Le donne di buon uomore

LE DONNE DI BUON UMORE di Carlo Goldoni

LE DONNE DI BUON UMORE di Carlo Goldoni

Commedia di tre atti in prosa rappresentata la prima volta in Roma l'anno 1758.

Personaggi

LUCA vecchio e sordo.

SILVESTRA vecchia sua sorella.

COSTANZA sua figlia.

FELICITA.

LEONARDO suo consorte.

DOROTEA.

PASQUINA sua figlia.

BATTISTINO promesso sposo della detta.

Conte RINALDO.

Cavaliere ODOARDO.

MARIUCCIA serva della signora Costanza.

NICOL caffettiere.

Un SERVITORE che parla.

Servitori che non parlano.

La Scena si finge in Venezia.


SCENA PRIMA

Camera di Costanza.

Costanza alla tavoletta, e Mariuccia cameriera che sta assettandole il capo.

COST. Eppure ancora non ist bene. (guardandosi nello specchio alla tavoletta)

MAR. Che dice mai, signora padrona? Sta tanto bene, che pare una principessa.

COST. Non vedi che da questa parte i capelli sono meglio arricciati che da quest'altra?

MAR. Io non ci conosco questa gran differenza.

COST. Ci mancherebbe poco, che non mi rimettessi le mani in testa un'altra volta, e non ti facessi

ricominciare da capo. MAR. L'abbiamo fatto due volte, si potrebbe fare la terza. COST. S signora, e la terza, e la quarta, e la quinta, e quante volte mi pare e piace. Mi preme di

comparire, e quando una donna non ha la testa acconciata bene, pu avere intorno tutto quello

che vuole, non comparisce. MAR. E poi sar capace di mettersi la bautta in testa e rovinarsi tutta l'acconciatura. COST. Voi a questo non ci avete a pensare. Se ander in maschera, mi metter la bautta, e se resto

in casa, e se vien qualcheduno a trovarmi, non voglio che nessun possa dire che io non sono di

buon gusto. Ieri sera alla festa da ballo venivano tutti a vedere la mia acconciatura per una

cosa particolare. MAR. E non l'ho acconciata io ieri sera? COST. S, ma quanto tempo ci abbiamo messo? MAR. Eh poco. Dalle quindici sino alle ventidue. COST. Purch le cose siano ben fatte, pazienza.

MAR. Eh signora, quando aver marito, non consumer tanto tempo alla tavoletta. COST. Oh, in quanto a questo poi, il mio signor marito, qualunque sar, avr la bont di non

impacciarsi negli affari della mia camera. MAR. Favorisca, signora, ha niente per le mani ancora? COST. Mio padre mi ha proposto vari partiti, ma io non sono contenta di nessuno di loro. Vi un

certo Conte che non mi dispiace; ma non ho fretta di maritarmi; sai che io sono di bell'umore.

Piacemi l'allegria, e se posso fare a meno, non voglio guai. MAR. Ella pensa benissimo; e sono anch'io del parere medesimo. Fino che si in libert, si pu

ridere allegramente. COST. levata la signora zia? MAR. Si signora, si alzata ch' un pezzo. COST. Gran vecchia quella! Ieri sera ha voluto venir con me alla festa di ballo. Siamo venute a

casa tardissimo, ed oramai alzata. MAR. in piedi che saranno due ore; anzi, per dire la verit, sono andata a spiare dal buco della

chiave, ed ho veduto che si dava il rossetto. COST. Si mai trovata una vecchia simile? MAR. Non dee essere poi tanto vecchia, perch' ancora zitella, e sento che ha intenzione di

maritarsi. COST. S, una zitelluccia di sessant'anni. MAR. Sessanta!

COST. Credo ancora che sieno di pi. MAR. Eppure, chi la vede e la sente, pare pi lesta e pi bizzarra di noi.


COST. stato bussato. MAR. Ander a vedere. COST. Se fosse il sarto, fatelo venire innanzi. MAR. Si fa qualche cosa di nuovo?

COST. E come! vedrete, vedrete. Le vicine, le amiche, voglio che si rodano dalla rabbia. MAR. S'ella si mette un abito nuovo, scommetto che domani alla pigionante gli vengono subito le convulsioni. (parte)

SCENA SECONDA Costanza, poi Mariuccia che torna.

COST. Quando vedranno poi le mie gioje, allora creperanno d'invidia. Ho un padre, per dire la verit, che mi contenta di tutto; sordo il poverino, ma quando mi preme qualche cosa, so ben io la maniera di farmi intendere.

MAR. Sa ella chi , signora?

COST. Chi mai?

MAR. La signora Felicita.

COST. A quest'ora?

MAR. A quest'ora, in maschera e sola.

COST. Frullategli la cioccolata.

MAR. Converr che io la faccia apposta.

COST. Non ve n'era dentro la cogoma?

MAR. Ve n'erano rimaste due buone chiccare, e la cara vecchia andata in cucina, e se l' bevuta tutta, che non n' rimasto un gocciolo. (parte)

SCENA TERZA Costanza, poi Felicita in maschera con bautta.

COST. Fa per conservarsi bene la poverina. La compatisco. una gran cosa per noi quell'aver da

diventar vecchie. Quando ci penso, mi vengono i sudori freddi. FELIC. Serva, signora Costanza. COST. Serva sua, signora Felicita.

FELIC. Coll'occasion della maschera, son venuta un poco a vedervi. COST. Mi avete fatto piacere. Gran bel comodo in Venezia la maschera. Ecco qui, una donna

civile, quand' maritata, pu andar sola a far le sue visite, o far gli interessi suoi, senza una

menoma osservazione. FELIC. Saranno oramai tre ore che io sono in giro. COST. Brava davvero! So pure che siete restata al festino dopo di me. FELIC. S certo, ed ho ballato sin giorno. COST. Accomodatevi, sarete stanca. FELIC. Non sono stanca, ma seder volentieri. (siedono) COST. Quante ore avete dormito? FELIC. Niente. Non ho nemmeno toccato il letto. Terminata la festa, m'immascherai, come mi

vedete. Andiedi a casa, mi accostai alla camera. Intesi che mio marito ronfava, ed io senza

disturbarlo me l'ho battuta.


COST. Sarete piena di sonno.

FELIC. Tornerei ora a ballare, fresca fresca come una rosa.

COST. Ci sarei stata anch'io volentieri fino al termine della festa, ma avevo meco quella anticaglia

della signora zia, e per compassione di lei ho dovuto partire. FELIC. Dorme la vecchiarella? COST. Oib! alla tavoletta, che si mette in gala.

FELIC. Avete veduto ieri sera al festino come faceva le carte col contino Rinaldo? COST. Se l'ho veduta? E come! Vi assicuro che mi facea venir male. FELIC. E quel caro Conte, come la prendeva bene per mano! COST. Eh, il contino Rinaldo un giovine che sa fare lo spiritoso. Fa il bello con tutte, e con tutte

si prende la libert di scherzare. Ma se mi ci viene, lo vu burlare ben bene. FELIC. In queste cose ci sono ancor io. Troviamo qualche invenzione bizzarra per cavarci spasso di

lui. Facciamolo un po' stare questo bell'umorino. Gi siamo di carnevale; qualche cosa lecito

in questi tempi, che in altro tempo non si farebbe. Basta che siano divertimenti onesti. COST. Sentite quel che ho pensato, per farlo un po' disperare. Voglio formare una lettera a lui

diretta, piena di affetti e di tenerezze, lodando in essa il suo merito e le sue bellezze, e voglio

fargli capitare la lettera al caff dove pratica, senza ch'ei possa rilevare chi l'abbia scritta. Poi

tutte due mascherate andiamo al caff e sentiamo un poco l'effetto che produrr questa lettera. FELIC. S, va bene; ma facciamo qualche cosa di pi. Facciamogli credere, che alcuna di noi sia

innamorata di lui. Teniamolo qualche tempo in speranza, e poi facciamolo rimanere burlato. COST. S s, colla scorta vostra posso prendermi qualche maggior libert. Ecco la cioccolata.

Bevetela, che intanto vado a formar la lettera che ho divisata... Mi viene un'altra cosa nel capo.

Ve la dir al ritorno. Trattenetevi, che ora vengo. (Il Conte non mi dispiace. Potrebbe anche

darsi che lo scherzo non mi riuscisse inutile affatto). (da s, e parte)

SCENA QUARTA

Felicita e Mariuccia

FELIC. Costanza una giovane che ha del brio. Mi piace infinitamente. (resta sedendo)

MAR. Eccola servita della cioccolata.

FELIC. La prender volentieri. Non ho riposato la notte; ho bisogno di confortarmi lo stomaco. (va

bevendo la cioccolata) MAR. Perdoni, signora, come sta il signor Leonardo? FELIC. Mio marito? (bevendo) MAR. S signora. Sta bene? FELIC. Sta bene. Lo conoscete? (bevendo) MAR. S signora, lo conosco. un pezzo che non viene da noi a giocare a naso. Glielo dica che

venga da noi. il pi caro pazzo del mondo. FELIC. (Resta sorpresa) Cos parlate di mio marito? Avete con lui una gran confidenza! MAR. Dico cos per dire. ella forse gelosa?

FELIC. Potrebbe darsi, che di qualche bel soggetto fossi gelosa. Ma di voi, no certamente. MAR. Dice bene; di me no, perch si sa chi sono: per altro... FELIC. Oh certo; lo vederessimo cascar morto. (con ironia) MAR. Eh, ne sono cascati degli altri. FELIC. Per voi? (con ammirazione ironica) MAR. Per me. (seria)

FELIC. Sono cose che fanno crepar di ridere. (ridendo) MAR. Non burli, perch se gli dicessi quello che mi ha detto il signor Leonardo...


FELIC. Vi avr trattata da quella pazza che siete. MAR. A me pazza? FELIC. Insolente.

SCENA QUINTA

Costanza e dette.

COST. Cosa c', Mariuccia?

MAR. Niente. (mostrandosi adirata)

FELIC. Ve lo dir io.

MAR. Non ci bisogno ch'ella faccia altre scene. (a Felicita)

FELIC. Mi ha detto che mio marito...

MAR. Mi stupisco di lei, che voglia fare pettegolezzi.

COST. Parlate con rispetto, vi dico prendete questa lettera, datela al servitore, e ditegli che la porti

subito al caff dell'Aquila, che la diano a chi va, e che non dicano chi l'ha mandata. MAR. S signora. (prende la lettera con sdegno) COST. Cosa son questi grugni? MAR. Niente, niente, signora. (S, per dispetto la voglio far disperare quella signora che mi ha detto

pazza). (da s, e parte)

SCENA SESTA

Costanza e Felicita

COST. Che diamine ha Mariuccia?

FELIC. Sentite, dove si caccia l'ira. Mio marito un uomo che gli piace barzellettare, ed ella crede sia di lei innamorato, e pretenderebbe ch'io ne fossi gelosa. L'ho sofferta per amor vostro, per altro...

COST. Compatitela, non ha giudizio, ors, la lettera andata. Non l'ho scritta io di mia mano, perch se mai si venisse a scoprire, non voglio che il mio carattere mi condanni. Mia zia mi ha fatto ella il servizio. Io l'ho dettata, ed essa l'ha scritta. Ma che termini vi ho messo dentro! che amori! che tenerezze! Vi prometto, che quando la legge, ha da rimanere incantato. Di pi sentite il bel pensiere che mi sopravvenuto. Gli ho scritto nella lettera, che l'amante incognita ander mascherata a ritrovarlo al caff, ed acci ch'egli la possa conoscere, avr ella in petto un nastro color di rosa. Ora, per farlo un po' taroccare, facciamo cos, signora Felicita. Mettiamoci al petto tutte due un nastro color di rosa compagno; eccoli qui, uno per voi, e un per me; andiamo poscia al caff tutte due mascherate, e godiamo la bella scena. (si puntano i nastri al petto)

FELIC. S s, ci prenderemo un poco di spasso. Ma ditemi, cara amica, questa burla che vogliamo fare al contino Rinaldo, che la facessimo al cavaliere Odoardo?

COST. Eh, col Cavaliere non mi ci metto; la sa pi lunga di noi.

SCENA SETTIMA


Dorotea, Pasquina

DOROT. Oh di casa. Ci nessuno?

FELIC. Sentite. (a Costanza)

COST. la signora Dorotea; ed colla figliuola.

FELIC. Gi si sa, madre e figlia sono sempre in giro.

COST. Venite avanti, signora.

DOROT. Serva sua, signora Costanza.

COST. Serva sua, signora Dorotea.

PASQ. Serva divota. (a Costanza)

COST. Serva umilissima. (a Pasquina)

FELIC. Serva loro. (a Pasquina e Dorotea)

DOROT. Serva obbligatissima. (a Felicita)

COST. Siete per tempo in maschera. (a Dorotea)

DOROT. Che volete? Io faccio per dar piacere alla mia figliuola.

FELIC. E intanto vi divertite anche voi.

DOROT. Eh, per dire la verit, il divertimento non mi dispiace.

COST. Sedete, se comandate.

DOROT. S signora, sono un poco stracchetta.

COST. Anche voi, signora Pasquina.

PASQ. Oh, io non sono stanca.

COST. Eppure la notte passata avete tanto ballato.

PASQ. Anche ora ballerei, se potessi.

DOROT. Via, mettetevi a sedere, obbedite. (a Pasquina)

PASQ. Questa sera, signora madre, ci torneremo al festino?

COST. Noi ci andiamo, conducetela ancora lei.

DOROT. S, volentieri. Sapete che io non ballo, ma mi diverto a vedere; mi piace star a osservare le

belle scene. FELIC. Eh gi; chi non balla, sta l a segnar le caccie, e a sindicare sui fatti altrui. DOROT. Ieri sera ho veduto delle gran cose. Avete osservato la signora Lucrezia, che abiti, che

gioje! Io non so come faccia. PASQ. E con tutti i suoi abiti e le sue gioje balla cos male, che non si pu far peggio. DOROT. Eh, se non balla bene, che serve? Sa ben fare la graziosa, e tutta la conversazione era

intorno di lei. COST. Propriamente mi aveva stomacata con quei complimenti affettati. FELIC. E pur, quando parla, tutti stanno a bocca aperta a sentirla. PASQ. Se ne burlano. COST. La corbellano. DOROT. Non fa ella propriamente crepar di ridere? Osservate com'ella fa. (caricata) Divotissima,

obbligatissima; si accomodi qui, favorisca di qua. Per ora non ballo. Sono un poco stanchetta.

Mi favorisca il ventaglio; obbligatissima alle sue grazie. COST. Brava, brava da vero. proprio la sua medesima caricatura. FELIC. E cosa dite della signora Fulgenzia, che stava ritirata nel canton della sala? DOROT. Oh quella poi, mi capite... lo saprete... aveva vicino... gi mi capite... FELIC. S; so ogni cosa. DOROT. E voi? (a Costanza) COST. Raccontatemi.

PASQ. Ci qualche novit della signora Fulgenzia? Si forse fatta la sposa? (a Dorotea) DOROT. Statevi zitta, che voi non ci entrate. (a Pasquina) Era vicino di lei quell'amico... COST. Chi? FELIC. Quel mercante. (a Costanza)


DOROT. Quello che ha speso tanto? (piano a Costanza) FELIC. Che or ora l'ha mandato in rovina. (come sopra) COST. Da vero? FELIC. Non lo sapete? DOROT. Vi racconter con pi comodo.

PASQ. Signora madre, vien tardi, e abbiamo d'andar in quel luogo. (a Dorotea) DOROT. S, andiamo; con vostra buona licenza vi leveremo l'incomodo. (si alzano) PASQ. Signora madre, guardate i bei nastri color di rosa. DOROT. vero: tutti due compagni. Sono forse all'ultima moda? COST. S certo, una moda venuta or ora di Francia. (ridendo) PASQ. Se ne potessi aver uno ancor io! DOROT. Costeranno poco.

COST. Costa tanto poco, che se la signora Pasquina vuol questo, glielo do volentieri. PASQ. Oh, mi farebbe tanto piacere. COST. Eccolo qui, servitevi.

PASQ. Obbligatissima. (lo prende e se lo punta al petto) DOROT. E io ne potrei aver uno?

COST. Ne volete uno anche voi? Volentieri. Vado di l a pigliarlo, e ve lo porto immediatamente. FELIC. (Signora Costanza, tutti questi nastri c'imbroglieranno). (piano a Costanza) COST. (No, no, pu anzi essere che la scena sia pi gustosa). (piano a Felicita) Vado anch'io a mascherarmi. Vi porto il nastro, e ce ne andremo tutte d'accordo. (parte)

SCENA OTTAVA

Felicita, Dorotea e Pasquina

FELIC. (I nastri sono troppi; nascer certamente una confusione) (da s)

DOROT. Pare che vi dispiaccia, signora Felicita, che noi pure abbiamo il nastro alla moda.

FELIC. Non per questo. Ma voi non sapete, che cosa vogliano significar questi nastri?

PASQ. Oh guardate che gran cosa! Ne ho di pi belli cento volte di questi.

DOROT. Mia figlia pu andar del paro con chi si sia.

PASQ. L'avete veduto il mio abito nuovo? (a Felicita)

FELIC. Signora no, non l'ho ancora veduto.

DOROT. una stoffa, che ho fatto venire di Francia.

PASQ. Che me lo metta questa sera, signora madre?

DOROT. Signora no; ve lo metterete l'ultima settimana di carnevale.

PASQ. Se venite da noi, ve lo mostrer. (a Felicita)

FELIC. Eh, ci sar tempo.

PASQ. (Ha invidia). (piano a Dorotea)

DOROT. (Non lo dire a nessuno, che lo abbiamo comprato in ghetto). (piano a Pasquina)

SCENA NONA

Costanza mascherata in bautta, e le suddette.

COST. Ecco qui; ecco, signora Dorotea, un nastro simile anche per voi. DOROT. Vi sono tanto obbligata.


COST. Volete che andiamo tutte al caff?

DOROT. Andiamo pure...

PASQ. Signora madre, non abbiamo noi d'andare dal gioielliere?

DOROT. S, vero: si passer dalla sua bottega.

FELIC. Volete far qualche spesa?

DOROT. Mia figlia vorrebbe una certa cosa.

PASQ. Vorrei barattare quest'anelletto.

COST. Lasciatelo un po' vedere: oh bellino!

PASQ. Mi un poco stretto.

COST. (Felicita). (chiamandola piano)

FELIC. (Cosa ci ?) (piano)

COST. (Oh che caso bello! Quell'anellino lo aveva in dito il Conte ier sera). (come sopra)

FELIC. (Che glielo abbia donato lui?) (come sopra)

COST. (S certo. Sul festino ier sera). (come sopra)

FELIC. (State zitta, che ce lo godremo). (come sopra)

DOROT. Signore, se avete dei segreti, ce ne andremo.

COST. Compatite; abbiamo un piccolo interessuccio.

DOROT. (Non vorrei che si accorgessero dell'anello. Ha fatto male Pasquina a farlo vedere). (da s)

FELIC. Via, se si ha da andare, andiamo.

PASQ. Noi vogliamo passare dal gioielliere.

COST. Bene; e noi vi attenderemo al caff.

PASQ. Al caff dell'Aquila?

COST. Appunto.

PASQ. S s, ho piacere; pu essere che ci ritroviamo il contino Rinaldo. (parte)

DOROT. Ehi, sentite, ve lo confido. Quell'anellino l'ha donato a mia figlia il signor Battistino, che dev'essere suo marito. Ma non voglio che si sappia, perch non voglio che di me si dica. Lo sapete, in materia di queste cose, io sono una donna delicatissima. (parte)

SCENA DECIMA

Costanza e Felicita

COST. Che dite eh? Che buona madre?

FELIC. Che sia poi vero di quell'anello?

COST. Oh, gliel'ha dato il Conte, sicuro. Ne sono certissima.

FELIC. Se lo sa Battistino! vero ch' un uomo di poco spirito, ma se lo sa, scommetto che

l'abbandona. COST. Eh, Dorotea una donna scaltra; gliela dar ad intendere a modo suo. FELIC. Ma con tutti questi nastri compagni, come sperate voi?... COST. Andiamo, andiamo, che per istrada vi dir quel ch'io penso.

SCENA UNDICESIMA

Silvestra e dette.

SILV. Brava, signora nipote; andate in maschera, eh? COST. Serva, signora zia.


FELIC. Serva sua, signora Silvestra.

SILV. La riverisco. (a Felicita) Dove si va, signora? (a Costanza)

COST. Vado un pochino a spasso. Comanda niente, signora zia? (a Silvestra)

SILV. Se andate voi, ci voglio venire ancor io.

FELIC. Anch'ella in maschera a piedi? Si stancher, signora.

SILV. Mi stancher? Credete che io non sia buona da camminare? Mi fate ridere; sar capace di

camminare pi di voi. (a Felicita) Signora s, voglio venire ancor io. (a Costanza) COST. Ora vado colla signora Felicita in un servizio; verr con me questa sera. SILV. Signora no, a casa non ci voglio stare. FELIC. Avete difficolt, che venga meco vostra nipote? Son donna maritata; non vi bisogno che

voi le facciate la scorta. SILV. Io non intendo di volerle fare la guardia; sono zitella al pari di lei; e se ho qualche anno di

pi, non sono ancora da lasciare in un cantone. FELIC. (Per me, non la voglio assolutamente). (piano a Costanza) COST. Davvero, signora zia, vado in un piccolo servizietto, e torno subito a casa. SILV. Garbata! Non mi volete, eh? S s, verrete un'altra volta da me a pregarmi che io vi scriva le

lettere. (sdegnata) COST. Siate buona, signora zia, non andate in collera. SILV. Certo, io in casa, e voi a spasso; e col bel nastro color di rosa. COST. Lo comanda? padrona.

SILV. N anche per questo... Via, puntatemelo qui in petto. COST. Subito volentieri. (si leva il nastro, e lo punta al petto di Silvestra) SILV. Ah! sto bene? (a Felicita)

FELIC. Benissimo. Siete un incanto. (E voi, Costanza?) (piano a Costanza) COST. (Andiamo di l; ho dell'altra fettuccia; ne faccio uno immediatamente). (piano a Felicita) SILV. Tornate presto, che anderemo al caff. COST. Dove? SILV. Al solito luogo.

COST. Stamattina credo di non potere. Serva sua. Ci andremo poi questa sera? FELIC. Questa sera alla festa di ballo. SILV. Oh, alla festa non manco. Ieri sera col bel Contino ho fatto un minuetto solo; questa sera ne

voglio fare una mezza dozzina. FELIC. (Vuol essere meglio burlata. E pure se ne trovano di queste vecchie). (da s, e parte) COST. (Deggio secondarla per i miei fini. E poi convien compatirla. La giovent suol disprezzar la

vecchiaia; ma quando saremo vecchie, si far lo stesso di noi). (da s, e parte) SILV. Bene, bene: andate pure dove volete; pensate che io voglia aspettarvi in casa? Siete pazze, se

lo credete. Vado subito a mascherarmi. Figuratevi, se io voglio stare in casa a dormire. vero

che sono un poco avanzata, ma il sangue mi bolle, ed il cuore mi brilla in petto. Son bella e

diritta, ci sento, ci vedo, ho tutti i miei denti in bocca, e non la cedo ad una giovane di

vent'anni. (parte)

SCENA DODICESIMA

Bottega da caff.

Il Conte Rinaldo e Nicol caf

CON. Nicol. NIC. Illustrissimo.


CON. Chi ha portato qui questa lettera?

NIC. Io non lo so, signore. L'hanno portata, che io non ci era. L'ho dimandato ai giovani, ma non lo sanno nemmeno loro.

CON. Non occorr'altro.

NIC. Vuole restar servita del caff?

CON. S, preparatelo.

NIC. L'acqua sempre calda. Il caff si macina in un momento, in due minuti lo faccio. Da noi, non si accostuma di far bollire il caff la mattina per il mezzogiorno, e molto meno far ribollire gli avanzi dell'altro giorno. Noi lo facciamo di fresco in fresco, e presto, e buono, e col caff di Levante, e in materia di caff i Veneziani sono famosi per tutto, non solo in Venezia, ma in altre parti ancora.

CON. Voi siete un uomo di garbo, e per chiacchere non avete pari.

NIC. Io ho sempre veduto, che le marmotte fanno poca fortuna. Di l mi chiamano; con sua licenza. (parte)

CON. Eh, in questi caff anche le marmotte si svegliano. Ma chi mai sar questa incognita amante, che mi scrive con una s gran tenerezza? S' vero quel ch'ella dice, verr al caff mascherata, ed avr per segno un nastro in petto color di rosa. Se viene, far ogni sforzo per poterla conoscere. Ma chi mai pu essere? Non saprei certamente. poco tempo che io sono in Venezia, non ho gran pratica n della citt, n delle persone. Pu essere, che quella che scrive sia una di quelle signore, che ho veduto ieri sera al festino. Per dire la verit, ce n'erano delle belle. Che fosse la giovinetta a cui ho donato l'anello? Non crederei; troppo tenera per prendersi tal libert, ed ho veduto che nel pigliare l'anello si fatta rossa, e se non era sua madre, forse forse non lo prendeva. Quella certa signora che ha nome Costanza, mi ha fatto anch'essa delle finezze, ma la conosco, accorta come il demonio. Non capace di pensare e di scrivere con tal passione. Ma non lo potrebbe fare taluna ancora per corbellarmi? Ecco una mascheretta. Non vedo l'ora di vedere quella dal nastro rosso. Oh cospetto di bacco! Per l'appunto ha la coccarda in petto color di rosa.

SCENA TREDICESIMA

Costanza, Felicita con maschera al volto, e detto.

COST. (Trattenetevi qui per un poco. Lasciate che io vada innanzi; copritevi il nastro, e quando vi

par tempo, avanzatevi). (piano a Felicita, poi si avanza) CON. (Spero che si dar a conoscere). Servo, signora maschera. COST. (Gli fa una riverenza, senza parlare) CON. Ero impaziente per il desio di vederla. COST. Dice a me?

CON. Sarei fortunato, se potessi meritare l'onor di servirla. COST. A me, signore?

CON. S, a voi, gentilissima signora maschera, dico a voi. COST. Mi conoscete?

CON. Per dire il vero, ancora non so chi siate.

COST. Bene dunque: cos non si parla con una maschera che non si conosce. CON. Signora, se non vi conosco nel volto, vi riconosco al segno. COST. A qual segno? CON. A quel nastro color di rosa.

COST. Bella da vero! Non vi saranno in Venezia altri nastri compagni? CON. (Alla voce mi pare la signora Costanza. Se posso, vo' procurar di chiarirmi). Graziosa


mascheretta, comandate il caff? COST. No signor, vi ringrazio: che se vien mio marito, non voglio che mi conosca. CON. Siete voi maritata? COST. Pur troppo per mia disgrazia. Ho sei figliuoli, quattro in casa, uno a balia, e uno per la

strada. CON. (Quando cos, non la signora Costanza). (da s) COST. (Finora il divertimento bellissimo). (da s) CON. Ditemi in grazia: sareste voi per avventura la bella incognita, che mi ha scritto questo

biglietto? COST. Io? Non so n legger, n scrivere. CON. Siete una donna ordinaria dunque? COST. Mi meraviglio di voi. Badate bene come parlate. Sotto di queste maschere non si sa chi

possa essere. CON. Dite di non sapere n legger, n scrivere. COST. Dico di s e di no, come mi pare e piace.

CON. Ditemi la verit, vi supplico instantemente, l'avete scritto voi questo foglio? COST. Su l'onor mio vi giuro che io non l'ho scritto. CON. (Dunque non lei certamente). (da s) COST. Mi fa ridere il signor Conte. CON. Mi conoscete? COST. Sicuro. CON. Mi vedeste altre volte? COST. S certo, vi ho veduto, e parlato. CON. Dove?

COST. Da vero me lo sono scordato.

CON. Eh signora, lo vedo; volete meco spassarvi. Fatemi la finezza, scopritevi. COST. Sola non mi conviene di farlo. Amica, venite innanzi. (a Felicita che si avanza e scuopre il

nastro) CON. (Ecco un nastro compagno. Che imbroglio questo!) (da s) FELIC. Serva sua, signor Conte.

CON. Anche voi mi conoscete? Tutte due avete il nastro color di rosa. Chi di voi sar quella? FELIC. Io sono quella certo. COST. Ancor io sono quella sicuro. CON. Ma di voi due, chi ha scritto questo biglietto? FELIC. Io no. COST. N men io.

CON. Mi sapreste almeno dire, chi l'abbia scritto? FELIC. Se lo so, non lo voglio sapere. CON. Ah s; voi lo averete scritto. FELIC. Onoratamente vi dico, che non vero. CON. Dunque voi lo averete formato. (a Costanza) COST. Io? Di voi non ci penso n meno. CON. Quando cos, potete andarvene, signore mie. COST. Che bella civilt! FELIC. Che bella creanza! COST. Siete voi il padrone della bottega? FELIC. Alle donne civili si fanno simili malagrazie? CON. Ma se voi pensate di corbellarmi... FELIC. Non si esibisce n meno un caff? CON. Subito, volentieri. Caff. (chiamando forte) NIC. (Di dentro) La servo.


CON. (Se si cavano la maschera, le conoscer). (da s) Voi, signora, lo beverete? (a Costanza)

COST. Far quel che far la compagna.

CON. Brava, in verit ci ho gusto.

NIC. Eccole servite del caff. (con cogoma e guantiera con chiccare)

CON. Favorite sedere.

FELIC. Non vo' sedere.

COST. Nemmeno io.

CON. Molto zucchero? (a Felicita)

FELIC. Piuttosto.

CON. Cos? (ponendo il zucchero nella chiccara)

FELIC. Anche un poco.

CON. E voi?

COST. Una cosa giusta.

CON. Ma con la maschera non lo beverete.

COST. Bevetelo voi, signore.

CON. Servitevi prima voi. Questo il vostro. (presenta la tazza a Costanza)

COST. Oh, qui mio marito.

FELIC. Oh, vedo venir mio fratello. Serva sua. (al Conte)

COST. La riverisco. (al Conte)

FELIC. Lo mantenga caldo.

COST. Lo beveremo dimani.

FELIC. Quella del viglietto lo riverisce. (parte)

COST. Quella del nastro gli fa umilissima riverenza. (parte)

SCENA QUATTORDICESIMA

Il Conte, Nicol, poi Dorotea con Pasquina

NIC. Comanda ella il caff?

CON. Va al diavolo anche tu.

NIC. (Queste Veneziane la sanno lunga). (da s, e parte)

CON. Vo' seguitarle, voglio conoscerle... Oh, ecco delle altre maschere col nastro in petto. Chi sa

che una di queste... Sono imbrogliatissimo. Queste Veneziane mi vogliono far impazzire. DOROT. (Costanza e Felicita non ci sono. Aspettiamole, che verranno). (piano a Pasquina) PASQ. (Guardate, signora madre, il Contino che mi ha donato l'anello). (piano a Dorotea) DOROT. (Oh s; sta zitta. Facciamolo un po' strolicare). (piano a Pasquina) CON. (Quei maledetti nastri mi pongono in confusione). (da s) DOROT. Serva sua. CON. Servo divoto. PASQ. La riverisco. CON. Padrona mia.

DOROT. Fate gran carestia della vostra persona. CON. Io? Non vi capisco, signora.

DOROT. So ben io quel che dico. Delle amiche vecchie il signor Conte non si degna pi. CON. In Venezia io non ho veruna amicizia. Fatemi la finezza di dirmi almeno chi siete. DOROT. Io mi chiamo Pandora. CON. E voi? (a Pasquina) PASQ. Ed io mi chiamo Marfisa. CON. Due bellissimi nomi! Brave, signore mie. Veggo, conosco che vi piace assai divertirvi, e che


vi dilettate di prender per mano un povero forastiere. Ma avvertite che, se mi ci metto, sapr

rifarmi ancor io. DOROT. Siete in errore, qui in Venezia non si usa burlare li forastieri. Siete stato mai burlato? CON. E come, e in che maniera! Volete voi sentire, se mi hanno corbellato ben bene? Vi legger un

viglietto, che vale un tesoro. (Leggendolo, potr forse scoprire se alcuna di loro l'ha scritto).

Sentite. (legge) Signor Conte adorabile. A me. PASQ. Non forse ben detto? CON. Vi pare che io sia adorabile? DOROT. Si sa chi abbia scritto? CON. Ancora non l'ho potuto sapere. Sentite che dolce titolo mi vien dato. Signor Conte adorabile.

(leggendo) DOROT. Sin qui non dice male. PASQ. Fa giustizia al merito. CON. Grazie della buona opinione che hanno di me lor signore. (Se lodano il viglietto, ho ragione

di sospettare che venga da qualcheduna di loro). (da s) Sentite come principia. Una incognita

amante vi ha consacrato il cuore, e sospira giorno e notte per voi. Per me. Sentite come

l'incognita mi beffeggia? DOROT. Vi pare strana una simil cosa? PASQ. Vossignoria non lo merita? CON. (Giurerei che una di esse lo ha scritto). (da s) DOROT. Lo finisca di leggere. PASQ. (Sono curiosa di saper chi costei). (da s) CON. Ascoltate, che ora viene il buono. L'incognita, che vi ama, per suoi onesti riguardi si tiene

ancora celata. Oggi voi la vedrete colla maschera al viso, e avr per segno un nastro al petto

color di rosa. DOROT. Oh diamine! PASQ. Cosa sento?

CON. Ditemi, signore mie, quel nastro lo portano al seno tutte le donne del popolo veneziano? DOROT. Perch?

CON. Perch poc'anzi ne ho vedute altre due con un nastro simile, similissimo al vostro. DOROT. Da vero? CON. S certamente. DOROT. (Chiamando Pasquina) Maschera, una parola. (Che ne dici, Pasquina? E che s, che il

viglietto l'ha formato la signora Costanza?) (piano a Pasquina) PASQ. (Cos credo ancor io, capace di averlo fatto). (piano a Dorotea)

DOROT. (Non facciamo per altro che da noi si scuopra). (piano come sopra, e torna al suo posto) CON. (Questi loro segreti mi fanno sempre pi sospettare che il viglietto venga dalle loro mani).

(da s) DOROT. Avete verun sospetto intorno a chi possa avervi scritto quel foglio? CON. Direi, se non temessi di essere troppo ardito. DOROT. Via, ditelo.

CON. Mi pare che quella che l'ha vergato, non sia molto da me lontana. DOROT. A voi, maschera. (a Pasquina) PASQ. A me? CON. Se il mio pensier non m'inganna, se il viglietto sincero, perch non mi fate l'onor di

scoprirvi? PASQ. Per me, non l'ho scritto certo.

DOROT. Sapete chi l'aver scritto? Quella giovane a cui donaste l'anello. CON. Come sapete voi, che io ho donato un anello? DOROT. S signore, sappiamo tutto. PASQ. L'abbiamo anche veduto, e sappiamo ch' un bell'anellino.


CON. Ditemi. Sareste voi la signora Pasquina?

PASQ. Io Pasquina? Non signore.

CON. E voi, signora... (a Dorotea)

DOROT. Sa chi son io? Costanza.

CON. La signora Costanza! Quella giovane cos bella e cos vezzosa, che ieri sera alla festa di ballo

mi piacque tanto? Quella che fra tante altre brillava e risplendeva come una stella? PASQ. (Sentite come la loda!) (da s) DOROT. So che scherzate, signore. Costanza non merita questi elogi. Quella a cui donaste l'anello

pi giovane, ed pi bella. CON. La signora Pasquina ha il suo merito, non lo nego; ma in paragone di voi, io non la stimo un

zero. PASQ. Maschera, andiamo via. (a Dorotea, forte) DOROT. Or ora, aspettate un poco. (a Pasquina) Non vi piace dunque la signora Pasquina? (al

Conte) CON. Vi replico, non mi dispiace. Ma non sarei disposto ad amarla; e poi ha quella sua madre cos

antipatica, che io non la posso soffrire. DOROT. Maschera, andiamo, ch' tardi. (a Pasquina) CON. Vogliono partir cos presto! Non vogliono restar servite di un caff? DOROT. Obbligata. (al Conte) (Pezzo d'asino). (da s, e si avvicina a Pasquina a cui dice piano)

Andiamoci a travestire, perch non possa riconoscerci, se ci vede in altro luogo. CON. Signora Costanza, io vi amo, vi stimo e vi venero sopra tutte, e se voi in questo foglio mi

parlate sinceramente... (a Dorotea) DOROT. Quel foglio non mio; ve lo dico e ve lo mantengo; e chi ha prudenza, non scrive di

queste lettere ad un forestiere. Costanza ringrazia il signor Conte delle sue finezze, e in

ricompensa di ci, lo manda a far squartare ben bene. (parte) PASQ. Ed io mi sottoscrivo, e la riverisco. (parte)

SCENA QUINDICESIMA Il Conte, poi Silvestra mascherata con bautta e volto, poi Nicol

CON. Maledetta sia la signora Costanza, e quante sono queste diavole che mi vengono a perseguitare. Ma chi sa dirmi di certo, che quella maschera sia la signora Costanza? Parmi impossibile, che una giovane s ben fatta sia capace d'un simile sgarbo.

SILV. (Le cerco per tutto, e non le ritrovo. Dove mai si saranno cacciate?) (da s)

CON. Possibile che io non possa scoprire chi ha scritto questo viglietto?... Oh, ecco qui un'altra maschera col solito nastro.

SILV. (Ecco qui il forastiere, con cui ho ballato ieri sera).

CON. (Non vorrei andare di male in peggio; sar meglio che io me ne vada). (in atto di partire)

SILV. Favorisca; signore. (al Conte)

CON. Che mi comanda?

SILV. Se ne va via cos subito?

CON. Vorrei andarmene veramente.

SILV. Favorisca, senta una parola.

CON. Posso servirla? Comanda qualche cosa?

SILV. Eh, se mi vorr favorire, non ricuser le sue grazie.

CON. (Questa pare pi compiacente). (da s) Vuole il caff?

SILV. Mi dispiace di essere cos sola.

CON. Non le basta la compagnia d'un uomo d'onore, d'un galantuomo?


SILV. Via, non gli voglio far questo torto.

CON. Vuol che l'ordini adunque?

SILV. Mi far una finezza.

CON. Caff. (Se non mi burla come le altre, la vedr almeno nel viso). (da s) Si accomodi.

SILV. Sieda ella pure; ha tanto ballato ieri sera, che sar ancora stanco.

CON. vero; ho ballato molto. Ci foste voi sul festino?

SILV. S signore, ed ho anche con lei ballato.

CON. Ho ballato con molte, per dire la verit.

SILV. Ma con me so che ha ballato con gusto.

CON. Posso sapere chi siete?

SILV. Che l'indovini.

CON. Le maschere mi confondono; non saprei indovinare. Ma quello che ancora pi mi confonde,

si quel maledetto nastro color di rosa. SILV. Questo nastro?

CON. S quello, perch mi viene scritto in un foglio, che lo vedr in petto ad una che mi vuol bene. SILV. Favorisca, quel viglietto comincia cos? Signor Conte adorabile. CON. S certo; eccolo qui per l'appunto. Voi dunque ne siete informata. Voi mi saprete dir chi l'ha

scritto. SILV. Per dirla... il carattere mio. CON. Siete voi dunque l'incognita che mi ama? SILV. (Giacch non vi Costanza, voglio tentar la mia sorte). (da s) Certo, s signore, io sono

quella che, come dice il viglietto, notte e giorno per voi sospira. CON. Ti ringrazio, fortuna: ho finalmente scoperto quello che io tanto desideravo. Ma posso sperar,

signora, che sia il vostro cuore sincero? SILV. Capperi! sincerissimo. Le giovani mie pari non sono capaci di dir bugie. CON. Oh cielo! Siete fanciulla, giovane, o maritata? SILV. Eh, sono ancora zitella.

CON. (Muoio di volont di vederla). (da s) Caff. (chiama) NIC. Eccolo qui prontissimo. (con cogoma e guantiera con chiccare) CON. Si smascheri, signora. SILV. Ci nessuno? CON. Nessuno. (Non vedo l'ora). (da s) SILV. Eccomi. Mi conosce? (si leva il volto) CON. (Oim!) SILV. Che cosa stato? CON. Niente, niente. SILV. Si sente male? CON. Un poco.

SILV. Poverino! Sapr io consolarvi. CON. (Oh che tu sia maledetta!) (da s) SILV. buono questo caff?

NIC. Non si domanda nemmeno. L'ho fatto apposta.

SILV. Metteteci ben bene dello zucchero. Mi piace il dolce; e a voi, Contino? CON. Anche a me qualche volta. (Ma oggi mi toccato l'amaro). (da s) SILV. Dell'altro zucchero. NIC. Ancora?

SILV. S, dell'altro. Oh, cos va bene. (beve il caff) NIC. (Signor Conte). (piano al Conte) CON. (Cosa vuoi?) (piano a Nicol) NIC. (Mi rallegro con lei). CON. (Di che?)


NIC. (Di questa buona fortuna)

CON. (Anche tu mi dileggi?)

SILV. Oh caro questo dolcetto! (leccando il zucchero in fondo alla tazza)

CON. (Or ora mi fa rivoltare lo stomaco). (da s)

SILV. Signor Conte, vuole che andiamo?

CON. Vada pure, si accomodi.

SILV. Non sar degna della sua compagnia?

CON. Ho qualche cosa da fare.

SILV. Eh via, colle fanciulle civili non si tratta cos. Venga meco, e mi dia la mano.

CON. Dove vorreste andare, signora?

SILV. A casa.

CON. Che diranno se una fanciulla, una zitelluccia sua pari, la vedano andar a casa con un

forastiero? SILV. Che dicano quel che vogliano. Nessuno mi comanda. Sono anch'io da marito. Ors, mi

favorisca la mano. CON. Eccomi a servirla. (Godiamoci questa vecchietta). SILV. Oh che tu sia benedetto! (partono)


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera.

Leonardo e Mariuccia

MAR. Venga, venga, signor Leonardo, che non ci nessuno.

LEON. Non c' nessuno?

MAR. Nessuno. Posso dir di esser sola. Ci il vecchio, che non esce mai, ma come se non ci fosse;

sordo, e possiamo parlare con libert. LEON. Mia moglie non stata qui?

MAR. S signore, la signora Felicita ci stata. Ma andata a spasso colla mia padrona. LEON. Quella donna mi vuol far perdere la pazienza. MAR. Per dire la verit, io non so come la sopportiate. Tutto il giorno in maschera; ogni sera al

teatro, ogni notte al festino. LEON. Ed io, pover'uomo, all'alba in piedi. Tutto il giorno al negozio, e a un'ora di notte in letto. MAR. Volete che ve la dica? Siete un uomo di stucco. LEON. Signora Mariuccia, vi prendete un poco troppo di libert.

MAR. Oh, io son una che parla schietto. Quando voglio bene a uno, parlo col cuore in bocca. LEON. Che! Mi volete voi bene?

MAR. Lo mettereste in dubbio? Se cos non fosse, non lo direi. LEON. Cara Mariuccia, vi ringrazio della bont che avete per me; ma pensate che io sono

ammogliato, e che voi siete ancora zitella. MAR. Eh! non si pu voler bene senza malizia? Non crediate gi, che io lo dica per qualche cosa di

male. Vi amo, come se foste mio padre; mi parete un buon uomo, e non so dire che cosa non

farei per la vostra persona. LEON. (Mi par di buon cuore. Se fosse cos mia moglie, felice me!) (da s) MAR. (Non ci penso un fico di lui. Ma se posso, voglio far disperare sua moglie). (da s) Perch

non venite a ritrovarmi pi spesso? LEON. Ci verrei volentieri, ma ho delle faccende non poche; son solo in casa, e mi conviene tirar la

carretta. MAR. E la moglie a spasso. LEON. E la moglie a spasso.

MAR. E spende, e giuoca, e butta via i danari miseramente. LEON. E se io spendo un testone, grida, strepita, e mi salta agli occhi. MAR. In verit, non faccio per dire, ma siete un gran bernardone. LEON. Ma voi mi strapazzate.

MAR. Vi parlo cos per amore. Quando voglio bene, non mi posso tenere. LEON. Basta, vorrei che venisse questa cara mia moglie. MAR. Cosa vorreste da lei? LEON. Vorrei, vorrei... vi dir. Siamo ora senza serva in casa, perch con lei nessuna ci pu stare

pi di otto giorni. Ieri la mia signora ha portate via le chiavi del burr, dell'armadio, della

credenza, ed io per non far strepito sono andato a dormir senza cena. Questa mattina l'ho

aspettata finora. Ho fame, e non ho un maledetto quattrino per provedere il bisogno.


MAR. Povero mamalucco.

LEON. Ma non mi strapazzate.

MAR. Niente, niente, aspettate. Finch ritorna la signora Felicita, volete che io vi faccia una buona

zuppa? LEON. Una zuppa!

MAR. S, nel brodo di cappone; e con del buon parmigiano sopra. LEON. Non vorrei... MAR. Eh sciocco! LEON. Ma voi sempre... MAR. Zitto, zitto, aspettate. Vado a ordinar la zuppa, e vi scalderete un poco lo stomaco. Vi hanno

portate via le chiavi? Uh povero alocco! (parte) LEON. bella di costei, che non sa far altro che maltrattare. Ma non mi pare la cosa cotanto strana.

Sono avvezzo da mia moglie a soffrir di peggio. MAR. (Ritorna con salvietta, tondo e posata) Fino che bolle il brodo, e che si bagna la zuppa,

voglio preparare quel che bisogna per il mio caro signor Leonardo. Aiutatemi a tirar innanzi

quel tavolino. (tutti due tirano il tavolino innanzi) LEON. Ma se vien gente? MAR. Che importa? LEON. C' il signor Luca? MAR. Ci il sordo, ma non sa niente. LEON. Non vorrei che dicesse... MAR. Ma siete il gran maccherone. LEON. Grazie.

MAR. Sedete, ch' qui la zuppa. (un Servitore porta la zuppa, e Mariuccia lo fa sedere per forza) LEON. (Che si ha da fare? Giacch ci sono, non voglio dire di no). (da s) MAR. (Pagherei uno scudo, che venisse ora sua moglie). (da s) LEON. Parmi di sentir gente.

MAR. State saldo: non abbiate soggezion di nessuno. LEON. Ma non vorrei... (vuole alzarsi)

MAR. Fermatevi, Bertoldino. (lo fa sedere, e va a veder chi viene) LEON. Mi farebbe venir la rabbia; ma mandiamola gi. (mangia) MAR. Sapete chi ? LEON. Chi ?

MAR. Il signor Battistino; l'amante della signora Pasquina, quel stolido, quel scimunito. LEON. Mi dispiace. Non vorrei lo dicesse a mia moglie. MAR. E non volete ch'io vi tratti da babbuino? LEON. Or ora... MAR. Eh, mangiate.

SCENA SECONDA

Battistino e detti.

BATT. Si pu venire? MAR. Venite. Ecco qui Cacasenno.

BATT. Oh! buon pro faccia a vossignoria. (vedendo Leonardo che mangia) LEON. Ecco qui; hanno voluto favorirmi per forza.

BATT. (Mi fa venir l'acqua in bocca). Mi hanno detto che la mia Pasquina venuta qui. vero? (a Mariuccia)


MAR. S, ci stata. Era in compagnia di sua madre, e sono andate a spasso colla mia padrona. BATT. Saranno andate in Piazza a veder Pulcinella, e ci voglio andare ancor io. MAR. S andate, che vedrete il vostro ritratto. BATT. Il mio ritratto?

MAR. S, se volete vedere un bel zanni, guardatevi nello specchio. BATT. Eh! mi burla. (a Leonardo, con dispiacere) LEON. Segno che vi vuol bene. BATT. Davvero? (a Mariuccia, con allegria) MAR. S certo; assaissimo.

BATT. Se mi voleste bene, dareste anche a me da far colazione. MAR. Povero bambolino, mangiereste la pappa? LEON. Amico, se volete favorire, siete padrone. BATT. Se mi date licenza. (a Mariuccia) MAR. Accomodatevi pure.

BATT. Per quel che vedo, ci abbiamo poco da divertirci. LEON. La zuppa era buona; me ne ho mangiato una buona porzione. MAR. Volete un po' di stufato? BATT. Magari. LEON. Io non dir di no.

MAR. Subito ve lo porto. (Intanto spero che verr la signora Felicita. Vu far di tutto, perch s'ingelosisca di me). (da s, e parte)

SCENA TERZA

Leonardo, Battistino, poi Mariuccia che torna.

BATT. Ma la gran buona donna, ch' Mariuccia!

LEON. Eh! non lo sapete? Le serve fanno cos. Si fanno merito alle spalle de' loro padroni; e se le

padrone si divertono, anch'esse vogliono la conversazione. BATT. Non vorrei che venisse il signor Luca. un uomo, che quando lo vedo, mi fa paura. LEON. Lasciamo che ci pensi ella.

MAR. (Con due tondi e posata) Eccomi qui collo stufatino. BATT. Oh caro!

MAR. E qui ci son quattro polpette. BATT. Oh buone!

LEON. Siete troppo cortese, la mia cara Mariuccia. MAR. Tutto per voi. (a Leonardo) LEON. Per me? (mangia) MAR. S, per voi. BATT. E per me? (mangiando) MAR. Anche per voi.

BATT. Mi vuol bene la Mariuccia. Non egli vero? MAR. S certo: le marmotte mi piacciono infinitamente. BATT. Dice a voi. (a Leonardo) LEON. Dice a voi. (a Battistino) MAR. Oh che siate indorati! dico a tutti due.


SCENA QUARTA

Luca e detti.

LUCA (Di dentro) Mariuccia.

BATT. (Alzandosi con timore) Oh, il signor Luca.

LEON. (Alzandosi) Andiamo via.

MAR. Eh fermatevi; non abbiate paura.

LUCA Mariuccia. (come sopra)

LEON. Rispondetegli almeno.

MAR. sordo; non ci sente.

BATT. Potete andare, che mangeremo senza di voi. (a Mariuccia)

MAR. Eccolo; non siamo a tempo.

LUCA Dove diavolo sar costei? (escendo, vede li due che si cavano il cappello) Veh, veh! Schiavo

di lor signori. Ehi, chi sono costoro? (a Mariuccia) MAR. Non li conoscete? (non molto forte) LUCA Che? (non intendendo) MAR. Non li conoscete? (pi forte) LUCA Non li conosco. (ponendosi gli occhiali) LEON. Leonardo vostro servitore. (accostandosi a lui da una parte) LUCA Che? (a Leonardo, non intendendolo)

BATT. Il vostro servitor Battistino. (accostandosi a lui dall'altra parte) LUCA Come? (a Battistino, non intendendolo) LEON. Vi prego scusarmi. LUCA Che dite?

LEON. Vi domando scusa. (forte assai)

LUCA Cosa questo strillar cos forte? Sono qualche sordo? Mariuccia. (chiamandola) MAR. Signore.

LUCA Non rispondi? Mariuccia. MAR. Signore. (pi forte assai) LUCA Chi li ha fatti venire? MAR. La signora Silvestra. LUCA Chi?

MAR. La vecchia. (forte) LUCA Come?

MAR. La vecchia. (pi forte) Che ti venga la rabbia, mi vuol far sfiatare. LUCA Siete amici di mia sorella? LEON. Scusatemi, signore; sono venuto qui per cercar mia moglie, e per riverire le signore di casa.

Sono tutte fuori, e frattanto che si aspettano, sono qui favorito. LUCA Questa notte mi calata in questa orecchia una flussione; da questa parte ci sento poco,

favorite venir da quest'altra. (restando voltato verso Leonardo) LEON. Gi che siete da quella parte, fate voi, Battistino, le nostre scuse. BATT. Signore... vi dir... Ci siamo presa la libert... Perch'essendo venuti per ritrovare quelle

persone che non abbiamo trovate... LUCA Siete voi che parla? (a Leonardo) LEON. Non signore, quell'altro. (accennando Battistino) LUCA Oh! l'avevo a tergo, e non me n'ero accorto. MAR. (Sono cose da crepar di ridere). (a Leonardo) LEON. Permette, signore? (accennando di voler tornare al tavolino) LUCA Vuole andar via? S'accomodi. (a Leonardo) BATT. Lo stufato si raffredda. (a Luca)


LUCA Parta pure con libert. (a Battistino)

LEON. Ci goderemo quelle quattro polpette. (a Luca)

LUCA Se posso servirlo, mi comandi. (a Leonardo)

BATT. Vado a finir di mangiare. (a Luca)

LUCA Mi faccia servitore a casa. (a Battistino)

(Leonardo e Battistino tornano a sedere al tavolino, e a mangiare)

LUCA Mariuccia.

MAR. Signore.

LUCA Ora che sono andati via, vorrei che tu mi dicessi, chi erano quei due. (si volta, e li vede a tavola che mangiano) Oh bella davvero! Buon pro faccia a lor signori. Si divertino bene. ( un odor che consola). (da s) Giacch la roba mia se ne va cos, se mangiano gli altri, voglio almeno mangiare anch'io. Un tondo e una posata ancora per me. (a Mariuccia)

MAR. Subito, volentieri. (Ha ragione, per dirla; di quello che in questa casa si scialacqua, la minor parte la sua). (parte)

SCENA QUINTA

Luca, Leonardo e Battistino

LUCA Si contentano lor signori?

LEON. Padron.

LUCA Come? (a Leonardo)

LEON. Si accomodi.

LUCA Cosa dice?

LEON. (Non dico altro). (da s)

LUCA Che ha detto? (a Battistino)

BATT. Io non ho parlato. (Viene un Servitore, che porta tondo e posata al signor Luca, che mangia

cogli altri) LUCA Di queste polpette preziose non me ne fanno mai.

SCENA SESTA Costanza, Felicita e detti.

COST. Buon pro a lor signori.

FELIC. Bravo, signor consorte. (a Leonardo)

LEON. Se non fossimo qui dove siamo, vi direi quello che meritate. Non vi basta di andare dove diavolo voi volete, mi portate via le chiavi ancora?

FELIC. Oh guardate che gran mancamento! Povero bambolino! La mamma andata via, e non gli ha lasciata la merendina.

LEON. Come! di sopra pi mi burlate? (si alza e si avanza)

COST. Signora Felicita, cos burlate il marito? Mi meraviglio di voi. Col marito si tace, e se gli porta rispetto. un uomo finalmente, e cogli uomini non si parla cos, e non si va tutto il giorno e tutta la notte a spasso; io gli dir ogni cosa, io l'informer bene. Sentite. (a Leonardo) Andatevi a pulir il mento, che l'avete sporco di stufato. Ah, ah! (sorridendo)

LEON. (Va al tavolino a pulirsi la bocca colla salvietta)

FELIC. Siete pure graziosa! (a Costanza, ridendo)


COST. Avete soggezione di lui? (a Felicita)

FELIC. Niente affatto. (a Costanza)

LEON. Questa vita non la voglio assolutamente. (a Felicita)

COST. Ha ragione; questa vita non pu durare. Voi tutto il giorno a spasso, ed egli in casa a morir di malinconia. Signora no, non va bene. Al consorte se gli dice cos: Marito, se mi diverto io, divertitevi ancora voi. Volete venire a spasso con me? Mascheratevi, e andiamo; quando venite meco, sono tutta contenta. Ma se vi piace di star in casa, stateci voi, che non ci voglio star io.

LEON. Brava, signora Costanza. Bel pensare da giovane saggia, da fanciulla civile!

FELIC. Eh, mio marito buono. (ironicamente)

COST. Vostro marito un uomaccino di garbo.

FELIC. Vedrete che questa sera verr al festino ancor lui.

COST. Sicuro che ci verr. forse qualche persona ordinaria?

FELIC. Mi vuol bene Leonardo.

COST. E lo meritate.

FELIC. Non cos? (a Leonardo)

COST. Non vero? (a Leonardo)

LEON. Siete due gran demoni, signore mie.

FELIC. Non avete niente che fare questa mattina?

LEON. S, pur troppo ho da fare. Andiamo a casa.

FELIC. Per ora io non ci vengo.

COST. Resta a desinare con me.

FELIC. Siete contento?

COST. Signora s; contentissimo.

FELIC. Grazie, signor consorte.

COST. Dategli le sue chiavi.

FELIC. Oh s, ha ragione. Tenete. (gli d le chiavi)

COST. Non state incomodo.

FELIC. Andate pure.

COST. Divertitevi bene.

FELIC. Ci rivedremo stassera.

LEON. Vado via confuso, stordito, che non so dove mi abbia la testa. (parte)

SCENA SETTIMA

Costanza, Felicita, Luca e Battistino

FELIC. Mi avete fatto ridere veramente.

COST. Cos si fa. Che serve cogli uomini gridare e taroccare? Con la buona grazia si fa pi, e si

arrischia meno. BATT. (Pasquina non tornata con loro). (da s) Signore mie, mi saprebbero dire di Pasquina? FELIC. (Ecco quest'altro sciocco). (a Costanza)

COST. (Divertiamoci). (a Felicita) Come! non sapete niente di Pasquina? BATT. Io non so niente. COST. Non sapete che cos'ha fatto? BATT. Povero me! Che cosa ha ella fatto? COST. Ditegli voi quel ch' succeduto. (a Felicita) FELIC. Io? (Che cosa volete che dica?) (piano a Costanza) COST. (Inventiamo qualche cosa per farlo disperare). (piano a Felicita)


LUCA Ora che ho mangiato, mi viene un poco di sonno. (si appoggia al tavolino, e si addormenta)

BATT. Signore mie, per carit, non mi tenete in pena.

COST. Povero Battistino!

BATT. Ma via, cos' stato?

COST. Pasquina fatta la sposa.

BATT. Con chi?

COST. Col capitano Faloppa.

BATT. E chi costui?

COST. Felicita lo conosce; domandatelo a lei.

FELIC. S, quello ch' venuto dall'Indie con un carico di pappagalli.

BATT. Sapete dove stia di casa?

FELIC. In Venezia.

BATT. Ma dove?

FELIC. L gi ai confini del canal regio, sul margine della laguna.

BATT. Cos lontano?

COST. Cos lontano.

BATT. Cospetto! Dove sar Pasquina?

COST. Eh, sar collo sposo.

BATT. Vado subito...

FELIC. Dove andate?

BATT. Voglio che me la paghi.

COST. E chi?

BATT. Il capitano Faloppa.

FELIC. Fermatevi. (lo trattengono in due, ed egli fa sforzi per andare)

BATT. No certo.

COST. troppo lontano.

BATT. Non importa.

COST. Sentite.

FELIC. Tenetelo.

BATT. Non mi terrebbero le catene. (fugge di mano alle due donne, e nell'andarsene

impetuosamente, urta nel tavolino, lo rovescia, ed il signor Luca cade per terra. Battistino

parte) LUCA Cos' stato? (per terra) COST. Signor padre. (aiutandolo) LUCA Ahi! (alzandosi) COST. Si fatto male? LUCA Che?

COST. Gli duole in nessuna parte?

LUCA Mi ero un poco addormentato, e non so come sia caduto. Lo sapete voi come sia caduto? COST. Non so niente. LUCA Che dite?

FELIC. Sar stato il gatto. (forte assai) LUCA Il gatto? Che ti venga la peste. Che non vada a mangiar lo stufato. Chi questa? (a

Costanza) FELIC. Non mi conoscete? LUCA Che?

COST. la signora Felicita. LUCA Sia maledetto quel gatto. Era tanto che non mi tormentava la sciatica: pare ora che mi si sia

risvegliata. Cosa dice? (a Costanza) COST. Non dico niente. (sorridendo) LUCA Cosa c'? (a Felicita)


FELIC. Non parlo.

LUCA Ridete eh, frasconcelle? Si burlano i poveri vecchi. Mi duole, e ancora mi burlano. Eh, se

vivesse tua madre, mi anderebbe subito a fare un bagno. Pazienza. Insolente, non star a

corbellare tuo padre. (adirato, a Costanza che sorride) Cosa dite? (a Felicita, che non parla) FELIC. Ma se non parlo. LUCA Guardate che bella grazia! Ancora voi verrete vecchie, se non creperete presto. Gli uomini,

ancorch vecchi, si stimano qualche cosa: ma voi altre donne, quando siete vecchie, siete solo

buone da far teriaca. (parte zoppicando)

SCENA OTTAVA

Felicita, Costanza, poi Mariuccia

FELIC. Ditegli qualche cosa.

COST. Che volete che io gli dica? mio padre.

FELIC. Questi vecchi vogliono sempre strapazzare la giovent.

COST. E la giovent si burla della vecchiaia. Siamo del pari, non ci stiamo a confondere per queste

piccole cose. Che dite della scena del nastro? FELIC. Io non ne poteva pi: mi sentiva proprio crepar di ridere. COST. E mia zia Silvestra dove mai sar andata? FELIC. Non in casa?

COST. Oib, non in casa; uscita in maschera dopo di noi. FELIC. Gran vecchia quella. COST. Certo: una cosa particolare.

MAR. Signora, qui il cavaliere Odoardo, che le vorrebbe fare una visita. COST. padrone: gi il pranzo l'ho ordinato per le ventiquattro; si pranzer e cener tutto in una

volta. FELIC. S s, di carnovale per solito tutte le cose si fanno diversamente. MAR. Anche il signor Leonardo potr aspettare a mangiar questa sera. FELIC. Perch ha quasi pranzato, non egli vero? MAR. S certo, e gliel'ho dato io. FELIC. Avete fatto benissimo. Con licenza della vostra padrona, fate cos ogni giorno, che mi

contento. MAR. Se non mi volesse bene, non verrebbe da me. FELIC. Per il ben che vi vuole, gli dovreste dare anche il vostro salario. MAR. E voi non ne sareste gelosa? FELIC. Niente affatto.

MAR. (Ci ho una rabbia del diavolo. Mi voglio mettere al punto). (da s, parte) FELIC. Costei mi fa ridere. Conosco mio marito; e so che non capace di prendere affetto a veruna

donna. COST. Come potete voi assicurarvi di ci? FELIC. Oh, ne sono certissima; e poi che ci pensi lui: n anche per questo io non vorrei morire di

melanconia. COST. Dite benissimo. Oh, ecco il Cavaliere. FELIC. Ci far ridere un poco. COST. S certo; un cavalier graziosissimo.


SCENA NONA

Il Cavaliere Odoardo e le suddette.

CAV. Servitore umilissimo di lor signore.

COST. Serva, signor Cavaliere.

FELIC. Serva divota.

CAV. Come se la passano? Stanno bene? Si sono riposate dopo il divertimento del ballo?

COST. Io poco.

FELIC. Ed io niente.

CAV. Bravissime! E viva la giovent. A proposito di giovent, la signora Silvestra in casa?

COST. Non signore; escita fuori in maschera, e non ancora tornata.

CAV. Per bacco! Ci giocherei averla veduta or ora per mano del contino Rinaldo.

COST. Pu darsi.

FELIC. Sarebbe bella!

COST. (Che si fosse presentata col nastro?) (a Felicita)

FELIC. (E che l'avesse presa per quella?) (a Costanza)

COST. (Sarebbe da ridere). (a Felicita)

FELIC. (Vorrei che facessimo un carnevale). (a Costanza)

CAV. Vi qualche bella novit? Raccontatemi.

COST. S s, Vi racconteremo.

FELIC. Sediamo, che io sono stanca.

COST. Chi di l? (chiamando)

CAV. Niente, signora, vi servo io. Ecco una sedia; eccone un'altra; eccone una per me. Passiamo il

tempo; diciamo qualche cosa di allegro; facciamo quello che per solito si suol fare, diciamo

male di qualcheduno. COST. Oh, io non dico mal di nessuno. FELIC. N meno io certamente.

CAV. Quanto che non avete veduta la signora Dorotea? COST. stata qui stamattina. FELIC. stata qui con sua figlia.

COST. Quella donna sempre stata una pazza, e lo sar sin che vive. FELIC. E sua figlia la vuole imitare perfettamente. CAV. Cos mi piace; che non si dica mal di nessuno. COST. Diceva cos per dire... CAV. Eh niente, per conversazione. FELIC. Voi subito volete criticare. CAV. Io? Il ciel me ne guardi. Per quanti motivi che io abbia, non critico mai. Per esempio, che

importa a me che una moglie vada in maschera ai festini, ai teatri, e lasci il marito a casa, e si

faccia fresco di lui? Io non la vu criticare. FELIC. (Maledettissimo! Parla di me ora). (da s) COST. Signor Cavaliere, parlereste voi forse della signora Felicita? CAV. Oib! Non so niente. Sarebb'ella forse nel caso? Mi spiacerebbe infinitamente. FELIC. Parliamo d'altro. Ieri sera siete stato al teatro? CAV. S, signora, ci sono stato. Anzi ho una chiave ancora per questa sera; se comandate, vi posso

servire. COST. Che commedia fanno? CAV. La Vedova spiritosa. COST. Oib, oib, non la voglio vedere. FELIC. malinconica, una seccatura. CAV. E pure vi sono delle scene da ridere.


COST. Quando non vi sieno le maschere, le commedie non si posson soffrire.

CAV. A chi piace una cosa, a chi piace l'altra.

FELIC. Io voglio ridere, l'avete inteso?

CAV. Piace anche a me di ridere, ma io rido ancorch non vi sieno le maschere.

COST. Oh, voi in materia di teatro siete di un gusto il pi depravato del mondo. Basta dir che vi

piacciono i versi martelliani. CAV. Mi piacciono certo, per quando sieno ben recitati. COST. Io darei delle martellate a chi li ha inventati. CAV. Pover'uomo, non lo mortificate. Potete credere, ch'ei far pi fatica a scrivere in verso che in

prosa: s'ei fa questa maggior fatica, vi dev'essere una ragione, e la ragione questa, che qui in

Venezia piacciono, ci hanno preso gusto, ed egli forzato di continuarli. Vi direi qualche altra

cosa su questo proposito; ma se niente niente mi estendo, mi direte che un discorso lungo vi

secca. FELIC. Gi mi era principiata a seccare. COST. Chi viene?

FELIC. Due maschere vestite alla giardiniera.

CAV. Quanto mi piacciono queste mascherette graziose. (si alzano da sedere) COST. Al signor Cavaliere piacciono tutte le donne. CAV. Tutte no, veramente. Mi piacerebbono tutte, se tutte avessero il merito della signora

Costanza; se tutte avessero il pregio della signora Felicita. (Se tutte le donne fossero come

queste, non ne saprei che fare da galantuomo). (da s)

SCENA DECIMA

Dorotea e Pasquina mascherate alla giardiniera, con morettina di velluto nero sul volto, e

panieri in mano con frutti; e detti.

DOROT., PASQ. (Fanno riverenza, senza parlare)

FELIC. Le conoscete? (a Costanza)

COST. Io no certamente.

CAV. Belle, polite, gentili. Non si pu fare di pi.

COST. Maschere, si pu sapere chi siete?

DOROT. (Fa cenno col capo di no)

FELIC. Dite qualche cosa almeno. No? Siete mute?

CAV. Che cosa avete di buono in questo bel panierino? (vuol metter le mani)

DOROT. (Gli d sulle mani)

CAV. Capperi! Siete ben rigorosa!

COST. Ho piacere. Imparate ad impacciarvi con chi non sapete chi sia.

FELIC. Spero che poi le conosceremo.

DOROT. (Fa cenno di no)

COST. No? Non vi volete dar da conoscere? Compatitemi, nelle case civili per poco si pu tollerare

la burla; ma poi... (Dorotea e Felicita ridono) Ridete? Chi diavolo mai saranno? CAV. Amiche vostre senz'altro. FELIC. Scommetterei, che sono quelle che io dico. COST. E chi vi pare che sieno? FELIC. La signora Dorotea colla sua figliuola. COST. Potrebb'essere. Ma che cos presto si sian travestite? CAV. Oh, pensate voi se questa la signora Dorotea! Non vedete che garbo, che propriet! Pare a

voi che la signora Dorotea possa essere cos graziosa?


DOROT. (Si leva la moretta) S signore, sono io per l'appunto.

CAV. Oh, vi avevo gi conosciuta. Ho detto cos per obbligarvi a levar la maschera.

DOROT. Da vero?

CAV. Sicurissimo.

COST. ( forca vecchia, costui). (da s)

FELIC. Che vuol dire di questa mutazione che avete fatta?

PASQ. Per non essere conosciute dal signor Conte...

DOROT. Eh, non vero niente. Pasquina l'ha fatto per fare una burla al suo Battistino.

CAV. Bravissime. Queste sono quelle burle che mi piacciono infinitamente. Degna figliuola di una madre di spirito. Travestirsi da giardiniere per rintracciare l'amante! Che bel talento! Viva la signora Dorotea. Non vi dubbio, che nessuno ardisca di criticarvi. Ah? Cosa dite, signore mie? Vi pericolo che si dica male di lei? (a Costanza e Felicita, facendo conoscere che parla ironicamente)

DOROT. (Parla in una certa maniera, che non la comprendo). (da s)

PASQ. Signora madre, vi ho da dire una cosa.

DOROT. E che cosa mi vuoi tu dire? (accostandosi)

PASQ. Ho fame.

DOROT. Poverina! Non abbiamo ancora pranzato.

CAV. Questo quel che io stimo, questo quel che lei loda. Patir la fame per andar in maschera.

DOROT. Credete voi che non abbiamo il nostro bisogno?

PASQ. In casa non ci niente.

DOROT. Sta zitta, impertinente.

CAV. Signora Costanza, avete ancora pranzato?

COST. Non ancora, per dirla.

FELIC. Ha ordinato il pranzo dopo le ventitr.

CAV. Bene, dunque, senz'altri complimenti, io resto a pranzo con voi, e con vostra buona licenza, invito ancora queste signore, e sono tanto compite, che spero averanno la bont di restare.

PASQ. Per me ci resto.

COST. Mi piace la franchezza del signor Cavaliere.

CAV. Sans faons, madama, sans faons. Ci goderemo a tavola queste mascherette gentili.

FELIC. (Pare che sia il padrone di casa). (da s)

CAV. Signora, spero che non vi offenderete della libert che mi prendo. Son cavaliere, non ho bisogno di scroccare un pranzo a veruno. Ma siamo di carnevale, mi piace l'allegria, mi piacciono le signore di garbo come voi siete. Allegrement toujours; allegrement.

SCENA UNDICESIMA

Silvestra con il Conte, e detti.

SILV. Ah cosa dite, nipote? Mi ho io ritrovato un bel cavaliere servente?

CON. (Come? La signora Costanza la nipote di questa vecchia?) (da s)

COST. Brava, signora zia, mi consolo.

FELIC. Mi rallegro con lei, signor Conte.

CAV. Conte Rinaldo, tutti si rallegrano, ed io son furioso per causa vostra.

CON. E per qual ragione?

CAV. Perch aspiravo anch'io all'onore di servire la signora Silvestra, e voi mi avete tolta la mano.

SILV. (Oh, queste gelosie mi dispiacciono). (da s)

CON. Caro amico, io non intendo di fare a voi un insulto, son pronto a cedervi questo grande onore.

SILV. Signor no, signor no. Chi prima arriva, prima alloggia. (al conte Rinaldo)


Tu fosti il primo, Tu pur sarai L'ultimo oggetto Che adorer.

CON. Signora mia, per non lasciarvi andar sola vi ho servito sin qui; or siete in casa, e poich mi

vedo con voi in una tal casa dove non mi sarei sognato di poter essere, permettetemi che io me

ne vada. (guardando sotto occhio Costanza) SILV. Oh via, se mi volete bene, restate. COST. Signore, siete voi in una casa che vi spaventa? CON. S certo, e voi ne dovreste sapere il perch. COST. Spiegatevi: non v'intendo.

SILV. S, cara nipote, fatemi questo piacere, obbligatelo che non se ne vada. Crudele! (al Conte) CON. (Mi muove il vomito). (da s) Non vi ricordate voi quello che in maschera mi diceste? (a

Costanza) COST. Io?

CON. S, voi non mi mandaste a far squartare ben bene? E chi quell'altra che si sottoscritta? DOROT. (Andiamo via, che ci scuopre). (piano a Pasquina) PASQ. (Oh, io non ci vengo. Ho fame). (piano a Dorotea) CAV. (Son curioso di rilevare il fine di questa scena). (da s) FELIC. Io credo che vi sognate, signore. COST. Io non sono capace di dir queste cose.

FELIC. vero; noi siamo quelle due maschere, colle quali avete parlato. COST. E siamo quelle che vi hanno lasciato il caff nelle chiccare. CON. Oh povero me! Siete quelle dunque?... SILV. Ors, finiamola. Il signor Conte senz'altri discorsi rester qui per amor mio. Non egli vero,

la mia gioietta? (al Conte) CON. Tutto quel che volete. (a Silvestra) Signora mia, sono l'uomo pi confuso di questo mondo.

Cinque nastri compagni mi hanno imbarazzato la mente. (a Costanza) COST. Ecco quelle dei cinque nastri. Due noi, uno la signora Silvestra, e due quelle mascherette,

che dopo si sono travestite. CON. Come! la signora Dorotea! (con ammirazione) DOROT. Ma! cos, signore. CON. Siete voi dunque, che mi ha mandato? DOROT. Vi ricordate le belle insolenze che mi avete dette? CON. Compatite, se ho detto poco. DOROT. Perdonate, se non vi ho mandato di core. CAV. Bella, bella davvero. Ogni trista memoria ormai si taccia, e pongansi in obblio le andate

cose. SILV. Rester il mio Contino?

CAV. Il Conte ha da restare a pranzo con noi. Non egli vero, signora Costanza? COST. Se comanda, padrone. CON. Ma lo dice in una certa maniera...

SILV. Non v' bisogno ch'ella ve lo dica. Comando io in questa casa. CAV. vero; nelle case comandano le pi vecchie. SILV. Non per questo; io non son vecchia: non comando per esser vecchia; comando, perch sono

la sorella del signor Luca. Il Contino ha da restar a desinare con me. E voi andate via, signor

insolente. CAV. Pazienza. Per uno scherzo mi discacciate. Pu essere che un giorno possa farvi conoscere la

tenerezza dell'amor mio.


SILV. Bricconcello! Venite qui tutti due.

CON. Signora... (ricusando)

CAV. No certo... (ricusando)

SILV. Animo. Con chi parlo? Quando una donna comanda, non si dice di no.

CAV. Ha ragione. Conte non ci abusiamo di questa buona fortuna. (d la mano a Silvestra)

CON. (Mi giova fingere per la signora Costanza). (da s) Son qui a ricevere le vostre grazie. (d la

mano a Silvestra) COST. E viva la signora zia. FELIC. E viva la signora Silvestra.

SILV. Animo, andate innanzi, che non voglio aver di voi soggezione. (a Costanza) COST. (Oh che bella figura!) (da s, parte) FELIC. (Oh che vecchia pazza!) (da s, parte) SILV. Andate innanzi anche voi. (a Dorotea e Pasquina) PASQ. Vado, signora. (Almeno si andasse a tavola presto). (da s, parte) DOROT. (Ci resto per far mangiare quella povera figlia). (da s, parte) SILV. Ora ce ne anderemo con nostro comodo. CAV. Voi potete disponere di tutto me stesso. SILV. S caro. (al Cavaliere) E voi? (al Conte) CON. S signora, come volete. SILV. Ah, non so che dire; il mio cuore non pu essere che di un solo.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera.

Costanza e Felicita

COST. Venite qua, Felicita; frattanto che danno in tavola, voglio raccontarvi una cosa.

FELIC. Ditela presto veh, che io non voglio sentire discorsi lunghi.

COST. Ve la dir in due parole. Ho paura di essere innamorata.

FELIC. Oh, io non mi sono mai spaventata per queste cose.

COST. Certo, che nemmen io per questa paura mi far levar sangue; ma non vorrei trovarmi in

qualche imbarazzo. FELIC. Non il conte Rinaldo quello di cui parlate? COST. S certo, lui per l'appunto.

FELIC. Ei non ha moglie, voi non avete marito, che difficolt ci trovate? COST. Prima di tutto mi dispiace ch' forastiere, e non vorrei avere ad abbandonar Venezia. FELIC. Oh questa poi, compatitemi, una malinconia solennissima. Una persona di spirito non ha

da supporre, che non vi sia altro di buono al mondo, che la sua patria. Tutto il mondo paese;

quando si ha il suo bisogno, si sta bene per tutto. COST. Dite bene; ma ancora non so di certo...

SCENA SECONDA

Il Cavaliere e le suddette.

CAV. Ma signora Costanza, quel povero conte Rinaldo mi fa piet.

COST. Che cosa stato?

CAV. Langue, muore, sospira per voi, e per conforto delle sue pene, gli convien godere le

malagrazie di quella vecchia insensata. COST. Caro signor Cavaliere, perch non sollevate l'amico? Perch non vi mettete voi al fianco

della signora Silvestra, acci il povero Conte possa venir qui a consolarsi? CAV. Per un poco mi sono provato di farlo, ma per dire la verit, non vorrei che questa buona

vecchia si lusingasse, e avess'io da fare la parte ridicola nelle conversazioni. COST. Certo, se fosse una giovane, il signor Cavaliere la servirebbe assai volentieri. CAV. Vi dir, signora, colle giovani tratto, converso, e ci sto con soddisfazione. Ammiro le belle,

mi piacciono le spiritose, ma procuro di essere universale. Servit positiva non la vo' prestare a

nessuna. L'ho provata che basta, so il sistema che corre, e non mi c'impegno mai pi. COST. Vi pare s gravosa la servit civile, che si suol prestare a una donna? CAV. Una bagattella! Mi ricordo i precetti di madama Bign nella commedia intitolata Il Cavalier

giocondo. FELIC. Li ho sentiti: cose sciocche, non concludono niente. CAV. Li avete sentiti in verso, o in prosa? FELIC. In prosa, in prosa; in verso non li avrei ascoltati.


COST. Li sentirei volentieri questi gran precetti, che vi spaventano.

CAV. Li so a memoria; se volete, ve li dir.

COST. Mi farete piacere.

CAV. Ma sono in versi.

COST. Pazienza.

FELIC. Versi martelliani?

CAV. S signora.

FELIC. Con vostra buona licenza, io non voglio sentir questa seccatura. (parte)

SCENA TERZA Costanza ed il Cavaliere

CAV. Cos va fatto; se non le piacciono, fa bene a non soffrirne la noia. Sarebbe una scioccheria il

pretendere che dovesse piacere a tutti quel che piace a me. COST. Via, fatemi sentir questi versi. CAV. Ben volentieri, e se mi accorger che vi diano noia, li troncher a mezza strada. Cos dunque

diceva madama di Bign al suo cavalier servente:

Chi di servir s'impegna, dee farlo ad ogni costo, Dee meritar soffrendo di mantenersi il posto. Prendere in buona parte rimproveri ed asprezze, Pagare a caro prezzo i scherzi e le finezze. Lasciare ogni amicizia, star seco in compagnia, Cambiar, quando ella cambia, il serio o l'allegria. Non deve dir, ch' buono quello che piace a lui, Ma regolar si deve coi sentimenti altrui. Come la bella impone, no deve dire, e s. Ha da vegliar le notti, dee sospirare il d. Soffirire anche tal volta qualche rivale al fianco, Venir per gelosia rosso nel viso, e bianco, Ma non ardir giammai di dir quel che ha veduto, Di risarcir sperando quel poco che ha perduto. Cedere talor deve la mano al forastiere, Mai di nulla dolersi, mai pretensioni avere; Parlar, quando ella parla, tacer, quando ella tace, Saper quando il parlare, quando il tacer le piace. Soffrir qualche insolenza, soffrir qualche strapazzo, A costo anche tal volta di comparire un pazzo.

Fin qui parla il poeta nel Cavalier Giocondo; Al poeta e alle donne io nel mio cuor rispondo: Di servitute onesta stimo l'onore anch'io. Ma a condizion s dure, signore donne, addio. (parte)

COST. Non gli bastato dire i versi imparati, ha voluto aggiungerne quattro dei suoi. Chi sa? Se si usassero, potrebbe darsi che non dispiacessero; dir anch'io, come dice il poeta in un altro metro:

Vari sono degli uomini i capricci,

A chi piace la torta, a chi i pasticci. (parte)


SCENA QUARTA

Camera grande con tavola preparata con lumi ecc.

Mariuccia e Servitori che preparano.

SERV. Per quanti abbiamo da preparare?

MAR. Potete preparare per otto.

SERV. Di l non sono che sette. Viene a tavola anche il vecchio?

MAR. Oib, il sordo non l'ha nemmen da sapere. Questo un desinare, o per meglio dire una cena,

che ha ordinato la signora Silvestra, e non vogliono che il signor Luca lo sappia. SERV. Ma se sono in sette, hanno forse da attendere qualchedun altro? MAR. Non ha da venire il signor Leonardo? Non siete stato voi a chiamarlo per parte mia? SERV. S, vero, non me ne ricordavo.

MAR. Hanno bussato; andate a vedere s' lui. Fatelo venir qui subito. SERV. Signora Mariuccia, io faccio tutto quel che volete, ma anche voi ricordatevi di me. Se tutti

mangiano, vorrei godere anch'io qualche cosa. MAR. Si sa, non dubitate, vi sar da star bene per tutti; gi il vecchio paga. SERV. (Eh, quando la servit d'accordo, le cose non possono mai andar male). (da s, parte)

SCENA QUINTA Mariuccia, poi Leonardo

MAR. Voglio un po' vedere, se mi d l'animo di far arrabbiare la signora Felicita; rester, quando

vedr qua suo marito. LEON. Eccomi qui da voi. Che cosa questa gran premura, con cui mi avete fatto venire? MAR. Vedete, signor Leonardo. (mostrandogli la tavola preparata) LEON. Vedo l una bella tavola preparata per mangiare. MAR. La signora Felicita stata quella che ha persuaso la mia padrona a fare un bel trattamento, e

non ha avuto la convenienza di farlo sapere al povero suo marito. LEON. Eh, mia moglie, meno che mi vede, sta meglio in salute. MAR. Io vi ho mandato a chiamare, e voglio che restiate qui a suo dispetto. LEON. Oh questo poi no; non mi hanno invitato, e non ci voglio restare. MAR. Fatelo per amor mio. LEON. No no, compatitemi; sono un galantuomo, e non voglio fare di queste figure. Io non vado

dove non mi vedono volentieri. MAR. Fate cos; se volete, mangiaremo io e voi nella mia camera. LEON. Vi pare che io voglia fare una figura simile? Mi piace mangiare, mi piacciono i buoni

bocconi, ma per la gola non sacrifico la riputazione. MAR. Volete dunque andar via? LEON. S certo, voglio andar via. MAR. E lascierete qui vostra moglie a mangiare, a bevere, e a divertirsi senza di voi? Se fate

questo, vi dico bene che siete uno stolido, un pazzo, un baccellone, un baggiano. LEON. Basta, basta; non vi affaticate a caricarmi al solito di queste vostre amorose espressioni. Se

non ci sto io, non ci ha da stare nemmeno lei.


MAR. E se v'invitassero, ci restereste?

LEON. Non ci starei, nemmeno se mi legassero colle catene. Sono in puntiglio, e me ne voglio

andare. MAR. Ecco vostra moglie colla mia padrona. LEON. Venga, venga, che viene a tempo.

SCENA SESTA

Costanza, Felicita e detti.

COST. Oh, qui il signor Leonardo?

FELIC. Siete qui, marito?

LEON. Animo; a casa vostra, signora. (a Felicita)

FELIC. A casa mia? Cosa intravenuto? succeduta qualche disgrazia?

MAR. (Ci ho gusto da vero). (da s)

LEON. Venite a casa, vi dico. Cos non si tratta con suo marito.

COST. (Che diavolo ha?) (piano a Felicita)

FELIC. (Che se n'abbia avuto a male per non essere anch'esso invitato?) (piano a Costanza)

LEON. Mariuccia, favorite portar qui la sua maschera, e che ce n'andiamo.

MAR. S signore, vi servo subito. (Crepa, schiatta, ci ho gusto). (da s, e parte)

COST. Non credo che il signor Leonardo mi far questo affronto.

LEON. Tant', signora, compatitemi.

FELIC. Avete incontrato il servitore della signora Costanza?

LEON. Non so niente.

FELIC. In questo punto vi ho mandato a invitare.

LEON. Eh, non serve.

COST. Il signor Leonardo ha da favorir di star con noi.

FELIC. Io non ci sto senza mio marito.

COST. S'intende; o tutti due, o nessuno.

FELIC. Mio marito ci rester volentieri dalla signora Costanza.

LEON. Non signora, vi dico...

COST. S certo ci ha da restare.

FELIC. E lo voglio vicino a me.

COST. Mettete gi il ferraiolo.

FELIC. Mettete gi quel cappello.

COST. Ve lo lever io dalle spalle. (gli leva il mantello)

FELIC. Date qui questo cappellaccio. (gli prende il cappello)

COST. Bravo il signor Leonardo.

FELIC. E viva il mio caro marito.

COST. Staremo allegri.

FELIC. Ora sono contenta.

MAR. (Torna con le robe da maschera di Felicita) Ecco qui da mascherare la signora Felicita.

FELIC. Non s'incomodi, signora smorfiosa, che per ora non mi abbisogna.

COST. Porta via quella maschera, e non star a far la pazza.

MAR. Che dice il signor Leonardo? (sorpresa)

LEON. Cosa volete che io dica? Le donne, quando vogliono, hanno l'abilit di far fare agli uomini a

modo loro. MAR. Restate qui dunque? LEON. Ci resto s. Non vedete che mi hanno spogliato?


MAR. Ci ho gusto. L'ho invitato io.

FELIC. A me fatto avete veramente piacere; ma se foss'io la vostra padrona, vi darei

dell'impertinente. MAR. Siete gelosa? FELIC. Son il diavolo che ti porti. COST. Animo, va via di qua. (a Mariuccia)

MAR. S s, siete gelosa, e lo so il perch. Perch sono pi bella di voi. (parte) FELIC. E voi soffrite questa insolente? (a Costanza) COST. Sapete perch la soffro? Perch fa tutto a modo mio, mi seconda in tutto, e al vecchio non

c' pericolo che dica niente. LEON. Eh gi; le serve per lo pi sono la rovina delle famiglie. COST. Signore, non crediate per ci che io faccia delle pazzie. FELIC. Compatitelo; mio marito qualche volta ha del zotico, dello spropositato. LEON. Come parlate, signora consorte? (alterato) FELIC. Cara la mia gioja, non andate in collera. LEON. ( una gran bestiaccia costei!) (da s)

SCENA SETTIMA

Servitori che mettono in tavola, e detti.

SERV. Quando comanda, in tavola.

COST. Avvisate mia zia, e tutti quei signori, che venghino. (un Servitore parte)

LEON. In verit, signora, mi dispiace recarvi incomodo.

FELIC. Volete che andiamo via? (a Leonardo)

LEON. Per me, andiamo pure.

FELIC. (Sciocco! Vi un pasticcio di maccheroni, che vale un tesoro). (a Leonardo, piano)

LEON. Davvero?

FELIC. Volete che andiamo?

LEON. Eh, non voglio ricusare le grazie della signora Costanza.

SCENA OTTAVA

Il Cavaliere dando braccio a Dorotea e Pasquina, una per parte. Poi il Conte servendo

Silvestra, e detti.

CAV. Eccomi qui, signore, eccomi in figura di Giano fra il mondo nuovo ed il mondo antico.

(accennando la figlia e la madre) DOROT. Questi spropositi io non li capisco. PASQ. La minestra in tavola. (con allegria) COST. E dov' il signor Conte? CAV. Verr ora Cupido con la sua Venere affumicata. COST. Siete alle volte spiritoso un po' troppo. FELIC. Eccolo, eccolo il signor Conte. SILV. Siamo qui, siamo qui. Avete forse mormorato di noi? CON. Sarebbe stata veramente una mormorazione contro la carit. COST. Andiamo a tavola che le vivande si raffreddano.


FELIC. Distribuite i posti, signora Costanza.

CAV. Far io, far io. Qui la signora Silvestra. La sposa in capo di tavola. (la fa sedere sul mezzo)

SILV. Mi dite sposa, eh?

CAV. Cos mi pare, se non m'inganno. (guardando il Conte)

SILV. Eh furbacchiotto! (va a sedere nel mezzo)

CAV. Conte, venite qui. (lo chiama vicino alla signora Silvestra)

CON. Caro amico, andateci voi.

CAV. Eh via, che occorre nascondersi? Non facciamo scene. Questo il vostro posto.

SILV. Via, Conte; gi tutt'uno. Dice bene: non occorre nascondersi. Venite appresso di me.

COST. Via, andate. (al Conte)

CON. Me lo comandate voi?

COST. Ve lo comando io.

CON. Vado per ubbidirvi. (va a sedere alla sinistra di Silvestra)

SILV. Vi ringrazio, nipote; vedo che mi volete bene. (a Costanza)

CAV. Qui pu venire la signora Costanza. (accennando il posto vicino al Conte)

SILV. No no, compatitemi, Cavaliere; il posto si deve dare alle forestiere. Vicino al Conte verr la

signora Dorotea. (Mia nipote fanciulla, non ist bene presso di lui). (piano al Cavaliere) CAV. Non siete fanciulla anche voi? (a Silvestra)

SILV. vero, ma non lo sapete? Il Conte ed io saremo presto la stessa cosa. CAV. Avete ragione. Favorisca qui la signora Dorotea, e vicina ad essa la sua figliuola. (Dorotea e

Pasquina vanno a' posti che se gli sono assegnati) FELIC. ( bellissima di questo signor Cavaliere. Dispone lui; pare lui il padrone di casa) (da s) CAV. Verr qui la signora Costanza. (accennando il posto vicino a Silvestra) SILV. No, signor Cavaliere. Siete poco pratico, a quel che io vedo; si devono disponere i

commensali, uomo e donna. CAV. Ci star io dunque. SILV. S, cos ander bene.

CAV. E qui verr la signora Costanza. Ci pu venire? (a Silvestra) SILV. Via, presso di voi mi contento. COST. Manco male, che la signora zia si contenta. (All'ultimo la vogliam veder bella). (siede vicina

al Cavaliere) CAV. L il signor Leonardo, e col la signora Felicita. FELIC. Marito e moglie vicini? LEON. Vi dispiace che io vi stia vicino? (a Felicita) FELIC. No, anzi ne ho piacere grandissimo. (ironicamente)

LEON. Ci stiamo tanto poco vicini. Soffritemi per questa sera. (siede vicino a Costanza) FELIC. Oh, sono avvezza a soffrirvi, ch' un pezzo. (siede vicina a Leonardo) CAV. (Principia a dispensar le vivande a tutti, e di quando in quando si cambiano le portate, e i

Servitori i tondi, e si d da bevere a chi ne vuole; all'ultimo si portano i frutti, e nel corso

della tavola si fanno i seguenti discorsi fino all'arrivo del signor Luca) PASQ. Fatemi dare della minestra. (a Dorotea) DOROT. Favorite, signore, la mia figliuola. (al Cavaliere) CAV. Eccola servita. (le presenta un tondo con della minestra) PASQ. Me ne d cos poca? CAV. Ne volete dell'altra?

PASQ. Sono tre giorni che da noi non si mangia minestra. DOROT. (Sta zitta) (piano a Pasquina)

LEON. (Sentite? Per andar in maschera, a casa sua si digiuna). (piano a Felicita) FELIC. (Eh, la signora Dorotea non sola. Ve ne sono di quelle poche). (piano a Leonardo) CAV. Non mangia la signora Silvestra? SILV. Anz'io mangio pi di tutti.


CAV. Perch?

SILV. Perch io mangio colla bocca e cogli occhi. (guardando il Conte)

CON. (Che tu possa diventar cieca). (da s)

COST. vero, signor Conte, ch'ella si vorrebbe fare lo sposo?

CON. Se quella che io desidero, mi volesse.

SILV. S, caro, quella che voi amate, arde e sospira per voi.

CON. Posso crederlo, signora Costanza?

COST. S, credetelo pure, cos senz'altro.

SILV. Sentite? Anche lei lo conferma.

FELIC. (Costanza furba, l'equivoco va molto bene). (da s)

COST. Ma quella che voi vorreste in isposa, e che non sarebbe lontana dall'accettarvi, non sa ancora

ben chi voi siete. SILV. Eh, so quanto basta; un bel giovane, si vede ch' nato bene, e non vo' cercar d'avvantaggio. CAV. Perdonate, signora; vostra nipote ha pi prudenza di voi. Le fanciulle non si maritano cos

alla cieca. Ella interessata per voi, quanto per se medesima, e prima che la zia si mariti, vuol

sapere precisamente qual sia lo sposo. CON. La zia ha ragione, e la nipote non parla male. In Venezia sono conosciuto, ed i ricapiti che

porto meco, ponno meglio giustificarmi. Eccoli, se la signora zia li desidera. (mostra alcuni

fogli) COST. Date qui, date qui; li legger io. Sono interessata moltissimo in quest'affare. (prende i fogli) SILV. S, nipote, vi sono tanto obbligata, ma sentite: non istiamo tanto a sottilizzare. Se non vi

male, facilitiamo. (piano a Costanza, che senta anche il Cavaliere) Che dite voi, Cavaliere?

(Costanza intanto ripassa i fogli piano) CAV. Dite benissimo. (La sa lunga la signora Costanza, e questa vecchia sar molto ben corbellata).

(da s) PASQ. Non mi danno mai niente da mangiare. CAV. Fate voi per la vostra figliuola. (a Dorotea) DOROT. Aspetta; di questo piatto mi pare che nessuno ne voglia: mangiamocelo met per una. (tira

avanti di s un piatto, e lo mangia con Pasquina) LEON. (Hanno la zuppa quelle due donne). (a Felicita, piano) FELIC. (Eh, voi non corbellate, mi pare). (a Leonardo, piano)

SCENA NONA

Battistino e detti.

BATT. Buon pro a lor signori.

PASQ. Oh, qui Battistino.

DOROT. Ci avete trovate all'odore, eh?

BATT. Sono tre ore che cammino per ritrovarvi.

FELIC. (Dite, quell'amico lo avete trovato?) (a Battistino, piano)

BATT. (Chi?)

FELIC. (Il signor Faloppa?)

BATT. (Vi dico che sono tre ore che giro, e nessuno me l'ha saputo insegnare).

FELIC. (Volete che io ve lo insegni?)

BATT. (S, fatemi questo piacere).

FELIC. (Eccolo l, quello). (accennando il Cavaliere)

BATT. (Quello?)

FELIC. (S, quello).


BATT. Ehi, signor Faloppa. (al Cavaliere)

CAV. Dite a me?

BATT. S, a voi, una parola in grazia.

CAV. Volete che io vi faloppi le spalle con un bastone?

BATT. Quella ragazza mia, e voi lasciatela stare.

DOROT. Povero sciocco! mia figlia non lo conosce nemmeno.

PASQ. Si chiama dunque il signor cavaliere Faloppa? (tutti ridono)

CAV. Mi chiamo il malannin che vi colga. (contrafacendola)

FELIC. Via, via, basta cos. Non facciamo che uno scherzo partorisca disordini. Mi ho preso un

poco di spasso per far delirar il signor Battistino. BATT. Cospetto! (battendo i piedi in terra) Sono di quelle cose che mi farebbero venir rabbia. Io

non voglio essere burlato. (passa dinanzi alla tavola, e si porta vicino a Pasquina) Non sono

giovane da burlare, e non voglio che mi facciano di queste cose. (Pasquina gli d qualche

cosa da mangiare) E lo dir al signor padre che non voglio che nessuno mi burli. (parla

mangiando ci che gli fu dato da Pasquina) FELIC. (Ma che bella caricatura!) (da s) PASQ. Venite qui, sedete presso di me. DOROT. Siete pi in collera? BATT. Eh, la bile mi va passando. (siede e mangia)

COST. Signora zia, ho letto i fogli che mi ha dato da leggere il signor Conte. SILV. E cos, che vi pare? COST. Il Conte di buona casa. I suoi beni sono assai sufficienti; il personale, per quel che si vede,

ottimo; dunque, s'egli dice davvero, la sposa che ei desidera non lo pu ricusare. SILV. Ricusarlo? Anzi lo bramo, lo desidero, e non vedo l'ora di potergli porgere la destra. CON. Ringrazio la signora Costanza dei suoi sentimenti cortesi; e quando la fanciulla sia in questa

buona disposizione, noi ci spicciaremo prestissimo. SILV. Sentite? (al Cavaliere) Che tu sia benedetto! (al Conte)

SCENA DECIMA

Mariuccia e detti.

MAR. Signora, signora.

COST. Che cosa c'?

MAR. Il padrone ha chiamato. Ha detto che vuol mangiare, scende le scale, e dubito che venga qui.

COST. Non mi dicesti ch'egli dormiva?

MAR. vero, dormiva, e subito che si svegliato, ha chiesto da mangiare.

CAV. Buono, buono, lasciate che venga, che lo faremo sognare.

SILV. Cosa vuol questo vecchio? I vecchi con noi altri giovani non si confanno.

COST. Mio padre non si doler, che abbiamo fatta una cena, ma si lamenter con ragione, che non

lo abbiamo avvisato ancora lui. I vecchi in queste cose ci stanno, e mi dispiace infinitamente. CON. La cena finita, ce ne possiamo andare in un'altra camera. (tutti s'alzano) COST. S s, ce ne anderemo nel mio appartamento. Mariuccia, fa preparare il caff, e che ce lo

portino quando fatto. SILV. Mi tanto piaciuto il caff che ho bevuto questa mattina; mandiamolo a pigliare alla bottega

dell'Aquila. (Quel caffettiere un giovine che mi d nel genio). (da s) COST. Mandate all'Aquila un servitore; cos lo averemo pi presto. (a Mariuccia) CAV. E poi in Venezia il caff delle botteghe par sempre migliore di quel che si beve nelle case. MAR. Sentite? Il vecchio in sala; poco pu tardar a venire.


SILV. Andiamo di l a concludere queste nozze.

COST. Questo quello che preme a me pure. Ma se mio padre vede qui la tavola apparecchiata,

vorr sapere che cosa stato. CAV. Andate, andate, signore mie; fidatevi di me; penser io a tirarvi fuori d'ogni imbarazzo.

Sentite. (si ritira a parlar piano con Mariuccia) SILV. Andiamo, caro, che ad essere consolati ci manca poco. (al Conte) CON. Questo quello che io spero. (verso Costanza) COST. Questo quello che io desidero. (verso il Conte, e tutti tre partono) LEON. Noi ce ne potressimo andare a casa. (a Felicita) FELIC. Pensate voi, se io voglio perdere il fine di questa scena. Dir, come diceva quello: ora viene

il buono. (parte) LEON. Gran donne! non si saziano mai. Voglio restarvi anch'io; voglio veder se mi riesce di

condurla a casa stasera. Son cinque notti, che dormo solo. (parte) DOROT. Volete che ce ne andiamo? (a Pasquina e Battistino) PASQ. Sicuro! Voglio che beviamo il caff. (parte) BATT. Se lo beve Pasquina, lo voglio bevere anch'io. (parte) DOROT. S s, ho mangiato tanto, mi far bene allo stomaco. (parte) CAV. Avete inteso? (a Mariuccia) MAR. Ho inteso tutto; eccolo il vecchio. Vado subito, perch non mi vegga. (parte)

SCENA UNDICESIMA Il Cavaliere, poi Luca, e Servitori che bel bello vanno sparecchiando la tavola.

CAV. Voglio divertirmi con questo vecchio. (si cava il giustacore, e si mette una salvietta dinnanzi,

ed una berretta in capo, ad uso di cameriere di osteria) LUCA Chiamo, e nessun mi risponde. Che cosa questa novit? Capperi! si fatta una bella cena!

Ed io non l'ho da sapere? Ed io non ho da mangiare? Si spende del mio, e nessuno mi dice

niente? Chi di l? Ci nessuno? CAV. (Si presenta colla berretta in mano) LUCA Chi costui, che non lo conosco? CAV. (Fa cenno che comandi) LUCA (Non mi ricordo mai aver avuto questo servitore al mio servigio. Se non l'avesse preso mia

sorella, o mia figlia). (da s) Chi siete voi? CAV. (Mostra di rispondere, facendo motti con la bocca senza dir niente) LUCA Che? CAV. (Come sopra) LUCA Non capisco come vi chiamate. CAV. (Come sopra) LUCA Parlatemi forte nell'orecchia. CAV. (Come sopra)

LUCA (Diavolo! Che io sia diventato sordo del tutto!) (da s) Venite da quest'altra parte. CAV. (Passa dall'altra parte) LUCA Venite qua, ditemi chi siete. CAV. (Come sopra) LUCA Dite forte.

CAV. (Mostra di gridare, e non parla) LUCA (Povero me! Son sordo affatto. Non ci sento pi niente) (da s). Ditemi coi cenni almeno:

chi siete voi? Cosa questo bell'apparato? Chi ha fatto questa cena?


CAV. (Fa una riverenza, e parte)

LUCA Io non so se m'abbia inteso, o non m'abbia inteso: n se m'abbia risposto, o non mi abbia

risposto. Possibile, che in due ore che avr dormito, abbia indurito affatto il timpano

dell'orecchio? CAV. (Si presenta con una bottiglia, un bicchiere e una salvietta sul braccio, e gli offerisce da

bere) LUCA Io non voglio bevere; voglio sapere quello ch' stato. CAV. (Lo prega a cenni, che voglia bere) LUCA Bisogna che le donne abbiano cambiato il credenziere senza che io sappia. Vorr farmi

assaggiar il vino; sentiamolo. (vuol prendere il bicchiere) CAV. (Beve lui il vino, e facendo delle riverenze parte) LUCA Eh, il vino non cattivo. Un poco asciutto. CAV. (Ritorna, mostrando di voler esser pagato) LUCA Come? Volete esser pagato? Prima di tutto io non ho bevuto niente; e poi in casa mia averei

da pagare? CAV. (Fa cenno che non casa sua) LUCA Non casa mia? E che cos' questa, qualche osteria? CAV. (Fa cenno di s) LUCA Diavolo! Non mi ricordo di aver bevuto. Ubriaco non mi par di essere. Sarebbe mai

possibile che io dormissi ancora, e che questo qui fosse un sogno? Altre volte mi sono sognato

delle cose che mi sembravano vere. Ma quando si sogna, non si ragiona cos. Io credo di

essere in un altro mondo. Vediamo un poco cos' questo imbroglio. Mariuccia, Toffolo,

Bernardino. (chiama forte) CAV. (Fa cenno esser egli pronto a' suoi comandi) LUCA Vorrei andare nella mia camera, fatemi un po' di lume. CAV. (Va a prendere un lume) LUCA Ora vedr se un'illusione, o se io veglio. CAV. (Torna con candela accesa)

LUCA Se un sogno, la candela non avrebbe a scottare. Ahi! (tocca la fiamma, e si scotta) CAV. (Spegne il lume, e parte. I Servitori finiscono di portar via la tavola) LUCA Aiuto! mi sono scottato, povero me. Sono rimasto all'oscuro. Mariuccia, Costanza, gente,

aiuto.

SCENA DODICESIMA

Mariuccia con lume, e detto.

MAR. Che c', signor padrone? Che cosa stato?

LUCA Dov' andato?...

MAR. Chi? (forte)

LUCA Quel cameriere, quel servitore, quel diavolo ch'era qui?

MAR. Qui non c' stato nessuno.

LUCA Che?

MAR. Non c' stato nessuno. (forte)

LUCA (Ora ci sento, e allora non ci sentivo; una cosa che mi fa trasecolare). (da s) Dov' andata

la tavola ch'era qui? MAR. Che tavola? (forte) LUCA La tavola apparecchiata. MAR. Voi avrete sognato.


LUCA Che?

MAR. Avete dormito, avete sognato. (forte)

LUCA Sognato! E la scottatura della candela?

MAR. Un sogno. (forte)

LUCA Un sogno! Anche questo un sogno! Ma come sogno? Ma come sono qui in questa camera?

MAR. Ci sarete venuto dormendo. (forte)

LUCA Dormendo! Si danno i nottambuli veramente. Non so che dire, che io non lo avevo. Da qui

innanzi serratemi bene per di fuori; non vorrei uscire di camera, e precipitarmi gi delle scale.

(parte) MAR. Cos va bene. Se vorr uscire, lo sapremo anche noi, e non ci verr a sorprendere, se si far

qualche piccola conversazione. (parte)

SCENA TREDICESIMA

Camera grande illuminata

Costanza, Felicita, Dorotea, Pasquina, il Conte, Leonardo, Battistino e Nicol caffettiere con altri Servitori, poi il Cavaliere. Tutti si avanzano, tirano innanzi le sedie, e siedono per

bevere il caff.

CAV. La cosa andata benissimo. Il povero signor Luca se l' bevuta. Crede di aver sognato, e

Mariuccia ha secondato il lazzo mirabilmente. COST. Bravo, signor Cavaliere, voi siete fatto apposta per le spiritose invenzioni. CAV. Ho qualche cosa imparato, dopo che ho avuto l'onore di trattare con delle donne di

bell'umore. NIC. Comanda dell'altro zucchero? (a Silvestra) SILV. S: non ve l'ho detto, che mi piace il dolce? NIC. Si serva pure, come comanda. SILV. Ehi, Nicol, lo sapete che mi faccio la sposa? NIC. Me ne rallegro infinitamente.

PASQ. (Signora madre, il Conte piglier quella brutta vecchia?) (a Dorotea) DOROT. (Potrebbe darsi, ma non lo credo). (a Pasquina) CAV. Signori miei, che vuol dire questo silenzio? Ho pur sentito poc'anzi a intavolare un trattato di

matrimonio; se le parti sono contente, perch non si conclude alla prima? SILV. Dice bene il signor Cavaliere, perch non si conclude alla prima? CON. Che dice la signora Costanza? SILV. Cosa c'entra la signora Costanza? CON. Ho piacere d'intendere il suo sentimento. COST. Per me dico, che prima di concludere questo fatto, converrebbe sentire mio padre, ch' il

capo ed il padrone di casa. LEON. Dice bene, cos almeno si praticava una volta; ma adesso tutte le cose sono venute alla

moda. SILV. Oh, voi siete qui colle vostre anticaglie. Signor s, noi vogliamo fare le cose nostre alla moda. FELIC. Cara signora Silvestra, senza del signor Luca non si pu far questo matrimonio. Chi che

ha da dar la dote? SILV. Chiamatelo, se lo volete chiamare, ma tanto sordo, che ci vorran delle ore prima di fargliela

ben capire. COST. Ehi, dite al signor padre, che favorisca di venir qui. (ad un Servitore che parte) Pensava io

ad una cosa: per non faticare soverchiamente con un uomo che ci sente pochissimo, e per


liberar lei ancora da questa pena, non sarebbe meglio stendere due righe di contratto, darglielo

da leggere, e se contento farglielo confermare? CAV. Dice benissimo la signora Costanza. In poche parole m'impegno io di estenderlo. Conte, cosa

vi pare? CON. Va benissimo. Distendetelo, ed io sottoscriver.

SILV. (Mi dispiace che senza occhiali non ci vedo a scrivere, e mi vergogno a tirarli fuori). (da s) CAV. (Si ritira indietro a scrivere ad un tavolino) BATT. Signora Dorotea, sentendo ora parlare di matrimonio, mi venuto in mente la pi bella cosa

di questo mondo. DOROT. E che bella cosa vi venuto in mente? BATT. Cospetto di bacco! Ridete, ch'ella da ridere. Mi venuto in mente, ora subito, in questo

momento, di dar la mano a Pasquina. DOROT. Ora sentite a me che bella cosa saltata nel capo. Ora subito, in questo momento, se la

volete, pigliatela. BATT. Con licenza di lor signori. Dammi la mano, o bella. DOROT. Rispondigli ancora tu. Prendi la destra, o caro. BATT. Il tuo fedel son io. Ah, che contento il mio. Ditelo voi per me. TUTTI (Applaudiscono, dicendogli) Bravi, evviva. SILV. Ma quando viene questo mio fratello? Mi sento che non posso pi. CAV. Ecco il signor Luca che viene, ed ecco il contratto bello e disteso.

SCENA QUATTORDICESIMA Luca, Mariuccia e detti.

LUCA Cosa c'? Chi mi vuole?

CAV. Favorisca di leggere questa carta). (forte)

LUCA Veh, veh! Questo mi pare quello che ho veduto in sogno. Chi siete voi?

CAV. Favorisca leggere questa carta. (forte)

LUCA (sordo; vediamo che cosa c' in questa carta. (si mette gli occhiali, e legge)

SILV. (Ha da restar mio fratello, quando sente che io sono sposa). (da s)

LUCA Brava! Me ne rallegro. (verso Costanza)

COST. Compatite.

SILV. Che cosa ha da compatire? Non sono io la padrona?

LUCA Il signor Conte. Bravo! (verso il Conte)

CON. Se vi compiacete...

LUCA Che?

CON. Se mi credete degno, ve la domando in isposa.

LUCA Come?

CON. Ve la domando in isposa.

LUCA E parlasi con me a cose fatte? Meritereste, che vi dicessi un di no in faccia. (Ma questa figlia in casa non ist bene; gi che vi l'occasione, penso meglio di liberarmene; mi nota la casa del Conte, bench forastiere, so le sue fortune, e ho inteso essere un buon figliuolo; senz'altro l'incontro fortunato, ed bene concluder immediate l'affare). (da s) S, vi dar la dote, ma non vo' che si perda tempo, porgetele in questo punto la mano.

CON. Ecco dunque, che pieno di giubilo e di contentezza, porgo alla mia cara sposa la destra. (Colla mano passa dinanzi a Silvestra, che crede la porga a lei, e la presenta a Costanza)

SILV. Cosa fate?

CON. Do la mano alla sposa.


SILV. E chi la sposa?

CON. La signora Costanza.

SILV. Voi la sposa?

COST. Io, s signora. Voi siete giovane, non mancher tempo.

SILV. Incivile, malnato, no, non mi meritate; ed io per voi non ho mai avuto n amore, n stima. (al

Conte) Lo facevo per compassione, perch vi vedevo languire; ma il mio cuore, il mio affetto,

era tutto rivolto a quest'amabile Cavalierino. (al Cavaliere) CAV. Vi ringrazio, signora, voi siete ricca, io sono pover'uomo. Non ho fondi bastanti per

assicurare una dote di sessant'anni. SILV. Povera giovent strapazzata! (si getta sopra una sedia, e resta melanconica coprendosi la

faccia) FELIC. Nicol. NIC. Signora.

FELIC. Venite con me, che vi ho da parlare. NIC. Sono a servirla.

FELIC. Sentite. (parla nell'orecchio a Costanza) Vi piace? Volete che lo facciamo? COST. (A Felicita) S, facciamolo pure. Tenete questa chiave, aprite il guardaroba, ritroverete un

qualche abito di mio padre. FELIC. Andiamo. (a Nicol, prendendo la chiave da Costanza, e parte) NIC. Come comanda. (parte) LUCA Mariuccia. MAR. Signore. LUCA Mariuccia. Sei sorda?

MAR. Cos va detto. Son qui, cosa mi comanda? (forte)

LUCA Fammi un piacere, tornami a dir nell'orecchio tutto quello che hanno detto finora. MAR. Hanno detto ch' tardi, che potete andare a dormire. (forte) LUCA Perch non va a dormire mia sorella, che ha tre anni pi di me? SILV. Bugiardo, non vero niente. Sono nata tanti anni dopo di voi, che posso essere vostra figlia,

e poi son forte, sana e robusta, e non ho i cancherini che avete voi. (a Luca) LUCA Cosa ha detto? MAR. Non ho capito. (forte) LUCA Uh, sorda! FELIC. (Che torna) Signori, con loro buona licenza: qui un cavalier forastiere, che vuol riverire la

signora Silvestra. SILV. Un cavalier forastiere vuol favorirmi! Ander io ad incontrarlo. COST. No signora, fermatevi. Pare a voi, che una fanciulla abbia da andar incontro ad un

forastiere? SILV. Sono impaziente. Presto, fatelo passare. FELIC. Favorisca, signore. (alla scena) LUCA Che cosa c'? (a Mariuccia) MAR. Non so niente.

SCENA ULTIMA

Nicol in abito civile, ma goffo, con parrucca, e detti.

NIC. Madame, votre serviteur troisoumble. (a Silvestra)

SILV. Monsieur, votre servante.

NIC. (Riverisce tutti. Tutti, fuor che Luca e Silvestra, si accorgono della burla, parlano fra di loro,


e ridono sotto voce) LUCA Chi questi? (a Mariuccia) MAR. il Duca dell'Impossibile. LUCA Che?

MAR. Il Prencipe della Malora. LUCA Come?

MAR. Il diavolo che vi porti. (forte) LUCA Che ti strascini. NIC. Madame...

SILV. Monsieur, perdon moa; je ne sui pas madame, me madamoiselle. NIC. Madamoiselle, je voi veduta l'otre suar sulla dansa, e tanto ha mon cor ferito vostra bellessia,

che je non posso mi dispensare di protestare a voi mon respecto e mon obeyssance. SILV. Eh Monsieur le Chavalier, vostre tresumble servante de tu mon cor. NIC. Don mu la men. SILV. Vu me fet boc d'onour. NIC. Ah, vous set adorable. (le bacia la mano)

SILV. (S, s, rabbia, veleno, mangiate l'aglio quanti che siete). (al Conte e al Cavaliere) NIC. Madame, et vous poucelle? SILV. Come dice? NIC. Et vous mari? SILV. Non signore; sono ancora fanciulla. NIC. Si vous pl, Madam, je sui pour vous. SILV. A un cavaliere cos compito non si pu dire di no. (S, per farvi dispetto). (al Conte e al

Cavaliere) LUCA Intendi che cosa dicono? (a Mariuccia) MAR. Vuol per moglie la signora Silvestra. (forte)

LUCA Mia sorella si vuol maritare? Che ti venga la rabbia! Si pu sentire di peggio? SILV. S signore, voglio maritarmi; e voi non ci avete da entrare.

COST. (La burla va troppo innanzi non vorrei che nascessero dei dispiaceri). (al Cavaliere) CAV. (Aspettate, la finir io). (a Costanza) LUCA Chi colui che vi vuole? qualche disperato? SILV. un cavaliere di garbo. NIC. Vostre servitour troisumble. (a Luca) CAV. Nicol. NIC. Signore. CAV. Il padrone attende le chicchere. (Un Servitore presenta la guantiera con le chiccare a Nicol,

quale si cava la parrucca, e fa loro una riverenza dicendo) NIC. Servitor umilissimo di loro signori. (parte) SILV. Povera me! sono assassinata. Indegni, bricconi, perfidi quanti siete. S, voglio maritarmi se

credessi di prendere un fabbro, un legnaiuolo, uno spazzacamino. (adirata parte) LUCA Cosa stato? (a Costanza) CAV. Niente, niente, signore. Galanterie, barzellette: cose che sanno farsi per divertimento da quelli

che sono di Buon umore. E infatti non si pu dire, che queste signore donne non siano tali.

Voglia il cielo, che non siano restati di mal umore quelli che con tanta benignit e clemenza ci

hanno pazientemente ascoltati. Finir dunque con quei due versi, co' quali ho sentito a

terminare la commedia intitolata il Terenzio.

Terenzio ai suoi Romani dir soleva: Applaudite. Ai nostri ascoltatori noi diciam: Compatite.

Fine della Commedia.

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