una compagnia di gente cattiva.

OTT. Le donne non ci vengono.

BEAT. Le donne sono cattive?

OTT. Oib; dico che da noi non ci vengono.

BEAT. Se ci venissero, ogni sospetto saria finito.

OTT. Le donne sospettano sempre.

BEAT. Ma ci vuol tanto a dire si fa questo e questo?

OTT. Non ci vuol niente.

BEAT. Dunque via cosa si fa?

OTT. Sedici e sei ventidue, e otto...

BEAT. Otto diavoli che vi portino. (gli d nel braccio)

OTT. Oh, me l'avete rotto... il numero.

BEAT. Che siate maladetto!

OTT. Anche voi. (scrivendo)

BEAT. Bestia!

OTT. Come lei. (come sopra)

BEAT. Pensate di volerla durar cos?

OTT. Il conto fatto. (s'alza)

BEAT. Che conto avete fatto?

OTT. S, l'ho finito.

BEAT. Cos mi trattate?

OTT. A pranzo, signora.

BEAT. Uomo indegno!

OTT. A riverirla a pranzo. (parte)

BEAT. Indegnissimo! Non si scalda, non risponde e mi fa rodere dalla rabbia... Ah, quel maledetto ridotto, quel maladetto luogo rinchiuso! Voglio andarvi, voglio vedere, voglio sapere, se credessi di dover crepare. (parte)

SCENA NONA

Rosaura e Florindo

ROS. No, lasciatemi stare. (fuggendo da Florindo)

FLOR. Fermatevi, non mi fuggite.

ROS. Voi non mi volete niente di bene.

FLOR. Ma perch dite questo?

ROS. Se mi voleste bene, mi direste quel che si fa in quella casa.

FLOR. Ma ve l'ho detto. ridetto e riconfermato. Non si fa niente.

ROS. Se non si facesse niente, non vi anderebbe nessuno.

FLOR. Voglio dire, non si fa niente che meriti la vostra curiosit.

ROS. S, s, vi ho capito. Vi il segreto: avrete impegno di non parlare.

FLOR. No, da galantuomo. Non vi segreto veruno.

ROS. Se cos fosse, mi direste la verit.

FLOR. La verit ve la dico. Si discorre delle novit del mondo, si leggono dei buoni libri, si giuoca a qualche giuoco d'ingegno, senza l'interesse d'un soldo. Qualche volta si pranza, qualche volta si cena, si passano due o tre ore in buona societ, da buoni amici, e si gode il miglior tempo di questo mondo.

ROS. Fra questi divertimenti avete lasciato fuori il migliore.

FLOR. Che vuol dire?

ROS. Quello di passar il tempo colle signore.

FLOR. Oh, qui v'ingannate. Donne non ve n'entrano assolutamente.

ROS. Io non vi credo.

FLOR. Ve lo giuro sull'onor mio.

ROS. Compatitemi, non vi credo.

FLOR. Rosaura, voi mi fate un torto che io non merito.

ROS. Volete ch'io creda tutto quello che dite?

FLOR. Cos vi converrebbe di fare.

ROS. Introducetemi a vedere una volta sola, e vi prometto che allora vi creder.

FLOR. S, la vostra fede avrebbe allora un gran merito.

ROS. Io non so altro; se non vedo, non credo.

FLOR. Per me vi soddisfarei volentieri.

ROS. Che obbietto avete per non farlo?

FLOR. Il divieto de' miei compagni.

ROS. Questo divieto un cattivo segno.

FLOR. Perch?

ROS. Se non vogliono che si veda, vi sar qualche cosa di brutto.

FLOR. Che vorreste mai che ci fosse?

ROS. Donne a tutte l'ore.

FLOR. Se ci entrassero donne, il mondo lo vederebbe.

ROS. Le farete entrare vestite da uomo.

FLOR. Voi ci credete affatto discoli e scostumati.

ROS. Se foste gente dabbene, non vi nascondereste cos.

FLOR. Ma che non si possa fare una unione di buoni amici, senza ch'ella venga perseguitata?

ROS. Questa gran segretezza eccita con ragione il sospetto.

FLOR. Qual questa segretezza? Io dico la verit, non vi niente.

ROS. Maladetto sia questo niente!

FLOR. Via, cara, credetemi. Non vi alterate.

ROS. Lasciatemi stare.

FLOR. Non trattate cos il vostro sposo.

ROS. Voi mio sposo?

FLOR. Come? Non lo sono?

ROS. No; andate, che non vi voglio.

FLOR. Ma perch mai?

ROS. Perch non mi volete dire la verit.

FLOR. Questa una cosa da farmi diventar matto. Quel che vi ho detto, vero; ve lo giuro per tutti i numi del cielo.

ROS. Giuramenti da uomini! Non vi credo.

FLOR. Dunque?

ROS. Dunque non vi voglio pi.

FLOR. Ah Rosaura, per piet.

ROS. Non vi piet, non vi misericordia, andate.

FLOR. Oh cielo! Dov' andato quel tenero amore che avevate per me?

ROS. Non lo sapete il proverbio? Crudelt consuma amore.

FLOR. Io crudele? Io che vi amo pi di me stesso?

ROS. Vi pare poca crudelt, tormentare una donna come fate voi?

FLOR. Tormentarvi? In qual modo?

ROS. Colla pi fiera, colla pi terribile curiosit che si possa dare nel mondo.

FLOR. Vi soddisfarei, se potessi.

ROS. Sta in vostra mano il farlo.

FLOR. Cara Rosaura...

ROS. Via, son qui: volete dirmi la verit?

FLOR. Non vi direi la bugia per tutto l'oro del mondo.

ROS. Che cosa si fa l dentro?

FLOR. Niente.

ROS. Maladetto voi ed il vostro niente! (parte)

SCENA DECIMA Florindo, poi Corallina

FLOR. Io amo teneramente Rosaura; ma non per questo voglio disgustare gli amici miei. L dentro non la introdurr mai; piuttosto, per non perdere l'amor suo, tralascer di frequentare la compagnia: dopo la cena di questa sera, per non disgustare Rosaura, non vi ander.

COR. Favorisca, in grazia, che cosa ha la padroncina, che la vedo turbata?

FLOR. Ella tormenta me, tormenta se medesima senza ragione.

COR. Povera fanciulla! Vi vuol tanto a contentarla?

FLOR. Ma come?

COR. Dirle la verit; dirle quello che fate fra voialtri uomini in quella casa s fatta.

FLOR. Lo dico, e non lo crede.

COR. Se le diceste la verit, la crederebbe.

FLOR. Ors, anche voi non mi fate venire la rabbia. Non fomentate la sua curiosit.

COR. Per me non ci penso; gi so tutto.

FLOR. Quando sapete tutto, saprete che non si fa niente di male.

COR. Anzi si fa del bene.

FLOR. Ma ditelo a Rosaura; ditele che non istia a sospettare.

COR. Per contentarla, bisognerebbe fare una cosa.

FLOR. Che cosa?

COR. Condurla a vedere.

FLOR. I miei amici non vogliono donne; e poi, pare a voi che a una fanciulla onesta e civile convenisse andare dove non vi sono che uomini?

COR. verissimo, ma anche a ci vi il suo rimedio. Potrei venire io in vece sua, veder tutto, e saperle dire la verit.

FLOR. Ma se non entran donne.

COR. Potrei venire travestita da uomo.

FLOR. Io credo che siate pi curiosa della vostra padrona.

COR. Oh, pensate! se so tutto io; non ho curiosit. Faccio solo per metter in quiete la signora Rosaura. Quando le dir: signora, ho veduto, la cosa cos; mi creder, star in pace e non tormenter pi nemmeno voi.

FLOR. Questa cosa non si pu fare.

COR. E se non si pu fare questa, non si potr fare nemmeno quell'altra.

FLOR. Che vuol dire?

COR. Le vostre nozze colla signora Rosaura.

FLOR. Ma perch?

COR. Perch ella impuntata cos. Vi crede poco, e se io non l'assicuro della verit, non ne vuol pi sapere.

FLOR. E dovrei pormi a rischio di disgustar tanti galantuomini, per dar a lei una s ridicola soddisfazione?

COR. Eh signore, si vede che non le volete bene.

FLOR. L'amo pi di me stesso.

COR. Quelli che amano veramente, farebbero altro per la loro bella!

FLOR. Quando penso che per darle soddisfazione dovrei mancar alla mia parola, son un uomo d'onore, non ho cuore certamente di farlo.

COR. Non so che dire, siete un giovine delicato, e vi compatisco; ma pure vorrei vedere di servire a lei, e servire a voi nello stesso tempo.

FLOR. Via, pensate voi al modo...

COR. Facciamo cos: diamo ad intendere alla signora Rosaura che io sono stata, che io ho veduto, che io so tutto; e in questa maniera, confermandole tutto quello che dite voi, creder, si acquieter, sarete entrambi contenti.

FLOR. Bravissima! Voi siete una giovine di giudizio.

COR. Guardate se mi preme di farvi piacere! mi sottometto a dire delle bugie: cosa che non farei per mille scudi.

FLOR. Non so che dire; quando le bugie tendono ad onesto fine, e non recano danno a nessuno, si possono anche tollerare.

COR. Basta, mi sforzer.

FLOR. E per la fatica che voi farete, non sarete di me scontenta.

COR. Sopra di ci parleremo.

FLOR. Corallina, addio.

COR. Sentite. Non vorrei che la signora Rosaura mi potesse convincere di falsit. Vorrei poter sostenere, che veramente ci sono stata.

FLOR. Si va fuori di casa, e le si dice di essere stata.

COR. Per esempio, a che ora?

FLOR. Che so io? Verso mezzogiorno. La sera ancora.

COR. Questa sera vi riduzione?

FLOR. S, questa sera vi . Questa sera si cena.

COR. A che ora?

FLOR. Si ander alle due. Si star sino alle cinque almeno.

COR. Buono! Questa sera ander da un'amica, e potr dirle di essere stata l.

FLOR. Bravissima, ci rivedremo. (vuol partire)

COR. Favorite: se mi domandasse, per esempio, la casa come fatta? Vorrei saperle dir qualche cosa.

FLOR. Che cosa le vorreste dire?

COR. Per esempio. Alla porta si batte, si suona? Come si entra in casa?

FLOR. Ciascheduno di noi ha la chiave.

COR. Dunque anche il padrone avr la sua chiave.

FLOR. Sicuramente, il signor Ottavio l'ha come gli altri.

COR. (Ho piacer di saperlo). (da s) maschia o femmina questa chiave?

FLOR. femmina, ma con gran quantit di ordigni, che non possibile trovarne un'altra. Il signor Pantalone fa venir queste chiavi da Milano; qui non vi nessuno che sappia farle.

COR. Fa bene, per maggior sicurezza. Ma vorrei pur dirle qualche cosa di pi. Per esempio, la scala subito dentro della porta?

FLOR. Non vi scala. un appartamento terreno, la di cui porta trovasi nell'entrata a mano dritta.

COR. Anche la porta dell'appartamento sar chiusa con gelosia.

FLOR. Certamente, e anche di quella abbiamo le chiavi, le quali ordinariamente si portano unite a quelle dell'uscio di strada.

COR. Quante camere vi sono?

FLOR. Tre camere e la cucina.

COR. Vi sar qualche dispensa, qualche camerino.

FLOR. No; non vi altro. Ma voi volete saper troppo.

COR. Niente. Domando cos, per poter fingere di esservi stata. Per esempio. Camini ve ne sono?

FLOR. S, ogni camera ha il suo camino.

COR. Letti ve ne sono?

FLOR. Letti? Non ci si dorme.

COR. Ma dove pongono i loro ferraiuoli? i loro cappelli?

FLOR. Oh, abbiamo i nostri armadi, dove si ripone ogni cosa.

COR. Armadi grandi, di quelli dove si attaccano li vestiti?

FLOR. S, di quelli; ma voi siete troppo curiosa.

COR. Io curiosa? Non ci penso nemmeno. Fo per poter dire sono stata. Dove cenano? Nell'ultima camera?

FLOR. S, nell'ultima. Addio. Non voglio che il signor Ottavio mi aspetti. (parte)

SCENA UNDICESIMA

Corallina sola.

COR. Vada pure, che per ora mi basta. Se posso buscar le chiavi al padrone, se posso introdurmi, nascondermi e non essere veduta, vedr se cavano il tesoro, o se fanno qualche altra faccenda. Non vogliono donne! Bisogna che vi sia del male. Noi altre donne siamo il condimento delle conversazioni; e dove non possono entrar le donne, ho paura... ho paura... Basta, la cosa strana, sono curiosa, e a costo di tutto, voglio cavarmi di dosso questa terribile curiosit. (parte)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera in casa di Lelio, con tavolino su cui evvi il di lui vestito.

Eleonora sola.

ELEON. Oh che bestia quel mio marito! Con lui non si pu parlare. Subito alza la voce. Ma gridi, strepiti, faccia quanto sa e quanto vuole, mi ha da dire quel che si fa in quella casa, o me ne vado a star con mia madre. Mi dispiace che sul pi bello venuto il fattore! Non ho potuto dirgli l'animo mio; ma ander via il fattore, e mi sfogher. Frattanto, giacch qui il vestito che Lelio aveva attorno questa mattina, voglio un poco vedere, se nelle tasche vi qualche cosa, da fare qualche scoperta. Queste cose non le fo mai. Per natura io non sono curiosa, ma questa volta sono proprio impuntata. (visita le tasche del vestito) Questo il suo fazzoletto... Vi un nodo! Perch mai lo avr fatto? Sarei ben curiosa di sapere che cosa voglia dir questo nodo. Chi sa? Pu anche darsi che io lo sappia. E queste che chiavi sono? Non le ho pi vedute. In casa certamente non servono. Oh, adesso s che mi metto maggiormente in sospetto. Se Lelio non mi dice che chiavi sono, attacchiamo una lite. Questo un viglietto. Leggiamolo un poco: vediamo a chi va, e chi lo manda. Al Signor Padron colendissimo il Signor Lelio Scarcavalli. Sue riverite mani. Vediamo chi scrive. Vostro vero amico Pantalone de' Bisognosi. S, uno di quelli della conversazione segreta. Vi mando le due chiavi nuove, avendo per maggior sicurezza fatte cambiar le serrature, dopo che il mio servitore ha perse le chiavi vecchie. Dimattina all'ora solita v'aspettiamo. Addio. Oh bella! Queste sono le chiavi del luogo topico. Che bella cosa sarebbe rubargliele! e poi all'improvviso andarli a trovar sul fatto! Ma saranno le nuove, o le vecchie? Quando scritto il viglietto? Ai 20. Oh, sono le nuove senz'altro. Eccolo, eccolo. Queste non gliele do pi. (mette il viglietto in tasca di Lelio, e ripone le chiavi nelle sue)

SCENA SECONDA

Lelio e detta.

LEL. Il servitore non ancora tornato?

ELEON. Se fosse tornato, lo vedreste.

LEL. Che graziosa risposta!

ELEON. A proposito della vostra domanda. Vedete che il servitore non c', e a me domandate se ritornato.

LEL. Domando a voi, per sapere se ve ne siete servita, se l'avete mandato in qualche luogo. Mi pare impossibile che non sia ritornato.

ELEON. In quanto a quell'asino, quando si manda in un servizio, non torna mai.

LEL. Ho d'andar subito fuori di casa. Ho bisogno d'esser vestito.

ELEON. L'abito qui, vi potete vestire.

LEL. Aiutatemi. (si cava la veste da camera)

ELEON. Potreste dirlo con un poco pi di maniera.

LEL. Favorisca d'aiutarmi. (con ironia)

ELEON. Dove si va cos presto? (gli mette l'abito)

LEL. Vado dove mi occorre, signora.

ELEON. S, s, anderete a soffiare.

LEL. A soffiare! Sono io qualche spione?

ELEON. Bravo. Fingete di non intendere. Anderete a soffiare nelli fornelli.

LEL. Che fornelli? non vi capisco.

ELEON. Mi stato detto che in quel vostro luogo segreto fate il lapis philosophorum.

LEL. Che lapis! Siete una pazza voi e chi ve lo dice.

ELEON. Ma dunque che cosa fate l dentro?

LEL. Niente.

ELEON. Assolutamente voglio saperlo.

LEL. Assolutamente non ne saprete di pi.

ELEON. Far tanto che lo sapr.

LEL. Eleonora, abbiate giudizio.

ELEON. Voglio saperlo, e lo sapr.

LEL. Non fate che mi venga il mio male.

ELEON. Oh se lo sapr!

LEL. Signora Eleonora...

ELEON. Padrone mio...

LEL. Vuol favorire di mutar discorso?

ELEON. Lo sapr.

LEL. Se lo dite un'altra volta, ve ne fo pentire da galantuomo.

ELEON. Voi non vorreste ch'io lo sapessi.

LEL. E voi...

ELEON. Ed io... lo sapr.

LEL. (Vuol darle uno schiaffio, ella si ritira)

ELEON. S, a vostro dispetto lo sapr. (allontanandosi)

LEL. E che s, che vi rompo le braccia.

ELEON. Ma lo sapr. (come sopra)

LEL. Giuro al cielo... (le corre dietro)

ELEON. Lo sapr lo sapr, lo sapr. (si chiude in una camera)

LEL. meglio che me ne vada, sento che la bile m'affoga. (vuol partire)

ELEON. (Apre la porta e mette fuori la testa) S, maladetto, lo sapr.

LEL. (Prende una sedia per dargliela nella testa)

ELEON. Lo sapr. (chiude)

LEL. Bestia! Mi sento che non posso pi. No, no, non lo saprai. No. (alla porta) No, diavolo, non lo saprai. No, bestia, non lo saprai, no.

ELEON. (Da un'altra porta) S, s, lo sapr. (e chiudendo parte)

LEL. Non posso pi. (parte)

SCENA TERZA Camera in casa di Ottavio.

Beatrice e Corallina

COR. Presto, signora padrona, che se non parlo, mi viene tanto di gozzo.

BEAT. Via, parla.

COR. Ho trovato la maniera di saper tutto.

BEAT. Di che?

COR. Della compagnia, delle camere, del casino.

BEAT. Davvero! Come?

COR. Tutti hanno le chiavi in tasca; bisognerebbe procurare di buscarle a qualcuno.

BEAT. E poi?

COR. E poi, so io quel che dico; sono informata di tutto: e son capace all'oscuro, ad occhi chiusi, introdurmi, nascondermi e saper tutto.

BEAT. Mio marito le avr?

COR. Le avr sicuramente, e le avr nelle tasche, perch se ne servono tutto d. Bisogna studiar il modo di fargliele sparire.

BEAT. Se le ha ne' calzoni, sar difficile.

COR. Non pu averle ne' calzoni, perch le chiavi delle porte saranno grosse.

BEAT. Questa mattina venuto tardi, e non si nemmeno spogliato, come qualche giorno suol fare; bisogner aspettar questa sera, quando va a letto.

COR. No! il bello sarebbe scoprirli questa sera. Ho rilevato che questa sera fanno una cena.

BEAT. Oh, quanto pagherei di vederli!

COR. Bisogna studiare il modo.

BEAT. Eccoli che vengono qui.

COR. Studiate voi, che studier ancor io.

SCENA QUARTA

Ottavio, Rosaura, Florindo e dette.

ROS. Badate a' fatti vostri. (a Florindo)

FLOR. Signor Ottavio, vedete come vostra figliuola mi tratta?

OTT. Caro amico, mia figlia donna come le altre. Avr de' momenti buoni, avr de' momenti cattivi. Fate come si fa del tempo. Godete il sereno, fuggite dal tuono; e quando tempesta, ritiratevi, ed aspettate che torni il sole.

ROS. Il signor padre sa dar dei buoni consigli.

BEAT. Mio marito fatto a posta per far venire la rabbia.

OTT. Signora Corallina, signora cameriera di garbo, quest'oggi non ci favorisce il caff?

COR. Il caff pronto, signore, lo vuole qui?

OTT. Giacch non ce lo avete portato a tavola, lo beveremo qui.

COR. Subito. (Signora, portatevi bene. Se abbiamo le chiavi, siamo a cavallo).

OTT. Rosaura, che cosa vi ha fatto il vostro sposo?

ROS. Niente, signore.

OTT. Non v'ha fatto nulla, e lo guardate s bruscamente?

ROS. Ho dei momenti cattivi.

OTT. Amico, il cielo torbido. Aspettate il sole. (a Florindo)

ROS. Questo sole non torner cos presto.

OTT. S, ritorner, quando sar tramontata la luna.

BEAT. Oggi perch non vi spogliate? Perch non vi mettete in libert come il solito? Il signor Florindo di casa, non persona di soggezione. (ad Ottavio)

OTT. Ho da uscir presto. Non voglio far due fatiche.

BEAT. Avete da uscir presto, eh? Dove avete d'andare?

OTT. Vuol anche sapere dove ho d'andare?

BEAT. Mi pare che alla moglie si potrebbe dire.

OTT. S, una moglie cos compita merita bene che io glielo dica! Devo andare a render la visita a quel cavaliere che stato ieri da me.

BEAT. Pare a voi che quell'abito sia a proposito per una visita di soggezione? Dovreste metterne un altro migliore.

OTT. Eh io non bado a queste piccole cose.

BEAT. Sapete che questi signori mezzi gentiluomini ci stanno su questi cerimoniali. Dir che vi prendete con lui troppa confidenza.

OTT. Dica ci che vuole: io non ci penso.

BEAT. (Gi; basta che io dica una cosa, perch non la voglia fare). (da s)

OTT. Florindo mio, voglio che presto si concludano queste nozze.

BEAT. (Non faremo niente). (da s)

FLOR. Per me son pronto, ma la signora Rosaura non mi vuol bene.

ROS. Vi vorrei bene, se foste un uomo sincero.

BEAT. Vi mutate quell'abito? (ad Ottavio)

OTT. Signora no. (a Beatrice) Le avete detta qualche bugia? (a Florindo)

BEAT. (Ecco come mi abbada). (da s)

FLOR. Io le ho sempre detta la verit; ed ella non mi vuol credere.

OTT. Eh, non niente. Un poco di curiosit, mescolata con un poco di ostinazione, il sorbetto che sogliono dare le mogli. Passer, non niente.

ROS. (Mio padre mi fa crescer la rabbia). (da s)

BEAT. Almeno, se non volete mettervi un altro vestito lasciate che vi spazzi questo. tutto polvere.

OTT. S, brava la mia cara moglie amorosa. Spazzatelo, che vi sar obbligato.

BEAT. Date qui. Cavatevelo, se volete che ve lo spazzi.

OTT. No, no, dategli una spazzatina in dosso, non voglio fare questa fatica.

BEAT. Cos non si fa bene. Cavatevelo.

OTT. No, cara, non v'incomodate, che non m'importa.

BEAT. Ecco qui. Mai vuol fare a modo mio.

OTT. Cara figliuola, non siate cos puntigliosa. (a Rosaura)

BEAT. (Or ora perdo la pazienza). (da s) ROS. Signor padre, vi prego a lasciarmi stare.

FLOR. irritata meco senza mia colpa.

OTT. Niente, niente, dopo un poco di sdegno, par pi buona la pace.

BEAT. Non ve lo volete cavare? (ad Ottavio)

OTT. Signora no.

BEAT. Siete una bestia.

OTT. Ah? che dite? Ho io una moglie che mi vuol bene? Queste sono tutte parole amorose. Quanto paghereste che la vostra sposa vi facesse una di queste finezze? (a Florindo)

FLOR. Io non amerei ch'ella mi strapazzasse.

OTT. Io penso diversamente. Piuttosto che veder le donne ingrugnate, ho piacer, poverine, che si sfoghino.

BEAT. una cosa, con questa sua flemma, da venir etiche.

SCENA QUINTA

Corallina che porta il caff, e detti; poi un servitore

COR. Ecco il caff.

OTT. Via, beviamolo in pace, se si pu.

COR. (Avete fatto niente?) (piano a Beatrice)

BEAT. (No, non mi basta l'animo di fargli cavar il vestito. (piano a Corallina)

OTT. Sediamo. Il caff si beve sedendo. Chi di l?

SERV. Comandi.

OTT. Dammi da sedere.

COR. (Col caff si accosta ad Ottavio, dopo averlo dato al altri)

SERV. (Porta le sedie, e nel metterne una presso ad Ottavio, Corallina finge le abbia dato nelbraccio, e versa il caff sul vestito di Ottavio)

COR. Uh! meschina me! Perdoni. Mi ha urtato il braccio, non l'ho fatto a posta.

OTT. Pazienza! Non niente.

COR. Subito. Vi vuole dell'acqua fresca.

OTT. S, fate voi.

COR. Presto, presto, dia qui. (gli leva il vestito) (Il colpo fatto). (parte col vestito)

OTT. Datemi qualche cosa, che non mi raffreddi.

BEAT. Portategli il vestito. (al Servitore, il quale va per esso)

OTT. Via s, sarete contenta.

BEAT. (Ha fatto Corallina quello che non ho saputo far io). (da s)

OTT. Mi dispiace aver perduto il caff. Che me ne facciano un altro.

BEAT. Vedete che vuol dire non fare a modo delle donne?

OTT. Se faceva a vostro modo, era peggio: mi macchiavo l'altro vestito, che di colore.

BEAT. Se facevate a modo mio, questo non succedeva.

OTT. Sentite, Florindo? Le nostre donne son profetesse. Felici noi, che possediamo un tanto tesoro!

SCENA SESTA

Il servitore, poi Corallina e detti.

SERV. (Coll'altro vestito; lo mette ad Ottavio)

OTT. Signora Beatrice, siete contenta?

BEAT. Non ancora. (Ho paura che domandi le chiavi). (da s)

COR. Ecco, signore, il fazzoletto, la tabacchiera e le chiavi. (ad Ottavio)

OTT. Bravissima! (ripone il tutto in tasca)

BEAT. (Anche le chiavi?) (a Corallina, piano)

COR. (Non son quelle, le ho cambiate). (piano a Beatrice)

BEAT. (Il gran diavolo che costei!) (da s)

OTT. Cara Corallina, io non ho bevuto il caff. Ve ne sarebbe un altro?

COR. In verit, signor padrone, di abbruciato non ve n'.

OTT. Pazienza! Lo ander a bevere fuori di casa.

BEAT. Lo andrete a bevere al vostro caro ridotto.

OTT. Florindo, volete venire con me?

FLOR. Far quello che comandate. (osserva Rosaura)

ROS. Mi guardate? Andate pure; io non vi trattengo.

OTT. Amico, meglio che andiamo. Lasciate che il temporale si sfoghi. Domani sar buon tempo.

ROS. N domani, n mai.

OTT. Mai buon tempo? Mai? Sempre nuvolo? Sempre tempesta? Ragazza mia, e che s, che s'io suono una certa campana, faccio subito venir bel tempo?

ROS. Come, signore?

OTT. Sentite. Vi caccer in un ritiro. Ah! che dite?

ROS. Io in ritiro?

BEAT. Mia figlia in ritiro?

OTT. Andiamo, andiamo. Campana all'armi. Fuoco in camino. (parte)

SCENA SETTIMA

Beatrice, Rosaura, Florindo e Corallina

ROS. Sentite? Per causa vostra. (a Florindo)

FLOR. Signora, io non ne ho colpa.

BEAT. Mia figlia in ritiro? Se non avr voi, non le mancheranno mariti.

FLOR. Lo credo. Ma io non merito n i suoi, n i vostri rimproveri.

BEAT. Andate, andate, che mio marito vi aspetta.

FLOR. Partir per obbedirvi. (in atto di partire)

ROS. Bella cosa! Lasciarmi cos.

FLOR. Ma signora... (torna indietro)

COR. (Lasciatelo andare, che vi ho da dire una bellisima cosa). (a Rosaura, piano)

ROS. (Che cosa?) (a Corallina, piano)

COR. (Mandatelo via. Ho le chiavi). (come sopra)

ROS. (Sono in curiosit). (da s) Basta, se volete andare, non vi trattengo. (a Florindo)

FLOR. Rester, se lo comandate.

BEAT. No, no, servitevi pure. Mio marito vi aspetta.

FLOR. Che dite, signora Rosaura?

ROS. Se mio padre vi aspetta, andate.

FLOR. Non mi aspetta per alcuna premura, posso ancor trattenermi.

COR. (Mandatelo via). (a Rosaura, piano)

ROS. (Non vorrei disgustarlo). (da s) Andate, e poi tornate. (a Florindo)

BEAT. Oh, che non s'incomodi.

COR. Torner domani.

FLOR. Torner per obbedirvi. Ma vi prego, abbiate piet di me. (parte)

SCENA OTTAVA

Beatrice, Rosaura e Corallina

ROS. Non vorrei che si disgustasse.

COR. Eh non dubitate, che torner.

ROS. Che cosa avete da dirmi?

BEAT. Dove sono le chiavi?

COR. Eccole.

ROS. Che chiavi?

COR. Zitto. Le chiavi della casa segreta. Una della porta di strada, l'altra dell'appartamento.

BEAT. Andiamo, andiamo. (a Corallina)

ROS. Voglio venire ancor io.

BEAT. A voi non lecito. State in casa, e vi diremo tutto.

ROS. Cara signora madre...

BEAT. No, vi dico. Andiamo, Corallina. (parte)

SCENA NONA

Rosaura e Corallina

ROS. Cara Corallina...

COR. Non dubitate. Andr io, vi sapr dir tutto.

ROS. Quelle chiavi, come le avete avute?

COR. Le ho buscate a vostro signor padre.

ROS. Quando?

COR. Non avete veduto il lazzo del caff? Allora...

ROS. Voglio venire ancor io.

COR. La signora madre non vuole.

ROS. Corallina, se tu mi vuoi bene...

COR. Via, non siate cos curiosa. Abbiate pazienza. Questa sera saprete ogni cosa.

ROS. Sappimi dir se vi sono donne.

COR. Eh, altro che donne. Il tesoro, il tesoro. (parte)

SCENA DECIMA

Rosaura sola.

ROS. Mai in vita mia ho avuto maggior pena nel desiderare una cosa. Pazienza! Esse anderanno, e io no. Ma perch io no? Perch sono una fanciulla? E per questo perderei la riputazione? Finalmente, se andassi a spiare che fa il mio sposo, nessuno mi potrebbe rimproverare. Se sapessi come fare! Mia madre difficilissima da lasciarsi svolgere. Quando fissa una cosa, non vi rimedio.

SCENA UNDICESIMA

Florindo e detta.

FLOR. Deh perdonate...

ROS. Voi qui?

FLOR. S signora. Il vostro signor padre stato fermato in casa del forestiere, che doveva egli medesimo visitare. Discorrono d'interessi, ed io mi sono preso l'ardire d'incomodarvi di nuovo.

ROS. Meritereste ch'io vi voltassi le spalle.

FLOR. Perch, signora? Che cosa vi ho fatto?

ROS. Non mi volete dire la verit.

FLOR. E siam qui sempre! Pagherei assaissimo, che poteste cogli occhi vostri assicurarvi della mia sincerit.

ROS. Potete farlo quando volete.

FLOR. Come?

ROS. Introducendomi di nascosto.

FLOR. Voi ardirete di venir sola?

ROS. No, verr colla serva.

FLOR. Per un simile luogo, la serva non compagnia che basti.

ROS. Verr mia madre. Se voi la pregherete, verr.

FLOR. Rosaura, compatitemi. Ve l'ho detto altre volte. I miei amici non vogliono donne; ed io non deggio...

ROS. E voi non dovete disgustarli per me. Vedo che di essi pi che di me vi preme, ed ecco il fondamento di credervi un menzognero, un infido.

FLOR. Ors, Rosaura, per darvi una prova dell'amor mio, tralascier d'andarvi. Cos sarete contenta.

ROS. Mi darete ad intendere di non andarvi, ma vi anderete.

FLOR. No, vi prometto, non vi ander.

ROS. Non mi basta.

FLOR. Vi confermer la promessa col giuramento.

ROS. Non voglio giuramenti, voglio una sicurezza maggiore.

FLOR. Chiedetela.

ROS. Mi promettete di darmela?

FLOR. S, quando ella da me dipenda.

ROS. Ditemi... Ma badate bene di non mentire.

FLOR. Non son capace.

ROS. Avete voi le chiavi, come hanno gli altri?

FLOR. Le chiavi di che?

ROS. Delle porte di quella casa, dove non possono entrar le donne?

FLOR. S, le ho, non posso negarlo.

ROS. Questa la sicurezza che pretendo da voi. Datemi quelle chiavi.

FLOR. Ma... queste chiavi... nelle vostre mani...

ROS. Ecco la bella sincerit! Ecco il fondamento delle vostre promesse, dei giuramenti vostri!

FLOR. Non vedete, che s'io volessi ingannarvi, potrei darvi le chiavi, ed unirmi poscia con un amico per essere non ostante introdotto?

ROS. Non credo che vogliate mendicar i mezzi per essere mentitore. Mancandovi le chiavi, vi manca, secondo me, l'eccitamento maggiore. Florindo, se mi amate, fatemi la finezza di depositarle nelle mie mani.

FLOR. Ah Rosaura, voi mi volete indurre ad una cosa, che per molti titoli non mi conviene.

ROS. Avete voi intenzione di andar in quel luogo, s o no?

FLOR. Certamente, vi prometto di no.

ROS. Che difficolt dunque avete a lasciarmi le chiavi?

FLOR. Vi dir... queste chiavi... se passassero in altre mani, potrebbero produrre degli sconcerti.

ROS. Vi prometto sull'onor mio, che non esciranno dalle mie mani. Siete ora contento? Mi fareste l'ingiuria di dubitare di me? Vorrei vedere anche questa.

FLOR. Cara Rosaura, dispensatemi.

ROS. No certamente. Ecco l'ultima intimazione ch'io faccio al vostro cuore. O fidatemi quelle chiavi, o non pensate pi all'amor mio. Se mi pento, se vi perdono, prego il cielo che mi fulmini, che m'incenerisca.

FLOR. Basta, basta, non pi. Tenete: eccole, non mi atterrite di pi.

ROS. Nelle mie mani saran sicure.

FLOR. Vi prego, non mi rendete ridicolo co' miei amici.

ROS. Non dubitate, son contenta cos.

FLOR. Guardate, se veramente vi amo!

ROS. S, lo credo; compatitemi se ho dubitato.

FLOR. Quando posso sperare di farvi mia?

ROS. Quando volete voi; quando vuole mio padre.

FLOR. Volo a dirglielo, se vi contentate.

ROS. S, ditegli che la tempesta finita, che torna il sole.

FLOR. Cara, mi consolate.

ROS. Io sono pi consolata di voi. Queste chiavi mi danno il maggior piacere del mondo.

FLOR. Per qual motivo, mia cara?

ROS. Perch con queste mi assicuro del vostro amore. (E con esse mi assicurer forse di quel segreto, che mi fa vivere in una perpetua curiosit). (da s, parte)

FLOR. Gran cosa l'amore! Tutto si fa, quando si vuol bene. Quelle chiavi le ho date a Rosaura colla maggior pena del mondo. Ma se le ho dato l'arbitrio della mia vita, posso anche fidarle le chiavi di una semplice conversazione. (parte)

SCENA DODICESIMA

Strada con porta, che introduce nel casino della conversazione.

Pantalone esce dalla porta, e chiude.

PANT. Xe squasi notte, e Brighella no vien. Bisogner che vaga mi a proveder le candele de cera, e che le fazza portar.

SCENA TREDICESIMA Leandro e detto.

LEAN. Servo, signor Pantalone.

PANT. Amicizia.

LEAN. Amicizia. (si abbracciano)

PANT. Questo xe el nostro saludo. No se fa altre cerimonie.

LEAN. Va benissimo. Tutti i complimenti sono caricature.

PANT. S ben; se usa dir per civilt delle parole, senza pensar al significato, senza intender, co le se dise, quel che le voggia dir. Per esempio, servitor umilissimo vuol dir me dichiaro de esser so servitor; ma se ghe domand un servizio che no ghe comoda, el ve dise de no; e po el sior umilissimo ve tratta e ve parla con un boccon de superbia, che fa atterrir. Patron reverito xe l'istesso. I d del patron a uno che no i se degna de praticar.

LEAN. Signor Pantalone, un mio amico vorrebbe essere della nostra conversazione.

PANT. Xelo galantomo?

LEAN. Certamente.

PANT. A pian co sto certamente. Dei galantomeni de nome ghe ne xe assae, de fatti ghe ne xe manco. Che prove gh'aveu che el sia un galantomo?

LEAN. Io l'ho sempre veduto trattare con persone civili.

PANT. No basta. In tutte le conversazion civili, tutti no xe galantomeni, e col tempo i se descoverze.

LEAN. nato bene.

PANT. No xe la nascita che fazza el galantomo, ma le bone azion.

LEAN. uomo che spende generosamente.

PANT. Anca questa la xe una rason equivoca: bisogna vder se quel che el spende xe tutto soo.

LEAN. Io poi non so i di lui interessi.

PANT. Donca no ve pod impegnar che el sia galantomo.

LEAN. In questa maniera, signor Pantalone, avremo tutti in sospetto, e non praticheremo nessuno.

PANT. No, caro amigo, intendme ben. No digo che abbiemo da sospettar de tutti senza rason, e che no abbiemo da praticar se no quelli che conossemo galantomeni con rason; anzi avemo debito de onest de creder tutti da ben, se no gh'avessimo prove in contrario. Quelli per che pi che tanto no se cognosse, i se pratica con qualche riserva; no se ghe crede tutto, i se prova, i se esamina con delicatezza, e se col tempo e coll'esperienza se trova un galantomo da senno, se pol dir con costanza de aver trov un bel tesoro.

LEAN. Io questo che vi propongo lo credo onoratissimo, ma non posso essere mallevadore per lui.

PANT. N'importa, lo proveremo: se el sar oro el luser.

SCENA QUATTORDICESIMA Brighella e detti.

BRIGH. la ella, sior padron?

PANT. S, son mi. Tanto ti sta?

BRIGH. Son pien de roba, che no me posso mover.

PANT. Astu tolto candele de cera?

BRIGH. Sior no, non ho av tempo.

PANT. Adesso ander mi a ordinarle dal nostro spizier. E vu, co pod, and a torle. (a Brighella)

BRIGH. Sior s; metto zo sta roba, e vado subito. Son pien per tutto, no so come far a avrir.

PANT. Caro sior Leandro, la ghe averza la porta.

LEAN. Volentieri. (apre)

BRIGH. Ho speranza stassera de farme onor.

PANT. Distu da senno?

BRIGH. La veder che boccon de cena.

PANT. Bravo, gh'ho a caro.

BRIGH. Ma i se n'incorzer in ti conti. (entra)

PANT. N'importa. Co xe ben fatto, spendo volentiera.

LEAN. Signor Pantalone, posso dunque dire all'amico che venga?

PANT. Chi xelo? Cossa gh'alo nome?

LEAN. un certo Flamminio Malduri.

PANT. Benissimo, lo proponeremo. Sentiremo cossa che dise i altri.

LEAN. Vorrei condurlo alla cena.

PANT. La lo mena; sul fatto se rissolver.

LEAN. Vado a ritrovarlo. Spero che resterete contento. Amicizia. (parte)

PANT. Amicizia. Mi no gh'ho altra premura, che de vder in te la nostra compagnia zente onesta, de buon cuor, amorosa, che in t'una occasion sappia soccorrer un amigo. Tutti a sto mondo gh'avemo bisogno un dell'altro, e i xe tanto pochi quelli che fazza ben per bon cuor, che a trovarghene xe pi difficile d'un terno al lotto. (parte)

SCENA QUINDICESIMA

Eleonora col zendale alla bolognese.

ELEON. L'ora avanzata. Voglio vedere se mi riesce il colpo. Quella la porta, e queste sono le chiavi. Se posso entrare, nascondermi, e vedere senz'esser veduta mi chiarir d'ogni cosa. E se sar scoperta, che cosa mi potranno fare? Dove va mio marito, vi posso andare, ancor io; anzi tutti mi loderanno. Se vado, non vado per altro fine che per questo. Voglio bene al marito, e voglio sapere dove va e che cosa fa: s, lo voglio sapere. Tante volte gli ho detto: lo sapr. Voglio poter dire una volta: l'ho saputo. Non sento nessuno, adesso mi provo. (mette la chiave nella serratura)

SCENA SEDICESIMA

Brighella di casa, e detta.

BRIGH. Chi l? (apre l'uscio, ed Eleonora spaventata si ritira)

ELEON. Povera me! Ho perduto le chiavi. (parte lasciando le chiavi)

BRIGH. Una donna? Colle chiave? Corro dal me padron. (chiude la porta, leva le chiavi, e parte)

SCENA DICIASSETTESIMA

Corallina vestita da uomo e Beatrice col zendale alla bolognese.

BEAT. Altro che dire non entran donne! Hai veduto? Quella che uscita, una donna. (avendo osservato Eleonora)

COR. Assolutamente vi qualche porcheria.

BEAT. Presto, entriamo anche noi, e vediamo se ve ne sono altre.

COR. Andiamo; ecco la chiave. Ma zitto... sento gente.

BEAT. Non vorrei che fossimo scoperte prima d'entrare. Entrate che siamo, non m'importa. Quando abbiamo saputo ogni cosa, che ci scoprano pure, ma se ci vedono qui...

COR. Ritiratevi.

BEAT. E tu non vieni?

COR. Io son vestita da uomo. sera; non mi conosceranno.

BEAT. Bada bene non m'ingannare.

COR. Fidatevi di me.

BEAT. Ti aspetto in questo vicolo. (si ritira)

COR. (Ho del coraggio, ma tremo un poco). (da s)

SCENA DICIOTTESIMA Pantalone e dette.

PANT. (Una donna colle chiave? la voleva andar drento? Coss' sta cossa? Chi lo el poco de bon, che colle donne vol ruvinar la nostra povera compagnia! Vedo uno l: che el sia dei nostri?) (osservando Corallina)

COR. (Mi pare quello che chiamano Pantalone). (da s)

PANT. Amicizia. (forte verso Corallina)

COR. (Che dice d'amicizia?) (da s, non rilevando il gergo)

PANT. (O che nol ghe sente, o che nol xe della compagnia). (da s) Amicizia. (s'accosta a Corallina, ripetendo il termine)

COR. S signore. (alterando la voce)

PANT. (Nol xe della conversazion. Ma cossa falo in sti contorni?) (da s)

COR. (Non vorrei essere scoperta). (da s)

PANT. Cossa fala qua, patron? Aspettela qualchedun? (a Corallina)

COR. Aspetto un amico.

PANT. L'aspetta un amico? (fa il falsetto, imitando la voce di Corallina) (O che l' un musico, o che l' una donna). (da s)

COR. ( meglio ch'io me ne vada). (da s)

PANT. (Vi vder cossa xe sto negozio). (da s) La diga patron, chi aspettela?

COR. Niente, signore, la riverisco. (vuol partire)

PANT. Xela fursi anca ella uno de quei della compagnia de sti galantomeni?

COR. S signore.

PANT. Mo perch donca, co ghe digo amicizia, no me rispondela amicizia?

COR. Ah s, non vi avevo inteso. Amicizia.

PANT. (Eh, la xe una donna; cossa diavolo xe sto negozio!) Perch no vala drento? (a Corallina)

COR. Aspettava il signor Ottavio.

PANT. Tutti gh'ha le so chiave. No la le gh'ha ella?

COR. Oh s signore, le ho ancor io.

PANT. La lassa vder mo.

COR. Che serve? le ho.

PANT. Co no la le mostra, xe brutto segno.

COR. Eccole. (fa vedere le chiavi)

PANT. Via donca, la resta servida: la vaga in casa.

COR. Andate voi, che or ora verr ancor io.

PANT. Mi gh'ho un pochetto da far. Vago in t'un servizio e po torno. La vaga ella.

COR. Far come comandate.

PANT. (Vi ben vder dove va a finir sto negozio). (da s)

COR. Va ella? o vado io?

PANT. La vaga pur ella. Amicizia.

COR. Amicizia.

PANT. (Nell'accostarsele, afferra le chiavi in mano a Corallina)

COR. Come, signore? (si difende)

PANT. Chi v'ha d ste chiave? Chi seu? Cossa voleu?

COR. Amicizia.

PANT. Colle donne no vi amicizia.

COR. Sono scoperta. Aiutami, gambetta. (parte correndo)

PANT. A rotta de collo! Ti gh'ha rason, che no gh'ho voggia de correr. Come xelo sto negozio? Do mue de chiave fora de man? Ste chiave in man de do donne? Donne introdotte in te la nostra conversazion? A monte tutto; fogo a tutto; no ghe ne vi pi saver. (entra in casa, e chiude)

SCENA DICIANNOVESIMA

Ottavio e Lelio

LEL. Ho piacere d'avervi trovato. Ho perso le chiavi, e non so dove e non so dir come; appunto stavo in attenzione di qualche amico che aprisse.

OTT. Vi servir io. Ma, caro amico, tenetene conto di quelle chiavi. Il povero signor Pantalone di quando in quando, se si perdono, le fa mutare.

LEL. Eh! ho un sospetto in testa.

OTT. Di che?

LEL. Ho paura che me le abbia prese mia moglie; se ci vero, da galantuomo, le do un ricordo per tutto il tempo di vita sua.

OTT. Oib, non v'inquietate. Soffritela, se potete, e se non potete, mandatela al suo paese.

LEL. Se sapeste quanto mi ha fatto arrabbiare con un maladetto lo sapr.

OTT. Oh via, andiamo.

SCENA VENTESIMA

Florindo e detti.

OTT. Oh, ecco un altro camerata. Amicizia.

LEL. Amicizia.

FLOR. Amicizia. Appunto veniva in traccia di voi.

OTT. S, andiamo insieme.

FLOR. No, cercavo appunto di voi per far le mie scuse, e pregarvi di farle col signor Pantalone. Questa sera non vengo.

OTT. No? Per qual causa?

LEL. Tant'e tanto, se non venite, pagherete la vostra parte.

FLOR. S, pagher: giusto.

OTT. Diteci almeno il perch non venite.

FLOR. Ho un affar di premura. Questa sera non posso.

OTT. Oh via, ho capito. Non viene, perch ha paura.

LEL. Ve lo ha proibito la sposa?

FLOR. Non me lo ha proibito: ma posso far meno per soddisfarla?

OTT. Bravo, genero. Io vi lodo, che siate compiacente con mia figliuola, ma voglio darvi un avvertimento: non vi lasciate prender la mano s di buon'ora, perch poi ve ne pentirete. Le donne dicono volentieri quella bella parola voglio; e quando si fa loro buona una volta, non la tralasciano pi.

FLOR. Non so che dire. Questa volta ho dovuto fare cos; un'altra volta poi...

OTT. Oh via, regolatevi con prudenza. Amico Lelio, andiamo, e lasciamo in pace questo povero innamorato. (cerca la chiave)

LEL. Eh amico, quando sarete ammogliato, vedrete il bel divertimento! Se vi tocca una moglie come la mia, volete star fresco.

OTT. Che chiavi sono queste?

LEL. Non sono le vostre chiavi?

OTT. Oib. Ora me ne accorgo; Corallina, nel darmi le chiavi, ha errato. Questa quella della cantina, e questa quella della dispensa. Come diavolo le aveva io in tasca di quell'altro vestito? Non la so capire.

LEL. Come faremo a entrare? Bisogner battere.

OTT. Ci favorir il signor Florindo. Ci dar egli le sue.

FLOR. Mi dispiace... ch'io non le ho.

OTT. Oh bellissima!

LEL. Che cosa ne avete fatto?

FLOR. Sapendo che io non veniva questa sera, le ho serrate nel mio burr.

OTT. Vedete, egli un giovine di garbo; custodisce le chiavi, non le perde come fate voi. (a Lelio)

LEL. E voi le lasciate in bala delle donne.

OTT. Questo un bel caso: tutti tre senza chiavi.

LEL. Bisogna battere.

OTT. S, battiamo. (battono)

SCENA VENTUNESIMA

Pantalone esce di casa, e detti.

PANT. Coss', siori, no le gh'ha chiave?

LEL. Io l'ho perduta.

OTT. Ed io l'ho lasciata in casa.

PANT. Le varda mo, ghe saravele qua le soe?

LEL. Corpo di bacco! Ecco le mie.

OTT. Oh bella! Ecco le mie.

PANT. Le impara a custodirle. Le impara meggio a mantegnir la parola; e le se vergogna de prostituir el decoro alle lusinghe, alle curiosit delle donne. (entra)

LEL. Come! Che dite? Cospetto! Cospettonaccio! Mia moglie l'ammazzer. (entra)

OTT. (Fa varie ammirazioni colle chiavi ed entra)

SCENA VENTIDUESIMA

Florindo solo.

FLOR. Che imbrogli sono mai questi? Fra quelle chiavi vi sarebbero mai le due che ho dato a Rosaura? No, perch essi due le hanno per le loro riconosciute; e poi Rosaura capace non sar di tradirmi. Certamente queste donne ardono di volont di sapere... Vedo gente... Colui colla lanterna Arlecchino. Vi una donna in zendale con lui; che sia forse la signora Beatrice, in traccia di suo marito? Vu rimpiattarmi ed osservare. (si ritira)

SCENA VENTITREESIMA

Rosaura in zendale alla bolognese, Arlecchino con lanterna da mano, Florindo ritirato.

ROS. Vieni con me, non aver paura.

ARL. Ma mi, siora, in sta sorte de contrabbandi me trema le budelle in corpo.

ROS. Insegnami solamente dov' la porta di quella casa che gi ti ho detto.

ARL. La porta l' quella l.

ROS. Tu ci sarai stato dentro pi volte.

ARL. Sigura. Ghe vago squasi ogni d.

ROS. Vorrei entrare ancor io.

ARL. Oh, siora no; donne femene no ghe ne va.

ROS. notte; non si sente nessuno. Possiamo entrare con libert; e poi sappi che vi mia madre, e vi posso andare ancor io.

ARL. Se batto, i vien a avrir, i me vede con una donna, e i me regala de bastonade.

ROS. Senti. Ho le chiavi.

ARL. Av le chiave? Chi ve l'ha dade?

ROS. Me le ha date mio padre: eccole. Apriremo da noi, senza che nessuno se ne accorga. Vi niente col da nascondersi?

ARL. Gh' un camerin... ma... no l' mo a proposito.

ROS. Presto, presto, andiamo.

ARL. Corpo del diavolo... no vorria...

ROS. Tieni le chiavi, apri.

ARL. Basta. Avro, e me la sbigno1. (mette le chiavi nell'uscio)

FLOR. Lascia a me queste chiavi. (le prende)

ARL. La se comoda, che l' padron.

ROS. Come! Cos mantenete la vostra parola? Mi promettete di non venire, e poi venite al casino?

FLOR. Ah ingrata! Cos voi mi serbate la fede? Mi carpite le chiavi, mi giurate di custodirle, e le impiegate in tal uso?

ROS. Vi ho promesso che escite non sarebbero dalle mie mani.

FLOR. Promesse accorte, con animo d'ingannare. Ma chi non sa che sia fede, non merita che a lui si serbi. Giacch voi mi avete insegnato ad operare a capriccio, mi valer de' vostri barbari documenti; ed ora sugli occhi vostri ander in quel luogo medesimo, dove non volevate ch'io andassi.

ROS. Ah no, caro Florindo...

FLOR. Tacete; se non mi amate, non meritate di essere compatita; e se mi amate, vi serva di regola e di castigo la pena che giustamente provate. (apre ed entra)

SCENA VENTIQUATTRESIMA

Rosaura ed Arlecchino

ROS. Oim! Arlecchino.

ARL. Signora.

ROS. Mi vien male.

ARL. Forti. Mi no gh'ho alter che un poco de moccolo de lanterna.

ROS. Mi sento morire.

ARL. Aiuto, gh' nissun?

SCENA VENTICINQUESIMA

Beatrice, Eleonora, Corallina, da varie parti; e detti.

ELEON. Che c'?

COR. Che cosa stato?

BEAT. Figliuola mia.

ROS. Signora madre, veniva in traccia di voi.

BEAT. Ed io veniva in traccia di te.

ARL. E mi andava a scarpioni1.

SCENA VENTISEIESIMA

Brighella e dette

BRIGH. Coss' sto negozio? A st'ora? Coss' sto merc de donne?

COR. Brighella, eccoci qui: una, due, tre e quattro. Siamo quattro femmine disperate.

ARL. E mi che fa cinque.

BRIGH. Ma desperade per cossa? Fursi per curiosit de saver quel che se fa l drento?

COR. Non curiosit, ma volont rabbiosissima di sapere.

BEAT. Mi preme di mio marito.

ELEON. Voglio sapere di mio marito.

ROS. Vo' sapere che fa il mio sposo.

COR. Ed io non ho n parenti, n amici, ma ho certo naturale, che vorrei sapere tutti li fatti di questo mondo.

ARL. Da resto po, no se pol dir che le sia curiose.

BRIGH. Signore, le se ferma un tantin. (Ste donne vol far nasser dei despiaseri; adesso ghe remedier mi). (da s) Vorle vegnir l drento?

COR. Oh, il ciel volesse!

BEAT. Pagherei cento scudi.

BRIGH. Zitto. Le lassa far a mi, che da galantomo le voggio sodisfar.

BEAT. Ma come?

BRIGH. Se fidele de mi?

COR. S Brighella uomo d'onore. Fo io la sicurt per lui.

BRIGH. Arlecchin, ti ti sa dov' la porta che referisse in cantina.

ARL. Cuss no la savessio! Ho port tante volte la legna.

BRIGH. Ti sta chiave. Averzi quella porta che va nella stradella; condusile drento con quella lanterna, e po serra, e vien per de qua, che te aspetto.

BEAT. Ah Brighella, non ci tradire.

BRIGH. Me maraveggio: le se fida de mi.

COR. Finalmente siamo quattro donne; non abbiamo paura n di venti, n di trenta uomini.

ARL. Le favorissa, le vegna con mi, che aver l'onor de far la figura de condottier. (parte)

BEAT. Rosaura, andiamo. Gi che ci siete, non so che dire. (parte)

ROS. Non ci sarei, s'ella non mi avesse dato l'esempio. (parte)

ELEON. O in un modo, o nell'altro, purch veda, sar contenta. (parte)

COR. Caro Brighella, fateci veder tutto: non gi per curiosit, ma cos per divertimento. (parte)

SCENA VENTISETTESIMA

Brighella solo.

BRIGH. Sta volta me togo un arbitrio, che no so come el me passer, ma fazzo per far ben, e spero de far ben. Ste donne le son indiavolade; ognuna l' capace de precipitar la casa, el marido, e tutti quei de sto logo. Se me riesce quel che m' vegn in tel pensier, spero che i mi padroni sar contenti, le donne disingannade; e mi aver la gloria d'aver contribuido alla pase comun, al comun contento de tutti, e alla sussistenza de un logo, dove anca mi ghe cavo el mio profitto, e vivo da galantomo. Perch al d d'oggi, co se g'ha un tocco de pan, bisogna sfadigarse, suar e strologar per mantegnirselo fin che se pol. (parte)

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera nel casino della conversazione, con varie porte.

Rosaura, Beatrice, Eleonora, Corallina e Brighella

BRIGH. Le vegna con mi, e no le se indubita gnente. Le metter in t'un logo, dove senza esser viste le veder.

BEAT. Che luogo quello dove ci volete mettere?

BRIGH. Una camera scura dove no ghe va nissun.

COR. Che sia la camera del tesoro?

BRIGH. Siora s, gh' el tesoro da ingrassar i campi.

ELEON. Vi sono i fornelli?

BRIGH. No, la veda: i fornelli xe in cusina.

BEAT. Qual la camera del giuoco?

BRIGH. Qualche volta i zoga qua colla dama.

ROS. Colla dama, eh? S, s, vi ho capito. Si divertono colle donne.

BRIGH. Le veder con che donne che i se diverte. Le so donne le son le bottiglie.

COR. Le bottiglie, o le pentoline?

BRIGH. Pentoline? Pignatelle? Da cossa far?

COR. Per far le stregherie, per cavar il tesoro.

BRIGH. S, s, brava, la dise ben. Presto, presto, le se retira, che sento zente, e le varda ben, le staga zitte, no le fazza sussurro.

ROS. (Se vedo donne, non mi tengono le catene). (da s, entra)

BEAT. (Se mio marito giuoca, vado a strappargli le carte di mano). (entra)

ELEON. (Voglio rompere tutti i loro lambicchi). (entra)

COR. (Se cavano il tesoro, ne voglio anch'io la mia parte). (entra)

BRIGH. Per sincerar ste donne curiose, no gh' altro remedio che farle vder coi propri occhi... Vien i patroni, vado a finir de parecchiar la cena. Se la invenzion va ben, son el primo omo del mondo. Se la va mal, pazienza. Co l'intenzion l' bona, se compatisse chi falla. (parte)

SCENA SECONDA

Pantalone, Ottavio, Lelio e Florindo

LEL. Ella cos senz'altro. Mia moglie mi ha levate di tasca furtivamente le chiavi.

PANT. Chi sa che no la fusse quella che in abito da omo zirava qua intorno?

LEL. Mia moglie da uomo? Non crederei. Abiti che le vadan bene, in casa non ve ne sono.

PANT. La sar stada donca quella in zend, che ha trov Brighella colle chiave, in atto de avrir.

LEL. Se ci vero, se colei me l'ha fatta, giuro al cielo, la fo morire sotto un bastone.

OTT. No, amico, non tanta furia.

LEL. Siete qui voi colla vostra flemma.

OTT. Lasciatemi dir due parole. Voi siete stato burlato da vostra moglie, io dalla mia, ed il signor Florindo da quella che sar sua. Consideriamo un poco il motivo di questo loro trasporto. O provien dall'amore che hanno per noi, e non ce ne possiamo dolere; o proviene da un difetto di natura, chiamato curiosit, e dobbiamo compatire il loro temperamento. Chi nasce con dei difetti, merita compassione. L'uomo saggio deve procurar di correggerli senza scandalizzarsi. Ma sappiate, amico, che non l'ira quella che produca le correzioni, ma la ragione. Battete la moglie dieci anni, vent'anni, diverr sempre peggio. Onde una delle due, o correggerla con amore, o non curarla con indifferenza.

PANT. Sior Ottavio dise benissimo, el parla da omo de garbo e da filosofo vero; ma mi gh'ho un'altra regola, che me par pi segura, e che ho impar a mie spese. Dalle donne ghe stago lontan, e in fatti ho procur de far sta union de omeni senza donne, e donne qua no ghe n'ha da vegnir. E ve prego, cari amici, custod le chiave; che se le donne ve tol le chiave, av persa affatto la libert.

FLOR. Io sono stato il pi debole, il pi pazzo di tutti. Confesso la mia insensatezza. Ho date io medesimo le chiavi in deposito alla signora Rosaura, n mi sarei mai creduto ch'ella mi potesse tradire...

OTT. Via, non andate in collera. Amore accieca. Ha acciecato voi nel dargliele, ha acciecato lei nel servirsene. Col tempo ci vedrete meglio. Verr pur troppo quel tempo, che voi non le renderete conto dei vostri passi, ed ella non curer saper dove andiate.

SCENA TERZA Leandro e detti.

LEAN. Amicizia. (tutti fanno con lui il solito complimento) Signor Pantalone, avete detto nulla a questi signori di quel compagno che vi ho proposto?

PANT. Cossa diseli, patroni, xeli contenti che recevemo sto nostro camerada?

OTT. Chi ? Come si chiama?

LEAN. Egli il signor Flamminio Malduri. Lo conoscete?

OTT. Io no.

LEL. Lo conosco io. galantuomo. Merita esser ammesso nella vostra conversazione.

PANT. Bon. Co do lo cognosse, el se pol recever. Cossa diseli?

OTT. Io son contentissimo.

FLOR. Ed io pure.

LEAN. Posso dunque farlo passare.

PANT. Mo l'aspetta un pochetto. L'avemio da far vegnir cuss colle man a scorlando? Sto liogo ne costa dei bezzi assae; nu avemo speso, e avemo fatto quel che avemo fatto, xe ben giusto che chi entra novello, abbia da pagar qualcossa. Cossa ghe par?

LEAN. Questi un uomo generoso, soccomber volentieri ad ogni convenienza.

PANT. Femo cuss, che el paga la cena de sta sera. Ah? dighio mal?

LEL. Dite benissimo. Pu pagar meno per entrare in una simile compagnia?

FLOR. Per me dar la mia parte.

PANT. Gnente, sior Florindo, no femo miga per sparagnar la parte. Semo tutti omeni che un felippo non ne descomoda. Se fa per un poco de chiasso, per un poco de allegria. Cossa diseu, sior Leandro?

LEAN. Va benissimo, ed ora con questo patto lo introduco senz'altro. (parte)

PANT. Pi che semo, pi stemo allegri. Oh, m'ho desmenteg de domandarghe una cossa.

LEL. Che cosa?

PANT. Se sto sior el xe marid. Da qua avanti no solo no voggio donne, ma gnanca omeni maridai.

FLOR. Perch, signore?

PANT. E gnanca sposi.

FLOR. Ma perch?

PANT. Perch no i sa custodir le chiave.

SCENA QUARTA

Leandro, Flamminio e detti.

LEAN. Amicizia.

PANT. Amicizia. Gh'aveu insegn el complimento? (a Leandro)

FLAMM. Servo di lor signori.

PANT. Che servo? Amicizia. (abbracciandolo)

FLAMM. Amicizia. (tutti fanno lo stesso) Mi ha detto l'amico Leandro, che lor signori si degnano favorirmi...

PANT. Che degnar? Che favorir? Sti termini da nu i xe bandii. Bona amicizia, e gnente altro.

FLAMM. Son qui disposto a soccombere a quanto sar necessario.

PANT. Gnente. Co l'ha pag una cena, l'ha fenio tutto, e quel che stassera la fa ella, un'altra volta far un altro novizzo, e cuss se se diverte, e se gode.

FLAMM. Se mi credete abile a supplire a qualche incombenza, mi troverete disposto a tutto.

PANT. Qua no ghe xe maneggi, no ghe xe affari, tutto el daffar consiste in provder ben da magnar, ben da bever, e devertirse.

FLAMM. Eppure si dice che qui fra di voi altri abbiate diverse inspezioni, diverse incombenze, alle quali si arriva col tempo.

PANT. Oib, freddure. Chiaccole della zente, alzadure d'inzegno de quelli che no volemo in te la nostra conversazion, i quali mettendone in vista per qualcossa de grando, i ne vorace precipitar.

LEAN. Queste cose gliele ho dette ancor io, e non me le ha egli volute credere.

OTT. S, tutto il mondo persuaso che la nostra unione abbia qualche mistero. Questo un effetto della superbia degli uomini, li quali vergognandosi di non sapere, danno altrui ad intendere tutto quello che lor suggerisce la fantasia stravolta, sconsigliata e maligna.

LEL. A tavola questa sera vedrete tutte le nostre maggiori incombenze. Chi trincia, chi canta, chidice delle barzellette, e chi applica seriosamente a mangiar di tutto, la qual carica, indegnamente, la mia.

FLOR. Saprete che qui non permesso alle donne l'intervenirvi.

FLAMM. vero, ed esse appunto sono quelle che fanno assai mormorare di voi e dicono che vi dell'arcano.

PANT. Coss' sto arcano? Qua no se fa scondagne, no se dise mal de nissun, n se offende nissun.

Ecco qua i capitoli della nostra conversazion. Sent se i pol esser pi onesti, sent se ghe xe bisogno de segretezza.

1.Che non si riceva in compagnia persona che non sia onesta, civile e di buoni costumi.

2. Che ciascheduno possa divertirsi a suo piacere in cose lecite e oneste, virtuose e di buon esempio.

3. Che si facciano pranzi e cene in compagnia, per con sobriet e moderatezza; e quello che eccedesse nel bevere, e si ubbriacasse, per la prima volta sia condannato a pagar il pranzo o la cena che si sar fatta, e la seconda volta sia scacciato dalla compagnia.

4. Che ognuno debba pagare uno scudo per il mantenimento delle cose necessarie, cio mobili, lumi, servit, libri e carta ecc..

5. Che sia proibita per sempre la introduzion delle donne, acci non nascano scandali, dissensioni, gelosie e cose simili.

6. Che l'avanzo del denaro che non si spendesse, vada in una cassa in deposito, per soccorrere qualche povero vergognoso.

7. Che se qualcheduno della compagnia cader in qualche disgrazia, senza intacco della sua riputazione, sia assistito dagli altri, e difeso con amore fraterno.

8.Chi commetter qualche delitto o qualche azione indegna, sar scacciato dalla compagnia.

9.(E questo el xe el pi grazioso, el pi comodo de tutti). Che sieno bandite le cerimonie, i complimenti, le affettazioni: chi vuol andar, vada, chi vuol restar, resti, e non vi sia altro saluto, altro complimento che questo: amicizia, amicizia. Cossa ghe par? la una compagnia adorabile?

FLAMM. Sempre pi mi consolo di esservi stato ammesso.

SCENA QUINTA

Brighella e detti.

BRIGH. Signori, co le comanda, in tavola. (parte)

PANT. Andemo.

FLAMM. Favorite. (fa cenno che vada prima)

PANT. Vedeu? Queste le xe freddure contra el capitolo ultimo. Chi xe pi vicini alla porta va fora prima dei altri. Senza complimenti. Amicizia. (parte)

FLAMM. Oh bella cosa! Oh bellissima cosa! (parte)

LEL. Andiamo, amici. La rabbia che ho avuto con mia moglie, mi ha fatto venire un appetito terribile. (parte)

OTT. Io mangio sempre bene ugualmente, perch rido di tutto, e non m'inquieto mai. (parte)

FLOR. Io non posso dire cos. Amo Rosaura, e peno rammentandomi d'averla disgustata. Ella lo ha meritato, ma il mio cuor mi rimprovera di averla troppo villanamente trattata. (parte)

SCENA SESTA

Beatrice, Rosaura, Eleonora e Corallina

ELEON. Avete veduto?

BEAT. Avete sentito?

COR. In fatti, chi mi ha detto del tesoro, non ha fallato.

ROS. Come non ha fallato? Il tesoro dov'?

COR. Ecco l. (accenna la porta dove sono entrati gli uomini) Una buona tavola, allegra e di buon cuore, il pi bel tesoro del mondo.

ELEON. Povero mio marito! Si diverte, non fa alcun male.

BEAT. Mi pareva impossibile che Ottavio giocasse.

ROS. Florindo un giovane savio e dabbene, ma mi ha rimproverata con troppa crudelt.

COR. Vostro danno, signora, dovevate fidarvi di lui, e non mostrare tanta curiosit.

ROS. Me ne ha fatto venir volont la signora madre.

BEAT. Io non l'ho fatto per curiosit, l'ho fatto per impegno.

ELEON. Anch'io per un puntiglio.

BEAT. E che sia la verit, andiamo a casa, che non vu veder altro.

ELEON. S, andiamo, signora Beatrice, che non paia che vogliamo vedere i fatti degli altri.

ROS. Oh Dio! Chi sa se Florindo mi vorr pi bene! Vorrei vedere se mangia, o se sta malinconico.

BEAT. Via, via, basta cos. (s'avvia per partire)

COR. Aspettate un momento, vedr io se il signor Florindo mangia o non mangia. (va a spiare alla porta)

ELEON. Eh via, che non ist bene spiare alle porte.

BEAT. Andiamo, andiamo.

COR. Oh che bella tavola! Oh che bella cosa!

BEAT. In quanti sono? (torna indietro)

COR. (Guarda) In sei.

ELEON. Mangiano? (s'accosta)

COR. Diluviano.

ROS. Florindo mangia? (fa lo stesso)

COR. Discorre.

BEAT. Egli fa cos. Mangia adagio, e parla sempre.

ELEON. E mio marito?

COR. Oh se vedeste!

ELEON. Che cosa?

COR. Che bel pasticcio!

ELEON. Come? (corre al buco della chiave)

BEAT. Pasticcio di che? (corre anch'essa per vedere)

ELEON. Via, signora, ci sono prima io. (guarda dal bucolino)

BEAT. Spicciatevi, voglio veder ancor io. (ad Eleonora)

ROS. (E poi diranno ch'io son curiosa!) (da s)

ELEON. Oh bello!

BEAT. Lasciatemi vedere. (fa andar via Eleonora, e guarda)

COR. Questa fessura non la do a nessuno.

BEAT. Oh bella cosa! (guardando)

ROS. Ed io niente.

BEAT. Bevono.

ELEON. Chi? Voglio vedere.

ROS. Voglio veder ancor io.

BEAT. Venite qui. (a Rosaura, dandole luogo)

ROS. Florindo beve.

ELEON. E Lelio?

ROS. Taglia un pollo.

ELEON. Voglio vederlo. (tira via Rosaura con forza)

COR. Presto, presto, ritiriamoci. (si scosta)

ELEON. Perch?

COR. Arlecchino viene verso la porta.

BEAT. Che cosa fa Arlecchino?

COR. Serve in tavola.

BEAT. Voglio vederlo... (s'accosta all'uscio)

SCENA SETTIMA

Arlecchino dalla porta, con un tondo in mano con delle paste sfogliate; e dette.

ARL. (Entrando s'incontra in Beatrice, e resta sospeso)

BEAT. Zitto. (ad Arlecchino)

ARL. Cossa feu qua?

ELEON. Zitto.

ARL. Se i ve vede, poverette vu.

COR. Bada bene, non dir nulla.

ARL. Per mi no parlo. Vag a metter via ste bagattelle, e po torno.

COR. Che cosa sono?

ARL. Quattro sfoiade: i mi incerti.

COR. Lascia un po' vedere. (ne prende una)

ARL. Bon! Comodve.

COR. Oh com' buona!

BEAT. Lascia sentire. (ne prende un'altra)

ARL. Padrona.

ELEON. Con licenza. (ne prende anch'essa una)

ARL. Senza cerimonie.

ROS. Ed io niente?

ARL. Se la comanda, la toga questa.

ROS. Per sentirla. (prende la pasta sfogliata)

ARL. Cuss ho destrig el piatto presto. Torno a oselar1.

COR. Portami qualche cosa di buono.

ARL. And via, siora, che se i ve vede...

BEAT. Non dir niente.

ARL. Non parlo. (entra e chiude la porta)

BEAT. Andiamo via, prima d'essere scoperte.

ELEON. S, sar meglio.

ROS. Andiamo, che il signor Florindo non abbia motivo un'altra volta di rimproverarmi.

COR. Un'occhiatina, e vengo. (corre alla porta)

BEAT. Via, curiosa!

COR. Oh bello! (guardando)

BEAT. Che cosa c' di bello? (torna verso la porta)

COR. Il deser.

ELEON. Il deser? (verso la porta)

ROS. Con i lumi?

COR. Bello, di cristallo, coi fiori. Pare un giardino.

BEAT. Voglio vedere.

ELEON. Voglio vedere.

ROS. Ancor io. (tutte s'accostano e sforzano per vedere, onde si spalanca la porta ed escono)

SCENA OTTAVA

Pantalone, Ottavio, Lelio, Florindo, Leandro, Flamminio, alcuni con salviette, alcuni con

lumi; e dette.

PANT. Coss' sto negozio?

LEL. Eh, giuro a Bacco... (contro Eleonora)

OTT. Fermatevi: prudenza, moderazione. (a Lelio)

PANT. Come xele qua ste patrone? Chi le ha menade? Chi le ha introdotte?

SCENA ULTIMA Brighella e detti.

BRIGH. Sior padron, son qua mi. Siori, son causa mi; le abbia la bont de ascoltarme; se merito castigo, le me castiga, se merito premio, le fazza quel che le vol.

OTT. V'ho capito. Brighella le ha introdotte per disingannarle, perch non sospettino male di noi: egli vero?

BRIGH. Signor s, le ho introdotte per questo. Una diseva che qua se zoga, e se rovina le case; l'altra che vien donne cattive, e se maltratta la reputazion; una voleva che se fasse el lapis philosophorum; l'altra, che se cavasse un tesoro. Ste cosse in bocca delle donne le impeniva in poco tempo el paese, e per levarghele dalla testa, el dir no bastava, el criar giera gnente e no remediava. Bisognava sincerarle, bisognava che co i so occhi, colle so orecchie le vedesse, le sentisse, e le se cavasse dal cuor sta maledetta curiosit. Le ha visto, le ha sento, no le sospetter pi, no le sar pi curiose. Mi l'ho introdotte, mi l'ho fatto per ben, e spero che da sta mia invenzion ghe ne deriva del ben.

PANT. No so cossa dir. Ti t'ha tolto una libert granda; ti ha disobbedio el mio comando; ti meriteressi che te cazzasse subito via de qua. Ma se xe vero che sincerade ste donne le abbia da lassar in pase i so omeni, e lassar in quiete sto nostro liogo, te perdono, te lodo, e te prometto un regalo.

BRIGH. Cosa disele, patrone, le sincerade?

BEAT. Io non aveva bisogno di vedere, per assicurarmi della prudenza di mio marito.

OTT. Perch dunque siete venuta?

BEAT. Per contentare mia figlia.

FLOR. La signora Rosaura non mi crede?

ROS. Le male lingue mi facevano dubitare, ma io era certissima della vostra fede.

LEL. E voi, signora consorte carissima, l'avete voluto sostenere quel vostro indegnissimo lo sapr.

ELEON. Via, marito, non vi pi pericolo ch'io dica lo sapr.

LEL. Perch avete saputo.

COR. Cari signori, compatiteci: alfin siamo donne. Quel sentir a dire: l dentro non possono andar le donne, lo stesso che metterci in desiderio d'andarvi. E per me, se dicessero: in fondo d'un pozzo vi una cosa che non si ha da sapere che cosa sia, mi farei calar gi sin alla gola, per cavarmi una tale curiosit.

PANT. La curiosit ve l'av cavada. Seu contente?

ELEON. Per me son contentissima. Caro marito, non vi tormenter pi.

LEL. Se avrete giudizio, sar meglio per voi.

BEAT. Siete in collera, signor Ottavio?

OTT. Niente, consorte mia, niente. Conosco il sesso, lo compatisco. Niente.

ROS. E voi, signor Florindo?

FLOR. Scordatevi de' miei trasporti, ch'io mi scorder di ogni vostro vano sospetto.

OTT. Le mie chiavi come diavolo le avete avute?

COR. Niente, signore, con una chicchera di caff.

OTT. Ah galeotta! Ora me ne ricordo. E voi che volevate ch'io mi levassi il vestito? (a Beatrice)

BEAT. Compatitemi.

PANT. Via, a monte tutto. Sarale pi curiose?

BEAT. Non v' pericolo.

ELEON. Io no, sicuro.

ROS. N men io certamente.

COR. Oh, mai pi curiosit, mai pi.

PANT. Donca le se quieta, le se consola, e le vaga tutte a bon viazo. Qua no volemo donne. Le ha sento el perch. Le ne fazza sta grazia, le vaga via.

BEAT. Andiamo?

ELEON. Che dite, signora Rosaura?

ROS. Bisogner andare.

PANT. Mo via, cossa fale che no le va?

COR. Io vi dir, signore, muoiono di volont di veder quel bel deser.

ELEON. S, e tutte quelle belle camere.

BEAT. Via, giacch ci siamo.

ROS. Questa volta, e non pi.

PANT. Da resto po no le sar pi curiose. Andemo, sodisfemole, femoghe vder tutto. E po? no le sar pi curiose. Questo xe un mal, che dalla testa no gh'el podemo levar. Basta ben che de nu le sia sincerade, che el nostro modo de viver el sia giustific, e che le ne lassa gder in pase tra de nu, senza pettegolezzi, la nostra onoratissima conversazion. Amicizia.

TUTTI Amicizia, amicizia.

Fine della Commedia


1 Vuol dire potabile e dice uno sproposito.

1 una parola in gergo, che vuol dire fuggo via

1 Dice che andava a caccia di scorpioni, per dire una facezia.

1 A uccellare, a buscar qualche cosa.

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