Le femmine puntigliose

Carlo Goldoni

Carlo Goldoni

Le femmine puntigliose

all'illustrissimo signor cavaliere

FRANCESCO DE' MEDICI

PATRIZIO FIORENTINO

L'umana felicit, Illustrissimo Signor Cavaliere, direbbe il Poeta essere come l'Araba Fenice, che si crede vi sia, ma non si sa dove si ritrovi; tutti la cercano, pochi sono quelli che la conoscono, e credo che pochissimi sieno quelli che di possederla si vantino. Mancano i mezzi a taluno per rintracciarla, a talun altro manca il merito per conseguirla. Vi chi non pu esser felice per difetto di natura, v' chi non pu esserlo per difetto di volont; poich, cercando l'umana felicit tra i vizi, o tra i piaceri scorretti, trova in cambio di essa le amarezze, i pericoli, le disavventure. Io certamente sono uno di quelli, che lusingar non si possono di possederla, ma ho sempre desiderato conoscerla, e con que' principi di Morale Filosofia, che Dio mi ha impressi nell'animo, sono andato attentamente osservando quelle persone che mi parevano esser felici, per istabilire se veramente lo fossero. Per formare un tale giudizio, conosco anch'io che non bastano le osservazioni che far si possano sui caratteri delle persone, n tampoco sulle azioni loro, poich la vera felicit consiste nella contentezza del cuore, e questo occultandosi per lo pi dalla malizia degli uomini, a pochissimi si vede in fronte, ed sempre equivoco e pericoloso il giudicare di essi. Vi sono per certi adorabili temperamenti, che hanno la sincerit per costume, che mostrano a tutti il cuore e colle parole e colle azioni loro, e fra questi andava io rintracciando l'Uomo felice, perch se non lo , merita almeno di esserlo.

Parmi di averlo gi ritrovato, e se l'umana felicit, Illustrissimo Signor Cavaliere, non alberga nel vostro seno, io non saprei in qual altra parte del Mondo continuare lo studio di rintracciarla. Non crediate gi voglia ora formar un panegirico di quelle lodi, che per gl'infiniti meriti vostri vi son dovute, o per acquistarmi vieppi la protezione vostra o per indurvi ad accettare con miglior animo quella Commedia che umilmente vi raccomando e vi dedico, e con questo mio riverente foglio ardisco di presentarvi. Voi siete naturalmente gentile, amoroso, benefico; non avete bisogno di esser lodato, n io saprei farlo adeguatamente. Vi prego permettermi di ragionare di Voi, e di ben bene considerarvi, sicch io possa non solo colla opinione mia, ma di quelli che delle ragioni mie persuasi saranno, decidere, stabilire e consolarmi, che se nel Mondo pu darsi vera felicit, questa con Voi alberga, da Voi meritata, e da Voi posseduta. Per provare l'assunto mio necessario, prima d'ogni altra cosa, ch'io stabilisca qual sia l'umana felicit. Questa io la considero in pari gradi distinta, li quali se in Voi saranno verificati, niuno potr contendermi che Voi siate l'Uomo felice, che siate Voi quella Fenice che ricercasi e non trovasi.

La prima felicit, comune a tutti i viventi dell'uman genere, l'Essere. Sono infinite le creature possibili, come infinita l'onnipotenza del Creatore, ma che noi siam compresi nel numero determinato degli Uomini, una felicit incomprensibile, senza di cui n il bel Mondo, n il bellissimo Cielo, sarebbe stato per noi. Vero che questo Essere per taluni sar funesto, e meglio sarebbe per essi che stati non fossero; ma colpa sar cotesta del tristo abuso che fatto avranno di un tanto bene, e confessar dovranno aver posseduto quella inesplicabile felicit che a tutte le altre poteva lor servir di guida. Voi dunque siete in possesso di questo bene; comune agli Uomini tutti, egli vero, ma felicissimo in Voi, poich conoscendone il pregio, e ottimo uso facendo della vita vostra, grato a Dio vi rendete, e utile alla Societ Umana.

Dopo la felicit dell'Essere, qual altra maggiore pu immaginarsi oltre quella del nascere in grembo di Santa Chiesa, succhiando col latte la vera Fede, e cancellando coll'acque del Sacro Fonte la colpa de' primi nostri Parenti? Gli occulti, impenetrabili arcani della Provvidenza han noi arricchiti di un tanto bene. Miseri quelli, che nati fra gli errori ed allevati colle superstizioni, chiudono le orecchie alla grazia, e induriscono il cuore sotto il peso della ingannevole educazione; ma pi miseri quelli ancora, che prevaricatori si chiamano del Vangelo, ribelli della Cattolica Religione, i quali vendendo, a similitudine di Esa, per poche lenti la Primogenitura Celeste, calpestano il pi bel dono della imperscrutabile predilezione Divina. Voi lo conoscete questo bel dono, e colle azioni vostre e con i vostri ragionamenti date altrui a conoscere aver radicata nel petto la vera Fede. Non si sentono a Voi cadere dal labbro certi arguti concetti, che feriscono la Religione nel cuore. Pare a' d nostri che Uomo non sia di lettere colui che di certi oltramontani libri non sa far pompa; colui che non sa porre in ridicolo il Dogma, le Tradizioni, e fino le sacre Carte medesime, spargendo massime false, anche contro il proprio suo cuore; detestate internamente nell'animo, ma lanciate con imprudenza, o per acquistare la grazia di un personaggio, o per far ridere la brigata. Si pu rinunziare per meno ad una s grande felicit?

Dietro a cotesta inestimabile ed eterna, pongo io quella immediatamente di sortire dalla natura un corpo bene organizzato, una macchina ben disposta, in cui l'armonia delle parti e l'equilibrio degli umori formino un perfetto temperamento. Non vi ha dubbio che l'anima non sia d'un'istessa natura, di una bellezza e perfezione medesima in tutti gli Uomini, onde la diversit degli abiti, delle inclinazioni e delle passioni procede dalla costruzione di questa macchina; la quale fa piegar l'anima ove, per cos dire, le ruote interne la spingono. Vero che la ragione fu data all'Uomo da Dio, a distinzione di tutte le create cose, per reggere e illuminare quest'anima; ma non da desiderarsi che la Ragione abbia da usar violenza agl'impeti della natura, e beati coloro i quali si conducono per forza d'inclinazione a operar bene, senza la guerra delle passioni nemiche; e l'Anima e la Ragione sedendo unite, e comandando nel cuor dell'Uomo, danno esse il moto alle membra, ai sensi, alla volont, ai pensieri; n schiave, n tiranne del corpo, ma di lui compagne, regolatrici ed amiche.

Per questa parte, Veneratissimo Signor Cavaliere, chi pu negare che Voi non siate felice? Non parlo gi dell'avvenenza esterna del vostro corpo, la quale non poi tanto necessaria negli Uomini; ma dell'interna proporzion delle parti, dell'armonia degli organi, ove l'anima le sue operazioni principalmente eseguisce, la quale interna perfezion delle parti, se agli occhi non comparisce, coll'uso e colla pratica si riconosce; quella egualit di temperamento, quella dolcezza di tratto, quella indifferenza per le vicende umane, la compassione verso de' bisognosi, la moderazione nelle passioni, l'umilt in mezzo alle magnificenze, sono virt dell'anima, non impedite in Voi da alcuna mala organizzazione del corpo, onde vi riesce di eseguire tanti abiti virtuosi, senza il contrasto delle passioni e con facile studio della ragione. Anche la forma esterna argomento dell'interna bellezza, e quantunque, come diceva, non sia necessaria nell'Uomo quella belt di volto, di cui le Donne abbisognano, Voi avete anche questa prerogativa di pi, e potete assicurare, colla dolcezza del vostro viso, la candidezza del vostro cuore.

Il quarto grado dell'umana felicit lo reputo io il nascere da Genitori onesti, molto pi poi da nobili Genitori, e tanto questa si accresce, quanto pi puro il sangue che d la vita. Bene massimo egli cotesto, perch col sangue si traggono per lo pi da' nobili Genitori le inclinazioni magnanime e generose; e sar un bene singolarissimo anche per questo, perch gli Uomini lo rispettano, lo stimano, e lo hanno in venerazione. Chi sa distinguere l'onesto contegno dalla vanit e dalla superbia, pu ricevere senza colpa gli omaggi degl'inferiori. Anzi non deve loro familiarizzarsi soverchiamente, ma proteggerli con amore, trattarli con dolcezza, e farsi rispettare beneficandoli.

Se in Voi dunque ricercasi quella felicit, che dalla nobilt del sangue deriva, a chi ignota l'origine della Sovrana Casa de' Medici, da cui la vostra nobilissima provenuta? Questo basta per provare la chiarezza de' vostri natali; la Croce invitta de' Cavalieri di Malta brilla mirabilmente sul vostro petto, e tutti quegli onori, che possono caratterizzare una Famiglia illustre, nella vostra abbondantemente si trovano. Farei torto a chi per avventura leggesse questo mio foglio, volendone parlare distintamente, e vi vorrebbero dei volumi per farlo. A me basta poter concludere che felicissimo siete rispetto alla nobilt de' natali, che della felicit umana ho collocato nel quarto grado.

Che cosa pensate Voi ch'io voglia considera nel quinto? La ricchezza forse? No, non ancora. Permettetemi ch'io chiami felicit una cosa, la quale potrebbe da alcuni credersi una facezia, ed a me sembra un articolo essenziale. Considero dunque felicit umana il nascer Uomo, e non Donna. Che dite Voi, Gentilissimo Cavaliere, parvi che sia ragionevole il mio pensiero? La Donna pi gentile di noi; e anche pi bella, se certa bellezza esposta agli occhi altrui si consideri; ella da noi provveduta, servita, amata. Ma se cerchiam fra le Donne le pi servite, le meglio amate, evvi paragone veruno colla libert nostra, colla nostra virile autorit, col dominio (per discreto) che Dio ci ha dato sopra di esse? Quella perpetua soggezione che soffrono, compensata bastantemente colle finezze che da noi ricevono? Non parlo io gi di quelle donne, che hanno l'abilit di porsi gli Uomini sotto i piedi, e calpestando le leggi del loro sesso, vivono con una libert, che eccederebbe anche il diritto degli Uomini; queste hanno poi de' peggiori mali, sono in discredito presso le persone onorate, si deridono nelle conversazioni e passano per cattiva erba nel giardino del Mondo. Parlo delle femmine oneste, delle femmine virtuose; possono essere pi soggette di quel che sono? Fanciulle, sotto l'austera disciplina de' Genitori. Congiunte, sotto quella talvolta asprissima de' Mariti. Vedove, soggette assai pi alla critica, alle osservazioni del Mondo, alle leggi del buon costume. Le Religiose sarebbero le pi felici, se volessero esserlo. Nell'angusto loro recinto sono meno soggette di quelle che passeggiano o per le strade; obbediscono, vero, ma sono anche in grado di comandare, e si obbediscono fra di loro per effetto di virtuosa rassegnazione, che rende amabile l'obbedienza. Ci nonostante, trovo preferibile per troppe ragioni lo stato nostro, e credo felicit l'esser Uomo, ed io mi consolo di esserlo, e mi rallegro con Voi, che lo siate; e tanto pi ho ragione di rallegrarmi, quanto che non solo siete Uomo per la virile essenza, ma lo siete col senno, colla prudenza e colle virt robuste dell'animo.

Il nascere in buon Paese un altro grado di felicit, che io considero in sesto luogo. Grandissima disavventura per mio giudicio di coloro che nascono in un paese tiranno, in un paese incolto, in un clima infelice. Chi nasce in Firenze, come Voi nato siete, nasce nel Giardino del Mondo; giacch l'Europa la migliore delle sue quattro parti, e in questa ha il primo luogo l'Italia, e dell'Italia la bellissima parte la Toscana tutta; e della Toscana la pi vaga, la pi deliziosa l'inclita sua Capitale. Nulla manca a Firenze, per essere un soggiorno invidiabile. La situazione amena, il clima dolcissimo, le vie spaziose e piane, i magnifici Tempii, i sontuosi Palagi, le pubbliche grandiose fabbriche, i ponti, il regal fiume, le Gallerie stupende, le Biblioteche, le statue, i Giardini, le amenissime Ville, i Teatri, i pubblici divertimenti son forti attrattive de' forestieri, che non solo vengono di lontano per vagheggiarla, ma lungamente vi si trattengono per goderla. E che dir io della umanit, della cortesia de' gentilissimi Fiorentini? Questa adorabile sopra tutto; questa ha colmato me pure di beneficenze e di grazie, e se tanto si usato meco, senza merito e senza grado, convien dire che benignissimi sian per natura, e a compatire e a beneficare inclinati. Che pi poteva io desiderare in questa Citt famosa, patria d'uomini illustri, di felicissimi talenti a' giorni nostri ripiena? Accolte furono le mie Commedie da' Fiorentini, sofferte furono sulle Toscane scene ed acclamate ancora, indi alla luce mandandole per via dei torchi, lo dir a mia gloria, s'affollarono per averle. Voi, Benignissimo Signor Cavaliere, Voi pi di tutti mi deste animo, protezione e consiglio, giungeste per fino ad esibirmi denaro, e sarei stato certo di ogni vostro soccorso, se Iddio Signore benedicendo le Opere mie, non mi avesse col frutto de' miei sudori assistito. Non cesser mai di lodar Voi, e di benedire la vostra Patria, e di considerar felicissimo chi in essa ha la fortuna di nascere, anche per un'altra ragione, non inferiore a quelle delle quali ho parlato. Questa la purgatissima Lingua che vi si parla, mentre sceltissime sono le parole, graziosi gli adagi, e spiritosi i concetti; ed utilissimo studio credo io per un Uomo di lettere, trattenersi per qualche tempo in Firenze ad imparar dalle balie e dalle fantesche ci che altrove si mendica dal Bembo, dal Boccaccio o dalla Crusca medesima. Ma gi ben mi accorgo che a troppo lunga faccenda impegnato mi sono, esaminando i gradi della umana felicit. Altre circostanze importantissime mi rimangono dopo le sei da me alla meglio considerate, le quali non deggio io omettere, perch non credasi, o che io non le conosca, o che in Voi non si ritrovino. Le accenner brevemente, per non abusar della vostra umanissima tolleranza, e le rammenter soltanto accennandole alla sfuggita.

In settimo luogo, quel che rende l'Uomo felice la Salute, senza la quale ogni altro bene di questa vita un miserabile bene; e Voi, grazie all'Altissimo, siete sano, e che vi faccia esser tale in tutti i giorni di vostra vita, che bramo lunghissima.

Succede in ottavo grado alla salute del corpo quella dell'animo, se a quella del corpo non si voglia preferire; chiarezza di mente, prontezza di spirito, fecondit d'intelletto sono segni evidenti di un animo sano, robusto e vivace, che rende l'Uomo pi facilmente felice. Voi di ci siete ben provveduto. Unir sapete alle applicazioni domestiche, dovute ad un ricchissimo patrimonio, lo studio delle lettere e l'erudizione. Ma giacch il ricco patrimonio vostro mi accaduto per incidente di nominare, lasciate io vi dica essere la Ricchezza il nono grado della ricercata felicit.

Altri non avrebbono aspettato sinora a ragionare della Ricchezza, ma collocandola in pi alto posto, l'avrebbono mandata innanziaparecchi gradi, considerandola il sommo ben della vita. Io non ho certamente in tanta estimazione i tesori, che ardisca di anteporli alla salute, alle scienze, alla nobilt e n tampoco alla felicit della Patria, desiderandomi aver pi tosto tre paoli al giorno in Italia, che dieci doppie in un dei gelati paesi del Settentrione. So che Voi pure calcolate il bene delle vostre doviziose rendite, per mantenere con decoro e con lustro la nobilissima Casa vostra; ed il buon uso che fate dell'oro e dell'argento, dimostra che Voi lo apprezzate sol quanto merita, ma a quel che merita pi, non lo preferite. Non fuor di proposito considerare fra i gradi della nostra felicit la Libert ancora, e collocarla nel decimo luogo di questa nostra rassegna. Voi la godete perfettamente, con un Ordine in petto, che vi difende dalla catena del matrimonio. Io non dir che sieno le nozze generalmente di peso agli Uomini, e di tormento; anzi sostituirei a questo grado di felicit il matrimonio medesimo, se di una discreta Moglie potesse alcuno gloriarsi; ma poich il dubbio grande ed il pericolo manifesto, la libert un gran bene, un bene che si conosce meglio quando si perde, ma meglio non perderlo, a costo di non conoscerlo perfettamente.

L'undecimo grado diamolo noi meritamente all'uso delle sociali Virt. Rendono queste l'Uomo amabile e desiderato arbitro delle oneste conversazioni, e posseditore dei migliori cuori del Mondo. Sono certe virt quelle che io chiamo virt sociali, che derivano da una buona Morale e si adattano alle circostanze. Per esempio: ridere, barzellettare, brillare colle persone di spirito; ragionare colle persone di senno; non inquietare coloro che sono di malinconico umore; parlar di scienze coi dotti, astenersene cogl'ignoranti, non irritare i superbi, non avvilire i pusillanimi. Esser savio coi savi, ma ben guardarsi di non impazzire coi pazzi. Mentre accenno queste regole della felicissima Societ, non intendo gi di darle a Voi, quasicch abbiate ora necessit d'impararle. Voi siete adorno di tutte le pi amabili qualit; siete un perfetto conoscitore del Mondo, e avete per gli onesti piaceri, che il Mondo ci somministra, un ottimo discernimento, un perfettissimo gusto.

Ecco la duodecima ed ultima condizione, la quale, secondo me, pu render l'Uomo felice: il buon gusto, il sano discernimento. Iddio ha creato il Mondo per noi e tutte le sue delizie sono delizie nostre. Guardiamoci dall'abusarcene, non dal goderle, senza andar dietro ai piaceri vietati, tanto noi ne abbiamo dei permessi, che smentir possiamo coloro i quali tristo chiamano il Mondo. l'appetito smoderato degli uomini quello che cambia aspetto alle cose; per altro vi da prendersi divertimento, senza traviare dal sentiero dell'onest. Vi vuol buon gusto e perfetto discernimento; Voi l'uno e l'altro avete, e lodevole uso ne fate: Voi siete dunque felice. Che se alcuno mi volesse opporre, essere necessario per la felicit dell'Uomo il comando; no, gli direi, t'inganni. Possono gli Scettri e le Corone pagar l'ambizione, non rendere contento il cuore. Un grado solo dell'umana felicit che manchi al Sovrano, lo pu rendere nella sua grandezza infelice, e tutta la sua grandezza non vale a procacciargli la pace del cuore.

Io dunque mi rallegro con Voi, Illustrissimo Signor Cavaliere, e mi rallegro di cuore con me medesimo, per aver ritrovato e conosciuto in Voi il tesoro dell'umana felicit. Voi non potete non desiderare felici gli altri per effetto della virt; onde a ragion mi lusingo, che mi vorrete beneficare, donandomi ora per sempre la benignissima grazia vostra; accettando come un tributo d'ammirazione, di servit ed ossequio questa miserabile Commedia che vi offerisco, e permettendomi che possa dire di essere, quale umilmente mi sottoscrivo,

Di V. S. Illustriss.

Umiliss. Devotiss. ed Obblig. Serv.

CARLO GOLDONI


L'AUTORE A CHI LEGGE

Se nella lettera precedente ho ragionato dell'umana felicit, ora teco, Lettor carissimo, ragionare dovrei dell'umana miseria. Leggi la Commedia che seguita, e la rileverai da te stesso, senza che io te ne faccia parola.

Le Femmine puntigliose non solo fabbricano per se stesse dei mali che non vi dovrebbono essere al Mondo, ma vogliono dei pregiudizi loro fare anche agli Uomini sentir il peso. Eredi in ci funestissime della prima Madre, tutti gli amari pomi voglion dividerli con noi meschini; e prevalendosi del sopravvento, che loro la debolezza nostra concede, ci rendono ministri della loro ambizione. Ogni picciolo moto scompone ed agita la loro macchina delicata; arrendevoli ad ogni urto della passione, conoscono che per se stesse non hanno bastante forza per vendicarsi, ricorrono all'Uomo, l'interessano ne' loro vani puntigli e gli avvelenano il cuore.

Le nobili non si degnano delle inferiori; le ignobili aspirano all'egualit colle Dame; le ricche disprezzano le miserabili, e queste hanno le altre in aborrimento. Esaminiamo le fonti di tai puntigli, e si vedr chiaramente ch'esse provengono dallo smoderato amor proprio, dall'invidia e dall'ambizione. Non basta alla Nobile la nobilt, vuol esser ricca. Non basta alla Ricca la sua ricchezza, vuol esser nobile. Non basta ad una Donna esser nobile ed esser ricca, vuol esser sola. Rarissime Donne ho io conosciuto, che si amino fra di loro, e le pi amiche e le pi amorose non se la perdonano ad ogni minima occasione di criticare. Di quante Commedie ho composto, argomento pi spazioso di questo non mi proposi. Io era, come suol dirsi, confuso nell'abbondanza e se non avessi limitato i puntigli colle regole del Teatro, avrei fatto una Commedia sola per tutto il resto de' giorni miei.

Il puntiglio principalissimo su cui raggirasi la mia Commedia quello di una Femmina ricca, la quale in mezzo a tutti i comodi della vita si crede infelice, se non pu comparir fra le Dame. Io non credo, che possa darsi maggior pazzia di cotesta. La Nobilt un fregio grande, desiderabile da chicchessia, ma quel tal fregio che unicamente pu dalla nascita conseguirsi. Tutto l'oro del Mondo non bastante a cambiar il sangue, e sar sempre stimata pi una Femmina doviziosa nel proprio rango, di quello possa ella sperare innalzandosi a qualche Ordine superiore. I ragionamenti di Pantalone su tale articolo, fatti da lui per instruzione di Don Florindo, potrebbero essere salutari consigli a tutti quelli che hanno tai pregiudizi nel capo, e l'esempio di Donna Rosaura pu servire di specchio a qualche femmina troppo vana. La Contessa Beatrice fa una trista figura nel ceto della nobilt. Io non credo che tal carattere si ritrovi. Una Dama che voglia per cento doppie arrischiar il decoro del suo Paese, ed esporre agli scherni una Forestiera, non credo vi sia mai stata. Ho figurato un carattere da Commedia per mettere i puntigli in ridicolo, sicuro quasi dentro di me medesimo, che non avrei potuto esserne rimproverato. Ma il Mondo che vuol fare scena di tutto, ha preteso di riscontrar degli originali, e mi ha caricato di averli io temerariamente imitati. Protesto non esser vero, ed una prova della verit che sostengo, l'essersi l'istessa favola in ogni Paese narrata, in cui si rappresent la Commedia. Non verisimile che possa lo stesso fatto in pi di un luogo verificarsi; non credibile ch'io abbia voluto espormi al pericolo di una vendetta; ben probabile che per tutto vi sieno degli spiritosi talenti, che cerchino di mettere in ridicolo le persone e di screditare gli Autori. Ci non ostante ho dovuto fare qualche cambiamento nella Commedia; ho trasportato la Scena in un paese lontano, in cui non vi sono mai stato, acci apporre non mi si possa averla io sulla verit lavorata. Questa ed altre simili mutazioni a me, in un'opera mia, non mi pu essere impedito di farle, ma non era poi lecito al Correttore, che all'edizione del Bettinelli presiede, omettere nella Scena III dell'Atto I i pi interessanti ragionamenti di Pantalone sull'articolo importantissimo della condotta di Don Florindo, che per aderire alla vanit della moglie, abbandona i propri interessi per una falsa immagine di decoro. E se mai fosse vero che l'Editore ed il Correttore medesimo mutilata avessero ricevuta la mia Commedia, apprendano esser giuste le mie querele, e che gli Autografi (per servirmi del loro termine) si prendono dalle mani dell'Autore, non da quelle di un terzo. Anche la parte dell'Arlecchino vedesi dimezzata e in quella di un Lacch convertita. Ci mi sovviene aver io medesimo fatto per compiacere un Arlecchino particolare, che dalla parte di un Moro credevasi pregiudicato, con animo di rimetterlo come prima, all'occasione di pubblicar con le stampe la mia Commedia; che se inoltre ho fatto senza di cotal Maschera, parmi che non s'abbia a togliere ove s'adoprano il Pantalone e il Brighella. Un'altra cosa restami a dire sul buon evento di tal Commedia. Ella stata fortunatissima da per tutto, fuor che in Venezia, quantunque l'annotazione del Bettinelli per otto sere di seguito asserisca col essere stata rappresentata. La ragione del minor incontro in una Citt di ottimo gusto, e per le Opere mie benignamente inclinata, procede dal costume medesimo del paese. Non corrono in Venezia certi puntigli stucchevoli, certe ridicole affettazioni che usare in qualche altra Citt si vedono. La Nobilt in cotal grado costituita, che niuno di qualunque altro rango inferiore pu aspirare a confondersi colla medesima, ed ella riconoscendosi superiore bastantemente per il suo grado, tratta tutti con affabilit, e non ha pretensione di quegli onori che cotanto riescono incomodi alla societ; che per siccome piace la commedia critica, quando in essa vi si riconosce il costume, non pu allettare moltissimo il ridicolo di tai puntigli alla mia Patria stranieri.


PERSONAGGI

Donna ROSAURAmoglie di

Don FLORINDO ARETUSI mercante siciliano

La contessa BEATRICE

Il conte ONOFRIO suo marito

La contessa ELEONORA

La contessa CLARICE

Il conte OTTAVIO

Il conte LELIO

PANTALONE de' BISOGNOSI mercante veneziano

BRIGHELLA staffiere di donna Rosaura

ARLECCHINO servidore della medesima in figura di Moro

Un SERVITORE della contessa Beatrice

Un PAGGIO della contessa Eleonora

che parlano

Un BRAVO

Tre Cavalieri

Due Dame

Un Ballerino

Tre Bravi

Servitori

Suonatori

che non parlano

La Commedia si rappresenta in Palermo.


ATTO I

SCENA I

Appartamento nella locanda, in cui sono alloggiati don Florindo e donna Rosaura.

DONNA ROSAURAe DON FLORINDO.

Don Florindo - Signora consorte carissima, credo che ce ne possiamo tornare al nostro paese, e se aveste aderito a quello che io diceva, non saremmo nemmeno venuti a Palermo.

Donna Rosaura - Che avrebbero mai detto di noi le donne del nostro rango, se dentro il primo anno del nostro matrimonio non fossimo venuti a far qualche sfarzo nella citt capitale?

Don Florindo - E che cosa diranno di noi, se torneremo alla patria, senza che una dama di questo paese siasi degnata di ammetterci alla sua conversazione?

Donna Rosaura - Ci basterebbe a farmi morir di dolore.

Don Florindo - Penso che sarebbe stato meglio, se in luogo di aspirare alla conversazione delle dame, ci fossimo contentati di quella delle mercantesse della nostra condizione.

Donna Rosaura - Oh, questo poi no. Sono venuta a Palermo per acquistare qualche cosa di pi. Per esser distinta a Castellamare, basta ch'io possa dire: sono stata in Palermo alla conversazion delle dame.

Don Florindo - Ma se questa conversazione non si pu ottenere?

Donna Rosaura - Il conte Lelio mi ha dato speranza, che forse forse si otterr.

Don Florindo - Il conte Lelio, e molti altri cavalieri ci trattano, ci favoriscono, mostrano desiderio d'introdurci per tutto; ma so che le dame non vogliono ammetterci assolutamente.

Donna Rosaura - Eppure sono stata a casa di alcune, e mi hanno ricevuta.

Don Florindo S, in privato tutte ci faranno delle finezze; ma in pubblico non possibile.

Donna Rosaura - Mi ha promesso il conte Lelio, che la contessa Beatrice prender ella l'impegno d'introdurmi.

Don Florindo - Questa dama non la conosco. Non le ho portato veruna lettera di raccomandazione.

Donna Rosaura - La lettera di raccomandazione, che dovremo noi presentarle, sar un piccolo regaletto di cento doppie.

Don Florindo - Cento doppie! A che motivo?

Donna Rosaura - Per gl'incomodi che si dovr prendere per causa nostra.

Don Florindo - E sar tanto vile per vendere a denaro contante la sua protezione?

Donna Rosaura - Il conte Lelio maneggia l'affare: io gliel'ho promesse, e son certa che in questo non mi farete scorgere. Purch ottenghiamo l'intento nostro, che importa a voi il sagrificio di cento doppie?

Don Florindo - Quando riesca la cosa bene, le sagrifico volentieri unicamente per compiacervi.

Donna Rosaura - Anzi ho divisato donare al conte Lelio un orologio d'oro per gratitudine dei buoni uffici che fa per noi.

Don Florindo - Ed egli l'accetta?

Donna Rosaura - Perch volete che lo ricusi?

Don Florindo - Per quel, ch'io vedo, si vende la protezione, come il panno e la seta.

Donna Rosaura - Ci siamo, bisogna starci.

Don Florindo - In otto giorni che siamo qui, abbiamo speso pi di trecento scudi, senza veder cosa alcuna.

Donna Rosaura - Non voglio andare in nessun luogo, senza una dama che mi conduca.

SCENA II

BRIGHELLA e detti.

Brighella - Signori...

Donna Rosaura Villanaccio. (a Brighella con isdegno gittandogli un fazzoletto in faccia)

Brighella - Lustrissima...

Donna Rosaura - Dammi quel fazzoletto.

Brighella - Lustrissima s. Gh' qua l'illustrissimo sior Pantalon, che li vorria reverir.

Donna Rosaura - Pantalone non illustrissimo.

Brighella - La perdona, signora...

Donna Rosaura - Asino!

Brighella - Illustrissima, la me compatissa.

Don Florindo - Digli che passi.

Brighella - Signor s... Illustrissimo s. (No me posso avvezzar). (parte)

Donna Rosaura - Non voglio sentire le seccature di questo vecchio. Vado nella mia camera: se viene il conte Lelio, mandatelo da me.

Don Florindo - Sarete servita.

Donna Rosaura - Se questa dama ci favorisce, bisogner trattarla.

Don Florindo - Siamo forestieri, probabilmente sar ella la prima a trattarci.

Donna Rosaura - Basta; purch si spunti, si ha da spendere senza riguardo. (parte)

SCENA III

DON FLORINDO, poi PANTALONE.

Don Florindo - Bel negozio che ho fatto a prendere questa signora sposa! Ella mi ha dato una ricca dote, ma credo che al terminar dell'anno sar finita.

Pantalone - Sior don Florindo, mio patron reverito.

Don Florindo - Buon giorno, il mio caro signor Pantalone.

Pantalone - Son vegn a reverirla, e in tel medesimo tempo a dirghe che ho recevesto la lettera d'avviso per pagarghe i mille zecchini, a tenor della lettera de cambio, che gieri lu m'ha fatto presentar.

Don Florindo - Non v'era bisogno che per questo v'incomodaste, mentre ieri, anche prima della lettera d'avviso, avete con bont accettata la mia cambiale.

Pantalone - Gh' tanta stima per la so degna persona, gh' tanto credito alla so dita, che anca senza lettera de cambio l'averia servida, se la s'avesse degn de comandarme.

Don Florindo - Vi sono molto tenuto per la bont che mi dimostrate.

Pantalone - La sarave bella! Semo stai tanto amici col sior Anselmo so barba, che gierimo, se pol dir, fradei. Quello el giera un omo! Quello ha fatto i bezzi! Con mille ducati, che gh'ha d so pare, in manco de dies'anni, l'ha fatto un capital de cinquantamille.

Don Florindo - Veramente a mio zio Anselmo ho tutta l'obbligazione.

Pantalone - Credo de s, l'ha lass tutto a ella, co l' morto; el giera la prima dita de sti paesi, e ella, la me permetta che ghe diga, se la seguiter el bon ordene de so sior barba, la sar un dei primi mercanti della Sicilia.

Don Florindo - Io, caro signor Pantalone, sono in grado di non aver pi bisogno di far il mercante. Ho tanti capitali, ho tanti crediti, ho tanto danaro in cassa da poter vivere comodamente senza continuare la mercatura.

Pantalone - La me perdona, se me avanzo troppo. Cossa gh'la d'investo?

Don Florindo Oh, poco! A riserva d'un bel palazzo per villeggiare, con tre o quattro campi tirati a giardino; non ho poi comprato n terreni, n case.

Pantalone - La senta, e l'ascolta un omo vecchio, pratico delle cosse del mondo, e interess per i so vantazi. I bezzi i se spende, e quando che in tel scrigno se cava, e no se mette, presto se ghe vede el fin. La mercanzia la val poco in te le man de chi no seguita a negoziar; e i crediti i gh'ha la so gran tara, e no se scuode quando che se vol. Vogio mo dir che, continuando a negoziar, la pol mantegnir e aumentar i bezzi e el capital; che lassando el negozio, la pensa almanco a investir, per non aver un zorno da suspirar. La xe zovene, la xe novizzo, probabilmente l'aver dei fioi, a questi, anca solamente previsti, semo obbligai a pensar. La fazza conto de ste parole, e la le receva da un omo, che per etae, per amor e per debito, se protesta d'esserghe come pare.

Don Florindo - Caro il mio amatissimo signor Pantalone, voi siete pieno di bont per me, vi ringrazio de' salutevoli documenti, e vi prometto di porli in pratica.

Pantalone - Quando la crede che mi ghe diga la verit, e chela sia persuasa de voler mantegnir in credito la so dita, mi la conseggio andar al so paese, tender ai so negozi, e seguitar le pratiche e le usanze e le corrispondenze de so sior barba.

Don Florindo - Ho i miei ministri, che agiscono in mia vece.

Pantalone - I ministri i xe bei e boni; ma col paron no gh'abbada, le cosse no le va mai ben. Tutti cerca el proprio interesse, e pochi xe quei che s'impegna con zelo e con calor in favor dei so principali.

Don Florindo - Quanto prima torner a Castellamare; ma giacch sono in Palermo, non giusto ch'io parta senza far vedere alla mia sposa le cose principali della citt.

Pantalone - Se la comanda, mi la far servir.

Don Florindo - Vi vorrebbe qualche signora, che si prendesse l'incomodo di accompagnare mia moglie.

Pantalone - Gh' una nezza maridada in t'un dei primi mercanti. La gh'ha carrozza, la gh'ha staffieri, la la servir ella.

Don Florindo - Ma poi, s'ander in veruna conversazione?

Pantalone - M'impegno, che i ghe far tre o quattro sontuose conversazion, e che la sar trattada, come una principessa.

Don Florindo - Quand' cos, riceveremo le vostre grazie.

Pantalone - Vado subito a avvisar mia nezza.

Don Florindo - Trattenetevi un momento, tanto che avvisi di ci la mia sposa. Ehi, signora Rosaura? (la chiama)

SCENA IV

DONNA ROSAURA nell'altra camera, e poi esce, e detti; poi BRIGHELLA.

Donna Rosaura - Cosa volete? (di dentro)

Don Florindo - Favorite, venite qui, che vi ho da parlare.

Donna Rosaura - Non vi nessuno che alzi la portiera? (come sopra)

Don Florindo - Non vi nessuno.

Pantalone - Gh'la mal ai brazzi? La servir mi. (alza la portiera)

Donna Rosaura - Obbligatissima alle sue grazie. (esce)

Don Florindo - Il signor Pantalone tutto bont, tutto gentilezza. Sentite le belle esibizioni ch'egli ci fa. Ci offerisce la buona grazia d'una signora sua nipote, la quale ci favorir colla sua carrozza, e ci introdurr alla conversazione.

Donna Rosaura - dama questa sua nipote? (a Pantalone)

Pantalone - No la xe dama, ma la xe una delle prime mercantesse de sta citt.

Donna Rosaura - Va alla conversazione delle dame?

Pantalone - La va alle conversazion de par soo, de signore tutte oneste e civili; signore che non xe nobili, ma che gh'ha dei soldi.

Donna Rosaura - Signor Pantalone, la riverisco. (vuol partire)

Pantalone - Come! No la se degna de lassarse servir da mia nezza?

Donna Rosaura - S, anzi mi far piacere. (sprezzante)

Pantalone - Vago subito a dirghe che la se prepara per vegnirla a riverir.

Donna Rosaura - No, no, per oggi non s'incomodi. Mi duole il capo.

Pantalone - Donca la vegnir doman.

Donna Rosaura - Se star bene, vi avviser.

Pantalone - Mo gh'la mal?

Donna Rosaura - Mi duole il capo. Non posso nemmeno sentir parlare.

Pantalone - Co l' cuss, per non disturbarla de pi, vago via.

Donna Rosaura Scusi, di grazia. Quando mi duole il capo non so che cosa mi dica.

Pantalone - Me despiase infinitamente. Sior don Florindo, bisogna remediarghe; no sentela, che alla sposa ghe dol la testa?

Don Florindo - Lo so pur troppo. (Mia moglie ha il suo male nella testa, e mi dispiace, che non vi rimedio). (da s)

Brighella - Lustrissima, el sior conte Lelio desidera de reverirla. (a Rosaura)

Donna Rosaura - Venga, padrone. (a Brighella, che parte)

Pantalone - Mo se ghe dol la testa, come farala a sentirlo a parlar? (a Rosaura)

Donna Rosaura - La ragione per cui egli viene, interessa tutte le mie premure. Fate una cosa, signor Florindo, servite in un'altra camera il signor Pantalone, e lasciatemi col conte Lelio a trattar l'affare che voi sapete.

Don Florindo - Ma non potremmo noi prevalerci del signor Pantalone, che ci esibisce una sua nipote?

Donna Rosaura - Mi maraviglio di voi. Sapete l'impegno in cui sono.

Don Florindo - Signor Pantalone, andiamo, se vi contentate. (stringendosi nelle spalle)

Pantalone - (Poverazzo! El se lassa menar per el naso). (das)

Donna Rosaura - (Ehi! per vostra regola, acci non facciate qualche cattivo giudizio, osservate ho preso le cento doppie). (piano a Florindo, e gli mostra la borsa)

Don Florindo - (Si potrebbero pur risparmiare). (piano a Rosaura)

Donna Rosaura - Son chi sono; voglio cos. (adirata)

Don Florindo - Andiamo, andiamo, signor Pantalone. (parte)

Pantalone - (Questi i xe de quei dolori de testa che patisse le mugier, co le gh'ha per marii de sta sorta de mamalucchi). (parte)

SCENA V

DONNA ROSAURA, poi il conte LELIO e BRIGHELLA.

Donna Rosaura - La nipote del signor Pantalone? Farei una gran figura, se andassi con lei!

Conte Lelio - Riverente m'inchino alla signora donna Rosaura.

Donna Rosaura - Serva, signor conte. Chi di l? (chiama).

Brighella - Lustrissima.

Donna Rosaura - Da sedere.

Brighella - Lustrissima s. (porta due sedie)

Conte Lelio - Galantuomo, siete forestiere? (a Brighella)

Brighella - Signor s.

Donna Rosaura - Dimmi, il moro in casa? (a Brighella)

Brighella - Lustrissima s.

Conte Lelio - Siete lombardo? (a Brighella)

Brighella - Signor s.

Donna Rosaura - Va' via. (a Brighella)

Brighella - Lustrissima s.

Conte Lelio - Sentite una parola. (a Brighella) Mi date licenza ch'io dica un non so che al vostro servitore? (a Rosaura)

Donna Rosaura - Siete padrone.

Conte Lelio - (Voglio un poco vedere, perch a lei d dell'illustrissima, e a me del signore). (Ditemi quel giovine, al vostro paese che regola si usa nel dare i titoli?). (a Brighella a parte)

Brighella - Ghe dir, signor, in certi paesi, dove che ho pratic mi, chi li merita non li cura, e a chi non li merita, i se ghe d per burlarli.

Conte Lelio - Bravo, mi piacete. Se vi occorre nulla, sar per voi.

Brighella - Signor s.

Donna Rosaura - Portateci la cioccolata.

Brighella - Lustrissima s. (caricato, e parte; e a suo tempo ritorna)

Conte Lelio - (Cos con bella maniera costui si burla della sua padrona). (da s)

Donna Rosaura - Favorite d'accomodarvi.

Conte Lelio - Ricevo le vostre grazie. (siede)

Donna Rosaura - Che buone nuove mi recate del nostro affare?

Conte Lelio - Il tutto accomodato. La contessa Beatrice verr da qui a pochi momenti a visitarvi; voi le anderete a render la visita; in casa sua far che si trovino varie dame. V'introdurr con esse, e vi condurr pubblicamente nella loro conversazione.

Donna Rosaura - Caro Contino, siete adorabile. Non poteva sperare diversamente dal vostro spirito, dalla vostra buona condotta.

Conte Lelio - Circa alle cento doppie, bisogna condur la cosa con buona maniera.

Donna Rosaura - Le si potrebbe dare un anello che fosse di tal valore.

Conte Lelio - No, un anello non accomoder i suoi interessi.

Donna Rosaura - Il danaro pronto. Disponetene come vi aggrada.

Conte Lelio - Faremo cos; procureremo che accada di fare una scommessa di cento doppie fra voi e la contessa Beatrice; voi perderete la scommessa, ed ella aver il danaro contante.

Donna Rosaura - In questa maniera non riconoscer da me il dono, madalla sorte.

Conte Lelio - Se la cosa prima concertata, lo riconoscer unicamente da voi.

Donna Rosaura - Se si concerta cos, pu anche ricevere le cento doppie, senza far la scommessa.

Conte Lelio - Signora no; ella pretende salvar con ci la delicatezza del suo decoro.

Donna Rosaura - Pu salvarla presso di tutti gli altri, quando non lo sappiano altri che ella ed io.

Conte Lelio - Non vuole scomparire nemmeno con voi.

Donna Rosaura - Ma se io ho a sapere la verit!

Conte Lelio - Non importa; le resta sempre un rimorso di meno, e ancorch ella sia certa che la scommessa sia inventata per regalarla, ci non ostante vanter con voi medesima il suo bello spirito nell'aver saputo trionfare coll'opinione.

Donna Rosaura - E qual la scommessa che dobbiamo fare?

Conte Lelio - La scommessa cader sopra le ore. Voi, per esempio, direte che sono sedici. Ella dir che sono diciassette. Si far la scommessa; io decider in favore della contessa, e voi le darete le cento doppie.

Donna Rosaura - Benissimo; per decidere con fondamento, favorite, tenete quest'orologio. (gli d un orologio d'oro)

Conte Lelio - Credo che il mio sar sufficiente.

Donna Rosaura - Non pretendo sprezzare il vostro, ma questo uno dei migliori di Londra. Tenetelo, e state certo che non isbaglierete.

Conte Lelio - Ve lo render dopo la scommessa.

Donna Rosaura - Spero che non mi farete un simile torto.

Conte Lelio - Donna Rosaura, voi siete troppo obbligante.

Donna Rosaura - Un cavaliere che mi dimostra tanta parzialit, pu anche permettermi ch'io mi possa prendere con esso lui una simile confidenza.

Conte Lelio - Per dir il vero, la premura ch'io nutrisco delle vostre soddisfazioni non senza interesse: ma la mercede, a cui aspira il mio cuore, val molto pi di quello che mi avete graziosamente donato.

Donna Rosaura - E qual la mercede che a misura del vostro merito possiate da me ottenere?

Conte Lelio - Qualche generosa porzione della vostra grazia.

Donna Rosaura - Oh via, signor conte; vedo che vi prendete spasso di me.

Conte Lelio - Mostrerei di essere poco conoscitore del merito, se non aspirassi all'onore di essere da voi ben veduto.

Donna Rosaura - Ben veduto, stimato e venerato voi siete.

Conte Lelio - E niente pi?

Donna Rosaura - Che cosa pretendereste di pi?

Conte Lelio - Niente amato? Niente affatto?

Donna Rosaura - Onestamente posso anche amarvi.

Conte Lelio Oh, si sa, onestamente.

Donna Rosaura - Caro conte, ditemi con sincerit. Siete impegnato con alcuna dama?

Conte Lelio - Cinque ne ho servite in un anno, e tutte cinque si sono disgustate di me per femminili puntigli. La prima, perch ho procurato di accomodare in un'altra casa un servitore che aveva ella licenziato. La seconda, perch in faccia sua ho detto che mi piacevano gli occhi d'una romana. La terza, perch giuocando all'ombre le ho dato un codiglio. La quarta, perch innocentemente ho scoperta una sua bugia. E la quinta, per essermi scordato una sera d'andare a prenderla alla conversazione. All'ultimo, mi sono posto a servire la contessa Beatrice, la quale non tanto puntigliosa quanto le altre.

Donna Rosaura - Presto presto essa pure vi scarter.

Conte Lelio - Per qual motivo?

Donna Rosaura - Pu essere per causa mia.

Conte Lelio - Per s bella cagione, rinunzierei tutte le pi belle dame del mondo.

Donna Rosaura - Mi burlate?

Conte Lelio - Dico davvero.

Donna Rosaura - Caro conte!

Conte Lelio - Adorabile madamina!

Brighella - Lustrissima. La signora contessa Beatrice l' fermada colla carrozza alla porta, e la manda a veder se vossustrissima in casa, e se la pol vegnir a farghe una visita.

Donna Rosaura Padrona. (s'alza)

Brighella - (Adesso la camisa no ghe tocca el preterito). (parte)

Donna Rosaura - Veramente sollecita questa dama.

Conte Lelio - Spero che resterete contenta.

Donna Rosaura - Ha marito?

Conte Lelio - S. Il conte Onofrio. un buonissimo uomo; mangia e beve, e non pensa ad altro.

Donna Rosaura - Lascia far tutto alla moglie?

Conte Lelio - Tutto.

Donna Rosaura - Felici quelle donne che possono far cos.

Conte Lelio - Bisogner andarle incontro.

Donna Rosaura - Ma dove?

Conte Lelio - Io direi alla scala.

Donna Rosaura - Oh no, contino mio, baster, ch'io vada alla porta di camera.

Conte Lelio - Per la prima volta che viene a visitarvi, potete far qualche cosa di pi.

Donna Rosaura - Se lo facessi una volta, sarei obbligata di farlo sempre.

Conte Lelio - Abbondare in gentilezza cosa sempre ben fatta.

Donna Rosaura - Chi troppo si abbassa non esige rispetto.

Conte Lelio - Finalmente una dama.

Donna Rosaura - Ed io non sono la sua cameriera.

Conte Lelio - Presto, andatele incontro. Vedetela, qui alla porta.

Donna Rosaura - Basta che mi veda disposta per incontrarla. (fa qualche passo verso la porta)

SCENA VI

La contessa BEATRICE e detti.

Contessa Beatrice - qui la signora Rosaura?

Donna Rosaura - Oh! servitori ignoranti! Non mi hanno avvisata. Sarei venuta a riceverla.

Contessa Beatrice - Non importa, non importa.

Donna Rosaura - Serva umilissima, signora contessa.

Contessa Beatrice - Serva sua, signora donna Rosaura. Addio conte.

Conte Lelio - Con tutto il rispetto (inchinandosi).

Donna Rosaura - Mi rincresce che la signora contessa siasi preso l'incomodo di venire sin qui; sarei venuta io a riverirla.

Contessa Beatrice - Il conte Lelio mi ha procurato l'incontro di conoscere una signora di merito particolare, ed io non ho tardato ad accelerarmi un tal piacere.

Donna Rosaura - S'accomodi. (Parla molto sostenuta). (piano a Lelio)

Conte Lelio - (Si serve dei veri termini). (piano a Rosaura)

Donna Rosaura - (Converr misurar le parole) (da s). Ma favorite d'accomodarvi. (a Beatrice)

Contessa Beatrice - Eccomi accomodata

(Siedono tutti e tre uniti: Beatrice alla dritta,

Rosaura in mezzo, il Conte alla sinistra).

Conte Lelio - (Cos non istiamo bene. La Contessa non ha il suo posto). (piano a Rosaura)

Contessa Beatrice - Conte, avete fatto ammobiliar voi questo appartamento per la signora Rosaura?

Conte Lelio S, signora, ho avuto io una tale incombenza.

Contessa Beatrice - E i suoi servitori li avete procurati voi?

Conte Lelio - Ne ho ritrovati alcuni per la pratica della citt.

Contessa Beatrice - Perdonatemi; l'avete servita male. Cattivi mobili e pessimi servitori.

Conte Lelio - Perch dite questo, signora contessa?

Contessa Beatrice - Non vedete? Siete pur cavaliere. In una camera di udienza, le sedie tutte eguali non istanno bene. E i servitori non le sanno disporre.

Conte Lelio - (Non ve l'ho detto? La Contessa non ha il suo posto, e vi voleva una sedia distinta). (piano a Rosaura) Signora, regoler io le mancanze del servitore, giacch per i mobili non vi rimedio.

(S'alza, porta la sua sedia in distanza di Rosaura,

e fa che Beatrice resti alla dritta della medesima)

Donna Rosaura - (Ho piacer d'imparare; anch'io a Castellamare far cos). (da s)

Contessa Beatrice - Conte mio, vi siete preso un incomodo, che lo potevate risparmiare. L'errore non consisteva nella vostra sedia, ma nella mia. Il sole di quella finestra mi offende la vista.

Conte Lelio - (Ho capito). (da s) Permettetemi ch'io vi rimedi. (s'alza, fa alzare Beatrice, e porta la di lei sedia in distanza di Rosaura colla spalliera verso la finestra, cosicch viene a restare in faccia a Rosaura, nel primo luogo della camera d'udienza)

Contessa Beatrice - (Conte, se l'ho da condurre alla conversazione delle dame, insegnatele qualche cosa). (piano al Conte, e siede)

Donna Rosaura - (Questa poi non l'intendo). (piano al Conte)

Conte Lelio - (Quello il primo luogo. Nella camera d'udienza,sempre la persona, che si riceve, va collocata in faccia alla padrona di casa, e in faccia alla porta, o almeno di fianco). (piano a Rosaura)

Donna Rosaura - (Anche questa buona per Castellamare). (da s)

Conte Lelio - Su via, signore mie, diciamo qualche cosa di bello. (torna a portare la sua sedia vicino a Rosaura, e gira alquanto quella di essa Rosaura, acci resti in faccia alla Contessa Beatrice)

Contessa Beatrice - E cos, signora Rosaura, come vi piace la citt di Palermo?

Donna Rosaura - Non posso dirlo, perch non l'ho ancora veduta.

Contessa Beatrice - Quant' che ci siete?

Donna Rosaura - Saranno otto giorni.

Contessa Beatrice - In otto giorni sarete stata in qualche luogo.

Donna Rosaura - Non sono uscita di casa, altro che una volta sola.

Contessa Beatrice - Per qual ragione?

Donna Rosaura - Per non aver avuto una dama che mi favorisse.

Contessa Beatrice - (Che pretensione ridicola!) E partirete di Palermo senza vederlo?

Donna Rosaura - Spero che la signora contessa mi onorer della sua compagnia.

Contessa Beatrice - Conte, che ora abbiamo?

Conte Lelio - Non lo so davvero; il mio orologio va male; voi, che venite ora di fuori, potreste saperlo meglio di me. (a Beatrice)

Contessa Beatrice - Ma pure che ora direste voi che fosse?

Conte Lelio - Signora Rosaura, dite voi la vostra opinione.

Donna Rosaura - Io dico, che saranno sedici ore.

Contessa Beatrice - Ed io dico che saranno diciassette.

Donna Rosaura - Quando la signora contessa lo dice, sar cos.

Conte Lelio - (Oh diavolo! E la scommessa?). (piano a Rosaura)

Donna Rosaura - ( vero, non ci ho pensato). Signora Contessa, io scommetto che sono sedici ore.

Contessa Beatrice - O sedici o diciassette, non ci penso. Ma ora che vi levi l'incomodo, e me ne vada. (sostenuta)

Conte Lelio - (Sentite? Se l'ha avuto per male). (piano a Rosaura)

Donna Rosaura - ( molto puntigliosa!). (piano a Lelio)

Conte Lelio - (Eppure delle pi correnti e facili che vi sieno). (piano a Rosaura)

Contessa Beatrice - A mezzogiorno devo esser a casa, ove alcune dame saranno per favorirmi.

Conte Lelio - A che ora suona il mezzogiorno?

Contessa Beatrice - Alle diciassette.

Conte Lelio - (Dite alle diciotto). (piano a Rosaura)

Donna Rosaura - Perdoni, signora contessa, ella s'inganna; il mezzogiorno suona alle diciotto.

Contessa Beatrice - Lo volete insegnare a me? Suona alle diciassette.

Conte Lelio - (Ora il tempo). (piano a Rosaura)

Donna Rosaura - Scommetto che suona alle diciotto.

Contessa Beatrice - Scommetto che suona alle diciassette.

Conte Lelio - Animo, che cosa volete scommettere, signore mie?

Contessa Beatrice - Tutto quello che vuole la signora Rosaura.

Donna Rosaura - Scommetto cento doppie.

Contessa Beatrice - Doppie di Spagna?

Donna Rosaura - Vi s'intende.

Contessa Beatrice - Benissimo. Accetto la scommessa. Cento doppie di Spagna, che mezzogiorno suona alle diciassette.

Donna Rosaura - Che suona alle diciotto.

Contessa Beatrice - Ma chi decider la scommessa?

Conte Lelio - Io, signora, se vi contentate. Ecco un giornale veridico ed accreditato. Ecco qui: Tavola del mezzogiorno: undici Aprile, a ore diciassette. Signora donna Rosaura, avete perduto la scommessa.

Contessa Beatrice - Ho vinto, ho vinto. (con allegria)

Donna Rosaura - Benissimo, ed io sono pronta a pagare. Ecco, signora contessa, una borsa con cento doppie di Spagna. Contatele, se ne avete dubbio.

Contessa Beatrice - Mi maraviglio. Mi fido di voi.

Conte Lelio - (Anche questa andata bene, che non credeva). (da s)

Contessa Beatrice - Il mezzogiorno dunque suona alle ore diciassette; ma presentemente che ora sar?

Donna Rosaura - Io direi che fossero sedici.

Contessa Beatrice - Ed io scommetto che sono diciassette.

Donna Rosaura - Signora contessa, siete troppo brava; con voi non scommetto pi. (Ne piglierebbe altre cento). (da s)

Contessa Beatrice Ors, volete venire con me? (a Rosaura).

Donna Rosaura - Dove?

Contessa Beatrice - A casa mia, dove vi saranno quattro o cinque dame invitate unicamente per voi.

Donna Rosaura - Ricever volentieri le vostre grazie. Ma prima, se vi contentate, beviamo la cioccolata. Chi di l? (chiama)

SCENA VII

ARLECCHINO e detti, poi BRIGHELLA.

Arlecchino - Comandar.

Donna Rosaura - Porta la cioccolata.

Arlecchino - Subito servir. (in atto di partire)

Contessa Beatrice - Che grazioso moretto!

Arlecchino - Mi star graziosa moretta, e ti star galanta bianchetta. (a Beatrice)

Contessa Beatrice - Come ti chiami?

Arlecchino - Mi chiamar con bocca.

Donna Rosaura - Va via di qua, impertinente.

Conte Lelio - Lasciatelo dire, che la contessa avr piacere. il pi caro moro del mondo.

Arlecchino - Per ti star cara. (a Lelio)

Conte Lelio - Per me sei caro? Perch?

Arlecchino - Perch non aver quattrini per mi comprar.

Contessa Beatrice Bravo, moretto, bravo!

Arlecchino Oh, quanto star bella! Mi voler bena. Mi, se ti voler, far razza mezza bianca, e mezza mora. (a Beatrice)

Donna Rosaura - Va via, briccone. Porta la cioccolata.

Arlecchino - Per ti e per ti portar cioccolata. (a Rosaura, e Beatrice) E per ti polentina. (a Lelio, e parte).

Conte Lelio - Maledetto costui!

Contessa Beatrice - Dove l'avete avuto? (a Rosaura)

Donna Rosaura - Vi dir; questo un moro che, quando fu preso, fu portato a Venezia, dove ha principiato a parlar italiano; e sentitelo, che dice quasi tutte parole veneziane corrotte. Egli poi venne in Sicilia sopra una nave, e piacendomi infinitamente il suo spirito e le sue facezie, l'ho comprato dal capitano.

Contessa Beatrice - Che nome ha?

Donna Rosaura - Perch tanto burlevole e giocoso, gli ho messo nome Arlecchino.

Conte Lelio - Ma gli arlecchini sono goffi, e costui furbo come il diavolo.

Donna Rosaura - In oggi i buoni arlecchini sono pi spiritosi che goffi.

Brighella - L'illustrissimo sior conte Onofrio vorria riverirla. (a Rosaura)

Contessa Beatrice - Mio consorte. (a Rosaura)

Donna Rosaura - Favorisca, padrone. Presto, un'altra sedia. L, l, presso la signora contessa. (a Brighella)

Contessa Beatrice - Che volete ch'io faccia di mio marito vicino?

Donna Rosaura Aspetta. (a Brighella) (Dove l'abbiamo da mettere?). (piano a Lelio)

Conte Lelio - (Appresso di voi). (piano a Rosaura)

Donna Rosaura - (Di sopra, o di sotto?). (come sopra)

Conte Lelio - (Oh, di sopra, di sopra!).

Donna Rosaura - Mettila qui. (a Brighella)

Brighella - (Se i mi padroni i sta troppo qua, i deventa matti). (mette la sedia, e parte)

Contessa Beatrice - (Questa povera donna in una gran confusione). (da s)

SCENA VIII

Il conte ONOFRIO e detti.

Conte Onofrio - Schiavo di lor signori.

Conte Lelio - Amico, vi son servo.

Donna Rosaura - Signor conte, posso bene annoverarmi fra le donne pi fortunate, se vi degnate di onorar la mia casa coll'autorevole vostra presenza.

Conte Onofrio - Oh garbata signorina! Chi questa signora? (a Beatrice)

Contessa Beatrice - Questa la signora donna Rosaura, moglie del signor Florindo Aretusi di Castellamare.

Conte Onofrio - Mercante, non vero? (a Rosaura)

Donna Rosaura - Fu mercante.

Conte Onofrio - Ed ora che cosa ?

Donna Rosaura - Vive del suo, signore.

Conte Onofrio - Non si ancora fatto nobile?

Donna Rosaura - Quanto prima, comprer un titolo.

Conte Onofrio - Se vuole il mio, glielo vendo. (ridendo)

Contessa Beatrice - Siete qui sempre colle vostre barzellette. (al Conte Onofrio)

Conte Lelio - Il conte Onofrio sempre di buon umore.

Conte Onofrio - Contessa, sono venuto ad avvisarvi, che la contessa Eleonora e la contessa Clarice, col conte Ottavio, sono a casa nostra che vi aspettano. (Ditemi, avete bevuto la cioccolata?). (piano a Beatrice)

Contessa Beatrice - (Or ora la portano). molto tempo che ci sono?

Conte Onofrio - Sar mezz'ora.

Contessa Beatrice - Signora donna Rosaura, queste due dame le ho fatte venire per voi; se volete che andiamo, principierete a conoscere queste, e vi servir d'introduzione all'altre.

Donna Rosaura - S signora, andiamo; non le facciamo aspettare, non commettiamo questa mala creanza.

Contessa Beatrice - Io non so commettere male creanze. (alterata)

Donna Rosaura - Voglio dire... Vi s'intende. Se aspettan me....

Contessa Beatrice - No, no, non aspettano voi.

Donna Rosaura - Dunque io non ci ho da venire?

Contessa Beatrice - S, verrete con me.

Donna Rosaura - (Io mi confondo). (da s)

Contessa Beatrice - (Poverina! imbrogliata a voler far da signora). (da s)

SCENA IX

ARLECCHINO, poi BRIGHELLA e detti.

ARLECCHINO con una guantiera con quattro chicchere di cioccolata, e vari biscottini.

Donna Rosaura - Ecco la cioccolata.

Contessa Beatrice - Ma l'ora si fa tarda, e le dame aspettano.

Conte Onofrio - Che aspettino. Quando avremo bevuto la cioccolata, anderemo.

Donna Rosaura - Vi prego; accomodatevi. (a Beatrice, perch prenda la cioccolata)

Contessa Beatrice - Potreste intanto prendere il ventaglio, e prepararvi per montare in carrozza. (a Rosaura)

Donna Rosaura - Ho tempo d'accomodarmi la testa?

Contessa Beatrice - Eh, che siete accomodata abbastanza.

Donna Rosaura - Servitevi della cioccolata; vengo subito. Ehi? (chiama. Brighella viene)

Donna Rosaura - Alza quella portiera. (a Brighella, e passa nell'altra camera)

Brighella - (Se i la vedesse a Castellamar, i creperia da rider). (da s, parte)

SCENA X

Il conte ONOFRIO, la contessa BEATRICE, il conte LELIO e ARLECCHINO.

Conte Onofrio - Sediamo; la cioccolata si raffredda. (siede, e prende una chicchera di cioccolata col biscottino)

Arlecchino - Per quella panza non volir cioccolata, ma polenta.

Contessa Beatrice - Moretto, buona questa cioccolata? (ne prende una chicchera)

Arlecchino - Star bona, perch star color de moretta. (porta la cioccolata a Lelio)

Conte Lelio - Non ne voglio. L'ho presa.

Contessa Beatrice Bevetela, che buona (a Lelio).

Conte Lelio - No, no, mi mette troppo calore.

Arlecchino - Bever, bever, che ti star povera giazzada([1]) (a Lelio).

Conte Lelio - Se non portassi rispetto alla tua padrona, ti bastonerei.

Conte Onofrio - Ehi? (ad Arlecchino; mette gi la chicchera vota, e ne prende un'altra piena, col biscottino)

Arlecchino - Star cavalier de bona fama.

Contessa Beatrice Prendi. (mette gi la sua chicchera)

Arlecchino - Voler quest'altra? (a Beatrice)

Contessa Beatrice - Non voglio altro; bevila tu.

Arlecchino - A mi no piasr; piasr maccarugna.

Conte Onofrio - Ehi? (mette gi la chicchera vota, e prende la terza piena, col biscottino, e beve)

Arlecchino - Evviva scrocca!

Conte Lelio - (Quel conte Onofrio, veramente sordido!). (da s)

Contessa Beatrice - (Mio marito non si contenta mai). (da s)

SCENA XI

DONNA ROSAURA e DON FLORINDO, poi BRIGHELLA e detti.

Donna Rosaura - Signora contessa, mio marito vuol aver l'onore di rassegnarle la sua servit.

Don Florindo - Rendo infinite grazie alla signora contessa per la bont, con cui si degna favorire mia moglie, e la prego ricevere me pure nel numero de' suoi servitori.

Contessa Beatrice - Signora donna Rosaura, avete un bel giovinotto per marito.

Don Florindo - E questo signore chi ? (a Lelio, accennando il conte Onofrio)

Conte Lelio - il signor conte Onofrio, consorte della contessa Beatrice.

Don Florindo - Permetta, che con lei pure... (ad Onofrio)

Conte Onofrio - Schiavo, schiavo, senza cerimonie. (voltandogli le spalle)

Don Florindo - (Questo trattamento non mi finisce). (da s)

Conte Onofrio - Signora Rosaura, avete della cioccolata molto buona.

Donna Rosaura - Ne ho portata un poco per me; se comandate, la spartiremo.

Conte Onofrio - Mi farete piacere, vi sar obbligato.

Donna Rosaura - Ehi? (chiama)

Brighella - Lustrissima.

Donna Rosaura - Senti, porta subito subito venti libbre di cioccolata a casa della contessa Beatrice. (piano a Brighella)

Brighella - Subito la servo. (parte)

Contessa Beatrice - Oh via, andiamo. Conte Onofrio, date mano alla signora donna Rosaura.

Conte Onofrio - Volentieri, son qui la mia ragazza. (a Rosaura)

Donna Rosaura - Florindo, servite la signora contessa.

Contessa Beatrice - Eh no, non v'incomodate. Conte Lelio, favorite. (chiama Lelio)

Conte Lelio - Ma se si esibisce l'amico Florindo...

Contessa Beatrice - Andiamo, andiamo. (prende Lelio per la mano)

Donna Rosaura - Mio marito verr in carrozza con noi? (a Beatrice)

Contessa Beatrice - In carrozza non vi si sta pi di quattro. Verr a piedi.

Donna Rosaura - Basta... abbiamo anche noi la nostra carrozza.

Contessa Beatrice - Dunque verr colla vostra. (parte con Lelio)

Donna Rosaura - Florindo, abbiate pazienza.

Conte Onofrio - Ehi? Avete buon cuoco? (a Florindo)

Don Florindo - S signore, buono.

Conte Onofrio - Lo proveremo. (parte con Rosaura)

SCENA XII

DON FLORINDO solo.

Ed io ho da andare a piedi, o solo nella mia carrozza a vettura? E il signor conte Onofrio mi usa questa bella creanza? E la signora contessa Beatrice, che vuol trattar mia moglie, fa di me questa stima? E quel che peggio, mia moglie lo comporta? Ma io sono stato una bestia. Me l'ha detto il signor Pantalone, me l'ha detto. Rosaura ha pagate le cento doppie, e queste serviranno a comprarci mille dispiaceri, mille torti, mille affronti. Tra i mercanti io era distinto. Qui, tra i cavalieri non sono considerato. Mai pi faccio una simile bestialit. Dalla contessa Beatrice non ci voglio andare, e quando torna mia moglie a casa, faccio i bauli, e subito prendo le poste, e la riconduco a Castellamare. (parte)

SCENA XIII

Appartamento in casa della Contessa Beatrice.

La contessa ELEONORA, la contessa CLARICE ed il conte OTTAVIO.

Contessa Eleonora - Per assoluto voglio andar via.

Conte Ottavio - Ma perch, signora contessa Eleonora, v'impazientite voi tanto?

Contessa Eleonora - La contessa Beatrice non sa il trattare. Ci manda l'ambasciata, perch venghiamo da lei a sedici ore e sono ormai diciassette.

Conte Ottavio - Vi ha pur fatto dire da suo marito, che abbiate la bont di trattenervi, se ella tardasse alcun poco a venir a casa.

Contessa Clarice - Queste ambasciate si fanno fare alle serve, non alle dame, che sono al par di lei, e qualche cosa pi di lei. Si vede bene, che i vizi di suo marito le hanno fatto non solo consumare l'entrate, ma perdere ancora la civilt.

Conte Ottavio - Anche voi vi riscaldate, contessina Clarice?

Contessa Clarice - Mi riscaldo con ragione; e se non avessi licenziato la mia carrozza, me ne anderei assolutamente.

Contessa Eleonora - Venite nella mia, andiamo. Gi io sto poco di qua lontano. Vi contenterete che smonti al mio palazzo, e vi farete servire a casa.

Contessa Clarice - No, no, vi ringrazio. Aspetter ancora un poco.

Conte Ottavio - Sentite una carrozza; sar quella della contessa Beatrice.

Contessa Clarice - Sar la mia, sar la mia.

Conte Ottavio - Or ora ve lo sapr dire. (parte per assicurarsene, e poi torna)

Contessa Eleonora - Per che causa mai ci ha fatto venir qui stamattina?

Contessa Clarice - Non lo so nemmen io. Ma suo marito, che stato a invitarmi, mi ha fatto una gran premura.

Contessa Eleonora - stato il conte Onofrio a invitarvi?

Contessa Clarice - Egli in persona.

Contessa Eleonora - Ed a me ha mandato il braciere; non so perch abbia a usar questa differenza.

Contessa Clarice - Ha voluto far a me questa finezza.

Contessa Eleonora - Dunque voi restate, ed io partir. (in atto di andarsene)

Conte Ottavio - Per dove, signora contessa? (incontrandola)

Contessa Eleonora - Dove mi pare e piace.

Conte Ottavio - Cos risoluta?

Contessa Eleonora - Risolutissima; e voi che mi avete accompagnata qui, riaccompagnatemi sino a casa.

Contessa Clarice Brava! ed io rester sola come una pazza.

Conte Ottavio - Io non posso dividermi in due.

Contessa Clarice - E bene, di chi era la carrozza? (ad Ottavio)

Conte Ottavio - Non era n la vostra, n quella della contessa Beatrice.

Contessa Clarice - Dunque di chi?

Conte Ottavio - Era della contessa Flaminia.

Contessa Eleonora - E per qual ragione non smontata?

Contessa Clarice - Sar stata invitata come noi; non ha trovato la dama in casa, e se ne sar andata.

Contessa Eleonora - Ha fatto benissimo, andiamo anche noi.

Conte Ottavio - Eppure non partita per questo.

Contessa Clarice - Dunque perch?

Conte Ottavio - Mentre voleva smontare, ha veduto venire la carrozza della marchesa Ortensia, e per non essere obbligata a salutarla, ha ordinato al suo cocchiere tirar di lungo.

Contessa Eleonora - Se s'incontravano, a chi toccava di loro a salutare l'altra?

Contessa Clarice - Toccava alla marchesa, perch la Contessa era ferma, ed ella andava.

Contessa Eleonora - Ma la marchesa Ortensia qualche cosa di pi della Contessa Flaminia. Siamo cugine di sangue.

Contessa Clarice - Circa al sangue, la contessa Flaminia non punto inferiore; imparentata anche colla mia casa.

Conte Ottavio - Sentite un'altra carrozza.

Contessa Clarice - Sar la mia, sar la mia.

Conte Ottavio - Ne domander ai servitori. (parte)

Contessa Eleonora - Se viene la contessa Flaminia vado via subito.

Contessa Clarice - Non siete amiche?

Contessa Eleonora - Non sapete che cosa mi ha fatto?

Contessa Clarice - Non lo so da donna d'onore.

Contessa Eleonora - L'altro giorno, che eravamo alle nozze della baronessa Lucrezia, mi pass dinanzi due volte senza nemmen salutarmi.

Contessa Clarice - Ma per che causa?

Contessa Eleonora - Ve lo dir io perch. Ha collera con me, perch nell'ultimo festino che abbiamofatto al casino, io ho ballato dodici minuetti, ed ella solamente otto.

Contessa Clarice - Oh, in quanto a quella pazza,si disgusta con tutte. Una volta stata un mese senza guardarmi in viso, perch nel giorno, che ella si messo un abito nuovo, io ne ho rinnovato uno pi bello del suo. Ecco la contessa Beatrice.

Contessa Eleonora - Eccola, eccola la contessa senza creanza.

Contessa Clarice - Non ne ha mai avuta, e non ne avr mai.

SCENA XIV

La contessa BEATRICE servita dal conte LELIO, ROSAURA dal conte ONOFRIO, il conte OTTAVIO e dette.

Contessa Beatrice - Vi dimando scusa, se vi ho fatto aspettare.(ad Eleonora ed a Clarice)

Contessa Eleonora - Niente, contessina mia, niente.(a Beatrice)

Contessa Beatrice - In verit, aveva del rammarico per causa vostra.(come sopra)

Contessa Clarice - Voi siete piena di gentilezza; abbiamo aspettato pochissimo.(a Beatrice)

Contessa Eleonora - Chi questa dama? (a Beatrice accennando Rosaura)

Donna Rosaura - Una vostra umilissima serva.(inchinandosi ad Eleonora)

Contessa Beatrice - Appunto, io desiderava di farla conoscere a voi due, che siete le pi compite dame della nostra conversazione.(ad Eleonora ed a Clarice)

Contessa Eleonora - Per parte mia vi sono molto tenuta, dandomi questo vantaggio.

Contessa Clarice - Io pure mi chiamer fortunata per questo felice incontro.

Contessa Beatrice - Sediamo, se vi contentate. Chi l? Da sedere.(i servitori portano le sedie)

Donna Rosaura - (Io non so qual abbia ad essere il mio posto). (da s)

Contessa Eleonora - Contessa Beatrice, fateci il piacere, ponete a sedere quella dama vicino a noi.

Contessa Clarice - Ecco il suo posto. In mezzo.

Contessa Beatrice - Signora donna Rosaura, compiacete quelle due dame.

Donna Rosaura - Per obbedirle, ander. (s'incammina, poi siede in mezzo alle due dame suddette)

Contessa Eleonora - (Avete sentito? Le ha detto: signora donna Rosaura; non titolata). (a Clarice, piano)

Contessa Clarice - (Non importa, basta che sia nobile). (ad Eleonora)

Contessa Beatrice - (Dimmi, stata portata certa cioccolata?). (ad un Servitore, piano)

Servitore - (Illustrissima s).

Contessa Beatrice - (Presto corri a farne tre chicchere).

Servitore - (Subito! Gi l'acqua calda). (parte)

Contessa Beatrice - Conte Ottavio, accomodatevi l, presso la contessa Clarice.

Conte Ottavio Obbedisco. (vuol sedere presso Clarice)

Contessa Eleonora - Si obbediscono volentieri questi dolci comandi. (con ironia ad Ottavio)

Conte Ottavio - I comandi della contessa Beatrice sono da me in ogni tempo stimati.

Contessa Eleonora - Ma specialmente adesso, che vi fanno sedere vicino a una bella dama. (accennando Clarice)

Contessa Clarice - Ah, ah; ora vi ho inteso. Conte Ottavio, questo non il luogo vostro.

Conte Ottavio - Ma qual il mio luogo?

Contessa Clarice - Cercatelo; questo assolutamente non .

Conte Ottavio - Io non credeva di meritarmi di essere discacciato. (si alza, e parte di l) Sar pi discreta a soffrirmi la Contessa Eleonora. (va a sedere presso Eleonora)

Contessa Eleonora - Io non servo per ripiego a nessuno (si alza, egli volta la schiena).

Conte Ottavio - Fermatevi.

Contessa Eleonora - Andate dove siete stato sinora.

Conte Ottavio - Signora contessa Beatrice, in casa vostra decidete voi.

Contessa Beatrice - In casa mia non comando, quando vi sono delle dame, alle quali, per debito e per rispetto, devo cedere tutta l'autorit.

Conte Ottavio - Sicch dunque me ne posso andare.

Conte Onofrio - (Conte Ottavio, sentite una parola. Frattanto che queste pazze puntigliose taroccano fra di loro, volete venir con me in cucina a mangiar quattro polpette?). (ad Ottavio, piano)

Conte Ottavio - (Vi ringrazio, per ora non ho appetito). (ad Onofrio)

Contessa Eleonora - Conte Lelio, venite qui.

Conte Lelio - Dove comanda la contessa Beatrice.

Contessa Beatrice - S, s, sedete presso di lei, ch'io seder qui vicino a voi.

Conte Ottavio - Posso aver l'onore di sedervi appresso? (a Beatrice)

Contessa Beatrice - Siete padrone, se queste dame non s'oppongono.

Contessa Eleonora Oh, siete pur buona! Accettarlo voi, quando lo hanno rifiutato le altre!

Contessa Beatrice - Dice il proverbio, che i bocconi rifiutati sono i migliori.

Contessa Eleonora - S, s, tanto pi ch' un boccone grosso.

Conte Ottavio - E voi siete un bocconcino... (verso Eleonora)

Contessa Eleonora - Via tacete. (ad Ottavio con imperio)

Conte Ottavio - Ma se due dame...

Contessa Clarice - Basta cos, non dite altro. (col medesimo tuono)

Conte Ottavio - Contessa Beatrice...

Contessa Beatrice - Via, quando lo dicono, tacete.

Conte Ottavio - (Ecco qui. Le donne sono tutte puntigli, e noi abbiamo da soffrire senza parlare). (da s)

Conte Onofrio - Io seder presso di voi, se vi contentate. (a Clarice)

Contessa Clarice - Mi fate onore.

Contessa Eleonora - Contessa Beatrice, favorite dirci, chi questa dama.

Contessa Beatrice - una signora di Castellamare.

Contessa Eleonora - (guardando Clarice) Ehi, di Castellamare!

Contessa Clarice - (guardando Eleonora) Castellana!

Conte Lelio - (Principiano ad arruffare il naso). (piano a Beatrice)

Conte Ottavio - (Contessa, siete in un brutto impegno). (piano a Beatrice)

Contessa Beatrice - La nostra signora donna Rosaura, piena di merito. Oltre le ricchezze non ordinarie della sua casa, possiede poi molto spirito, e molta virt.

Contessa Eleonora - ricca? Me ne rallegro. (deridendola)

Contessa Clarice - virtuosa? Brava. (fa lo stesso)

Donna Rosaura - Io non sono n ricca, n virtuosa; ma quello di cui mi pregio, di essere vostra umilissima serva.

Contessa Eleonora - Obbligatissima, ah, ah, ah. (ride, guardando Clarice)

Contessa Clarice - La ringrazio, ah, ah, ah. (ride, guardando Eleonora)

Donna Rosaura - (Come! Mi deridono? E la contessa Beatrice non parla?) (da s)

Conte Lelio - (Prevedo, che voglia nascere qualche brutta scena). (piano a Beatrice)

Conte Ottavio - (Le avete scelte dal mazzo queste due signore). (piano alla detta. Servitori con tre cioccolate)

Contessa Beatrice - Ecco la cioccolata per chi non l'ha bevuta. Noi l'abbiamo presa. (i servitori la portano ad Eleonora)

Contessa Eleonora - Non ne voglio.(i servitori la presentano a Clarice)

Contessa Clarice - L'ho bevuta.

Conte Onofrio - Non la volete? La bever io. (ne prende una chicchera. Servitore va da Ottavio)

Conte Ottavio - Obbligato. L'ho presa.

Contessa Beatrice - Questa signora ha molta stima per le dame palermitane, ed venuta apposta a Palermo per conoscerne alcuna delle pi cortesi, e poter poi rappresentare al di lei paese con quanta urbanit e pulitezza si trattino da noi le persone di merito come lei.

Donna Rosaura - La signora contessa Beatrice mi fa troppo onore.

Conte Lelio - Infatti presso le persone del secondo ordine passa la nostra nobilt per austera e troppo sostenuta; non mal fatto disingannare chi pensa malamente di noi, e dobbiamo ringraziare la signora donna Rosaura, che ci abbia offerta l'occasione di far conoscere al mondo che sappiamo distinguere il merito in ogni rango e in ogni carattere.

Donna Rosaura - Sentimenti propri d'un cavalier generoso.

Conte Ottavio - Mi pare che il signor don Florindo abbia tralasciato di negoziare. (a Rosaura)

Donna Rosaura - S signore. Sono pi di tre mesi.

Conte Onofrio - E poi, una bella donna si ammette per tutto.

Contessa Clarice - Quel giovine, guardate se venuta la mia carrozza. (ad un servitore, e s'alza)

Contessa Eleonora - Contessa, tardi, bisogna ch'io vada. (a Beatrice, e tutti s'alzano)

Donna Rosaura - (Ho inteso. Queste dame non mi vogliono; ma la contessa Beatrice me ne render conto). (da s)

Contessa Beatrice - (Cara amica, vi prego, fatemi questa finezza, dissimulate qualche poco. Soffrite per amor mio. Se sapeste in qual impegno mi trovo, mi compatireste). (va vicino a Clarice, e le parla piano)

Contessa Clarice - (Vi pare una cosa ben fatta? Mettermi a sedere vicino ad una mercantessa?) (a Beatrice, piano)

Conte Lelio - (Cara signora contessa non fate questo dispiacere alla contessa Beatrice, non le fate un affronto di questa sorta). (ad Eleonora, piano)

Contessa Eleonora - (L'affronto l'ha fatto a me, invitandomi a questa bella conversazione). (a Lelio, piano)

Contessa Beatrice - ( una giovane propria e civile, mi stata raccomandata da un ministro della corte. Ella ha dell'altissime protezioni. Credetemi, che questa cosa vuol esser la mia rovina). (a Clarice, piano)

Contessa Clarice - (Se fossi sola, non m'importerebbe, ma ho riguardo per la contessa Eleonora. La conoscete; sapete chi . Una ciarliera, che lo direbbe per tutto. Fate ch'ella se ne vada, e vedrete se le far delle cortesie). (piano a Beatrice)

Conte Lelio - (Finalmente non una plebea; una signora ricca, onesta, e civile; possibile che abbiate cuore di mortificarla cos?). (piano ad Eleonora).

Contessa Eleonora - (A casa mia, o a casa sua non averei difficolt di trattarla, ma qui dove vi sono due altre dame, guardimi il Cielo). (piano a Lelio).

Servitore - Illustrissima, la carrozza non venuta. (a Clarice)

Contessa Clarice - Grand'asino quel cocchiere! Non la finisce mai. Contessa Eleonora, se volete andare, non restate per me, ch'io aspetter la carrozza. (Servitore via)

Contessa Eleonora - Dunque ander io. Amica, compatitemi, non posso pi trattenermi. (a Beatrice) Signora Rosaura, vi riverisco. (sostenuta)

Donna Rosaura - Serva sua. (mortificata)

Contessa Eleonora - (Povera ragazza, mi fa compassione). (a Lelio)

Conte Lelio - (Volete, che andiamo a casa sua a consolarla?).

Contessa Eleonora - (Se credessi che non si sapesse, lo farei volentieri).

Conte Lelio - (Oggi ci parleremo). (ad Eleonora)

Contessa Eleonora - Conte Ottavio, andiamo. (gli d la mano)

Conte Ottavio - Sono a' vostri comandi. Vedete, se anche voi, vi degnate del boccon rifiutato? (ad Eleonora, dandole mano)

Contessa Eleonora - Signor no, non mi degno. Non ho bisogno di voi. (parte scacciando da s Ottavio)

Conte Ottavio - Che maladetti puntigli! Non si sa come vivere, non si sa nemmeno come parlare. Tutto prendono in mala parte; tutto le mette in ardenza. Pur troppo vero: i puntigli delle donne fanno impazzire i poveri uomini (parte).

SCENA XV

La contessa BEATRICE, la contessa CLARICE, DONNA ROSAURA,

il conte ONOFRIO e il conte LELIO.

Donna Rosaura - La carrozza della signora contessa Clarice non ancor venuta, onde per non farla maggiormente arrossire colla mia conversazione, ander via, se mi date licenza. (a Beatrice)

Contessa Clarice - Oh cara donna Rosaura, che dite? Voi avete preso in sinistra parte le mie parole. Godo infinitamente della vostra conversazione, e mi rincresce che l'ora tarda; che per altro vi pregherei lasciarvi servire nella mia carrozza, e vi condurrei per Palermo senza alcuna difficolt. (Il dirlo non mi costa niente). (da s)

Donna Rosaura - Mi sorprende questa vostra inaspettata dichiarazione, la quale non corrisponde certamente al trattamento che ho ricevuto sinora da voi e dalla contessa Eleonora.

Contessa Clarice - Oh, in quanto a quella pazza di Eleonora, non occorre abbadarvi. Ella sempre cos. Anzi mi sar burlata delle sue caricature, e voi avrete creduto, ch'io ridessi di voi. Me ne dispiace infinitamente.

Conte Lelio - (Che femmine accorte! Che femmine maliziose!). (da s)

Contessa Clarice - (Che dite amica, vi do piacere?). (piano a Beatrice)

Contessa Beatrice - (Vi sar eternamente obbligata). Posso assicurarvi, signora donna Rosaura, che la contessa Clarice piena di buon cuore, e non n superba, n puntigliosa.

Contessa Clarice - Guardimi il Cielo! Voglio bene a tutti. Tratto bene con tutti, e non fo male creanze a nessuno. Anzi, per farvi vedere che fo stima di voi, oggi verr a visitarvi (a Rosaura).

Donna Rosaura - Sar infinitamente obbligata alle vostre finezze.

Contessa Beatrice - (Cara amica, quanto vi sono tenuta). (piano a Clarice)

Contessa Clarice - (Lo fo unicamente per voi). (piano a Beatrice)

Conte Onofrio - Ditemi, fate mai venir del salvaggiume dal vostro paese? (a Rosaura)

Donna Rosaura - S signore; spessissimo. Anzi ieri sera mi hanno mandato delle starne.

Conte Onofrio - Oh buone!

Donna Rosaura - Due fagiani.

Conte Onofrio - Oh cari!

Donna Rosaura - E due cotorni.

Conte Onofrio - Oh vita mia!

Donna Rosaura - Se volete venir questa sera a favorirmi, li mangeremo insieme.

Conte Onofrio - S, vengo, vengo. Quando si tratta di salvaggiume, non mi fo pregare.

Donna Rosaura - Se queste dame si degnassero, lo riceverei per onore.

Contessa Beatrice - Non ricuserei le vostre grazie, ma non so se la contessa Clarice vorr venire all'albergo.

Contessa Clarice - Cara contessa Beatrice, queste cose non si dicono nemmeno.

Conte Onofrio - Facciamo una cosa. Mandate qui, e si cener qui da noi. (a Rosaura)

Donna Rosaura - Questo sar per voi troppo incomodo.

Conte Onofrio - Niente affatto. Staremo meglio, e con libert.

Donna Rosaura - E la signora contessa Clarice ci sar?

Contessa Beatrice - In casa mia spererei non dicesse di no.

Contessa Clarice - Quando non vi sia soggezione, verr volentieri.

Conte Onofrio - A tavola non ha da venir altri: siamo anche troppi.

Servitore - Illustrissima, qui la sua carrozza. (a Clarice)

Contessa Clarice - Contessa, a rivederci. (a Beatrice)

Contessa Beatrice - Ricordatevi che vi aspettiamo.

Contessa Clarice - Verr senz'altro.

Donna Rosaura - Spero di godere anticipatamente le vostre grazie. (a Clarice)

Contessa Clarice - Oggi sar da voi. (Vi andr presto, in ora che probabilmente non sar veduta da alcuna dama) (parte).

SCENA XVI

La contessa BEATRICE, DONNA ROSAURA, il conte LELIO ed il conte ONOFRIO.

Conte Lelio - Questa sera, se la signora Beatrice l'accorda, si potrebbe anche fare una piccola festa di ballo.

Contessa Beatrice - Perch no? Che dite, signora donna Rosaura?

Donna Rosaura - Io mi rimetto.

Conte Onofrio - (Amico, la cera costa cara). (piano a Lelio)

Conte Lelio - (La signora Rosaura ne ha portato due casse).

Conte Onofrio - Bene, via, faremo la festa da ballo.

Conte Lelio - Signora Contessa, potete per il ballo invitare qualche altra dama. (a Beatrice)

Conte Onofrio - Per il ballo s, ma per la cena no.

Contessa Beatrice - Non vorrei mi nascesse qualche altro sconcerto.

Conte Lelio - In casa vostra, potete far ballare chi volete.

Contessa Beatrice - Per la mia cara Rosaura far di tutto.

Donna Rosaura - Vi sono molto obbligata. Permettetemi ch'io torni a casa. Mio marito non si veduto, e mi aspetter.

Conte Onofrio - Son qui, vi servir io.

Donna Rosaura - Ricever le grazie del signor conte Onofrio. A rivederci questa sera. (a Beatrice)

Conte Onofrio - Ehi! Non mi aspettate a pranzo, che non vengo. (a Beatrice)

Contessa Beatrice - E dove andate?

Conte Onofrio - Resto colla signora donna Rosaura.

Donna Rosaura - Ma non so, se questa mattina vi sar salvaggiume.

Conte Onofrio - Non importa. So che avete un bravo cuoco. Ci sar qualche buona zuppa. (parte con Rosaura)

SCENA XVII

La contessa BEATRICE ed il conte LELIO.

Contessa Beatrice - E voi, conte Lelio, potete restare a pranzo con me.

Conte Lelio - Ricever le vostre grazie.

Contessa Beatrice - Non vi sar la tavola della signora Rosaura.

Conte Lelio - Vi sarete voi, e tanto basta.

Contessa Beatrice - Che ne dite di quelle due dame?

Conte Lelio - Dico, che vi pi fumo che arrosto.

Contessa Beatrice - Io sono nell'impegno; voglio spuntarla.

Conte Lelio - Se non altro, in grazia della scommessa di cento doppie.

Contessa Beatrice - Ecco qui, subito un rimprovero delle cento doppie.

Conte Lelio - Siamo tra noi.

Contessa Beatrice - Siete incivile. Non si mortificano le dame cos.

Conte Lelio - Ma se nessuno ci sente.

Contessa Beatrice - Vi sento io, e tanto basta.

Conte Lelio - Via, compatitemi. Andiamo a pranzo.

Contessa Beatrice - Andate al diavolo. Io non pranzo con gente, che non sa trattar colle dame. (parte)

Conte Lelio - Ecco, che cosa si avanza colle donne. Sempre puntigli, sempre puntigli! Per buone, per umili, per discrete, che sieno, sono puntigliosissime.


ATTO II

SCENA I

Camera prima nella locanda, con bauli e robe su' tavolini.

DON FLORINDO, PANTALONE e BRIGHELLA.

Don Florindo - Subito, Brighella, ma subito, subito, senza perder tempo, va alla posta, fa attaccare al mio carrozzino quattro cavalli, e fa che il postiglione venga qui col legno immediatamente.

Brighella - Ma volela partir subito? Senza disnar?

Don Florindo - Non cercar di pi, fa quello, che ti ordino, e torna colla risposta.

Brighella - Vado senz'altro. (Oh che matti! Oh che matti! Qualche volta i troppi bezzi i fa dar volta al cervello). (parte)

Pantalone - Donca la vol andar via?

Don Florindo - Quando ritorna a casa la mia signora consorte, voglio che trovi il carrozzino pronto, e che ritorni meco a Castellamare.

Pantalone - Ma perch sta resoluzion repentina?

Don Florindo - Non voglio soggiacere a maggiori affronti. Ne ho sofferti abbastanza.

Pantalone - Ma, la me perdona, l'esser pontiglioso xe proprio delle donne; vorla esser pontiglioso anca ella?

Don Florindo - Il mio risentimento non pu chiamarsi puntiglio, mentre, come voi m'insegnate, il puntiglio non che una pretensione o ridicola, o ingiusta, o eccedente. Ma io non ho che a dolermi del trattamento che qui ricevo, e voglio assolutamente partire.

Pantalone - Se la se fusse degnada de accettar le mie esibizion, no ghe sarave successo sti inconvenienti.

Don Florindo - Dite bene; quella pazza di mia moglie, col fanatismo della nobilt in capo, mi vuole esposto agli scherni e alle derisioni.

Pantalone - E ella la xe tanto debole de lassarse guidar da una donna? Da una donna che gh'ha sta sorte de pregiudizi in testa? Da una donna che va cercando el precipizio della so casa?

Don Florindo - Io sono un uomo di bon cuore. Amo mia moglie, e cerco di compiacerla.

Pantalone - Amar la mugier xe una cossa bona; ma no bisogna amarla a costo della propria rovina. Un mario che ama troppo la mugier, e che per sto troppo amor, se lassa tor la man, se lassa orbar, el xe a pezo condizion d'un omo perso per una morosa. Perch della morosa, illumin che el sia, el se ne pol liberar, ma la mugiera bisogna, co el l'ha segondada a principio, che el la sopporta per necessit; e se la morosa per conservar la grazia dell'amigo qualche volta la cede, la mugier, cognossendo aver dominio sul cuor del mario, la commanda, la vol, la pretende; e el pover'omo xe obblig a accordarghe per forza quello che troppo facilmente el gh'ha accord per amor.

Don Florindo - Sentite, signor Pantalone, vero che amo teneramente mia moglie, come vi ho detto, ma se devo dirvi la verit, non stato l'amore che ho per lei, che mi abbiaunicamente indotto a venir a Palermo.

Pantalone - Xla vegnua per negozi? La podeva vegnir senza mugier,

Don Florindo - Veramente vi sono venuto pi per impegno che per volont. Quasi tutti i mercanti del nostro rango, prendendo una moglie ricca, e di buon parentado, come la mia, sono in una specie di obbligo di far un viaggio con essa, di condurla in qualche citt capitale, per darle divertimento, e per far quello che fanno gli altri.

Pantalone - Questa xe la pi forte rason de tutte. Per far quel, che fa i altri, andar in malora per complimento, farse burlar per usanza. Questa xe la rovina dei omeni, questo xe el desordene delle famegie. Per far quel che fa i altri se se precipita, se se descredita. A cossa serve le zoggie che costa un tesoro, e che tien morto un capital, che poderave fruttar? Per far quel che fa i altri. Perch se va in malora? Perch se fallisse? Per far quel che fa i altri. E per far quel che fa i altri s'ha da far mal? Scusa debole, scusa fiacca, che no fa altro che colorir in ti omeni la mala inclinazion. Se vol far quel che fa i altri, no gh'aveu tanti esempi de zente che opera ben, de zente savia e prudente? Perch no feu quel che fa questi, e voleu far quel che fa quei altri? Sior Florindo, ve parlo con amor, con libert da pare, che ve posso esser. Tol esempio da i boni, no ve cur de i cattivi. Perch le critiche dei cattivi le finisse presto con rossor de quei medesimi che le fa, e le lode dei boni le d credito, le consola, e le stabilisse la quiete dell'omo savio e da ben.

Don Florindo - Voi dite bene, signor Pantalone; ma se sapeste che cosa vuol dire aver una moglie d'intorno, che non s'acquieta mai, forse forse compatireste anche me.

Pantalone - Mi, per grazia del cielo, non ho av de sta sorte de rompimenti de testa, perch no m'ho mai volesto maridar; ma me par, che se fusse st marid, m'averave volesto inzegnar de far a mio modo.

Don Florindo - Ma come avreste fatto?

Pantalone - Con una somma facilit, senza andar in colera.

Don Florindo - Per amor del Cielo, ditemi come avreste fatto?

Pantalone - L'averia lassada dir, senza responderghe e senza abbadarghe.

Don Florindo - E se tutto il giorno vi fosse stata intorno a tormentarvi?

Pantalone - Averia procur de star con ella manco che fosse pussibile; saria st in tel mio mezz, a tender ai mi negozi.

Don Florindo - E se a tavola non avesse fatto altro che rimproverarvi?

Pantalone - Quattro bocconi in pressa, e via.

Don Florindo - E se a letto non vi avesse lasciato dormire, per tenzonare e gridare?

Pantalone - Saria and a dormir in t'un'altra camera.

Don Florindo - E se vi fosse venuta dietro per tutto a strillare, a mortificarvi?

Pantalone - L'averia bastonada. (con impazienza)

Don Florindo - Bastonare una donna civile?

Pantalone - Bastonarla in una camera serrada, che nissun savesse gnente, per salvar el decoro; ma bastonarla.

Don Florindo - E poi?

Pantalone - E po la sarave vegnua via umile umile come un agneletto.

Don Florindo - Dunque mi consigliereste bastonare mia moglie?

Pantalone - No digo sta cossa. No son capace de darghe sta sorte de conseggi. Ma una cossa ghe avverto, e po vago via. Le donne le xe come la pasta da far el pan, o troppo tenera, o troppo dura, o bazzotta. Co l' troppo tenera, bisogna manizarla con delicatezza, e metterghe della farina per ridurla a podersene servir. Co l' bazzotta, ognun xe capace de domarla; ma co la xe dura, ghe vol la gramola, e boni brazzi per gramolar. Sior don Florindo, a bon reverirla (parte).

SCENA II

DON FLORINDO, poi ARLECCHINO.

Don Florindo - Veramente il signor Pantalone dice bene. Son uomo, sono marito, tocca a me a comandare. Mia moglie dovr principiar da oggi a fare a modo mio. Sapr farmi obbedire, sapr farmi stimare. Non dico di bastonarla, perch ella forse bastonerebbe me; ma trover il modo di ridurla, senza strepito e senza violenza. Ehi, moro, dove sei?

Arlecchino - Comandar, patron.

Don Florindo - Hai finito di spazzare i miei panni? Sono all'ordine per riporli?

Arlecchino - Mi aver fatto tutto.

Don Florindo - Presto dunque, riponi ogni cosa in quei bauli, che or ora abbiamo a partire.

Arlecchino - Come! Partir avanti magnar?

Don Florindo - Si manger per viaggio.

Arlecchino - Ah patron, se mi andar viaggio senza magnar, cascar morto in mezzo de strada.

Don Florindo - Via, mangerai qualche cosa prima di partire. Sbrigati, e termina que' bauli.

Arlecchino - Dove star maledetto Brighella?

Don Florindo - Brighella andato fuori di casa d'ordine mio.

Arlecchino - E mi far tutto? Ma se mi fadigar come aseno, seguro voler magnar come porco, patron. (va, e torna con un abito da uomo)

Don Florindo Oh, come vuol arrivar nuova a mia moglie questa mia risoluzione!

Arlecchino - Patron, sentir carrozza; vegnir patrona. (con l'abito)

Don Florindo - Presto, presto, termina il baule; e s'ella t'ordinasse diversamente, seguita a fare il fatto tuo. Dille ch'io te l'ho comandato, che sei in necessit d'obbedirmi, e avverti bene, che se non eseguirai i miei ordini, ti caricher ben bene di bastonate.

Arlecchino - Per so grazia, no per mio merito.

Don Florindo - Voglio terminar di vestirmi, per esser pronto a partire. (parte)

Arlecchino - (mette l'abito nel baule, se ne va a prendere un altro da donna, e mentre va per riporlo, incontra quelli che vengono)

SCENA III

DONNA ROSAURA, il conte ONOFRIO e detto.

Donna Rosaura - Che cosa fai? (ad Arlecchino)

Arlecchino - Metter in baula.

Donna Rosaura - Ma perch?

Arlecchino - Patron commandar.

Donna Rosaura - Non istanno bene gli abiti nel guardaroba?

Arlecchino - No star ben roba Palermo, se patron andar per viazo.

Donna Rosaura - Come? Il padrone in viaggio?

Arlecchino - Andar Castellamar subito senza disnar.

Conte Onofrio - (Oh questa ci vorrebbe!). (da s)

Donna Rosaura - E se egli vuoi andarsene, per che causa ha da portar seco la roba mia?

Arlecchino - Andar patron, andar patrona, e anca povera moretta senza disnar.

Conte Onofrio - (Peggio). (da s)

Donna Rosaura - impazzito mio marito?

Arlecchino - No saver altro: mi metter in baula.

Donna Rosaura - Porta via quell'abito; ponilo dov'era.

Arlecchino Oh, no poder.

Donna Rosaura Portalo, dico, che roba mia.

Arlecchino - No certo, mi no lassar.

Donna Rosaura - Se non lo porti, l'avrai a far meco.

Arlecchino - Se no metter baula, aver da far con patrugna.

Donna Rosaura - O portalo dov'era, o con questo bastone te lo far portar io. (prende il bastone di mano al Conte)

SCENA IV

FLORINDO con bastone e detti.

Don Florindo - O metti quell'abito nel baule, o ti rompo le braccia. (ad Arlecchino)

Arlecchino - (Star fresca, star fresca) (da s)

Donna Rosaura - Che intenzione avete, signor consorte?

Don Florindo - Che andiamo immediatamente a casa nostra.

Conte Onofrio - Senza desinare?

Donna Rosaura - Come? Perch?

Don Florindo - Or ora verr il postiglione col carrozzino attaccato.

Donna Rosaura - L'ho da saper ancor io. Porta via quell'abito. (ad Arlecchino minacciandolo)

Don Florindo - Lascia l quell'abito. (al medesimo minacciandolo)

Donna Rosaura - E perch vorreste fare una simile bestialit?

Don Florindo - Perch degli affronti ne ho ricevuti abbastanza.

Donna Rosaura - Niente per altro? Porta l'abito nel guardaroba. (ad Arlecchino come sopra)

Don Florindo - Metti l'abito nel baule. (al medesimo, come sopra)

Arlecchino - (Star fresco, star fresco). (da s con paura)

Conte Onofrio - Amico, queste risoluzioni repentine sono per lo pi sconsigliate, e importune. Pensateci un poco. Fate una cosa; desinate, e frattanto avrete luogo a riflettere. (a Florindo)

Don Florindo - Vi ho pensato tanto che basta. E voi, signor conte Onofrio, in questo non ci avete da entrare.

Conte Onofrio - C'entro, perch siete mio buon amico.

Don Florindo - Se foste mio amico, non mi avreste piantato qui come un villano, obbligandomi a venire a piedi, quando voi andavate in carrozza.

Donna Rosaura - Veramente mio marito non dice male, e se non avessi avuto riguardo alla contessa Beatrice, non sarei nemmen io venuta nella vostra carrozza.

Don Florindo - Ho piacere che ancor voi comprendiate la verit. (a Rosaura) Metti quell'abito nel baule. (ad Arlecchino come sopra)

Donna Rosaura - Lascia stare. Portalo nel guardaroba. (al medesimo, come sopra)

Conte Onofrio - Io resto stordito di questa cosa. Non ci ho abbadato. Se mi dicevate qualche cosa, vi dava volentieri il mio posto, ed io sarei restato qui ad aspettarvi, e mi sarei divertito col vostro cuoco.

Donna Rosaura - Sentite? Non l'ha fatto a malizia, non l'ha fatto per disprezzo, ma con inavvertenza. Vi domanda scusa, che cosa volete di pi? (a don Florindo) Moro, va via con quell'abito. (ad Arlecchino)

Don Florindo Fermati. (ad Arlecchino) Ma che abbiamo da fare in Palermo? Che cosa possiamo sperare da queste dame?

Donna Rosaura Oh, se sapeste, marito mio, quante cortesie ho ricevute, voi stupireste. Non vero, conte Onofrio?

Conte Onofrio - Verissimo.

Donna Rosaura - Vi era la contessa Eleonora: che galante dama! Vi era la contessa Clarice: che dama compita! Mi hanno fatto tante finezze; mi hanno fatto sedere in mezzo di loro, non si saziavano di lodarmi. Oggi verranno a farmi visita.Stassera verranno tutte alla festa di ballo della contessa Beatrice, staranno col a cena, e noi balleremo e ceneremo con tutte le dame.

Conte Onofrio - E voi ci manderete il vostro salvaggiume e il vostro cuoco. (a Florindo)

Donna Rosaura - (Tutto voglio che mandiate; tutto, anco la cera per il festino). (piano a Florindo)

Don Florindo - Ma come tutto in una volta queste dame si sono mutate?

Donna Rosaura - Basta che una dia principio, tutte le altre corrono dietro. Siamo obbligati alla contessa Beatrice.

Arlecchino - Porto, o metto? (a Florindo, e Rosaura)

Donna Rosaura - Vanne.

Don Florindo - Fermati.

Conte Onofrio - Se sapeste quanto ho operato per voi! Basta, ne parleremo con comodo. Non andate ancora a desinare?

Donna Rosaura - Il conte Onofrio oggi favorisce di pranzar con noi.

Don Florindo - Mi rincresce che, per la risoluzione di partire, non ho fatto preparar nulla.

Conte Onofrio - Oh! Cosa avete fatto? Dov' il cuoco? (a Florindo)

Don Florindo - Sar in cucina.

Conte Onofrio - Presto, presto; cuoco, dove siete? Cuoco. Animo: legne, carbone, in quattro salti facciamo tutto. (parte)

Don Florindo Presto, al cameriere che trovi il bisogno. (parte)

Donna Rosaura - Presto, la padrona di casa, che dia fuori la biancheria. (parte)

SCENA V

ARLECCHINO, poi BRIGHELLA.

Arlecchino - Oh, questa star bella. Cossa mo aver da far? Se star qua, no magnar; se metter robba in baula, patrona bastonar; se portar guardaroba, patron romper brazza. Mi star imbroiada, come pulesa in perucca tegnosa.

Brighella - Dov' el padron?

Arlecchino - Brighella, star vegnuda a tempo.

Brighella - Cossa voler?

Arlecchino - Tegnir abita. (gli d l'abito)

Brighella - Cossa aver da far?

Arlecchino - Quel che ti voler. Cuss mi no metter, mi no portar: n patron, n patrona mi bastonar. (parte)

Brighella - Cost l' un gran matto. Vado a avvisar el patron, che el carrozzin l' pronto. (parte)

SCENA VI

Camera d'udienza nell'appartamento di don Florindo.

DONNA ROSAURA sola.

Manco male, che mi riuscito di acquietar mio marito. L'aveva fatta la risoluzione, e s'io non arrivava in tempo, trovava i bauli sul carrozzino. Per obbligarlo a restare, non stato mal fatto, ch'io gli abbia dipinto diversamente il trattamento delle due dame. Veramente mi hanno fatto ingoiare qualche boccone amaro; ma spero che si cangeranno, e quelle buone grazie che non mi hanno usato stamane, spero che le otterr questa sera. Con le buone maniere, con le parole rispettose e obbliganti, e coi buoni offici della contessa Beatrice, spero d'ottener l'intento. Mi basta una sol volta poter dire di essere stata in una conversazione numerosa di dame, accolta, trattata e ammessa indistintamente con esse. Dopo ci, me ne vado immediatamente alla patria; ma per conseguir un tale onore, farei qualunque gran sacrifizio.

SCENA VII

BRIGHELLA e detta.

Brighella - Lustrissima. Gh' la siora contessa Clarice in carrozza, che la manda l'imbassada per vegnirla a reverir, se la se contenta.

Donna Rosaura - padrona. Chi ha mandato?

Brighella - El braccier.

Donna Rosaura - Digli ch' padrona, e poi torna qui.

Brighella - A Castellamar donca no se va pi?

Donna Rosaura - No, non si va per ora.

Brighella - Se la sentisse, cossa che dise el postiglion.

Donna Rosaura - Bene, che cosa dice?

Brighella - El dise robba del diavolo. El canta de musica come un sopran; (e mi sotto ghe fazzo el basso). (da s; parte, poi torna)

Donna Rosaura - Si vede che la contessa Clarice fa stima di me; manda a farmi l'ambasciata per il bracciere, e non per lo staffiere.

Brighella - (torna) Ghe l'ho dito.

Donna Rosaura - Presto, prepara le seggiole.

Brighella Subito. (tira innanzi due seggiole della camera)

Donna Rosaura - No, no, va in sala, prendi una sedia grande coi bracciuoli.

Brighella - La servo. (va, e torna con un seggiolone antico e pesante)

Donna Rosaura - Ho imparato come si fa. Non mi fo pi burlare.

Brighella - Eccola qua, la pesa che l'ammazza.

Donna Rosaura - Metti l. (gli addita il luogo)

Brighella - Dove? Qua?

Donna Rosaura - No, un poco pi l.

Brighella - Qua, come el trono.

Donna Rosaura - E qui la mia. (in distanza dell'altra)

Brighella - E qua la sua.

Donna Rosaura - Vanne, vanne, che vien la contessa. Alza la portiera.

Brighella - (Figureve cossa che l'ha da far al so paese. L'ha da far inmattir tutta la servit). (da s, parte)

Donna Rosaura - Voglio incontrarla sulla porta.

SCENA VIII

CLARICE e ROSAURA, poi BRIGHELLA.

Contessa Clarice - Riverisco la signora donna Rosaura.

Donna Rosaura - Serva della signora contessa.

Contessa Clarice - Vedete se vi voglio bene, se vi sono venuta a vedere?

Donna Rosaura - Onor ch'io non merito; grazia ch'io ricevo col pi rispettoso sentimento del cuore.

Contessa Clarice - Avete desinato?

Donna Rosaura - Signora no, non ho desinato. Ho bevuto la cioccolata, e mi riserbo a cenar questa sera dalla contessa Beatrice. Vi supplico accomodarvi.

Contessa Clarice - Perch mi volete mettere in sedia d'appoggio? Questa sufficiente. (accenna l'altra, che Rosaura teneva per s)

Donna Rosaura - Di grazia fatemi quest'onore. Quella la vostra sedia, e quello il vostro luogo.

Contessa Clarice - Ma se non m'importa.

Donna Rosaura - Ma se vi prego di questa grazia.

Contessa Clarice - (Che ridicola affettazione!). (da s) Per compiacervi, seder dove volete. (si prova a mettersi a sedere, ma col guardinfante non v'entra a cagion de' bracci del seggiolone) Signora donna Rosaura, non sono in grado di ricevere le vostre finezze.

Donna Rosaura - Perch, signora contessa?

Contessa Clarice - Non vedete? I bracci di questa sedia son tanto stretti, che il guardinfante non ci capisce.

Donna Rosaura - ( vero; non so trovare il ripiego). (da s) Mi dispiace che in questo appartamento non vi sono altre sedie distinte.

Contessa Clarice Eh, a me non m'importa niente. Vi dico che seder qui. (va a sedere sulla sedia, ch'era per Rosaura)

Donna Rosaura - Siete padrona di servirvi come v'aggrada. Ehi? (chiama)

Brighella - Lustrissima.

Donna Rosaura - Senti. Con vostra licenza. (a Clarice; poi parla nell'orecchio a Brighella)

Brighella - Lustrissima s. (parte, e poi torna)

Contessa Clarice - E voi, signora, non sedete?

Donna Rosaura - Or ora seder, se mi date licenza.

Brighella - (viene con un piccolo panchettino, su cui Rosaura siede)

Contessa Clarice - (Oh che freddure, oh che caricature!). (da s)

Brighella - (E viva i matti!). (parte, poi torna)

Contessa Clarice - Nel vostro paese, che porto di mare, e porto mercantile, vi saranno delle stoffe d'oro magnifiche e di buon gusto.

Donna Rosaura - Qualche volta ne vengono delle superbe. Ultimamente ne ho presi tre tagli per far tre abiti, che mi lusingo sieno qualche cosa di particolare.

Contessa Clarice - Li avete portati con voi?

Donna Rosaura - S signora, con idea di farmi far gli abiti da un sartore palermitano.

Contessa Clarice - Mi fareste il piacere di lasciarmi vedere queste stoffe?

Donna Rosaura - Subito vi servo. Ehi? (chiama)

Brighella - Lustrissima.

Donna Rosaura - Osserva in guardaroba, che vi sono quelle tre pezzedi stoffa d'oro; portale qui, e portaci un picciolo tavolino.

Brighella - La servo subito. (Sta' a veder, che la lustrissima vol far botteghetta). (da s) Volela anche el brazzolar?

Donna Rosaura - Animo, sbrigati.

Brighella - (La vorr guadagnar el viazo). (parte, poi torna)

Contessa Clarice - Mi dispiace darvi quest'incomodo.

Donna Rosaura - onor mio il potervi servire.

Contessa Clarice - Vi prego d'una grazia; se vedete la contessa Eleonora, non le dite nulla ch'io sia stata qui da voi.

Donna Rosaura - Sarete obbedita. Ma per qual motivo non volete che mi glori d'aver ricevuto le vostre grazie?

Contessa Clarice - Se sapesse ch'io son venuta da voi senza dirlo a lei, lo avrebbe per male.

Donna Rosaura - puntigliosa?

Contessa Clarice - E come! Basta dire che un'altra volta si disgustata con me per essermi vestita da estate, senza averla avvisata.

Brighella - (col tavolino, e le tre pezze di stoffa; poi parte)

Donna Rosaura - Ecco quanto ho portato meco in tal proposito.

Contessa Clarice - Questa vaga, ma poco ricca.

Donna Rosaura - Riesce meno pesante.

Contessa Clarice - Questo un colore che non mi piace.

Donna Rosaura - colore moderno.

Contessa Clarice Oh, questa poi mi piace infinitamente.

Donna Rosaura - Veramente non pu negarsi che non sia di buon gusto.

Contessa Clarice - Quante braccia sono?

Donna Rosaura - Ventiquattro.

Contessa Clarice - Il bisogno per un andrienne. Ditemi, ve ne privereste?

Donna Rosaura - Veramente l'ho provveduta per mio uso; ma quando si tratta di servire la signora contessa, non ho difficolt di privarmene.

Contessa Clarice - Vi ringrazio infinitamente. Quanto vi costa il braccio?

Donna Rosaura - Quando vi degnate riceverla dalle mie mani, non avete da curarvi di saper quanto costi.

Contessa Clarice - Oh, non sar mai vero ch'io la riceva, senza ch'io vi rimborsi del valore.

Donna Rosaura - Non posso meritar questa grazia?

Contessa Clarice - No assolutamente.

Donna Rosaura - Quand' cos, per obbedirvi, vi dir, ch'ella mi costa tre zecchini il braccio.

Contessa Clarice - Non cara. In tutto quanto importa?

Donna Rosaura - Il conto, io non lo so fare.

Contessa Clarice - Aspettate lo far io. Ventiquattro braccia, a tre zecchini il braccio. Tre volte ventiquattro. Venti e venti quaranta e venti sessanta. Quattro, e quattro otto, e quattro dodici; sessanta, e dodici quanto fa? Sessanta e dieci settanta, e due settantadue. Importa settantadue zecchini.

Donna Rosaura - verissimo. Settantadue zecchini.

Contessa Clarice - Stasera vi porter il danaro dalla contessa Beatrice.

Donna Rosaura - Siete padrona.

Contessa Clarice - Che bella stoffa! Non si pu far di pi. Il disegno vago a maraviglia, l'oro non pu esser pi bello. un drappo che in Palermo non ho veduto il compagno.

Donna Rosaura - Ho piacere che la signora contessa sia contenta.

Contessa Clarice - Credetemi che, oltre il pagamento, mi avete fatto un gran regalo. Bisogna poi dirla: gran Parigi! In Italia, non sanno fare di queste stoffe.

Donna Rosaura - Eppure, signora contessa, assicuratevi, che questa stoffa fatta in Italia.

Contessa Clarice - In Italia! Dove?

Donna Rosaura - Io so di certo ch' stata fatta in Venezia.

Contessa Clarice - Quando non di Francia, compatitemi, non la voglio.

Donna Rosaura - Ma s' tanto bella; se non si pu fare di pi!

Contessa Clarice - Non importa; per esser bella deve esser di Francia.

Donna Rosaura - Queste altre due pezze, sono di Francia, e non hanno che fare con questa.

Contessa Clarice - La voleva dire che queste due erano di Francia. Vedete che finezza d'oro?

Donna Rosaura - Eh, signora contessa, l'opinione che opera. In Italia sanno lavorare al pari di Francia, ma fra noi altre donne corre un certo puntiglio, che la roba forestiera sia meglio dell'italiana, e se i nostri artefici vogliono vendere con riputazione i loro lavori, necessario dare ad intendere che sono manifatture di Francia, e cos sacrificando al maggior guadagno la propria estimazione, si scredita la povera Italia, per la falsa opinione degl'italiani medesimi.

Contessa Clarice - Dite quel che volete; ma io non voglio alcuna stoffa, se non forestiera.

Donna Rosaura - Queste altre due sono forestiere.

Contessa Clarice - Non mi piacciono.

Donna Rosaura - Dunque?

Contessa Clarice - Dunque scusate l'incomodo che vi ho recato (s'alza).

Donna Rosaura - Volete privarmi delle vostre grazie?

Contessa Clarice - In altro tempo goder della vostra conversazione.

Donna Rosaura - Questa sera, dalla contessa Beatrice. Credo che vi sar qualche poco di ballo.

Contessa Clarice - Fa invito?

Donna Rosaura - Non lo so. Voi siete attesa.

Contessa Clarice - Verr a vedere. (Mi daranno regola le circostanze). (da s) Signora donna Rosaura, vi riverisco. (s'incammina per partire)

Donna Rosaura - Serva divota. (resta al suo posto)

Contessa Clarice - (Non fa grazia d'accompagnarmi nemmeno alla porta?). (da s, e si ferma)

Donna Rosaura - Signora, vi occorre qualche cosa?

Contessa Clarice - Queste tappezzerie l'avete portate voi? (camminando)

Donna Rosaura - Signora no. (la seguita)

Contessa Clarice - In quest'altra camera qui, chi ci sta? (camminando)

Donna Rosaura - Vi il guardaroba. (la seguita)

Contessa Clarice - Da questa porta si va in sala? (camminando sino alla porta)

Donna Rosaura - Signora s. (la segue sino alla porta)

Contessa Clarice - Basta cos. Non occorr'altro. (parte)

SCENA IX

ROSAURA, poi BRIGHELLA.

Donna Rosaura - Ora capisco. Si voluta far accompagnare sino alla porta. Sin dove arriva il puntiglio! Ambisce di essere complimentata anche per forza, anche in luogo ove nessuno la vede. Non importa, voglio soffrir tutto per superare il mio punto. Se arrivo ad essere ammessa e ben accettata in una pubblica conversazione di dame, son contenta; ma se ci non mi riesce, prima di partir da Palermo voglio lasciare qualche memoria di me.

Brighella - Lustrissima, un'altra visita. L' qua la signora contessa Eleonora.

Donna Rosaura - La contessa Eleonora? Che stravaganza questa! E dov' ella?

Brighella - In carrozza, che l'aspetta la risposta dell'ambassada.

Donna Rosaura - Ha veduto la contessa Clarice?

Brighella - L' arrivada giusto in tempo che la signora contessa Clarice montava in carrozza. Le s'ha ferm tutte do, le ha fatto un atto d'amirazion, e po le s'ha parl sotto vose, ma mi ho sentido tutto.

Donna Rosaura - E che cosa hanno detto?

Brighella - Ha dito la signora contessa Eleonora a quell'altra: Che cosa fate qui? Responde la signora contessa Clarice: Sono venuta dalla mercantessa a comprar ventiquattro braccia di stoffa d'oro. Brava! (ha dito la signora contessa Eleonora); ed io vengo a comprare della tela d'Olanda.

Donna Rosaura - Possibile che abbiano parlato cos?

Brighella - Le ha dito cuss in coscienza mia.

Donna Rosaura - (Ecco il puntiglio! Una non vuol far credere all'altra d'aver della stima per me. Ma ancora mi convien dissimulare; quando sar tempo di parlare, parler). (da s) Porta via questo tavolino con queste stoffe, acci non dica ch'io vendo la roba a braccio, e di' al bracciere che venga pure, ch' padrona.

Brighella - (Che bella cosa! Vegnir a Palermo a spender i so quattrini per farse burlar). (da s) (parte col tavolino, poi torna)

Donna Rosaura - Parmi un sogno, che la contessa Eleonora venga a casa mia, dopo la scena fatta in casa della contessa Beatrice; o viene per iscusarsi, o viene per insultarmi. Nel primo caso sarebbe troppo umile, nel secondo troppo ardita. Ma siccome saprei far buon uso delle sue giustificazioni, cos saprei anche rispondere alle sue impertinenze. (vedendo ritornar Brighella) Ebbene, dov' la contessa Eleonora?

Brighella - No la s'incomoda, che l' tornada indrio.

Donna Rosaura - ritornata indietro? Perch?

Brighella - Perch vussustrissima ha fatto aspettar el braccier avanti da darghe la risposta.

Donna Rosaura - Asinaccio, sei stato tu, che l'hai fatto aspettare.

Brighella Mi, co la m'ha dito, che vada, son and.

Donna Rosaura - Dovevi andar subito.

Brighella - Mo se la m'ha fatto dir...

Donna Rosaura - Presto, corri; raggiungi la carrozza della contessa Eleonora, dille che il mancamento provenuto da te, ch'io le domando scusa, e che la prego degnarsi di favorirmi.

Brighella - Ma la carrozza la va a forte. La sar lontana...

Donna Rosaura - Va' subito, che ti caschi la testa.

Brighella - Mi son staffier, e no son lacch. (parte)

SCENA X

DONNA ROSAURA, poi il conte ONOFRIO, poi DON FLORINDO.

Donna Rosaura - Questo disordine mi dispiace infinitamente. La contessa Eleonora veniva a domandarmi scusa, e il diavolo ha fatto che se n' andata.

(Il Conte Onofrio col tovagliuolo sulle spalle,

senza spada, mangiando)

Conte Onofrio - Animo, signora donna Rosaura, che la zuppa in tavola.

Donna Rosaura - Dispensatemi, che oggi non desino.

Conte Onofrio - No? Pazienza, mangeremo noi. (parte)

Donna Rosaura - Ho altro in capo che mangiare. Mi sta sul cuore questo inconveniente colla signora contessa Eleonora, spero per altro che si appagher delle mie giustificazioni, e che ritorner a visitarmi.

Don Florindo - Perch non volete venir a pranzo? (a Rosaura)

Donna Rosaura - Perch non ho volont di mangiare.

Don Florindo - Venite almeno per compagnia.

Donna Rosaura - Lasciatemi in pace; non mi disturbate da vantaggio.

Don Florindo - Vi successo qualche inconveniente?

Donna Rosaura - Mi succeduto quello che suol succedere, quando si tiene servit in casa, che non sa il suo mestiere. Una dama venuta per visitarmi, Brighella ha tardato a recar la risposta al bracciere, e la dama si chiamata offesa ed ritornata indietro.

Don Florindo - Toccava a voi a mandar subito la risposta.

Donna Rosaura - Ho spedito Brighella di volo dietro la carrozza per far le mie scuse colla contessa.

Don Florindo - Eccolo, che ritorna.

SCENA XI

BRIGHELLA e detti; poi il conte ONOFRIO, che torna come sopra.

Brighella - Ohim, non posso pi. (affannato)

Donna Rosaura - Presto, che ha detto la contessa Eleonora? Vuole tornare a vedermi?

Brighella - La me lassa chiappar fi. Ho corso come un daino, no posso pi.

Donna Rosaura - Sbrigati, asinaccio.

Don Florindo - Via, abbiate un poco di carit. (a Rosaura)

Brighella - Son arrivado alla carrozza, e l'ho fatta fermar. Me son present alla dama, ho principi a parlar; l'ha interrotto le mie parole, e la m'ha dito che no la se degna de parlar con un staffier; mi voleva seguitar a dir, e ella m'ha fatto dar dal cocchier una scuriada in tel muso, e l' tirada de longo.

Donna Rosaura - Va' via di qua. (a Brighella con collera)

Brighella - Subito la servo. (Questo l' quel, che se guadagna a servir de sta sorte de matti). (parte)

Donna Rosaura - Un affronto al mio staffiere?

Don Florindo - Vostro danno. Impacciatevi con gente par vostra.

Donna Rosaura - E voi ve la passate cos placidamente?

Don Florindo - E che volete ch'io faccia? La dama ha ragione. Quando le volevate far una scusa non conveniva mandare uno staffiere.

Donna Rosaura - E chi avevo da mandare, se voi avete licenziato il cameriere?

Don Florindo - L'ho licenziato stamattina, quando aveva risoluto di andarmene.

Conte Onofrio - Florindo, venite, o non venite?

Don Florindo - Caro signor conte, compatitemi, ho sempre di questi maladetti imbarazzi.

Conte Onofrio - Se non vuol venir ella, almeno venite voi.

Don Florindo - Volete usare questa mala creanza al signor conte? Non volete venire a tavola? (a Rosaura)

Donna Rosaura - Il signor conte mi dispenser.

Conte Onofrio - S, vi dispenso. Anche voi Florindo, se volete restare, restate; basta ch'io lo sappia, del resto manger anche solo, quando si tratta di compiacervi.

Donna Rosaura - Signor conte, favorite di mandarmi il moro.

Conte Onofrio - Subito ve lo mando. (Oh che cappone! Ha tanto di lardo) (parte).

Don Florindo - Che cosa volete fare del moro?

Donna Rosaura - Voglio mandarlo a far le mie scuse colla contessa Eleonora.

Don Florindo - Il moro? fareste peggio.

Donna Rosaura - Il moro non staffiere.

Don Florindo - un servitore, uno schiavo e un buffone.

Donna Rosaura - Dunque andateci voi.

Don Florindo - Io non vi anderei, se mi deste mille zecchini.

Donna Rosaura - Dunque vi ander io.

Don Florindo - A buon viaggio.

Donna Rosaura - E se poi non mi ricevesse?

Brighella - Lustrissima, el conte Lelio.

Donna Rosaura - Venga, venga, che viene a tempo.

Brighella - (Qua no se patisse de indigestion. Sempre in moto). (parte)

Donna Rosaura- Il conte Lelio mi dar norma, come devo contenermi; andate a tener compagnia al conte Onofrio.

Don Florindo - Quando mai finiremo d'impazzire? (parte)

SCENA XII

DONNA ROSAURA e il conte LELIO.

Donna Rosaura - Conte Lelio, avete saputo la scena che ha fatto la contessa Eleonora?

Conte Lelio - So tutto, e tutto accomodato.

Donna Rosaura - Dite davvero? Mi consolate.

Conte Lelio - Siccome la contessa Eleonora si era ridotta a farvi una visita per le mie insinuazioni, cos venuta a cercare di me al casino, e mi ha detto, che l'avete fatta aspettare tre quarti d'ora.

Donna Rosaura - Non vero; nemmeno dieci minuti.

Conte Lelio - Basta, l'ho acquietata, l'ho persuasa a venire stasera dalla contessa Beatrice, dove la vedrete, e potrete anche voi far le vostre scuse.

Donna Rosaura - Caro conte, quanto mai vi sono obbligata!

Conte Lelio - Che non farei per meritarmi l'onore della vostra grazia?

Donna Rosaura - La mia grazia val troppo poco in paragone del vostro merito.

Conte Lelio - Con quanto garbo voi proferite quelle dolci parole!

Donna Rosaura - Volete sedere, contino?

Donna Rosaura - Credete voi, contino mio, che avr questo piacere di stare tutta una sera in una conversazione di dame?

Conte Lelio - Io ne son quasi certo, questa sera alla festa di ballo vi saranno parecchie dame.

Donna Rosaura - Ma che cosa dicono di me?

Conte Lelio - Vi lodano infinitamente.

Donna Rosaura - Mi lodano? Che dicono del mio discorso?

Conte Lelio - Piace a tutte universalmente.

Donna Rosaura - Il mio modo di vestire incontra?

Conte Lelio - Assai.

Donna Rosaura - Spero che, se mi vedranno ballare, faranno miglior concetto di me.

Conte Lelio - Eh, signora mia, il vostro discorso elegante, il vostro portamento grazioso; ma il vostro volto adorabile.

Donna Rosaura - Siete pur grazioso. Andiamo, contino, andiamo a tavola, venite a mangiar la zuppa con me.

Conte Lelio - Mi sono preziose le grazie vostre. (partono)

SCENA XIII

Strada.

Il conte OTTAVIO, poi un PAGGIO della contessa Eleonora con viglietto.

Conte Ottavio - Servir dama? Gran miseria al d d'oggi! Sempre puntigli, sempre puntigli. L'uomo pi flemmatico del mondo, quando si mette a servire una donna, ha da perder la pazienza, voglia, o non voglia. Ecco un paggio della contessa Eleonora.

Paggio - La mia padrona manda questo viglietto a vossignoria illustrissima.

Conte Ottavio - Che fa la vostra padrona?

Paggio - Sta alla tavoletta a correggere i difetti della natura. (parte)

Conte Ottavio - Ma il difetto di essere puntigliosa non lo corregger mai. Vediamo che cosa contiene questo foglio. molto, che dopo essersi dichiarata disgustata meco, sia stata la prima a scrivermi un viglietto. Qualche gran cosa conterr. (legge) Questa sera la contessa Beatrice d una festa di ballo, ed io sono invitata. Quattro cavalieri si lusingano che sia durevole il mio sdegno con voi, e si esibiscono a gara. Io per altro, che mi pregio sopra tutto della costanza, vi voglio preferire per non far ridere a spese vostre i vostri rivali. Ed io credo che non vi sia un cane che la guardi, e che cerchi di me per non andar sola. Sentiamo il resto. La castellana mi ha fatto un'impertinenza. Il conte Lelio ha fatto il possibile per acquietarmi, ed io ho finto di esser placata; ma questa sera far conoscere il mio risentimento. Ecco qui; certe signore cos fatte, osservano minutamente tutti i puntigli, e non abbadano a quello di mantener la parola. Andiamo alla conclusione: Venite dunque immediatamente a mia casa, e se vi preme la mia grazia, e se bramate far vedere pubblicamente che non sono sdegnata con voi, venite disposto a persuadermi con qualche segno di pentimento, che vi dispiace avermi fatto adirare; ed allora torner con voi quale finora sono stata. Vostra amica sincera, chi voi sapete. Oh, questa graziosissima! Ella ha bisogno di me, perch non ha nessuno che l'accompagni, vuol ch'io vada a servirla, e pretende, che le domandi perdono di un'offesa sognata! Che cosa ho da fare? Se non ci vado, commetto un'incivilt. Se ci vado, faccio una figura ridicola. Ma vi ander, perch gi questa sorta di figure ridicole in oggi sono all'ultima moda. Sono curioso di saper qual sia il dispiacere, che la Contessa ha ricevuto da donna Rosaura. Gi m'immagino, sar qualche freddura. Mi dispiace la minaccia ch'ella fa di riscattarsi alla festa di ballo; non vorrei che ella suscitasse qualche sconcerto, ed io dovessi entrare in qualche impegno per sua cagione. Ecco il signor Pantalone. Egli amico della signora donna Rosaura e di suo marito; forse qualche cosa sapr.

SCENA XIV

PANTALONE e detto.

Conte Ottavio - Riverisco il signor Pantalone.

Pantalone - Servitor devotissimo, sior conte.

Conte Ottavio - Ditemi in grazia, quant' che non avete veduto il vostro amico, il signor don Florindo?

Pantalone - Da stamattina in qua.

Conte Ottavio - Sapete che sia succeduto alcun disordine in casa sua?

Pantalone - Mi no so gnente. So che l'aveva destin de partir, e che l'averia fatto da omo a andar via; ma so che quella cara zoggia de so mugier la l'ha torn a voltar, e la l'ha fatto restar a Palermo.

Conte Ottavio - Io dubito che sua moglie voglia essere la sua rovina.

Pantalone - No la saria una gran maraveggia, perch per el pi le femmene, le xe la rovina delle famegie.

Conte Ottavio - Giacch voi siete amico di casa sua, voglio farvi una confidenza da uomo onesto. Sappiate che una dama si chiama offesa dalla signora Rosaura; questa sera si vedranno a una festa di ballo, e non vorrei le succedesse qualche disgrazia.

Pantalone - Mi no so cossa dir. A sior don Florindo ghe voggio ben, e per elo faria de tutto; ma a casa soa son st adesso, e nol ghe xe. Debotto xe notte, e mi no so dove andarlo a trovar; me sala dir chi sia la dama offesa?

Conte Ottavio - Ve la dir in confidenza, ma non mi fate autore. la contessa Eleonora.

Pantalone - Stemo freschi. So che muschietto([2]) che la xe.

Conte Ottavio - Lo so ancor io pur troppo.

Pantalone - La me perdona, se parlo con libert. La sa de che umor stravagante che la xe, e la la serve con tanta attenzion?

Conte Ottavio - Che volete ch'io faccia? Ho principiato a servirla; son nell'impegno, e non so come fare a staccarmi.

Pantalone - Gran cossa xe questa! I omeni i xe arrivai a un segno, che debotto no i gh'ha de omo altro che el nome. Le donne le ghe comanda a bacchetta. Per le donne se fa tutto, e chi vuol ottegnir qualche grazia, bisogna, che el se raccomanda a una donna. Da questo nasse che le donne le alza i registri, e le se mette in testa de dominar. Le xe cosse che fa morir da rider, andar in conversazion dove ghe xe donne coi cavalieri serventi. Le sta l dure impietrie a farse adorar; chi ghe sospira intorno da una banda, chi se ghe inzenocchia dall'altra. Chi ghe sporze la sottocoppa: chi ghe tiol su da terra el fazzoletto. Chi ghe basa la man, chi le serve de brazzo. Chi ghe fa da segretario, chi da camerier, chi le perfumega, chi le sbruffa, chi le coccola, chi le segonda. E elle le se lo dise una con l'altra, le va d'accordo, le se cazza i omeni sotto i pi; el sesso trionfa, e i omeni se reduse schiavi in cana, idolatri della bellezza, profanatori del so decoro, e scandolo della zovent.

Conte Ottavio - Signor Pantalone, per dir il vero, le vostre massime sono ottime, la vostra morale molto giusta.

Pantalone - Sala quante volte che ho fatto de ste lezion anca a sior don Florindo? Ma gnente, no i me ascolta. Onde xemeggio che tasa, che lassa che l'acqua corra per el so canal, e a chi ghe diol la testa, so danno. Ander a cercarlo, ghe dir le parole, ma gnanca sta volta no far gnente; perch el gh'ha una mugier volubile in tel ben, e ustinata in tel mal. (parte)

Conte Ottavio - Questi vecchi parlano bene, ma non si ascoltano. Conosco anch'io che dice il vero, ma non trovo la via di seguitarlo. Ah s! La nostra rovina sono i rispetti umani. (parte)

SCENA XV

Sala per il ballo in casa della Contessa Beatrice, con lumiere, sedie

ed un tavolino in mezzo con varie candele di cera ed una accesa.

Il conte ONOFRIO e SERVITORI che accomodano le candele.

Suonatori per la festa.

Conte Onofrio - Basta cos; la sala bene illuminata. (Queste sei candele le cambier collo speziale in tanto zucchero). (da s)(parte colle sei candele, poi torna)

Servitore - (M'immagino, che all'ultimo si prender anche i moccoli). (da s con rabbia)

Conte Onofrio - Via, andate in cucina, preparate ogni cosa, che vogliono cenar presto. Vi raccomando quei cotornici. Dite al cuoco che faccia con essi una buona zuppa. (il Servo parte) Vorrei che di questi forestieri ne venisse uno alla settimana.

SCENA XVI

BRIGHELLA con un bacile di confettura sotto il tabarro, ed il conte ONOFRIO.

Brighella - Con buona grazia de vussustrissima.

Conte Onofrio - Venite, galantuomo. Che cosa avete l sotto?

Brighella - La padrona la prega perdonar la confidenza, che la se tiol. La gh'ha sto poco de confettura, e la ghe la manda; la se ne servir stassera alla festa da ballo.

Conte Onofrio - Benissimo; ha fatto benissimo. Lasciate vedere. (prende due, o tre manciate di confetti) Andate, consegnate il bacile alla cameriera.

Brighella - (El gha d la so castradina). (parte)

Conte Onofrio - Questi sono buoni per divertirsi, mentre ballano.

SCENA XVII

ARLECCHINO con una guantiera con boccette di rinfreschi, ed uomini con sorbettiere,

ed il conte ONOFRIO; poi la contessa BEATRICE ed il conte LELIO.

Arlecchino - Poder vegnir?

Conte Onofrio - Venir, venir. Che cosa aver?

Arlecchino - Portar acqua, per refrescar.

Conte Onofrio - Lassar veder. (prende due boccette, e se le beve)

Arlecchino - Maledetto! E mai no crepar?

Conte Onofrio - Tegnir, andar. (ripone le due boccette sulla guantiera)

Arlecchino - Mi andar, e ti mandar. (parte cogli uomini).

Conte Onofrio - Quel vino di Canarie mi ha eccitato la sete.

Contessa Beatrice - Ecco le dame che principiano a venire.

Conte Onofrio - Io me ne vado, e vi aspetto a cena. (parte)

Contessa Beatrice - Sonatori, principiate la sinfonia. (sonatori suonano)

SCENA XVIII

La contessa CLARICE servita da un cavaliere, che non parla. Altre due dame con due cavalieri che non parlano. Beatrice va a ricevere le due dame, le quali entrano, servite di braccio da' loro cavalieri. Entrati che sono, Beatrice fa seder le tre dame in mezzo nel primo luogo. I cavalieri siedono discorrendo fra di loro nelle sedie laterali. Lelio siede dall'altra parte, e Beatrice, dopo aver fatto i suoi complimenti colle dame, va a sedere vicino a Lelio; seguita la sinfonia, e frattanto arrivano

ROSAURA e FLORINDO. Beatrice s'alza, e va a riceverla, e la pone a sedere presso a Clarice, poi torna vicino a Lelio. Florindo va presso a' cavalieri. Clarice colle due dame salutano freddamente Rosaura, poi si parlano sottovoce fra di loro. Da l a qualche poco Clarice s'alza, e va vicino a Beatrice, e finge parlare con lei; dopo le altre due dame si alzano, e vanno vicino a Clarice, lasciano Rosaura sola, e parlano sottovoce con Clarice. Florindo s'alza, va per parlare con Rosaura, la quale arrabbiata lo scaccia, ed egli torna al suo posto. Arrivano

La contessa ELEONORA ed il conte OTTAVIO. Beatrice s'alza, va ad incontrarla, e la conduce per sedere presso Rosaura. Ella osserva intorno, e va a sedere in mezzo degli uomini, e resta Rosaura sola. Beatrice, vedendo questo, va ella a sedere presso Rosaura parlandole piano, e Rosaura scuote il capo. Viene in sala

Un BALLERINO, maestro di sala, e terminata la sinfonia, ordina a' sonatori il minu. I sonatori sonano. Il ballerino per ordine di Beatrice va a prender Rosaura, e con essa balla il minu. Frattanto che Rosaura balla, tutte le dame a una per volta partono, e i cavalieri seguitano le loro dame. Lelio per arrestarle s'alza, e le seguita. Rosaura, vedendo andar via la gente, prima di terminare il minu, si rivolta a Beatrice, che va smaniando. I sonatori si fermano.

Donna Rosaura - Come? A me un affronto di questa sorta? (a Beatrice)

Contessa Beatrice - L'affronto lo ricevo io, e lo ricevo per causa vostra.

Don Florindo - Andiamo, andiamo, me ne far render conto. (a Rosaura)

Contessa Beatrice - Da chi ve ne farete render conto?

Don Florindo - Da quello scrocco di vostro marito. (parte)

Contessa Beatrice - Sia maledetto, quando vi ho conosciuto.

Donna Rosaura - Da una dama della vostra sorta, nulla poteva sperar di meglio. (parte)

SCENA XIX

La contessa BEATRICE, poi il conte LELIO, poi il conte ONOFRIO.

Contessa Beatrice - Un affronto alla mia casa? Come mai risarcirlo? Non si parler d'altro per i caff. Sar io la favola di Palermo.

Conte Lelio - Son partite. Non vi stato rimedio di trattenerle.

Contessa Beatrice - E dove sono andate?

Conte Lelio - Tutte in casa della contessa Eleonora.

Contessa Beatrice - Voglio andarvi ancor io.

Conte Lelio - Non fate; vi rimedieremo.

Contessa Beatrice - Voglio andarvi per assoluto. Se non volete venir voi, non m'importa (parte).

Conte Lelio - Vi servir, se cos volete.

Conte Onofrio - Che cosa c'? (a Lelio)

Conte Lelio - Perch la signora Rosaura ha ballato il primo minu, tutte le dame sono andate via. (parte)

Conte Onofrio - Non vi altro male? Quando all'ordine la cena, io non aspetto nessuno. (parte)


ATTO III

SCENA I

Camera solita nella locanda con tavolino e lumi.

DONNA ROSAURA e DON FLORINDO.

Don Florindo - Tant', voglio sfidar alla spada quel mangione del conte Onofrio.

Donna Rosaura - Quando lo volete sfidare?

Don Florindo Subito, domani mattina.

Donna Rosaura - Mi parrebbe di commettere un'azione indegna, se restassi a Palermo sino a domani. Mandate subito a prendere il carrozzino; ordinate che attacchino i quattro cavalli, e avanti che suoni la mezza notte, usciamo da questa citt.

Don Florindo - E mi persuadereste partire senza un qualche risentimento?

Donna Rosaura - Questa una cosa alla quale tocca a pensare a me.

Don Florindo - Ci devo pensar io, che sono vostro marito.

Donna Rosaura - No, Florindo, fidatevi questa volta di me. Pu essere che mi riesca far le vostre vendette, senza sfoderare la spada.

Don Florindo - Eh, che per fare a vostro modo, sinora ho fatto delle bestialit; non voglio che mi meniate pi per il naso.

Donna Rosaura - Ora non vi domando di secondarmi per un capriccio, per un piacere, ma solamente vi chiedo, che siccome sono io stata la cagione di questo male, lasciate fare a me a procurare il rimedio.

Don Florindo - Ditemi che cosa avete intenzione di fare.

Donna Rosaura - No, non lo voglio dire. Bastivi sapere che il pensiero tutto mio, che la vendetta sicura, e che mancher il tempo di farla se inutilmente ci tratteniamo.

Don Florindo - Dunque che abbiamo a fare?

Donna Rosaura - Mandate subito a ordinare il carrozzino con i quattro cavalli.

Don Florindo - E la roba?

Donna Rosaura - La roba si consegner al padron dell'albergo, e la mander poi a Castellamare.

Don Florindo - Volete far uccidere qualcheduno?

Donna Rosaura - Eh, pensate! La vendetta ha da essere senza sangue.

Don Florindo - Io non vi so capire.

Donna Rosaura - Sollecitate, e saprete la mia intenzione.

Don Florindo - Brighella? (chiama)

SCENA II

BRIGHELLA e detti; poi ARLECCHINO.

Brighella - Lustrissimo.

Don Florindo - Va subito alla posta, ordina nuovamente il carrozzino con i quattro cavalli, e d al postiglione, che venga immediatamente, poich voglio da qui a pochi momenti partire.

Brighella - A st'ora? Sala che sar tre ore de notte?

Don Florindo - La porta si far aprire. Va subito; non tardare.

Brighella - (Oh, cossa che vol rider el postiglion!). (parte)

Donna Rosaura - Bravo, ora vedo che mi volete bene, e che vi fidate di me.

Don Florindo - Ma si pu sapere che cosa abbiate intenzione di fare?

Donna Rosaura - Or ora lo saprete. Moro? (chiama)

Arlecchino - Comandar.

Donna Rosaura - Ascolta bene ci che ti ordino, e bada di non fallare.

Arlecchino - Mi star omo, mi no fallar.

Donna Rosaura - Informati dove il palazzo della contessa Eleonora del Poggio. Introduciti bel bello nel primo ingresso, e domanda a quei servitori se col vi sono ancora le dame, ch'erano al festino della contessa Beatrice, e portami subito la risposta.

Arlecchino - No voler altro?

Donna Rosaura - Questo, e non altro; mi preme subito.

Arlecchino - In do salti andar e in quattro salti tornar.

Don Florindo - Dunque le dame, che erano al festino, sono andate dalla contessa Eleonora?

Donna Rosaura - Cos mi ha detto il cocchiere.

Don Florindo - E voi che pensate di fare, dopo che sarete di ci assicurata?

Donna Rosaura - Gran curiosit! Lo saprete da qui a poco tempo.

SCENA III

Brighella e detti.

Brighella - Ho trov el postiglion per strada. Gh' d l'ordene, e adessadesso el sar qua.

Don Florindo - Presto; mettiamoci all'ordine.

Donna Rosaura - Io monto in carrozzino tal qual mi vedete.

Brighella - Gh' l'illustrissimo sior conte Lelio, che li vorria reverir.

Donna Rosaura - Digli che non ci sono.

Don Florindo - Sentiamo che cosa dice.

Donna Rosaura - Non lo voglio ricevere.

Brighella - Cossa gh'io da dir?

Donna Rosaura - Digli che non ci siamo, e se non lo crede, digli che io non lo voglio ricevere.

Brighella - La sar servida. (parte)

Don Florindo - Credete, che il conte Lelio, abbia colpa nell'affronto che ci hanno fatto?

Donna Rosaura - O colpa, o non colpa, non voglio pi nessuno di costoro d'intorno. Vado nella mia camera, e quando viene il carrozzino, avvisatemi (parte).

SCENA IV

DON FLORINDO, poi BRIGHELLA.

Don Florindo - Ora conosce mia moglie la pazzia che aveva nel capo; spero che ci le servir di regola, e per l'avvenire non dar in simili debolezze.

Brighella - L' and via.

Don Florindo - Che cosa ha detto?

Brighella - El s'ha accorto benissimo che no i l'ha volesto, e l'ha dito mastegando: Questo quello che si avanza a usar finezze a questa sorta di gente.

Don Florindo - A questa sorta di gente? Giuro al cielo! Mia moglie dice di vendicarsi, ma non so che cosa far, e dubito di qualche freddura; anch'io voglio cavarmi una soddisfazione. Senti, Brighella, so che sei uomo, e che farai con esattezza quanto ti ordino.

Brighella - La comanda pur, e la veder se so far.

Don Florindo - Sei pratico di Palermo?

Brighella - Ghe son st tanti anni.

Don Florindo - Sapresti ritrovarmi quattro bravi uomini, che fossero buoni da menar le mani?

Brighella - Alla bettola se ne trova quanti se vol.

Don Florindo - Tieni. Questi sono sei zecchini, trova quattro uomini, d loro uno zecchino per uno, conducili al palazzo della contessa Eleonora, e ordina ad essi che bastonino tutti i servitori che escono da quella casa.

Brighella - I servidori?

Don Florindo - S, i servitori.

Brighella - Che colpa gh'ha i poveri servidori?

Don Florindo - Questa una vendetta che ho veduta praticare da molti. Bastonar il servo per far un affronto al padrone.

Brighella - Poverazzi! I me fa pecc.

Don Florindo - Se lo fai, guadagni li due zecchini; se non lo fai, ti licenzio dal mio servizio.

Brighella - Lo far, ma confesso el vero, che me despiase, perch l' un pan che me pol esser reso anca a mi (parte).

Don Florindo - Almeno potr vantarmi di aver fatto una qualche vendetta; si parler almeno di me con qualche stima, con qualche rispetto.

SCENA V

PANTALONE e detto.

Pantalone - Se pol vegnir? (di dentro)

Don Florindo - Venite, venite, signor Pantalone.

Pantalone - L'ho cercada per tutto a bonora, per dirghe una cossa de premura, e no l'ho trovada. Se l'avesse trov in tempo, pol esser, che avesse podesto prevegnir un desordene, che sento a dir che sia nato. Xe la verit che gh' st fatto un affronto? Giera a casa, e i me lo xe vegn a contar.

Don Florindo - Pur troppo la verit.

Pantalone - Se la me avesse bad a mi, no ghe saria successo sto inconveniente.

Don Florindo - Causa mia moglie.

Pantalone - Causa el mario, e no la mugier. Col mario no segonda, la mugier no pol gnente.

Don Florindo - Basta, avete fatto bene a venirmi a favorire, mentre aspetto il carrozzino, e subito parto.

Pantalone - La far come stamattina.

Don Florindo - Non ci pericolo.

Pantalone - E la consorte cossa disela?

Don Florindo - stata ella che mi ha fatto risolvere a partir subito.

Pantalone Ah, donca la va via per conseggio della mugier? Co la lo fa perch la mugier lo conseggia, anca sta volta la far un sproposito.

Don Florindo - Mi persuadereste voi ch'io restassi a Palermo?

Pantalone - Sior s, stamattina l'averia persuaso a andar via; stassera ghe digo che el doveria restar qua.

Don Florindo - Da che nasce la variet della vostra opinione?

Pantalone - Dalla variet delle circostanze. Stamattina l'andava via avanti che ghe fusse st fatto sto affronto, e la so partenza giera un atto de virt, che prevegniva i disordini. Adesso che l'affronto seguo, la so partenza xe un atto de vilt, che mazormente faria rider i so nemici.

Don Florindo - Prima per di partire, daremo segni del nostro risentimento.

Pantalone - Come, cara ella?

Don Florindo - Mia moglie ha in mente il disegno di vendicarsi a dovere, senza far strepito.

Pantalone - Ecco qua: tutto la mugier. Mo cossa xelo elo? La me perdona, un pappagallo?

Don Florindo - Io per la mia parte ho fatto quello che dovevo; e domani si sapr che ho spirito per risarcire le offese fattemi.

Pantalone - Poderavela a un omo che ghe vol ben, come mi, confidar qual sia la so resoluzion?

Don Florindo - Ho mandato quattr'uomini a bastonare i servitori di quelle dame e di quei cavalieri, che al festino mi hanno fatto l'affronto.

Pantalone - Oh bella vendetta! Veramente eroica e da omo de garbo! No me posso tegnir, bisogna che diga quel che sento, e la me cazza via, se la vol, che la gh'ha rason. Per un affronto recevudo dai patroni, far bastonar i servitori? Con che rason? Con che leze? Con che conscienza? Che colpa gh'ha i servitori in tei mancamenti dei so patroni? A questo la ghe dise risarcimento dell'offesa? A questo mi ghe digoingiustizia, crudelt, barbarit; ghe digo maltrattar l'innocente, senza vendicarse dell'offensor. Ma po, se parlemo della vendetta, che razza de vendetta xe questa? Ghe vol assae a trovar quattr'omeni, che a sangue freddo bastona quella povera servit? Sior Florindo caro, tutte pazzie, tutti inganni della fantasia, inganni dell'ambizion, che lusinga i omeni, e ghe d da intender, che la vendetta pi facile sia la pi vera, e che per vendicarse del reo, sia lecito opprimer anca l'innocente.

Don Florindo - Ma dunque, signor Pantalone, che specie di vendetta mi consigliereste voi che io facessi?

Pantalone - Prima de tutto ghe dir che la vendetta non xe mai cossa lecita in nissun tempo, in nissun caso. Ma molto manco quando l'offesa provien da qualche principio, che giustifica l'offensor. Me spiego. L'uso de squasi tutti i paesi del mondo xe che in te le conversazion, in te le reduzion, dove se raduna la nobilt, no se ammetta chi no xe nobile. Mi no ghe digo adesso se sta usanza sia bona o cattiva, perch no voggio intrar in t'una disputa de sta natura, ma ghe digo ben che bisogna uniformarse al costume; e se la nobilt, che xe garante de sto so privilegio, per mantegnirlo in osservanza gh'ha fatto un affronto, l'offesa no se pol dir prodotta da un'ingiustizia, ma pi tosto cercada da chi l'ha recevuda.

Don Florindo - Dunque, da quel che dite, io ho torto.

Pantalone - La gh'ha torto siguro, a pretender quel che no se ghe convien.

Don Florindo - Il male l'ha fatto la contessa Beatrice, la quale per cento doppie ha preso l'impegno d'introdurci nelle adunanze di nobilt.

Pantalone - Benissimo, el so risentimento la lo revolta contro la contessa Beatrice.

Don Florindo - Per questo, voleva sfidare alla spada il conte Onofrio suo marito.

Pantalone - Coss' sta spada? Coss' sta spada? Anca ella xe de quei che crede che un duello possa resarcir ogni offesa? che una sfida sia bastante a render la reputazion a chi l'ha persa? Pregiudizi, errori, pazzie! Sala come che la s'averia da vendicar in sto caso? Ghe dir mi. Farse dar indrio le cento doppie che i gh'ha magn. Star qualche zorno a Palermo; spender, goder, star allegramente con zente civil e da par soo, senza curarse de andar colla nobilt. Far veder che la cognosse el so dover, e buttar la broda adosso della contessa Beatrice. Procurar de far servizio a qualche zentilomo, se la pol; reverirli tutti e respettarli, senza desmestegarse. In sta maniera a poco alla volta tutti ghe correr drio, e allora la poder tornar a casa contento, e la poder dir: no son st in pubblico colle dame e coi cavalieri, ma le dame, e i cavalieri m'ha fatto delle onest e delle finezze in privato.

Don Florindo - Questa una cosa, che mi piace infinitamente; ma non so che cosa avr risoluto mia moglie.

Pantalone - Ma no la se lassa dominar dalla mugier.

Don Florindo - Sentir la di lei intenzione: se sar uniforme al vostro buon consiglio, l'approver; quando no, cercher d'impedirla.

Pantalone - La fazza quel che ghe detta la so prudenza; mi no so pi cossa dir. Son vecchio, xe tardi, vago a casa e vago a dormir. Se la vol bezzi, la manda; se la va via, ghe auguro bon viazo, se la resta se vederemo doman. Ghe auguro la bona notte, bona salute, e la me permetta de dirghe, meggio condotta e un poco pi de giudizio. (parte)

Don Florindo - Che buon vecchio il signor Pantalone; mi ha veramente penetrato nell'animo. Non vorrei che Brighella avesse gi eseguito il mio ordine, e le bastonate a quei poveri servitori fossero corse. Ander io stesso, e se sar in tempo l'impedir; vado e torno in un momento, senza che mia moglie lo sappia (parte).

SCENA VI

Notte. Strada con porta del palazzo della contessa Eleonora.

BRIGHELLA con quattro uomini intabarrati.

Brighella - M'av inteso; un zecchinetto per uno, e baston tutti i servitori che vien fora de sto palazzo.

Bravo - E se venissero a sei, a otto, e bastonassero noi?

Brighella - Us prudenza. Tolli, co i vien a uno, a do alla volta.

Bravo - Credo che, dopo il primo, non ne potremo aver altri.

Brighella - Fe quel che pod. Tol i vostri bezzi, che mi no vi altri fastidi. A revederse. (parte)

Bravo - Ritiriamoci dietro di questa casa, e aspettiamo che n'esca uno. (si ritirano)

SCENA VII

ARLECCHINOdal palazzo della contessa ELEONORA, poi i quattro uomini rimpiattati.

Arlecchino - Aver inteso, aver inteso. Star tutte dame palazzo. Andar subito dir patrona. (escono li quattro uomini, e bastonano ben bene Arlecchino, sinch egli cade in terra, e poi partono) Ahi, aiuto, chi star? Chi me aiutar? No saver gnente. Lassar vita, lassar vita. Aim, star morto, star morto. (cade in terra)

SCENA VIII

DON FLORINDO, e detto.

Don Florindo - O Brighella non ancora qui capitato, o l'ordine gi corso. Parmi veder un uomo disteso in terra.

Arlecchino - Star morto, star morto. (con voce fioca)

Don Florindo - Fosse mai uno dei servitori, che ho fatto bastonare? Me ne dispiacerebbe infinitamente.

Arlecchino - Star morto, star morto. (come sopra)

Don Florindo - Galantuomo, chi siete voi?

Arlecchino - Morto, morto.

Don Florindo - Moro, sei tu?

Arlecchino - No star moro, star morto.

Don Florindo - Oh povero sventurato! Dimmi, sei stato forse bastonato?

Arlecchino - Ahi, patron; povero moretto! Tanto tanto bastonar. (s'alza un poco)

Don Florindo - Chi ti ha dato?

Arlecchino - Mi no saver. Ahi! brazzi tanto doler.

Don Florindo - Dove andavi? Da dove venivi?

Arlecchino - Esser vegn de palazzo, e andar da padrona per risposta portar. Ahi, quanto doler!

Don Florindo - Ora capisco. uscito dal palazzo della Contessa, gli uomini trovati da Brighella l'avranno creduto un servo dei cavalieri, e lo hanno bastonato. Ecco il solito effetto della vendetta; cade sempre in danno del vendicatore. Levati, povero moro, levati.

Arlecchino - No poder.

Don Florindo - Vieni qui, che t'aiuter.

Arlecchino - Caro patron. Poveretto moretto, tanto bastonar. (s'alza)

Don Florindo - Andiamo, ti far medicare.

Arlecchino - Maladetto chi ha fatto mi bastonar, possa diavolo portar chi fatto mi bastonar. Chi mi fatto bastonar, possa per boia impiccar. (parte)

Don Florindo - Tutte queste imprecazioni vengono a me. Tutti gli innocenti oppressi gridano vendetta contro i loro oppressori. (parte)

SCENA IX

Stanze in casa della Contessa Eleonora, con tavolini, lumi e sedie.

La contessa ELEONORA, la contessa CLARICE, il conte OTTAVIO. Cavalieri e dame a sedere indietro, giocando.

Contessa Clarice - Pu darsi temerit maggiore di questa? Una mercantessa sedere in mezzo di tante dame?

Contessa Eleonora - E di pi ballare il primo minu? Principiar ella il ballo?

Contessa Clarice - una cosa che fa inorridire. Pare impossibile, che si dia un caso di questa sorta.

Conte Ottavio - Circa il ballo, stato il ballerino che ha mancato al suo dovere.

Contessa Clarice - Meriterebbe colui, che gli si facessero romper le gambe, acci non ballasse pi.

Contessa Eleonora - Io son capace di fargli fare questo servizio.

Conte Ottavio - Gli fareste una bella burla.

Contessa Eleonora - Pezzo d'asino! Non sa come si tratta! Il primo minuetto toccava a me.

Contessa Clarice - O a voi, o a me. (le dame che sono indietro ridono)

Contessa Eleonora - Sentite quelle signorine: credo che ridano di noi. (a Clarice)

Contessa Clarice - O di voi, o di me.

Conte Ottavio Eh, che non ridono di alcuna di voi. (Or ora si attaccano fra di loro). (da s)

Contessa Eleonora - Ma di tutto causa la contessa Beatrice.

Contessa Clarice - Veramente la contessa Beatrice si portata malissimo.

Contessa Eleonora - Qualche gran cosa l'ha messa in quest'impegno.

Contessa Clarice - Una raccomandazione di un gran ministro.

Contessa Eleonora - Per veder d'impiegar suo marito.

Contessa Clarice - Vedrete che quanto prima avr qualche carica.

Contessa Eleonora - Dopo che ha mangiato tutto il suo, ander a mangiare quello degli altri.

Conte Ottavio - Signore mie, questa mormorazione.

Contessa Eleonora Oh, il signor precettore!

Contessa Clarice - Il signor morale!

Conte Ottavio - Non parlo pi.

SCENA X

Il conte LELIO e detti.

Contessa Eleonora - Oh signor protettore, che fa la sua castellana?

Conte Lelio - Non mi parlate pi di colei.

Contessa Clarice - Che vuol dire? Si disgustato?

Conte Lelio - Spiacendomi d'averla veduta partire in quella maniera dalla festa di ballo, sono andato a casa per ritrovarla, e mi ha fatto dire che non vi era, e non mi ha voluto ricevere.

Contessa Clarice - Vostro danno.

Contessa Eleonora - Imparate a servire delle mercantesse.

Conte Ottavio - Si sar vergognata, e per questo non vi avr ricevuto, non gi con intenzione d'offendervi.

Contessa Eleonora - Mi volevo maravigliare, che il signor conte non la difendesse. (verso Ottavio)

Conte Ottavio - Non parlo pi.

Conte Lelio - Mai pi m'impaccio con questa sorta di gente.

Contessa Eleonora - Contino, giacch non vi la contessa Beatrice, dite, vi dava qualche poco nel genio, non cos?

Conte Lelio - Se vi ho da confessare la verit, non mi dispiaceva.

Contessa Eleonora - Ehi! Come andata?

Conte Lelio - Non ho avuto tempo.

Contessa Clarice - Per altro...

Conte Lelio - Figuratevi.

Contessa Eleonora - Regali le ne avete fatti?

Conte Lelio - Pi d'uno.

Contessa Clarice - Se lo sa la contessa Beatrice, povero voi.

Contessa Eleonora - Che dice Beatrice di noi?

Conte Lelio - nelle furie al maggior segno.

Contessa Eleonora - Merita peggio.

Conte Lelio - Anzi voleva venire a trovarvi qui.

Contessa Clarice - Doveva venire, che ci avrebbe sentito.

Contessa Eleonora - Farla sedere nel primo luogo!

Contessa Clarice - Farla ballare il primo minu!

Conte Ottavio - M'aspetto che di questa gran cosa ne parliate ancora da qui a dieci mesi.

Contessa Eleonora - Quanto vogliamo noi.

Contessa Clarice - Che caro signor correttore!

Conte Ottavio - Non parlo pi.

SCENA XI

La contessa BEATRICE e detti.

Contessa Beatrice - Brave, brave, avete fatto una bella cosa.

Contessa Eleonora - Voi l'avete fatta pi bella.

Contessa Clarice - Abbiamo sofferto anche troppo.

Conte Ottavio - (Ora viene la bella scena). (da s)

Contessa Eleonora - Andarla a metter al primo posto.

Contessa Beatrice - Ecco l il signor protettore, l'ha messa lui. (verso Lelio)

Contessa Eleonora - Bravo.

Contessa Clarice - Bravissimo.

Conte Lelio - Io non ho fatto questa cosa. Non ero io il padrone di casa.

Contessa Beatrice - Se sapeste tutto, innamorato morto di colei.

Contessa Eleonora - E voi lo soffrite? (a Beatrice)

Contessa Clarice - E voi gli fate la mezzana? (alla medesima)

Contessa Beatrice - Che volete ch'io faccia? Me l'ha saputa dare ad intendere; son di buon cuore, non ho potuto dire di no.

Conte Lelio - (Non sanno niente del negozio delle cento doppie). (da s)

Contessa Eleonora - E poi, cara Contessa, farla ballare il primo minu?

Contessa Beatrice - Questa colpa del ballerino.

Contessa Clarice - E voi ve la passate con questa disinvoltura? Non gli fate romper le ossa?

Contessa Beatrice - A quest'ora credo se ne sia pentito.

Conte Lelio - S signora, ha avuto di gi il suo castigo. Egli a tavola col conte Onofrio, che si mangia i fagiani.

Contessa Beatrice - Briccone! Me la pagher. Ma voi altre, che siete amiche, piantarmi cos? Andarvene senza dir nulla?

Contessa Eleonora - In queste cose non vi vogliono complimenti.

Contessa Clarice - Vi andava del nostro decoro.

Contessa Beatrice - Eh via! Che siete puntigliose.

Contessa Eleonora - Brava, siamo puntigliose? Perch non l'avete condotta qui quella signora di tanto merito?

Contessa Beatrice - Per me non la tratter pi certamente.

Contessa Clarice - Non avete impegno con un ministro?

Contessa Beatrice - Quando devo dirvi tutto, l'ho fatto per compiacere unicamente il caro signor conte Lelio.

Contessa Eleonora - Sicch il signor conte Lelio causa di tutto.

Contessa Clarice - Non vi credeva capace di ci. (a Lelio)

Conte Lelio - (Se potessi dir tutto, non parlereste cos). (a Beatrice)

SCENA XII

DONNA ROSAURA e detti.

Contessa Eleonora - Come!

Contessa Beatrice - Qui?

Contessa Clarice - Che temerit questa?

Donna Rosaura - Signore mie, per grazia, per clemenza. Non vengo in conversazione, non vengo per frammischiarmi con voi, vengo a chiedervi scusa, vengo a domandarvi perdono.

Conte Ottavio - Oh, via, signora donna Rosaura, questo troppo.

Donna Rosaura - Conte Ottavio, giacch voi mostrate essere penetrato dalla mia umiliazione, impetratemi voi da queste dame la grazia di poter parlare, assicurandole che non ecceder il mio discorso il periodo di pochi minuti; che alla porta di questo palazzo vi il carrozzino che mi attende per ritornare alla patria mia; e che non venendo io per trattenermi in conversazione, ma per dar loro una ben giusta soddisfazione, posso essere ascoltata, senza offendere le leggi rigorose delle loro adunanze.

Conte Ottavio - Signore mie, che cosa dite? Siete persuase dell'istanza, senza che vi aggiunga niente del mio, per indurvi ad ascoltare una donna, che con tanta civilt ve ne supplica?

Contessa Eleonora - Sentiamo che cosa sa dire.

Conte Ottavio - Parlate, signora donna Rosaura, queste dame ve lo permettono.

Donna Rosaura - Ringrazio queste dame della loro bont; le ringrazio delle finezze che alcuna di esse si degnata farmi in privato, e le ringrazio della libert che mi danno di poter per l'ultima volta ad esse in pubblico favellare. Confesso aver io estese troppo le mire, allorch mi sono lusingata di poter essere ammessa alla loro conversazione; ma spero sar compatita allora che far noti i motivi dai quali derivata in me una tale lusinga. Primieramente rimarcabile essere io allevata in un luogo, ove per ragion del commercio, non vi certa rigorosa distinzione degli ordini, ma tutte le persone oneste e civili si trattano a vicenda, e si conversano senza riserve; onde non temerit l'aver io sperato, con qualche maggior difficolt, poter essere ammessa fra le dame di questa citt. Di ci per altro mi sarei facilmente disingannata, se da persone illibate e sincere fossi stata meglio istruita, e delle vostre leggi avvertita. Quello, che dalla legge proibito, non si pu col denaro ottenere; quello che si pu ottenere col denaro, non si deve credere direttamente opposto alla legge. Onde, se mi fu esibito a contanti l'onor della vostra conversazione, son compatibile, se ho creduto aver anch'io il diritto di potervi aspirare. Parlo senza arcani, mi levo la maschera, e a chi duole, suo danno. La contessa Beatrice con cento doppie mi ha venduta la sua mediazione, e a questo prezzo mi ha assicurato l'accesso alla conversazione delle dame. O ella mi ha ingannato, o voi le avete fatta un'ingiuria. Nel primo caso, siate voi stesse giudici della mia ragione; nel secondo pensi la contessa Beatrice a risentirsi con voi, e a giustificarsi con me. Io nulla voglio n da lei, n da voi. Bastami avervi fatto noto, che non sono n pazza, n debole, n presontuosa. Il carrozzino mi aspetta, mi sollecita mio consorte, torno alla patria, e porter col lamemoria delle vostre grazie e della mia disavventura; anzi in ricompensa della bont che ora avete dimostrata per me, permettetemi che vi avvertisca, che pi di quello avesse potuto pregiudicare al decoro vostro la mia bassezza, deturpa il vostro carattere e la vostra societ una dama ingannatrice e venale. (parte)

SCENA XIII

I suddetti fuori di donna Rosaura, che partita.

Contessa Beatrice - A me questo?

Contessa Eleonora - Fermatevi, contessa Beatrice, non inveite contro di essa, senza prima giustificarvi. Avete voi avuto le cento doppie?

Contessa Beatrice - Le cento doppie le ho vinte per una scommessa.

Contessa Eleonora - E che cosa avete scommesso?

Contessa Beatrice - Cadde la scommessa sull'ora del mezzogiorno.

Contessa Eleonora - Eh, che non si scommettono cento doppie per queste freddure! Se le aveste perse, come le avreste pagate?

Contessa Beatrice - Se nol credete, chiedetelo al conte Lelio.

Contessa Eleonora - Conte, in via d'onore, da Cavaliere qual siete, e sotto pena di essere dichiarato mendace se non dite la verit, narrate voi la cosa com'.

Conte Lelio - Voi mi astringete a farlo con un forte scongiuro, e la signora donna Rosaura mi fa arrossire con i suoi giusti risentimenti. Contessa Beatrice, voi avete avuto le cento doppie per introdurla, ed io per mia confusione ho stabilito il contratto.

Contessa Beatrice - E voi in prezzo della mediazione avete avuto l'orologio d'oro.

Conte Ottavio - Oim! Che orribili cose ci tocca a' giorni nostri a sentire! Una dama vende la sua protezione, mercanteggia sull'onore della nobilt; mette a repentaglio il decoro della citt, della nazione, dell'ordine nostro, del nostro sangue? Un cavaliere non solo tollera e permette che si profanino i diritti delle nostre adunanze, ma vi coopera, e vi presta la mano, e ne promuove gli scandali? Dame, cavalieri, ascoltatemi: osservare minutamente i puntigli cosa, che qualche volta ci pone in ridicolo; ma conservare illibato il nostro ordine, scacciar da noi chi lo deturpa con indegne azioni, questo il vero puntiglio della nobilt. La contessa Beatrice, il conte Lelio non sono degni della nostra conversazione.

Conte Lelio - (Il rimorso mi confonde. Il nuovo sole non mi vedr pi in Palermo). (da s, parte)

Contessa Beatrice - A una dama mia pari si fanno di questi insulti?

Contessa Eleonora - Tacete, che le dame non trattano come voi.

Contessa Beatrice - Domani ne parleremo.

Conte Ottavio - Domani vostro marito sar chiamato da chi s'aspetta.

Contessa Beatrice - (Domani ander in campagna, e non mi vedranno mai pi). (da s, parte)

SCENA ULTIMA

La contessa ELEONORA, la contessa CLARICE, il conte OTTAVIO, dame e cavalieri.

Conte Ottavio - Signore mie, per rimediare in parte al discapito della nostra riputazione, direi che fosse ben fatto unire fra di noi le cento doppie, e farle avere alla signora Rosaura, prima della sua partenza. Io ne esibisco trenta, che tengo in questa borsa. (fa vedere una borsa con varie monete)

Contessa Eleonora - Per parte mia, eccone sei. (mette sei doppie nella suddetta borsa)

Contessa Clarice - Ed io ve ne posso dar otto. (fa lo stesso)

Conte Ottavio - E voi dame, e voi cavalieri, concorrete a quest'opera degna di noi? (va dai cavalieri e dalle dame, e tutti gli danno denari) Ecco raccolte le cento doppie. Andr a presentarle per parte della nobilt alla signora donna Rosaura.

Contessa Eleonora - La contessa Beatrice non la pratico pi.

Contessa Clarice - Nemmen io mi degno pi di farmi vedere con lei.

Conte Ottavio - In questa occasione non disapprovo che facciate le puntigliose. Non decoro delle persone onorate trattar con gente venale, che non sa sostenere il suo grado. Ognuno cerchi di conversare con chi pu rendergli egual onore; ma niuno aspiri a passar i limiti delle sue convenienze, servendogli d'esempio il fatto comico di donna Rosaura.

fine della commedia


([1]) Povero agghiacciato, cio miserabile [Nota dell'A.]

([2]) muschietto: testa bizzarra, difficile [Nota dell'A.]

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