Le furberie di Scapino

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LE FURBERIE DI SCAPINO

LE FURBERIE DI SCAPINO

di Molière

Personaggi

ARGANTE, padre di Ottavio e di Zerbinetta

GERONTE, padre di Leandro e di Giacinta

OTTAVIO, figlio di Argante e innamorato di Giacinta

LEANDRO, figlio di Geronte e innamorato di Zerbinetta

ZERBINETTA, creduta zingara e riconosciuta come figlia di Argante, innamorata di Leandro

GIACINTA, figlia di Geronte e innamorata di Ottavio

SCAPINO, scaltro servo di Leandro

SILVESTRO, servo di Ottavio

NERINA, nutrice di Giacinta

CARLO, un poco di buono

DUE UOMINI

Scene

L'azione si svolge a Napoli.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Ottavio, Silvestro

OTTAVIO - Che brutte notizie per un innamorato! In quali difficoltà mi trovo! L'hai saputo al porto che mio padre ritorna?

SILVESTRO - Sì.

OTTAVIO - Che arriva questa mattina?

SILVESTRO - Proprio stamattina.

OTTAVIO - E che torna con il proposito di darmi moglie?

SILVESTRO - Sì.

OTTAVIO - La figlia del signor Geronte?

SILVESTRO - Del signor Geronte.

OTTAVIO - E che questa ragazza viene da Taranto per sposarmi?

SILVESTRO - Sì.

OTTAVIO - Queste notizie le hai sapute da mio zio?

SILVESTRO - Da vostro zio.

OTTAVIO - Informato da mio padre con una lettera?

SILVESTRO - Con una lettera.

OTTAVIO - E questo zio sarebbe al corrente di tutti i nostri affari?

SILVESTRO - Tutti i nostri affari.

OTTAVIO - Ma parla, insomma, non farti strappare le parole di bocca.

SILVESTRO - Cosa devo dirvi di più? I fatti ormai li sapete.

OTTAVIO - Consigliami, dimmi cosa devo fare in questo difficile momento.

SILVESTRO - In realtà sono imbarazzato quanto voi e avrei io stesso bisogno che qualcuno mi consigliasse.

OTTAVIO - Questo maledetto ritorno mi rovina.

SILVESTRO - E rovina anche me.

OTTAVIO - Quando mio padre saprà tutto, un uragano di rimproveri si scatenerà su di me.

SILVESTRO - Vi preoccupate dei rimproveri? Magari si limitasse a questo nei miei riguardi! Io temo di dover pagare assai più care le vostre pazzie già vedo da lontano addensarsi una nube di bastonate.

OTTAVIO - Come cavarmi da questa situazione, Silvestro?

SILVESTRO - Dovevate pensarci prima.

OTTAVIO - Tu vuoi vedermi morto.

SILVESTRO - Sarò io a morire per causa vostra.

OTTAVIO - Cosa devo fare? Che decisione prendere? A quale rimedio ricorrere?

SCENA SECONDA

Scapino, Ottavio, Silvestro

SCAPINO - Che c'è, signor Ottavio, che avete? Siete tutto sconvolto.

OTTAVIO - Ah, Scapino mio, son perduto, son disperato, sono il più disgraziato degli uomini.

SCAPINO - Come mai?

OTTAVIO - Non hai saputo quello che mi capita?

SCAPINO - No.

OTTAVIO - Mio padre arriva con il signor Geronte, e vogliono darmi moglie.

SCAPINO - Ebbene, che c'è di tanto terribile?

OTTAVIO - Allora non sai la causa della mia agitazione?

SCAPINO - No, ma sono pronto ad ascoltarvi, perché io so consigliare, come so interessarmi ai problemi della gioventù.

OTTAVIO - Ah, Scapino, se tu riuscissi ad inventare qualcosa, insegnarmi una scappatoia, ti sarei debitore più che della vita.

SCAPINO - A dir la verità, quando mi ci metto, poche cose sono impossibili per me. Ho ricevuto dal cielo un talento per tutte quelle trovate di spirito, quegli ingegnosi intrighi amorosi, che la gente ignorante chiama furfanterie. Posso dire, senza vanità, che non si è mai visto un uomo più abile in macchinazioni e intrighi, che abbia acquistato maggior gloria di me in questo nobile mestiere. Purtroppo il merito oggi è troppo screditato e ho rinunciato a tutto da quando ebbi un dispiacere per un certo fatto che mi capitò.

OTTAVIO - Che fatto?

SCAPINO - Un'avventura per cui mi disgustai con la giustizia.

OTTAVIO - La giustizia!

SCAPINO - Sì, avemmo una specie di diverbio.

SILVESTRO - Tu e la giustizia?

SCAPINO - Sì, e mi trattò molto male. E io me la presi talmente contro l'ingratitudine del mondo che decisi di smetterla. Ma continuate il vostro racconto.

OTTAVIO - Tu sai che due mesi fa il signor Geronte e mio padre s'imbarcarono insieme per un viaggio riguardante affari che hanno in comune.

SCAPINO - Lo so.

OTTAVIO - E che Leandro e io fummo affidati dai nostri rispettivi padri: io a Silvestro e Leandro a te.

SCAPINO - E io ho fatto fino in fondo il mio dovere.

OTTAVIO - Poco tempo dopo, Leandro incontrò una giovane zingara della quale si innamorò.

SCAPINO - So anche questo.

OTTAVIO - Poiché siamo molto amici, mi confidò il suo amore e mi fece conoscere questa ragazza, che per la verità non trovai poi così bella. Ogni giorno non faceva che parlarmi di lei, ogni momento mi esaltava la sua bellezza e la sua grazia, e mi parlava con entusiasmo dell'incanto della sua conversazione che mi riferiva parola per parola, pretendendo che la trovassi la più spiritosa di questo mondo. Talvolta mi rimproverava di dimostrare così poca sensibilità e biasimava la mia indifferenza.

SCAPINO - Ancora non vedo dove vuole arrivare.

OTTAVIO - Un giorno, mentre lo accompagnavo in casa di coloro presso i quali abita il suo amore, udimmo dei lamenti misti a singhiozzi provenire da una modesta casetta sita in una strada solitaria. Chiedemmo di cosa si trattasse. Una donna ci disse, sospirando, che da certi stranieri stava accadendo qualcosa di così penoso che, a meno di essere insensibili, ci avrebbe certo commosso.

SCAPINO - Dove vuole andare a parare?

OTTAVIO - Incuriositi, entriamo in una stanza, dove troviamo una vecchia morente, assistita da una serva che si lamenta e da una ragazza in lacrime, la più bella e seducente che si possa immaginare.

SCAPINO - Ah! Ah!

OTTAVIO - Un'altra sarebbe sembrata orribile in quello stato. Indossava una logora sottana e un giubbetto da notte di semplice fustagno, e in testa una cuffia gialla che le lasciava cadere in disordine i capelli sulle spalle. Tuttavia, anche così, era meravigliosa tutto in lei era grazia e leggiadria.

SCAPINO - Adesso capisco dove va a parare.

OTTAVIO - Se l'avessi vista, Scapino, come l'ho vista io, ne saresti rimasto incantato.

SCAPINO - Non ne dubito. Anche senza averla vista, sono convinto che fosse splendida.

OTTAVIO - Le sue non erano lacrime che sfigurano il viso. Nel piangere aveva una grazia commovente e il suo dolore era il più bello del mondo.

SCAPINO - Capisco benissimo.

OTTAVIO - Mentre si gettava amorosamente sul corpo della moribonda chiamandola cara madre, ci faceva piangere tutti. Non si poteva restare insensibili di fronte a tanta bontà.

SCAPINO - Capisco, è stata questa bontà a farvi innamorare.

OTTAVIO - Scapino mio, anche un selvaggio si sarebbe innamorato.

SCAPINO - Sicuro, come farne a meno?

OTTAVIO - Dopo aver cercato con qualche parola di conforto di mitigare il dolore della bella infelice, uscimmo. Chiesi a Leandro come gli sembrasse la fanciulla e lui mi rispose che era abbastanza graziosa. Risentito della freddezza con cui ne parlava, non volli confessargli l'effetto che la sua bellezza mi aveva procurato.

SILVESTRO - Se non abbreviate il racconto, ne avremo fino a domani. Lasciatelo finire a me in due parole da quel momento il suo cuore s'infiamma. Ormai egli non vive che per consolare l'incantevole afflitta, ma le sue frequenti visite sono respinte dalla serva, diventata governante dopo la morte della madre. Di qui gran disperazione. Egli insiste, supplica, scongiura niente da fare. Gli dicono che la fanciulla, pur povera e senza appoggi, è di buona famiglia e, a meno che non la sposi, le sue assiduità non saranno più permesse. Gli ostacoli accrescono il suo amore. Egli riflette, si sente combattuto, ragiona, esita, si decide ed eccolo sposato da tre giorni.

SCAPINO - Comprendo.

SILVESTRO - Mettici ora il ritorno imprevisto del padre, che doveva arrivare tra due mesi, lo zio che scopre il matrimonio segreto e l'altro matrimonio che gli hanno combinato con la figlia che il signor Geronte ha avuto dalla seconda moglie, sposata a Taranto.

OTTAVIO - E a tutto questo aggiungi la povertà in cui si trova quella cara fanciulla e la mia impossibilità di darle un aiuto.

SCAPINO - Tutto qui? Vi perdete per un'inezia. Non è il caso di allarmarsi tanto. Non ti vergogni di arrenderti per così poco, Silvestro? Che diavolo! Sei grande e grosso e non sai escogitare qualche ingegnoso espediente, qualche piccolo stratagemma per risolvere la situazione? Che citrullo! Se in altri tempi avessi avuto io a che fare con i due vecchi, li avrei messi nel sacco tutti e due! Non ero più alto di così ed ero già famoso per cento trovate una meglio dell'altra.

SILVESTRO - Ammetto di non possedere né il tuo talento né la tua abilità nell'inimicarmi la giustizia.

OTTAVIO - Ecco la mia cara Giacinta.

SCENA TERZA

Giacinta, Ottavio, Scapino, Silvestro

GIACINTA - Ottavio, è vero quel che Silvestro ha detto a Nerina: tuo padre sta per tornare e vuole darti moglie?

OTTAVIO - Sì, cara Giacinta e questo è un colpo tremendo per me. Ma cosa fai? Piangi! Perché? Mi sospetti di qualche infedeltà, non sei sicura del mio amore?

GIACINTA - Sì, Ottavio, sono sicura che mi ami, ma non che mi amerai per sempre.

OTTAVIO - Come posso essere innamorato di te senza amarti per tutta la vita?

GIACINTA - Voi uomini siete meno costanti di noi donne e la passione che dimostrate è un fuoco che si spegne con la stessa facilità con cui si accende.

OTTAVIO - Il mio cuore, adorata Giacinta, non è come quello degli altri uomini e sento che ti amerò fino alla morte.

GIACINTA - Voglio credere che tu senta ciò che dici e non dubito affatto che le tue parole siano sincere, ma temo che qualche evento possa ostacolare i teneri sentimenti che nutri verso di me. Dipendi da un padre che vuol darti per moglie un'altra e, se ciò dovesse accadere, sono sicura che ne morrò.

OTTAVIO - Non c'è padre che possa costringermi a mancarti di parola. Rinuncerei piuttosto al mio paese e alla vita stessa se occorresse, piuttosto che abbandonarti. Sento già avversione, prima di vederla, per colei che mi è stata destinata e, senza cattiveria, mi augurerei che il mare la tenesse lontana da qui per sempre. Non piangere dunque, ti prego, mia adorata, le tue lacrime mi straziano il cuore.

GIACINTA - Poiché me lo chiedi, asciugherò le lacrime e attenderò la con fiducia ciò che il cielo ha stabilito.

OTTAVIO - Il cielo ci sarà favorevole.

GIACINTA - Non potrà essermi contrario, se mi sarai fedele.

OTTAVIO - Lo sarò certamente.

GIACINTA - E allora io sarò felice.

SCAPINO - (tra sé) Non è poi tanto sciocca! E la trovo anche passabile.

OTTAVIO - (indicando Scapino) Ecco un uomo che potrebbe essere per noi, se lo volesse, un aiuto prezioso.

SCAPINO - Ho giurato di non immischiarmi più nelle faccende del prossimo, ma se mi pregate con insistenza tutti e due, forse...

OTTAVIO - Se basta pregare con insistenza per ottenere il tuo aiuto, io ti scongiuro con tutto il cuore di prendere il timone della nostra barca.

SCAPINO - (a Giacinta) E voi, non mi dite nulla?

GIACINTA - Io vi scongiuro, come lui, per tutto ciò che avete di più caro al mondo, di aiutare il nostro amore.

SCAPINO - Come si fa a non lasciarsi commuovere? Avete vinto, mi occuperò di voi.

OTTAVIO - Credi che...

SCAPINO - Zitto! (A Giacinta) Voi, andate e fidatevi di me. (A Ottavio) E voi preparatevi ad affrontare con fermezza vostro padre.

OTTAVIO - Ti confesso che questo incontro mi fa già tremare. Non so in che modo riuscirò a vincere là mia naturale timidezza.

SCAPINO - Occorre, invece mostrarsi subito decisi, se non volete che vi tratti come un bambino. Suvvia, un po' di coraggio, preparatevi a rispondere con risolutezza.

OTTAVIO - Farò del mio meglio.

SCAPINO - Su, proviamo la vostra parte e vediamo come ve la cavate. Cominciamo. Aspetto impavido, testa alta, sguardo fermo.

OTTAVIO - Così?

SCAPINO - Un po' di più.

OTTAVIO - Così?

SCAPINO - Bene. Ora immaginate che io sia vostro padre che arriva e rispondetemi fermamente come se fossi lui. «Come! Canaglia, fannullone, infame, figlio indegno di un padre come me, osi comparirmi davanti dopo il vile tiro che mi hai giocato durante la mia assenza? È questo il risultato dei miei sacrifici, furfante? È questo il risultato? Il rispetto che mi devi? Il rispetto che hai per me? Hai l'ardire, briccone, di impegnarti senza il consenso di tuo padre, di contrarre un matrimonio clandestino? Rispondi, birbante, rispondimi. Sentiamo le tue ragioni!». Che diavolo! Restate interdetto?

OTTAVIO - Perché mi par di sentire parlare proprio mio padre.

SCAPINO - Perciò non dovete mostrarvi remissivo.

OTTAVIO - Mi mostrerò più risoluto e risponderò con coraggio.

SCAPINO - Sicuro?

OTTAVIO - Sicuro.

SILVESTRO - Ecco vostro padre che arriva.

OTTAVIO - Cielo! Sono perduto.

SCAPINO - Ottavio, fermatevi, Ottavio! Eccolo scappato. Che vigliacco. Ma non facciamo aspettare il vecchio.

SILVESTRO - Che gli dirò?

SCAPINO - Lascia parlare me e assecondami.

SCENA QUARTA

Argante, Scapino, Silvestro

ARGANTE - (credendosi solo) Si è mai sentita una cosa simile?

SCAPINO - (a Silvestro) Conosce già i fatti: l'hanno tanto colpito che ne parla da solo.

ARGANTE - (c.s) Ci vuole un bel coraggio!

SCAPINO - (a Silvestro) Ascoltiamolo.

ARGANTE - (c.s) Vorrei proprio sapere cosa potranno dirmi di questo bel matrimonio.

SCAPINO - (tra sé) Ci abbiamo già pensato.

ARGANTE - (c.s) Negheranno il fatto?

SCAPINO - (c.s) Non ci pensiamo neppure.

ARGANTE - (c.s) O tenteranno di giustificarlo?

SCAPINO - (c.s) Questo potrebbe essere.

ARGANTE - (C.S) Pretenderanno di darmela a bere?

SCAPINO - (c.s) Forse.

ARGANTE - (c.s) Tutti i loro discorsi saranno inutili.

SCAPINO - (c.s) Lo vedremo.

ARGANTE - (c.s) Non me la faranno.

SCAPINO - (c.s) Non ci giurerei.

ARGANTE - (c.s) Saprò mettere quella canaglia di mio figlio in luogo sicuro.

SCAPINO - (c.s) Provvederemo noi.

ARGANTE - (c.s) E quel furfante di Silvestro, lo spezzerò di bastonate.

S!LVESTRO (a Scapino) Stavo in pensiero che mi avesse dimenticato.

ARGANTE - (scorgendo Silvestro) Eccovi finalmente, saggio custode della famiglia, ottimo tutore di giovani.

SCAPINO - Signore, sono felice di vedervi di ritorno.

ARGANTE - Buongiorno, Scapino. (A Silvestro) Avete eseguito i miei ordini davvero in maniera eccellente e mio figlio si è comportato assai saggiamente durante la mia assenza.

SCAPINO - A quanto vedo, state molto bene.

ARGANTE - Sì, abbastanza. (A Silvestro) Tu, furfante, non dici una parola.

SCAPINO - Avete fatto buon viaggio?

ARGANTE - Buonissimo. Ma lasciami litigare in pace.

SCAPINO - Volete litigare?

ARGANTE - Sì, voglio litigare.

SCAPINO - Con chi, signore?

ARGANTE - (indicando Silvestro) Con quello là.

SCAPINO - Perché?

ARGANTE - Non sai quello che è accaduto durante la mia assenza?

SCAPINO - Ho sentito qualche cosetta.

ARGANTE - Come, qualche cosetta? Un'azione di questa fatta?

SCAPINO - Un po' di ragione l'avete.

ARGANTE - Un'audacia simile?

SCAPINO - Questo è vero.

ARGANTE - Un figlio che si sposa senza il consenso del padre?

SCAPINO - Sì, questo è discutibile. Ma secondo me non è il caso di fare tanto chiasso.

ARGANTE - E invece io voglio fare tutto il chiasso che mi pare e piace. Non trovi che abbia tutte le ragioni del mondo per essere in collera?

SCAPINO - Certo. Anch'io lo ero quando ho saputo la cosa e ho preso le vostre parti, fino a questionare con vostro figlio. Domandategli un po' quanti rimproveri gli ho fatto, e come l'ho biasimato per il poco rispetto verso un padre del quale dovrebbe baciare la terra dove cammina. Voi stesso non avreste saputo parlare meglio. Ma infine mi sono arreso alla ragione e ho capito che in fondo non ha tutti i torti.

ARGANTE - Cosa mi stai raccontando? Non ha tutti i torti di andarsi a sposare di punto in bianco con una sconosciuta?

SCAPINO - Che volete farci? È stato spinto dal destino.

ARGANTE - Ah! Ah! Ecco una spiegazione eccellente. Allora si possono commettere tutti i crimini immaginabili, ingannare, rubare, assassinare e poi trovare la scusa che si è stati spinti dal destino.

SCAPINO - Mio Dio! Prendete le mie parole troppo alla lettera. Volevo semplicemente dire che si è trovato fatalmente impegnato in questa faccenda.

ARGANTE - E perché si è impegnato?

SCAPINO - Pretendereste che fosse saggio quanto voi? I giovani sono giovani e non hanno tutta la prudenza necessaria per fare soltanto cose ragionevoli. Ne è prova il nostro Leandro che, malgrado tutte le mie lezioni, si è comportato assai peggio di vostro figlio. Mi chiedo se non siete stato giovane anche voi e se non avete fatto, ai vostri tempi, delle scappatelle come tutti. Ho sentito dire che allora gradivate assai la compagnia delle belle donne, che eravate molto galante e che non ne avvicinavate una senza andare fino in fondo.

ARGANTE - Questo è vero, siamo d'accordo, ma mi sono sempre limitato alle galanterie e non sono mai arrivato a ciò che ha fatto lui.

SCAPINO - Che volevate che facesse? Incontra una ragazza che gli vuol bene, l'ha preso da voi, di essere amato da tutte le donne. La trova incantevole. Le fa delle visite, le dice paroline dolci, la corteggia, s'infiamma. Ella si arrende, lui ne approfitta. Ma i parenti scoprono tutto e con la forza lo costringono a sposarla.

SILVESTRO - (tra sé) Che furbo matricolato!

SCAPINO - Avreste preferito che si fosse fatto uccidere? Meglio sposato che morto.

ARGANTE - Non mi hanno detto che le cose sono andate così.

SCAPINO - (indicando Silvestro) Chiedetelo a lui. Non vi dirà certo il contrario.

ARGANTE - (a Silvestro) Si è dovuto sposare per forza?

SILVESTRO - Sì, signore.

SCAPINO - Perché dovrei mentirvi?

ARGANTE - Allora doveva andare subito da un notaio a denunciare la violenza.

SCAPINO - Egli non ha voluto farlo.

ARGANTE - Ciò avrebbe reso più facile l'annullamento del matrimonio.

SCAPINO - L'annullamento del matrimonio?

ARGANTE - Sì.

SCAPINO - Voi non farete questo.

ARGANTE - Non lo farò?

SCAPINO - No.

ARGANTE - Perché? Non ho forse i miei diritti di padre e il motivo della violenza fatta a mio figlio?

SCAPINO - Su questo egli non sarà d'accordo.

ARGANTE - Non sarà d'accordo?

SCAPINO - No.

ARGANTE - Mio figlio?

SCAPINO - Sì, vostro figlio. Volete che confessi di aver avuto paura e che gli è stato imposto con la forza il matrimonio? Si guarderà bene dal confessarlo. Sarebbe fare torto a se stesso e si mostrerebbe indegno di un padre come voi.

ARGANTE - Me ne infischio.

SCAPINO - Bisogna, per il suo onore e per il vostro, che egli dica che l'ha sposata di sua volontà.

ARGANTE - E io voglio, per il mio onore e per il suo, che dica il contrario.

SCAPINO - Sono sicuro che non lo farà.

ARGANTE - Lo obbligherò.

SCAPINO - Non lo farà, vi ripeto.

ARGANTE - Lo farà, oppure lo diserederò.

SCAPINO - Voi?

ARGANTE - Io.

SCAPINO - Benissimo.

ARGANTE - Come, benissimo?

SCAPINO - Non lo diserederete.

ARGANTE - Non lo diserederò?

SCAPINO - No!

ARGANTE - No?

SCAPINO - No.

ARGANTE - Questa è bella. Io non posso diseredare mio figlio?!

SCAPINO - Vi dico di no.

ARGANTE - Chi me lo impedirà?

SCAPINO - Voi stesso.

ARGANTE - Io?

SCAPINO - Sì. Non avrete cuore di farlo.

ARGANTE - L'avrò.

SCAPINO - Volete scherzare.

ARGANTE - Non scherzo affatto.

SCAPINO - L'affetto paterno avrà il sopravvento.

ARGANTE - Non lo avrà.

SCAPINO - E invece sì.

ARGANTE - Ti dico di no.

SCAPINO - Sciocchezze!

ARGANTE - Non dire che sono sciocchezze.

SCAPINO - Io vi conosco, siete buono di natura.

ARGANTE - Non sono affatto buono, anzi sono cattivo, quando voglio. Smettiamola con questi discorsi che mi fanno venire la bile. (A Silvestro) Vattene, furfante, vammi a cercare quel briccone, mentre io andrò dal signor Geronte a raccontargli la mia disgrazia.

SCAPINO - Signore, se posso esservi utile in qualcosa, non avete che da comandarmi.

ARGANTE - Ti ringrazio. (Tra sé) Perché mai è figlio unico! Perché il cielo mi ha tolto la figlia, che potrei oggi fare mia erede!

SCENA QUINTA

Scapino, Silvestro

SILVESTRO - Riconosco che sei molto abile e che la faccenda si mette bene. Ma d'altra parte ci occorre denaro per vivere e i creditori ci perseguitano.

SCAPINO - Lascia fare a me, ho trovato il modo. Cerco soltanto un uomo fidato che reciti la parte di un certo personaggio. Aspetta. Sta' un po' impettito. Metti il berretto alla brava. Porta avanti un piede. Poggia la mano sul fianco. Fa' gli occhiacci. Cammina come un re da palcoscenico. Così va bene. Seguimi. Conosco i trucchi per mascherarti viso e voce.

SILVESTRO - Ti scongiuro almeno di non farmi avere guai con la giustizia.

SCAPINO - Va', va', divideremo i pericoli da buoni fratelli. Tre anni di galera in più o in meno non fermeranno di certo un nobile cuore.

SIPARIO

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Geronte, Argante

GERONTE - Sì, certamente, con il bel tempo che fa, arriveranno oggi. Un marinaio giunto da Taranto mi ha assicurato di aver visto il mio uomo che si stava imbarcando. Mia figlia, però, non troverà al suo arrivo le cose disposte come ci proponevamo, e poi quel che mi raccontate circa vostro figlio manda all'aria tutti i nostri progetti.

ARGANTE - Non preoccupatevi. Vi prometto di superare questo ostacolo.

GERONTE - Signor Argante, posso essere sincero? L'educazione dei figli non è cosa da prendere alla leggera.

ARGANTE - Lo so. E a che proposito?

GERONTE - A proposito del fatto che il comportamento sconveniente dei giovani quasi sempre dipende dalla cattiva educazione che i genitori hanno loro impartita.

ARGANTE - Qualche volta succede. Ma che volete dire con questo?

GERONTE - Che voglio dire?

ARGANTE - Sì.

GERONTE - Che se aveste educato vostro figlio da buon padre, non vi avrebbe giocato quel tiro mancino.

ARGANTE - Sicché voi avreste educato meglio il vostro?

GERONTE - Certamente, guai a lui se mi avesse combinato una cosa simile.

ARGANTE - E se vostro figlio, che da bravo padre avete così bene educato, avesse agito peggio del mio?

GERONTE - Cosa?

ARGANTE - Cosa?

GERONTE - Che intendete?

ARGANTE - Intendo, signor Geronte, che non si deve essere così pronti a condannare gli altri e chi vuol criticare, prima guardi in casa sua se c'è qualcosa che zoppica.

GERONTE - Non capisco questo enigma.

ARGANTE - Qualcuno ve lo spiegherà.

GERONTE - Avete sentito dire qualcosa di mio figlio?

ARGANTE - Potrebbe darsi.

GERONTE - Ma cosa?

ARGANTE - Il vostro Scapino, vedendomi in collera, mi ha appena accennato la cosa, e voi potrete, o da lui o da qualcun altro, conoscerne i particolari. Per parte mia, corro a consultare un avvocato per decidere il da farsi. A presto.

SCENA SECONDA

Leandro, Geronte

GERONTE - (solo) Ma che cosa, peggio del suo? Non capisco cosa si possa fare di peggio. A me sembra che sposarsi senza il consenso del padre sia un'azione che oltrepassa ogni immaginazione. Ah, eccoti qua.

LEANDRO - (correndogli incontro per abbracciarlo) Ah! Padre mio, che gioia vedervi di ritorno!

GERONTE - (respingendo t'abbraccio) Piano. Prima parliamo di una cosa.

LEANDRO - Permettete che vi abbracci e che...

GERONTE - (respingendolo ancora) Aspetta, ti dico.

LEANDRO - Come? Non volete che con un abbraccio vi esprima tutto il mio affetto?

GERONTE - No! Prima dobbiamo chiarire un punto.

LEANDRO - Quale?

GERONTE - Alza la testa, che ti veda bene in faccia.

LEANDRO - Perché?

GERONTE - Guardami negli occhi.

LEANDRO - Ecco.

GERONTE - Dimmi cosa è successo.

LEANDRO - Cosa è successo?

GERONTE - Sì. Cosa hai fatto durante la mia assenza?

LEANDRO - Padre mio, che volete che abbia fatto?

GERONTE - Non voglio che tu abbia fatto qualche cosa, ti chiedo solo cosa hai fatto.

LEANDRO - Nulla di cui possiate lamentarvi.

GERONTE - Nulla?

LEANDRO - Nulla.

GERONTE - Sembri molto sicuro.

LEANDRO - Sono sicuro della mia innocenza.

GERONTE - Eppure Scapino ha detto qualcosa.

LEANDRO - Scapino?

GERONTE - Ah! Ah! Questo nome ti fa arrossire.

LEANDRO - Vi ha detto qualcosa di me?

GERONTE - Non è questo il luogo per discutere la faccenda. Vai in casa. Io ti raggiungerò tra poco. Ma bada a te! Se dovessi scoprire che mi disonori, ti rinnegherò come figlio e mai più ti permetterò di comparirmi davanti.

SCENA TERZA

Ottavio, Scapino, Leandro

LEANDRO - Tradirmi così! Un furfante che per mille ragioni dovrebbe essere il primo a nascondere le cose che gli confido, corre a spiattellarle a mio padre. Giuro al cielo che questo tradimento non resterà impunito.

OTTAVIO - Caro Scapino, quanto ti devo! Che uomo straordinario! Quale fortuna che il cielo ti abbia mandato in mio soccorso!

LEANDRO - Ah! Eccoti qua. Felice di avervi trovato, signor imbroglione.

SCAPINO - Signore, servo vostro. Mi fate troppo onore.

LEANDRO - (impugnando la spada) Fai anche dello spirito. T'insegnerò io...

SCAPINO - (in ginocchio) Signore!

OTTAVIO - (frapponendosi) Leandro!

LEANDRO - No, Ottavio, non trattenermi.

SCAPINO - Signore!

OTTAVIO - (trattenendo Leandro) Ti prego.

LEANDRO - (cercando di colpire Scapino) Lascia che sfoghi il mio risentimento.

OTTAVIO - In nome della nostra amicizia, Leandro, non maltrattarlo.

SCAPINO - Ma, signore, cosa vi ho fatto?

LEANDRO - (cercando di colpirlo) Cosa mi hai fatto, traditore?

OTTAVIO - (trattenendo Leandro) Aspetta.

LEANDRO - No, Ottavio, voglio che mi confessi lui stesso e subito, l'azione perfida che mi ha fatto. Sì, manigoldo, conosco il tiro che mi hai giocato. Forse non pensavi che me l'avrebbero rivelato. Ma io voglio che sia tu a confessarlo con la tua bocca, se non vuoi che ti trapassi con questa spada.

SCAPINO - Voi avreste tanto coraggio, signore?

LEANDRO - Parla.

SCAPINO - Vi ho fatto un torto, signore?

LEANDRO - Sì, furfante, lo sai benissimo.

SCAPINO - Vi assicuro che non lo so.

LEANDRO - (avanzando per colpirlo) Non lo sai!

OTTAVIO - (trattenendolo) Leandro!

SCAPINO - Visto che lo volete, vi confesserò, signore, che ho bevuto con i miei amici quel caratello di vino di Spagna che vi regalarono giorni fa e che ho fatto io la fessura nella botte, per far credere che il vino fosse uscito.

LEANDRO - Sei tu, pendaglio da forca, che hai bevuto il vino di Spagna, lasciando che maltrattassi la serva al posto tuo?

SCAPINO - Sì, signore. Ve ne chiedo perdono.

LEANDRO - Mi fa piacere di saperlo. Ma adesso non si tratta di questo.

SCAPINO - Non si tratta di questo, signore?

LEANDRO - No. C'è un'altra faccenda che mi interessa di più e voglio che tu me la racconti.

SCAPINO - Signore, non mi ricordo di aver fatto altro.

LEANDRO - (cercando di colpirlo) Non vuoi parlare?

SCAPINO. Eh!

OTTAVIO - (trattenendo Leandro) Calma.

SCAPINO - Sì, signore, è vero, tre settimane fa mi mandaste a portare un piccolo orologio alla giovane zingara che amate e io tornai a casa con i vestiti infangati, il viso sporco di sangue, e vi dissi che dei ladri, dopo avermi bastonato, mi avevano rubato l'orologio. Invece, signore, me l'ero tenuto io.

LEANDRO - Ti sei tenuto il mio orologio?

SCAPINO - Sì, per vedere l'ora.

LEANDRO - Sto scoprendo delle bellissime cose. Ho un servitore davvero fedele. Ma non è ancora quello che voglio sapere.

SCAPINO - Non è questo?

LEANDRO - No, infame. C'è un'altra cosa che voglio che mi confessi.

SCAPINO - Maledizione!

LEANDRO - Su, parla, svelto.

SCAPINO - Signore, questo è tutto quello che ho fatto.

LEANDRO - (cercando di colpirlo) Proprio tutto?

OTTAVIO - (mettendosi davanti a Scapino) Eh!

SCAPINO - Ebbene, sia. Vi ricordate quel lupo mannaro che sei mesi fa vi dette una notte tante bastonate da farvi quasi rompere l'osso del collo nella cantina dove cadeste mentre fuggivate?

LEANDRO - Ebbene?

SCAPINO - Quel lupo mannaro ero io.

LEANDRO - Il lupo mannaro eri tu, traditore?

SCAPINO - Sì, signore, ma solo per farvi paura e per togliervi la voglia di farci andare in giro ogni notte, come era vostra abitudine.

LEANDRO - Mi ricorderò, quando sarà il momento, di tutto quello che sto sentendo. Ma veniamo al punto e confessa cosa hai detto a mio padre.

SCAPINO - A vostro padre?

LEANDRO - Sì, furfante, a mio padre.

SCAPINO - Non l'ho neppure visto, da quando è tornato.

LEANDRO - Non l'hai visto?

SCAPINO - No, signore.

LEANDRO - Davvero?

SCAPINO - Davvero. Ve lo potrà dire lui stesso.

LEANDRO - Eppure me 1'ha detto lui.

SCAPINO - Scusatemi, ma non ha detto la verità.

SCENA QUARTA

Leandro, Ottavio, Scapino, Carlo

CARLO - Signore, brutte notizie.

LEANDRO - Cioè?

CARLO - I vostri zingari stanno per portare via Zerbinetta. Ella stessa, con le lacrime agli occhi, mi ha incaricato di dirvi che se entro due ore non porterete loro il denaro per il riscatto, la perderete per sempre.

LEANDRO - Entro due ore?

CARLO - Entro due ore.

LEANDRO - Scapino mio, ti scongiuro di aiutarmi.

SCAPINO - (camminando davanti a lui con sussiego) «Scapino mio!» Adesso che avete bisogno di me, sono il vostro Scapino.

LEANDRO - Via, ti perdono tutto quello che mi hai raccontato e anche se hai fatto di peggio.

SCAPINO - No, no, non perdonatemi nulla. Trafiggetemi con la spada. Sarò felice se mi ucciderete.

LEANDRO - No. Ti scongiuro invece di darmi la vita, aiutando il mio amore.

SCAPINO - No, no. Sarà meglio se mi ucciderete.

LEANDRO - Mi sei troppo prezioso. Ti prego di usare per me la tua eccezionale abilità.

SCAPINO - No. Vi ho detto di uccidermi.

LEANDRO - Su, dimentica tutto e pensa piuttosto ad aiutarmi.

OTTAVIO - Bisogna fare qualcosa per lui, Scapino.

SCAPINO - Anche se mi ha offeso a sangue?

LEANDRO - Ti scongiuro di dimenticare il mio risentimento.

OTTAVIO - Aggiungo le mie preghiere alle sue.

SCAPINO - Quell'insulto non mi va giù.

OTTAVIO - Metti da parte la tua collera.

LEANDRO - Avresti cuore di abbandonarmi, Scapino?

SCAPINO - Farmi un simile affronto!

LEANDRO - Ho torto, lo ammetto.

SCAPINO - Trattarmi da furfante, brigante, pendaglio da forca, infame!

LEANDRO - Me ne dispiace moltissimo.

SCAPINO - Volermi infilzare con la spada!

LEANDRO - Ti chiedo perdono con tutto il cuore e se vuoi che mi getti ai tuoi piedi, sono pronto a farlo, per scongiurarti nuovamente di non abbandonarmi.

OTTAVIO - Dopo questo, Scapino, devi arrenderti.

SCAPINO - Alzatevi. Un'altra volta non siate così impulsivo.

LEANDRO - Mi prometti di adoperarti per me?

SCAPINO - Vedremo.

LEANDRO - Sai che il tempo stringe.

SCAPINO - Non preoccupatevi. Quanto denaro vi occorre?

LEANDRO - Cinquecento scudi.

SCAPINO - E a voi?

OTTAVIO - Duecento doppie.

SCAPINO - Cercherò di cavar questo denaro ai vostri padri. (A Ottavio) Per il vostro, l'esca è già pronta. (A Leandro) E quanto al vostro, benché avaro al massimo grado, sarà ancora più facile, perché sapete che in fatto di cervello non ne ha molto, grazie a Dio. È uno di quelli ai quali si può far sempre credere quello che si vuole. Non vi offendete. Tra lui e voi non c'è ombra di somiglianza.

LEANDRO - Ti prego, Scapino.

SCAPINO - Quanti scrupoli! Ma vedo venire il padre di Ottavio. Cominciamo da lui. Voi due allontanatevi. (A Ottavio) E voi avvertite Silvestro che venga subito a recitare la sua parte.

SCENA QUINTA

Argante, Scapino

SCAPINO - Eccolo che rumina tra sé e sé.

ARGANTE - (credendosi solo) Avere così poca accortezza e buonsenso! Andare a legarsi in questo modo! Ah, gioventù sconsiderata!

SCAPINO - Signore, servitor vostro.

ARGANTE - Buongiorno, Scapino.

SCAPINO - State pensando a vostro figlio?

ARGANTE - Ti confesso che è una tremenda preoccupazione.

SCAPINO - Signore, la vita è piena di guai. È bene esservi preparati. Io ricordo sempre una massima che mi disse tanto tempo fa un vecchio.

ARGANTE - Quale massima?

SCAPINO - Che per poco che un padre di famiglia si assenti da casa, farà bene a pensare a tutte le disgrazie che potrà trovare al suo ritorno: la casa bruciata, i soldi rubati, la moglie morta, il figlio storpiato, la figlia incinta. Se non gli capita niente di tutto questo, si ritenga fortunato. Nella mia modesta filosofia io ho sempre tenuto a mente questa lezione e non sono mai tornato a casa senza essere preparato alla collera dei miei padroni, ai rimproveri, alle ingiurie, alle pedate nel sedere, alle bastonate, alle scudisciate. E ho ringraziato il destino per quello che non mi è capitato.

ARGANTE - Non hai torto. Ma questo matrimonio sconsiderato che intralcia i miei piani, è una cosa che non sopporto. Sono stato ora a consultare un avvocato per l'annullamento.

SCAPINO - Se volete darmi retta, signore, io penso che dovreste sistemare la faccenda in modo diverso. Sapete come funzionano i processi nel nostro paese, andreste a cacciarvi in un ginepraio.

ARGANTE - Hai ragione. Ma esiste un'altra via?

SCAPINO - Credo di averne trovata una. La compassione che provo per il vostro dolore mi ha ispirato un mezzo per trarvi d'impaccio. Infatti non posso vedere un bravo padre in affanni a causa dei suoi figli, senza commuovermi. E per voi ho sempre sentito una particolare inclinazione.

ARGANTE - Te ne sono obbligato.

SCAPINO - Sono andato a trovare il fratello della ragazza che vostro figlio ha sposato. È uno di quei bravacci di professione, sempre con la spada alla mano, che parlano solo di rompere la schiena alla gente e per i quali ammazzare un uomo è come bere un bicchiere d'acqua. Portato il discorso su questo matrimonio, gli ho fatto notare quanto potesse influire sul suo annullamento il motivo «violenza», le vostre prerogative di padre, il vostro denaro e i vostri amici. Insomma l'ho talmente rigirato, che ha finito per dare ascolto alla mia proposta di sistemare la faccenda con una sommetta e così darà il suo consenso ad annullare il matrimonio, purché gli diate dei quattrini.

ARGANTE - E quanto ha chiesto?

SCAPINO - Sul principio, una somma esagerata.

ARGANTE - Quanto?

SCAPINO - Una cifra favolosa.

ARGANTE - Insomma, quanto?

SCAPINO - Pretendeva non meno di cinque o seicento doppie.

ARGANTE - Cinque o seicento febbri quartane che gli vengano! Ma scherza?

SCAPINO - È quello che gli ho detto. Ho respinto con decisione le sue assurde proposte e gli ho fatto capire che non siete un minchione al quale si possano chiedere cinque o seicento doppie. Alla fine, dopo aver molto discusso, il risultato è stato questo: «Sto per andare» mi ha detto «sotto le armi. Poiché devo equipaggiarmi e mi occorre del denaro, sono costretto ad accettare la vostra proposta. Ho bisogno di un cavallo e uno appena discreto costa almeno sessanta doppie».

ARGANTE - Beh, sessanta doppie, gliele do.

SCAPINO - «Occorrono finimenti e pistole, che sono altre venti doppie».

ARGANTE - Venti doppie più le sessanta, fanno ottanta.

SCAPINO - Infatti.

ARGANTE - È molto, ma sia, acconsento.

SCAPINO - «Mi occorre poi un cavallo per il servo e questo costerà almeno trenta doppie».

ARGANTE - Che diamine! Che vada a quel paese! Non gli do niente.

SCAPINO - Signore!

ARGANTE - No, è uno sfrontato.

SCAPINO - Ma volete che il servo vada a piedi?

ARGANTE - Che vada come gli pare, e anche il suo padrone.

SCAPINO - Non arrendetevi per queste piccolezze. Vi prego, lasciate stare il processo e fate di tutto per evitare le grane della giustizia.

ARGANTE - Ebbene, sia. Darò anche queste trenta doppie.

SCAPINO - «Inoltre mi occorre» ha detto «un mulo per portare...»

ARGANTE - Che vada al diavolo col suo mulo! Adesso è troppo. C'incontreremo in tribunale.

SCAPINO - Vi prego, signore...

ARGANTE - No, mi rifiuto.

SCAPINO - Un muletto, signore.

ARGANTE - Non gli darò nemmeno un asino.

SCAPINO - Considerate...

ARGANTE - Preferisco fare la causa.

SCAPINO - Ma signore, vi rendete conto del passo che state per fare? Avete pensato agli intrighi della giustizia, avete considerato quanti appelli, quante procedure complicate, quanti animali rapaci attraverso i cui artigli dovrete passare: uscieri, procuratori, avvocati, cancellieri, sostituti, relatori, giudici e loro affiliati. Non c'è uno fra questi signori che, pur di trarne un minimo vantaggio personale, non si metta sotto i piedi tutti i diritti di questa terra. Un usciere consegnerà false citazioni, in base alle quali sarete condannato senza che lo sappiate. Il vostro procuratore si metterà d'accordo con la parte avversaria e vi venderà in cambio di denaro sonante. Il vostro avvocato, comprato anche lui, risulterà irreperibile quando si discuterà la causa o sosterrà argomenti senza capo né coda e comunque non attinenti ai fatti in questione. Il cancelliere emetterà sentenze e ordinanze contro di voi in contumacia. Lo scrivano del relatore sottrarrà documenti o il relatore stesso non dirà ciò che ha accertato. E anche quando, usando tutte le precauzioni possibili, foste riuscito ad evitare queste macchinazioni, vi accorgereste con stupore che i giudici erano stati prevenuti contro di voi dalle loro amanti o da falsi testimoni. Se lo potete, signore, salvatevi da questo inferno. Fare una causa vuol dire essere dannato già in questo mondo. Il solo pensiero di un processo mi fa venir la voglia di scappare in India.

ARGANTE - Quanto vorrebbe per il mulo?

SCAPINO - Per il mulo, per il cavallo suo e per quello del servo, per i finimenti e le pistole, e per pagare quello che deve alla sua albergatrice, chiede in tutto duecento doppie.

ARGANTE - Duecento doppie?

SCAPINO - Sì.

ARGANTE - (camminando infuriato) No, no, faremo causa.

SCAPINO - Riflettete...

ARGANTE - Farò causa.

SCAPINO - Non andate a mettervi...

ARGANTE - Voglio far causa.

SCAPINO - Ma per la causa vi occorrerà denaro. Ce ne vorrà per la citazione; ce ne vorrà per la registrazione; ce ne vorrà per la procura, la presentazione, i consigli, le carte e le giornate del procuratore; ce ne vorrà per le consultazioni e le arringhe degli avvocati, per il diritto di ritirare l'incartamento, e per le copie degli atti; ve ne occorrerà per il rapporto dei sostituti, per il regalo al giudice; per la registrazione del cancelliere, e poi gli emolumenti vari, sentenze e decreti, controlli, firme, copie conformi, senza contare tutte le altre regalie. Date i soldi a quell'uomo e sarete fuori da ogni fastidio.

ARGANTE - Come? Duecento doppie?

SCAPINO - Ci guadagnerete. Ho fatto tra me e me un calcolo di tutte le spese del processo e ho scoperto che, dando duecento doppie a quell'uomo, ne risparmierete perlomeno centocinquanta, senza contare il daffare, le noie, i dispiaceri che eviterete. Pur di non subire le idiozie che dicono in pubblico certi buffoni di avvocati, preferirei pagare trecento doppie, piuttosto che far causa.

ARGANTE - Io me ne infischio di questo e sfido gli avvocati a dire qualcosa sul conto mio.

SCAPINO - Fate come volete. Ma se fossi in voi, eviterei il processo.

ARGANTE - Non darò mai duecento doppie.

SCENA SESTA

Scapino, Silvestro, Argante

SILVESTRO - Scapino, fammi un po' conoscere questo Argante, padre di Ottavio!

SCAPINO - Perché, signore?

SILVESTRO - Ho saputo che vuole intentarmi un processo e far annullare dal tribunale il matrimonio di mia sorella.

SCAPINO - Non so se abbia questo proposito, ma so che non vuole concedervi le duecento doppie che avete chiesto. Dice che sono troppe.

SILVESTRO - Per la morte! Per l'inferno! Per tutti i diavoli! Se io lo trovo lo massacro, parola mia, anche se dovessi essere messo vivo alla ruota. (Argante si nasconde, tremante, dietro a Scapino)

SCAPINO - Signore, il padre di Ottavio ha coraggio e probabilmente non vi teme affatto.

SILVESTRO - Lui? Per tutti i diavoli! Se fosse qui gli infilzerei subito la spada nel ventre. Chi è costui?

SCAPINO - Non è lui, signore, non è lui.

SILVESTRO - Non è, per caso, uno dei suoi amici?

SCAPINO - Al contrario, signore, è il suo più grande nemico.

SILVESTRO - Il suo più grande nemico?

SCAPINO - Sì.

SILVESTRO - Perbacco! Ne sono felice. Così voi, signore, siete nemico di quel gaglioffo di Argante?

SCAPINO - Sì, ne rispondo io.

SILVESTRO - (stringendo rudemente la mano ad Argante) Qua la mano. Vi do la mia parola e lo giuro sul mio onore, per la spada che porto, per tutti i giuramenti che potrei fare, che prima che cali la sera vi libererò da quel furfante matricolato, da quel gaglioffo di Argante. Fidatevi di me.

SCAPINO - Signore, le violenze non sono ammesse in questo paese.

SILVESTRO - Me ne infischio, io non ho niente da perdere.

SCAPINO - Ma egli starà sicuramente in guardia. Ha parenti, amici, domestici che lo difenderanno.

SILVESTRO - È quel che voglio, perbacco! È quel che voglio. (Mette mano alla spada e finge di colpire da tutti i lati, come se avesse dinnanzi a sé molte persone) Per la morte! Per l'inferno! Perché non è qui con tutti i suoi difensori! Perché non lo vedo precipitarsi su di me con le armi in pugno! Come, furfante, avete l'ardire di attaccarmi? Su, perbacco, ammazza senza pietà. Prendi. Attacca. Pie' fermo, occhio sicuro. Ah, vigliacchi! Canaglie, non vi basta? Ne avrete a sazietà. Resistete, furfanti, resistete. Su. A questa botta. A quest'altra. A questa qui. A questa qua. Indietreggiate, ora? Pie' fermo, perbacco! Pie' fermo.

SCAPINO - Ma signore, noi non c'entriamo.

SILVESTRO - Così imparerete a prendervi gioco di me. (Esce)

SCAPINO - Avete visto quante persone ammazzate per duecento doppie? Vi auguro buona fortuna.

ARGANTE - (tremando) Scapino.

SCAPINO - Che c'è?

ARGANTE - Ho deciso di dare le duecento doppie.

SCAPINO - Me ne rallegro per il bene che vi voglio.

ARGANTE - Seguiamolo, ho con me il denaro.

SCAPINO - Datelo a me. Per la vostra dignità è meglio che non vi presentiate a lui, dopo aver finto di essere un altro. Eppoi non vorrei che conoscendovi, gli venisse in mente di chiedervi di più.

ARGANTE - Sì, ma avrei avuto piacere di vedere come va a finire il mio denaro.

SCAPINO - Non vi fidate di me?

ARGANTE - Sì, ma...

SCAPINO - Una delle due: o sono un impostore o un galantuomo. Perché dovrei ingannarvi, io che in tutta questa faccenda non ho altri interessi oltre al vostro e a quello del mio padrone, con cui volete imparentarvi? Se sospettate di me, mi disinteresso di tutto e potete subito cercare un altro che sistemi i vostri affari.

ARGANTE - Tieni, su.

SCAPINO - No, signore, non mi affidate il vostro denaro. Preferisco che vi serviate di qualcun altro.

ARGANTE - Mio Dio, tieni!

SCAPINO - No, vi ripeto, non fidatevi di me. Chi vi dice che non voglia truffarvi?

ARGANTE - Tieni, ti dico, finiamola di discutere. Ma bada a prendere ogni precauzione con quell'uomo.

SCAPINO - Lasciate fare a me, non sono uno sciocco.

ARGANTE - Ti aspetterò in casa.

SCAPINO - Non mancherò di venire. (Solo) E uno. Ora devo cercare l'altro. Eccolo! Sembra che il cielo me li mandi nella rete, uno dopo l'altro.

SCENA SETTIMA

Geronte, Scapino

SCAPINO - (tra sé) Che disgrazia imprevista! Padre infelice! Povero, Geronte, che farai?

GERONTE - (tra sé) Che dice di me, con quel viso afflitto?

SCAPINO - (c.s) Nessuno mi sa dire dov'è il signor Geronte?

GERONTE - Che c'è, Scapino?

SCAPINO - (c.s) Dove potrei trovarlo, per dirgli di questa disgrazia?

GERONTE - Che c'è dunque?

SCAPINO - (c.s) Corro invano dappertutto per trovarlo.

GERONTE - Eccomi.

SCAPINO - (c.s) Dev'essere nascosto in qualche luogo introvabile.

GERONTE - Ohè! Sei cieco, che non mi vedi?

SCAPINO - Ah, signore, non riuscivo a trovarvi.

GERONTE - È un'ora che ti sto davanti. Dunque, che è successo?

SCAPINO - Signore...

GERONTE - Che c'è?

SCAPINO - Vostro figlio...

GERONTE - Ebbene, mio figlio...

SCAPINO - Gli è capitata una sventura, la più singolare che ci possa essere.

GERONTE - Quale?

SCAPINO - L'ho trovato poco fa assai triste per qualche cosa che dovete avergli detto e nella quale mi avete immischiato molto a sproposito. Io ho cercato di consolarlo e siamo andati a passeggiare lungo il porto. Là, ci ha colpito una galera turca molto bene equipaggiata. Un giovane turco, porgendoci la mano con cordialità, ci ha invitati a salire. Siamo saliti. Ci ha fatto mille cortesie, ci ha offerto uno spuntino, abbiamo mangiato i frutti più squisiti e bevuto il più eccellente dei vini.

GERONTE - Che c'è di tanto triste in tutto questo?

SCAPINO - Aspettate, signore, ci siamo. Mentre mangiavamo, egli ha fatto mettere la galera in mare e, appena siamo stati lontani dal porto, mi ha rimandato indietro con una barca perché venissi a dirvi che, se non avrà subito mio tramite cinquecento scudi, porterà vostro figlio ad Algeri.

GERONTE - Che diavolo! Cinquecento scudi?

SCAPINO - Sì, signore, e inoltre mi ha dato solo due ore.

GERONTE - Canaglia di un turco, assassinarmi così!

SCAPINO - Sta a voi trovare il modo di salvare dalla schiavitù un figlio che amate così teneramente.

GERONTE - Ma che diavolo è andato a fare su quella galera?

SCAPINO - Non poteva prevedere quello che poi è successo.

GERONTE - Va', Scapino, va' subito a dire a quel turco che manderò la giustizia.

SCAPINO - La giustizia in alto mare? Volete scherzare.

GERONTE - Che diavolo è andato a fare su quella galera?

SCAPINO - Talvolta il destino si accanisce contro gli uomini.

GERONTE - Bisogna, Scapino, che oggi ti dimostri servo fedele.

SCAPINO - Come, signore?

GERONTE - Va' dal turco, digli che mi rimandi mio figlio e mettiti al suo posto, finché io non abbia raccolto la somma richiesta.

SCAPINO - Signore, vi rendete conto di quello che dite? Sperate che il turco abbia così poco cervello da prendere un miserabile come me al posto di vostro figlio?

GERONTE - Che diavolo è andato a fare su quella galera?

SCAPINO - Non poteva prevedere questa sventura. Ricordatevi, signore, che mi ha concesso soltanto due ore.

GERONTE - Hai detto che chiede...

SCAPINO - Cinquecento scudi.

GERONTE - Cinquecento scudi! Non ha un filo di coscienza.

SCAPINO - Veramente sì, la coscienza di un turco.

GERONTE - Ma lo sa cosa sono cinquecento scudi?

SCAPINO - Sì, sa che sono millecinquecento lire.

GERONTE - Ma quel filibustiere crede che millecinquecento lire si trovino per terra?

SCAPINO - Certa gente non intende ragione.

GERONTE - Che diavolo è andato a fare su quella galera?

SCAPINO - È vero, ma che volete? Non si poteva prevedere. Vi prego, signore, fate presto.

GERONTE - Tieni, ecco le chiavi del mio armadio.

SCAPINO - Bene.

GERONTE - Aprilo.

SCAPINO - Benissimo.

GERONTE - Prendi a sinistra una grossa chiave, quella della soffitta.

SCAPINO - Sì.

GERONTE - Togli tutti i vecchi abiti che sono in una grande cesta e vendili al rigattiere per riscattare mio figlio.

SCAPINO - (restituendogli la chiave) Sognate? Non mi daranno nemmeno cento franchi per quella roba, e poi sapete quanto poco tempo mi hanno concesso.

GERONTE - Ma che diavolo è andato a fare su quella galera?

SCAPINO - Oh! Quante parole inutili! Lasciate stare la galera. Pensate piuttosto che il tempo stringe e che correte il rischio di perdere vostro figlio. Povero padrone mio, forse non ti rivedrò mai più; mentre sto parlando ti portano schiavo in Algeri. Ma il cielo mi è testimone che ho fatto per te tutto quello che ho potuto, e che se non sarai riscattato, lo devi al poco affetto di un padre.

GERONTE - Aspetta, Scapino, vado a cercare la somma.

SCAPINO - Affrettatevi, signore, ho paura che scada l'ora.

GERONTE - Non hai detto quattrocento scudi?

SCAPINO - No. Cinquecento.

GERONTE - Cinquecento?

SCAPINO - Sì.

GERONTE - Che diavolo è andato a fare su quella galera?

SCAPINO - Avete ragione, ma fate presto.

GERONTE - Doveva fare proprio quella passeggiata?

SCAPINO - È vero. Ma fate presto.

GERONTE - Maledetta galera!

SCAPINO - Questa galera gli è rimasta sullo stomaco.

GERONTE - Tieni, Scapino, non mi ricordavo di aver appena riscosso questa somma in oro; non avrei creduto che mi sarebbe stata così presto ritolta. (Estrae una borsa, tende il braccio e lo ritira, mentre Scapino insegue col suo la borsa che non riesce ad afferrare) Tieni va' a riscattare mio figlio.

SCAPINO - Sì, signore.

GERONTE - Ma di' al turco che è uno scellerato.

SCAPINO - Sì.

GERONTE - Un infame.

SCAPINO - Sì.

GERONTE - Un uomo senza coscienza, un ladro.

SCAPINO - Ci penserò io.

GERONTE - Che mi porta via cinquecento scudi senza nessun diritto.

SCAPINO - Sì.

GERONTE - Che dovrà rendermene conto, vivo o morto.

SCAPINO - Benissimo.

GERONTE - E che se dovesse capitarmi tra le mani, mi vendicherò.

SCAPINO - Sì.

GERONTE - (rimette la borsa in tasca e allontanandosi) Va', va' presto a riscattare mio figlio.

SCAPINO - (correndogli dietro) Ehi, signore!

GERONTE - Che c'è?

SCAPINO - Dov'è il denaro?

GERONTE - Non te l'ho dato?

SCAPINO - No, davvero, l'avete rimesso in tasca.

GERONTE - Il dolore mi confonde le idee.

SCAPINO - L'ho visto.

GERONTE - Ma che diavolo è andato a fare su quella galera? Maledetta galera! E maledetto turco, che il diavolo ti porti!

SCAPINO - (tra sé) Non riesce a digerire i cinquecento scudi che gli ho carpito. Ma ancora non è pari con me e voglio che mi paghi in altra moneta la menzogna che ha raccontato al figlio.

SCENA OTTAVA

Ottavio, Leandro, Scapino

OTTAVIO - Allora, Scapino, sei riuscito nella tua impresa?

LEANDRO - Hai fatto qualcosa in aiuto del mio amore?

SCAPINO - Ecco duecento doppie che ho spillato a vostro padre.

OTTAVIO - Quale gioia mi dai!

SCAPINO - Per voi non ho potuto far nulla.

LEANDRO - (fa per andarsene) Non mi resta allora che morire. Non so che farmene della vita senza Zerbinetta.

SCAPINO - Oh! Ohilà! Piano. Come ve la prendete calda.

LEANDRO - (voltandosi) Che altro mi resta da fare?

SCAPINO - Via, c'è anche la vostra parte qui.

LEANDRO - Mi ridoni la vita.

SCAPINO - Ma a condizione che mi permettiate una piccola vendetta contro vostro padre, per il tiro che mi ha giocato.

LEANDRO - Tutto quello che vorrai.

SCAPINO - Me lo promettete davanti a testimoni?

LEANDRO - Sì.

SCAPINO - Tenete, ecco cinquecento scudi.

LEANDRO - Corro a liberare colei che adoro.

SIPARIO

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Zerbinetta, Giacinta, Scapino, Silvestro

SILVESTRO - I vostri innamorati hanno voluto che vi conosceste e noi abbiamo eseguito l'ordine.

GIACINTA - Un tale ordine non può che essermi gradito e accetto con gioia un'amica come questa. Lo stesso sentimento che unisce coloro che amiamo unirà anche noi due.

ZERBINETTA - Io non rifiuto una profferta di amicizia.

SCAPINO - E una d'amore?

ZERBINETTA - In amore è un'altra cosa. Il rischio che si corre è maggiore e non mi sento così sicura.

SCAPINO - Quello che il mio padrone ha fatto per voi vi dovrebbe dare questa sicurezza.

ZERBINETTA - Quello che ha fatto non mi rassicura completamente. Io ho un carattere allegro e rido sempre. Ma anche se rido, in diverse occasioni so essere seria, e il tuo padrone s'inganna se crede di avermi comprata pagando un riscatto. Gli occorrerà ben altro che denaro e dovrà darmi un pegno della sua fede perché io corrisponda al suo amore come egli desidera.

SCAPINO - È proprio così che lui la pensa. Egli nutre per voi sentimenti onesti e io non mi sarei immischiato in questa faccenda se fosse stato altrimenti.

ZERBINETTA - Voglio crederlo, poiché me lo dite, ma prevedo ostacoli da parte di suo padre.

SCAPINO - Troveremo il modo di accomodare le cose.

GIACINTA - I nostri destini si somigliano e ciò contribuirà ancor più a far nascere la nostra amicizia. Tutte e due proviamo le stesse ansie, tutte e due siamo esposte agli stessi rischi.

ZERBINETTA - Voi, almeno, avete il vantaggio di sapere chi sono i vostri genitori; ciò può assicurare la vostra felicità e ottenere il consenso al matrimonio già avvenuto. Io, invece, non vedo chi possa darmi un aiuto, né la mia condizione renderà più comprensivo un padre che apprezza soltanto i beni materiali.

GIACINTA - Ma voi avete il vantaggio che l’uomo che amate non è tentato da un altro matrimonio.

ZERBINETTA - La volubilità di un innamorato non è la cosa più temibile. Ci si può illudere di avere sufficienti virtù per conservarsi la propria conquista, mentre insormontabile in queste faccende è la potestà paterna, di fronte alla quale non c'è virtù che tenga.

GIACINTA - Ma perché degli onesti sentimenti devono essere contrastati? Che dolce cosa è amare, quando non esistono ostacoli alle soavi catene che legano due cuori!

SCAPINO - V'ingannate. La tranquillità in amore non è piacevole. Una felicità ininterrotta annoia. Nella vita ci vogliono alti e bassi e le difficoltà risvegliano gli ardori, aggiungono gioia al piacere.

ZERBINETTA - Su, Scapino, raccontaci dello stratagemma, così divertente, con il quale sei riuscito a cavar soldi a quel vecchio avaro. Sai che queste storie mi divertono un mondo.

SCAPINO - Silvestro saprà riferire bene quanto me. Io ho in mente una piccola vendetta, che sto già pregustando.

SILVESTRO - Ma perché vuoi cacciarti nei guai?

SCAPINO - Mi diverte affrontare imprese azzardose.

SILVESTRO - Te l'ho già detto, abbandona questa idea, dammi retta.

SCAPINO - Voglio dar retta solo a me stesso.

SILVESTRO - Che diavolo di divertimento ci provi?

SCAPINO - Perché diavolo te ne preoccupi?

SILVESTRO - Perché vedo che stai attirandoti senza necessità un fracco di legnate.

SCAPINO - E allora? Questo riguarda le mie spalle, non le tue.

SILVESTRO - Il padrone delle tue spalle sei tu, fa' quello che ti pare.

SCAPINO - Pericoli di questo genere non mi hanno mai fermato e odio quei pusillanimi che, prevedendo quel che potrebbe accadere, non osano intraprendere mai niente.

ZERBINETTA - Noi avremo bisogno di te.

SCAPINO - Andate, vi raggiungerò tra poco. Non sarà mai detto che io sia stato impunemente incolpato di rivelare dei segreti che non dovevano essere conosciuti.

SCENA SECONDA

Geronte, Scapino

GERONTE - Ebbene, Scapino, e mio figlio?

SCAPINO - Vostro figlio è al sicuro, mentre siete voi ora a correre un gravissimo pericolo. Avrei preferito sapervi chiuso in casa.

GERONTE - Perché?

SCAPINO - Mentre vi sto parlando, vi cercano da ogni parte per uccidervi.

GERONTE - Me?

SCAPINO - Sì.

GERONTE - E chi?

SCAPINO - Il fratello della ragazza che Ottavio ha sposato. Egli pensa che il vostro progetto di mettere vostra figlia al posto che occupa sua sorella, significherà l'annullamento del matrimonio e perciò, al colmo della disperazione, ha deciso di uccidervi per salvare l'onore della famiglia. Tutti i suoi amici, uomini d'arme come lui, vi cercano da ogni parte. Io stesso ho visto soldati della sua compagnia interrogare la gente e occupare a. plotoni gli accessi di casa vostra. Di modo che se vorrete rientrare o tenterete di fare un passo soltanto, cadrete nelle loro mani.

GERONTE - Che posso fare, Scapino mio?

SCAPINO - Non saprei proprio, è una gran brutta faccenda. Tremo per voi dalla testa ai piedi e... aspettate. (Si volta e va verso il fondo, come per vedere se c’è qualcuno)

GERONTE - (tremando) Eh?

SCAPINO - (ritornando) No, no, non è nulla.

GERONTE - Non sapresti trovare il modo di salvarmi?

SCAPINO - Uno l'avrei, ma corro il rischio di farmi accoppare.

GERONTE - Via, Scapino, dimostrami che sei un servitore devoto. Non abbandonarmi, ti prego.

SCAPINO - Sia. Ho per voi un tale affetto che non posso lasciarvi senza aiuto.

GERONTE - Ne sarai ricompensato, te l'assicuro. Ti prometto questo vestito, quando l'avrò un po' usato.

SCAPINO - Aspettate. Ecco qui una cosa che sembra fatta apposta per salvarvi. Entrate in questo sacco e..

GERONTE - (credendo di vedere qualcuno) Ah!

SCAPINO - No, no, no, no, non c'è nessuno. Bisogna, dicevo, che entriate qua dentro e che badiate a non muovervi per nessun motivo. Io vi caricherò sulle spalle, come un sacco qualsiasi, e vi porterò così attraverso i vostri nemici fino a casa, dove, una volta arrivati, potremo barricarci e mandare a chiedere aiuti.

GERONTE - La trovata è buona.

SCAPINO - La migliore del mondo. Vedrete. (Tra sé) Mi pagherai la tua falsità.

GERONTE - Eh?

SCAPINO - Dicevo che i vostri nemici saranno beffati. Mettetevi giù in fondo e soprattutto badate a non mostrarvi. E non muovetevi, qualunque cosa accada.

GERONTE - Lascia fare a me. Saprò trattenermi...

SCAPINO - Nascondetevi, ecco uno spadaccino che vi cerca. (Contraffacendo la voce) «Cosa? Non troverò la maniera di ammazzare questo Geronte? Non c'è qualcuno che mi dica dove si trovi?» (A Geronte, con voce normale) Non muovetevi. (Riprendendo, con voce contraffatta) «Demonio! Lo troverò, si fosse pure cacciato nel ventre della terra». (A Geronte, con voce normale) Non fatevi vedere. (Le frasi del guascone sono dette con voce contraffatta, il resto con voce naturale) «Ohè, quell'uomo col sacco!» Signore? «Ti do un luigi se mi dici dov'è Geronte.» Voi cercate il signor Geronte? «Sì, diavolo, lo cerco.» E per che cosa? «Per che cosa?» Sì. «Voglio, demonio, farlo morire a colpi di bastone.» Oh, signore, non si danno bastonate a persone come lui, non è un uomo da essere trattato così. «Chi? Quello sciocco di Geronte, quel pitocco, quel cialtrone?» Il signor Geronte, signor mio, non è né sciocco, né pitocco, né cialtrone e voi dovreste parlarne con un altro tono. «Come ti permetti di rispondermi con tanta arroganza?» Difendo, com'è mio dovere, un uomo d'onore che si sta offendendo. «Saresti per caso un amico di questo Geronte?» Sì, signore, lo sono. «Ah, demonio, sei suo amico, ora vedrai.» (Mena diverse bastonate al sacco) «Prendi. Anche questa è per lui.» Ah, ah, ah! Ah, signore! Ah, ah, signore! Da bravo. Ah, piano, ah, ah, ah! «Va', portagli questo da parte mia. Addio.» Ah! Maledetto guascone. (Si lamenta e si strofina la schiena, come se avesse ricevuto lui le bastonate)

GERONTE - (mettendo la testa fuori del sacco) Scapino, non ne posso più!

SCAPINO - Signore, sono tutto pesto e le spalle mi fanno un male spaventoso.

GERONTE - Come? Ma se ha colpito le mie.

SCAPINO - Nemmeno per sogno, era la mia schiena che bastonava.

GERONTE - Ma che dici? Ho ben sentito i colpi e li sento ancora.

SCAPINO - Vi dico di no, forse la punta del bastone vi avrà sfiorato le spalle.

GERONTE - Dovevi tirarti un po' più in là per risparmiarmele...

SCAPINO - (ricacciandogli la testa dentro al sacco) Attento. Eccone un altro che sembra straniero. (Stessa contraffazione di voce e stesso gioco scenico di prima) «Diabolo! Io correre come uno Basco e non potere trovare in tutto il giorno questi diaboli di Gironte!» Nascondetevi bene. «Dite voi, signore l'uomo, per piacere, voi sapere dove essere sti Gironte che io cercare?» No, signore, non so dove sia Geronte. «Dite voi, franciamente, io non volere fare lui grande cosa. Io volere solo dare piccolo rigalo, una dozzina bastonate su schiena, e tre o quattro piccoli colpi di spada traverso di suo petto.» Vi assicuro, signore, che non so dove sia. «Io vedere muovere qualche cosa in sacco.» Scusatemi, signore. «Lì dentro stare garantito qualche storia.» Niente, signore. «Io aver voglia infilare colpo di spada in quello sacco.» Guardatevene bene, signore! «Fate vedere, voi, cosa essere là.» Un momento, signore. «Perché voi dire un momento?» Non spetta a voi vedere quello che porto. «E io voler vedere, io.» Non lo vedrete. «Tu scherzare con me?» Sono stracci che mi appartengono. «Mostrami, tu, vuoi?» Niente da fare. «Tu dici me niente da fare?» No. «Io dare questo bastone su tue spalle.» Me ne infischio. «Ah, tu fischi?» Ahi, ahi, ahi. Ah, signore, ah, ah, ah. «Arrivedersi. Questa essere piccola lezione per imparare tu parlare insolentemente.» Maledetto farfuglione!

GERONTE - (mettendo la testa fuori dal sacco) Ah, son tutto rotto!

SCAPINO - Ah, sono morto!

GERONTE - Perché diavolo mi bastonano tutti?

SCAPINO - (ricacciandogli la testa nel sacco) Badate, si avvicina una mezza dozzina di soldati. (Contraffacendo le voci di più persone) «Presto, sbrighiamoci a trovare questo Geronte. Non deve scapparci. Corriamo per tutta la città. Non dimentichiamo nessun luogo. Cerchiamo dappertutto. Frughiamo ogni angolo. Per dove si va? Andiamo di là. No, di qua. A sinistra. A destra. No. Sì.» Nascondetevi bene. «Amici, ecco il suo servo. Su, furfante, indicaci dov'è il tuo padrone.» Signori, non maltrattatemi. «Coraggio, dicci dov'è. Parla. Presto. Sbrighiamoci. Fa' svelto. Di'.» Signori, calma. (Geronte fa lentamente capolino dal sacco e si accorge dell'inganno) «Se non ci dici subito dov'è il tuo padrone, ti faremo piovere addosso una grandine di bastonate.» Preferisco sopportare qualunque cosa piuttosto che scoprire il mio padrone. «Ti accopperemo.» Fate quel che volete. «Hai voglia di buscarle?» Non tradirò il mio padrone. «Ci provochi? Prendi...» Oh! (Mentre sta per colpire, Geronte esce dal sacco e Scapino fugge)

GERONTE - Ah, infame! Traditore! Scellerato! È così che mi assassini!

SCENA TERZA

Zerbinetta, Geronte

ZERBINETTA - (ridendo, senza vedere Geronte) Ah, ah, voglio prendere un po' d'aria.

GERONTE - (tra sé, senza vedere Zerbinetta) Me la pagherai, te lo giuro.

ZERBINETTA - (senza vedere Geronte) Ah, ah, ah, che storia divertente! E che mammalucco è quel vecchio!

GERONTE - Non c'è niente di divertente e c'è poco da ridere.

ZERBINETTA - Come? Che dite, signore?

GERONTE - Dico che non dovete burlarvi di me.

ZERBINETTA - Di voi?

GERONTE - Sì.

ZERBINETTA - Chi pensa di burlarsi di voi?

GERONTE - Perché allora venite a ridermi sotto il naso?

ZERBINETTA - Questo non vi riguarda, io sto ridendo di una storia che mi hanno raccontato, la più buffa che si possa immaginare. Non so se questo dipenda dal fatto che la cosa m'interessa personalmente, ma non ho mai sentito niente di più divertente del tiro che un figlio ha giocato a suo padre, per spillargli denari.

GERONTE - Un figlio a suo padre, per spillargli denari?

ZERBINETTA - Sì. Per poco che mi preghiate, mi troverete dispostissima a raccontarvela, perché mi piace un mondo far conoscere le storielle che so.

GERONTE - Vi prego di raccontarmela.

ZERBINETTA - Volentieri. Non rischio granché perché è un'avventura che non rimarrà a lungo segreta. Il destino ha voluto che capitassi nelle mani di certi zingari i quali vanno di provincia in provincia, predicendo la sorte e ingegnandosi in mille altri mestieri. Arrivati in questa città, un giovane mi vide, s'innamorò di me e da quel momento non mi lasciò più. Sulle prime si comportò come quei giovani i quali credono che basti aprir bocca perché tutto gli venga concesso, viceversa incontrò in me una fierezza che gli fece presto cambiare opinione. Parlò della sua passione alle persone presso cui vivevo e le trovò disposte a cedermi a lui dietro compenso. Ma il guaio era che il mio innamorato si trovava nello stato comune a quasi tutti i figli di famiglia, cioè un po' a corto di quattrini. Inoltre ha un padre che, sebbene ricco, è un tremendo avaraccio, l'uomo più antipatico di questa terra. Aspettate, possibile che non mi ricordi il nome? Aiutatemi un po'. Non potreste nominarmi qualcuno di questa città, famoso per la sua avarizia?

GERONTE - No.

ZERBINETTA - È un nome che finisce in on... onte. Or... Oronte. No. Ge... Geronte, sì, proprio Geronte, l'ho trovato, è lui quello spilorcio di cui parlavo. Ritornando alla nostra storia, la mia gente aveva deciso di partire oggi da qui, e il mio innamorato quasi mi perdeva per mancanza di denaro, se l'abilità di un suo servitore non l'avesse aiutato a spillare quattrini dal padre. Il nome del servo lo conosco benissimo. Si chiama Scapino. È un uomo incomparabile, che merita tutte le lodi possibili.

GERONTE - (tra sé) Furfante che non sei altro!

ZERBINETTA - Ecco lo stratagemma di cui si è servito per accalappiare la sua vittima. Ah, ah, ah. Solo a pensarci, continuo a ridere. Ah, ah, ah! È andato da quel cane d'avaro, ah, ah, ah, e gli ha detto che passeggiando per il porto con suo figlio, ih, ih, ih, avevano visto una galera turca sulla quale erano stati invitati a salire, che un giovane turco aveva offerto loro una colazione, ah, ah, ah, e che, mentre mangiavano, la galera era stata messa in mare. Il turco aveva poi rimandato lui solo a terra in una barca, con l'ordine di dire al padre del suo padrone che avrebbe condotto suo figlio ad Algeri se non gli avesse mandato subito cinquecento scudi. Ah, ah, ah. Ecco il mio spilorcio in preda alla disperazione. L'affetto per il figlio è in lotta feroce con la sua avarizia. Chiedergli cinquecento scudi significa dargli cinquecento pugnalate. Ah, ah, ah. Non sa decidersi a strapparsi questa somma dalle viscere e la sofferenza che prova gli suggerisce cento mezzi ridicoli per riavere suo figlio. Ah, ah, ah. Vuole mandare la giustizia in mare dietro alla galera del turco. Ah, ah, ah. Prega il servo di andare ad offrirsi al posto del figlio finché lui non abbia raccolto il denaro che non ha nessuna intenzione di dare. Ah, ah, ah. Rinuncia, per fare i cinquecento scudi, a quattro o cinque vecchi abiti, che non ne valgono trenta. Ah, ah, ah. Il servo gli fa capire l'assurdità delle sue proposte e ogni riflessione è dolorosamente accompagnata da un «Che diavolo è andato a fare su quella galera? Maledetta galera! Traditore di un turco!» Alla fine, dopo tanti sì e no, dopo tanti gemiti e sospiri... Ma mi sembra che non ridiate della mia storia. Che ne dite?

GERONTE - Dico che il giovanotto è un pendaglio da forca, un insolente, che sarà punito da suo padre per il tiro che gli ha giocato. Che la zingara è un'imprudente, una impertinente se può ingiuriare così un uomo onorato, il quale le insegnerà a traviare i figli di famiglia, e che il servo è uno scellerato, che Geronte farà impiccare prima di domani.

SCENA QUARTA

Silvestro, Zerbinetta

SILVESTRO - Dove scappate? Non sapete che stavate parlando con il padre del vostro innamorato?

ZERBINETTA - L'ho capito troppo tardi. Senza pensarci sono andata a raccontare proprio a lui la sua storia.

SILVESTRO - Come la sua storia?

ZERBINETTA - Sì, bruciavo dalla voglia di raccontarla. Ma che importa? Peggio per lui. Non vedo come la nostra situazione possa per questo peggiorare o migliorare.

SILVESTRO - Avevate proprio una gran voglia di spettegolare. Bisogna avere una lingua assai lunga per non saper tenere per sé nemmeno i propri affari.

ZERBINETTA - Non l'avrebbe comunque saputo da altri?

SCENA QUINTA

Argante, Silvestro

ARGANTE - Ohilà! Silvestro.

SILVESTRO - (a Zerbinetta) Entrate in casa. Il padrone mi chiama.

ARGANTE - Così vi siete messi d'accordo, furfanti! Tutti d'accordo, Scapino, tu e mio figlio, per intrappolarmi, e sperate di passarla liscia?

SILVESTRO - In fede mia, se Scapino vi intrappola io non so e non voglio saperlo, di sicuro so che io non c'entro.

ARGANTE - La vedremo, canaglia, non permetterò che mi prendano per il naso.

SCENA SESTA

Geronte, Argante, Silvestro

GERONTE - Ah, signor Argante, sono annientato dalla sventura.

ARGANTE - E io mi trovo in una prostrazione terribile.

GERONTE - Quel furfante di Scapino, con un raggiro, mi ha carpito cinquecento scudi.

ARGANTE - Quello stesso furfante di Scapino, sempre con un raggiro, mi ha carpito duecento doppie.

GERONTE - E non contento di portarmi via cinquecento scudi, mi ha trattato in un modo che mi vergogno a dirlo. Ma me la pagherà.

ARGANTE - Voglio che mi renda conto del tiro che mi ha giocato.

GERONTE - Io pretendo una vendetta esemplare.

SILVESTRO - (tra sé) Voglia il cielo che in tutto questo non abbia anch'io la mia parte.

GERONTE - E non è ancora tutto, signor Argante, perché una disgrazia tira l'altra. Ero felice oggi di riabbracciare mia figlia, unica mia consolazione, quando ho saputo che è partita molto tempo fa da Taranto e che sembra sia naufragata col battello sul quale si era imbarcata.

ARGANTE - Ma, scusatemi, perché la tenevate a Taranto e vi siete privato della gioia di averla con voi?

GERONTE - Ho avuto le mie ragioni. Interessi di famiglia mi hanno obbligato a tenere nascosto il mio secondo matrimonio. Ma chi vedo?

SCENA SETTIMA

Nerina, Geronte, Argante, Silvestro

GERONTE - Oh, eccoti finalmente, nutrice.

NERINA - (gettandosi in ginocchio) Ah, signor Pandolfo...

GERONTE - Chiamami Geronte e non usare più questo nome. Sono cessati i motivi che mi obbligavano a farmi chiamare così a Taranto.

NERINA - Quanti guai e preoccupazioni ci ha causato questo cambiamento di nome mentre vi cercavamo!

GERONTE - Dov'è mia figlia, e sua madre?

NERINA - Vostra figlia è qui vicino. Ma prima di condurvela, voglio chiedervi perdono di averla maritata quando mi trovai sola e abbandonata con lei, senza potervi rintracciare.

GERONTE - Mia figlia sposata!

NERINA - Sì, signore.

GERONTE - E con chi?

NERINA - Con un giovane di nome Ottavio, figlio di un certo signor Argante.

GERONTE - Oh cielo!

ARGANTE - Che incontro!

GERONTE - Portaci subito da lei.

NERINA - Non avete che da entrare in questa casa.

GERONTE - Vai avanti. Seguitemi, signor Argante. (Escono)

SILVESTRO - (solo) Ecco un'avventura davvero sorprendente.

SCENA OTTAVA

Scapino, Silvestro

SCAPINO - Ebbene, Silvestro, che fa la nostra gente?

SILVESTRO - Ho da darti due notizie. Una, che la faccenda di Ottavio è sistemata. La nostra Giacinta ha scoperto di essere la figlia del signor Geronte e la sorte ha concluso ciò che il buonsenso dei padri aveva progettato. L'altra, che i due vecchi pronunciano contro di te minacce terribili, soprattutto il signor Geronte.

SCAPINO - Cose da nulla. Le minacce non mi hanno mai fatto male. Sono nubi passeggere.

SILVESTRO - Non fidarti. I figli potrebbero rappacificarsi con i padri e lasciare te nei guai.

SCAPINO - Non preoccuparti, troverò io il modo di calmare la loro irritazione e...

SILVESTRO - Taglia la corda, eccoli che escono.

SCENA NONA

Geronte, Argante, Silvestro, Nerina, Giacinta

GERONTE - Su, figlia mia, andiamo a casa. La mia felicità sarebbe stata completa se avessi potuto rivedere anche la tua povera madre.

ARGANTE - Ecco Ottavio, giusto a proposito.

SCENA DECIMA

Ottavio, Argante, Geronte, Giacinta, Nerina, Zerbinetta, Silvestro

ARGANTE - Vieni, figlio mio, vieni a festeggiare con noi la fortunata conclusione del tuo matrimonio. Il cielo...

OTTAVIO - (senza vedere Giacinta) No, padre mio, tutti i vostri progetti di matrimonio non serviranno a niente. Devo togliermi la maschera con voi: vi avranno detto del mio impegno.

ARGANTE - Sì, ma tu non sai…

OTTAVIO - So quel che basta.

ARGANTE - Voglio dire che la figlia del signor Geronte…

OTTAVIO - La figlia del signor Geronte non sarà mai nulla per me.

GERONTE - È lei.

OTTAVIO - No, padre, vi chiedo perdono, la mia decisione è presa.

SILVESTRO - Ascoltate...

OTTAVIO - Sta' zitto, non ascolto niente.

ARGANTE - Tua moglie…

OTTAVIO - No, padre mio, vi ripeto, morirò piuttosto che lasciare la mia cara Giacinta. (Attraversa la scena per andare da lei) Qualunque cosa diciate, è a lei che resterò fedele, l'amerò tutta la vita e non voglio saperne di altre donne.

ARGANTE - Ma è proprio lei che ti stiamo dando, sciocco che non sei altro, non vuoi ascoltare ragioni!

GIACINTA - Sì, Ottavio, ho ritrovato mio padre e le nostre pene sono finite.

GERONTE - Andiamo a casa. Potremo parlare più a nostro agio.

GIACINTA - Padre mio, vi chiedo la grazia di non separarmi da questa gentile fanciulla. Ha tali meriti che, quando li conoscerete, non potrete che nutrire stima per lei.

GERONTE - Vuoi che tenga in casa una persona che è amata da tuo fratello e che poco fa mi ha detto in faccia non so quante insolenze?

ZERBINETTA - Vi prego di scusarmi, signore. Non avrei parlato così se avessi saputo chi eravate. Vi conoscevo solo di fama.

GERONTE - Come, solo di fama?

GIACINTA - Padre, la passione che mio fratello nutre per lei non ha nulla di riprovevole, rispondo io della sua virtù.

GERONTE - Questo mi conforta. Ma non pretenderete che la mariti a mio figlio. Una ragazza sconosciuta, una zingara!

SCENA UNDICESIMA

Leandro, Ottavio, Giacinta, Zerbinetta, Argante, Geronte, Silvestro, Nerina

LEANDRO - Non rammaricatevi, padre mio, se io amo una sconosciuta, senza nascita e senza beni. Quelli dai quali l'ho riscattata, mi hanno rivelato che ella è di questa città e di buona famiglia. La rapirono quando aveva quattro anni. Ecco un braccialetto che essi mi hanno dato e che ci potrebbe aiutare a ritrovare i suoi genitori.

ARGANTE - Ahimè, quel braccialetto! Ma è di mia figlia, che perdetti alla stessa età.

GERONTE - Vostra figlia?

ARGANTE - Sì, è lei, i tratti del suo volto me lo confermano.

GIACINTA - Dio mio! Quante avventure straordinarie!

SCENA DODICESIMA

Carlo, Leandro, Ottavio, Geronte, Argante, Giacinta, Zerbinetta, Silvestro, Nerina

CARLO - Signori, è successa una disgrazia.

GERONTE - Cosa?

CARLO - Il povero Scapino...

GERONTE - Quel furfante che farò impiccare.

CARLO - Ormai potete farne a meno. Mentre passava accanto a una casa in costruzione, gli è caduto in testa un martello da tagliapietre che gli ha spaccato il cranio e gli ha scoperto il cervello. Sta morendo, ci ha pregato di portarlo qui per potervi parlare prima che sia troppo tardi.

ARGANTE - Dov'è?

CARLO - Eccolo.

SCENA ULTIMA

Scapino, Carlo, Leandro, Ottavio, Geronte, Argante, Giacinta, Zerbinetta, Silvestro, Nerina

SCAPINO - (portato da due uomini, con la testa fasciata come se fosse ferito) Ahi, ahi, signori, vedete in che stato... ahi, vedete in che brutto stato mi trovo. Ahi. Non ho voluto morire senza prima chiedere perdono a tutti quelli che posso aver offeso. Ahi. Sì, signori, prima di rendere l'ultimo respiro, vi scongiuro con tutta l'anima di perdonarmi quello che posso avervi fatto, soprattutto il signor Argante e il signor Geronte.

ARGANTE - Da parte mia, ti perdono. Va', muori in pace.

SCAPINO - Siete voi, signore, che più ho offeso con bastonate…

GERONTE - Non ne parliamo più, anch'io ti perdono.

SCAPINO - È stata una grande temerità la mia, per le bastonate che io...

GERONTE - Lascia andare.

SCAPINO - Morendo, provo un dolore immenso per le bastonate che...

GERONTE - Mio Dio! Sta' zitto.

SCAPINO - Quelle maledette bastonate che io vi...

GERONTE - Sta' zitto, ti dico, ho dimenticato tutto.

SCAPINO - Oh, che bontà! Ma mi perdonate proprio di cuore quelle bastonate che...

GERONTE - Sì, sì. Non parliamone più. Ti perdono tutto, ecco fatto.

SCAPINO - Oh, come mi sento sollevato dopo queste parole.

GERONTE - Sì, ti perdono, ma a patto che tu muoia.

SCAPINO - Come dite?

GERONTE - Se la scampi, ritiro la parola.

SCAPINO - Ahi, ahi. Ecco che svengo di nuovo.

ARGANTE - Signor Geronte, in nome della nostra gioia, bisogna perdonargli tutto senza condizioni.

GERONTE - Sia.

ARGANTE - Andiamo a cena tutti insieme, per meglio festeggiare la nostra felicità.

SCAPINO - E a me, in attesa che muoia, portatemi a capo tavola.

SIPARIO

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